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Emily Witt
Future Sex

Titolo originale: Future Sex


traduzione di Claudia Durastanti

© Emily Witt, 2016


Published by arrangement with The Italian Literary Agency
© minimum fax, 2017
Tutti i diritti riservati

Edizioni minimum fax


via Giuseppe Pisanelli, 2 – 00196 Roma
tel. 06.3336545 / 06.3336553
info@minimumfax.com
www.minimumfax.com

I edizione: maggio 2017


I edizione digitale: maggio 2017
ISBN 9788875218478

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EMILY WITT

FUTURE SEX

traduzione di
Claudia Durastanti

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INDICE

1 / Aspettative
2 / Incontri su internet
3 / Meditazione orgasmica
4 / Il porno su internet
5 / Intimità di massa
6 / Poliamore
7 / Burning Man
8 / Contraccettivi e riproduzione
9 / Future Sex

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Ai miei genitori, Leonard e Diana Witt

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ASPETTATIVE

Ero single, eterosessuale e femmina. Nel 2011 avevo trent’anni e credevo


ancora che le mie esperienze con il sesso sarebbero giunte a un epilogo, come
un trenino delle giostre in battuta d’arresto. Sarei scesa, mi sarei ritrovata al
cospetto di un altro essere umano e saremmo rimasti per sempre nella
stazione d’arrivo della nostra vita: il futuro.
Non avevo scelto di essere single, ma l’amore è raro e spesso non è
ricambiato. Senza l’amore, non vedevo il motivo di instaurare un legame
definitivo con un posto piuttosto che con un altro. Era l’amore a definire il
modo in cui le persone si disponevano nello spazio. Poiché aveva la capacità
di ancorare le persone ai loro legami a lungo termine, quelli attorno a me lo
concepivano come un evento escatologico, quasi messianico nella sua totalità.
I miei amici credevano con zelo quasi religioso che un giorno sarebbe arrivato
anche per me, come se l’amore fosse qualcosa che l’universo ci deve per
forza, al quale nessun essere umano può sottrarsi.
Avevo avuto delle storie sentimentali in passato, ma appunto perché
sapevo cos’era l’amore, sapevo anche quanto fosse vano cercare di suscitarlo
o di fare in modo che durasse. Eppure continuavo ad alimentare l’idea del mio
futuro, facendolo coincidere con l’automatico compimento della mia
sessualità: come se fosse un destino più che una scelta. Quella visione
rimaneva sospesa e luccicante nella mia testa, impervia alle tempeste delle
mie esperienze reali, un punto di arrivo cristallino. Ma sapevo che l’amore
non arrivava per forza per tutti, e man mano che invecchiavo iniziai a
preoccuparmi che per me non sarebbe arrivato.
Ero capace di stare un anno o due insieme a un ragazzo, e vivere un anno
o due senza. Tra un uomo e l’altro, a volte andavo a letto con i miei amici.
Nel giro di pochi anni, anche molti dei miei amici e delle mie amiche erano

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andati a letto tra di loro. L’attrazione nasceva e moriva in maniera flessibile; a
volte poteva dare luogo a scene di dolore o di temporanea infermità mentale,
ma nella maggior parte dei casi tutto funzionava in maniera pacifica. Eravamo
anime fluttuanti in un limbo, che si ammucchiavano l’una sull’altra come
foglie morte, in attesa delle trombe e delle campane nuziali della fine dei
tempi.
Il linguaggio che usavamo per descrivere quei rapporti non era
sufficiente per formulare una definizione. La loro caratteristica saliente era
che li intrattenevi pur restando single, senza sapere bene quale fosse il modo
migliore per definire quel certo grado di legame. «Farsi una scopata»
implicava che i nostri incontri fossero privi di convenevoli o di gentilezza.
«Amanti» era un’espressione antiquata, e spesso eravamo solo amiche delle
persone con cui facevamo sesso, per non dire che eravamo «solo amici e
basta». Di solito, per spiegare quello che stavamo facendo, usavamo
l’espressione «uscire con qualcuno», che poteva definire le sveltine di una
notte come anche le relazioni che andavano avanti per anni. Le persone che
uscivano con qualcuno erano single, a meno che non stessero frequentando
qualcuno. Anche la parola «single» aveva perso la sua specificità: poteva
significare nubile o celibe come sulla carta d’identità, ma le persone non
sposate spesso non erano single: erano «in una relazione», una definizione
provvisoria per indicare un impegno verso qualcuno per cui non esistevano
aggettivi di una sola parola. «Ragazzo», «ragazza» o «compagno» e
«compagna» implicavano un rapporto serio e una volontà specifica, e quindi
andavano bene solo in alcuni casi. Una volta una persona mi ha parlato di un
«non-ex» con cui aveva portato avanti una «non relazione» per un anno.
I nostri rapporti erano cambiati, ma le parole che usavamo per descriverli
no.
Continuavamo a parlare come avevamo sempre fatto, come se nulla
fosse cambiato, ma i vocaboli che usavamo ci facevano sentire fuori sincrono.
Molti volevano avere un rapporto a cui si poteva dare un nome, come se
questa combinazione potesse offrire qualcosa di più, invece di limitarsi a
garantire qualcosa di familiare. Alcuni di noi hanno provato a inventare dei
neologismi. La maggior parte di noi li ha evitati. Eravamo finiti lì per caso,
non di nostra volontà. Qualsiasi cosa stessimo facendo, nessuno la definiva
una «scelta di vita». Nessuno parlava dell’essere single a New York e del
sesso occasionale con i suoi conoscenti in termini di «identità sessuale». Per
me era solo una condizione provvisoria, che avrebbe cessato di esistere con il

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sopraggiungere dell’amore.

L’anno in cui compii trent’anni, una storia finì. Ero molto triste ma la mia
tristezza ammorbava tutti, me compresa. Avendo già patito quello scoramento
in altre circostanze, pensavo che ne sarei uscita fuori piuttosto in fretta.
Uscivo con delle persone conosciute su internet ma faticavo a provare
desiderio sessuale per degli sconosciuti. Invece mi imbattevo negli amici:
quando andavo alle feste o ero in metropolitana, incontravo dei ragazzi su cui
avevo fatto un pensierino in passato. Durante quell’autunno e quell’inverno
feci sesso con tre persone, e ne baciai una o due. Pensavo fosse un numero
ragionevole e sobrio. Si trattava sempre di persone che conoscevo da diverso
tempo.
Con le persone, mi sentivo più felice quando non c’erano mediazioni tra
di noi, ma a volte un non-fidanzato poteva avere un riverbero oscuro che si
manifestava nel mio telefono. Era un senso di mancanza che non poteva
essere colmato, privo di un destinatario specifico. Fissavo le ellissi che si
rompevano e si riformavano sui vari salvaschermi. Analizzavo le foto sui
social media come se fossi un medico legale. Esprimevo la mia leggerezza
con punti esclamativi, risate esplicite ed emoticon. Posticipavo le mie risposte
in maniera calcolata. Mi impegnavo a fingere di essere troppo indaffarata per
fare caso a un messaggio, simulavo di non averlo visto se non proprio
all’ultimo momento. Detestavo l’idea che il telefono mi avesse trasformata
nell’ostaggio di certi stereotipi. I miei obiettivi erano la serenità e il
buonumore. Andavo a tutte le feste di Natale.
Quella soddisfazione di facciata sopravvisse all’autunno e al Capodanno.
A marzo, gli alberi erano ancora scheletrici ma in fase di disgelo quando un
uomo mi telefonò per consigliarmi di fare un test per le malattie a
trasmissione sessuale. Eravamo andati a letto circa un mese prima, qualche
giorno prima di San Valentino. Ero in un bar vicino casa sua. Lo avevo
chiamato e lui mi aveva raggiunta. Ci eravamo incamminati per le strade
deserte verso il suo appartamento. Non ero rimasta a dormire da lui e non gli
parlavo da allora.
Si era accorto di qualcosa di strano e aveva fatto un esame. I risultati del
laboratorio non erano ancora arrivati ma il dottore sospettava fosse clamidia.
All’epoca in cui eravamo andati a letto insieme lui stava frequentando
un’altra donna che viveva sulla West Coast. Era andato a trovarla per il giorno
di San Valentino, e ora lei era infuriata. Lo aveva accusato di averla tradita e

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lui si sentiva uno stronzo: la malattia lo aveva punito per la sua trasgressione
morale. Era uno dei motivi per cui aveva letto Sul rispetto di sé di Joan
Didion. Io mi ero messa a ridere quando me lo aveva detto – era il suo saggio
peggiore – ma lui era serio. Gli ho risposto nell’unica maniera che ritenevo
possibile, cioè dicendogli che non era una persona cattiva, che noi due non
eravamo persone cattive. Era stata una notte spensierata ed era finita lì. Non
meritava che le dedicassimo tutte quelle attenzioni. Una volta riagganciato,
ero rimasta sdraiata sul divano a fissare le pareti bianche del mio
appartamento. Presto avrei dovuto traslocare.
Pensavo che la faccenda si sarebbe chiusa con quella telefonata, prima di
ricevere una lettera piena di recriminazioni da parte di un’amica dell’altra
donna. «Mi sorprendi», diceva la lettera. «Sapevi che stava per andare a
trovare un’altra donna e questo non ti ha impedito di comportarti così». Era
vero. Me ne ero fregata. Quando lui mi aveva detto che «si vedeva con una»,
mi ero sentita rassicurata sulla natura temporanea del nostro incontro, non
l’avevo considerato un modo per mettere alla prova la mia moralità. «Ti
suggerisco di riflettere su ciò che hai fatto a mente fredda, da adulta»,
scriveva la mia corrispondente. Mi consigliava di «piantarla con quelle
pantomime in cui ero sempre su di giri» e di «ponderare le conseguenze
umane e reali delle azioni che si compiono nella vita».
Il giorno dopo, seduta nella sala d’attesa di un ambulatorio affollato di
Brooklyn, vidi un medico spiegare come si mette un preservativo a un
pubblico mezzo addormentato e in ostaggio. Aspettavamo che chiamassero il
nostro numero. A mente fredda, da adulta, presi in considerazione ciò che
avevo fatto. Il bisogno di contatto umano di una persona single non va
sottovalutato. In quel momento ero circondata da altri newyorchesi imperfetti
che forse non si erano comportati in maniera prudente e avevano violato le
regole. Se non altro, a fine mattinata, avrebbero saputo come usare un
preservativo.
Quando erano partiti degli sberleffi o dei segnali di concitazione da parte
della folla, il medico non aveva perso la sua compostezza. Aveva detto «no»
con rispetto quando una ragazza aveva chiesto se il preservativo femminile si
poteva usare «dietro». Dopo il suo intervento, mentre continuavamo ad
aspettare, sugli schermi montati sul muro apparvero delle pubblicità progresso
sulla salute; venivano mandate a rotazione. Risalivano agli anni Novanta, e
sceneggiavano la vita disordinata delle persone come me, solo che quella vita
era peggiorata di gran lunga dai jeans informi che si portavano allora. Quelle

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persone inadeguate aggrottavano le sopracciglia mentre ascoltavano le
diagnosi dai medici, confessavano relazioni furtive e spiattellavano tutto al
telefono, di solito un cordless gigante. Gli uomini rimorchiavano nei bar
allestiti per finta accanto a una o due comparse e si mettevano a chiacchierare
davanti a dei cocktail; la musica di sottofondo era quella tipica delle feste.
Quei video somigliavano ai porno in cui non si arriva mai al sesso. Nelle
scene successive i protagonisti riflettevano sugli eventi della notte con uno
stile da reality televisivo, imitando le interviste nel confessionale. Dalle nostre
sedie nell’ambulatorio, tutte rivolte verso la stessa direzione, mentre eravamo
in attesa di prelievi del sangue e tamponi vaginali, fummo testimoni delle
conseguenze narrative del loro comportamento. (Uno degli uomini nel locale
gay aveva una fidanzata e pure la gonorrea. Nel filmato spiegava alla sua
ragazza che faceva sesso anche con gli uomini e che aveva contratto una
malattia.) Quei video non volevano dire che le relazioni monogame e durature
sono una condizione necessaria della vita adulta, ma incoraggiavano a essere
sinceri. Non recriminavano. L’amministrazione di New York aveva una
visione tecnocratica della sessualità.
Il governo federale, invece, aveva delle aspettative diverse. In seguito
alla telefonata del mio amico, avevo cercato la parola clamidia su Google,
finendo sul sito dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie.
Secondo il governo, il metodo migliore per evitare la clamidia era astenersi
dal «sesso vaginale, anale e orale oppure avere un rapporto monogamo e
stabile con un partner che ha già fatto l’esame e non è infetto». Era un
suggerimento ai confini della realtà, e quasi privo di soluzioni intermedie,
anche se da qualche parte c’era un accenno più concreto all’uso dei
preservativi. Di solito li usavo, ma quella volta non lo avevo fatto, e quindi mi
toccava prendere gli antibiotici. Quando arrivarono i risultati del laboratorio,
qualche giorno dopo la mia visita all’ambulatorio di Brooklyn, venne fuori
che non avevo la clamidia. Nessuna delle persone coinvolte ce l’aveva.
Come il governo federale, anche io volevo solo «un rapporto monogamo
e stabile con un partner che ha già fatto il test e non è infetto». Lo volevo da
tanto tempo, e non era arrivato. Chi poteva dire se un giorno sarebbe
successo?
In quel momento ero una persona che cercava di stare al mondo, una
persona che aveva relazioni sessuali impossibili da descrivere con il lessico a
disposizione e che venivano meno ai suoi ideali morali. Iniziai a pensare che
il mio futuro sarebbe stato quello, e mi venne l’ansia.

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Un lunedì di aprile del 2012 ero in fila al JFK per prendere un volo diretto a
San Francisco. Davanti a me c’era un uomo d’affari brizzolato della West
Coast. Aveva la pelle esfoliata e brunita di chi gode di ottima salute, gli
occhiali fatti di polimeri di ultima generazione e indossava jeans scuri. Aveva
quelle scarpe riciclate di etilene vinil acetato che a quanto pare non puzzano
mai. Il suo giubbotto di pile era di buona qualità e aveva un bello spessore,
con uno strato esterno flessibile che gli impediva di spelacchiarsi. Era il tipo
di uomo che si sarebbe definito un minimalista, che avrebbe ammesso di
comprare qualsiasi oggetto in base allo straordinario talento artigianale di chi
lo aveva fatto o al suo bellissimo design. Ma la borsa per il computer di
quell’uomo brizzolato era dozzinale, piena di fibbie e reticelle, con la scritta
GOOGLE sopra. La persona in fila davanti a lui indossava una maglietta con un
doodle di Google dedicato a Bert ed Ernie di Sesame Street; al posto delle o
c’erano le facce dei personaggi animati. Davanti a lui c’era uno zainetto della
Google.
Quel simbolo non sparì mai, non prima che lasciassi San Francisco. Era
ricamato sui taschini delle camicie, personalizzato con i vari simboli delle
città americane, intarsiato sulle borracce d’acciaio a prova di macchia, sui
cardigan di pile, sui cappellini da baseball, ma non lo si trovava sulle navette
private che conducevano i dipendenti al campus di Mountain View, dove
mangiavano bacche di goji nella sala caffè e camminavano come preti avvolti
nelle mantelle della Google, con il soggolo e la mitra dell’azienda, mentre
cercavano di orientarsi su Google Maps, facevano delle ricerche sugli
sconosciuti tramite il motore di ricerca o chiacchieravano su GChat con gli
amici, proprio come facevo io dozzine di volte al giorno, il che faceva
apparire la ricorrenza del logo come una presa in giro monopolista.
Quella volta, trascorsi il mio primo giorno in città seduta in un caffè
bagnato dal sole a Mission. Dopo aver ordinato un cappuccino, mi misi a
sfogliare una copia cartacea del San Francisco Chronicle che giaceva sul
bancone in maniera anacronistica. In prima pagina c’era la notizia di un
massacro con armi da fuoco in un college cristiano privato nella East Bay,
mentre più in basso si parlava di un giro di vite federale sulla marijuana per
scopi terapeutici. Di soppiatto, sentii qualcuno fare cenno a un pranzo al
Googleplex. Presi degli appunti: «Pilaf di quinoa e mirtilli rossi». E poi sentii
le parola coregasm. L’argomento di conversazione successivo fu proprio
quello, le donne che avevano degli orgasmi spontanei mentre facevano yoga.
Stando al barista, era meraviglioso che la questione fosse diventata di

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dominio pubblico, dato che molte donne provavano il coregasm ma avevano
paura di parlarne. Per fortuna quei tempi bui erano finiti.
Una volta gli abitanti di San Francisco erano noti per il loro rifiuto di
usare il deodorante o di depilarsi più del necessario. Spesso, camminando
lungo la strada, superati i muratori gay e i negozi di vibratori, mi veniva in
mente che quello era il posto in cui Harvey Milk era stato eletto (e
assassinato), dove i bagni turchi frequentati dagli omosessuali avevano
prosperato (e poi avevano chiuso). Ma la maggior parte delle volte mi
accorgevo semplicemente che le persone di San Francisco erano cosparse di
unguenti e balsami botanici, levigate dai sali e odoravano di sostanze
aromaterapeutiche vendute nei negozi affacciati su Valencia Street. L’aria
odorava di cera d’api, lavanda e verbena, quando non puzzava di liquami, e i
marciapiedi di Mission scintillavano sotto il sole. Il cibo era squisito. C’era un
posto nella Hayes Valley in cui potevi prenotare un gelato all’azoto liquido.
Una volta il mio gelato venne magicamente spinto alla vita con un fiotto di
vapore e un sibilo pneumatico. Un piccolo miracolo, mentre il mondo attorno
a me avanzava a pieno ritmo: mamme con i thermos da viaggio della Google
che attendevano in fila con pazienza, parlando di consulenti all’allattamento.
In rete, le persone non avevano più paura di confessare i propri coregasm e
avevano deviato l’attenzione sulle battaglie contro lo zucchero e la farina.
«Cibi crudi, miele biologico, ghee di produzione locale, pane di miglio e di
chia per tenere a bada la mia voglia di glutine», aveva annunciato sui social
una mia vecchia conoscenza che risaliva ai tempi del college. «Benedetti i
cereali antichi».
La sera ero sola, e scendevo per strada a sentire i sermoni in spagnolo
che trapelavano dalle chiese affacciate sul marciapiede e il ronzio elettronico
dei trenini della BART. La città era un mondo incantato fatto di schermi
luccicanti e feticismo analogico, di sexy shop e frutta con il nocciolo. Sugli
autobus e agli angoli sentivo i discorsi sconnessi dei paranoici che pensavano
ci fosse un legame tra i vecchi complotti e la tecnologia moderna. Dopo un
po’ iniziai a vedere anch’io complotti. Passeggiavo lungo i marciapiedi di
Mission e notavo la somiglianza del loro scintillio con il mio blush
iridescente. «Questo marciapiede somiglia a Super Orgasm», pensavo: Super
Orgasm era il nome del blush che mettevo sulle guance. I miei cosmetici
erano utili per capire lo stato delle politiche sessuali: PER LUI E PER LEI, diceva
l’adesivo sul retro del mio fondotinta privo di parabeni, come se stessimo
conducendo tutti esistenze spontanee e avventurose invece di vivere nel

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castigo e nel conformismo. Andavo a correre al Golden Gate Park, dove
enormi uccelli predatori fissavano con l’acquolina i bassotti dal pelo lucido.
Moltitudini di ciclisti mi passavano accanto, avvolti nelle tutine di jersey della
Google.
Nella tradizione americana, l’idea di amore libero era stata sperimentata
nelle comuni e caratterizzata da profeti con gli occhi febbrili e da eretici che
poi erano finiti in prigione. Un tempo, amore libero significava il diritto di
avere rapporti sessuali senza procreare, di farlo prima del matrimonio o di
evitare il matrimonio del tutto. Significava la libertà per donne e gay di
esprimere la propria sessualità come preferivano, e la libertà di amare a
prescindere da razza, sesso e religione. Nel ventesimo secolo, gli idealisti
post-freudiani credevano che l’amore libero avrebbe determinato nuove
politiche e persino la fine della guerra, e quando sentivo l’espressione «amore
libero» non potevo fare a meno di pensare al 1967, a tutti quei ragazzi che
avevano ascoltato acid rock nel parco in cui andavo a correre.
Nella fantascienza, l’amore libero aveva rappresentato il futuro. Il nuovo
millennio aveva promesso l’arrivo dell’uomo nello spazio, contraccettivi a
prova di sicurezza, cyborg, prostitute, e una sessualità senza limiti. Ma il
futuro era arrivato assieme a tante nuove libertà, e l’amore libero in quanto
ideale era passato di moda. Eravamo liberi di avere dei coregasm, ma gli
hippie erano stati degli ingenui e la fantascienza non era reale. L’esercizio
della sessualità al di fuori del matrimonio aveva creato nuovi motivi per
ripristinare la propria fiducia nelle forme di controllo tradizionale, motivi
come l’HIV, i limiti biologici della fertilità, la fragilità dei sentimenti. Anche
se mi stavo abituando alla mia libertà, nei miei progetti c’era ancora un
destino da monogama. Pensare che quel destino fosse esatto, dopo gli
esperimenti falliti delle generazioni precedenti alla mia, era come ricostruire
un monumento nazionale barocco dopo che era stato fatto fuori da una
bomba. Per me essere monogama era un’idea familiare, ma non capivo che
era artificiale, e non mi ero accorta che nel frattempo si era imposto un altro
tipo di libertà: quella di un cursore lampeggiante in uno spazio vuoto.
L’interfaccia amichevole e insipida di Google benediceva tutte le parole
che passava al setaccio. Su Google ogni parola nasceva uguale, come tutti gli
stili di vita erano uguali. Google appannava la distinzione tra la norma e
l’anormale. Le risposte generate dai suoi algoritmi rassicuravano una persona
sul fatto che al mondo ce n’era almeno un’altra che la pensava alla stessa
maniera: non c’era motivo di sentirsi soli nei propri desideri aberranti perché

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nessun desiderio era aberrante. L’unica aspettativa sessuale rimasta, l’unica a
cui bisognava conformarsi, era che l’amore ci avrebbe condotti verso la vita
che volevamo vivere.
E se l’amore ci avesse delusi? La libertà sessuale era toccata in sorte e si
era diffusa anche tra le persone che non avevano mai voluto rinunciare alle
vecchie istituzioni, se non per mostrare solidarietà agli amici che invece
volevano farlo. Io non ero andata alla ricerca di tutte quelle possibilità per me
stessa, e quando mi ero ritrovata ad avere una piena libertà sessuale, avevo
scoperto di non essere felice.
Avevo deciso di partire per San Francisco in primavera perché i miei
desideri e la mia realtà erano entrati in contraddizione; non sapevo più come
trovare un compromesso. Avevo voglia di immaginare un futuro diverso, che
fosse coeso con la libertà del mio presente e, in quegli anni, San Francisco era
il posto in cui il futuro poteva assumere una forma, o quantomeno era la città
che l’America aveva assegnato alle persone convinte che l’amore libero fosse
possibile. Persone che avevano cercato di separare il concetto di famiglia
dall’unione sessuale di due persone. Che credevano nelle comuni come luoghi
in cui smantellare la tradizione eterosessuale monogama. Che davano un
nome alle loro scelte e trasformavano le loro azioni in movimenti sociali. Che
intravedevano nelle nuove tecnologie un’occasione per rimodellare la società,
comprese le idee sulla sessualità. Con il tempo avrei capito che l’attenzione
degli abitanti di San Francisco verso l’intenzionalità di una persona segnava
la differenza tra il mio pessimismo e il loro ottimismo. Quando la tua vita non
si conforma a un’idea, e questo fallimento ti fa stare male, rigettare quell’idea
può essere utile, può farti sentire un po’ meglio.
Avrei potuto trovare quelle comunità a New York o in quasi tutte le città
americane. Non sarei stata la prima a sfruttare la California come una scusa.
Usavo la West Coast e il giornalismo come alibi, mentre iniziavo a valutare le
mie opzioni. Alla fine giunsi a un punto in cui il pensiero di non aver
esaminato tutte le varie possibilità a disposizione mi riempiva di tormento.
Ma se il futuro fosse arrivato nei miei trent’anni come avevo sempre
immaginato, avrei abbandonato ogni esperimento. Mi sarei concessa a un
marito, alla monogamia, al tedio di crescere i bambini, e avrei postato quegli
eventi come dei trionfi, per celebrarli collettivamente sulle pagine dei miei
social. Quando iniziai a contemplare per la prima volta le possibilità
dell’amore libero, mi aspettavo ancora che il destino mi sarebbe venuto
incontro a metà strada, che in mezzo a tutta quell’incertezza mi sarei

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imbattuta in una rampa di uscita che mi avrebbe ricondotto ad aspettative
consolanti e a sostantivi riconoscibili.
Mi sbagliavo di grosso. «Qual è il tuo percorso di crescita personale?»,
mi avrebbero chiesto i liberi pensatori, e più tardi ci avrei riso sopra con i
miei amici.

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INCONTRI SU INTERNET

Di solito non mi sento a mio agio in un bar da sola, ma mi trovavo a San


Francisco da una settimana e nell’appartamento che stavo subaffittando non
c’erano sedie, solo il letto e un divano. I miei amici in città erano sposati o
lavoravano la sera. Un martedì sera mi ritrovai a cenare con della zuppa di
lenticchie appoggiata al bancone della cucina. Dopo mi misi seduta nel
soggiorno vuoto sotto la luce fioca del lampadario a controllare le pagine
social sul mio computer. Non era vita quella. Un uomo sarebbe andato da solo
in un bar, mi dissi. E così andai da sola in un bar.
Mi accomodai su uno sgabello al centro del locale, ordinai una birra e
aggiornai i feed sul mio telefonino. Ero in attesa che accadesse qualcosa.
C’era una partita di baseball in simultanea su diversi monitor. Il bar aveva dei
separé, delle panche di similpelle rossa e le luci natalizie; c’era una ragazza a
servire al bancone. Una coppia di lesbiche si scambiava delle effusioni in
fondo al bar. Dall’altro lato del locale, vicino all’angolo in cui ero seduta io,
un uomo occhialuto della mia età guardava la partita. Poiché eravamo l’unico
uomo e l’unica donna da soli lì dentro, ci guardammo. Poi io feci finta di
concentrarmi sulla partita grazie al monitor che mi permetteva di girarmi
dall’altra parte. Lui mi voltò le spalle per fissare lo schermo sopra ai tavoli da
biliardo, dove alcuni giocatori stavano esultando per un bel tiro.
Volevo che qualcuno mi si avvicinasse. Un paio di sgabelli più in fondo,
due uomini si misero a ridere. Uno venne a farmi vedere per quale motivo. Mi
diede il suo telefono e indicò un post su Facebook. Io lessi il post e feci un
sorriso di prassi. L’uomo tornò al suo posto. Io continuai a bere la mia birra.
Mi lasciai andare a un attimo di nostalgia per il soggiorno e il divano. Il
divano aveva una coperta di lana decorata da una stampa Navajo. C’era una
stufa di ghisa nella nicchia per il caminetto. Avevo giocherellato con le

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manopole e il gas, senza capire come accenderla. Di notte la stanza aveva la
temperatura e il pallore di un cadavere. Non c’era la televisione.
Riportai l’attenzione sul telefono e aprii OkCupid, il sito gratuito di
incontri. Aggiornai il feed per scoprire se c’erano altre persone che stavano
bevendo da sole in zona. Quel servizio si chiamava OkCupid Locals. Un
invito su OkCupid Locals doveva iniziare con una parola che suggerisse
un’azione:

Facciamoci una canna e passiamo un po’ di tempo insieme


Andiamo a fare un brunch, a pranzo, a prendere una birra o a fare
casino sabato.
Vediamoci per bere una cosa dopo Koyaanisqatsi al Castro.
Incontriamoci e facciamoci il solletico.
Mangiamoci un biscotto.
Diventiamo amici e andiamo in esplorazione.

Non inviavo mai segnali sulla chat di OkCupid. Mi limitavo a rispondere e


basta. Quella notte scrollai la pagina finché non trovai un uomo bellissimo
che aveva scritto un invito innocuo: «Andiamo a bere qualcosa». Studiai il
suo profilo. Era brasiliano. Io parlavo portoghese. Suonava la batteria. «I
tatuaggi contano molto per i miei amici e i miei familiari», aveva scritto.
Risposi al segnale luminoso online e andai a bere una cosa con uno
sconosciuto. Ci baciammo, andammo a casa sua, mi mostrò la sua collezione
speciale di piante di marijuana e parlammo del Brasile. Poi tornai a casa e non
lo vidi più.

Ero andata al mio primo incontro rimediato su internet dopo aver comprato il
mio primo smartphone nel novembre del 2011. Tinder non esisteva ancora, e
a New York i miei amici usavano solo OkCupid, quindi mi ero iscritta lì.
Avevo creato un profilo anche su Match, ma preferivo OkCupid, soprattutto
perché là sopra ricevevo un flusso di attenzioni costante e quasi ingestibile da
parte degli uomini. I banchieri dalla mascella squadrata che regnavano su
Match, con le loro foto mentre facevano immersioni a Bali o sciavano ad
Aspen, mi si filavano talmente poco da scatenarmi l’autocommiserazione. Il
punto più basso lo toccai quando inviai un occhiolino a un uomo sul cui
profilo c’era scritto «Ho la fossetta sul mento». Nelle foto che aveva
pubblicato giocava a rugby o era a torso nudo su un’imbarcazione da pesca

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d’altura con in mano una lampuga grande quanto un apecar. Non rispose mai
al mio occhiolino.
Mi ero iscritta a OkCupid con lo pseudonimo «viewfromspace». Nella
sezione «Su di me» del mio profilo avevo scritto «Mi piace guardare
documentari sulla natura e mangiare pasticcini». Avevo risposto in maniera
negativa a tutte le domande sul mio interesse per il sesso occasionale. Volevo
un fidanzato. E poi ero ancora fissata con il mio ultimo ragazzo e volevo
smettere di pensare a lui. Tante persone su quel sito avevano lo stesso
problema. La gente indicava con fervore i propri film preferiti sperando in
bene, ma sotto quella patina di gioia covava qualcosa di oscuro. Persino dietro
il profilo più equilibrato e curato traspariva un cumulo di rimpianti. Lessi Il
rosso e il nero per ricordarmi che dopo una rottura sentimentale il distacco
felice e acritico non era sempre all’ordine del giorno. D’altra parte, mi
piaceva il fatto che su quei siti di incontri le persone ci provassero l’una con
l’altra senza tanta ambiguità. Certo, c’era un gradiente di sottigliezze: dallo
spartano «Sei carina» allo spiazzante «Ciao, ti va di venire da me, farci una
canna e farti fotografare nuda nel mio soggiorno?»
Mi sembrava che gli algoritmi fossero capaci di collocarmi nella stessa
zona d’appartenenza – per classe sociale e livello di istruzione – delle persone
con cui uscivo, ma facevano poco per predire chi mi sarebbe piaciuto. A
quanto pare, sia in rete sia nella realtà, attiravo un numero statisticamente
anomalo di vegetariani. Io non lo sono.
Una volta uscii con un compositore che mi aveva invitata a un concerto
di John Cage alla Juilliard. Dopo andammo a vedere il busto di Béla Bartók
sulla Cinquantasettesima Strada. Non riuscimmo a trovarlo, ma mi disse che
Béla Bartók era morto lì di leucemia. Parlammo del college e delle poesie di
Wallace Stevens. Ci piacevano i romanzi di Thomas Pynchon. Avevamo tutte
quelle cose in comune, ma io desideravo essere altrove. Mentre bevevamo
birra in un pub irlandese a Midtown, mi vennero in mente almeno cinque o
dieci persone con cui avrei trascorso più volentieri la serata. Ma l’obiettivo in
quel momento era trovare un fidanzato, e nessuna delle persone che
conoscevo già era adatta.
Per il nostro secondo appuntamento andammo a mangiare ramen
nell’East Village. Conclusi la serata presto, lamentandomi della mia giornata
faticosa mentre uscivamo dal ristorante. Dopo mi invitò a un concerto alla
Columbia e poi a cena a casa sua. Io accettai ma disdissi all’ultimo momento,
dicendogli che ero ammalata e che pensavo fossimo giunti al capolinea.

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Avevo ferito i suoi sentimenti. Disse che la mia defezione gli era costata
«un mucchio di tempo per fare shopping, pulire e cucinare. Cose che potevo
benissimo evitare a pochi giorni da una consegna...» Come punteggiatura
usava quasi solo ellissi in stile Pynchon. Mi scusai, poi smisi di rispondere.
Nei mesi successivi continuò a scrivermi lunghe email con aggiornamenti
sulla sua vita e io continuai a non rispondere, finché fummo al punto in cui
sembrava lui stesse sospingendo la sua tristezza in un buco nero, dove l’avrei
assorbita io con la mia.
Andai a un appuntamento con un artigiano che costruiva mobili. Ci
incontrammo in un caffè. Era un pomeriggio soleggiato di tardo febbraio, ma
poco dopo il nostro arrivo era cominciata una strana nevicata e i fiocchi
scintillavano al sole. Il caffè era seminterrato e ci eravamo seduti a un tavolo
vicino a una finestra, proprio sotto a due chihuahua legati a una panchina sul
marciapiede. Tremavano da morire nonostante i cappottini stretti. I cani ci
guardavano attraverso la finestra, mordicchiando i guinzagli. Il falegname mi
portò un caffè e si mise a bere tè da una pinta di vetro.
Mi fece vedere le foto dei mobili che aveva costruito. Aveva le mani
piene di calli ed era alto. Era attraente, ma i suoi occhi azzurri erano quasi
sempre rivolti altrove e sembrava annoiato. Scoprimmo di essere nati nello
stesso ospedale, l’Allentown Hospital di Allentown in Pennsylvania, ma io
ero di sette mesi più vecchia. In un’altra epoca, un’epoca in cui il matrimonio
veniva dettato dalla religione, la famiglia e il villaggio, forse avremmo già
avuto dei figli. Invece i miei genitori si erano trasferiti quasi dall’altra parte
degli Stati Uniti quando avevo tre anni, mentre lui era rimasto ad Allentown
fino all’età adulta. In quel momento vivevamo tutti e due a Bedford-
Stuyvesant a Brooklyn e avevamo tutti e due trent’anni. Pensava di essere un
ribelle, amava fare l’artigiano tanto quanto odiava stare in un ufficio. Dopo
aver bevuto il suo tè, andò in bagno, tornò e si mise il cappotto senza dire
niente. Io mi alzai e feci lo stesso. Salimmo le scale per lasciarci investire dal
vento di febbraio. Ci salutammo.
Andai a un appuntamento con un uomo che si scoprì essere un
parrucchiere. Aveva un fascino d’altri tempi. Era arrivato tardi al nostro
appuntamento ad Alphabet City: era rimasto a servire dei clienti dell’ultimo
momento che volevano la messa in piega prima di un incontro galante pur non
avendo prenotato. Aveva un tatuaggio con delle scimitarre incrociate ai lati
del collo. Gli chiesi cosa significassero. Disse che non significavano niente.
Erano sbagli. Si tirò su le maniche e rivelò altri sbagli. Da adolescente a

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Dallas aveva lasciato che i suoi amici usassero il suo corpo per fare pratica.
Definire i propri tatuaggi come degli sbagli era diverso che rimpiangerli. Lui
non li rimpiangeva. Era solo la versione sedicenne di se stesso che continuava
a mandarlo affanculo. «Tu credi di essere cambiato», gli diceva quella
versione di sé attraverso i tatuaggi, e invece «col cazzo, sono ancora qui».
Nessuna delle autopresentazioni accurate sui profili di OkCupid rivelava
quello che avrei scoperto pochi minuti dopo aver incontrato quelle persone:
che non avevo mai voglia di fare sesso con qualcuno conosciuto in rete. Nella
vita reale, il sesso occasionale era molto diretto. Conoscevo un tipo a una
festa. Uno dei due chiedeva all’altro di uscire. Poi ci vedevamo una volta o
due e andavamo a letto, anche quando sapevamo di non essere innamorati e
che quella storia non sarebbe «approdata a nulla». A volte addirittura
andavamo dritti al sodo senza uscire insieme. Mi dicevo che la mia castità su
OkCupid era dovuta al fatto che per me gli incontri su internet erano una sorta
di esperimento che stavo facendo, nel quale avrei puntato su una certa
«serietà» che mancava nella mia vita sociale di sempre. Avevo un’idea degli
«standard» che dovevano essere soddisfatti prima di contemplare l’ipotesi di
fare sesso. La verità era che quando incontravo per la prima volta quegli
uomini, la maggior parte dei quali superava i miei standard, il mio corpo
restava del tutto inerte. Di solito pensavo fosse chiaro a entrambe le parti che,
anche se avessimo fatto sesso, sarebbe stato più per rassegnazione e dovere
che per un desiderio reale. Se gli incontri su internet mi facevano sentire
come se avessi la situazione in pugno e stessi raddrizzando la mia vita, andare
a letto con persone che non desideravo davvero mi ricordava solo la futilità di
far nascere una storia a tavolino. Quando era il risultato di un accumulo di
energia tra me e un’altra persona, il sesso mi faceva sentire davvero meglio,
ma fingere che quella sensazione esistesse quando non era così era più
scoraggiante che tornare a casa da sola.
Iniziavo a capire che il corpo non era un’entità secondaria. Le cose
rivelate dalla mente spesso non venivano confermate dal fisico. Quello che
succedeva dopo un incontro tra due corpi si rivelava piuttosto in fretta,
lasciando poche scappatoie. Lo scambio epistolare prima dell’incontro non
diceva molto sul senso dell’umorismo o la timidezza di un uomo, sulla sua
ansia o competenza sociale. Finché i corpi non si incontravano, la seduzione
era provvisoria. Iniziai a rispondere solo alle persone con dei profili molto
brevi, poi iniziai a non guardarli affatto, usandoli solo per scoprire se le
persone su OkCupid Locals avevano una buona ortografia e non erano dei

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fanatici di destra.
Eppure, evitavo qualsiasi accenno al sesso nel mio profilo. Escludevo gli
uomini che facevano delle avance esplicite. Evitare qualsiasi accenno diretto
al sesso su quei siti era come stare in una stanza piena di persone che si
davano dei consigli su dove mangiare fuori, ma senza descrivere il cibo. No,
era peggio di così: era come una stanza piena di gente affamata che invece
chiacchierava del meteo. Se una persona mi offriva del cocomero, la
respingevo e la incolpavo di non avere un ombrello. Il diritto a evitare il sesso
era strutturalmente incarnato nei siti di incontri più popolari. Erano stati
concepiti in quel modo, perché altrimenti le donne non li avrebbero usati.

La persona a cui va riconosciuto il merito dei siti di incontri così come li


concepiamo oggi è un uomo dell’Illinois di nome Gary Kremen. Nel 1992
Kremen era un ingegnere informatico di ventinove anni e uno dei tanti
laureati della Stanford Business School intento a gestire una software house
nella Bay Area. Dopo un’infanzia da ebreo cicciottello disadattato a Skokie,
Kremen si era prefissato due scopi nella vita: sposarsi e fare i soldi. Nel
tentativo di sposarsi, uscì con molte ragazze. Presto iniziò a chiamare i
numeri dell’1-900, non quelli per fare sesso telefonico, ma quelli che
venivano inseriti nella sezione annunci personali sul giornale. Come prassi,
all’epoca i giornali chiedevano due dollari al minuto per lasciare una risposta
in segreteria a un annuncio personale. Kremen accumulò bollette altissime per
via di quelle chiamate. Per sua stessa definizione, era «una specie di sfigato».
Un pomeriggio, mentre era al lavoro presso la sua azienda di software,
Kremen ebbe un’idea: e se ci fosse stato un database di tutte le donne single
del mondo?
Kremen e quattro soci uomini fondarono la Electric Classified Inc., una
società basata sull’idea di ricreare gli annunci cartacei su internet, iniziando
da quelli personali. Trovarono un ufficio in uno scantinato nel quartiere di
South Park a San Francisco e registrarono il nome del dominio, Match.com.
«AVVENTURE – AMORE – SESSO – MATRIMONIO – RELAZIONI», recitava
l’intestazione del primo business plan che la Electric Classified presentò ai
suoi potenziali investitori. «Ormai le aziende americane hanno capito che le
persone sono disposte a fare di tutto pur di avere dei servizi efficaci e
dignitosi che soddisfino i bisogni umani più impellenti». In segno di
deferenza verso i suoi finanziatori, Kremen alla fine tolse la parola sesso dalla
lista dei bisogni.

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Molti siti di incontri online successivi si sono basati sui contenuti di quel
documento. Gli iscritti compilavano un questionario indicando il tipo di
relazione che stavano cercando: «matrimonio, frequentazione fissa, compagno
di golf, compagno di viaggio». Gli utenti pubblicavano le proprie foto: «Un
cliente può scegliere di farsi vedere con i suoi vestiti preferiti addosso o
mentre svolge le attività che lo appassionano per rivelare la sua personalità e
presenza fisica a chi visualizza, in maniera forte e precisa». Il business plan
citava una previsione di mercato stando alla quale entro il 2000 il cinquanta
per cento della popolazione adulta sarebbe stata single. Nel 2008, il
quarantotto per cento degli americani adulti non era sposato; nel 1960 il dato
era del ventotto per cento.
La Electronic Classified sosteneva che «molte persone si sentono più
libere a parlare per via elettronica che non faccia a faccia». Kremen basava
quell’affermazione sulle prime chat room e sulle BBS agli albori di internet,
che un articolo di giornale dell’epoca descriveva come «una versione
antisettica di un bar per single negli anni Settanta». In rete, «le persone che si
incontrano nelle chat room affollate spesso creano delle chat room private per
praticare il cybersesso, l’equivalente su tastiera del sesso telefonico». Ma
internet andava per la maggiore nei settori che avevano sempre escluso le
donne: il militare, la finanza, la matematica e l’ingegneria, e il nuovo world
wide web e i suoi predecessori online si erano fatti una fama sessista. «Il
nuovo mondo interattivo è ancora un club per maschi bianchi», lamentava nel
1993 un manuale intitolato The joy of cybersex. «È il massimo del
politicamente scorretto».
Sapendo che un sito di incontri eterosessuali doveva disporre di un
numero più o meno equivalente di iscritti uomini e donne per avere successo,
Kremen ingaggiò un team di donne esperte di marketing guidato da una
vecchia compagna di corso a Stanford, Fran Maier. Maier scoprì che le donne
erano più inclini a utilizzare il sito se questo enfatizzava i rituali di
corteggiamento tradizionali e affrontava il sesso come una questione
secondaria. Se le chat room su internet erano l’equivalente in rete dei bar per
single, Match, diceva Maier, sarebbe stato come «un ristorante o un club
molto esclusivo». L’azienda impediva l’inserimento di contenuti e fotografie
troppo espliciti. Le esperte di marketing modificarono il questionario in modo
da includere domande sui bambini e la religione per enfatizzare il fatto che,
anche se si poteva ottenere qualsiasi tipo di incontro tramite Match, il sito
voleva essere percepito come il luogo adatto per le persone alla ricerca di

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relazioni durature. I redattori pubblicavano contenuti editoriali sul
corteggiamento, come una rubrica che insegnava a usare le emoticon per
«flirtare in digitale», e offrivano consigli sulla sicurezza, suggerendo alle
donne di organizzare gli incontri in luoghi pubblici e di non dare il proprio
indirizzo agli sconosciuti. Il sito vietava qualsiasi accenno all’orologio
biologico, per evitare di apparire come un posto per donne disperate.
L’interfaccia era uno sfondo bianco e pulito con un logo a forma di cuore. Era
tutto concepito per le donne; reclutare gli uomini non era mai stato un
problema.
Match creò uno standard per quel settore, che crebbe esponenzialmente
con il world wide web. Mentre i database si moltiplicavano, diventavano
anche più specifici, personalizzandosi in base all’etnia e alla religione. Poi
arrivò l’epoca della scienza e degli algoritmi per individuare le affinità
elettive, poi fu la volta dei siti di incontri gratuiti, e infine l’era dei telefonini.
Ogni tecnologia preposta agli incontri che cercava di attirare lo stesso numero
di uomini e di donne, a prescindere dalla propria strategia aziendale, doveva
garantire che una donna potesse iscriversi al sito senza l’obbligo di fare
dichiarazioni sulla propria sessualità. Più un sito o un’applicazione per
favorire gli incontri su internet era associabile ai significanti tradizionali del
desiderio eterosessuale maschile (foto di donne in lingerie, accenni espliciti al
sesso occasionale), meno possibilità c’erano che una donna ci si iscrivesse.
Quando gli hacker rubarono i dati degli utenti dal sito di Ashley Madison (il
cui slogan era: «La vita è breve, fatevi degli amanti»), rivelarono che solo il
quattordici per cento dei dati personali appartenevano a donne, la metà di
quelli che erano stati pubblicizzati dal fondatore dell’azienda. Tra questi
profili, c’erano migliaia di «bot» femminili programmati per inviare messaggi
automatizzati agli uomini.
È stato attraverso il mercato degli incontri in rete che mi sono imbattuta
in un concetto popolare del marketing, il cosiddetto «posto pulito, illuminato
bene». È una frase che non c’entra niente con il titolo di un racconto di Ernest
Hemingway ambientato in un bar in Spagna, e che ricorreva spesso nei
discorsi degli imprenditori intenzionati a creare un «ambiente in cui le donne
si sentano a proprio agio». Di solito, pulire e illuminare uno spazio
significava rimuovere gli elementi pornografici o sessualmente espliciti. «Un
posto pulito, illuminato bene» era anche lo slogan di un sexy shop femminista
pioniere nel genere, il Good Vibrations di San Francisco, che aveva tolto i
vibratori e i dildo dalle confezioni grossolane e li aveva esposti così

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com’erano, come oggetti d’arte su dei piedistalli. L’idea era nata con il
proposito di rivendicare la propria sessualità, una sorta di amuleto lapidario
contro lo spettro aleggiante dei cinema porno bui, delle vasche
idromassaggio, dei bar per single e delle pornostar maltrattate e fatte di
quaalude degli anni Settanta, ma il concetto si applica bene anche all’epoca
delle foto di cazzi non richieste e dei messaggi «Incontra gente sexy nella tua
zona che vuole scopare adesso!»
Nel mondo degli incontri in rete, uno posto pulito e illuminato bene
equivaleva a un ambiente avulso dal sesso in cui valutare delle persone con
cui si sarebbe potuto fare sesso. Per alcune donne, ammettere di trovarsi su
OkCupid con qualche specie di intento – figuriamoci uno sessuale – era
indesiderabile, quindi a quei siti conveniva essere anodini e il più possibile
sobri. Sam Yagan, uno dei fondatori di OkCupid, mi ha detto che uno dei
vantaggi inaspettati dell’essere gratuito era che il sito permetteva alle donne
di fingere con se stesse che non stavano cercando davvero un incontro.
«Dicevano cose tipo: “Oh, ho conosciuto il mio ragazzo su OkCupid, ma non
mi ero neanche iscritta!” Certo. Come no», mi ha raccontato con una smorfia
sarcastica. «Circa un terzo delle mail di ringraziamento che riceviamo dalle
donne – un terzo, a essere precisi – dicono: “Non mi sono iscritta per iniziare
a frequentare qualcuno”». E la soddisfazione di quelle donne, ovviamente,
coincideva con l’aver trovato l’amore. Stando a un altro fondatore di
OkCupid, Christian Rudder, il numero di donne eterosessuali che ammetteva
di essersi iscritta al sito alla ricerca di sesso occasionale era davvero basso:
solo lo 0,8 per cento rispetto al 6,1 per cento degli uomini eterosessuali, il 6,9
degli omosessuali, e il 7 per cento delle donne omosessuali.
La strategia aziendale era diversa sui siti web che escludevano le donne.
I fondatori di Manhunt, che da chat telefonica si trasformò in portale nel 2001
e divenne uno dei primi siti di incontri gay davvero popolari, si accorsero in
fretta che nel mondo degli uomini interessati a incontrare altri uomini il tipo
di lavoro che una persona faceva o che scuola aveva frequentato erano
informazioni secondarie. L’attrazione sessuale e la schiettezza sulle proprie
voglie venivano per prime.
«Un sito web gestito da eterosessuali non viene proprio intercettato dai
gay», ha detto il cofondatore di Manhunt Jonathan Crutchley in un’intervista
del 2007. «Quando compili i loro questionari, trovi le tipiche domande che
una donna fa a un uomo quando è in cerca di marito, come “Quanto guadagni
all’anno?” e “Vuoi avere dei figli?”, e ti sembrano ridicole. A un uomo gay

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non può fregare di meno di quanti soldi fai, o di avere dei bambini. Vuole
sapere qualcosa sui tuoi attributi fisici, vuole vedere le foto, vuole sapere cosa
ti piace fare». Non è che i suoi clienti non cercassero delle relazioni durature
o di formare una famiglia, spiegava Crutchley. Molti di loro erano ben
disposti. La differenza nei due approcci consisteva nel metodo di valutazione.
Per un numero significativo di uomini, il sesso aveva un valore intrinseco e
aveva dei parametri quantitativi specifici, separati da quelli utili per capire se
vivere con un partner o adottare dei figli con lui. L’attrazione sessuale non era
un incidente chimico misterioso, ma qualcosa che si poteva investigare e
descrivere attraverso il linguaggio. I desideri sessuali non erano emanazioni
aleatorie della propria fantasia; avevano un nome. Quelli come me, invece,
credevano che dopo un pomeriggio piacevole passato al museo con un uomo,
l’attrazione sessuale sarebbe arrivata spontaneamente, senza neanche doverne
parlare.
Nel marzo del 2009, venne lanciata un’app di social discovery di nome
Grindr che invitava gli uomini a «trovare persone gay, bi o bi-curiosi nei
paraggi!» Quando veniva installata su un dispositivo mobile, Grindr forniva
una griglia di utenti suddivisi in base alla vicinanza geografica. Le
informazioni su ciascun utente spaziavano da un torso nudo senza testa
associato a un nickname a ritratti di uomini vestiti di tutto punto e sorridenti
che dichiaravano il loro vero nome. La nudità completa non era consentita
nelle foto profilo (in parte per soddisfare i requisiti degli app store) ma le
persone potevano mandarsi foto più esplicite dopo aver iniziato a chattare. Il
fondatore di Grindr, un trentaduenne newyorchese di nome Joel Simkhai,
disse che l’app voleva fornire l’accesso a una community più che la ricerca di
rapporti sessuali. L’aveva inventata perché voleva sapere quanti gay c’erano
attorno a lui, e il sessantasette per cento degli utenti diceva di usarla per farsi
degli amici. D’altro canto, però, si chiamava «Grindr».1 Il New York Times
continuava a descriverla come una «app per rimorchiare e fare sesso». Da
quel punto di vista, presumo, una conversazione che iniziava con «Sei
dotato?» aveva come obiettivo un incontro sessuale anonimo, mentre una che
iniziava con un «Ciao bellissima, pronta per il weekend?», presagiva un
frappè con due cannucce dentro seguito da un anello di fidanzamento. Ce la
raccontavamo un po’ così.
Prima che Grindr ci facesse scoprire un altro modo di usare l’iPhone, gli
incontri su internet si erano imposti come un cambiamento tecnologico che
non eliminava certi falsi miti sull’evoluzione di una storia d’amore. OkCupid

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era un modo come un altro per chiedere a qualcuno di uscire. Grindr invece
introduceva un principio nuovo, per cui qualcuno poteva guardare la foto
degli addominali di una persona della stessa zona e finirci a letto nel giro di
pochissimo tempo, e quel principio divenne presto una domanda: dovrei farlo
anch’io? La mia risposta fu no, ovviamente no. Dentro la mia testa aleggiava
lo spettro della violenza sessuale e delle malattie. Eppure l’idea mi piaceva;
mi piaceva che i nostri telefoni lanciassero segnali luminosi a satelliti
orbitanti per rivelare la presenza di persone a pochi passi di distanza; mi
piaceva l’idea che gli sconosciuti in una città potessero valicare le soglie del
proprio isolamento. Ero rimasta in attesa di una simile tecnologia valida
anche per il mio gruppo demografico, pur sapendo che non sarei stata
abbastanza sfacciata da sfruttarne il potenziale. Non ero l’unica a volerlo. Gli
articoli in rete speculavano sulla comparsa di un «Grindr per eterosessuali» o
di un «Grindr per lesbiche». Quegli articoli avevano un tono di rimpianto, e
anche quelli che si lamentavano per la «cultura della scappatella fine a se
stessa» nutrivano fiducia nel potere di un dispositivo mobile dotato di GPS di
liberare sessualmente le donne, come se la tecnologia potesse affrancarci da
ogni paura e superstizione. Lo sgomento per il «declino del romanticismo»
lasciava intravedere l’involontaria ipotesi ottimista che potessimo davvero
diventare una società in cui ogni single era in grado di avere un’appartenenza
sessuale semplicemente attivando un programma sul proprio telefonino il
venerdì sera. Persino il disprezzo era utopistico, con la sua convinzione che la
tecnologia avrebbe cambiato tutto.
Nel 2011, Simkhai lanciò l’app che tutti stavano aspettando. La chiamò
Blendr, ma non ottenne risultati paragonabili a quelli della sua controparte per
uomini gay. Dato che permetteva a chiunque di accedere alla rete, non
riusciva più a garantire l’individuazione di una comunità coesa. E peggio
ancora, quando gli utenti iniziavano a chattare su Blendr e un uomo spediva
una foto non richiesta del proprio pene, le donne cancellavano l’app.
Tinder sarebbe arrivato un anno dopo. Era un’app per incontri di
interesse generale, e la sua interfaccia era molto simile a quella di Grindr.
Mostrava le foto di altri utenti nelle immediate vicinanze, dotate solo di
nome, età e di una riga di testo scritto. In base alla propria reazione a queste
persone, facevano scorrere le foto sulla sinistra (no) o sulla destra (sì). Era un
Grindr per gli etero, ma il suo successo tra gli eterosessuali era dovuto al fatto
di aver trasformato Grindr in un posto pulito e illuminato bene. Tinder aveva
un design innocuo e animazioni vivaci. La messaggistica era piena di punti

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esclamativi per comunicare sentimenti positivi. I profili erano collegati a
quelli di Facebook in modo da far sapere che l’altra persona era «vera». Gli
utenti non potevano scambiarsi foto tramite l’app, così da limitare il rischio di
immagini sessuali non richieste. Era possibile scriversi dei messaggi solo
quando due persone si «accoppiavano», selezionandosi a vicenda. I fondatori
di Tinder lo chiamavano «doppio consenso» e respingevano i paragoni con
Grindr, o che il fine della app fosse quello di aiutare le persone a organizzarsi
per fare sesso occasionale. «Le ragazze non sono fatte così», ha detto una
volta Sean Rad, sostenendo che le persone sposate potevano usarlo anche per
trovare dei «compagni con cui giocare a tennis».
Secondo me le donne etero non conducevano una vita tanto diversa da
quella degli uomini omosessuali. Vedevo due culture con idee distinte sul
modo giusto in cui agire ed essere, e con delle differenze in cosa erano
disposte a dichiarare su di sé. Grindr aveva proposto un’idea. Tinder l’aveva
modificata in base al concetto di decoro in un’altra cultura. Le forme con cui
le app assecondavano queste due diverse mitologie erano davvero scontate e
prevedibili: uno sfondo nero contrapposto a uno bianco; foto di parti del
corpo nude contrapposte a foto di persone intente a fare sport estremi. Due
insiemi di simboli e gesti che sarebbero giunti alla stessa conclusione: due
persone chiuse insieme dentro una stanza, prive di qualsiasi forma di
orientamento.
Certo, avevo molti amici che si erano innamorati su internet e avevano
trovato nella tecnologia un binario chiaro e dotato di senso attraverso il quale
smettere di essere single per far parte di una coppia, senza deviazioni verso
altre possibilità. Io invece mi sentivo più affine alle persone che non avevano
trovato l’amore, soprattutto quelle consapevoli di quanto periodi prolungati di
incontri con persone conosciute in rete potessero farti sentire come se fossi
stato espulso da una monocultura ontologica che non sapevano neanche
identificare o descrivere bene; persone che non portavano qualcuno a casa per
le vacanze da anni, che andavano ai matrimoni da sole, che sapevano di
appartenere a un gruppo demografico astorico i cui numeri stavano
diventando sempre più notevoli ma che era privo di qualsiasi forma di
autocoscienza, e ancor meno di una dichiarazione di intenti sessuali.
Quelle tecnologie, che ci mettevano al confronto con un certo tipo di
libertà, erano destinate a svelare quanto fossero basse le nostre pretese. In
teoria, avrei potuto comportarmi come volevo. Senza violare la legge, potevo
vestirmi da suora e farmi sculacciare da una persona vestita da papa. Potevo

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guardare una starlet del porno fare l’hula-hoop sul mio computer mentre
facevo sesso con una protesi dalla batteria ricaricabile. Potevo contattare uno
sconosciuto su internet, dirgli di trovarci all’ingresso nord del Woolworth
Building, dirgli che mi sarei fatta riconoscere solo se arrivava con tre
palloncini con i disegni di almeno tre classici animati della Disney e poi, se
era in grado di soddisfare i miei desideri, potevamo andare da lui a scopare.
Potevo fare tutte queste cose senza indossare una lettera scarlatta, finire in
prigione o essere lapidata in pubblico.
Non ne feci neanche una. La mia timidezza non era dovuta solo a certe
idee sulla «sicurezza» sessuale (soprattutto perché tante di quelle idee erano
stratagemmi che davano alle donne un’illusione di controllo in un mondo di
violenza imprevedibile). Il motivo per cui evitavo il sesso era dovuto
soprattutto a un’equazione, un rapporto di scambio attorno al quale avevo
sempre organizzato i miei comportamenti. Percepivo il sesso come una levetta
che regolava le condizioni climatiche nella stanza della mia vita, con una
correlazione negativa tra il numero di persone con cui andavo a letto e la vera
possibilità di imbattermi nell’amore. Essere sessualmente cauta significava
che ero alla ricerca di «qualcosa di serio». Fare sesso con più persone, invece,
significava che stavo privilegiando i capricci dell’immediato invece degli
impegni di ordine superiore e trascendenti che si sviluppano in un arco di
tempo più lungo. Pensavo che la promiscuità fosse una cosa per i giovani e
che le relazioni monogame durature fossero più adulte; fare sesso occasionale
con regolarità per un numero interminabile di anni era deprimente. La natura
arbitraria di quelle correlazioni non mi era mai passata per la testa.
Anche se ero sicura che alla fine avrei trovato qualcuno, continuavo a
formulare teorie sul perché ero sola. I libri e le riviste che leggevo fornivano
un’analisi dettagliata e costante del malessere femminile. In tutta l’America,
le donne si chiedevano cosa era successo alla vita adulta che avevano
immaginato da ragazzine, e se il fatto che fosse irraggiungibile era dovuto ai
cambiamenti materiali della società o a delle mancanze personali. La teoria
consolidata secondo la quale le donne potevano essere state sfortunate a non
aver incontrato «l’uomo giusto» non era più soddisfacente. I libri
incoraggiavano le donne single a «sistemarsi» e a sposare il corteggiatore
imperfetto, oppure ad accettare che «la verità è che non gli piaci abbastanza».
La letteratura di settore consigliava di cambiare atteggiamento, di seguire le
«regole» o di temprare l’adorazione perché «gli uomini preferiscono le
stronze». Un altro insieme di idee rassicurava la donna sul fatto che non

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aveva colpe, i suoi problemi erano dovuti a internet: il porno aveva
incoraggiato una sessualità aggressiva e senza amore oppure aveva
prosciugato gli uomini dall’impeto sessuale; il mercato libero degli incontri su
internet trasformava gli esseri umani in prodotti e li inondava di consigli per
gli acquisti. I giornalisti che si spacciavano per sociologi spiegavano alla
donna che viveva in un’epoca sfortunata, in cui la confusione sociale era
dovuta a ruoli di genere confusi e postfemministi. Quegli articoli potevano
essere utili. Fotografavano la situazione. Ma non trovavano mai una via di
uscita.
Al contrario, quelle teorie schiacciavano la vita della «donna d’oggi» su
un discorso di solitudine e infelicità. Un discorso che iniziava raccontando
che la tecnologia rovinava le cose già alle scuole superiori: le ragazzine si
erano abituate a farsi eiaculare in faccia e alle cerette brasiliane, i pompini
avevano preso il posto dei baci e le ragazze usavano i social per mandare foto
dei propri seni ai compagni di classe nel tentativo di piacere. Quelle ragazzine
sarebbero andate al college dove, dopo aver creduto sulle prime che un
rapporto sessuale con un uomo potesse sfociare in un rapporto monogamo,
sarebbero andate incontro prima al disappunto e poi sarebbero passate al
«cercare di non affezionarsi troppo». Scomparso l’intento di trovare l’amore
mentre andava alla ricerca del sesso, quella ragazzina diventata donna non
avrebbe mai avuto un rapporto sentimentale, ma sarebbe arrivata a New York
o Dallas o Chicago, dove gli uomini non ti offrivano più la cena e il
romanticismo era fatto solo di una sequela di messaggini mandati da ubriachi
alle due del mattino. Gli uomini erano dilettanti svogliati, mentre le donne
erano tonificate dalla palestra, avevano una carriera di successo e vivevano in
maniera frenetica. All’eroina confusa veniva spesso consigliato di astenersi
dal sesso, ma in cambio di cosa non era del tutto chiaro. Man mano che
invecchiava, gli articoli si trasformavano in storie di rimpianto, sul fatto che a
un certo punto la donna era convinta che sposarsi da giovane sarebbe stato
deleterio per la carriera, ma ora si ritrovava a dubitare della sua capacità di
attrazione e della sua fertilità, come se a ogni donna sulla ventina venisse
chiesto di fare una scelta netta tra carriera e famiglia. Giunta alla soglia dei
quaranta la donna, stanca di non riuscire a trovare un uomo interessato a un
legame serio, usava la tecnologia per restare incinta da sola. I figli
equivalevano alla realizzazione di un destino superiore, anche se le donne
sposate con figli sembravano sempre indaffarate e infelici, faticavano sul
lavoro e si disaffezionavano al sesso. Il discorso sulla vita familiare sfociava

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in un binario poco chiaro, fatto di politici che tradivano le mogli di mezza età
contrapposti a coppie felici che si erano assuefatte al giardinaggio, alla
palestra e alle chiacchiere a cena sulle serie tv. I ricercatori lavoravano
tantissimo per scovare una pillola capace di suscitare il desiderio sessuale
nelle donne sposate che amavano i propri mariti ma non andarci a letto.
Le storie diventavano sempre una storia sola, attestando una lunga serie
di minacce moderne all’ideale di «rapporto monogamo fisso», che
includevano qualsiasi espressione della sessualità femminile al di fuori di
esso. L’unico modo in cui una donna poteva evitare di sabotare quella
versione dell’amore era rinunciare al sesso, senza mai assecondare il desiderio
maschile, e senza mai esprimere un palese interesse sessuale tramite i nuovi
canali espressivi delle foto e dei messaggi. I detrattori deploravano il fatto
che, se qualcuno avesse tratteggiato un mondo immaginario basato sulle
fantasie del giovane maschio, le sue regole e la sua etica sarebbero state
identiche a quelle di un campus universitario contemporaneo. A quanto pare,
quello che gli uomini volevano dal sesso era il sesso; quello che le donne
dicevano di volere non era affatto il sesso, ma una relazione in cui si faceva
sesso, una struttura in cui il sesso accadeva. L’unanimità su quello che i
giovani maschi dicevano di volere dal sesso (tanto sesso, magari con persone
diverse) non aveva un corrispettivo femminile. «Che tipo di sesso ti piace
fare?» era una domanda che le app di incontri in rete non facevano.
Se una donna era convinta che le proprie scelte sessuali potessero
sabotare le sue possibilità di essere felice in futuro, avrebbe trovato difficile
confessare con schiettezza i propri desideri, o persino descrivere con un
linguaggio esplicito come voleva fare sesso. E poi qualsiasi espressione
sessuale da parte della donna sollevava il dubbio di una falsa coscienza: si
diceva che le donne «venivano reificate», «si degradavano» o «si
sottomettevano ciecamente alle pressioni del contemporaneo». Le donne
venivano accusate di soccombere alla «pornografizzazione della società» e di
modificare il proprio corpo per soddisfare gli uomini. Una donna che
assecondava gli impulsi tipici di una persona giovane e avventurosa non lo
faceva perché lo voleva, ma perché stava «adottando il comportamento del
ragazzo più opportunista in circolazione, mascherando il suo bisogno
disperato da libertà».
Una volta sposata, una donna che diventava scambista lo faceva per
accontentare i desideri del partner libertino, più che per la sua volontà. Una
donna non poteva neanche fare un pompino senza sentire una vocina che le

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diceva «ti stai facendo usare».
Mi accorsi di quanto venisse dato per scontato, o qualche volta persino
esplicitato nei libri sul determinismo biologico come The Female Brain di
Louann Brinzedine, che un rapporto monogamo rendesse più felici le donne:
era quella la dimensione in cui godevano di più del sesso; un rapporto serio
garantiva sia libertà sia sicurezza. Quella linea di pensiero mi intrappolava in
un ruolo di genere che mi dava fastidio. Se qualsiasi libera espressione della
propria sessualità da parte di una donna doveva essere messa in discussione,
allora tanto valeva dire che gli uomini sono gli unici agenti razionali nel
discorso sessuale. Alla donna qualche volta veniva concesso il ruolo eroico di
seduttrice, ma succedeva di rado. Se una donna andava alla ricerca di
esperienze esclusivamente sessuali, veniva percepita come una che si era
arresa ai desideri del soggetto dominante. Se il sesso che faceva senza
impegno la rendeva infelice, non era perché il sesso non era stato granché, ma
perché confermava che le sue illusioni erano destinate a fallire. Il desiderio
sessuale maschile era la costante schiacciante, l’imperativo chimico, mentre il
desiderio femminile era una forma di resa o di potere addomesticato, la cui
vera conquista non stava tanto nell’atto di seduzione in quanto tale quanto
nell’aver sottratto l’interesse del maschio alla concorrenza affollata per
concentrarlo solo su di sé. Che modo stupido di vivere, quello in cui non ci si
poteva mai fidare della forza del desiderio e basta. Il sesso occasionale,
disponibile in abbondanza per ciascuna donna interessata a farlo e a
dichiararlo, veniva sempre al secondo posto rispetto a quella sostanza
preziosa e rara che è una storia d’amore. Poche persone mettevano in
discussione il merito o la desiderabilità di un simile epilogo. Neanche io lo
facevo.
Era la naturalezza immediata del rapporto impegnato, la sua presunta
inevitabilità, il non plus ultra del comfort e del rispetto che garantiva, a
ridurre le donne che conoscevo in uno stato maniacale: molte di noi sentivano
di avere diritto a quel tipo di rapporto come destino, ma allo stesso tempo
eravamo impossibilitate a ottenerlo, per colpa della tecnologia, della nostra
conformazione morale o per l’assenza di ruoli di genere ben definiti. A
differenza di quanto accadeva con gli studi o il lavoro, la quantità di sforzo e
di analisi che dedicavamo all’argomento non offriva degli esiti proporzionati,
dato che il risultato dipendeva dal comportamento e dalla complicità di
un’altra persona.
Per una donna «è angoscioso accettare l’impegno della propria vita»,2

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scriveva Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, pubblicato per la prima
volta nel 1949. Sono passati decenni, e vale ancora: abbandonare l’idea stessa
di una storia significa indossare un mantello di autosufficienza straordinaria.
Rinunciare all’ideale di una relazione, dichiararsi invece autonoma, trattare il
desiderio sessuale come una forza che dà significato alla vita invece di essere
un mezzo per un fine strutturale, va contro ciò che gran parte delle religioni e
quasi tutto i lieto fine del cinema ci hanno sempre detto in quanto donne, e
cioè che quella relazione ci garantirà una gioia immensa.
Anche se respingevo quei libri e quegli articoli che erano in grado di
anticipare una serie di conseguenze precise a partire dalla semplice decisione
di fare o sesso o meno, ormai ne ero stata infettata. L’esperienza mi diceva
che non avrei avuto maggiori probabilità di incontrare l’amore della mia vita
se mi fossi rifiutata di fare sesso, ma leggevo articoli che parlavano di una
«scelta» tra il sesso occasionale e le relazioni serie. Scoprii che esisteva una
teoria «economica» del sesso, per cui se le donne rendono il sesso disponibile
più in fretta (non conta che lo vogliano) il suo «prezzo» cala, e gli uomini si
«impegnano di meno» per ottenerlo. «Lotta contro di lui per difendere la
propria autonomia, e combatte col resto del mondo per difendere la
“posizione” che la destina alla sottomissione», scrisse Simone De Beauvoir.
«È un doppio gioco difficile da giocare, ciò che spiega in parte lo stato di
inquietudine e di nevrosi in cui molte donne vivono».3

Avevo un’amica che a vent’anni, quando viveva ancora a New York, andava
alla ricerca di sesso occasionale in maniera deliberata. In città, la sua strategia
non era mai stata problematica: quando i suoi amici se ne andavano dal bar,
lei rimaneva. Quando anni dopo si trasferì in una città più piccola, i bar
chiudevano prima. Un sistema di trasporti basato sulla macchina significava
che le persone bevevano di meno. E così ricorse a internet.
Anche se un sacco di uomini si mostravano disposti al sesso occasionale
su OkCupid, troppi incontri finivano male: alla fine era un sito orientato alle
relazioni, ma lei non voleva parlare di sentimenti, voleva solo avere dei
rapporti sessuali intensi e soddisfacenti. Iniziò a usare la sezione annunci
intitolata «Incontri casuali» su Craigslist. Si collegava la sera e rispondeva
agli annunci più interessanti. Aveva un sistema: prima bisognava scambiarsi
le foto. Poi parlare al telefono. È una persona lesta e decisa, e questi tratti le
davano un vantaggio quando si trattava di fare sesso occasionale. Durante
ogni telefonata, stilava una lista di regole. Si faceva dare il vero nome

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dell’interlocutore. Diceva che tutto quello che avrebbero fatto sarebbe stato
consensuale e che se lei diceva «no» o voleva fermarsi, allora dovevano
fermarsi. Avrebbero usato un preservativo. Se l’uomo le piaceva e accettava
le sue condizioni, allora lei sarebbe andata a casa sua. Si incontravano fuori e
poi andavano a casa per fare sesso. La mia amica era al corrente di tutti i
rischi.
A volte quegli incontri erano deprimenti, ma persino i rapporti peggiori
le lasciavano qualcosa da raccontare. Quando andavano bene, potevano essere
delle esperienze sessuali molto potenti. Alcuni uomini che usavano Craigslist
per fare sesso occasionale erano davvero bravi a letto. Stando alla mia amica,
c’erano persone per le quali il sesso era un fine in sé, persone con tanta
esperienza che provavano un’attrazione ardente e un interesse acuto per il
corpo e i suoi piaceri.
Quando ne avevamo parlato, lei ormai aveva trent’anni ed era più
interessata a un rapporto monogamo. Le avevo chiesto cosa le fosse rimasto
di quelle esperienze sessuali tramite internet. La cosa più importante, mi
aveva detto, era stata scoprire che quando manifestava apertamente il suo
desiderio di sesso senza impegno a uomini che erano altrettanto interessati,
quelli rispondevano quasi sempre di sì. Erano entusiasti dalla sua
disponibilità, e ammettevano di desiderarla molto. Questo non significava,
come forse era stata propensa a credere un tempo, che lei fosse «una ragazza
facile» solo perché era disposta a farlo subito (o come aveva detto un altro
amico: «certo che è sesso facile, è gratis!»). La mia amica aveva capito che,
anche se non avesse mai trovato l’amore definitivo, avrebbe sempre trovato
qualcuno che voleva fare sesso. Questo la faceva sentire bene con se stessa e
il suo corpo, l’aveva resa più sicura di sé e alimentato la consapevolezza del
suo agire. Rispetto al passato, era diventata più capace di sperimentare e a
mettere alla prova i confini dei rapporti tradizionali con l’altro sesso, rapporti
in cui di solito prevaleva l’idea che il sesso andasse ipotecato o negato finché
non ci fosse stato un indizio di impegno emotivo. Quando una donna voleva
fare sesso occasionale ma non voleva un fidanzato, spesso i vecchi ruoli di
genere si ribaltavano. Era lei quella che sceglieva; era lei quella a cui gli
uomini si affannavano a rispondere. Per la mia amica quelle lezioni
superavano gli effetti negativi: gli incontri deprimenti che erano davvero
deprimenti, il fatto che i suoi partner in futuro avrebbero dovuto confrontarsi
con il suo passato sessuale ingombrante, i rischi. Ma «adesso sono davvero
brava a letto», mi aveva detto con un’espressione felice. Presumo volesse dire

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che non pensava più che il sesso fantastico fosse un incidente chimico, raro
quanto innamorarsi.
Non mi sono mai sentita abbastanza sicura da andare alla ricerca di sesso
in rete. Nelle pozze della mia solitudine, tuttavia, gli incontri su internet mi
hanno fornito tante opportunità per andare in un bar e bere qualcosa con uno
sconosciuto quelle sere in cui altrimenti sarei rimasta a casa triste e sola. Ho
incontrato ogni tipo di persona: un tecnico radiologo, un imprenditore delle
tecnologie ecosostenibili, un programmatore con il quale ho condiviso un
affetto casto per diverse settimane. Eravamo entrambi timidi e i miei
sentimenti erano piuttosto tiepidi (lo erano anche i suoi) ma eravamo andati al
mare, mi aveva spiegato come si va in cerca di funghi, ordinava i suoi burrito
vegetariani in spagnolo ed eravamo infastiditi quasi dalle stesse cose.
Gli incontri su internet si erano evoluti fino a offrirci il mondo che
avevamo attorno, le persone nelle immediate vicinanze, per soddisfare i
desideri di un specifico istante. Ma non erano mai capaci di fornire un
orientamento su cosa fare con una tale disponibilità di scelte. Mentre le
persone sole potevano nutrire uno scopo recondito, dal desiderio di un breve
rapporto sessuale all’anelito per il vero amore, la tecnologia in sé non
prometteva nulla. Poteva portare le persone da noi, ma non diceva niente su
cosa dovevamo farci.

1. Il nome dell’app rimanda al concetto di grinding, macinare: stando ai fondatori,


descriveva bene l’obiettivo di unire e mescolare le persone come fa una macchina
macinacaffè. [n.d.t.]
2. Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 2012, traduzione di Roberto
Cantini e Mario Andreose, p. 625. [n.d.t.]
3. Ivi, p. 463.

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3

MEDITAZIONE ORGASMICA

L’organizzazione OneTaste era molto attenta alla propria immagine, dato che
la sua missione di «portare l’orgasmo femminile nel mondo» a volte poteva
essere mal interpretata. Una volta a settimana, perciò, OneTaste faceva un
open house, dove membri curiosi del pubblico potevano incontrare le persone
esperte nella cosiddetta meditazione orgasmica, detta anche OM (orgasmic
meditation), in un ambiente disinvolto e amichevole, senza che ci fossero
orgasmi o meditazioni in corso. Pubblicizzati come una serie di «eventi pieni
di persone affascinanti che parlano in maniera disinvolta, sincera e giocosa di
argomenti che spesso pensiamo siano solo nella nostra testa», gli incontri si
tenevano ogni mercoledì sera nel quartier generale della OneTaste in Moss
Street, un vicolo isolato nel quartiere South of Market di San Francisco.
L’edificio era un vecchio deposito tozzo di due piani, con i muri dipinti di un
grigio ordinario e la facciata piena di finestre di vetro smerigliato. Una tenda
di velluto riparava la porta d’ingresso dalla vista sulla strada, e gli ingressi
erano presidiati dai membri raggianti dell’organizzazione, che accoglievano i
nuovi arrivati con la spavalderia e l’occhio inquisitore tipico di tutti i cercatori
di proseliti.
Ci andai una sera, diedi il mio nome a una di quelle persone entusiaste
chine sulle cartellette, e mi incamminai dall’atrio verso la sala interna della
OneTaste, uno spazio pulito e illuminato da un lucernario, con il pavimento di
cemento industriale e le travi di legno a vista. In un angolo c’era un tavolo
con tè e caffè. Dagli altoparlanti si sentiva musica soffusa. C’erano due file di
sedie disposte a semicerchio davanti a un’altra fila di sedie rivestite di tessuto
e rivolte verso l’interno. Erano occupate da una ventina di persone, un gruppo
multietnico dall’aspetto sano tra i trenta e i quarant’anni.
Scelsi un posto all’estremità della fila posteriore e salutai la donna

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accanto a me. Si chiamava Melissa. Veniva da Kansas City ma di recente
aveva vissuto a New York. Si era trasferita da poco a San Francisco. Lavorava
nelle pubbliche relazioni. Era bianca, aveva lunghi capelli castani ed era un
po’ in carne; indossava un vestito fatto a maglia. Con quell’aspetto e quel
vestito, si sarebbe adattata a una decina di scenari diversi: non avrebbe
sfigurato in una chiesa a Kansas City, in un bar di Midtown a Manhattan, in
un Whole Foods di Austin o su una veranda ad Atlanta, così come non era
fuori posto a un incontro sulla meditazione orgasmica a San Francisco.
Confrontammo New York e San Francisco, concordando che i ritmi più lenti
della seconda e la sua dimensione più piccola avevano i loro vantaggi.
Parlammo di quanto fossero cari i taxi. Esaurimmo gli argomenti di cui
parlare. Melissa era già stata a OneTaste. «Sono tutti molto carini qui», disse
alla fine, e aveva ragione.
Davanti a lei, un tipo smilzo con la pelle color nocciola e gli occhiali si
voltò per fissarci. Lui e il tipo accanto dissero qualcosa a Melissa. «Non
volete che le donne siano sedute l’una accanto all’altra?», domandò prima di
alzarsi e fare a cambio di posto con l’uomo, che si mise vicino a me
continuando a fissarmi in maniera amichevole e interessata; si capiva che
aveva già esperienza in quel contesto. Si presentò come Marcus e mi strinse la
mano. Nel frattempo avevano abbassato la musica degli altoparlanti. Un
uomo e una donna si erano seduti sugli sgabelli davanti al semicerchio, e la
sala aveva smesso di rumoreggiare.
L’uomo e la donna non parlarono subito. Si misero a osservare pensosi la
stanza, con un approccio saggio e tranquillo. Erano entrambi decisamente
attraenti ed erano il tipico esempio di californiani del nord: biondi, sani e
puliti. Erano vestiti casual. Lui aveva poco meno di trent’anni: capelli di un
biondo rossiccio, lineamenti simmetrici, rasato di fresco, maniche della
maglietta rimboccate sopra i bicipiti. Aveva la neutralità umana di un negozio
della Apple o dell’IKEA; se fosse stato un mobile sarebbe stato una costruzione
in legno chiaro, robusta ma elegante. Tutti e due indossavano dei jeans, lui
con una maglietta sbadita, lei con una camicia di cotone sottile a scacchi e i
bottoni perlati; dallo scollo aperto si vedevano le punte dei tatuaggi che le
incorniciavano il petto. Aveva le unghie smaltate di un rosso vivido e i capelli
ondulati biondi, leggermente arruffati. Me la immaginavo appoggiata a un
furgoncino vintage in mezzo a un campo di grano al tramonto, forse in una
pubblicità.
Lui si chiamava Eli, lei Alisha. Lui faceva OM da tre anni e mezzo; lei lo

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praticava da più di sei anni. Dopo avercelo detto, descrissero l’incontro a cui
stavamo partecipando come un modo per familiarizzare con quella pratica.
Avremmo iniziato facendo tre giochi per conoscerci l’un l’altro e poi
avrebbero spiegato la pratica della meditazione orgasmica a quelli che non la
conoscevano.
Il primo gioco si chiamava «Una mente sola». Per giocarlo, dovevamo
rispondere a delle domande secche con risposte altrettanto rapide in sequenza,
fino a completare il cerchio. Come prima cosa dovevamo dire i nostri nomi.
La domanda successiva fu «Perché siete venuti qui?» Io fui una delle diverse
persone che rispose «curiosità». Già a quel punto, c’era chi aveva voglia di
dare un connotato sessuale alle proprie risposte, anche se Eli e Alisha
dovevano ancora chiarire se OneTaste avesse a che fare con il sesso di per sé.
La terza domanda confermava che l’obiettivo di tutto quello sforzo era
proprio incoraggiarci a parlare di sesso in maniera esplicita.
La terza domanda fu «Cosa trovi davvero provocante?»
Le risposte variavano da «essere legati al letto» a «stare nudi in una
foresta sul Lago Tahoe» a «fare un pompino per quindici minuti di fila». Una
donna disse «Non riesco a capirlo, quindi sono qui per saperne di più».
Qualcuno se ne uscì con la visione silvestre di un cerbiatto esposto a un
raggio di sole in una valle piena di alberi. Un uomo sulla cinquantina con la
tonsura simile a quella dei monaci disse solo «Sono disponibile». Qualcun
altro dichiarò «leccare la fica». Un altro, rivolto ad Alisha: «Tu, quando sei
tutta sottosopra». La familiarità e il piacere con cui tante persone nella stanza
partecipavano a quei giochi indicava che si conoscevano già. Mentre
parlavano, avevano la tendenza a enfatizzare il proprio agio e la serenità
nell’affrontare l’argomento del sesso per stimolare gli altri ad avere lo stesso
approccio.
Passammo al secondo gioco, chiamato «La sedia che scotta». Un
volontario doveva sedersi sullo sgabello di fronte al resto dei partecipanti, la
sedia che scotta appunto, e rispondere alle domande del pubblico. Le
domande dovevano essere «più interessate che interessanti», orientate a
manifestare curiosità verso chi le riceveva e non solo a sollevare un
argomento provocatorio. Se la risposta appagava la persona che aveva rivolto
la domanda ancora prima che la persona sulla sedia finisse di parlare, questa
poteva tagliare corto dicendo «grazie»; non erano previste altre forme di
replica.
«Chi vuole salire sulla sedia che scotta?», chiese Eli. Si sollevarono

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almeno una decina di mani, inclusa quella di Melissa da Kansas City. I
moderatori scelsero una donna minuta dai capelli scuri di nome Rebecca;
pareva fossero amici. «Rebecca, sei raggiante», disse Eli. E lo era davvero. La
donna prese posto in attesa della prima domanda.
«Rebecca, perché sei così raggiante?», chiese finalmente qualcuno.
«Perché stasera ho trovato il mio orgasmo».
«Grazie».
Rebecca fece un cenno a chi aveva una domanda già pronta.
«Dove lo hai sentito?»
«In tutto il corpo».
«Grazie».
Fu il turno di un’altra donna. «Pensi che gli uomini che vogliono uscire
con te si sentano intimiditi?», domandò uno. «Non lo so», rispose lei. Dopo
una serie di domande, venne fuori che in realtà la persona sulla sedia era
innamorata di una donna, così più tardi qualcuno chiese, «Come ti sei sentita
quando ti hanno fatto una domanda sugli uomini?»
Un uomo allampanato con dei pantaloni alla turca, gli occhi azzurri e un
vago accento nordeuropeo, prese posto sullo sgabello.
«Sei tedesco?»
«No».
«Grazie».
«Come hai saputo di OneTaste?»
«Qualcuno me ne ha parlato a una festa».
«Grazie».
Disse che era felice di essere venuto perché aveva sempre voluto parlare
di quelle cose.
«Quali cose?»
«Cose legate al sesso».
«Grazie».
«Cosa speri che accada?»
«Spero di conoscere delle persone e magari di fare sesso con qualcuno».
«Grazie».
Una donna di nome Lisa prese posto sulla sedia che scotta. Indicò un
uomo che aveva sollevato la mano.
«Jose», disse chiamandolo per nome.
«Cosa ti frustra?», domandò lui.
«Jose», rispose lei

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«Grazie», ribatté Jose.
«Perché Jose ti frustra?», chiese qualcun altro.
«Perché voglio scoparmelo».
Tutti si misero a ridere.
«Grazie».
Alla fine i moderatori chiamarono Melissa. Sembrava contenta, ma una
volta sulla sedia che scotta si mise a piangere.
«Perché piangi?», chiese qualcuno
«Non lo so», rispose lei.
«Grazie».
Non stava piangendo per la disperazione, o almeno non sembrava così.
Piuttosto, piangeva come qualcuno che era stato infelice a lungo e aveva
trovato conforto all’improvviso, e riusciva a malapena a concepire i tempi bui
di prima.
Passammo al terzo e ultimo gioco: «Intimità». Alisha spiegò che era
stato «Intimità» a farle capire, quando si era imbattuta in OneTaste, che
finalmente aveva trovato un posto in cui sentirsi a casa. Le regole del gioco
prevedevano che parlassimo in modo franco di «quello che ti eccita»:
andammo avanti seguendo il cerchio; ognuno poteva dichiarare qualcosa a
una persona specifica o a tutto il gruppo. Un uomo di nome Rajiv disse a Lisa
che era attratto da lei. Quando fu il suo turno, lei si rivolse a Rajiv dicendo
«Parliamone». Una ragazza disse al tipo che non era tedesco che «l’aveva
eccitata». Un altro uomo si rivolse a tutte le donne del gruppo, confessando il
proprio sollievo nel sentirle parlare dei loro desideri. A qualcuno piacevano
gli occhiali di un’altra persona. Un tizio dall’altra parte della stanza disse a
una donna seduta sul pavimento con i ricci biondi: «Non sei il mio tipo, ma
mi ecciti un sacco». Un’altra dichiarazione: «Quando ti ho visto baciare
un’altra persona in cucina prima ci sono rimasto male». Ciascuna di quelle
frasi poteva essere seguita solo da un semplice «grazie».
Molti si rivolsero a Melissa, le cui lacrime erano sembrate un invito a
parlare per le persone più timide del gruppo. Quando fu il mio turno, dissi a
Melissa che il contrasto tra la nostra chiacchierata futile di prima e le sue
lacrime mi aveva fatto pensare a quante cose si nascondono dietro una
conversazione ordinaria. Anche un uomo basso vestito tutto di bianco seduto
sul pavimento ricevette molte attenzioni. Era pallido e trasudava malattia e
depressione. Sollecitato, fece un accenno alla fine di una relazione. Diverse
persone si rivolsero a lui durante «Intimità». Qualcuno gli disse che sembrava

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turbato. Un’altra persona disse che era sorpreso di vederlo per la seconda
volta. L’uomo giallognolo vestito di bianco usò il suo turno per condividere
un aneddoto intimo e ringraziare gli amici che lo avevano accompagnato.
Marcus, l’uomo che all’inizio si era messo a fissarmi, si rivolse proprio a me:
disse di avermi osservata per tutto l’evento, mi ero chiusa in me stessa per poi
aprirmi e illuminarmi a tratti. «Grazie», gli risposi infastidita.
Alla fine dei giochi, Alisha ed Eli si lanciarono in una breve descrizione
di cosa è davvero la meditazione orgasmica. La meditazione orgasmica è una
pratica di venti minuti tra una donna e un partner. La parola «pratica» si
riferisce di proposito allo yoga e alla meditazione. Per chi fa OM, implica un
rituale quotidiano costante, in cui si accumulano progressivamente esperienza
e saggezza.
Una coppia inizia una sessione di meditazione orgasmica costruendo un
«nido». Prima si sistema una coperta sul pavimento su cui far sdraiare una
donna e si prendono dei cuscini per sostenerle le gambe e la testa. Poi la
donna si toglie i pantaloni e le mutandine, si sdraia sulla schiena e apre le
gambe. Il partner si siede su un cuscino alla sua destra, restando
completamente vestito. Mette la gamba sinistra sopra di lei e quella destra
sotto il corpo della donna. A quel punto imposta un timer per quindici minuti,
indossa un paio di guanti di lattice e mette del lubrificante su un dito. Guarda
in basso e descrive la vagina alla donna, usando parole poetiche. Le chiede il
permesso di toccarla. Quando lei acconsente, lui infila il pollice destro dentro
l’orifizio vaginale. Con la sinistra inizia ad accarezzare delicatamente il
quadrante in alto a sinistra del clitoride, applicando solo una leggera
pressione. Questo succede per il resto dei minuti a disposizione, a volte senza
parlare, a volte mentre la donna dà delle indicazioni o il suo partner condivide
qualche osservazione o sensazione fisica. Quando il tempo finisce (di solito
segnalato dal trillo standard dell’iPhone) l’uomo mette la mano a coppa sulla
vulva della donna e applica una pressione decisa per «ricollegarla alla terra».
Poi la sessione finisce. La copre con un asciugamano e i due condividono
quella che nel gergo dell’OM si definisce «inquadratura». L’uomo a quel punto
può dire, come ho sentito in un video di orientamento: «Sentivo una
pulsazione luminosa, dorata e leggera che andava dalla punta del mio dito
verso il petto». E la donna può rispondere, come ho sentito dire nello stesso
video: «C’è stato un momento in cui hai rallentato le carezze e ti sei fermato
per un millesimo di secondo; ho avvertito un’esalazione profonda ed elettrica
attraverso la parte superiore del corpo». Alla fine di quelle dichiarazioni, la

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meditazione orgasmica è completa. La donna si rimette i vestiti, il nido viene
messo da parte, e i due vanno avanti con la propria giornata.
Dopo l’incontro tornai nel mio appartamento e guardai altri video di
OneTaste su internet. Mostravano soprattutto coppie. C’era Marcus seduto
con la sua partner, una donna di nome Hadassah. Attraverso dei promo stile
reality show, gli intervistati dicevano cose come «Da quando ho iniziato a fare
OM ho capito quante possibilità c’erano a disposizione» oppure «Fare OM mi
ha aiutato a trovare la mia voce. Non è solo il trucco per un rapporto migliore,
ma anche per una vita migliore» e «Siete seduti su un vulcano ma non lo
sapete» e «L’eccitazione c’è sempre». Nel video Marcus e Hadassah si
rivolgevano uno sguardo pieno di amore.

Tornai in Moss Street il giorno seguente. La fondatrice di OneTaste, Nicole


Daedone, avrebbe tenuto una conferenza quella sera, in quella che Alisha
aveva annunciato come la sua prima apparizione in pubblico dopo mesi.
Daedone era stata impegnata con il suo nuovo libro, sulla «teoria delle
relazioni secondo OneTaste». La conferenza sarebbe stata trasmessa sulla sua
pagina Facebook e sia il pubblico in sala sia quello in rete avrebbero potuto
rivolgerle delle domande.
Mentre camminavo verso la sede di OneTaste attraverso le strade misere
di SOMA, ero consapevole della stanchezza che mi stava assalendo. Ero
interessata al loro progetto ma non volevo parlare con quelle persone un’altra
volta. Richiedevano un entusiasmo e una positività che mi stremava. Vicina
alla sede, vidi l’uomo depresso e malaticcio del giorno prima camminare
insieme a una ragazza. Aveva ancora quella curiosa tenuta di stoffa bianca
drappeggiata, con una gonna pantalone di lino bianco che mostrava le caviglie
rivestite da calze di nylon e i suoi sandali Birkenstock. Una caviglia era
avvolta da una benda elastica marrone, ma forse mi ero fatta suggestionare dal
suo abbigliamento, scambiandolo per una specie di paziente di ospedale
afflitto da una malattia ignota. In realtà aveva solo un calzino marrone spaiato
sul piede sinistro. Rallentai per evitare di superarli ed essere costretta ad
ammettere che la sera prima avevamo occupato lo stesso ambiente e
condiviso «intimità», e quindi avremmo dovuto fare le presentazioni. Nello
sforzo di evitare quell’incontro, presi la svolta sbagliata e feci un percorso
tortuoso, ripercorrendo la strada all’indietro per tornare a OneTaste dopo
essere andata troppo avanti di vari isolati.
Davanti a me c’era una donna con una lunga gonna color senape che

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scrutava i numeri degli edifici su Moss Strett. Aprì la porta di OneTaste e
sparì al suo interno. La seguii, passando attraverso le tende di velluto, diretta
all’entrata che era piena di gente. Quelli con le cartelline in mano ricordavano
il mio nome e mi riaccolsero come se fossi una vecchia amica. Salutai Justine
Dawson, l’addetta alle pubbliche relazioni. Nella stanza in cui eravamo seduti
il giorno prima, le sedie erano state disposte in file. Luci, telecamere e cavi
davano alla sala l’aspetto di uno studio di produzione illuminato a giorno,
enfatizzando l’importanza del momento. La zona riservata alla relatrice era
piuttosto semplice: c’erano due sgabelli e un tavolo con una calla bianca
sopra. Sul tavolo c’erano anche due bottiglie sigillate di acqua Perrier.
Era facile capire chi era Nicole Deadone, non solo per le sue foto in rete,
ma anche perché aveva degli accoliti entusiasti attorno. Ma più che da quello
la riconobbi dal suo carisma, che aveva una componente fisica. Poco più che
quarantenne, alta. Indossava un tubino delicato e bianco dal taglio diagonale
che mostrava il décolleté. Aveva i capelli tinti di un biondo dorato chiaro, e
indossava cerchi d’oro alle orecchie. Era abbronzata, le lunghe gambe nude
erano perfettamente depilate. Indossava un paio di zeppe nere di camoscio e
un anello che era una sorta di mezzo giroscopio di diamanti. L’attenzione del
pubblico in attesa della conferenza era rivolta tutta su di lei; le persone
sorvegliavano cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe detto mentre continuavano a
chiacchierare.
Gli organizzatori spensero la musica. Nicole Daedone arrivò dal
corridoio sulla destra e si sedette di fronte al pubblico su uno degli sgabelli
alti. Dopo una breve introduzione, nella quale venne presentata come
«l’inventrice della pratica della meditazione orgasmica», rimase da sola sul
palco. Iniziò con gli stessi gesti studiati dei moderatori la sera precedente: uno
sguardo calmo e saggio per perlustrare la stanza, finché il pubblico non
percepì il cambiamento e si acquietò. Poi iniziò a parlare in tono pacato e
colloquiale.
Disse che lei insegnava una cosa sola: «Insegno qualcosa sul desiderio e
su come soddisfarlo». Le donne, continuò, erano state abituate a pensare che
gli uomini non volessero la loro felicità. Ma il desiderio non aveva a che fare
con l’appagamento dei propri desideri. Non era un romanzo Harmony, un
pasticcino o un pomeriggio di shopping. Era l’antitesi di tutto ciò, era
«un’amante davvero inflessibile». Il modo migliore che lei aveva scovato per
provare desiderio era un’esperienza che si chiamava meditazione orgasmica,
una cosa per cui non c’era bisogno del «contesto culturale».

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«Quanti di voi sanno cos’è la meditazione orgasmica?», domandò. Molte
persone – nella stanza ce n’erano almeno un centinaio – alzarono la mano. La
Daedone annuì. «A quanto pare siamo arrivati davvero a un punto in cui il
nostro lavoro ha un senso».
Daedone proseguì parlando della sua storia personale, e io colmai le
lacune grazie ai racconti su di lei che mi erano stati fatti nel corso di quelle
settimane. Era cresciuta a Los Gatos in California, figlia di ragazza madre, in
una famiglia di origine siciliana che stando alle sue parole era emotiva e
turbolenta. Aveva fatto sesso la prima volta a sedici anni, era rimasta incinta,
poi aveva abortito. Aveva frequentato la San Francisco State University, e
verso i vent’anni aveva iniziato a collaborare con un conoscente in una
galleria d’arte. In base alle sue descrizioni, all’epoca era una persona rigida e
maniacale, che indossava vestiti neri stretti e filo di perle al collo, che
mangiava sano, faceva yoga e rispondeva a tutti i parametri contemporanei di
forza e successo personale. Aveva avuto dei fidanzati, ma nei suoi primi
vent’anni, l’idea che avrebbe dedicato tutta la sua vita a diffondere il vangelo
della sessualità era piuttosto lontana. Non era capace di condividere la propria
gioia con le altre persone. «Ero una stronza», disse durante l’incontro.
Poi, a ventisette anni, ricevette una telefonata e scoprì che suo padre era
in punto di morte. La Daedone lo cita solo raramente nei suoi incontri, e non
spiega in che modo la sua figura si collocava nella sua tempestosa famiglia
siciliana. Il padre della Daedone è morto in prigione, detenuto per
cinquantadue capi di accusa per molestie sui minori. La Daedone ha
dichiarato di non aver subito abusi da parte sua da bambina, ma di aver
trascorso molti anni della sua vita «nei panni della vittima forte».
Quel giorno raccontò la storia della morte di suo padre in termini mistici:
era salita con l’ascensore dell’ospedale diretta al suo letto di morte e
all’improvviso aveva provato una sensazione particolare, non tanto di
tristezza quanto di estasi. Il tempo si era dilatato; l’aria nell’ascensore aveva
assunto una consistenza liquida. Per un attimo, ogni altro aspetto della sua
vita era stato obnubilato. Quando le porte dell’ascensore si erano riaperte, era
rimasta senza l’illusione di avere uno scopo nella vita. Nei giorni successivi
alla morte di suo padre, la sua determinazione vacillò. Seguì un crollo
nervoso finché qualche anno dopo, in seguito a un’altra epifania mentre
correva nei giardini di Yerba Buena Gardens, sentì una voce chiarissima. La
voce diceva: «Non trascurerai alcuna parte di te stessa».
Sapeva cosa significava. Perdersi, nel posto in cui viveva, era una paura

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piuttosto fondata. Nel nord della California si conducono vite strane, dove un
passo falso intellettuale può trasformarti in un discepolo delirante
dell’agopuntura sugli animali o della guarigione del Sè Ombra. È il quartier
generale americano dei mistici abbronzati che parlano nei microfoni senza fili
e promettono di implementare tutti i modi necessari per «rivelare il
potenziale» di una persona. C’era un esercito di soggetti simili pronti,
attraverso migliaia di video su Youtube, a confermare il dolore di qualcuno e
a offrire soluzioni. Nel citare il proprio scetticismo verso le formule magiche,
la Daedone in realtà si stava rivolgendo al mio scetticismo e a quello delle
altre persone in sala, che avrebbero potuto scambiare il suo discorso per la
solita tiritera da venditori.
Fino alla morte di suo padre, era stata vagamente in contatto con la
spiritualità, ma dopo quell’evento si era buttata a capofitto nelle ideologie
New Age di auto-aiuto, di miglioramento personale e di esplorazione del sé.
Aveva iniziato il suo addestramento in una «scuola esoterica» pan-spirituale,
facendo voto di silenzio per gran parte dell’anno. Aveva approfondito le sue
conoscenze sul Taoismo e lo Zen; più tardi avrebbe definito quella fase come
un tentativo di rifiutare aspetti sgradevoli come la morte, il sesso e il corpo.
Nei suoi discorsi talvolta faceva cenno a mentori misteriosi, comprese le tre
donne che l’attirarono in una congrega e un «guru molto tosto» che
dispensava verità scomode. Disse di aver vissuto in una «acid house» e di
aver fatto altri esperimenti all’interno di una comune. In quel periodo aveva
praticato la meditazione, il vegetarianismo e per due anni e mezzo, anche la
castità. Aveva concluso il suo viaggio di tre anni nell’esoterismo con
l’intenzione di perseguire una vita di monacato nel San Francisco Zen Center.
Prima di quella rinuncia, tuttavia, andò a una festa.
Alla festa incontrò un buddhista, un uomo anziano di circa settant’anni.
Iniziarono a parlare di sesso. Lui la invitò a provare una «pratica». Le spiegò
che doveva stendersi a terra, spogliarsi dalla vita in giù, e che lui le avrebbe
strofinato il clitoride per quindici minuti. «Ti accarezzo io», le aveva detto.
«Tu non devi toccarmi per ricambiare».
Daedone raccontò questa storia a un pubblico concentrato e attento, così
incline a ridere che avrebbe trovato divertente persino il più innocente degli
errori di dizione o la più casta delle barzellette equivoche. Quando lei usava
un colloquialismo o mimava un tiro di canna, tutti scoppiavano a ridere. Il suo
discorso non aveva una struttura teorica facilmente riassumibile; avviava delle
riflessioni ma a volte non le chiudeva, oppure queste si disperdevano dopo

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una parentesi, attraverso delle mancate consequenzialità. Le cronologie erano
fumose. Fece dichiarazioni che avevano riferimenti multiformi, come
«diventare la persona che eri sempre stata destinata a essere» oppure «entrare
in contatto con il tuo insegnante interiore». Eppure, le sviste cronologiche o
logiche non intaccavano il potere esercitato su quella stanza, perché la sua
forza come oratrice si basava sulla natura intensamente personale delle sue
rivelazioni, sulla familiarità dei suoi gesti e sul suo aspetto curato.
L’episodio con l’uomo della festa, disse, le aveva insegnato che
«qualcosa di più era possibile». Aveva stabilito un contatto sessuale con un
individuo senza farci sesso insieme. Non si era chiesta se lui fosse attratto da
lei, se era stato sincero, se avrebbe richiamato il giorno dopo, chi avrebbe
pagato la cena. «L’orgasmo deliberato», così veniva chiamata quella pratica,
non era sesso né masturbazione. Separava l’esperienza sessuale dall’amore e
dal romanticismo in modi in cui il sesso occasionale non era riuscito a fare,
almeno per lei.
«Invece di percepire davvero il sesso, percepivo la relazione», disse la
Daedone, riferendosi alla sua vita prima della meditazione orgasmica.
«Prendevo strade tortuose pur di non trattare i miei genitali come tali».
Con questo, presumo, voleva dire che la pratica basata su quelle carezze
era una tecnica sessuale che permetteva un momento di contatto intimo, ma
allo stesso tempo garantiva una distanza emotiva; era una pratica sessuale che
permetteva di essere vicina a un’altra persona pur restando autonoma. Il suo
partner doveva solo essere consapevole di cosa stava facendo e rispettare i
confini del metodo. Lei non doveva amarlo o farselo neanche piacere. Capivo
il fascino della cosa: se quello strano metodo di comunicazione sessuale fosse
stato disponibile a chiunque, allora un momento di contatto fisico non doveva
essere per forza così raro, ma poteva essere comune come l’amicizia stessa.
Poteva capitare in continuazione, insieme a persone che non corrispondevano
ai propri ideali estetici o caratteriali.
La Daedone ora concentrava i propri studi sull’orgasmo, un termine che
non usava in base alla definizione sul dizionario, ma che per lei rappresentava
un’idea generalizzata di energia sessuale diffusa nel mondo. Nonostante la
libertà sessuale che la circondava, iniziò a sospettare che l’amore e le
relazioni fossero ancora incastrati in un sistema obsoleto di «cavi incrociati».
Per lei era come la differenza tra la mappa e il territorio. Donne e uomini
credevano che certi comportamenti sessuali li avrebbero ricompensati con
determinati risultati: la fedeltà sarebbe stata ripagata da matrimoni lunghi e

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felici, e la sincerità sarebbe stata ricompensata con la sincerità. Quando quelle
concezioni di appropriatezza sessuale non garantivano i risultati voluti, le
persone commettevano uno sbaglio e si convincevano che dipendesse da loro
mancanze, invece di dare la colpa a dei problemi sistemici.
Come molti prima di lei, la Daedone sospettava che il problema non
fosse legato alle persone, ma alla rete di regole e aspettative che governano la
vita adulta. In particolare, la tendenza delle donne a riversare sul desiderio
sessuale così tante aspettative e conseguenze arbitrarie da non potersi
concentrare sull’esperienza sessuale in sé. La meditazione orgasmica
rappresentava uno spazio neutrale in cui era possibile concentrarsi sul proprio
corpo senza l’interferenza di una storia romantica o del condizionamento
comportamentale.
La Daedone non capì tutto questo subito, ma solo dopo anni di ricerca.
Nel 2000, compiuti i trent’anni, incontrò Rob Kandell, che più tardi divenne
direttore operativo alla OneTaste. Kandell aveva intrapreso un viaggio di
esplorazione simile a quello di Nicole nel mondo dell’auto-aiuto californiano,
partecipando ai laboratori del Landmark Forum e studiando i libri della More
University, una comunità intenzionale inaugurata nel 1969 che pubblicava dei
report sui propri «stili di vita sperimentali». Mi disse in maniera vaga che
aveva incontrato la Daedone a un «raduno di persone attente alla sessualità».
All’epoca Kandell era sposato e presto lui, la moglie e Daedone iniziarono ad
andare insieme ai workshop sulla sessualità. Dopo un po’ iniziarono a
discutere di come avrebbero organizzato i loro.
Justine Dawson, l’addetta alle pubbliche relazioni della OneTaste, diceva
che si era trattato della ricerca di «un posto pulito e illuminato bene, dove le
persone possono parlare di queste cose». Dato che le organizzazioni New Age
avevano una matrice evidente nei movimenti del potenziale umano degli anni
Sessanta, quell’aforisma serviva per liquidare alcune paure residue verso il
fanatismo o i fenomeni di culto, verso i grembiuli e le zuppe di lenticchie
affibbiati alle donne come era successo nelle vecchie comuni anni Sessanta
dominate dai maschi. Come mi spiegò Dawson: «C’erano diversi tipi di
insegnanti nelle comuni, ma spesso mancava un tocco di urbanità e apertura;
di pulizia e trasparenza... era facile liquidare quell’esperienza come una cosa
hippie o arretrata». Quando Justine cominciò la sua ricerca, gran parte delle
persone che insegnavano l’orgasmo deliberato erano uomini; invece Nicole
voleva creare qualcosa di incentrato sulla donna, una tecnica trasmessa da
donne ma che non escludeva gli uomini dal processo.

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Nel 2004, Kandell vendette la sua casa nella zona di Outer Richmond e
investì il denaro in una nuova organizzazione rinominata OneTaste Urban
Retreat Center. La Daedone affittò un capannone ristrutturato al numero 1074
di Folsom Street, in cui un gruppo iniziale di dodici persone avrebbe vissuto
in maniera comunitaria. La comunità aprì le porte il 30 luglio 2004, con il
motto «Un posto piacevole per il tuo corpo». La missione dichiarata era
«riportare l’orgasmo nella conversazione mondiale e dentro al proprio corpo».
Nel capannone c’era una zona che si poteva affittare per gli eventi privati, e
un negozio. Si offrivano corsi di yoga e meditazione, workshop, massaggi e
libri sulla sessualità. Un articolo del 2005 sul San Francisco Chronicle
descriveva le lezioni di yoga da nudi della OneTaste come «esperienze
trasformative, non pruriginose».
I residenti facevano degli esperimenti tra di loro (la Daedone di solito
non si dilunga troppo su quella situazione; si limita a definirla una fase di
«ricerca e sviluppo»). Le stanze del capannone non avevano porte. All’apice
delle sue attività, ci vivevano cinquanta persone, cavie volontarie che
coabitavano in una capsula di Petri ai fini della ricerca umana. Si alzavano
ogni mattina presto alle sette e facevano OM. Poi andavano a un incontro di
gruppo chiamato «Resistenze», una tecnica di discussione che la Daedone
aveva imparato da Victor Baranco, il fondatore della More University, in base
alla quale i residenti della comune esprimevano pensieri o sentimenti repressi
rivolti verso l’altro. Poi scrivevano sui diari e praticavano yoga.
La ricerca sessuale dei residenti andava oltre la pratica della meditazione
orgasmica, anche se qualcuno faceva OM due o tre volte al giorno. Una
persona con cui un’altra condivideva il letto veniva definita «compagno di
ricerca» e i compagni di ricerca si invitavano a vicenda nella propria stanza.
Attraverso il sesso e le discussioni sul sesso, quelli della OneTaste cercavano
di portare all’estremo il concetto di gelosia: per esempio attraverso la
consapevolezza che il proprio partner stava andando a letto con una persona
nuova, o costringendo le persone a continuare a comunicare tra di loro anche
durante i peggiori sconvolgimenti emotivi. I residenti analizzavano la
particolarità delle risposte sessuali delle donne che avevano subito esperienze
traumatiche o sofferto di disturbi alimentari. Osservavano il modo in cui
l’esperienza sessuale della donna poteva evolvere con l’età. Discutevano
come un uomo dovesse reagire quando una donna iniziava a piangere durante
un rapporto sessuale, o come un uomo potesse riconoscere la soddisfazione
sessuale della donna se lei non la esprimeva a voce alta. La natura

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comunitaria dell’esperienza era essenziale. Se subentrava qualche difficoltà, il
residente aveva il resto del gruppo a disposizione per discutere il problema.
Se il mondo condannava quel tipo di sessualità, i numeri del gruppo servivano
a corroborare la validità della sperimentazione.
Stando a un ex residente che aveva trascorso tre o quattro mesi nella
comune nel 2008 a poco più di vent’anni, «non si faceva tanto sesso» anche
se «durante il giorno i rumori degli orgasmi facevano l’eco in tutto il
deposito» mentre le persone praticavano meditazione orgasmica tra di loro. In
quanto uomo, non aveva il permesso di essere accarezzato a meno che una
donna non si offrisse di farlo, («Insegniamo agli uomini a non chiederlo e alle
donne a non ricambiare per almeno un anno o sei mesi», mi disse Kandell a
proposito della «pratica per strofinare il maschio» che di fatto esiste ma la cui
specificità è ignota a tutti tranne che ai membri più devoti di OneTaste. L’idea
è eliminare il concetto di sesso come un contratto di servizi reciproci, e di
incoraggiare le donne che valutano i bisogni degli altri prima dei propri a
scoprire come ricevere, piuttosto che dare). L’ex residente riteneva che la sua
esperienza alla OneTaste fosse stata utile e positiva, soprattutto il lavoro fatto
per sradicare i preconcetti di genere sulla sessualità. Sentiva che aveva
davvero imparato a percepire e a interpretare ciò che i praticanti della
meditazione orgasmica definiscono «quello che ti eccita» o le risposte fisiche
del corpo in base alla presenza di un’altra persona. Mi fece un riassunto delle
teorie che prediligono le richieste del corpo o quelle del sistema limbico
rispetto ai ragionamenti della testa, la corteccia. Il lato negativo di vivere in
un posto del genere era l’enfasi posta sul metodo di reclutamento, la pressione
a trasformare OneTaste in un’impresa che fa proseliti.
«Mi infastidiva il modo in cui venivamo motivati ad attirare la gente per
vendere i pacchetti», mi disse. OneTaste guadagnava facendo pagare per i
workshop e i corsi da tutor, e chiunque avesse lasciato il proprio indirizzo o
numero di telefono in cambio della possibilità di guardare un video o di
partecipare a una lezione poteva ricevere una lunga serie di solleciti. Il primo
workshop che aveva seguito aveva avuto molti benefici; il secondo corso era
stato «una cazzata». Secondo lui gli insegnamenti della OneTaste erano
stranamente contrari all’amore o quantomeno ostili all’idea di creare un
legame intimo tra due persone a discapito delle altre; preferivano enfatizzare
una connettività di ordine superiore. La comune non era molto accogliente
verso quelli che si innamoravano. «Io adoro l’intimità», mi disse quel
ragazzo; alla fine aveva deciso che OneTaste non era fatta per lui. Gli ci volle

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un po’ di tempo per ritornare al mondo delle aspettative ordinarie delle
persone, per ricordare come funzionavano l’amore e il sesso senza la struttura
della meditazione orgasmica.

La Daedone emerse da quella «fase di ricerca e sviluppo» continuando a


perfezionare e codificare il sistema e la pratica della meditazione orgasmica,
che a suo avviso garantiva una base stabile dalla quale partire per
sperimentare. Fare OM ogni giorno le dava più sicurezza per rischiare e
misurarsi con situazioni emotivamente più impegnative (quando l’ho
conosciuta stava cercando di praticare un anno di «non-monogamia
estrema»). Alla fine del 2008, OneTaste abbandonò il capannone e spostò i
propri uffici in un vecchio hotel lì vicino dotato solo di stanze singole; l’hotel
aveva il vantaggio di disporre di porte. Il numero di residenti venne ridotto a
dodici. «Il calore della prima comune forse era troppo per il pubblico», mi
disse Kandell a un certo punto.
Quando il New York Times pubblicò un servizio su OneTaste nel 2009,
l’organizzazione aveva adottato un tono di cordiale ambiguità. La scarsa
chiarezza su quello che succedeva alla OneTaste al di là della meditazione
orgasmica pubblicizzata apertamente permetteva all’organizzazione di attirare
sia coppie monogame sia donne convinte di essere delle riluttanti esploratrici
sessuali. La grande speranza della Daedone era che un giorno chiedere un OM
a qualcuno sarebbe stato banale come «invitarlo a prendere una tazza di tè».
Quella sera, davanti al pubblico in sala, descrisse la pratica nei dettagli.
Si sedette su un «nido» di cuscini e una delle sue colleghe fece da volontaria
rimanendo completamente vestita. Nicole fece mettere il soggetto in
posizione, poi le posò una mano sulle gambe. «Sentirò la differenza tra la
sensazione dentro al suo corpo e quella dentro al mio», spiegò. Poi si mise il
lubrificante sulle dita, impostò un timer per quindici minuti, e iniziò a
strofinare. «Allora, se il suo clitoride fosse un orologio (il pubblico la trovò
una battuta divertentissima), dovreste mettervi sulla posizione dell’una. E
dovete accarezzare lì, su e giù, su e giù, su e giù». La lezione si concluse con
un applauso scrosciante.

Per provare la meditazione orgasmica, il primo passo era partecipare a un


workshop di un giorno alla OneTaste in modo da essere «abilitati» per l’OM. Il
workshop costava novantasette dollari. Justine mi disse che ero fortunata,
perché avrei avuto la rara fortuna di assistere a una dimostrazione dal vivo, e

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Nicole sarebbe stata presente al mattino.
Dopo aver firmato una liberatoria in cui, tra le altre cose, ammettevamo
di capire che «fare OM non è una forma di psicoterapia», il workshop iniziò
con lo stesso tipo di giochi dell’altra volta, anche se in quell’occasione la
discussione sarebbe stata guidata da Nicole. Aveva un aspetto sexy e naturale
con un vestito grigio corto che rivelava le gambe lunghe e le braccia scoperte;
indossava degli stivali alti di camoscio marrone rossiccio. Di nuovo, alla
domanda su cosa mi avesse spinta a partecipare al workshop, risposi
«curiosità».
Nicole mi lanciò una sfida. «È quello che dici, ma percepisco un po’ di
irritazione». Era vero, ero irritata. L’uomo alla mia sinistra puzzava di alcol,
aveva la faccia arrossata e gli occhi lucidi, ed ero abbastanza sicura che
qualsiasi cosa ci fosse nel suo bicchiere di carta alle dieci di mattina non fosse
caffè. Rideva spesso e a voce alta, si voltava e mi fissava. Tutto in lui tradiva
un bisogno impellente. Mi sentivo come se fosse venuto lì con una domanda e
avesse deciso che ero io la risposta. Finché restavo consapevole della sua
presenza, la mia ansia mi dava la nausea. La stanza era calda e opprimente e
le cinquanta persone in semicerchio formavano un muro compatto. Non
potevo prendere appunti senza attirare l’attenzione, ma avevo bisogno di
farlo. Potevo confessare ognuna di quelle cose, ma preferii fingere di essere
rilassata e di godermela, quando invece ero ancora più in ansia per essere
stata tirata in ballo da Nicole.
Entrò in modalità conflittuale anche con altre persone, e a volte poteva
essere aspra. Ottenere la sua approvazione o attenzione divenne una parte
della dinamica generale. Un uomo seduto per terra confessò di essere scettico
sui benefici della meditazione orgasmica, e Nicole si stizzì. «Allora perché sei
qui?», gli domandò. «Non sono qui per convincerti». Una specializzanda di
medicina alla Stanford University, una divorziata sotto i trenta con cui avevo
chiacchierato poco prima, disse: «Sono qui perché non ho un orgasmo da
cinque anni». Quando un’altra donna si presentò, Nicole la interruppe con un
tono da cartomante. «Sei di San Diego?» «Sono della Bay Area», rispose la
donna. Nicole la fissò con molta attenzione. Poi si guardò attorno nella stanza.
«Come si chiama quel film con la canzone “It’s Hard Here for a Pimp”, è dura
qua fuori per un pappa?», chiese Nicole. «Il colore della musica», rispose
qualcuno. Nicole annuì e tornò a guardare la donna. «È dura essere una strega
quando tutti attorno a te sono normali», commentò.
Scattò il momento della pausa pranzo. Io mi ritirai in un bar nei paraggi

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seguita, con mia somma costernazione, dall’uomo che era seduto vicino a me;
una volta dentro ordinò una birra. Diverse persone del gruppo ci raggiunsero.
Una di loro, una donna di nome Lauren entusiasta e sulla ventina, stava
cercando di raccogliere fondi per provare a entrare in un programma per tutor
della OneTaste, costava tredicimila dollari.
Il pranzo fu un sollievo rispetto all’atmosfera frenetica della stanza in cui
tutti avevano parlato di sesso. Aspettai finché il mio vicino non si sedette con
la sua birra prima di scegliere un posto dall’altro lato della sala. Quando
tornammo al workshop, eravamo tutti molto più calmi. Alisha e Rob
coordinarono la discussione sugli eventi della mattina. All’improvviso Nicole
si alzò dal suo posto in ultima fila e venne avanti. Si era cambiata, indossava
dei jeans e un maglione drappeggiato color avena dal collo largo. Temeva che
l’energia fosse fluita fuori dalla stanza. Si lamentava perché eravamo tornati
al nostro solito stato di repressione sessuale, quello che ci era comodo. Era
vero. Io mi sentivo molto più rilassata. Nicole disse che era uno sbaglio. «Un
gruppo di persone inizia a sentirsi molto a disagio quando le cose si fanno
eccitanti, ma questa pratica deve essere scomoda». Prima di proseguire, ci
chiese di fare un giro per la stanza in modo da parlare ancora dei nostri
sentimenti. «Lo scopo è che ognuna delle persone qui dentro diventi ciò che
è», annunciò. «L’anima non è collegata solo al cuore, ma anche agli uccelli e
alle fiche».
Continuammo a parlare tra di noi, condividendo i nostri sentimenti.
Nicole ci fermava periodicamente per porre ulteriori domande. Un ragazzo
con la pelle olivastra disse che amava le donne ma si sentiva una persona
diversa quando faceva sesso con loro. Lei lo fermò. «Sei italiano?», gli
chiese. Lo era, rispose lui. Nicole lo guardò pensierosa.
«Le donne amano scopare», gli fece notare. «La cosa che desiderano di
più è divorarti». Io avevo ricominciato a prendere appunti, ma a quella frase
mi fermai. «Che c’è?», domandò Nicole. «Sembri scettica».
Ammisi che pur essendo molto interessata a stare in una stanza in cui il
desiderio veniva espresso in modo così esplicito, mi sentivo accerchiata. Dissi
che forse avrei voluto esercitare un po’ più di controllo quando si trattava di
scegliere una persona con cui flirtare e forse fare sesso, e le avance maschili
non richieste mi rendevano ansiosa. Per quanto «amassi scopare», questo di
solito valeva solo per un uomo su diverse centinaia, e l’interesse sessuale
degli altri mi disturbava.
In risposta a questo, Nicole raccontò un aneddoto su un uomo che le

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lasciava messaggi lascivi sul sito. Ogni giorno il tipo le scriveva quanto
volesse scoparla e tutte le cose perverse che le avrebbe fatto. Lei lo ignorò per
un po’, poi alla fine gli chiese il numero di telefono e gli mandò un messaggio
in cui c’era scritto: «Va bene, facciamolo. Vieni da me».
Niente. Lui non rispose. Si era dimostrata più grande del desiderio di lui.
Invitando quell’uomo invece di respingerlo, si era messa in una posizione di
potere. Le donne, spiegò, tendono a recepire il desiderio sessuale degli altri
con ansia. Quando Nicole entra in una stanza e sente che il desiderio sessuale
di qualcuno è orientato su di lei, lo riconosce dentro di sé invece di fingere di
non accorgersene o fare di tutto per sminuirlo. Cerca di monitorare la reazione
del suo corpo, nello specifico dei suoi genitali, alle altre persone in una
stanza. Ne parla persino nei suoi incontri con il pubblico: «Non c’è un
momento da sveglia in cui la mia attenzione all’ambiente circostante non sia
tarata sui miei genitali. Sono in grado di dirvi in qualsiasi momento – anche
se non me lo chiedete – cosa succede nella mia zona genitale. In questo
istante è leggermente gonfia e un po’ rivolta verso l’esterno, è come se ci
fosse uno strato sottile sopra, quasi di sudore o traspirazione. È molto calda e
sento un ronzio vicino al mio orifizio vaginale. Concentro la mia attenzione lì
in qualsiasi momento, mi aiuta a sentirmi connessa con quello che sta
succedendo. Quando uno riesce a mantenere la concentrazione sul dominio
più intenso del suo corpo, allora nient’altro importa». A quel punto, come
esercizio mentale, Nicole si prefisse di identificare chi nella stanza «volesse
scopare».
Quella frase offese il mio senso del decoro. Non avevo il diritto di stare
nel mondo senza lottare in continuazione con il desiderio maschile? Per tutta
la vita avevo reagito ai tentativi degli sconosciuti di flirtare con me con la
grazia di uno stoccafisso. Mi ero sempre sentita infastidita. Non riuscivo mai
a prenderla con leggerezza o come vedevo che facevano le mie amiche,
quando venivamo interrotte al bar durante una conversazione interessante,
costrette a sopportare la performance patetica di un uomo. Il mio primo
impulso era far presente che volevo essere lasciata in pace. Di tutte le cose
che avevo sentito dire da Nicole Daedone, tuttavia, l’idea di riconoscere la
sessualità in una stanza, di sentirla, nominarla e abitarla, era il germe di una
concetto che continuavo a liquidare ma a cui ero incapace di smettere di
pensare. Entrare in una stanza e concentrarmi sul modo in cui il mio corpo
reagiva alle persone che c’erano dentro era una ricerca sessuale che potevo
condurre in privato, senza rischi. Dopo aver pensato a ciò che Nicole aveva

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detto, distinsi una duplicità che era in corso nell’archivio delle mie stesse
percezioni, dove avevo separato la mia consapevolezza sessuale degli altri dal
chiamare le mie esperienze col loro vero nome, fingendo invece che le mie
risposte fisiche non fossero avvenute affatto. Mi chiedevo quanto quella
facciata di asessualità mi fosse costata in termini di fiducia in me stessa e
risolutezza. Avevo fatto delle scelte basandomi su premesse false? Decisi di
cambiare un po’ la mia prospettiva, quantomeno per concedermi la facoltà di
dire in modo esplicito quando volevo fissare qualcuno, o di lottare contro
l’impulso di distogliere lo sguardo quando qualcuno mi guardava. Cercai di
fare caso alla gamma di sottili impulsi o repulsioni avvertite dal mio corpo,
quelle che non avrei mai nominato o discusso ad alta voce. Cercai di reagire
in maniera diversa e sperimentale ai tentativi di rimorchio o ai fischi per
strada, costringendomi ad attaccare bottone o fare un cenno del capo. Provai a
restare in contatto con il disagio dopo un’avance sessuale, limitandomi a
contemplare quel sentimento per cercare di capirlo, invece di rimandarlo
subito al mittente. Avrei scoperto che avevo investito molte energie nel
sentirmi offesa, o nel chiedermi se dovessi sentirmi offesa. Le altre donne da
OneTaste parlavano di esercizi simili fatti in prima persona. A volte dicevano
di aver trascorso un’intera settimana sedute a gambe aperte in pubblico, per
mettere alla prova la propria convinzione di avere diritto a uno spazio o di
saperlo dominare.
Per Nicole era arrivato il momento di mostrare la pratica della
meditazione orgasmica. Dopo una breve pausa, lo staff tirò su un lettino per i
massaggi coperto dai cuscini. Il direttore delle comunicazioni della OneTaste,
Justine Dawson, si tolse i jeans; lo sguardo che passò tra lei e Nicole era di
fiducia completa e di rassicurazione reciproca. Erano amiche che si
conoscevano molto bene. Sedendosi sul lettino mentre Nicole spiegava il
metodo, Justine sembrava allegra e priva di imbarazzo. Era una donna dai
capelli chiari di poco più di trent’anni, magra e bassina. Quando Nicole finì di
sistemare i cuscini, Justine si sdraiò e aprì le gambe.
«La prima cosa che farò è creare un porto sicuro per lei», ci spiegò
Nicole. Disse a Justine che aveva le mani fredde. Poi descrisse la vulva di
Justine al pubblico. Quello era il punto in cui la Daedone poteva raggiungere
il massimo della poeticità, di solito evocando conchiglie marine e petali di
fiore. Come prassi, OneTaste usava sempre i termini «fica» e «uccello».
Quando chiesi perché, la risposta fu che i genitali femminili non venivano mai
descritti nell’insieme, e quello era un problema. La parola «vagina», di uso

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comune se non altro in ambito medico, si riferisce solo a una parte. Lo stesso
vale per «clitoride», «vulva», «orifizio vaginale», «labbra» e tutto il resto.
Nicole, che aveva studiato semantica in passato, aveva deciso di usare «fica»
per quel motivo. «Do moltissima importanza alla rivendicazione di certi
termini», mi spiegò.
Si mise del lubrificante sulle dita. Spiegò che lei e Justine erano vecchie
amiche che si sottoponevano regolarmente a dei test per le malattie a
trasmissione sessuale. Bisognava sempre usare guanti di lattice. «Non vale la
pena morire per il sesso». Avrebbe toccato il clitoride di Justine con la stessa
pressione con cui ci si strofina le palpebre. Gli uomini e le donne nella stanza
si toccarono le palpebre con i polpastrelli. Poi cominciò la sua performance.
Era come osservare un medium in una seduta spiritica o in una di quelle
riunioni evangeliche guidate dallo spirito. Il viso di Nicole assunse
un’espressione di intensa concentrazione. Aveva il braccio destro appoggiato
sopra la gamba di Justine, e usava quello sinistro per accarezzarla. Justine
iniziò a gemere quasi subito. Mentre la strofinava, la Daedone abbassava la
testa e poi scrollava i capelli rialzando il capo, mordendosi le labbra e
rivolgendo lo sguardo al cielo alla ricerca di nuove combinazioni. Sotto di lei,
Justine tremava e rabbrividiva tra le sue braccia. Il pubblico era silenzioso,
rapito. L’uomo alla mia destra iniziò a inspirare ed espirare come se stesse
meditando. La faccia dell’uomo accanto a me dall’altro lato assunse una
violenta sfumatura rossa. Justine non raggiunse mai il classico orgasmo. Non
ci fu nessun apice seguito da un momento di calma. Con il braccio sinistro
cercava di afferrare l’aria ma era debole. Le gambe vibravano. Durante la
performance, Nicole aveva richiamato diverse donne al tavolo dei massaggi
per posare le mani sulla gamba di Justine e sentire le correnti di sensazioni
che la attraversavano. I vocalizzi di Justine erano sempre alti ma variavano di
tono. Quando suonò il timer, Nicole concluse la pratica con una strofinata
decisa verso il basso. Chiuse le grandi labbra di Justine. Prese un
asciugamano pulito, ci mise una mano sopra e lo strofinò verso il basso. Poi
coprì Justine con l’asciugamano. Justine restava inerte.
In seguito, ci fu una lezione di un medico di Berkeley sui benefici
dell’ossitocina per il corpo della donna che aveva orgasmi frequenti. Poi la
Daedone se ne andò e Alisha e Rob tornarono ai loro compiti. A quel punto
impilammo le sedie e ci mettemmo faccia a faccia disposti su due file, uomini
da un lato e donne dall’altro. Quel gruppo di esercizi implicava una serie
incalzante di domande seguite da effusioni. Dopo ogni esercizio, dovevamo

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fare un passo sulla destra, in modo da essere in contatto con una persona
diversa. All’uomo veniva chiesto di descrivere il viso della donna davanti a
lui e viceversa, con il compito di includere anche le rughe, i brufoli o i difetti
del trucco. Mentre un uomo descriveva i residui visibili del mio trucco, un
brufolo sul mento e altri difetti nel mio aspetto che ero convinta fossero
troppo piccoli per essere visibili, provai un orrore indicibile. Restammo l’uno
di fronte all’altro e ci chiedemmo più volte: «Cosa desideri?», una domanda
alla quale riuscivo a rispondere solo balbettando. Per la prima volta ero
consapevole dello schermo bianco che mi appariva nel cervello quando
prendevo in considerazione una domanda come quella, delle ombre opache
che le si agitavano dietro. Una barra di ricerca vuota e un cursore
lampeggiante per comunicare qualcosa che io – che non consideravo un’idea
davvero tale a meno che non fosse espressa attraverso il linguaggio – non ero
mai riuscita a formulare con le parole. Per me il desiderio era arrendersi a
un’altra persona senza doverle spiegare quello che volevo.
Gli uomini afferrarono i polsi delle donne e li strofinarono delicatamente
con le dita facendo dei movimenti dal basso verso l’alto. Ci accarezzammo le
spalle a vicenda prima di chiederci come ci sentivamo. Alla fine, non presi in
considerazione l’opzione di accoppiarmi con qualcuno del workshop in modo
da provare la meditazione orgasmica per la prima volta. Mi sentivo
fisicamente esausta e prosciugata a livello emotivo. Ogni volta che pensavo
all’uomo più anziano a cui avevo accarezzato le spalle, provavo una profonda
repulsione. C’è una ragione per i confini, mi dicevo. Non ero così sicura che
fosse vero, ma sapevo che mi sentivo molto più sicura all’interno di quei
confini.
Evitai il contatto visivo con le persone alla ricerca di un partner e mi
avviai velocemente verso la fermata della Muni per prendere un autobus e
tornare a casa, comprai del cibo vietnamita da portare via, un gelato col
biscotto, una bottiglia di vino e guardai la puntata della conquista normanna
di History of Britain di Simon Schama, l’ultimo regalo di compleanno
ricevuto dal mio ex fidanzato che a quel punto rispondeva alle mie mail ogni
quattro o sei settimane, ammesso che rispondesse.

Qualche giorno dopo ero seduta in una succursale della San Francisco Public
Library dedicata ad Harvey Milk quando Justine Dawson mi chiamò. Avvertii
una piccola fitta di panico e ignorai la chiamata, poi mi sforzai di uscire fuori
al sole, dove soffiava un vento freddo, per richiamarla. Justine mi chiese cosa

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ne pensavo dell’incontro. Era stato troppo impegnativo per me. Mi suggerì di
nuovo di provare la pratica. Disse che non poteva dirmi con chi fare OM o
organizzare una sessione per me, ma che se mi fossi aggiunta al gruppo
segreto di meditazione orgasmica su Facebook, avrei potuto mandare
messaggi a un paio di uomini interessati. Mi iscrissi al gruppo e ricevetti
presto un messaggio amichevole di Eli, l’uomo che aveva coordinato il primo
incontro a cui ero stata. Mi piaceva il fatto che praticasse la meditazione
orgasmica tutto il tempo, quindi per lui sarebbe stato un atto quasi neutrale.
Gli chiesi di fare OM, lui disse di sì, e ci organizzammo per un giovedì mattina
alla OneTaste. Era un giorno soleggiato e quella mattina andai a correre, poi
mi feci una doccia scrupolosa e mi depilai le gambe. Mi incamminai verso il
47 di Moss Street con calma, senza sentire la musica nelle cuffie. Superai un
uomo che trascinava un bongo e un tamburello, aveva un cartoncino che
diceva «Il Centro per il sesso e la cultura si è trasferito» e una donna mattoide
con i pantaloni calati alle ginocchia che stava eseguendo un balletto
eccentrico.
L’edificio su Moss Street era calmo e silenzioso. Oltrepassai le tende di
velluto pesanti che suddividevano la stanza e separavano lo spazio dedicato
agli eventi dall’atrio. C’erano due affiliati della OneTaste dentro. Quello di
nome Henry mi diede una tazza di vetro piena di tè verde e io mi sedetti sul
divano. Eli entrò con Matthew, un uomo più vecchio che avevo conosciuto la
sera della prima lezione di Nicole. Eli e io salimmo di sopra. Sul pianerottolo
si affacciavano tre stanze rivestite di moquette, erano ammobiliate con sedie e
cuscini. Eli prese l’occorrente da un armadietto: un cuscino per sedersi, un
cuscino più piccolo per sorreggermi la testa, una coperta da yoga di lana, un
materassino da yoga e degli asciugamani su cui farmi sdraiare. «C’è niente
che io possa fare per farti sentire più al sicuro?», mi chiese. Risposi di no. La
sua presenza, soprattutto l’agio e la disinvoltura con cui faceva quelle cose,
erano abbastanza rassicuranti.
La stanza era piccola, con le pareti grigie. C’erano due sedie gialle, tende
bianche e soffitti con le travi a vista. La temperatura era molto calda ed Eli
aprì un po’ la finestra per fare entrare l’aria fresca. Scambiammo un po’ di
convenevoli. Scoprii che aveva ventotto anni e che aveva lasciato il suo
lavoro alla Apple per collaborare con la OneTaste. Mi chiese in che direzione
volevo puntare il viso e a quel punto, forse percependo la mia indecisione,
disse «se no posso scegliere io». Scelsi di avere la faccia rivolta alla finestra e
i piedi verso la porta. Annunciò ogni mossa che stava per fare con approccio

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metodico. Si sarebbe tolto le scarpe. Poi disse: «Ora tocca a te levarti i
pantaloni». Quello era il momento in cui, durante una visita ginecologica o
una ceretta inguinale, chi di dovere si allontanava dalla stanza, ma Eli rimase,
e io mi tolsi i pantaloni. Domandai se dovessi togliermi le calze. «Scegli tu».
Le tolsi. «Le tolgo anche io».
Mi fece mettere seduta e poggiò una mia gamba sul suo braccio. Mi
sentivo molto al sicuro. Riuscivo a sentire la sua gamba contro la mia; il suo
braccio sosteneva il mio braccio. Puntò il timer sul telefono. Fece diversi
respiri profondi e iniziò a massaggiarmi le gambe. La pressione delle sue
mani era piacevole. Indossò i guanti di lattice. «Adesso inizierò ad
accarezzarti».
Prima ancora che iniziasse a strofinarmi, pensai di essere eccitata.
Sentivo la brezza che entrava dalla finestra. Mi vennero in mente le
manifestazioni eclatanti di Justine e mi preoccupai di rivelare qualcosa di me
che non volevo confidare a uno sconosciuto. Una volta che Eli iniziò a
toccarmi, tuttavia, mostrai e provai distacco. Non sentii niente che
somigliasse a un orgasmo, né lo stimolo che potevo ricevere da un vibratore.
Non avevo voglia di fare sesso con l’uomo che mi reggeva le gambe, ma
sentire il suo respiro che si sollevava e riabbassava contro la mia gamba mi
procurò una sensazione di conforto, intensa e piacevole. Non ero rapita
dall’estasi. Era tutto calmo e silenzioso. Mi concentrai sulla respirazione e
sulla pressione del suo corpo. A un certo punto disse in maniera pensosa:
«Sento un profondo rigonfiamento alla base del cazzo». Poi la suoneria del
suo iPhone trillò e la pratica finì. Avremmo dovuto condividere le nostre
«inquadrature», ma faticavo a trovare un concetto da esprimere; qualsiasi cosa
dissi in qualche modo era inventata. Poi mi misi i vestiti e me ne andai. Lo
feci altre due volte, in entrambi i casi con Eli. Non arrivai mai al punto di
volerlo intensamente. Rifiutai altri inviti e annullai diversi appuntamenti che
avevo fissato con delle persone. La terza volta che provai la meditazione
orgasmica fu in una stanza con altre persone che la stavano praticando.
Raggiunsi l’orgasmo, o «andai oltre», come dicevano le persone alla
OneTaste, mentre stavo fissando un barattolo di caffè sul tavolo. Mi sentii
triste dopo, come mi succedeva a volte dopo il sesso. Non era stato così
diverso dal fare sesso, quando certi orgasmi avvenivano perché mi
concentravo e li evocavo. Un orgasmo può essere superficiale. Può essere una
forma di servizio come le altre, concessa a una persona per darle un senso di
soddisfazione. Potevo avere un orgasmo anche durante un rapporto sessuale

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che non mi piaceva.

Per mesi feci finta che ciò che avevo visto alla OneTaste fosse al di là dei
confini della mia realtà quotidiana e troppo distante da me perché potessi
subirne l’influenza. Era facile, perché quello che facevano le persone a
OneTaste era strano. All’epoca, avrei preferito socializzare con qualsiasi altro
gruppo di individui piuttosto che con loro. Non mi piacevano. Preferivo la
compagnia di persone che non insistevano sul contatto visivo cordiale, che
non parlavano dei loro sentimenti alla minima occasione, che bevevano e
fumavano sigarette. Mi sentivo più a mio agio in quelle situazioni in cui
avevo il diritto a essere disadattata, a tenere alcuni emozioni per me, in cui la
prospettiva della mia stessa mortalità mi era familiare e mi dava piacere. Il
loro linguaggio mi faceva rabbrividire. Dicevano di sentirsi «tumefatti» e
usavano la parola «penetrare» per indicare il raggiungimento di un traguardo
personale. Usavano la parola «sesso» come un verbo invece che come un
sostantivo: «Il mio sessare è cambiato», sentii dire una volta da Rob Kandell.
«Quindi il modo in cui faccio OM influenza il modo in cui sesso, e il modo in
cui sesso ha influenzato il mio modo di fare meditazione orgasmica».
Incontravo le persone che avevo conosciuto alla OneTaste per le strade
di Mission, o mi imbattevo in loro al Rainbow Food Co-op, il tempio degli
antiossidanti e degli snack crudi. Una volta uno di loro mi chiese di uscire,
invitandomi in una sala da tè sulla Quattrodicesima che molti di loro
frequentavano. Indossava una collana con le perline e mi fissava negli occhi.
«È un open space», disse a proposito della sala. «Non ha il buio o la
claustrofobia di un bar».
«Mi piacciono i bar», risposi in maniera spocchiosa.
Dopo che me ne andai da San Francisco quell’estate, quelli della
OneTaste continuarono a telefonarmi. Prima si trattava dello sporadico
messaggio di Marcus, Eli o Henry che mi chiedevano se volevo fare OM, ai
quali rispondevo con gioia che non ero più in città. Poi i membri
dell’organizzazione mi chiamavano ogni tanto per invitarmi a una conferenza
o a un seminario.
I mediatori del gruppo segreto riempivano la mia home di Facebook
delle loro epifanie quotidiane. Continuai a leggere quei post, e a volte
guardavo i video promozionali.
«Il momento in cui ti rendi conto che hai fondato la tua vita sul concetto
di “toccati per puro piacere”, aveva scritto qualcuno.

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«Il momento di molto precedente in cui ti rendi conto che non lo hai
fatto. E che potresti», replicava qualcun altro.
«Grazie», scriveva chi aveva scritto il post per primo. «E il momento
decisamente successivo in cui ti rendi conto che non si può tornare indietro. E
che non ci riusciresti».
«È perfetto!», aveva scritto un’altra persona ancora.
Ma se i seguaci della OneTaste o quelli dell’Esalen Institute («pionieri
nella trasformazione radicale del sé e della società») o del Landmark Forum
(«crea un futuro disegnato da te») o dello Zen Center («che tutti gli individui
possano portare a compimento la loro vera natura») o della Lafayette
Morehouse («siete perfetti, il mondo è perfetto, e siete totalmente responsabili
della vostra vita») o del Pathways Institute («esplorare la coscienza umana per
ottenere saggezza, competenza e soddisfazione nella vita personale, spirituale
e professionale») sembravano troppo presi da se stessi, era perché tante
dottrine – il matrimonio, la famiglia nucleare, i tabù sessuali, le diete, il
gender – si erano disintegrate con successo. Appartenere alla classe media
americana del ventunesimo secolo era un privilegio tale che gran parte delle
domande impellenti sulla propria vita erano aperte a una scelta. Con chi farò
sesso quando sarò single? Cosa posso mangiare per cena? Cosa dovrei fare
per guadagnare dei soldi? La tradizione offriva poche risposte a quelle
domande storicamente incongrue. La difficoltà di stabilire le regole in base
alle quali vivere invitava a fare sforzi intensi di autoanalisi.
A quanto pare, una maggiore uguaglianza di genere non aveva
determinato una uguale soddisfazione sessuale, e i luoghi comuni sul sesso
erano nella maggior parte dei casi ancora orientati verso le idee maschili di
orgasmo e desiderio. Le persone si sentivano sessualmente «liberate», stavano
provando più cose e in più direzioni, come forse mai prima nella storia
americana. Anche se c’erano dei residui di repressione sessuale, il problema
spesso non era quello della repressione. Il problema era che le donne decise a
mostrarsi aperte verso il sesso spesso si ritrovavano in una posizione
conflittuale rispetto ai propri sentimenti: quando cercavano di non
affezionarsi troppo a qualcuno, quando facevano finta di godere di qualcosa
che le feriva o infastidiva, o quando definivano cos’era sexy in base alle
immagini in circolazione, piuttosto che in base a quello che volevano. Tramite
OneTaste, alcune persone stavano cercando di raggiungere una forma di
apertura sessuale più stabile e autentica, un’apertura che era la conseguenza di
un desiderio immanente, e non il frutto dell’ansia di appagare qualcuno.

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Il loro metodo era strano, ma almeno credevano che una cosa del genere
fosse possibile.

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4

IL PORNO SU INTERNET

Le prime immagini legali di un atto di penetrazione furono pubblicate dalla


rivista Private nel 1965. E pensare a tutto quello che è cambiato nel
frattempo... Nel secondo decennio del ventunesimo secolo, il porno era inteso
come un film in cui trama, recitazione e intrighi romantici erano stati ridotti ai
requisiti minimi necessari per eccitarsi. Rispetto alla storia del porno, i video
di dieci minuti suddivisi in base a una griglia su alcuni siti e indicizzati per
argomento apparivano come la vetta di una discarica a forma di montagna. I
gabbiani ci volteggiavano sopra e i bulldozer creavano più spazio di sotto,
dissotterrando bicchieri da martini, giacche da smoking, il gioco da computer
interattivo Leather Godesses of Phobos, newsgroup come alt.breast.net. Ieri,
senza inserire i dati della carta di credito, hai guardato tre corpi tonici e
abbronzati intenti a issare e premere una donna contro una palma che
ondeggiava al vento e oggi hai guardato una donna mascolina con le gambe
pelose e un piercing sul capezzolo mentre faceva facefuck a un’altra donna
con un dildo e domani guarderai qualcosa che il tuo computer propone come
«ragazza sexy assetata di sperma pronta a sentire cazzo durissimo che la
sbatte». Oppure non hai guardato niente di tutto questo. La cultura aveva
un’idea astratta, quella di «porno», che per alcune persone significava siti
web, termini di ricerca e reminiscenze somatiche specifici, mentre per altre
era solo una vaga minaccia che lampeggiava al buio.
Il porno causava molta ansia ai miei amici. Per alcuni era una parte
piacevole della routine quotidiana. Altri si sentivano schiavi del fatto di
desiderarlo. Altri ancora si sentivano come se i rapporti sessuali nel mondo
reale venissero ridotti a un’imitazione stucchevole del porno e si auguravano
di poter ritornare in qualche modo a un periodo in cui il porno era meno
onnipresente, o a quando era caratterizzato da persone abbronzate che

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facevano sesso poco avventuroso vicino a una piscina con l’effetto flou. Dato
che erano più uomini che donne a guardare i porno, l’occasionale squilibrio di
informazioni disponibili causava stress a chiunque e a volte era percepito
come uno squilibrio di potere. Il porno rendeva le persone gelose, feriva i
sentimenti, creava il sospetto che il proprio partner non fosse più attratto da
loro o che fosse attratto dalle persone che si vedevano in quei video, attori che
magari avevano i capelli, la pelle o una taglia di reggiseno diversi. Poiché il
porno ama il tabù, poteva essere anche razzista e misogino.
Era allettante pensare che il sesso prima del porno su internet fosse meno
complicato. Noi invece ci trovavamo al cospetto di atti sessuali nel porno che
poche persone concepivano di poter mettere in pratica. Avevamo più
aspettative su che tipo di sesso fare, su quante persone avrebbero dovuto
essere coinvolte e su cosa dire, e su che aspetto dovevano avere i nostri corpi
rispetto a un’epoca in cui c’era un immaginario sessuale più ridotto a
disposizione.
Le persone a cui piaceva il porno descrivevano il desiderio di guardarlo
come qualcosa di simile ad avere voglia di guardare video divertenti con i
gatti che entrano nelle scatole mentre stai compilando la dichiarazione dei
redditi. In alternativa, era come andare in un caffè da soli e mangiare un pezzo
di torta a metà pomeriggio. La soddisfazione temporanea di un bisogno. Le
preparava alla masturbazione, un’attività che serviva per rilassarsi, rimandare
le cose da fare o addormentarsi. Il porno metteva insieme tutta una serie di
possibilità, incluse quelle che non volevamo avere.

Public Disgrace era una serie di pornografia online ispirata a «donne legate,
spogliate e punite in pubblico». Era stata inventata da Princess Donna Dolore,
una regista porno e dominatrice di San Francisco. Princess Donna concepì il
progetto nel 2008, durante il suo quarto anno di lavoro presso un’azienda di
pornografia di nome Kink.com. Oltre a girare i film, Donna recitava, anche se
spesso non nel ruolo di protagonista.
Quando Princess Donna andava alla ricerca dei luoghi adatti per girare
Public Disgrace, si concentrava sulla presenza di finestre piccole (dovevano
essere oscurate) e su spazi altrettanto ridotti (dovevano sembrare affollati).
Per le riprese in esterni di solito spediva la troupe in Europa, dove le leggi
sugli atti osceni in luogo pubblico erano più permissive. Prima di ogni ripresa,
Princess Donna si coordinava con l’attrice principale per stabilire cosa le
piacesse o meno, e creava un elenco delle cose che era disposta ad accettare

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da parte del pubblico presente. Alcune modelle accettavano solo di essere
afferrate in maniera brutale, altre avevano regole precise contro gli schiaffi,
altre acconsentivano a essere penetrate con le dita o di farsi sputare addosso
dal pubblico.
Princess Donna aveva una certa esperienza nel mettere in scena fantasie
complicate come quelle del sesso di gruppo, in pubblico o violento. Quelle
situazioni, stando alle sue parole, potevano essere «un po’ difficili da ricreare
nella vita reale». Il suo ruolo da regista e attrice era scatenare gli eccessi e
contenerli allo stesso tempo. Era anche una manipolatrice molto abile del
corpo umano. Le attrici si fidavano di lei per aiutarle a superare i limiti delle
proprie capacità fisiche.
Un annuncio di lavoro per recitare in Public Disgrace pubblicato su
Kink.com diceva: «sesso tra uomo dom e donna sub; ruoli per dom maschi e
femmine; bondage sicuro, bavagli, cappucci, palpeggiamenti, frustrate e
orgasmi forzati con i vibratori». Per circa quattro o cinque ore di lavoro, gli
attori guadagnavano tra i 1100 e 1300 dollari più i bonus per le scene di sesso
extra con chi dimostrava di essere in ottime condizioni di salute e voleva
comparire in un cammeo.
Un paio di settimane dopo essere arrivata a San Francisco, andai a una
ripresa di Public Disgrace. Le riprese erano aperte al pubblico, che veniva
incoraggiato a partecipare in maniera attiva. La novità è un fattore importante
nel mondo del porno, quindi le persone del pubblico venivano reclutate
tramite internet ma potevano assistere solo a una ripresa all’anno. Dico
persone del pubblico, ma di solito quelli che andavano alle riprese erano attori
a loro volta. Il nostro compito era fare la parte della folla voyeurista e
scalmanata a beneficio del vero pubblico, quello che pagava per guardare
Public Disgrace su internet.
La location delle riprese a cui partecipai, un bar di nome Showdown, si
trovava in una strada laterale infestata da tossici e psicolabili poco più a sud
del Tenderloin, vicino a un negozio di sandwich vietnamiti e a un albergaccio
dal nome Winsor Hotel (PREZZI MODICI, TARIFFE GIORNALIERE-SETTIMANALI).
Quando arrivai, c’erano diverse persone in attesa all’entrata, compresi un
gruppo di ragazzi e una coppia etero sui trent’anni. Firmammo le liberatorie,
mostrammo i documenti e un’assistente alla produzione ci fece una foto
segnaletica reggendoci la patente vicino alla faccia. Poi ci diede due biglietti
per un drink da prendere al bar. «Dipende dal livello di ubriachezza generale,
potremmo darvene anche altri» disse l’assistente.

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L’attrice di quella sera, una biondina minuta il cui nome d’arte era Penny
Pax, era arrivata in aereo da Los Angeles proprio per le riprese di Public
Disgrace. Aveva detto a Donna che uno dei primi porno che aveva guardato
faceva parte della serie Public Disgrace e, dal momento che anche lei era
entrata nel giro, aveva molta voglia di girarne uno. La sua richiesta personale
era che Princess Donna le praticasse un fisting anale.
Il bar era una stanza angusta che evocava la vecchia San Francisco,
quella fatta di immigrati proletari. Lampade di vetro fumé dalla foggia
antiquata pendevano sopra il bancone di legno. Sul muro c’era una
riproduzione a colori di Laura Palmer tratta da Twin Peaks di David Lynch,
vicino a un orologio fermo con un finto nido di uccelli al posto del pendolo.
Una sala sul retro, buia e quadrata, aveva la carta da parati nera con le
illustrazioni alternate di due pappagalli sul trespolo e un vaso di fiori. I tecnici
della Kink avevano fatto delle modifiche all’illuminazione sovrastante.
Princess Donna arrivò con un piccolo entourage, indossando un vestitino
striminzito nero che ne metteva in risalto il seno. Era altra un metro e settanta
e le membra lunghe, e sottili in maniera quasi allarmante, la facevano
sembrare ancora più alta. La sera delle riprese aveva gli occhi castani e grandi
da Bambi truccati con giochi sofisticati di ombretto e avvolti da ciglia finte: la
Kink le comprava in pacchi da centinaia. I lunghi capelli marroni erano
raccolti in una coda alta. Aveva un tatuaggio sulla spalla sinistra con un cuore
tratto da un libro di anatomia e la scritta DADDY in corsivo sull’interno
dell’avambraccio destro. Entrò nella stanza a passo sicuro con appesa al
braccio una borsa di vinile nera da cui spuntava un frustino. Il vestito era
abbinato a degli stivali da cowboy marroni; in quel modo le sue gambe
sembravano lunghe come quelle di un airone. Il livido sul collo grande quanto
un dollaro d’argento che avevo notato durante il mio primo incontro con lei la
settimana precedente era sbiadito.
Donna rimase davanti al bar con l’attore principale, il palindromo
Ramon Nomar, e si mise a ispezionare la stanza. Lui indicò diversi ganci sul
soffitto e un balconcino di metallo simile a quello di Giulietta sopra al
bancone. Donna annuì senza dire una parola. Si ritirarono sul retro. Chiesi
all’assistente di produzione informazioni sull’attrice protagonista. Penny Pax
si stava «rilassando», mi disse.
Presto qualcuno spense la musica (la Kink aveva le sue playlist esenti da
diritti di riproduzione). Il barista si tolse la camicia a quadretti e la cravatta
all’improvviso, rimanendo solo con un gilet addosso. Donna si affacciò per

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fare un annuncio al pubblico, che si stava sbronzando in fretta.
«Forse penserete che stiamo per fare delle cose cattive o umilianti alla
modella, ma non è così», disse Donna. «Ha firmato un accordo». Stando al
contratto, le persone avevano il permesso di pizzicarla, palpeggiarla e
penetrarla con le dita, ma solo se si erano lavate le mani e avevano le unghie
corte e pulite. C’era un tagliaunghie a disposizione se necessario. «Vi
guarderò come un falco per assicurarmi che non facciate niente di brutto alla
sua fica», disse Donna. Continuò: «Avete il permesso di sputarle sul petto ma
non sul viso. Potete sculacciarla forte ma non potete darle percosse violente».
Fece avvicinare la sua assistente di produzione. «Se Kat fosse la modella» –
Kat in quel momento si piegò in maniera servizievole – «questa sarebbe la
distanza ragionevole per sculacciarla». Donna mimò gli schiaffi opportuni.
La modella, continuò a spiegare Donna, non poteva lasciare il set con i
lividi perché doveva fare altre riprese la settimana successiva. Per quel
motivo, a un certo punto, avrebbe dovuto proibire alcune pratiche e garantire
che il corpo di Penny rimanesse senza segni.
Donna concluse il suo discorso con una spiegazione più teorica.
L’obiettivo di Public Disgrace era sembrare spontaneo e che «voi ragazzi non
sappiate quello che sta per succedere». Era proibito fare riprese video;
scattare foto con i telefonini andava bene, ma la cosa più importante era:
«Non fate gli indifferenti. La farò entrare con un cartello che dice SONO UNA
STRONZA CHE NON VALE UN CAZZO. Reagite al messaggio». Ricordò che c’erano
tagliaunghie e limette disponibili per chiunque volesse usarli e che il pubblico
doveva lavarsi le mani in bagno prima di toccare la modella. Poi tornò nella
stanza sul retro.
Qualche minuto dopo Donna ritornò con Penny Pax e Ramon alle
calcagna. Penny era piccolina, superava a malapena il metro e cinquanta,
aveva il seno naturale, la pelle nivea e un taglio a caschetto all’altezza del
mento, i capelli color grano. Aveva gli occhi di un azzurro profondo e in
bocca un lecca-lecca blu al lampone. Era molto carina, non sembrava di
plastica e non aveva l’abbronzatura artificiale. Somigliava a una modella del
catalogo vestiti JCPenney. Indossava una minigonna di jeans, delle scarpe
bianche con il tacco e una canotta dello stesso colore. Donna la guardò, poi
con una mossa disinvolta abbassò le spalline del top di Penny e le ripiegò. La
fece voltare, slacciò il reggiseno bianco e lo buttò di lato. Da un borsone sotto
il tavolo prese e rimise a posto diversi rotoli di corda, valutando il peso e la
lunghezza di ciascuno. Nel frattempo Ramon era rimasto a fissare – l’unica

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parola per descrivere il suo sguardo era adorante – i seni scoperti di Penny,
con le smagliature visibili. Donna li afferrò e creò un cappio dall’aspetto
complicato, sollevando un seno alla volta prima di avvilupparci la corda
attorno. Rimise le spalline di Penny al loro posto, e poi le legò le braccia
dietro la schiena.
«Guarda un po’» disse Donna, ammirando la sua opera e facendo girare
Penny su se stessa. «Sei bellissima». Ramon a quel punto entrò in scena e
fissò Penny con l’atteggiamento tenero e predatore tipico delle copertine dei
romanzi rosa in edizione economica. Fece scorrere la mano sul corpo di
Penny mettendosi alle sue spalle, poi la fece voltare e la esaminò, baciando e
inalando l’odore dei suoi capelli, prima di infilarle la mano sotto la gonna e
iniziare a palpeggiarla, mentre continuava a guardare il suo corpo con
riverenza. Era il suo modo di prepararsi alle riprese. Ramon veniva dalla
Spagna e aveva un accento marcato. Sorrideva di rado. Indossava una
maglietta aderente nera che mostrava dei pettorali notevoli; aveva i pantaloni
e gli anfibi neri. Era alto poco più di un metro e ottanta, abbronzato e scolpito
come un Bruce Willis iberico. Lui e Penny formavano una coppia attraente.
Donna appese un cartello che diceva davvero SONO UNA STRONZA CHE NON VALE
UN CAZZO attorno al collo di Penny, la afferrò brutalmente per i capelli e la
trascinò fuori dalla porta.
A quel punto le telecamere iniziarono a riprendere. Potevamo andare a
prenderci da bere. Il bar era affollato, c’erano quasi solo uomini. Li avrei
divisi in due categorie: quelli che sbavavano in maniera plateale, convinti che
la propria lussuria fosse legittima, e quelli più meditabondi, preoccupati
dall’infrazione di certi tabù nel toccare e insultare una donna in quel modo. A
loro si aggiungeva un gruppetto di donne; alcune erano lì con i loro fidanzati,
altre invece erano venute in coppia. Donna si era tolta le scarpe da cowboy
per indossare degli stivali in vernice con i tacchi alti ed era rientrata dalla
porta d’ingresso in maniera decisa. Penny stava in mezzo a lei e Ramon, lo
sguardo minaccioso posato su quei guardiani più alti di lei.
«Dì a tutti perché sei qui», ordinò Donna, mentre le persone che stavano
al bar simulavano sorpresa. «Perché non valgo un cazzo!», rispose Penny.
Con una specie di mossa da wrestler professionista, Ramon la sollevò per il
collo e la fece sedere sul bancone. Donna e Ramon le infilarono un
tovagliolino da cocktail in bocca e usarono lo scotch per formare un bavaglio,
dandosi i turni per schiaffeggiarla sulla faccia e sul seno. Le strapparono la
canotta bianca immacolata. La corda aveva bloccato la circolazione attorno ai

67
seni di Penny, erano gonfi in maniera dolorosa.
«Chi vuole toccarli?», chiese Donna. «Chi vuole giocare un po’ con
questa stronzetta?» Gli avventori solleciti del bar iniziarono a colpire Penny, a
penetrarla con le dita e a sculacciarla. Dalla borsa da cui spuntava ancora il
minaccioso frustino da equitazione, Donna prese un pungolo che rilasciava
scariche elettriche e iniziò a tormentare Penny con quello. Ramon le tolse il
resto dei vestiti, poi si privò della cintura e iniziò a farla schioccare verso
l’attrice, che presto venne immobilizzata a terra.
«Pensavo fosse il tuo sogno fare un film per questo sito», la provocò
Donna. «Non eri pronta?» Perlustrò la stanza con lo sguardo. «Chi è questa?»,
domandò. «Lo sanno tutti».
«Una stronza che non vale un cazzo!» gridò il pubblico.
«C’è una ragazza carina che vuole prenderla per le tette?» Una donna tra
il pubblico si prestò come volontaria. Ramon si tolse i pantaloni, restando in
equilibrio su un piede mentre li faceva scivolare sopra agli anfibi. Era senza
mutande; il suo pene somigliava al tronco di un albero di palma. Gli avventori
del bar scoppiarono in un applauso.
Ramon sollevò Penny e se la scopò contro il bancone mentre le
comparse continuavano a schiaffeggiarle il seno. Penny era ancora
imbavagliata e aveva uno sguardo stupefatto. Il mascara aveva iniziato a
colarle in due rivoli sulla faccia. Aveva la facoltà di fermare tutto con dei
segnali verbali e non verbali a cui non ricorse mai. All’improvviso Donna
fermò lo show. «Ho un annuncio per voi tutti», disse rimuovendo le corde
ancora legate ai seni di Penny. «Non potete più schiaffeggiare questa tetta»,
spiegò puntando quella destra che aveva dei segni rossi sopra. Le riprese
ricominciarono.
Ramon, che aveva i bicipiti come cannoni, issò Penny per tutta la stanza
e la folla si mise al seguito, spintonando per ottenere una visuale migliore. Era
capace di reggere Penny con un solo braccio e di usare il pungolo elettrico
con l’altro. «Elettrizzami!!», disse un uomo del pubblico. Ramon alzò gli
occhi al cielo ma esaudì la richiesta, senza perdere il ritmo. «Ahia», esclamò
l’uomo che assunse un aspetto indolenzito. Ramon tolse il bavaglio a Penny e
la mise in posizione per farsi fare un pompino, lei mimò dei conati per fare
scena. Donna restava lì vicino, pronta a schiaffeggiare e a usare il pungolo
elettrico, poi assunse un ruolo più attivo. Usando le mani, fece eiaculare
Penny per la delizia del pubblico. Dopo quindici minuti, Donna chiese una
pausa.

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Interrotto nel mezzo delle sue fatiche, Ramon fissò il soffitto con uno
sguardo molto concentrato. Penny era per terra. La sollevò e la fece sedere sul
bancone. Lui e Donna le tolsero i capelli dalla faccia con tenerezza,
strofinando via il sudore e lo sporco del pavimento con delle salviette. Donna,
come un allenatore durante una gara di pugilato, tolse le ciglia finte a Penny,
le diede dell’acqua da bere e la baciò sulla guancia. Durante la pausa, le
persone del pubblico – che erano state molto offensive come da copione –
assunsero un aspetto mite, quasi da agnellini.
«Sei bellissima e ti porterei a pranzo da mia madre!», gridò un uomo che
aveva urlato «stronza che non vale un cazzo» con entusiasmo fino a poco
prima. Ramon chiese da bere. «Cosa vuoi?», domandò il barista. «Una
bevanda gasata», rispose Ramon. «Il ragazzo del porno vuole una bevanda
gasata!», gli fece eco il tizio a voce alta.
Quando ricominciarono le riprese, una donna del pubblico ricoperta di
tatuaggi che indossava una minigonna e una maglietta slabbrata con due mani
scheletriche incrociate sopra, decise di infierire sul corpo di Penny. Le cose
andarono avanti così per più di un’ora. Qualcuno fece cascare delle sedie. I
drink venivano riversati sul pavimento. Il barista si era tolto il gilet ed era
rimasto a petto nudo. La folla era sbronza ed esaltata, anche se non del tutto
priva di inibizioni. «Soffoca quella puttana», gridò l’uomo che aveva urlato
anche prima, per poi dire «Scusa!»
Donna iniziò a placare gli animi. «Ok ragazzi», disse per preparare il
pubblico, «non finisce mica quando le schizza in faccia». La folla scoppiò a
ridere e a battere le mani. A telecamere spente, Ramon e Penny fecero sesso
sul tavolo in posizione da missionario fino a quando lui non fu pronto a
eiaculare. Ramon annuì quando era il momento, poi fece scendere Penny sul
pavimento e si masturbò fino a venirle sul viso. La folla tornò a battere le
mani con entusiasmo.
Gli attori fecero una pausa. Il lavoro di Ramon era finito. Mentre
l’attenzione della folla era concentrata su Penny, lui si tolse la maglia sudata,
la lanciò in un angolo e si incamminò verso un angolo del buio,
completamente nudo tranne per gli anfibi. Come un maratoneta che aveva
appena tagliato il traguardo, si mise a camminare in tondo per smaltire lo
sforzo, roteando le braccia e asciugandosi il sudore dal viso mentre esalava
dei respiri profondi. Nessuno gli prestava attenzione. Alla fine riassunse un
aspetto normale, si asciugò e si rimise i jeans neri. Penny, nel frattempo, si era
messa seduta composta su una sedia e sorseggiava acqua. Era raggiante.

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Raggiunsi Donna al bar. Cosa sarebbe successo dopo?
«Voglio infilarle tutta la mano nel culo», disse Donna. «Non lo ha mai
fatto prima e vuole provare».
Princess Donna fece sedere Penny Pax sul bancone del bar. Aveva un
vibratore Hitachi Magic Wand e una confezione di lubrificante. «Ho bisogno
di tutto lo spazio che ha nei buchi per far entrare la mano», annunciò, e il
pubblico fece un passo indietro, con deferenza. Quando Donna si rimise
all’opera, la folla iniziò a scandire «Squirta, squirta, squirta, squirta!», finché
poi Penny ci riuscì. Guardai il tutto da un angolo, vicina a Ramon che aveva
un asciugamano posato sulle spalle abbronzate e stava bevendo una Pilsner.
Le riprese stavano per finire. Donna e Ramon riportarono Penny verso il
bancone e la agganciarono al balconcino di metallo per i polsi. Vidi Donna in
un angolo che puliva una bottiglia di birra con una salvietta, in maniera
meticolosa. E quella fu l’ultima inquadratura della serata: Penny legata e
appesa alla ringhiera del balconcino per i polsi, mentre un membro del
pubblico la penetrava con una bottiglia di birra. Ramon, a torso nudo e con i
jeans addosso, si toccò il petto con il pungolo elettrico un paio di volte, poi si
sporse in avanti e punse Penny sulla lingua con l’attrezzo. Poi fu tutto finito.
Con un gesto enfatico ed elegante, Ramon sollevò la starlet minuta senza
sforzo e la portò fuori dalla stanza tenendola tra le braccia.
La Kink intervista le sue attrici prima e dopo ogni ripresa. È una tecnica
di decompressione per ricordare allo spettatore, ammesso che la guardi (la
Kink non diffonde dati demografici sui propri spettatori, ma alcuni studi
hanno scoperto che il novantacinque per cento del porno a pagamento viene
visualizzato da uomini), che ciò che ha visto è avvenuto in un contesto
sorvegliato, e conferma che l’attività svolta è stata consensuale e la modella si
è ripresa. Penny apparve per la sua intervista dopopartita indossando degli
occhiali rosa, un accappatoio grigio e un paio di stivaletti della Ugg. Tranne
per il mascara sulla faccia, sembrava una ragazza diretta al bagno dello
studentato. Donna sistemò l’accappatoio a Penny in modo da fare vedere i
seni.
A parte quello, fu un’intervista piuttosto insulsa, proprio come quelle dei
giocatori nel dopopartita.

DONNA: Allora Penny, ti sono piaciute le riprese stasera?


PENNY: È stato fantastico, mi sono divertita molto. È successo di

70
tutto.
INTERRUZIONE DA PARTE DI UN MEMBRO DEL PUBBLICO #1: Voglio
davvero portarti fuori a pranzo!
INTERRUZIONE DA PARTE DI UN MEMBRO DEL PUBBLICO #2: Hai degli
occhi bellissimi!
DONNA: Va bene, state un attimo tranquilli. Dimmi quali sono state
le tue parti preferite.
PENNY: Forse essere maneggiata da tutti senza sapere quante mani
avevo addosso o chi mi stava toccando... E poi, non lo so, sei
riuscita a infilarmi tutto il pugno nel culo?
DONNA: Sì.
PENNY: Be’, è stato grandioso. Non vedo l’ora di vederlo!
DONNA: Sì, è stato fico. Un applauso per il fisting anale!
[Il pubblico applaude.]
E hai anche detto che non hai mai squirtato così prima?
PENNY: Sì, è stato pazzesco. Come ci sei riuscita?
DONNA: Dita magiche. Anni di pratica.
PENNY: Sì, è stato davvero bello.
DONNA: Quali sono state le parti più impegnative?
PENNY: Oh, forse quando mi hai messo il pugno nel sedere? Quello è
stato tosto. Mi sono sentita davvero piena.
DONNA: In una scala da uno a dieci, quanto diresti di essere contenta
dopo le riprese?
PENNY: Undici!
[Applausi. Fischi.]
DONNA: Quindi non sbaglio se dico che torneresti a fare delle riprese per il sito?
PENNY: No.
DONNA: Vuoi farti una doccia?
[Penny Pax annuisce.]
Troviamo una doccia per Penny!
UOMO DAL PUBBLICO: Una pioggia dorata!
DONNA DAL PUBBLICO: Posso venire anch’io?

Dopo quella chiusura, Penny e io ci defilammo su una scala dietro al


bancone. Penny, scoprii in quel momento, aveva ventitré anni. Le chiesi se

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lavorava nel porno da quando aveva diciott’anni. No, mi rispose, magari. Era
entrata nel giro solo da sei mesi. Prima di lavorare nel porno faceva la
bagnina a Fort Lauderdale. Fare la bagnina a Fort Lauderdale era noioso. Era
partita per la San Fernando Valley4 e nel giro di poco tempo era riuscita a
farsi rappresentare da Mark Spiegler, uno degli agenti più famosi del settore.
Come avrei scoperto, era famoso perché rappresentava attori e attrici che non
facevano i finti tonti ed erano disposti a fare sesso anale. Penny non era una
finta tonta. Le chiesi delle riprese. Volevo sapere come si era sentita.
«All’iniziò ero un po’ a disagio, per la roba anale». (Probabilmente si
riferiva al momento all’inizio in cui Ramon era saltato sul bancone, le aveva
riempito la bocca di limone e le aveva penetrato l’ano. «Begli anfibi!», aveva
urlato qualcuno dal pubblico. Penny aveva fatto un cenno per indicare di
rallentare e Donna era saltata nell’inquadratura per cospargerla di
lubrificante.) «Ma il mio corpo si riscalda abbastanza in fretta e poi non sento
dolore». Un po’ incredula, le domandai se c’erano stati momenti di piacere
vero. Mi guardò come se fossi pazza. «Certo, tutto il tempo!» Si scusò per
non sapersi esprimere meglio, era in uno stato di delirio. «La chiamiamo
ubriacatura da cazzo», disse. «Sono un po’ ubriaca di cazzo al momento
perché è stato molto bello». Mi guardò. «Vuoi fare qualcosa del genere anche
tu?» Cercai di immaginare un mondo in cui mi sarei sentita abbastanza
disinibita da fare tutto quello che aveva appena fatto lei. Era impossibile.
Ottenni un passaggio verso Mission da un furgoncino in cui c’erano
Donna, Penny e Ramon. Penny e Ramon dormivano entrambi al castello
moresco, l’edificio di prestigio storico che ospitava la Kink.
Di solito lavoravano nel porno commerciale nella Valley, ma ogni tanto
andavano a San Francisco per qualche lavoretto fetish, era bello. Nelle riprese
che avrebbe fatto per la New Sensations il giorno dopo a Los Angeles, si
lamentò Ramon, non avrebbe potuto neanche tirare i capelli alla protagonista.
«A Los Angeles c’è poco spazio per il bondage o il sesso estremo»,
spiegò Penny. «Ci si limita quasi sempre a tre posizioni. Le chiamiamo “scene
gonzo”.5 È tutto velocissimo. Durante le scene gonzo di solito non riesco ad
avere un orgasmo. Qui alla Kink ti dicono “ti faremo venire”». Mi resi conto
che per un attore o un’attrice fare pornografia estrema era come essere uno
scrittore che scrive per altri scrittori, quando il valore del tuo lavoro era
evidente soprattutto alle persone che lavoravano nello stesso settore e il
rispetto ottenuto da un collega era di grado diverso, più potente, rispetto a

72
quello accreditato dal pubblico commerciale.

Nel corso delle settimane successive, vidi Princess Donna girare e apparire in
altri film. La vidi recitare in un episodio della serie sul roller derby6 intitolato
Fucking Machines, dove brandiva un trapano attaccato a un dildo gigante. La
vidi esercitarsi per il suo nuovo incarico da regista in una serie della Kink
chiamata Ultimate Surrender, un torneo di wrestling donna-contro-donna. Le
attrici si sfidavano a colpi di wrestling durante tre round da otto minuti.
L’obiettivo era che una donna immobilizzasse l’altra e la molestasse il più a
lungo possibile. Durante il quarto round, chi vinceva faceva sesso con chi
perdeva indossando una cintura fallica con un dildo. Era una delle serie più
famose della Kink e a volte veniva girata davanti al pubblico in studio.
Princess Donna dirigeva anche una serie chiamata Bound Gangbangs, e un
giorno allestì un set in cui tutti gli uomini erano vestiti da panda.
Non sapevo con certezza a quale domanda volessi trovare una risposta,
assistendo alla produzione di tutto quel sesso esagerato e fantasioso. Un
tempo la domanda era se essere «a favore» o «contro» il porno, ma
chiederselo aveva perso senso almeno dal 2005, se non prima. Giudicare se il
porno nello spazio pubblico andasse oscurato o vietato non era importante in
un’epoca in cui per guardare un video hard bastava digitare una parolina in
una casella di ricerca mentre si era a casa da soli. In una democrazia sarebbe
stato impossibile invocare la censura di qualsiasi attività sessuale su internet.
Una persona poteva stilare un elenco di volgarità da cui era infastidita, ma nel
corso della storia i tentativi di decidere quale tipo di sesso fosse «giusto» e
quale fosse «sbagliato» avevano comportato la proibizione del sesso
omosessuale, interraziale e transgender, della bisessualità e delle informazioni
sui contraccettivi e la pianificazione familiare. Non tutto il porno somigliava a
quello della Kink, ma quando si lasciava il campo libero al porno, quel che si
otteneva era la simulazione della violenza e l’umiliazione rituale della donna
in pubblico.
Una persona poteva rifiutarsi di guardarlo, ma questo non garantiva che
sarebbe stata immune alle ansie che il porno poteva causare alle persone che
le stavano attorno o nel mondo, che invece lo guardavano. Escludendo il
porno dalla propria vita, inoltre, c’era il rischio di perdersi il repertorio delle
fantasie sessuali più completo della storia umana: almeno quello doveva avere
un valore.
Mentre succedevano tutte quelle cose, io non stavo facendo sesso. Se

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avessi fatto sesso, non credo sarebbe stato simile a quello ricreato nel castello
della Kink. Gli attori della Kink erano più degli atleti o delle controfigure che
si esibivano in imprese estenuanti, e parte di ciò che ammiravo era la
disinvoltura con cui entravano e uscivano dal ruolo, il senso di agio con cui
abitavano il proprio corpo, la totale sicurezza di sé e un senso di solidarietà
contro quelli che condannavano il loro lavoro. Io non avevo nessuna di quelle
qualità. All’epoca ero così intristita dal mio essere sola, e mezza convinta per
deduzione logica che in qualche modo avrei potuto risolvere il problema della
mia solitudine evitando il sesso finché non mi sarei innamorata, da trovarmi
nel bel mezzo di una fase di castità lunga e senza scopo.
Le donne della Kink erano approdate al porno per diversi motivi. Bobbi
Starr, una ventinovenne che aveva vinto un premio come migliore esordiente
nei film hard nel 2012 [l’Adult Video News Femal Performer of the Year], era
cresciuta in una famiglia pentecostale cristiana a San Jose in California, ed era
stata istruita in casa fino alle medie. Si era allenata per diventare una
nuotatrice, aveva gareggiato alle Olimpiadi giovanili e aveva ottenuto una
borsa di studio per studiare musica alla San Jose State University. Aveva
ventidue anni e si stava preparando a diventare una musicista classica quando
iniziò a guardare dei porno. Vide diversi video insieme a un amico
meravigliato dalla sua assenza di familiarità con il genere, compresi alcuni
chiamati Bong Water Butt Babes (non c’è molto da dire su questi, se non che
il set con la stanza da letto veniva ricoperto da teli di plastica). Starr rimase
folgorata e fece domanda per lavorare alla Kink. Dopo essere stata appesa a
testa in giù e torturata sessualmente in una vasca piena d’acqua, firmò un
contratto con Mark Spiegler affinché le facesse da agente e si trasferì a Los
Angeles.
Lorelei Lee aveva diciannove anni e si era appena diplomata al liceo a
San Diego quando il suo fidanzato le parlò di un sito che si chiamava «SoCal
Coeds» (Studentesse della California meridionale). Lee si fece scattare delle
foto a cavalcioni su una tavola da surf, sdraiata sulla lavatrice, seduta alla
scrivania con i piedi sul tavolo, e mentre indossava una felpa della UC-Santa
Barbara. Registrò un file audio da inviare insieme alle foto. Questo succedeva
nel 1999. Pensava che nessuno avrebbe visto le sue foto perché stavano su
internet, e non ci andava nessuno all’epoca. Si fece fotografare per soldi, ma
neanche la prima volta fu solo per denaro, lo aveva fatto perché «era
emozionante». I suoi guadagni nel mondo del porno le permisero di andare al
college. Aveva ottenuto un MFA in scrittura creativa e poi aveva conosciuto

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suo marito alla Kink, dove faceva il regista.
Rain DeGray si descrisse come una «kinkster a tempo pieno» e disse di
essere «pansessuale». Per anni non aveva ammesso ai suoi partner, ma
neanche a se stessa, che il bondage e le frustate la eccitavano. Sapeva che
persino nella Bay Area le persone l’avrebbero giudicata, ma alla fine uscì allo
scoperto come una persona che amava il «sesso strano». Un giorno, mentre
era legata nel suo dungeon di fiducia in un posto chiamato The Citadel dove
si stava facendo frustrare da un amico, qualcuno le suggerì di farlo per lavoro.
Princess Donna veniva da Sacramento; entrambi i genitori lavoravano
nel settore medico. Era andata al college alla New York University, dove si
iscrisse a un corso sul gender e sulla teoria della sessualità, iniziando a
leggere Simone de Beauvoir e Judith Butler. Fu lì che incontrò la sua prima
ragazza. Durante una vacanza a casa a Sacramento, andò in un locale di
spogliarelli e decise che voleva provare a farne uno. Quando una conoscente
le disse che stava guadagnando dei soldi mettendosi in posa per un sito BDSM
chiamato Insex, Donna pensò che avrebbe potuto provare anche quello.
Insex venne fondato nel 1997 da Brent Scott, un vecchio professore della
Carnegie Mellon University che nei video si esibiva nel ruolo di handler,
maestro di bondage e dominatore sotto il nome «PD». Fu uno dei primi siti
porno a sfondo BDSM ad apparire in rete, garantendo delle dirette prima della
banda larga in cui gli utenti potevano interagire e dare istruzioni alle modelle
attraverso le chat room. Alla Insex, Donna venne promossa da modella a
torturatrice, poi scoprì che stavano cercando un regista per Wired Pussy nel
reparto «elettrostimolazione fetish» della Kink. Mandò il curriculum. Venne
assunta nel 2004, quando aveva ventidue anni, e fu così che si trasferì a San
Francisco.
Alcune persone dicevano che la Kink non era davvero «porno».
L’azienda concepiva il genere in maniera diversa da quelli della San Fernando
Valley. Dato che si trovava nel nord della California, aveva diversi attori e
registi che provenivano dalla scena porno-queer di San Francisco e si era
volutamente distaccata dallo stereotipo del settore come gruppo formato da
sciacalli senza scrupoli che sfruttavano gli altri. La Kink voleva apparire
come un’azienda hi-tech un po’ anticonvenzionale in una città che era piena di
aziende hi-tech, offrendo ai propri impiegati pranzi serviti dal catering, piani
pensionistici e assicurazione sanitaria. Gran parte dei pornografi della San
Fernando Valley non badava a rassicurare lo spettatore sul fatto che il sesso
appena visualizzato fosse stato consensuale, ma i video della Kink spesso

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erano preceduti da quindici minuti buoni di demistificazione dietro le quinte,
diversi da quelli con delle false pretese di realtà che andavano in onda durante
gli incontri di wrestling ufficiale. La Kink enfatizzava la consensualità, voleva
degli orgasmi veri e comprava barili interi di lubrificante (nel senso vero e
proprio: nello scantinato ce n’erano dei barili azzurri pieni). Per quanto fosse
possibile in un settore in cui gli impiegati correvano dei rischi fisici e
psicologici, quelli della Kink cercavano di far sentire a posto con la coscienza
gli spettatori di un video sconcio. Ciò non significa che riuscissero a ottenere
sempre il proprio scopo: tra il 2014 e il 2015 ci furono quattro denunce da
parte di alcuni attori stando ai quali la Kink non aveva tutelato la salute e
sicurezza dei lavoratori sul set, compresi due attori (una coppia nella vita
reale) che sostenevano di aver contratto l’HIV sul set di Public Disgrace di
Princess Donna, un’accusa che la Kink rispedì al mittente. Per quanto è dato
sapere, la causa è ancora aperta.
La missione dell’azienda era «demistificare la sessualità alternativa». La
centralità assegnata alla donna – la serie Bound Gangbangs veniva
pubblicizzata come «donne che esplorano le loro fantasie più profonde» –
forse voleva indicare che anche se diverse attrici della Kink erano di buona
famiglia e avevano una laurea, non tutte potevano contare su dei genitori
comprensivi o erano capaci di spiegare la propria sessualità con dei
riferimenti a Judith Butler. Chiesi a un’attrice di nome Ashli Orion perché
avesse un tatuaggio che diceva: «Spara a Frank». «Frank è mio padre», mi
rispose ridendo. «Ho dei complessi per causa sua. Lo odio. Ma il tatuaggio è
legato anche a Donnie Darko. È quello che di solito dico alla gente. Pochi
sanno che mio padre si chiama Frank».
Non feci altre domande. Lorelei Lee, che aveva avuto un’infanzia felice,
mi disse qualcosa con la stanchezza tipica di chi deve offrire continue
spiegazioni su di sé: «Se consideri le persone che lavorano nel porno come un
insieme, ti accorgi che molte di loro non hanno dei forti legami familiari. In
qualche modo questo ti aiuta a fare un lavoro che viene criticato da tanta
gente. Se nessuno stabilisce le regole per te, allora le regole le crei tu».

Il porno alla Kink faceva riflettere sulle regole. In particolare quelle su quali
erano le fantasie sessuali legittime per una persona dotata di morale. Le leggi
dello Stato erano una cosa, ma le regole personali erano un’altra. A volte
evitiamo delle esperienze non perché sappiamo già che non ci piacciono, ma
perché non vogliamo che ci piacciano. Non avevo mai provato a masturbarmi

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guardando un porno al computer. Associavo il computer al lavoro, alla noia e
all’avvilimento. Associavo il porno a un uomo che afferrava la mandibola di
una donna per costringerla a guardarlo, o che la schiaffeggiava come per
evitare che svenisse, oppure alle pubblicità che offrivano «troie assetate di
sperma». Ai miei amici fornivo diverse spiegazioni sul perché non guardassi i
porno. Dicevo che per me l’idea di masturbarsi «usando» qualcosa era
un’imposizione legata all’idea maschile di sessualità. A volte mi ero chiesta
se le donne non fossero stimolate tanto dalle immagini, quanto da gesti
ineffabili o da particolari sostanze chimiche olfattive.
Dei 21,2 miliardi di visite a Porn Hub nel 2015, i dati dicono che il 24
per cento era composto da donne e il 76 per cento maschi. C’erano tantissime
teorie che circolavano sul perché alle donne non piacesse guardare i porno.
Quasi tutte rispondevano a tre argomentazioni:

1. Le donne non guardavano tanti porno quanto gli uomini perché le


immagini erano del tipo sbagliato.
2. Le donne non erano fisicamente «predisposte» a reagire agli stimoli
visivi e preferivano fantasticare con i romanzi e i racconti.
3. Le donne avevano semplicemente soppresso una parte vitale della
propria psiche sessuale a causa del condizionamento culturale.

Eppure:

1. C’erano tante immagini diverse a cui attingere.


2. Forse credere che l’avversione al porno fosse legata a una
conformazione biologica era più facile che addentrarsi tra fantasie
come «ragazzina fragile rapita e scopata in un furgoncino» e
«figliastra scopata da padre pervertito».
3. Non avere voglia di aprire un link intitolato «lesbiche hardcore che
fanno sforbiciate» e iniziare a toccarmi non significava che fossi
repressa.

E se invece?
Iniziai a pensare alle mie regole, cercando di capire da dove arrivassero.

Gola profonda, che uscì nel 1972, fu il primo e forse ultimo film pornografico

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a essere visto in sala da tante donne americane. Il film era costato
venticinquemila dollari. Ne riscosse svariati milioni al botteghino. Resta il
reperto di un momento storico particolare, in cui tanti americani erano riusciti
a mettere un freno ai divieti religiosi contro il porno, ma dovevano ancora
affrontare quelli femministi. Sia Time sia Newsweek pubblicarono storie di
copertina sulla protagonista Linda Lovelace. Il film venne recensito da testate
popolari come il New York Times. Persino il periodico femminista Off Our
Backs inviò una giornalista per fare la recensione; Christine Stansell andò a
vederlo al cinema con un amico.
«La negazione della sessualità femminile e il sadismo maschile che mi
aspettavo non c’erano», scrisse Stansell nella recensione. «Ma un
apprezzamento intellettuale della degradazione non riuscirebbe a far capire
qual è stato l’aspetto più importante del film per me: e cioè che mi ha fatta
andare fuori di testa». Stansell trascorse gran parte del film in bagno, «per
minimizzare il martirio femminista che connotava il tutto». Per l’inviata, Gola
profonda era sintomatico di «una cultura che priva il sesso delle sue emozioni
e prosciuga la sensualità dai nostri corpi, riducendo il tutto a un hot dog da
schiaffare in un panino morbido». E fu così che si fece largo una nuova
obiezione morale al porno: quella femminista.
Il movimento antiporno femminista nacque con delle proteste contro la
raffigurazione della violenza verso le donne. Il movimento si infiammò nel
1975 per via di un film slasher intitolato Snuff, che sosteneva di mostrare lo
stupro e lo smembramento autentico di una donna (non era vero). Un anno
dopo, diverse donne protestarono quando una gigantografia dei Rolling
Stones apparve su Sunset Boulevard a Los Angeles, mostrando una donna
ferita legata a una sedia accanto alle parole «Ho i lividi neri e blu per colpa
dei Rolling Stones – e mi piace tantissimo».7 Immagini come quella facevano
sentire le donne cittadine di serie b. Le femministe avevano messo a punto un
lessico per esprimere il proprio sconforto, usando parole come sfruttamento,
reificazione, misoginia, umiliazione. Volevano dimostrare come quelle
immagini si inserissero in un contesto più largo di disuguaglianza e di
violenza strutturale. Oggi, se dovessi dire cosa c’è di sbagliato nella copertina
di Hustler del 1978 che raffigura la gamba di una donna infilata in un
tritacarne, lo farei usando un linguaggio femminista, per obiettare che la
violenza contro le donne è uno strumento del controllo patriarcale e che lo
sfruttamento commerciale della violenza contro le donne alimenta le basi
ideologiche della loro oppressione continua.

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Il movimento passò dal boicottaggio delle immagini violente a boicottare
il porno tout court con l’idea che, come scrisse Andrea Dworking, il porno
«condiziona, istruisce, educa e ispira gli uomini a disprezzare le donne, a
usarle, e a fare loro del male». Susan Brownmiller definì la pornografia «la
propaganda antidonna per eccellenza». Le femministe passavano al vaglio le
politiche di stimolazione sessuale. Specificavano cosa c’era di mortificante e
servile nelle donne vestite da conigliette. Insegnavano agli uomini che le
donne non stavano in ufficio per essere palpate. Spiegavano che la donna con
un clitoride in gola era una fantasia egoistica del maschio.
«Non può esserci uguaglianza nel porno perché non esiste un
corrispettivo femminile, non c’è modo di capovolgere la situazione per
divertirsi a propria volta», scrisse Brownmiller nel 1975. «La pornografia,
come lo stupro, è un’invenzione maschile creata per deumanizzare la donna e
ridurre la femmina a un oggetto sessuale, non per liberare la sensualità dalla
censura imposta dalla famiglia e dalla morale».8 Nel 1978, la prima
conferenza femminista contro la pornografia a San Francisco si concluse con
una marcia davanti a un sfilza di negozi erotici su Broadway. Durante la
protesta apparve un carro da parata rivestito di immagini pornografiche; sopra
c’erano la statua di una sposa circondata da dozzine di candeline accese e una
carcassa di agnello cosparsa di sangue e piume rosse. Stando a Off Our Backs,
l’idea era «comunicare il tema dell’oppressione femminile attraverso le
immagini della madonna/puttana».
In seguito si tentò anche la via legale. Nel 1980 Linda Lovelace, la star
di Gola profonda, pubblicò il suo memoir Gola profonda: una storia vera
sotto il vero nome Linda Boreman. Nel libro, la Boreman sosteneva di aver
recitato nei film porno solo per evitare la minaccia di abusi da parte del
marito Chuck Traynor. Più tardi avrebbe testimoniato davanti alla
Commissione Meese dicendo che «ogni volta che qualcuno guarda quel film,
sta assistendo a uno stupro». Le femministe contrarie al porno come Andrea
Dworkin, Catherine MacKinnon e Gloria Steinem accorsero in aiuto
dell’attrice, sondando la fattibilità di una causa legale, ma i termini delle
prescrizioni erano scaduti. Nel 1983 Dworkin e MacKinnon, che insegnavano
entrambe alla University of Minnesota, stilarono la proposta di un’ordinanza
antipornografia in difesa dei diritti civili, giustificabile per legge poiché la
«pornografia è un atto di discriminazione sessuale». Le attiviste di
Minneapolis – città in cui le femministe contrarie al porno avevano iniziato a
occupare i sexy shop e a tendere agguati agli uomini che si avvicinavano agli

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scaffali con le videocassette a luci rosse – riuscirono a presentare l’ordinanza
al consiglio comunale di Minneapolis dove passò, per poi essere messa al veto
dal sindaco, secondo il quale violava il Primo Emendamento. Quando una
versione della stessa ordinanza ottenne successo a Indianapolis, la Corte
d’Appello confermò che effettivamente violava il Primo Emendamento. La
sfida legale alla pornografia delle femministe si fermò lì.
Oggi, dato che il porno ha trionfato, il femminismo antipornografia viene
descritto come un movimento fallito. Per me non è vero. Forse il femminismo
antiporno non ha fatto molto per mitigare l’esplosione della pornografia
nell’epoca video, ma ha influenzato notevolmente il modo in cui le persone,
forse soprattutto le donne, si sono sentite nel guardarlo. La dichiarazione di
Catherine MacKinnon «il porno è la teoria, lo stupro è la pratica» era una
generalizzazione raffazzonata, ma l’idea che il porno sia una teoria con
ricadute negative sulla pratica della sessualità è sopravvissuta. Le idee
progressiste del movimento sono filtrate nella cultura popolare sotto forma di
argomentazioni morali contro il porno accettabili anche per i democratici
americani. Erano questi concetti che avevo ereditato a rendermi sospettosa nei
confronti del porno: pensavo che il porno fosse per definizione orientato al
desiderio sessuale maschile e che per quel motivo offrisse poche esperienze
positive alle donne; per quanto ne sapevo, riduceva a oggetto e rendeva
minoritario il corpo delle donne e osannava la violenza sessuale. Dal primo
istante in cui il femminismo aveva rivolto la propria attenzione al porno, era
diventato lecito sostenere – in maniera decisamente antifemminista – che le
donne coinvolte nel porno fossero complici inconsapevoli del proprio
sfruttamento. Le attrici porno erano vittime: erano rimaste traumatizzate dagli
abusi subiti nell’infanzia, costrette a fare quel lavoro da uomini violenti,
oppure usavano sostanze stupefacenti. Le attrici del settore se ne accorsero.
Quando la rivista Ms. organizzò un convegno sulla pornografia a New York
nel 1978 – un convegno al quale non venne invitato nessuno che
rappresentasse la categoria – le pornostar Gloria Leonard, Annie Sprinkle e
Marlene Willoughby rimasero fuori reggendo dei cartelli su cui c’era scritto
«Non sono una donna in ostaggio» e «Anche Ms. sfrutta il sesso!» (un poster
mostrava un numero della rivista con il titolo «Erotismo e pornografia: sapete
riconoscere la differenza?»)
Il femminismo antipornografia poneva anche un altro problema. Che tipo
di sesso faceva una femminista? Se una femminista si sentiva sessualmente
eccitata da Gola profonda, stava sacrificando un futuro di uguaglianza solo

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per il fatto che le piaceva? Il «porno» indica solo quel materiale prodotto con
l’intento di indurre una reazione sessuale prima ancora che estetica o emotiva.
Ciò che è pornografico, dunque, è un’esperienza altamente soggettiva. Quello
che stimola sessualmente una persona potrebbe disgustare o annoiare un’altra.
Se la pornografia era intrinsecamente mascolina, se era «un atto di
discriminazione sessuale», ciò significava che i desideri sessuali delle
«donne» erano impossibili da visualizzare? I desideri della donna erano
estranei a ogni forma di rappresentazione e formulazione? Presto sarebbe
emersa un’altra ala del movimento femminista, unita sotto l’etichetta «pro-
sesso» o «sex positive», per occuparsi di quei problemi.
«Quando scoprii per la prima volta che esisteva un movimento
femminista contro la pornografia, ebbi un brivido», scrisse Ellen Willis in un
articolo del 1979 sul Village Voice intitolato Feminism, Moralism, and
Pornography:

Per ovvie ragioni politiche e culturali, quasi tutto il porno è sessista nel senso che
è il prodotto della fantasia maschile ed è orientato al mercato dei maschi; è meno
probabile che le donne siano interessate in maniera consapevole alla pornografia,
se ne interessino o trovino un porno che le ecciti. Ma chiunque creda che le donne
siano indifferenti alla pornografia non ha mai visto un gruppo di adolescenti
passarsi di mano un romanzo spinto. Nel corso degli anni ho apprezzato vari
materiali pornografici – alcuni dei quali rientravano nel genere di squallore dei
tascabili che si vendono nella Quarantaduesima Strada – e questo vale per gran
parte delle donne che conosco. Alla fine, la fantasia è più flessibile della realtà e
le donne, come strategia di sopravvivenza, sono diventate brave a rimodellare le
fantasie maschili per i propri scopi. Se le femministe definiscono la pornografia
come un nemico in quanto tale, l’unico risultato sarà far vergognare molte più
donne dei propri desideri sessuali e farle temere di parlarne in maniera sincera. E
l’ultima cosa di cui una donna ha bisogno è ulteriore vergogna, senso di colpa e
ipocrisia, soprattutto se instillati dal femminismo.

Willis criticò i tentativi delle femministe antipornografia di distinguere


tra la «pornografia» (negativa per le donne) e l’«erotismo» (positivo per le
donne). Sosteneva che quella dicotomia si traduceva in «Quello che eccita me
è erotico; quello che eccita te è pornografico». In quei primi anni di
femminismo contro il porno emerse un modello preciso, stando al quale ciò
che in teoria era sesso «femminista» si teneva alla larga dalle descrizioni
letterali dell’attività fisica. Intercourse di Andrea Dworkin è un esempio
estremo ma ancora valido di questa tendenza, con il suo essere a favore di

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«una sensualità più diffusa e morbida che coinvolge tutto il corpo e una
tenerezza polimorfa». Un teorico citato da Dworkin prefigurava la possibilità
del sesso senza penetrazione, un giorno. Il sesso sarebbe diventato «una
corrente che incontra un’altra corrente», un «modo più equo di giacere
insieme».
Alcune femministe risposero alle guerre femministe contro il porno
girando dei film hard. In reazione alle polemiche di Off Our Backs, un gruppo
di donne cominciò a pubblicare On Our Backs nel 1984. Promossa come
rivista di «Intrattenimento per le lesbiche avventurose», si allargò presto dalla
carta stampata per creare Fatale, una serie di videocassette pornografiche
mirate al mercato lesbico. Un’altra risposta diretta venne dalle donne che
avevano lavorato per anni nel settore, che iniziarono a parlare in pubblico e a
scrivere delle proprie esperienze con il porno, rispondendo alle critiche sullo
sfruttamento, oltre che a dirigere i propri film. Le star della Golden Age non
avevano tutte storie di sfruttamento alle spalle come Linda Lovelace, anche se
nell’immaginario nazionale Lovelace resta l’archetipo tragico della vittima
del porno. Alcune attrici si erano imbattute nel porno attraverso le idee
utopiche della controcultura, altre per i soliti incidenti che modellano la vita
delle persone.
Annie Sprinkle iniziò a lavorare con il sesso dopo un’adolescenza da
hippie. Dopo aver abbandonato una comune di artisti ad Oracle in Arizona
all’età di diciassette anni, trovò lavoro rispondendo al telefono in un centro
massaggi erotici, poi iniziò a fare massaggi sensuali lei stessa, oltre che ad
avere rapporti sessuali con i clienti qualche volta. Era il 1973, e Sprinkle
concepiva il sesso in maniera hippie, come se fosse un dono naturale e
abbondante da celebrare e condividere.
Sprinkle si trasferì a New York dopo aver iniziato una storia con Gerard
Damiano, il regista di Gola Profonda, che aveva conosciuto quando lui era
andato a Tucson per fare da testimone in un processo contro l’accusa di
oscenità. A New York iniziò a lavorare alla Spartacus Spa a Midtown e poi
intraprese la sua carriera nel porno. Ottenne il suo primo ruolo da protagonista
a diciotto anni in un film chiamato Teenage Deviate, in cui appariva sotto il
nome d’arte «Annie Sprinkles» (il suo vero nome era Ellen Steinberg).
A diciotto anni, Annie Sprinkle – il suo cognome venne accorciato così –
aveva i capelli castani a caschetto, il seno grosso e un sorriso ammiccante. Da
attrice, canalizzava l’ariosa disinvoltura dell’hippie che era stata un tempo, e
aveva un senso dell’umorismo molto spiccato. Con il procedere degli anni

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Settanta, divenne nota come una delle attrici più disposte ad atti sessuali
controversi. Faceva la pipì sugli uomini, faceva fisting ai partner usando il
lardo per cucinare e una volta vomitò persino su di uno di loro (più tardi
rivelò di aver usato della zuppa in scatola). Fu lei a tenere la mano a un’altra
attrice in quello che forse resta il primo piercing al clitoride in un film porno.
Dopo aver recitato in più di cento film girati da uomini, ne fece uno da
regista: Deep Inside Annie Sprinkle fu il secondo film con il bollino rosso a
ottenere più incassi nel 1982.
Nel 1983, Sprinkle iniziò a coordinare un gruppo di autoaiuto per le
professioniste che stavano lasciando il settore. Era composto da Sprinkle,
Gloria Leonard, Veronica Vera, Candida Royalle e Jane Hamilton (che
recitava nelle vesti di Veronica Hart). Chiamarono il gruppo Club 90 in base
all’indirizzo dell’appartamento di Sprinkle su Lexington Avenue. Tutte e
cinque avrebbero sfruttato l’esperienza nel porno per avviare altri tipi di
carriere: Vera fondò una scuola di cross-dressing, la Miss Vera Finishing
School for Boys Who Want to Be Girls; Gloria Leonard fu la prima presidente
della Free Speech Coalition, che lottava per il Primo Emendamento a tutela
del settore; Hamilton divenne una regista di film porno e poi una dirigente
alla VCA, una grossa casa di produzione nel sud della California. Nel 1984
Candida Royalle produsse Femme, una serie di videocassette destinate alle
donne e alle coppie.
Rites of Passion, la collaborazione del 1984 tra Annie Sprinkle e
Candida Royalle ispirata al sesso tantrico, rientra perfettamente nello stile di
Femme: video dalla fotografia languida e donne con i capelli cotonati che
parlano dei propri dilemmi sessuali. Jeanna Fine impersona una giovane
donna sempre più insoddisfatta dei suoi amanti. Nel video ha un rapporto
sessuale deludente con un tizio tutto muscoli e indifferente, poi esprime la sua
frustrazione e gli chiede di andarsene (lui se ne va stizzito). Dopo, resta
seduta da sola su una poltrona del suo appartamento, vicino a un dipinto che
riproduce quelli di Georgia O’Keeffe.
«Durante la mia ricerca ho provato di tutto», dichiara Jemma Fine nel
commentare la sua mancata soddisfazione sessuale. «Qualsiasi tipo di uomo o
di donna. L’ho fatto ovunque, negli aerei e in metropolitana durante l’ora di
punta. Triangoli, orge; ho persino provato...» – a quel punto fa una pausa – «la
monogamia». Si abbatte ancora di più. «Forse dovrei darmi alla castità e
basta, e dimenticare tutta la faccenda».
Poi incontra il suo amante tantrico dai capelli lunghi. Fanno sesso

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tantrico sopra dei fiori di loto e delle foglie autunnali animate sullo sfondo.
«Sono tornata alle origini, nel luogo in cui lo spirito incontra la carne», dice
l’attrice. «Eravamo la forza universale della vita».
Sprinkle voleva raffigurare l’orgasmo in maniera alternativa
all’eiaculazione di sperma sulla faccia della donna, quindi l’orgasmo della sua
eroina viene rappresentato con un’esplosione di effetti grafici rudimentali da
computer anni Ottanta, accompagnata da un vivace assolo di sassofono.
«Presi in prestito un effetto speciale da Star Trek», ha scritto Sprinkle nel suo
film autobiografico Annie Sprinkle’s Herstory of Porn, spiegando il suo
tentativo di ricreare «la sensazione di un orgasmo cosmico pieno d’amore».
Mentre gli anni passavano, anche il porno di Sprinkle si evolveva. Iniziò
a descriversi come una persona metamorphosexual. Inventò un genere che
chiamava «docuporn» e nel 1992 diresse Linda/Les and Annie: A Female-
Male Transsexual Love Story, il primo porno con un pene ricostruito
chirurgicamente in cui faceva anche l’attrice. Recitava in film porno artistici
come War is Menstrual Envy di Nick Zedd e interpretò la parte di Dio nella
«fantasia sessuale femminista» Bubbles Galore di Cynthia Roberts nel 1996.
Faceva performance art, ottenendo consensi soprattutto con Public Cervix
Announcement, uno spettacolo in cui si infilava uno speculum e invitava il
pubblico a studiarle la cervice uterina con una torcia. Oggi si definisce eco-
sexual, e trova gli stimoli sessuali nella natura. Mi ha spiegato che persino
nell’ecosessualità c’è una cultura sadomaso, lo dimostrano le persone che
corrono nude nei campi di ortiche.
Annie Sprinkle esplorò alcune possibilità sessuali che sarebbero
diventate familiari al circuito mainstream solo decenni più tardi. Quello che
negli anni Ottanta e Novanta rappresentava il futuro della sessualità, non si
poteva rintracciare nelle pagine della rivista Ms., ma ai margini del porno, nel
lavoro di persone come Sprinkle, che usavano la pornografia per esplorare i
propri limiti fisici e psicologici, per identificare forme non convenzionali di
stimolazione sessuale e per mettere in dubbio il binarismo di genere. Se
davvero il futuro sarebbe stato contraddistinto da una cultura sessuale più
sincera e sfumata, in cui la diversità sessuale sarebbe stata apprezzata, allora
coloro i quali nutrivano ambizioni massimaliste potevano essere considerati
dei futurologi, in possesso di una conoscenza inaccessibile a chi non prendeva
in considerazione certi estremi. Una sessualità migliore, ammesso che fosse
possibile, sarebbe stata scoperta da persone che esploravano un raggio più
ampio di pratiche sessuali, non da coloro che ritenevano certe pratiche

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refrattarie a una rappresentazione letterale. Avevo stima delle posizioni
femministe che volevano affrancare la sessualità femminile dalle idee
maschili su ciò che era sexy, ma era come se, liberandosi dal fardello del
linguaggio pornografico maschile e rinunciando a un certo immaginario,
l’unico concetto inoffensivo rimasto fosse quello di una stanza bianca
spartana e riscaldata dal sole, con le tendine inamidate scosse leggermente dal
vento che entra dalle portefinestre aperte e alte fino al soffitto. Quella stanza
bianca poteva essere sinonimo della tela intatta di una fantasia sessualmente
liberata, oppure l’ennesima prova di una profonda avversione per il mondo
fisico, in cui qualsiasi immagine di sesso provoca disgusto e deve essere
rimpiazzata da un concetto innocuo di arredamento d’interni.
Oggi, il marketing del porno rivolto alle donne spesso enfatizza
un’estetica «di buon gusto», «naturale» o «romantica». Oppure compare sotto
l’alibi dell’educazione sessuale e del miglioramento personale ispirata a
Cosmopolitan, come i «porno educativi» che si presentano sotto forma di
laboratori per imparare a fare meglio sesso anale o perfezionare un pompino.
Ha la tendenza a camuffare la stimolazione sessuale attraverso storie di
incontri, confessioni personali, proclami di auto-aiuto e storie romantiche, e
propositi educativi. La trama di un video autodefinitosi femminista che ho
guardato era incentrata su una donna che si eccitava a osservare un uomo
mentre lui montava i mobili dell’IKEA. Un altro, Marriage 2.0, che ha vinto il
titolo di film dell’anno ai Feminist Porn Awards, era fatto di lunghe sequenze
di persone che discutevano le politiche della coppia aperta e c’era un cammeo
di Christopher Ryan, il coautore di In principio era il sesso.9 Quei video
garantivano una forma di intrattenimento romantica e istruttiva, ma facevano
venire voglia di masturbarsi? Il marketing di quei film non enfatizzava il
sesso come avveniva sui canali porno in rete. Il video I Fucking love Ikea
diretto da Erika Lust, per esempio, non veniva descritto come «carpentiere
muscoloso scopa ragazza insaziabile e ricca dalle tette grosse fino a farla
scoppiare» ma così: «Ho un debole per IKEA (lo so, è strano), ma vederlo
comprare e costruire i mobili mi eccita».
Le pornografe che lavoravano alla Kink, femministe loro stesse, avevano
gettato alle ortiche l’autocensura e un certo tipo di sensibilità, insieme all’idea
che il sesso per le donne fosse un mistero delicato e ineffabile. La rabbia e la
misoginia del maschio americano è sconvolgente, un azzardo della natura,
come un geyser in un parco nazionale. Ma c’è voluto il femminismo per
spiegare che imbavagliare, sculacciare e sbeffeggiare le donne nel porno era

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una pratica di odio nei loro confronti, e ci è voluto il femminismo per mettere
in evidenza questo tabù. Non si poteva fare un porno con le suore senza il
cattolicesimo. Non si poteva fare una ripresa di Public Disgrace senza il
femminismo.

Eppure io continuavo a preferire la stanza bianca. Per anni, dopo le riprese


della Kink a cui avevo assistito, ho pensato a me stessa come a una persona
non interessata al porno. Invece di guardarne uno, leggevo articoli dai titoli
come «Perché alle donne non piace il porno». Leggevo su Cosmo interviste a
Stoya o Joanna Angel o Nina Hartley sul motivo per cui recitavano in quei
film. Avevo intervistato Princess Donna, e l’avevo vista girare dei film hard.
Ma non andavo su xHamster a guardare i suoi video per masturbarmi.
Digitare «biondina legata e inculata in pubblico» fa arrivare dritti a quel video
che ho visto registrare a San Francisco una sera di aprile. Il sesso a cui
assistevo nella vita reale non mi turbava, ma quando lo vedevo sotto forma di
clip su Google volevo solo spegnere tutto.
Ero ostile alla pornografia non solo perché quelle immagini non mi
stimolavano, ma perché non volevo essere eccitata dal sesso che non
somigliava al sesso che volevo fare. Sapevo di condividere quel sentimento
con alcuni cristiani, certe femministe, e con tante persone che riuscivano a
esprimerlo solo sotto forma di un disagio estraneo a qualsiasi ideologia.
Continuavo a essere in parte convinta che una donna guardasse o recitasse in
un porno solo in quanto membro di un gruppo subordinato che cercava di
essere accettato dal gruppo dominante conformandosi ai suoi standard di
sessualità e bellezza. Al sexy shop femminista nessuna sosteneva che il modo
per ottenere il massimo del piacere fosse andare su internet e masturbarsi
guardando «Puttana bondage stuprata in gruppo». Però un giorno lo feci lo
stesso.
Funzionò e ne rimasi davvero sorpresa. Di solito mi ci voleva molto
tempo per arrivare all’orgasmo senza un vibratore. Mi era bastato guardare un
video per soli dieci minuti. Da quel momento iniziai a guardare dei porno con
cadenza quasi regolare, forse una volta al mese, quando ero sola, non avevo in
programma di fare sesso e non avevo con me un vibratore. Gli indici del sito
erano inutili per me, dato che non avevo dei feticismi particolari. Andavo
avanti finché non trovavo qualcosa che non mi infastidisse o turbasse. Mi
piacevano i porno che avevano figure sia maschili sia femminili. Doveva
esserci una donna, e dovevano esserci dei cazzi. Se il cazzo era un fallo finto

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di plastica doveva essere attaccato a una persona dall’aspetto mascolino, ma
questa non doveva essere per forza nata uomo. Non avevo bisogno delle
trame, le storie, le fantasie basate su un personaggio, del linguaggio osceno.
Anzi, quelle cose mi annoiavano. Non mi piacevano le categorie di
catalogazione. Speravo, per esempio, che la categoria «gangbang» avesse un
nome diverso, meno aggressivo, qualcosa tipo «sesso di gruppo con più
cazzi» e che la parola MILF fosse invece «donna > 30 anni». La tendenza
dell’industria pornografica a ridurre le persone agli stereotipi più offensivi
della loro età, razza, etnia, sesso o tipologia corporea mi sembrava del tutto
gratuita, anche se un mio amico sosteneva che lo scopo di quel linguaggio era
demarcare una fantasia precisa, proprio come in inglese l’arma di Star Wars si
chiama laser saber, «sciabola laser», e non semplicemente «spada laser».
Così sul canale Hot Guys Fuck guardavo dei porno che reclamizzavano il
«corpulento idiota Chad» o «Blake lo stallone tatuato» mentre su «For Her
Tube», passavo in rassegna «Doctor Tube», «Office Tube» e «Seduce Tube».
Un tempo avevo pensato al porno come a una forza dominata dal
maschio che standardizzava le aspettative sessuali, e che dunque imponeva il
suo volere sulla mia sessualità, ma poi mi resi conto di come il porno invece
sfidasse gli standard. Alcuni uomini ovviamente lo guardavano per esercitare
una forma di supremazia sulle donne, e tantissimi porno facevano leva su
quelle fantasie. Ma quella fantasia di dominazione trascendeva il porno: tanti
pensavano che masturbarsi davanti al corpo di una donna o emanare un
giudizio sessuale su di lei fosse un modo per esprimere il proprio potere sulla
donna in questione. Un insulto comune da parte degli uomini carichi di
disprezzo nei commenti su internet era dire che si erano masturbati su un
articolo o un contenuto scritto da una donna con dei propositi seri. Non so
perché, ma conoscere il porno bene quanto un uomo malizioso diminuisce il
suo raggio di azione. Invadi il suo tempio, il suo fortino. Hai provato quello
che prova lui, ma lo hai fatto a modo tuo.
Guardare dei porno mi faceva sentire più a mio agio con il mio corpo. Il
fattore «sexy» usato per vendere vestiti o dentifrici era molto diverso da
quello usato per incitare al sesso concreto. Il porno rappresentava uno stato
selvatico, oltre i confini scintillanti delle multinazionali e dei corpi magri e
delle chiome lucide in televisione. Nel porno c’erano i peli superflui, i
tatuaggi, i buchi del culo, i fluidi corporei, i genitali, le maschere da lottatori
messicani, le torte di compleanno, gli occhiali da sci. Le voci degli indici nei
siti più orientati al fetish includevano «clitoride gigante», «cicciottella»,

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«capezzoli abnormi», «scoregge», «fica pelosa», «vecchia», «incinta di nove
mesi», «capelli corti», «tette piccole», «ragazza muscolosa», «cicciona di
mezza età» e «brutta». Nel passare in rassegna tutte quelle categorie, mi
sentivo rassicurata: avrei trovato sempre qualcuno disposto a fare sesso con
me. Ed ero lontanissima dall’obsolescenza sessuale che mi era stato detto di
preventivare nel lungo periodo.
Poiché il porno era un viaggio nella diversità sessuale umana, guardavo
anche i porno che non mi eccitavano davvero, ma che mi interessavano come
esplorazione del corpo umano, per capire che aspetto aveva e cosa poteva
fare. Il lavoro sperimentale di Sprinkle era un esempio più artistoide di questo
tipo di porno, ma cose simili succedevano anche nel porno commerciale,
spesso girato da donne. Se c’era una differenza tra il porno fatto dagli uomini
e quello fatto dalle donne, forse era che quello femminile era meno
didascalico, mostrava una gamma più ampia di stimoli e usava un repertorio
di costumi e fantasie che non avevano niente a che fare con le solite
infermiere, babysitter e matrigne. Il porno creato dalle donne di solito era un
po’ più bizzarro, come mi resi conto quando iniziai a guardare i porno di
Belladonna, che si era ritirata nel 2012 ma con tutta probabilità era ancora il
punto di riferimento per le registi porno contemporanee. I registi della Kink
parlavano di lei in tono reverenziale, così come facevano tanti altri nel settore.
Il vero nome di Belladonna è Michelle Sinclair. Nata a Biloxi, nello stato
del Mississippi, nel 1981, ha trascorso gli anni dell’infanzia e
dell’adolescenza nello Utah. Ha iniziato a fare film porno dopo aver lavorato
all’American Bush, un locale di spogliarelli a Salt Lake City. Ha raggiunto la
fama nel 2003, quando la ABC ha trasmesso in prima serata un documentario
su una ragazza ingenua finita nelle maglie dell’industria pornografica.
«Dentro il nuovo mondo della pornografia», disse una severa Diane Sawyer
in quell’occasione. «Seguite questa diciottenne mentre prende una decisione
dalla quale non potrà più tornare indietro». Quelli della San Fernando Valley
non avrebbero potuto scrivere uno slogan migliore. Un paio di anni dopo,
Belladonna era già un’attrice stellare e forse la regista con più successo nella
pornografia hardcore. Per anni, fu l’unica regista sotto contratto della Evil
Angel, una casa di produzione colossale della Valley. Aveva un franchising di
oltre ottanta dvd, molti dei quali fatti con il marito dell’epoca, Aidan Riley,
compresi sette episodi di Belladonna’s Fucking Girls e i dieci capitoli di
Fetish Fanatics.
Belladonna, come Annie Sprinkle, era potenzialmente

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«metamorphsexual». Aveva il viso rotondo e un sorriso con lo spazio tra i
denti davanti. A volte recitava con i capelli rasati e le ascelle non depilate.
Aveva un fisico atletico. Ha girato qualsiasi tipo di porno, compresi alcuni dei
più violenti e intensi che io abbia mai visto, ma a volte non era neanche il
sesso la cosa che mi turbava di più. Non riuscii a guardare Manhandled 4 in
cui Ramon Nomar interpretava un fidanzato geloso che abusava di lei in
maniera fin troppo convincente ancora prima di fare sesso, schiaffeggiando
Belladonna per aver guardato un altro ragazzo. Ma oltre alla doppia
penetrazione, la pipì, i pompini a gola profonda, il gagging, Belladonna girava
anche dei porno su due persone che si svegliavano a letto insieme e facevano
sesso senza grosse acrobazie. Girava dei film sul feticismo dei piedi o sui sex
toys. Faceva dei film con scenari avulsi da qualsiasi dinamica di potere io
potessi tentare di individuare, perché erano dei porno con donne che
indossavano teste da coniglio. Girava dei porno in cui spiegava come
somministrare un clistere, indossava una mascherina da chirurgo, trucchi da
carnevale o un vestito di vinile con i capelli raccolti in due codini oppure in
cui giocava a Dance Dance Revolution. Fece dei porno quando era incinta.
Fece un film chiamato Cvrbongirl, descritto dalla Evil Angel come «una
fantasia di Belladonna nei panni della “fabbricante di bambole”, un incrocio
tra il Geppetto di Pinocchio, il Mago di Oz e un Dottor Frankenstein
pervertito, che anima le bambole nel suo laboratorio e le porta in vita per farle
indulgere in depravazioni lesbo». Fece un porno su un glory hole, ambientato
in «un bagno disgustoso con le mattonelle ammuffite, il pavimento lercio e
tanti buchi rivestiti di scotch come fori di entrata». Girò Dirty Panties, in cui
«il cast di prediletti della regista si gode l’aroma potente emanato dalla
fessura umida tra le chiappe di una donna». Il suo contributo ai video porno
educativi e illustrativi, l’ironico Belladonna’s How to Fuck, includeva il
famoso clistere e un pompino durante il quale un uomo le pizzicava il naso
mentre lei glielo succhiava. Recitava nei porno con persone di razze e genere
diversi, compreso Strapped Dykes parte uno e due, e Transsexual Playground.
Ora ha smesso di lavorare per concentrarsi sulla maternità e altri
progetti. Vidi un documentario prodotto da Vice in cui beveva centrifugato di
verdura ed eseguiva acrobazie circensi su dei nastri di seta appesi agli scaffali.
Ci fu uno strano momento in cui comparve senza preavviso nell’adattamento
cinematografico di Vizio di forma di Paul Thomas Anderson, tratto dal
romanzo di Thomas Pynchon. Di tutti i cammei citati nelle recensioni del film
che avevo letto, nessuno faceva cenno al suo. Mi chiesi quante persone del

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pubblico l’avessero riconosciuta, e quanti di loro avessero la sensazione di
conoscerla molto più a fondo di quanto conoscessero Joaquin Phoenix, la sua
controparte sullo schermo. Più tardi scoprii che aveva rifiutato un ruolo più
importante nel film perché a quel punto della sua vita rifiutava di recitare
nuda.
Belladonna era passata ad altro, ma c’era ancora Dana Vespoli, un’altra
regista alla Evil Angel, che diceva di fare dei porno «psicosessuali». Nata nel
1972, Vespoli è diventata famosa per la sua autenticità (la scheda descrittiva
di Dana Vespoli’s Sex Diary parlava del «filo di un assorbente interno che le
pende dalla vagina mentre James glielo mette nel culo!»). Tra i suoi film c’era
anche una parodia sul car sharing chiamata Screwber X. C’era Joanna Angel,
che si descriveva come «la principessa punk-rock del porno». C’era Jacky St.
James, la regista sotto contratto con la New Sensations che fu ispirata a fare
un porno BDSM chiamato The Submission of Emma Marx dopo che il romanzo
erotico bestseller Cinquanta sfumature di grigio le era parso «così fiacco e
patetico». Kimberly Kane, che girava film per la Vivid, era famosa per aver
detto: «Se avessi avuto un cazzo, sarei finita in prigione». Sinnamon Love si
era dovuta confrontare con il tabù di girare dei porno sadomaso da attrice
nera. L’enigmatica Mason, che aveva girato più di centoquaranta film
hardcore gonzo in cui appariva solo come una voce che incitava da dietro la
macchina da presa, era apparsa per anni agli eventi del settore indossando un
burqa. Nel suo film del 2004 Riot Sluts le donne spaccavano i vetri delle
macchine con delle spranghe di metallo tra un rapporto sessuale e l’altro.
La pornografia contemporanea può essere considerata il nadir della
civiltà oppure un fenomeno che sta spingendo oltre i confini dell’esperienza
umana. I protagonisti di questa pornografia non sono Hugh Hefner, il
fondatore di Playboy, o Al Goldstein, l’editore di Screw, ma le donne che
riescono ad ammaliare il pubblico in rete e a trarne profitto. Il porno mi ha
insegnato che l’espressione femminile della sessualità non deve essere legata
per forza a un dildo a forma di delfino per sbarazzarsi delle vestigia della
società patriarcale. Mi ha fornito una risposta interna all’accusa di falsa
coscienza che accompagna così tanta espressione della sessualità da parte di
una donna. Sapevo che non stavo cercando di occupare il territorio mascolino
se la forza che guidava le mie decisioni sessuali derivava da una sensazione
fisica del mio stesso corpo. Scoprire cosa mi piaceva nel mondo del porno era
come farmi predire il futuro da una cartomante. Non era vero, ma mi aiutava a
orientarmi.

90
La gangbang con i panda avvenne in uno scantinato molto profondo del
quartier generale della Kink, dove rivoli del Mission Creek interrato da tempo
tracciavano ancora un sentiero tra le colonne erose dalla condensa; l’aria era
viziata e odorava di rocce umide. Il giorno delle riprese, un bagliore di luce
calda pulsava al centro dello spazio cavernoso vuoto. Illuminata dal bagliore
soffuso, Ashli giaceva addormentata, ignara della scura immensità che la
circondava. Aveva i capelli neri lucidi raccolti su una spalla, un piccolo fiocco
di seta rosa tenue li teneva discosti dal viso in un’acconciatura laterale da
bambina. Il bordo del vestito tirolese rosa a pois era stato sistemato con cura
in modo da rivelare un pezzo di coscia attraverso la mussolina. Ai piedi
portava stivali di vernice con il tacco alto quindici centimetri impreziositi dal
pizzo. Sonnecchiava su un letto di foglie verdi che simulava una foresta di
bambù, sotto le esalazioni di nebbia prodotte da un macchinario che pompava
dietro il cono di luce; il rumore non sembrava disturbarla.
I panda si avvicinarono dal retro. Agitavano gli orribili artigli e
annusavano l’aria con fare inquisitorio. Uno si mise davanti a lei per
masticare una fronda di bambù. Un altro le accarezzò i capelli con dolcezza.
«Adesso pizzicatela o datele dei calci», ordinò Donna dai recessi bui. I
panda cascarono sopra la figura addormentata. Il rumore della stoffa lacerata e
di un reggiseno strappato spiccarono sopra la quiete di prima. I panda
palparono e schiaffeggiarono i seni scoperti della ragazza. Lei si svegliò e si
mise a urlare di paura. «Ma io amo i panda, amo i panda!», gridava.
La ripresa con i panda era una di quelle impegnative. Donna ronzava
attorno agli animali, usando delle pinze di legno per impedire alle pieghe
pelose dei loro costumi di nascondere l’azione. Gli animali si diedero il turno
con Ashli senza conferire troppo tra loro. Alla fine i panda si ritirarono nella
foresta di bambù e la ripresa finì.

4. Detta anche Porn Valley per l’alta concentrazione di case di produzione di film hard.
[n.d.t.]
5. Il termine gonzo identifica, nella cinematografia pornografica, quelle produzioni che
cercano di abbattere la tradizionale separazione tra attori e cinepresa; in questi film la
sceneggiatura e la regia sono ridotte al minimo in favore dell’azione e l’estetica è spesso
ispirata a quella del porno amatoriale. [n.d.t.]
6. Sport in cui due squadre si affrontano sui pattini a rotelle. [n.d.t.]
7. Il disco da pubblicizzare era Black and Blue, nero e blu per l’appunto. [n.d.t.]
8. Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976.

91
[n.d.t.]
9. Christopher Ryan e Cacilda Jethá, In principio era il sesso. Come ci accoppiamo, ci
lasciamo e viviamo l’amore oggi, Odoya, Bologna 2015. [n.d.t.]

92
5

INTIMITÀ DI MASSA

Al computer una donna che viveva nel nord della Florida stava parlando degli
animali selvatici che vivevano dalle sue parti. «Procioni, opossum, armadilli,
talpe», elencò. «Tra i serpenti ci sono: crotali, teste di rame e mocassini
acquatici». Fece una pausa. «E i serpenti neri, ma quelli non sono tanto
pericolosi». Il suo profilo diceva che era nata nel 1959. Aveva lunghi capelli
biondo-grigi. Era a torso scoperto, con seni larghi e cascanti e un tatuaggio
sulla pancia a forma di Yosemite Sam intento a tirare fuori le pistole. In
grembo aveva un grosso dildo a due teste. «Poi ci sono i pitoni enormi delle
Everglades», disse. «Si stanno accoppiando con i mocassini acquatici e stanno
creando un nuovo super-serpente, ve lo dico io».
In Virginia, tre uomini giacevano l’uno sull’altro in un letto, tirando su
dei soldi per mezzo di una tattica aggressiva fatta di sonnellini languidi a
torso nudo. Avevano promesso di fare uno spettacolino una volta ottenuti 775
gettoni da parte del pubblico; ne avrebbero ricavato 38,75 dollari. Nella
colonna della chat sulla destra, il pubblico stava discutendo per decidere che
cosa avrebbero dovuto fare i ragazzi se avessero raggiunto l’obiettivo. «Ma
va’, sono troppo stanchi», scrisse qualcuno. Avevano un aspetto davvero
stravolto.
A Denver, una donna pienotta e occhialuta stava versando l’impasto per
fare i cupcake in un recipiente. Diceva di avere diciotto anni e di essere
ancora vergine. Era nuda sotto il grembiule, e aveva promesso di mostrare il
seno non appena infilati i dolcetti nel forno. In Austria, una donna con
un’acconciatura cotonata anni Cinquanta, lo smalto blu sulle unghie delle
mani e un reggiseno a pois, stava facendo il pompino più apatico della storia
al suo ragazzo. Lui indossava un maglione a collo alto ma era senza pantaloni.
A Montreal, una donna con i capelli fucsia si penetrava da sola con una spada

93
laser giocattolo. Una donna con un nastro di gomma nera a forma di fiocco
attorno al collo, che aveva dato le sue coordinate indicandole come
«Orgrimmar, Azeroth», un villaggio del videogioco World of Warcraft,
descriveva l’hardware che aveva sul computer. Stava sbocconcellando la sua
Burrito Bowl presa da Chipotle, beveva da una lattina di Mountain Dew e
mostrava i piercing sui capezzoli a un pubblico composto da 1150 persone. In
un’altra chat room, 3756 persone stavano guardando una ventunenne
completamente nuda e senza trucco con il corpo da salutista mentre eseguiva
degli esercizi di yoga in una stanza illuminata a giorno e con le pareti color
crema; dietro di lei c’era una palla da pilates. A un certo punto la ragazza si
sollevò in una verticale.
Durante le prime settimane in cui mi misi a guardare Chaturbate, queste
furono alcune delle persone che guardai. Chaturbate era un sito di webcam dal
vivo lanciato nel 2011. Si distingueva dalle altre centinaia di videochat per il
suo approccio democratico. Era gratis e libero – davvero libero, non
bisognava nemmeno creare un account con una password – e aperto a
chiunque fosse maggiorenne. Attraverso le varie pagine, era possibile
scegliere tra le webcam di «Femmine», «Maschi», «Coppie» e
«Transessuali». Per avviare una trasmissione, una persona doveva solo
registrare il proprio nome e proiettarsi nel mondo, magari mentre stava
mangiando cibo takeaway. L’anarchia sessuale totale veniva intralciata dagli
utenti volontari che si comportavano come i moderatori di Wikipedia,
denunciando e negando la trasmissione a quelli che sembravano troppo
giovani o che violavano una delle poche regole di Chaturbate – i soliti divieti
in termini di violenza, animali ed escrementi.
Molti performer usavano il sito per fare dei soldi. Gli spettatori potevano
lasciare la mancia ai performer preferiti con dei gettoni, la moneta ufficiale di
Chaturbate. Chaturbate teneva per sé il cinquanta per cento della somma, in
modo tale che ciascun gettone costasse dieci centesimi per la persona che lo
comprava e ne valesse cinque per la persona che lo riceveva. In cambio di
alcuni gettoni, i performer potevano soddisfare una richiesta o rivolgersi
direttamente a chi aveva lasciato la mancia. Nonostante quel sistema di
pagamento, la libertà di Chaturbate era disponibile anche per gli spettatori
squattrinati, che non dovevano limitare la propria partecipazione al
voyeurismo, ma potevano anche usare la barra laterale per far ridere i
performer o, in maniera molto meno gentile, per insultarli. A volte i performer
selezionavano qualcuno dal pubblico per chiedergli di moderare la propria

94
chat room. I moderatori mettevano a tacere gli spettatori maleducati o maligni
oppure sollecitavano le offerte mentre una ragazza si sculacciava, si legava
alla testata del letto o era occupata in altre faccende.
Al di là dell’assenza di restrizioni, mi ci volle un po’ per capire cosa
rendesse Chaturbate speciale. A primo acchito, era un semplice peep show di
attori e attrici amatoriali inseriti in una cornice specifica, che facevano a gara
nell’imitare l’aspetto e i comportamenti degli attori nei porno commerciali. La
griglia di webcam sulla homepage somigliava a quella di gran parte dei siti di
webcam per adulti, e quindi forniva una prospettiva quasi del tutto
ginecologica del mondo. Nelle barre laterali dove gli spettatori chattavano tra
di loro, c’erano soprattutto uomini che dicevano alle donne di voler eiaculare
su parti diverse del loro corpo o decisi a ottenere delle attenzioni speciali;
uomini che dicevano alle donne di fare certe cose o di mettersi in una
determinata posizione, mentre le ragazze li lusingavano e diventavano
smancerose a loro volta. Come al solito, c’erano delle gif porno che
spuntavano in maniera fastidiosa ai margini della homepage, e le immagini
thumbnail sulla schermata si fondevano in un unico gigantesco orgasmo privo
di sincerità.
All’inizio evitai i canali più sessualmente espliciti. Preferivo guardare le
donne, ma di solito quando non erano al massimo della loro pornografia. Le
guardavo mentre facevano cose e basta, mentre chiacchieravano o
ritagliavano dei cuori di carta per San Valentino o ascoltavano Miley Cyrus.
Guardavo le donne perché erano più interessanti dei maschi, che quasi sempre
si mettevano su una sedia nera davanti al computer, illuminati dal bagliore
agghiacciante di una lampada da tavolo, con il cazzo in mano mentre
facevano i soliti movimenti, a meno che non fossero sdraiati a letto a fare lo
stesso. Di solito mostravano poca fantasia e avevano un repertorio scarso di
trucchetti. La distanza tra ciò che gli uomini volevano venisse mostrato loro e
quello che erano disposti a offrire agli altri era pazzesca, tranne per alcuni
ragazzi gay che capivano come un po’ di minuti passati a flirtare potessero
vivacizzare la situazione e per quello facevano esercizi di yoga con i
pantaloncini aderenti addosso o cantavano delle canzoni pop di successo in
playback. Guardavo un sacco di donne e seguivo un paio di coppie, ma non
cliccavo quasi mai sulla scheda «Maschi», tranne quando si trattava di gay
che si facevano cose a vicenda. Non trascorrevo molto tempo a sondare la
sezione «Transessuali» e non perché non fossi curiosa, ma perché mi
sembrava che molte di quelle trasmissioni provenissero da un bordello a

95
Barranquilla, in Colombia.
Chaturbate rivelò per la prima volta la potenzialità di essere qualcosa di
inedito la mattina in cui vidi la trasmissione di una ventisettenne di nome
«Elisa Death Naked»; viveva in una casa in Islanda con i mattoni di vetro, una
scala a chiocciola e dei tappeti folti e caldi, in cui si vedeva un grazioso
fuocherello che scoppiettava nel caminetto. Elisa non svelava il volto:
all’inizio dello spogliarello indossava una maschera di gomma a forma di
testa di cavallo con un cappello sopra, insieme a un top grigio tagliato
all’ombelico, i pantaloni della tuta neri e dei calzini al ginocchio con la
fantasia arcobaleno. La sua scenografia era composta da una sedia decorata da
una riproduzione della Gioconda e una cintura fallica con un dildo. Aveva un
corpo bilanciato ed esile come quello di una modella da catalogo, e forse era
solo un’illusione dovuta alla bella casa in cui si trovava, alla sua webcam ad
alta definizione, o a una caratteristica intrinseca degli islandesi, ma persino
mascherata trasudava il benessere tipico delle popolazioni che consumano
tantissimo olio di pesce e godono di un ottimo servizio sanitario pubblico. Le
sue performance sexy, tuttavia, erano anomale.
«Ho un’erezione davvero strana», commentò uno spettatore confuso,
quando Elisa si mise una maschera di Halloween a forma di fantasma e iniziò
a succhiare un dildo. Non interagiva con il pubblico, preferendo portare avanti
la sua narrazione sessuale a ruota libera, in uno stato di trance maniacale.
Diedi un’occhiata alla carrellata dei suoi video più famosi: c’erano delle clip
con scenari ancora più creativi: lei che lacerava un orso di pezza in maniera
violenta, si scopava da sola con un trenino giocattolo, legava il dildo a un
cavalluccio a dondolo e lo cavalcava. Lo show sembrava la sigla di un
programma per bambini disadattati pieno di giocattoli bizzarri, con un tocco
di industrial metal (nei video si sentivano i Rammstein). Oltre alla solita
Amazon Wish List (quasi tutti avevano un’Amazon Wish List per farsi fare i
regali dai fan, oppure per aggirare la tariffa del cinquanta per cento di
Chaturbate facendosi intestare dei buoni regalo su Amazon), Elisa aveva
inserito un link ai vestiti che aveva selezionato sul catalogo online di Asos.
Cliccai per curiosare tra quei vestiti senza impegno, con la vaga
consapevolezza che volevo vestirmi come si vestiva lei.

Nel 1990, i futurologi avevano predetto un modo completamente nuovo di


fare sesso. «Immaginatevi tra un paio di decenni, mentre vi state preparando
per una serata sexy in un villaggio virtuale», scrivevano i redattori della

96
rivista Mondo 2000 a San Francisco nel 1992. «È qualcosa di aderente come
un completo intimo, ma ha tutta l’intimità di un preservativo. Incapsulati nella
superficie interna del vestito ci sono diversi generatori di effetti intelligenti,
basati su una tecnologia che ancora non esiste. Questi generatori sono tanti
vibratori microscopici con diversi gradi di durezza, centinaia di micro-
vibratori per centimetro quadrato, che possono ricevere e trasmettere una
presenza tattile realistica nello stesso modo in cui gli schermi audio e video
trasmettono una presenza visiva e uditiva realistica».
Quel futuro non si era ancora verificato. Circa una ventina di anni dopo,
ci saremmo ritrovati con dei sex toy rudimentali telecomandati, ma niente tute
aderenti high-tech. Nessuno di mia conoscenza il venerdì sera si preparava
per una «notte sexy in un villaggio virtuale». Il sesso in rete si era sempre
suddiviso tra una dinamica passiva e voyeuristica (i video porno) e una più
interattiva (i gruppi di persone nei forum che si eccitavano a vicenda sotto
forma di personaggi di Harry Potter affamati di sesso). Il secondo era
diventato un hobby marginale, mentre il «villaggio virtuale» usato dalla
maggior parte delle persone – i social network – non aveva la configurazione
orgiastica che Usenet aveva sempre prefigurato. OkCupid e Tinder non erano
posti in cui andare per fare sesso davanti alla telecamera: abilitare
quell’opzione avrebbe spaventato e fatto scappare tutti. Mentre le coppie a
distanza potevano sfruttare la videochat in maniera erotica, libri come The Joy
of Cybersex o Net Sex erano passati di moda e finiti fuori catalogo. Fatta
eccezione per i video che le coppie con una relazione a distanza usavano
come sostegno, il porno era la routine per chi voleva fare esperienze sessuali
al computer.
Ecco perché all’inizio per me Chaturbate e gli altri siti di webcam erano
porno. Li percepivo come l’evoluzione tecnologica delle cabine di peep show
e delle linee telefoniche hard. Come in quei casi, c’era un performer e c’era
un voyeur. Le persone che si esibivano lo facevano con l’intenzione di
produrre materiale per masturbarsi (come indicava Chaturbate nel nome
stesso). Il modo in cui veniva espressa la sessualità attraverso My Free Cams,
Live Jasmin, Cam4 e tutti gli altri siti che offrivano forme di interazione
computerizzata con un essere umano in diretta non mi stupiva, era familiare.
Le performance sexy per ottenere dei soldi online non erano molto diverse da
quelle nei locali di spogliarello. Poi iniziai a trascorrere più tempo sul sito.

Chaturbate era pieno di incontri casuali e a sorpresa; mi imbattevo in persone

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come Elisa Death per caso, e a volte non le rivedevo più. Alcuni performer
fornivano un calendario con le proprie trasmissioni, mentre altri avevano
caricato le registrazioni delle puntate precedenti per metterle in vendita, ma la
maggior parte di loro non lo faceva, e non si poteva impostare una funzione
per registrare una trasmissione dal vivo e guardarla dopo. Non si poteva
registrare nulla, anche se ovviamente alcune persone lo facevano, e i canali
porno erano pieni di video presi dagli stream di Chaturbate. Fare clic sul
messaggio che avvertiva che bisognava avere più di diciotto anni per poter
aprire la homepage era come accendere MTV a metà anni Novanta, quando i
video musicali venivano trasmessi per la maggior parte della giornata tenendo
in ostaggio gli spettatori, in attesa del loro artista preferito o di una nuova
scoperta. Oppure, volendo andare ancora più indietro nel tempo, la griglia di
webcam che appariva una volta ottenuto l’accesso evocava l’avvento di
internet, l’internet degli sconosciuti invece che degli «amici». Le prime chat
room su CompuServe nei primi anni Ottanta erano state chiamate «CB» in
onore della radio libera CB aperta a tutti. Chaturbate aveva resuscitato quella
forma, con le stesse iniziali e la stessa cacofonia ingenua e perversa.
Alcune ragazze – a dire il vero la maggior parte di loro – non si
prendevano la briga di andare in diretta in maniera incessante per fornire
fantasie masturbatorie, ma si limitavano a raccogliere soldi o a chattare
pigramente con gli spettatori in diverse condizioni di noia, più o meno
svestite, facendo vedere le tette per qualche secondo o giocando un po’ con il
vibratore per ravvivare la situazione o esaudire gli ordini di qualcuno che
aveva lasciato una buona mancia. I performer e le performer migliori
potevano attirare migliaia di visitatori limitandosi a stare sdraiati o a chattare,
e lo spettatore si sentiva incoraggiato a restare a guardare nello stesso modo in
cui si posa un libro per fissare un animale domestico che si aggira nel
soggiorno. Spesso, non a caso, una persona finiva per guardare davvero il
golden retriever o il gatto tartarugato di qualcuno, che di solito veniva
afferrato e costretto a sedere di malavoglia sul grembo del proprietario
davanti alla webcam. Oppure si trattava solo dell’ennesimo spettacolino
sessuale in cucina, con dei dildo messi in fila davanti a un cestino di limoni
vicino al lavandino, come prodotti collocati in maniera strategica per ragioni
di marketing nei programmi di cucina. Una donna faceva una trasmissione di
cucina, di sesso e cucina, ogni venerdì.

Vidi Edith apparire per la prima volta in un contesto preoccupante: era stesa a

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faccia in giù sul letto, nuda, dopo una sessione con il suo vibratore Hitachi, e
forse stava piangendo. Diverse persone tra i suoi 2072 spettatori condivisero
la propria preoccupazione: «Edith ti vuoi fermare?», «Che succede? Mi
allontano, torno e la trovo che piange?», oppure: «Ci sta pigliando in giro» e
«Che succede??? Sembra proprio triste» e «Non ce la faccio a vederla così».
Poi lei mise fine alla trasmissione.
Guardando la sua pagina su Chaturbate, scoprii che Edith era una
studentessa universitaria di diciannove anni del Midwest che seduceva il
proprio pubblico vestendosi come una modella di American Apparel,
confessando la profondità della sua disperazione esistenziale, e facendo
sentire ciascuno spettatore come se fosse lui l’unica persona che poteva
capirla e salvarla sia dalla sua anima torturata sia dal voto di castità. Quella
formula sognante attirò migliaia di uomini, uomini che le suggerivano di
leggere Infinite Jest, Straniero in terra straniera, di provare con le ricerche di
Masters e Johnson o la poesia di Walt Whitman, che la supplicavano di poter
ricevere un messaggio personale e le lasciavano la mancia quando mostrava i
seni pallidi e perfetti, le ginocchia scorticate e il pelo pubico non rasato. (La
sua celebrazione della peluria corporea era ispirata dai video di Siouxie and
the Banshees su YouTube.) Leggeva ad alta voce pagine che potevano essere
di R.D. Laing o di Sam Pink. Ogni tanto nominava Michel Foucault e David
Bohm. Lodava gli uomini che la guardavano per le loro doti intellettuali e
perché le facevano scoprire riferimenti culturali poco noti, quelli che
pubblicavano nella barra di conversazione laterale, come dei re magi hipster.
Il suo username citava un racconto di J.D. Salinger e il primo articolo nella
sua Wish List di Amazon era Le varie forme dell’esperienza religiosa. Uno
studio sulla natura umana di William James. Il secondo articolo era un vestito
lungo molto decorato e il terzo era un abito da suora. Gli uomini la scoprivano
e la rivendicavano nello stesso modo in cui di solito scoprono e rivendicano la
musica elettronica polacca degli inizi o un ristorante goano difficile da
raggiungere nel Queens.

La seconda volta che apparve mentre ero collegata fu un martedì mattina, sul
presto. Indossava un maglione bianco fatto a mano e una gonna a campana
anni Cinquanta, stava a gambe scoperte in una stanza dall’aspetto freddo con
le pareti bianche e il pavimento di piastrelle. Un sole pallido filtrava da una
finestra. Nella stanza c’era una macchina da caffè messa in un angolo, una
chitarra in un altro, e una sedia da picnic con i portabirra. Dietro di lei, un

99
tizio con il cappotto e una sciarpa stava preparando il caffè, ignorando Edith
mentre lei si spogliava fino a restare con un body rosa pallido e iniziava a
danzare in maniera eccentrica per la stanza, a volte abbassando le spalline del
body per rivelare il resto del corpo. In un altro angolo, visibile a tratti quando
Edith spostava il computer, c’era una donna che dormiva sotto le coperte stese
sopra a un materasso gonfiabile. C’erano diverse scarpe da ginnastica e stivali
sparsi per terra. Qualcuno fece notare che il tutto somigliava a una topaia di
Breaking Bad.
Edith aveva tolto l’audio, ma rispondeva ai complimenti digitando un
secco «grazie». Aveva fatto colazione con un barattolo di gelato, dando
occhiate lascive alla webcam. A un certo punto si sedette sul bordo del
materasso gonfiabile e alzò la gonna. Dietro di lei, la figura addormentata si
rimboccò le coperte e il tipo che aveva preparato il caffè, o forse un altro (la
gente andava e veniva; «Ci sono almeno tre persone sotto a quel letto»,
scherzò uno spettatore), si era seduto sulla sedia da picnic per leggere un
libro. Il loro disinteresse era tale che era come se Edith non fosse affatto lì,
come se fosse un fantasma. Questo non faceva altro che innalzare il livello di
frenesia degli spettatori nella chat: non riuscivano proprio a capire come
qualcuno potesse ignorare quella creatura angelica in mezzo a loro.
Un giorno, Edith fece una maratona di ventiquattro ore su Chaturbate;
non era una cosa così rara tra i performer. Cominciò nel primo pomeriggio,
coperta da un abitino blu stile baby-doll decorato con delle rose, mentre
fumava sigarette nella sua stanza da letto e teneva banco davanti a un
pubblico composto da poco più di duemila persone contente di sentirla
semplicemente parlare. «Mi spoglierò quando verrà il momento, lo
garantisco», disse all’inizio. «Ma se state cercando di svuotare le palle nel
giro di dieci minuti, forse è meglio se fate un giro in un’altra chat room e poi
tornate». Si mise a parlare dei suoi primi tentativi con le webcam. Aveva
iniziato circa sei mesi prima sul sito My Free Cams, con un altro pseudonimo
letterario. Era stata espulsa dopo aver mimato di impiccarsi con il suo
vibratore una sera in cui le persone che stavano chattando attorno a lei
avevano iniziato a fare richieste illegali, e così era passata a Chaturbate.
Parlava dei suoi porno preferiti, tra cui Sasha Grey Takes Many Dicks. Le
piaceva il modo di scrivere di Stoya ma la trovava sopravvalutata, era «troppo
da pornostar qualunque». Qualcuno le chiese se le piacesse James Deen.
«Non sono molto attratta dai divi porno», rispose.
Anche Edith era stata contattata da un agente pornografico una volta.

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All’inizio l’idea le era sembrata allettante: vivere in una casa con altri attori
porno, con autista, parrucchieri e una piscina a disposizione. Aveva parlato
con le altre ragazze nella casa. «Si chiamavano tutte Tiffany o Mercedes e
dicevano cose come «ci pagano per scopare». Mentre lo raccontava, Edith si
puntò una pistola alla testa e fece finta di spararsi. L’agente pornografico
aveva cercato di rabbonirla, come se fosse una ragazzina troppo ingenua, e
dopo qualche risposta evasiva alla fine aveva ammesso che il lavoro
prevedeva del sesso tra ragazze e ragazzi (nel gergo del settore gli uomini
sono ragazzi e le donne sono ragazze). Edith era vergine e non le interessava,
quindi non aveva firmato un contratto. Disse di aver detto al tizio che era uno
«stronzo arrogante e altezzoso» e che sperava «gli cascasse il cazzo».
I minuti passavano. Gli spettatori di Edith si accomodarono meglio
davanti alle proprie scrivanie e lei ci raccontò qualcosa in più sulla sua vita.
Ci raccontò che si era diplomata alle superiori con un anno di anticipo. Dopo
aveva preso un anno sabbatico, con l’intenzione di vivere «qualche strana
avventura». Per un po’ aveva «sperimentato la condizione di chi non ha un
tetto sopra la testa», vivendo in un furgoncino per un paio di mesi con i suoi
due gatti; era entrata a far parte della comunità locale dei senzatetto. Raccontò
di un’esperienza ai confini della morte, carica di misticismo psichedelico.
Iniziai a chiedermi se Edith non fosse una sorta di profetessa della rete.
«Sapete, Albert Camus ha scritto che l’unico quesito serio nella vita è se
suicidarsi o meno», disse a un certo punto con un tono da recitazione solenne.
«Tom Robbins scrisse che l’unico quesito serio nella vita è se il tempo ha un
inizio e una fine. Albert Camus ovviamente si era svegliato col piede sinistro
quella mattina, e Tom Robbins forse si era dimenticato di puntare la sveglia. Il
vero quesito della vita è come far durare l’amore. Datemi una risposta a
questo e io vi dirò di non uccidervi. Datemi una risposta a questo, e io
allevierò le vostre preoccupazioni sull’inizio e la fine del tempo».
Che diamine stavo guardando? Spensi il computer e andai fuori a cena.
Diedi un’altra occhiata a mezzanotte, quando la webcam era puntata su
un letto vuoto. Anche se Edith era assente, la sua diretta era al terzo posto per
numero di accessi sul sito. Dodici ore dopo, guardai di nuovo. Era seduta sul
pavimento, nuda vicino a un paio di scarpette da ballerina con una sigaretta in
mano; c’erano 1700 spettatori collegati. Alcuni interlocutori nella chat
volevano più sesso. Alla maggior parte di loro non importava. «Può fare
quello che le pare», scrisse qualcuno. «Sono già fortunato a essere qui a
divertirmi con la donna migliore dell’universo».

101
Durante i minuti finali della sua maratona, alcuni spettatori dissero di
essere rimasti in piedi tutta la notte insieme a lei, ma Edith non chiuse la
trasmissione con un atto sessuale stravagante. Indossò un altro dei suoi vestiti
a fiori carini e tutti uguali e si rannicchiò per terra vicino al muro accanto a
una pila di libri. Era pallida, con le occhiaie visibili. Negli ultimi cinque
minuti rese omaggio a quelli che le avevano lasciato una mancia più alta
chiamandoli per nome. Chi erano quegli uomini? Prima avevo fatto clic sulla
webcam di uno dei donatori più generosi, che le faceva anche da moderatore.
Aveva indicato una località in Germania come luogo di provenienza e si era
nascosto la faccia. L’unica cosa che si poteva vedere, mentre veniva
rischiarato dall’illuminazione tipica da scrivania, era il bordo non rasato del
mento, la punta dei lunghi capelli ricci, il torso nudo e una giacca nera di
jeans con la scritta Trans-Siberian Orchestra ricamata in bianco sul taschino.
Scoccato il minuto finale della sua maratona, Edith si alzò in piedi. «Ce
l’ho fatta?», domandò al pubblico. «È successo davvero?» Un coro di
spettatori le disse che ce l’aveva fatta. Sollevò le mani in alto e fece un
urletto. Poi si sporse in avanti, come per abbracciare il portatile, e mise fine
alla trasmissione. Erano le due e mezza di pomeriggio.
Chiamai Edith, ma non voleva che i suoi genitori scoprissero le sue
attività. Rifiutò di essere intervistata dopo la prima telefonata e mi disse che
avrebbe lasciato Chaturbate. Al telefono, confermò che nella vita reale non
era sessualmente attiva, anche se era uscita con dei fidanzatini in passato e
una volta si era esibita con la sua coinquilina su Chaturbate. Disse che, a parte
quelle esperienze, era casta, e che forse era «internet-sessuale».

Edith dichiarò di aver guadagnato 1500 dollari in quella maratona di


ventiquattro ore, ma di aver speso gran parte della somma per lasciare la
mancia alle altre ragazze da webcam. Una delle sue preferite, una performer
di nome Doxie, le aveva comprato la copia del libro di William James che
voleva. Una volta mi sintonizzai sulla webcam di Doxie. Si era appesa al
soffitto agganciando le braccia a un uncino di ghiaccio, si era bendata e aveva
attivato una specie di macchina del sesso che vibrava ogni volta che qualcuno
le lasciava una mancia. Finché il ghiaccio non si fosse sciolto del tutto,
sarebbe rimasta in balia della macchina che vibrava. Tutto quello sforzo per
solo trecento persone sintonizzate sulla sua diretta. Poi guardai un video
nell’archivio, c’era lei che si masturbava sullo skilift. Aveva trentatré anni:
era una media alta per Chaturbate, in cui la maggior parte degli utenti era

102
circa sulla ventina. La sua biografia diceva che viveva con sua madre,
ammalata di cancro, per assisterla. Avrei scoperto che occuparsi di un
familiare malato era una situazione ricorrente mentre intervistavo le persone
che facevano dirette con la webcam. La Wish List di Amazon di Doxie era
composta soprattutto da attrezzi da fabbro.
Anche Doxie era «internet-sessuale»? E Edith lo era davvero? E che dire
degli altri? Una sera, pochi giorni dopo averla vista sculacciarsi ventiquattro
volte con una bacchetta di legno la sera del suo ventiquattresimo compleanno,
feci una telefonata Skype a una donna che si esibiva sotto lo pseudonimo di
Karastë (la parola, che significa «adorata» in svedese, si pronuncia scia-ri-
sta). Mentre si esibiva, Karastë aveva tenuto a freno con delicatezza gli
spettatori che le dicevano cosa fare. «Questa stanza non funziona così», disse.
«Niente richieste, niente istruzioni, niente suggerimenti di regia. Mi muovo
alla velocità che dico io, va bene? Il consenso è fondamentale». Ai suoi fan
non importava. «Non ho idea di come una persona comune possa aver
ottenuto per via genetica il corpo più perfetto sulla terra», scrisse qualcuno
nella chat.
Karastë aveva lunghi capelli rossi, il seno abbondante e l’atteggiamento
paziente di una maestra di asilo. Era andata su Chaturbate la prima volta nel
dicembre del 2013, dopo averne sentito parlare da un amico. All’epoca, stava
attraversando una fase di «torpore sessuale», una descrizione che corresse in
fretta: «Non è efficace, perché la mia sessualità è stata dormiente sin
dall’inizio, e la situazione è cambiata solo con Chaturbate».
Era stata allevata da cristiana battista e viveva nella sua cittadina di
origine nel Sudest. Durante le due relazioni lunghe che l’avevano iniziata al
sesso, aveva scoperto che non le piaceva farlo e il suo corpo le procurava
molta insicurezza. «Odiavo il sesso e non avevo un’idea precisa sulla
consensualità, perché non mi avevano spiegato neanche quello», mi disse.
«Ripensandoci ora, ci sono un sacco di cose che non sarebbero dovute
succedere, cose che sono avvenute per colpa della mia mancata educazione
sessuale». Senza internet, «sarei finita a leggere una rivista per casalinghe e
cercare di imparare a simulare meglio un orgasmo».

Quando visitò Chaturbate per la prima volta, pensò di poterlo usare per
superare le sue barriere psicologiche sul sesso. Pensò anche di potersi esibire
e di farlo restare un segreto, ma un vecchio compagno di classe la vide e lo
disse a tutti gli amici in comune. «È una specie di attivista per i diritti dei

103
maschi», mi spiegò. (Le trasmissioni di Karastë spesso facevano nascere
discussioni sul femminismo o sul perché la foto non richiesta di un cazzo
potesse mettere una donna a disagio. Quelle discussioni svelavano un altro
aspetto positivo di Chaturbate: poteva essere uno spazio sicuro per uomini e
donne che volevano fare delle chiacchierate schiette sulla sessualità; c’era un
equilibrio di genere migliore rispetto a un thread su Reddit inaugurato da un
professionista del rimorchio.)
Per lei Chaturbate era il «paradiso degli introversi». Le chiesi come
trasmettere la propria immagine a migliaia di persone su internet potesse
piacere a una persona introversa.
«Sono io ad avere in pugno la situazione», mi rispose. «Non devo avere
paura di una escalation fisica. Posso spegnere la trasmissione quando mi pare.
Posso cancellare un determinato flusso di parole sullo schermo quando mi
pare. Posso mandare via delle persone. Creo le mie regole da sola, nessuno mi
dice cosa fare. Non sono una maniaca del controllo, ma non l’ho mai avuto in
ambito sessuale. Prima di adesso, non ho mai potuto esercitare il mio potere
all’interno un rapporto fisico, e qualcosa del genere mi serviva davvero».

Fu Stoner Boner a presentarmi Wendy Bird, e fu attraverso di lei che arrivai a


comprendere un altro aspetto di Chaturbate che all’inizio non avevo
contemplato. C’erano donne – dovevano esserci per forza – che non andavano
sul sito per ricevere una marea di complimenti da parte dei pervertiti, ma per
essere a loro volta le pervertite, per trattare il maschio come oggetto e fare
comunella con la schiera di ragazzi illuminati dal bagliore delle proprie
lampade da tavolo che erano alla ricerca di una donna, una donna qualsiasi
che potesse gratificarli con delle attenzioni sessuali personali, come per
miracolo.
Stoner Boner era un ventunenne gay dell’Alabama che, quando gli parlai
la prima volta a inizio 2014, aveva appena festeggiato il primo anniversario su
Chaturbate. Si era iscritto al sito nel 2013 per scherzo; due anni dopo aveva
più di 25.000 follower. Stoner pensava che trasmettere sesso attraverso una
webcam fosse come fare go-go dancing negli anni Sessanta, una fonte di
imbarazzo giovanile per cui i posteri ci avrebbero preso in giro. «Sarà il tratto
distintivo della nostra generazione», diceva. «Quando dovremo spiegare cosa
facevamo da giovani, diremo che facevamo i modelli davanti a una webcam o
avevamo un blog porno».
Forse i ragazzi su Chaturbate facevano parte di nuova avanguardia

104
sessuale, ma spesso i loro spettatori appartenevano a una generazione diversa.
Tra i seguaci di Stoner Boner c’era Wendy Bird, che gli faceva anche da
moderatrice. Wendy Bird era una donna di quarantaquattro anni originaria
dell’Iowa. Era single e faceva l’artista. Aveva lasciato da poco la cittadina
universitaria dove aveva vissuto ed era rientrata al paesello per occuparsi del
padre ammalato. Wendy non si era mai interessata ai computer, ma a un certo
punto aveva scoperto che le piaceva fare da guida alle persone all’interno
delle loro fantasie sessuali. Un giorno stava facendo una sessione solo vocale
con un uomo quando lui le disse che avrebbe fatto una simultanea dell’evento
con la sua webcam su Chaturbate. Wendy era andata sul sito a controllare.
«Non avevo mai fatto niente del genere, e mai avrei pensato che sarebbe
successo. Sono stata l’ultima a comprare un telefonino».
All’inizio si limitava a guardare, soprattutto gli uomini. Poi un giorno
accese la webcam, la puntò su un ripiano della libreria e iniziò a parlarci
dentro. In quel momento, dopo la «fase da eremita» della sua vita, scoprì
«l’intimità di massa». Le persone iniziarono ad affollare la sua chat room e a
incoraggiarla. Poco dopo puntò la webcam sulla sua bocca e iniziò a fare delle
trasmissioni in quel modo. Chaturbate la espulse perché sospettava fosse
minorenne, «il che fu piuttosto divertente». Fece tutti i passaggi necessari
affinché verificassero la sua età, mandando una foto di lei mentre reggeva la
carta d’identità accanto al volto e scansionando una copia della sua patente.
Alla fine mostrò il suo viso in webcam e iniziò a esibirsi con il nome
Khaleesi_Heart_ (un riferimento a Game of Thrones). Si fece degli amici e
attraverso Chaturbate instaurò «amicizie intime e durature»; alcuni li incontrò
anche di persona, ma non per farci sesso. Una di queste la aiutò a traslocare,
un’altra andò a trovarla quando aveva dei problemi a casa.
Una sera Wendy Bird, Stoner Boner e io ci dedicammo a quella che
Wendy chiamava «perversione multipla». Ci eravamo collegati su Skype solo
via audio mentre passavamo in rassegna i video su internet. Wendy spiegò
come impostare il mio profilo per fare una trasmissione, garantendo l’accesso
solo a quelli con la password in modo da non comparire sul sito principale.
Poi mi chiese cosa mi piacesse. Cos’era che mi piaceva? Scorremmo il
catalogo degli uomini. Sembravano così giovani. «Trattali come oggetti», mi
incoraggiò Wendy.
Sin dall’inizio, Wendy era riuscita ad aggirare le «fichette zombie» che
affollavano la homepage. Lei andava alla ricerca degli uomini, ma non di
quelli più popolari; preferiva navigare fino ad arrivare alla seconda o terza

105
schermata alla ricerca dei veri dilettanti, la selva di uomini seduti alla
scrivania che io avevo scrupolosamente evitato. Scoprii che quegli uomini
aspettavano lì per un motivo ben preciso. «Un sacco di ragazzi etero lo fanno
per trovare qualcuno che faccia una sessione privata in webcam con loro»,
spiegò. Nelle schermate in cui si sperava di ottenere un incontro elettronico
diretto con un’altra persona, i gettoni contavano molto di meno. Se la
homepage di Chaturbate era formata da migliaia di uomini che guardavano
poche donne, dopo un paio di schermate la proporzione si invertiva,
trasformandosi in una o due persone che usavano Chaturbate per interagire in
privato con un’altra persona. Wendy non usava Chaturbate per solo
voyeurismo, ma per organizzare degli incontri occasionali virtuali. Aveva il
suo ventaglio di possibilità, e poteva trovare un numero di uomini volenterosi
con cui entrare in intimità elettronica a qualsiasi ora del giorno. «Una volta
che sanno che ci stai, iniziano a supplicarti», mi spiegò, aggiungendo che la
prima volta in cui si era resa conto della vastità di quel desiderio, di tutti
quegli uomini che spasimavano per interagire con lei, le erano venute le
vertigini. Mi incoraggiò a trovare un ragazzo carino per poi mostrarmi come
si faceva.
Scrissi un messaggio a un ragazzo sdraiato a letto che indossava solo un
paio di Ray-Ban. Dal suo computer, Wendy cliccò sulla sua pagina e scrisse:
«Emily è nuova, stiamo parlando di CB e le sto insegnando i fondamentali
proprio adesso». Wendy predisse che nel momento esatto in cui «Mark
Smith» si fosse reso conto che eravamo donne, avrebbe voluto che
avviassimo una trasmissione con lui. Aveva ragione: non perse un secondo.
«Una di voi due deve accendere la webcam», aveva risposto. Io accesi la mia,
abilitai l’ingresso con la password e lo feci entrare. Rimasi seduta nella mia
stanza con tutti i vestiti addosso, ripetendo con nervosismo che stavo solo
facendo un tentativo. Continuò a incoraggiarmi a spogliarmi come lui. Mi
rifiutai e chiesi scusa. Mi imbarazzava essere in linea su Skype con Wendy e
Stoner Boner: ormai sapevano di avermi insegnato a scoprire la chiave di un
codice e come organizzare un incontro sessuale in rete privato e anonimo; il
mio disagio li faceva ridacchiare.
«È liberatorio non dover incontrare quelle persone, che di fatto non ti
conoscono», spiegò Wendy. «Puoi essere chi ti pare. Puoi mostrare la parte di
te che vuoi. Puoi essere completamente aperta ed esposta e condividere tutto
senza preoccuparti di essere rifiutata, oppure puoi inventare una personalità
da zero e diventare qualcuno di diverso».

106
Avevo letto da poco un saggio contenuto in un libro intitolato Times
Square Red scritto dall’autore di fantascienza Samuel R. Delany, un gay
afroamericano che aveva trascorso gli anni Settanta e Ottanta a frequentare i
cinema porno a Times Square, dove aveva avuto centinaia di incontri sessuali
anonimi e fortuiti con altri uomini. Per lui era un peccato che le donne
corressero dei seri rischi nel fare simili esperienze, ma diceva anche: «Siamo
in attesa che un numero sufficiente di donne consideri certi posti come mete
possibili per provare piacere».
Nel saggio continuava a descrivere i benefici della sua ricca esperienza
di sesso occasionale. I cinema gli erano serviti come laboratori in cui
imparare a distinguere le varie sfumature nello spettro del suo desiderio
sessuale, in cui la sperimentazione avveniva del tutto al di là del concetto di
amore o di coinvolgimento sentimentale. Le sue riflessioni sull’attrazione
sessuale si discostavano in maniera netta dai concetti convenzionali di
bellezza e bruttezza. (Tra le sue varie inclinazioni, scoprì di avere un debole
per gli americani robusti di origini irlandesi, compresi due che avevano il
labbro leporino.) Per spiegare l’importanza degli incontri sessuali anonimi,
scrisse:

Le cose vanno un po’ meglio quando rendiamo sessuale il nostro modo di fare
sesso, quando impariamo a considerare sexy il nostro modo personale di fare
sesso. Chiamatelo un narcisismo salutare, se volete. Questo da solo basta a farci
rilassare nei riguardi della nostra sessualità. Paradossalmente, ci permette anche di
trasformarla e di adattarla fin dove ci pare per appagare gli altri. Non vedo come
tutto questo possa accadere senza un numero statisticamente rilevante di partner
diversi e senza una buona dose di comunicazione con loro, su quali sono le loro
reazioni sessuali nei nostri confronti. (Per quanto utile, la risposta di un unico
partner non è sufficiente. Questo è un processo davvero sociale e implica una
risposta sociale.)

Per le donne, andare alla ricerca di una vasta gamma di esperienze


sessuali ha sempre comportato un rischio e uno stigma sproporzionati. Ma in
rete, nel contesto di quella che Wendy definiva «intimità di massa», alcune
delle donne con cui parlai stavano facendo lo stesso sforzo di Delany
minimizzando il rischio di gravidanze, violenze e malattie a trasmissione
sessuale, grazie al mezzo in cui avveniva l’incontro. In teoria, Chaturbate e
siti di quel tipo – da My Free Cams al porno amatoriale del canale «Gone
Wild» su Reddit – potevano essere l’equivalente dei cinema porno bui del

107
ventunesimo secolo, ma più ospitali verso le donne: posti in cui le donne
potevano tenere in considerazione i propri desideri, scoprire cosa gli altri
trovavano attraente di loro e dare un nome a tutto ciò che a loro volta
trovavano attraente.
I dati dimostravano che i visitatori di Chaturbate erano nettamente più
uomini che donne. Le performance sessuali che mi sembravano più intriganti
di solito si svolgevano ai margini del sito, ed erano opposte alle aspettative e
al design di Chaturbate. Se mai ci fosse stato un sito che promuoveva
esplorazioni sessuali anonime specifiche per le donne, un luogo di incontri
capace di garantire i numeri che per Delany erano fondamentali nel costruire
la propria conoscenza sessuale, non sarebbe stato Chaturbate. Immaginavo
spazi su internet liberi dalle barre laterali che promuovevano MILF solitarie,
siti in cui le donne potevano andare per essere manipolate da sconosciuti
bellissimi capaci di telecomandare dei dildo a distanza. Ma il timore che
quell’incontro potesse essere registrato o che i dati della donna potessero
essere trafugati turbava la serenità delle mie fantasie.

I performer su Chaturbate avevano una motivazione economica oltre che


sessuale. Parlando con le persone che guadagnavano soldi attraverso il sito,
emergeva uno schema ricorrente: quello di una società in cui gli stipendi
erano così bassi che non valeva più la pena sacrificarsi per ottenerli, in cui dei
giovani ambiziosi non potevano andare avanti con gli studi senza indebitarsi e
in cui la sfortuna di una malattia sfociava in una catastrofe finanziaria. Per le
persone che dovevano fare da badanti a un genitore o a un familiare
ammalato, lavorare con il sesso garantiva flessibilità, anche se le entrate
spesso erano imprevedibili o misere. Altre persone che avevo intervistato,
compresa Karastë e una donna a nord dello stato di New York che usava lo
pseudonimo JingleTits, avevano compiuto da poco vent’anni e si percepivano
in una fase intermedia tra il liceo e il college immaginato per il proprio futuro.
Avevano ambizioni concrete verso la carriera, ma le loro famiglie non
potevano aiutarle a sostenere i costi di altri corsi di specializzazione. Questi
giovani con un titolo universitario si ritrovavano a mettere in discussione il
valore della propria laurea, e percepivano il masturbarsi davanti a una
webcam per denaro come meno umiliante rispetto ai lavori disponibili sul
mercato, qualcosa che offriva più significati e margini di creatività. Una
coppia di questo tipo era composta da Max e Harper.
Max e Harper si erano conosciuti su Tinder nella primavera del 2011.

108
Harper aveva vent’anni e studiava letteratura inglese alla Washington State
University e lavorava come tata nel New Jersey durante l’estate. Max aveva
ventisei anni, faceva il comico d’improvvisazione part-time, lavorava in un
ristorante di Tribeca e dormiva su un divano in un appartamento condiviso ad
Harlem. La prima volta che erano usciti insieme erano partiti da Times Square
per finire la mattina dopo alla stazione Port Authority lì vicino, dove Harper
prese il bus per tornare in New Jersey. Sei mesi più tardi Max si trasferì a
Washington per stare con lei.
Nell’Ovest Max faticava a trovare un lavoro che gli piacesse. Venne
assunto da Starbucks ma smise quasi subito per la noia durante il tirocinio.
Nel novembre del 2012, per racimolare qualche soldo, la giovane coppia
iniziò a fare sesso davanti alla webcam sul sito Live Jasmin. Era divertente,
ma Live Jasmin aveva un sacco di regole. Un performer non poteva mangiare,
bere o indossare dei vestiti con il logo mentre la registrazione era in corso.
Finché qualcuno non pagava per entrare nella chat privata, le modelle
restavano sedute sul letto completamente vestite, mettendosi in vendita come
le prostitute in vetrina nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. «C’erano un
sacco di tempi morti, bisognava fare di tutto per vendere, compreso cercare di
convincere le persone a esibirsi con te», mi raccontò Harper. Per farla breve,
quel sito aveva ancora la connotazione di un lavoro, ma almeno era un lavoro
che Harper preferiva al suo, che consisteva nell’«appendere pantaloni sulle
stampelle e scambiare convenevoli con persone che non mi piacciono».
Live Jasmin aveva delle regole per far sì che le sue ragazze sembrassero
«modelle da webcam», pronte a mostrare la malleabilità ossequiosa e
l’atteggiamento docile tipici dell’adulazione collettiva prestata all’ego
maschile sulla maggior parte dei siti a sfondo sessuale. Per Max e Harper, lo
scopo di fare sesso davanti alla webcam era evitare le relazioni con il cliente.
Quel che pensavano di fare, invece, era imitare gli spettacoli di varietà
amatoriale con un budget molto basso come quelli che si trovavano sui vecchi
canali satellitari, una specie di «Fusi di testa con le tette», disse Max. Altre
volte ne parlavano nei termini di una «performance di strada digitale».
Nell’estate del 2013, Max scoprì Chaturbate.
Su Chaturbate, potevano esibirsi da soli o insieme oppure fare sesso a tre
usando un unico account. Potevano far sì che Max sostenesse una prova di
resistenza mentre Harper gli infilava il pene nell’acqua ghiacciata e contava
fino a trenta. Harper poteva sedersi da Starbucks e scoprirsi i seni in silenzio a
beneficio della telecamera. Potevano fare spettacoli con le marionette, sesso a

109
tre, e lotte con il cibo. Harper poteva fare un tatuaggio con l’hennè a Max, a
forma di gallo con un’erezione gigante. Potevano appendere le lucine di
Natale dietro di loro in modo che formassero la parola FANCULO. Potevano
ricompensare quelli che lasciavano una mancia alta registrando un video di
loro nudi che correvano per strada urlando «SONO IL RE/SONO LA REGINA DI
SCOZIA». Nel giro di due mesi dopo l’iscrizione al sito, avevano più di 20.000
seguaci (alla fine ne avrebbero ottenuti più di 81.000). In alcune giornate si
facevano pochi affari, ma a volte il pubblico poteva essere composto da 7000
persone.
Grazie ai soldi che stavano guadagnando, iniziarono a immaginare un
altro tipo di libertà. L’idea di comprare un furgoncino venne a Max quando
prese dei funghi allucinogeni nell’estate del 2013, mentre il sole tramontava
sui campi nello Stato di Washington. Aveva avuto un’allucinazione in cui
parlava con un’entità che Max, un ateo, poteva identificare solo come Dio.

Qualche settimana dopo, Harper e Max utilizzarono i mille dollari risparmiati


per compare un pulmino Ford Aerostar del 1994 a novecento dollari. Decisero
di sbarazzarsi dei loro beni materiali e di usare i soldi di Chaturbate per
viaggiare per il paese. Chiamarono il loro show Fucking in Fifty10 e
registrarono una sigla vivace che diceva «We’re gonna hit the road / we’re
gonna help you cum...»11
Sulla strada impararono a sopravvivere con meno di dieci dollari sul
conto. Scoprirono come approfittare al meglio degli istituti di carità che
passavano il cibo gratis, a scroccare il wi-fi e a vivere ai margini di una
nazione satura di calorie e tecnologia. Cambiarono aspetto: dal giovane
sbarbato con una massa incolta di capelli, i pantaloncini cargo e le scarpette
da corsa barefoot della Vibram, Max assunse le sembianze di Allen Ginsberg.
Si lasciò crescere un barbone nero e folto, e anche i capelli; iniziò a portare
sempre più spesso gli occhiali da vista neri di plastica, fino a indossarli quasi
sempre. Harper, da tipica ragazza del college con i capelli biondo rossicci e
gli occhioni azzurri, il taglio scalato e i jeans larghi, si fece fare il piercing ai
capezzoli e lasciò crescere i capelli, che divennero folti e ondulati.
Quando Max e Harper iniziavano a patire quella vita priva di confini e di
obblighi, evocavano subito lo spettro di OfficeMax. Oppure dopo una
sessione particolarmente entusiasta di sesso davanti alla webcam, si battevano
il cinque e si chiedevano: «Vuoi smettere per andare a lavorare da

110
OfficeMax?»
Quella battuta riassumeva tutto ciò che c’era di sbagliato al mondo, per
Harper e Max: superstore in parcheggi di cemento, l’avvilimento di un salario
a ore senza prospettive, gli schedari beige, l’obbedienza e il mito che lavorare
sodo per una multinazionale sarebbe stato ricompensato in maniera
significativa.
Fecero il giro del paese. Un investitore diede loro quattromila dollari
affinché aprissero un sito personale. Decisero di trascorrere l’inverno in
Messico. Poi gli rubarono tutta l’attrezzatura e i computer portatili. Il loro
finanziatore fu arrestato per spaccio di droga e armi su Silk Road.12
C’è un video che resiste ancora su PornHub, è di Harper e Max che
fanno sesso in un pomeriggio piovoso a Puerto Vallarta. Attraverso le finestre
coperte dalle tende di una stanza d’albergo a buon mercato, il Messico appare
come un paese di cani che abbaiano e di clacson personalizzati. Per la prima
volta, Max e Harper sembrano mostrare segni di rimpianto.
«La data è 18 febbraio 2014», scrissero sul blog quel giorno. «Harper e
Max sono bloccati in Messico con duecento dollari e basta». Dovevano
abbandonare il progetto di scopare in cinquanta Stati. «Stavo cercando di
costruire un futuro piacevole per me stesso e ancora una volta ho ottenuto
solo una gabbia», commentò Max.
I fan diedero una mano per farli tornare negli Stati Uniti. Finirono
nell’Idaho, dove affittarono una stanza da un amico conosciuto su FetLife, il
social network per gli appassionati di fetish. Durante l’autunno del 2014, Max
e Harper aiutarono l’amico ad avviare un’attività di paddle personalizzati per i
giochi sadomaso per pagare le costose parcelle mediche che gli erano toccate
in sorte per curare la leucemia della figlia undicenne. Fecero anche degli
esperimenti di fire play.
Chaturbate, nel frattempo, cambiò le proprie regole. Il sesso in pubblico,
una delle prime fonti di sostegno per Harper e Max che trasmettevano il loro
programma dai campi di fieno e dagli autogrill, dai McDonald’s, gli
Starbucks, i Walmart e persino da un McDonald’s dentro a un Walmart, non
era più permesso. Stanchi di sbattersi su Chaturbate e dell’imprevedibilità
delle mance, trovarono un nuovo flusso di entrate attraverso un sito chiamato
Clips 4 Sale che si proponeva di soddisfare le fantasie fetish più recondite.
Harper e Max iniziarono a trascorrere le giornate registrando dei video che
potessero piacere alle persone con il feticcio delle donne in grembiule o che si
strappavano i vestiti. Harper scalò le classifiche e una volta divenne la

111
performer numero uno del sito. Facevano dei video per i feticisti dei piedi con
le scarpette da corsa della Vibram, quelle in cui si vedono le dita. Vivevano
felicemente con delle entrate che andavano dai quattrocento ai duemila dollari
al mese. L’ultima volta che ho parlato con loro avevano in mente di comprare
un pullman e poi un pezzo di terra. Era la loro «missione».

Man mano che Max e Harper continuavano a esplorare il sesso in rete


andando ancora più in profondità, scoprirono che non erano più in grado di
definirlo bene. «So che il rapporto sessuale si può definire in certi termini, ma
io non credo nel “sesso”», mi disse Max. «Non credo di saperlo indicare, di
poterti dire cosa sia, perché per alcune persone stare con tutti i vestiti addosso
e aprirsi le narici davanti a una telecamera è sesso, è una cosa che può
eccitarle da morire».
Alcune persone potevano guardare Max e Harper o chiunque su
Chaturbate senza essere d’accordo. Potevano pensare che delle lenzuola
pulite, un letto rifatto, un «partner» il cui ruolo sia evidente e una porta chiusa
siano sufficienti per descrivere con precisione cosa sia il sesso: qualcosa di
amorevole, forse. Di monogamo, probabilmente. Nobilitato dal fatto di
svolgersi in segreto, più autentico perché non condiviso con gli altri, e sacro
perché non mediato da un telefonino. Quel modo di pensare iniziava a
sembrarmi esclusivo e poco ambizioso.

10. «Scopare in cinquanta Stati». [n.d.t.]


11. «Stiamo per partire / ti faremo venire». [n.d.t.]
12. Una versione online del mercato nero nata a San Francisco. [n.d.t.]

112
6

POLIAMORE

Per generazioni intere, i giovani erano accorsi a San Francisco sperando di


imbattersi in una comunità queer o nella scena rave o nella letteratura beat,
oppure per mettersi dei fiori in testa nella foschia bruciata dal sole del Golden
Gate Park. Nel 2012 i giovani che andavano a San Francisco non erano degli
sfaccendati, né degli emarginati o vittime di pregiudizi. Da ragazzini avevano
mangiato cereali senza zucchero e indossato giacchette di pile fatte con le
bottiglie riciclate. Avevano studiato in qualche paese dell’Africa occidentale e
fatto i volontari nelle mense popolari ai tempi del liceo. Sapevano indicare il
loro sashimi preferito ed erano amici dei propri genitori. Esprimevano le loro
emozioni con le formule tipiche della psicoterapia. A differenza dei propri
genitori, facevano i pendolari nei sobborghi ma vivevano in città. Man mano
che arrivavano, i centri urbani cambiavano il proprio aspetto e si
rimodellavano per accogliere i soldi che questa nuova generazione poteva
spendere in maniera libera.
San Francisco era una di quelle città, ma anche Denver, Boston,
Portland, Austin e Williamsburg a Brooklyn manifestavano le tracce dello
stesso cambiamento culturale. Era come se le città in cui i giovani privilegiati
accorrevano in massa si fossero evolute attraverso traiettorie parallele nette, al
cui apice c’erano cani Shih Tzu saltellanti, toast da cinque dollari e ristoranti
salutisti con i nomi tipo Zeal, Thrive e Lyfe. I giovani andavano nei caffè
dove fare un espresso era un atto rituale capace di rievocare le fatiche dei
pionieri dell’Ottocento. Nessuno fumava sigarette. Quei giovani
perfezionavano il proprio corpo con l’obiettivo dell’omeostasi o della vita
eterna. Conoscevano i benefici dello iodio nelle alghe wakame e del selenio
nelle noci brasiliane. Mangiavano carne rossa una volta al mese, per
sincronizzare il consumo di ferro con la fine del ciclo mestruale.

113
Si vestivano in maniera casual. Nei fine settimana passavano
all’abbigliamento da palestra per andare a fare trekking con il cane. Volevano
divertirsi in modo sano, e a San Francisco non era strano imbattersi in tizi che
trasportavano dei giochi in scatola e facevano una partita a I coloni di Catan
mentre bevevano birra, ma birra aromatizzata in base alla stagione, rivestita di
etichette pittoresche e un po’ vintage. Avviavano ditte i cui nomi contenevano
delle allusioni al fantasy. Erano adulti, ma potevano sembrare dei bambini,
perché erano così ottimisti, perché amavano giocare, perché il marketing si
rivolgeva a loro con i colori luminosi, vendendo loro spazi puliti e illuminati
bene e snack nutrienti, e perché il loro successo era dovuto in parte al fatto
che erano arrivati alla prima fase della vita adulta senza mai dover infrangere
le regole. Non c’era molto da scandagliare nella loro vita sessuale, dato che a
quanto pare non avevano mai dovuto nasconderla.
Erano cresciuti assistendo a guerre straniere, ineguaglianze economiche
e catastrofi ecologiche, crisi di cui discutevano in maniera sincera sui social,
ma che evitavano di introiettare sotto forma di disperazione.
Non sto dicendo che Elizabeth fosse tutte queste cose, ma era lei stessa a
definirsi un’ottimista. Elizabeth aveva un abbonamento a una palestra di
climbing, meditava, e quando praticava yoga riusciva a fare una posizione
sulla testa senza appoggiarsi al muro. Organizzava varie attività: giri in
mongolfiera, gite finesettimanali al Sea Ranch. Lavorava tanto, aveva orari
punitivi, ma aveva l’energia e i giorni di vacanza necessari per stare in piedi
tutta la notte nel weekend, fare gite in bici o partecipare a raduni di
meditazione.
Una mia amica l’aveva conosciuta a una lezione di arti circensi e mi
aveva suggerito di incontrarla. Me l’aveva messa giù così: «Tutti i
poliamoristi che conosco...», aveva iniziato a dire mentre eravamo sedute in
un pianobar con il karaoke a Oakland a bere dei greyhound.13 Era bello
staccare un po’ da San Francisco – lì ti sentivi come se stessi visitando un
pianeta fatto di marzapane in tonalità pastello – per andare a Oakland, dove le
stazioni di benzina avevano i colori pacchiani, c’era un conflitto tra la
comunità locale e la polizia e potevi fare affidamento su diverse catene di fast
food. Avevo scattato una foto con il telefono a un biglietto da visita attaccato
con lo scotch al muro, c’era scritto: GINA: CARTOMANTE E CONSIGLIERA,
SPECIALIZZATA IN TUTTE LE QUESTIONI DELLA VITA. «Il fatto è che i poliamoristi»,
aveva insistito la mia amica, «sono tutti così sicuri di sé».
Elizabeth si era trasferita a San Francisco dopo il college. Il suo ragazzo

114
dell’epoca si era spostato in una cittadina nel Sud del paese per fare la
specializzazione in medicina. A prescindere da quanto lei lo amasse o quanto
sua madre (una specialista nel campo dell’infertilità e della procreazione) le
facesse pressioni per partorire da giovane, lei non era ancora pronta per
sposarsi e formare una famiglia. Aveva ottenuto una proposta di lavoro come
consulente per una società finanziaria. E così nel 2010, all’età di ventidue
anni, Elizabeth si trasferì sulla West Coast, il suo ragazzo andò a Sud, e si
lasciarono.
Elizabeth non aveva mai vissuto in una città prima di allora. Conosceva
bene i sobborghi dov’era cresciuta in Virginia, e la piccola località del New
England in cui era andata al college. Arrivò a San Francisco e si fece degli
amici, alcuni attraverso dei siti di incontri su internet. Conobbe Wes una sera
verso la fine del 2010, quando lui accompagnò uno dei colleghi di Elizabeth a
una serata di giochi in scatola a casa di lei. Lui si mise subito a flirtare. Si
scontrarono a Blokus, un gioco di logica e orientamento nello spazio.
Elizabeth vinse.
La prima volta che uscirono insieme andarono a una «Nerd Night» in un
bar della zona. Assistettero a una lezione sul futuro della teledildonica.14 La
serata finì con una passeggiata sul ciglio del Dolores Park, da cui si poteva
vedere la città che si espandeva sotto di loro, fatta di luci intermittenti. Lungo
il tragitto verso casa, si baciarono a un angolo della strada. Poi Wes, con una
forma di trasparenza che pensava fosse matura e corretta, fece un discorso per
chiedere una sorta di immunità preventiva all’interno della relazione. Doveva
ancora superare la rottura con la vecchia fidanzata. Non voleva una storia
seria. Elizabeth cercò di non fare una smorfia sarcastica; in fondo erano usciti
insieme una sola volta. Si diedero la buonanotte e si separarono.
Wes era cresciuto a San Francisco, aveva studiato ingegneria informatica
ad Harvard ed era tornato sulla West Coast dopo la laurea per lavorare da
Google. Come migliaia di altre persone, prendeva la navetta bianca priva di
loghi che ogni giorno portava i dipendenti agli uffici della Google a Mountain
View, dove Wes piluccava tra i punti ristoro multietnici all’interno della sala
mensa e si paralizzava davanti al computer. A un certo punto, durante la
scalata della sua gioventù precoce, aveva saltato un anno di scuola e in quel
periodo aveva solo ventuno anni, alto e bello e vestito in maniera preppy, da
catalogo J. Crew.
L’ultima storia seria di Wes prima di conoscere Elizabeth risaliva
all’anno finale del college. Quando aveva conosciuto Elizabeth, la scoperta

115
del sesso occasionale e di quanto gli piacesse farlo era ancora abbastanza
recente, non andava avanti da neanche un anno. Da ex timido, anche la sua
appetibilità per il sesso femminile era una novità. Le donne che un tempo lo
avevano ignorato non lo facevano più. Quando sorrideva, ricambiavano. Il
sesso con quelle donne gli aveva fatto scoprire cosa gli piaceva e cosa piaceva
a loro, e gli aveva permesso di esplorare la grande varietà del desiderio
sessuale femminile. Di nuovo a San Francisco, poteva fare clic su OkCupid
con la certezza di essersi allontanato dalla persona che era stato un tempo: un
secchione che aveva degli amici, ma erano tutti maschi secchioni che
leggevano libri e risolvevano problemi di matematica come lui. Il sesso
occasionale gli permetteva di familiarizzare con quel nuovo modo di stare al
mondo, in cui era più a suo agio. Era questo ciò che voleva dire a Elizabeth,
quando le aveva spiegato che non voleva avere una storia seria.
Il fatto è che Elizabeth e Wes vivevano a soli tre isolati di distanza l’uno
dall’altra. Iniziarono a vedersi una volta a settimana per bere, fare cene
galanti e dormire nei reciproci appartamenti, sempre con una disinvoltura
esibita. Se le fosse stato permesso di scegliere, Elizabeth avrebbe preferito un
rapporto più serio. Aveva solo ventitré anni, ma la sua reazione all’assenza di
interesse di Wes nel fare coppia era stata una sola: lui si stava comportando
come un bambino. Le ragazze, secondo lei, «invecchiano un tot di anni per
volta, come i cani». Bene così, si era detta. Avrebbe continuato a uscire con
altre persone.
Un paio di settimane dopo, attraverso una conoscenza in comune, aveva
incontrato Brian, un laureato di Stanford che lavorava nell’ambito delle nuove
tecnologie. Elizabeth si ritrovò presto con due non-fidanzati. Nessuna delle
due relazioni era esclusiva o aveva determinate aspettative verso il futuro. Lei
mantenne le due storie separate e non incontrò mai i due ragazzi insieme. Si
bilanciavano a vicenda, un rapporto forniva rassicurazioni contro il possibile
fallimento dell’altro. Quell’equilibrio la faceva sentire calma.
Quei rapporti le garantivano due contesti sociali, ruoli sentimentali e
modi di essere diversi. Con Brian c’era una fortissima attrazione sessuale.
Condividevano l’interesse per lo yoga e la meditazione. Lui aveva qualche
anno in più e aveva già tanti amici in città. Era andato al Burning Man per
anni di fila e l’aveva presentata ai burner, i membri di quella sottocultura che
vivevano a San Francisco, quelli che tornavano dalla playa del Burning Man
con certe nozioni riguardo all’intimità istantanea, la cultura del fai-da-te e
dell’artigianato digitale e i modi per espandere la mente.

116
Con quei nuovi amici, Elizabeth provò delle droghe per la prima volta in
vita sua. Non lo aveva mai fatto prima perché aveva ubbidito alle regole,
convinta che le persone che si drogavano fossero destinate a fallire nella vita.
Al college, le persone che Elizabeth conosceva e si facevano di funghi
allucinogeni, LSD ed MDMA, secondo lei lo facevano per evitare di pensare ai
propri problemi o magari per stare in piedi tutta la notte. Gli amici di Brian
invece sperimentavano con un approccio diverso: non per dimenticare
temporaneamente la realtà, ma per capirla meglio. Anche loro restavano
svegli tutta la notte. Farsi di droga non condizionava la loro esistenza in modo
negativo. C’erano pochi gruppi di giovani nella storia degli Stati Uniti che
avevano avuto tanto successo quanto loro.
Elizabeth non amava Brian. Ma Wes... anche Wes era nuovo in città. Si
erano laureati nello stesso anno. Avevano una visione simile del mondo. Gli
amici si erano accorti delle loro meccaniche sincronizzate, erano due persone
che raramente mostravano emozioni sopra le righe, due gas nobili con gli
atomi in condizione di stabilità. Insieme a Brian, Elizabeth poteva interpretare
la parte della pellegrina innocente. Con Wes invece faceva da esploratrice e
da guida. Un giorno nel maggio del 2011, sei mesi dopo essersi conosciuti,
Elizabeth fece provare dei funghi allucinogeni a Wes. Andarono al Golden
Gate Park, dove le radure di eucalipti facevano pensare alle entità semi-
immaginate dalle generazioni precedenti e alle loro incursioni frammentate e
brevi in un’altra dimensione. Elizabeth ha una foto di Wes che risale a quel
giorno, è supino su un letto di aghi di pino e di ramoscelli marroni. Il suo
sguardo è rivolto verso l’alto, gli occhiali da sole riflettono i rami e il cielo. È
sdraiato con un giubbotto grigio e una maglietta blu addosso, ha una mano
mezza sollevata sopra di sé, l’altra in tasca, una Moleskine accanto ancora
nell’involucro di plastica.
Il trip con il fungo allucinogeno trasformò la loro relazione. Non
usavano ancora la parola amore, ma iniziarono a parlare di «coinvolgimento
sentimentale».
Evitavano di dire «il mio ragazzo» o «la mia ragazza». Quando
andavano fuori a cena con la famiglia di Wes, Elizabeth veniva presentata
come un’amica. Dalla primavera si passò all’estate, le giornate si fecero più
lunghe, c’era più nebbia e abbondavano le citazioni di Mark Twain ai
visitatori che non si erano portati dietro un maglione di lana per affrontare le
fredde notti di luglio;15 i nudisti con l’abbronzatura naturale facevano
l’occhiolino ai passanti a Castro, al Bi-Rite era la stagione della frutta con il

117
nocciolo. Da qualche parte a Palo Alto Steve Jobs era sul suo letto di morte,
l’aura bianca della spia della batteria pulsava in maniera sempre più
evanescente e debole. San Francisco nel 2011: l’estate del coinvolgimento
sentimentale.
Quell’agosto, Elizabeth andò al Burning Man con Brian e prese l’LSD per
la prima volta. Quando il trip finì, senti di essere cambiata, ma non nel senso
che si era data alla metafisica hippie con rinnovato entusiasmo (il copione
secondo il quale era stata allevata quanto ad ambizione e carriera restava
intatto, tanto che a sentire una cosa del genere ci si chiedeva cosa avessero
visto davvero gli hippie: l’illuminazione, un nuovo ordine mondiale, Dio...).
Quando era ritornata alla realtà, lo aveva fatto con la semplice convinzione
che una parte vitale della natura umana potesse ottenere soddisfazione solo
all’interno di un carnevale primordiale, nel deserto come altrove,
caratterizzato da uno stato di ebbrezza priva di inibizioni, da notti lunghe che
si scioglievano nell’alba, musica capace di generare uno stato di trance,
indumenti di pelle, copricapi pennuti. Alcuni paesi avevano ritualizzato il
baccanale, dedicandogli uno spazio ogni anno. L’America non lo aveva fatto,
e non poteva concepire la baldoria senza prevederne anche l’espiazione, senza
lasciarsi andare a speculazioni saccenti su cosa sarebbe successo dopo. Gli
esseri umani potevano essere sciocchi di tanto in tanto: Elizabeth si convinse
sostanzialmente di quello, e capì che la punizione preventivata per essersi
divertita troppo non sarebbe arrivata come la risposta a una domanda. La
punizione, magari, non sarebbe arrivata affatto.
L’ultimo sabato del festival, quando il fantoccio del Burning Man venne
messo al rogo e decine di migliaia di persone si radunarono nella distesa del
deserto per ballare, Elizabeth conobbe un uomo. Era un ingegnere, quindi
probabilmente era intelligente. Puzzava, ma dopotutto si era al Burning Man.
Lei era fatta di MDMA, si sentiva sicura del fatto suo e costante come il neon.
La polvere del deserto aveva una consistenza vellutata, il cielo era concavo e
luminoso, la musica circadiana. Si era innamorata e disinnamorata nel giro di
qualche minuto, ma fece sesso con quell’uomo, confermando il secondo
principio fondamentale del modo in cui voleva stare al mondo, qualcosa che
sapeva da quando aveva preso l’MDMA per la prima volta. Non avrebbe
ignorato la sofferenza, perché la sofferenza era reale, ma non aveva motivi per
non essere felice. Le due cose da ricordare da quel momento in poi: la felicità
come principio guida – la felicità sopra qualsiasi altra cosa – e quella che
Simone de Beauvoir una volta definì «la festa»: «un’ardente apoteosi del

118
presente di fronte all’inquietudine dell’avvenire».16
Di nuovo a San Francisco, Elizabeth non mise in pratica in maniera
specifica la sua nuova dedizione a una vita di esperienze intensificate. Era più
come lasciare da parte una stanza vuota, per arredarla quando ci sarebbe stato
più tempo o denaro. Per il momento le sue idee sulla vita adulta erano le
stesse: lavorare il più possibile, sposarsi un giorno e fare figli. Se si fermava a
pensarci troppo, si sentiva ancora un po’ indignata dal fatto che Wes non
volesse «crescere» e avere un rapporto serio con lei. Quell’autunno, lui
trascorse due settimane a Londra per lavoro. La sua assenza spinse Elizabeth
a giurare che avrebbe interrotto la relazione. Cambiò idea prima che Wes
partisse da Heathrow per il volo di ritorno. Doveva concentrarsi sul lavoro,
soprattutto dal momento che anche lei era stata assunta da Google. A quel
punto prendevano la navetta per Mountain View e mangiavano in mensa
insieme.
Elizabeth non definiva la sua situazione – fare sesso con due uomini
diversi con regolarità per un lungo periodo, con sporadici incontri al di là di
entrambe le relazioni – come poliamore. Poliamore era un neologismo che si
imparava a San Francisco semplicemente passeggiando per la strada, ma era
anche un termine così tipico di quella zona che spingeva le persone che
vivevano in altre parti d’America ad alzare gli occhi al cielo, non tanto perché
il poliamore rifiutava la monogamia, quanto per la schiettezza e il lessico con
cui quel rifiuto veniva articolato.
La parola era ancora nuova. Quando l’Oxford English Dictionary
aggiunse poliamore tra i propri lemmi nel 2006, citò come prima ricorrenza
un post su internet nel 1992 che suggeriva la creazione di un newsgroup su
Usenet chiamato «alt.polyamory». Altre fonti facevano risalire il termine a
una donna di nome Morning Glory Ravenheart-Zell, che utilizzò per la prima
volta l’aggettivo «poliamoroso» nel 1990, in un articolo per discutere i
meccanismi del suo matrimonio aperto.
Stando all’Encyclopedia of Witchcraft, Witches and Wicca, Ravenheart-
Zell, in origine Diana Moore, nacque nel 1948 a Long Beach, in California. Si
cambiò il nome in Morning Glory all’età di diciannove anni perché sapeva di
non poter idolatrare la dea Diana, le cui discepole nell’antica Roma avevano
praticato la castità. Incontrò il suo primo marito mentre faceva l’autostop per
raggiungere una comune a Eugene nell’Oregon nel 1969; lo lasciò per un
secondo marito, Oberon Zell-Ravenheart (all’anagrafe Timothy Zell) nel
1973. Si innamorarono allo Gnosticon, un meeting annuale di neo-pagani.

119
Sin dall’inizio del loro matrimonio che sarebbe durato quarant’anni, i
Ravenheart-Zell continuarono ad avere rapporti con altre persone, arrivando a
un certo punto a formare un triangolo che durò un decennio. Fu su richiesta di
una delle partner di suo marito che Morning Glory pubblicò un articolo
illustrativo intitolato «A Bouquet of Lovers» su Green Egg, la rivista ufficiale
della Church of All Worlds di matrice neo-pagana. Un primo tentativo di
descrivere quella che i Ravenheart-Zell definivano «l’idea di avere relazioni
sessuali/d’amore multiple e simultanee senza sposare tutte le persone in
questione», appare nei forum su internet sotto forma di parole come
polifedeltà, onnigamia, panfedeltà e non-monogamia. Invece di usare la
traduzione in greco o in latino per dire «amare molti», che avrebbe generato
la parola polifilia (sembra una patologia) o multi-amore (sembra un
adattatore), Ravenheart-Zell, intrepida filologa, combinò le due opzioni: da
qui poliamore. Descrisse anche le regole che la sua vasta rete sessuale aveva
codificato per mantenere quel tipo di relazioni. Una delle regole era «Lo
schema del preservativo», un accordo tra cinque persone per usare i
preservativi con chiunque non rientrasse nel circolo.
Morning Glory Ravenheart-Zell morì di cancro nel maggio del 2014,
molto tempo dopo che la parola da lei coniata fosse trapelata fuori dagli
ambienti New Age. Dagli spiriti liberi che parlavano dell’esistenza degli
unicorni, la parola era passata in fretta a piccole comunità di newsgroup su
internet nei primi anni Novanta e da lì a una cultura più estesa. Eppure, nel
1997, l’anno in cui vennero pubblicate guide come La zoccola etica17 di
Dossie Easton e Janet Hardy e Polyamory di Deborah Anapol, il concetto
restava limitato quasi solo alle città della California del Nord dove gli hippie
erano sopravvissuti all’estinzione di massa. Dan Savage, una figura molto
popolare sui giornali che ha una rubrica dedicata al sesso e i cui consigli
libertari fanno da barometro per chi è sessualmente attivo (i giovani
professionisti dalla mentalità aperta che vivevano nelle principali città
americane) cita la parola poliamore solo una volta in una raccolta di articoli
pubblicata nel 1998, e con una funzione puramente descrittiva, per spiegare il
concetto a una persona che gli aveva rivolto delle domande su un triangolo
sentimentale. In quella circostanza, Savage ammise di preferire la parola
«polifedeltà».
Elizabeth era andata al Burning Man per la prima volta nel 2011, e a quel
punto il festival ormai aveva inglobato molti laboratori didattici e incontri
pubblici su come gestire i rapporti poliamorosi, ma per lei quella parola aveva

120
delle connotazioni culturali troppo specifiche: di solito si riferiva a coppie
sposate di scambisti o a vecchietti pervertiti che ci provavano con le ragazze.
Per Elizabeth la parola poliamore aveva più a che fare con il modo in cui un
certo tipo di persona voleva presentarsi al mondo – come un anticonformista
o un sovversivo – che con un metodo praticabile per gestire dei rapporti.
Anche se come gran parte delle persone della sua età aveva degli amici le cui
relazioni diadiche erano aperte al sesso con gli altri, quegli amici di solito
usavano l’espressione «coppia aperta», che pativa meno lo stigma di una
stranezza voluta, e non coincideva con una dichiarazione di intenti sulla
propria identità sessuale.
A prescindere da qualsiasi combinazione accidentale avesse creato, e
nonostante la sua libertà le sembrasse divertente, entro la fine di quell’anno
Elizabeth iniziò a soffrire un po’ d’ansia per l’assenza di confini legati al
sesso nella sua vita. Le vecchie fidanzatine del liceo di Wes stavano tornando
a farsi sentire. Le donne su OkCupid probabilmente gli mandavano dozzine di
emoji ammiccanti. Per placare la sua crescente insicurezza, decise di ricorrere
ai manuali di auto-aiuto, e si mise a leggere La zoccola etica.
La zoccola etica. Guida al poliamore, alle relazioni aperte e altre
avventure è un libro utile ma a volte fin troppo allegro. Le due autrici Janet
Hardy e Dossie Easton, entrambe appartenenti alla generazione dei baby-
boomer, fanno risalire la propria indagine sull’amore libero alle utopie degli
anni Sessanta. Come prima cosa mettono in discussione la desiderabilità
universale di un risultato come il matrimonio monogamo, un’istituzione che
non concepiscono come «normale» né tantomeno come «naturale». L’ideale
della monogamia, scrivono, appartiene alle culture agrarie obsolete. Ormai è
ai limiti della tradizione più vetusta, soprattutto perché le persone che cercano
di perseguire una vita sessuale al di fuori del matrimonio si ritrovano davanti
alla mancanza assoluta di un codice etico e comportamentale: «Non abbiamo
a disposizione alcun copione culturalmente consolidato per gli stili di vita
sessualmente aperti»,18 scrivono le autrici. «Ognuno deve scriversi il proprio
testo». Poi vanno avanti con le tassonomie delle varie identità sessuali
possibili e delle strategie per tutelare la salute, la stabilità e per «disinnescare
la gelosia». Nel libro decidono di ravvivare la parola zoccola come se fosse
una «rivendicazione», per indicare «una persona di qualsivoglia genere che
celebra la sessualità in accordo con la proposizione radicale che il sesso è
bello e fa bene».
Frutto dell’opera di una psicoterapeuta e di una scrittrice, il libro

121
presuppone chiacchiere molto più disinibite di quelle che la maggior parte
delle persone sente di poter sostenere con i propri partner sessuali. Dichiararsi
felicemente una «zoccola» è un proposito difficile: la parola reca le tracce del
suo passato negativo, connotato dal genere, a prescindere da quanto venga
riproposta con disinvoltura. E manifesta scarsa empatia verso quelle persone
che seguono uno stile di vita sessuale alternativo per rassegnazione più che
per entusiasmo (io, per esempio, non credevo che essere single fosse un modo
per «stare in una relazione con me stessa»).
Eppure, dalla data della pubblicazione in poi, il libro ha venduto più di
160.000 copie.
Coloro che praticano il poliamore citano spesso una fase chiamata «il
club del libro»: dopo aver letto La zoccola etica, Elizabeth proseguì con il
bestseller sulla biologia evolutiva In principio era il sesso, scritto da
Christopher Ryan e Cacilda Jethá,19 secondo i quali gli esseri umani si sono
evoluti per godere del sesso con più partner, fa parte del nostro destino
inesorabile di primati. Poi lesse Living Open di Tristan Taormino, un’altra
guida su come gestire il sesso con più partner.
Iscriversi a quel club del libro permise a Elizabeth di valutare il fatto che
non tutti dovevano fare i conti con il tipo di vita adulta che si era immaginata
lei crescendo. La coppia monogama, un’istituzione che lei aveva sempre
considerato l’unico sbocco previsto, all’improvviso assunse le sembianze di
una scelta deliberata. Una volta che iniziò a concepire la monogamia come
una scelta e non come un dato di fatto, questa iniziò a configurarsi come
un’aspettativa irragionevole, più adatta alle persone a cui non piaceva
sperimentare, persone molto diverse da lei.
Elizabeth era cresciuta in mezzo ai battisti della Virginia. Suo padre era
un immigrato coreano e sua madre era ebrea, e lei era cresciuta secondo i
precetti ebraici. Da bambina, aveva nutrito forte curiosità verso il sesso.
Aveva cercato di masturbarsi la prima volta in seconda elementare, dopo aver
sentito qualcuno che ne parlava in televisione. Pensava di aver fatto una cosa
sbagliata e preferì non parlarne con gli amici. Alle scuole medie decise di
approfondire ancora un po’ la questione guardando dei porno su internet. In
parte era curiosità e in parte voleva eccitarsi, ma il porno divenne anche un
modo per capire quanto era attratta dagli uomini e quanto dalle donne.
Quando Elizabeth frequentava le medie, un giorno suo padre aprì il portatile
della figlia trovandosi davanti due lesbiche chiassose che facevano le
monelle. Cancellò i file, spense il computer e uscì dalla stanza. Non ne

122
parlarono mai.
Elizabeth fece sesso la prima volta a quattordici anni, in trasferta a
Miami per un raduno di nuoto. Lui aveva sedici anni, era vergine come lei o
almeno le aveva detto di esserlo. Sono rimasti amici su Facebook.
Ebbe la sua prima relazione sessuale seria all’età di quindici anni e iniziò
a prendere la pillola anticoncezionale. Si considera fortunata per non aver mai
sviluppato dei sentimenti negativi verso il sesso, per il fatto di sentirsi a
proprio agio con la sua sessualità, e per non aver mai subito una violenza. Al
college fece sesso con tre persone durante il primo anno, ed arrivò ai
preliminari con vari altri ragazzi. Anche se nessuno la giudicava, il modo in
cui gli altri studenti parlavano di sesso al college faceva sì che si castigasse da
sola. Aveva assistito alla diffusione dei pettegolezzi su certi ragazzi o ragazze
e sulle loro avventure sessuali. Si rendeva conto del potere di quelle dicerie.
Anche se per lei il gossip era retrogrado, le sembrava più semplice e
conveniente mantenere un atteggiamento sessuale sobrio e conservatore,
almeno di facciata. Durante il secondo anno iniziò a frequentare un ragazzo
con maggiore assiduità.
Ancora più preoccupante per Elizabeth era la prospettiva di come la sua
reputazione sessuale potesse essere usata contro di lei mentre cercava di
coltivarne una professionale. Al college iniziò a lavorare come assistente di
un professore di economia e divenne molto importante per lei che i suoi
studenti non sapessero che era andata a letto con i loro amici. Crescendo, le
cose da mettere potenzialmente a rischio aumentavano. Sospettava che parlare
dei suoi molteplici amanti al lavoro potesse sabotare la sua carriera. Si stava
confrontando, se non con l’uso di due pesi e due misure a seconda del tuo
sesso, quantomeno con una specie di ipocrisia di fondo in cui l’ambizione, la
curiosità e la volontà di correre dei rischi nella propria vita professionale non
corrispondevano al miraggio del decoro che invece spopolava nella vita
privata. La monogamia veniva assimilata ai concetti di leadership e
competenza; le altre scelte sessuali implicavano una perdita di autorevolezza.
Il timore di scivolare dal lato sbagliato della barricata faceva sì che ci fosse
un’unanimità generale su cosa costituiva una vita responsabile, quando di
fatto, forse, non esisteva una linea che separava le due cose.
Per almeno un anno Elizabeth e Wes evitarono di usare dei sostantivi per
definire la propria relazione. L’ultimo giorno del 2011 festeggiarono il
Capodanno con degli amici sul retro di un furgoncino noleggiato per
l’occasione e trasformato in una festa mobile, scorrazzando per la città e

123
fermandosi nei vari bar lungo la strada. Parcheggiarono fuori dalla casa di un
amico prima di mezzanotte. Prima di entrare, dato che voleva farlo mentre era
ancora abbastanza sobria, Elizabeth disse a Wes che lo amava. La amava
anche lui, ma voleva continuare a fare sesso in giro. Lei aveva già scoperto di
volere la stessa cosa.
Erano entrambi disposti a essere una coppia invece di due persone single
che andavano a letto insieme, ma non sarebbero stati monogami. A quel punto
si trattava di capire la fattibilità del tutto. Elizabeth compilò un Google
Document che sarebbe diventato la base della sua ricerca e Wes le andò
dietro: era un elenco di letture consigliate, una lista di posti in cui partecipare
a discussioni di gruppo e di feste a sfondo sessuale aperte al pubblico.
Andarono a un play party al sex club Mission Control, un appartamento
che occupava un intero piano in un edificio basso su Mission Street a cui si
accedeva tramite una rampa di scale. C’erano fiori finti, dipinti di velluto,
centrini messicani appesi sopra al bancone, un palo da lap dance, e una stanza
dei giochi in cui poteva succedere di tutto. Fecero sesso circondati da persone
intente a guardare.
Tornarono un’altra volta per un gruppo di discussione sulle relazioni
aperte, ma gran parte dei convenuti erano più grandi, poco sotto i
quarant’anni. Erano persone sposate e «vivaci» oppure sposate e in ansia di
salvare il proprio matrimonio in crisi. Quello era un altro aspetto del
poliamore: all’inizio quasi nessuno dei loro coetanei lo stava provando, e se lo
faceva non era con l’intenzionalità mostrata da Wes ed Elizabeth. Era come se
la precocità rivelatasi nelle loro carriere professionali si estendesse in forma
di estremo pragmatismo anche alle loro vite sessuali. Mi ero imbattuta in altre
comunità non-monogame nella Bay Area, che facevano coincidere la propria
sessualità con delle precise finalità politiche come l’anarchia, e cercavano di
separare qualsiasi manifestazione d’amore dal coinvolgimento del governo.
La ricerca di Elizabeth e Wes non era volta a conciliare la teoria con la
pratica. Non parlavano di «società patriarcale» e non citavano Wilhelm Reich,
ma concepivano l’apertura come un modo per essere più sinceri. Stavano
cercando di evitare la confusione e i giri di parole che caratterizzavano la vita
sentimentale e sessuale dei propri amici e lo facevano parlando dei loro
sentimenti concreti, identificando le proprie voglie attraverso conversazioni
esaustive e spesso scomode. Invece di confrontarsi con lo spettro
dell’impegno e di scappare via in preda all’incertezza, volevano trovare
un’altra forma di impegno che riconoscesse il desiderio di entrambi di

124
condurre una vita un po’ più sperimentale. Elizabeth e Wes sapevano di poter
attingere da alcune esperienze dei poliamoristi più grandi di loro, ma
dovevano fare un sacco di ragionamenti anche per conto loro. Nella
monogamia c’era un confine. Nella loro relazione ce ne sarebbero stati molti.
Alla fine di quella fase esplorativa, iniziarono a stilare delle regole.
La prima implicava che ogni volta che si fosse reso necessario uno
poteva chiamare l’altro e dire: «Torna a casa». Quella era la linea guida: la
convinzione di essere l’una la persona più importante nella vita dell’altra. La
seconda regola era sulla trasparenza. Se uno dei due sospettava che sarebbe
potuto finire a letto con qualcun altro, quella premonizione o quel sentimento
dovevano essere condivisi. Si erano messi d’accordo per parlare delle
reciproche infatuazioni. Se un rapporto sessuale avveniva per caso, l’evento
doveva essere condiviso poco dopo con il partner. Avrebbero usato il
preservativo con partner esterni alla coppia. Nonostante le regole, puntavano
a fallire. Era un concetto mutuato dalla sicurezza informatica: in caso di
evento non previsto, come deve reagire il sistema? Nel «fail open mode»,
quando si palesa un problema per cui non sono state identificate delle regole
precise, la prassi è quella di agire tempestivamente e di discuterne dopo, di
fare delle esperienze e preoccuparsi di formulare delle risposte a quelle
esperienze per la volta successiva.
Il sesso fuori dalla coppia assunse una forma abbastanza schematica.
Elizabeth aveva delle relazioni più o meno stabili. Wes era più incline alle
avventure di una notte o a rincontrare vecchie conoscenze quando viaggiava
per lavoro. Wes aveva la tendenza a non essere geloso, mentre Elizabeth
qualche volta lo era.
In uno sviluppo successivo nei primi mesi del 2012, Brian lasciò il paese
per tre mesi. In assenza del suo secondo partner, Elizabeth avvertì uno
squilibrio. Wes continuava a vedersi con altre persone e lei si sentiva precaria
e vulnerabile. Stava anche iniziando ad accettare il fatto di sentirsi sempre più
attratta da un’altra persona, un collega della Google. Si chiamava Chris. Era il
migliore amico di Wes.
Wes disse che non ci sarebbe rimasto male se Elizabeth e Chris avessero
iniziato ad andare a letto insieme. Elizabeth, triste, gli chiese come fosse
possibile per lui essere innamorato di lei e accettare che andasse al letto con il
suo migliore amico. Trovarono una soluzione.
Chris è un uomo alto dal sorriso dolce e l’aria timida. Come Elizabeth e
Wes, era cresciuto con l’aspettativa di trovare la felicità nel corso di un lungo

125
processo di ricerca e di sperimentazione. I suoi genitori si erano conosciuti in
una comune sulle colline di Santa Barbara nei primi anni Ottanta, quindi
l’esempio ricevuto in famiglia era quello di uno spirito d’avventura giovanile
che alla fine si sarebbe consolidato nel conformismo, per quanto dalle vedute
aperte. Nel loro caso si consolidò nel New Jersey, dove Chris rimase fino al
liceo. Per il college andò a Stanford sulla West Coast, studiò ingegneria
informatica e scrittura creativa e si laureò nel 2010, come Elizabeth e Wes.
Conobbe Wes da Google, dove iniziarono a lavorare entrambi qualche mese
più tardi.
Chris e Wes erano diventati amici più o meno nello stesso periodo in cui
Wes aveva conosciuto Elizabeth. Rispetto a loro due, Chris aveva una
personalità più introspettiva. Scriveva poesie. Era incline a rimuginare. Non
riusciva a adattarsi al mondo circostante come facevano Wes ed Elizabeth e
doveva stare più attento ai rischi quando si trattava di provare droghe o
instaurare relazioni.
I tre passavano del tempo insieme nella sede di Google, dove lavoravano
regolarmente sessanta o settanta ore a settimana, ed entro la fine del 2011
iniziarono a socializzare come gruppo anche fuori dall’ufficio. Nei primi mesi
del 2012, Chris ed Elizabeth uscivano anche da soli, come quella volta che
andarono da IKEA insieme dato che lui aveva la macchina e lei no. Chris
sapeva anche, in base alle sue conversazioni con entrambi, che i suoi amici
erano una coppia aperta, ma all’inizio percepì il suo ruolo come avrebbe fatto
quasi ogni single in compagnia degli amici in coppia: pensava di essere il
confidente di tutti e due, una sorta di figlio con due genitori, con un rapporto
molto più stretto con la sua controparte maschile.
Una sera Chris accompagnò Elizabeth e Wes a una festa queer nel club
Public Works, all’incrocio tra la Quattordicesima e Mission. Andarono con un
gruppo formato da alcuni colleghi di Google, qualche amico di Chris dei
tempi di Stanford, e membri sparsi della cerchia di Elizabeth al Burning Man.
Chris, Elizabeth e Wes ballarono insieme e dopo un po’ si misero a pomiciare
sulla pista, in maniera abbastanza spontanea. Chris si stava divertendo, ma si
sentiva anche un po’ il terzo incomodo. I suoi amici erano fatti di MDMA e lui
no (non gli era mai piaciuta quella droga, la discesa brusca era troppo
destabilizzante a livello psicologico). Elizabeth e Wes avevano in programma
di fare sesso a quattro con un’altra coppia quella sera, così Chris tornò a casa
da solo.
Ma era la prima volta che avevano pomiciato tra di loro, e ben presto

126
farlo con Elizabeth e Wes divenne parte di uno schema ricorrente. A volte era
sobrio, a volte no, ma divenne un tacito accordo che, se andavano a ballare
insieme, probabilmente a un certo punto si sarebbero baciati. Questo valeva
per un intero gruppo di amici che a quel punto aveva iniziato a formarsi
attorno a Wes ed Elizabeth, ormai erano diventati dei guru per le coppie della
loro età che volevano stare in una coppia aperta. Elizabeth, soprattutto, era
nota per essere una persona alla quale si potevano fare un sacco di domande.
Il suo vecchio Google Document ben presto venne condiviso tra più persone.
Mentre quel clima dilagava, si diffondeva anche l’apertura.
Una sera Elizabeth andò a cena a casa di Chris e dopo aver mangiato
decisero di passare la notte insieme, gran parte della quale fu trascorsa da
insonni a pomiciare. Il giorno successivo, Chris vide Wes. Gli domandò se
davvero non gli importava che lui ed Elizabeth andassero a letto insieme ogni
tanto. Wes gli rispose che non era davvero un problema per lui. Poi Chris
suggerì un’altra idea. E se fossero stati tutti e tre insieme, se fosse stata una
situazione di gruppo?, domandò con una certa cautela. E poi disse: e se invece
ci fossero stati solo loro due?
Chris si riteneva «soprattutto etero, ma ogni tanto...» Aveva scoperto che
la sua sessualità rientrava nella descrizione dell’orientamento sessuale di
Alfred Kinsey, per il quale si doveva parlare di scala o di spettro. Era sempre
stato convinto che il concetto di spettro indicasse una persona con dei livelli
di attrazione molto alti per le persone di un certo sesso, e leggermente
inferiori per quelle di un altro sesso. Al contrario, Chris aveva scoperto di
essere attratto da tante donne e da pochi uomini, ma che la forza d’attrazione
verso le persone in questione era la stessa, a prescindere dal sesso. Wes era
uno degli uomini da cui Chris si sentiva attratto. Dato che non ce n’erano stati
molti, forse Chris era incline a dare un’importanza e un valore specifico a
quell’attrazione.
Wes dal canto suo non pensava proprio di essere gay, ma era abituato ad
assecondare lo spirito dei tempi, e gli veniva difficile dichiarare qualcosa del
genere in maniera così perentoria. Disse a Chris che ci avrebbe pensato su.
Chris ed Elizabeth iniziarono ad andare a letto insieme con regolarità.
L’amicizia di Chris con Wes continuò. I due uomini erano affezionati, si
davano persino un bacio per salutarsi, ma Chris continuava a trovare
sorprendentemente difficile il fatto che Wes non contraccambiasse il suo
desiderio. Smorzare le sue speranze al riguardo fu più complicato del
previsto, e magari Wes ci stava davvero pensando su.

127
A differenza di alcuni autori che aveva letto, Chris non percepiva la
monogamia come «innaturale» o come l’imposizione di una qualche
sovrastruttura storica. Non pensava di essere stato «condizionato» ad avviarsi
verso una fine prescritta. Se c’era qualche retroscena filosofico del suo
comportamento, era che si considerava bi-curious. Alcune esperienze che
faceva – il sesso con persone dello stesso sesso, le sostanze psicoattive –
erano dovute al suo desiderio di essere una persona che sperimentava le cose.
Wes ed Elizabeth condividevano quell’approccio, per cui le nuove esperienze
avevano un valore di per sé, anche quando andavano a finire molto male. Se
Chris si sentiva escluso o Elizabeth si ingelosiva o Wes doveva gestire
l’interesse sessuale del suo migliore amico che lo metteva a disagio, tutte
quelle cose offrivano spunti di riflessione e dovevano essere esplorate invece
di essere respinte. Iniziarono a pensare che la loro amicizia triangolare piena
di sesso fosse un tipo di rapporto più difficile, ma anche più avanzato.
Divenne un proposito preciso che andava al di là della soddisfazione
personale. Iniziò a essere qualcosa di meglio, il desiderio di migliorare la
cultura umana, di trovare un modello di sessualità più adatto al presente, alle
sue libertà, alla sua sincerità.
In seguito, ognuno di loro a modo suo avrebbe definito quel periodo
come la «luna di miele» o la «fase positiva». Elizabeth inventò persino un
acronimo, NRE, che stava per new relationship energy, l’energia data da una
nuova relazione. Nessuno sapeva come poteva andare a finire una serata
trascorsa insieme. Chris sperava ancora che Wes potesse essere almeno un po’
gay. Nella primavera del 2012, ormai facevano parte di una comunità
composta non solo da Chris, Elizabeth e Wes ma da un gruppo più esteso di
amici, che condividevano l’obiettivo dichiarato dell’apertura sessuale nei
confronti dei propri compagni e amici.

Incontrai Chris, Elizabeth e Wes più o meno in quel periodo, verso la fine di
maggio nel 2012, quando il loro esperimento era partito da pochi mesi. Avevo
sette anni più di Elizabeth e Chris e otto più di Wes. Invidiavo la loro
comunità di amici, la disinvoltura con cui dichiaravano l’attrazione reciproca.
Elizabeth, Wes e Chris non andavano avanti alla cieca. Avevano stabilito dei
codici etici per proteggere le loro relazioni. Cercavano di tutelare le proprie
emozioni e la propria salute con delle regole e dei protocolli precisi. Erano in
buona fede, senza sarcasmi o cinismi, e trattavano i sentimenti come reperti
individuali, avvolti nel cotone idrofilo ed etichettati con cura. Invece della

128
tentazione come emozione ignobile, era la gelosia il sentimento reazionario in
cui non dovevano indulgere. La mia amica aveva ragione: erano molto sicuri
di sé, o quantomeno Elizabeth e Wes sembravano avanzare nella vita senza
paura. In Chris percepivo maggiore esitazione.
A differenza di me nel periodo in cui li avevo conosciuti, non erano
infastiditi dal fatto che i rapporti aperti e non-monogami fossero stati ripudiati
proprio dall’ultima generazione di americani eterosessuali che li aveva
provati. Gli esperimenti che Elizabeth, Wes e Chris stavano facendo avevano
un legame diretto, per linguaggio e struttura, con la rivoluzione sessuale degli
anni Sessanta. Quegli anni e il periodo storico immediatamente successivo
aleggiavano su ogni pratica di amore libero, era stato l’ultimo momento a
memoria d’uomo in cui un movimento basato su un gruppo demografico
molto simile al mio aveva proposto una critica massiccia e significativa della
monogamia, soprattutto l’ultima volta in cui le donne eterosessuali avevano
sperimentato stili di vita alternativi di propria volontà, in quanto parte di un
fronte culturale unito. La mia visione morale del mondo derivava da quel
periodo storico, così come la mia libertà sessuale veniva da lì, i computer che
usavo, il mio disinteresse per le religioni organizzate, il multiculturalismo che
apprezzavo e gran parte della letteratura e musica che amavo. Quel
movimento era capace di emanare un bagliore dal passato, proprio come una
città oltre l’orizzonte.
Il mio intuito mi diceva che, paragonati alle persone degli anni Sessanta
e Settanta, i miei coetanei avevano messo poco in discussione le proprie
aspettative sulla vita adulta. Studiavo gli esperimenti di quegli anni e mi
sentivo come se ci avessero insegnato che le comuni e le altre forme
alternative che celebravano la libertà sessuale di solito sfociavano nella
gelosia e nei sentimenti feriti. Da bambini obbedienti degli anni Ottanta e
Novanta eravamo consapevoli dei fallimenti della controcultura, era una
lezione implicita tramandata dai nostri genitori, e così eravamo rimasti in
ostaggio di medie scolastiche, leggi antidroga, assicurazioni sanitarie, debiti
contratti per studiare, ammissioni al college, lauree, tirocini, preservativi,
creme protettive per la pelle, antidepressivi, aree fumatori separate,
espressioni politicamente corrette, chiusure antibambino, abbonamenti in
palestra, piani telefonici, caschi per andare in bici, esami preventivi contro il
cancro, rate bancarie da saldare e scalate professionali. Avevamo una
percezione sfumata del rischio.
Quando si trattava di sesso, credevo davvero che fosse andata meglio a

129
noi che a loro. Pensavo al sesso negli anni Sessanta e Settanta nel modo in cui
pensavo al consumo di droga nello stesso periodo storico: quelle generazioni
si erano spinte fino all’estremo più sgradevole e noi ora non saremmo stati
così sprovveduti. Avevano fatto il lavoro necessario per liberare sessualmente
le donne e avviare il movimento per i diritti civili dei gay, ma noi non
eravamo così sciocchi da trasferirci in una comune in campagna, impadronirci
della spiritualità dei nativi americani o affidarci a Coscienza III di Charles
Reich, e non avremmo costretto le nostre mogli ad andare a letto con un altro
per sfidare il modo in cui erano state programmate dalla famiglia e dalla
società. Avevamo a disposizione diversi metodi contraccettivi, conoscevamo
meglio il nostro corpo e potevamo beneficiare di una parità tra i sessi più
ampia nell’ambito dell’istruzione e dell’aspettativa di vita, anche se c’era
ancora molto da fare sul piano degli stipendi o dei ruoli manageriali.
Avevamo una vasta gamma di vibratori venduti in negozi rivolti a un pubblico
di donne. Avevamo Sex and the City. C’era stato l’AIDS e quindi avevamo
dovuto sviluppare l’idea di sesso sicuro. Avevamo dei centri specializzati per
le vittime di stupro, l’aborto legale e la pillola del giorno dopo.
Quella che i miei genitori sposati impartivano come una lezione tipica
degli anni Sessanta era l’idea che andava bene fare tutto il sesso occasionale
(e «sicuro») che ci pareva negli ultimi anni dell’adolescenza e da giovani, e
andava bene fare «esperimenti» in segreto per conto nostro con le droghe più
innocue e che davano meno dipendenza (anche se nessun insegnante o parente
stretto le consigliava apertamente), perché tanto a un certo punto saremmo
cresciuti, avremmo smesso di usare droghe, smesso di fare sesso a casaccio e
ci saremmo stabilizzati in una famiglia nucleare, come quelle che vedevamo
in televisione, con un breve interludio nei nostri vent’anni quando avremmo
vissuto in città con dei compagni di stanza. Alcuni di noi sarebbero stati gay,
ma andava bene comunque. Molte famiglie si sarebbero sfasciate, ma il
divorzio non era da considerare come il fallimento strutturale di un’istituzione
quanto un insieme di problemi personali.
Nel 1968, quando mio padre arrivò ad Haight-Ashbury (con un’estate di
ritardo, scoprì presto), si ritrovò in un posto deprimente. Se dubitavo della sua
parola, mi bastava leggere Verso Betlemme di Joan Didion. O chiunque altro,
a dire il vero. Tra una possibile dozzina di scrittori dell’epoca che giunsero
alla stessa conclusione, io scelgo Ellen Willis, dal saggio «Coming Down
Again»:

130
La libertà è intrinsecamente rischiosa, è il motivo per cui esistono le regole e i
limiti; il paradosso della generazione anni Sessanta è che ci sentivamo abbastanza
sicuri, dal punto di vista economico e sessuale, da ripudiare la sicurezza. I rischi
corsi dalle persone erano veri, e anche le perdite lo erano: le morti, le crisi di
nervi, i pazzi, le dipendenze dalla droga, la paranoia, il nichilismo, i crimini
«rivoluzionari» e i culti totalitari a sfondo religioso, la povertà e i periodi in
prigione. Anche se i morti per droga o per ragioni politiche sono stati molti di più,
il sesso non è mai stato sicuro per le donne né per i gay: in una cultura omofoba e
misogina intrisa di rabbia sessuale, essere una «puttana» o un «pervertito»
significa «attirarsi addosso» una condanna.20

Quindi le persone della mia età credevano nelle regole, anche se non le
rispettavano sempre. Rischiavamo di meno, ma ci aspettavamo anche di
incorrere in meno punizioni. Per me era una specie di Illuminismo. Le
famiglie nucleari in televisione, ormai, facevano vedere coppie dello stesso
sesso o coppie di razza mista. La nostra idea di normalità si era allargata. Per
quello non avevamo bisogno della revisione fornita dalla fantascienza o di un
modello familiare futuristico in base al quale stabilire che il matrimonio era
dal lato sbagliato della storia, e non dovevamo crescere i nostri figli negli asili
nido della comune sorvegliati da altri membri dediti all’amore libero oppure,
come aveva predetto Arthur C. Clarke nel 1953 nelle Guide del tramonto,
suggellando matrimoni a scadenza che duravano dai cinque ai dieci anni.
Ecco cosa ci avevano insegnato gli anni Sessanta: a non manomettere le
strutture fondamentali della famiglia e della società. Persino nel tentativo di
stabilire un conflitto tra il sesso omosessuale e il matrimonio, alla fine
avrebbe vinto il matrimonio.
Matrimonio era una parola che nella nostra epoca di libertà sessuale non
aveva perso la sua specificità. Mentre il concetto di «vedersi con qualcuno»
diventava sempre più nebuloso, sapevamo ancora cos’era il matrimonio: un
impegno per la vita, sia per quanto riguardava il sesso che la famiglia, con
un’altra persona. Essere sposati nella vita di ogni giorno era in perfetta
congruenza con quello che significava essere sposati per il fisco.
Nel mio gruppo di amici composto quasi solo da laici, le cerimonie di
nozze e i funerali erano gli unici sacramenti rimasti. In quegli anni partecipai
a dei matrimoni nelle campagne del Vermont, a New Orleans, Los Angeles e
in Quebec. Andai a dei matrimoni a Lisbona, Chicago, Brooklyn e nella parte
settentrionale dello Stato di New York. Gran parte dei miei viaggi e dei miei
contanti se ne andava in matrimoni. Quelle cerimonie mi ricordavano che

131
c’era ancora una relazione sessuale disciplinata da regole severe. Le persone
che si sposavano credevano nell’impegno. La maggior parte di loro pensava
di essere in grado di sostenere la monogamia. Avevano intenzione di
comprare villette unifamiliari e di avere dei bambini, alla fine. Volevano
occuparsi l’uno dell’altro da anziani.
Questo non significa che tutti i matrimoni a cui partecipavo sostenessero
il valore nell’istituzione in sé. Sposandosi, i miei amici volevano dimostrare
di non essersi conformati alle istituzioni nel momento stesso in cui
proclamavano di averlo fatto. Non volevano fare marcia indietro del tutto, non
volevano riprodurre la dinamica patriarca-casalinga in maniera cieca, ma allo
stesso tempo volevano trasferirsi in una sfera più stabile della vita adulta.
Quei neo-matrimoni, per loro, dovevano essere l’espressione dell’amore più
puro e dimostrare una rottura netta con la storia. Andavo a matrimoni
cattolici, matrimoni ebrei e a matrimoni hindu, ma la tradizione culturale
spesso era solo un addobbo estetico o qualcosa che veniva recitato con
deferenza al momento buono per fare contenti i parenti. In molti casi non
c’erano delle vere e proprie cerimonie, che fossero religiose o meno. Si
poteva aggiungere quel tocco necessario tanto per dare una patina ufficiale,
ma senza rievocare le derive intolleranti di una determinata istituzione
religiosa. Altre volte, l’eliminazione dei rituali e delle formule del matrimonio
tradizionale veniva portata avanti come una manifestazione di solidarietà, un
modo per chiedere scusa a quelle comunità a cui il matrimonio era stato
negato fino a poco tempo prima. L’ascesa del termine partner rispetto a
marito e moglie era sempre più popolare, un appiattimento linguistico efficace
per negare le gerarchie di orientamento sessuale, di genere e di status
matrimoniale. Questo aveva senso in un contesto lavorativo o professionale,
ma forse aveva meno senso quando ci si ritrovava a parlare con la famiglia e i
propri amici, dato che rendeva inevitabile la domanda su quale fosse allora lo
scopo del matrimonio, se non era una dichiarazione pubblica della natura del
proprio rapporto con un’altra persona, e che senso avesse l’uguaglianza, se
poi richiedeva la confusione totale delle differenze tra gli esseri umani.
La cautela con cui i miei amici cercavano di scindere i loro matrimoni
dalla tradizione del matrimonio in sé, era un modo implicito per riconoscere
una verità condivisa da molti in tempi recenti: con il matrimonio, una donna
non doveva necessariamente perdere la sua indipendenza, non doveva
cambiare il suo cognome o perdere la sua autonomia a vantaggio di un’altra
persona. Dopo aver tentato di eliminare questa forma di assoggettamento,

132
stavamo provando a convincerci che il matrimonio tra uomini e donne potesse
preservare le parti belle della tradizione facendo a meno dei ruoli di genere
fissi e connotati al suo interno. Il fascino del matrimonio sopravviveva alla
sua riforma, e i suoi svantaggi ben documentati ci avrebbero nobilitati lo
stesso: persino i miei amici sessualmente più avventurosi erano disposti a
correre il rischio dell’ipocrisia, la disonestà e il calo del desiderio sessuale o
l’infelicità muta di tanti matrimoni.
Non mettevo in dubbio la nobiltà di quel malessere. Credevo anche io
nella mistica dell’impegno, una condizione in cui, come disse una volta
Simone de Beauvoir con sarcasmo, «l’abitudine assume l’aspetto di
avventura, la fedeltà di sublime follia, la noia diventa saggezza e gli odi
familiari sono la forma più profonda dell’amore».21
Non riuscivo a concepire un’alternativa percorribile: le opzioni che mi
venivano in mente erano troppo lontane da me: matrimoni aperti, scambisti, il
poliamore... Ma questo faceva sì che soffrissi di una mancanza di idee cronica
per qualsiasi futuro di sessualità sostenibile al di fuori della narrazione che
culminava nel matrimonio. Potevo pensare a me stessa come a un’adulta se
non mi sposavo? I miei amici sposati si sarebbero allontanati ed estraniati da
me? C’era un modo di immaginare un rapporto basato sul sesso al di là della
progressione lineare di un «rapporto»? Tra un matrimonio e l’altro,
frequentavo le case di coppie monogame che vivevano insieme. Mi davano da
mangiare e mi presentavano ai loro animali domestici, e in seguito ai loro
bambini. Cercavo una forma di orientamento nei loro asciugamani e
copriletto, nel modo in cui avevano organizzato l’armadietto condiviso, nei
loro portadolci, nelle macchine per fare le bevande gasate o nelle piante
domestiche. Finivo a casa di un vecchio fidanzato che a quel punto viveva
con un’altra e provavo una forma di estraniamento ancora più grande,
osservando le forcine per capelli sul ripiano di vetro sotto l’armadietto in
bagno o l’olio di semi di lino nel frigorifero. Quella era la vita che aveva
scelto rispetto alla nostra vita insieme, che avrebbe previsto accessori per
capelli diversi e niente olio di semi di lino nel frigorifero. «Non mi so legare
bene i capelli», mi dicevo, come se fosse una spiegazione.
Per smettere di pensare al matrimonio come unica soluzione possibile
nel tentativo di capire come sarebbe stato il mio futuro sessuale, avrei dovuto
considerare almeno il poliamore, le relazioni aperte e gli altri tipi di fenomeni,
iniziando a percepire i cambiamenti non come minacce alla mia relazione
ideale, ma come ideali in sé. Elizabeth, Wes e Chris credevano ci fossero

133
alcune decisioni fondamentali da prendere sulla sessualità, che venivano
prima di tutto. Percepivano l’assunzione sporadica di sostanze psichedeliche e
dell’MDMA come un modo per aggirare i sospetti e le fobie che inibivano dal
confronto con alcune alternative a disposizione. Secondo me quel treno era
già passato, e quel periodo si era concluso con la Manson Family. Credevo
che la libertà sessuale di seconda mano ereditata dai miei genitori fosse
sufficiente per i miei bisogni, salvo poi rendermi conto che mi sbagliavo. La
non-monogamia – o meglio l’amore libero – come principio organizzatore
della sessualità, adottato in massa e riconosciuto dal linguaggio e dalla legge,
era destinato a scontrarsi con la storia, e per questo era un tema così popolare
nella fantascienza. Come lo spazio cosmico, la prospettiva dell’amore libero
era sempre lì, gli esseri umani dovevano solo capire come renderlo ospitale e
compatibile con i propri bisogni. Non ero l’unica a ripensare agli avvertimenti
lanciati dalle persone che avevano studiato a fondo gli anni Sessanta e a
esitare. Nella Bay Area c’era un’espressione ricorrente, usata in modo
scherzoso ma nemmeno troppo: «edonismo responsabile».

Durante la primavera del 2012, Elizabeth trascorreva gran parte delle sue notti
con Wes e a volte andava a letto con Chris o qualcun altro. I tre amici si
vedevano anche al lavoro, mangiavano insieme in mensa e restavano fino a
tardi. Quando i loro rapporti si evolvevano, i cambiamenti avevano la
tendenza a non avvenire in maniera graduale, ma con delle scosse tettoniche
improvvise, di solito durante un ritiro fuori città che fungeva da sfida
emotiva, in cui la sospensione delle barriere convenzionali ai sentimenti
umani – di solito attraverso l’uso di sostanze psicoattive – poteva provocare la
rivelazione di sensazioni represse. Chris in seguito avrebbe meditato di
scrivere un saggio intitolato 2012: Una storia di sesso, amore ed MDMA. Il
saggio sarebbe stato scandito da una serie di feste: Capodanno, la notte in cui
si erano baciati la prima volta da Public Works e altri eventi capitati durante
l’estate che avanzava.
La decisione di andare all’Electric Daisy Carnival a Las Vegas nacque in
origine con l’intento di indagare cosa succedeva nel mainstream in maniera
semi-ironica. L’EDC era quello che le multinazionali perverse avevano fatto
alla cultura rave, un party privo di tutti i valori comunitari fai-da-te tipici delle
feste che facevano con i loro amici. Ma forse sarebbe stato divertente, e se
non lo fosse stato ci avrebbero pensato loro, e così a giugno i tre amanti e una
trentina di amici prenotarono un tot di camere al Planet Hollywood e presero

134
un aereo per Las Vegas.
Il festival aveva luogo nell’autodromo ai margini della cittadina.
Avrebbero partecipato un centinaio di migliaia di persone, e il traffico dalla
Strip alla pista – un tragitto che di solito richiedeva quindici minuti – tenne
bloccati tutti per due ore. Gli amici da San Francisco avevano noleggiato un
pulmino per andare e venire dall’evento. Divenne subito chiaro che il loro
autista li odiava. Fermò il pulmino per fare una sfuriata contro l’uso scellerato
di droghe, accettava indicazioni sul percorso solo dagli uomini del gruppo,
intravedendo una sorta di problema nazionale incarnato in quei giovani
professionisti dall’aspetto smagliante, vestiti con androgini abiti fosforescenti.
Un’altra delusione arrivò il sabato sera durante il festival, quando un
vento fortissimo costrinse l’organizzazione a interrompere la musica all’una
del mattino, lasciando alla deriva migliaia di raver che avevano calcolato con
cura i milligrammi e microgrammi da consumare per poter ballare almeno
altre cinque ore. Il gruppo di San Francisco, per il quale la realtà era già
distorta, tornò con cautela verso le gradinate affacciate sulla pista per
osservare la scena che si dispiegava come un evento meteo in televisione: gli
organizzatori stavano cercando di ricompattare le mandrie confuse ricoperte
di costumi pelosi e luci intermittenti disperse a casaccio, mentre correva la
voce priva di fondamento che il festival avrebbe riaperto in un determinato
punto d’accesso, incitando uno sciame multicolorato di persone a spostarsi.
Quelli erano i problemi logistici, ma Chris era depresso per altri motivi.
E proprio all’EDC, di tutti i posti possibili: che beffa assurda! Ma il festival fu
il luogo in cui vennero a galla alcune verità sulla relazione con Elizabeth e
Wes. Elizabeth preferiva dire che l’EDC fu il momento in cui Chris si rese
conto che «io e Wes ci piacevamo davvero, e che la nostra storia era vera». Se
Chris aveva pensato a loro tre come a persone alla pari, in quel momento capì
che non era così. Loro stavano vivendo delle avventure come una coppia. Lui
era da solo.
Quando tornarono a San Francisco, Elizabeth andò a Londra per lavoro
per un paio di settimane. Wes sparì e basta, ignorando le chiamate di Chris,
preso dalle sue cose, che fossero di lavoro o altro. Chris si sentiva
abbandonato.
Chris e Wes non facevano mai conversazioni profonde sui sentimenti
come invece succedeva spesso a Elizabeth e Chris. Quando attraversavano
una fase intermedia in cui Chris sentiva di essere stato relegato ai margini, il
tutto si manifestava come una sorta di tensione generale non dichiarata, più

135
che come una frattura vera e propria. Quando Chris si sentiva meglio, la
tensione svaniva e i due uomini tornavano a essere gli amici di sempre.
Elizabeth aveva solo un’idea vaga delle difficoltà di Chris. A quanto
pare, sul momento lui non parlava molto di come si sentiva. Elizabeth sapeva
che lui aspirava a un’intimità anche emotiva, e che lei e Wes gli piacevano
molto. Anche a lei Chris piaceva tanto, ma sapeva anche che non sarebbero
mai stati un triangolo completo. Non che Elizabeth non potesse immaginarsi
come parte di un vero rapporto a tre, ma sapeva che Wes non avrebbe mai
fatto parte di una simile configurazione.
Durante l’estate ci fu un po’ di estraniamento, mentre tutti e tre
lavoravano come matti da Google. Verso la fine della stagione estiva, l’ultima
settimana prima del Labor Day, Chris e Wes si unirono a Elizabeth per il suo
secondo Burning Man e decisero di condividere una tenda. Trascorsero il
primo giorno a sistemare il loro accampamento, durante una tempesta di
sabbia. Il secondo giorno del festival era il cosiddetto «Molly Make Out
Monday» nel loro accampamento a tema. L’MDMA non era mai stata una droga
allettante per Chris, che all’EDC era riuscito a evitarla, ma che diamine, quello
era il Burning Man. Si disse che sarebbe andata bene. Si convinse di volerla
provare. Chris si sentì come se tutti gli Adderall, i chicchi di caffè, il tè verde
e le Diet Coke che aveva ingerito nel corso della sua vita gli stessero
convergendo verso il petto, mentre il cervello era ridotto a una ruota per
criceti che andava a oltranza sotto il pulsare incessante delle luci intermittenti
che seguivano il ritmo della musica elettronica. Per evitare di restare
disidratato aveva bevuto tantissima acqua, e a trentasei ore dall’inizio del
Burning Man, era piegato in due fuori dal festone fantasmagorico all’Opulent
Temple, intento a vomitare, avere attacchi di panico e desiderare di essere
altrove.
Trascorse il terzo giorno sdraiato all’ombra.
Aveva sperato, o quantomeno così gli era stato detto che sarebbe
successo, di provare una profonda esperienza umana al Burning Man; una
cosa del genere. Aveva smorzato quelle aspettative cercando di
autoconvincersi che erano solo «cretinate», che stava andando a una festa
caotica nel deserto e basta, che lui non era il tipo da provare esperienze
emotive intense e che andava lì solo per fare baldoria. Alla fine ebbe una
profonda esperienza spirituale per davvero, ma non avrebbe mai immaginato
che sarebbe stata così terribile. Si era ricordato, per esempio, che non gli
piaceva parlare con gli sconosciuti. A cavallo della sua bicicletta decorata in

136
maniera appariscente, mentre pedalava tra la polvere e il calore, aveva
provato la dissonanza di un turista in un territorio straniero, come se non fosse
arrivato al Burning Man ma nelle campagne cinesi, con tutte quelle persone
attorno, ognuna di loro con il suo posto specifico nell’universo, mentre lui era
profondamente solo, separato da una barriera di isolamento insormontabile.
Una cosa, tuttavia, fu rincuorante. Alla fine, nonostante tutte le difficoltà,
il Burning Man ripristinò l’equilibrio di amicizia tra loro tre. Il giorno del
Molly Make Out Monday, furono Wes ed Elizabeth a occuparsi di Chris per
tutta la notte mentre stava male. Lo avevano aiutato a esprimere i suoi
sentimenti di isolamento. Ancora una volta, il dolore era stato accantonato.
Elizabeth e Wes stavano insieme, ma gli importava anche di lui.
Ma certe sensazioni non andarono via del tutto. Chris assistette
all’avvicinamento sempre più forte tra Elizabeth e Wes. Dopo il Burning Man
tornò a San Francisco con l’intenzione di avere una storia seria per conto suo.
Dopo tutta quell’incertezza che dava alla testa, desiderava solo quiete e
stabilità, ma le cose parevano andare proprio nella direzione opposta. Uscì
con un paio di donne, ma erano esperienze che lo lasciavano indenne, e il suo
proposito di avere una relazione a lungo termine non era compatibile con il
tipo di uscite che faceva: non incontrava nessuno da poter amare.
Alla fine del 2012, un anno dopo l’intensificazione della loro amicizia, i
tre fecero un altro viaggio nel fine settimana. Quella volta andarono in
macchina lungo la costa fino a San Luis Obispo. Avevano prenotato una
stanza al Madonna Inn, un vecchio hotel kitsch ai lati della 101 (Elizabeth,
Wes e Chris evitavano di essere ironici quando parlavano di sessualità, ma la
contemplavano durante le loro fughe nel fine settimana). Piovve tutto il
weekend, quindi trascorsero il tempo a parlare, circondati dalla moquette rosa
vivace e dai caminetti di pietra, dai corrimano di ottone e il chintz. Parlarono
tanto, ma come se fossero concordi nel ritenere che Chris fosse soddisfatto dal
suo status di amante clandestino, cosa che non era vera. Erano tre amici per la
pelle con una suddivisione chiara tra loro, una distanza che Chris percepiva in
maniera acuta. Dopo il fine settimana, Chris andò a Santa Barbara dove
vivevano i suoi genitori per trascorrere le vacanze. Paragonò il suo stato
mentale durante quel Natale a quello di Superman nella sua Fortezza della
solitudine.

La relazione tra Elizabeth e Wes fece uno scatto in avanti, uno slancio basato
su una sfida reciproca. All’inizio, Elizabeth aveva individuato le regole e i

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codici della loro relazione per paura. Aveva voluto prendere in considerazione
ogni caso possibile, tutelarsi da ogni eventuale debolezza e mettere in chiaro
ogni parametro. Dopo un anno di non-monogamia, aveva imparato che
prevenire il conflitto era meno importante che saperlo risolvere. Nel 2013, le
regole relative a una fase più incerta della loro relazione iniziarono a essere
accantonate. Più il rapporto era solido, più Elizabeth poteva essere disposta a
rischiare.
In maniera simile ad alcune coppie che investono le proprie energie nella
ricerca sistematica di nuovi ristoranti in città, Elizabeth e Wes andavano ai sex
party. Elizabeth aveva assistito a due riprese della Kink, una volta con Wes,
un’altra con una donna che era diventata una delle sue partner di lungo
periodo. Nel giugno del 2013, Wes lasciò Google per avviare la propria ditta.
Tra la fine di un lavoro e l’altro, decise di viaggiare per l’Europa. Elizabeth lo
raggiunse ad Amsterdam, dove decisero di approfittare della prostituzione
legale e di ingaggiare una squillo.
Chris continuava a uscire con altre persone. Frequentò una donna per
due mesi, un’altra per quattro. Uscire con quelle persone era tranquillo e per
niente complicato. Era un’esperienza molto semplice, ma anche noiosa, come
se non ci fosse niente da mettere a rischio. Non si preoccupava più di spiegare
i suoi rapporti sessuali alle persone con cui usciva, pareva che tutti fossero in
una coppia aperta a San Francisco in quel periodo. Quindi Chris continuò ad
andare a letto anche con Elizabeth, ma sempre con un po’ di preoccupazione.
Nel maggio del 2013, Elizabeth doveva fare un viaggio di lavoro a Tokio.
Chris decise di seguirla e di fare la parte del «marito che resta a casa». Fu un
altro punto di svolta, in un certo senso.
Alloggiavano al Ritz-Carlton che si affacciava sul panorama di Tokio.
Lei lavorava durante il giorno, mentre Chris esplorava la città e l’albergo da
solo. Durante la loro ultima sera in città, di venerdì, dopo che i doveri
professionali di Elizabeth erano finiti per quella settimana, si sedettero l’uno
di fronte all’altra e presero una dose di LSD ciascuno.
Rimasero in piedi tutta la notte a parlare. Per Elizabeth come per Chris, il
loro rapporto non fu mai così sincero e aperto come quella sera di primavera,
mentre guardavano la distesa scintillante di Tokio. L’anno precedente era stato
una lunga serie di fallimenti comunicativi, di conversazioni che sembravano
impossibili perché implicavano l’esposizione di vulnerabilità profonde.
Per la prima volta riuscirono a discutere quello che Chris aveva capito di
Wes in maniera trasparente, e di come lui si fosse innamorato mentre

138
alimentava la sua speranza e le sue aspettative – «colorando gli spazi vuoti
come preferiva», per usare le parole di Elizabeth – e forse evitando di
riconoscere quegli aspetti della personalità di Wes che negavano
empiricamente l’idea che Chris si era fatto di lui. Parlarono dell’ottimismo di
Elizabeth, del pessimismo di Chris, di come le persone pessimiste potessero
essere più brave nel valutare accuratamente la propria realtà. Alla fine di
quella conversazione Elizabeth ebbe la consapevolezza che finalmente
avevano capito le loro differenze, ma anche che l’attrazione romantica di
Chris nei suoi confronti si era incrinata.
Quando parlavano dei loro colleghi nella Bay Area, a volte Chris e Wes
citavano la cultura dell’«ottimismo iperbolico», che interpretavano come la
ferma convinzione che tutto fosse possibile. Non era un’ideologia sostenibile,
infatti era totalmente scollegata da una realtà più ampia, ma per un certo
numero di ragioni l’ottimismo iperbolico si poté davvero ritenere possibile in
un periodo e luogo molto specifici: i primi anni Dieci del nuovo millennio a
San Francisco, grazie a un gruppo di giovani persone istruite con uno stile di
vita elevato. Chris lo percepiva nella hybris di Ross Ulbricht, il fondatore di
Silk Road, il mercato nero online la cui premessa era che una persona brava a
navigare su internet poteva, dai confini modesti della Glen Park Library,
sfidare tutta una serie di leggi federali. Lo intuiva nel numero «consistente»
dei suoi colleghi che credevano ci fossero probabilità ragionevoli di vivere
per sempre, leggevano le opere di Ray Kurzweil e facevano dei piani per
quella circostanza particolare. Lo percepiva nei suoi amici, che non capivano
perché non dovessero mettere in discussione le tradizioni sessuali che
avevano governato il comportamento sociale per migliaia di anni. Poche
persone, notava Chris, si preoccupavano di chiedersi se si voleva davvero
vivere per sempre.
Gli ottimisti iperbolici, stando a lui, pensavano che un’azione fosse
corretta se promuoveva la felicità individuale, a prescindere del suo effetto
sugli altri. L’egoismo radicale era una filosofia semplice per un gruppo di
persone che non avevano veri problemi, che facevano un mucchio di soldi e
lavoravano in ambienti flessibili e progressisti dal punto di vista sociale. Gli
amici di Chris non erano dei libertari, ma il modo in cui si accostavano al
sesso si radicava nell’idea libertaria che, se si mettevano in atto o si fissavano
per bene le dinamiche giuste, allora qualsiasi problema si sarebbe risolto da
solo. Come Chris imparò per conto suo, quell’approccio ignorava la
componente dell’emozione umana che entrava in gioco quando si facevano

139
dei tentativi per capire come far andare le cose. Ma pur riconoscendo la realtà
distorta degli ottimisti iperbolici, non prendeva del tutto le distanze dal loro
atteggiamento. Le sue esperienze non lo avevano spinto a ritrincerarsi nella
monogamia. Pure la monogamia «non funzionava». L’unica soluzione era
andare avanti. Nel 2014, Chris instaurò una relazione seria. Lui e la sua
partner decisero di continuare ad andare a letto con altre persone, se ne
avevano voglia.

Per quanto fosse poco tradizionale, a un certo punto sembrava che il rapporto
tra Wes ed Elizabeth fosse destinato ad assumere le sembianze di un classico
lieto fine. Si erano conosciuti e piano piano si erano innamorati. Nel giro di
un anno avevano iniziato a parlare di convivenza, e finalmente erano andati a
vivere insieme verso la fine del 2013. Wes credeva che la relazione aperta
avesse facilitato il processo per cui si arriva a dichiarare il proprio impegno
verso l’altra persona. La decisione di andare a convivere era meno opprimente
se c’era la consapevolezza che almeno un paio di sere al mese uno di loro
avrebbe trascorso la nottata altrove, a casa di qualcun altro. Erano tutti e due
soddisfatti dalla separazione come parte integrante del loro rapporto, e che i
motivi per stare un po’ per conto proprio non dovessero essere architettati dal
nulla o articolati in forma di permesso. La questione in sospeso, sia per
Elizabeth sia per Wes, era cosa sarebbe successo se uno dei due si fosse
innamorato di un’altra persona. Se avessero continuato a restare insieme nel
futuro, allora ci sarebbero stati dei momenti in cui si sarebbero innamorati di
quelli che stavano frequentando. Parlarono di quella possibilità con due
persone più grandi, una coppia di quasi quarantenni sposata da tempo che
viveva in maniera aperta da più tempo di quello che Elizabeth e Wes avevano
trascorso insieme. L’uomo raccontò che nel corso del loro matrimonio aperto
sua moglie si era davvero innamorata di un’altra persona. Quella era stata «la
crisi» ufficiale all’interno della relazione. L’amore di sua moglie per l’altra
persona era reale, ma alla fine avevano stabilito di essere i reciproci «partner
nel viaggio della vita», una definizione dal suono davvero forzato, ma che
secondo Wes indicava un fatto molto semplice: «un conto è essere innamorati
di qualcuno, e un conto è essere innamorati di qualcuno e volerci trascorrere il
resto della vita insieme». Ci sarebbero stati dei momenti in cui una persona
avrebbe dovuto fare dei compromessi.
Nell’agosto del 2014, mentre erano al Burning Man, Elizabeth e Wes
decisero di fidanzarsi. Nell’agosto del 2015 andai al loro matrimonio a Black

140
Rock City. Gli invitati erano stati incoraggiati a vestirsi da damigelle, così gli
uomini e le donne indossavano parrucche, vestiti da ballo di fine anno
comprati nei negozi dell’usato e cappellini di pizzo. Sulle note di
«Somewhere Over the Rainbow» suonata al piano elettrico, Wes ed Elizabeth,
lui con una camicia bianca e i pantaloni neri, lei vestita di bianco, entrambi
truccati con la pittura colorata attorno agli occhi, si incamminarono verso un
altare decorato da fiori di stoffa rosa e nappe con le frange. I parenti fecero
dei discorsi affettuosi. Il padrino di Wes recitò una preghiera druida. La
migliore amica di Elizabeth lesse una poesia di Derrick Brown intitolata «A
Finger, Two Dots, and Me», («Il disegno / delle stelle / è lo stesso / dei nostri
cuori»).
Elizabeth e Wes, che erano in ottimi rapporti con tutti e quattro i loro
genitori, gli avevano già spiegato che loro praticavano il poliamore.
«Un matrimonio di successo implica innamorarsi tante volte... sempre
della stessa persona», disse il padre di Wes nel suo discorso e il pubblico fece
la risata di chi la sa lunga.
Wes ed Elizabeth presero la parola a turno. «Quando ero piccolo ho
dovuto imparare come interagire con gli altri», disse Wes. All’epoca, il suo
modo per entrare in confidenza con le persone era stato «chiedere dei numeri
difficili agli amici per vantarmi di quanto ero bravo a fare le divisioni estese».
Ringraziò le persone che gli avevano dimostrato amore anche se non era stato
capace di ricambiarle. Elizabeth gli aveva insegnato ad amare. Parlò del loro
interesse verso il comunitarismo, «dato che gli esseri umani non sono attori
etici definibili in maniera coerente al di fuori dalla propria cultura e tribù;
dato che gli esseri umani hanno l’obbligo etico di contribuire alla propria
comunità e il diritto di ricevere sostegno in cambio, nei momenti di
necessità». Definì Elizabeth «la materia che mi attrae di più in questo
immenso spazio che abitiamo».
«Quando gli ho detto che lo amavo mi ha risposto proprio come Han
Solo alla Principessa Leia: “Lo so”», raccontò Elizabeth quando fu il suo
turno. L’idea di pianificare il futuro insieme in termini di anni e non di mesi la
entusiasmava, e pensava già ai bambini che avrebbero avuto insieme.
Chris era seduto sorridente tra gli invitati, vicino alla sua fidanzata.
Quando si era alzato per parlare, aveva evocato i primi giorni della loro
amicizia, «un periodo in cui stavamo cercando di capire se l’amore e
l’intimità si possono concedere senza restrizioni». Aveva ricordato la sua
prima esperienza traumatica al Burning Man e quando era andato in Giappone

141
con Elizabeth e aveva capito che «non ero io la persona di cui aveva bisogno
ma Wes, a casa». A un certo punto era diventato introspettivo, manifestando il
desiderio di trovare nuovi modi di stare al mondo. «Quando vado alla ricerca
di rapporti davvero forti, non devo guardare molto lontano».
Elizabeth e Wes si scambiarono le promesse a voce bassa, senza farsi
sentire dagli altri, mentre gli amici e la famiglia erano disposti in cerchio
attorno a loro. Avevamo acceso delle stelle filanti e le avevamo puntate verso
il cielo al tramonto, in un cerchio di luce. Il suono profondo di un didgeridoo
rese indistinguibile il mormorio sommesso della coppia. Restammo lì con la
polvere soffice sotto i piedi, le stelle filanti sollevate, finché tra le mani non ci
rimasero solo dei pezzi di metallo sottile e fumante e il crepuscolo calava
sopra di noi. «Per il potere conferitomi da internet, vi dichiaro sposati», disse
l’uomo che officiava la cerimonia, lo zio di Wes. «Adesso potete baciarvi, e
potete baciare chi vi pare».

Chris ed Elizabeth diedero il loro primo sex party nell’autunno del 2012.
L’idea era di organizzare una festa che fosse figa, con le persone che
preferivano, in modo da non sentirsi come degli scambisti sposati chiusi in
una stanza ad ascoltare «Don’t You Want Me Baby». Nei primi mesi del 2015
andai alla quarta edizione del loro evento che si chiamava Thunderwear IV. La
festa si sarebbe svolta in un loft a sud di Market Street. Un fotografo aveva
scattato delle foto a Elizabeth; appeso al soffitto c’era un ritratto in bianco e
nero di lei che alzava una gamba sopra la testa e si penetrava con un dildo.
Aveva anche fatto installare un palo da lap dance.
Sull’invito c’erano le regole a cui ogni invitato doveva sottostare:

1. Un mantra utile a tutti: basse aspettative, alte probabilità.


2. La consensualità è necessaria. Ed è sexy. Se vuoi fare qualcosa, prima
chiedi il permesso. Punti bonus per il consenso entusiasta.
3. Questa è una festa. Le feste sono divertenti! Non devi fare niente che
tu non voglia. Se non vuoi, di’ «no grazie».
4. Questa è una festa. Divertiti! Il nastro bianco significa: chiedi di
potermi imboccare (ricorda, puoi rispondere di no). Il nastro rosso
significa: chiedimi un bacio (sulla guancia... almeno all’inizio ;)
5. Vi consigliamo di fare una chiacchierata sul vostro rapporto insieme al
partner prima di iniziare a festeggiare.

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Un’ultima regola: niente glitter, su richiesta dei proprietari del locale.
Man mano che gli invitati arrivavano dovevano leggere l’elenco, poi
ritirare dei braccialetti di raso intrecciato rosso o bianco. La festa era iniziata
lentamente: si beveva e parlava, come in qualsiasi altra festa. Wes mi preparò
una vodka con il succo di mirtilli rossi; io rimasi a parlare con una delle due
persone che avevano più di trent’anni. Alcuni indossavano vestiti da tutti i
giorni, come me. Altri si erano agghindati per l’occasione: Wes aveva dei
pantaloncini luccicanti e una camicia nera, Elizabeth dei pantaloncini di pelle
e stivali alti al ginocchio. Una donna indossava un abito vintage rosso con un
corsetto di pelle, un’altra un bustino che le lasciava i seni scoperti. Un uomo
aveva dei leggings dorati sotto una pelliccia. Una donna con un body aderente
a rete portava una collana a girocollo con dei brillanti che componevano la
parola S-E-S-S-O. Elizabeth, sempre così organizzata, mi disse di aver
sottoscritto una polizza assicurativa per il palo da lap dance.
Gli amici si erano messi d’accordo per iniziare la serata con uno
spettacolo di burlesque amatoriale. La prima esibizione fu un po’ arrangiata,
una serie di acrobazie con dei nastri di seta sulla base di «Jump» di Rihanna.
Il piede della ballerina continuava a scivolare dall’apposito aggancio e ogni
volta doveva riannodare il nastro e rientrare nel cappio che aveva creato.
«Non è molto brava», sospirò una donna accanto che, come me, era quasi
un’intrusa in un gruppo molto consolidato di amici; anche lei aveva superato
la trentina da qualche anno. Il resto del gruppo applaudì e incoraggiò la
ragazza con calore. La donna che si esibì subito dopo fece uno spogliarello a
tema piratesco, che si concluse quando si attaccò al seno con lo scotch dei
bicchieri di plastica rossi, riempendoli di Malibu, succo d’arancia e latte di
cocco, e facendo bere le persone con una cannuccia. Poi, sulle note di
«Birthday Cake» di Rihanna, fu il momento di uno spogliarello che finì con la
performer che si spalmava tutta una torta addosso. Poi fu la volta di
un’istruttrice di lap dance professionista, fece un balletto ricco di pathos sulle
note di «Wildest Moments» di Jessie Ware.
Dopo lo spettacolo, mi misi a gironzolare per la sala. Nel loft c’era
un’altra stanza molto grande, con un divano e due materassi giganti ricoperti
da lenzuola di raso. Entrai nel bagno imponente di ardesia grigia con la vasca
idromassaggio all’interno e conversai con una coppia che voleva vivere in una
casetta con il giardino a Oakland, dotata di una toilette compostante. Ritornai
al loft, dove sui divani si erano formati gruppi di due o tre persone. Il cibo era
vagamente a tema; c’erano delle fragole rivestite di cioccolata in un angolo.

143
Accanto al tavolo con le vivande c’era una ruota della fortuna che si poteva
girare per ottenere diverse istruzioni. Dopo varie conversazioni con altri
single, chiacchierate che iniziavano ad assumere il tono di un colloquio di
lavoro, finii per girare la ruota con un uomo. Lo feci con una specie di
determinazione esausta, volevo mettere in moto la serata. Era un po’ più
giovane di me. Girammo la ruota, obbedendo alle istruzioni in maniera
impacciata su come imboccarci a vicenda con le fragole ricoperte di
cioccolata e baciarci. Poi entrammo nella seconda stanza per farci delle
cartucce da sifone. Io non lo avevo mai fatto.
Il mio nuovo amico mi spiegò in cosa consistesse: bisogna attaccare una
piccola cartuccia di protossido di azoto a un sifone per panna montata. Si
deve espirare per bene, poi inspirare mentre si preme la levetta, riempiendosi i
polmoni di protossido di azoto invece che di ossigeno. Questo fa venire una
botta di euforia di uno o due minuti. Priva di ossigeno, la mente diventa
rarefatta, le sensazioni fisiche sono più acute, e uno sciocco senso di vertigine
e di frivolezza si impossessa del corpo. Le cartucce vanno per la maggiore ai
sex party perché non rovinano la prestazione e possono intensificare le
sensazioni fisiche, anche se mi era stato suggerito di non farne troppi perché,
come mi aveva spiegato Elizabeth, «poi diventa difficile tornare indietro e
farne a meno».
Durante la mia prima cartuccia, il tizio che avevo conosciuto mi aveva
sfiorato leggermente il braccio mentre restavo sdraiata; dal contatto mi era
arrivata una sensazione di calore ed elettricità mentre la vista mi si
disintegrava in forme geometriche. Durante il suo turno, mi chiese di baciarlo.
Pomiciammo per un po’, aspirando una cartuccia ogni tanto, mentre le lattine
fredde e colorate di protossido di azoto si accumulavano tra le pieghe delle
lenzuola su cui eravamo sdraiati. Mi sentivo leggera e felice. Ci alzammo e
posammo le braccia sul muro e ci facemmo le cartucce a turno per poi
colpirci con un frustino. Attorno a noi, vari gruppetti di persone si erano
sdraiati insieme sui letti e sui divani; c’era gente che pomiciava negli angoli.
Su un divano c’era un uomo seduto a cavalcioni su un amico; alle sue spalle si
era formato un trenino di persone in attesa di farsi sculacciare. Il suono
pneumatico delle cartucce e delle lattine di metallo che cadevano per terra era
ovunque. Mi misi seduta accanto a Elizabeth per fare un altro giro, dopo lei
mi massaggiò la testa mentre un uomo mi diede una leggera scossa elettrica
con una bacchetta fatta apposta.
L’after si svolse nell’appartamento di uno dei partner di Elizabeth, un

144
uomo con cui si diceva «ti amo». Avevo origliato una conversazione tra lei e
Wes prima che Elizabeth se ne andasse dalla festa; gli aveva chiesto se poteva
andare per conto suo. Fu una conversazione difficile a cui assistere. Avevo
creduto a Wes quando le aveva dato il suo consenso in maniera allegra, ma
sapevo anche che al posto suo io ci sarei rimasta molto male. C’era anche
Chris quella sera, insieme a colei che ormai era diventata la sua ragazza fissa.
L’after era nell’attico di un palazzo nuovo. Le finestre si affacciavano
sull’installazione LED sopra al Bay Bridge, le macchine che tornavano di corsa
a Oakland per la notte erano stalattiti di luce bianca; a volte qualche auto
sporadica tornava a San Francisco dalla direzione opposta. Pareva che
nell’appartamento non abitasse nessuno, era fatto da superfici laccate e mobili
in legno, i frigoriferi erano tutti a incasso. C’era una ciotola di mele piccole,
uniformi nella dimensione e nel colore. La stanza da letto principale aveva il
bagno poco pratico tipico di un hotel fin troppo curato: senza porta, una
semplice nicchia aperta su un lato. Sulla lavagna bianca nello studio c’era il
diagramma di un’app disegnato con molta attenzione, come se fossimo su un
set, e i libri che stavano sui ripiani erano ordinati in base all’altezza. Elizabeth
mi passò un preservativo con aria furbetta, ma non feci sesso con nessuno.
Avevo un fidanzato a New York; mi aveva chiesto di non andare a quella
festa. Elizabeth disse che conosceva persone che erano brave a dare consigli
su come «aprire» la propria coppia nel caso in cui l’idea non allettasse tutti e
due i partner, ma io pensavo a me stessa come a un’ospite, oppure come a una
persona che non era né lì né qui, qualcuno alle prese con un’indagine astratta
ma priva di una vera intenzione. Rimpiansi di essere stata timida quando
avevo pomiciato prima, di aver trascorso la notte con una persona sola invece
di godermi le coccole di gruppo sul letto rivestito di raso dal lato opposto
della stanza. Avrei voluto avere altre occasioni di quel tipo per sperimentare, e
mi chiesi come sarebbe stato non essere solo una visitatrice, ma una parte
integrante di quella scena. Era stato facile per me rilassarmi perché quasi tutte
le persone in quella stanza erano sconosciute. Se si fosse trattato dei miei
amici, mi sarei sentita in imbarazzo, fin troppo consapevole. Mi ritrovai
seduta nello studio con un gruppo di ospiti ormai assonnati. Chiacchierammo
e restammo a contemplare la vista del ponte e quello scambio incessante di
macchine. Sullo sfondo si sentiva il suono di altri caricatori, di orgasmi, e di
acqua che cascava dalla doccia in una vasca di porcellana.

145
13. Cocktail a base di pompelmo e gin o vodka. [n.d.t.]
14. Protesi sessuali, dildo o sex toy, gestibili da remoto. [n.d.t.]
15. Mark Twain ha scritto di aver trascorso l’inverno più freddo della sua vita un’estate a
San Francisco. [n.d.t.]
16. Simone de Beauvoir, L’età forte, Einaudi, Torino 1995. [n.d.t.]
17. Dossie Easton e Janet Hardy, La zoccola etica. Guida al poliamore, alle relazioni aperte
e altre avventure, Odoya, Bologna 2014, traduzione di Giorgia Morselli. [n.d.t.]
18. Dossie Easton e Janet Hardy, La zoccola etica..., cit. [n.d.t.]
19. In principio era il sesso..., cit. [n.d.t.]
20. Tratto da The Essential Ellen Willis, University of Minnesota Press, Minneapolis 2014.
[n.d.a.]
21. Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, cit., p. 468. [n.d.t.]

146
7

BURNING MAN

Volevo andare al Burning Man perché pensavo che quel festone nel deserto
fosse il fulcro delle tre cose che mi interessavano di più nel 2013: la
sperimentazione sessuale, le droghe psichedeliche e il futuribile. Ma tutti
dicevano che il Burning Man era finito, che lo avevano rovinato. Era stato
preso d’assalto dai ricchi del mondo hi-tech che sfidavano uno dei principi
sacri del festival – il totale fai da te – affidandosi troppo al personale
stipendiato. Il Burning Man, che era nato nel 1968 quando una ventina di
persone avevano bruciato un’effigie sulla spiaggia, si stava trasformando in
una versione polverosa di Davos. Era il tipo di evento a cui andavano Ashton
Kutcher e la moglie dell’Aga Khan, e ci andavano solo per fissare gli altri con
lo sguardo inebetito, non per partecipare. I vecchi affezionati si lamentavano
del dilagare della cultura «plug and play». La comunità era diventata
mainstream. C’erano troppi LED adesso, troppi camper, toppi generatori,
troppi dirigenti delle multinazionali tecnologiche e troppa EDM. Erano arrivate
i TED talk. C’erano i tecno-libertari.
Avrei deciso da sola cosa ne pensavo. Affittai un camper con altre sei
persone, un gruppo organizzato da un amico a San Francisco. Credo che se
qualcuno avesse dovuto fare un ritratto delle persone che stavano «rovinando
il Burning Man», avrebbe raffigurato proprio noi. Tranne una persona,
lavoravano tutti nel settore hi-tech. L’eccezione era un avvocato che si
occupava di diritto societario. Nessuno di noi era mai stato al Burning Man.
Avevamo pagato una ditta di San Francisco per guidare il camper che
avevamo deciso di noleggiare fino in Nevada e raccattare la nostra spazzatura
alla fine.
Avevo ordinato tutto online: le mascherine per difendermi dalla polvere,

147
la crema solare, un cappellino da sole, una lampada frontale, alcune lucette
LED, dei leggings con le stampe animalier. Mi ero organizzata per farmi
spedire una bicicletta. I miei amici avrebbero portato cibo e acqua da San
Francisco. Mi ero chiesta come procurarmi della droga in Nevada, e poi
avevo deciso che era più saggio arrivare sul posto sperando che qualcuno ne
fornisse un po’.
Nel frattempo, la mia comitiva rimandò la pianificazione con la
flessibilità dell’ultimo minuto tipica delle persone che non hanno restrizioni
economiche. Comprarono i biglietti aerei alla fine, e poi cambiarono l’orario
dei voli. Uno di loro non aveva ancora il biglietto due giorni prima di partire.
Un altro ordinò una bicicletta su Ebay Now e se la fece recapitare in ufficio a
San Francisco nel giro di un’ora, come se fosse un taco. Uno di loro finì con il
sorvolare i centocinquanta chilometri da Reno a Black Rock City su un
Cessna a noleggio.
Io volai fino a Reno utilizzando le miglia frequent flyer e rimasi vicino a
un tavolinetto all’aeroporto finché qualcuno non mi offrì un passaggio. Era un
padre di famiglia che lavorava nella finanza e veniva da Greenwich, nel
Connecticut. Diede uno strappo anche a uno studioso di letteratura medievale
di Chicago. Il tizio della finanza un tempo aveva avuto un altro lavoro, come
ingegnere esperto di teledildonica all’inizio del nuovo millennio. Durante il
tragitto attraverso quel paesaggio desertico ed essenziale, mentre schizzavamo
verso il lago prosciugato preistorico dove si tiene il Burning Man ogni anno,
fumammo erba concentrata con un vaporizzatore elettronico a forma di
kazoo; era nero ed elegante. Parlammo di teledildonica e dell’Hexayurt.22
Arrivammo ai cancelli di Black Rock City subito dopo il tramonto. Ci
eravamo sintonizzati su una stazione radio dedicata all’evento, che ordinava
con voce severa di guidare a quindici chilometri all’ora. Saremmo rimasti in
coda per due ore. Fuori, le persone entravano e uscivano dalle macchine.
Bevevano birra. I caravan comunicavano tra di loro con dei walkie-talkie
sotto i faretti. Vedevamo il festival all’orizzonte, era scintillante e multicolore.
Quell’anno al Burning Man sarebbero arrivate 68.000 persone. Tredici anni
prima, quando il tizio che lavorava nella finanza e veniva da Greenwich c’era
stato la prima volta, ce n’erano 15.000. Uno dei miei compagni di viaggio in
macchina che veniva dal Messico notò che sembrava di stare al confine tra il
suo paese e gli Stati Uniti, soprattutto quando all’entrata la macchina era stata
perlustrata alla ricerca di eventuali imbucati. Facemmo vedere i nostri
biglietti. Abbracciammo quelli dell’accoglienza, ci stendemmo sulla schiena e

148
facemmo gli angeli nella polvere, poi suonammo la campanella di rito.
Eravamo arrivati.

Il Burning Man è organizzato in gironi, come l’Inferno di Dante. I gironi, con


lettere che vanno dalla A alla L, sono intersecati dai minuti, come in un
orologio. La maggior parte delle persone alloggia nei campeggi tematici che
uniscono un’infrastruttura collettiva – cucine, docce a energia solare, posti
all’ombra, cisterne – con i vari alloggi. Queste possono essere strutture di
lusso con il catering completo o gruppi di amici provenienti dalla California o
dal Nevada con interessi sessuali, politici, musicali o professionali in comune,
che dormono in tenda. I temi possono essere creativi: i membri di un
campeggio, l’Animal Control, si divertono a intrappolare e a etichettare i
partecipanti del Burning Man che vanno in giro vestiti da animali. Altri
servono il caffè ogni mattina, oppure passano solo la musica dei Grateful
Dead.
Poiché per avere il camper eravamo alle dipendenze assolute di alcuni
tizi di San Diego e avevamo organizzato la nostra permanenza all’ultimo
minuto, non facevamo parte di un campeggio specifico. Invece eravamo stati
sistemati nel girone più esterno, l’L a ore 7.00, vicino al tizio che aveva
portato quindici camper da San Diego al Burning Man. L’uomo si chiamava
Jesus. Mi mostrò il veicolo. Era molto ubriaco. Con il suo accento ispanico,
mi parlò della sua nostalgia di casa, di quanto fosse stanco di essere lì e non
vedesse l’ora di tornare in Minnesota, dove viveva. Parlammo del Minnesota,
ero cresciuta lì. Mi mostrò diversi letti a scomparsa su cui avremmo potuto
dormire in sette, poi premette un bottone per allargare il camper. Mentre si
allargava, un armadietto dei medicinali saltò dai gancetti. Lo specchio si
infranse a terra. «Pulisco io», disse Jesus spazzando i frammenti rotti con le
mani.
Andai in bici verso la playa, la zona centrale dove accadevano le cose di
notte. Oltrepassai strutture fantastiche attorno alle quali orbitavano persone
luccicanti sulle bici. Tornai indietro per perlustrare le strade esterne di Black
Rock City, che erano buie e deserte. Ero sola. Non avevo ancora capito come
interagire con quel posto. Tornai al camper, lo trovai ancora vuoto, e uscii di
nuovo. Vidi un polipo animatronico sputare fuoco dalle estremità articolate di
metallo su una base di musica dance elettronica. Salii sulla navicella spaziale
con il fantoccio del Burning Man in cima. Tornai al camper. Speravo che i
miei amici arrivassero presto.

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Arrivarono dopo le tre del mattino. Dico «miei amici» ma conoscevo
solo uno di loro, Adam, e lo conoscevo a malapena. Durante i primi mesi
dell’estate avevamo trascorso una settimana insieme in Portogallo dopo
esserci appartati a un matrimonio. L’ultima volta che lo avevo visto era stato
alle sette del mattino a Lisbona, quando se n’era andato dal mio letto per
partecipare a un addio al celibato ad Austin, in Texas. Ci eravamo ritrovati a
notte fonda nel deserto del Nevada. Non avevamo molto in comune a parte il
sesso. «Non abbiamo niente in comune!», ci dicevamo con meraviglia.
Viveva a San Francisco e lavorava nell’ambito delle tecnologie. Era
sempre «massacrato» dal lavoro. A giudicare dalle sue pagine social,
partecipava a un sacco di conferenze tenute da «leader del settore», matrimoni
all’estero e settimane bianche; alloggiava con gruppi di amici in bellissime
case per le vacanze e lanciava spesso nuove iniziative con la sua azienda in
forte espansione. Si era iscritto a un servizio di mappatura del DNA capace di
predire il modo in cui morirai, i cui risultati compaiono su un’app sull’iPhone,
in modo che il telefono sappia quante probabilità hai di avere una malattia
cardiaca. Quando era saltato fuori l’argomento del Burning Man in
Portogallo, entrambi avevamo confessato quanto volessimo andarci. Anche se
tanti lo prendevano in giro, continuavamo a esserne attratti. Lui pensava che
sarebbe stata una buona opportunità per fare networking, ma era anche
un’esperienza colossale, una cosa che stava succedendo adesso e solo adesso,
ed eravamo tutti e due interessati agli avvenimenti specifici del presente.
Indossava una tuta riflettente e un cappello floscio. Mangiammo un po’
di popcorn al caramello e alla marijuana comprati in un ambulatorio medico
in California, uscimmo fino all’alba, poi tornammo al camper e facemmo
sesso, nonostante ci fossero altre persone lì dentro. «Voglio fare sesso con
questa persona per sempre», pensai subito dopo.
Mi ci vollero trentasei ore per abituarmi al Burning Man. Durante quelle
ore ero consapevole che qualcosa mi stava succedendo attorno e che avrei
potuto prendervi parte, ma non sapevo da dove iniziare. Quelli
dell’accoglienza ai cancelli ci avevano dato una guida intitolata «Cosa Dove
Quando» che elencava tutti gli eventi. Alcuni sembravano mini-poesie in
prosa in lessico futuribile.
«FUTURI DI INNOVAZIONE SOCIALE PER LE NUOVE CITTà HI TECH», diceva uno.
«Zone di autonomia creativa e città del futuro [...] resilienza, una nuova
dottrina chiamata thrivability,23 open data, come mescolare genomi e
biometrica con le nostre password e cripto-valute. Che aspetto avrà il vostro

150
futuro? Imprenditori social e maker del Movimento cultura libera, hackerate il
sistema e mescolate tutto». Per chi era interessato alla sperimentazione
sessuale, le opportunità per l’autoapprendimento erano infinite: c’erano
incontri pubblici sulla meditazione orgasmica, «l’auto-asfissia sciamanica»,
l’eco-sessualità, i femtheogen dedicati a una nuova teologia femminile, il
«tantra dei nostri flussi mestruali», «sesso droga e musica elettronica» e
l’opportunità di visitare il tendone delle orge.
Giravo in bici, accettavo offerte di bibite e drink e facevo conversazione.
Andai a un incontro sullo stato della ricerca per curare le malattie con le
droghe psichedeliche. Sentii una persona parlare della sua tesi di laurea sui
«Fenomeni transpersonali indotti dall’EDM». L’erba rendeva Adam eccitabile e
disattento. Accanto al suo letto c’era una piccola discarica di bottiglie di
plastica vuote. Non sapevo se voleva trascorrere il suo tempo con me o
condividere il suo corpo che cercava stratagemmi per aumentare la propria
efficienza con gli spiriti liberi e nudi del Burning Man. Non sapevo cosa
volessi io. La seconda notte, per lasciare un po’ di spazio agli altri, andai in
bici fino alla playa esterna; era tutto silenzioso, vuoto e molto freddo. Andai a
dormire presto.
Il giorno dopo mi svegliai intorno alle nove del mattino. Uscii da sola a
piedi e superai una cabina di compensato dipinta di giallo. C’era un cartello
che diceva Consulenza per la non-monogamia. Una bandiera arcobaleno
svolazzava al vento, con le parole Sì grazie stampate sopra in bianco. Sotto
c’era una bandiera nera con un teschio pirata e le ossa incrociate. Dei cartelli
sulla cabina dicevano che il dottore era curious e disponibile, ma non vidi
nessuno. Mi avvicinai per leggere gli articoli attaccati con lo scotch,
sostenevano che gli esseri umani non si erano evoluti per essere monogami.
Mentre restavo lì a strizzare gli occhi contro il sole, un uomo alto
dall’aspetto sonnolento e la testa rasata si fece avanti uscendo a passo
tranquillo da una tenda; in mano aveva una tazza di metallo smaltato piena di
caffè. Era cotto dal sole, aveva gli occhi blu e parlava con un accento
nordeuropeo. Si mise a sedere dall’altro lato della cabina. Mi accovacciai
anche io per guardarlo. Il sole ci colpiva forte. «Vuoi un ombrello?», mi
domandò. C’erano due ombrelli appoggiati alla cabina di consulenza. Ne aprì
uno color arcobaleno, io ne aprii uno nero e restammo a guardarci da lì sotto.
Mi tolsi gli occhiali da sole.
«Hai una domanda da farmi?»
Non ce l’avevo. Gli dissi che la mia ultima relazione sentimentale era

151
finita due anni prima. Ritenevo che sin da quel momento ero stata non-
monogama, nel senso che a volte facevo sesso con diverse persone in un arco
specifico di tempo. Mentre lo dicevo, l’idea di contare quelle persone e
raggrupparle in un’unità temporale mi sembrò arbitraria. Era la mia vita e
basta: la vivevo e a volte facevo sesso con delle persone. A volte volevo
impegnarmi con qualcuna di loro, o loro volevano impegnarsi con me, ma nei
due anni precedenti nessuna di quelle intenzioni si era allineata. Un tempo mi
ero comportata in quel modo in maniera più o meno accidentale, pensando
ancora che avrei trovato qualcuno da amare e con cui avviare una relazione.
Al momento invece andavo alla ricerca di sesso anche se sapevo che non
avrebbe portato da nessuna parte. Lo concepivo come un modo per
avvicinarmi alle persone che mi intrigavano, che volevo capire meglio. La
differenza tra le persone con cui ero capace di stabilire intimità fisica e quelle
con cui avevo affinità sul piano delle idee mi sorprendeva sempre. Ma c’erano
ancora dei problemi.
Non mi sentivo ancora libera come volevo. A volte non riuscivo a
superare le barriere che trattengono le persone dall’esprimere i propri
desideri. Il rifiuto non mi faceva meno male, anche se non me ne faceva di
più, e avevo escogitato modi migliori per superarlo, cercando di accettare un
rifiuto come l’espressione sincera dei sentimenti di un’altra persona, non
come un verdetto negativo su chi fossi o su chi non ero riuscita a essere, e gli
dissi che il sesso con le altre persone poteva aiutarmi davvero a riconnettermi
con il mondo dopo una delusione d’amore. A volte, nelle relazioni sessuali
che sarebbero state solo occasionali, mi cedevano i nervi o si affacciava il
bisogno di aggrapparmi. Era ancora difficile andare da A a B con estrema
disinvoltura, per me, nonostante tutti i facilitatori che erano stati concepiti
apposta per quello scopo sul touch screen del mio cellulare.
Dissi tutte quelle cose al guru. Lui continuava a bere caffè. La giornata
stava iniziando a scaldarsi. Non avevo domande pratiche da rivolgergli.
Cercai di pensare a dei problemi concreti. Gli feci una domanda sulla gelosia.
«La gelosia va sentita», mi disse. «Io non cerco di scacciarla con delle
argomentazioni o di fingere che non stia succedendo. Mi ci immergo e basta».
Era olandese. Era stato in una relazione poliamorosa che era finita
quando si era reso conto che lui e la sua ragazza non si amavano più. Forse il
poliamore era solo un modo più lento per lasciarsi con una persona. Mi era
venuto in mente che forse era un modo più umano di lasciarsi e che in ogni
caso, in quasi tutte le relazioni – nella maggior parte dei casi a dire il vero – le

152
persone sanno già come andrà a finire la storia. Alla fine mi rimisi gli
occhiali, chiusi l’ombrello e mi alzai per continuare a camminare. Le strade
erano ancora semideserte. Era troppo presto per Black Rock City.
Oltrepassai una biblioteca. Entrai dentro e iniziai a leggere il quotidiano
che qualcuno si prendeva la briga di stampare tutti i giorni del Burning Man.
Il numero che avevo in mano risaliva a mercoledì. Era venerdì. Un titolo
faceva cenno ad alcune persone che erano cadute dalla scultura di un coyote.
Dal lato opposto al mio, un uomo con i capelli scuri e gli occhiali neri sedeva
sfogliando una pila di fumetti. Iniziammo a parlare.
Anche lui viveva a Brooklyn. Era la sua quinta volta al Burning Man. Si
era appena tagliato i capelli in un campeggio a tema. Dato che eravamo in una
biblioteca, iniziammo a parlare di libri. Parlammo di libri come Il mondo
senza di noi,24 che spiega cosa accadrebbe se l’umanità dovesse sparire di
colpo: come la natura tornerebbe a reclamare il pianeta, come le nostre città
decadrebbero, quanto ci vorrebbe affinché gli effetti del riscaldamento globale
maturassero fino alle loro estreme conseguenze, fino a quanto sarebbe durata
la plastica. Parlammo della megafauna che veniva menzionata nel Mondo
senza di noi, di quanto fosse bello che la storia della megafauna coincidesse
con la storia dell’uomo; appena seimila anni fa c’erano piccoli mammut
pelosi che vivevano in un’isola al largo dell’Alaska. Lui continuava a
chiedersi come i dinosauri avessero potuto prendere il posto della megafauna
nell’immaginario popolare. Parlammo della Long Now Foundation a San
Francisco, un’organizzazione avviata da Stewart Brand – il fondatore del
Whole Earth Catalog – che stava cercando di resuscitare geneticamente la
megafauna. Parlammo di quando ero andata a sentire Charles C. Mann,
l’autore dei libri 1491 e 1493 il giorno in cui era intervenuto alla Long Now
Foundation. Lui aveva sentito il podcast. Parlammo di 1493, del fatto che in
Nordamerica, prima degli scambi con il Vecchio Continente, non c’erano
vermi nel terreno e che gli spagnoli avevano assoldato dei samurai per
sconfiggere gli Aztechi in Messico e che qualcuno avrebbe dovuto fare un
film su tutte quelle cose. Parlammo di Narnia e Ursula K. Le Guin. Lui stava
leggendo Il mago di Earthsea. Parlammo del fatto che la Le Guin era
un’anarchica dedita al poliamore. Mi disse che quando era ragazzina la
famiglia della Le Guin aveva accolto l’ultimo Nativo Americano che viveva
in base ai costumi tradizionali in California; un giorno si era avventurato dalla
foresta al parcheggio di un piccolo supermercato. Gli chiesi se fosse lo stesso
tizio descritto da Claude Lévi-Strauss in Tristi Tropici. Era lui.

153
Mi sentivo davvero a casa in quella biblioteca! Per quanto il guru mi
fosse stato utile, decisi che da quel momento in poi avrei cercato di farmi
degli amici solo nelle biblioteche. La prossima volta che sarei andata al
Burning Man sarei corsa subito tra gli scaffali dei libri di Black Rock City, un
posto per andare diritti al cuore delle cose.
Lui voleva provare a fare un bagno turco. Volevo andare anche io? Se
arrivavamo prima che aprisse a mezzogiorno, avevamo buone probabilità di
evitare la coda. Mentre camminavamo verso il campeggio con il bagno turco,
ci presentammo. Diciamo che si chiamava Volpe Lunare. Non era il suo vero
nome, ma è il tipo di cosa che qualcuno si potrebbe inventare per il Burning
Man. Gli chiesi quanti anni avesse. Non voleva dirlo. «Io ho trentadue anni»,
mi feci avanti io. «Io ne ho trentatré».
Arrivammo al bagno turco poco dopo mezzogiorno. Non c’era fila.
L’uomo incaricato ci diede un paletto di legno rosso a testa. «Siete gli ultimi
due!» Avremmo avuto un’ora di tempo prima che iniziasse a chiamare le
persone dotate di paletti rossi verso il bagno turco. Sembrava una cosa a
casaccio. «Probabilmente dice la stessa cosa a chiunque», disse il mio nuovo
amico.
Andammo verso il suo campeggio. Si chiamava Desperado ed era un po’
di ispirazione western o quantomeno c’erano dei portelli da saloon all’entrata.
Preparò una caffettiera da campeggio per me e poi si allontanò per fare
qualcosa. Rimasi in attesa che l’acqua bollisse. C’erano dei ventenni di Santa
Cruz che giravano in tondo, mangiando mele e versando latte di nocciola nel
caffè. Osservai un ragazzino che stava dando una capsula piena di polverina
bianca a un altro. «Che cos’è?», chiese il tizio che la prese. L’altro scrollò le
spalle. «Polvere di stelle», annunciò il ragazzo prima di ingoiare la pillola.
Non avevo ancora trovato un modo per procurarmi della droga al Burning
Man. Avevo sperato che apparisse e basta. Un ragazzo di poco più di
vent’anni biondo e alto entrò e chiese se qualcuno avesse della lozione solare.
Quando il mio amico tornò, stavo spalmando la lozione solare sulla schiena
ampia e abbronzata del tizio. Preparai il mio caffè e tornammo verso il bagno
turco.
Arrivammo proprio quando chiamarono il nostro turno. Ci spogliammo e
restammo in fila. Il sole era una bella sensazione sui nostri corpi nudi. Ci
diedero degli ombrelli per ripararci. Il bagno turco era in una yurta esagonale.
Restammo lì dentro per un po’. C’era un’atmosfera collegiale, le persone
cantavano e si spruzzavano acqua a vicenda con una canna di plastica.

154
Parlammo con un ragazzo dalla Mongolia. Lavammo via la polvere con il
sapone alla menta piperita Dr. Bronner. Dopo, l’aria da fornace del deserto ci
sembrò fresca. Ci asciugammo al sole e ci rimettemmo i vestiti. Poi
decidemmo di andare nella cupola dell’orgia, cosa che si poteva fare solo se si
era parte di una «coppia o di un gruppo di più persone». Prima dovevamo
recuperare la mia bici.
Per prendere la mia bici dovevo dire qualcosa a Adam sul posto in cui
stavo andando. Lo presentai a Volpe Lunare. Immaginai che anche Adam
avesse fatto le sue conquiste. La sua abbronzatura era diventata più scura e
indossava solo un paio di pantaloncini dorati scintillanti. «Resta in contatto
con la gelosia», dissi a me stessa mentre lo guardavo.
Lungo il tragitto per il tendone delle orge ci fermammo a una festa dal
tema Miami Vice per prendere alcuni drink e stuzzichini. La porta era
presidiata da un tizio bianco e da uno nero vestiti da Crockett e Tubbs.
Ordinai un cocktail al rum. Volpe Lunare prese dell’acqua. Scoprii che era
astemio. Ci accomodammo tra i cuscini in una piscina gonfiabile vuota e ci
sorridemmo.
Non avevamo parlato di cosa intendevamo fare una volta arrivati al
tendone delle orge. Dopotutto ci eravamo appena conosciuti. Il tendone delle
orge era dotato di aria condizionata, come ci avevano detto, ma funzionava
appena. Ci diedero una busta con preservativi, lubrificante, salviette, mentine
per l’alito e istruzioni su dove gettare il materiale alla fine. Entrammo nel
tendone. Ero delusa, non si trattava di una vera e propria orgia. C’erano solo
coppie eterosessuali che facevano sesso tra loro. Volpe Lunare e io ci
mettemmo su un divano a guardare. Ci sentivamo strani. Era chiaro che
avremmo dovuto fare qualcosa oppure andarcene.
«Secondo te dovremmo fare sesso?», gli chiesi a un certo punto.
«Sì...», rispose lui. «Ti va?»
«Sì».
«Sei sicura?», domandò.
«Sì», dissi io. La donna che ci aveva accolti alla porta ci aveva
consigliato di esprimere la nostra consensualità a voce alta, con entusiasmo.
Quando lasciammo il tendone, camminammo verso una struttura
all’ombra nei paraggi, si sentiva musica a base di sitar. Ci sedemmo su due
sedie da campeggio e parlammo di quello che era appena successo. Una
donna che disse di venire da Columbus in Ohio venne da noi con una caraffa
di caffè ghiacciato e ce ne offrì un po’. Io accettai. Era freddo e delizioso,

155
fatto con il latte condensato dolcificato. Ne offrii un po’ a Volpe Lunare, che
lo annusò e sembrava tentato ma alla fine disse di no. Faceva di tutto per
restare completamente straight edge. L’unica volta che si concedeva delle
droghe era al Burning Man. Era un anarchico. Cercava di vivere in maniera
coerente con i suoi principi politici, il che significava, almeno in parte, non
comprare o usare cose che provenivano da migliaia di chilometri di distanza,
come il caffè. Cercava anche di non guardare i porno, non aveva un cellulare
e provava a tirare avanti con la minore quantità di lavoro pagato possibile,
come se fosse una specie di protesta.
Gli chiesi perché non guardava i porno. Pensava gli confondessero il
cervello. Parlammo delle differenze tra la sessualità maschile e quella
femminile. Dissi che secondo me gli uomini e le donne avevano la stessa
voglia di farlo, ma forse il corpo femminile faticava di più a fare sesso in
continuazione. Al momento stavo pensando al mio corpo, che era stanco.
«È frustrante, perché potrei fare sesso altre tre volte oggi, se il mio corpo
lo sopportasse».
«Io altre cinque», disse lui.
Secondo Volpe Lunare, la questione riguardo al sesso era che se non lo
facevi per tanto tempo lo stimolo si affievoliva, ma se lo facevi una volta poi
volevi farlo di nuovo tutto il tempo. Disse che in tutte le volte che era stato al
Burning Man non aveva mai fatto sesso o pomiciato con qualcuno. Mi
sembrava impossibile. «È più facile essere una donna qui». Non ne ero così
sicura. C’erano tutti quei corpi così belli e nudi che gironzolavano attorno.
Eravamo entrambi stanchi. Disse che se non dormiva dopo aver fatto
sesso poi trascorreva tutto il giorno a cercare di cogliere l’opportunità per un
sonnellino. Parlammo del fatto che a volte il sesso energizzava le donne, e
stancava gli uomini. Era un sollievo fare delle generalizzazioni in base al
sesso. Poterle buttare lì in tono pigro, senza assumere la postura di quando
scrivo, quando cerco di dire che non esistono entità come «uomo» e «donna»,
solo uno spettro di comportamenti e di modi di stare al mondo che possono
essere influenzati dalla tecnologia e dagli ormoni sintetici.
Uscimmo dalla tenda con i sitar, prendemmo le biciclette e andammo
verso la playa. Volevamo dare un’occhiata alla scultura che riproduceva la
Mir, la stazione spaziale russa. La trovammo e ci entrammo. Uno dei russi che
l’aveva costruita stava smontando le luci. La navicella spaziale sarebbe stata
incendiata quella sera. Ci eravamo avvicinati per parlargli. Era burbero, come
si spera che siano i russi. «Prima volta in America. Prima volta al Burning

156
Man», disse con un forte accento. Gli chiedemmo se avrebbe portato il
Burning Man in Russia. «Non c’è un posto come questo in Russia.
Pioverebbe».
Andammo via dalla stazione spaziale per dirigerci in bicicletta verso il
Temple of Whollyness, dove alcuni amici dei suoi amici si sarebbero sposati
nel pomeriggio. Superammo una piramide maya, sulla cima c’era il pollice
gigante di un like di Facebook destinato a prendere fuoco più tardi. Volpe
Lunare mi parlò della prima volta che era stato al Burning Man nel 1999. Non
c’era niente di tutto ciò allora, i like di Facebook, le fotocamere sui telefonini,
le delegazioni russe. Il Burning Man era più piccolo, frequentato soprattutto
da persone come gli ambientalisti, che si rivelavano estremisti quando si
trattava di non lasciare traccia del proprio passaggio. Ma era la stessa cosa.
Tutti quelli che dicevano che era cambiato si sbagliavano. Era diventato solo
più grande, e tutte le società che crescono vanno incontro alla stratificazione e
allo stesso tipo di problemi.
Anche il tempio era una piramide. Dentro, oggetti provenienti da
tradizioni religiose diverse erano stati rimossi dalla propria storia, mescolati
in un calderone pan-spirituale. Un altare buddhista dominava il centro della
stanza, attorno alla quale diverse centinaia di persone stavano sedute sul
pavimento a meditare in silenzio. I gong sui muri venivano suonati a intervalli
regolari. Fuori, i burner avevano decorato i muri con delle piccole teche
dedicate alle persone e agli animali che erano morti, ai problemi da superare.
Osservai dei collage fotografici pieni di madri, fratelli e amici che non
c’erano più. Tutto quell’amore, gestito così male, espresso così di rado.
Guardai Volpe Lunare; avevamo tutti e due le lacrime agli occhi.
Non riuscivamo a trovare il matrimonio dei suoi conoscenti, ma c’erano
altre persone che si stavano sposando, e applaudimmo per loro. Dopo, seduti
tra la polvere e sotto al sole, assemblammo una struttura esagonale di
compensato che doveva essere unita ad altre strutture simili per formare una
molecola più grande. Era previsto che ci scrivessimo qualcosa sopra, ma non
lo facemmo. Aspettammo che venisse sistemata con le altre prima di
andarcene. La domenica qualcuno le avrebbe dato fuoco.
La giornata si stava affievolendo. «Di solito questo è il momento in cui
vado a fare un sonnellino, ma oggi...», mi disse Volpe Lunare. «Oggi non so
proprio cosa fare».
Capivo cosa volesse dire. Non avevo mai vissuto una giornata simile in
tutta la mia vita. Non mi ero mai avvicinata a qualcuno così in fretta.

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Visitammo la cupola geodetica. Andammo in una cappella con un organo che
Volpe Lunare voleva suonare prima che gli dessero fuoco durante la notte.
Dentro c’erano altre persone che si stavano sposando. Iniziò a suonare la
marcia nuziale e festeggiammo insieme i neosposi. Poi tornammo in bici al
campeggio Desperado. Avevamo deciso di cenare con le sue provviste, un
sandwich col formaggio alla griglia e una zuppa di pomodoro. Mi disse di
tornare più tardi; forse avremmo potuto prendere dei funghi insieme. Tornai
dopo un po’. Era in pantaloncini di pelle, senza maglietta e indossava un
cappellino da aviatore. Non gli erano rimasti funghi. «La ragazza con cui ho
pomiciato ieri sera è appena stata qui».
Ero confusa... non mi aveva detto che...? Non importava. Avevo anche io
le mie complicazioni. Ci mettemmo d’accordo per incontrarci a mezzogiorno
il giorno successivo. Non mantenni la mia parola.
Invece tornai al mio camper, dove a quanto pare c’era stata sempre della
droga. Ci infilammo mezza dose di acido sintetico sotto la lingua e
avanzammo nella notte; le sostanze chimiche si stavano dissolvendo quando
la Mir prese fuoco, così come la cappella nuziale e il like di Facebook.
Vagammo nello spazio pieno zeppo di LED; la tavolozza di colori era la stessa
del film Tron, una visione del futuro che poi era diventata il futuro, un futuro
pieno di musica elettronica dance.
La droga salì mentre stavamo giocando sotto un’installazione artistica
fatta da luci viola che si rincorrevano. Corremmo e danzammo tra le luci,
ridendo e boccheggiando. Salimmo su alcuni veicoli mutanti: uno a forma di
tartaruga palustre gigante, uno a forma di nave pirata postapocalittica
chiamata Thunder Gumbo. Ballammo in cima a quei macchinari. Sotto di noi
gli assidui del festival orbitavano sulle biciclette come crostacei fosforescenti.
Ero subissata dai ricordi della giornata. Mi sembrava di vedere persone che
scopavano in continuazione, poi mi resi conto che si trattava solo di uno
scontro di tante biciclette tutte insieme. Mi pareva di conoscere già le persone
che mi stavano attorno. Ci infilammo altri francobolli sotto la lingua.
Passammo davanti a una cabina telefonica dalla quale avremmo potuto
chiamare Dio. Presi la cornetta e ci parlai.
«Buongiorno», disse.
«È mattina?», domandai.
«È mattina dove ti trovi tu», disse Dio.
«Tu dove sei?», gli chiesi.
«Sono ovunque», rispose.

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«Ecco perché non piaci più a nessuno!», replicai con un gemito prima di
riattaccare.
Immaginai Dio come un vecchio recidivo del festival da qualche parte a
Palo Alto, che quell’anno non era potuto andare al Burning Man e perciò
aveva allestito quel telefono magico. Immaginai volontari come lui in tutto il
paese, in attesa di telefonate per recitare la parte del Signore e partecipare alla
magia della playa. Presi in considerazione la possibilità che il telefono fosse
stato truccato da qualcuno in una tenda vicina.
Iniziai a intuire la presenza di un complotto. Un veicolo mutante si fermò
vicino a noi. Sulla cima vidi diverse persone più grandi, sui cinquanta e
sessant’anni. Per me erano degli aristocratici. Pareva avessero sulla testa delle
creste azteche e parrucche impomatate da Luigi XVI. Erano preti bramini che
ci osservavano dall’alto, un consorzio santificato di tutte le élite della storia. Il
loro veicolo a forma di rana pescatrice color arcobaleno si chiamava Disco
Fish e si guidava da solo attraverso il GPS programmabile. Le scaglie del
veicolo avevano gli stessi colori primari del logo di Google. Il Disco Fish era
un piano segreto ordito da Google per sfidare lo storico ethos del Burning
Man contro le multinazionali attraverso le sue macchine che si guidavano da
sole; i dirigenti che si trovavano al secondo piano del veicolo stavano
coordinando tutto. I miei sospetti trovarono una conferma quando uno di loro
iniziò a parlare di una mostra al Guggenheim con uno dei miei amici.
Nonostante ciò, salimmo sul Disco Fish. Ballammo. Restammo in piedi
fino al sorgere del sole. Tornammo senza fretta verso il nostro camper, dove
restammo svegli a parlare ancora. Ci eravamo sentiti parte di qualcosa, tutti
insieme. Uno del nostro gruppo aveva appena mollato l’azienda che aveva
fondato, ne era uscito con le spalle coperte. Non avrebbe avuto bisogno di
lavorare mai più. Ci disse tutte le cose a cui aveva pensato durante l’anno,
quando un’attività che all’inizio gli era parsa magica si era trasformata nella
solita vita, con un ufficio, delle regole, solo per diventare un posto al quale si
era accorto di non appartenere più e in cui non era desiderato. Il giorno prima
di partire per il Burning Man era stato pagato per andarsene. Indossava un
cappello che diceva Junior Airline Pilot. Mentre eravamo seduti lì fuori dal
camper, tornò anche Adam. Indossava dei leggings blu e un gilet di pelliccia
bianca. Qualcuno gli aveva dipinto la faccia. Era esuberante. Era andato in
bici fino alla playa per assistere al sorgere del sole. Lo abbracciai. Ero così
felice di vederlo. Un’altra persona era andata a una festa per celebrare l’alba
sulla playa chiamata Robot Heart dove Shervin Pishevar, il venture capitalist

159
che una volta si era rasato il logo di Uber sulla testa, stava ballando sopra
all’impianto audio. Era arrivato anche l’avvocato che si occupava di diritto
societario, indossando dei boxer da Superman e un bikini.
Era facile capire perché la gente odia il Burning Man, pensai, quando mi
sforzai di vederlo attraverso gli occhi di un cinico: gente ricca in libera uscita
che viola le regole, regole di cui tutti gli altri pagherebbero le amare
conseguenze se non le rispettassero. L’ipocrisia della «zona di autonomia
creativa» iniziò a pesarmi addosso. Molte di quelle persone sarebbero tornate
alle loro vite di sempre e a lavorare alle grandi farse della nostra epoca. Non
avrebbero lottato per depenalizzare le droghe che avevano usato, e nessuno
doveva scoprire che erano stati nel tendone delle orge. Avevano esultato
davanti alla pira funebre del like di Facebook, ma non sarebbe stato un
granché se si fosse venuto a sapere il martedì successivo nella mensa
dell’azienda. Le persone che accumulavano una rendita grazie a tutte le foto
che venivano scattate nel mondo, agli eventi indimenticabili e alle ossessioni
degli ex fidanzati, in quel momento stavano celebrando la loro libertà dal web
in cui ci avevano intrappolati tutti, la libertà di esistere senza internet. E poi
c’era tutta quella robaccia, tutti quegli scaldamuscoli di pelo in poliestere e le
bottigliette di plastica e le batterie usa e getta; spazzatura fatta di idrocarburi
che non spariranno mai.
Protestare contro quelle cose nella vita di tutti i giorni implicava un
enorme costo sociale, un costo che solo le persone come Volpe Lunare erano
disposte a pagare a oltranza, e forse era proprio quello che i vecchi burner
odiavano dei nuovi: i nuovi non facevano che confermare l’idea di una zona
autonoma, avulsa dalle regole. Un biglietto che costava quattrocento dollari
diceva due cose: che si comprava il diritto di lasciarsi alle spalle quello che
era successo al Burning Man tanto quanto quello di entrarci.
Eppure era un bel posto. Lì ero riuscita a fare delle cose che avevo
desiderato per tanto tempo, che non sarebbero potute succedere dove vivevo.
E se quel posto sembrava così bello, se era cresciuto così tanto nel corso degli
anni forse era perché tante persone ci si sentivano a casa, e quello aveva a che
fare con l’inadeguatezza delle vecchie strutture sociali che ancora
governavano la nostra vita nei posti in cui abitavamo per davvero, quelli in
cui ci sentivamo soli, isolati e incapaci di formare le connessioni che
volevamo.
Se avessi dovuto predire cosa sarebbe successo in futuro, avrei detto che
il Burning Man sarebbe durato solo finché saremmo rimasti noi, l’ultima

160
generazione che viveva almeno una parte della propria vita fuori da internet,
che stava cercando di adattare la propria realtà alla tecnologia a disposizione.
I più giovani, speravo, non avrebbero avuto bisogno di zone autonome. Le
loro vite sarebbero state prive della mia timidezza. Avrebbero preso droghe
nuove e fatto sesso a modo loro, un modo nuovo. Non avrebbero pensato a se
stessi come a donne o uomini. Avrebbero fuso i loro corpi con le macchine
della loro epoca, privi dei nostri imbarazzi, senza le nostre idee di autenticità.
Ero rimasta sveglia per più di ventiquattro ore. Non sarei stata in grado
di dormire per molte altre ore ancora. Ero pronta affinché tutte le mie
sensazioni si placassero, ma quelle andavano avanti per conto loro.

22. Progetto per un rifugio anticatastrofe economico. Si basa su una geometria geodetica
simile a quella di una yurta. [n.d.t.]
23. Una nuova corrente di pensiero che punta a un’organizzazione produttiva che permetta
uno sviluppo coerente con lo sviluppo umano.
24. Alan Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi, Torino 2010, traduzione di Norman
Gobetti. [n.d.t.]

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CONTRACCETTIVI E RIPRODUZIONE

L’inadeguatezza dei metodi contraccettivi non ha bisogno di spiegazioni. La


vita delle donne è vincolata a pillole e dispositivi che causano aumento di
peso, emorragie spontanee, calo della libido, problemi di pelle, emboli, vene
varicose e depressione. Una donna può investire in un anticoncezionale
costoso o invasivo, per poi scoprire che non è adatto a lei e che deve
sostituirlo con qualcos’altro. Usiamo i contraccettivi perché possono
prevenire la gravidanza, l’endometriosi, il tumore alle ovaie e l’acne. Eppure,
le donne vanno dal ginecologo a scoprire le varie «scelte» disponibili con
cupa rassegnazione, per via dei vari difetti che presentano. Circa metà delle
donne americane avrà una gravidanza non desiderata prima dei
quarantacinque anni; tre su dieci opteranno per l’aborto.
Iniziai a prendere la pillola a diciotto anni, quando cominciai ad avere
rapporti sessuali. Nel corso dei dieci anni successivi, alternai pillole su pillole.
Alcune mi creavano problemi alla pelle. Alcune mi facevano ingrassare.
Alcune erano coperte dall’assicurazione sanitaria e poi all’improvviso non
più. Alcune mi toglievano completamente la libido. Sospettavo che la pillola
esacerbasse la depressione di cui avevo sofferto intorno ai vent’anni, che a
sua volta avevo curato con un altro tipo di pastiglie. A ventotto anni, dopo
dieci che prendevo la pillola, un medico mi disse che avrei dovuto evitare la
pillola con gli estrogeni, dato che a volte soffro di emicranie con l’aura, il che
mi espone maggiormente al rischio di ictus nel caso di un embolo/trombo.
Smisi di prendere la pillola e il ciclo mestruale mi tornò solo dopo sei mesi.
La volta successiva in cui mi misi con un ragazzo e mi stancai dei
preservativi, optai per una spirale intrauterina in rame senza ormoni che alla
fine mi raddoppiò la durata del ciclo mestruale. Un medico mi consigliò di
prendere degli ormoni per la menopausa in modo da tenere sotto controllo il

162
sanguinamento, ma non servì a nulla. Presi una minipillola con il
progesterone che mi fece sanguinare per due mesi di fila, un effetto collaterale
abbastanza comune nel caso della minipillola, che però rendeva il sesso
imbarazzante e disgustava i miei partner. Sembrava impossibile che in
un’epoca di tecnologia avanzata dovessi ancora dipendere dai capricci di un
affare grezzo ed elementare, un aggeggio di rame inventato quarant’anni
prima.
Quando andai a togliere la spirale, le cose andarono addirittura peggio. I
filamenti di nylon per estrarla erano stati tagliati troppo corti: non riuscivano
a rintracciarla. Prima pagai per fare un sonogramma e scoprire se ce l’avevo
ancora nell’utero (sì), poi andai da una serie di medici che si agitavano senza
essere molto di aiuto o pensavano di intervenire chirurgicamente, finché alla
fine uno di loro riuscì effettivamente a rimuoverla. Le opzioni contraccettive
che mi restavano avevano dei potenziali effetti collaterali e costavano dai
cinquecento dollari in su. Mentre la maggior parte dei contraccettivi era
mutuabile in base all’Affordable Care Act, i test per assicurarmi di non avere
un’infezione prima di mettere la spirale non lo erano. Restavano sempre i
preservativi. «Credi davvero che userai il preservativo con regolarità?», mi
chiese un dottore. Avevo un ragazzo all’epoca, quindi per un po’ feci
affidamento sul suo autocontrollo, ma non volevo assolutamente avere un
bambino. Optai per una spirale di plastica con degli ormoni dentro, un metodo
escogitato negli anni Settanta. Per sei mesi sanguinai a intermittenza finché
miracolosamente il mio corpo si adeguò e si avvicinò a una specie di stabilità.

Di solito pensiamo alla tecnologia come a un qualcosa che inventiamo e


indirizziamo per i nostri fini, e che le macchine siano delle protesi che
impieghiamo per lo stesso motivo, ma a volte conformiamo le nostre
aspettative in base alla tecnologia che ci troviamo in eredità. Questo vale
soprattutto per i contraccettivi, che non hanno subito quasi nessuna
innovazione paradigmatica negli ultimi quarant’anni. Diamo per scontato che
il preservativo sia l’unico anticoncezionale a tutelare sia da una gravidanza sia
dalle malattie a trasmissione sessuale, anche se è un limite. Diamo per
assodato che i modi migliori per prevenire una gravidanza siano i peggiori per
prevenire un’infezione. Accettiamo l’assenza di alternative per le donne che
non possono seguire una terapia ormonale. Consideriamo i rischi per le
persone che vogliono restare incinte ma i cui partner hanno dei virus cronici
come delle eccezioni. L’ultimo progresso nelle tecniche di contraccezione dal

163
punto di vista maschile si è avuto con l’invenzione del lattice nel 1920.
Nel 1995, l’Institute of Medicine pubblicò un rapporto in cui si invocava
«una seconda rivoluzione per i contraccettivi». Nell’articolo venivano citati i
problemi discussi qui sopra, oltre a questioni legate alla salute pubblica come
l’alto tasso di gravidanze indesiderate e di aborti negli Stati Uniti e nel resto
del mondo, la rapida crescita della popolazione e le difficoltà per le comunità
più povere e meno servite dai servizi sanitari ad avere accesso a una
contraccezione soddisfacente. I vent’anni trascorsi da allora sono stati
costellati di vere e proprie rivoluzioni, dai computer alla fisica teoretica alla
decodificazione del genoma umano. Ma nessuno di quei problemi è stato
risolto.
L’investimento delle aziende private nel campo della contraccezione è
calato in maniera drastica dopo aver raggiunto un picco negli anni Settanta.
Le più grandi aziende farmaceutiche e di biotecnologie hanno disertato
l’ambito della ricerca in questo settore. Non è negli interessi di un’azienda
farmaceutica scovare un’innovazione che si discosta da una pillola che genera
profitto usata una volta al giorno da tantissime donne, per proporre
un’alternativa più economica e dagli effetti più duraturi. Poiché i
contraccettivi vengono assunti soprattutto da persone in buona salute, i
parametri per i test e i regolamenti per approvarli hanno una soglia molto alta.
Le innovazioni avvenute negli ultimi decenni sono dovute soprattutto al
governo oppure a organizzazioni filantropiche come la Gates Foundation.
I cambiamenti nei costumi sessuali delle persone (una media più alta di
partner, periodi di attività sessuale più lunghi fuori dal matrimonio) sono
coincisi con una diminuzione degli investimenti nella ricerca per la
contraccezione. I metodi che usiamo oggi sono stati concepiti per un’epoca
diversa, caratterizzata da altre abitudini sessuali e da un’altra morale. Quando
andavo dal medico per sorbirmi l’ennesima lezioncina sul comportamento
sessuale «a rischio» (in pratica il sesso senza preservativo), pensavo di rado al
fatto che stavo assistendo alla riproposizione di un paradigma di ricerca
radicato nelle aspettative di mezzo secolo prima. Per decenni, la prevenzione
delle infezioni a trasmissione sessuale era stata considerata uno sforzo
separato da quello della prevenzione della gravidanza. Il presupposto era che
le infezioni non fossero un problema per la «maggioranza normativa», le
coppie monogame che avevano intenzione di tenere sotto controllo la fertilità
e avevano un rischio più basso di contrarre malattie. Sfogliando vecchi
documenti di ricerca sulla contraccezione, mi ero accorta che l’enfasi veniva

164
posta quasi sempre sul modificare il proprio comportamento per conformarsi
ai limiti della tecnologia, piuttosto che sul modificare la tecnologia in base a
una gamma più ampia di comportamenti sessuali.
Lottare per il semplice diritto di avere delle misure contraccettive ha
richiesto così tante energie che a quanto pare abbiamo dimenticato di
avanzare qualsiasi altra richiesta. Abbiamo fissato l’asticella molto in basso,
soprattutto considerando che i contraccettivi erano uno di quei progressi della
civiltà, come l’alfabetizzazione o l’igiene dentale, da cui non si sarebbe mai
tornati indietro. I contraccettivi sono la fusione originale tra il corpo umano e
la tecnologia a disposizione, l’inizio di una simbiosi destinata solo ad
accelerare in futuro. Per la stragrande maggioranza degli americani, il
controllo delle nascite è un’impostazione scontata, quella che verrà seguita
per gran parte della vita adulta e da cui si devierà solo nell’1,7 di casi di
gravidanze negli Stati Uniti. Eppure sono i brevi intervalli di tempo in cui le
donne inseguono la massima fertilità che spesso vengono considerati il loro
stato «naturale». Forse a intralciare davvero il nostro ragionamento in
proposito è credere ancora a un’idea obsoleta di destino biologico, iniziata
con i falsi cicli mestruali delle prime pillole anticoncezionali, racchiusi per
sempre in pacchetti di plastica da ventotto giorni che costringono le donne a
tornare in farmacia in base alla fase crescente e calante della luna. E,
nonostante i progressi affinché i contraccettivi siano completamente
mutuabili, questo tema universale resta un fardello economico spropositato,
un costo personale che deve essere sostenuto da una metà della popolazione
invece che dall’altra. Inquadrare i contraccettivi come una scelta e non come
un diritto umano non solo ha fatto sì che ci accontentassimo di una tecnologia
mediocre e poco disponibile, ma ci ha anche incoraggiati a pensare alle nostre
vite senza figli come a una sorta di crescita bloccata.

Oggi un adulto americano su cinque non ha figli, rispetto a uno su dieci negli
anni Settanta. Tra il 2007 e il 2011, il tasso di fertilità negli Stati Uniti è calato
del nove per cento. Il numero medio di bambini per donna ha raggiunto un
minimo storico nel 2013. Avere bambini viene percepito sempre di più come
una scelta. Mi sto avvicinando a quell’età in cui se non faccio un figlio
significa che avrò deciso di non averne. E mi ritrovo a pensare: ho fatto una
scelta?
Durante una soffocante sera di agosto a Manhattan nel 2015 ho
accompagnato un’amica nella sua stanza da letto, lasciando il mio ragazzo e il

165
suo coinquilino in soggiorno, dove stavano guardando un torneo di braccio di
ferro sulla ESPN. Ho letto le istruzioni mentre preparava la puntura, poi mi
sono seduta sul suo letto ben rifatto e l’ho osservata dall’altra parte della
stanza. Dava la schiena allo specchio, con i jeans calati. Ha fatto una smorfia
mentre si è guardata alle spalle per trovare l’angolazione giusta. L’iniezione
doveva essere intramuscolo. Lo aveva imparato al seminario di tre ore su
come evitare le bolle d’aria o di beccare una vena. Ha disegnato un puntino
sul posto giusto con un pennarello, all’altezza del rivetto sul taschino
posteriore dei jeans. Si è fatta la puntura. Poi si è seduta sul letto. Era
pallidissima.
Gli specialisti della fertilità a cui si era rivolta chiamavano quella dose
massiccia di ormoni trigger shot, l’iniezione di innesco. Dopo diversi giorni
di stimolazione, quella puntura induceva le ovaie a rilasciare diversi ovuli
nello stesso momento. L’iniezione avrebbe avuto successo se il test di
gravidanza svolto il giorno seguente fosse risultato positivo, una
pseudogravidanza a indicare il flusso di ormoni artificiali che le circolavano
nelle vene. Trentasei ore dopo quell’iniezione ho accompagnato la mia amica
in una clinica di Manhattan, dove i suoi ovuli erano sotto «coltura» ed erano
stati congelati tramite un processo di criogenia. L’infermiera l’aveva avvisata
sulle «facce tristi» che avrebbe visto in sala d’attesa, di persone i cui
trattamenti per la fertilità erano falliti. Le persone che cercavano di
prolungare la propria fertilità e quelle che invece cercavano di ravvivarla
andavano dagli stessi medici.
Tutto ciò era cosi nuovo. La FDA aveva tolto l’etichetta di
«sperimentazione» alla pratica di congelare gli ovuli nel 2012. Nel 2013,
cinquemila donne avevano congelato i propri ovuli. Entro il 2018, si prevede
che il numero sarà di circa 76.000 donne all’anno. Nel 2014 Facebook e
Google hanno annunciato la copertura dei costi per le proprie dipendenti che
volevano sostenere una simile spesa. Le mie amiche più benestanti hanno
iniziato a farlo nel 2015, pagando di tasca propria. Un ciclo per congelare gli
ovuli arrivava a costare 10.000 dollari, più 500 dollari all’anno per il lotto
criogenico in cui vengono conservati. A volte ci voleva più di un passaggio
per assicurarsi di produrre e raccogliere gli ovuli necessari. Poi, se una donna
in seguito cercava di restare incinta con i suoi ovuli congelati, doveva
spendere altre migliaia di dollari per la fecondazione in provetta. Ma, come
accade per tutti i tipi di fecondazione in provetta, la maggior parte dei
tentativi di restare incinta non culmina con la nascita effettiva di un bambino.

166
Era come se avessimo reso davvero complicato qualcosa di molto
semplice. Ecco che c’erano dei corpi pronti a riprodursi tenuti sotto controllo
per evitare la riproduzione, e poi stimolati di nuovo per una possibile
riproduzione che veniva criocongelata. Le mie amiche che volevano
prolungare il loro periodo fertile lo avevano fatto quando avevano trent’anni e
una carriera di successo, perché le circostanze della loro vita non erano andate
come previsto. Avevano raggiunto dei vertici di eccellenza nel lavoro.
Avevano begli appartamenti e abbastanza soldi da mettere su famiglia senza
preoccupazioni, ma non avevano a casa un compagno che potesse fornire il
necessario materiale genetico, il sostegno a vita, l’amore. Volevano essere il
tipo di genitori che avevano avuto, ma l’amore non si poteva manipolare e
controllare, gli ovuli invece sì.
Ad aleggiare su tutto questo c’era l’idea di scelta, un collegamento
arbitrario tra obiettivi e risultati, che riduceva tutti i cambiamenti strutturali
dell’economia, della tecnologia e della società a una semplice decisione
individuale. «Il diritto di scelta» quando si parla di contraccettivi e aborti è
diverso dall’idea di scelta a cui mi riferisco qui. Voglio dire che l’argomento
bambini giustificava una storia per cui una persona doveva conformare la
propria vita a una casella uguale per tutte entro una certa data ultima. Se la
scelta era solo tra avere un bambino o non averlo, allora chiunque volesse un
figlio e non avesse impedimenti fisici lo avrebbe fatto (come succedeva a
tante persone), ma osservando le mie amiche notavo che non si trattava tanto
della decisione di avere un bambino, quanto di formare una famiglia nucleare;
sfortunatamente una famiglia, a differenza di un bambino, non poteva nascere
per un puro atto di volontà.
Facevo dei sogni a occhi aperti su una dottoressa che scuoteva la testa e
mi diceva che non avrei mai potuto avere figli, e a quel punto mi sentivo triste
ma almeno libera dall’idea di matrimonio. Potevo vivere la mia vita
assecondando il suo flusso senza dover mai prendere una «decisione» per
conformarmi al tipo di famiglia in cui ero cresciuta, allo scopo di garantire un
ambiente protetto e stabile per il bambino. La questione di incontrare un
«compagno di vita» perdeva di importanza una volta venuta meno l’idea di
avere dei figli, dato che non vedevo un motivo particolare per farlo, o non
sentivo il bisogno di formare una famiglia con qualcuno se non avevamo un
figlio insieme. Poi iniziavo a immaginare i prossimi quarant’anni, un bel
pezzo di strada, e pensavo al fatto che mi ero già goduta tante avventure e
avevo realizzato gran parte delle cose che volevo fare; l’idea di trascorrere il

167
tempo a prendermi cura di un bambino mi affascinava. Non c’è mai stato un
momento in cui ho pensato che se avessi «scelto» di avere un bambino, allora
tutto ciò che consideravo una premessa fondamentale per averne uno –
trovare qualcuno che volesse avere un bambino con me – sarebbe apparso dal
nulla, in automatico. Ovviamente avrei potuto scegliere, e posso ancora farlo,
di crescere un bambino da sola. Molte donne lo fanno, e credere che non
paghino un grosso scotto per questo significa lasciarsi andare al
sentimentalismo. Non sono costretta a sposarmi per avere un bambino, ma la
nostra società è organizzata economicamente e socialmente in maniera tale da
rendere difficile a una persona single allevare un bambino. Il costo per
partorire negli Stati Uniti è alto, in media tre volte tanto quello che costa in
altri paesi. La mortalità infantile è la più alta, tra i ventisette paesi più
benestanti al mondo, e colpisce di più le donne nere. Gli Stati Uniti sono uno
dei tre paesi al mondo a non garantire un sussidio per la maternità.
Stiamo davvero scegliendo? Le mie amiche che hanno congelato gli
ovuli non sentono di aver scelto, vogliono solo avere dei bambini. Le mie
amiche che vogliono restare incinte ma i cui corpi non cooperano, non
sentono di aver scelto. Quando avevamo vent’anni e prendevamo la pillola,
stavamo davvero scegliendo di non fare una famiglia? All’epoca non ci era
sembrato affatto così. Sembrava più come se la famiglia non avesse scelto
noi.
Dopo che le donne hanno dei bambini, iniziano a perdere l’uguaglianza.
Stando al Bureau of Labor Statistics, le donne non sposate senza figli
guadagnano novantasei centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.
Stando a uno studio, quando le donne partoriscono, subiscono una
«penalizzazione sullo stipendio» del quattro per cento rispetto a un uomo per
ciascun bambino, una penalizzazione che aumenta tra le fasce della
popolazione che guadagnano di meno. Quando si tratta di avere dei figli,
alcune donne percepiscono queste penalizzazioni sul lavoro come una
rinuncia nobile e bella, ma tante altre donne no. Oppure semplicemente si
ripetono che verrà il giorno in cui saranno disposte ad assumere il ruolo di
madre rinunciataria, solo per scoprire, quando si avvicinano alla fine dei
trenta, che ciò che rischiano di perdere è tantissimo e la minaccia di questa
perdita aleggia in maniera sinistra, più insopportabile che mai.
I notiziari e i giornali sono pieni di dati sulla crisi della fertilità, su donne
che «aspettano fino all’ultimo minuto» per fare figli, anche se l’unica cosa
certa è che con ogni progresso tecnologico che permette all’età fertile di

168
avanzare, le donne vorranno aspettare ancora più a lungo. Basta fare un
semplice calcolo: da un lato c’è la vita che hai imparato a conoscere e
l’esperienza sessuale che hai accumulato negli anni. Dall’altro c’è l’idea di un
amore che batte qualsiasi altra forma di amore, la garanzia di una reazione
istintiva che, quando una donna diventerà madre, le renderà semplice adattarsi
al declassamento sul lavoro a cui andrà incontro. Come per il matrimonio, la
promessa dell’appagamento emotivo si basa su una fede quasi religiosa in un
futuro diverso da quello che la persona ha sempre sperimentato. Come il
matrimonio, crescere un bambino è un processo che si propone di sfuggire
alla storia, come se tutto l’interesse verso la libertà sessuale dovesse svanire
di colpo per il semplice desiderio di avere un figlio.
Quando si tratta di riproduzione, il futuribile non riguarda solo la
criogenia. Il prolungamento infinito dell’età fertile è un falso futuro: un futuro
intenzionato a riconciliare davvero la famiglia con la libertà sessuale è quello
che si proporrebbe di dare maggior sostegno ai genitori single, non solo dal
punto di vista materiale ma anche ideologico. Se volesse portare avanti il
discorso, questa forma di futuribile riconoscerebbe che non c’è un legame
necessario tra il matrimonio e i neonati. Prenderebbe in considerazione come
svincolare la riproduzione e l’accudimento dal genere sessuale, assicurandosi
al tempo stesso che i bambini abbiano influenze maschili e femminili nella
loro vita; si preoccuperebbe di rendere i luoghi di lavoro e le tabelle di marcia
più compatibili con la cura della prole; ridefinirebbe i parametri legali per la
cogenitorialità al di là dell’inquadramento del matrimonio. Questo
esperimento è già in corso d’opera: il quaranta per cento delle gravidanze
negli Stati Uniti riguardano genitori non sposati. Questo è successo
soprattutto perché le persone hanno scisso la propria vita sessuale dal
matrimonio, ma il modo di ragionare sull’argomento deve fare ancora un salto
in avanti. Quando le persone citano i dati di ricerca stando ai quali ci sono dei
vantaggi nel crescere un bambino in una famiglia con due genitori, lo fanno
per difendere il matrimonio, non per migliorare i modi in cui crescere un
bambino al di fuori di quell’istituzione. E ciò ha fatto sì che tante donne non
sposate, ma anche piuttosto pragmatiche sulle sfide della genitorialità da
single, si sentissero come se la «scelta» di non fare un bambino non sia stata
affatto tale.
Da un punto di vista personale, i sacrifici a cui dovrei sottostare per
avere un figlio da sola, utilizzando materiale genetico proveniente da un
amico o un donatore di sperma, superano il mio desiderio di averlo. Tuttavia,

169
riesco a immaginare uno scenario in cui c’è un uomo che amo e a cui tengo
ma che non voglio sposare, qualcuno che voglia avere un bambino come me,
con cui organizzare sin dalla nascita gli accordi per la custodia che le persone
divorziate o mai sposate hanno affinato per decenni per poter crescere dei
bambini. Forse per il primo anno decideremmo di vivere nella stessa casa, ma
poi potremmo concordare che il progetto condiviso di crescere un bambino
non deve per forza implicare anche un impegno d’amore l’uno per l’altro.
Oppure non farò proprio dei bambini. Essere religiosi spesso viene
associato a una certa idea di famiglia, ma gran parte delle religioni hanno
permesso la professione di una vocazione in base alle proprie pratiche
sessuali. La vita matrimoniale era una vocazione di questo tipo, un modo di
stare al mondo. Poi c’erano anche gli eremiti, i monaci, gli asceti, le suore.
Tradizionalmente quei ruoli prevedevano il rispetto del celibato, erano definiti
da stati di introspezione e isolamento estremi oppure da un impegno
altrettanto radicale nella vita pubblica, per servire la comunità. Quei ruoli al
di fuori della famiglia erano rispettati dalla società, in base al tacito
riconoscimento del fatto che presentarsi al mondo come singolo individuo
implicava legami di natura non accessibile alle persone impegnate a crescere
e a mantenere i propri figli. Adesso c’è un nuovo tipo di persona che forse si
trova in una posizione simile, il cui distacco dalla vita di famiglia non viene
garantito dalla castità ma dalla contraccezione. E non è una vocazione pure
questa?

170
9

FUTURE SEX

Erano passati cinque anni, e la mia vita aveva subito pochi cambiamenti
strutturali. Io, tuttavia, ero cambiata. Avevo capito che la mia sessualità era un
artificio. Riuscivo a vederne le linee di giunzione e la natura arbitraria dei
suoi miti. Avevo scoperto che la sessualità non aveva molto a che fare con il
sesso che si faceva. Una donna etero che andava a letto con persone
conosciute in rete alla ricerca di un fidanzato non era diversa, nel suo
comportamento, da un ragazzo omosessuale che dichiarava apertamente il suo
interesse verso il sesso senza impegno. L’uomo che tradiva la moglie non era
diverso, nelle sue azioni, dal poliamorista che andava a letto con qualcuno al
di fuori della sua relazione principale. Erano la formulazione e l’espressione
delle proprie intenzioni a diversificare i vari tipi di sessualità, non il sesso in
sé. Il sesso del futuro non sarebbe stato un modo storicamente irriconoscibile
di farlo, ma solo un modo diverso di parlarne.
Arrivai a percepire in maniera acuta il modo in cui la tradizione si
imponeva sul mio senso dello stare al mondo, soprattutto quando mi ritrovavo
a viaggiare in posti in cui i vecchi ordini sociali erano ancora intatti, dove i
convenevoli iniziavano con un «Sei sposata?», oppure «Hai dei bambini?» In
quelle circostanze mi chiedevo se rispondere di sì mi avrebbe resa più felice.
Mi piaceva la mia vita, ma sapevo che mi sarebbe piaciuta anche la facilità
contenuta nell’ammissione di avere una famiglia, il grado di approvazione
universale cha poteva riscontrare.
Dichiarare che avrei organizzato la mia sessualità in base al principio
dell’amore libero a volte sembrava futile. Non ero sicura che una
dichiarazione di intenti avesse delle conseguenze reali sulla vita che
conducevo. Proprio come volermi innamorare non aveva fatto manifestare
l’amore, proclamarmi «sessualmente libera» non mi avrebbe liberata dalle

171
inibizioni. Una vita condotta con l’obiettivo di avere un vasto raggio di
amicizie erotiche non esclusive sarebbe andata comunque incontro a lunghe
fasi di monogamia. Avrei dovuto rispettare ancora le preferenze dei miei
partner sessuali. Non potevo calpestare i loro sentimenti con la pretesa della
libertà. Sapevo, tuttavia, che nominare la libertà sessuale come un ideale
faceva sì che la storia che mi raccontavo sulla mia vita fosse più in linea con
le scelte che avevo già intrapreso. Garantiva una continuità tra il mio passato
e il mio futuro. Valorizzava molto le esperienze che avevo attraversato con
frustrazione o rimpianto. Senza una dichiarazione di intenti di quel tipo,
vivevamo una condizione sdoppiata. Potevamo parlare dei coregasm, ma
credevamo nella nobiltà dell’astinenza. Volevamo la parità di genere, ma
volevamo che l’uomo pagasse il conto. Volevamo dei figli, ma pensavamo di
doverci sposare per averne. Queste contraddizioni generavano un’ipocrisia
ancora più grande, in cui ciò che era giusto o sbagliato nel sesso non aveva
niente a che fare con il sesso in sé, ma piuttosto con il livello in cui il sesso ci
avrebbe collocato nell’ordine sociale. La mia libertà non mi era piaciuta
perché non volevo precipitare al di fuori di tutto ciò che era normale.
Avevo sempre preferito ottenere il successo tramite dei canali
riconoscibili e legittimati: i buoni voti a scuola, l’ammissione al college
giusto. Provavo soddisfazione nell’ubbidire alle regole, e ottenevo più
approvazione dalla mia famiglia quando ci comportavamo come se non avessi
scelto di stare da sola, quando ne parlavamo come se stessi solo aspettando
che arrivasse la persona giusta (forse per decenni). Era più facile interpretare
la mia situazione secondo la categoria della sfortuna, piuttosto che nei termini
di un deliberato sabotaggio dovuto alla scelta volontaria di non perseguire una
vita di coppia. E poi c’era sempre la possibilità che fossi una donna poco
desiderabile intenzionata a uscirne bene, pronta a indorare le circostanze, o
che fossi un’ingenua destinata a scoprire di nuovo quanto il perseguimento
della libertà sessuale potesse essere distruttivo per la propria emotività. Iniziai
a ignorare quelle argomentazioni, o quantomeno a quel punto avevo imparato
qualcosa di importante sulla resistenza al cambiamento: che questa si
manifesta non tanto per imposizione istituzionale, quanto per le sottili
allusioni delle persone che ti vogliono bene.
Alcune persone sarebbero rimaste devote all’istituzione del matrimonio
per sempre, ma io speravo che l’unione matrimoniale smettesse di essere vista
come un punto di arrivo totalizzante per diventare qualcosa di più modesto,
forse una base istituzionale per degli scopi in comune come crescere dei

172
bambini o fare gli artisti insieme. I matrimoni aperti avevano già perso lo
stigma. La pratica ci avrebbe resi più capaci di gestire emotivamente diverse
relazioni multiple nello stesso periodo. Avremmo fatto più esperienze con
l’amore libero, avremo avuto più prove dalla nostra parte su cui riflettere. I
matrimoni «falliti» non sarebbero più stati visti come un fallimento personale.
Scoprii di volere ognuna di quelle cose, ma soprattutto che volevo vivere
in un mondo con tante identità sessuali a disposizione. Speravo che il primato
e la legittimità di un singolo modello sessuale continuasse a erodersi come era
successo sempre più in fretta negli ultimi cinquant’anni.

Avevo trascorso solo pochi mesi a San Francisco, ma quella città era una
sineddoche, in cui la combinazione post anni Sessanta di computer e diversità
sessuale era particolarmente concentrata. Era come Epcot in un certo senso,
un prototipo di città sperimentale del futuro, caratterizzata dalla queerness e
dedicata alla sperimentazione sessuale. Potevi farci un giro e andartene con
un bagaglio variegato di opzioni sessuali in mente.
Arrivai a San Francisco per la prima volta nel 2012. Poi me ne andai.
Quando ci tornai dopo un paio di anni, era una città diversa. Nessuno
indossava più le magliette della Google. I manifestanti avevano iniziato a
lanciare sassi alle navette che portavano gli impiegati verso la sede centrale.
La città stava andando incontro a dei cambiamenti, sbarazzandosi del guscio
che l’aveva preservata nel passato. C’erano ancora i simboli della pace alle
finestre degli smart shop e dei negozi dell’usato su Haight Street, ma San
Francisco continuava a diventare più precisina, costosa, omogenea
nell’aspetto.
Durante quella visita alloggiai nell’appartamento a Mission di un
programmatore conosciuto su OkCupid nel 2012. Eravamo diventati amici, e
mi aveva offerto di stare a casa sua mentre andava sulla East Coast per fare
formazione per un nuovo lavoro. Prima di partire, passeggiò con me per la
città. Andammo al Dolores Park, storditi dalla luce del sole nel periodo di
siccità più lungo nella storia della California. Il mio amico prese un tofu banh
mi da un camioncino sulla strada. Ci sedemmo sull’erba sotto il sole tiepido di
gennaio vicino a una donna che indossava calze, sandali e un miscuglio di
sciarpe colorate. A un certo punto venne raggiunta da un uomo vestito in
maniera simile e il loro modo di salutarsi ci fece scambiare un’occhiatina.
«Adesso li sentiremo parlare di cose che non esistono», mi disse. Il mio
amico era il tipo di persona che cercava di trovare conferme scientifiche alle

173
proprietà mediche del kombucha (molte poche, a quanto pare). Provava
disprezzo per l’apparente astensione dalla ragione che vedeva praticarsi
attorno a lui.
Prendemmo un autobus diretto al Golden Gate Park, poi camminammo
verso Hippie Hill per fumare una canna. Davanti a noi, un cumulo di
punkabbestia sonnecchiava con aria pacifica sopra una coperta da picnic,
tenendo al guinzaglio un gatto soriano che fissava gli alberi in uno stato di
allarme perpetuo. Una delle ragazze con i dread coperti da un foulard si alzò
per usare l’hula hoop senza impegno. Se si toglievano i segni distintivi di un
punkabbestia – i cani che erano incroci tra labrador neri e pastori maremmani,
l’hula hoop – li avremmo considerati dei senzatetto qualsiasi? L’intento
politico rendeva un punkabbestia diverso da uno psicolabile o da un tossico?
Era sempre la stessa vecchia domanda, nel tentativo di capire se una
dichiarazione di intenti poteva proteggere dal fallimento. Il sole che ci
abbagliava e il suono cupo e ripetitivo dei bonghi nei paraggi mi fece venire
una leggera nausea. Un uomo sui roller cercò di venderci una delle sue pipette
di vetro. Il mio amico si chiedeva se gran parte delle persone sui roller nel
parco stesse vendendo qualcosa. Ci alzammo per andare da Amoeba Records.
Sul bus per tornare a casa, un uomo con la pelle abbronzata e rugosa e i
capelli lunghi iniziò a urlare a chiunque attorno a lui per lamentarsi della
malvagità dei cellulari. «Lo sai da dove viene il metallo in quell’affare?»,
disse incenerendo una giovane donna con il telefono in mano. «Hai mai
sentito parlare del fuoco e dello zolfo?» Ci accusava di essere dei cretini,
urlava che i telefoni stavano scatenando le guerre, descriveva delle miniere
infernali e i minerali rari della terra. Voleva provarci con la donna che aveva
punzecchiato poco prima, chiedendole di uscire. «Vengo dalla Nuova
Zelanda», chiosò alla fine con rabbia, prima di scendere dal bus. Non aveva
parlato con un accento ben identificabile. «Come se nessuno avesse mai
sentito parlare della Nuova Zelanda», commentò il mio amico.
Poi lui partì e io rimasi ad annaffiare il suo bambù due volte a settimana
per senso del dovere. Annaffiavo le sue piante grasse una volta a settimana, e
inumidivo le epifite con cura sotto al rubinetto. Decisi di fare tutte le mie cose
preferite che si fanno in California. Bevevo cappuccini costosi, mangiavo
tacos a poco prezzo, e ascoltavo la sua collezione di musica house ordinata
con cura. Quasi tutti i dischi avevano dei pezzi a base di synth cantati in
maniera stonata in tedesco o francese. Pensavo al barattolino nel cassetto che
mi aveva mostrato, dentro c’erano diverse pasticchette rivestite di alluminio

174
che ero libera di provare, se ne avessi voluto voglia.
Ne presi una a mezzogiorno di un giovedì. Dopo mi sdraiai sul letto e
vidi delle forme apparire sulla parete bianca davanti a me. Sentivo il sole che
filtrava dalle finestre e si insinuava tra le foglie delle piante per fare pressione
sulle mie palpebre. Mangiai un biscotto e scrissi una frase su un quaderno a
proposito di uno stato «di calma dopo un biscotto, una sensazione che
conosco bene ma non ho mai ammesso». Presi appunti più utili: «Sentirsi
trascinata verso un recinto di sabbia da un bambino, essere mollata lì, giocare
con della sabbia troppo pesante», e poi: «La testa ancora rarefatta, che gira
come una bicicletta in un velodromo deserto attorno alle stesse
preoccupazioni di sempre».
Diverse ore dopo, mi incamminai verso Dolores Park per sedermi su una
collinetta d’erba. Passeggiai sulla Diciottesima Strada vicino a quelli che si
godevano la passeggiata, superando i turisti che mangiavano dolcetti fuori da
Tartine o una pizza da Delfina. Mi misi a sedere sull’erba nel parco. Stavo
controllando il mio telefono per sembrare normale quando uno squadrone di
donne arrivò alle mie spalle. Le ragazze si misero a correre giù per la collina
in formazione, vestite con dei pantaloncini e top abbinati. Distribuivano Red
Bull a quelli che facevano picnic, prendendo le lattine dai cestini che
portavano sulla schiena come razzi propulsori. Tornai all’appartamento del
mio amico sentendo la mancanza di uno spettacolo di luci al Tactile Dome
che potesse divertirmi. Non mi sentivo in vena di introspezione, solo annoiata
e irrequieta. Dopo dieci ore, quando fui sicura di potermi comportare in modo
abbastanza normale, andai al Bi-Rite per prendere un gelato.
Il mio ultimo venerdì in città, mi misi a cercare su Google l’itinerario
giusto per Menlo Park per andare a pranzo con un amico che lavorava da
Facebook. Con il trasporto pubblico, mi ci vollero circa due ore per arrivare a
destinazione: prima prendendo il trenino della BART e poi facendo un cambio
per salire al piano superiore di un treno sferragliante rosso della CalTrain che
ventilava aria calda mentre proseguiva con lentezza preistorica lungo il
Camino Real. L’autobus che dalla stazione del treno andava fino al quartiere
generale di Facebook a un certo punto passò accanto all’ospedale dei veterani,
lo stesso ospedale dei veterani di Menlo Park in cui presumevo che Ken
Kesey avesse preso l’LSD per la prima volta. Sembrava impossibile che
qualcosa dotato di rilevanza culturale fosse fermentato in quella landa
desolata eppure era lì, a pochi chilometri di distanza, che era successo tutto: la
People’s Computer Company, gli studenti di scrittura creativa che prendevano

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gli acidi su Perry Lane, gli uffici del Whole Earth Catalog; tutto ciò che
sarebbe stato impossibile trapiantare nella Menlo Park di oggi proprio come
sarebbe stato impossibile sovrapporre il ricordo dei musicisti folk squattrinati
del Greenwich Village ai Chipotle e Juice Generation che lo affollano ai
giorni nostri. Scesi dal bus e oltrepassai un piccolo centro commerciale con
un ristorante Jack in the Box e uno Starbucks. Poi il marciapiede si dissolse in
una specie di sabbia ai lati di una carreggiata a sei corsie accanto a un sito in
costruzione. La strada giungeva al capolinea davanti a un gigantesco pollice
che segnalava l’ingresso agli uffici di Facebook. Davanti all’edificio c’era
uno di quei tremendi megaincroci pedonali battuti dal sole che esistono solo
nei sobborghi dove non ci sono pedoni. Ero in ritardo, e mi misi a pigiare i
tasti con ansia per far scattare il semaforo e attraversare. Avrei dovuto
noleggiare una macchina. C’erano delle app per quel tipo di situazioni.
Oltrepassai i cancelli di Facebook lungo una strada chiamata Hacker
Way; il rumore del cemento fuori venne silenziato dall’asfalto nero e
morbido. A mezzogiorno, il parcheggio che formava il perimetro attorno a
Facebook era pieno di macchine in sosta, ma non c’erano persone. Le
colonnine per ricaricare le macchine elettriche emettevano un ronzio basso.
Una circonferenza dentro l’altra, un addetto alla sicurezza che chiedeva di
lasciare un’impronta digitale su una liberatoria apparsa su un tablet luminoso,
caramelle gommose giapponesi da sgraffignare da una ciotola in bella vista,
un televisore a schermo piatto in cui si vedeva la faccia luccicante di Mark
Zuckerberg che stava spiegando qualcosa senza volume, e dopo ero con il mio
amico in quel luogo così privato, il parco divertimenti di Facebook con i suoi
simulacri di urbanità. Nel negozio di serigrafie c’era l’archivio storico delle
campagne di marketing di Facebook esposto sul muro, poster colorati in
maniera vivace che dicevano ALLA FINE TUTTO SI CONNETTE, L’ORGOGLIO CI
CONNETTE, SISTEMI PER LA SOCIETà, SE FUNZIONA è OBSOLETO, e infine RALLENTA E
SISTEMA QUEL CASINO, quest’ultimo con gli stessi colori delle luci dei semafori.
Quando Stewart Brand descrisse il laboratorio di Intelligenza Artificiale
a Stanford sulle pagine di Rolling Stone nel 1972, lo fece parlando di una
stanza con i cuscinoni a terra, le barbe e i capelli lunghi dei ricercatori, i
poster contro la guerra in Vietnam e contro Richard Nixon, i cartelli scritti
nella lingua elfica del Signore degli Anelli. Descrisse gli hacker come
«uomini magnifici su macchine volanti alla ricerca di un nuovo confine della
tecnologia dotato di una sua strana clemenza; un territorio fatto per i
fuorilegge dove le regole non sono una forma di decreto o di routine, ma

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piuttosto la semplice rivendicazione di ciò che è possibile». Quello era lo
spirito che Facebook si era autoconvinta di portare avanti, da quelle parti ci
credevano tantissimo.
Me ne andai dopo un pranzo a base di zucca ripiena, quinoa, succo alle
verdure e vellutata di papaya, espulsa dall’edificio ed esposta di nuovo al sole
martellante e al traffico, ma ora avevo un poster pieghevole con l’illustrazione
di una chiave inglese sotto la scritta A Facebook niente è il problema di
qualcun altro e una spilla agganciata alla mia shopper che si interrogava: La
connettività è un diritto umano? Mi misi ad aspettare un autobus sotto un sole
enorme da siccità, poi attraversai la strada per raggiungere l’ombra di un Jack
in the Box e chiamare un taxi.

Il bello della fantascienza era che i suoi autori non dovevano mai soffermarsi
troppo sulla logistica di come saremmo arrivati nel futuro. Il futuro veniva
presentato come un dato di fatto, e non occorreva spiegare il lavoro
complicato attraverso il quale una società accettava nuove configurazioni
sociali. A volte, dal punto di vista avvantaggiato del presente, era più facile
pensare che il futuro sarebbe stato come nei Pronipoti, dove le famiglie si
somigliavano tutte ma in cui il lavoro poteva essere delegato interamente ai
robot e agli elettrodomestici intelligenti. Gli ultimi cinquant’anni di
movimenti sociali avevano già reso la nostra visione del futuro obsoleta. Nel
migliore dei casi, i Jetson dei Pronipoti sarebbero stati una famiglia con due
stipendi.
Avevo trascorso gran parte della mia vita adulta alla ricerca di un giro a
cui appartenere i cui ideali non somigliassero a malcelate formule di
marketing, ma l’avevo trovata solo poche volte, nelle dinamiche sempre
fluttuanti di un gruppo specifico di amici in alcuni momenti particolari della
mia vita, nelle sostanze psichedeliche, nei boschi e all’aria aperta, a volte
nella scrittura.
Volevo andare alla ricerca di un principio più alto di vita invece di
soffermarmi sulla mera soddisfazione e contentezza; volevo fare delle
esperienze emotive che non venissero subito sovrapposte a una festa piena di
giovani in una pubblicità di telefonini, anche se questo significava precipitare
nella bruttezza, prendere una malattia a trasmissione sessuale o alzarmi la
maglietta per spingere qualcuno a masturbarsi su internet. Non c’erano
marche di vestiti o liste regalo adatte alla sessualità che mi interessava in
quegli anni, e una delle ragioni per cui volevo documentare che aspetto aveva

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assunto l’amore libero con il tempo era raccontare qualcosa sulle vite che
tanti di noi stavano conducendo al di là di una felicità che si poteva vendere o
comprare.
L’America aveva tantissimo rispetto per il futuro degli oggetti, e meno
per il futuro dei rapporti umani. La storia dell’avanguardia sessuale americana
era stata fatta da tantissime persone che erano state ridicolizzate, imprigionate
o sottoposte ad atti di violenza. Per questo era inquietante, a volte, essere al
cospetto della hybris dei tecnologi, sapendo che i gadget o le
telecomunicazioni ottimali di cui parlavano in continuazione erano gli aspetti
più convenienti e facili del futuribile, quelli che attiravano i soldi. Una vera
rottura o un vero attacco al sistema erano dati da una narrazione che non
aveva alcun senso la prima volta che ne sentivamo parlare, che provocava
troppa ripugnanza per essere mostrata nella pubblicità di un cellulare.
Sperimentare con la sessualità significava avere un corpo al traino di una
sensazione, un puntino distante verso il quale deve muoversi. Volevamo
seguire il nostro corpo in un futuro più progressista, volevamo pensare che ci
potesse essere qualche intuizione su cui fare affidamento, ma il numero di
persone che una vita può contenere è limitato. Un insieme di dati era solo un
insieme di dati; le macchine volanti erano solo carcasse di coltan e di acciaio.
Il futuro era una storia culturale che sconcertava ed era difficile da capire.

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Indice
Indice 5
1 / Aspettative 7
2 / Incontri su internet 17
3 / Meditazione orgasmica 36
4 / Il porno su internet 62
5 / Intimità di massa 93
6 / Poliamore 113
7 / Burning Man 147
8 / Contraccettivi e riproduzione 162
9 / Future Sex 171

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