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Il libro

Nel maggio del 1943 un bombardiere americano precipita nel mezzo


dell’Oceano Pacifico. Dell’equipaggio si salvano soltanto tre membri, uno
dei quali è Louis Zamperini, figlio di immigrati italiani. Comincia così,
con un minuscolo canotto alla deriva mitragliato dagli aerei giapponesi,
una delle più straordinarie odissee della Seconda guerra mondiale. Dopo
aver percorso 3200 chilometri in mare nutrendosi di uccelli crudi e fegato
di pescecane, i tre sbarcano su un’isola in mano giapponese. Per due anni
passeranno da un campo di prigionia all’altro, incontrando sadici aguzzini
come il sergente Watanabe e misurandosi ogni giorno con la possibilità di
essere uccisi, fino alla resa del Giappone e alla liberazione.
Questa, per Louis Zamperini, è solo l’ennesima prova di una vita
avventurosa sin dall’infanzia: giovanissimo delinquente di strada, aveva
trovato nell’atletica leggera una via d’uscita, diventando un campione di
mezzofondo e partecipando con onore ai 5000 metri alle Olimpiadi di
Berlino del 1936 (dove aveva ricevuto i complimenti di Hitler in persona).
Reclutato nell’Aviazione nel 1940, mentre si stava preparando alle sue
seconde Olimpiadi, prima di precipitare con il suo B24 nel Pacifico era
sopravvissuto a durissimi combattimenti alle Hawaii.
Conclusa la guerra, anche il rientro in patria non è semplice: gli incubi lo
tormentano, portandolo a rifugiarsi nell’alcol. È il matrimonio con una
ragazza di buona famiglia, bella e intelligente, e la riscoperta della fede a
riportarlo alla vita: di lì in poi il suo percorso è di nuovo un crescendo, si
dedica al recupero dei ragazzini sbandati com’era stato lui e riesce persino
a perdonare il suo torturatore.
Il seguito della sua esistenza non cessa di sorprendere: viene scelto come
tedoforo in cinque Olimpiadi, a settant’anni scopre lo skateboard, a
ottantacinque torna nell’isola dove era stato prigioniero con il progetto di
localizzare i resti dei marines i cui nomi aveva visto incisi sulla parete
della sua cella. «Quando diventerò vecchio» ha detto «ve lo farò sapere.»
L’incredibile storia di Louis Zamperini viene raccontata da Laura
Hillenbrand come un romanzo epico, un viaggio nelle possibilità estreme,
fisiche e spirituali, dell’essere umano.
L’autore

Laura Hillenbrand è giornalista e scrittrice. Prima di questo libro ha


pubblicato il bestseller Seabiscuit, an American Legend, da cui è stato
tratto l’omonimo film.
Laura Hillenbrand

SONO ANCORA
UN UOMO

Una storia epica di resistenza e coraggio


Traduzione di Nicoletta Lamberti
Sono ancora un uomo

Ai feriti e ai caduti
Cosa rimane dentro più a lungo e più in profondità?
Di paure strane, di dure battaglie
o di tremendi assedi cosa resta più in profondità?

WALT WHITMAN, The Wound Dresser


Prefazione

Tutto ciò che vedeva, in qualunque direzione guardasse, era acqua. Era la
fine di giugno del 1943. In un qualche punto dell’infinita distesa
dell’oceano Pacifico, Louie Zamperini, puntatore-bombardiere delle Army
Air Forces e mezzofondista olimpionico, sedeva a bordo di un piccolo
canotto, alla deriva verso ovest. Accasciato vicino a lui c’era un sergente,
uno dei mitraglieri del suo aereo. Su un altro canotto, legato con una cima
al primo, c’era un terzo membro dell’equipaggio, con una ferita a zigzag
sulla fronte. I corpi dei tre uomini, bruciati dal sole e macchiati di giallo
dai canotti che stingevano, erano ridotti a scheletri. Intorno a loro gli squali
tracciavano pigri cerchi nell’acqua, strofinando il dorso lungo i canotti, in
attesa.
1

I tre erano alla deriva da ventisette giorni. Spinti da una corrente


equatoriale, avevano navigato per almeno milleseicento chilometri,
entrando in profondità nelle acque controllate dai giapponesi. I canotti
cominciavano a deteriorarsi, trasformandosi in una specie di gelatina, ed
emettevano un acre odore di bruciato. I corpi dei tre uomini erano butterati
dalle piaghe provocate dal sale e le labbra erano così gonfie da toccare le
narici e il mento. Passavano i giorni con gli occhi fissi al cielo, cantando
White Christmas e biascicando qualcosa riguardo al cibo. Nessuno li stava
più cercando. Erano soli in centottanta milioni di chilometri quadrati
d’oceano.
Solo un mese prima, il ventiseienne Zamperini era stato uno dei più grandi
mezzofondisti del mondo e molti si erano aspettati che fosse il primo uomo
a infrangere una delle barriere più note dello sport, quella dei quattro
minuti sul miglio.
2

Adesso il suo corpo di atleta olimpionico pesava meno di quarantacinque


chili e le sue famose gambe non erano più in grado di sostenerlo. Quasi
tutti, al di fuori della sua famiglia, lo avevano dato per morto.
Quella mattina del ventisettesimo giorno i tre sentirono un rumore distante,
profondo e ritmico. Ogni aviatore conosceva quel suono: pistoni. Gli occhi
dei naufraghi colsero uno scintillio nel cielo: un aereo, alto sopra di loro.
Zamperini esplose due razzi di segnalazione e versò la polvere colorata in
acqua, chiudendo i canotti in un vistoso cerchio arancione. L’aereo
proseguì il suo volo, scomparendo lentamente. I tre sembrarono
afflosciarsi. Poi il suono ritornò e l’aereo ricomparve: l’equipaggio li
aveva avvistati.
I naufraghi cominciarono ad agitare le braccia, ridotte a poco più di ossa e
pelle giallastra, e a gridare, le voci indebolite dalla sete. L’aereo si abbassò
e sfrecciò accanto ai canotti. Zamperini distinse i profili degli uomini a
bordo, scuri sullo sfondo azzurro vivo.
Poi ci fu un ruggito terribile. L’acqua, e i canotti stessi, sembrarono
ribollire. Era fuoco di mitragliatrici. Quello non era un aereo di soccorso
americano. Era un bombardiere giapponese.
I tre si tuffarono in mare e si nascosero insieme sotto le imbarcazioni,
rannicchiandosi istintivamente mentre i proiettili perforavano la gomma e
tracciavano linee ribollenti nell’acqua intorno alle loro teste. I colpi delle
mitragliatrici continuarono rabbiosi, poi si ridussero a un balbettio mentre
il bombardiere si allontanava. I tre americani si arrampicarono
faticosamente a bordo dell’unico canotto ancora abbastanza gonfio.
L’aereo si inclinò di lato e puntò di nuovo verso di loro. Quando fu in
assetto orizzontale, Zamperini riuscì a vedere le canne delle mitragliatrici,
puntate direttamente sul gommone.
Lanciò un’occhiata ai compagni. Erano troppo deboli per rituffarsi. Mentre
gli altri due si rannicchiavano con le mani sopra la testa, Louie si tuffò, da
solo.
Da qualche parte sotto di lui, gli squali si erano stancati di aspettare.
Fecero una virata e nuotarono verso l’uomo sotto il canotto.
PARTE PRIMA
Louie Zamperini adolescente.
Foto dell’immagine originale di John Brodkin.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
I
Rivolta solitaria

Nell’oscurità che precedeva l’alba del 26 agosto 1929, nella camera sul
retro di una casetta a Torrance, California, un ragazzino di dodici anni si
raddrizzò a sedere sul letto, in ascolto. Dall’esterno arrivava un suono che
si faceva sempre più forte. Era un fruscio possente e pesante che suggeriva
immensità, un gigantesco taglio nell’aria direttamente sopra la casa. Il
ragazzo si alzò dal letto, scese la scala di corsa, spalancò la porta sul retro
e andò sul prato, che sembrava tremare a quel suono, quasi distaccato dal
mondo e soffocato da un’oscurità innaturale. Il ragazzo rimase immobile
nel giardino accanto al fratello maggiore, la testa piegata all’indietro,
affascinato.
Il cielo era scomparso. Un oggetto, di cui riusciva a distinguere solo i
contorni e che occupava un imponente arco di spazio, galleggiava basso
sopra la casa. Era lungo più di due campi e mezzo da football ed era alto
come una città. Oscurava le stelle.
Quello che il ragazzo vedeva era il dirigibile tedesco Graf Zeppelin. Con i
suoi quasi duecentoquaranta metri di lunghezza e trentaquattro di altezza,
era la più grande macchina volante mai costruita dall’uomo. Più lussuoso
del più raffinato degli aerei, in grado di scivolare nell’aria per enormi
distanze, di dimensioni tali da lasciare chi lo vedeva a bocca aperta, era,
nell’estate del 1929, la meraviglia del mondo.
1

All’aeronave mancavano solo tre giorni al completamento di una


sensazionale impresa aeronautica: la circumnavigazione del pianeta. Il
viaggio era iniziato il 7 agosto, quando lo Zeppelin aveva mollato gli
ormeggi a Lakehurst, New Jersey, si era alzato nel cielo con un lungo,
lento sospiro e si era diretto verso Manhattan. Quell’estate, sulla First
Avenue, stava per iniziare la demolizione dell’hotel Waldorf-Astoria, che
avrebbe ceduto il posto a un grattacielo di dimensioni senza precedenti:
l’Empire State Building. Allo Yankee Stadium, nel Bronx, i giocatori di
baseball indossavano per la prima volta le divise numerate: Lou Gehrig
aveva il numero 4, Babe Ruth, che stava per mettere a segno il suo
cinquecentesimo home run, il 3. A Wall Street i prezzi delle azioni stavano
schizzando verso i massimi di sempre.
Dopo un lento giro intorno alla Statua della Libertà, lo Zeppelin virò verso
nord e affrontò l’Atlantico. Poi a tempo debito sotto di esso ricomparve la
terraferma: la Francia, la Svizzera, la Germania. L’aeronave sorvolò
Norimberga, dove Adolf Hitler, un politico marginale e di secondo piano il
cui Partito nazionalsocialista aveva subito una batosta alle elezioni del
1928, aveva appena tenuto un discorso a favore dell’infanticidio selettivo.
2

Lo Zeppelin volò poi a est di Francoforte, dove una donna ebrea di nome
Edith Frank si stava prendendo cura di Anne, la sua neonata. Facendo rotta
in direzione nordest, il dirigibile sorvolò l’Unione Sovietica. A quella
visione, i contadini siberiani, così isolati da non avere mai visto neppure
un treno, caddero in ginocchio.
Il 19 agosto, mentre qualcosa come quattro milioni di giapponesi
agitavano i fazzoletti gridando: «Banzai!», lo Zeppelin sorvolò tutta Tokyo
per poi atterrare in un campo di volo. Quattro giorni dopo, al suono degli
inni nazionali giapponese e tedesco, il dirigibile mollò di nuovo gli
ormeggi e, afferrato dalla morsa di un tifone, attraversò il Pacifico a
velocità pazzesca, diretto verso l’America. I passeggeri che guardavano
dalle vetrate vedevano solo l’ombra del velivolo, che li seguiva sulle
nuvole «come un enorme squalo che nuotava a fianco».
3

Quando le nubi si aprirono, i passeggeri intravidero creature gigantesche


simili a mostri fare capriole nell’oceano.
4

Il 25 agosto lo Zeppelin arrivò a San Francisco. Dopo essere stato


applaudito lungo tutta la costa californiana, scivolò via nel tramonto, poi
nell’oscurità e nel silenzio della mezzanotte. Lento come il vento che lo
sospingeva, passò sopra Torrance, dove tutto il suo pubblico fu una
manciata di poche anime assonnate, tra le quali il ragazzo in pigiama
dietro la casa in Gramercy Avenue.
Immobile sotto il dirigibile, a piedi nudi sull’erba, era come ipnotizzato.
Fu un momento, avrebbe detto in seguito, «spaventosamente bello».
5

Sentiva il borbottio possente dei motori che solcavano l’aria, ma non


riusciva a vedere la pelle argentata del dirigibile, le sue grandiose
nervature, le pinne della coda. Vedeva soltanto il buio dello spazio
occupato dallo Zeppelin. Quella del dirigibile non era una presenza, ma
una maestosa assenza, un geometrico oceano di oscurità che sembrava
ingoiare il cielo stesso.
Il ragazzo si chiamava Louis Silvie Zamperini. Figlio di immigrati italiani,
era venuto al mondo a Olean, New York, il 26 gennaio 1917, quattro chili
e trenta grammi di neonato sotto una massa di capelli neri ispidi come filo
spinato. Suo padre, Anthony, aveva dovuto cavarsela da solo fin dall’età di
quattordici anni, prima come minatore e pugile, poi come operaio edile. La
madre, Louise, era una bellezza minuta dal carattere allegro, sedicenne
all’epoca del matrimonio e diciottenne alla nascita di Louie. A casa, dove
si parlava solo italiano, Louise e Anthony chiamavano il loro bambino
Toots.
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A partire dal momento in cui Louie imparò a camminare, non fu più


possibile contenerlo. Fratelli e sorelle lo ricordano sfrecciare dappertutto,
travolgendo flora, fauna e mobilio. Nell’attimo stesso in cui sua madre lo
piazzava su una sedia e gli diceva di starsene tranquillo, lui spariva. Se
Louise non teneva ben stretto tra le mani il suo irrequieto bambino, di
solito non aveva la minima idea di dove fosse.
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Nel 1919 Louie aveva due anni. A letto con la polmonite, si arrampicò
sulla finestra della camera da letto, si calò al piano terra e si mise a correre
praticamente nudo in strada, inseguito da un poliziotto sotto gli occhi dei
passanti stupefatti. Poco tempo dopo, su consiglio del pediatra, Louise e
Anthony decisero di trasferirsi con i figli nel clima più mite della
California. Il treno aveva lasciato da poco Grand Central Station quando
Louie scattò in piedi, corse per tutta la lunghezza del convoglio e saltò giù
dal vagone di servizio. In piedi accanto alla madre agitatissima, mentre il
treno faceva marcia indietro alla ricerca del bambino perduto, Pete, il
fratello maggiore, vide Louie che camminava lungo il binario in perfetta
serenità. Sollevato da terra, tra le braccia della madre, il piccolo sorrise.
«Sapevo che saresti tornata» disse in italiano.
In California Anthony riuscì a trovare lavoro come elettricista alle ferrovie
e acquistò un terreno di duemila metri quadrati alla periferia di Torrance,
una cittadina di milleottocento abitanti. Con l’aiuto di Louise, tirarono su
una baracca di una sola stanza, senza acqua corrente, con un gabinetto
esterno sul retro e un tetto che, quando pioveva, li costringeva a sistemare
dei secchi sui letti. Avendo come serrature soltanto dei semplici
chiavistelli, Louise prese l’abitudine di starsene a sedere su una cassetta
per le mele accanto alla porta con un matterello in mano, pronta a spaccare
la testa a qualunque malintenzionato potesse minacciare i suoi figli.
Nella baracca, e poi nella casa di Gramercy Avenue dove la famiglia si
trasferì un anno dopo, Louise teneva alla larga gli intrusi, ma non riusciva
a tenere sotto controllo Louie. Attraversando di corsa una superstrada
trafficata, per un soffio il bambino non venne investito da una vecchia
auto. A cinque anni cominciò a fumare, raccogliendo mozziconi dal
marciapiede mentre andava all’asilo. A otto cominciò a bere: una sera si
nascose sotto la tavola della cena, sottrasse di nascosto alcuni bicchieri
pieni di vino, li vuotò tutti fino all’ultima goccia, infine uscì barcollando di
casa e crollò in mezzo a un cespuglio di rose.
Un giorno Louise scoprì che Louie si era trafitto una gamba con una canna
di bambù; un’altra volta dovette chiedere a una vicina di ricucirgli l’alluce,
praticamente reciso. E quando Louie tornò a casa fradicio di petrolio, dopo
essersi arrampicato su un impianto di trivellazione per tuffarsi in un pozzo
ed essere quasi annegato, ci vollero cinque litri di acquaragia e un bel po’
di strofinamenti prima che Anthony potesse riconoscere suo figlio.
Louie si esaltava a superare, a sfondare i limiti. Era indomabile. A mano a
mano che cresceva e sviluppava una mente eccezionalmente intelligente, le
semplici prove di coraggio non bastarono più. A Torrance stava per
iniziare la rivolta solitaria.
Se qualcosa era commestibile, Louie lo rubava. Con in tasca un rotolo di
fil di ferro che usava per aprire i lucchetti, si appostava nei vicoli. Le
casalinghe che si allontanavano un attimo dalla cucina al ritorno
scoprivano che la cena era sparita. I vicini che per caso guardavano fuori
dalle finestre sul retro potevano forse intravedere per un istante un ragazzo
dalle lunghe gambe che sfrecciava lungo il vicolo con un’intera torta
tenuta in equilibrio fra le mani. Una volta, escluso dalla lista degli invitati
a una cena, Louie si introdusse nella casa, corruppe l’alano della famiglia
con un osso e ripulì la ghiacciaia. In occasione di un altro party, se ne andò
con un intero barilotto di birra. Quando scoprì che i tavoli di
raffreddamento del forno Meinzer si trovavano a debita distanza dalla
porta posteriore, cominciò ad aprire la serratura con il fil di ferro, ad
afferrare dolci e torte e a mangiarne a volontà, conservando gli avanzi
come munizioni per le sue imboscate. Quando una squadra di ladri rivale
si impossessò del racket delle torte, Louie sospese i furti finché i colpevoli
non furono catturati e i proprietari del forno abbassarono la guardia. Poi
ordinò ai suoi amici di riprendere i furti da Meinzer.
Una conferma della particolare infanzia di Louie è il fatto che le sue storie
di solito si concludono con «... e poi sono scappato via correndo come un
matto». Veniva spesso inseguito da persone che aveva derubato e almeno
due minacciarono di sparargli. Per ridurre al minimo il rischio di farsi
trovare prove addosso quando, come d’abitudine, la polizia si presentava a
casa sua, organizzò una serie di nascondigli in giro per la città, tra i quali
una specie di grotta per tre persone che scavò nel bosco vicino. Sotto le
gradinate del campo sportivo del liceo di Torrance, una volta Pete trovò un
barilotto di vino che Louie aveva rubato e nascosto lì. Brulicava di
formiche ubriache.
Nell’atrio del cinema di Torrance, Louie otturava con la carta igienica le
fessure per le monete dei telefoni pubblici. Poi passava regolarmente a
infilare del fil di ferro per tirar su le monete ammucchiate all’interno,
agganciando la carta e riempiendosi le mani di spiccioli. Un commerciante
di metalli non immaginò mai che il sorridente ragazzino di origine italiana
che si presentava spesso da lui per vendergli bracciate di rottami di rame
avesse rubato quegli stessi rottami dal suo deposito la sera prima. Avendo
scoperto in occasione di una zuffa con un suo avversario davanti a un circo
che gli adulti erano disposti a regalare quarti di dollaro ai ragazzini purché
facessero la pace, Louie dichiarò una tregua con il nemico e i due
cominciarono ad andare in giro insieme, inscenando finte risse davanti agli
estranei.
Per regolare i conti con un tramviere che non si era fermato per farlo
salire, Louie spalmò del grasso sulle rotaie. Quando un’insegnante lo
mandò in castigo in un angolo perché aveva sparato palline di carta
masticata con la cerbottana, le sgonfiò le gomme dell’auto con degli
stuzzicadenti. Dopo avere onestamente stabilito il record dei boy scout
dello Stato nell’accensione del fuoco per sfregamento, batté il suo stesso
record impregnando la legna di benzina, miscelandola a capocchie di
fiammiferi e provocando una piccola esplosione. Una volta rubò il tubo
della caffettiera a filtro di un vicino, preparò una postazione da cecchino
su un albero, si riempì la bocca di bacche dell’albero del pepe e cominciò a
spararle attraverso il tubo, mettendo in fuga le ragazze del quartiere.
Il suo capolavoro divenne leggenda. Una notte Louie salì sul campanile
della chiesa battista, fissò alla campana l’estremità di una corda da
pianoforte, tese la corda legandola al ramo di un albero vicino scosso dal
vento, e mise in allarme polizia, vigili del fuoco e tutta Torrance con
quello che sembrava un inspiegabile scampanio spontaneo. I più creduloni
dissero che era un segno divino.
Solo una cosa spaventava Louie. Era ormai nella tarda adolescenza quando
un pilota atterrò vicino a Torrance e lo portò a fare un volo. C’era da
aspettarsi che un bambino così intrepido rimanesse estasiato
dall’esperienza, ma la velocità e l’altezza lo terrorizzarono. Da quel giorno
in poi non volle avere più niente a che fare con gli aerei.
Nel corso di un’infanzia di geniali fughe e stratagemmi, Louie fece
qualcosa di più che combinare marachelle. Plasmò l’uomo che sarebbe
diventato da adulto. Sicuro di essere intelligente, pieno di risorse e
abbastanza audace da riuscire a cavarsela in qualsiasi situazione di
pericolo, era quasi incapace di provare sconforto. Quando la storia lo portò
in guerra, fu proprio quell’indistruttibile ottimismo a contraddistinguerlo.
Louie aveva venti mesi meno di suo fratello, che era tutto ciò che lui non
era. Pete Zamperini era bello, ben voluto, sempre vestito in modo
impeccabile, gentile con gli anziani e fraterno con i giovani, affascinante
con le ragazze e talmente dotato di buon senso che, anche da bambino, i
genitori lo consultavano in occasione di decisioni difficili. A cena aiutava
sua madre ad accomodarsi a tavola, andava a dormire alle sette e metteva
la sveglia sotto il cuscino per non svegliare Louie, con il quale divideva il
letto. Alle due e mezzo si alzava e passava tre ore a consegnare i giornali a
domicilio. Depositava tutti i suoi guadagni in banca, che con la Grande
Depressione si sarebbe mangiata tutto, fino all’ultimo centesimo. Cantava
benissimo e aveva la galante abitudine di tenere appuntate delle spille nei
risvolti dei pantaloni, nel caso una spallina dell’abito della ragazza con cui
ballava avesse ceduto. Una volta salvò una ragazza che stava annegando.
Pete irradiava un’aura di gentile ma indiscutibile autorevolezza che
spingeva chiunque lo incontrasse, anche gli adulti, a lasciarsi influenzare
dalle sue opinioni. Perfino Louie, che del non ascoltare nessuno aveva
fatto una religione, gli dava retta.
Louie idolatrava suo fratello, che vegliava su di lui e sulle sorelle minori,
Sylvia e Virginia, con un atteggiamento paterno e protettivo. Al tempo
stesso però era eclissato da Pete e si sentiva continuamente rinfacciare le
differenze tra loro due. Sylvia ricorda sua madre che, in lacrime, diceva a
Louie quanto avrebbe voluto che assomigliasse di più a suo fratello. La
cosa più irritante era che la reputazione di Pete era in parte un mito. Anche
se a scuola otteneva voti solo un po’ migliori di quelli scarsi di Louie, il
preside dava per scontato che fosse uno studente da dieci e lode. La notte
del miracolo della campana di Torrance, una torcia ben indirizzata avrebbe
illuminato le gambe di Pete che dondolavano da un ramo dell’albero
accanto a quelle di Louie. E non sempre Louie era l’unico ragazzo
Zamperini che sfrecciava nel vicolo con generi commestibili che fino a
poco prima erano appartenuti a vicini di casa. Ma non accadeva mai che
qualcuno sospettasse di Pete. «Pete non si faceva mai prendere» racconta
Sylvia. «Louie sempre.»
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Niente in Louie si armonizzava con gli altri bambini. Era un ragazzino


gracile e, nei primi anni a Torrance, i suoi polmoni erano ancora così
compromessi dalla polmonite che nelle gare podistiche in campagna
qualsiasi ragazza del posto poteva fargli mangiare la polvere. I suoi
lineamenti, che in seguito si sarebbero assestati in un gradevole insieme, si
sviluppavano a ritmi diversi, conferendogli una strana faccia che sembrava
il brutto risultato di uno scoordinato lavoro di gruppo. Le orecchie
sporgevano dalla testa come due pistole nelle fondine ed erano sormontate
da un ingovernabile disastro di capelli neri che lo mortificava. Louie
attaccava la sua capigliatura con il ferro caldo della zia Margie, ogni notte
la imprigionava in una calza di seta e la mattina ci spalmava sopra
talmente tanto olio di oliva che le mosche lo seguivano fino a scuola.
Niente pareva funzionare.
E poi c’era il fattore etnico. Nei primi anni Venti gli italiani a Torrance
erano così disprezzati che quando gli Zamperini arrivarono in città, i vicini
presentarono una petizione al comune perché venissero allontanati. Louie,
che prima di cominciare le elementari conosceva solo qualche parola di
inglese, non poteva nascondere il suo pedigree. Sopravvisse all’asilo
restando sempre in silenzio, ma poi in prima elementare gli capitò di urlare
«Brutto bastardo!» a un compagno e gli insegnanti si resero conto della
situazione. E aggravarono il disagio del bambino facendogli ripetere
l’anno.
9

Era un ragazzino segnato. I bulli, attirati dalla sua diversità e sperando di


costringerlo a imprecare in italiano, lo prendevano a sassate, lo
insultavano, lo pestavano con pugni e calci. Louie una volta tentò di
comprare la loro compassione offrendo il suo pranzo, ma i ragazzi lo
picchiarono comunque, lasciandolo sanguinante. Avrebbe potuto porre
fine ai pestaggi scappando o mettendosi a piangere, ma rifiutava entrambe
le alternative. «Potevi picchiarlo a morte» dice Sylvia «e lui non diceva
neppure “ahi” e nemmeno versava una lacrima.» Si limitava a coprirsi la
faccia con le mani e a prenderle.
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Verso i tredici anni, Louie prese una piega più dura. Solitario e scontroso,
vagava ai margini di Torrance, e le sue uniche, instabili amicizie erano
altri ragazzini difficili che accettavano la sua guida. Sviluppò una tale
fobia dei germi da non tollerare che qualcuno si avvicinasse al suo cibo.
Anche se poteva essere un ragazzo dolce, era spesso irascibile e
turbolento. Fingeva durezza, ma era intimamente tormentato. I ragazzini
che partecipavano alle feste lo vedevano sovente ciondolare fuori,
incapace di trovare il coraggio di entrare.
Frustrato dalla propria incapacità di difendersi, ne fece una materia di
studio. Suo padre gli insegnò come allenarsi al sacco e gli costruì un
bilanciere con due barattoli di caffè riempiti di piombo e saldati a un tubo.
Quando capitò di nuovo che un bullo lo attaccasse, Louie evitò un sinistro
e colpì con un destro la bocca del ragazzo, che urlò di dolore e scappò di
corsa con un dente rotto. Louie non avrebbe mai dimenticato la sensazione
di leggerezza che provò mentre tornava a casa.
Con il passare del tempo il suo carattere si fece sempre più selvaggio, la
miccia dell’irritabilità sempre più corta, le azioni sempre più gravi. Picchiò
una ragazza. Prese a spintoni un insegnante. Scagliò pomodori marci
contro un poliziotto. I ragazzini che in qualche modo lo contrariavano si
ritrovavano con le labbra gonfie e i bulli impararono a stargli alla larga.
Una volta trovò Pete nel cortile davanti a casa, immobile davanti a un altro
ragazzo. Tutti e due tenevano i pugni davanti al mento, tutti e due
aspettavano che l’altro colpisse. «Louie non poteva sopportarlo» ricorderà
Pete.
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«Stava lì in piedi e urlava: “Colpiscilo, Pete! Colpiscilo, Pete!”. Io invece


aspetto e tutto a un tratto Louie si volta e molla un pugno nella pancia del
ragazzo. E poi scatta e corre via!»
Anthony Zamperini non ne poteva più.
12

Gli sembrava che i poliziotti fossero sempre sulla veranda di casa sua,
intenti a cercare di far ragionare Louie. C’erano vicini con i quali scusarsi
e danni da risarcire con soldi che Anthony non aveva. Pur adorando il
figlio, era esasperato dal suo comportamento e gli rifilava frequenti,
energiche ripassate. Una volta, dopo avere sorpreso Louie che si calava da
una finestra nel cuore della notte, gli sferrò un calcio nel sedere così
potente da sollevarlo da terra. Louie subiva le punizioni in silenzio e senza
lacrime, poi tornava a compiere le stesse malefatte, solo per dimostrare che
poteva farlo.
Louise, sua madre, preferiva un approccio diverso. Louie era praticamente
la sua copia in tutto e per tutto, occhi azzurri compresi. A una spinta, lei
reagiva con uno spintone. Se la carne che aveva comprato non era buona,
tornava a passo di marcia dal macellaio impugnando una padella. Amante
degli scherzi, una volta ricoprì di glassa una scatola di cartone, che poi
offrì come dolce di compleanno a un vicino di casa. Un’altra volta Pete le
disse che, per una scatola di cioccolatini, avrebbe bevuto l’olio di ricino;
Louise accettò, lo guardò bere e poi gli porse una scatola vuota. «Mi avevi
chiesto solo la scatola, tesoro» disse con un sorriso.
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«È tutto quello che sono riuscita a procurarmi.» E comprendeva


l’irrequietezza di suo figlio Louie. Una sera di Halloween si vestì come un
ragazzo e se ne andò in giro per la città con Louie e Pete, bussando alle
porte per il tradizionale «dolcetto o scherzetto». Una banda di ragazzini,
pensando che Louise fosse uno dei duri locali, la placcò e cercò di rubarle i
pantaloni. La piccola Louise Zamperini, madre di quattro figli, era in piena
zuffa quando i poliziotti la fermarono per disturbo alla quiete pubblica.
Consapevole che le punizioni non facevano che provocare la ribellione in
Louie, sua madre scelse un percorso più astuto e tortuoso. A caccia di un
informatore, si lavorò i compagni di scuola di suo figlio con una serie di
torte fatte in casa e alla fine arruolò un ragazzino malleabile di nome
Hugh, il cui amore per i dolci segnò la rovina di Louie. Tutto a un tratto
Louise sapeva sempre quello che Louie stava combinando e i suoi figli
cominciarono a chiedersi se non avesse sviluppato qualche potere
extrasensoriale. Sicuro che la spia fosse Sylvia, Louie si rifiutò di sedere
allo stesso tavolo con lei e prese a consumare i pasti in astiosa solitudine
accanto allo sportello aperto del forno. Una volta si infuriò talmente con
sua sorella che la inseguì per tutto l’isolato. Correndo più veloce di Louie
per l’unica volta nella sua vita, Sylvia sfrecciò lungo il vicolo e si tuffò nel
capanno degli attrezzi del padre, da dove Louie la stanò facendo entrare
nel capanno il suo animaletto domestico, un serpente lungo un metro. A
quel punto la ragazza corse a chiudersi dentro l’auto di famiglia, dove
rimase per l’intero pomeriggio. «Era una questione di vita o di morte» dirà
Sylvia circa settantacinque anni dopo.
14

Nonostante tutti i suoi sforzi, Louise non riuscì a cambiare il figlio. Louie
scappò di casa e vagò per giorni a San Diego, dormendo sotto i viadotti
dell’autostrada. Cercò di cavalcare un manzo al pascolo e, disarcionato,
finì sulla ruvida corteccia di un albero caduto; tornò a casa zoppicando,
con il ginocchio ferito fasciato con un fazzoletto da naso. I ventisette punti
che gli diedero non lo calmarono. Colpì un ragazzo con un pugno così
potente da fratturargli il naso. Mandò al tappeto un altro ragazzo e gli
riempì la bocca di fazzoletti di carta. I genitori proibivano ai figli anche
solo di avvicinarsi a lui. Un agricoltore, furioso per le continue ruberie,
caricò il suo fucile da caccia con sale grosso e gli sparò nel sedere. Louie
picchiò un compagno con tanta violenza da lasciarlo privo di sensi in un
fosso, cosa che gli fece temere di averlo ucciso. Quando Louise vide il
sangue sulle nocche del figlio scoppiò in lacrime.
15

Mentre si preparava a iniziare il liceo alla Torrance High School, Louie


sembrava sempre meno un ragazzino scapestrato e sempre più un giovane
uomo pericoloso. Con il liceo si sarebbe conclusa la sua carriera scolastica.
Non c’era denaro per il college: il salario di Anthony si esauriva prima che
finisse la settimana, costringendo Louise a improvvisare pasti a base di
melanzane, latte, pane raffermo, funghi selvatici e di conigli che Louie e
Pete riuscivano a cacciare nei campi.
16

Con voti da bocciatura e nessuna particolare abilità, Louie non aveva


alcuna speranza di ottenere una borsa di studio. Ed era improbabile anche
che riuscisse a trovarsi un lavoro. Era arrivata la Grande Depressione e il
tasso di disoccupazione si stava avvicinando al venticinque per cento.
17

Louie non aveva vere ambizioni. Quando gli chiedevano cosa avrebbe
voluto fare, di solito rispondeva: «Il cowboy».
Negli anni Trenta l’America si era infatuata dell’eugenetica, la
pseudoscienza che si proponeva di rafforzare e migliorare la specie umana
eliminando gli «inadatti» dal pool genetico.
18

Oltre ai «ritardati mentali», ai pazzi e ai criminali, la categoria «inadatti»


comprendeva le donne che avevano rapporti sessuali al di fuori del vincolo
del matrimonio (sintomo di malattia mentale), gli orfani, i disabili, i
poveri, i senzatetto, gli epilettici, i soggetti dediti alla masturbazione, i
ciechi e i sordi, gli alcolisti e le donne i cui genitali eccedessero
determinate misure. Alcuni eugenisti erano fautori dell’eutanasia, che negli
ospedali psichiatrici veniva silenziosamente praticata su una quantità di
persone che venivano lasciate in stato di «abbandono letale» o eliminate
mediante veri e propri omicidi. In un istituto psichiatrico dell’Illinois, ai
nuovi pazienti veniva somministrato latte prodotto da mucche
tubercolotiche, nella convinzione che solo gli indesiderabili sarebbero
morti.
19

In effetti morirono quattro pazienti ogni dieci. Uno strumento più diffuso
dell’eugenetica fu la sterilizzazione forzata, imposta a una massa di
disgraziati che, per comportamento deviante o sfortuna, erano finiti nelle
mani dei governi statali. Nel 1930, quando Louie aveva da poco compiuto
i tredici anni, la California era entusiasta dell’eugenetica e avrebbe finito
con lo sterilizzare qualcosa come ventimila persone.
Louie era ancora un ragazzino quando a Torrance accadde un fatto che
fece aprire gli occhi sulla realtà. Un ragazzo del quartiere venne giudicato
mentalmente ritardato e ricoverato in un istituto; si riuscì a salvarlo per un
soffio dalla sterilizzazione solo grazie ai frenetici sforzi dei suoi genitori,
aiutati anche dai concittadini di Torrance. Seguito negli studi dal fratello e
dalle sorelle di Louie, in seguito il ragazzo ottenne il massimo dei voti a
scuola. Louie non era mai a più di un passo dal riformatorio o dal carcere
e, quale creaguai seriale, pessimo studente e sospetto italiano, era
esattamente il tipo di delinquente che gli eugenisti volevano eliminare.
20

Rendendosi conto all’improvviso del rischio che correva, Louie si sentì


profondamente scosso.
La persona che era diventato non era, e lui lo sapeva, il suo vero io.
Cominciò a fare piccoli, incerti tentativi per entrare in contatto con gli
altri. Lavò e strofinò il pavimento della cucina per fare una sorpresa a sua
madre, la quale però diede per scontato che fosse stato Pete. Mentre il
padre era fuori città, Louie revisionò e mise a punto il motore della berlina
di famiglia, una Marmon Roosevelt otto cilindri. Infornava biscotti per poi
regalarli e quando sua madre, stanca della confusione, lo cacciò dalla sua
cucina, riprese a fare biscotti a casa di una vicina. Regalava quasi tutto
quello che rubava. Aveva un «cuore grande» dirà Pete.
21

«Louie regalava tutto, che fosse suo o no.»


Qualsiasi tentativo facesse per emendarsi finiva male. Prese a starsene
rintanato da solo, a leggere romanzi di Zane Grey e a sognare di viverli: un
uomo e il suo cavallo nelle terre della frontiera, lontano dal resto del
mondo. Andava costantemente a caccia di film western, di cui perdeva il
filo della trama per immergersi negli scenari. C’erano notti in cui
trascinava le coperte in giardino per dormire da solo e altre in cui restava
sveglio a letto, sotto le foto del cowboy cinematografico Tom Mix e del
suo meraviglioso cavallo Tony, e si sentiva rodere da qualcosa che non
riusciva a scrollarsi di dosso.
Nella camera da letto sul retro sentiva passare i treni. Disteso accanto al
fratello addormentato, ascoltava quel suono basso e ritmico: prima debole,
poi più forte, poi di nuovo debole, poi un alto fischio che sembrava
chiamarlo e infine più nulla. Era un suono che gli faceva venire la pelle
d’oca. Perso in desideri inespressi, Louie si immaginava su un treno e si
vedeva diventare sempre più piccolo e sempre più distante, fino a
scomparire.
22
II
Correre come un pazzo
La riabilitazione di Louie Zamperini cominciò nel 1931, con una chiave. Il
quattordicenne Louie si trovava nella bottega di un fabbro quando sentì
qualcuno dire che, se inserisci una chiave qualsiasi in una qualsiasi
serratura, hai una probabilità su cinquanta che la chiave apra la serratura.
Ispirato da quelle parole, Louie cominciò a collezionare chiavi e a provarle
nelle serrature. Non ebbe fortuna finché non provò la chiave di casa sua
nella porta posteriore della palestra della Torrance High. Quando la
stagione del campionato di basket iniziò, venne rilevata un’inspiegabile
discrepanza tra il numero di biglietti da dieci centesimi venduti e quello
considerevolmente maggiore di ragazzi seduti in gradinata. Verso la fine di
quell’anno qualcuno capì il trucco e Louie, per l’ennesima volta, venne
trascinato nell’ufficio del preside. In California, gli studenti nati in inverno
passavano alla classe superiore in gennaio, per cui Louie stava per iniziare
la nona. Il preside lo punì escludendolo da ogni attività atletica e sociale.
Louie, che non aveva mai preso parte a nulla di tutto ciò, rimase del tutto
indifferente.
Non appena venne a conoscenza dell’accaduto, Pete si presentò
immediatamente dal preside. Per dare maggior peso alla sua perorazione,
portò con sé anche la madre, nonostante il suo inglese fosse ancora molto
scarso. Pete spiegò al preside che Louie chiedeva disperatamente
attenzione, ma dato che non l’aveva mai ottenuta sotto forma di lode, la
cercava sotto forma di punizione. Se solo avesse ricevuto un
riconoscimento positivo, sostenne Pete, suo fratello avrebbe cambiato
completamente la propria vita. Chiese al preside di permettere a Louie di
praticare uno sport. Il preside rifiutò e Pete gli domandò se avrebbe potuto
vivere con il peso del fallimento di Louie sulla coscienza. Per un sedicenne
era una cosa insolente da dire al proprio preside, ma Pete era l’unico
ragazzo di Torrance che potesse permettersi un’osservazione del genere e
che fosse anche in grado di renderla persuasiva. Louie venne riammesso
all’atletica per l’anno 1932.
1

Pete aveva grandi progetti per suo fratello. Studente dell’ultimo anno nel
1931-32, lui si sarebbe diplomato con dieci varsity letters (i monogrammi
da cucire sulle giacche con cui le scuole premiano l’eccellenza degli
studenti), di cui tre per il basket e tre per il baseball. Ma il suo forte era
l’atletica, per la quale aveva ottenuto quattro varsity letters, uguagliando
tra l’altro il primato della scuola sul mezzo miglio e stabilendo il record
sul miglio con 5’06”. Guardando Louie, la cui unica buona qualità era la
velocità di fuga, Pete pensò di vedere lo stesso talento emergente.
2

Per come andarono le cose, non fu Pete a spingere per la prima volta suo
fratello su una pista d’atletica.
3

Fu il debole di Louie per le ragazze. In febbraio le studentesse della nona


cominciarono a organizzare una squadra per una riunione di atletica della
scuola e, in una classe che contava solo quattro maschi, Louie era l’unico
che desse l’impressione di poter correre. Le ragazze fecero leva sul loro
fascino e Louie si ritrovò in pista, a piedi nudi, per correre i seicento metri.
Tutti scattarono sulla pista e lui li seguì, arrancando con i gomiti in fuori e
restando di gran lunga staccato. Tagliò per ultimo il traguardo e sentì
ridacchiare. Ansimante e umiliato, lasciò immediatamente la pista e andò a
nascondersi sotto le tribune. L’allenatore borbottò qualcosa su come quel
ragazzo potesse fare tutto quello che voleva, tranne che correre. «È mio
fratello» replicò Pete.
Da quel giorno in poi Pete non smise mai di stare addosso a Louie,
costringendolo ad allenarsi e, dopo qualche tempo, trascinandolo di nuovo
in pista per una seconda riunione. Incitato dai compagni in tribuna, Louie
si impegnò abbastanza da arrivare terzo. Detestava correre, ma gli applausi
erano inebrianti e la prospettiva di averne altri fu un incentivo sufficiente
perché diventasse relativamente accondiscendente. Pete lo costringeva ad
allenarsi tutti i giorni, seguendolo in bicicletta e pungolandolo con un
bastone.
4

Louie trascinava i piedi, si lamentava e si fermava al primo sintomo di


affaticamento. Suo fratello lo convinceva a rialzarsi e a continuare. Louie
cominciò a vincere. A fine stagione, fu il primo ragazzo di Torrance a
disputare le All City Finals. Si classificò quinto.
Pete aveva avuto ragione a proposito del talento di Louie, al quale però
l’allenamento sembrava solo l’ennesima costrizione. La notte ascoltava
sempre il fischio dei treni di passaggio e un giorno, nell’estate del ’32, non
resistette più.
Tutto cominciò con un lavoretto che suo padre gli chiese di sbrigare. Louie
si rifiutò e ne seguì una lite. Il ragazzo gettò qualche indumento in una
borsa e si precipitò infuriato verso la porta. I genitori gli ordinarono di
fermarsi, ma Louie ormai era al di là di ogni possibilità di persuasione.
Mentre stava uscendo, sua madre corse in cucina e tornò con un sandwich
avvolto nella carta oleata. Louie lo cacciò nella borsa e se ne andò. Era a
metà del sentiero che portava in strada quando si sentì chiamare. Si voltò e
vide suo padre che, accigliato, gli tendeva due dollari. Erano parecchi soldi
per un uomo il cui salario non arrivava a coprire le spese della settimana.
Louie prese il denaro e si allontanò.
Convinse un amico a unirsi a lui e, dopo avere raggiunto Los Angeles in
autostop, i due forzarono le portiere di un’auto e dormirono sui sedili. Il
giorno dopo saltarono su un treno, si arrampicarono sul tetto e
cominciarono a viaggiare in direzione nord.
Quel viaggio fu un incubo. I due ragazzi a un certo punto si ritrovarono
rinchiusi in un carro merci così caldo e soffocante che ben presto furono
presi dalla frenesia di uscirne. Louie trovò un pezzo di metallo, salì sulle
spalle dell’amico, forzò un’apertura di ventilazione, riuscì a uscire
contorcendosi e poi aiutò il suo amico, procurandosi seri tagli nel corso
dell’operazione. Poi vennero scoperti da un ispettore delle ferrovie che,
pistola in pugno, li costrinse a saltare dal treno in corsa. Dopo diversi
giorni di marcia e di fughe da frutteti e negozi di alimentari dove avevano
cercato di rubare qualcosa da mangiare, si ritrovarono a sedere per terra in
uno scalo ferroviario. Sporchi, ammaccati e bruciati dal sole, si divisero il
barattolo di fagioli che avevano rubato. Passò un treno e Louie alzò gli
occhi. «Ho visto... tavoli con belle tovaglie bianche e cristalli, e cibo, e
gente che rideva, si divertiva e mangiava» dirà in seguito. «E io me ne
stavo seduto tremante con un miserabile barattolo di fagioli.» Ripensò alle
banconote nella mano di suo padre, alla paura negli occhi di sua madre
quando gli aveva dato il sandwich. Si alzò in piedi e si avviò verso
Torrance.
Non appena entrò in casa, Louise gli gettò le braccia al collo, controllò le
lesioni, lo portò in cucina e gli diede un biscotto. Anthony rientrò, vide
Louie e si lasciò cadere su una sedia, con un’espressione di sollievo in
viso. Dopo cena Louie salì di sopra, crollò sul letto e sussurrò la sua resa a
Pete.
Nell’estate del 1932 Louie in pratica non fece altro che correre. Su invito
di un amico, andò a stare in una capanna di tronchi nella riserva indiana
Cahuilla, nel deserto in quota della California meridionale.
5
Ogni mattina si alzava con il sole, afferrava il suo fucile e correva nella
steppa desertica. Correva su e giù per le colline, nel deserto, attraverso le
gole. Inseguiva i cavalli selvaggi, sfrecciando in mezzo alle mandrie
vorticanti e tentando invano di aggrapparsi a una criniera per issarsi sulla
groppa dell’animale. Andava a nuotare in una sorgente sulfurea, osservato
dalle donne Cahuilla che strofinavano il bucato sulle rocce, e poi si
distendeva a terra per asciugarsi al sole. Ogni pomeriggio, mentre tornava
correndo alla capanna, cacciava un coniglio per la cena. Ogni sera si
arrampicava sul tetto e si rilassava leggendo i romanzi di Zane Grey.
Quando il sole tramontava e le parole svanivano, lasciava vagare lo
sguardo sul paesaggio, commosso dalla sua bellezza, e lo osservava
scivolare dal grigio al porpora prima che il buio fondesse terra e cielo. Al
mattino si alzava per correre di nuovo. Non correva via da qualcosa o
verso qualcosa, non correva per qualcuno o a dispetto di qualcuno: correva
perché era quello che il suo corpo desiderava fare. L’irrequietezza,
l’insicurezza e il bisogno di contrapporsi scomparvero. Tutto quello che
sentiva era pace.
6

Tornò a casa con la smania di correre. Tutto l’impegno un tempo dedicato


ai furti venne riversato sulla pista. Dietro istruzioni di Pete, copriva di
corsa l’intero percorso di consegna del «Torrance Herald», l’andata e
ritorno da scuola, il tratto fino alla spiaggia e ritorno. Raramente restava
sul marciapiede, deviando nei prati delle case per saltare le siepi. Smise di
bere e di fumare. Per aumentare la capacità polmonare, correva alla piscina
pubblica di Redondo Beach, si tuffava e toccava il fondo, dove artigliava il
tappo dello scarico e restava a fluttuare sott’acqua, ogni volta un po’ più a
lungo. Con il tempo arrivò a resistere in apnea per tre minuti e
quarantacinque secondi. C’era sempre gente che si tuffava pensando di
doverlo salvare.
Louie trovò anche un modello di comportamento. Negli anni Trenta
l’atletica era estremamente popolare e i suoi esponenti di spicco erano
famosissimi. Uno di loro era un mezzofondista della Kansas University
che si chiamava Glenn Cunningham.
7

Da bambino Cunningham si era trovato all’interno di una scuola che era


saltata in aria; l’incidente aveva ucciso suo fratello e gli aveva provocato
gravi ustioni alle gambe e al torace. C’era voluto un mese e mezzo prima
che potesse tornare a sedersi e ancora più tempo prima che fosse in grado
di reggersi in piedi. Non riuscendo a distendere le gambe, aveva imparato
a spostarsi tenendosi appoggiato a una sedia, trascinando le gambe dietro
di sé. Era poi passato alla coda del mulo di famiglia e in seguito,
aggrappato alla coda di un docile cavallo di nome Paint, aveva cominciato
a correre, cosa che all’inizio gli aveva causato dolori atroci. Nel giro di
pochi anni stava già gareggiando, stabiliva record sul miglio e batteva gli
avversari di un’intera dirittura d’arrivo. Nel 1932 il modesto, gentile
Cunningham, che aveva gambe e schiena segnate da un irregolare reticolo
di cicatrici, stava acquistando una risonanza nazionale ed entro breve
sarebbe stato acclamato come il più grande specialista sul miglio della
storia americana. Louie aveva il suo eroe.
Nell’autunno del 1932 Pete iniziò i suoi studi a Compton, un piccolo
college completamente gratuito per i borsisti, dove diventò una star della
corsa.
8

Quasi ogni pomeriggio tornava a casa per allenare Louie, correndo di


fianco a lui, correggendogli l’impostazione dei gomiti e insegnandogli la
strategia di gara. Louie aveva un raro vantaggio biomeccanico, e cioè le
anche che ruotavano mentre correva: quando una gamba si tendeva in
avanti, contemporaneamente ruotava in avanti anche l’anca
corrispondente, il che gli garantiva un passo eccezionalmente efficiente di
oltre due metri.
9

Dopo averlo osservato dalla recinzione del campo della Torrance High,
alla cheerleader Toots Bowersox venne in mente una sola parola per
descriverlo: «Scioooooltezza!».
10

Pete riteneva che le gare di velocità che Louie stava disputando fossero su
distanze troppo brevi. Suo fratello avrebbe corso il miglio, esattamente
come Glenn Cunningham.
Nel gennaio del 1933 Louie iniziò la decima classe. Aveva perso i vecchi
modi scostanti e spinosi ed era ormai ben accetto nei gruppi studenteschi
d’élite. Veniva invitato ai picnic a base di salsicce
11

di fronte al Kellow’s Hamburg Stand, dove cantava in coro con gli altri
alla musica di un ukulele, e partecipava a partite di touch football giocate
con un asciugamano annodato, competizioni che finivano inevitabilmente
con una cheerleader incastrata in un bidone della spazzatura. Mettendo a
frutto l’improvvisa popolarità, Louie si candidò alla carica di capoclasse e
vinse, utilizzando il discorso che Pete aveva scritto per aggiudicarsi lo
stesso titolo a Compton. Ma la cosa migliore era che tutto a un tratto le
ragazze lo trovavano affascinante. Il giorno del suo sedicesimo
compleanno stava tranquillamente camminando da solo quando cadde
nell’imboscata che gli era stata tesa da una banda di cheerleader
ridacchianti. Una ragazza si mise a sedere su di lui mentre le altre gli
davano sedici sculacciate sul sedere, più una per puro diletto.
Quando in febbraio cominciò la stagione di atletica, Louie era curioso di
vedere i frutti dell’allenamento. La trasformazione era stupefacente.
Gareggiando in short di seta nera, che sua madre aveva ricavato da una
gonna, vinse una prova sugli 800 metri, battendo di oltre due secondi il
record della scuola, detenuto anche da Pete. Una settimana dopo sbalordì
tutti correndo il miglio in 5’3”, tre secondi meno del record di Pete.
12

In un’altra riunione bloccò i cronometri a 4’58”. Tre settimane più tardi


stabilì il record dello Stato in 4’50,6”. A inizio aprile scese a 4’46” e a fine
mese a 4’42”. «Accidenti! Oh accidenti!» scrisse un giornale locale. «Ma
quel ragazzo vola? Sì, è il giovane Zamperini!»
13

Louie corse il miglio quasi ogni settimana, saettando per tutta la stagione
imbattuto e senza rivali. Quando esaurì i liceali da massacrare, sfidò Pete e
altri tredici atleti di college in una corsa di due miglia a Compton.
14

Sebbene avesse solo sedici anni e non si fosse mai allenato su quella
distanza, vinse con quasi cinquanta metri di distacco dal secondo. Poi
partecipò alla corsa campestre di due miglia nel quadro del meeting
Southern California Cross Country organizzato dall’UCLA.
15

Correndo tanto in scioltezza da non sentire neppure i piedi toccare terra,


Louie andò subito in testa e continuò ad allungare. A metà gara aveva un
vantaggio di duecento metri e gli osservatori cominciarono a chiedersi
quando sarebbe crollato il ragazzo con i calzoncini neri. Louie non crollò.
Dopo avere tagliato il traguardo, riscrivendo il record della corsa, si voltò a
guardare il lungo rettilineo. Non si vedeva ancora nessuno degli altri
partecipanti. Louie aveva vinto dando più di quattrocento metri di distacco
agli altri corridori.
Louie vince la corsa campestre di due miglia dell’UCLA un vantaggio di
oltre quattrocento metri sui rivali. Alle sue spalle, il fratello Pete sta
correndo verso di lui per congratularsi. (Per gentile concessione di Louis
Zamperini)
Si sentì quasi sul punto di svenire, ma non per lo sforzo. Per la
consapevolezza di essere ciò che era.
III
Il Tornado di Torrance
Succedeva ogni sabato. Louie andava alla pista di atletica, faceva il
riscaldamento, si sdraiava sulla pancia nel prato all’interno della pista,
visualizzava l’imminente gara, poi raggiungeva la linea di partenza,
aspettava lo sparo dello starter e scattava. Pete sfrecciava avanti e indietro
sul prato, tenendo d’occhio il cronometro, gridando incoraggiamenti e
istruzioni. E quando Pete dava il segnale, Louie distendeva le lunghe
gambe e i suoi avversari cominciavano a restare indietro, staccati e, per
usare le parole di un giornalista, «mestamente scoraggiati e disillusi».
1

Louie tagliava il traguardo, Pete l’abbracciava e i ragazzi sulle gradinate


applaudivano e pestavano i piedi. Poi c’erano le ondate di ragazze che
chiedevano l’autografo, il ritorno a casa, i baci della mamma e le foto sul
prato con il trofeo in mano. Louie vinse così tanti orologi da polso,
tradizionale premio delle gare d’atletica, che cominciò a regalarli in giro
per la città. Periodicamente spuntava un nuovo golden boy che veniva
presentato come colui che lo avrebbe battuto, e che invece finiva
regolarmente ridicolizzato. Una delle vittime di Louie, scrisse un
giornalista, era stato descritto come «il ragazzo che non sa ancora quanto
può essere veloce. L’ha scoperto sabato».
2

Il momento supremo di Louie al liceo fu ai campionati di atletica leggera


della Southern California del 1934.
3

Al nastro di partenza c’era quello che veniva descritto come il miglior


gruppo di specialisti sul miglio nella storia dei licei americani; Louie batté
tutti e corse in 4’21,3”, migliorando di oltre due secondi il record
nazionale scolastico stabilito durante le Prima guerra mondiale.
*

L’avversario principale di Louie si sfiancò talmente nel tentativo di


reggerne il passo che dovette essere portato via di peso. Mentre trottava tra
le braccia di Pete, Louie avvertì una punta di rammarico. Si sentiva troppo
fresco. Disse che, se avesse corso il secondo giro più velocemente, avrebbe
potuto arrivare a 4’18”. Un giornalista predisse che il suo record avrebbe
resistito vent’anni. Furono solo diciannove.
Louie e Pete. (Bettmann/Corbis)
Un tempo arcicanaglia della città, Louie adesso era una superstar e
Torrance gli perdonava tutto. Quando si allenava, la gente si schierava
lungo la pista e lo incitava gridando: «Forza, Uomo d’Acciaio!». Le
pagine sportive del «Times» e dell’«Examiner» di Los Angeles erano
piene di articoli sul ragazzo prodigio, che il «Times» chiamava la
«Tempesta di Torrance» e che per tutti gli altri era il «Tornado di
Torrance».
5

Secondo una fonte, gli articoli riguardanti Louie garantivano tali vendite
al «Torrance Herald» che il giornale assicurò le sue gambe per 50.000
dollari.
6

I suoi concittadini organizzavano carovane di auto per assistere alle sue


gare, affollando gli spalti. Imbarazzato da tutta quell’attenzione, Louie
chiese ai genitori di non andare più a vederlo correre. Louise però ci
andava lo stesso e sgattaiolava di nascosto accanto alla pista per sbirciare
attraverso la rete della recinzione. Le gare tuttavia la rendevano così
nervosa da costringerla a coprirsi gli occhi.
Non molto tempo prima la massima aspirazione di Louie consisteva nel
chiedersi quale cucina razziare. Adesso aveva un obiettivo incredibilmente
ambizioso: i Giochi Olimpici del 1936 a Berlino. Alle Olimpiadi la gara
sul miglio non era prevista e di conseguenza gli specialisti avrebbero
dovuto correre i 1500 metri, circa 110 metri meno del miglio. Era una
corsa per uomini maturi: la maggior parte dei grandi specialisti del miglio
toccava l’apice della carriera verso i venticinque anni, o addirittura più
tardi.
7

Nel 1934 il favorito per i 1500 alle Olimpiadi era Glenn Cunningham, il
quale aveva stabilito il record mondiale del miglio, 4’6,8” solo poche
settimane dopo che Louie aveva ottenuto quello nazionale delle scuole
superiori.
8

Cunningham aveva cominciato a correre in quarta elementare e ai Giochi


del 1936 avrebbe avuto poco meno di ventisette anni. Non avrebbe corso il
suo miglio più veloce fino ai ventotto. Nel 1936 Louie avrebbe avuto solo
cinque anni di esperienza e soltanto diciannove anni.
Tuttavia sul miglio Louie era già il più veloce liceale della storia
americana e stava migliorando così rapidamente che in due anni aveva
limato il suo tempo di quarantadue secondi. Il suo miglio del primato,
corso a diciassette anni, era di tre secondi e mezzo più veloce del miglior
tempo ottenuto da studente da Cunningham a vent’anni.
*

Perfino i più prudenti esperti di atletica cominciavano a pensare che


Zamperini potesse essere quello che avrebbe polverizzato ogni precedente
e, dopo averlo visto vincere tutte le gare della sua ultima stagione da
liceale, si sentirono ulteriormente confortati in tale convinzione. Louie era
certo di potercela fare, e lo era anche Pete. Louie desiderava correre a
Berlino più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Nel dicembre 1935 si diplomò; poche settimane dopo festeggiò l’arrivo del
nuovo anno con la mente rivolta a Berlino. Le finali dei trials di atletica si
sarebbero svolte in luglio a New York e il comitato olimpico avrebbe
selezionato i partecipanti in base ai risultati di una serie di corse di
qualificazione. Louie aveva sette mesi per arrivare alla forma e ai tempi
che gli avrebbero permesso di entrare in squadra. Intanto doveva anche
decidere cosa fare in merito alle offerte di borse di studio che gli stavano
arrivando da numerosi college. Pete ne aveva già ottenuta una alla
University of Southern California, dove era diventato uno dei dieci
migliori specialisti del miglio nell’ambito dei college. Sollecitò Louie ad
accettare l’offerta della USC, posticipando però l’inizio degli studi
all’autunno, in modo da potersi allenare a tempo pieno. Fu così che Louie
si trasferì nella sede della confraternita di Pete, sotto la cui guida si allenò
in modo ossessivo. Tutti i giorni, mattino, pomeriggio e sera, viveva e
respirava i 1500 metri e Berlino.
In primavera cominciò a rendersi conto che non ce l’avrebbe fatta. Anche
se stava diventando ogni giorno più veloce, non poteva costringere il suo
corpo a migliorare abbastanza in fretta da raggiungere i suoi rivali più
anziani entro l’estate. Semplicemente, era troppo giovane. E affranto.
In maggio, sfogliando un quotidiano, Louie notò un articolo sul Compton
Open, un prestigioso meeting di atletica che si sarebbe tenuto al Los
Angeles Coliseum il 22 di quello stesso mese.
9

La star dei 5000 metri – ovvero tre miglia più centosettanta metri – era
Norman Bright, un insegnante ventiseienne. Bright aveva stabilito il record
americano delle due miglia nel 1935 e sui 5000 era il secondo uomo più
veloce d’America, alle spalle del leggendario Don Lash, la ventitreenne
macchina frantuma-record dell’Indiana University. Per i 5000 metri, gli
Stati Uniti avrebbero mandato a Berlino tre atleti, e Lash e Bright erano
considerati sicuri. Pete spinse Louie a partecipare al Compton Open per
testare le gambe su una distanza maggiore. «Se riesci a restare nella scia di
Norman Bright» disse al fratello «entri nella squadra olimpica.»
10

Era un’idea con scarse possibilità di successo. La gara del miglio


consisteva in quattro giri di pista, quella dei 5000 in più di dodici e Louie
la descriveva come una «camera delle torture di quindici minuti». Si
trattava di più del triplo della sua distanza ottimale.
11

Aveva corso solo due volte su una distanza superiore al miglio e i 5000,
come il miglio, erano dominati da atleti molto più anziani di lui. Aveva
solo due settimane per prepararsi al Compton e, con i trials olimpici in
luglio, solo due mesi per diventare il più giovane atleta americano d’élite
sui 5000 metri. Ma non aveva niente da perdere. Si allenava così
intensamente che un giorno si scorticò un alluce, sporcando di sangue il
calzino.
12

La corsa, disputata davanti a diecimila tifosi, fu un evento straordinario.


Louie e Bright decollarono insieme, staccando di molto gli altri
partecipanti. Ogni volta che uno dei due prendeva la testa, l’altro lo
sorpassava di nuovo e il pubblico ruggiva eccitato. Arrivarono appaiati
sull’ultimo rettilineo, Bright all’interno e Zamperini all’esterno. Davanti a
loro stava correndo John Casey, sul punto di essere doppiato. I commissari
gli lanciarono segnali e Casey cercò di lasciare libero il tratto di pista, ma
Bright e Louie gli furono addosso prima che potesse togliersi di mezzo.
Bright riuscì a passare all’interno, ma Louie dovette allargarsi sulla destra
per aggirarlo. Confuso, Casey si portò ancora più a destra, spingendo
Zamperini sempre più all’esterno. Louie accelerò per aggirarlo, ma
accelerò anche Casey, spingendolo verso le tribune. Poi Louie fece un
mezzo passo per tagliare verso l’interno, ma perse l’equilibrio e posò una
mano a terra. A quel punto Bright aveva un vantaggio che, agli occhi di
Pete, sembrava essere di diversi metri. Louie si lanciò all’inseguimento,
guadagnando rapidamente terreno. Con il pubblico urlante tutto in piedi,
raggiunse Bright sul nastro del traguardo. Ma con un attimo di ritardo:
Bright vinse di un’inezia. I due avevano corso i 5000 più veloci d’America
del 1936. Il sogno olimpico di Louie aveva ripreso vita.
13

Il 13 giugno Louie sbrigò rapidamente la pratica di un’altra eliminatoria di


qualificazione per i 5000 olimpici, ma la ferita all’alluce infortunato in
allenamento si riaprì. Zoppicava troppo per potersi allenare in vista della
finale e questo gli costò caro: Bright lo batté con un distacco di quasi
quattro metri. Louie comunque non se ne dovette vergognare, avendo fatto
registrare il terzo miglior tempo sui 5000 in America dal 1931. Venne
invitato alle finali dei trials olimpici.
14

La sera del 3 luglio 1936 gli abitanti di Torrance andarono tutti a salutare
Louie che partiva per New York. Gli regalarono un portafoglio gonfio di
soldi, un biglietto del treno, abiti nuovi, un kit per la rasatura e una valigia
su cui spiccava la scritta IL TORNADO DI TORRANCE. Temendo che la
valigia gli desse un’aria un po’ troppo pacchiana, Louie la portò fuori
vista, coprì il soprannome con nastro adesivo e poi salì sul treno. In base a
quanto riportato sul suo diario, passò tutto il tempo del viaggio
presentandosi a ogni ragazza carina che vedeva, ben cinque solo tra
Chicago e l’Ohio.
Quando all’arrivo a New York le porte del treno si aprirono, Louie ebbe la
sensazione di entrare all’inferno. Era l’estate più rovente che l’America
ricordasse e New York era una delle città più colpite dall’afa. Nel 1936
l’aria condizionata era una rarità, disponibile solo in pochi teatri e qualche
grande magazzino, per cui sfuggire al caldo era quasi impossibile. Quella
settimana, con i tre giorni più torridi nella storia della nazione, il caldo
avrebbe ucciso tremila americani. A Manhattan, dove la temperatura
avrebbe toccato i quarantuno gradi, morirono quaranta persone.
15

Louie e Norman Bright divisero il costo di una camera al Lincoln Hotel.


Come tutti gli atleti, dovevano allenarsi, quale che fosse la temperatura.
Sudando copiosamente giorno e notte, allenandosi sotto il sole, inappetenti
e impossibilitati a dormire in soffocanti camere d’albergo o della YMCA,
tutti gli atleti dimagrirono moltissimo. Secondo una stima, nessuno di loro
perse meno di cinque chili. Alla ricerca disperata di un po’ di sollievo, uno
dei ragazzi si installò in pratica in un cinema con aria condizionata,
comprando i biglietti per tutti gli spettacoli e dormendo durante le
proiezioni. Louie stava male come tutti gli altri. Cronicamente disidratato,
beveva quanto più possibile: dopo avere corso gli 800 metri con una
temperatura di quarantuno gradi, tracannò otto aranciate e più di un litro di
birra. Ogni notte, sfruttando l’aria un po’ più fresca, camminava per dieci
chilometri. Il suo peso calava precipitosamente.
16

La copertura giornalistica prima della corsa lo irritava.


17

Don Lash era considerato imbattibile: aveva appena conseguito per la


terza volta il titolo NCAA sui 5000 metri, aveva stabilito un record
mondiale sulle due miglia e un record americano sui 10.000 metri, e infine
aveva battuto ripetutamente Bright, una volta con un distacco di 135 metri.
18

Bright veniva dato per sicuro secondo, seguito da una serie di altri atleti
per i piazzamenti dal terzo al quinto. Zamperini non veniva neppure
menzionato. Come tutti, Louie era intimidito da Lash, ma i primi tre
classificati sarebbero andati a Berlino e lui era convinto di poter essere tra
loro. «Se il caldo mi ha lasciato un po’ di energia» scrisse a Pete «batterò
Bright e farò prendere a Lash lo spavento della sua vita.»
La notte prima della gara Louie rimase sveglio nella sua soffocante camera
d’albergo, pensando a tutta la gente che avrebbe deluso se avesse fallito.
La mattina dopo Louie e Bright uscirono insieme dall’albergo. I trials si
sarebbero svolti in un nuovo stadio sulla Randall’s Island, alla confluenza
dell’East River e dell’Harlem River. C’erano poco più di trenta gradi in
città, ma una volta scesi dal traghetto, i due ragazzi trovarono lo stadio
molto più caldo, probabilmente sui quaranta gradi. Lungo tutta la pista, gli
atleti crollavano a terra e venivano portati in ospedale. Louie si mise a
sedere in attesa della sua gara, arrostendo sotto un sole cocente che, disse,
«mi trasformò in un rottame».
19

Finalmente arrivò l’ordine di allinearsi. La pistola esplose un colpo, gli


atleti si lanciarono avanti e la corsa ebbe inizio. Lash balzò al comando,
tallonato da Bright. Louie rimase indietro e il gruppo si assestò in vista
della lunga fatica.
20

Dall’altra parte del continente, a Torrance, c’era una folla china intorno
alla radio di casa Zamperini. Erano tutti in agonia. L’orario d’inizio della
gara di Louie era già passato, ma il commentatore della NBC continuava a
parlare dei trials di nuoto. Pete era così frustrato che provò l’impulso di
sfondare la radio con un calcio. Finalmente l’annunciatore elencò le
posizioni dei partecipanti ai 5000 metri, ma non citò Louie. Non riuscendo
a sopportare la tensione, Louise andò a rifugiarsi in cucina, dove non
poteva sentire.
Gli atleti completarono il settimo giro, l’ottavo, il nono. Lash e Bright
erano al comando. Louie se ne stava nascosto in mezzo al gruppo, in attesa
del momento in cui fare la sua mossa. Il caldo era soffocante. Uno dei
partecipanti crollò a terra e gli altri non ebbero altra scelta se non quella di
saltarlo come un ostacolo. Poi ne collassò un secondo, saltato a sua volta
dagli altri. Louie aveva la sensazione che i piedi stessero cuocendo: i
chiodi delle scarpette convogliavano il calore della pista. Norman Bright si
sentiva bruciare i piedi in modo particolarmente penoso. In preda a un
dolore tremendo, fece un passo barcollante fuori pista, ruotò più volte il
collo del piede e poi rientrò. Ma il passo falso a quanto pareva l’aveva
stroncato e perse il contatto con Lash. Quando Louie e il resto del gruppo
lo raggiunsero, Bright non era più in grado di opporre resistenza. Continuò
comunque a correre.
All’inizio dell’ultimo giro, Lash si concesse un attimo di respiro,
portandosi alle spalle di Tom Deckard, suo compagno di squadra
dell’Indiana. Molto più indietro, Louie era pronto a entrare in azione.
Entrando nella dirittura opposta all’arrivo, accelerò. La schiena di Lash si
fece sempre più vicina, poi fu solo a un metro o due di distanza.
Guardando sobbalzare nella corsa la testa del grande Don Lash, Louie si
sentì intimidito. Per alcuni passi sembrò esitare. Poi comparve l’ultima
curva e quella visione lo svegliò come uno schiaffo. Corse alla massima
velocità possibile.
Inclinandosi nella curva, Louie si affiancò a Lash esattamente nell’attimo
in cui quest’ultimo si allargava sulla destra per superare Deckard. Louie
dovette spostarsi in terza corsia, perdendo terreno prezioso. Lasciandosi
Deckard alle spalle, Louie e Lash entrarono fianco a fianco in dirittura
d’arrivo. A novanta metri dal traguardo, nessuno dei due era più in grado
di accelerare.
Con la testa gettata indietro e le gambe che correvano scoordinate, Louie e
Lash si lanciarono verso il nastro. Quando ormai mancavano pochi metri,
Lash cominciò a guadagnare qualche centimetro. I due atleti, entrambi con
le gambe molli per lo sfinimento, sfrecciarono davanti ai giudici in un
finale così incerto che, dirà in seguito Louie, «tra noi non ci sarebbe stato
spazio per un capello».
21

La voce dell’annunciatore echeggiò nel soggiorno a Torrance: Zamperini


aveva vinto.
In piedi nella sua cucina, Louise all’improvviso sentì urlare la gente nella
stanza accanto. In strada i clacson cominciarono a suonare, la porta
d’ingresso si spalancò e un fiume di vicini si riversò in casa. Mentre una
ressa di concittadini festeggiava intorno a lei, Louise piangeva lacrime di
gioia. Anthony stappò una bottiglia di vino e cominciò a riempire
bicchieri, a gridare brindisi e a sorridere, dirà uno dei presenti, come un
«somaro che si mangia un cactus».
22

Un momento dopo dalla radio uscì la voce di Louie, che mandava un


saluto a Torrance.
Ma l’annunciatore si era sbagliato. I giudici avevano stabilito che era stato
Lash, e non Zamperini, a vincere. Deckard era rimasto aggrappato al suo
terzo posto. L’annunciatore si corresse subito, ma questo di certo non
rovinò i festeggiamenti a Torrance. Il ragazzo di casa era entrato nella
squadra olimpica.
Pochi minuti dopo la corsa, Louie era in piedi sotto il getto di una doccia
fredda. Sentiva nelle piante dei piedi le fitte delle bruciature, che
riprendevano la disposizione dei chiodi delle scarpette. Dopo essersi
asciugato, si pesò. Aveva perso quasi un chilo e mezzo. Si guardò allo
specchio e si vide restituire lo sguardo da un’immagine spettrale.
Sul lato opposto della stanza, Norman Bright sedeva su una panca con una
caviglia sul ginocchio dell’altra gamba e si fissava il piede.
23
Come l’altro, era così infiammato che la pelle si era staccata dalla pianta.
Era arrivato quinto, per due posti era fuori dalla squadra olimpica.
*

Louie e Lash sul traguardo dei trials olimpici del 1936.


(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
A fine giornata Louie aveva ricevuto circa centoventicinque telegrammi.
«TORRANCE IMPAZZITA» diceva uno. «CITTÀ FUORI DI TESTA»
informava un altro. Inviò un telegramma perfino il locale dipartimento di
polizia, indubbiamente sollevato dal fatto che adesso fosse qualcun altro a
dover correre dietro a Zamperini.
Quella notte Louie studiò i giornali della sera che avevano pubblicato foto
del finale della corsa. In alcune fotografie sembrava essere alla pari con
Lash, in altre sembrava essere davanti. In pista era stato sicuro di avere
vinto. I primi tre sarebbero andati alle Olimpiadi, ma Louie si sentiva
comunque defraudato.
Mentre lui esaminava i quotidiani, i giudici stavano rivedendo le foto e un
filmato dei 5000 metri. Poco dopo, Louie avrebbe telegrafato a casa la
notizia: «GIUDICI CONFERMANO PARITÀ. PARTENZA BERLINO
MERCOLEDÌ MEZZOGIORNO. CORRERÒ PIÙ VELOCE A
BERLINO».
25

Il giorno dopo, Sylvia tornò dal lavoro e trovò la casa piena di tifosi e
giornalisti. Virginia, la sorella dodicenne, stringeva tra le mani uno dei
trofei di Louie e informava la stampa della sua intenzione di diventare la
prossima, grande mezzofondista di casa Zamperini. Anthony si eclissò al
club Kiwanis, dove insieme al capo boy scout di Louie avrebbe brindato
fino alle quattro del mattino. Pete se ne andò in giro per la città a godersi le
congratulazioni e le pacche sulla schiena. «Non sono mai stato così felice»
scrisse a Louie.
26

«Devo andare in giro con la camicia sbottonata per dare spazio al petto
gonfio.»
Louie Zamperini stava per partire per la Germania, dove avrebbe
partecipato alle Olimpiadi su una distanza nella quale aveva gareggiato
solo quattro volte. Era il più giovane mezzofondista mai entrato nella
squadra olimpica.
27
*

Il record di Louie fu definito «mondiale interscolastico», ma la


definizione non era esatta.
4

Non esisteva un record mondiale ufficiale delle scuole superiori. Fonti


successive avrebbero indicato il tempo come 4’21,2”, ma tutte le fonti del
1934 riportano 4’21,3”. Dato che organizzazioni diverse hanno standard
diversi per la verifica dei record, esiste una certa confusione sul primato di
Louie, ma secondo i giornali dell’epoca il precedente detentore era stato
Ed Shields con il tempo di 4’23,6” ottenuto nel 1916. Nel 1925 Chelsey
Unruh era stato cronometrato in 4’20,5”, ma il tempo non era stato
omologato. Anche Cunningham era stato accreditato del record, ma il suo
tempo di 4’24,7”, ottenuto nel 1930, era molto più alto di quelli di Unruh e
Shields. Il record di Louie resistette fino al 1953, quando venne battuto da
Bob Seaman.
*

A quanto pare Cunningham, a causa delle ustioni, iniziò il liceo a diciotto


anni.
*

Bright non avrebbe avuto un’altra chanche olimpica, ma avrebbe


continuato a correre per tutta la vita, stabilendo in età avanzata record nella
categoria master. Infine diventò cieco, ma continuò a correre, stringendo
nella mano l’estremità di una fune trattenuta all’altro capo da una guida.
«L’unico problema era che la maggior parte delle guide non era in grado di
correre veloce come mio fratello, anche quando era ormai prossimo agli
ottant’anni» scrisse la sorella, Georgie Bright Kunkel. «Dopo gli ottanta,
camminava con i pronipoti intorno alla sua casa di riposo e cronometrava
la passeggiata con il suo cronografo.»
24
IV
Il saccheggio della Germania
Il lussuoso transatlantico Manhattan, che stava portando in Germania la
squadra olimpica americana del 1936, aveva a malapena superato la Statua
della Libertà che Louie stava già rubando.
1

A sua difesa, va detto che non era stato lui a cominciare. Ben consapevole
di essere solo un teenager novellino tra esperte divinità della pista come
Jesse Owens e Glenn Cunningham, aveva soffocato i suoi impulsi e
cominciato a farsi crescere i baffi.
2

Ma si era accorto ben presto che praticamente tutti a bordo erano dediti al
«collezionismo di souvenir» e si appropriavano di asciugamani,
portacenere e qualsiasi altra cosa fosse facilmente asportabile. «Non
avevano niente su di me» dirà in seguito Zamperini.
3

«Io [ero] un Phi Beta Kappa nell’arraffare cose.» I baffi vennero


abbandonati. Mentre la traversata proseguiva, Louie e gli altri ladruncoli
spogliarono silenziosamente il Manhattan.
Tutti erano all’affannosa ricerca di spazi per gli allenamenti.
4

I ginnasti montarono le loro attrezzature, ma le oscillazioni e il rollio della


nave li facevano cadere continuamente. I giocatori di basket provavano i
loro schemi in coperta, ma il vento non faceva che scagliare i palloni
nell’Atlantico. Gli schermidori barcollavano in giro per tutta la nave. I
nuotatori e i pallanuotisti scoprirono che l’acqua salata della minuscola
piscina di bordo si rovesciava violentemente da una parte all’altra, un
momento profonda mezzo metro e il momento dopo più di due metri,
creando onde così alte che un pallanuotista cominciò a fare bodysurfing.
Ogni ampio rollio faceva fuoriuscire l’acqua della piscina e gettava
chiunque fosse nella vasca sulla coperta, tanto che gli allenatori dovettero
legare i nuotatori ai bordi. La situazione non era molto migliore per i
corridori. Louie scoprì che l’unico modo di allenarsi era correre in cerchio
sul ponte di prima classe, facendo lo slalom tra le sedie a sdraio, le stelle
del cinema che riposavano e altri atleti. Quando il mare era agitato, i
corridori barcollanti venivano sballottati tutti insieme prima da una parte,
poi dalla parte opposta. Louie era costretto a correre così lentamente da
non riuscire a staccare il maratoneta che gli marciava di fianco.
Per un ragazzo dell’epoca della Grande Depressione, abituato a fare
colazione con latte e pane raffermo e che aveva mangiato in un ristorante
solo due volte in vita sua,
*

il Manhattan era un paradiso.


5

Appena alzati, gli atleti sorseggiavano tazze di cioccolata e sceglievano il


meglio dai vassoi di dolci. Alle nove in sala da pranzo venivano servite
uova e bistecche. Seguivano in rapida successione la pausa caffè, il pranzo,
il tè e la cena. Tra un pasto e l’altro, bastava suonare un campanello e un
cameriere serviva qualsiasi cosa venisse in mente. E di notte gli atleti
facevano scorrerie nelle cucine di bordo.
6

Corricchiando sul ponte di prima classe, Louie scoprì una piccola finestra
alla quale comparivano magicamente pinte di birra, che lui provvedeva a
fare magicamente sparire. Quando il mal di mare assottigliava le file dei
commensali, sui tavoli rimanevano molti dessert non toccati e Louie, cui il
moto ondoso non dava alcun fastidio, non lasciava certo che qualcosa
andasse sprecato. La sua capacità di mangiare e bere diventò leggendaria.
Ricordando come la nave dovette fare uno scalo non programmato per
reintegrare le provviste di bordo, il corridore James LuValle osservò
scherzosamente: «Naturalmente fu soprattutto a causa di Lou Zamperini».
Louie prese l’abitudine di sedersi a tavola vicino all’enorme lanciatore del
peso Jack Torrance, il quale aveva un appetito inspiegabilmente scarso.
7

Quando Torrance non riusciva a finire ciò che aveva davanti, Louie calava
sul suo piatto come un avvoltoio.
Tessera olimpica di Louie per Berlino 1936.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
La sera del 17 luglio, dopo cena Louie tornò in cabina così colpito dalla
propria capacità di abbuffarsi che sentì il bisogno di immortalare sul retro
di una lettera la lista delle portate ingurgitate:
1 pinta di succo d’ananas
2 tazze di brodo di carne
2 insalate di sardine
5 panini
2 bicchieri grandi di latte
4 cetriolini in agrodolce
2 porzioni di pollo
2 porzioni di patate americane
4 pezzi di burro
3 porzioni di gelato con cialde
3 grosse fette di ciambella con la glassa
700 grammi di ciliegie
1 mela
1 arancia
1 bicchiere di acqua ghiacciata
8
«Il pasto più abbondante della mia vita» scrisse «e io stesso non riesco a
crederci, ma ero là... Dove sia finita tutta quella roba, non lo so.»
Lo scoprì presto. Poco prima dell’arrivo ad Amburgo, un medico notò che
parecchi atleti si stavano espandendo. Un giavellottista era ingrassato di tre
chili e mezzo in cinque giorni. Molti lottatori, pugili e sollevatori di pesi
avevano mangiato così tanto da avere sforato le rispettive categorie di
peso, tanto che alcuni non erano assolutamente più in grado di gareggiare.
Don Lash era aumentato di quattro chili e mezzo. Louie batté tutti,
recuperando completamente il peso che aveva perso a New York e
aggiungendone parecchio altro. Quando sbarcò dal Manhattan, pesava
cinque chili e mezzo in più di quando era salito a bordo nove giorni prima.
9

Il 24 luglio gli atleti passarono dalla nave a un treno, fecero una sosta a
Francoforte per una cena di benvenuto e risalirono in carrozza, portando
con sé non pochi degli inestimabili bicchieri da vino dei loro ospiti.
10

I tedeschi inseguirono il convoglio, perquisirono i bagagli, si ripresero i


bicchieri e fecero proseguire gli americani per Berlino. Nella capitale il
treno venne preso d’assalto da ragazzini armati di forbici che scandivano
in coro: «Wo ist Jesse? Wo ist Jesse?».
11

Owens scese dalla carrozza e venne sommerso dalla folla di adolescenti,


che cominciarono a tagliuzzargli pezzetti degli abiti. Owens risalì in tutta
fretta sul treno.
Gli atleti vennero scortati al villaggio olimpico, un capolavoro di
progettazione, opera di Wolfgang Fürstner, un capitano della Wehrmacht.
12

Annidato in un patchwork ondulato di laghi, radure e boschi di faggi, il


villaggio comprendeva centoquaranta cot-tage, un centro commerciale, un
salone di barbiere, un ufficio postale, un ambulatorio dentistico, una sauna,
un ospedale, impianti per gli allenamenti e sale da pranzo. In mostra
nell’ufficio centrale del villaggio c’era una novità tecnologica chiamata
televisore. Si potevano fare passeggiate tra i boschi, allietate da una
moltitudine di animali importati. Gli atleti giapponesi si affezionarono in
modo particolare ai cervi e cominciarono a nutrirli con bocconcini prelibati
in misura tale che i tedeschi fecero sparire con discrezione gli animali.
13
Un bontempone inglese chiese ad alta voce come mai non ci fossero
cicogne. Il giorno dopo ne comparvero duecento.
14

Zamperini venne alloggiato in un cottage insieme a molti altri atleti, tra cui
Owens. Il grande sprinter lo seguiva con occhio quasi paterno e Louie lo
ripagò fregandogli l’avviso DO NOT DISTURB e lasciandolo in balia dei
cacciatori di autografi.
15

Louie passò il tempo nuotando nei laghi, divorando spaventose quantità di


cibo e socializzando. Il contingente di maggior successo del villaggio era
quello giapponese, la cui tradizione di offrire a tutti splendidi regali ne
aveva trasformato i componenti nel Babbo Natale collettivo dei Giochi.
Il 1o agosto Louie e gli altri atleti olimpionici attraversarono Berlino per
recarsi alla cerimonia d’inaugurazione.
16

Ogni veduta della città suggeriva una potenza avvolgente. Bandiere e


striscioni nazisti erano ovunque. Almeno un terzo della popolazione adulta
maschile era in uniforme, così come molti bambini. Unità militari
facevano apertamente le loro esercitazioni e, sebbene il Trattato di
Versailles proibisse alla Germania il possesso di aerei a motore, la forza
della nascente Luftwaffe era ben visibile su un campo d’aviazione, dove
gli alianti scendevano in picchiata su turisti affascinati e sulla Gioventù
Hitleriana.
17

Gli autobus avevano supporti per mitragliatrici sul tetto e carrelli che
potevano essere convertiti in cingoli tipo carro armato. La città era
immacolata. Perfino i cavalli che trainavano le carrozze non lasciavano
traccia, dato che gli escrementi venivano istantaneamente raccolti da
netturbini in divisa. Gli zingari e gli studenti ebrei di Berlino erano
scomparsi: i primi erano stati scaricati in accampamenti e i secondi erano
stati confinati nel campus dell’università. Per le strade c’erano solo
sorridenti «ariani».
18

L’unico accenno visibile di discordia erano le vetrine rotte dei negozi


ebrei.
Gli autobus arrivarono allo stadio olimpico. Dopo avere sfilato suddivisi
per nazioni ed essersi irrigiditi sull’attenti, gli atleti assistettero a un
poderoso spettacolo che culminò con la liberazione di ventimila colombe.
19

Mentre queste ultime svolazzavano sullo stadio, confuse e in preda al


panico, i cannoni cominciarono a sparare, spaventandole e spingendole a
defecare sulle teste degli atleti. A ogni salva, le colombe sganciavano.
Louie rimase immobile sull’attenti, scosso dalle risate trattenute.
In quattro prove sui 5000 metri era progredito abbastanza da poter
competere con Lash, ma sapeva di non avere alcuna chance di conquistare
una medaglia olimpica. E non era solo perché era fuori forma dopo il
lungo ozio sulla nave e quasi grasso dopo le abbuffate a bordo e nel
villaggio. Poche nazioni avevano dominato un evento olimpico come
aveva fatto la Finlandia nei 5000, vincendo l’oro nel 1912, 1924, 1928 e
1932. Lauri Lehtinen, medaglia d’oro nel 1932, era a Berlino per un altro
tentativo, insieme ai suoi brillanti compagni di squadra Gunnar Höckert e
Ilmari Salminen. Quando Louie li vide in allenamento, notò un giornalista,
aveva gli occhi fuori dalle orbite.
20

Era troppo giovane e inesperto per battere i finlandesi, e lo sapeva. Era


convinto che il suo momento sarebbe arrivato con i 1500 metri, quattro
anni dopo.
Negli ultimi giorni che precedevano la sua batteria preliminare, Louie
andò allo stadio e vide Owens dominare nei 100 metri e Cunningham
infrangere il record mondiale dei 1500, ma essere comunque battuto dal
neozelandese Jack Lovelock. L’atmosfera era surreale. Ogni volta che
Hitler entrava nello stadio, il pubblico scattava in piedi nel saluto nazista.
A ogni vittoria di un atleta straniero, veniva eseguita una versione
abbreviata del suo inno nazionale. Quando vinceva un atleta tedesco, nello
stadio risuonavano tutte le strofe di Deutschland über alles e gli spettatori
strillavano all’infinito «Sieg Heil!» con il braccio teso. A parere della
nuotatrice Iris Cummings, quel nazionalismo esasperato era una barzelletta
per gli americani, ma non per i tedeschi.
21

La Gestapo pattugliava lo stadio, tenendo d’occhio i tifosi. Una tedesca


seduta di fianco alla Cummings si rifiutò di fare il saluto nazista. Si
rannicchiò tra Iris e sua madre sussurrando: «Fate in modo che non mi
vedano! Fate in modo che non mi vedano!».
22

Il 4 agosto vennero disputate tre batterie dei 5000 metri.


23
A Louie capitò l’ultima, la più impegnativa dato che avrebbe dovuto
vedersela con Lehtinen. I primi cinque classificati in ciascuna batteria
avrebbero disputato la finale. Nella prima Lash arrivò terzo. Nella seconda
Tom Deckard, l’altro americano, mancò la qualificazione. Louie arrancò
nella terza, sentendosi grasso e con le gambe di piombo. Acciuffò a stento
il quinto posto sulla linea d’arrivo. Si sentiva, scrisse nel suo diario,
«stanco da morire».
24

Aveva tre giorni per prepararsi alla finale.


Mentre aspettava, gli arrivò una busta da Pete. Dentro c’erano due carte da
gioco, un asso e un jolly. Sul jolly il fratello aveva scritto: «Cos’hai
intenzione di essere? Il joker, che è un altro termine per dire “culo
d’asino”, o il MASSIMO, l’asso di spade? L’asso è la carta migliore del
mazzo. La più alta. A te decidere!». Sull’asso Pete aveva scritto:
«Vogliamo vederti battere tutti come il migliore del mazzo. Se il joker non
ti piace, gettalo via e tieni questa carta come portafortuna. Pete».
Il 7 agosto, disteso sulla pancia nel prato all’interno dello stadio olimpico,
Louie si preparava alla finale dei 5000 metri. Intorno alla pista c’erano
centomila spettatori. Era terrorizzato. Premette la faccia sull’erba,
inspirando profondamente, cercando di calmare i nervi troppo tesi. Quando
arrivò il momento, si alzò in piedi, si portò sulla linea di partenza, si piegò
in avanti e aspettò. Il vento gli sbatteva sul petto il suo numero di carta, il
751.
Allo sparo dello starter, il corpo, elettrico di energia nervosa, avrebbe
voluto scattare, ma Louie fece un consapevole sforzo per rilassarsi,
sapendo quanta strada lo aspettava. Mentre altri si portavano subito
davanti, mantenne un passo regolare, lasciando che i battistrada si
sgranassero. Fu Lash a emergere al comando, seguito da vicino dalla troika
dei finlandesi. Louie si spostò gradualmente sulla sinistra e si sistemò nel
secondo gruppo di atleti.
25

I giri si susseguivano. Lash era sempre in testa, tallonato dai finlandesi.


Louie continuava a correre nel secondo gruppo. Cominciò a sentire un
tanfo nauseabondo. Si guardò intorno e si rese conto che proveniva dal
corridore davanti a lui, i cui capelli lisciati grondavano una pomata
puzzolente. Colto da un’ondata di nausea, rallentò e si spostò leggermente
verso l’esterno. La puzza svanì. Lash e i finlandesi si stavano allontanando
sempre di più, fuori portata. Louie avrebbe voluto andare con loro, ma
sentiva il corpo molle. Mentre i gruppetti si sgranavano fino ad
assottigliarsi in una lunga fila spezzettata, Louie perse terreno, scivolando
in dodicesima posizione. Dietro di lui c’erano solo tre ritardatari.
Davanti, i finlandesi accelerarono e si affiancarono a Lash, attaccandolo.
L’americano non cedette. Ma all’ottavo giro Salminen sollevò il gomito e
lo piantò con forza nel petto di Lash, che si piegò in due, chiaramente
dolorante. I finlandesi presero il largo. Iniziarono l’undicesimo giro in un
gruppetto serratissimo, certi di far man bassa di medaglie. Poi, per un
istante, si avvicinarono troppo l’uno all’altro. La gamba di Salminen
agganciò quella di Höckert. Questi barcollò, invece Salminen cadde
pesantemente a terra. Si rialzò, stordito, e riprese a correre. La sua gara,
come quella di Lash, era ormai finita.
Di tutto questo Zamperini non vide nulla. Superò un Lash spompato, ma
non aveva molta importanza. Louie era stanco. I finlandesi erano piccoli e
distanti, troppo lontani per poterli raggiungere. Poi si sorprese a pensare a
Pete, a qualcosa che suo fratello gli aveva detto una sera, anni prima,
mentre erano seduti sul loro letto: «Una vita di gloria vale un momento di
dolore». «Forza!» pensò Louie.
Mentre si avvicinava alla linea del traguardo per la penultima volta, fissò
lo sguardo sulla testa luccicante dell’atleta impomatato, che lo precedeva
di molte posizioni. Cominciò una drammatica accelerazione. In curva e
lungo la dirittura opposta all’arrivo, Louie partì all’attacco, le gambe che si
allungavano e spingevano, i chiodini che mordevano la pista, la velocità
impressionante. Uno dopo l’altro, i corridori gli comparivano davanti per
poi sparire alle sue spalle. «Tutto quello che avevo» dirà in seguito
Zamperini «l’ho dato.»
Mentre volava nell’ultima curva, Höckert aveva già vinto, seguito da
Lehtinen. Louie non li stava guardando. Stava inseguendo quella testa
luccicante, ancora lontana. Sentì il ruggito del pubblico e si rese conto che
gli spettatori si erano accorti del suo recupero e lo stavano incitando.
Perfino Hitler, che si era agitato in sintonia con gli atleti, lo stava
osservando.
26

Louie continuò a correre, con le parole di Pete che gli martellavano nella
mente e il corpo che gli sembrava bruciare. La testa luccicante non era più
così lontana. Poi fu talmente vicina che Louie sentì di nuovo il tanfo della
pomata. Con le ultime forze, si lanciò sulla linea del traguardo. Aveva
recuperato quasi cinquanta metri nell’ultimo giro e battuto il suo primato
personale di più di otto secondi. Il suo tempo finale, 14’46,8”, era di gran
lunga il più veloce 5000 corso in America nel 1936, quasi dodici secondi
in meno del miglior tempo di Lash in quell’anno. Aveva mancato di
pochissimo il settimo posto.
Ansimante, piegato in due sulle gambe esauste, si stupì della spinta cui
aveva costretto il proprio corpo. Aveva l’impressione di essere stato molto,
molto veloce. Due allenatori gli si avvicinarono di corsa, fissando
meravigliati i rispettivi cronometri con cui avevano preso il tempo del suo
ultimo giro. Entrambi segnavano esattamente lo stesso tempo.
Nelle prove di fondo degli anni Trenta era estremamente raro che un atleta
corresse l’ultimo giro in un minuto. La regola valeva anche per il miglio,
una corsa relativamente breve: nelle tre prove più veloci mai corse,
l’ultimo giro del vincitore era stato cronometrato rispettivamente in 61,2,
58,9 e 59,1 secondi. Nessun giro in quelle tre storiche prestazioni era sceso
sotto il tempo di 58,9. Nei 5000 metri, ben al di sopra delle tre miglia,
correre l’ultimo giro in meno di 70 secondi era un’impresa monumentale.
Nel suo record sui 5000 olimpici del 1932, Lehtinen l’aveva corso in 69,2
secondi.
Louie aveva corso il suo in 56 secondi.
27

Dopo essersi lavato e cambiato, Zamperini salì in tribuna. A poca distanza


da lui c’era il palco in cui sedeva Adolf Hitler con il suo entourage.
Qualcuno indicò a Louie un uomo cadaverico accanto al Führer e gli disse
che quello era Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich.
Louie non l’aveva mai sentito nominare. Impugnò la sua macchina
fotografica, si avvicinò a Goebbels e gli chiese se per favore poteva
scattargli una foto del Führer. Goebbels gli chiese come si chiamava e
quale fosse la sua specialità olimpica, poi prese la macchina, si allontanò,
scattò una foto, parlò con Hitler, tornò e riferì a Louie che il Führer voleva
vederlo.
Louie venne accompagnato nell’area riservata a Hitler, il quale si sporse
piegandosi dal suo palco, gli sorrise e gli tese la mano. Louie, più in basso,
dovette alzarsi in punta di piedi. Le dita dei due si sfiorarono appena.
Hitler disse qualcosa in tedesco. Un interprete tradusse.
«Ah, lei è il ragazzo con il finale veloce.»
28

Soddisfatto della sua prestazione, Louie non vedeva l’ora di fare baldoria e
scatenarsi. Aveva sperato di andare in giro a divertirsi con Glenn
Cunningham, ma il suo eroe risultò essere troppo maturo per lui.
Comunque si trovò un compagno adeguatamente irresponsabile, indossò la
sua uniforme olimpica e calò su Berlino. I due batterono i bar,
corteggiarono ragazze, salutarono con un «Heil Hitler!» chiunque fosse in
uniforme e rubarono tutto ciò che di germanico fosse possibile portare via.
A un distributore automatico scoprirono la birra tedesca. La dose servita
era di un litro e Louie impiegò un bel po’ a berla. Leggermente alticci, i
due ragazzi ripresero la passeggiata, ma poi tornarono indietro per un
secondo litro, che andò giù più facilmente del primo.
Gironzolando per la città, si ritrovarono sul marciapiede di fronte alla
Cancelleria del Reich. Un’auto si fermò e ne scese Hitler, che entrò nel
palazzo. Studiando l’edificio, Louie notò una piccola bandiera nazista
vicino alle porte. Sarebbe stato un magnifico souvenir e non sembrava
difficile da prendere. Nell’estate del 1936 quella bandiera non aveva
ancora un grande significato simbolico per lui, né per molti altri americani.
Louie semplicemente aveva in testa una gran voglia di rubare, e due
convincenti litri di birra tedesca nella pancia.
Erano due le guardie che marciavano avanti e indietro davanti alla
Cancelleria. Osservandole, Louie notò che a ogni passaggio c’era un
attimo in cui entrambe voltavano la schiena alla bandiera. Non appena i
due soldati si girarono, Louie corse fino alla bandiera, ma si rese subito
conto che era molto più in alto di quanto gli fosse sembrato. Cominciò a
saltare, cercando di afferrarne un lembo. Si concentrò talmente nel suo
compito da dimenticarsi delle guardie, che adesso stavano gridando e
correvano verso di lui. Con un ultimo salto, Louie afferrò il bordo della
bandiera e ricadde a terra con il suo bottino, poi si rialzò e scattò a correre
come un matto.
Sentì un suono simile a un crack! Una guardia lo stava inseguendo, la
pistola puntata verso il cielo, e gridava: «Halten Sie!». Erano due parole
tedesche, ma Louie le capì. Si fermò. La guardia lo afferrò per una spalla,
lo fece voltare, vide la divisa olimpica ed esitò. Chiese a Louie come si
chiamava. L’unica cosa che Louie sapeva dei nazisti era che erano
antisemiti, per cui scandì il suo cognome con un’esagerata pronuncia
italiana, arrotando la r, come racconterà in seguito, «per circa due minuti».
Le guardie si consultarono tra loro, entrarono nel palazzo e ne uscirono
con qualcuno che sembrava più importante di loro. Il nuovo arrivato chiese
a Zamperini perché volesse rubare la bandiera. Improvvisando, Louie
rispose che aveva voluto un souvenir dei giorni felici che aveva trascorso
nella bella Germania. I tedeschi gli diedero la bandiera e lo lasciarono
andare.
29

Quando i giornalisti vennero a sapere dell’avventura di Louie, si


concessero ampie libertà creative. Zamperini aveva «fatto irruzione nel
palazzo di Hitler» per rubare la bandiera, sfidando una tempesta di colpi
d’arma da fuoco che gli erano «sibilati vicino alla testa». Saltando da
un’altezza di «cinque metri e mezzo» era scappato correndo, inseguito da
«due colonne» di guardie armate che alla fine l’avevano placcato e
percosso. Proprio un attimo prima che il calcio di un fucile tedesco gli
spaccasse la testa, il comandante in capo dell’esercito germanico aveva
fermato l’aggressione e Louie l’aveva convinto a risparmiargli la vita.
Secondo un’altra versione, era stato Hitler in persona a consentirgli di
tenersi la bandiera. Una terza versione sosteneva che Louie aveva nascosto
la bandiera così abilmente che non era stato possibile ritrovarla. Zamperini
aveva fatto tutto questo, proseguiva la storia, per conquistare il cuore di
una ragazza.
L’11 agosto Louie mise in valigia i suoi effetti personali, la bandiera, un
assortimento di vari oggetti teutonici rubati e lasciò la sua stanza al
villaggio olimpico. I Giochi stavano per concludersi e gli atleti della pista
partivano in anticipo per partecipare a meeting in Inghilterra e Scozia.
Qualche giorno più tardi i fuochi d’artificio segnarono la rumorosa fine dei
Giochi. Il grande spettacolo di Hitler si era svolto senza il minimo intoppo.
Il mondo non aveva che lodi per la Germania.
Frank Lubin, della squadra americana di basket, si trattenne ancora un po’
a Berlino. Un giorno i suoi ospiti tedeschi lo invitarono a pranzo fuori e il
gruppo cominciò a vagare per le strade della città alla ricerca di un
ristorante. Un locale simpatico attirò l’attenzione di Lubin, ma la sua
proposta venne respinta dagli amici tedeschi: c’era una stella di David
sulla vetrina. Essere visti là dentro, gli spiegarono, «può essere pericoloso
per noi». Pranzarono in un ristorante «gentile», poi andarono a visitare una
piscina pubblica. Quando entrarono, Lubin notò un cartello con la scritta
FÜR JUDEN VERBOTEN. Non aveva visto avvisi del genere durante i
Giochi.
30

In tutta Berlino stavano ricomparendo cartelli simili e il velenoso giornale


antisemita nazista «Der Stürmer», che durante le Olimpiadi era scomparso,
era di nuovo nelle edicole.
31

A Berlino Lubin aveva vinto una medaglia d’oro, ma quando partì provò
solo una sensazione di sollievo. Stava per succedere qualcosa di terribile.
Il villaggio olimpico non restò deserto a lungo. I cottage diventarono
alloggi militari. Ormai inutile ai fini propagandistici adesso che i Giochi si
erano conclusi, il progettista del villaggio, capitano Fürstner, venne
informato che sarebbe stato espulso dalla Wehrmacht in quanto ebreo. Il
capitano si suicidò.
32

A una trentina di chilometri di distanza, nella città di Oranienburg, i primi


prigionieri venivano fatti entrare nel campo di concentramento di
Sachsenhausen.
33

Al suo arrivo a Torrance la sera del 2 settembre, Louie venne


immediatamente costretto a sedere su un trono sistemato sul pianale di un
camion e poi fatto sfilare fino alla stazione degli autobus, dove quattromila
persone, eccitate da una banda musicale, da sirene e dai fischi degli
stabilimenti, lo accolsero applaudendo entusiaste.
34

Louie strinse mani e sorrise per le foto. «Non sono solo partito troppo
lento» dichiarò, «ho anche corso troppo lentamente.»
35

Ripresi i soliti ritmi di casa, Louie rifletté su ciò che l’aspettava. Correre i
5000 metri alle Olimpiadi del 1936 a soli diciannove anni, e con
un’esperienza di sole quattro gare, era stato un tentativo impossibile. Ma
correre i 1500 alle Olimpiadi del 1940 a ventitré anni, e dopo anni di
allenamento, sarebbe stata tutta un’altra storia. Era esattamente ciò che
pensava anche Pete. Louie avrebbe potuto vincere l’oro nel 1940, e i due
fratelli lo sapevano.
36

Poche settimane prima era stato annunciato ufficialmente quale città


avrebbe ospitato i Giochi del 1940. Louie cominciò a dar forma ai suoi
sogni intorno a Tokyo, Giappone.
37
*

Louie ricorderà in seguito di avere mangiato fuori casa una volta soltanto,
quando un amico di famiglia gli offrì un sandwich al bancone di una tavola
calda. Ma secondo il suo diario olimpico, dopo il trial dei 5000 metri un
tifoso lo invitò a pranzo in un grattacielo di Manhattan. Il pasto costò sette
dollari, una cifra sbalorditiva per Louie, il quale all’epoca cenava
spendendo tra i sessantacinque centesimi e un dollaro e trentacinque,
registrando accuratamente le uscite sul diario.
V
In guerra
All’università della Southern California, Louie si ritrovò in un campus
pullulante di atleti di classe mondiale. Trascorreva le mattinate assistendo
alle lezioni e i pomeriggi ad allenarsi con il suo migliore amico, Payton
Jordan.
1

Scattista eccezionalmente veloce, Jordan aveva visto solo la schiena di


Jesse Owens ai trials olimpici del 1936 e, come Louie, puntava all’oro a
Tokyo. Alla sera, Louie, Jordan e altri compagni della squadra di atletica si
stipavano nella Ford del 1931 di Louie e si trasferivano a Torrance per
mangiare gli spaghetti di Louise Zamperini. Si consideravano tutti parte
della famiglia, tanto che una volta Sylvia trovò uno specialista del salto in
alto che dormiva nel suo letto.
2

Nel tempo libero, Louie si intrufolava non invitato nei matrimoni più
eleganti, lavorava come comparsa cinematografica e faceva scherzi ai suoi
coinquilini, sostituendo la loro carne in scatola con cibo per gatti e il latte
con latte di magnesia. Corteggiava le studentesse con ogni mezzo; una
volta riuscì a ottenere un appuntamento da un’autentica bellezza
buttandosi contro una fiancata della sua auto e fingendo poi di essere stato
investito.
3

Tra una lezione e l’altra, Louie, Jordan e altri amici si riunivano vicino
all’edificio dell’amministrazione e si sedevano ai piedi della statua di
Tommy Trojan, il simbolo della USC. A volte si univa a loro un elegante
emigrato giapponese, che restava sempre un po’ ai margini del gruppo. Si
chiamava Kunichi James Sasaki.
4

Noto come Jimmie, era arrivato in America da adolescente e si era


stabilito a Palo Alto, dove aveva subito l’umiliazione sociale di dovere
frequentare da adulto la scuola elementare. Tra gli amici di Louie, nessuno
ricorda cosa studiasse Sasaki alla USC, ma tutti rammentano la sua
presenza silenziosa e anodina. Non parlava quasi mai e sorrideva
ininterrottamente.
Sasaki era un grande appassionato di atletica e cercò l’amicizia di Louie, il
quale era particolarmente colpito dagli studi del giapponese; prima di
frequentare la USC, gli aveva detto Jimmie, si era già laureato a Harvard, a
Princeton e a Yale.
5

Uniti da comuni interessi negli sport e nella musica, i due diventarono


buoni amici.
Louie e Jimmie avevano qualcos’altro in comune. A un certo punto, nel
corso della loro amicizia Louie venne a sapere che il giapponese andava a
Torrance tutti i giorni. Gli domandò se era là che abitava e Jimmie gli
rispose di no. Gli spiegò che, preoccupato dalla povertà della sua
madrepatria, vi andava per tenere conferenze agli abitanti di origine
giapponese, incoraggiandoli a inviare in Giappone offerte in denaro e la
carta stagnola dei pacchetti di sigarette e dei chewing gum. Louie ammirò
l’amico per l’impegno, ma trovò comunque strano che si recasse
quotidianamente a Torrance, dove vivevano pochissimi giapponesi.

Allenamento per le Olimpiadi, 1940. (Bettmann/Corbis)


Jimmie Sasaki non era quello che sembrava. Non aveva mai frequentato
Harvard, Yale o Princeton. I suoi amici ritenevano che avesse circa
trent’anni, ma in realtà ne aveva quasi quaranta. Aveva una moglie e due
figlie, sebbene né Louie né gli altri ne conoscessero l’esistenza. E
nonostante trascorresse moltissimo tempo al campus e facesse credere a
tutti di essere uno studente, Sasaki non lo era affatto. Si era laureato
all’USC una decina di anni prima, in scienze politiche. Nessuno,
tantomeno Louie, poteva immaginare che gli sforzi di Jimmie per farsi
credere uno studente rientrassero, a quanto pareva, in un sofisticato
inganno.
Nella squadra d’atletica dell’USC, Louie era una forza travolgente.
Concentrato sulla vittoria a Tokyo nel 1940, frantumava un record dopo
l’altro su diverse distanze e di solito infliggeva agli avversari distacchi
enormi: una volta vinse una gara con un vantaggio di novanta metri. Nella
primavera del 1938 aveva limato il suo tempo sul miglio portandolo a
4’13,7”, cioè a circa sette secondi dal record mondiale, sceso a 4’6,4”.
6

L’allenatore prevedeva che Zamperini avrebbe migliorato quel primato.


7

L’unico in grado di battere Louie, sempre a parere dell’allenatore, era


Seabiscuit, il leggendario cavallo purosangue.
8

Un pomeriggio del 1938, Glenn Cunningham aveva appena vinto una


corsa e stava parlando con i giornalisti negli spogliatoi del Los Angeles
Coliseum. «Ecco il prossimo campione del miglio» dichiarò, puntando lo
sguardo sul lato opposto della stanza.
9

«Quando si concentrerà su quella distanza, sarà imbattibile.» I giornalisti


si voltarono per vedere chi stesse guardando Cunningham. Era Louie, che
arrossì fino alla radice dei capelli.
Negli anni Trenta gli esperti di atletica cominciavano a prendere in
considerazione la possibilità di correre il miglio in quattro minuti. Quasi
tutti gli osservatori, Cunningham compreso, avevano ritenuto a lungo che
non fosse possibile. Nel 1935, sotto il regno del record di Cunningham di
4’6,7”, era scesa in campo la scienza. Studiando dati sui limiti strutturali
umani elaborati da matematici finlandesi, il famoso allenatore Brutus
Hamilton scrisse un articolo per la rivista «Amateur Athlete» decretando
che correre un miglio in quattro minuti era impossibile. Il limite massimo
raggiungibile da un essere umano su quella distanza, scrisse, era 4’1,6”.
10

Pete non era d’accordo. Fin dalle Olimpiadi, era sicuro che suo fratello
avesse dentro di sé il miglio in quattro minuti. Louie aveva sempre
liquidato l’idea con noncuranza, ma nella primavera del 1938 cominciò a
ricredersi. Il suo allenatore gli aveva proibito di correre in salita,
nell’erronea ma comune convinzione che tale pratica gli avrebbe
danneggiato il cuore. Louie però non gli diede retta. Ogni sera di quel
mese di maggio, scavalcava la recinzione del Coliseum, entrava nello
stadio e saliva di corsa le scalinate fino a sentirsi le gambe intorpidite.
11

In giugno il suo corpo era perfettamente a punto, capace di una velocità e


di una resistenza quali non aveva mai conosciuto. Cominciò a pensare che
Pete avesse ragione, e non fu il solo. Esperti di atletica, tra i quali il
velocista campione olimpico Charlie Paddock, pubblicarono articoli in cui
affermarono che Louie poteva essere il primo uomo dei quattro minuti.
12

Anche Cunningham aveva cambiato idea. Pensava che i quattro minuti


fossero alla portata di Louie. A un giornalista disse che Zamperini aveva
più probabilità di infrangere quel muro di quante ne avesse lui stesso.
Nel giugno del 1938 Louie si presentò ai campionati NCAA (National
Collegiate Athletic Association) di Minneapolis puntando ai quattro
minuti. Sprizzando entusiasmo, cominciò a parlare a ruota libera con altri
atleti del suo nuovo regime di allenamento, della sua strategia di corsa e di
quanto potesse correre veloce. Si sparse la voce che Zamperini avrebbe
fornito una prestazione superlativa. La sera prima della corsa un allenatore
di Notre Dame bussò alla porta della sua camera d’albergo e, con
espressione grave in volto, gli riferì che alcuni allenatori rivali avevano
dato istruzioni ai rispettivi corridori di affilare i chiodi delle scarpette e di
fargli male. Louie non prese sul serio l’avvertimento, certo che nessuno
avrebbe fatto una cosa del genere intenzionalmente.
13

Si sbagliava. A metà corsa, proprio mentre stava per passare al comando,


diversi atleti gli si strinsero intorno, ingabbiandolo. Louie tentò più volte
di liberarsi, ma non riuscì ad aprirsi un varco. All’improvviso l’uomo che
gli correva di fianco scartò verso l’interno e gli pestò il piede,
trafiggendogli un dito con i chiodi delle scarpe. Un attimo dopo il
corridore che lo precedeva cominciò a sferrare calci all’indietro e riuscì a
ferirgli entrambi gli stinchi. Un terzo atleta gli diede una gomitata nel petto
con tale violenza da fratturargli una costola.
14

Il pubblico guardava incredulo.


15

Sanguinante e sofferente, Louie era in trappola. Per un giro e mezzo


continuò a correre stretto nel gruppetto che lo imprigionava, frenando
l’andatura per evitare di andare a sbattere contro l’uomo che lo precedeva.
Finalmente, ormai in vista dell’ultima curva, notò un minuscolo varco
davanti a sé. Sfrecciò attraverso quello spazio, superò volando il leader
della corsa e, con la scarpa rotta, gli stinchi sanguinanti e il petto
dolorante, vinse in scioltezza.
Rallentò fino a fermarsi, amareggiato e frustrato. Quando il suo allenatore
gli chiese che tempo pensava di avere fatto, Louie rispose che non poteva
essere sceso sotto i 4’20”.
I tempi comparvero sul tabellone e dalle tribune si alzò un immediato
Woooo! Zamperini aveva corso in 4’8,3”. Era il miglio più veloce nella
storia dell’NCAA e il quinto più veloce mai corso outdoor. Louie aveva
mancato il record mondiale di 1,9 secondi. Il suo tempo avrebbe resistito
come record NCAA per quindici anni.
Qualche settimana dopo, il Giappone rinunciò a ospitare le Olimpiadi del
1940 e i Giochi passarono alla Finlandia.
16

Louie dirottò le sue aspirazioni da Tokyo a Helsinki e proseguì nel suo


percorso di avvicinamento. Nella stagione universitaria 1939 vinse ogni
competizione alla quale prese parte. Nei primi mesi del 1940, gareggiando
contro i migliori specialisti del paese in diverse corse indoor sul miglio
sulla costa orientale fu magnifico, ottenendo due secondi e due quarti
posti, molto vicini al terzo, battendo due volte Cunningham e migliorando
costantemente. In febbraio al Boston Garden corse in 4’8,2”, sei decimi di
secondo meno del più veloce miglio mai corso indoor.
*

Due settimane dopo, al Madison Square Garden, corse in 4’7,9”,


raggiunto poco prima del nastro del traguardo dal grande Chuck Fenske, il
cui tempo uguagliò il record mondiale indoor.
17

Con le Olimpiadi distanti solo pochi mesi, Louie stava arrivando alla sua
forma migliore nel momento ideale.
Mentre Zamperini brillava al college, molto lontano da lui la storia stava
voltando pagina. In Europa, Hitler stava mettendo a punto i piani per
conquistare il continente. In Asia, i leader giapponesi avevano progetti di
pari portata e grandiosità.
19

Privo di risorse naturali e con un commercio azzoppato da alte tariffe e


scarsa domanda, il Giappone aveva enormi difficoltà a provvedere a una
popolazione in continua crescita. Ma le nazioni vicine erano ricche di
risorse e in esse i leader giapponesi vedevano la prospettiva
dell’indipendenza economica, e anche qualcosa di più. Uno dei concetti
centrali dell’identità giapponese era la convinzione che fosse diritto divino
del Giappone dominare gli altri popoli asiatici, che consideravano
intrinsecamente inferiori. «Nel mondo ci sono razze superiori e inferiori»
disse il politico giapponese Nakajima Chikuhei nel 1940 «ed è sacro
dovere della razza dominante guidare e illuminare quelle inferiori.»
20

I giapponesi, continuava Chikuhei, erano «l’unica razza superiore del


mondo». Motivati dalla necessità e dal destino, i leader nipponici avevano
in programma di «impiantare il sangue della razza Yamato [giapponese]»
nel suolo delle nazioni vicine.
21

Avrebbero soggiogato tutto l’Estremo Oriente.

Con una costola incrinata e ferite a entrambe le gambe e a un piede, Louie


festeggia vittoria e record al campionato NCAA. (Per gentile concessione
di Louis Zamperini)
Era da molto tempo che il governo nipponico, dominato dai militari, si
stava preparando a quell’impresa. Nel corso di decenni, aveva creato un
esercito e una marina potenti e tecnologicamente avanzati. Inoltre, grazie a
un sistema scolastico strutturato militarmente che indottrinava i ragazzi in
modo implacabile e violento sul destino imperiale della nazione, aveva
preparato il proprio popolo alla guerra.
22

L’esercito infine, tramite ferrea disciplina, percosse e desensibilizzazione,


coltivava e incoraggiava un’estrema brutalità nei suoi soldati.
«Impregnando la violenza di un significato sacro» scrive la storica Iris
Chang «l’esercito imperiale giapponese fece della violenza un imperativo
culturale potente quanto quelli che avevano motivato gli europei ai tempi
delle Crociate e dell’Inquisizione spagnola.»
23

Chang cita un discorso del 1933 di un generale giapponese: «Ogni singolo


proiettile deve essere caricato con la Via Imperiale e la punta di ogni
baionetta deve portare incisa in sé la Virtù Nazionale». Nel 1931 il
Giappone saggiò il terreno invadendo la provincia cinese della Manciuria e
instaurando uno Stato fantoccio crudelmente oppressivo. Fu solo l’inizio.
Alla fine degli anni Trenta, sia la Germania che il Giappone erano pronti a
muoversi. Fu il Giappone a colpire per primo nel 1937, facendo dilagare le
sue armate nel resto della Cina. Due anni dopo Hitler invase la Polonia.
Gli Stati Uniti, a lungo isolazionisti, si ritrovarono coinvolti in entrambi i
conflitti: in Europa i loro alleati erano minacciati da Hitler; nel Pacifico la
Cina, alleata da sempre, veniva saccheggiata dai giapponesi e i territori
americani delle Hawaii, Wake, Guam e Midway, così come il protettorato
delle Filippine, erano in pericolo. Il mondo stava precipitando nella
catastrofe.
In una cupa giornata d’aprile del 1940, Louie tornò al suo bungalow e
trovò il campus della USC ronzante di nervose conversazioni. Hitler aveva
scatenato la sua guerra lampo in tutta Europa, il suo alleato sovietico ne
aveva seguito l’esempio e il continente era esploso in una guerra totale. La
Finlandia, che avrebbe dovuto ospitare i Giochi, stava per cedere. Lo
stadio olimpico di Helsinki era stato parzialmente distrutto, centrato dalle
bombe sovietiche.
24

Gunnar Höckert, che aveva battuto Louie e vinto l’oro olimpico per la
Finlandia nei 5000 a Berlino, era morto combattendo per la difesa della
sua patria.
*

Le Olimpiadi erano state annullate.


Louie crollò. Si ammalò, prima per intossicazione da cibo, poi di pleurite.
La velocità l’abbandonò e perse una corsa dopo l’altra. Quando terminò il
semestre primaverile della USC, passò a ritirare il suo anello universitario
e lasciò il campus. Gli mancavano pochi crediti per il conseguimento della
laurea, ma aveva tutto il 1941 per recuperare. Andò a lavorare come
saldatore alla Lockheed Air Corporation e pianse le sue perdute Olimpiadi.
Mentre Zamperini passava l’estate del 1940 al lavoro, l’America scivolava
verso la guerra. In Europa, Hitler aveva ricacciato in mare gli inglesi e i
loro alleati a Dunkerque. Nel Pacifico, i giapponesi imperversavano in
Cina e avanzavano in Indocina. Nel tentativo di fermare il Giappone, il
presidente Franklin D. Roosevelt impose misure di embargo sempre più
pesanti su alcune merci, come rottami ferrosi e carburante per l’aviazione.
Nei mesi seguenti avrebbe proclamato l’embargo petrolifero, congelato i
beni giapponesi in America e infine imposto un embargo commerciale
totale. Il Giappone non si fermò.
La Lockheed era sul piede di guerra e sfornava aerei sia per gli Army Air
Corps che per la Royal Air Force. Dall’hangar nel quale lavorava, Louie
poteva vedere i caccia P-38 sfrecciare nel cielo. Dopo quell’unico volo da
ragazzo, era sempre stato diffidente nei confronti degli aerei, ma
osservando quei P-38 avvertiva una spinta interiore. Continuava ad
avvertirla anche in settembre, quando il Congresso emanò la legge sulla
leva obbligatoria. Chi si fosse arruolato prima di essere richiamato avrebbe
potuto scegliere l’arma in cui prestare servizio. All’inizio del 1941 Louie
si arruolò negli Army Air Corps.
*

Spedito all’Hancock College dell’aeronautica a Santa Maria, California,


Louie imparò ben presto che volare su un aereo non era affatto come
guardarlo da terra. Era nervosissimo e soffriva di mal d’aria.
27

Si congedò dagli Air Corps, firmò documenti che non si prese la briga di
leggere e trovò lavoro come comparsa cinematografica. Stava lavorando
sul set della Storia del generale Custer, con Errol Flynn e Olivia de
Havilland, quando gli arrivò una lettera. Era stato richiamato.
Louie in addestramento. (Per gentile concessione di Louis Zamperini)
La data in cui avrebbe dovuto presentarsi cadeva prima della conclusione
delle riprese del film, ma Louie avrebbe avuto diritto a un bonus se fosse
rimasto fino al termine della lavorazione. Poco prima della visita medica
mangiò una manciata di barrette dolci e, grazie al conseguente
innalzamento della glicemia, non superò l’esame fisico.
28

Ricevuto l’ordine di ripresentarsi alcuni giorni dopo per ripetere il test,


tornò sul set e incassò il suo bonus. Poi, il 29 settembre, entrò
nell’esercito.
Terminato l’addestramento di base, ebbe una spiacevole sorpresa. Dato
che non aveva letto i documenti d’uscita dagli Air Corps, non aveva idea
di avere accettato di rientrarvi in caso di futura necessità. Nel novembre
del 1941 arrivò a Ellington Field a Houston, Texas. Le forze armate
avrebbero fatto di lui un puntatore-bombardiere.
Quell’autunno, mentre Louie si accingeva a diventare aviatore, una lettera
urgente atterrò sulla scrivania di J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI.
29

Era firmata da un generale di brigata presso il dipartimento della Guerra,


divisione Intelligence Militare. La lettera diceva che un informatore
attendibile aveva avvertito alcuni ufficiali che un californiano, ritenuto
semplice collaboratore di un’innocua organizzazione giapponese locale,
era in realtà alle dipendenze della marina giapponese, in missione per
raccogliere fondi a sostegno dello sforzo bellico nipponico. I suoi superiori
della marina imperiale, sosteneva l’informatore, lo avevano recentemente
trasferito a Washington perché continuasse a operare ai loro ordini.
Secondo la fonte, l’uomo era conosciuto come «Mr Sasaki». Era Jimmie,
l’amico di Louie.
Nonostante i dati attualmente disponibili del rapporto dell’informatore non
contengano dettagli sulle presunte attività di Sasaki, secondo successive
annotazioni di un capitano della polizia di Torrance aveva avuto
l’abitudine di recarsi in un campo adiacente a una centrale elettrica, poco
lontano da Torrance Boulevard,
30

dove aveva allestito una potente radiotrasmittente di cui si era servito per
comunicare informazioni al governo giapponese. Se l’ipotesi fosse vera,
questo spiegherebbe i misteriosi viaggi di Sasaki a Torrance. Il buon amico
di Louie era forse una spia.
In effetti Sasaki si era davvero trasferito a Washington, dove lavorava alle
dipendenze della marina giapponese.
31

Era impiegato all’ambasciata nipponica e abitava in un edificio di


appartamenti molto frequentato dai membri del Congresso americano. Si
era fatto conoscere nell’élite della capitale, socializzando con deputati e
senatori ai cocktail party del palazzo in cui abitava, giocando a golf
all’Army Navy Country Club, facendo amicizia con funzionari di polizia e
del dipartimento di Stato e offrendosi come autista dopo le feste. Non è del
tutto chiaro con quale parte fosse schierato: a un cocktail passò a un
membro del Congresso informazioni riservate sull’industria aeronautica
giapponese.
La lettera all’FBI fece scattare gli allarmi. Hoover, abbastanza preoccupato
da pensare di informare il segretario di Stato, ordinò un’indagine
immediata su Sasaki.
32

Poco dopo l’alba di una domenica di dicembre, un pilota volava sul


Pacifico a bordo del suo piccolo aereo. Sotto di lui l’oceano scuro cedette
il passo a piccole ciocche bianche; erano le onde che schiaffeggiavano
l’estremità settentrionale dell’isola di Oahu. L’aereo fece il suo ingresso in
una splendente mattinata hawaiana.
33
Oahu stava cominciando a prendere vita. All’Hickam Field, alcuni soldati
stavano lavando un’auto. In Hula Lane una famiglia si stava preparando
per andare a messa. Al circolo ufficiali del Wheeler Field si era appena
conclusa una partita a poker. In una caserma, due uomini stavano
combattendo una battaglia a cuscinate. All’Ewa Mooring Mast Field, un
sergente tecnico stava guardando il figlio di tre anni attraverso l’obiettivo
di una macchina fotografica. Quasi nessuno si era ancora presentato alle
mense per la colazione. Molti stavano ancora dormendo nelle rispettive
cuccette sulle navi da guerra che si cullavano nel porto. A bordo della USS
Arizona, un ufficiale si stava cambiando per disputare la partita di baseball
del campionato della flotta degli Stati Uniti. Sul ponte, gli uomini si
stavano radunando per l’alzabandiera mentre una banda suonava l’inno
nazionale, una tradizione della domenica mattina.
34

Dal cielo, il pilota contò otto corazzate, l’intera flotta del Pacifico. C’era
un leggero velo di nebbia a livello del suolo.
Il pilota si chiamava Mitsuo Fuchida. Sollevò il tettuccio del suo aereo e
fece esplodere un razzo che striò il cielo di verde, poi ordinò all’operatore
radio di trasmettere il grido di battaglia. I centottanta aerei giapponesi che
seguivano Fuchida si lanciarono all’attacco di Oahu.
*

Gli uomini sul ponte dell’Arizona alzarono lo sguardo verso il cielo.


35

In caserma, uno dei due partecipanti alla battaglia coi cuscini cadde
improvvisamente a terra.
36

Era morto, il collo trafitto da un foro di otto centimetri. Il suo amico corse
alla finestra e vide un edificio sollevarsi in aria e poi ricadere sbriciolato.
Un bombardiere in picchiata ci si era schiantato sopra. Su ognuna delle ali
c’era un cerchio rosso.
Quella mattina Pete Zamperini si trovava a casa di un amico. Stava
giocando qualche mano di seven up, poi sarebbe andato a farsi un giro di
golf. Alle sue spalle, lo sfrigolio delle frittelle sulla griglia si fondeva con
il cinguettio della radio. Una voce dal tono concitato interruppe la
trasmissione. I giocatori posarono le carte sul tavolo.
In Texas, Louie era al cinema, in licenza per il fine settimana. Il teatro era
gremito di militari che si concedevano una pausa dalle interminabili
esercitazioni che costituivano la vita del soldato in tempo di pace. A metà
della proiezione lo schermo diventò bianco, la luce inondò la sala e un
uomo salì di corsa sul palcoscenico. «C’è un incendio?» si chiese Louie.
37

L’uomo disse che tutti i militari dovevano rientrare immediatamente alle


loro basi. Il Giappone aveva attaccato Pearl Harbor.
Louie avrebbe ricordato a lungo di essere rimasto seduto con gli occhi
sbarrati e la mente confusa. L’America era in guerra. Afferrò il suo
berretto e corse fuori dal cinema.
*

Poiché le piste indoor sono più corte di quelle all’aperto e costringono gli
atleti a un numero maggiore di giri per coprire la stessa distanza, i tempi
dei primati indoor sono in genere più alti. Nel 1940 il record mondiale del
miglio outdoor era di un secondo inferiore a quello indoor.
18
*

Lauri Lehtinen, compagno di squadra di Höckert e campione olimpico nei


5000 metri ai Giochi del 1932, donò la sua medaglia a un altro soldato
finlandese in onore di Höckert.
25
*

Anche molti altri grandi corridori si arruolarono. Quando Norman Bright


ci provò, venne respinto a causa del suo battito cardiaco: ritenuto
pericolosamente lento, era invece conseguenza di una forma fisica perfetta.
Bright risolse il problema correndo per circa cinque chilometri e
presentandosi immediatamente dopo a un altro ufficio di arruolamento.
Cunningham cercò di entrare in marina, ma i reclutatori, vedendo le gambe
orribilmente sfregiate, non lo ritennero idoneo a prestare servizio. Poi
qualcuno entrò nell’ufficio facendo il suo nome, i reclutatori si resero
conto di chi era e lo arruolarono.
26
*

Nella prima delle due ondate vennero impiegati centottantatré aerei, ma


due andarono persi in fase di decollo.
PARTE SECONDA
B-24 Liberator
VI
La Bara Volante
Mentre aerei giapponesi si lanciavano in picchiata sull’isola di Oahu,
alcuni marines stavano per fare colazione nella tenda della mensa a Wake,
oltre tremila chilometri più a ovest. Minuscolo e totalmente privo d’acqua,
Wake sarebbe stato un atollo del tutto inutile se non avesse avuto un unico,
enorme pregio: era in una posizione avanzatissima nel Pacifico ed era
quindi un luogo strategicamente ideale per una base aerea. Di conseguenza
Wake ospitava una pista e circa cinquecento militari americani annoiati,
per lo più marines. A parte le occasionali soste per rifornimento degli aerei
della Pan American World Airways, non succedeva mai niente di
interessante. Ma quel mattino di dicembre, proprio mentre i marines
cominciavano a mangiare i loro pancakes, la sirena dell’allarme iniziò a
suonare lamentosa.
1

A mezzogiorno il cielo era striato di bombardieri giapponesi, gli edifici


esplodevano e pochi uomini stupefatti, su meno di otto chilometri quadrati
di corallo, si ritrovarono sul fronte della Seconda guerra mondiale.
Quel mattino accadde la stessa cosa in tutto il Pacifico. In meno di due ore,
su Pearl Harbor il Giappone provocò la morte di oltre duemilaquattrocento
persone e danni gravissimi alla marina americana. Quasi
contemporaneamente, attaccò la Thailandia, Shanghai, la Malesia, le
Filippine, Guam, Midway e Wake. In un solo giorno di inaudita violenza,
era iniziato un nuovo massacro giapponese.
In America ci si aspettava l’invasione da un momento all’altro. Meno di
un’ora dopo l’attacco giapponese alle Hawaii, vennero posate mine nella
baia di San Francisco. A Washington, Fiorello La Guardia, ministro della
Difesa civile, salì su un’auto della polizia e, a sirene spiegate, prese a
girare per tutta la città urlando la parola: «Calma!» all’altoparlante.
2

Alla Casa Bianca, Eleanor Roosevelt si precipitò a scrivere alla figlia


Anna, sollecitandola ad allontanare immediatamente i bambini dalla costa
occidentale.
3

Un cameriere sentì il presidente chiedersi cosa avrebbe fatto nel caso in


cui le forze giapponesi fossero penetrate all’interno del paese fino a
Chicago.
4

Nel frattempo, in Massachusetts Avenue, volute di fumo si alzavano dalla


sede dell’ambasciata giapponese, dove lavorava Jimmie Sasaki. Il
personale dell’ambasciata stava bruciando documenti nel cortile.
5

Una folla osservava in silenzio dal marciapiede.


Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre ci furono quattro allarmi aerei a San
Francisco. A Sheppard Field, l’accademia degli Air Corps in Texas,
spaventati ufficiali corsero negli alloggi dei cadetti alle quattro di mattina,
urlando che stavano arrivando aerei giapponesi e ordinando a tutti di
precipitarsi fuori e gettarsi a terra. Nei giorni successivi vennero scavate
trincee lungo la costa californiana e a Oakland vennero chiuse le scuole.
Dal New Jersey all’Alaska, bacini artificiali, ponti, gallerie, fabbriche e
porti vennero tutti posti sotto sorveglianza armata. A Kearney, Nebraska,
ai cittadini venne insegnato come neutralizzare le bombe incendiarie
usando i tubi di gomma per annaffiare i giardini. Tende per l’oscuramento
vennero appese davanti a tutte le finestre d’America, dalle più isolate
fattorie alla Casa Bianca. Circolavano voci scioccanti: Kansas City stava
per essere attaccata. San Francisco era già sotto le bombe nemiche. I
giapponesi si erano impadroniti del Canale di Panama.
6

Quella dei giapponesi era una galoppata. Il 10 dicembre invasero le


Filippine e conquistarono Guam. Il giorno seguente invasero la Birmania;
alcuni giorni dopo il Borneo britannico. Hong Kong cadde il giorno di
Natale. Il Borneo settentrionale, Rabaul, Manila e la base USA nelle
Filippine caddero in gennaio. Gli inglesi furono cacciati dalla Malesia e
costretti alla resa a Singapore in settanta giorni.
C’era un unico intoppo: Wake, ritenuto sicuramente una facile conquista,
non voleva cedere. Per tre giorni i giapponesi bombardarono e
mitragliarono a volo radente l’atollo. L’11 dicembre, una vasta forza,
comprendente undici navi tra cacciatorpediniere e incrociatori, tentò
l’invasione. Il piccolo gruppo di difensori respinse l’attacco, affondando
due cacciatorpediniere e danneggiando altre nove navi, abbattendo due
bombardieri e costringendo i giapponesi a rinunciare all’operazione, la
loro prima sconfitta della guerra. Fu solo il 23 dicembre che i giapponesi
riuscirono finalmente a impadronirsi di Wake e a fare prigionieri gli
uomini dell’atollo. Contro i 52 caduti americani, si stima siano stati uccisi
1153 giapponesi.
7

Per parecchi giorni i prigionieri vennero lasciati sul campo di aviazione.


Tremanti di freddo la notte e oppressi dal caldo di giorno, per tenersi su di
morale cantavano carole natalizie.
8

Inizialmente destinati all’esecuzione, dopo l’intervento di un ufficiale


giapponese la maggior parte di loro venne ammassata nelle stive delle navi
e spedita in Giappone o nella Cina occupata: erano tra i primi americani
prigionieri di guerra dei giapponesi. All’insaputa dell’America, 98
prigionieri vennero trattenuti a Wake. I giapponesi avevano intenzione di
utilizzarli come schiavi.
Nonostante fosse stato scontentissimo dell’assegnamento agli Air Corps,
Louie scoprì che dopo tutto non era poi così male. Durante
l’addestramento a Ellington Fields in Texas e poi alla Midland Army
Flying School ottenne punteggi di valutazione altissimi.
9

I voli erano di solito tranquilli e regolari, per cui il mal d’aria non era un
problema. Ma la cosa migliore era che le donne trovavano irresistibile la
divisa da aviatore. Un pomeriggio, mentre era a passeggio, una
decappottabile carica di bionde lo affiancò, si fermò, lo caricò a bordo e lo
portò a una festa. Quando la stessa cosa accadde una seconda volta, Louie
intuì un trend positivo.
Veniva addestrato nell’uso di due diversi sistemi di puntamento. All’epoca
si stavano sperimentando tattiche di bombardamento in picchiata per
bombardieri pesanti.
10

Nell’addestramento per i bombardamenti in picchiata, Louie utilizzava un


dispositivo manuale, del valore di un dollaro, che consisteva in una piastra
di alluminio con un gancio e un peso pendente. Per i bombardamenti
normali, aveva in dotazione il sistema di puntamento Norden,
11

un computer analogico estremamente sofisticato che costava ottomila


dollari, vale a dire il doppio della casa americana media.
12

In un bombardamento con il Norden, Louie visualizzava l’obiettivo,


effettuava i calcoli necessari e inseriva nel dispositivo i dati relativi alla
velocità dell’aereo, alla quota, al vento e ad altri fattori. A quel punto il
sistema Norden prendeva i comandi dell’aereo, seguiva un preciso
percorso fino all’obiettivo, calcolava l’angolo di caduta e sganciava le
bombe al momento ottimale. Una volta terminato, Louie urlava: «Bombe
fuori!» e il pilota riprendeva i comandi manuali. I sistemi di puntamento
Norden erano così segreti che venivano custoditi in caveau sorvegliati e
trasportati sotto scorta armata. Agli uomini era proibito parlarne nelle loro
lettere o fotografarli. Nel caso il suo aereo fosse stato abbattuto, Louie
aveva l’ordine di sparare al dispositivo con la sua Colt calibro 45 per
impedire che cadesse in mano al nemico e soltanto dopo avrebbe potuto
pensare a salvarsi.
Nell’agosto del 1942, Louie, diplomatosi alla Midland, ricevette i gradi di
sottotenente. Saltò sulla Cadillac di un amico e guidò fino in California per
salutare la famiglia prima di partire per l’ultimo corso di addestramento e
poi per la guerra. Anche Pete, adesso capo di terza classe in marina con
base a San Diego, andò a casa per salutare il fratello.
Nel pomeriggio del 19 agosto gli Zamperini si riunirono sugli scalini
dell’ingresso di casa per un’ultima fotografia. Louie e Pete, elegantissimi
in alta uniforme, erano sul primo scalino con la madre, minuscola tra loro
due e sull’orlo delle lacrime. Il sole d’agosto le picchiava in faccia e sia lei
che Louie tenevano gli occhi socchiusi, lo sguardo leggermente distolto
dall’obiettivo, quasi che tutto ciò che c’era davanti a loro fosse perso nel
bagliore.

Un’ultima foto di famiglia in occasione della partenza di Louie per la


guerra. Dietro, da sinistra a destra: il futuro marito di Sylvia, Harvey
Flammer, Virginia, Sylvia e Anthony Zamperini. In primo piano: Pete,
Louise e Louie. (Per gentile concessione di Louis Zamperini)
Louie e suo padre raggiunsero la stazione in auto. Lungo il binario si
ammassava una folla, giovani in uniforme e genitori in lacrime che si
salutavano abbracciandosi. Anche Louie abbracciò suo padre, e lo sentì
tremare.
Il treno partì e Louie si affacciò dal finestrino. Suo padre agitava una mano
in aria, con un sorriso tremulo in viso. Louie si chiese se l’avrebbe mai più
rivisto.
Il treno lo portò in una perpetua tempesta di sabbia conosciuta come
Ephrata, Washington, dove al centro di un lago prosciugato sorgeva una
base aerea.
13

Sembrava che l’ex lago si fosse dato come missione quella di seppellire la
base, gli uomini e tutti gli aerei, e che ci stesse riuscendo. L’aria era così
densa di polvere, terriccio e spazzatura portati dal vento che gli uomini
arrancavano tra cumuli alti più di mezzo metro. Gli indumenti dimenticati
fuori dalle sacche militari si insudiciavano immediatamente e tutti i pasti,
che gli equipaggi consumavano seduti per terra all’aperto, erano conditi
con la sabbia. Il personale di terra, che in ventuno giorni fu costretto a
sostituire ventiquattro motori d’aereo intasati, ricorse all’espediente di
cospargere d’olio le piste di rullaggio per trattenere la polvere a terra.
Togliersi di dosso sabbia e terriccio per gli uomini era problematico:
l’acqua calda terminava molto prima della fila alle docce e, dato che lo
spaccio della base non vendeva sapone da barba, praticamente tutti
avevano un’ispida barba cattura-polvere.
Poco dopo l’arrivo alla base, un Louie sudato si stava guardando intorno
disperato, quando venne avvicinato da uno squadrato sottotenente, che si
presentò. Era Russell Allen Phillips e sarebbe stato il suo pilota.
14

Nato a Greencastle, Indiana, nel 1916, Phillips aveva appena compiuto


ventisei anni. Era cresciuto in una famiglia religiosissima a La Porte,
sempre nell’Indiana, dove suo padre era stato pastore metodista. Da
ragazzo, Phillips era così silenzioso che gli adulti l’avevano ritenuto
timido. In realtà possedeva una segreta vena d’audacia. Si aggirava
furtivamente nelle strade del suo quartiere con sacchetti pieni di farina, che
lanciava in attacchi da guerrigliero contro i parabrezza delle macchine di
passaggio. In un weekend del Memorial Day, si infilò nel bagagliaio di
un’auto per introdursi senza pagare nella zona prati dell’Indy 500. Aveva
frequentato la Purdue University, dove si era laureato in agraria e
conservazione ambientale. Al ROTC (Reserve Officers’ Training Corps) il
suo capitano l’aveva descritto come «il soldato più inadeguato e
dall’aspetto più orrendo» che avesse mai visto. Ignorando la valutazione
del capitano, Phillips si era arruolato negli Air Corps, dove aveva
dimostrato di essere un aviatore nato. A casa, tutti lo chiamavano Allen;
negli Air Corps, era Phillips.

Russell Allen Phillips. (Per gentile concessione di Karen Loomis)


La prima cosa che la gente tendeva a notare in lui era di non averlo notato
affatto. Era talmente riservato che poteva trovarsi da molto tempo in una
stanza prima che qualcuno si accorgesse della sua presenza. Era piuttosto
basso, con le gambe corte. Alcuni lo chiamavano Sandblaster, sabbiatrice,
perché, come disse un pilota, «ha il culo vicinissimo al pavimento».
15

Per motivi ignoti, aveva l’abitudine di indossare pantaloni con una gamba
notevolmente più corta dell’altra. Il viso era minuto, simpatico e da
ragazzino, e tendeva a confondersi con lo sfondo. Questo probabilmente
contribuiva alla sua invisibilità, ma l’elemento determinante era il silenzio.
Phillips era una persona amabile e, a giudicare dalle sue lettere,
estremamente complessa, ma preferiva non parlare. Lo si poteva
parcheggiare in mezzo alla folla chiassosa di un party e, a fine serata, lui se
ne andava senza avere detto una sola parola. La gente faceva lunghe
conversazioni con lui, ma solo per poi rendersi conto che Phillips non
aveva parlato.
Se aveva un punto di ebollizione, non lo raggiunse mai. Incassava con
calma impassibile ogni ordine inspiegabile dei superiori, ogni gesto idiota
dei suoi subordinati e ogni irritante personalità che la vita militare poteva
scagliare contro un ufficiale. Affrontava ogni tipo di avversità con una
calma accettazione adattativa. Louie avrebbe imparato che, in situazioni di
crisi, nelle vene di Phillips scorreva acqua gelida.
Phillips aveva un’unica, divorante passione. All’epoca in cui aveva
iniziato il college, suo padre aveva accettato una nuova parrocchia a Terre
Haute e lì sua sorella gli aveva presentato una ragazza che cantava nel coro
della chiesa, una studentessa di college di nome Cecile Perry, detta Cecy.
16

Aveva i capelli biondi, una figura armoniosa, un carattere allegro,


un’intelligenza vivace e un gatto di nome Chopper. Studiava per diventare
insegnante. A un ballo scolastico a Terre Haute, Phillips l’aveva baciata.
Era innamorato cotto, e lei anche.
Un sabato sera nel novembre del 1941, in procinto di raggiungere gli Air
Corps, Phillips passò gli ultimi cinque minuti con Cecy alla stazione di
Indianapolis. Non appena la guerra fosse finita, le promise, si sarebbero
sposati. Adesso teneva la foto della ragazza nel suo armadietto e le
scriveva lettere d’amore, molte volte alla settimana. Quando Cecy compì
ventun anni, Phillips le mandò la sua paga e le disse di comprare un anello
di fidanzamento, anello che ben presto fu al dito della ragazza.
17

Nel giugno del 1942, poco dopo essersi laureata, Cecy raggiunse Phoenix
per vedere Allen ricevere le sue ali di pilota. Innamoratissimi, parlarono
della possibilità di sposarsi immediatamente, ma poi ci ripensarono: si
sarebbero uniti in matrimonio nella successiva sede d’addestramento di
Phillips e avrebbero vissuto insieme finché lui non fosse stato mandato al
fronte. La sede successiva fu Ephrata e, non appena la vide, Phillips si
prese mentalmente a calci. «Vorrei cento volte che ci fossimo sposati
quando eravamo a Phoenix» scrisse a Cecy. «Adesso non posso chiederti
di venire qui, per vivere in una discarica come Ephrata.»
18

Di nuovo, posticiparono il matrimonio. In autunno l’addestramento di


Allen sarebbe terminato. A quel punto, speravano, avrebbero avuto
un’altra possibilità di vedersi prima che lui partisse per la guerra.

L’equipaggio di Phil. Da sinistra a destra: Phillips, il copilota temporaneo


Gross, Zamperini, Mitchell, Douglas, Pillsbury e Glassman.
Non compaiono Moznette, Lambert e Brooks.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
A Ephrata, Louie e Phillips fecero amicizia. Phillips si lasciava trascinare
tutto contento dall’allegria chiacchierona di Louie e a Louie piaceva la
tranquilla calma di Phillips, a suo parere la persona più gentile che avesse
mai conosciuto. Non ebbero mai una lite e non si separavano quasi mai.
Phillips chiamava Louie «Zamp» e Louie chiamava Phillips «Phil».
Si formò il resto dell’equipaggio del bombardiere di Phil.
19

Motorista e mitragliere alla torretta dorsale sarebbe stato il ventidueenne


Stanley Pillsbury che, prima di arruolarsi, aveva gestito la fattoria di
famiglia nel Maine. L’altro motorista era il virginiano Clarence Douglas, il
quale sarebbe stato anche uno dei due mitraglieri laterali di fusoliera,
dietro le ali. Navigatore e mitragliere alla torretta frontale sarebbe stato
Robert Mitchell, figlio di un professore dell’Illinois. Il minuscolo Frank
Glassman, che con i suoi capelli ricci era praticamente il sosia di Harpo
Marx, sarebbe stato l’operatore radio e, in seguito, il mitragliere alla
torretta ventrale; dato che veniva da Chicago, i compagni lo chiamavano
Gangster. Ray Lambert del Maryland si sarebbe occupato della
mitragliatrice di coda. Nell’equipaggio c’era un vero magnete per le
ragazze: l’attraente Harry Brooks, esuberante operatore radio e mitragliere
laterale di fusoliera. Il copilota sarebbe stato George Moznette Jr. Dato che
i copiloti venivano assegnati a rotazione a differenti aerei al fine di
qualificarsi come piloti, Moznette non sarebbe rimasto a lungo, ma fece
rapidamente amicizia con Phil e Louie.
Moznette, Mitchell, Phil e Louie erano ufficiali; gli altri erano militari di
leva. Erano tutti scapoli, ma Harry Brooks, come Phil, aveva una ragazza
fissa a casa. Si chiamava Jeanette e, prima della guerra, aveva fissato con
Harry la data del matrimonio: 8 maggio 1943.
20

Gli uomini ricevettero in dotazione pesanti giacche di montone e capi di


lana e poi vennero riuniti e fotografati. Sarebbero stati l’equipaggio
numero 8 dei nove che componevano la 372 ª Squadriglia bombardieri del
307o Gruppo, Settimo Air Force. Tutto ciò di cui ora avevano bisogno era
un aereo.
Louie sperava di essere assegnato a una Fortezza Volante B-17. Era il tipo
di aereo sul quale agli uomini piaceva farsi vedere: bello, maschio, agile,
aggressivamente armato, affidabile, robusto e praticamente indistruttibile.
L’aereo che nessuno voleva era un nuovo bombardiere, il B-24 Liberator
della Consolidated Aircraft. Sulla carta era complessivamente
paragonabile al B-17, ma presentava un importante vantaggio. Grazie ai
serbatoi ausiliari e alle slanciate, ultraefficienti ali Davis, poteva volare
letteralmente per un giorno intero, un elemento decisivo nei teatri sempre
più estesi della Seconda guerra mondiale.
21

Rettangolare, tetro e con il muso schiacciato, il B-24 aveva un aspetto che


soltanto una madre miope avrebbe potuto amare. Gli equipaggi gli
avevano affibbiato una valanga di soprannomi, tra i quali «Mattone
Volante», «Vagone Volante» e «Constipated Lumberer», il boscaiolo
costipato, un gioco di assonanze, in inglese, con Consolidated Liberator.
La cabina di pilotaggio era angusta e oppressiva, tanto da costringere
pilota e copilota a vivere praticamente guancia a guancia durante missioni
che potevano protrarsi anche per sedici ore. Tendendo al massimo il collo
al di sopra del monumentale cruscotto, il pilota aveva una vista
panoramica del muso dell’aereo e poco altro. Percorrere la passerella larga
ventitré centimetri che sovrastava la stiva bombe poteva essere
problematico, specie in situazioni di turbolenza: un passo falso e vi si
precipitava dentro, e i suoi fragili portelli d’alluminio avrebbero ceduto al
peso di un uomo in caduta.
Rullare sulla pista era un’avventura. Le ruote del B-24 non erano dotate di
sterzo, per cui il pilota doveva convincere l’aereo a muoversi nel modo
voluto dando potenza ai motori di un lato e poi a quelli dell’altro lato,
agendo alternativamente sui freni di destra e di sinistra, uno dei quali di
solito era più sensibile dell’altro. Tutto questo rendeva le piste di rullaggio
teatri all’aperto per spettacoli di aerei che sbandavano e che, prima o poi,
finivano tutti con il deviare in posti lontanissimi da dove volevano portarli
i rispettivi piloti e dai quali dovevano spesso essere liberati con i badili.
Un pilota scrisse a casa che la prima volta che si era ritrovato nella cabina
di un B-24 era stato come «sedersi in veranda per fare volare tutta la casa».
22

Era un’opinione diffusa. Il Liberator era uno degli aerei più pesanti al
mondo; il modello D allora in produzione pesava più di trentadue
tonnellate a pieno carico. Farlo volare era come lottare con un orso,
un’impresa che lasciava i piloti esausti e indolenziti. Poiché di norma
tenevano la barra di comando con la mano sinistra e con la destra
gestivano gli altri comandi, i piloti dei B-24, a torso nudo, erano
riconoscibili a prima vista perché la muscolatura del braccio sinistro era di
gran lunga più sviluppata di quella del destro.
23

L’aereo era poco maneggevole ed era quindi difficile mantenere quelle


formazioni serrate che erano di importanza critica per difendersi da un
attacco. Un accenno di turbolenza, o anche solo un membro
dell’equipaggio che camminava all’interno della fusoliera, era sufficiente a
inclinare l’aereo dal proprio asse.
Il B-24 era afflitto da problemi tecnici. Se uno dei quattro motori si
bloccava, restare in volo era difficile; l’avaria di due motori era spesso
un’emergenza. Poco dopo l’introduzione dell’aereo, si verificarono
numerosi incidenti in cui il B-24 perse la coda in volo.
24

E nonostante la guerra fosse ancora giovane, il bombardiere si stava


facendo la reputazione di eccessiva delicatezza, in particolare per quanto
riguardava le sottili ali, che, se colpite in combattimento, potevano
staccarsi di netto. A Ephrata molti consideravano il B-24 una trappola
mortale.
Dopo una lunga attesa, gli aerei della 372ª Squadriglia arrivarono in volo a
Ephrata. L’equipaggio di Phil uscì a vedere, fissando l’orizzonte con gli
occhi socchiusi. Anche da lontano, le sagome degli aerei non lasciavano
spazio ai dubbi. Mentre gli uomini borbottavano lamentandosi, Louie sentì
una voce dire: «È la Bara Volante».
25

Vennero assegnati a un B-24D uguale a tutti gli altri. Per i tre mesi
successivi – a Ephrata in agosto e settembre, a Sioux City in ottobre –
vissero in pratica a bordo dell’aereo. Volarono in formazione,
mitragliarono bersagli trainati da altri aerei, simularono combattimenti ed
effettuarono bombardamenti in picchiata. Un giorno, in Iowa, si
abbassarono talmente che le eliche alzarono una tempesta di sabbia, cosa
che danneggiò la verniciatura della pancia dell’aereo e graffiò le gambe di
Pillsbury, il quale sedeva accanto al portellone di coda aperto e cercava di
fotografare le loro finte bombe mentre precipitavano nelle reti-bersaglio.
Per tutta la durata dell’operazione, Louie rimase appollaiato all’interno
della «serra» nel muso dell’aereo, bombardando obiettivi. Il comando
venne rapidamente informato delle prodezze della squadriglia: agricoltori
arrabbiati si presentarono a protestare dopo che le bombe da
quarantacinque chili avevano distrutto un gabinetto esterno e abbattuto una
sfortunata mucca.
26

L’equipaggio di Phil provò il suo primo spavento a Ephrata. Durante un


volo di addestramento ebbero problemi con la radio, si persero e
continuarono a volare per ore in una cieca confusione, finendo con
l’atterrare verso mezzanotte a Spokane, a circa mezzo Stato di distanza
dalla destinazione prevista. Erano stati considerati dispersi per tre ore e
mezzo e tutti gli Air Corps della costa occidentale erano stati mobilitati
nella loro ricerca. Quando Phil scese dall’aereo si prese una ripassata
feroce da un colonnello. Rientrato a Ephrata, se ne prese un’altra, in
stereofonia, da un colonnello e da un maggiore. «Credimi, tesoro: quella
notte sono diventato un po’ più vecchio» scrisse a Cecy.
27

Il panico a terra era stato giustificato, dato che gli incidenti erano frequenti
e mortali. Prima di iniziare l’addestramento, Louie aveva ricevuto una
lettera da un amico, cadetto degli Air Corps.
Immagino che avrai letto la notizia del cadetto e dell’istruttore rimasti
uccisi la settimana scorsa. Quei due poveracci non hanno avuto scampo.
L’aereo è andato in stallo mentre virava dal segmento di base a quello
finale per l’approccio all’atterraggio. L’aereo ha fatto una giravolta e poi è
precipitato a terra... L’impatto ha ridotto i corpi a pezzi. La cintura di
sicurezza ha tagliato l’istruttore a metà. All’interno dei rottami dell’aereo
sembrava che qualcuno avesse schizzato dappertutto tre pentoloni di
pomodori e cracker (sangue e carne). Erano ridotti a brandelli, impossibile
identificarli guardandoli.
28

Era il tipo di storia che riempiva le lettere di aspiranti aviatori in tutto il


paese. Errori del pilota o del navigatore, guasti meccanici e sfortuna
stavano uccidendo uomini in addestramento a un ritmo sorprendente. Nelle
Army Air Forces (AAF)
*

si verificarono 52.651 incidenti in patria nel corso della guerra, incidenti


in cui persero la vita 14.903 uomini. Anche se alcuni di quei caduti erano
probabilmente in servizio di pattugliamento costiero o impiegati
attivamente in altro modo, si può presumere che la stragrande maggioranza
fosse costituita da personale in addestramento, morto senza avere mai visto
un teatro di guerra. Nei tre mesi durante i quali gli uomini di Phil vennero
addestrati, 3041 aerei delle AAF – oltre 33 al giorno – subirono incidenti
in patria, uccidendo nove uomini al giorno. Nei mesi seguenti, conteggi
superiori a cinquecento vittime diventarono comuni. Nell’agosto del 1943,
morirono in patria 590 aviatori, 19 al giorno.
29

Louie, Phil e gli altri membri dell’equipaggio furono testimoni di episodi


del genere. In luglio un caro amico di Phil era rimasto ucciso a bordo di un
B-24 subito dopo che i due avevano cenato insieme.
30

In un’altra occasione, l’equipaggio di Phil passò parte di una mattinata


piovosa in una sala riunioni con un altro equipaggio, in attesa di ricevere
ordini relativi ai rispettivi voli. Entrambi gli equipaggi raggiunsero i loro
aerei, ma all’ultimo momento a quello di Phil venne ordinato di restare a
terra. L’altro velivolo decollò, volò per due miglia e precipitò, uccidendo
pilota e navigatore. In ottobre, a Sioux City, un altro bombardiere del loro
gruppo precipitò in un campo e due uomini morirono. Appena seppe che la
stampa stava divulgando la notizia della disgrazia senza fornire i nomi dei
componenti l’equipaggio, Phil si allontanò di corsa da una riunione per
rassicurare la famiglia sul fatto che non si trovava a bordo di quell’aereo.
31

Gli Air Corps fecero del loro meglio per insegnare agli uomini come
sopravvivere a un incidente aereo.
32

Gli equipaggi venivano addestrati alla preparazione dell’aereo in vista di


un imminente impatto e ad attrezzarsi per la sopravvivenza postincidente.
A ognuno veniva assegnata una specifica postazione d’emergenza; nel
caso di Louie, era accanto al finestrino di fusoliera, dietro l’ala destra. Gli
uomini effettuavano anche simulazioni di lancio con il paracadute,
gettandosi da aerei fermi a terra. Alcuni dovevano saltare giù dalla
passerella e lanciarsi attraverso i portelli aperti del vano bombe; altri
dovevano lanciarsi dai finestrini delle postazioni laterali di fusoliera,
chiedendosi come, saltando da un aereo in volo, avrebbero evitato di farsi
tagliare in due dai timoni gemelli, posti immediatamente dietro i finestrini.
Veniva inoltre insegnato come compiere un ammaraggio di fortuna o
effettuare un atterraggio controllato sull’acqua. Phil studiava
doverosamente, ma trovava l’idea di ammarare con un gigantesco
bombardiere «piuttosto stupida».
33

I film utilizzati per l’addestramento non facevano che aumentare i suoi


dubbi: in tutti i filmati, il B-24 che tentava l’ammaraggio andava in pezzi.
L’addestramento fu una prova durissima e trasformò l’equipaggio di Phil.
Non tutti sarebbero sopravvissuti a ciò che li aspettava, ma i superstiti
avrebbero sempre sottolineato la fortuna di avere prestato servizio con
uomini così ben preparati. Il gruppo lavorava insieme con fluida efficienza
e, a giudicare dalle valutazioni dell’addestramento, nella squadriglia non
c’era equipaggio migliore del loro per quanto riguardava il tetro campo
delle bombe e dei proiettili. Tra i sopravvissuti dell’equipaggio e uomini di
altri aerei, le lodi più calorose sarebbero state tutte per Phil. I B-24 erano
costruiti per piloti di alta statura, ma Phil, nonostante avesse bisogno di un
cuscino per arrivare alla pedaliera e ad avere gli occhi sopra il cruscotto, in
base a tutti i resoconti fu eccezionale nel suo ruolo. Louie dichiarò a un
giornalista che il suo amico era «un pilota maledettamente in gamba».
34

Il B-24 assegnato all’equipaggio di Phil aveva una sua personalità.


35

Aveva una valvola che perdeva carburante nella stiva bombe, cosa che
spinse Pillsbury a sviluppare l’irritante abitudine di camminare avanti e
indietro nella fusoliera, annusando l’aria. C’era una bisbetica valvola del
sistema di trasferimento del carburante che Pillsbury e Douglas dovevano
fissare in posizione con la massima cura, altrimenti si sarebbe aperta,
rallentando un motore o innescando un assordante battere in testa. Gli
indicatori carburante erano affidabili solo fino a quando i serbatoi
restavano semivuoti: a quel punto a volte indicavano che il carburante
stava magicamente aumentando. Uno dei motori, per ragioni note solo
all’aereo stesso, era più assetato degli altri, per cui gli indicatori dovevano
essere tenuti d’occhio costantemente.
Con il tempo la diffidenza degli uomini nei confronti del Liberator si
attenuò. In centinaia di ore di intenso addestramento, il loro aereo non li
tradì mai. Nonostante la sua bruttezza e le sue stranezze, era un oggetto
nobile, robusto e instancabile.
Il personale di terra la pensava allo stesso modo, coccolando l’aereo di
Phil con affetto e aspettandolo con ansia quando era in volo. Al rientro alla
base, lo accoglievano con sollievo, rimproverando l’equipaggio per
eventuali piccoli graffi. Gli altri aviatori parlavano di «vagoni volanti», ma
Phil e Louie non erano d’accordo. Louie si riferiva al loro aereo come alla
«nostra casa».
A terra l’equipaggio beveva insieme, nuotava nei laghi dei dintorni e se ne
andava in giro per Ephrata e Sioux City. E fu a Sioux City che Louie
scoprì che gli uomini del personale di terra, che li avevano preceduti in
città, avevano convinto le ragazze del posto che i loro distintivi e mostrine
indicavano che erano ufficiali. Mentre Louie decideva di rimediare a
questa situazione, Phil era di servizio notturno all’ufficio operativo. Una
notte fece un brutto sogno: tornava a casa dalla guerra, ma solo per
scoprire che Cecy lo aveva lasciato.
36

Un sabato pomeriggio di metà ottobre 1942 gli uomini della 372ª


ricevettero l’ordine di preparare i bagagli. L’addestramento veniva
interrotto e l’equipaggio doveva trasferirsi in California, a Hamilton Field,
per poi essere mandato immediatamente oltremare. Phil era disperato:
Cecy stava per andare a trovarlo. L’avrebbe mancata per soli tre giorni.
37

Il 20 ottobre la squadriglia decollò dallo Iowa.


A Hamilton Field c’era un artista al lavoro: su ogni aereo dipingeva il
nome e l’illustrazione esplicativa. Dare un nome ai bombardieri era una
tradizione gloriosa. Molti equipaggi dei B-24 inventarono nomi
deliziosamente bizzarri, tra cui E Pluribus Aluminum, Axis Grinder, The
Bad Penny, Bombs Nip On. Parecchi altri aerei ebbero nomi
vergognosamente osceni, accompagnati da figure femminili succintamente
o per niente vestite. Un B-24 esibiva un marinaio che inseguiva una
ragazza nuda intorno alla fusoliera; si chiamava Willie Maker. Louie si
fece fotografare sorridente sotto uno degli esemplari più ribaldi.
38

Anche l’aereo di Phil aveva bisogno di un nome, ma nessuno riusciva a


trovarne uno. Dopo la guerra i sopravvissuti avrebbero avuto ricordi
diversi su chi l’aveva battezzato, ma in una lettera di quell’autunno Phil
scrisse che era stato il copilota, George Moznette, a suggerire Super Man.
39

Il nome piacque a tutti e venne dipinto sul muso dell’aereo, insieme alla
figura del supereroe con una bomba in una mano e un mitra nell’altra. A
Louie la figura non piaceva molto – nelle foto il mitra sembra un badile –
ma Phil l’adorava. La maggior parte degli equipaggi parlava del proprio
aereo al femminile, usando il pronome «lei». Phil insistette nel dichiarare
che il suo B-24 era assolutamente un maschio.
40

Gli uomini erano già destinati al combattimento, ma non erano ancora stati
informati su dove avrebbero prestato servizio. Basandosi sul pesante
equipaggiamento invernale, Louie concluse che la loro destinazione
sarebbero state le isole Aleutine in Alaska, invase dai giapponesi alcuni
mesi prima. Scoprì con piacere di essersi sbagliato: sarebbero andati alle
Hawaii. La sera del 24 ottobre telefonò a casa per un ultimo saluto. Mancò
di poco Pete, il quale arrivò in visita qualche minuto dopo che aveva
riattaccato.
Dopo avere parlato con il figlio, Louise cercò dei fogli per appunti che
usava per scrivere gli elenchi dei destinatari degli auguri di Natale. Dopo
l’ultima visita a casa di Louie, aveva preso un foglio, aveva scritto la data
e aveva buttato giù qualche parola sulla partenza del figlio. Quella sera
scrisse un breve appunto sulla telefonata di Louie. Erano le prime due
annotazioni in quello che sarebbe diventato il diario di guerra di Louise.
Prima di lasciare Hamilton Field, Louie spedì per posta un pacchettino a
sua madre. Quando lei lo aprì, trovò due ali da aviatore. Ogni mattina, da
quel momento in poi, Louise avrebbe appuntato quelle ali all’abito. Ogni
sera, prima di andare a letto, le avrebbe tolte dal vestito per appuntarle alla
camicia da notte.
Il 2 novembre 1942 l’equipaggio di Phil salì a bordo del Super Man e si
preparò ad andare in guerra. Stavano per prendere parte a una lotta
disperata. Da nord a sud, il nuovo impero giapponese si allungava per
ottomila chilometri, dalle innevate Aleutine a Giava, centinaia di
chilometri sotto l’equatore. Da ovest a est, l’impero si estendeva per quasi
diecimila chilometri, dal confine dell’India alle isole Gilbert e Marshall al
centro del Pacifico. Nel Pacifico stesso, virtualmente tutto ciò che si
trovava al di sopra dell’Australia e a ovest della linea internazionale del
cambio di data era stato conquistato dal Giappone.
41

Solo poche isole a est erano state risparmiate: le Hawaii, le Midway,


Canton, Funafuti e un minuscolo paradiso chiamato Palmyra. Era da questi
avamposti che gli uomini delle AAF stavano tentando di conquistare il
Pacifico, «una maledetta isola dopo l’altra» come si diceva allora.
Quel giorno il Super Man volò per la prima volta sul Pacifico. Era diretto
all’Hickam Field di Oahu, dove per gli Stati Uniti la guerra era iniziata
undici mesi prima e dove sarebbe presto iniziata anche per gli uomini
dell’equipaggio. La costa della California scivolò via sotto di loro e poi ci
fu solo l’oceano. Da quel giorno in poi, e fino a quando la vittoria o la
sconfitta, un trasferimento, il congedo, la cattura o la morte se li fossero
portati via, il Pacifico sarebbe stato sotto e intorno a loro. Il fondo
dell’oceano era già disseminato di aerei abbattuti e dei fantasmi degli
aviatori caduti. Ogni giorno di quella lunga guerra feroce altri si sarebbero
uniti a loro.

Phil ai comandi del Super Man.


(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
*
Nel giugno 1941 gli Air Corps diventarono un’arma subordinata delle
Army Air Forces e rimasero una branca combattente delle forze armate
fino al 1947.
VII
«Ci siamo, ragazzi»
Oahu portava ancora i segni dell’attacco giapponese.
1

Il nemico aveva lasciato talmente tante buche nelle strade che le autorità
non erano ancora riuscite a riempirle tutte e gli automobilisti erano
costretti ad aggirare i crateri. C’erano ancora ampi squarci nel tetto della
caserma di Hickam Field e, quando pioveva, gli uomini si infradiciavano.
L’isola era in costante stato di allerta in vista di possibili bombardamenti o
di un’invasione ed era talmente mimetizzata che un membro del personale
di terra scrisse nel suo diario: «Si vede solo un terzo di quello che c’è
effettivamente».
2

Di notte l’isola scompariva: ogni finestra era nascosta da tende a prova di


luce, le auto avevano i fari schermati e le pattuglie addette al controllo
dell’oscuramento si attenevano a regole così severe da non consentire
neppure di accendere un fiammifero. Gli uomini avevano l’ordine di
portare sempre con sé la maschera antigas nell’apposita custodia appesa
alla cintura. Per arrivare alle loro amate onde, i surfer locali dovevano
strisciare sotto il filo spinato teso per l’intera lunghezza di Waikiki Beach.
La 372ª Squadriglia venne mandata a Kahuku, una base sulla spiaggia ai
piedi di una catena di montagne sulla costa nord. Louie e Phil, che
avrebbero presto ricevuto i gradi di tenente, vennero assegnati a un
alloggio insieme a Mitchell, Moznette, dodici altri giovani ufficiali e orde
di zanzare.
3

«Ne uccidi una» scrisse Phil «e al suo funerale se ne presentano dieci.»


4

Visto dall’esterno, l’edificio era pittoresco; dentro, scrisse sempre Phil,


dava l’impressione di un posto in cui avessero «sguazzato nel fango una
decina di sudici maiali del Missouri».
5

I giochi e gli scherzi continui non alleggerivano la situazione. Dopo una


prolungata, estenuante battaglia di gavettoni alle quattro di mattina, che
aveva coinvolto tutti e sedici gli ufficiali, Phil si svegliò con abrasioni da
strisciamento ai gomiti e alle ginocchia.
6
Un’altra notte, mentre si divertivano a lottare per la conquista di una birra,
Louie e Phil finirono con l’andare a sbattere contro il fragile divisorio che
separava la loro stanza da quella attigua.
7

Il divisorio cedette e Phil e Louie, sullo slancio, continuarono a barcollare


in avanti, sfondando altri due divisori prima di riuscire a fermarsi. Quando
il colonnello William Matheny, comandante del 307 o Gruppo bombardieri,
vide il disastro, borbottò qualcosa a proposito del fatto che sicuramente
doveva entrarci Zamperini.
C’era un aspetto intrigante nella vita nella caserma. Il bagno era
completamente rivestito di foto di pin-up, un’autentica Cappella Sistina
della pornografia.
8

Phil si stupiva davanti al distillato di libido frustrata che l’aveva ispirata.


In quel santuario della pornografia, si sentiva molto, molto lontano dalla
casa di suo padre, pastore nell’Indiana.

Louie, equipaggiato per il gelo in alta quota. (Per gentile concessione di


Louis Zamperini)
Erano tutti ansiosi di mettersi alla prova con il nemico, ma il momento di
combattere non arrivava. C’erano invece infinite lezioni, infinite
esercitazioni e, quando Moznette venne trasferito a un altro equipaggio, la
comparsa di tutta una serie di copiloti temporanei. A un certo punto, quale
sostituto di Moznette, all’equipaggio si unì Charleton Hugh Cuppernell,
originario di Long Beach, California. Brillante, gioviale ex giocatore di
football e studente di legge, strutturato come un quarto di bue, Cuppernell
andava d’accordo con tutti, dispensando battute attraverso i denti che
stringevano sempre un sigaro semimasticato.
La prima volta che si alzarono in volo sopra le Hawaii, gli uomini rimasero
sorpresi nello scoprire che gli indumenti da spedizione artica non erano
stati consegnati per errore. A tremila metri di quota poteva fare veramente
freddo, perfino ai tropici, e a volte i vetri della «serra» del bombardiere si
coprivano di ghiaccio.
9

Solo la cabina di pilotaggio era riscaldata, mentre dietro gli uomini si


muovevano imbacuccati in giacche imbottite, stivali con l’interno di
pelliccia e, a volte, tute riscaldate elettricamente. Il personale di terra
utilizzava i bombardieri come freezer volanti, nascondendo a bordo
bottiglie di bibite che poi recuperava ben ghiacciate al rientro dalle
missioni.
Addestrandosi soprattutto nei cieli sopra Kauai, gli uomini scoprirono il
loro talento. Anche se ebbero qualche disavventura (una volta Phil, sulla
pista, mandò a sbattere il Super Man contro un palo del telefono),
10

nelle simulazioni di mitragliamento aereo colpivano i bersagli con una


percentuale tripla rispetto alla media della squadriglia. I punteggi di Louie
nei bombardamenti erano eccezionali.
11

In un’esercitazione di bombardamenti in picchiata, colpì il centro esatto


del bersaglio sette volte su dieci. La parte più dura dell’addestramento era
vedersela con l’arrogante, pignolo e molto detestato tenente addetto alla
supervisione dei loro voli. Una volta capitò che uno dei motori del Super
Man andasse in avaria durante un volo di routine; Phil virò e rientrò a
Kahuku. A bordo di una jeep lanciata a tutta velocità, il furioso tenente si
affiancò all’aereo e ordinò di decollare di nuovo. Quando Louie acconsentì
a volare con tre soli motori, a condizione però che si unisse a loro, il
tenente cambiò bruscamente idea.
Quando non erano in addestramento, gli uomini del Super Man erano in
perlustrazione e per dieci ore al giorno pattugliavano una fetta di oceano
alla ricerca del nemico.
12
Era un lavoro incredibilmente noioso. Louie ammazzava il tempo
dormendo sul tavolo da navigatore di Mitchell o prendendo lezioni di volo
da Phil. Durante alcuni voli, si sedette a leggere romanzi di Ellery Queen
dietro i piloti. La cosa dava sui nervi a Douglas, che una volta, stufo di
dovere sempre scavalcare le sue lunghe gambe, lo aggredì con un
estintore. Un’altra volta i mitraglieri si annoiavano così tanto che
cominciarono a sparare a un piccolo branco di balene. Phil urlò di
smetterla immediatamente e le balene si allontanarono, illese. Si scoprì
così che i proiettili, una volta entrati in acqua, conservavano una velocità
letale solo per alcune decine di centimetri. Un giorno quella si sarebbe
rivelata un’informazione molto utile.
Una mattina, durante un pattugliamento in mare, l’equipaggio di Phil
sorvolò un sottomarino americano che se ne stava placidamente in
superficie, con i marinai che ciondolavano in coperta. Louie lampeggiò tre
volte il codice d’identificazione, ma l’equipaggio del sottomarino lo
ignorò. Louie e Phil decisero allora di «spaventarli a morte». Mentre Louie
apriva i portelli della stiva bombe, Phil si abbassò con i motori urlanti sul
sottomarino. «La ritirata dalla coperta è stata così veloce da dare
l’impressione che tutti fossero stati risucchiati dentro» scrisse Louie nel
suo diario. «Ho dato al capitano un tre per l’identificazione, ma un dieci e
lode per l’immersione rapida.»
13

Il copilota Charleton Hugh Cuppernell. (Per gentile concessione di Louis


Zamperini)
Il tedio del pattugliamento in mare rendeva irresistibile la tentazione di
fare scherzi.
14

Quando un ufficiale di terra troppo chiacchierone si lamentò per la paga


più alta riconosciuta al personale di volo, l’equipaggio lo invitò a pilotare
personalmente l’aereo. Durante il volo, lo sistemarono al posto del
copilota, mentre Louie se ne stava nascosto sotto il tavolo del navigatore,
vicino alle catene che collegavano le barre di comando alle superfici di
governo. L’ufficiale prese i comandi e Louie cominciò a tirare le catene,
facendo beccheggiare violentemente l’aereo. L’ufficiale cadde in preda al
panico, Louie soffocò le risate e Phil mantenne un’espressione
perfettamente impassibile. L’ufficiale di terra non si lamentò mai più per la
paga degli aviatori.
I due momenti di massimo orgoglio di Louie quale ideatore di burle
comportarono entrambi l’uso di chewing gum. Dopo che Cuppernell e Phil
gli avevano rubato la birra, Louie si vendicò salendo di nascosto a bordo
del Super Man e ostruendo con la gomma da masticare il «tubo per la pipì»
della cabina di pilotaggio. Durante il volo di quel giorno, al richiamo della
natura seguirono un tubo per la pipì inspiegabilmente intasato, turbolenze
e almeno un aviatore bagnato. Per sfuggire alla rappresaglia, Louie rimase
nascosto a Honolulu per due giorni. In un’altra occasione, per pareggiare i
conti con Cuppernell e Phil che gli rubavano regolarmente il chewing gum,
Louie sostituì la sua solita gomma da masticare con un’altra di tipo
lassativo. Poco prima di decollare per una lunga giornata di pattugliamento
in mare, Cuppernell e Phil rubarono tre pezzi a testa, cioè il triplo della
dose consigliata. Mentre il Super Man volava sul Pacifico, Louie osservò
compiaciuto pilota e copilota che, sofferenti, si alternavano nelle corse
verso la coda dell’aereo, gridando che qualcuno gli tenesse un sacchetto
pronto. In occasione dell’ultima corsa, Cuppernell scoprì che i sacchetti
erano terminati. Dato che non c’era nessun altro posto dove andare, si
abbassò i pantaloni e sporse il sedere dal finestrino della fusoliera, mentre
quattro membri dell’equipaggio lo tenevano per evitare che cadesse fuori.
Alla vista dei risultati dell’operazione sulla coda del Super Man, il
personale di terra si infuriò. «Sembrava un quadro astratto» commentò in
seguito Louie.
L’antidoto di Phil alla noia era il volo acrobatico a bassa quota. Dopo ogni
giornata di pattugliamento in mare, sincronizzava il rientro a Oahu con un
altro pilota. Il primo sorvolava l’isola a bassissima quota e con il carrello
rientrato per vedere quanto poteva scendere senza graffiare la pancia
dell’aereo, poi sfidava l’altro a volare ancora più basso. Phil si abbassava
talmente con il Super Man da poter guardare direttamente dentro le
finestre dei primi piani degli edifici. Era una manovra, diceva nella sua
cadenza strascicata, «abbastanza audace».
15

Per ogni giorno di volo, l’equipaggio aveva una giornata libera.


16

I ragazzi giocavano a poker, approfittavano tutti dei pacchi dono di Cecy e


andavano al cinema. Louie correva lungo la pista, mantenendosi in
condizioni di forma olimpiche. Sulla spiaggia di Kahuku, lui e Phil
gonfiavano i coprimaterassi, si lanciavano tra le onde e riuscivano quasi ad
annegare. Andando in giro per l’isola a bordo di un’auto presa in prestito, i
due amici scoprirono numerosi campi d’aviazione, ma quando guardarono
con maggiore attenzione si resero conto che tutti gli aerei e le attrezzature
erano fasulli e fabbricati in compensato, un elaborato stratagemma studiato
per ingannare gli aerei da ricognizione giapponesi. E a Honolulu trovarono
il loro Everest: era la steakhouse di P.Y. Chong, dove per due dollari e
cinquanta servivano una bistecca spessa quasi quanto un braccio e larga
quanto una testa umana. Louie non vide mai un cliente di Chong riuscire a
finire il pasto.
Per gli ufficiali dell’equipaggio, il paradiso era il North Shore, il circolo di
Honolulu a loro riservato che offriva campi da tennis, belle ragazze con
coprifuoco alle dieci e mezzo e ottimi bicchierini di whisky bevuti tra una
birra e l’altra. Quando l’equipaggio ottenne il miglior punteggio di tutta la
squadriglia in un’esercitazione di mitragliamento, Louie premiò i ragazzi
di leva appuntando i suoi distintivi e le sue mostrine alle loro uniformi e
facendoli entrare nel club. Zamperini andò a ballare con una ragazza e,
subito dopo, il colonnello Matheny si sedette al suo posto e cominciò a
parlare con un terrorizzato Clarence Douglas, che fingeva di essere
sottotenente. Quando Louie finalmente riuscì a liberarsi e corse a salvare
Douglas, l’ignaro colonnello si alzò in piedi e lo informò che Douglas era
un tipo maledettamente in gamba.
In attesa di volare.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
Un giorno Louie vide sulla pista da ballo il tenente che aveva ordinato al
Super Man di decollare con tre soli motori. Trovò un sacchetto di farina,
reclutò una ragazza e cominciò a ballare in cerchio vicino al tenente,
lasciandogli cadere un pizzico di farina all’interno del colletto ogni volta
che gli passava accanto. Dopo un’ora, l’intero club osservava attento la
scena. Finalmente Louie afferrò un bicchiere d’acqua, si avvicinò ballando
alle spalle della sua vittima, gli rovesciò l’acqua sulla camicia e tagliò la
corda. Il tenente si voltò, la schiena gocciolante di quella specie di
impasto. Impossibilitato a trovare il colpevole, se ne andò infuriato. Il club
festeggiò e brindò a Louie, che commentò: «Una ragazza in più per noi».
Novembre diventò dicembre e l’equipaggio non aveva ancora visto un solo
giapponese. Si combatteva duramente a Guadalcanal e gli uomini si
sentivano esclusi, frustrati ed estremamente curiosi di vedere un vero
combattimento. Ogni volta che un B-17 rientrava da una missione, Louie e
i suoi amici andavano al campo per esaminarlo. All’inizio tutti gli aerei
sembravano uguali a quando erano partiti. Poi un aviatore indicò un unico,
solitario foro di proiettile. «Accidenti!» disse poi Louie. «Ci si sono
drizzati i capelli.»
Tre giorni prima di Natale, finalmente arrivò l’ora del Super Man. Il suo
equipaggio e quelli di altri venticinque bombardieri ricevettero l’ordine di
preparare indumenti per tre giorni e di imbarcarsi sui rispettivi aerei.
Avvicinandosi al Super Man, Louie notò che la stiva bombe, oltre a sei
ordigni da duecentoventisette chili, ospitava anche due serbatoi
supplementari. Basandosi appunto sui serbatoi supplementari, scrisse nel
suo diario che probabilmente la loro destinazione era «da qualche parte
parecchio in là». Invece del sistema Norden, gli venne consegnato il
mirino di puntamento manuale, possibile indicazione del fatto che
avrebbero dovuto effettuare bombardamenti in picchiata.
*

All’equipaggio venne consegnato un plico di ordini da aprirsi solo una


volta in volo.
Cinque minuti dopo il decollo, la busta venne aperta e gli uomini del Super
Man seppero di doversi dirigere verso Midway. Quando atterrarono, otto
ore più tardi, vennero accolti con una cassetta di Budweiser e una grande
notizia: i giapponesi avevano stabilito una base sull’atollo di Wake e, nel
più imponente raid mai organizzato fino a quel momento nella guerra nel
Pacifico, le AAF l’avrebbero distrutta.
Il pomeriggio seguente l’equipaggio venne convocato in sala riunioni, che
in realtà era il teatro della base, al momento pavesato con tristi decorazioni
natalizie. Quella notte avrebbero colpito Wake con bombardamenti in
picchiata. La missione avrebbe avuto una durata nonstop di sedici ore, il
più lungo volo di combattimento che la guerra avesse mai visto. Tale
durata avrebbe spinto i B-24 al limite massimo dell’autonomia di volo.
Anche con i serbatoi supplementari, ce l’avrebbero fatta al pelo.
Prima di decollare, Louie andò sul campo di volo. Il personale di terra
stava preparando gli aerei, eliminando ogni grammo di peso in eccesso e
passando una mano di vernice nera sulla pancia e le ali in modo che fosse
più difficile individuarli contro lo sfondo del cielo notturno. Raggiunto il
Super Man, Louie si arrampicò nella stiva bombe, già a pieno carico. In
onore del suo amico di college Payton Jordan, che aveva appena sposato la
sua fidanzatina del liceo, scarabocchiò i nomi «Marge e Payton Jordan» su
uno degli ordigni.
Alle sedici del 23 dicembre 1942, ventisei B-24, con un carico
complessivo di circa trecentotrentamila litri di carburante e
trentaquattromila chili di bombe, decollarono da Midway. Il Super Man
scivolò verso il fondo della formazione. Per tutto il pomeriggio e parte
della sera, gli aerei volarono in direzione di Wake. Il sole tramontò e i
bombardieri proseguirono il volo nella luce tenue della luna e delle stelle.
Alle ventitré, a circa duecentocinquanta chilometri da Wake, Phil spense le
luci esterne del Super Man. Le nubi si chiusero intorno agli aerei.
Teoricamente i bombardieri avrebbero dovuto avvicinarsi all’atollo in
formazione, ma circondati dalle nubi e con le luci spente, i piloti non
riuscivano a vedere i colleghi. Non potevano rischiare di rompere il
silenzio radio, per cui ogni aereo proseguì per conto proprio. I piloti
allungavano il collo nel buio, scartando all’improvviso per allontanarsi
dalla debole ombra di altri aerei, cercando di evitare collisioni. L’atollo di
Wake ormai era vicinissimo, ma non riuscivano a vederlo. Seduto nella
torretta dorsale del Super Man, Stanley Pillsbury si chiedeva se sarebbe
tornato vivo. Sotto, nella «serra», Louie sentiva dentro di sé una specie di
formicolio, la stessa sensazione che provava prima delle gare. Davanti a
loro, Wake dormiva.
A mezzanotte esatta, il colonnello Matheny, ai comandi dell’aereo guida, il
Dumbo the Avenger, ruppe il silenzio radio.
17

«Ci siamo, ragazzi.»


Matheny abbassò il muso del Dumbo e si tuffò fuori dalle nuvole. Sotto di
lui c’era Wake, tre isolette sottili che si tenevano per mano intorno a una
laguna. Mentre il copilota gridava i dati relativi a velocità e quota,
Matheny spinse il suo aereo verso una serie di edifici a Peacock Point, la
punta sud dell’atollo. Altri B-24 seguivano il Dumbo, fiancheggiandolo.
Raggiunta la quota sganciamento bombe, Matheny alzò il muso dell’aereo
e gridò al bombardiere-puntatore:
«Quando pensi di mollare quelle incendiarie?»
«Andate, signore!»
In quell’istante gli edifici di Peacock Point esplosero. Mezzanotte era
passata da quarantacinque secondi.
Matheny inclinò leggermente l’aereo e guardò in basso. Peacock Point,
centrata dalle bombe del Dumbo e da quelle degli aerei che lo avevano
fiancheggiato, era divorata dalle fiamme. Matheny sapeva che avevano
avuto fortuna: i giapponesi erano stati sorpresi nel sonno e nessuno si era
ancora precipitato ai pezzi della contraerea. Mentre virava per rientrare a
Midway, ondate di B-24 in successione si tuffarono su Wake. I giapponesi
corsero alle loro postazioni.
A bordo del Super Man, molto più indietro e più in alto dell’aereo di
Matheny, Louie vide ampie, rapide pulsazioni di luce nelle nuvole. Azionò
la valvola di controllo dei portelli della stiva bombe, che si aprirono
rumorosamente. Fissò la rastrelliera portabombe sulla posizione
«seleziona», attivò gli interruttori delle bombe e stabilì i parametri. Gli
ordini di Phil erano di scendere a milleduecento metri prima di sganciare,
ma quando l’aereo raggiunse quella quota era ancora perso tra le nuvole.
L’obiettivo di Louie era la pista d’atterraggio, che però non riusciva ancora
a vedere. Phil si abbassò ulteriormente, a velocità terrificante.
All’improvviso, a settecentocinquanta metri, il Super Man perforò lo strato
nuvoloso e sotto di sé scorse chiaramente Wake, nitida e brillante.
Pillsbury non avrebbe mai dimenticato ciò che vide. «Sembrava una
tempesta di stelle» dichiarerà. Le isole, fino a un momento prima sigillate
nel buio, erano un bagliore di luce violenta. Numerosi, vasti incendi dai
quali si alzava fumo nero stavano bruciando le riserve di carburante
dell’atollo. Ovunque le bombe colpivano gli obiettivi, creando funghi di
fuoco. I fari della contraerea tagliavano l’aria avanti e indietro, riflettendo i
fasci di luce sulle nuvole e facendoli rimbalzare a terra, dove illuminavano
i numerosissimi giapponesi che, vestiti solo dei loro fundoshi, correvano in
giro in preda alla confusione. Ciò che né Pillsbury né nessun altro sapeva
era che tra gli uomini là sotto c’erano anche i 98 americani che erano stati
catturati e schiavizzati.
I mitraglieri di fusoliera e di coda aprirono il fuoco e, uno dopo l’altro, i
riflettori della contraerea esplosero in frantumi. A Pillsbury sembrava che
«ogni arma da fuoco del mondo» stesse sparando verso il cielo. I cannoni
della contraerea scagliavano in una traiettoria ad arco i loro proiettili al di
sopra degli aerei, dove esplodevano facendo piovere shrapnel. Traccianti
dall’alto e dal basso striavano l’aria di giallo, rosso e verde. A Pillsbury
quei colori vivaci fecero venire in mente il Natale. Poi ricordò: avevano
attraversato la linea internazionale del cambio di data e la mezzanotte era
passata. Era Natale.
Phil effettuò una cabrata per riprendere il Super Man dalla picchiata.
Mentre l’aereo si portava in assetto di volo orizzontale, Louie notò la luce
di coda di uno «Zero», il Mitsubishi A6M, che rollava lungo la pista nord-
sud. Cominciò la sincronizzazione con la luce, sperando di centrare il
caccia nemico prima che potesse decollare. Sotto, molto vicino, qualcosa
esplose e il Super Man tremò. Un proiettile esplose accanto all’ala sinistra,
un altro vicino alla coda. Louie vedeva traccianti incidere linee nette nel
cielo, sulla destra. Sganciò una bomba sull’estremità est della pista, contò
due secondi, poi sganciò le rimanenti cinque bombe sopra una serie di
bunker e alcuni aerei parcheggiati di fianco alla pista.
Sgravato dei suoi milletrecentosessantadue chili di bombe, il Super Man
schizzò verso l’alto. Louie urlò «Bombe andate!» e Phil virò a sinistra,
attraverso scie di fuoco della contraerea. Louie guardò in basso. Le sue
cinque bombe atterrarono in chiazze di fuoco sui bunker e sugli aerei.
Aveva esitato un attimo di troppo per riuscire a centrare lo Zero: la bomba
era caduta immediatamente dietro il caccia, illuminando la pista. Phil
puntò la prua del Super Man verso Midway. Wake era un mare di fuoco e
di uomini in fuga.
18

L’equipaggio era tesissimo, carico di adrenalina. C’erano numerosi Zero in


volo, ma nel buio nessuno sapeva dove fossero esattamente. Da qualche
parte in quella galassia di aerei, uno Zero aprì il fuoco contro un
bombardiere, che fece fuoco a sua volta. Lo Zero si dileguò. Pillsbury
guardò di lato e vide le linee gialle di proiettili traccianti puntare
direttamente verso di loro: un mitragliere di un B-24 aveva scambiato il
Super Man per un aereo nemico e lo stava bersagliando. Phil se ne accorse
nello stesso istante e scartò immediatamente. Il fuoco cessò.
I portelli del vano bombe erano rimasti aperti, bloccati. Il meccanismo
motorizzato, pur funzionante, non riusciva a chiuderli. Louie andò a
vedere. Quando Phil aveva cabrato per riprendere l’aereo dalla picchiata,
l’enorme forza g aveva spostato i serbatoi supplementari, di poco, ma
abbastanza da bloccare i portelli. Non ci si poteva fare niente. Con la stiva
bombe spalancata che opponeva resistenza all’aria, il Super Man stava
consumando molto più carburante del normale. Dato che la durata della
missione comportava arrivare al limite dell’autonomia dell’aereo, si
trattava di una notizia sconfortante.
Gli uomini non potevano fare altro che aspettare e sperare. Fecero
circolare succo di ananas e sandwich al roast beef. Louie era esausto, sia
per il combattimento che per le incessanti vibrazioni dell’aereo. Guardava
fuori, assonnato, osservando le stelle tra una nuvola e l’altra.
A centoventi chilometri da Wake, uno dei ragazzi si voltò a guardare
dietro di sé. Riusciva ancora a vedere l’isola in fiamme.
Mentre il giorno nasceva sul Pacifico, il generale di brigata Howard K.
Ramey se ne stava in piedi accanto alla pista di Midway, fissando le
nuvole in attesa dei suoi bombardieri. L’espressione era accigliata. Un
banco di nebbia incombeva a sessanta metri sopra l’oceano e inoltre
pioveva. In alcuni punti la visibilità era ridotta a pochi metri. Trovare la
minuscola, piatta Midway sarebbe stato difficile e c’era inoltre il dubbio se
il carburante sarebbe stato sufficiente a riportare i bombardieri a casa.
Comparve un aereo, poi un altro, e un altro ancora. Uno dopo l’altro, i
bombardieri atterrarono, tutti quasi coi serbatoi a secco, uno con un motore
fuori uso. Il Super Man non si vedeva.
Là fuori, nella nebbia, Phil doveva avere dato un’occhiata all’indicatore
del carburante ed essersi reso conto di trovarsi in guai seri. Con la stiva
bombe aperta e il vento che ululava lungo la fusoliera, aveva consumato
quasi tutto il combustibile. Non sapeva se sarebbe riuscito a trovare
Midway e non aveva abbastanza carburante per tentare un secondo
passaggio. Finalmente, verso le otto di mattina, intravide Midway tra la
foschia. Un momento dopo, uno dei motori sputacchiò e si spense.
Phil sapeva che nel giro di pochi secondi anche gli altri motori avrebbero
fatto lo stesso. Mentre spingeva mentalmente l’aereo, vide la pista e puntò
in quella direzione. I motori continuavano a funzionare. Phil abbassò il
Super Man e toccò terra. Un istante dopo, mentre lasciava la pista, si
spense un secondo motore. E quando arrivò davanti al suo bunker, si
spensero anche gli altri due. Se il volo fosse stato anche solo leggermente
più lungo, il Super Man si sarebbe inabissato nell’oceano.
Il generale Ramey corse ad accogliere ogni bombardiere, urlando
congratulazioni. Lo stanco equipaggio del Super Man scese dall’aereo e si
ritrovò tra una folla di marines, che avevano aspettato per un anno la
vendetta sui giapponesi per ciò che avevano fatto ai loro fratelli a Wake. I
marines fecero circolare bicchierini di liquore, festeggiando gli equipaggi.
La missione era stata un successo strepitoso. Tutti gli aerei erano rientrati.
Una sola bomba aveva mancato il bersaglio, cadendo in acqua a sei metri
dalla riva. La base giapponese era stata gravemente danneggiata – secondo
le stime, metà del personale era stato ucciso – e l’America aveva
dimostrato la potenza e l’autonomia dei suoi B-24. E, anche se gli uomini
non lo sapevano, tutti i prigionieri americani erano sopravvissuti.
L’equipaggio di Phil passò la giornata seduto sotto la pioggia, guardando
numerosi albatros effettuare comici, vani tentativi di atterraggio sulla pista
allagata. Nelle prime ore del mattino dopo, il Super Man li riportò a
Kahuku. Louie passò l’ultima notte dell’anno a una festa in compagnia di
Moznette e del suo puntatore, James Carringer Jr, rientrando al santuario
pornografico solo alle quattro e trenta del mattino dopo. Si ricompose
qualche ora più tardi, quando l’ammiraglio Chester Nimitz decorò i piloti
di Wake con la Distinguished Flying Cross e i loro equipaggi con l’Air
Medal.
La notizia del raid aereo si diffuse e gli uomini che vi avevano preso parte
furono salutati come eroi. La stampa sottolineò il loro regalo di Natale agli
Alleati: La calza giapponese riempita di piombo, strillò un titolo.
19

A Tokyo, le trasmissioni radiofoniche ebbero un diverso approccio:


riferirono che gli americani, constatate le difese giapponesi, erano «fuggiti
in preda al terrore».
20

Sull’«Honolulu Advertiser», Louie trovò una vignetta in cui veniva


rappresentato il ruolo del puntatore nel bombardamento di Wake. La
ritagliò e la ripose nel portafoglio.
Con l’alba del 1943 e il successo di Wake, gli uomini si sentivano spavaldi
e sicuri. Era stato tutto così facile. Un ammiraglio predisse che
probabilmente il Giappone sarebbe stato sconfitto entro l’anno. Phil sentì
colleghi parlare di un prossimo ritorno a casa.
21

«Mi pare un po’ prematuro»


22

scrisse a sua madre.


*

Il bombardamento in picchiata era un utilizzo insolito e improbabile per


un enorme bombardiere. Ma nel raid su Wake del giorno di Natale del
1942, tutti i B-24, compreso quello di Zamperini, adottarono tattiche di
bombardamento in picchiata, come confermato dallo stesso Zamperini e
dai giornalisti imbarcati sugli aerei per assistere alla missione.
VIII
«Solo la lavanderia ha visto
quanta paura ho avuto»
Erano le prime ore del mattino dell’8 gennaio 1943. Il sole non era ancora
sorto. George Moznette e James Carringer, con i quali Louie aveva
trascorso il Capodanno, raggiunsero gli altri componenti dell’equipaggio
sulla pista lungo la spiaggia di Barking Sands a Kauai e si prepararono a
fare da guida in una formazione con altri due aerei in un volo di
addestramento sopra Pearl Harbor. Il pilota era il maggiore Jonathan
Coxwell, un carissimo amico di Phil.
Mentre l’aereo rullava sulla pista preparandosi al decollo, Coxwell tentò di
mettersi in contatto con la torre di controllo, la cui radio però non
funzionava. Il maggiore spinse al massimo i motori, si staccò da terra e si
alzò sopra la spiaggia e nel buio. Gli altri due aerei lo seguirono, per
rientrare più tardi in mattinata. L’aereo di Coxwell no. Nessuno l’aveva
più visto dopo il decollo.
1

Durante un briefing alle otto, Louie venne informato che l’aereo di


Coxwell risultava disperso. Quella mattina l’equipaggio di Phil aveva in
programma un’esercitazione di bombardamento al largo di Barking Sands,
ma prima gli uomini camminarono lungo la spiaggia alla ricerca di un
segno dei loro amici. Qualcuno trovò una busta paga di quattrocento
dollari, portata a riva dalle onde. Era intestata a Moznette.
Il Super Man stava volando a una quota di quattromilacinquecento metri,
quando il B-24 disperso venne localizzato, sul fondo dell’oceano e non
molto distante dalla riva. I dieci componenti dell’equipaggio erano tutti
morti.
Coxwell era sopravvissuto di poco al decollo. Aveva liberato la pista,
aveva virato ed era precipitato in mare. Molti dell’equipaggio erano
sopravvissuti all’impatto e avevano cercato di raggiungere la riva a nuoto,
ma gli squali non glielo avevano permesso. Gli uomini, scrisse Louie nel
suo diario, erano stati «letteralmente fatti a pezzi». Cinque di loro,
compreso Moznette, avevano abitato con Louie e Phil. Carringer era
appena stato promosso tenente, ma era morto prima che qualcuno potesse
dirglielo. L’equipaggio venne sepolto nel cimitero di Honolulu, accanto
agli uomini uccisi a Pearl Harbor.
2
Louie era scosso. Si trovava alle Hawaii da soli due mesi, eppure già
parecchie decine di compagni del suo gruppo, compreso oltre un quarto
degli uomini del suo acquartieramento, erano morti.
3

La prima perdita si era verificata durante il volo da San Francisco, quando


uno dei B-24 era semplicemente svanito. Era un destino tristemente
comune; tra il 1943 e il 1945, quattrocento equipaggi delle AAF persero la
vita durante i voli di trasferimento ai rispettivi teatri bellici. Poi un altro
aereo si era incendiato ed era precipitato a Kahuku, uccidendo quattro
uomini. Un altro aveva impattato contro una montagna. Un bombardiere
era stato costretto a un atterraggio di emergenza dopo avere perso tutti e
quattro i motori; erano morti due uomini. A bordo di un altro bombardiere,
un meccanico principiante che stava trasferendo carburante tra le ali aveva
lasciato che sul fondo della stiva bombe si creasse una pozza. E quando i
portelli della stiva si erano aperti, provocando una scintilla, l’aereo era
esploso. Erano sopravvissuti in tre, compreso un passeggero che per puro
caso aveva una mano posata sopra un paracadute nell’attimo in cui
l’esplosione lo aveva scagliato all’esterno. Dopo il raid su Wake, un aereo
inviato sul posto con il compito di fotografare i danni era stato colpito dal
fuoco della contraerea. L’equipaggio aveva mandato un ultimo messaggio
– «Non ce la facciamo» – e di loro non se ne era più saputo nulla. E poi
c’era stato l’incidente di Coxwell.

Il B-24 Stevenovich II subito dopo essere stato colpito dalla contraerea.


L’aereo ruotò parecchie volte su se stesso, poi esplose. L’operatore radar,
tenente Edward Walsh Jr, fu scagliato fuori dall’aereo, riuscì ad aprire il
paracadute e sopravvisse. Gli altri componenti dell’equipaggio vennero
dichiarati morti.
Quelle perdite, una sola delle quali dovuta all’azione del nemico, non
erano certamente anomale. Nel corso della Seconda guerra mondiale le
AAF persero 35.933 aerei, in combattimento o a causa di incidenti.
4

Ciò che risulta sorprendente in tale cifra è che solo una frazione di quegli
aerei sfortunati andò persa in combattimento. Nel 1943, nel teatro del
Pacifico dove prestava servizio l’equipaggio di Phil, per ogni aereo
abbattuto in battaglia, circa sei precipitarono per incidenti. Con il passare
del tempo, i combattimenti provocarono perdite maggiori, che però non
superarono mai quelle dovute a incidenti.
Così come cadevano gli aerei, cadevano gli uomini. Negli Air Corps,
35.946 uomini morirono in situazioni di non combattimento,
5

per lo più in incidenti aerei.


*

E, a quanto pare, anche in combattimento era più probabile morire per un


incidente che a causa del fuoco nemico. Un rapporto del direttore sanitario
delle AAF lascia intendere che nel Cinquantesimo Air Force, tra il 1 o
novembre 1943 e il 25 maggio 1945, il settanta per cento degli uomini
indicati come caduti in combattimento fosse deceduto in incidenti aerei, e
non a causa di azioni del nemico.
7

Fuoco di contraerea.
In molti casi il problema era costituito dagli aerei. In parte perché di nuova
tecnologia, in parte perché massicciamente utilizzati, gli aeroplani erano
soggetti a guasti di ogni tipo. Solo nel gennaio del 1943, Louie riportò nel
suo diario dieci seri problemi meccanici a bordo del Super Man e di altri
aerei su cui volò, compresi due guasti ai motori in volo, una perdita di
carburante, problemi alla pressione dell’olio e un carrello bloccato...
fortunatamente abbassato. Una volta i freni del Super Man non
funzionarono al momento dell’atterraggio. Phil riuscì a fermare il
bombardiere a meno di un metro dal termine della pista, oltre la quale
c’era l’oceano.
Anche le condizioni atmosferiche influivano negativamente. Le tempeste
riducevano la visibilità a zero, un grosso problema per piloti che cercavano
isole minuscole o che dovevano infilarsi tra le montagne che
fiancheggiavano alcune piste hawaiane. I B-24 erano difficili da
manovrare anche nel più sereno dei cieli; in certe tempeste tropicali,
neppure la forza combinata del pilota e del copilota riuscivano a
mantenerli stabili. Per due volte in una settimana, il Super Man incontrò
tempeste che lo scossero in modo così violento che Phil ne perse il
controllo. Una volta l’aereo venne sbatacchiato in cielo per dieci minuti e
il copilota rimase talmente paralizzato dalla paura che Phil dovette
chiedere a Louie di sostituirlo.
Un giorno, di rientro da un pattugliamento in mare, Phil stava aggirando
una tempesta quando Cuppernell lo sfidò chiedendogli se aveva il coraggio
di volarci dentro. «Io posso far volare questo coso dappertutto» rispose
Phil, puntando l’aereo verso le nubi che annunciavano burrasca.
8

Il Super Man venne immediatamente inghiottito dall’acqua e Phil non


vide più nulla. La pioggia mitragliava l’aereo, il vento lo inclinava di lato,
poi il Super Man cominciò a «delfinare» furiosamente, costringendo
l’equipaggio ad aggrapparsi a qualsiasi cosa fosse ben fissata e avvitata.
Erano entrati nella tempesta a un’altezza di soli trecento metri. Adesso
l’aereo beccheggiava in modo così irregolare che non riuscivano a leggere
la quota e, senza visibilità, non sapevano dove fosse l’oceano. Ogni volta
che l’aereo sembrava tuffarsi in picchiata, gli uomini si irrigidivano,
preparandosi all’impatto. Oahu era stata in vista quando erano entrati nella
tempesta, ma adesso non avevano più la minima idea di dove fosse. Phil
stringeva la barra di comando con tutte le sue forze, il viso rigato di
sudore. Pillsbury si mise il paracadute. Al suo tavolo nell’aereo
imbizzarrito, l’operatore radio Harry Brooks captò il segnale di una
stazione hawaiana. Il Super Man era dotato di un radiogoniometro, che
consentì a Harry di determinare la direzione da cui proveniva il segnale.
Phil costrinse a forza l’aereo a virare e puntò da quella parte. Uscirono
dalla tempesta, trovarono il campo d’aviazione e atterrarono. Phil era
esausto, la camicia fradicia di sudore.
Le piste erano un altro problema. Molte isole erano così piccole e strette
che i genieri per ottenere una lunghezza sufficiente dovevano ammassare
corallo tritato e compattato a un’estremità. Ma, anche con simili
accorgimenti, spesso lo spazio non bastava. Dopo lunghe missioni,
capitava che gruppi di aerei rientrassero con così poco carburante da non
potere aspettare che altri atterrassero; di conseguenza, atterravano tutti
contemporaneamente, con il pilota di testa che ritardava il touchdown
finché si trovava abbastanza in fondo alla pista da consentire l’atterraggio
simultaneo degli altri dietro di lui. Erano talmente numerosi gli aerei che
continuavano la corsa oltre la fine della pista di Funafuti e finivano
nell’oceano che il personale di terra teneva un bulldozer con cavo da traino
parcheggiato vicino all’acqua.
9

Per i B-24 a pieno carico, che avevano bisogno di oltre un chilometro per
decollare, le brevi piste sulle isole, spesso fiancheggiate da palme
torreggianti, rappresentavano una sfida. «Il decollo è stato eccitante»
scrisse il sergente maggiore Frank Rosynek a proposito di un decollo con
l’aereo sovraccarico. «Sei di noi sono dovuti restare in piedi sulla stretta
trave tra i portelli della stiva bombe, con le braccia spalancate e le mani
sopra i serbatoi supplementari. La puzza del carburante era quasi tossica.
L’aereo ha continuato a correre pesante lungo la pista per un’eternità e noi
vedevamo il corallo compresso attraverso le fessure nei punti in cui i
portelli chiusi della stiva poggiano sulla trave dove stavamo noi, un piede
davanti all’altro. C’è stato come uno swoosh e all’improvviso pezzi di
fronde di palme sono comparsi incastrati nelle fessure, su entrambi i lati!...
Solo la lavanderia ha visto quanta paura ho avuto.»
10

E poi c’era l’errore umano. I piloti si scontravano, in volo o a terra. A


bordo dei B-24, ben noti per le perdite di carburante, gli uomini si
accendevano sigarette e facevano esplodere l’aereo. Durante un volo, il
motore numero 3 del Super Man all’improvviso si spense e Pillsbury trovò
il copilota del momento che sedeva ignaro con un piede sull’interruttore
dell’accensione motore, che aveva spostato nella posizione «off».
11

Una volta a Louie venne chiesto di unirsi a un equipaggio il cui puntatore


era ammalato. Anche Louie però non stava bene, così l’equipaggio si trovò
un altro sostituto. Durante il volo, la torre di controllo avvertì il pilota che
si stava dirigendo verso una montagna. Il pilota rispose che la vedeva e poi
andò a sbatterci direttamente contro.
12

L’incidente più bizzarro si verificò quando un bombardiere in volo di


addestramento effettuò un’improvvisa cabrata. Per non cadere, uno degli
uomini si aggrappò alla maniglia di sganciamento del canotto di
salvataggio.
13

Il canotto piovve di colpo dal tetto e si avvolse intorno allo stabilizzatore


orizzontale. A malapena in grado di controllare l’aereo, il pilota ordinò
all’equipaggio di lanciarsi con il paracadute. In qualche modo riuscì ad
atterrare insieme al copilota e tutti sopravvissero.
E c’era infine la tremenda difficoltà della navigazione.
14

Effettuando calcoli di trigonometria sferica straordinariamente complessi


in base a dati rilevati da una quantità incredibile di strumenti, i navigatori
brancolavano sopra migliaia di indistinguibili chilometri di oceano verso
isole che, fossero obiettivi o destinazioni, di notte erano oscurate, spesso
larghe solo qualche metro e piatte sull’orizzonte. Nonostante tutti gli
strumenti, le procedure potevano essere comicamente primitive. «Ogni
volta che dovevo calibrare il sestante» scrisse il navigatore John Weller
«aprivo il portello dell’uscita d’emergenza in cabina di pilotaggio e salivo
in piedi sul mio tavolo e su quello dell’operatore radio, che mi teneva per
le gambe in modo che non venissi risucchiato fuori.» Di notte, a volte i
navigatori ricorrevano alle stelle, guidando gli equipaggi sul Pacifico in un
modo non molto diverso da quello degli antichi marinai polinesiani. In
caso di nubi o tempesta, perfino quel sistema era inutilizzabile.
Dato che bastava essere fuori rotta di pochissimo per mancare un’isola, ha
dell’incredibile che gli equipaggi trovassero le loro destinazioni. E molti
infatti non ci riuscirono. Martin Cohn, ufficiale responsabile di materiale e
veicoli militari a Oahu, una volta si trovò in una postazione radar mentre
un aereo che si era smarrito, e che era privo di radar, cercava di
individuare l’isola. «Siamo rimasti seduti a guardare l’aereo che passava
sopra l’isola e la superava. Non ha più fatto ritorno» disse Cohn. «Io lo
vedevo sul radar. È una cosa che ti fa stare malissimo. La vita valeva poco
in guerra.»
15

In combattimento i rischi aumentavano in misura esponenziale. In volo


c’era la sfida dei caccia giapponesi, soprattutto del veloce, agile Zero,
dominatore dei cieli nella prima metà della guerra. I piloti degli Zero
colpivano i bombardieri con il fuoco delle mitragliatrici e i proiettili ad
alto potenziale distruttivo del cannoncino da 20mm, che aprivano grandi
fori nei bersagli. Quando tutto questo non bastava, alcuni piloti si
scagliavano con il proprio aereo contro i bombardieri, in stile kamikaze.
Un B-24 rientrò alla base con mezzo Zero appeso a un’ala.
16

Da terra arrivava il fuoco della contraerea, compreso quello dei cannoni


antiaereo i cui proiettili esplodevano in frammenti di metallo che, taglienti
come rasoi, aprivano squarci negli aerei. Per sopravvivere alla contraerea e
agli aerei nemici, i piloti dei bombardieri dovevano modificare
costantemente quota e direzione. Ma in fase di avvicinamento all’obiettivo
era il sistema Norden, e non il pilota, a controllare l’aereo e quindi in quei
momenti qualsiasi manovra diversiva era impossibile. I B-24 erano sotto il
controllo del sistema di puntamento per tre, cinque minuti in fase di
avvicinamento; i telemetri giapponesi impiegavano meno di sessanta
secondi per stabilire con esattezza l’altitudine del bombardiere.
17

La matematica era a favore dei giapponesi.


In combattimento i bombardieri erano addirittura una minaccia reciproca.
Per difendersi dagli attacchi dei caccia nemici e per riuscire a centrare le
strette isole che costituivano gli obiettivi, gli aerei dovevano volare in
formazioni molto serrate. In quel caos potevano capitare collisioni, casi di
fuoco amico e anche di peggio. In un incidente, tre B-24 in missione per
bombardare un porto si ritrovarono a volare in formazione ravvicinata
attraverso uno stretto canyon a un’altitudine di quindici metri, sotto un
intenso fuoco da terra. Mentre sganciavano le bombe sopra il porto,
l’estremità dell’ala destra dell’aereo pilotato dal tenente Robert Strong
colpì la «serra» del bombardiere alla sua destra, pilotato dal tenente
Robinson. La collisione fece ruotare l’aereo di Strong sul lato sinistro e
sotto il bombardiere di Robinson, proprio nell’attimo in cui quest’ultimo
sganciava una mina da quattrocentocinquanta chili. La mina piombò
all’interno dell’aereo di Strong e, anche se non esplose, provocò uno
squarcio di quasi due metri quadrati nella fusoliera andando a incastrarsi
alle spalle dei mitraglieri delle postazioni laterali.
18

Il B-24 di Strong era quasi tagliato in due; il paracadute della mina si aprì,
spingendo l’aereo verso il basso. Gli uomini tagliarono il paracadute e
cercarono di smuovere l’ordigno, che però si rifiutava di spostarsi anche
solo di un millimetro. A quel punto smontarono le mitragliatrici e
utilizzarono le canne come leve, riuscendo a sbloccare la mina e a gettarla
fuori. Mentre Strong tentava di riportare a casa l’aereo praticamente
tagliato a metà, la coda prese a sbattere nel vento e un’enorme crepa
cominciò a risalire la fusoliera. Incredibilmente Strong pilotò il suo
Liberator per milletrecento chilometri e atterrò. Jesse Stay, un pilota della
squadriglia di Louie, andò a vedere il bombardiere e riuscì quasi a
staccarne la coda con una mano.
I rischi del combattimento determinavano tristi statistiche. Nel corso della
Seconda guerra mondiale, caddero in battaglia 52.173 uomini dell’AAF.
19

Secondo Stay, che in seguito sarebbe diventato comandante di squadriglia,


gli uomini che cercavano di portare a termine le quaranta missioni che
costituivano il turno di servizio di un equipaggio nel Pacifico avevano
cinquanta probabilità su cento di essere uccisi.
*
20

Oltre allo sperato rientro, alle ferite e alla morte, gli aviatori dovevano
contemplare un altro possibile destino. Durante la guerra scomparvero
migliaia di uomini, parte nel corso di missioni, parte in voli di routine.
Molti vennero inghiottiti dall’oceano. Altri sopravvissero, ma si persero in
mare o sulle isole. E alcuni vennero fatti prigionieri. Incapaci di trovarli, le
forze armate li dichiaravano dispersi. E i dispersi che non venivano
rintracciati entro tredici mesi venivano dichiarati morti.
Nel teatro del Pacifico, quasi sempre i bombardieri colpiti finivano in
acqua, schiantandosi o tentando ammaraggi di fortuna.
21

Gli equipaggi degli aerei precipitati difficilmente sopravvivevano, mentre


l’ammaraggio offriva chance migliori, a seconda del tipo di bombardiere.
Il B-17 e suo cugino, il gigantesco B-29 che sarebbe entrato presto in
servizio, avevano ali lunghe e ampie che, unitamente alla fusoliera,
formavano una superficie relativamente piatta in grado di galleggiare. I
robusti portelli della stiva bombe erano a filo con la fusoliera e, in caso di
ammaraggio, per lo più restavano chiusi, consentendo il galleggiamento
dell’aereo. Il primo B-29 costretto all’ammaraggio non solo se la cavò, ma
navigò fino a toccare, completamente intatto, una spiaggia indiana il
mattino seguente. Il B-24 era tutt’altra storia. Le ali erano strette e alte
sulla fusoliera e i delicati portelli del vano bombe sporgevano leggermente
dalla pancia dell’aereo. Nella maggior parte degli ammaraggi effettuati da
B-24, quei portelli opponevano resistenza all’acqua, venivano divelti e
l’aereo andava in pezzi. Meno di un quarto dei B-17 costretti
all’ammaraggio subì rotture, ma uno studio sugli ammaraggi dei B-24
appurò che quasi due terzi degli aerei andarono distrutti e un quarto degli
uomini degli equipaggi perse la vita.
22

Per i sopravvissuti dei B-24 un’evacuazione veloce era vitale. La fusoliera


non era sigillata e di conseguenza il Liberator affondava in pochi istanti;
un aviatore ricorda di avere visto il suo B-24 andare a fondo così
rapidamente che le luci accese dell’aereo erano ancora visibili a parecchi
metri sotto la superficie. Ogni uomo aveva in dotazione un giubbotto di
salvataggio «Mae West»,
*

ma dato che c’era chi sottraeva le capsule di biossido di carbonio per


creare bevande gassate, molti giubbotti al momento dell’uso non si
gonfiavano. I canotti di salvataggio venivano sganciati manualmente: se
ancora all’interno dell’aereo, gli uomini potevano tirare la maniglia di
rilascio immediatamente prima dell’ammaraggio o dell’impatto;
dall’esterno, potevano arrampicarsi sulle ali dell’aereo in galleggiamento e
azionare le leve di sganciamento. Una volta rilasciati, i canotti si
gonfiavano automaticamente.
I sopravvissuti dovevano salirci immediatamente. In seguito gli aviatori
avrebbero parlato degli squali, che arrivavano quasi nel momento stesso in
cui gli aerei toccavano l’acqua. Nel 1943 il tenente di marina Art Reading,
compagno di Louie nella squadra d’atletica dell’USC, rimase privo di
sensi dopo avere ammarato con il suo biposto. Mentre l’aereo affondava, il
navigatore, Everett Almond, estrasse Reading dalla cabina, gonfiò i
rispettivi Mae West e si legò al compagno. Quando Reading riprese i sensi,
Almond cominciò a trainarlo verso l’isola più vicina, distante più di trenta
chilometri. Ben presto gli squali presero a nuotare in cerchio intorno a
loro. Uno alla fine attaccò, azzannò la gamba di Almond e si immerse in
profondità, trascinando sott’acqua i due uomini. Poi qualcosa cedette e i
due risalirono in superficie in una nube di sangue. Almond, a cui lo squalo
a quanto pare aveva strappato una gamba, riuscì a passare il proprio Mae
West a Reading e poi scomparve sott’acqua. Per le successive diciotto ore,
Reading galleggiò da solo, sferrando calci agli squali e colpendoli con il
binocolo. Quando l’imbarcazione di soccorso lo trovò, aveva le gambe
ferite e la mascella rotta dalla pinna di uno squalo, ma, grazie ad Almond,
era vivo. Almond, che era morto a ventun anni, venne proposto per il
conferimento della medaglia al valore alla memoria.
*
23

Tutti avevano sentito storie come quella di Reading e tutti, guardando


l’oceano dai loro aerei, avevano visto gli squali infestarne le acque. La
paura dei pescicani era tale che quasi tutti, dovendo scegliere fra tentare
l’ammaraggio con un aereo malconcio o lanciarsi con il paracadute,
preferivano il rischio dell’ammaraggio, perfino con un B-24.
L’ammaraggio, se non altro, li avrebbe lasciati relativamente vicini ai
canotti.
L’apparato militare faceva del proprio meglio per rintracciare i
sopravvissuti ai disastri aerei o agli ammaraggi, ma nello sterminato teatro
del Pacifico le possibilità di salvataggio erano estremamente scarse. Molti
aerei in difficoltà non riuscivano a trasmettere l’SOS e spesso nessuno
sapeva che un aereo era finito in acqua fino a quando non si notava che
non era rientrato all’orario previsto, che poteva essere anche sedici ore
dopo l’incidente. Se il mancato arrivo passava inosservato fino a sera, la
ricerca aerea non sarebbe iniziata che il mattino seguente. Nel frattempo
gli uomini a bordo dei canotti, che dovevano vedersela con le ferite e
l’esposizione agli elementi, venivano trasportati dalle correnti lontano dal
punto d’impatto del loro aereo.
Per i soccorritori individuare l’area in cui effettuare le ricerche era
tremendamente difficile. Per mantenere il silenzio radio, molti equipaggi
non comunicavano la loro posizione durante il volo, e quindi tutto ciò di
cui disponevano i soccorritori era la rotta che l’aereo avrebbe
presumibilmente seguito se tutto fosse andato bene. Ma gli aerei dispersi
avevano spesso volato per enormi distanze e potevano essere finiti fuori
rotta di centinaia di chilometri. Una volta che l’aereo fosse finito in mare,
le correnti e i venti potevano trasportare un canotto per decine e decine di
chilometri al giorno. Per questa ragione spesso l’area di ricerca si
estendeva per migliaia di chilometri quadrati. Più a lungo i canotti
restavano in acqua, più lontano venivano trasportati e più diminuivano le
probabilità di recupero.
L’aspetto più tremendo era che i soccorritori, se anche erano così fortunati
da sorvolare l’area in cui si trovavano i naufraghi, molto probabilmente
non vedevano il canotto. I canotti dei piccoli aerei avevano le dimensioni
di una vasca da bagno, quelli dei grandi bombardieri erano lunghi quanto
un uomo disteso. Nonostante gli aerei di soccorso volassero a una quota di
soli trecento metri, perfino da quell’altezza un canotto poteva essere
facilmente confuso con la schiuma di un’onda o con un riflesso di luce. In
giornate di nubi basse, non si vedeva assolutamente nulla. E molti aerei
utilizzati per le missioni di ricerca avevano alte velocità di stallo, per cui
dovevano procedere volando così rapidamente che l’equipaggio aveva a
malapena un istante per scrutare la zona prima che scomparisse alle loro
spalle.
Verso la metà del 1944, in considerazione dei pessimi risultati delle
missioni di ricerca nel Pacifico, le AAF implementarono un sistema
ampiamente migliorato. I canotti vennero dotati di radio trasmittente e di
una quantità maggiore di provviste, venne previsto l’impiego di navi che
dovevano seguire la rotta degli aerei militari e le ricerche furono affidate
ad apposite squadriglie di idrovolanti. Questi miglioramenti aumentarono
le probabilità di salvataggio, tuttavia, anche dopo la loro introduzione, la
maggior parte degli uomini finiti in mare non venne mai recuperata. In
base ai rapporti redatti dal direttore sanitario della Far East Air Force,
venne salvato meno del trenta per cento degli uomini i cui aerei risultarono
dispersi tra il luglio 1944 e il febbraio 1945. Perfino quando la posizione
dell’aereo era nota, solo il 46 per cento degli uomini venne salvato. In
alcuni mesi il quadro fu addirittura peggiore. Nel gennaio del 1945, solo
21 dei 167 aviatori del 21o Comando bombardieri finiti in mare furono
salvati: il 13 per cento.
24

Per quanto scoraggianti fossero questi dati relativi agli ultimi anni di
guerra, gli uomini che finirono nell’oceano prima della metà del 1944
dovettero vedersela con una situazione di gran lunga peggiore. Prima che il
sistema di salvataggio venisse modernizzato, le ricerche erano
disorganizzate, la dotazione dei canotti di salvataggio era insufficiente e le
procedure erano inefficaci. Tutti i componenti dell’equipaggio di Phil
erano consapevoli che, nel caso fossero finiti in mare, le possibilità di
essere salvati sarebbero state scarsissime.
L’improbabilità del recupero, unita al tasso di incidenti in continua
crescita, determinava una terribile equazione. A quanto pare, gli aerei
addetti alle ricerche avevano maggiori probabilità di precipitare essi stessi
che di trovare gli uomini che stavano cercando. In un determinato periodo
preso in considerazione nell’ambito dell’Eastern Air Command, metà degli
idrovolanti Catalina impegnati in salvataggi subì incidenti nel tentativo di
ammarare.
25

Sembra probabile che, per ogni uomo salvato, siano morti parecchi
aspiranti-soccorritori, specie nei primi anni di guerra.
Ogni giorno trascorso in mare peggiorava drammaticamente le prospettive
degli uomini sui canotti. Le provviste di bordo erano sufficienti solo per
pochi giorni. La fame, la sete, l’esposizione al sole bruciante del giorno e
al gelo della notte sfinivano i sopravvissuti con spaventosa rapidità. Alcuni
morivano nel giro di qualche giorno. Altri impazzivano. Nel settembre
1942 un B-17 precipitò nel Pacifico, lasciando nove uomini in un canotto.
Nel giro di pochi giorni, uno morì e gli altri persero completamente il
senno. Due sentivano musica e cani che abbaiavano. Uno era convinto che
un aereo della marina stesse spingendo il canotto da dietro. Due si
azzuffarono per il possesso di un’immaginaria cassetta di birra. Un altro,
che gridava maledizioni verso un cielo che credeva gremito di
bombardieri, vide un’imbarcazione inesistente, si tuffò dal canotto e
annegò. Il sesto giorno, quando un aereo li sorvolò, i superstiti dovettero
consultarsi tra loro per assicurarsi che fosse vero. Quando il settimo giorno
vennero salvati, erano troppo deboli per agitare le braccia.
26

Ci furono destini anche peggiori. Nel febbraio del 1942 venne trovata una
zattera di legno alla deriva nei pressi dell’isola di Christmas, nell’oceano
Indiano. A bordo c’era il cadavere di un uomo, disteso in una bara
improvvisata che sembrava essere stata costruita a bordo. La tuta di volo
era rimasta esposta al sole così a lungo che il tessuto blu era scolorito fino
a diventare bianco. Accanto al cadavere c’era una scarpa, che non
apparteneva al defunto. Nessuno scoprì mai chi fosse, né da dove fosse
arrivato.
27
Tra tutti i possibili orrori, quello che gli uomini caduti in mare temevano
maggiormente era la cattura da parte dei giapponesi. Le radici di quella
paura erano individuabili in un episodio avvenuto nel 1937, nei primi mesi
dell’invasione giapponese della Cina. I giapponesi avevano circondato la
città di Nanchino, assediando più di mezzo milione di civili e novantamila
soldati cinesi. Questi ultimi si erano arresi e, dopo avere avuto
assicurazioni sulla loro sicurezza, avevano accettato di essere ammanettati.
A quel punto gli ufficiali giapponesi avevano emesso un ordine scritto:
TUTTI I PRIGIONIERI DI GUERRA DEVONO ESSERE GIUSTIZIATI.
Era seguita una frenesia di massacri di sei settimane che sfida ogni
possibilità di descrizione. In numero enorme, i prigionieri di guerra erano
stati decapitati, uccisi a colpi di mitragliatrice o di baionetta, arsi vivi. Poi i
giapponesi si erano dedicati ai civili, organizzando gare di uccisioni,
violentando decine di migliaia di persone, mutilando e crocifiggendo le
loro vittime, incitando i cani a sbranarle. I soldati giapponesi si erano fatti
fotografare in posa accanto a cumuli di cadaveri, teste mozzate e donne
denudate e stuprate. La stampa giapponese aveva riportato i risultati delle
gare dei massacri come se fossero stati quelli del baseball, lodando
l’eroismo dei partecipanti. Gli storici stimano che i soldati giapponesi
abbiano ucciso tra i duecentomila e i quattrocentotrentamila cinesi,
compresi i novantamila prigionieri di guerra, in quello che venne poi
definito lo Stupro di Nanchino.
28

Ogni aviatore americano conosceva quella storia, dopo la quale il


Giappone non aveva fatto che confermare il precedente. Tra gli uomini
della squadriglia di Louie circolava una voce riguardante l’atollo di
Kwajalein, nelle isole Marshall, in territorio giapponese. A Kwajalein, si
diceva, i prigionieri di guerra erano stati uccisi.
29

Gli uomini avevano ribattezzato Kwajalein «l’Isola delle Esecuzioni». A


dimostrazione della reputazione dei giapponesi, basti dire che, di tutti gli
uomini a bordo di un B-24 irreparabilmente danneggiato che stava per
precipitare in territorio giapponese, uno soltanto decise di lanciarsi con il
paracadute. Gli altri erano così terrorizzati all’idea di cadere prigionieri
che preferirono morire a bordo del loro aereo.
30

Per gli aviatori era impossibile liquidare l’idea del rischio con una scrollata
di spalle. I caduti non erano numeri: erano i compagni di stanza, gli amici
di bevute, l’equipaggio che volava di fianco a loro solo dieci secondi
prima. Gli uomini non se ne andavano uno alla volta: si perdeva un quarto
di caserma in un unico colpo. I funerali erano rari perché di rado c’erano
cadaveri. I compagni semplicemente non c’erano più, punto e basta.
31

Gli uomini evitavano l’argomento morte, ma segretamente molti erano


tormentati dalla paura. Un membro della squadriglia di Louie soffriva di
epistassi cronica dovuta allo stress. Un altro dovette essere sostituito
perché in volo restava paralizzato dal terrore. Il pilota Joe Deasy ricorda
un membro del suo equipaggio che gli rivolse una domanda: «Se un uomo
impazzisce nel corso di una missione, l’equipaggio gli spara?». Era così
nervoso che, mentre parlava, con la pistola che aveva al fianco esplose
accidentalmente un colpo nel pavimento.
Alcuni erano sicuri che sarebbero stati uccisi, altri vivevano nella
negazione. Per Louie e Phil non era possibile evitare la verità. Dopo soli
due mesi e un’unica missione in combattimento, cinque compagni erano
già morti e parecchie volte loro stessi l’avevano scampata per un pelo. La
stanza che occupavano e la relativa ghiacciaia, eredità di amici i cui corpi
adesso erano nel Pacifico, erano costanti promemoria.
Prima della partenza dagli Stati Uniti, Louie aveva ricevuto in dotazione
una Bibbia con la copertina verde militare. Provò a leggerla nella speranza
gli fosse d’aiuto nel gestire l’ansia, ma gli sembrò che la cosa non avesse
senso e lasciò perdere.
32

Lo tranquillizzava invece ascoltare brani di musica classica sul suo


giradischi. Spesso lasciava Phil sdraiato sul letto, intento a scrivere lettere
a Cecy sopra una scatola capovolta, e andava a smaltire le preoccupazioni
correndo lungo il percorso di un miglio che aveva misurato sulla sabbia
intorno alla pista. Cercò anche di prepararsi a qualsiasi evenienza. Andò in
officina, si ritagliò una spessa lastra di metallo, la portò a bordo del Super
Man e la fissò sul fondo della «serra», nella speranza che l’avrebbe in
qualche modo protetto dal fuoco da terra. Frequentò corsi di sopravvivenza
sulle isole e di pronto soccorso, e trovò addirittura un corso nel quale un
anziano hawaiano dava suggerimenti su come tenere a bada gli squali
(occhi ben aperti e sbarrati, denti scoperti, respinta con braccio teso e
irrigidito in stile football, manata o pugno sul muso dello squalo).
E, come tutti gli altri, Louie e Phil bevevano. Dopo qualche birra, dirà
Louie, si riuscivano a dimenticare per un po’ gli amici morti. Gli uomini
ricevevano una razione di quattro birre alla settimana, ma tutti
setacciavano il territorio in cerca di alternative. L’alcol era per Louie ciò
che le ghiande sono per gli scoiattoli: quando ne trovava, consumava ciò
che voleva e il resto lo nascondeva. In addestramento, aveva nascosto il
suo tesoro nel flacone di una crema da barba. Una volta operativo, era
passato ai barattoli di maionese e alle bottiglie di ketchup. Una volta
nascose una bottiglia di un veleno locale denominato Five Island Gin –
meglio noto come Five Ulcer Gin – nella custodia della maschera antigas
di Harry Brooks, l’operatore radio. Quando un poliziotto militare aveva
picchiato con il manganello sul fianco di Brooks per controllare la
presenza della maschera, la bottiglia si era rotta, infradiciando la gamba.
Probabilmente era stato meglio così: Louie aveva notato che, quando
beveva quella roba, gli cadevano i peli del petto. In seguito aveva scoperto
che il Five Island Gin veniva spesso utilizzato come diluente per vernici.
Da quel momento in poi si era attenuto alla birra.
Phil, come tutti gli aviatori, doveva contemplare la possibilità della morte,
ma era gravato da un ulteriore peso: come pilota, era consapevole che, se
avesse commesso un errore, altri otto uomini sarebbero potuti morire.
Cominciò a portare sempre con sé due talismani. Uno era un braccialetto
che gli aveva regalato Cecy: convinto che tenesse lontano ogni male, Phil
non si sarebbe mai alzato in volo senza. L’altro era un dollaro d’argento
con cui giocherellava di continuo nella tasca.
33

Diceva che il giorno in cui finalmente se ne fosse andato via con Cecy,
l’avrebbe dato come mancia al fattorino dell’hotel. «Quando tornerò a
casa» scrisse alla fidanzata «andremo a nasconderci dove nessuno potrà
trovarci.»
34

Nei primi giorni del 1943, mentre gli uomini morivano uno dopo l’altro,
ognuno affrontava le perdite a modo suo. A un certo punto prese forma un
rituale. Quando un compagno non tornava, gli altri aprivano il suo
bauletto, prendevano il suo liquore e brindavano in onore dell’amico
caduto. In una guerra senza funerali, era quanto di meglio potessero fare.
35
*

Le autorità militari non scorporarono mai in base alla causa di morte i dati
relativi ai decessi non in combattimento, ma le statistiche indicano che la
maggior parte delle perdite fu dovuta a incidenti. Innanzi tutto, il dato dei
deceduti non in combattimento esclude i soggetti morti mentre erano
internati, prigionieri o dispersi in azione. Anche la malattia può essere
esclusa come significativa causa di morte: dato che in tutto l’esercito,
compresa la fanteria che combatteva in giungle malariche, morirono di
malattia 15.779 militari, negli Air Corps tali decessi rappresentarono
sicuramente una percentuale molto ridotta delle morti non in
combattimento.
6

Infine, poiché circa 15.000 uomini morirono in incidenti aerei in patria,


sembra estremamente probabile che l’enorme numero di disastri aerei
durante la guerra abbia prodotto un numero di decessi altrettanto alto.
*

Quando Louie e Phil iniziarono il servizio attivo, il turno era di trenta


missioni. In seguito il numero venne aumentato.
*

Il giubbotto era soprannominato Mae West perché chi lo indossava si


ritrovava con un petto particolarmente prosperoso. Negli anni Settanta il
soprannome venne aggiornato e il giubbotto fu ribattezzato Dolly Parton
dal personale militare.
*

Due diversi resoconti di questo episodio identificano erroneamente


Reading come colui che venne sbranato dallo squalo. Interviste a giornali
rilasciate dallo stesso Reading confermano che la vittima dello squalo fu
Almond.
IX
Cinquecentonovantaquattro fori
Nel febbraio del 1943, durante una breve visita all’isola equatoriale di
Canton, l’equipaggio del Super Man ebbe il suo primo incontro con gli
squali esplosivi. Canton era un soffocante purgatorio a forma di costoletta
di maiale che consisteva sostanzialmente di corallo e ammassi di cespugli
che crescevano raso terra, quasi cercando di ritrarsi dal calore. Su tutta
l’isola c’era un unico albero. Le acque circostanti ribollivano di squali, che
la bassa marea intrappolava nella laguna. Annoiati a morte, i militari di
stanza sull’isola legavano sacchetti di rifiuti a lunghe pertiche, che poi
facevano oscillare sull’acqua. Quando gli squali spalancavano le fauci per
azzannare l’esca, gli uomini gettavano bombe a mano nelle bocche degli
animali e li guardavano esplodere.
1

Il Super Man era stato inviato a Canton per effettuare due missioni su
Makin e Tarawa, nelle isole Gilbert occupate dai giapponesi.
2

Durante la prima missione, l’aereo guida sbagliò rotta e gli uomini si


ritrovarono a sorvolare Howland, l’isola verso la quale sei anni prima si
era diretta Amelia Earhart prima di svanire per sempre. L’equipaggio notò
grandi buche sulla pista di Howland, il biglietto da visita dei giapponesi.
Una volta ripresa la rotta e individuata Makin, Louie non riuscì a vedere il
suo obiettivo a causa delle nuvole. Il Super Man effettuò tre passaggi in
cerchio, ma invano, e il colonnello ordinò di sganciare le bombe in un
posto qualsiasi e proseguire. Attraverso un varco nelle nubi, Louie scorse
una fila di gabinetti e, ridacchiando, li centrò con milletrecentocinquanta
chili di bombe dirompenti. Tra gli applausi dell’equipaggio, i cessi
esplosero schizzando pezzi in aria.
Due giorni dopo gli uomini volarono di nuovo verso le Gilbert per
fotografarle, portando con loro una squadra di sei fotografi. Volarono a
bassa quota su numerose isole, scattando foto, poi, con il naso del Super
Man sanguinante per un colpo della contraerea, iniziarono il volo di ritorno
verso Canton. A cinquecento chilometri dalla base, il motorista Douglas
fece una scoperta: i volubili indicatori di carburante del Super Man, che
fino a quel momento avevano oscillato indecisi, adesso segnavano
stabilmente valori molto bassi. Douglas annunciò che, alla velocità che
stavano tenendo, non ce l’avrebbero mai fatta ad arrivare a Canton.
Phil ridusse al minimo il numero di giri delle eliche e «smagrì» la miscela
in modo da usare la minor quantità possibile di carburante. Gli uomini
buttarono a mare praticamente tutto ciò che non era avvitato e poi tutti e
quindici si ammassarono nella parte anteriore dell’aereo, nella convinzione
che questo avrebbe migliorato la velocità. Sapendo che le possibilità di
raggiungere Canton erano scarse, presero in considerazione l’idea di
atterrare a Howland, ma poi ricordarono la pista piena di crateri.
Discussero di un eventuale ammaraggio vicino a Howland, ma sorse il
problema degli squali. Alla fine decisero di tentare di raggiungere Canton.
Incuneati tutti insieme nella parte anteriore dell’aereo, gli uomini non
potevano fare altro che aspettare. Il sole tramontò. Louie guardò il buio
sotto di lui e si chiese come sarebbe stato precipitare. Gli indicatori di
carburante scendevano sempre più in basso e tutti si aspettavano di sentire
da un momento all’altro i motori che cominciavano a sputacchiare. Alla
fine, con l’ago degli indicatori sullo zero, Phil vide un fascio luminoso
sciabolare nel cielo e le luci di una pista punteggiare il buio sottostante.
Rendendosi conto di essere di gran lunga troppo alto, scese di quota così
bruscamente che Pillsbury rimase per un attimo sospeso in aria, privo di
peso.
Quando il Super Man toccò terra a Canton, la coda si assestò in posizione
più bassa di quanto fosse stata in volo, facendo scorrere verso il fondo dei
serbatoi le ultime gocce di carburante. Un momento dopo, uno dei motori
si spense.
Due settimane più tardi l’equipaggio ebbe la possibilità di vedere cosa
avrebbe passato se fosse finito in mare. Un B-25 decollato da Oahu
comunicò via radio di essere quasi senza carburante, poi tacque. Il Super
Man venne mandato alla sua ricerca. Dopo un’ora e mezzo di volo, Louie
individuò un ricciolo di fumo grigio. Due idrovolanti Catalina si stavano
dirigendo verso quel punto e il Super Man li seguì.
Arrivato sul luogo del disastro, l’equipaggio rimase attonito per ciò che
vide. Due canotti di salvataggio, a bordo dei quali c’erano tutti e cinque gli
uomini del B-25, galleggiavano tra i rottami dell’aereo. Intorno a loro
l’oceano ribolliva di centinaia di pescicani, alcuni dei quali sembravano
lunghi almeno sei metri.
3

Tracciando cerchi frenetici nell’acqua, gli squali sembravano sul punto di


rovesciare i canotti.
I Catalina raggiunsero i naufraghi prima degli squali e quella sera gli
uomini del B-25 offrirono da bere a volontà ai loro salvatori. Ma adesso
l’equipaggio del Super Man era in grado di capire i lanciatori di granate di
Canton. In occasione di un volo successivo, notarono numerosi squali
intorno a sei balene; si abbassarono sull’acqua e li mitragliarono.
4

Dopo si sentirono in colpa. In seguito, quando videro altri squali, li


lasciarono in pace.
Nauru è un piccolo ripensamento di terra, ventuno chilometri quadrati di
sabbia isolati nel Pacifico, circa quattromila chilometri a sudovest delle
Hawaii. Era il tipo di posto che il mondo avrebbe potuto ignorare, se non
fosse stato per le cinquantamila tonnellate di fosfati di prima qualità
nascosti sotto i piedi degli indigeni in gonnellino d’erba. Ingrediente
fondamentale per i fertilizzanti e le munizioni, i fosfati erano stati scoperti
nell’isola nel 1900 e da allora Nauru ospitava una comunità di
imprenditori europei e di minatori cinesi. Con lo scoppio della guerra,
l’isola aveva acquisito un valore inestimabile.
5

Il Giappone se n’era impadronito nell’agosto del 1942, imprigionando gli


europei rimasti e costringendo gli indigeni e i cinesi a costruire una pista e
a lavorare nei giacimenti. I conquistatori imponevano la loro autorità con
la spada, decapitando la gente per infrazioni insignificanti come il furto di
una zucca. Una volta completata la pista, i giapponesi disponevano di una
ricca fonte di fosfati e di una base ideale per le loro missioni aeree.
Il 17 aprile, di ritorno da un volo, Louie venne convocato a un briefing. Gli
Stati Uniti erano decisi ad attaccare Nauru in grande stile, inviando il
Super Man e altri ventidue B-24 a distruggere le fabbriche di fosfati.
Nessuno della squadriglia vide il letto quella notte. Gli aerei decollarono
poco prima della mezzanotte, fecero scalo a Canton per fare rifornimento e
raggiunsero Funafuti, il minuscolo atollo dal quale avrebbero lanciato
l’attacco e che trovarono brulicante di giornalisti, portati lì
dall’organizzazione militare perché potessero dare copertura stampa al
raid.
6

Nel corso del briefing gli equipaggi ricevettero istruzioni di avvicinarsi a


Nauru a una quota di duemilaquattrocento metri. Il dato fece riflettere
Louie e i suoi compagni. Quella settimana avevano effettuato voli di
esercitazione tra i duemilaquattrocento e i tremila metri e l’alto rischio che
il fuoco della contraerea li massacrasse li aveva molto allarmati. Due
giorni prima Louie aveva scritto nel suo diario: «Speriamo soltanto di non
dovere bombardare a una quota così bassa in combattimento».
7

Pillsbury non riusciva a smettere di pensare a un’altra cosa che aveva


detto l’ufficiale del briefing, e cioè che avrebbero trovato dodici Zero ad
aspettarli. A Wake ne aveva visto uno da lontano, ma non aveva mai
subito attacchi. L’idea di un unico Zero era inquietante. La prospettiva di
dodici lo spaventava a morte.
Prima dell’alba del giorno dopo, gli uomini si avviarono insieme verso il
Super Man. Con loro c’era un tenente di nome Donald Nelson. Non faceva
parte dell’equipaggio, ma aveva chiesto di unirsi a loro per poter assistere
al combattimento. Alle cinque di mattina il Super Man prese il volo.
Con una deviazione verso ovest per non rivelare il luogo di provenienza,
gli aerei impiegarono sei ore e mezzo per raggiungere Nauru. Nessuno
parlava. Il Super Man guidava il gruppo di bombardieri, affiancato
all’altezza delle ali da altri due aerei. Il sole sorse e gli aerei proseguirono
il volo in un mattino limpido e sereno. I giapponesi li avrebbero visti
arrivare.
Più o meno verso le undici e venti, il navigatore Mitchell ruppe il silenzio:
sarebbero arrivati sull’isola entro quindici minuti. Dalla «serra», Louie
riusciva a malapena a distinguere un apostrofo di terra, piatto
sull’orizzonte. Sotto di lui, sull’acqua, scivolava un’ombra nera: era un
sottomarino americano, pronto a raccogliere gli eventuali superstiti dei
bombardieri abbattuti. Il Super Man lo superò e si ritrovò sopra Nauru.
Louie ebbe un brivido.
8

Il silenzio era quasi soprannaturale. I primi nove aerei, con il Super Man in
testa, raggiunsero l’isola senza trovare resistenza. L’aria era immobile e
l’aereo procedeva tranquillo. Phil cedette i comandi al sistema Norden. Il
primo obiettivo del Super Man, un gruppo di aerei e alcune strutture di
fianco a una pista, comparve alla vista. Louie inquadrò i dorsi luccicanti
degli aerei a terra.
E poi l’eruzione. Il cielo si frantumò in una furia di colori, suoni e
movimenti. I colpi della contraerea schizzavano alti sibilando, tracciavano
scie di fumo sopra gli aerei e poi esplodevano in nuvole nere, scintillanti di
shrapnel. Frammenti di metallo volavano ovunque, saettando dal basso e
piovendo dall’alto. Con i comandi affidati al Norden, Phil non poteva fare
niente.
Qualcosa colpì il bombardiere pilotato dal tenente John Jacobs, che volava
vicino all’ala sinistra del Super Man. L’aereo precipitò come se stesse
tuffandosi. Quasi nello stesso istante venne colpito anche l’aereo sulla
destra del Super Man. Da una distanza di pochissimi metri, Pillsbury lo
vide vacillare, perdere quota e scomparire sotto la loro ala. Riuscì a vedere
addirittura gli uomini a bordo e la sua mente registrò per un istante che
stavano tutti per morire. Il Super Man era rimasto solo.
Louie manteneva l’attenzione concentrata sul terreno, cercando di
inquadrare gli aerei parcheggiati. Mentre era tutto preso dal suo compito,
sentì un tremendo bang! e una spaventosa scossa. Gran parte del timone
destro del Super Man, un pezzo delle dimensioni di un tavolo, era stato
spazzato via. Louie perse il suo bersaglio. Mentre tentava di ritrovarlo, un
proiettile aprì un grosso foro nella stiva bombe e l’aereo ebbe un’altra
violenta scossa.
Finalmente Louie ritrovò il bersaglio e le prime bombe vennero sganciate,
precipitarono ruotando su se stesse e colpirono l’obiettivo. Poi il Super
Man sorvolò una serie di alloggi militari dal tetto rosso e una batteria
antiaerea, il secondo e terzo obiettivo di Louie, che li inquadrò e poi vide
le sue bombe distruggere entrambi. Gli restava una bomba, da utilizzare
per un bersaglio di opportunità. A nord del campo di aviazione, vide una
sorta di baracca e prese la mira. La bomba venne sganciata, Louie gridò:
«Bombe andate!» e girò la valvola di chiusura dei portelli della stiva. In
cabina, la spia sganciamento bombe si accese e Phil riprese i comandi
dell’aereo. In quell’istante, dietro e sotto l’aereo, ci fu un lampo di luce
bianca e comparve una palla di fuoco. Louie aveva avuto fortuna e il
centro era stato perfetto: la baracca era un deposito di carburante. Nella
torretta dorsale, Pillsbury si voltò a guardare l’enorme nube di fumo che si
alzava verso il cielo.
Non ci fu il tempo per festeggiare: all’improvviso gli Zero erano ovunque
intorno a loro. Louie ne contò nove, che sfrecciavano tra i bombardieri
lampeggiando fuoco con le mitragliatrici. L’audacia e la perizia dei piloti
giapponesi lasciarono stupefatti gli equipaggi dei bombardieri: gli Zero si
lanciavano frontalmente contro il nemico, facendo fuoco con i cannoncini
di bordo e saettando tra aerei distanti tra loro soli pochi metri. Passavano
così vicini che Louie riusciva vedere le facce dei piloti. Sparando
furiosamente, i mitraglieri dei B-24 cercavano di colpire i caccia
giapponesi. Tutti i colpi venivano esplosi a distanza estremamente
ravvicinata e i proiettili volavano dappertutto. Un bombardiere venne
colpito diciassette volte da aerei amici, o forse addirittura dai propri
mitraglieri di fusoliera.

La battaglia aerea nei cieli di Nauru.


I bombardieri colpiti cominciarono a restare indietro e gli Zero si
avventarono su di loro. Un B-24 venne attaccato da quattro caccia e da un
biplano. I mitraglieri riuscirono ad abbattere uno Zero, prima che il loro
pilota trovasse una nuvola in cui nascondersi, liberandosi degli inseguitori.
Più in basso, il bombardiere pilotato dal tenente Jacobs, che all’inizio
aveva affiancato il Super Man, era ancora in volo, ma aveva solo tre
motori funzionanti, era privo del timone destro ed era circondato da diversi
Zero. I suoi mitraglieri centrarono un caccia nemico. Thor Hamrin, che
pilotava il B-24 Jab in the Ass, vide Jacobs in difficoltà. Effettuò un’ampia
virata per tornare indietro, si abbassò a tutta velocità e aprì il fuoco contro
gli Zero con tutte le armi di bordo. I caccia giapponesi si ritirarono e
Jacobs continuò il suo volo affiancato da Hamrin.
I bombardieri della prima ondata, inseguiti dagli Zero, puntarono verso il
mare. Con i caccia in volo e gran parte della contraerea distrutta, la base
giapponese era quasi priva di difese. La seconda ondata di B-24 avanzò tra
fiumi di fumo e sganciò il suo carico di bombe sulla fabbrica di fosfati. A
bordo dell’ultimo aereo che si allontanava dall’isola, un giornalista si portò
il binocolo agli occhi. Vide «una massa di fumo e fuoco simile a un
vulcano», un bombardiere giapponese in fiamme, qualche lampo di fuoco
della contraerea e non una sola persona in movimento.
9
Phil e Cuppernell spinsero il Super Man a tutto gas verso casa.
Gravemente danneggiato, l’aereo tendeva a sollevare il muso e rovesciarsi
sul dorso, sembrava voler entrare in stallo e si rifiutava di virare. I piloti
dovevano impiegare tutte le loro forze per mantenerlo in assetto di volo
orizzontale. Tre Zero orbitavano intorno al bombardiere, sputando torrenti
di pallottole e proiettili di cannoncino. I mitraglieri del Super Man,
circondati da montagne di bossoli surriscaldati, rispondevano al fuoco:
Mitchell nella torretta frontale, Pillsbury in quella dorsale, Glassman nella
ventrale, Lambert in coda e Brooks e Douglas in piedi, esposti davanti gli
ampi finestrini della fusoliera. Louie, ancora nella «serra», vedeva le
raffiche perforare le fusoliere e le ali degli Zero, che tuttavia insistevano
implacabili. I proiettili colpivano il Super Man da ogni direzione. In ogni
parte dell’aereo c’erano squarci da cui si vedevano il mare e il cielo. E i
fori si moltiplicavano a ogni momento che passava.
Proprio mentre si voltava per lasciare la «serra», Louie vide uno Zero
puntare dritto contro il muso del Super Man. Mitchell e il pilota
giapponese aprirono il fuoco contemporaneamente. Louie e Mitchell
sentirono i proiettili perforare l’aria intorno a loro; uno sfiorò il braccio del
mitragliere, un altro mancò di pochissimo la testa di Louie. Una raffica li
sfiorò di nuovo e colpì l’impianto elettrico della torretta, che si bloccò. In
quello stesso istante, Louie vide il pilota dello Zero sobbalzare: Mitchell
l’aveva centrato. Per un momento il caccia proseguì la sua corsa verso il
muso del Super Man, poi il peso del pilota accasciato sulla barra di
comando fece sì che l’aereo si abbassasse in picchiata, tuffandosi sotto il
bombardiere. Lo Zero precipitò nell’oceano, poco lontano dalla spiaggia.
Louie ruotò manualmente la torretta e Mitchell poté scendere. I mitraglieri
continuavano a sparare, il Super Man a tremare. C’erano ancora due Zero
che gli volavano intorno.
Nella torretta dorsale, rivolto verso la coda, Stanley Pillsbury disponeva di
armi tremende: una coppia di mitragliatrici calibro cinquanta, con una
cadenza di tiro di ottocento colpi al minuto e proiettili che viaggiavano a
circa novecento metri al secondo.
10

Le mitragliatrici di Pillsbury potevano uccidere un uomo da una distanza


di sei chilometri e, se solo ne avevano la possibilità, potevano facilmente
eliminare uno Zero. Ma adesso i caccia giapponesi si mantenevano bassi,
dove Pillsbury non poteva colpirli. Sentiva i proiettili nemici penetrare
nella pancia del Super Man, ma tutto ciò che vedeva erano le ali del
proprio aereo. Fissando lo Zero più vicino, Pillsbury si disse: «Se solo sale
un po’, lo butto giù».
11

Aspettò. Il Super Man gemeva e tremava, i mitraglieri sparavano, gli Zero


colpivano dal basso e Pillsbury aspettava. Poi Louie vide un caccia nemico
alzarsi sulla destra. Pillsbury non lo vide mai. La prima cosa di cui si rese
conto fu un assordante ka-bang! ka-bang! ka-bang!, poi ci fu la sensazione
che tutto si ribaltasse ed esplodesse e infine un dolore atroce.
Lo Zero aveva crivellato l’intera fiancata destra del Super Man con
proiettili di cannoncino. I primi colpirono l’aereo vicino alla coda,
facendolo inclinare violentemente. Frammenti di shrapnel penetrarono nel
fianco e nella gamba sinistra di Ray Lambert, il mitragliere di coda, che si
era aggrappato di traverso a qualcosa mentre il Super Man sobbalzava. Il
movimento brusco dell’aereo lo salvò: un proiettile di cannoncino centrò
esattamente il punto in cui si era trovata la sua testa un istante prima,
talmente vicino a lui che i suoi occhiali di protezione andarono in
frantumi. Davanti, lo shrapnel colpì Brooks e Douglas alle postazioni
laterali di fusoliera. Nella torretta ventrale, due frammenti penetrarono
nella schiena di Glassman, il quale però era talmente carico d’adrenalina
che non sentì niente. Un altro proiettile colpì il passeggero, Nelson. Infine
venne centrata la parete della torretta dorsale, che si disintegrò sparando
frammenti di metallo nella gamba di Pillsbury, dal piede al ginocchio.
Metà dell’equipaggio e tutti i mitraglieri erano stati colpiti. Il Super Man si
inclinava sempre più di lato e per un momento diede la sensazione di poter
precipitare in spirale, fuori controllo. Phil e Cuppernell riuscirono a
riportarlo a forza in assetto di volo orizzontale.
Aggrappato alla sua mitragliatrice mentre lo shrapnel gli penetrava nella
gamba e il movimento impazzito dell’aereo quasi lo scagliava giù dal suo
sedile, Pillsbury gridò l’unica parola che gli venne in mente.
«Ahi!»
12

Louie sentì qualcuno gridare. Riportato il Super Man in orizzontale, Phil


gli stava urlando di andare a verificare la portata dei danni. Louie uscì
dalla torretta frontale. La prima cosa che vide fu Harry Brooks, nella stiva
bombe, disteso sulla passerella. I portelli della stiva erano aperti e Brooks
aveva una mano aggrappata alla passerella e una gamba che ciondolava nel
vuoto, con niente sotto di sé tranne il cielo e l’oceano. Gli occhi
sembravano uscirgli dalle orbite, la parte superiore del corpo era fradicia di
sangue. Brooks sollevò un braccio verso Louie, con un’espressione
implorante in viso.
Louie lo afferrò per i polsi e lo mise a sedere. Brooks crollò in avanti e
Louie vide i fori che punteggiavano la schiena della giacca. C’era sangue
anche tra i capelli.
Trascinò il compagno in cabina di pilotaggio e lo sistemò in un angolo.
Brooks perse i sensi. Louie trovò un cuscino e glielo fece scivolare sotto la
testa, poi tornò al vano bombe. Ricordava di avere azionato la valvola per
chiudere i portelli e non capiva come mai adesso fossero aperti. Poi vide:
c’era uno squarcio nella parete e ovunque schizzi di un fluido color
porpora. Le condutture idrauliche, che controllavano i portelli, erano state
recise. Con quelle condutture inutilizzabili, Phil non avrebbe avuto il
controllo del carrello e dei flap, indispensabili per rallentare l’aereo nella
fase di atterraggio. E senza sistema idraulico, neppure i freni avrebbero
funzionato.
Louie chiuse a mano i portelli della stiva bombe, poi guardò verso il retro
dell’aereo e vide Douglas, Lambert e Nelson a terra, tutti e tre sanguinanti.
Douglas e Lambert si trascinavano sul pavimento, cercando di raggiungere
le rispettive postazioni. Nelson non si muoveva. Era stato colpito allo
stomaco.
Louie gridò in direzione della cabina per chiedere aiuto. Gridando a sua
volta, Phil rispose che stava perdendo il controllo dell’aereo e che quindi
aveva bisogno di Cuppernell. Louie ribatté che si trattava di un’assoluta
emergenza. Phil si fece forza e rimase da solo ai comandi. Cuppernell si
alzò in piedi, vide gli uomini in fondo all’aereo e scattò in azione.
Recuperò morfina, sulfamidici, maschere per l’ossigeno, bende, e poi, uno
alla volta, si prese cura dei feriti.
Louie si inginocchiò accanto a Brooks, ancora svenuto. Tastando tra i
capelli del mitragliere, trovò due fori dietro la testa. C’erano anche quattro
ferite alla schiena. Sistemò una maschera per l’ossigeno sulla faccia del
compagno e gli bendò la testa. Intanto pensava allo stato dell’aereo. I
mitraglieri di fusoliera, della torretta frontale e di quella caudale erano
fuori combattimento, l’aereo era crivellato di fori, Phil, rimasto solo in
cabina di pilotaggio, riusciva a malapena a tenere il Super Man in volo. E
là fuori c’erano ancora gli Zero. «Un altro passaggio» pensò «e siamo
finiti.»
13
Chino su Brooks, sentì qualcosa gocciolargli sulla spalla. Alzò lo sguardo
e vide Pillsbury nella torretta dorsale: stava perdendo sangue da una
gamba. Louie si precipitò da lui.
Pillsbury era ancora seduto alla sua postazione, il volto reclinato, le mani
strette sulla mitragliatrice e gli occhi che scrutavano il cielo intorno a lui.
Era livido. La gamba penzolava inerte, con il pantalone ridotto a brandelli
e lo stivale praticamente esploso. Accanto a lui si apriva uno squarcio dai
bordi irregolari, grande quanto un pallone da spiaggia e dalla forma simile
a quella del Texas. La torretta era piena di fori e il pavimento era cosparso
di frammenti di metallo e di pezzi del motorino della torretta stessa.

Stanley Pillsbury, mitragliere alla torretta dorsale,


qui in posa alla postazione laterale di fusoliera.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
Louie cominciò a occuparsi delle ferite di Pillsbury, che lo ignorò,
continuando a muovere la testa avanti e indietro. Sapeva che lo Zero
sarebbe tornato per finire la preda e lui doveva scovarlo. L’urgenza del
momento relegava il dolore fisico in un luogo remoto.
All’improvviso ci fu il suono risucchiante di un vicino, veloce movimento
verso l’alto, il lampo di un oggetto grigio e luccicante, un cerchio rosso.
Pillsbury urlò qualcosa di incomprensibile e Louie lasciò andare il piede
ferito nell’attimo in cui il compagno azionava il meccanismo rotante ad
alta velocità della sua torretta, che prese improvvisamente vita e ruotò
Pillsbury di novanta gradi.
Lo Zero raggiunse l’apice del suo arco, si portò in assetto di volo
orizzontale e puntò direttamente contro il Super Man. Pillsbury era
terrorizzato. Nel giro di un istante un gesto minuscolo, la leggera pressione
del dito del pilota giapponese sul grilletto del cannoncino avrebbe
significato la fine e il Super Man avrebbe portato con sé dieci uomini nel
Pacifico. Pillsbury riusciva a vedere il pilota che avrebbe messo fine alla
sua vita: il viso illuminato dal sole tropicale, la sciarpa bianca intorno al
collo. «Io devo ucciderlo» si disse.
14

Prese un respiro profondo e aprì il fuoco. Vide i traccianti schizzare dal


muso della sua mitragliatrice e penetrare nell’abitacolo dello Zero. Il vetro
esplose in frantumi e il pilota si accasciò in avanti.
Il colpo fatale non raggiunse mai il Super Man. Il pilota giapponese, che
aveva sicuramente visto la torretta dorsale semidistrutta e le postazioni di
fusoliera deserte, con ogni probabilità aveva ritenuto che i mitraglieri
fossero tutti morti. Aveva aspettato troppo a lungo.
Lo Zero sembrò ripiegarsi su se stesso come un uccello ferito. Pillsbury
pensò che sicuramente il pilota era già morto quando il caccia si tuffò
nell’oceano.
L’ultimo Zero spuntò da sotto, poi sussultò e precipitò. Clarence Douglas,
in piedi alla postazione laterale di fusoliera con la coscia, il petto e la
spalla squarciati, l’aveva abbattuto.
Nell’oceano alle loro spalle, gli uomini del sottomarino guardavano gli
aerei lottare contro l’acqua. Uno dopo l’altro, gli Zero cadevano in mare
mentre i bombardieri proseguivano il loro volo. In seguito l’equipaggio del
sottomarino avrebbe riferito che non un solo caccia aveva fatto rientro a
Nauru. Si ritiene che, grazie a questo e ad altri raid, i giapponesi non
ebbero più una sola fornitura di fosfati dall’isola.
15

Il dolore, che durante la battaglia era rimasto in disparte, travolse Pillsbury


come un’ondata. Louie attivò il rilascio del sedile della torretta e il
mitragliere gli scivolò tra le braccia. Lo trascinò accanto a Brooks, afferrò
lo stivale e cominciò a sfilarlo con la massima delicatezza possibile.
Pillsbury urlò con quanto fiato aveva in gola, ma finalmente la calzatura
venne tolta. L’alluce non c’era più: era rimasto nello stivale. Il secondo
dito del piede era appeso a una sottile striscia di pelle e mancavano pezzi
delle altre dita. I frammenti di shrapnel conficcati nella gamba erano così
numerosi da dare l’impressione di un puntaspilli. Louie pensò che non
sarebbe stato possibile salvare il piede. Bendò il compagno, gli fece
un’iniezione di morfina, gli fece inghiottire una pillola di sulfamidici e poi
si precipitò a sentire se sarebbero riusciti a salvare l’aereo.
16

Il Super Man stava morendo. Phil non riusciva a virare con i normali
comandi e l’aereo tendeva talmente a sollevare il muso, tentando di
capovolgersi, che Phil non era in grado di tenerlo con le sole braccia.
Piantò entrambi i piedi sulla barra di comando e spinse con tutta la forza
che aveva. Il muso continuava a puntare così decisamente verso l’alto che
l’aereo era al limite dello stallo. Stava delfinando, su e giù.
Gli uomini che ancora si reggevano in piedi percorsero l’intero velivolo
per valutarne le condizioni. Il pericolo della loro situazione era evidente. Il
timone destro era completamente andato: ne mancava un’ampia porzione e
i cavi erano stati recisi. I cavi degli equilibratori, che controllavano
l’inclinazione dell’aereo, erano gravemente danneggiati. Lo stesso valeva
per i cavi del compensatore, che dava al pilota il controllo preciso
dell’assetto dell’aereo – il suo orientamento nell’aria – riducendo quindi
enormemente lo sforzo necessario per pilotarlo. Il carburante gocciolava
sul pavimento sotto la torretta dorsale. Nessuno conosceva le condizioni
del carrello, ma dato che l’intero aereo era crivellato, era probabile che
anche gli pneumatici fossero stati colpiti. Nella stiva bombe gorgogliava
una pozza di fluido idraulico.
Phil faceva quello che poteva. Rallentando i motori su un lato,
determinava un differenziale di potenza che costringeva l’aereo a virare.
Spingendo il bombardiere a una velocità maggiore, riduceva il
delfinamento e il rischio di stallo. Tenendo i piedi premuti sulla barra di
comando, impediva all’aereo di capovolgersi. Qualcuno chiuse
l’alimentazione carburante accanto a Pillsbury e la perdita cessò. Louie
prese un cavo che serviva ad armare le bombe e rimise insieme i cavi recisi
del timone e degli equilibratori. Non ne risultò un miglioramento
immediato, ma se i cavi del timone sinistro non avessero funzionato, forse
l’operazione sarebbe servita.
Funafuti era a cinque ore di volo. Se il Super Man fosse riuscito a portarli
fin là, sarebbero dovuti atterrare senza i comandi idraulici del carrello, dei
flap e dei freni. Potevano abbassare il carrello e azionare i flap con le
pompe a mano, ma non esisteva un’alternativa manuale ai freni idraulici.
17

Senza bombe e con poco carburante, l’aereo pesava circa diciotto


tonnellate. Un B-24 senza freni, specie se «coming in hot» (ovvero senza
controllo a una velocità superiore a quella standard prevista per
l’atterraggio, dai centoquarantacinque ai centosettantacinque chilometri
l’ora),
18

poteva mangiarsi tre chilometri prima di fermarsi.


19

La pista di Funafuti era lunga due chilometri e in fondo c’erano rocce e


oceano.
Passarono le ore. Il Super Man tremava e vibrava. Louie e Cuppernell si
occupavano dei feriti. Disteso sul pavimento, Pillsbury si guardava la
gamba sanguinare. Mitchell se ne stava chino sul suo tavolo di navigatore
e Phil lottava con i comandi dell’aereo. Douglas se ne andava in giro
zoppicando; sembrava profondamente traumatizzato e, disse Pillsbury,
aveva la spalla e il braccio «ridotti a brandelli».
20

Brooks era disteso accanto a Pillsbury e respirava gorgogliando a causa


del sangue che gli riempiva la gola. Pillsbury non sopportava quel suono.
Un paio di volte, quando Louie gli si chinò accanto, Brooks aprì gli occhi e
mormorò qualcosa. Louie avvicinò l’orecchio alle labbra del compagno,
ma non riuscì a capire quello che diceva. Brooks svenne di nuovo. Tutti
sapevano che quasi sicuramente stava morendo. Nessuno disse niente.
Era molto probabile, se ne rendevano conto tutti, che sarebbero morti
nell’atterraggio, se non prima. Qualunque cosa pensasse ognuno di loro, la
tenne per sé.
La luce del giorno stava sbiadendo quando le palme di Funafuti
comparvero all’orizzonte. Phil cominciò a scendere in direzione della
pista. Erano troppo veloci. Qualcuno andò ad aprire con la manovella i
portelli della stiva bombe che, opponendo resistenza all’aria, ridussero un
po’ la velocità. Douglas andò alla pompa del carrello, che si trovava
esattamente sotto la torretta dorsale. Aveva bisogno di entrambe le mani
per utilizzarla – una per spingere la valvola e l’altra per azionare la pompa
– ma soffriva troppo nel tenere sollevate le braccia per più di pochi
secondi. Pillsbury non era in grado di alzarsi in piedi, ma allungandosi al
massimo, arrivava con la mano alla valvola selettrice. Insieme, i due fecero
uscire il carrello mentre Louie guardava fuori dal finestrino laterale,
cercando con gli occhi la fettuccia gialla che avrebbe confermato che il
carrello era in posizione. La fettuccia comparve. Utilizzando le pompe a
mano, Mitchell e Louie abbassarono i flap.
Louie trovò delle corde per paracadute, ne passò una a mo’ di cintura
intorno alla vita di ogni ferito e poi la fissò a parti stabili dell’aereo. Non
era possibile passare la corda intorno al torace di Nelson a causa della
ferita al ventre, così Louie gliela passò intorno al braccio e sotto l’ascella.
Temendo la possibilità di un incendio a bordo, non annodò le corde, ma ne
avvolse l’estremità intorno alla mano di ciascun ferito, in modo che in caso
di necessità potesse liberarsi facilmente.
Restava la questione di come fermare l’aereo sulla pista. Louie ebbe
un’idea.
21

E se avessero fissato due paracadute nella parte posteriore del


bombardiere e poi, al momento del touchdown, li avessero fatti uscire dai
finestrini della fusoliera e avessero tirato le cordicelle? Nessuno aveva mai
tentato di fermare un bombardiere in quel modo. Era un tentativo quasi
disperato, ma era tutto ciò che potevano fare. Louie e Douglas sistemarono
un paracadute a ognuno dei due finestrini laterali e lo fissarono al sostegno
della mitragliatrice. Poi Douglas tornò al suo posto, lasciando Louie in
piedi tra i finestrini, con una cordicella in ognuna delle mani.
Il Super Man scendeva verso Funafuti. Sotto, i giornalisti e gli altri
equipaggi guardavano avvicinarsi il bombardiere malconcio. Il Super Man
continuava ad abbassarsi. Immediatamente prima di toccare terra, Pillsbury
guardò l’indicatore di velocità: centosettantacinque chilometri l’ora. Per un
aereo privo di freni, erano troppi.
Per un momento l’atterraggio fu perfetto. Le ruote baciarono la pista così
delicatamente che Louie rimase in piedi. Poi ci fu una scossa violenta. Ciò
che avevano temuto era successo: lo pneumatico sinistro era sgonfio.
L’aereo sterzò bruscamente, deviò a sinistra e avanzò sbandando verso due
bombardieri parcheggiati. Cuppernell, più per abitudine che per speranza,
pestò con forza sul freno destro. Era rimasto quel minimo di fluido
idraulico sufficiente a salvarli: il Super Man ruotò su se stesso e si fermò a
pochi centimetri dai bombardieri fermi. Louie era ancora dietro, con le
cordicelle dei paracadute strette nelle mani. Non aveva avuto bisogno di
usarle.
*
22
Harry Brooks.
Douglas aprì il portello dell’uscita d’emergenza, si issò a fatica sul tetto,
alzò il braccio ferito sopra la testa e con l’altro braccio formò una croce, il
segnale per indicare che c’erano feriti a bordo. Louie saltò a terra dalla
stiva bombe e fece il medesimo segnale. Ci fu un’immediata mobilitazione
sulla pista e nel giro di pochi secondi l’aereo era gremito di marines. Louie
si fece indietro e passò lo sguardo sul suo aereo distrutto. In seguito il
personale di terra avrebbe contato i fori del Super Man, contrassegnandoli
uno alla volta con il gesso per essere sicuri di non contarli due volte. Erano
594.
23

Tutti i bombardieri che avevano preso parte al raid su Nauru erano


rientrati e tutti erano stati colpiti, ma nessuno quanto il Super Man.
Brooks venne adagiato su una barella, sistemato a bordo di una jeep e
trasportato alla rudimentale infermeria della base, consistente in un’unica
stanza. Aveva un’emorragia intracranica.
Pillsbury venne trasportato negli alloggi, in attesa di cure. Era ancora
disteso sul letto quando, circa un’ora dopo, entrò un medico che gli chiese
se conosceva Harry Brooks. Pillsbury rispose di sì.
«Non ce l’ha fatta» disse il medico.
24

Il sergente maggiore Harold Brooks morì una settimana prima del suo
ventitreesimo compleanno. Ci volle più di una settimana perché la notizia
arrivasse al 511½ di Western Avenue a Clarksville, Michigan, dove viveva
la madre vedova, Edna. Dall’altra parte della città, in Harley Road, la
notizia arrivò anche alla fidanzata, Jeannette Burtscher. La ragazza venne a
sapere che Harold non c’era più nove giorni prima della data del
matrimonio, che avevano fissato insieme prima che lui partisse per la
guerra.
25
*

Otto mesi dopo, Charlie Pratte sarebbe stato il primo pilota a fermare un
B-24 con i paracadute. Il suo bombardiere, Belle of Texas, era stato colpito
nei cieli delle isole Marshall e i freni erano inutilizzabili. Pratte doveva
tentare l’atterraggio su una pista di gran lunga troppo corta per un
bombardiere. Tanto per peggiorare la situazione, aveva mangiato uova
avariate e pilotava l’aereo vomitandosi addosso. Atterrando a
duecentoventicinque chilometri l’ora, ordinò ai suoi uomini di utilizzare
tre paracadute. E, con i paracadute aperti, l’aereo finì oltre la pista e si
fermò sulla spiaggia, a pochi metri dall’oceano. A Pratte e al suo
equipaggio venne tributato un encomio speciale.
X
I Sei Puzzoni
Mentre la sera scendeva su Funafuti, il personale di terra si prendeva cura
dei bombardieri danneggiati. Una volta rappezzati fori e squarci e risolti i
problemi meccanici, gli aerei vennero riforniti e caricati con sei bombe da
duecentoventisette chili ciascuna, pronti per un raid su Tarawa il giorno
dopo. Il Super Man, ancora nel punto dove si era fermato, crivellato per
l’intera lunghezza, non sarebbe andato con loro. Probabilmente non
avrebbe volato mai più.
Esausto per la missione e le ore passate ad aiutare in infermeria, Louie
raggiunse un boschetto di palme da cocco sotto le quali erano state erette
tende che servivano da alloggio. Trovò la sua e si lasciò cadere sulla
brandina accanto a quella di Phil. I giornalisti erano alloggiati in una tenda
vicina. In infermeria, Stanley Pillsbury se ne stava disteso sul letto con la
gamba sanguinante a penzoloni dal bordo. Vicino a lui, gli altri feriti del
Super Man cercavano di dormire. Scese il buio e con esso anche il
silenzio.
Verso le tre di mattina, Louie si svegliò al suono di un solitario ronzio, il
cui volume aumentava e diminuiva: era un piccolo aereo, che volava
avanti e indietro sull’isola. Pensando che si trattasse di un equipaggio
smarrito tra le nuvole, Louie rimase in ascolto, sperando che l’aereo
riuscisse a trovare la strada di casa. Poi il suono svanì.
Prima che potesse riaddormentarsi, Louie udì il ringhio di potenti motori
d’aereo. E poi, dall’estremità nord dell’atollo, arrivò un boato. Una sirena
cominciò a suonare e si sentirono distanti colpi d’arma da fuoco. Un
marine passò di corsa davanti alle tende, urlando: «Raid aereo! Raid
aereo!». Il ronzio non era stato prodotto da un aereo americano che si era
smarrito, ma più probabilmente da un ricognitore, alla guida dei
bombardieri giapponesi. Funafuti era sotto attacco.
1

Giornalisti e aviatori, compresi Louie e Phil, calzarono rapidissimi gli


stivali, si precipitarono fuori dalle tende e poi si fermarono, alcuni urlando,
altri guardandosi freneticamente intorno in preda al panico. Non vedevano
alcun rifugio antiaereo. Dall’estremità dell’atollo, le esplosioni si
susseguivano in rapida successione, sempre più forti e più vicine. La terra
tremava.
«Mi sono guardato intorno e mi sono detto: “Maledizione! E adesso dove
andiamo?”» ricorda il pilota Joe Deasy.
2

Il riparo migliore che riuscì a trovare fu una buca poco profonda scavata
intorno a un giovane albero di cocco; ci si tuffò dentro, insieme alla
maggior parte degli uomini che gli erano accanto. Herman Scearce,
l’operatore radio di Deasy, saltò in un fossato accanto a un camion carico
di munizioni, raggiungendo quattro compagni di equipaggio. Il pilota Jesse
Stay balzò dentro una buca vicina. Tre uomini strisciarono sotto il camion,
un altro si infilò nella buca della spazzatura. Un uomo corse fino in fondo
all’atollo e si immerse nell’oceano, anche se non sapeva nuotare.
3

Altri, non avendo trovato un posto in cui rifugiarsi, si inginocchiarono e


cominciarono a scavare buche nella sabbia servendosi dell’elmetto. Mentre
scavava nel buio sotto le bombe che cadevano dal cielo, un uomo
maledisse a gran voce quei figli di puttana dei generali che avevano
lasciato l’atollo privo di rifugi.
Decine di indigeni si ammassarono nella grande chiesa missionaria che
sorgeva in una radura. Rendendosi conto che quell’edificio bianco sarebbe
stato visibilissimo nell’atollo scuro, un marine di nome Fonnie Black Ladd
si precipitò all’interno e urlò a tutti di correre fuori. Quando vide che
nessuno si muoveva, estrasse la pistola. Gli indigeni si affrettarono a uscire
e si dispersero.
4

In infermeria, Stanley Pillsbury era ancora disteso sul suo letto,


terrorizzato e in stato confusionale. Un momento prima stava dormendo,
un momento dopo l’atollo era scosso dalle esplosioni, una sirena urlava e
c’era gente che gli sfrecciava accanto, caricando i pazienti sulle barelle e
portandoli via di corsa. Poi la stanza si era svuotata e Pillsbury era rimasto
solo. A quanto pareva, si erano dimenticati di lui. Si mise a sedere, in
preda all’ansia. Non era in grado di reggersi in piedi.
Louie e Phil correvano attraverso il boschetto di palme da cocco, cercando
qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse servire da riparo. Le bombe si
stavano avvicinando, con un suono che un soldato paragonò ai passi di un
gigante: Boom... boom... BOOM... BOOM! Finalmente i due amici videro
una capanna, una palafitta costruita dagli indigeni. Ci si tuffarono sotto,
atterrando sopra un cumulo di oltre una ventina di uomini. Adesso le
bombe erano così vicine che le si poteva sentire vorticare nell’aria. Deasy
ricorda quel suono come un ronzio, Scearce come un fischio penetrante.
Un istante dopo ci fu solo biancore bruciante e rumore assordante. Il
terreno si sollevò e l’aria turbinò, portando con sé un odore acre. Gli alberi
esplosero. Una bomba centrò la tenda in cui Louie e Phil stavano
dormendo solo qualche minuto prima. Un’altra esplose accanto a un
mucchio di uomini che si erano rifugiati in un fossato e qualcosa si
conficcò nella schiena di quello che stava sopra. Disse: «È finita, ragazzi»
e morì.
5

Un ordigno centrò il camion di munizioni, sollevandolo in aria in migliaia


di pezzi. I resti del veicolo e degli uomini che c’erano sotto volarono a
pochi centimetri dalla testa di Jesse Stay. Un mitragliere di prua sentì un
fischio quando pezzi del camion lo sfiorarono. Forse fu proprio ciò che
restava di quel camion ad atterrare su una delle tende, dentro la quale due
aviatori erano ancora sulle rispettive brandine. Un’altra bomba rotolò nel
fossato di Scearce, finendo tra le braccia di un mitragliere di coda.
L’ordigno non esplose, ma continuò a sibilare. Il mitragliere gridò:
«Gesù!». Ci misero un momento per rendersi conto che ciò che avevano
ritenuto essere una bomba era in realtà un estintore. A qualche metro di
distanza, Louie e Phil se ne stavano rannicchiati sotto la palafitta, che
tremava ma era ancora in piedi.
Le bombe avanzavano risalendo l’atollo e ogni scoppio suonava più
distante del precedente. Poi le esplosioni cessarono. Qualcuno uscì dal
proprio riparo di fortuna per aiutare i feriti e per spegnere gli incendi.
Louie e gli altri rimasero dove si trovavano, sapendo benissimo che i
bombardieri sarebbero tornati. Si accesero fiammiferi e le sigarette
vennero strette fra dita tremanti. «Se ci colpiscono» borbottò qualcuno «di
noi resterà solo gelatina.» In lontananza, i bombardieri virarono. Il
bombardamento ricominciò.
Qualcuno che passava di corsa davanti all’infermeria si accorse di
Pillsbury, entrò, gettò il ferito sopra una barella e lo trascinò all’interno del
minuscolo edificio di cemento dove erano stati portati tutti i feriti.
L’ambiente era così gremito che gli uomini erano stati distesi sugli
scaffali. Era buio pesto e i medici si spostavano a tentoni, controllando i
pazienti alla luce di una torcia. Disteso nel buio, ansimante, Pillsbury
udiva le bombe che cadevano e si sentiva claustrofobico, la mente che gli
lampeggiava immagini di esplosioni che li seppellivano tutti come in una
tomba. Con i compagni ammassati ovunque e nessuno che parlava, pensò a
un obitorio. La gamba gli faceva male e cominciò a lamentarsi. Il medico
lo raggiunse a tastoni e gli fece un’iniezione di morfina. Le esplosioni si
facevano sempre più forti, sempre più vicine e poi furono di nuovo sopra
di loro. Il soffitto tremò e piovve polvere di cemento.
Fuori era l’inferno. Gli uomini gemevano e urlavano, uno invocava la
madre. A un pilota quelle voci fecero pensare ad «animali che
piangevano».
6

I timpani si spaccavano. Un uomo morì per un attacco cardiaco. Un altro


perse un braccio, troncato di netto. C’era chi singhiozzava, chi pregava e
chi perdeva il controllo dell’intestino. «Non ero solo spaventato: ero
terrorizzato» scrisse in seguito un aviatore ai genitori.
7

«Pensavo di avere avuto paura in volo, ma non era così. [È stata] la prima
volta in vita mia che ho visto quanto può arrivarti vicino la morte.» Phil
provava la stessa sensazione: mai, neppure durante il volo su Nauru, aveva
avvertito un terrore simile. Louie stava accovacciato accanto a lui. Dal
momento in cui aveva attraversato di corsa il boschetto di palme, aveva
agito spinto solo dall’istinto e dall’adrenalina che gli ruggiva dentro, senza
provare alcuna emozione. Adesso, circondato dalle esplosioni, la paura si
impadronì di lui.
8

Rannicchiato in un fossato di corallo, il sergente maggiore Frank Rosynek


indossava soltanto l’elmetto, le scarpe slacciate e i boxer. Le bombe che
cadevano dal cielo, scrisse in seguito, «sembravano interi vagoni carichi.
Producevano un suono come di un pianoforte spinto giù per una lunga
rampa di scale, poi toccavano terra ed esplodevano. Grosse palme si
disintegravano sparando schegge dappertutto intorno a noi. Il terreno si
sollevava in aria quando esplodeva una bomba e poi c’era un terribile
lampo di luce superbrillante. L’urto scagliava pezzi di corallo nella nostra
buca e noi li cercavamo alla cieca e li gettavamo fuori più in fretta
possibile. Negli intervalli tra una bomba e l’altra, sembrava di essere in
chiesa: voci dalle buche vicine recitavano insieme il Padre Nostro, in
continuazione. A voce più alta, quando le bombe cadevano vicine. Credo
di avere sentito addirittura qualcuno piangere. Non osavamo alzare lo
sguardo perché avevamo la sensazione di poter essere visti dall’alto».
9
Altri due soldati vennero uccisi al terzo passaggio. Al quarto, i giapponesi
fecero tombola. Due bombe centrarono in pieno i B-24 carichi e con i
serbatoi pieni parcheggiati accanto alla pista. Il primo si disintegrò in
un’enorme esplosione, scagliando pezzi sull’intero atollo. Un altro si
incendiò. Le fiamme arrivarono alle munizioni delle mitragliatrici, che
presero a saettare in tutte le direzioni, l’aria decorata dai nastri dei
traccianti. Poi cominciarono a esplodere le bombe da duecentoventicinque
chili caricate sui B-24.
Alla fine, sull’atollo scese il silenzio. Alcuni si rialzarono in piedi,
tremanti. Mentre si aggiravano tra i rottami, esplose un altro B-24,
deflagrazione potenziata dai diecimilacinquecento litri di carburante, i
milletrecentosessanta chili di bombe e la scorta di munizioni calibro 50.
Un copilota scrisse di avere avuto l’impressione che «tutta l’isola stesse
saltando in aria».
10

Ma se non altro era finita.


Arrivò l’alba e gli uomini cominciarono a uscire cauti dai loro ripari.
Quello che si era tuffato nell’oceano tornò a riva, dopo essere rimasto
aggrappato a uno scoglio per tre ore a causa dell’alta marea. Con la luce
del giorno, il soldato che aveva maledetto i suoi generali mentre si scavava
la buca scoprì che quei generali avevano scavato la loro proprio accanto
alla sua. Louie e Phil strisciarono fuori da sotto la palafitta. Phil era illeso,
Louie aveva solo un taglio nel braccio. Si unirono a una processione di
uomini esausti e storditi.
Funafuti, la mattina dopo. (Per gentile concessione di Louis Zamperini)
Funafuti era distrutta. Una bomba aveva centrato il tetto della chiesa,
provocando il crollo dell’edificio, ma grazie al caporale Ladd all’interno
non c’era nessuno. Al posto della tenda di Louie e Phil adesso c’era un
cratere. Al centro di un’altra tenda collassata c’era una bomba, conficcata
nel terreno e inesplosa. Qualcuno la legò a un camion, la trascinò fino alla
spiaggia e sterzò bruscamente, mandandola a finire in scivolata
nell’oceano. Rosynek risalì la pista d’atterraggio e vide sei bombe
giapponesi disposte in una fila ordinata. Gli ordigni venivano armati dalla
propria rotazione durante la caduta, ma chi le aveva sganciate aveva volato
a una quota troppo bassa e le bombe non avevano avuto abbastanza tempo
di caduta per armarsi. Gli uomini trascinarono anche quelle in mare.
Al posto dei B-24 adesso c’erano buche profonde, circondate da palme
decapitate. Uno dei crateri, annotò Louie nel suo diario, era profondo dieci
metri e largo diciotto. Pezzi di bombardieri erano sparsi ovunque. Carrelli
e sedili che avevano visto il tramonto da un lato di Funafuti adesso
salutavano l’alba dall’altro. Di un bombardiere non restavano che la coda,
due estremità delle ali e due eliche, il tutto collegato da fuliggine nera. Al
centro della pista c’era un motore Pratt and Whitney da 1200 cavalli, non
si sapeva dove fosse finito l’aereo cui era appartenuto. Louie vide un
giornalista che piangeva fissando l’interno di un cratere e gli si avvicinò,
preparandosi a vedere un cadavere. Vide invece una macchina da scrivere,
completamente distrutta.
I feriti e i morti erano ovunque. Due meccanici, che l’attacco aveva
sorpreso all’aperto, erano pieni di ferite e lividi provocati dalle onde d’urto
delle esplosioni; erano così traumatizzati da non riuscire a parlare e
comunicavano a gesti. Alcuni uomini dall’espressione solenne formavano
un cerchio intorno a due sedili e a un po’ di metallo contorto, tutto ciò che
restava del camion di munizioni. I tre che avevano cercato riparo sotto il
veicolo erano al di là di ogni possibilità di riconoscimento. Venne trovato
il cadavere di un operatore radio; aveva un frammento di bomba
conficcato nella testa. Louie inciampò nel corpo di un indigeno in
perizoma, disteso sulla schiena; metà della testa non c’era più.
Un operatore radio in seguito avrebbe dichiarato che i bombardieri
giapponesi erano circa quattordici,
11

ma qualcun altro, convinto che si fosse trattato di due gruppi di tre,


soprannominò gli aerei nemici «i Sei Puzzoni».
12

Tutti si aspettavano che tornassero. Phil e Louie si unirono a un gruppo


che stava scavando buche con pale ed elmetti. Poi, quando ebbero un
momento libero, andarono in spiaggia e rimasero seduti per un’ora,
cercando di riorganizzare i pensieri.
Più tardi, quello stesso giorno, Louie andò a dare una mano in infermeria.
Pillsbury era di nuovo nel suo letto. Sentiva un bruciore tremendo alla
gamba che, a penzoloni oltre il bordo, gocciolava sangue nella pozza che si
era formata sul pavimento. Cuppernell, che gli sedeva accanto, lo ringraziò
per avere abbattuto quello Zero.
Il medico riteneva che il piede di Pillsbury non avrebbe smesso di
sanguinare: bisognava operare. Non c’era anestetico, perciò il paziente
avrebbe dovuto fare senza. Con Pillsbury aggrappato al letto con entrambe
le mani e Louie disteso sopra le sue gambe, il medico strappò tessuti dal
piede con le pinze, poi coprì l’osso esposto con una lunga striscia di pelle e
ricucì il tutto.
13

Il Super Man era sempre fermo accanto alla pista, inclinato a sinistra sul
suo carrello azzoppato, lo pneumatico a brandelli quasi staccato. Non era
stato colpito dalle bombe, ma dava l’impressione contraria. I 594 fori
erano distribuiti in ogni sua parte: sciami di fori di proiettile, tagli prodotti
dallo shrapnel, quattro squarci da colpi di cannoncino delle dimensioni di
una testa umana, la grande bocca spalancata accanto alla torretta di
Pillsbury, lo squarcio nel timone, largo come una porta. Con la vernice
sfregiata e graffiata ai bordi d’entrata dei motori e lungo le fiancate,
sembrava che l’aereo avesse volato attraverso ammassi di filo spinato. Il
Super Man era circondato da giornalisti e soldati, stupiti che fosse riuscito
a restare in aria in quelle condizioni. Phil venne salutato come l’uomo dei
miracoli e tutti dovettero ricredersi sulla presunta fragilità del B-24. Un
fotografo salì a bordo per una foto. Scattata di giorno nell’interno buio
dell’aereo, l’immagine evidenzia i raggi di luce che penetrano dai fori, una
pioggia di stelle in un cielo nero.
Louie accanto al Super Man il giorno dopo Nauru. (Per gentile
concessione di Louis Zamperini)
Louie, il cui aspetto era malconcio quanto quello del suo aereo, si avvicinò
al Super Man. Accostò la testa a uno degli squarci da proiettile di cannone
e vide i cavi recisi del timone di destra, ancora collegati alla meno peggio
come li aveva lasciati. Passò le dita lungo le lacrime che rigavano la pelle
del Super Man. Quell’aereo aveva salvato la vita a lui e al resto
dell’equipaggio, tranne uno. Avrebbe sempre pensato a quel velivolo come
a un caro amico.
Imbarcato su un altro aereo, Louie iniziò il viaggio di ritorno verso le
Hawaii insieme a Phil, Cuppernell, Mitchell e il bendato Glassman.
Pillsbury, Lambert e Douglas avevano riportato ferite troppo gravi per
riunirsi all’equipaggio. Nel giro di qualche giorno sarebbero stati trasferiti
a Samoa, dove un medico avrebbe dato un’occhiata alla gamba di Pillsbury
e annunciato che era stata «hamburgerizzata».
14

Lambert sarebbe rimasto in ospedale per cinque mesi.


*
15

Quando un generale si presentò da lui per decorarlo con il Purple Heart,


non riuscì a mettersi a sedere e il generale appuntò la medaglia al lenzuolo.
Per Douglas la guerra era finita. Brooks riposava in una tomba nel cimitero
dei marines a Funafuti.
L’equipaggio si era sciolto per sempre. Non avrebbero mai più rivisto il
Super Man.
Un peso opprimente calò su Louie mentre l’aereo si allontanava da
Funafuti. Dopo uno scalo a Canton, raggiunsero l’atollo di Palmyra, dove
Louie fece una doccia bollente e poi andò a vedere La storia del generale
Custer al cinema della base. Era il film nel quale aveva lavorato come
comparsa all’inizio della guerra, una vita prima.
Rientrato alle Hawaii, sprofondò in una sorta di freddo torpore. Era
irritabile e scontroso. Anche Phil era sbalestrato: beveva troppo e non
sembrava più lui. Membri di un equipaggio incompleto e senza aereo, i
superstiti del Super Man non avevano incarichi particolari e così
ammazzavano il tempo a Honolulu. La volta che un ubriaco dalla testa
calda cercò la rissa, Phil si limitò a guardarlo con indifferenza, ma Louie
lo accontentò immediatamente. I due uscirono dal bar per risolvere la
questione e l’attaccabrighe batté in ritirata. In seguito, neppure bevendo
birra con gli amici Louie riusciva a socializzare. Di solito se ne stava
rinchiuso in camera sua, ad ascoltare musica. L’unico altro sollievo era la
corsa: correva sulla sabbia intorno alla pista di Kahuku, pensando alle
Olimpiadi del 1944, cercando di dimenticare il viso implorante di Harry
Brooks.
Il 24 maggio Louie, Phil e gli altri veterani del Super Man vennero
trasferiti alla 42ª Squadriglia dell’11o Gruppo bombardieri. La base della
42ª sarebbe stata sulla costa orientale di Oahu, sulla splendida spiaggia di
Kualoa.
16

Arrivarono sei nuovi uomini per coprire i vuoti nel vecchio equipaggio del
Super Man. Volare con gente sconosciuta preoccupava Louie e Phil.
«L’idea non mi piace neanche un po’» scrisse Louie nel suo diario. «Ogni
volta che rimescolano un equipaggio, sono guai.» Per i veterani del Super
Man c’era un’unica cosa degna di nota nei nuovi arrivati, e cioè il fatto che
il mitragliere di coda, un sergente di Cleveland di nome Francis
McNamara, aveva una tale predilezione per i dolci che in pratica si nutriva
esclusivamente di dessert. Gli uomini lo chiamavano Mac.
17

Per il momento non avevano ancora un aereo. I Liberator destinati all’11o


Gruppo bombardieri dovevano arrivare in volo da altre zone di
combattimento e solo i primi cinque, crivellati di fori di proiettile, erano
già sul posto. Uno di essi, il Green Hornet, aveva un’aria particolarmente
malconcia, con le fiancate impiastricciate di qualcosa di nero e i motori
sverniciati.
18
Perfino con la stiva bombe vuota e tutti e quattro i motori funzionanti,
riusciva a malapena a restare in volo. Tendeva a volare con la coda più
bassa del muso, un assetto che i piloti definivano «molliccio», con
riferimento alla sensazione di comandi molli in un aereo vacillante. I
meccanici avevano esaminato a fondo il bombardiere, ma non avevano
trovato una spiegazione. Erano tutti molto diffidenti nei confronti del
Green Hornet, che veniva relegato a brevi commissioni volanti. Il
personale di terra cominciò a rubarne pezzi per utilizzarli su altri aerei.
Louie fece un breve volo sul Green Hornet e, quando atterrò, dichiarò che
era «l’aereo più pazzo» che avesse mai visto. Sperava di non dover volare
mai più su quel bombardiere.
Il 26 maggio Louie preparò i bagagli e si fece dare un passaggio fino al
suo nuovo alloggio a Kualoa, un cottage privato a dieci metri dall’oceano.
Lui, Phil, Mitchell e Cuppernell l’avrebbero avuto tutto per loro. Quel
pomeriggio Louie trasformò il garage nella sua stanza personale. Phil andò
a una riunione della squadriglia, dove incontrò un pilota novellino, George
«Smitty» Smith, che si dava il caso fosse un vecchio amico di Cecy.
19

Dopo la riunione, Phil fece due chiacchiere con lui, parlando della
fidanzata. Al cottage, Louie andò a dormire. Il giorno dopo, insieme a Phil
e Cuppernell, sarebbe andato a Honolulu per un altro assaggio delle
bistecche di P.Y. Chong.
Sull’altro lato dell’isola, all’Hickam Field, un equipaggio di nove uomini e
un passeggero salirono a bordo di un B-24. L’aereo, pilotato da Clarence
Corpening, originario del Tennessee, era appena arrivato da San Francisco
ed era diretto a Canton e poi in Australia. Seguito dallo sguardo del
personale di terra, il B-24 decollò, virò verso sud e scomparve alla vista.
20
*

Lambert avrebbe poi ripreso servizio con un altro equipaggio e stabilito


uno stupefacente record, portando a termine almeno novantacinque
missioni.
XI
«Non sopravviverà nessuno»
Il 27 maggio 1943, un giovedì, Louie si alzò alle cinque, mentre tutti gli
altri stavano ancora dormendo. Uscì in punta di piedi e salì in cima alla
collina alle spalle del cottage per svegliarsi del tutto, poi rientrò, si cambiò
indossando la tuta da ginnastica e si avviò in direzione della pista. Lungo il
tragitto, incontrò un sergente e gli chiese di seguirlo e cronometrarlo da
una jeep. Il sergente accettò e Louie cominciò a correre affiancato dalla
jeep. Coprì un miglio in 4’12”, un tempo stupefacente considerando che
correva sulla sabbia. Non era mai stato in forma migliore in vita sua.
1

Tornò a piedi al cottage, si lavò e indossò un paio di pantaloni tropicali


kaki, una maglietta e una camicia di mussolina che aveva comprato a
Honolulu. Dopo aver fatto colazione e aver sistemato la sua nuova stanza,
scrisse una lettera a Payton Jordan, l’infilò nella tasca della camicia e,
insieme a Phil e Cuppernell, salì su un’auto presa in prestito per andare a
Honolulu.
Al cancello della base vennero fermati dal detestato tenente che aveva
ordinato di volare sul Super Man con tre soli motori. L’ufficiale aveva un
problema urgente. Il B-24 di Clarence Corpening, decollato il giorno
prima, non era mai atterrato a Canton. Erroneamente convinto che si
trattasse di un B-25 e non di un molto più grosso B-24, l’ufficiale era a
caccia di volontari che lo andassero a cercare. Phil gli disse che non
avevano un aereo. Il tenente ribatté che potevano prendere il Green
Hornet. Phil gli fece notare che quell’aereo non era in grado di volare e il
graduato replicò che aveva superato l’ispezione. Sia Louie che Phil
sapevano che, sebbene fosse stata usata la parola «volontari», si trattava di
un ordine. Phil cedette. Il tenente andò a svegliare il pilota Joe Deasy e
convinse anche lui a offrirsi volontario. Deasy e il suo equipaggio
avrebbero volato sul B-24 Daisy Mae.
Phil, Louie e Cuppernell fecero dietrofront per radunare l’equipaggio.
Fermandosi al cottage, Louie prese un binocolo che aveva comprato alle
Olimpiadi. Aprì il diario e buttò giù qualche riga su ciò che stava per fare:
«C’era un solo aereo, il Green Hornet, un “mollaccione”. Noi eravamo
molto riluttanti, ma Phillips alla fine ha ceduto, accettando la missione di
salvataggio».
2
Poco prima di uscire, Louie scribacchiò anche un appunto, che lasciò sul
suo bauletto, quello in cui conservava i barattoli pieni di alcolici. «Se tra
una settimana non siamo tornati, servitevi pure del liquore.»
3

Il tenente aspettava gli equipaggi accanto al Green Hornet. Srotolò una


carta. Riteneva che Corpening fosse finito in acqua a circa
trecentocinquanta chilometri a nord di Palmyra. Le ragioni di tale
convinzione non sono chiare; il rapporto ufficiale sulla scomparsa
dell’aereo indica che il velivolo non era stato più visto o sentito dal
momento del decollo, per cui poteva trovarsi ovunque. Quali che fossero i
suoi motivi, il tenente disse a Phil di seguire una rotta a duecentootto gradi
e cercare in un punto parallelo a Palmyra. A Deasy diede più o meno le
stesse istruzioni, ma lo mandò in un’area leggermente diversa. A entrambi
gli equipaggi venne ordinato di continuare le ricerche per tutto il giorno,
atterrare a Palmyra e, se necessario, riprendere le ricerche il giorno dopo.
4

Mentre si preparavano al decollo, tutti gli uomini dell’equipaggio di Phil


erano preoccupati per il Green Hornet.
5

Louie cercò di tranquillizzarsi pensando che, senza bombe e senza


munizioni a bordo, l’aereo avrebbe avuto abbastanza potenza da restare in
aria. Phil era preoccupato perché non aveva mai pilotato quell’aereo e di
conseguenza non ne conosceva le eccentricità. Sapeva che era stato
cannibalizzato e sperava che non mancassero parti vitali. L’equipaggio
ripassò le procedure d’emergenza ed effettuò un’ispezione speciale per
assicurarsi che ci fosse tutta l’attrezzatura di sopravvivenza. A bordo c’era
una scatola di provviste, il cui recupero in caso di necessità era
responsabilità del mitragliere di coda. C’era anche un canotto
supplementare, dentro una sacca gialla in cabina di pilotaggio; ne era
responsabile Louie, che andò a verificarne la presenza e poi indossò il suo
Mae West. Lo stesso fecero gli altri dell’equipaggio. Tranne Phil, forse
perché era complicato pilotare l’aereo con il giubbotto addosso.
Il Green Hornet. (Per gentile concessione di Louis Zamperini)
All’ultimo minuto, un militare corse verso il Green Hornet e chiese se era
possibile avere un passaggio a Palmyra. Non ci furono obiezioni e l’uomo
si trovò un posto a sedere in fondo all’aereo. Con il nuovo arrivato, gli
uomini a bordo erano undici.
Mentre Phil e Cuppernell posizionavano l’aereo sulla pista, Louie si
ricordò della lettera che aveva scritto a Payton Jordan. La tirò fuori dalla
tasca, si sporse dal finestrino di fusoliera e la lanciò a un addetto di terra,
che gli promise di spedirla.
Il Daisy Mae decollò quasi contemporaneamente al Green Hornet e i due
aerei iniziarono il volo fianco a fianco.
6

A bordo del Green Hornet, a parte i quattro veterani del Super Man, gli
uomini non si conoscevano e avevano ben poco da dirsi. Louie andò a
passare il tempo in cabina, chiacchierando con Phil e Cuppernell.
Il Green Hornet, fedele al suo nome, volava con la coda nettamente più
bassa del muso e non riusciva a tenere il passo del Daisy Mae. Dopo circa
trecento chilometri, Phil via radio disse a Deasy di andare avanti senza di
lui.
7

I due equipaggi si persero di vista.


Intorno alle quattordici, il Green Hornet raggiunse l’area di ricerca che gli
era stata assegnata, circa trecentosessanta chilometri a nord di Palmyra. Le
nuvole premevano intorno all’aereo e nessuno riusciva a vedere l’acqua
sottostante. Phil scese sotto le nubi, mantenendo una quota di
duecentoquaranta metri, Louie prese il suo binocolo, scese nella «serra» e
cominciò a cercare. Poco dopo sentì gracchiare all’interfono la voce di
Phil, che gli chiedeva di risalire e fare circolare il binocolo. Louie fece
quello che gli era stato detto e poi andò in cabina e vi rimase, alle spalle di
Phil e Cuppernell.
8

Mentre la ricerca proseguiva, Cuppernell chiese a Phil se potevano


scambiarsi di posto in modo da poter assumere il ruolo di primo pilota. Era
una prassi comune, che consentiva ai copiloti di maturare l’esperienza
necessaria per qualificarsi appunto come primo pilota. Phil acconsentì.
L’enorme Cuppernell si spostò faticosamente sul sedile di sinistra e Phil
passò su quello di destra. Il copilota prese i comandi.
9

Alcuni minuti dopo qualcuno si accorse che i due motori su un fianco


dell’aereo stavano consumando più carburante degli altri due, rendendo un
lato progressivamente più leggero dell’altro. L’equipaggio cominciò a
trasferire carburante tra le due ali in modo da equilibrare il carico.
All’improvviso ci fu una scossa. Louie guardò il tachimetro e vide che i
giri al minuto del motore numero 1, quello all’estrema sinistra, stavano
rapidamente diminuendo. Guardò fuori: il motore vibrava violentemente.
Poi si bloccò. Il bombardiere si inclinò a sinistra e cominciò a scendere
veloce verso l’oceano.
Phil e Cuppernell avevano solo pochi secondi per salvare il Green Hornet.
Cominciarono a lavorare rapidamente, ma Louie ebbe la sensazione che
fossero disorientati dallo scambio dei posti. Per minimizzare l’attrito del
motore numero 1 in avaria, dovevano mettere l’elica «in bandiera»,
dovevano cioè girarne le pale in modo che fossero parallele al vento e
fermare la rotazione dell’elica stessa. In condizioni normali questo sarebbe
stato compito di Cuppernell, che però adesso sedeva al posto del pilota.
Impegnato ai comandi, Cuppernell gridò al nuovo motorista di
raggiungerlo in cabina per effettuare l’operazione. Non si sa se Cuppernell
o qualcun altro abbia specificato di quale motore si trattava. Era
un’informazione vitale: l’elica di un motore in avaria continua comunque a
girare nel vento e si può quindi avere l’impressione che il motore stia
funzionando.
Sul cruscotto c’erano quattro pulsanti per la messa in bandiera, uno per
ogni motore, protetti da un coperchietto di plastica. Chinandosi tra
Cuppernell e Phil, il motorista sollevò un coperchietto e premette il
pulsante. Nell’attimo stesso in cui lo fece, il Green Hornet si impennò e
sbandò a sinistra. Il motorista aveva premuto il pulsante numero 2, non il
numero 1. Adesso entrambi i motori di sinistra erano fuori uso e l’elica del
numero 1 non era ancora in bandiera.
10

Phil spinse al massimo i due motori di destra, cercando di mantenere


l’aereo in volo per il tempo sufficiente a riavviare il motore sinistro
funzionante. I motori di destra, in lotta contro il lato morto, fecero ruotare
l’aereo sul lato sinistro, mandandolo in spirale. Il motore non ripartiva.
L’aereo continuava a precipitare.
Il destino del Green Hornet era segnato. Il meglio che Phil poté fare fu
cercare con tutte le sue forze di portarlo in assetto orizzontale in vista
dell’ammaraggio. Grugnì tre parole all’interfono:
«Prepararsi all’impatto.»
11

Louie uscì di corsa dalla cabina di pilotaggio, gridando a tutti di andare


alle postazioni previste in caso di incidente. Mentre l’aereo ruotava su se
stesso, corse a prendere il canotto supplementare e poi alla propria
postazione, accanto al finestrino di fusoliera di destra. Vide Mac, il nuovo
mitragliere di coda, afferrare la scatola delle provviste. Altri uomini
stavano indossando freneticamente i Mae West. Louie era vagamente
consapevole che Mitchell non era emerso dal muso del bombardiere. Era
compito del navigatore calcolare la posizione dell’aereo, comunicare il
dato all’operatore radio perché potesse trasmettere l’SOS e poi fissare al
proprio corpo il sestante e il kit di navigazione astronomica. Ma con
l’aereo che ruotava su se stesso con il muso puntato verso il basso e il
passaggio d’emergenza strettissimo, forse Mitchell non riusciva a uscire.
Mentre gli uomini dietro la cabina di pilotaggio correvano verso la relativa
sicurezza del centro e del fondo dell’aereo, uno di loro, quasi sicuramente
il motorista che aveva premuto il pulsante sbagliato, a quanto pare restò
davanti. Dato che i canotti di salvataggio non si sganciavano
automaticamente all’impatto, era compito del motorista restare in piedi
dietro la cabina per tirare la maniglia di sganciamento al momento
opportuno. Per assicurarsi che i canotti si trovassero abbastanza vicini
all’aereo da consentire ai superstiti di raggiungerli a nuoto, doveva
aspettare l’attimo immediatamente precedente l’impatto per azionare la
maniglia. Questo significava che avrebbe avuto scarse o nessuna
possibilità di raggiungere una postazione d’emergenza e, di conseguenza,
scarse possibilità di sopravvivere.
Phil e Cuppernell lottavano con l’aereo. Il Green Hornet ruotava su se
stesso, sempre più veloce, mentre i motori di destra tuonavano a pieno
regime. Non c’era tempo per trasmettere l’SOS. Phil cercò un’onda morta
verso la quale orientare l’aereo per l’ammaraggio, ma la cosa non aveva
comunque molto senso: non riusciva a portare il bombardiere in assetto
orizzontale e, anche se ci fosse riuscito, la velocità era eccessiva. Stavano
per impattare, molto violentemente. Phil si sentiva stranamente privo di
paura. Guardò l’acqua che sembrava salire ruotando verso di lui e pensò:
«Non posso fare nient’altro».
12

Louie sedeva sul pavimento accanto alla paratia, rivolto verso il muso
dell’aereo. C’erano cinque uomini vicino a lui. Tutti sembravano storditi,
nessuno parlava. Louie guardò fuori dal finestrino di fusoliera di destra.
Vide solo il cielo nuvoloso, che vorticava intorno a lui. Si sentiva
intensamente vivo. Pensò alla paratia davanti a lui e anche a come
l’avrebbe colpita con il cranio. Percependo l’oceano che saliva verso il
bombardiere, lanciò un’ultima occhiata al cielo impazzito, poi strinse il
canotto davanti a sé e chinò la testa sul petto.
Passò un terribile, sconvolgente secondo. Poi un altro. Un istante prima
che l’aereo colpisse l’acqua, la mente di Louie pulsò in un unico, ultimo
pensiero: «Non sopravviverà nessuno».
13

Per Louie ci furono solo sensazioni frammentate e prive di suono: il corpo


catapultato in avanti, l’aereo che si spezzava, qualcosa che gli si avvolgeva
intorno, lo schiaffo freddo dell’oceano e poi il peso dell’acqua su di lui. Il
Green Hornet, colpendo inizialmente la superficie con il muso e l’ala
sinistra, aveva pugnalato l’oceano ed era andato in pezzi.
Mentre l’aereo gli si disintegrava intorno, Louie si sentì trascinare
sott’acqua. Poi, di colpo, il movimento discendente si interruppe e Louie
venne scagliato verso l’alto. La forza del tuffo dell’aereo si era esaurita e
la fusoliera, riportata per un momento a galla dall’aria intrappolata al suo
interno, balzò in superficie. Louie spalancò la bocca e prese ampi respiri.
L’aria uscì sibilando dall’aereo e Louie si ritrovò di nuovo travolto
dall’acqua. Ancora una volta, il Green Hornet scivolò sotto la superficie e
cominciò a scendere verso il fondo dell’oceano, come se una forza lo
trascinasse verso il basso.
Louie cercò di orientarsi. Dietro di lui non c’era più la coda, davanti non
c’erano più le ali. Gli uomini che gli erano stati accanto erano scomparsi.
L’impatto l’aveva scagliato contro il sostegno della mitragliatrice laterale,
sotto il quale era rimasto incastrato a faccia in giù, con il canotto sotto di
sé. Il sostegno della mitragliatrice gli premeva contro il collo e il corpo era
avvolto da innumerevoli fili che lo legavano sia al sostegno che al canotto.
Li tastò con le mani e concluse: «Spaghetti». Era una matassa di cavi, il
sistema nervoso del Green Hornet. Quando la coda si era staccata, i cavi si
erano spezzati di netto e, come per un colpo di frusta, si erano avvolti
intorno a lui. Cercò di liberarsene, ma non ci riuscì. Voleva disperatamente
respirare, ma non poteva.
All’interno di ciò che restava della cabina di pilotaggio, Phil stava lottando
per uscire. Al momento dell’impatto era stato scagliato in avanti e aveva
colpito qualcosa con la testa. Un’ondata d’acqua si era riversata in cabina e
l’aereo l’aveva portato sott’acqua con sé.
In base al buio che lo circondava, sapeva di essere molto sotto la superficie
e si rendeva conto di scendere sempre più in profondità a ogni secondo che
passava. A quanto pare, vide Cuppernell uscire dall’aereo. Trovò quello
che ritenne essere il telaio del parabrezza della cabina, ora privo del vetro.
Posò un piede su qualcosa di duro, si diede una spinta e, attraverso
l’apertura, uscì dalla cabina. Nuotò verso la superficie, la luce sempre più
viva intorno a lui.
Emerse in un puzzle di rottami. Perdeva molto sangue dalla testa e aveva
un dito e una caviglia fratturati. Trovò un rottame galleggiante, meno di
mezzo metro quadrato, e ci si aggrappò. Il rottame però cominciò ad
affondare. Vide due canotti, molto lontani da lui. A bordo non c’era
nessuno. Cuppernell non si vedeva da nessuna parte.
Molto più sotto, Louie era ancora intrappolato nell’aereo, bloccato dai
cavi. Alzò gli occhi e vide un corpo fluttuare passivamente nell’acqua.
L’aereo continuava ad affondare e il mondo di sopra ad allontanarsi. Louie
sentì le orecchie tapparsi e ricordò vagamente che nella piscina di
Redondo Beach le orecchie gli si tappavano a una profondità di sei metri.
Venne inghiottito dal buio e la pressione si fece sentire con maggiore
intensità. Continuava a lottare, ma invano. Pensò: «Nessuna speranza».
Avvertì un’improvvisa, intensa fitta di dolore alla fronte. Mentre
strattonava i cavi e cercava di bloccare la gola contro l’impulso di
respirare, sentì che stava calando su di lui una sorta di torpore evanescente.
Si rese conto con distacco che quella era la fine di tutto. Perse i sensi.
Si svegliò nel buio totale. Pensò: «Questa è la morte». Poi sentì l’acqua, il
peso dell’aereo intorno a lui. Inspiegabilmente, i cavi erano scomparsi,
così come il canotto. Stava galleggiando all’interno della fusoliera, che lo
stava trascinando con sé verso il fondo dell’oceano, circa cinquecento
metri più sotto. Non vedeva niente. Il suo Mae West era sgonfio, ma la
galleggiabilità del giubbotto lo spingeva comunque contro il soffitto
dell’aereo. Non aveva più aria nei polmoni e, per meccanismo riflesso,
adesso stava respirando acqua salmastra. Sentì sapore di sangue, di
carburante e di olio. Stava annegando.
Spalancò le braccia, cercando una via d’uscita. Toccò qualcosa con la
mano destra e l’anello dell’USC rimase impigliato. La mano era bloccata.
Tastò con la mano sinistra e sentì un lungo pezzo di metallo liscio. La
sensazione lo orientò: era al finestrino di destra, aperto. Vi nuotò
attraverso, poggiò i piedi sul telaio e si diede una spinta, liberando la mano
destra con uno strattone e tagliandosi un dito. Picchiò con la schiena
contro la sommità del finestrino, che gli graffiò la pelle sotto la camicia. Si
diede la spinta con un altro calcio. L’aereo continuava a inabissarsi.
Louie armeggiò con le cordicelle del Mae West, sperando che nessuno
avesse rubato le cartucce di biossido di carbonio. Ebbe fortuna: il
giubbotto si gonfiò. Improvvisamente leggero, il Mae West lo spinse
velocemente verso la superficie tra un torrente di rottami.
Emerse di colpo nella luce accecante del giorno. Inspirò una profonda
boccata e vomitò immediatamente l’acqua salata e il carburante che aveva
inghiottito. Era sopravvissuto.
14
PARTE TERZA
XII
Naufraghi
L’oceano era un guazzabuglio di rottami. La linfa vitale dell’aereo – olio,
fluido idraulico e oltre quattromila litri di carburante – si allargava untuosa
sulla superficie. Tra i pezzi del velivolo fluttuavano filamenti di sangue.
1

Louie sentì una voce. Si voltò in quella direzione e vide Phil che, distante
una ventina di metri, era aggrappato a qualcosa che sembrava un serbatoio
del carburante. Insieme a lui c’era Mac, il mitragliere di coda. Nessuno dei
due indossava il Mae West. Dalla testa di Phil sgorgavano ritmici zampilli
di sangue che gli si riversavano sul viso. Gli occhi del pilota si guardavano
intorno in uno smarrimento stordito. Phil vide la testa che ballonzolava tra
i rottami e si rese conto che si trattava di Louie. Nessuno degli altri uomini
era riemerso.
Zamperini vide uno dei canotti di salvataggio dondolare sull’acqua. Era
possibile che il canotto si fosse sganciato da solo nell’impatto dell’aereo,
ma era molto più probabile che fosse stato il motorista, nell’ultimo atto
della sua vita, a strattonare la maniglia di rilascio immediatamente prima
dell’urto. Il canotto si era autogonfiato e ora stava andando rapidamente
alla deriva.
Louie sapeva di dovere fermare l’emorragia di Phil, ma se l’avesse
raggiunto il canotto sarebbe andato perso e tutti loro sarebbero morti.
Nuotò in direzione del gommone. La tenuta di volo e le scarpe lo
appesantivano e la corrente e il vento allontanavano la piccola
imbarcazione più velocemente di quanto lui fosse in grado di nuotare. Il
canotto scivolò sempre più fuori portata e Louie rinunciò. Si voltò a
guardare Phil e Mac, per condividere con loro la consapevolezza che
quella possibilità di salvezza era svanita. Poi però notò, serpeggiante a
mezzo metro dal proprio viso, una lunga fune che partiva dal canotto.
L’afferrò, cominciò a tirarla verso di sé, avvicinò il canotto e si issò a
bordo. C’era un secondo canotto che si stava allontanando. Louie impugnò
i remi in dotazione, remò con tutta la forza che aveva, riuscì ad afferrare la
fune e a tirare verso di sé il secondo canotto. Fece passare le cime
attraverso gli occhielli delle due imbarcazioni, legandole insieme, e poi
prese a remare in direzione dei due compagni. Phil si rese conto che il
grosso pezzo di metallo frastagliato al quale era aggrappato avrebbe potuto
forare i canotti e lo spinse lontano da sé. Louie l’aiutò a salire a bordo,
mentre Mac se la cavò con le proprie forze. Entrambi gli uomini, come lo
stesso Louie, erano ricoperti da uno strato di olio e carburante. Tre uomini
in un unico canotto erano troppo ammassati: l’interno della minuscola
imbarcazione era lungo solo un metro e ottanta e la larghezza superava di
poco i sessanta centimetri.
Dalle due profonde ferite sulla tempia sinistra di Phil, vicino
all’attaccatura dei capelli, il sangue sgorgava a fiotti e, mescolato all’acqua
di mare, si raccoglieva sul fondo del canotto. Ricordando ciò che aveva
imparato nei boy scout e al corso di pronto soccorso a Honolulu, Louie
fece scorrere le dita lungo il collo dell’amico finché sentì la pulsazione
dell’arteria carotide. Indicò a Mac il punto esatto e gli disse di premere. Si
tolse la camicia di mussolina e la maglietta e fece altrettanto con Phil.
Chiese a Mac di fare la stessa cosa. Mettendo da parte le camicie, Louie
immerse la maglietta di Phil in acqua, la ripiegò formando una specie di
tampone e la posizionò sulle ferite. Prese le altre magliette e le legò
strettamente a mo’ di benda intorno alla testa dell’amico, che poi trasferì
sul secondo canotto.
La mente di Phil era intontita. Sapeva che l’aereo era precipitato, sapeva
che qualcuno l’aveva tirato fuori dall’acqua, che adesso si trovava a bordo
di un canotto e che con lui c’era Louie. Era spaventato, ma non in preda al
panico. Come pilota, ufficialmente era lui al comando, ma era abbastanza
consapevole del proprio stato da rendersi conto di non essere in grado di
prendere decisioni. Aveva notato che Louie aveva un brutto taglio a un
dito, vicino all’anello dell’USC, ma a parte quello il suo amico era illeso e
lucido. Gli chiese di assumere il comando e Louie accettò.
«Sono contento che sia tu, Zamp» disse Phil sottovoce.
2

Poi rimase in silenzio.


Da qualche parte, non lontano, arrivò un piccolo suono, un lamento che
sfumò in un gorgoglio, una bocca che cercava di articolare una parola, una
gola che si riempiva d’acqua... poi silenzio. Louie afferrò un remo e fece
ruotare il canotto su se stesso il più velocemente possibile, in cerca
dell’uomo che stava annegando. Forse era Cuppernell, che non era più
stato visto da quell’ultimo istante sott’acqua. I tre superstiti non
l’avrebbero mai saputo. Chiunque avesse emesso quel suono era ormai
scivolato sotto la superficie. Non sarebbe più riemerso.
Con Phil relativamente stabilizzato, Louie rivolse l’attenzione ai canotti.
Realizzati con due strati di tela gommata e divisi in due camere d’aria
separate da una paratia, erano entrambi in buone condizioni. Il problema
erano le provviste. La scatola delle scorte, che Mac aveva tenuto tra le
braccia mentre l’aereo precipitava, era scomparsa, strappata dalle mani del
mitragliere dall’impatto o persa durante la fuga dai rottami. In tasca i tre
uomini avevano solo i portafogli e qualche spicciolo. Avevano ancora
l’orologio al polso, ma le lancette si erano bloccate nell’istante dell’urto
sull’acqua. Probabilmente per la prima volta da quando era arrivato a
Oahu, Phil non indossava il braccialetto portafortuna che gli aveva
regalato Cecy e non aveva in tasca il dollaro d’argento che conservava per
quando si fosse riunito alla fidanzata. Forse nella fretta di indossare la
tenuta di volo aveva dimenticato i due oggetti, o forse li aveva persi nel
disastro.
3

Le tasche dei canotti contenevano qualche provvista per la sopravvivenza.


Qualunque cosa ci fosse là dentro, era tutto ciò che avevano. Louie sciolse
le linguette delle tasche e controllò. Trovò parecchie spesse tavolette di
cioccolato – probabilmente le barrette della razione D che la Hershey
produceva per le forze armate – suddivise in quadratini e confezionate in
contenitori incerati per resistere a un attacco con i gas. Studiate per essere
sgradevolmente amare in modo che i soldati le mangiassero solo in
circostanze disperate, erano altamente caloriche e resistenti al caldo. In
base alle istruzioni sulla confezione, ogni uomo doveva ricevere due
quadratini al giorno, uno alla mattina e uno alla sera, e trattenerli in bocca
sulla lingua per oltre trenta minuti, fino a completo scioglimento.
Insieme al cioccolato, Louie trovò diverse lattine d’acqua da 33 centilitri,
uno specchietto di ottone, una pistola lanciarazzi, un colorante per l’acqua
di mare, una serie di ami da pesca, un rocchetto di lenza e due pompe in
borse di tela. C’era anche una serie di pinze con cacciavite inserito nel
manico. Louie ci rifletté sopra a lungo, cercando di trovare una ragione per
cui qualcuno su un canotto avrebbe dovuto avere bisogno di pinze e
cacciavite. Ogni canotto era fornito anche di un kit con pezze
d’emergenza, da usare in caso di falle. Non c’era altro.
4

La dotazione era incredibilmente inadeguata. Un anno dopo ogni canotto


dei B-24 sarebbe stato equipaggiato con un telo cerato per proteggersi dal
sole, azzurro su un lato e giallo sull’altro. Per mimetizzarsi in acque
controllate dal nemico, si stendeva il telo sull’imbarcazione esponendo il
lato azzurro, mentre a scopo di segnalazione si poteva sventolare e agitare
il lato giallo. Nel canotto standard del 1944 ci sarebbero stati anche un
secchiello per versare l’acqua fuori bordo, un albero e relativa vela,
un’ancora, una crema solare, un kit di pronto soccorso, tappi per forature,
una torcia elettrica, esche, un coltello a serramanico, un paio di forbici, un
fischietto, una bussola e opuscoli religiosi.
5

Nessuno di questi oggetti, nemmeno il coltello, era presente nei canotti del
Green Hornet, i quali ovviamente non disponevano neppure della «Gibson
Girl», una radiotrasmittente che poteva inviare segnali fino a una distanza
di oltre trecento chilometri.
6

Era da quasi un anno che gli aerei più nuovi l’avevano in dotazione e nel
giro di due mesi si sarebbe provveduto all’intera flotta. Ma il Green
Hornet ne era privo. E i tre naufraghi non disponevano nemmeno di
strumenti di navigazione. Mitchell aveva il compito di fissarli al proprio
corpo, ma, anche se l’aveva fatto, gli strumenti erano andati a fondo con
lui.
La situazione acqua era la più preoccupante. Poche lattine da 33 centilitri
non sarebbero durate a lungo. Louie, Phil e Mac erano circondati
dall’acqua, ma non potevano berla. Il contenuto di sale nell’acqua di mare
è così alto da essere considerato un veleno. Se si beve acqua di mare, i reni
devono produrre urina per eliminare il sale, ma per farlo necessitano di una
quantità d’acqua maggiore di quella salmastra bevuta e di conseguenza
l’organismo estrae acqua dalle proprie cellule, le quali, disidratate,
cominciano ad atrofizzarsi. Paradossalmente, bere acqua di mare causa
disidratazione, potenzialmente letale.
Alla deriva vicino all’equatore, con poca acqua e nessun riparo, Phil,
Louie e Mac si sarebbero presto trovati in guai terribili. I canotti non erano
stati dotati di materiali per la desalinizzazione o la distillazione, né di
contenitori per raccogliere l’acqua piovana. Cinque mesi prima, il generale
Hap Arnold aveva ordinato che tutti i canotti di salvataggio venissero
equipaggiati con il Delano Sunstill, un dispositivo che poteva produrre
indefinitamente piccole quantità di acqua potabile. La consegna era stata
ritardata.
Dal momento in cui era emerso dall’acqua, Mac non aveva detto una
parola. In qualche modo era uscito dal disastro senza un graffio. Aveva
fatto tutto ciò che Louie gli aveva chiesto, ma dal suo viso non era mai
scomparso quello sguardo fisso e scioccato.
Zamperini era piegato sul canotto, quando Mac improvvisamente cominciò
a urlare: «Moriremo tutti!».
7

Louie lo rassicurò dicendogli che la squadriglia li avrebbe cercati, che


probabilmente sarebbero stati trovati quella sera stessa, al più tardi il
giorno dopo. Mac continuò a gridare. Esasperato, Louie minacciò di fargli
rapporto non appena fossero rientrati. Non servì a niente. Non sapendo più
cosa fare, Zamperini gli mollò un manrovescio. Mac cadde all’indietro e
restò in silenzio.
Louie elencò le regole di base. Ogni uomo avrebbe mangiato un
quadratino di cioccolato al mattino e uno alla sera. Per quanto riguardava
l’acqua, assegnò una lattina a testa, consentendo a ognuno due o tre sorsi
al giorno. Mangiando e bevendo a quel ritmo, avrebbero potuto far durare
le provviste per qualche giorno.
Fatto l’inventario e stabilite le regole, non c’era molto da fare a parte
aspettare. Louie si impose di evitare di pensare ai compagni morti e
dovette scacciare dalla mente il ricordo della voce gorgogliante in acqua.
Considerando il tremendo disastro, era stupito che ci fossero tre superstiti.
Tutti e tre si erano trovati sul lato destro dell’aereo; il fatto che il
bombardiere avesse impattato in mare con il lato sinistro probabilmente li
aveva salvati. Ciò che Louie non riusciva a capire era come fosse risalito
dal relitto. Se era svenuto a causa della pressione e l’aereo aveva
continuato ad affondare e la pressione ad aumentare, come aveva potuto
risvegliarsi? E come aveva fatto a liberarsi dai cavi mentre era privo di
conoscenza?
8

I tre uomini guardavano il cielo. Louie teneva una mano sulla testa di Phil
per rallentare la perdita di sangue. L’ultima traccia del Green Hornet, il
luccichio del carburante, del fluido idraulico e dell’olio che aveva
circondato i canotti fin dall’inizio, sfumò fino a svanire. Al suo posto
stavano salendo verso la superficie delle forme blu scuro che scivolavano
nell’acqua tracciando archi eleganti. Una sagoma netta, affilata, piatta e
splendente tagliò la superficie e cominciò a disegnare cerchi intorno ai
canotti. Poi se ne aggiunse un’altra. Gli squali li avevano trovati.
Tenendosi vicinissimi ai loro fianchi, fluttuavano i pesci pilota, a strisce
bianche e nere.
Gli squali, che Louie pensò appartenessero alla specie mako e reef, erano
così vicini che sarebbe bastato tendere una mano per toccarli. Il più
piccolo era lungo quasi due metri, alcuni raggiungevano una lunghezza
doppia. Incurvavano i corpi intorno ai canotti, saggiandone il materiale, e
facevano scorrere le pinne lungo le imbarcazioni, ma non cercavano di
arrivare agli uomini che c’erano sopra. Sembravano aspettare che fossero
gli uomini ad andare da loro.
Il sole tramontò e arrivò il freddo, intenso. I tre si servirono delle mani per
versare qualche centimetro d’acqua sul fondo dei canotti. Una volta che i
corpi l’ebbero scaldata, sentirono meno freddo. Nonostante fossero esausti,
resistettero all’impulso di dormire per timore che passasse una nave o un
sottomarino e non se ne accorgessero. Phil sentiva la parte inferiore del
corpo, quella sotto l’acqua, abbastanza calda, ma la parte superiore era così
gelata da farlo tremare di freddo.
Il buio era assoluto, così come il silenzio, a eccezione del rumore prodotto
dai denti di Phil. L’oceano era di una calma piatta. Improvvisamente i tre
naufraghi si sentirono percorrere da un tremore ruvido e raschiante: gli
squali stavano strofinando il dorso lungo il fondo dei canotti.
9

Il braccio di Louie era ancora posato sul bordo del suo canotto, la mano
ferma sulla fronte di Phil che, protetto dalla mano dell’amico, scivolò nel
sonno con la sensazione che gli squali gli stessero graffiando la schiena. A
bordo dell’altro canotto si addormentò anche Louie.
Mac rimase il solo a vegliare, la testa che gli girava dalla paura. Cominciò
ad agitarsi.
XIII
Dispersi in mare
Il Daisy Mae atterrò a Palmyra nel tardo pomeriggio. L’equipaggio aveva
cercato l’aereo di Corpening per tutto il giorno, ma non ve n’era traccia.
Deasy cenò e poi andò al cinema della base. Stava guardando il film
quando qualcuno gli disse di presentarsi immediatamente al comandante
della base, il quale lo informò che il Green Hornet non era rientrato.
«Maledizione!» esclamò Deasy. Sapeva che c’erano solo due possibilità.
La prima era che l’equipaggio di Phillips fosse tornato alle Hawaii, la
seconda che l’aereo fosse finito, per usare le sue stesse parole, «nel
brodo». Qualcuno andò a verificare con le Hawaii. Anche se il Green
Hornet fosse effettivamente precipitato, Deasy sapeva che avrebbero
comunque dovuto aspettare la mattina per iniziare le ricerche, così andò a
dormire.
1

Verso mezzanotte un marinaio svegliò l’operatore radio di Deasy, Herman


Scearce, e gli confermò che l’aereo di Phil risultava disperso. La marina
voleva controllare il registro trasmissioni di bordo per vedere a quando
risaliva l’ultimo contatto radio con il Green Hornet. Scearce chiese al
marinaio di svegliare anche Deasy, dopo di che lo stesso Scearce, Deasy e
alcuni ufficiali della marina esaminarono il registro trasmissioni
nell’ufficio della base. Le registrazioni fornivano ben poche informazioni.
Alle quattro e mezzo del mattino il Green Hornet venne dichiarato
ufficialmente disperso. Adesso erano due gli aerei precipitati – quello di
Corpening e quello di Phillips – e avevano portato con sé ventuno uomini.
La marina prese il comando delle operazioni di soccorso. Non appena
fosse sorto il sole, il Daisy Mae sarebbe decollato per riprendere le
ricerche, insieme ad almeno due idrovolanti della marina e un altro aereo
delle AAF. Poiché il Daisy Mae e il Green Hornet avevano volato
affiancati nel primo tratto del viaggio, i soccorritori sapevano che il Green
Hornet non era precipitato nei primi trecento chilometri. A quanto pareva,
era scomparso da qualche parte tra il punto in cui il Daisy Mae lo aveva
lasciato e Palmyra, cioè un’estensione di milletrecento chilometri. La
scommessa era indovinare la direzione in cui gli eventuali superstiti
stavano andando alla deriva. Punto d’incontro della corrente verso ovest a
nord dell’equatore e la controcorrente equatoriale verso est, l’oceano
intorno a Palmyra era un vero e proprio vortice. Una differenza di pochi
chilometri di latitudine poteva significare uno scarto di centottanta gradi
per quanto riguardava la direzione della corrente e nessuno sapeva dove
fosse precipitato esattamente il bombardiere. L’area di ricerca sarebbe
stata enorme.
2

A ogni equipaggio vennero assegnate le rispettive coordinate di ricerca. Da


Palmyra, il Daisy Mae avrebbe volato in direzione nord. Da Oahu,
numerosi aerei avrebbero volato verso sud. Decollarono poco dopo l’alba.
Tutti sapevano che le probabilità di trovare l’equipaggio disperso erano
scarsissime, ma, come disse Scearce, «noi continuavamo a sperare,
sperare, sperare...».
3

Zamperini si svegliò con il sole. Mac era disteso al suo fianco. Phil
giaceva nel suo canotto, la mente ancora annebbiata. Louie si mise a
sedere e fece scorrere lo sguardo sul cielo e sul mare, in cerca dei soccorsi.
Solo gli squali si muovevano.
Decise di distribuire la colazione, un unico quadretto di cioccolato a testa.
Sciolse il nodo che chiudeva la tasca del canotto e guardò all’interno. Il
cioccolato era sparito. Controllò sui due canotti. Niente cioccolato, niente
involucri. Lo sguardo di Louie si fermò su Mac. Il sergente lo fissò a sua
volta con occhi spalancati, e colpevoli.
Il fatto che Mac si fosse mangiato tutto il cioccolato fu un duro colpo per
Louie. Conosceva il mitragliere da poco tempo, ma l’aveva giudicato come
un tipo corretto e cordiale, anche se un po’ troppo bisboccione e sicuro di
sé fino all’arroganza. L’incidente lo aveva distrutto. Louie sapeva che non
avrebbero potuto sopravvivere a lungo senza cibo, ma scacciò subito quel
pensiero. Sicuramente c’era già un’operazione di ricerca in corso.
Sarebbero stati a Palmyra in giornata, forse il giorno dopo, e la perdita del
cioccolato non avrebbe significato nulla. Controllando la sua rabbia, disse
a Mac di essere molto deluso da lui. Si rendeva conto però che il
mitragliere aveva agito in preda al panico, e quindi lo rassicurò dicendogli
che presto sarebbero arrivati i soccorsi. Mac non disse nulla.
4

Il freddo della notte cedette il posto a una giornata soffocante. Louie


guardava il cielo. Phil, indebolito dalla perdita di sangue, dormiva. Mac,
che aveva i capelli quasi rossi, arrostiva sotto il sole, isolato in un luogo
onirico e remoto. Tutti e tre avevano fame, ma non potevano farci niente.
Gli ami e la lenza erano inutili: non c’erano esche.
Poi, mentre se ne stavano distesi in silenzio, un suono ronzante cominciò a
insinuarsi piano nei loro pensieri. Tutti e tre si resero conto che quello che
sentivano era un aereo. Scrutarono il cielo e videro un B-25, molto alto e
molto a est. Volava a un’altitudine eccessiva per essere un aereo di ricerca,
probabilmente era diretto a Palmyra.
5

Louie si lanciò verso una delle tasche del canotto, afferrò la pistola
lanciarazzi e inserì una cartuccia. Non era possibile alzarsi in piedi sul
fondo cedevole del canotto, così si inginocchiò e tese il braccio verso
l’alto. Premette il grilletto, la pistola gli rinculò nella mano e il razzo, rosso
e ruggente, schizzò in cielo. Mentre il segnale continuava a salire, Louie
trovò una confezione di colorante, che prese a versare freneticamente
nell’acqua. Sulla superficie dell’oceano sbocciò una vistosa chiazza giallo-
verdastra.
Mentre la scia luminosa disegnava un arco sopra di loro, Louie, Phil e Mac
fissavano il bombardiere, cercando di costringere con la forza di volontà
gli uomini a bordo a vederli. Lentamente, il segnale sputacchiò le ultime
scintille e poi si spense. Il bombardiere proseguì il suo volo e sparì. Il
cerchio colorato intorno ai canotti sbiadì fino a svanire.
Quell’avvistamento aveva comunque fornito ai naufraghi un’informazione
importante. Ovviamente sapevano già di essere alla deriva, ma, privi di
punti di riferimento, non avevano idea in quale direzione, né a quale
velocità. Dato che nella tratta nord-sud dalle Hawaii gli aerei utilizzavano
un corridoio di volo che passava vicino al punto d’impatto del Green
Hornet, la comparsa del B-25 molto a est quasi certamente significava che
i canotti stavano puntando a ovest, cioè lontano dalla vista di aerei amici.
Le possibilità di essere soccorsi si stavano già affievolendo.
Quella sera gli aerei di soccorso rientrarono alle basi. Nessuno aveva visto
niente. Avrebbero ripreso le ricerche alle prime luci dell’alba.
Sopra i canotti, la luce del giorno svanì. I tre uomini bevvero qualche sorso
d’acqua, raccolsero acqua di mare intorno al corpo e si distesero. Gli squali
si ripresentarono per strofinare il dorso contro il fondo delle imbarcazioni.
Phil dormì per gran parte del giorno seguente. Louie sorseggiò un po’
d’acqua e pensò al cibo. Mac continuò a restare ripiegato su se stesso,
parlando pochissimo. Passò un altro giorno senza che arrivassero i
soccorsi.
Nelle prime ore del mattino dopo, 30 maggio, Louie, Mac e Phil sentirono
il rombo profondo dei motori di un B-24, il suono di casa. E poi eccola, a
bassa quota e proprio sopra di loro: una balena volante dal muso
schiacciato che, puntando in direzione sudest, scompariva e ricompariva
tra le nubi in mezzo alle quali si apriva un varco. Era un aereo di ricerca.
Era talmente basso e vicino ai canotti che a Louie sembrò di riconoscere le
insegne della loro squadriglia, la 42ª, sulla coda dell’aereo.
6

Afferrò di nuovo la pistola lanciarazzi, la caricò e sparò. Il razzo luminoso


puntò dritto verso l’aereo e per un momento i tre naufraghi temettero che
l’avrebbe colpito. Ma il razzo passò di fianco al bombardiere, creando una
fontana di rosso che dal canotto sembrò enorme. Louie ricaricò ed esplose
un secondo colpo. Il B-24 virò bruscamente a destra. Louie sparò altri due
razzi, che sfiorarono la coda dell’aereo.
Il bombardiere era il Daisy Mae. Gli uomini dell’equipaggio, che si
passavano un unico binocolo tra loro, sforzavano la vista per scrutare
l’oceano. Quel giorno la ricerca era particolarmente difficile, con muri di
nubi che si chiudevano e si aprivano, consentendo solo brevi, rapide
visioni del mare. Tutti a bordo avvertivano un senso di urgenza: i dispersi
erano amici, compagni di squadriglia. «Se mai abbiamo cercato qualcosa
nel corso di una missione» ricorderà Scearce «be’, quel giorno l’abbiamo
fatto di sicuro.»
7

Le scie luminose si spensero e il Daisy Mae proseguì il suo volo. Nessuno


a bordo aveva visto niente. La virata era stata solo una manovra di routine.
Louie, Phil e Mac guardarono la doppia coda del Daisy Mae diventare
sempre più piccola fino a scomparire.
Per un momento Louie si infuriò con i colleghi che erano passati così
vicino e non li avevano visti. Ma la rabbia sfumò rapidamente. Dai suoi
giorni passati alla ricerca di aerei dispersi, sapeva quanto fosse difficile
individuare un canotto, specie volando in mezzo alle nuvole. Per quello
che ne sapeva, forse anche a lui erano sfuggiti dei compagni nelle loro
stesse condizioni.
In ogni caso, quella che probabilmente era stata la loro migliore possibilità
di salvataggio era sfumata. A ogni ora che passava, la corrente li spingeva
sempre più a ovest, lontano dai corridoi aerei. Se nessuno li avesse trovati,
l’unica possibilità di sopravvivenza sarebbe stata raggiungere la
terraferma. A ovest, lo sapevano, non c’era una sola isola per oltre tremila
chilometri.
*
Se per miracolo la corrente li avesse portati a percorrere quella distanza, e
se fossero stati ancora vivi, avrebbero forse potuto raggiungere le isole
Marshall. Se avessero virato un po’ più a sud, forse avrebbero raggiunto le
Gilbert. Ma se anche fossero stati così fortunati da arrivare a quelle isole,
invece che passarci di fianco e ritrovarsi di nuovo in oceano aperto,
avrebbero avuto un altro problema. Entrambi gli arcipelaghi erano nelle
mani dei giapponesi. Mentre guardava il Daisy Mae che si allontanava,
Louie si sentì morire.
Mentre i naufraghi osservavano i loro potenziali soccorritori scomparire
all’orizzonte, non molto lontano George «Smitty» Smith, che aveva
passato la notte prima del disastro chiacchierando di Cecy con Phil,
pilotava il suo B-24 sopra l’oceano, cercando un qualunque segno dei
dispersi. A circa ottanta chilometri da Barbers Point, una base sul lato
sottovento di Oahu, il suo equipaggiò notò qualcosa. Scendendo di quota
per un controllo più ravvicinato, Smitty vide galleggiare diverse scatole
rettangolari gialle che si urtavano tra loro, accerchiate da grossi pesci.
8

Le scatole non provenivano dal Green Hornet. Erano troppo vicine a Oahu
e non potevano avere coperto una distanza del genere, anche perché le
correnti non le avrebbero trasportate in quella direzione. Ma l’aereo di
Corpening era probabilmente precipitato in un punto lungo il corridoio
aereo nord-sud, lo stesso lungo il quale Smitty stava effettuando le sue
ricerche. Le scatole potevano essere tutto ciò che restava dell’aereo di
Corpening, e degli uomini che aveva a bordo.
Le scatole non furono l’unico avvistamento di Smitty quel giorno. Proprio
nell’area in cui era precipitato il Green Hornet, notò ballonzolare in
superficie un oggetto di un colore giallo vivo. Si abbassò per guardare
meglio. Gli sembrò che si trattasse di una scatola di provviste, di quelle in
dotazione ai B-24, ma non poteva esserne sicuro. Smitty continuò a volare
in cerchio intorno all’oggetto per quindici minuti. Non vide nient’altro:
nessun rottame, nessun canotto, nessun essere umano. Con ogni probabilità
pensò che ciò che aveva visto era appartenuto all’aereo di Phil e con ogni
probabilità aveva ragione. Rientrò a Oahu, pensando alla sua amica Cecy e
al dolore che avrebbe provato non appena avesse saputo che il suo
fidanzato era disperso.
A Oahu gli uomini della 42ª Squadriglia stavano perdendo le speranze.
«Cuppernell, Phillips, Zamperini (il mezzofondista olimpionico) e
Mitchell dispersi, in volo verso Palmyra» scrisse nel suo diario un membro
del personale di terra.
9

«Mi è difficile abituarmi a una cosa del genere. Solo l’altro giorno li ho
accompagnati tutti in macchina a Kahuku e in giro nei dintorni... mi sono
divertito con loro e adesso probabilmente sono morti! Gli altri piloti si
comportano come se non fosse successo niente e parlano di spedire alle
famiglie gli indumenti dei ragazzi come se fosse un normale fatto di tutti i
giorni. È così che ci si comporta perché è così che stanno le cose: è un
normale fatto di tutti i giorni!»
I corpi dei naufraghi andavano indebolendosi. A parte il banchetto a base
di cioccolato di Mac, nessuno dei tre aveva più mangiato dopo la colazione
consumata prima di imbarcarsi per l’ultimo volo. Erano affamati e assetati.
Dopo l’avvistamento del B-24, trascorsero un’altra notte gelida e poi un
lungo quarto giorno. Nessun aereo, nessuna nave, nessun sottomarino.
Tutti e tre bevvero le ultime gocce della propria scorta d’acqua.
Fu al quinto giorno che Mac crollò.
10

Dopo un silenzio che si era protratto per giorni, all’improvviso cominciò a


gridare che sarebbero morti tutti. Con gli occhi sbarrati e quasi in delirio,
non riusciva a smettere di strillare. Louie lo schiaffeggiò in viso. Mac
tacque di colpo e si sdraiò, con un’espressione stranamente soddisfatta.
Forse si era sentito confortato dalla dimostrazione di controllo da parte di
Louie e di conseguenza protetto dalle spaventose possibilità che la sua
immaginazione andava prospettandogli.
Mac aveva buone ragioni per perdere la fiducia. L’acqua era finita. Dopo il
passaggio del B-24 non si erano più visti altri aerei e la corrente li stava
allontanando moltissimo dalle rotte frequentate dal traffico amico. Tutti e
tre sapevano che, se le ricerche non erano ancora state interrotte, lo
sarebbero state presto.
Quella notte, prima di tentare di dormire, Louie pregò. Lo aveva fatto solo
una volta in vita sua: da bambino, quando sua madre si era ammalata e lui
era stato colto dal terrore di perderla. Quella notte sul canotto, con parole
formulate solo nella mente e che non arrivarono alle labbra, implorò aiuto.
11

Mentre i tre naufraghi scivolavano alla deriva sempre più fuori portata, le
loro ultime lettere arrivavano alle famiglie e agli amici, ancora ignari
dell’accaduto. A quanto pare, la politica delle forze armate era aspettare la
conclusione delle ricerche iniziali prima di informare i familiari.
12

Il giorno dopo l’incidente, l’ultima lettera che Phil aveva scritto a suo
padre arrivò in Virginia. Il reverendo Phillips, che chiamava il figlio con il
secondo nome, Allen, si era arruolato nell’esercito e adesso era il
cappellano Phillips a Camp Pickett. Le ultime notizie di Allen risalivano a
settimane prima ed erano quelle riportate dai giornali sulla saga del Super
Man nei cieli di Nauru. Il cappellano Phillips si era presentato con gli
articoli riguardanti il raid negli uffici di un quotidiano locale, che aveva
pubblicato un servizio sull’eroismo di Allen. Per quanto orgoglioso, il
cappellano Phillips aveva anche molta paura per il figlio. «Di sicuro spero
che [Nauru] sia stato il pericolo più grave della sua vita» scrisse alla figlia.
13

Fu probabilmente quel timore che lo spinse a scrivere ad Allen per


chiedergli notizie sul destino degli uomini sul canotto, circondato dagli
squali, individuati quella primavera dal suo equipaggio. Nella sua ultima
lettera Allen rassicurava il padre: quegli uomini erano tutti sani e salvi. Per
quanto lo riguardava personalmente, scrisse: «Sono sempre nello stesso
posto dov’ero prima... Ti scriverò di nuovo presto. Ciao, per il momento.
Al».
Nel weekend dopo il disastro del Green Hornet, Pete, Virginia e Louise
Zamperini fecero una visita a sorpresa ai genitori di Cuppernell, che
abitavano a Long Beach. Fu un incontro piacevole, durante il quale si parlò
dei ragazzi lontani. Dopo la visita, Pete scrisse a Louie, pregandolo di
informare Cuppernell che i suoi genitori stavano benissimo. Prima di
chiudere la busta, inserì una foto di se stesso, sorridente. Sul retro
scribacchiò: «Non permettere che ti tarpino le ali».
A Saranap, California, Payton Jordan aprì la lettera che Louie aveva
lanciato dal finestrino del Green Hornet mentre l’aereo rullava sulla pista
prima del suo ultimo decollo: «Cari Payton e Marge, sono ancora vivo e
vegeto, come mai non lo so».
«Quello scemo farà meglio a prendersi cura di sé» pensò Jordan.
L’ultima lettera di Phil raggiunse Cecy a Princeton, Indiana, dove la
ragazza stava terminando il suo primo anno come insegnante di liceo. Phil
le aveva scritto parlandole della luna sulle Hawaii e di come questo gli
ricordasse l’ultima volta che erano stati insieme. «Non scorderò mai il
tempo che ho passato con te. Ci sono tantissime cose di quando siamo stati
insieme che non dimenticherò mai, tesoro... Aspetto il giorno in cui
potremo ricominciare a fare tutto quello che facevamo una volta.» Phil
aveva chiuso la lettera come tante altre in precedenza: «Ti amo, ti amo, ti
amo».
Non ci sarebbero stati altri messaggi dai tre dispersi. La lettera di Pete a
Louie seguì il suo percorso fino ad arrivare all’ufficio postale di San
Francisco, dove veniva smistata la corrispondenza dell’11 o Gruppo
bombardieri. Qualcuno scrisse sulla busta «Disperso in mare» e rimandò la
lettera al mittente.
Era passata una settimana da quando il Green Hornet era svanito. Ricerche
intensive non avevano portato a nulla. Tutti gli uomini dell’equipaggio di
Phil vennero ufficialmente dichiarati dispersi e a Washington scattò la
procedura prevista per informare le famiglie. Agli uomini del Daisy Mae
venne ordinato di riportare l’aereo da Palmyra a Oahu. Le ricerche erano
finite. L’equipaggio era scoraggiato: tutti volevano continuare a cercare. In
volo verso Oahu, parlarono dei compagni perduti.
14

A Kualoa, un sottotenente di nome Jack Krey entrò nel cottage con il triste
compito di catalogare gli effetti personali dei dispersi e inviarli alle
rispettive famiglie. La stanza di Louie era più o meno come Louie stesso
l’aveva lasciata quel giovedì mattina: indumenti, un bauletto, un diario che
terminava con poche parole su una missione di soccorso, una foto
dell’attrice Esther Williams fissata alla parete. L’appunto che Louie aveva
lasciato sul proprio bauletto non c’era più, e non c’era più nemmeno il
liquore. Tra le altre cose, Krey trovò alcune foto che Zamperini aveva
scattato all’interno dell’aereo. In alcune Louie aveva dimenticato di non
inquadrare il sistema di puntamento Norden, per cui Krey le dovette
confiscare. Tutto il resto venne riposto nel bauletto, pronto per essere
spedito a Torrance.
15

La sera di venerdì 4 giugno 1943, la madre di Phil, Kelsey, si trovava a


Princeton, Indiana. Data l’assenza del marito e del figlio, aveva venduto la
casa di famiglia a Terre Haute e si era trasferita a Princeton per essere più
vicina alla figlia Martha e alla futura nuora, Cecy, ormai una sua cara
amica. Quella sera Kelsey era a casa di Martha, quando le venne
consegnato un telegramma.
SPIACENTI DOVERLA INFORMARE CHE IL COMANDO
GENERALE AREA PACIFICO RIFERISCE CHE SUO FIGLIO –
TENENTE RUSSELL A. PHILLIPS – RISULTA DISPERSO DAL
VENTISETTE MAGGIO. IN CASO DI ULTERIORI DETTAGLI O
ALTRE INFORMAZIONI SU CONDIZIONI DI SUO FIGLIO,
PROVVEDEREMO A DARGLIENE NOTIZIA.
16

Gli Zamperini ricevettero il telegramma la stessa sera. Louise telefonò a


Sylvia che, sposata da poco con un vigile del fuoco di nome Harvey
Flammer, adesso viveva in un sobborgo non lontano. Non appena seppe
che suo fratello era disperso, Sylvia fu colta da una crisi isterica e
cominciò a piangere e singhiozzare così rumorosamente che accorse una
vicina di casa. La donna le chiese cosa fosse successo, ma Sylvia piangeva
tanto da non riuscire a parlare. Dopo un po’ si ricompose e telefonò al
marito Harvey alla caserma dei pompieri. Era sconvolta, confusa e non
sapeva cosa fare. Harvey le disse di andare da sua madre. Sylvia riattaccò
e si precipitò alla porta.
Continuò a piangere per tutti i quarantacinque minuti del tragitto in auto.
Settimane prima, subito dopo il raid su Nauru, aveva raccolto davanti a
casa il giornale del mattino e in prima pagina aveva visto una foto di Louie
che, con espressione turbata, guardava attraverso uno squarcio nella
fusoliera del Super Man. L’immagine l’aveva inorridita. Adesso, mentre
assimilava la notizia che suo fratello era disperso, non riusciva a non
pensare a quella fotografia. Quando fermò l’auto davanti alla casa dei
genitori, dovette ricomporsi prima di entrare.
Suo padre era calmo, ma silenzioso; sua madre era consumata
dall’angoscia. Sylvia, che come il resto della famiglia riteneva che Louie
fosse finito in fondo all’oceano, disse a sua madre di non preoccuparsi.
«Con tutte quelle isole» tentò di scherzare «adesso starà insegnando l’hula
a qualcuno.» Pete arrivò da San Diego. «Se ha uno spazzolino da denti e
un coltellino tascabile e tocca terra» disse a sua madre «ce la farà.»
17

Forse quel giorno stesso, o forse in seguito, Louise trovò la piccola foto
che era stata scattata il pomeriggio in cui Louie era partito, con lui sugli
scalini dell’ingresso che le teneva un braccio intorno alla vita. Sul retro
della foto, Louise scrisse: «Louie dichiarato disperso, 27 maggio 1943».
Il 5 giugno la notizia della scomparsa di Louie comparve sulla prima
pagina dei quotidiani californiani e aprì i notiziari radio. Il «Los Angeles
Evening Herald and Express» pubblicò un servizio sulla Vita di Zamp che
assomigliava molto a un necrologio.
18

Payton Jordan, adesso ufficiale di marina, era in auto diretto alla sua base
quando sentì la notizia alla radio. Fu un colpo durissimo. Arrivò alla base
talmente stordito che per un po’ non riuscì a fare nulla. Poi cominciò a
parlare con i colleghi ufficiali che, come lui, avevano il compito di
addestrare i cadetti nelle tecniche di sopravvivenza. Discussero delle varie
situazioni cui avrebbe dovuto fare fronte Louie e tutti concordarono sul
fatto che, se aveva ricevuto il giusto addestramento, forse sarebbe riuscito
a sopravvivere.
Pete telefonò a Jordan e i due parlarono di Louie. Mentre Pete diceva di
sperare che suo fratello venisse ritrovato, Jordan gli sentì tremare la voce.
Pensò di telefonare ai genitori di Louie, ma non riuscì a trovare il
coraggio. Non avrebbe saputo cosa dire. Quando quella sera tornò a casa,
diede la notizia a sua moglie, Marge, che aveva conosciuto bene Louie alla
USC. Seguirono la solita routine serale come avvolti in una nebbia
silenziosa, poi andarono a letto e rimasero svegli, senza parlare.
19

A Torrance, Anthony Zamperini manteneva un atteggiamento stoico.


Louise piangeva e pregava. A causa dello stress, le si aprirono delle piaghe
nelle mani.
20

A Sylvia le mani di sua madre facevano pensare ad hamburger crudi.


A un certo punto durante quelle giornate di confusione emotiva in Louise
si fece strada una netta convinzione. Era assolutamente sicura che suo
figlio fosse vivo.
A Samoa, Stanley Pillsbury e Clarence Douglas erano ancora in ospedale e
cercavano di riprendersi dalle ferite riportate nel cielo di Nauru. La spalla
di Douglas era ben lontana dalla guarigione e a Pillsbury l’amico sembrava
emotivamente distrutto. Pillsbury stesso soffriva ancora molto. I medici
non erano stati in grado di togliergli tutto lo shrapnel dalla gamba e lui
sentiva bruciare ogni frammento rimasto. La possibilità di riprendere a
camminare non era affatto vicina. Sognava sempre aerei nemici che
puntavano contro di lui, all’infinito.
Era a letto, quando nella stanza entrò Douglas, l’espressione scioccata.
«L’equipaggio è andato giù» disse.
Pillsbury riuscì a malapena a parlare. La prima emozione che provò fu un
travolgente senso di colpa. «Se solo fossi stato là» avrebbe detto in seguito
«avrei potuto salvarli.»
Douglas e Pillsbury non dissero molto altro.
21

Si salutarono, ognuno immerso nel proprio dolore. Douglas sarebbe stato


presto trasferito negli Stati Uniti. Pillsbury sarebbe rimasto ancora nel suo
letto a Samoa, sperando che un giorno avrebbe ripreso a camminare.
*
22

A Oahu, gli amici di Louie si riunirono in caserma. In un angolo di una


delle stanze, appesero una piccola bandiera in memoria di Zamp.
23

Sarebbe rimasta lì mentre Louie, Phil e Mac andavano alla deriva verso
ovest e gli Alleati, e tra loro la 42ª Squadriglia dell’11o Gruppo
bombardieri, portavano la guerra in tutto il Pacifico e nel cuore del
Giappone.
*

C’era un punto direttamente a ovest, circa a metà strada dalle isole


Marshall, dove l’oceano era profondo solo cinque metri. Non proprio
un’isola, ma quasi.
*

Non appena fu di nuovo in grado di camminare, Pillsbury venne assegnato


a un nuovo equipaggio, in sostituzione di un mitragliere di fusoliera
deceduto. A causa della superstizione riguardante l’arrivo di un nuovo
membro, l’equipaggio l’accolse con freddezza. Nel corso di una missione,
uno Zero tentò di speronare l’aereo e una raffica esplose all’interno della
fusoliera. Il motorista trovò Pillsbury sul pavimento con un grosso
frammento di metallo conficcato sopra un occhio, la cui cornea si stava
arrossando di sangue. L’aereo rientrò velocemente alla base e Pillsbury
venne bendato e rispedito alla sua mitragliatrice. In qualche modo
sopravvisse alla guerra, con una manciata di medaglie e una zoppia
permanente a testimonianza di tutto ciò che aveva sopportato. «È stato
terribile, terribile, terribile» dirà in lacrime sessant’anni dopo. «... Se ci
ripensi per un po’, ti torna tutto alla mente. È questo che fa la guerra.»
XIV
Sete
Phil si sentiva ardere. Il sole dell’equatore picchiava sui tre uomini,
ustionandoli. Ognuno di loro aveva il labbro superiore bruciato e
screpolato, così gonfio da ostruire quasi le narici; il labbro inferiore si era
ingrossato tanto da toccare il mento. I corpi erano segnati dalle piaghe
aperte dalla violenta azione corrosiva del sole, del sale, del vento e dei
residui di carburante. Le grandi ondate schiaffeggiavano le ulcere con
l’acqua salmastra, una sensazione che Louie paragonava a quella dell’alcol
versato sopra una ferita. Il sole si rifletteva abbagliante sull’oceano,
scagliando schegge di luce bianca nelle pupille degli uomini e lasciandoli
con la testa dolorosamente pulsante. Nei piedi si aprivano i crateri delle
piaghe provocate dal sale, grandi quanto una moneta da un quarto di
dollaro. I canotti arrostivano insieme ai loro occupanti, emettendo un
odore acre.
1

Le lattine d’acqua erano vuote. Disperatamente assetati e stremati dal


caldo, i tre naufraghi non potevano fare altro che servirsi delle mani a
coppa per sciacquarsi con l’acqua salmastra. La freschezza dell’oceano
sembrava chiamarli invitante, ma era un invito che non potevano accettare
a causa degli squali che li accerchiavano. Uno in particolare, lungo circa
due metri, braccava i canotti senza sosta, giorno e notte. I tre cominciarono
a tenerlo d’occhio in modo speciale e, quando si avvicinava troppo, uno di
loro lo colpiva con un remo.
Al terzo giorno senza acqua, all’orizzonte comparve una macchia. Si fece
gradualmente più grossa, più scura e più vicina, si gonfiò sopra i canotti e
coprì il sole. E arrivò la pioggia. I tre gettarono indietro la testa, inarcarono
il corpo, spalancarono le braccia e aprirono la bocca. La pioggia cadeva sul
petto, le labbra, la faccia, la lingua. Leniva la pelle, lavava via il sale, il
sudore e il carburante, scivolava nelle gole, idratava i corpi. Era
un’esplosione sensoriale.
Sapevano che non sarebbe durata. Dovevano trovare un modo per
raccogliere quell’acqua. Nelle piccole lattine, aperte sotto l’acquazzone,
non entrava praticamente nulla. Continuando a tenere la testa rivolta verso
il cielo e la bocca spalancata, Louie cercò a tentoni qualcosa di meglio.
Frugò nelle tasche del canotto ed estrasse una delle pompe, protetta da una
custodia di tela lunga circa trentacinque centimetri e chiusa su un lato da
una cucitura. Strappò la cucitura, aprì la custodia in modo da ottenere una
specie di ciotola triangolare e guardò felice la pioggia che si raccoglieva
all’interno.
2

Ne aveva raccolto quasi un litro quando un cavallone aggredì il canotto, si


impennò e poi si rovesciò sull’imbarcazione e sul contenitore, rendendo
imbevibile l’acqua. Non solo era andata persa la parte più produttiva del
temporale, ma la tela doveva essere sciacquata sotto la pioggia prima che
Louie potesse riutilizzarla. E fatto questo, non c’era comunque modo di
evitare il cavallone successivo, dato che Louie non poteva vederlo arrivare.
Tentò una tecnica diversa. Invece di aspettare che si raccogliesse una
grossa quantità d’acqua, cominciò a risucchiarla continuamente in bocca
per poi passarla nelle lattine. Una volta riempite le lattine, continuò a
raccogliere acqua, concedendo agli uomini una bevuta all’incirca ogni
trenta secondi. Aprirono la custodia della seconda pompa per ricavarne un
secondo acchiappa-pioggia. Quando rispuntò il sole, scoprirono che le
custodie delle pompe potevano essere anche eccellenti berretti.
Cominciarono a utilizzarli a rotazione: due uomini con il berretto e uno
senza.
Erano affamati. Adesso era ormai chiaro che la scorpacciata di cioccolato
di Mac, che al momento era sembrata solo moderatamente preoccupante,
in realtà era una catastrofe. Louie provava risentimento nei confronti del
mitragliere, che sembrava esserne consapevole. Anche se Mac non parlava
mai dell’accaduto, Louie intuiva che era consumato dal rimorso per quello
che aveva fatto.
La fame aumentava e i tre cominciarono a mostrare uno dei classici
sintomi dell’inedia forzata e cioè l’impossibilità di distogliere il pensiero
dal cibo. Fissavano l’oceano, brulicante di creature commestibili, ma senza
esche non potevano procurarsi nemmeno un pesciolino. Ogni tanto
vedevano passare un uccello, ma sempre fuori portata. I tre si studiarono le
scarpe, chiedendosi se fosse possibile mangiarne la pelle. Decisero di no.
I giorni passavano. Ogni sera il caldo rovente cedeva il passo al freddo. Il
sonno era sfuggente. Phil, solo nel suo canotto e senza il calore di un altro
essere umano a riscaldare l’acqua intorno a lui, soffriva in maniera
particolare. Passava la notte tremando, troppo infreddolito per dormire.
Durante il giorno, lo sfinimento, il caldo e il dondolio dei canotti
rendevano sonnolenti tutti e tre. Dormivano per buona parte della giornata
e trascorrevano il resto del tempo quasi immobili, risparmiando le poche
preziose e sempre più scarse energie.
3

A Phil venne in mente che, dal punto di vista degli uccelli, le loro forme
immobili, oscurate dai cappucci di tela, dovevano sembrare dei rottami
inanimati.
4

Aveva ragione. Un giorno, dopo che ne erano trascorsi nove o dieci


dall’inizio della loro odissea, Louie sentì qualcosa posarsi sul suo
cappuccio e ne vide l’ombra davanti a sé. Era un albatros. Dato che la testa
di Louie era nascosta, l’uccello non si era reso conto di atterrare su una
persona.
Molto, molto lentamente, Louie sollevò la mano verso l’uccello, il
movimento così graduale da essere poco più percepibile di quello della
lancetta dei minuti di un orologio. L’albatros riposava tranquillo. Dopo un
po’ la mano fu dietro di lui, le dita allargate. E poi la mano si chiuse di
colpo, bloccando le zampe dell’uccello. L’albatros cominciò a beccare
freneticamente, ferendo le nocche di Louie, che gli afferrò la testa e gli
spezzò il collo.
5

Si servì delle pinze per aprirlo. Una zaffata fetida si alzò dall’albatros
morto e i tre uomini si ritrassero istintivamente. Louie passò un pezzetto di
carne a Phil e a Mac, poi ne prese uno per sé. Il tanfo era tale da provocare
ondate di nausea. Disgustati, i tre non trovavano la forza di mettersi in
bocca quella carne. Alla fine rinunciarono.
Anche se non potevano mangiare l’albatros, se non altro finalmente
avevano l’esca. Louie recuperò il kit per la pesca, fissò un piccolo amo a
una lenza, sistemò l’esca e calò l’amo in acqua. Un attimo dopo arrivò uno
squalo, che addentò l’amo, spezzò la lenza e si portò via esca, amo e un
mezzo metro di lenza. Louie tentò con un secondo amo e di nuovo uno
squalo se lo portò via. Il terzo produsse lo stesso risultato. Poi, finalmente,
gli squali ignorarono il quarto amo. Dopo un po’ Louie sentì uno strattone
e tirò su la lenza, in fondo alla quale c’era uno slanciato pesce pilota, lungo
circa trenta centimetri. Louie lo aprì. Tutti e tre erano piuttosto in ansia:
nessuno di loro aveva mai mangiato pesce crudo prima. Si misero in bocca
un pezzetto di pesce. Era insapore. Divorarono tutto.
6
Era il primo cibo che assaggiavano da oltre una settimana. Un piccolo
pesce in tre non era molto, ma le proteine furono comunque una sferzata
d’energia. Louie aveva dimostrato che con la tenacia e l’ingegnosità era
possibile procurarsi del cibo. Sia lui che Phil si sentirono stimolati. Solo
Mac non mutò atteggiamento.
Phil però provava una sensazione di disagio riguardo all’albatros. Come
molti studenti dell’epoca, aveva letto La ballata del vecchio marinaio di
Samuel Taylor Coleridge. Nel poema un marinaio uccide un amichevole
albatros che, credevano i suoi compagni, aveva fatto sì che soffiasse il
vento. Come conseguenza di quel gesto, il marinaio e l’intero equipaggio
si ritrovano bloccati senza vento in acque infernali, tormentati dalla sete e
da creature mostruose. Tutti muoiono, tranne il marinaio omicida che
resterà in una sorta di limbo con l’albatros morto appeso al collo e gli
occhi chiusi per non vedere gli sguardi accusatori dei compagni morti.
Louie non era superstizioso, ma aveva imparato ad amare gli albatros quel
giorno di Natale che aveva passato guardandoli tentare atterraggi di
fortuna a Midway. Gli dispiaceva per l’uccello ucciso. Phil gli ricordò che,
secondo la credenza popolare, uccidere un albatros portava sfortuna. Dopo
un disastro aereo, replicò Louie, quale altra sfortuna potevano mai avere?
7

Passarono molti altri giorni. Louie non pescò niente e la scorta di ami si
era assottigliata. Nessun altro uccello si posò sul canotto. Periodicamente
la pioggia riforniva le lattine dell’acqua, ma solo parzialmente.
I tre uomini galleggiavano in un vuoto sensoriale. Quando il tempo era
sereno, l’oceano era muto. Non c’era niente da toccare, tranne acqua, pelle,
capelli e tela cerata. Non c’erano odori, a parte quello di bruciato del
canotto. Non c’era niente da guardare a eccezione di cielo e mare. A un
certo punto Louie si mise un dito in un orecchio e sentì il cerume al tatto.
Si annusò il dito e quell’odore, essendo nuovo, gli sembrò curiosamente
gradevole e stimolante. Prese l’abitudine di agitare un dito nell’orecchio e
poi di annusarselo. Phil e Mac cominciarono a fare la stessa cosa.
8

Quando dormiva, Louie sognava di essere sulla terraferma e di cercare di


dormire, ma non c’era mai un posto dove riposare in sicurezza: solo rocce,
sabbie mobili, letti di cactus. Si trovava sempre sull’orlo di pericolose
scogliere o sopra macigni instabili e sotto il suo peso il terreno si sollevava
e si spostava. Phil faceva gli stessi sogni.
Con il passare del tempo, Phil cominciò a pensare a un articolo scritto da
Eddie Rickenbacker – il pilota asso della Prima guerra mondiale – che
aveva letto quell’inverno sulla rivista «Life».
9

Nell’ottobre precedente il B-17 che trasportava Rickenbacker e il suo


equipaggio sul Pacifico era finito fuori rotta e aveva esaurito il carburante.
Il pilota aveva effettuato un ammaraggio e l’aereo era rimasto a galla
abbastanza a lungo da consentire agli uomini di salire sui canotti. Erano
andati alla deriva per settimane, sopravvivendo con le provviste di bordo,
l’acqua piovana, pesci e uccelli. Un uomo era morto e gli altri avevano
avuto allucinazioni, farfugliando con amici invisibili, cantando strane
canzoni, litigando su dove fermare l’immaginaria auto sulla quale stavano
viaggiando. Un tenente era stato visitato da uno spettro che aveva cercato
di attirarlo sul fondo dell’oceano. I canotti si erano poi separati e uno
aveva raggiunto un’isola. Gli indigeni avevano allertato Funafuti via radio
e gli altri uomini erano stati salvati.
10

Sembrava che l’equipaggio di Rickenbacker avesse portato al limite


massimo il tempo di sopravvivenza umana. Rickenbacker aveva scritto di
essere andato alla deriva per ventuno giorni (in realtà erano stati
ventiquattro) e Phil, Louie e Mac erano convinti che fosse quello il record
di sopravvivenza. In realtà pare che il record di sopravvivenza a bordo di
un canotto fosse stato stabilito nel 1942, quando tre vittime di un disastro
aereo sopravvissero per trentaquattro giorni nel Pacifico prima di
raggiungere un’isola, dove furono accolti e curati dagli indigeni.
*
11

All’inizio Phil non diede importanza al conteggio dei giorni, ma con il


trascorrere del tempo cominciò a prestare attenzione all’argomento.
13

Non ebbe problemi a calcolare i giorni senza fare confusione e, dato che
erano stati sul canotto solo per una parte del giorno in cui erano precipitati,
concordò con Louie che il giorno numero uno era quello successivo. Ogni
mattina Phil si diceva che di sicuro sarebbero stati salvati prima di
eguagliare il record di Rickenbacker. Quando si domandava cosa
avrebbero fatto se avessero battuto quel primato, non trovava una risposta.
La storia di Rickenbacker, che conosceva anche Louie, era importante per
un’altra ragione. L’esposizione agli elementi, la disidratazione, lo stress e
la fame avevano rapidamente portato alla pazzia molti dell’equipaggio di
Rickenbacker, un destino frequente per uomini confinati a bordo di un
canotto. Louie si preoccupava più della sanità mentale che del cibo.
Continuava a pensare a un corso di psicologia che aveva seguito al college:
il professore aveva insegnato alla classe a pensare alla mente come a un
muscolo che, se lasciato inattivo, si atrofizza. Louie era deciso a far sì che,
qualunque cosa succedesse ai loro corpi, le menti rimanessero sotto
controllo.
Già pochi giorni dopo il disastro, cominciò a mitragliare i due compagni
con domande su qualsiasi tema. Phil accettò la sfida e ben presto i due
amici trasformarono il canotto in un ininterrotto quiz show.
14

Si raccontarono le loro storie, dai primi ricordi d’infanzia in poi,


specificandone ogni minimo dettaglio. Louie parlò dei suoi giorni alla
USC, Phil dell’Indiana. Si confidarono i migliori appuntamenti galanti che
avevano avuto. Rievocarono più e più volte gli scherzi che si erano fatti a
vicenda. Ogni risposta era seguita da una domanda. Phil cantava inni
religiosi; Louie insegnò agli altri due le parole di White Christmas, che
cantarono in coro nell’oceano, una canzone natalizia in giugno per un
pubblico di soli squali.
Ogni conversazione finiva sempre col tornare all’argomento cibo. Louie si
era spesso vantato della cucina di sua madre e a un certo punto Phil gli
chiese di descrivere un pasto tipo. Louie cominciò con un piatto, tutti e tre
trovarono la cosa soddisfacente e così proseguì, descrivendo ogni portata
con il maggior numero di dettagli possibile. Ben presto le specialità di
Louise presero a galleggiare con i tre naufraghi: i sughi si cuocevano sul
fuoco, pizzichi di spezie venivano sparsi sui cibi, il burro si scioglieva
sulla lingua.
Fu così che sul canotto nacque un rituale che si ripeteva tre volte al giorno
e i cui momenti preferiti erano la torta alla zucca e gli spaghetti. Phil e
Mac arrivarono a conoscere così bene le ricette di Louise che, se Louie
saltava un passaggio o dimenticava un ingrediente, Phil, e a volte Mac, lo
correggeva immediatamente e lo faceva ricominciare da capo. Quando il
pasto immaginario era pronto, i tre lo divoravano fino all’ultima briciola,
descrivendo ogni boccone. La scena che evocavano era talmente
minuziosa e precisa che in qualche modo gli stomaci si lasciavano
ingannare, sia pure per poco.
Una volta mangiato ed esaurito l’argomento del passato, era la volta del
futuro. Louie faceva progetti sull’acquisto del deposito ferroviario di
Torrance, che avrebbe trasformato in ristorante. Phil fantasticava di un suo
ritorno nell’Indiana, dove forse avrebbe fatto l’insegnante. Non vedeva
l’ora di assistere di nuovo alla 500 miglia di Indianapolis. La corsa era
stata sospesa a causa della guerra, ma Phil la riviveva nella mente:
stendeva una coperta sul prato interno della pista, ci ammucchiava sopra
una montagna di roba da mangiare e guardava le auto sfrecciargli davanti.
E pensava a Cecy. Non gli era venuto in mente di mettere una foto della
ragazza nel portafoglio prima di uscire dal cottage, ma Cecy in ogni caso
era sempre con lui.
Per Louie e Phil quelle conversazioni erano terapeutiche: facevano
dimenticare le sofferenze del momento e proponevano il futuro come
qualcosa di concreto. Visualizzandosi di nuovo nel mondo, imponevano
alla loro odissea un lieto fine, che diventava un’aspettativa reale. Con
quelle conversazioni, creavano qualcosa per cui vivere.
In tutte quelle sedute di chiacchiere non sollevarono mai, nemmeno una
volta, l’argomento dell’incidente del Green Hornet. Louie avrebbe voluto
parlarne, ma qualcosa in Phil glielo impediva. C’erano volte in cui Phil
sembrava turbato, perso nei suoi pensieri e Louie immaginava che stesse
rivivendo il disastro, forse ritenendosi responsabile della morte dei suoi
uomini. Louie avrebbe voluto rassicurarlo che non aveva fatto niente di
sbagliato, ma decise che rievocare quell’episodio non avrebbe avuto altra
conseguenza che aggravare la preoccupazione dell’amico. Così non ne
parlò mai.
Mentre Louie e Phil si torchiavano a vicenda, Mac di solito ascoltava in
silenzio. A volte chiedeva a Louie di descrivere una ricetta e ogni tanto
interveniva con qualche osservazione, ma riuscire a coinvolgerlo
pienamente era un compito arduo. Condivideva pochi ricordi personali e,
sebbene gli altri due lo incoraggiassero, non riusciva a immaginare un
futuro. Per lui, a quanto pareva, il mondo si era allontanato troppo.
15

Considerate le tristi statistiche relative ai naufraghi sui canotti, la


disperazione di Mac era ragionevole. L’aspetto interessante è che i due
uomini che condividevano la sua stessa situazione non condividevano
invece la sua rinuncia alla speranza. Phil continuava a domandarsi quanto
ancora sarebbe durata la loro odissea, ma non gli era mai passato per la
mente di poter morire. Lo stesso valeva per Louie. Anche se entrambi
sapevano di trovarsi in una situazione estremamente grave, erano in grado
di allontanare la paura dai loro pensieri, focalizzandosi invece su come
sopravvivere e quindi convincendosi che tutto si sarebbe risolto.
Resta un mistero la ragione per cui quei tre giovani uomini, che avevano
avuto lo stesso addestramento e avevano vissuto lo stesso disastro aereo,
differissero così radicalmente nella percezione della loro situazione. Forse
la differenza era di ordine biologico: è possibile che alcuni individui siano
programmati per l’ottimismo e altri per il dubbio. Ancora bambino ai primi
passi, Louie era saltato giù da un treno e l’aveva guardato allontanarsi con
la sua famiglia, allegramente incurante della propria sicurezza, un episodio
che sembrerebbe suggerire un ottimismo innato. Forse le rispettive storie
personali avevano determinato nei tre sul canotto diverse e contrastanti
convinzioni sulle proprie capacità di superare le avversità. Phil e Louie
erano sopravvissuti a Funafuti, avevano reagito singolarmente bene a
Nauru e avevano fiducia l’uno nell’altro. «Se fosse rimasta una cosa
soltanto, lui l’avrebbe data a me» disse una volta Phil a proposito di Louie.
16

Mac non aveva mai visto un combattimento, non conosceva quei due
ufficiali e in gran parte non conosceva bene neppure se stesso. Tutto ciò
che sapeva sulle proprie capacità di affrontare la crisi che stava vivendo
era che la prima notte era caduto in preda al panico e aveva mangiato
l’unico cibo che avevano. Più il tempo passava e più aumentava la fame,
più quell’atto assumeva un’importanza sempre maggiore, forse
alimentando il senso di inadeguatezza di Mac.
Per Phil c’era un’altra fonte di forza, che perfino Louie ignorava. Secondo
la sua famiglia, Phil, in un suo modo silenzioso e riservato, era
profondamente religioso, saldo nella fede che gli avevano instillato i
genitori.
17

«Avevo detto molte volte ad Al di fare sempre del suo meglio, come
meglio sapeva farlo» scrisse una volta suo padre «e se le cose fossero
andate oltre le sue capacità e abilità, di chiedere al Signore di intervenire
per aiutarlo.»
18

Phil non parlava mai della sua fede, ma mentre cantava gli inni alla deriva
nell’oceano, evocando un Dio protettivo, forse sentiva la salvezza più
vicina, e la disperazione più lontana.
Fin dalla prima infanzia, Louie aveva considerato ogni limitazione che gli
veniva imposta come una sfida alla sua intelligenza, intraprendenza e
determinazione alla rivolta. Il risultato era stato una gioventù ribelle. Ma
per quanto esasperanti fossero stati i suoi exploit per i suoi genitori e la sua
città, il solo fatto di averli portati a compimento l’aveva convinto che
sarebbe sempre stato in grado di trovare un modo per superare qualsiasi
difficoltà. Adesso, costretto in una situazione estrema, disperazione e
morte diventavano il punto centrale della sua sfida. Le stesse
caratteristiche che avevano fatto di lui il ragazzo terribile di Torrance ora
lo mantenevano vivo nella battaglia più grande della sua vita.
Nonostante i tre uomini si trovassero ad affrontare la medesima situazione
critica, era la diversa percezione individuale che avrebbe modellato il loro
destino. La speranza di Louie e Phil allontanava la paura e motivava
entrambi a impegnarsi per la sopravvivenza; ogni successo rinforzava il
loro vigore fisico ed emotivo. La rassegnazione invece sembrava
paralizzare Mac che, meno partecipava allo sforzo di sopravvivenza degli
altri due, più si lasciava andare. Pur essendo quello che meno si impegnava
e lavorava, era lui che con il passare dei giorni si indeboliva sempre di più.
L’ottimismo di Louie e Phil e la disperazione di Mac si sarebbero
autorealizzati.
Erano passate due settimane. La pelle dei tre uomini era bruciata, gonfia e
screpolata. Misteriose linee bianche rigavano le unghie delle mani e dei
piedi, le piaghe provocate dal sale risalivano le gambe fino alle natiche e
alla schiena. I canotti andavano decomponendosi nel sole e nell’acqua
salata, emettendo una secrezione giallo vivo che colorava la pelle e gli
indumenti dei tre e rendeva tutto appiccicaticcio.
I corpi si stavano lentamente consumando. Quotidianamente Louie notava
il calo del proprio peso, e di quello dei compagni, rispetto al giorno prima:
i pantaloni più larghi, i visi più scavati. Superato il traguardo delle due
settimane, cominciavano ad avere un aspetto grottesco. La carne era
scomparsa. Le guance, adesso tutte barbute, si erano incavate. I corpi
mangiavano se stessi.
19

Stavano arrivando a un momento della loro odissea che per altri naufraghi
era stato un raccapricciante punto di svolta. Nel 1820 la baleniera Essex
era stata affondata da una balena infuriata e i superstiti sulle scialuppe di
salvataggio, ormai prossimi alla morte per fame, erano ricorsi al
cannibalismo.
20

Circa sessant’anni più tardi, i sopravvissuti all’affondamento dello yacht


Mignonette, dopo diciannove giorni alla deriva e sul punto di morire
d’inedia, uccisero e mangiarono un giovane componente dell’equipaggio.
Le storie di cannibalismo da parte di naufraghi erano così comuni che i
marinai inglesi consideravano la pratica di scegliere e sacrificare una
vittima come una consolidata «consuetudine del mare». Alla gente ben
nutrita sulla terraferma l’idea del cannibalismo ha sempre ispirato
repulsione. A molti marinai che si sono trovati a guardare in faccia la
morte, persi nell’agonia e nell’alterazione mentale causata dall’inedia, è
sembrata una soluzione ragionevole, addirittura inevitabile.
Per Louie l’idea di nutrirsi di carne umana era rivoltante e impensabile.
Mangiare un proprio simile, anche se morto per cause naturali, era un
pensiero assolutamente ripugnante. La pensavano così tutti e tre. Il
cannibalismo non sarebbe mai stato preso in considerazione, né allora né
mai.
21

Il traguardo delle due settimane per Louie segnò una svolta di tipo diverso.
Cominciò a pregare ad alta voce. Non aveva idea di come parlare a Dio,
per cui recitava frammenti di preghiere che aveva sentito in qualche film.
Mentre Louie parlava, Phil teneva la testa china, declamando poi
l’«Amen» finale. Mac si limitava ad ascoltare.
I canotti scivolavano nella corrente, le cime che serpeggiavano dietro di
loro. I tre avevano la sensazione di procedere sempre in direzione ovest,
ma senza alcun punto di riferimento non potevano esserne sicuri.
Comunque fosse, almeno stavano andando da qualche parte.
Un secondo albatros si posò sulla testa di Zamperini intorno al
quattordicesimo giorno. Di nuovo Louie alzò lentamente la mano, afferrò
l’uccello e l’uccise. I tre rimasero a fissarlo per un po’, memori del tanfo
del primo, ma quando Louie lo aprì, ebbero la piacevole sorpresa di
constatare che non puzzava poi tanto. In ogni caso nessuno voleva
mangiarlo. Louie fece delle porzioni e insistette perché se ne cibassero.
Tutti e tre si sforzarono di mandare giù quella carne. Dato che Mac
sembrava essere quello che aveva più bisogno di cibo, lasciarono a lui
tutto il sangue.
Nello stomaco dell’uccello trovarono parecchi piccoli pesci, che decisero
di usare come esche. Fu così che Louie pescò un altro pesce. Conservò un
po’ della carne dell’albatros per usarla come esca e mise le ossa a seccarsi
al sole nella speranza che potessero servire come ami.
Il tempo si srotolava senza fine. Louie pescò qualche pesce e una volta ne
utilizzò come esca uno minuscolo che, scagliato a bordo del canotto da un
cavallone, fruttò un pesce pilota molto più grosso. La pioggia arrivava a
intermittenza e gli uomini succhiavano fino all’ultima goccia finita nei loro
acchiappa-pioggia. A turno, Louie e Phil guidavano le preghiere della sera.
Mac restava isolato nel suo mondo.
Erano sempre più magri. Phil comunque stava gradualmente riprendendosi
dall’iniziale stato di spossatezza dovuta al trauma. Mac invece diventava
sempre più debole, quasi adattando il corpo allo spirito spezzato. Poi le
piogge cessarono e le lattine dell’acqua si prosciugarono. Arrivò il
ventunesimo giorno. Presero un pesce e fecero festa per avere battuto
quello che ritenevano essere il record di Rickenbacker.
Era da diverso tempo che Louie aveva notato un odore nauseabondo che
andava e veniva, aleggiando intorno a loro. Proveniva dalla testa di Phil. Il
sangue nella benda ricavata dalla maglietta stava marcendo; grumi di
sangue secco si staccavano dalla fasciatura e cadevano nel canotto. Phil
non sentiva quella puzza, ma Louie non la sopportava più. Sciolse il nodo
che fissava la maglietta e la srotolò delicatamente. Sotto una spessa crosta,
le ferite si erano chiuse perfettamente. Il sanguinamento non riprese. La
maglietta poteva essere eliminata.
22

Pochi giorni dopo, Louie notò qualcosa di bizzarro. Il bordo del mare,
piatto all’orizzonte, stava sollevandosi come un ricciolo. Si formò
un’ampia striscia nera che si sollevò ancora di più, scomparve e poi prese a
muoversi velocissima, quasi rotolando, verso i canotti. Louie gridò per
avvertire i compagni, che si girarono a guardare. Si gettarono tutti e tre sul
fondo delle imbarcazioni, in modo da appesantirle al massimo per non
farle capovolgere. Mentre l’ondata si avvicinava, si irrigidirono
preparandosi all’urto.
Quando arrivò, si resero conto che non si trattava affatto di un’ondata. Era
un gigantesco branco di delfini, che nuotavano a una velocità sbalorditiva
e raggiunsero in un attimo i canotti, circondandoli.
23

Guardando in acqua, Phil vide migliaia e migliaia di pesciolini, che


sembravano riempire l’oceano. Era a loro che i delfini davano la caccia. I
tre naufraghi tuffarono le braccia in acqua tentando di afferrarne qualcuno,
ma i pesci sgusciavano tra le dita. Se avessero avuto un retino, avrebbero
potuto immergerlo in mare e riempire i canotti. Con le sole dita, non
riuscirono a prenderne nemmeno uno.
Louie aveva finito le esche. Gli unici pesci che si avventuravano vicino ai
canotti erano i pesci pilota, sempre affiancati agli squali che nuotavano in
cerchio intorno ai naufraghi. I pesci pilota erano a portata di mano, solo
che quando Louie cercava di afferrarli, schizzavano via. Gli squali si erano
rubati ogni amo abbastanza piccolo da adattarsi alla bocca dei pesci pilota,
per cui Louie tentò con le ossa dell’albatros, che i pesci però risputavano.
Osservando la lenza che gli era rimasta, Louie ebbe un’idea. Ne tagliò dei
pezzetti, li annodò agli ami grandi e poi si legò i tre uncini alle dita di una
mano – uno al mignolo, uno al medio e uno al pollice – orientandoli come
artigli.
24

Tese la mano sulla superficie dell’acqua e aspettò.


Si avvicinò uno squalo, con il suo seguito di pesci pilota. Non appena la
testa dello squalo fu passata, Louie immerse la mano in acqua. E quando
passò l’ignaro pesce pilota, Louie fece scattare le dita, artigliandolo. Gli
ami si piantarono e Louie, esultante, estrasse mano e pesce dall’acqua.
Fu in quella stessa settimana che una piccola sterna si posò sul canotto in
mezzo a loro. Phil era quello che le era più vicino e, senza parlare, i tre si
comunicarono a segni che toccava a lui catturarla. Phil riuscì ad afferrare
l’uccello. Era minuscolo e fornì poca carne, ma poco dopo un’altra sterna
atterrò sul canotto. Questa volta fu Mac a prenderla. Louie era così
affamato che azzannò immediatamente l’uccello, strappandone a morsi sia
la carne che le penne, che poi sputava soffiando dalla bocca. Quasi subito
ebbe la sensazione di qualcosa di strisciante sul mento. La sterna era
infestata dai pidocchi, che adesso gli passeggiavano in faccia.
25

La sensazione dei pidocchi sulla pelle lo innervosì e lo turbò più di


qualunque cosa gli fosse capitata fino a quel momento. Cominciò a
grattarsi e a fregarsi il viso, ma non riusciva ad arrivare ai parassiti, che si
erano annidati nella barba e che stavano risalendo ai capelli. Immerse
faccia e tronco in acqua. Phil e Mac, rendendosi conto che Louie rischiava
di farsi decapitare, afferrarono i remi e colpirono gli squali per allontanarli
mentre il loro compagno si lavava, cercando di annegare i pidocchi. Dopo
cinque o sei immersioni di questo tipo, i pidocchi erano scomparsi.
Passarono altri giorni e i naufraghi catturarono altri tre, forse quattro
uccelli. Uno di loro continuava ad abbassarsi fin quasi a toccare il canotto
per poi riprendere subito il volo. Tutto a un tratto Mac alzò di scatto una
mano e l’acchiappò a mezz’aria per una zampa. Passò a Louie l’uccello
che si dimenava freneticamente, stupito dalla reattività del mitragliere. I tre
lo divorarono fino all’ultimo pezzetto, come fecero con ogni altro uccello
che riuscirono a catturare, lasciando solo le penne e le ossa.
Per giorni, Louie rimase appostato sporgendosi dal canotto con gli ami
legati alle dita, cercando di artigliare un altro pesce pilota. Non ne catturò
nessuno. L’acqua era finita di nuovo e la sete era tormentosa. Non
pioveva. In un paio di occasioni i tre remarono in direzione di lontani
temporali, ma ogni volta arrivarono quando la pioggia stava ormai
esaurendosi, cosa che li lasciò esausti e demoralizzati.
26

Quando all’orizzonte sembrò materializzarsi un altro temporale, nessuno


di loro aveva più la forza per lanciarsi al suo inseguimento.
La sete intensa e il caldo eccessivo spinsero Phil a un gesto quasi suicida.
Aspettò che gli squali si allontanassero un po’ e poi si immerse in acqua.
27

Louie e Mac, inginocchiati, tennero a bada gli squali con i remi mentre
Phil, aggrappato al canotto, si godeva l’acqua fresca e si riempiva la bocca
di grandi sorsate che poi risputava. Ebbe a malapena la forza di issarsi a
bordo del canotto. Dato che Phil l’aveva fatta franca, ci provarono anche
gli altri due, dandosi il cambio in acqua. Chi restava sui canotti teneva alla
larga gli squali e così tutti e tre ebbero la possibilità di immergersi.
Al sesto giorno senza acqua, dovettero ammettere che non sarebbero
andati avanti ancora per molto. Mac in particolare stava cedendo
rapidamente.
Chinarono la testa mentre Louie pregava: se Dio avesse spento la loro sete,
fu il suo voto, avrebbe dedicato a Lui tutta la sua vita.
Il giorno seguente, grazie all’intervento divino o all’umore volubile dei
tropici, scoppiò un temporale e la pioggia scrosciò. Per altre due volte
esaurirono l’acqua, per altre due volte pregarono e arrivò la pioggia. Gli
acquazzoni fornivano quel tanto di acqua sufficiente a sopravvivere ancora
un po’. Se solo fosse passato un aereo.
28
*
Nel 1942 Poon Lim sopravvisse per 133 giorni da solo su una scialuppa,
dopo che la sua nave era stata affondata da un sottomarino tedesco.
L’impresa di Lim fu un record, ma la sua imbarcazione era una grande
scialuppa «Carley float boat» in legno e metallo, equipaggiata con
venticinque litri di acqua, una notevole quantità di cibo, una torcia elettrica
e altri oggetti.
12
XV
Squali e proiettili
L’aereo arrivò la mattina del ventisettesimo giorno.
Tutto cominciò con un rombo lontano di motori, poi nel cielo comparve un
puntino. Era un bombardiere bimotore, che volava veloce in direzione
ovest. Era così lontano da rendere discutibile lo spreco di razzi luminosi e
di colorante per l’acqua. I tre naufraghi si consultarono, votarono e
decisero di fare un tentativo.
Louie sparò un razzo di segnalazione, ricaricò e sparò di nuovo, tracciando
linee colorate nel cielo. Aprì il contenitore del colorante e versò la polvere
nell’oceano, poi afferrò lo specchio e indirizzò il riflesso di luce verso il
bombardiere.
I tre aspettarono, speranzosi. L’aereo si fece sempre più piccolo e poi
scomparve.
Mentre i naufraghi si accasciavano scoraggiati sui canotti, cercando di
accettare un’altra possibilità perduta, all’orizzonte qualcosa di luccicante
tracciò un’ampia curva e poi si diresse verso di loro. Il bombardiere stava
tornando. Piangendo di gioia, Louie, Phil e Mac si tolsero le magliette e
cominciarono a sventolarle sopra la testa, gridando. In assetto orizzontale,
il bombardiere si abbassò sull’acqua. Socchiudendo gli occhi, Louie riuscì
a intravedere l’interno della cabina di pilotaggio e a distinguere due
sagome, il pilota e il copilota. Pensò a Palmyra, al cibo, alla terra solida
sotto i piedi.
E poi, di colpo, l’oceano esplose. Ci fu un rumore assordante e i canotti
presero a sobbalzare e tremare. I mitraglieri stavano facendo fuoco sui
naufraghi.
1

Louie, Phil e Mac si tuffarono, nuotarono sotto i canotti e lì rimasero


rannicchiati, guardando i proiettili che perforavano il tessuto gommato e
tracciavano sottili linee luminose nell’acqua intorno a loro. Poi il fuoco
cessò.
Gli uomini riemersero. Il bombardiere li aveva mancati e adesso si stava
allontanando, puntando verso est. Due squali si avvicinavano curiosi. I tre
dovevano uscire immediatamente dall’acqua.
Aggrappato alla fiancata del canotto di Louie e Mac, Phil era
completamente sfinito. Il tuffo sott’acqua gli aveva preso tutta la forza
rimasta. Adesso tentava di issarsi a bordo, ma senza riuscirci. Louie si
portò a nuoto alle sue spalle, gli diede una spinta e Phil ricadde a bordo.
Anche Mac ebbe bisogno dell’aiuto di Zamperini per risalire sul canotto.
Infine si issò a bordo anche Louie e i tre rimasero seduti in silenzio,
storditi ma incolumi. Non riuscivano a credere che l’equipaggio del
bombardiere, scambiandoli per giapponesi, avesse mitragliato a bassa
quota dei naufraghi inermi. Sotto di loro, sentivano il canotto più molle del
normale: stava perdendo aria.
In distanza, il bombardiere virò e puntò di nuovo verso di loro. Louie
sperava che l’equipaggio si fosse reso conto dell’errore e stesse tornando
per aiutarli. Volando a circa sessanta metri sopra la superficie del mare, il
bombardiere si precipitava loro incontro lungo una traiettoria quasi
parallela ai canotti, cosa che consentì di vederne la fiancata. I tre lo
notarono contemporaneamente: dietro l’ala, più o meno a metà della
fusoliera, c’era un cerchio rosso. Il bombardiere era giapponese.
Louie vide i mitraglieri prendere la mira e capì che doveva rituffarsi. Phil e
Mac non si mossero, tutti e due completamente esausti. Sapevano che, se
si fossero tuffati di nuovo, poi non avrebbero avuto la forza di risalire sui
canotti e sarebbero stati preda degli squali. Ma, se restavano a bordo, i
mitraglieri non li avrebbero certamente mancati.
Mentre l’aereo si avvicinava, Phil e Mac si rannicchiarono. Phil si
premette le ginocchia al petto e si coprì la testa con le mani. Mac si
raggomitolò al suo fianco. Louie lanciò un’ultima occhiata ai due
compagni, poi si tuffò e nuotò sotto i canotti.
Il diluvio di proiettili tempestò l’oceano in una grandinata scintillante.
Alzando lo sguardo, Louie vedeva le pallottole aprire fori di intensa luce
tropicale nella sagoma scura del canotto. Ma dopo poche decine di
centimetri i proiettili perdevano forza e fluttuavano inoffensivi verso il
fondo. Louie tese le braccia sopra la testa e spinse contro il fondo di una
delle imbarcazioni, cercando di portarsi più in profondità e fuori dal raggio
mortale dei proiettili. Vedeva sopra di sé le depressioni provocate dai corpi
di Mac e Phil. Nessuno dei due si stava muovendo.
Mentre sopra infuriavano i proiettili, Louie lottava per restare sotto i
canotti. Era prigioniero della corrente, che gli aveva ruotato il corpo
orizzontalmente e lo stava trascinando via con sé. Louie cercò di opporre
resistenza scalciando, ma non servì a nulla. La corrente lo risucchiò con sé
e Louie sapeva che, se avesse perso il contatto con i canotti, non avrebbe
avuto la forza di nuotare controcorrente per tornare indietro. Ormai a una
certa distanza dalle imbarcazioni, vide la lunga cima che serpeggiava in
acqua da uno dei gommoni. L’afferrò e se la legò intorno alla vita.
Sempre sott’acqua, con le gambe tese davanti a lui dalla corrente, si
guardò i piedi. Il calzino sinistro era tirato su fino allo stinco, il destro era
scivolato via per metà. Lo osservò fluttuare nella corrente. Poi, nell’acqua
torbida oltre il calzino, improvvisamente vide emergere dal buio e puntare
direttamente alle sue gambe l’enorme bocca spalancata di uno squalo.
Cercò di ritrarsi e di avvicinare le gambe al corpo. La corrente era troppo
forte per permettergli di raccoglierle sotto di sé, ma riuscì a ruotarle di
lato, allontanandole dalle fauci dello squalo, che adesso però puntava
direttamente alla testa. Louie ricordò il consiglio del vecchio a Honolulu:
fai la faccia feroce e poi sferra una manata sul muso dello squalo. Mentre
il grande pesce si avvicinava, Louie scoprì i denti, sbarrò gli occhi e, con il
palmo, piantò una violenta manata sulla punta del muso dell’animale. Lo
squalo sobbalzò, si allontanò nuotando in cerchio, ma poi tentò un secondo
passaggio. Louie aspettò finché il pesce fu solo a poche decine di
centimetri da lui e poi lo colpì di nuovo sul muso. E di nuovo lo squalo si
allontanò.
In superficie la pioggia di proiettili era cessata. Con la massima velocità
possibile, Louie risalì la cima e raggiunse il canotto. Si aggrappò alla
fiancata e si issò a bordo, al sicuro.
Mac e Phil erano entrambi in posizione fetale, assolutamente immobili. I
fori delle pallottole punteggiavano l’intero canotto. Louie scosse Mac, che
emise un suono. Gli chiese se fosse stato colpito e Mac rispose di no.
Anche Phil assicurò di stare bene.
Il bombardiere tornò per un altro passaggio. Phil e Mac si finsero morti e
Louie si rituffò. Mentre i proiettili perforavano l’acqua intorno a lui, si
ripresentò lo squalo e ancora una volta Louie lo colpì sul muso e lo mandò
via. Poi arrivò un secondo squalo. Louie prese a ruotare su se stesso e ad
agitare gambe e braccia, mentre gli squali tentavano di azzannarlo e
dall’alto piovevano le pallottole. Non appena il bombardiere fu troppo
lontano per la portata delle mitragliatrici, risalì faticosamente sul canotto.
Phil e Mac erano ancora illesi.
I giapponesi li mitragliarono a bassa quota altre quattro volte, mandando
ogni volta Louie sott’acqua a scalciare e a prendere a pugni gli squali fino
al termine del passaggio. Pur lottando contro i grossi pescicani fino allo
sfinimento, non riportò un solo morso. Ogni volta che riemergeva, era
certo di trovare Phil e Mac morti. Incredibilmente, nonostante ci fossero
fori di proiettili ovunque, perfino nei minuscoli spazi tra i due, non un solo
colpo li aveva centrati.
L’equipaggio giapponese compì un ultimo gesto di sadismo. L’aereo tornò
indietro e Louie si rituffò. I portelli della stiva bombe si aprirono,
liberando una carica di profondità che precipitò in acqua a una quindicina
di metri dai canotti. Phil e Mac si prepararono all’esplosione, che però non
arrivò. O la bomba era difettosa, o i giapponesi si erano scordati di
armarla. «Se i giapponesi sono così inetti» pensò Phil «sarà l’America a
vincere questa guerra.»
2

Louie ruzzolò di nuovo nel canotto e crollò. Quando il bombardiere


ricomparve, era troppo sfinito per tuffarsi di nuovo. Mentre l’aereo
effettuava il suo ultimo passaggio, Louie, Mac e Phil rimasero immobili. I
mitraglieri non aprirono il fuoco. Il bombardiere riprese il suo volo verso
ovest e scomparve.
Il canotto di Phil era tagliato in due. Una pallottola aveva colpito la pompa
ed era rimbalzata lungo il fondo, squarciandolo da un capo all’altro. Tutto
ciò che c’era a bordo era finito in mare. Poiché il canotto era in tela
gommata, non era affondato, ma era chiaramente al di là di ogni possibile
tentativo di riparazione. Raggrinzito e informe, si dondolava molle sulla
superficie dell’oceano.
I naufraghi erano ammassati su ciò che restava del canotto di Mac e Louie,
di gran lunga troppo piccolo per tutti e tre. La tela era maculata di
minuscoli fori. Il gommone era composto da due camere d’aria, ma erano
entrambe forate. Ogni volta che uno dei tre si muoveva, l’aria fuoriusciva
con un sospiro e la tela si afflosciava un po’ di più. Il canotto continuava
ad abbassarsi nell’acqua, tagliata dagli squali che lo circondavano,
sicuramente eccitati dai proiettili, dalla vista e dall’odore degli uomini e
dal canotto che affondava.
Mentre i tre sedevano uno accanto all’altro, sfiniti e sotto shock, uno
squalo si rizzò al di sopra della fiancata del canotto, le fauci spalancate,
sperando di trascinare un uomo nell’oceano. Qualcuno afferrò un remo e lo
colpì. Il grande pesce scivolò via. Un secondo squalo tentò il salto, poi un
terzo. Impugnando i remi e girando su se stessi, i naufraghi colpivano
freneticamente, ma ogni loro movimento spingeva l’aria fuori dai fori e il
canotto affondava sempre di più. Non passò molto tempo prima che parte
dell’imbarcazione fosse completamente sommersa.
3
Se non avessero immesso immediatamente aria, sarebbero finiti in pasto
agli squali. Una pompa era andata persa durante gli attacchi; era rimasta
solo quella del canotto di Mac e Louie. La fissarono a una delle due
valvole e, a turno, cominciarono a pompare con tutta la forza che avevano.
L’aria fluiva all’interno della camera e sibilava all’esterno attraverso i fori
dei proiettili, ma i tre scoprirono che, se pompavano molto in fretta,
all’interno restava abbastanza aria da mantenere il canotto alto sulla
superficie e in gran parte gonfio. Gli squali continuavano ad attaccare e gli
uomini continuavano a scacciarli.
Mentre Phil e Mac pompavano e colpivano gli squali, Louie si lanciò sulla
tasca dell’equipaggiamento e prese il kit per le riparazioni, che conteneva
il materiale per i rattoppi, un tubo di colla e carta vetrata per rendere la
superficie del canotto abbastanza ruvida perché la colla potesse aderire. Il
primo problema si manifestò immediatamente: la carta vetrata non era
impermeabilizzata. Quando Louie la estrasse dalla confezione, tra le mani
si ritrovò della semplice carta: i granelli sabbiosi si erano sciolti. Per
l’ennesima volta Louie maledisse chiunque si fosse occupato della
dotazione dei canotti. Doveva inventarsi qualcosa che potesse grattare
l’area del rattoppo in modo che la colla restasse attaccata. Rifletté sul
problema, poi prese lo specchio d’ottone che aveva usato per fare
segnalazioni al bombardiere. Usando le pinze, ricavò tre denti sul bordo
dello specchio. Phil e Mac continuavano a tenere alla larga gli squali.
Louie cominciò i rattoppi, partendo dai fori sulla parte superiore del
canotto. Sollevava le zone perforate, ne asciugava la superficie e la
riparava dalle onde, lasciando che si seccasse bene al sole. Poi si serviva
del bordo dello specchio per tagliare una X in corrispondenza del foro. Il
tessuto consisteva in due strati di tela, separati da uno strato di gomma.
Dopo avere tagliato la X, Louie sollevava la tela per arrivare allo strato
gommoso, utilizzava lo specchio per grattare la gomma, poi metteva la
colla e ci premeva sopra la pezza. E infine aspettava che il sole asciugasse
la colla. A volte una grossa ondata inzuppava la toppa prima che si fosse
asciugata e in quel caso doveva ricominciare da capo.
Mentre Louie lavorava, tenendo d’occhio le sue toppe, gli squali
continuavano ad attaccare. Si erano fatti più furbi e avevano rinunciato a
lanciarsi disordinatamente contro gli uomini; adesso stavano in agguato e
aspettavano il momento in cui un remo era in acqua o una schiena era
voltata prima di tentare l’abbordaggio. Più e più volte provarono ad
azzannare Louie alle spalle, quando lui non poteva vederli. Mac e Phil li
ricacciarono sempre indietro.
Per ore e ore i tre continuarono a lavorare, alternandosi nei compiti, con
movimenti che la fatica rendeva sempre più goffi e imprecisi.
L’operazione di pompaggio era uno sforzo enorme per uomini deboli e
deperiti. Scoprirono che, invece di tenere la pompa in verticale e spingere
con forza l’impugnatura verso il basso, era più facile premere
l’impugnatura contro il petto e spingere la base della pompa verso di sé.
Erano tutti e tre indispensabili. Se fossero stati solo in due, non sarebbe
stato possibile pompare, rattoppare e respingere gli squali. Per la prima
volta dall’inizio dell’odissea sul canotto, Mac si dimostrò veramente utile
e collaborativo. Aveva a malapena la forza di dare all’impugnatura della
pompa due o tre colpi di seguito, ma con il suo remo tenne lontano ogni
squalo.
Scese la sera. Al buio era impossibile proseguire il lavoro dei rattoppi, ma
l’operazione di pompaggio non poteva essere interrotta. Pomparono per
tutta la notte, così sfiniti da non avere più alcuna sensibilità nelle braccia.
Al mattino ricominciarono con le pezze. La perdita d’aria andò
gradualmente scemando e i tre poterono concedersi periodi di riposo più
lunghi. Arrivarono a ottenere sufficiente aria nel canotto da consentire
brevi sonnellini a rotazione.
Una volta rattoppata la parte esposta del canotto, restava il problema del
fondo, che ovviamente era sott’acqua. Tutti e tre si strinsero su un lato
dell’imbarcazione, sedendosi in equilibrio sul tubolare. Aprirono la valvola
e lasciarono uscire l’aria del lato su cui non erano seduti, sollevarono
quella parte dall’acqua, la capovolsero in modo che il fondo fosse rivolto
verso l’alto, la pulirono e la tennero sollevata perché si asciugasse al sole.
Poi Louie cominciò i rattoppi. Rappezzata quella prima metà, la
rigonfiarono, si spostarono sul lato che avevano appena riparato,
sgonfiarono il lato opposto e ripeterono l’operazione. Di nuovo, grandi
ondate si rovesciarono nel canotto inzuppando le toppe e i tre dovettero
ricominciare.
Finalmente non trovarono più fori da rattoppare. Dato che lungo le fiancate
del canotto continuavano a salire a galla bolle d’aria, si rendevano conto
che dovevano esserci altri fori, in posizioni per loro irraggiungibili. Non
potevano farci niente. In ogni caso le toppe avevano ridotto la perdita
d’aria in misura notevolissima. Anche se colpite dalle ondate, le pezze
tenevano. I tre naufraghi scoprirono che potevano ridurre il pompaggio a
una seduta ogni quindici minuti circa durante il giorno e nessuna di notte.
Con il canotto ragionevolmente gonfio, gli squali smisero di attaccare.
4

La perdita del canotto di Phil era un duro colpo. Non solo avevano perso
tutto ciò che c’era a bordo, ma adesso erano in tre stipati in un canotto per
due persone, talmente ammassati che se uno di loro voleva muoversi
doveva chiedere agli altri due di spostarsi. Lo spazio era così ridotto che
potevano distendere le gambe solo a turno. Di notte dovevano dormire
ammucchiandosi in una pila di ossa, piedi contro testa.
Tuttavia l’attacco giapponese aveva prodotto due risultati positivi.
Osservando il canotto devastato, a Louie venne in mente un suo utilizzo.
Servendosi delle pinze, divise gli strati di tela del canotto danneggiato,
creando un grande lenzuolo leggero. Se non altro adesso disponevano di
un tendone per proteggersi dal sole di giorno e dal freddo di notte.
5

L’altro aspetto positivo erano le informazioni fornite dall’attacco stesso.


Non appena ebbero un momento di calma, Louie e Phil discussero del
bombardiere giapponese. Pensavano che fosse decollato dalle isole
Marshall o dalle Gilbert. Se, come credevano, la corrente li stava
spingendo verso ovest, allora le Marshall e le Gilbert erano più o meno alla
stessa distanza rispetto alla loro posizione. Ritenevano che con ogni
probabilità il bombardiere nemico fosse stato in missione di ricerca in
mare e, se i giapponesi seguivano le stesse procedure di ricerca degli
americani, doveva essere decollato intorno alle sette di mattina, poche ore
prima di avvistarli.
Basandosi su una stima della velocità e del raggio d’azione, fecero qualche
calcolo approssimativo per arrivare a determinare quante ore il
bombardiere giapponese aveva potuto volare dopo averli attaccati e, di
conseguenza, a che distanza si trovavano dalla base nipponica. Conclusero
di essere a circa 1350 chilometri dalla base dell’aereo nemico. Se tale
valutazione era corretta, e considerando che erano precipitati a circa 3200
chilometri a est delle Marshall e delle Gilbert, questo significava che
avevano già percorso più della metà della distanza che li separava da
quelle isole e che stavano coprendo oltre sessantacinque chilometri al
giorno. Phil rifletté su quei dati e restò sorpreso. Non avevano idea di
essersi spinti tanto a ovest.
6
Estrapolando quelle cifre, formularono ipotesi su quando avrebbero
raggiunto le isole. Phil ipotizzò quarantasei giorni dal disastro del Green
Hornet, Louie quarantasette. Se quei dati erano esatti, dovevano resistere
per un periodo doppio di quello di Rickenbacker. Questo significava
dovere sopravvivere sul canotto per quasi altre tre settimane.
Ed era spaventoso immaginare cosa poteva aspettarli su quelle isole.
L’attacco del bombardiere aveva confermato tutto ciò che avevano sentito
dire sui giapponesi. Ma era comunque positivo sentirsi orientati, sapere
che stavano andando verso la terraferma. Il bombardiere giapponese aveva
regalato a Phil e a Louie qualcosa cui ancorare la speranza.
Mac non si unì ai pronostici. Se ne stava andando.
XVI
Un canto tra le nuvole
Louie era sveglio e guardava il mare. Phil dormiva. Mac era praticamente
catatonico.
Due squali, lunghi circa due metri e mezzo, disegnavano placidi cerchi
intorno al canotto. Ogni volta che uno dei due gli passava di fianco, Louie
ne studiava la pelle. Aveva colpito musi di squali già molte volte, ma non
aveva mai toccato veramente la loro pelle, che si diceva fosse come
cartavetrata. Curioso, abbassò una mano a fior d’acqua e la fece scivolare
delicatamente sullo squalo di passaggio, sentendone al tatto il dorso e la
pinna dorsale mentre l’animale nuotava via. La pelle era ruvida,
esattamente come si diceva. Lo squalo si allontanò con un fruscio. Passò
anche il suo compagno e di nuovo Louie fece scorrere la mano sul corpo.
«Magnifico» pensò.
Poco dopo notò qualcosa di strano. Entrambi gli squali se n’erano andati.
Mai, in quattro settimane, gli squali li avevano lasciati. Louie si
inginocchiò e si sporse sull’acqua, guardando il più possibile in profondità.
Era perplesso. Niente squali.
Era ancora in ginocchio, sporto sul bordo del canotto, quando uno dei due
squali che aveva accarezzato balzò di colpo fuori dall’acqua a una velocità
impressionante e con la bocca spalancata, puntando dritto alla testa. Louie
si portò entrambe le mani sul viso. Lo squalo si lanciò contro di lui
frontalmente, quasi volesse inghiottire l’intero tronco. Louie piantò le
mani sul muso dell’animale e spinse con tutte le sue forze. Lo squalo si
rituffò. Un attimo dopo fu il suo compagno a tentare il salto. Louie afferrò
un remo e lo colpì sul muso; l’animale si lasciò ricadere all’indietro e si
allontanò. Il primo squalo tornò all’attacco. Louie stava ormai cedendo
quando vide calare un altro remo, che rimandò l’animale nell’oceano. Con
sua sorpresa, si rese conto che non era stato Phil a salvarlo. Era stato Mac.
Louie non ebbe il tempo di ringraziarlo. Uno degli squali saltò di nuovo,
subito imitato dall’altro. Seduti fianco a fianco, Louie e Mac colpivano gli
squali che si lanciavano verso di loro. Mac era un uomo nuovo. Fino a un
momento prima era sembrato quasi comatoso. Adesso era carico di
un’energia frenetica.
1

Per parecchi minuti gli squali si scagliarono a turno contro il canotto con le
fauci spalancate, schizzando fuori dall’acqua sempre dallo stesso punto.
Alla fine rinunciarono. Louie e Mac crollarono. Phil, che si era svegliato di
soprassalto ma non aveva potuto dare una mano perché i remi a
disposizione erano soltanto due, li fissava confuso e stordito.
«Cos’è successo?» domandò.
Felicemente sorpreso, Louie guardò Mac, gli espresse la sua gratitudine e
gli disse che era orgoglioso di lui. Mac, collassato sul fondo del canotto,
ricambiò il sorriso. Si era spinto oltre le possibilità del proprio corpo, ma
dal suo viso era scomparsa l’espressione spaventata e infantile. Si era
riabilitato.
Louie era furioso con gli squali. Aveva pensato che tra loro esistesse una
sorta di patto: gli umani non avrebbero invaso il territorio degli squali,
l’acqua, e gli squali non avrebbero invaso il territorio degli umani, il
canotto. Che gli squali avessero cercato di attaccarlo mentre era in acqua o
quando il canotto era semiaffondato a seguito del mitragliamento
giapponese gli era sembrato tutto sommato giusto. Ma che tentassero di
ghermire gli uomini strappandoli dal canotto di nuovo gonfio lo colpiva
come una mossa sporca e sleale. Rifletté arrabbiato per tutta la notte,
guardò con odio gli squali per tutto il giorno e alla fine prese una
decisione. Se gli squali cercavano di mangiarlo, lui avrebbe cercato di
mangiare loro.
Si inginocchiò accanto alla fiancata e li osservò attentamente, in attesa di
un avversario che fosse battibile. Ne passò uno lungo circa un metro e
mezzo, che Louie pensò di poter prendere. Insieme a Phil elaborò un
piano.
Avevano ancora una piccola esca a disposizione, probabilmente i resti
dell’ultimo uccello che avevano mangiato. Phil la fissò a un amo e la calò
in acqua, a una estremità del canotto. All’altra estremità, Louie si
inginocchiò, fissando l’acqua. Fiutando l’esca, lo squalo nuotò verso Phil,
orientandosi in modo da rivolgere la coda a Louie, che si sporse quanto più
possibile senza perdere l’equilibrio, tuffò entrambe le mani in acqua e
gliela afferrò. Lo squalo schizzò via a tutta velocità. Aggrappato alla coda,
Louie volò fuori bordo e finì in mare, dove inspirò una buona dose di
Pacifico con il naso. Lo squalo agitava frenetico la coda e riuscì a liberarsi
di Louie, che saltò immediatamente sul canotto, così in fretta che in
seguito non avrebbe ricordato come avesse fatto.
2

Fradicio e mortificato, rivide il suo piano. Il primo errore era stato di


valutazione: gli squali erano più forti di quanto sembrassero. Il secondo
errore era stato quello di non tenersi abbastanza forte. Il terzo era stato
permettere alla coda dello squalo di restare nell’acqua, il che aveva dato
all’animale qualcosa contro cui spingere. Louie si dispose ad aspettare uno
squalo più piccolo.
Dopo un po’ ne arrivò uno lungo forse un metro e venti. Louie si
inginocchiò su un lato del canotto, scaricando il proprio peso all’indietro e
tenendo le ginocchia ben distanziate in modo da avere una posizione più
salda. Phil calò l’esca in acqua.
Lo squalo nuotò verso l’esca. Louie gli afferrò la coda con entrambe le
mani e la sollevò fuori dall’acqua. Lo squalo prese a dimenarsi furioso, ma
non riuscì a liberarsi, e nemmeno a trascinare Louie in mare. Louie issò
l’animale a bordo. Lo squalo si contorceva e tentava di azzannare, ma Phil
afferrò la cartuccia di un razzo di segnalazione e gliela cacciò in bocca.
Bloccato l’animale sul pagliolo, Louie prese le pinze e gli conficcò il
cacciavite dell’impugnatura in un occhio. Lo squalo morì istantaneamente.
Al corso di sopravvivenza a Honolulu, Louie aveva imparato che l’unica
parte commestibile dello squalo è il fegato. Arrivarci non era per niente
facile. Anche con un coltello, tagliare la pelle di uno squalo è come
tagliare una cotta di maglia; disponendo soltanto del bordo di uno
specchio, il lavoro risultò massacrante. Louie si diede a lungo da fare
segando e finalmente riuscì ad aprire uno squarcio. Sotto la pelle, la carne
puzzava di ammoniaca. Louie estrasse il fegato, che era piuttosto grosso. I
tre naufraghi lo mangiarono con avidità – Mac ebbe una porzione più
abbondante – e per la prima volta dopo la colazione del 27 maggio si
sentirono sazi. Il resto dell’animale puzzava e venne gettato fuori bordo. In
seguito, usando la stessa tecnica, ne catturarono un altro e ne mangiarono
ancora il fegato.
Poi sembrò che tra gli squali fosse circolata la voce: di piccoli non se ne
videro più. Grandi esemplari, alcuni dei quali lunghi più di tre metri e
mezzo, si affiancavano al canotto, ma Louie ritenne fosse più saggio
lasciarli stare. Ben presto gli stomaci dei tre furono di nuovo vuoti.
Mac era ormai in un’inarrestabile spirale discendente. Si muoveva
raramente. Tutti e tre avevano perso un’incredibile quantità di peso, ma
Mac era quello che era dimagrito di più. Gli occhi, infossati nelle orbite,
erano inespressivi e privi di vita.
Era sera, forse quella del trentesimo giorno. Come al solito, gli uomini
versarono acqua nel canotto e si strinsero l’uno all’altro per scaldarsi. Il
cielo era limpido e stellato, la luna risplendeva sull’acqua. I tre si
addormentarono.
Louie si svegliò all’improvviso per un colpo tremendo e, subito dopo, la
sensazione di essere privo di peso. Spalancò gli occhi e si rese conto che
lui, Mac e Phil erano in aria. Ricaddero pesantemente sul canotto e si
guardarono intorno senza capire. Qualcosa aveva colpito il fondo
dell’imbarcazione con una forza mostruosa. I soliti squali standard che
costituivano il loro entourage non erano abbastanza grossi per sferrare
colpi simili e comunque non si erano mai comportati in quel modo.
Poi lo videro. Da sotto la superficie emerse, come gonfiandosi, un
leviatano: un’enorme bocca bianca, un largo dorso che tagliava l’acqua e
una lunga pinna dorsale, spettrale alla luce della luna. L’animale era lungo
circa sei metri, più del triplo del canotto. Louie ne riconobbe le
caratteristiche grazie al suo corso di sopravvivenza. Era un grande squalo
bianco.
3

Mentre i naufraghi lo guardavano in un silenzio affascinato e terrorizzato,


lo squalo nuotò lungo un fianco del canotto, poi lungo l’altro, quasi
esplorando l’imbarcazione. Si fermò in superficie, agitò la coda e poi l’usò
per schiaffeggiare il canotto, facendolo sbandare lateralmente e
rovesciando un’ondata sui tre uomini a bordo. Louie, Mac e Phil si
inginocchiarono al centro e si strinsero l’uno all’altro. Lo squalo passò
sull’altro lato. Louie sussurrò: «Non fate nessun rumore!». Di nuovo arrivò
lo schiaffo, l’ondata, la scossa del canotto e degli uomini.
Lo squalo continuò il suo girotondo, inondando l’imbarcazione a ogni
passaggio. Sembrava quasi che stesse giocando con il canotto. E a ogni
passaggio i tre si raggomitolavano, aspettandosi di essere capovolti da un
momento all’altro. Finalmente il grande dorso scivolò sott’acqua,
lasciandosi dietro una superficie di nuovo liscia e calma. Non riemerse più.
Louie, Phil e Mac si rilassarono. Ormai l’acqua intorno a loro era fredda e
nessuno riuscì a dormire.
Il mattino dopo, Mac non era più in grado di stare a sedere. Si distese sul
pagliolo, poco più di una mummia raggrinzita, lo sguardo fisso in
lontananza.
Atterrò un albatros. Louie lo catturò, gli strappò la testa e passò l’uccello a
Phil, che lo capovolse per fare colare il sangue nella bocca di Mac. Louie e
Phil cominciarono a mangiare la carne, che immergevano in mare per
insaporirla, e ne misero dei pezzetti in bocca a Mac, ma questo non servì a
ridargli un po’ di vigore.
Nei giorni seguenti Mac diventò un fantasma d’uomo. Le sue lattine
d’acqua erano vuote. Quando Phil aprì la sua e bevve un sorso della poca
acqua che gli era rimasta, Mac gli chiese da bere. Per Phil la sete era stata
la prova più crudele e sapeva che l’acqua rimasta nella lattina, essenziale
per la propria sopravvivenza, non avrebbe potuto salvare il compagno. Gli
rispose gentilmente che non ne aveva abbastanza per poterla dividere.
Louie la pensava come Phil, ma non se la sentì di opporre un rifiuto a Mac.
Gli lasciò bere un sorso della sua acqua.
Quella sera Phil sentì una voce fioca. Era Mac, che chiedeva a Louie se
credeva che stesse per morire.
4

Louie lo guardò. Pensò che sarebbe stata una mancanza di rispetto


mentirgli: Mac forse aveva qualcosa da dire o da fare, prima che la vita lo
abbandonasse. Louie gli disse che pensava che sarebbe morto quella notte.
Mac non ebbe alcuna reazione. Phil e Louie si sistemarono, passarono le
braccia intorno alle spalle del compagno e si addormentarono.
A un certo punto Louie venne svegliato da un suono simile a un sospiro,
una profonda emissione di aria, lenta e definitiva. Capì subito di che cosa
si trattava.
5

Il sergente Francis McNamara aveva iniziato il suo ultimo viaggio con un


gesto dettato dal panico: aveva mangiato tutte le preziose scorte alimentari
del canotto e così facendo aveva messo se stesso e i suoi compagni in una
situazione di massimo rischio. Ma negli ultimi giorni della sua vita, nella
lotta con il canotto che si sgonfiava e contro gli attacchi degli squali, aveva
dato tutto ciò che aveva. Tali sforzi non erano stati sufficienti a salvarlo –
anzi, probabilmente ne avevano affrettato la fine – ma avevano forse fatto
la differenza tra la vita e la morte per Phil e per Louie. Se Mac non fosse
sopravvissuto al disastro aereo, forse Louie e Phil non sarebbero mai
arrivati a quel trentatreesimo giorno. Nelle sue ultime ore, Mac si era
redento.
Francis McNamara il 26 maggio 1943, il giorno prima del disastro aereo.
(Per gentile concessione di Louis Zamperini)
La mattina Phil avvolse il corpo del compagno in qualcosa, probabilmente
una parte del telo ricavato dal canotto distrutto, poi, insieme a Louie, si
inginocchiò accanto alla salma. A voce alta, i due elencarono tutte le cose
buone che sapevano di Mac, sorridendo della sua passione per il dolce
della mensa. Louie avrebbe voluto onorare il compagno caduto con un
discorso religioso, ma non sapeva come fare e così declamò qualche brano
scollegato che ricordava da film che aveva visto, concludendo con poche
parole sulla necessità di affidare il corpo al mare. E pregò per se stesso e
per Phil, promettendo a Dio che, se li avesse salvati, lui Lo avrebbe servito
per sempre.
Poi Louie sollevò tra le braccia il cadavere avvolto nel sudario. Ebbe la
sensazione che non pesasse più di venti chili. Si sporse fuori bordo e fece
delicatamente scivolare in acqua il compagno morto. Mac si allontanò,
andando a fondo. Gli squali lo lasciarono in pace.
La notte dopo, Louie e Phil completarono il loro trentaquattresimo giorno
nell’oceano. Anche se non lo sapevano, avevano battuto quello che quasi
certamente era il record di sopravvivenza su un canotto gonfiabile alla
deriva. Se qualcuno aveva fatto di meglio, non aveva vissuto abbastanza
per raccontarlo.
Il canotto continuava a fluttuare in direzione ovest. Ogni tanto arrivava un
temporale, che scaricava pioggia sufficiente a mantenere costante la
riserva di acqua. Poiché adesso la razione veniva divisa in due anziché in
tre, i due superstiti potevano bere di più. Louie ricavò un gancetto dal suo
distintivo di tenente e riuscì a pescare un pesce, ma poi la spilletta si ruppe.
6

Phil e Louie potevano vedere la curva dei femori sotto la pelle, le


ginocchia che sporgevano, le gambe che sembravano zampette di uccello,
il ventre incavato, le costole scarnificate. Tutti e due avevano una barba
sporca e cespugliosa. La pelle luccicava giallastra a causa del colore
rilasciato dal canotto, i corpi erano ricoperti dalle piaghe provocate dal
sale. Gli occhi bruciati dal sole erano sempre fissi sull’orizzonte alla
ricerca della terraferma, che non c’era. Non sentivano più la fame, un
segnale sinistro. Erano arrivati all’ultimo stadio dell’inedia.
7

Una mattina si svegliarono in una strana quiete. Virtualmente immobile, il


canotto non sobbalzava più sull’acqua. Non c’era vento. L’oceano, che si
estendeva in ogni direzione completamente liscio e lucido, guardava il
cielo e ne rifletteva l’immagine con cristallina perfezione. Come il vecchio
marinaio, Louie e Phil erano incappati nella zona delle calme equatoriali,
la misteriosa sospensione di vento e movimento dell’acqua che si trova nei
pressi dell’equatore.
8

Erano, come aveva scritto Coleridge, «immobili come una nave dipinta in
un oceano dipinto».
Era un’esperienza trascendente. Guardando il cielo, Phil sussurrò che
sembrava di perla. L’acqua pareva così solida da dare l’impressione di
poterci camminare sopra. Molto lontano dal canotto, un pesce spezzò la
superficie dell’oceano e il suono arrivò ai due uomini con chiarezza
assoluta. Osservavano i piccoli cerchi perfetti nel punto in cui il pesce si
era rituffato allargarsi fino a sfumare di nuovo nella quiete più totale.
Per un po’ parlarono, condividendo la meraviglia, poi caddero in un
silenzio reverente. La sofferenza era sospesa. Non sentivano più né fame
né sete. Erano inconsapevoli dell’avvicinarsi della morte.
Mentre ammirava quel bellissimo mondo immobile, Louie giocò con un
pensiero che gli era già passato per la mente guardando cacciare gli uccelli
marini, meravigliandosi della loro abilità nel regolare i tuffi in modo da
compensare la rifrazione della luce nell’acqua. Aveva avuto quel pensiero
anche quando aveva riflettuto sull’armoniosa geometria degli squali, sulla
loro gradazione di colore, sul modo in cui scivolavano nell’acqua, quasi
affettandola. Rammentò di avere avuto quello stesso pensiero da ragazzo
quando, disteso sul tetto della capanna nella riserva indiana Cahuilla,
aveva alzato lo sguardo dai romanzi di Zane Grey per guardare la notte
prendere possesso della terra. Una simile bellezza, pensò, era troppo
perfetta per essere un puro caso. Quella giornata nel centro del Pacifico
era, a suo parere, un dono creato deliberatamente, compassionevolmente,
per lui e Phil.
Grati e sereni mentre morivano lentamente, i due uomini rimasero immersi
in quella giornata speciale finché il tramonto non la fece finire, così come
fece finire la pausa nell’immobilità equatoriale.
Considerando lo stato di deperimento dei corpi, sembrerebbe scontato
anche un indebolimento delle menti. Ma dopo più di cinque settimane di
odissea, sia Phil che Louie mantenevano una notevole lucidità che, ne
erano entrambi convinti, diventava di giorno in giorno più netta e acuta.
9

Continuavano a interrogarsi a vicenda, esigendo i più piccoli dettagli delle


storie raccontate dal compagno, insegnandosi reciprocamente testi e
melodie e cucinando pasti immaginari.
Louie scoprì che il canotto costituiva un inaspettato rifugio intellettuale.
Non si era mai accorto di quanto fosse rumoroso il mondo civilizzato.
Nell’oceano, alla deriva in un silenzio quasi totale, senza alcun odore
tranne quello del canotto bruciacchiato, senza alcun sapore sulla lingua,
senza alcun movimento a parte la lenta processione delle pinne degli
squali, con l’unica vista di cielo e acqua in un tempo uniforme e
ininterrotto, la sua mente era libera da qualsiasi gravame imposto dalla
civiltà. Nella sua testa poteva vagare ovunque e scoprì che il cervello era
sveglio e lucido, l’immaginazione libera e agile. Poteva riflettere su un
pensiero per ore, rigirandoselo nella mente.
Aveva sempre avuto un’eccellente memoria, che sul canotto però diventò
infinitamente più efficiente, capace di risalire sempre più indietro nel
tempo e di restituirgli dettagli dimenticati. Un giorno, mentre stava
cercando di individuare il suo ricordo più antico, visualizzò un edificio di
due piani e, all’interno, una scala divisa in due rampe di sei gradini
ciascuna, con un pianerottolo in mezzo. E nell’immagine c’era lui, un
bimbo piccolo che muoveva i primi passi lungo la scala. Scesa a carponi la
prima rampa, stava andando verso il bordo del pianerottolo quando un
grande cane giallo gli si era piazzato davanti per impedirgli di cadere giù.
Era il cane dei suoi genitori, Askim, che la famiglia aveva quando abitava
a Olean e Louie era ancora piccolissimo. Non si era mai ricordato di quel
cane prima di allora.
*
Era il quarantesimo giorno. Disteso di fianco a Phil sotto il telone, Louie si
mise a sedere di scatto. Sentiva cantare. Continuò ad ascoltare: sembrava
un coro. Diede di gomito all’amico e gli chiese se sentiva qualcosa. Phil
rispose di no. Louie tolse il telone e socchiuse gli occhi nella luce del
giorno. L’oceano era di una calma piatta. Alzò lo sguardo.
Sopra di lui, fluttuanti in una nuvola brillante, vide stagliarsi contro il cielo
delle figure umane. Ne contò ventuno. Stavano cantando la canzone più
dolce che avesse mai sentito.
10

Continuò a guardare attonito, ascoltando il canto. Quello che stava


vedendo e udendo era impossibile e tuttavia si sentiva assolutamente
lucido. Quella non era un’allucinazione, ne era sicuro, non era una visione.
Cercando di memorizzare la melodia, ascoltò quelle voci fino a quando
svanirono.
Phil non aveva visto o sentito niente. Louie pensò che, di qualunque cosa
si fosse trattato, apparteneva solo a lui.
La corrente continuava a spingerli alla deriva. Passarono diversi giorni
senza cibo né pioggia. Il canotto ormai era una massa deforme e
gelatinosa; le toppe tenevano a malapena e, in alcuni punti fuori bordo, si
gonfiavano verso l’esterno, sul punto di scoppiare. L’imbarcazione non
avrebbe sopportato ancora per molto il peso dei due uomini.
Poi Phil notò qualcosa di diverso nel cielo. C’erano più uccelli.
11

I due naufraghi cominciarono anche a sentire il suono di aerei. A volte


distinguevano un puntino minuscolo nel cielo, a volte i puntini erano due o
anche di più, accompagnati da un ronzio remoto. Ma erano sempre troppo
distanti per tentare segnalazioni e d’altra parte Louie e Phil sapevano che
la deriva li aveva spinti talmente a ovest che i velivoli erano sicuramente
giapponesi. Con il passare dei giorni i puntini si fecero sempre più
numerosi, comparendo ogni mattina sempre più presto.
12

Louie era arrivato ad amare il sorgere del sole e il calore che portava con
sé e verso l’alba teneva sempre lo sguardo fisso sull’orizzonte, in attesa.
La mattina del 13 luglio – il quarantaseiesimo giorno,
*

quello che Phil aveva predetto per l’arrivo sulla terraferma – l’alba non
arrivò. Ci fu soltanto una graduale, sinistra illuminazione di un cielo cupo.
13
Phil e Louie alzarono lo sguardo allarmati. Il vento li investì con forza. Il
mare cominciò a sgroppare sotto il canotto, scagliandoli ad altezze
vertiginose. Louie guardò l’oceano che sembrava ribollire e lo trovò
bellissimo. A Phil piacevano le montagne russe dei grandi cavalloni
sollevati dalle tempeste, si esaltava mentre scivolava giù da un’ondata e si
voltava per vedere la sommità della successiva, ma questa volta la
situazione sembrava preoccupante.
14

A ovest comparve qualcosa, così lontano che si poteva intravedere per un


attimo solo dalla sommità delle ondate. Era una macchia grigio-verde che
si agitava bassa sull’orizzonte. In seguito Phil e Louie non sarebbero stati
d’accordo su chi l’avesse vista per primo, ma nel momento stesso in cui il
mare li sollevò, l’orizzonte rotolò a occidente e gli occhi la catturarono,
tutti e due capirono di cosa si trattava.
Era un’isola.
15
*

Askim era noto per essere cleptomane. Gli Zamperini abitavano sopra una
drogheria e il cane scendeva regolarmente nel negozio in missione di
taccheggio, rubando cibo e fuggendo. Il suo nome era un gioco di parole:
quando qualcuno chiedeva ai proprietari come si chiamava, restava
regolarmente confuso dalla risposta, che suonava come «Ask him»
(chiedilo a lui).
*

Dato che Louie e Phil avevano attraversato la linea internazionale del


cambiamento di data, il quarantaseiesimo giorno era il 14 luglio.
XVII
Tifone
Per tutto il giorno Louie e Phil cavalcarono le onde sotto un cielo buio e
vorticoso, sforzando gli occhi per guardare verso occidente e sentendo un
brivido ogni volta che all’orizzonte compariva il piccolo bernoccolo. Poco
alla volta, a mano a mano che la corrente li spingeva in quella direzione,
l’isola si fece più distinta. I naufraghi videro la linea bianca e brillante
delle onde che si frangevano contro qualcosa, forse una spiaggia, forse una
scogliera. Nel pomeriggio l’isola si sdoppiò in due, poi le isole
diventarono una dozzina, allineate come vagoni di un treno.
1

Phil e Louie si erano aspettati che, se mai avessero visto la terraferma,


sarebbero impazziti di gioia. Invece discussero con calma.
2

Erano troppo deboli per qualsiasi altra reazione e c’erano preoccupazioni


più pressanti. Sopra le loro teste si stava addensando una tempesta enorme.
Durante l’addestramento avevano memorizzato la geografia del Pacifico
centrale. Sapevano che le isole davanti a loro dovevano far parte delle
Gilbert o delle Marshall, entrambe territorio nemico. I due arcipelaghi
contavano decine e decine di atolli e di isole e con ogni probabilità i
giapponesi non li avevano occupati completamente. Louie e Phil decisero
di restare in mare finché non avessero trovato un’isola che sembrasse
disabitata, o abitata solo da nativi. Cominciarono a remare tra le onde
sollevate dal vento, mantenendosi paralleli alle isole in modo da poter
aspettare la notte per prendere terra.
3

A un certo punto, il cielo si spalancò di colpo, rovesciando una pioggia


scrosciante che fece scomparire le isole. L’oceano cominciò a scuotersi e a
gonfiarsi. Le onde schiaffeggiavano il canotto sbattendolo in una direzione
e poi in quella opposta, sollevandolo fin sulla cresta, alta circa dodici
metri, per poi farlo precipitare nei canyon della discesa. Phil e Louie erano
finiti in quello che quasi sicuramente era un tifone.
Le grandi ondate si scagliavano contro il canotto, sollevandolo e
inclinandolo di lato, al limite del rovesciamento. Per cercare di impedire
che l’imbarcazione si capovolgesse, Louie e Phil versarono acqua a bordo
come zavorra, si posizionarono l’uno di fronte all’altro per bilanciare il
peso e si distesero sulla schiena per mantenere basso il centro di gravità.
Sapendo che, se fossero stati sbalzati fuori bordo, non sarebbero più
riusciti a risalire, Louie tirò verso di sé la cima del canotto, la passò più
volte intorno al cuscino cucito al centro dell’imbarcazione, poi attraverso
uno degli occhielli e infine, stringendola al massimo, intorno alla propria
vita e a quella di Phil. I due infilarono i piedi sotto il cuscino e fecero forza
appoggiando la schiena alle pareti del gommone.
Scese la sera. La tempesta non si placava. Il canotto schizzava su e giù da
centinaia di montagne d’acqua. A volte, nell’oscurità, quando dalla
sommità delle ondate il canotto veniva scagliato in aria, Phil e Louie
avevano la strana, leggera sensazione di volare. Louie provava una paura
molto più intensa di quella che aveva avuto mentre il Green Hornet stava
precipitando. Di fronte a lui, Phil era chiuso in un silenzio cupo. Tutti e
due pensavano alla terraferma che, pur così vicina, adesso non riuscivano
più a vedere. Temevano che da un momento all’altro l’oceano li scagliasse
contro una scogliera.
4

A un certo punto della notte la tempesta si smorzò, perse forza e infine si


allontanò, riprendendo il suo viaggio.
*

C’erano ancora onde lunghe, ma non così alte e violente. Louie e Phil
sciolsero i nodi della cima e aspettarono l’alba.
Sentivano odore di terra bagnata nel buio, odore di vegetazione, di pioggia
che inzuppava esseri viventi. Era l’odore della terraferma, che flirtò con
loro per tutta la notte, facendosi sempre più intenso.
6

Era quasi l’alba quando sentirono il rumore dell’acqua che scrosciava


contro una scogliera. Esausti, decisero di schiacciare un pisolino a turno;
uno dei due sarebbe rimasto di vedetta alla ricerca della terra. Ma si
addormentarono entrambi.
Si svegliarono in un universo nuovo.
7

La corrente li aveva portati nell’abbraccio di due piccole isole, in una


delle quali videro capanne e alberi carichi di frutta, ma nessun essere
umano. Avevano sentito dire che i giapponesi schiavizzavano i nativi e li
deportavano in massa, così pensarono che forse era stato quello il destino
degli abitanti dell’isola. Calzarono le scarpe nei piedi piagati e
cominciarono a remare verso riva. Sentirono un lamento di motori.
Alzarono lo sguardo e videro degli Zero che si esercitavano in manovre di
combattimento; erano comunque troppo alti perché i piloti potessero
vederli.
8

Continuarono a remare.
Louie aveva previsto che avrebbero trovato terra il quarantasettesimo
giorno. Phil aveva optato per il quarantaseiesimo. Poiché avevano
avvistato la terraferma il giorno indicato da Phil e stavano per raggiungerla
nel giorno scelto da Louie, decisero che avevano avuto ragione tutti e due.
Adesso riuscivano a vedere altre isole. Louie ne individuò una minuscola
alla loro sinistra e la indicò a Phil, descrivendogliela come quella con un
unico albero. Poi accadde una cosa strana. L’albero solitario diventò
doppio. Dopo un attimo di sconcerto, i due uomini capirono: quella non
era un’isola e quelli non erano veri alberi. Era una nave: fino a un attimo
prima era stata perpendicolare al canotto, mostrando un solo albero, e poi
aveva virato, svelando anche il secondo.
Louie e Phil si chinarono immediatamente, rannicchiandosi, e presero a
remare alla massima velocità possibile, cercando di toccare terra prima che
i marinai li vedessero. Ma era già troppo tardi. La nave virò bruscamente e
puntò su di loro. I due naufraghi erano troppo deboli per tentare la fuga a
forza di remi. Ci rinunciarono e si fermarono.
La nave si affiancò al canotto e Louie e Phil alzarono lo sguardo. Erano
sotto il tiro di una mitragliatrice, montata sulla prua dell’imbarcazione.
Lungo il ponte era allineata una fila di uomini, tutti giapponesi. E tutti
imbracciavano un’arma, puntata su di loro.
9

Un giapponese si sbottonò la camicia e indicò il proprio petto. A quanto


pareva, voleva che gli americani facessero la stessa cosa. Louie mostrò il
petto e si preparò a un colpo d’arma da fuoco, che però non arrivò. Il
giapponese aveva solo voluto vedere se erano armati.
Un marinaio lanciò una cima e Louie l’afferrò. Insieme a Phil, cercò di
arrampicarsi a bordo della nave, ma le gambe erano troppo deboli. I
marinai giapponesi allora li legarono a una scala di corda e li issarono a
bordo, dove poi caricarono anche il canotto. Una volta sul ponte, Louie e
Phil tentarono di alzarsi in piedi, ma le gambe non li reggevano. Dato che i
giapponesi volevano che si spostassero immediatamente, cominciarono a
strisciare carponi. Arrivati accanto all’albero, vennero sollevati di peso e
legati all’albero stesso, con le mani dietro la schiena.
Un marinaio attaccò a parlare in giapponese. La sensazione era che stesse
facendo domande, dunque i due americani diedero risposte cercando di
indovinare quello che l’altro voleva sapere. Un secondo marinaio agitò una
baionetta davanti alla faccia di Louie, cercando di tagliuzzargli la barba.
Un terzo sferrò un colpo al mento di Phil con la pistola, poi si spostò per
ripetere l’operazione con Louie, che chinò la testa in avanti, sperando che
il marinaio mirasse alla fronte. Nell’attimo in cui il giapponese sferrò il
colpo, Louie ritrasse di scatto la testa. Il marinaio mancò il bersaglio, ma
Louie picchiò il capo contro l’albero.
Arrivò il capitano della nave, il quale rimproverò il suo equipaggio.
L’atmosfera cambiò di colpo e Louie e Phil vennero slegati. Qualcuno
diede ai naufraghi delle sigarette, ma l’estremità accesa continuava a
bruciacchiare le barbe.
10

Qualcun altro portò ciotole d’acqua, più un biscotto per uno. Louie staccò
con un morso un pezzetto di biscotto e lo tenne in bocca a lungo,
accarezzandolo, gustandone il sapore. Mangiò lentamente, assaporando
ogni briciola. Era il primo cibo che toccava da otto giorni.
Di fianco alla prima nave se ne fermò una seconda, su cui Louie e Phil
vennero trasbordati. Durante la navigazione, un membro dell’equipaggio
diede agli americani altri biscotti e della noce di cocco. Poi si presentò un
giovane marinaio che, dizionario inglese-giapponese alla mano, cominciò
a fare domande. Phil e Louie gli fornirono un breve resoconto del loro
viaggio.
11

Dopo un certo tempo la nave attraccò in una grande isola. Un marinaio


bendò gli occhi di Phil e Louie che, affiancati da alcuni uomini, vennero
afferrati per le braccia e, un po’ trascinati, un po’ trasportati di peso,
furono fatti sbarcare. Dopo pochi minuti, Louie si sentì adagiare su
qualcosa di soffice. La benda gli venne tolta.
Era in un’infermeria, disteso sopra un morbido materasso in un letto
d’acciaio. Phil era nel letto accanto al suo. Attraverso una piccola finestra,
Louie vide soldati giapponesi che si addestravano conficcando le baionette
nei manichini. Un ufficiale si rivolse agli uomini che circondavano i
naufraghi, poi parlò in inglese, apparentemente per tradurre ciò che aveva
appena detto in modo che Louie e Phil capissero.
«Questi sono aviatori americani. Trattateli con cortesia.»
12
Entrò un medico, che sorrise cordiale e li visitò, parlando in inglese.
Spalmò unguento sulle piaghe provocate dal sale e sulle labbra bruciate,
palpò l’addome, controllò polso e temperatura e li dichiarò entrambi sani.
Louie e Phil vennero aiutati ad alzarsi e ad arrivare a una bilancia. Ci
salirono sopra uno alla volta, sempre con un giapponese pronto ad
afferrarli nel caso le gambe non avessero retto.
Il peso di Phil era di circa sessantotto chili quando era salito a bordo del
Green Hornet. Il diario di guerra di Louie, iniziato poco dopo l’arrivo alle
Hawaii, riportava un peso di settanta chili. Louie riteneva che, al momento
dell’incidente, fosse aumentato di un paio di chili grazie alle sedute con i
pesi. Adesso Phil pesava circa trentasei chili. In base a resoconti diversi,
Louie, alto un metro e settantotto, adesso pesava 30,5 chili o 36 chili o
39,5 chili. Quali che fossero le cifre esatte, tutti e due avevano perso più o
meno la metà del proprio peso corporeo, o anche di più.
13

Per ordine del dottore, arrivarono una bottiglia di cognac russo e due
bicchieri, che Louie e Phil svuotarono rapidamente. Poi fu la volta di un
vassoio con uova, prosciutto, latte, pane fresco, macedonia di frutta e
sigarette.
14

I due americani spazzarono via tutto. Terminato il pasto, vennero


accompagnati in un’altra stanza e fatti sedere davanti a un gruppo di
ufficiali giapponesi, che guardarono a bocca aperta quei due scheletri
giallo canarino. Uno degli ufficiali, parlando in inglese, domandò come
fossero finiti lì. Louie raccontò la loro storia, mentre i giapponesi
ascoltavano in un silenzio affascinato, seguendo il viaggio su una carta
geografica.
15

Louie e Phil sapevano dove era cominciato il loro viaggio, ma non


sapevano ancora dove fosse terminato. Gli ufficiali glielo dissero: si
trovavano su un atollo delle isole Marshall.
16

Erano andati alla deriva per tremiladuecento chilometri.


Mentre soldati giapponesi affollavano curiosi la stanza, sul pavimento
venne disteso il canotto e si contarono i fori di proiettile. Erano
quarantotto.
17
I soldati cercavano di avvicinarsi ai due americani, ma gli ufficiali li
allontanarono. Uno di loro domandò l’origine di quei fori e Louie rispose
che erano stati mitragliati da un aereo giapponese. L’ufficiale ribatté che
era impossibile: sarebbe stata una violazione del loro codice militare
d’onore. Louie descrisse in dettaglio il bombardiere e l’attacco. Gli
ufficiali si guardarono l’un l’altro e non dissero nulla.
Vennero rifatti i due letti e Louie e Phil furono invitati a riposarsi quanto
volevano. Tra lenzuola fresche e pulite, con lo stomaco pieno e le piaghe
curate, si sentirono entrambi profondamente grati per essere stati accolti
con tanta compassione. Phil ebbe un pensiero liberatorio: «Sono nostri
amici».
18

Restarono in infermeria per due giorni, assistiti e curati da giapponesi


sinceramente preoccupati della loro salute. Il terzo giorno si presentò il
vicecomandante. Portava in dono, da parte del comandante della base,
carne, cioccolato e noce di cocco. E anche notizie: una nave da carico li
avrebbe presto trasferiti su un altro atollo. Il nome che pronunciò fece
rabbrividire Louie: Kwajalein. Era l’atollo conosciuto come l’Isola delle
Esecuzioni.
Louie avrebbe ricordato a lungo ciò che gli disse l’ufficiale: «Dopo che
sarete partiti da qui, non potremo più garantire per la vostra vita».
19

La nave arrivò il 15 luglio. Louie e Phil vennero portati nella stiva e


sistemati separatamente. Il capitano fece portare abbondanti razioni di cibo
ai due prigionieri, che mangiarono tutto quello che poterono.
Uno degli aspetti più crudeli dell’inedia è che un corpo che sta morendo di
fame spesso rifiuta i primi alimenti che gli vengono dati. Il cibo servito
sull’atollo a quanto pareva era stato accettato dall’organismo dei
naufraghi, ma non andò così con quello della nave. Louie passò gran parte
della giornata piegato in due sul parapetto della nave, vomitando in mare
sorretto da una guardia. Phil eliminò il pasto quasi altrettanto in fretta, ma
attraverso un diverso percorso: quella sera dovettero accompagnarlo di
corsa al gabinetto almeno sei volte.
20

Il 16 luglio la nave attraccò a Kwajalein e i giapponesi si fecero più duri.


Di nuovo bendati, Louie e Phil vennero fatti scendere su quella che
sembrava una scialuppa. Arrivati a riva, furono sollevati di peso e issati
sulle spalle. Louie si sentì sobbalzare in aria e poi sbattere giù, sopra una
superficie dura. Phil venne scaricato accanto a lui. Louie gli disse qualcosa
e venne immediatamente colpito dal calcio di uno stivale. Una voce gridò:
«No!».
I due americani sentirono avviare un motore e poi percepirono il
movimento del mezzo. Erano sul pianale di un camion, che si fermò dopo
pochi minuti. Louie venne trascinato giù e di nuovo issato sulle spalle. Un
breve tratto a piedi, la salita di due scalini, oscurità, la sensazione che Phil
non fosse più con lui e quella di disorientamento provocata dall’essere
buttato in aria all’indietro. Louie colpì una parete con la schiena e poi
cadde sul pavimento. Qualcuno gli strappò la benda. Una porta sbatté e
una serratura venne chiusa a chiave.
All’inizio Louie non riuscì quasi a vedere. Gli occhi sfrecciavano in giro
frenetici. La mente correva, scartando incoerente da un pensiero all’altro.
Dopo settimane di vastità infinita, era disorientato dallo spazio ristretto in
cui si trovava. Ogni nervo e ogni muscolo sembrava in preda al panico.
Lentamente, i pensieri si placarono e gli occhi si adattarono alla
semioscurità. Louie si trovava in una cella di legno, lunga più o meno
quanto un uomo e non molto più larga delle sue spalle. Il tetto, circa due
metri sopra la sua testa, era di paglia. L’unica apertura era un buco nella
porta, circa trenta centimetri per trenta. Il pavimento era cosparso di
ghiaia, terra e vermi che si contorcevano; la cella ronzava di mosche e
zanzare, che cominciavano già a sciamare su di lui. Nel pavimento c’era
un buco, con un secchio sotto. L’aria era caldissima e immobile,
irrespirabile per il tanfo di escrementi umani.
21

Louie alzò gli occhi. Nella luce fioca riuscì a leggere alcune parole incise
sulla parete: NOVE MARINES ABBANDONATI SULL’ISOLA DI
MAKIN, 18 AGOSTO 1942. Sotto c’erano i nomi: Robert Allard, Dallas
Cook, Richard Davis, Joseph Gifford, John Kerns, Alden Mattison,
Richard Olbert, William Pallesen e Donald Roberton.
22

Nell’agosto del 1942, dopo un pasticciato attacco americano alla base


giapponese di Makin nelle Marshall, per un errore nove marines erano stati
lasciati sull’isola. Catturati dai giapponesi, erano scomparsi. Louie era
quasi certamente il primo americano a venire a conoscenza della notizia
che erano stati portati a Kwajalein. Ma, a parte Phil e lui stesso, adesso
non c’erano altri prigionieri sull’atollo. Louie ebbe un brutto
presentimento.
Chiamò Phil, che gli rispose. La voce, fioca e lontana, proveniva da
qualche parte sulla sinistra. Phil era in fondo al corridoio, in un buco
squallido come quello di Louie. Ognuno dei due chiese all’altro come
stesse. Entrambi sapevano che quella era probabilmente l’ultima volta che
potevano parlarsi, ma se avevano l’intenzione di salutarsi, non ne ebbero la
possibilità. Sentirono dei passi lungo il corridoio, quelli di una guardia che
prendeva posizione. Louie e Phil non dissero altro.
Louie abbassò lo sguardo sul proprio corpo. Le gambe, che quell’ultima
mattina a Kualoa avevano corso un miglio in 4’12” sulla sabbia bianca,
adesso erano completamente inutili. Quel corpo vibrante e generoso che
aveva allenato con tanta cura si era autodivorato e ora restavano solo le
ossa, rivestite da una pelle giallastra brulicante di parassiti.
«Tutto ciò che vedo» pensò «è un cadavere che respira.»
23

Si lasciò andare a un pianto duro e doloroso, cercando di soffocare i


singhiozzi per non farsi sentire dalla guardia.
*

Diversi giorni dopo, un catastrofico tifone, quasi certamente lo stesso, si


abbatté sulle coste della Cina, facendo crollare edifici, sradicando pali del
telefono e provocando vaste inondazioni.
5
PARTE QUARTA
XVIII
Un cadavere che respira
Qualcosa volò attraverso la finestrella della porta della cella di Louie e
atterrò sul pavimento, frantumandosi in schegge bianche. Erano due
gallette, il biscotto secco alla base del vitto dei marinai. Una minuscola
tazza di tè – così leggero da essere poco più che acqua calda e così scarso
da essere bevuto in un unico sorso – venne posata sul bordo della
finestrella.
1

Anche Phil ebbe qualcosa da mangiare, ma non da bere. I due americani


strisciarono nelle rispettive celle per raccogliere tutti i frammenti di
galletta e metterseli in bocca. Fuori stazionava una guardia.
Ci fu movimento davanti alla cella di Louie, poi comparve una faccia.
L’uomo salutò allegramente il prigioniero, in inglese e chiamandolo per
nome. Louie lo guardò.
Lo sconosciuto, un nativo di Kwajalein, spiegò che in tutta l’isola non si
parlava che dei due naufraghi americani. Fanatico di sport, aveva
riconosciuto il nome di Zamperini, che Louie stesso aveva comunicato ai
giapponesi. L’uomo cominciò a blaterare di atletica, di football e di
Olimpiadi, fermandosi solo raramente per formulare qualche domanda.
Non appena Louie pronunciava due o tre parole, l’indigeno riprendeva a
parlare.
2

Dopo qualche minuto l’uomo diede un’occhiata all’orologio e annunciò


che doveva andarsene. Louie gli chiese cosa ne fosse stato dei marines i
cui nomi erano incisi sulla parete. Nello stesso tono allegro, il nativo
rispose che erano tutti morti. I prigionieri di guerra detenuti sull’isola,
precisò, venivano sempre giustiziati.
Mentre l’uomo se ne andava, la guardia fissò Louie con aria di sfida, si
portò una mano tesa alla gola e mimò un taglio. Indicò i nomi sulla parete
e poi Louie.
Quella notte Zamperini si distese con la testa accanto alla porta, cercando
di allontanarsi quanto più possibile dalla buca dello scarico. Si era appena
sistemato quando la porta si spalancò e la guardia lo afferrò, lo fece voltare
e lo spinse con la testa verso lo scarico. Louie cercò di opporre resistenza,
ma la guardia si arrabbiò. Il prigioniero cedette e si distese come gli era
stato ordinato. Si rese conto che la guardia lo voleva in quella posizione in
modo da poterlo controllare dalla finestrella. Per tutta la notte, ogni pochi
minuti il giapponese andò a sbirciare nella cella per assicurarsi che Louie
non si fosse mosso.
3

Arrivò il mattino del secondo giorno. Phil e Louie aspettavano in un


silenzio afoso, pensando che da un momento all’altro sarebbero stati
trascinati fuori e decapitati. Le guardie non facevano che andare avanti e
indietro, passandosi la mano di taglio sulla gola con un sorriso sadico.
Intanto anche per Louie continuavano i problemi digestivi. La diarrea era
diventata esplosiva e i crampi lo piegavano in due.
4

Disteso sotto un lenzuolo di mosche e zanzare, teneva il sedere sopra la


buca più a lungo possibile, finché la guardia non gli ordinava di rivolgere
di nuovo la faccia allo scarico. La giornata passò. Per tre volte un grumo di
riso, poco più grosso di una pallina da golf, volò attraverso la finestrella e
si spiattellò a terra. In un paio di occasioni sul bordo della finestrella venne
lasciata una tazza con un sorso di tè, che Louie bevve fino all’ultima
goccia. Scese la sera.
Un altro giorno venne e se ne andò, poi un altro. Il caldo era soffocante. I
pidocchi saltellavano sulla pelle dei prigionieri. Le zanzare calavano su di
loro in sciami così densi che quando Louie chiudeva la mano di scatto e
poi la riapriva, si ritrovava con l’intero palmo cremisi. La diarrea peggiorò
e nelle feci comparve il sangue. Zamperini continuava a chiedere un
medico. Un giorno se ne presentò uno. Fece un passo all’interno della
cella, guardò il prigioniero, ridacchiò e se ne andò.
Rannicchiati sul pavimento ghiaioso, i due americani avevano la
sensazione che le ossa stessero ormai perforando la pelle. Louie implorò
una coperta su cui sedersi, ma venne ignorato. Passava il tempo cercando
di irrobustire le gambe, alzandosi in piedi e restando immobile per un paio
di minuti, appoggiandosi alla parete. Aveva nostalgia del canotto.
Due sorsi d’acqua al giorno non erano certo sufficienti per reintegrare la
torrenziale perdita di liquidi di Louie, che soffriva la sete come mai gli era
successo a bordo del canotto. Una volta strisciò fino alla porta e chiese
dell’acqua. La guardia si allontanò e tornò con una tazza. Louie, grato, si
avvicinò alla porta per bere. Il giapponese gli gettò l’acqua bollente in
faccia.
5
Zamperini era talmente disidratato che non poteva fare a meno di
implorare da bere. Almeno altre quattro volte la risposta fu la stessa, e il
viso di Louie si coprì di vesciche. Sapeva che la disidratazione avrebbe
potuto ucciderlo, e una parte di lui sperava che succedesse.
Un giorno, mentre sedeva disperato, sentì cantare. Le voci che aveva
sentito sul canotto erano tornate. Si guardò intorno nella cella, ma i cantori
non erano lì. C’era soltanto la loro musica con lui. Se ne lasciò
sommergere, trovando in quella melodia una ragione di speranza. Poi il
canto svanì, ma nel silenzio della mente Louie lo intonò più e più volte.
Pregò con fervore, con intensità, un’ora dopo l’altra.
6

In fondo al corridoio Phil languiva. C’erano topi ovunque, che si


arrampicavano fin dentro il suo secchio dei rifiuti, sguazzavano nella sua
urina e di notte lo svegliavano camminandogli sul viso. Periodicamente
veniva spinto fuori dalla cella, portato davanti a un catino pieno d’acqua e
costretto a lavarsi la faccia e le mani. Phil tuffava la testa nel catino e
beveva grandi sorsate d’acqua.
7

Louie fissava spesso i nomi dei marines, chiedendosi chi fossero stati, se
avessero avuto moglie e figli, in che modo erano morti. Cominciò a
pensare a loro come a degli amici. Un giorno si sfilò la cintura e con la
fibbia incise il proprio nome accanto ai loro, in grandi caratteri maiuscoli.
8

Non poteva parlare con Phil e Phil non poteva parlare con lui, ma ogni
tanto uno dei due tossiva o strisciava i piedi sul pavimento per fare capire
all’altro di essere ancora vivo. In un’occasione le guardie si allontanarono
lasciando, per la prima volta, i due americani da soli. Louie sentì la voce di
Phil.
«Cosa ci succederà?»
9

Louie non aveva una risposta. Poi nel corridoio ci fu rumore di passi e i
due americani tacquero.
La rabbia delle guardie nei confronti dei due prigionieri era costante; i
giapponesi li guardavano con odio, li minacciavano a gesti, gridavano
contro di loro. Praticamente ogni giorno si lasciavano andare ad accessi di
collera che di solito finivano con Phil e Louie che venivano bombardati
con pietre, sigarette accese e sputi, oppure pungolati con bastoni. Louie
capiva sempre cosa stava per succedergli quando sentiva avvicinarsi una
guardia arrabbiata; conseguenza, sperava, di una vittoria americana. La
situazione peggiorava quando la guardia aveva compagnia: i giapponesi si
servivano dei prigionieri per cercare di impressionarsi a vicenda con la
loro crudeltà.
10

Il pretesto per molte esplosioni di violenza era la mancanza di


comunicazione. I prigionieri e le guardie provenivano da culture che non
avevano nulla in comune in termini di lingua o costumi. Louie e Phil
trovavano praticamente impossibile capire cosa si voleva da loro. Il
linguaggio dei segni era di scarso aiuto, perché perfino i gesti erano diversi
nelle due culture. Le guardie, come quasi tutti gli abitanti del loro paese
storicamente isolato, con ogni probabilità non avevano mai visto uno
straniero prima di allora e non avevano quindi alcuna esperienza di
comunicazione con un non giapponese. Quando venivano fraintese, spesso
si irritavano a tal punto da cominciare a strillare e a picchiare i prigionieri.
Per spirito di autoconservazione, Louie e Phil memorizzavano tutto ciò che
sentivano e si crearono un piccolo vocabolario giapponese personale.
Kocci koi significava «vieni qui». Ohio era un saluto, usato dalle poche
guardie civili di passaggio. Anche se Louie imparò subito cosa significava,
la sua risposta standard diventò: «No, California». Phil imparò che mizu
significava «acqua», ma tale conoscenza non gli servì a molto: le sue
richieste di mizu venivano regolarmente ignorate.
Quando non si servivano dei prigionieri per sfogare la loro furia, le guardie
si divertivano a umiliarli. Ogni giorno, sotto la minaccia di una pistola
spianata, Louie era costretto ad alzarsi in piedi e a ballare, esibendosi in un
barcollante charleston mentre le guardie si sbellicavano dalle risate. I
giapponesi lo costringevano anche a fischiare e a cantare, lo colpivano con
manciate di ghiaia, lo tormentavano mentre strisciava nella cella per
raccogliere ogni chicco di riso e facevano passare lunghi bastoni attraverso
lo spioncino in modo da pungolarlo e percuoterlo, trovando divertentissimi
i suoi vani contorcimenti. In fondo al corridoio Phil subiva la stessa sorte.
A volte Louie sentiva gemere l’amico; la voce era flebile. Una volta,
portato al punto di rottura dalla guardia che lo pungolava, afferrò il
bastone e lo strappò dalle mani del giapponese. Sapeva che un gesto del
genere sarebbe potuto costargli la vita, ma sottoposto a quell’incessante
degradazione, dentro di lui stava accadendo qualcosa. La sua volontà di
vivere, che aveva resistito a tutte le prove sul canotto, cominciava a
sfaldarsi.
Il disastro del Green Hornet aveva lasciato Louie e Phil in una situazione
estrema e disperata, senza cibo, acqua o riparo. Ma a Kwajalein le guardie
cercavano di privarli di qualcosa che li aveva sostenuti anche quando tutto
il resto era andato perduto: la dignità. Il rispetto di sé, e il senso del proprio
valore, in pratica l’armamento più profondo dell’anima, è al centro
dell’identità individuale; esserne privato significa essere disumanizzato,
essere strappato dal genere umano e abbassato a un livello inferiore. Chi
subisce un trattamento disumanizzante vive una profonda, disperata
solitudine e trova quasi impossibile mantenere la speranza. Senza dignità,
l’identità è cancellata. E, privo di identità, l’uomo non è più definito da se
stesso, ma da chi lo tiene prigioniero e dalle circostanze in cui è costretto a
vivere. Un aviatore americano, catturato dai giapponesi e implacabilmente
umiliato dai suoi carcerieri, ha descritto lo stato d’animo determinato dalla
prigionia: «Stavo diventando letteralmente un essere umano inferiore».
11

Poche società tenevano alla dignità, e temevano l’umiliazione, quanto


quella giapponese, per la quale la perdita dell’onore poteva comportare il
suicidio. È questa probabilmente una delle ragioni per cui durante la
Seconda guerra mondiale i soldati nipponici umiliavano i loro prigionieri
con tale zelo, cercando di privarli di ciò che era più doloroso e distruttivo
perdere. A Kwajalein, Louie e Phil appresero una sinistra verità comune ai
disgraziati dei campi di sterminio di Hitler, agli schiavi degli Stati Uniti
del Sud e a centinaia di altre generazioni di popoli oppressi. La dignità è
essenziale per la vita umana come l’acqua, il cibo e l’ossigeno. Il testardo
mantenimento della propria dignità, anche in situazioni di estrema
difficoltà fisica, può trattenere l’anima nel corpo ben oltre il punto in cui
quest’ultimo dovrebbe teoricamente arrendersi. La perdita della dignità
può spegnere un uomo quanto la sete, la fame, l’esposizione agli elementi
o l’asfissia, e con molta più crudeltà. In posti come Kwajalein, la
degradazione poteva essere letale quanto una pallottola.
Louie era a Kwajalein da una settimana circa quando la porta della sua
cella si spalancò e due guardie lo trascinarono fuori. Si sentì afferrare dalla
paura, pensando che lo stessero portando al patibolo. Mentre veniva
spintonato verso quello che sembrava l’alloggio degli ufficiali, incrociò
due ragazze che se ne allontanavano; avevano lineamenti asiatici e
camminavano a capo chino, con gli occhi bassi. Louie venne fatto entrare
in una stanza e fermare davanti a un tavolo coperto da una tovaglia bianca
sul quale era disposto un assortimento di cibi. Gli ufficiali giapponesi in
alta uniforme seduti intorno al tavolo stavano fumando. Zamperini capì
che non lo avevano portato lì per giustiziarlo. L’avevano portato lì per
interrogarlo.
12

Gli ufficiali aspiravano lunghe boccate e soffiavano il fumo verso di lui.


Ogni tanto uno di loro apriva una bottiglietta di cola, versava il contenuto
in una tazza e beveva lentamente, esibendo in modo teatrale il proprio
gradimento.
L’ufficiale di grado più elevato fissò freddamente il prigioniero. Gli
domandò come i soldati americani soddisfacevano i loro appetiti sessuali.
Louie rispose che non lo facevano: contavano sulla forza di volontà.
L’ufficiale sembrò divertito. Le forze armate giapponesi, si vantò,
forniscono donne ai loro soldati; era un’allusione alle migliaia di donne
cinesi, coreane, indonesiane e filippine che erano state deportate e ridotte
in schiavitù sessuale. Zamperini pensò alle due ragazze che aveva appena
visto.
13

Gli ufficiali gli chiesero informazioni sul suo aereo. Sapevano,


probabilmente a seguito della conversazione di Louie con gli ufficiali del
primo atollo, che si era trattato di un B-24. Ma quale modello? A Oahu,
Louie aveva sentito dire che nel corso di un combattimento un B-24D era
precipitato su una scogliera ed era stato recuperato dai giapponesi. Il
Green Hornet era un D. Sapendo che i giapponesi erano già in possesso di
informazioni su quel particolare modello, decise di non mentire: rispose
che erano a bordo di un D. I giapponesi gli passarono carta e matita e gli
ordinarono di disegnare l’aereo. Quando Zamperini ebbe finito,
confrontarono il disegno con una foto di un modello D: l’avevano messo
alla prova.
Cosa sapeva il prigioniero del B-24E? Niente, rispose Louie. Era una
bugia. Il Super Man, anche se ufficialmente era un modello D, era stato
sottoposto a miglioramenti tecnici che in pratica l’avevano reso un E.
Dov’era posizionato il sistema radar? La posizione del radar a bordo non
aveva alcuna rilevanza sul suo funzionamento, per cui Zamperini rispose
sinceramente. Come si usava il radar? Louie conosceva la risposta, ma
dichiarò che, essendo un puntatore, non lo sapeva. I giapponesi gli
chiesero di disegnare il sistema radar. Louie inventò un immaginario
dispositivo e tracciò un disegno così elaborato che, venne scritto in
seguito, faceva pensare a «una piovra smembrata».
14

I giapponesi annuirono.
Passarono al sistema Norden. Come si usa? Basta girare due manopole,
rispose Louie. Gli ufficiali si irritarono. Il prigioniero venne rimandato in
cella.
Temendo nuovi interrogatori, Louie si concentrò e cercò di prevedere le
domande. Rifletté su cosa poteva dire e cosa no. Per quanto riguardava ciò
che non poteva rivelare, preparò una serie di bugie e si allenò mentalmente
finché non fu in grado di spiattellarle con disinvoltura. Dato che era stato
parzialmente sincero nel primo interrogatorio, ora si trovava in una
posizione migliore per mentire.
Poi toccò a Phil essere portato davanti agli ufficiali giapponesi. Anche lui
era a conoscenza del B-24D recuperato dal nemico, così parlò liberamente
dei componenti dell’aereo. I giapponesi gli chiesero di descrivere la
strategia bellica americana. Phil rispose di ritenere che gli americani
avrebbero attaccato i territori occupati più esterni per poi avanzare
progressivamente finché non avessero sconfitto il Giappone. Gli ufficiali
reagirono con grandi risate, ma Phil percepì qualcosa di forzato. Quegli
uomini, gli sembrò, pensavano già che il Giappone avrebbe perso.
15

Alla porta della cella comparve una nuova guardia. Louie alzò gli occhi,
vide un viso che non conosceva e provò un’ondata di paura, consapevole
che con ogni probabilità il nuovo carceriere avrebbe voluto imporre da
subito la propria autorità.
«Tu cristiano?» domandò il giapponese.
Louie, che i genitori avevano tentato di educare da bravo cattolico, non si
era più avvicinato a una chiesa da una certa domenica della sua infanzia,
quando un sacerdote l’aveva punito per la sua negligenza afferrandogli un
orecchio e trascinandolo fuori dall’edificio. Ma, nonostante fosse uscito
dall’avventura con un orecchio dolorante, un po’ di religione gli era
rimasta comunque appiccicata. Rispose di sì. La guardia sorrise.
«Me cristiano.»
Il giapponese disse il suo nome, che in seguito Zamperini avrebbe
ricordato con qualche incertezza come Kawamura.
16

Poi cominciò a blaterare in un inglese così stentato che tutto ciò che Louie
riuscì ad afferrare fu qualcosa a proposito di missionari canadesi e di una
conversione. Il giapponese fece scivolare due pezzi di barretta dolce nella
mano del prigioniero, poi andò in fondo al corridoio e diede due pezzi
anche a Phil. Era nata un’amicizia.
Kawamura si presentò con carta e matita e cominciò a fare disegni per
illustrare le cose di cui voleva parlare. Passando da una cella all’altra,
disegnava qualcosa – un’auto, un aereo, un cono gelato – e poi diceva il
termine giapponese e lo scriveva. A loro volta, Louie e Phil scrivevano e
pronunciavano il termine inglese. I due prigionieri non capivano quasi
nulla di quello che diceva il giapponese, ma la sua buona volontà non
aveva bisogno di traduzione. Kawamura non poteva fare niente per
migliorare le condizioni in cui vivevano i due americani, ma la sua
gentilezza era comunque un salvagente.
Quando Kawamura finì il suo turno, arrivò una nuova guardia. Si scagliò
subito contro Louie: fece passare un bastone attraverso la finestrella e
prese a colpirlo in faccia, quasi cercando di cavargli gli occhi. Il giorno
dopo, Kawamura vide il viso insanguinato del prigioniero e chiese chi
fosse il responsabile. Sentendo il nome del collega, la sua faccia si indurì;
il giapponese sollevò un braccio e mostrò i bicipiti a Louie. Al termine del
turno, si allontanò velocemente con un’espressione di furiosa
determinazione.
Per due giorni Zamperini non vide né Kawamura, né il carceriere sadico.
Poi Kawamura tornò, socchiuse la porta della cella di Louie e con il dito
indicò orgogliosamente la guardia che lo aveva ferito. Aveva la fronte e la
bocca coperte da bende. L’uomo non fece più la guardia alla cella.
Un giorno Phil e Louie sentirono voci agitate davanti alle celle, il clamore
di una piccola folla. Poi alla finestrella di Zamperini comparvero delle
facce urlanti. Cominciarono a volare sassi. Passarono altri uomini, in
successione. Gridavano tutti. Sputavano su Louie, lo colpivano a sassate,
scagliavano bastoni appuntiti come giavellotti. In fondo al corridoio lo
stesso stava accadendo a Phil. Louie si raggomitolò in fondo alla cella.
La processione continuò a lungo. Gli uomini erano ottanta, forse novanta,
e ognuno di loro passò una trentina di secondi nell’attacco a ciascun
prigioniero. Alla fine se ne andarono. Sanguinante, Louie rimase seduto tra
pietre, bastoni e chiazze di sputi.
Quando Kawamura vide cos’era successo, si infuriò. Spiegò che gli
aggressori erano sommergibilisti di passaggio sull’isola. Al successivo
interrogatorio Zamperini si lamentò dell’aggressione che aveva subito.
17

Gli ufficiali gli risposero che era ciò che doveva aspettarsi.
I giapponesi volevano che il prigioniero specificasse quanti aerei, navi e
uomini si trovavano alle Hawaii. Louie rispose che l’ultima volta che
aveva visto le Hawaii era stato in maggio. Adesso era agosto: non ci si
poteva aspettare che avesse informazioni aggiornate. Venne rimandato in
cella.
Circa tre settimane dopo il trasferimento a Kwajalein, Zamperini venne
trascinato di nuovo fuori dalla sua cella. E, per la prima volta dall’arrivo
sull’isola, vide Phil. Gli occhi dei due amici si incontrarono. Sembrava
proprio che quella fosse la fine.
Furono scortati all’edificio degli interrogatori, ma questa volta dovettero
fermarsi sulla veranda, Phil a un’estremità, Louie all’altra. Vennero
raggiunti da due uomini in camice bianco da medico, accompagnati da
quattro aiutanti con carta, penna e cronometri. Soldati giapponesi
cominciarono a radunarsi sotto la veranda per assistere allo spettacolo.
I due americani vennero fatti distendere. I medici riempirono due lunghe
siringhe ipodermiche con una soluzione torbida. Qualcuno in seguito
avrebbe affermato che si trattava di latte di noci di cocco acerbe, ma se sia
vero o meno non si sa. I medici dichiararono che ciò che stavano per
compiere avrebbe fatto bene ai due prigionieri. Se la soluzione avesse
funzionato come speravano – migliorando le loro condizioni – sarebbe
stata somministrata alle truppe giapponesi.
I medici voltarono le mani dei prigionieri con i palmi verso l’alto e
disinfettarono il braccio con l’alcol. Gli aghi penetrarono nella carne, gli
stantuffi delle siringhe vennero premuti e gli assistenti fecero scattare i
cronometri. I medici ordinarono ai due americani di descrivere le loro
sensazioni.
Pochi secondi dopo la veranda cominciò a vorticare intorno a Louie. Il
medico gli iniettò altro liquido in vena e il vortice peggiorò. Era come se
gli fossero stati conficcati degli spilli in tutto il corpo. Poi sentì il sangue
defluirgli dalla testa, la stessa sensazione provata sul Super Man quando
Phil cabrava dopo una picchiata. La pelle bruciava, prudeva e pizzicava.
La veranda si inclinò e si capovolse. All’estremità opposta, Phil provava
gli stessi sintomi. I medici continuavano a interrogarli, il tono sterile e
neutro. Poi tutto si confuse. Louie gridò che stava per svenire. Il medico
estrasse l’ago.
18

I prigionieri vennero riportati in cella. Nel giro di quindici minuti


un’irritazione cutanea chiazzò tutto il corpo di Zamperini. Rimase sveglio
per tutta la notte, tormentato dal bruciore e dal prurito. Parecchi giorni
dopo, spariti i sintomi, venne riportato sulla veranda insieme a Phil e di
nuovo a entrambi vennero praticate le iniezioni, questa volta con una
quantità maggiore di soluzione. E di nuovo i due americani soffrirono di
eruzioni cutanee. Pochi giorni più tardi furono sottoposti a un terzo
esperimento, e qualche giorno dopo a un quarto. Nel corso dell’ultima
infusione, nelle vene dei prigionieri venne pompato più di mezzo litro di
liquido.
Sopravvissero tutti e due e, per quanto terribile sia stata la loro esperienza,
furono fortunati. In tutti i territori occupati i giapponesi stavano
utilizzando almeno diecimila individui tra prigionieri di guerra e civili,
bambini compresi, come cavie per esperimenti su armi chimiche e
biologiche. Morirono migliaia di persone.
19

Di nuovo in cella, Louie sentì arrivare un tremendo mal di testa. Poco


dopo fu preso da vertigini e iniziò a bruciare di febbre. Gli dolevano le
ossa. A Phil stava accadendo la stessa cosa. Le guardie chiamarono un
medico. Louie riuscì a cogliere una parola familiare: dengue.
20

I due prigionieri avevano contratto la dengue, una malattia potenzialmente


letale provocata dalle zanzare che stava infuriando ai tropici. Il medico non
prescrisse alcuna cura.
Louie andò alla deriva in una nebbia febbrile. Mentre il tempo scivolava
via confuso, si sentiva quasi scollegato dal proprio corpo. Disteso nella
cella, udì passi pesanti all’esterno, poi vide comparire di nuovo facce
furiose alla porta e si sentì colpire da sassi e sputi e pungolare da bastoni.
Sull’isola era arrivato un altro equipaggio di sommergibilisti.
Zamperini fluttuò attraverso tutto questo, troppo malato per cercare di
resistere. Le facce si susseguivano una dopo l’altra e i sassi e i bastoni
colpivano le ossa doloranti. Il tempo passò con misericordiosa rapidità e
gli abusi terminarono presto.
Louie venne scortato di nuovo all’edificio degli interrogatori. Gli ufficiali
gli misero davanti una carta delle Hawaii e gli ordinarono di indicare dove
si trovavano le basi aeree.
Per un po’ resistette, ma i giapponesi lo incalzavano con durezza. Alla fine
cedette. Chinò il capo e, con un’espressione di vergognosa rassegnazione,
disse tutto: l’esatta ubicazione delle basi e il numero di aerei.
21
I visi dei giapponesi si distesero in sorrisi trionfanti. Aprirono una
bottiglietta di cola e la diedero a Louie, insieme a un biscotto e a un
dolcetto. Gli ufficiali festeggiavano, ma non sospettavano minimamente
che le «basi» indicate dal prigioniero fossero i campi di aviazione fasulli
che Louie aveva visto andandosene in giro per le Hawaii insieme a Phil. Se
i giapponesi avessero bombardato quei luoghi, gli unici aerei che
avrebbero distrutto sarebbero stati quelli di compensato.
L’utilità di Louie e Phil si era ormai esaurita. Al quartier generale gli
ufficiali discussero su cosa fare di quei due. Probabilmente fu una
decisione facile: erano stati quegli stessi ufficiali a decretare la morte dei
marines i cui nomi erano incisi sulla parete della cella di Zamperini. I due
americani sarebbero stati giustiziati.
Il 24 agosto alcuni soldati si riunirono davanti alla cella e, ancora una
volta, Louie venne trascinato fuori. «È la fine?» si domandò. Venne
spintonato fino all’edificio degli interrogatori. Si aspettava di sentirsi
annunciare che era stato condannato a morte, ma gli venne detto qualcosa
di diverso: sarebbe stato imbarcato su una nave militare giapponese che
stava per arrivare a Kwajalein e trasferito in un campo per prigionieri di
guerra a Yokohama, in Giappone. All’ultimo minuto, gli ufficiali dell’isola
avevano deciso di non ucciderlo. Sarebbe passato molto tempo prima che
Louie scoprisse perché.
22

Provò un profondo sollievo, convinto che in un campo per prigionieri di


guerra sarebbe stato trattato secondo le regole umanitarie della normativa
internazionale e messo in contatto con la Croce Rossa e con la sua
famiglia. Anche Phil, informato del trasferimento a Yokohama, rimase
stupito e si sentì pieno di speranza.
Il 26 agosto 1943, quarantadue giorni dopo l’arrivo sull’Isola delle
Esecuzioni, Louie e Phil vennero fatti uscire dalle celle, spogliati e
inondati con secchiate d’acqua. Poi ebbero il permesso di rivestirsi e
furono scortati alla nave che li avrebbe portati in Giappone.
Mentre si allontanava per l’ultima volta dalla sua cella, Louie si voltò per
cercare Kawamura. Non riuscì a vederlo.
XIX
Duecento uomini muti
Louie e Phil sedevano in una camera di sicurezza a bordo della nave
quando la porta si spalancò ed entrò una ressa agitata di marinai
giapponesi ubriachi. Uno di loro chiese se il Giappone avrebbe vinto la
guerra.
«No» rispose Phil.
Venne colpito in faccia da un primo pugno, poi da un secondo. Chiesero
anche a Louie chi avrebbe vinto la guerra.
«L’America.»
I marinai si scagliarono sui due prigionieri tempestandoli di pugni, uno dei
quali collise con il naso di Louie, che sentì qualcosa spezzarsi. Arrivò di
corsa un ufficiale, che divise i marinai dagli americani e ordinò ai primi di
andarsene. Il naso di Louie sanguinava. Quando se lo tastò, sotto le dita
sentì una ferita e un osso che sporgeva di lato.
1

In un inglese sgrammaticato, l’ufficiale spiegò ai due che l’equipaggio


aveva frugato nei loro portafogli, confiscati quando erano saliti a bordo. In
quello di Zamperini i marinai avevano trovato un ritaglio di giornale,
sporco e ripiegato: era la vignetta che Louie aveva ritagliato
dall’«Honolulu Advertiser» molti mesi prima e che illustrava il suo ruolo
nel raid su Wake. L’ufficiale disse che metà dell’equipaggio si era trovato
a Wake quella notte e la loro nave, evidentemente alla fonda, era stata
colata a picco.
I marinai si pentirono dell’aggressione ai prigionieri americani. Più tardi la
porta si riaprì e due giapponesi entrarono barcollando, borbottarono le loro
scuse, abbracciarono Louie e gli offrirono del sake.
Louie e Phil furono separati di nuovo. Zamperini venne rinchiuso nella
cabina di un ufficiale. Ogni tanto riceveva strane visite da parte di un
marinaio sorridente che entrava, gli diceva: «Colpetto in testa per
biscotto?», gli dava qualche colpetto sul capo con le nocche, gli
consegnava un biscotto e se ne andava.
2
Questo ritaglio di giornale rimase nel portafoglio di Louie per tutta la
durata del viaggio a bordo del canotto e fu la colorazione porpora del
portafoglio a macchiarlo. La scoperta del ritaglio da parte dei giapponesi
provocò il pestaggio di Louie e Phil. (Per gentile concessione di Louis
Zamperini)
Tra una visita e l’altra del marinaio, Louie non aveva niente da fare, a
parte starsene a sedere e stringersi il naso tra le dita per cercare di
risistemare il setto. Annoiato, frugò nella cabina e scoprì una bottiglia di
sake. Cominciò a bere piccoli sorsi furtivi del liquore di riso, attento a non
abbassarne troppo il livello. Ma durante un allarme provocato da un
sottomarino si lasciò prendere dal panico e bevve così tanto sake che
sarebbe stato impossibile non notarne la diminuzione, per cui decise che
tanto valeva finire la bottiglia. Negli ultimi giorni di navigazione lo
scheletrico americano e la bottiglia giapponese passarono molte ore
piacevoli insieme.
Dopo un viaggio di tre settimane, compreso uno scalo nell’atollo di Truk,
la nave attraccò a Yokohama, sulla costa orientale di Honshu, l’isola
centrale del Giappone. Louie venne bendato e fatto scendere. Sentì la
terraferma sotto i piedi. Attraverso una piccola apertura nella benda, ebbe
la sua prima visione del Giappone: la parola CHEVROLET, impressa sul
coprimozzo di una ruota. Era davanti a un’auto.
Sentì qualcuno urlare e scendere a passi pesanti dalla nave. Gli uomini
intorno a lui si irrigidirono; Louie pensò che quello che si stava
avvicinando dovesse essere un ufficiale. Si sentì afferrare dal nuovo
arrivato e spingere sul sedile dell’auto. Mentre cercava di portare le gambe
a bordo, l’ufficiale lo colpì in pieno viso con una torcia. Louie sentì il setto
nasale rompersi di nuovo. Pensò al sake e si chiese se non fosse
appartenuto a quell’uomo. Si rannicchiò sul sedile, accanto a Phil.
3

La Chevy partì e attraversò la campagna collinosa. Si fermò dopo quasi


un’ora. Zamperini si sentì strattonare da mani che lo costrinsero ad alzarsi
in piedi e lo guidarono in uno spazio chiuso e umido. Gli venne tolta la
benda. Era in un bagno pubblico, a quanto pareva nel promesso campo per
prigionieri di guerra. Phil non era lì. Davanti a Louie c’era una vasca da
bagno piena d’acqua che odorava di disinfettante. Gli venne ordinato di
spogliarsi e di entrarvi. Si immerse nell’acqua, godendosi il calore e
lavandosi per la prima volta da quando aveva lasciato Oahu.
4

Terminato il bagno gli venne detto di rivestirsi. Un uomo armato di forbici


gli rasò a zero barba e capelli. Poi il prigioniero venne scortato lungo un
corridoio e fatto fermare davanti a una porta. La guardia gli disse di entrare
e di attendere ordini.
Louie entrò. Le luci erano spente e riuscì a distinguere solo la sagoma di
un uomo in abiti civili che gli dava le spalle. Qualcuno accese la luce,
l’uomo si voltò e Louie vide il suo volto.
Era il suo amico del college. Jimmie Sasaki.
«Ci rincontriamo» disse Sasaki. Louie lo fissò stupefatto a bocca aperta.
Non sapeva nulla del presunto spionaggio di Sasaki e lo sconvolgeva
vedere il suo amico al servizio del nemico. Sasaki invece lo guardava con
affetto. Si era preparato a incontrare Zamperini, ma sembrava turbato dalla
sua estrema magrezza. Fece una battuta scherzosa osservando quanto era
brutto Louie con la testa rasata.
Quella che seguì fu una conversazione strana e innaturale. Sasaki rivolse al
vecchio amico qualche domanda sulla sua odissea e poi cominciò a
ricordare i vecchi tempi all’USC, i pranzi all’Unione studenti, il cinema a
dieci centesimi al campus. Louie, a disagio, aspettava le domande di
carattere militare, che però non arrivarono mai. Il massimo cui si spinse
Sasaki fu esprimere la propria sicurezza nella vittoria giapponese. Disse a
Louie di essere un dipendente civile della marina nipponica, che l’aveva
nominato inquirente capo per tutti i prigionieri di guerra in Giappone.
Spiegò di avere un rango pari a quello di un ammiraglio.
5
Zamperini venne portato fuori. Si trovava in un vasto complesso che
comprendeva numerosi edifici di un solo piano ed era circondato da
un’alta recinzione, sormontata da filo spinato. C’era qualcosa di
inquietante in quel posto. Louie, come tutti quelli che arrivavano lì, lo notò
immediatamente. Riuniti in gruppetti accanto agli edifici, c’erano circa
duecento militari alleati, tutti magrissimi. Tutti tenevano gli occhi fissi a
terra. E tutti erano silenziosi come neve che scende.
Louie venne guidato fino a una panca, a una certa distanza dagli altri. Vide
da lontano Phil, anch’egli seduto da solo. Due prigionieri, seduti su due
diverse panche, tenevano le mani nascoste alla vista delle guardie e
comunicavano tra loro in alfabeto Morse: pugno per il punto e mano tesa
per la linea. Louie continuò a guardarli finché non venne avvicinato da un
uomo, che sembrava avere il permesso di parlare e che cominciò a
spiegargli dove si trovava.
Quello non era un campo per prigionieri di guerra. Era un centro segreto di
interrogatori chiamato Ofuna, dove internati di «grande valore» venivano
tenuti in isolamento, malnutriti, tormentati e torturati perché svelassero
segreti militari. Dato che Ofuna era tenuta segreta al mondo esterno, i
giapponesi agivano con mano totalmente libera. Quelli segregati a Ofuna,
proseguì l’uomo, non erano prigionieri di guerra: erano «combattenti
disarmati» in guerra contro il Giappone e, come tali, non godevano dei
diritti che le leggi internazionali garantivano ai prigionieri di guerra.
6

In effetti non avevano alcun diritto. Se gli internati «confessavano i loro


crimini contro il Giappone» venivano trattati «bene nei limiti consentiti dai
regolamenti». Nel corso della guerra sarebbero stati rinchiusi a Ofuna circa
mille militari alleati, molti dei quali ci sarebbero rimasti per anni.
L’uomo illustrò a Louie le regole del campo. Era proibito parlare con
chiunque, a parte le guardie, era proibito mettere le mani in tasca, era
proibito incontrare lo sguardo di altri prigionieri. Gli occhi dovevano
essere sempre puntati a terra. Louie doveva imparare a contare in
giapponese, perché ogni mattina c’era il tenko, l’appello e l’ispezione
durante i quali gli uomini dovevano contare a voce alta. Per servirsi del
benjo, la latrina, doveva chiedere in giapponese: «Benjo kudasai» e
contemporaneamente inchinarsi. Non gli sarebbe stata fornita una tazza,
per cui, se avesse avuto sete, avrebbe dovuto chiedere alla guardia di
scortarlo fino al lavandino. C’erano regole per ogni dettaglio della vita, dal
modo in cui piegare le coperte a come abbottonare gli indumenti, ognuna
delle quali studiata per rafforzare il senso di isolamento e l’obbedienza
totale. La minima violazione comportava percosse.
Su una cosa i giapponesi erano estremamente chiari: in quel luogo segreto
loro potevano fare, e facevano, tutto ciò che volevano ai prigionieri.
Nessuno l’avrebbe mai saputo. Sottolineavano il fatto di non poter
garantire agli internati che sarebbero sopravvissuti a Ofuna. «Qui possono
ucciderti» venne informato Louie. «Nessuno sa che sei vivo.»
A sera Zamperini venne fatto entrare in una cella minuscola all’interno di
una baracca. Sul pavimento c’era il sottile tatami che sarebbe stato il suo
letto e tre lenzuola di carta. La cella aveva una piccola finestra, che però
era priva di vetro e lasciava entrare il vento. Le pareti erano fragili, le assi
del pavimento irregolari e spaziate, il soffitto in carta catramata. Si era a
metà settembre, ma l’inverno si avvicinava e Louie sarebbe vissuto in un
edificio che, per usare le parole di un altro prigioniero, era poco più di un
paravento.
Zamperini si raggomitolò sotto le lenzuola di carta. C’erano decine di
uomini nelle celle vicine, ma nessuno emetteva un suono. Phil era
all’estremità opposta del corridoio e, per la prima volta da mesi, Louie non
lo aveva vicino. In quella conigliera di uomini prigionieri, era solo.
Ogni giornata iniziava alle sei: il suono di una campana, una guardia che
gridava, i prigionieri che correvano fuori per il tenko. Louie si schierava
con i compagni scarni e malconci. Le guardie non li perdevano mai di vista
e, armati di manganelli, mazze da baseball e fucile a tracolla con la
baionetta innestata, assumevano pose minacciose e urlavano ordini
incomprensibili. I prigionieri venivano quindi costretti a una frenetica
routine: la conta, l’inchino all’imperatore Hirohito, la corsa ai lavandini e
al benjo, un’altra corsa per tornare nel cortile dell’appello cinque minuti
dopo. Poi di nuovo alle baracche, dove le guardie frugavano con il fucile
tra gli effetti personali dei prigionieri a caccia di generi di contrabbando,
lenzuola mal piegate, bottoni non allineati. Qualsiasi cosa che potesse
giustificare un pestaggio.
La colazione veniva servita da prigionieri che distribuivano ciotole di
fetida brodaglia acquosa, che ognuno mangiava da solo nella propria cella.
Poi gli internati venivano suddivisi a coppie, muniti di grumi di corda
bagnata e costretti a piegarsi in due, posare la corda a terra e lavare di
corsa il pavimento del corridoio della baracca, lungo quarantacinque metri;
a volte dovevano procedere camminando ondeggianti come papere,
continuamente colpiti dalle guardie alle loro spalle. Di nuovo all’esterno,
le guardie facevano correre i prigionieri in cerchio o li costringevano a
esercizi di ginnastica, spesso fino a farli crollare a terra. Terminati gli
esercizi, gli uomini dovevano restare seduti all’aperto, con qualsiasi
tempo. Il silenzio veniva rotto solo dalle urla che arrivavano dalla stanza
degli interrogatori.
7

A punteggiare il trascorrere dei giorni c’erano i pestaggi. I prigionieri


venivano picchiati perché avevano incrociato le braccia, perché si erano
spogliati per fare asciugare le piaghe, perché si erano lavati i denti, perché
avevano parlato nel sonno. Ma soprattutto venivano pestati perché non
capivano gli ordini, impartiti quasi sempre in giapponese. Per la presunta
infrazione di un solo prigioniero, decine di uomini venivano disposti in fila
e colpiti violentemente alle ginocchia. Una delle punizioni preferite
consisteva nel costringere la vittima a restare, a volte per ore, nella
«posizione Ofuna», una posizione difficile e dolorosa con le ginocchia
semipiegate e le braccia tese verso l’alto. Chi cadeva o abbassava le
braccia, veniva colpito con il manganello e preso a calci. I prigionieri che
tentavano di aiutare i compagni sfortunati venivano picchiati a loro volta,
di solito con molta più violenza, di conseguenza le vittime venivano
lasciate a se stesse. Qualsiasi tentativo di autodifesa – ritrarsi, proteggersi
il viso – provocava maggiore violenza. «La mia missione» ricorderà il
prigioniero Glenn McConnell «consisteva nel mantenermi il naso sulla
faccia e nell’evitare di farmi smembrare.»
8

Scrisse che i pestaggi «erano di una tale intensità che molti di noi si
chiedevano se sarebbero vissuti per vedere la fine della guerra».
9

La sera, di nuovo in cella, Louie aspettava la cena, che consumava da solo


al buio. Poi se ne restava a sedere. Non gli era permesso parlare, fischiare,
cantare, picchiettare con le dita, leggere o guardare dalla finestra. Poi c’era
un’altra ispezione, un altro discorso incomprensibile e infine la pausa
irrequieta della notte scandita dai passi cadenzati delle guardie, prima che
una nuova alba portasse altre urla, altre corse e altri colpi di manganello.
A Ofuna, come nella miriade di campi per prigionieri di guerra sparsi in
tutto il Giappone e nei territori occupati, gli uomini impiegati come
guardie erano gli scarti delle forze armate nipponiche. Molti erano stati
espulsi dalla normale vita militare, troppo inadeguati perfino per il
normale servizio standard. Parecchi erano chiaramente squilibrati.
Secondo i prigionieri, erano due le caratteristiche comuni a quasi tutte le
guardie di Ofuna. La prima era una notevole stupidità. La seconda un
sadismo omicida.
Nelle forze armate giapponesi dell’epoca, le punizioni corporali erano una
pratica di routine. «Il ferro va battuto finché è caldo; i soldati devono
essere picchiati quando sono ancora freschi»
10

si diceva tra i militari. «Non si creano soldati forti senza botte»


11

recitava un altro adagio. Per tutti i soldati giapponesi, specialmente i non


graduati, le percosse erano ineludibili, spesso un fatto quotidiano. Non
sorprende quindi che le guardie del campo, al livello più basso di una
struttura militare che approvava la brutalità, sfogassero le loro frustrazioni
sugli uomini indifesi sottoposti alla loro autorità. Gli storici giapponesi
definiscono il fenomeno «transfert dell’oppressione».
12

Questa tendenza era potentemente rafforzata da due opinioni comuni nella


società nipponica di quei tempi. La prima sosteneva che i giapponesi
fossero razzialmente e moralmente superiori ai non giapponesi: un popolo
«puro» destinato dagli dèi a dominare gli altri. Esattamente come i soldati
alleati e le culture da cui provenivano avevano spesso un’immagine
violentemente razzista dei giapponesi, i militari e i civili giapponesi,
intensamente indottrinati dalla propaganda governativa, di solito nutrivano
caustici pregiudizi nei confronti dei loro nemici, che vedevano come bestie
brutali e subumane, o terribili «diavoli anglosassoni». Questo razzismo, e
l’odio e la paura che il razzismo fomentava, di certo accelerarono gli abusi
sui prigionieri alleati.
13

Nella militarizzata società giapponese, fin dalla prima infanzia a tutti i


cittadini veniva implacabilmente impresso il concetto che essere fatti
prigionieri in guerra era un fatto intollerabile e vergognoso.
14

Nel 1941 il Codice militare di guerra giapponese spiegava con chiarezza


cosa ci si aspettava da chiunque stesse per essere catturato dal nemico:
«Abbiate innanzitutto riguardo per la vostra famiglia. Piuttosto che vivere
e sopportare la vergogna della cattura, il soldato deve morire, evitando di
lasciare un nome disonorato».
15
Come risultato, praticamente ogni soldato giapponese combatteva fino
alla morte, anche nel caso di battaglie ormai perse. Per ogni soldato alleato
ucciso, quattro vennero fatti prigionieri; ogni centoventi militari
giapponesi uccisi, solo uno venne catturato. In occasione di alcune
battaglie di cui si profilava la sconfitta, si verificarono casi di suicidi di
massa di soldati nipponici per evitare la cattura. I pochi che venivano fatti
prigionieri fornivano a volte nomi falsi, convinti che le loro famiglie
avrebbero preferito crederli morti. Il radicamento profondo del concetto in
questione trovò conferma nel campo australiano di Cowra nel 1944,
quando centinaia di prigionieri di guerra giapponesi si lanciarono contro le
mitragliatrici del campo e incendiarono i loro alloggi in un tentativo di
suicidio di massa passato alla storia come «la notte dei mille suicidi».
16

Il disprezzo e il disgusto che la maggior parte dei giapponesi provava per


chi si arrendeva o veniva catturato si estendevano ai militari alleati. Fu
questo atteggiamento mentale che determinò un’atmosfera in cui l’abuso,
la schiavizzazione e addirittura l’omicidio di un recluso o di un prigioniero
di guerra erano considerati accettabili, o addirittura auspicabili.
Alcune guardie, intossicate dal loro potere assoluto e indottrinate nel
razzismo e nel disprezzo nei confronti dei prigionieri di guerra, passarono
con facilità al sadismo. Ma è possibile che anche i meno inclini ad
accettare i pregiudizi della loro cultura siano stati comunque vulnerabili al
richiamo della brutalità. Essere responsabili della detenzione di altri
uomini è sicuramente un’esperienza in qualche modo destabilizzante,
specie se si ha il compito di negare ai prigionieri le necessità più basilari.
Forse alcune guardie costringevano i prigionieri a vivere in condizioni
disumanizzanti solo per potersi tranquillizzare nella convinzione che
stavano semplicemente trattando delle bestie odiose come si meritavano.
Paradossalmente, quindi, è possibile che alcuni dei peggiori abusi inflitti ai
prigionieri di guerra siano stati determinati dal disagio che le stesse
guardie provavano nel doverli commettere.
Scrivendo della propria infanzia in schiavitù, Frederick Douglass raccontò
di essere stato comprato da un uomo la cui moglie era una donna di buon
cuore che non aveva mai posseduto schiavi. «Il suo viso era fatto di sorrisi
celestiali e la sua voce di musica serena» scrisse Douglass. La donna
riversava su di lui un affetto materno, arrivando addirittura a dargli lezioni
di lettura, fatto inaudito in una società schiavista. Ma dopo che il marito le
ebbe ordinato di trattare il ragazzo da schiavo qual era, la donna si
trasformò in un «demonio» malvagio. Quella donna, come le guardie di
Ofuna più di un secolo dopo, aveva ceduto a ciò che Douglass definì «il
fatale veleno del potere irresponsabile».
17

Tra tutte le guardie spietate e sadiche che perseguitavano i prigionieri di


Ofuna, Sueharu Kitamura era la peggiore. Nella vita civile, secondo
resoconti diversi, era stato o un venditore di sake o uno sceneggiatore
cinematografico. A Ofuna era l’ufficiale medico. Affascinato dalla
sofferenza, costringeva i prigionieri malati o feriti a presentarsi da lui per
le «cure», poi li torturava e li mutilava, interrogandoli sul dolore che
provavano, le labbra piegate in un sorriso viscido. Noto come il Macellaio
e il Medicastro, Kitamura era il più fervente istigatore dei pestaggi di
Ofuna. Massiccio e con un fisico che ricordava quello di un bisonte,
picchiava come un peso massimo. Nessun ufficiale era più odiato e temuto
di lui.
18

Sebbene sottoposte a enormi pressioni per conformarsi a una cultura di


brutalità, alcune guardie si rifiutarono di prendere parte alle violenze. In
un’occasione, un prigioniero venne colpito con il manganello in modo così
selvaggio che di certo sarebbe morto. Nel corso dell’aggressione, la
guardia che lo stava pestando venne chiamata da un superiore e un suo
collega, noto come Hirose,
*

ricevette l’ordine di proseguire il pestaggio. Senza farsi vedere dalle altre


guardie, Hirose disse al prigioniero di urlare come se lo stessero
picchiando, poi procedette a colpire il pavimento con il manganello. I due
recitarono le rispettive parti fino a dare l’impressione che il «pestaggio»
fosse sufficiente. A parere del prigioniero, Hirose probabilmente gli salvò
la vita.
19

Ciò che fece Hirose richiedeva coraggio. Ovunque in Giappone,


dimostrare solidarietà o comprensione nei confronti di detenuti o
prigionieri di guerra era un tabù. Una volta una bambina, che viveva vicino
al campo di prigionia di Zentsuji, espresse pietà per gli internati e il suo
commento si trasformò in uno scandalo nazionale.
20

Il personale dei campi sorpreso a cercare di migliorare le condizioni dei


prigionieri di guerra, o anche solo a esprimere compassione, veniva
percosso dai superiori. «A quel tempo l’opinione generale nei confronti dei
prigionieri di guerra era pessima» scrisse Yukichi Kano, un soldato
semplice di un altro campo, molto benvoluto dagli internati che cercava di
aiutare. «C’era sempre il rischio di essere fraintesi da altri giapponesi, se si
dava un’interpretazione umana dei nostri doveri. Resistere ai sentimenti
ostili, ai pregiudizi e all’ignoranza non era molto facile per un soldato
semplice come me.»
21

A Ofuna le guardie che dimostravano umanità avevano un prezzo da


pagare. Un ufficiale, informato che una guardia era stata indulgente con i
prigionieri, aggredì il colpevole con la spada.
22

Durante il tragitto serale dal lavoro in cucina alla sua cella, un prigioniero
vedeva regolarmente aggredire da un gruppo di colleghi la guardia che si
rifiutava di pestare gli internati.
A Ofuna i prigionieri non venivano soltanto picchiati, ma anche lasciati
morire di fame. I tre pasti quotidiani di solito consistevano in una ciotola
di brodo con un po’ di verdure e una seconda ciotola, o mezza ciotola, di
riso rancido, a volte con orzo. Il cibo era quasi privo di proteine ed
enormemente carente in termini di valore nutritivo e calorie. Era politica
del campo fornire ai prigionieri sospettati di trattenere informazioni razioni
di cibo ridotte e/o avariate. A volte venivano ridotte le razioni di tutti i
prigionieri per punire la reticenza di uno soltanto di loro. Il cibo era
infestato da escrementi di topi, vermi e talmente tanta sabbia e terriccio
che i denti di Louie cominciarono ben presto a scheggiarsi e spezzarsi. Gli
uomini chiamavano le razioni «merda totale».
23

L’assunzione calorica estremamente bassa e il cibo malsano, unitamente


agli esercizi ginnici forzati, ponevano in grave pericolo la vita degli
internati. «Stavamo morendo» scrisse il prigioniero Jean Balch «con circa
cinquecento calorie al giorno.»
24

Lo scorbuto era comune. I parassiti e gli agenti patogeni nel cibo


rendevano la diarrea quasi onnipresente. Ma la malattia più temuta era il
beriberi, provocato dalla mancanza di tiamina e potenzialmente mortale.
Esistevano due forme di beriberi, che potevano colpire
contemporaneamente. Il beriberi «umido» attaccava il cuore e il sistema
circolatorio, provocando notevoli edemi, cioè gonfiori, nelle estremità; se
non curato, era spesso fatale. Il beriberi «secco» attaccava il sistema
nervoso, provocando confusione, ottenebramento, passo incerto e paralisi.
Quando le vittime del beriberi umido premevano con le dita sugli arti
gonfi, nella carne restavano a lungo profondi avvallamenti, cosa che dava
l’inquietante impressione che le ossa si fossero ammorbidite. In alcuni casi
il beriberi umido provocava il rigonfiamento dello scroto. C’erano
prigionieri con testicoli grossi quanto pagnotte.
25

Nel teatro della crudeltà di Ofuna, la sopravvivenza era una questione


aperta e le morti erano frequenti. Per Louie, Phil e gli altri prigionieri,
l’unica speranza era essere liberati dagli Alleati, ma tale prospettiva
comportava anche un tremendo pericolo.
Nell’autunno del 1942, quando gli americani attaccarono le navi
giapponesi al largo di Tarawa nelle isole Gilbert, i giapponesi decapitarono
ventidue prigionieri di guerra detenuti sull’isola.
26

Un analogo orrore ebbe luogo a Ballale, un’isola delle Shortland occupate


dai giapponesi, dove i prigionieri di guerra britannici venivano usati come
schiavi per la costruzione di un campo d’aviazione. Stando a un ufficiale
nipponico, nella primavera del 1943, quando sembrò che gli americani
stessero per sbarcare a Ballale, le autorità diramarono una direttiva
secondo la quale in caso di invasione i prigionieri di guerra dovevano
essere uccisi. Non ci fu alcuno sbarco americano, ma per reazione a un
bombardamento alleato i giapponesi giustiziarono comunque tutti i
prigionieri di guerra, dai settanta ai cento uomini.
27

Qualche settimana dopo l’arrivo di Louie a Ofuna, un gruppo di navi e


portaerei statunitensi cominciò a bombardare e cannoneggiare l’atollo di
Wake, dove gli americani catturati durante l’invasione giapponese
venivano ancora utilizzati come schiavi. Credendo erroneamente che lo
sbarco nemico fosse ormai imminente, il comandante giapponese fece
bendare e legare i prigionieri, che vennero fucilati e buttati in una fossa.
Uno di loro riuscì a fuggire. Venne catturato tre settimane dopo e fu il
comandante in persona a decapitarlo.
28

L’unica traccia lasciata dalle vittime venne trovata anni dopo. Nella
laguna dell’atollo, su un pezzo di corallo, uno dei prigionieri aveva inciso
un messaggio:
98
US
P.W. [prigionieri di guerra]
5-10-43
Gli omicidi di Wake furono la prima applicazione di quella che sarebbe
stata definita la regola dell’«uccidere tutti». La politica giapponese
imponeva che i comandanti dei campi non potessero, in nessuna
circostanza, consentire alle forze alleate di liberare i prigionieri di guerra.
29

Se le avanzate alleate rendevano in qualche modo ipotizzabile la cosa, i


prigionieri dovevano essere giustiziati. «Se esiste un qualsiasi timore che i
prigionieri di guerra possano essere liberati a causa della marea della
battaglia a noi contraria» diceva un ordine del maggio 1944 rivolto a tutti i
comandanti dei campi «devono essere prese misure decisive per non
restituire un solo prigioniero di guerra.»
30

In quell’agosto il ministero della Guerra giapponese chiarì ulteriormente la


direttiva ai comandanti dei campi:
Qualora la situazione diventi urgente è estremamente importante che i
prigionieri di guerra vengano concentrati e confinati nelle attuali strutture e
che, sotto massiccia sorveglianza, si dia luogo ai preparativi per
l’eliminazione finale ... Che vengano eliminati individualmente o in
gruppo e in qualsiasi modo ciò venga fatto – con bombe, esalazioni
venefiche, veleno, annegamento, decapitazione ecc. – l’importante è che
vengano eliminati così come impone la situazione ... In ogni caso lo scopo
è impedire la fuga anche di un solo individuo, sterminarli tutti e non
lasciare alcuna traccia.
Mentre gli Alleati combattendo si aprivano la strada verso il Giappone, sui
prigionieri di Ofuna e degli altri campi incombeva la concreta minaccia
che quei successi determinassero l’applicazione della politica
dell’«uccidere tutti». Anche se nessuno degli internati era a conoscenza dei
casi in cui tale ordine era già stato eseguito, le guardie di Ofuna erano state
ben liete di informarli di quella direttiva. Come ogni altro prigioniero,
Louie sapeva che quasi tutti i loro aguzzini sarebbero stati felici di metterla
in pratica.
*

Probabilmente il tenente Hiroetsu Narushima.


XX
Un peto per Hirohito
All’inizio ci furono soltanto silenzio e isolamento. Di notte, tutto ciò che
Louie poteva vedere erano le pareti, le strisce di terra tra le assi del
pavimento e le proprie gambe, sottili come canne. Le guardie
camminavano a passi pesanti lungo i corridoi e ogni tanto facevano uscire
qualcuno dalla cella per picchiarlo. C’erano altri prigionieri nelle celle
accanto a quella di Zamperini, ma nessuno parlava. Con la luce del giorno,
Louie si ritrovava di colpo tra i compagni, spintonato all’esterno e
costretto a correre in cerchio; con gli occhi puntati ubbidientemente a terra
e la bocca ubbidientemente chiusa, era comunque solo. L’unica
interruzione in quella tetra routine era rappresentata da una sorridente
guardia alla quale piaceva percorrere il corridoio della baracca, fermarsi
davanti a ogni cella, sollevare una gamba ed esplodere un peto puzzolente
in direzione del prigioniero. Non riuscì mai a produrre abbastanza peti da
completare l’intero blocco di celle.
1

Con occhiate rubate, cenni del capo e parole sussurrate, Louie arrivò a
decifrare le costellazioni di Ofuna. La sua baracca era occupata da
prigionieri arrivati da poco, per lo più americani sopravvissuti a incidenti
aerei o navali. In fondo al corridoio erano rinchiusi due emaciati ufficiali
della marina statunitense, i militari di grado più elevato tra i prigionieri
alleati. Quello di grado più alto era il comandante Arthur Maher, il quale
era sopravvissuto all’affondamento della sua nave, la Houston, nello
stretto di Sunda in Indonesia.
2

Aveva raggiunto Giava a nuoto e si era rifugiato sulle montagne, dove era
stato catturato. Secondo per grado era il trentacinquenne comandante John
Fitzgerald, caduto nelle mani dei giapponesi dopo che aveva
deliberatamente fatto affondare il Grenadier, il suo sottomarino colpito
dalle bombe e già in fiamme.
3

I giapponesi avevano cercato invano di estorcergli informazioni con la


tortura, colpendolo con il manganello, piantandogli la punta di un coltello
sotto le unghie, strappandogli le unghie e sottoponendolo alla «cura
dell’acqua». Piegandogli la testa all’indietro, gli tappavano la bocca e gli
versavano acqua nel naso finché non perdeva i sensi. Sia Maher che
Fitzgerald parlavano giapponese e svolgevano la funzione di soli interpreti
residenti nel campo. Tutti i prigionieri, quale che fosse la loro nazionalità,
facevano riferimento a loro.
Un giorno, durante gli esercizi fisici obbligatori, Louie si ritrovò accanto a
William Harris, un ufficiale dei marines venticinquenne, figlio del
generale dei marines Field Harris.
4

Alto e dignitoso, con un viso scolpito in linee dure e decise, Harris era
stato catturato alla resa di Corregidor nel maggio del 1942. Insieme a un
altro americano
*

era riuscito a fuggire e si era lanciato in una traversata a nuoto di otto ore
e mezzo nella baia di Manila, scalciando nel buio sotto un temporale per
allontanare i pesci che lo mordevano. Aveva toccato terra nella penisola di
Bataan, occupata dai giapponesi, e si era diretto verso la Cina, arrancando
attraverso giungle, scalando montagne, navigando su barche fornite da
compassionevoli filippini, chiedendo passaggi su asinelli e sopravvivendo
nutrendosi di formiche. Si era unito a un gruppo di partigiani filippini, ma
quando aveva saputo dello sbarco americano a Guadalcanal, il marine
dentro di lui si era fatto sentire. Tentando di raggiungere l’Australia in
barca nella speranza di riunirsi alla sua unità, era arrivato fino all’isola
indonesiana di Morotai e lì il suo viaggio era finito. I civili lo avevano
consegnato ai giapponesi, i quali avevano scoperto che era figlio di un
generale e l’avevano mandato a Ofuna. E anche là la sua idea fissa era la
fuga.
La baracca di Louie a Ofuna.
La finestra della sua cella era la terza da destra.
(Frank Tinker)
Louie e Harris stavano sempre insieme, faticando nella ginnastica forzata,
sopportando le percosse delle guardie e, soprattutto, sussurrando. Un fatto
curioso riguardante Harris è che, pur essendo certamente alto – un metro e
ottantacinque circa, a detta di sua figlia –, tutti, Zamperini compreso, lo
ricordano come un gigante: due metri in base a una testimonianza, due
metri e dieci in base a un’altra. In senso figurato Harris era effettivamente
un gigante e, con ogni probabilità, un genio. Coltissimo, padroneggiava
numerose lingue, compreso il giapponese, e aveva una memoria
fotografica perfetta.
5

Con un’unica occhiata, era in grado di memorizzare un enorme volume di


informazioni, che avrebbe ricordato per anni. A Ofuna questa caratteristica
sarebbe stata una benedizione, ma anche una terribile maledizione.
Jimmie Sasaki effettuava frequenti visite a Ofuna e gli piaceva convocare
Louie nel suo ufficio. Tra prigionieri straccioni e guardie in uniformi
sciatte, Sasaki era un autentico spettacolo, vestito come una star del
cinema e con i capelli lisciati all’indietro con la scriminatura al centro,
come Howard Hughes. I prigionieri lo chiamavano «Harry il Bello». Louie
si aspettava sempre un vero interrogatorio, che però non arrivò mai. Sasaki
voleva soltanto rievocare con lui i giorni all’USC e vantarsi
dell’imminente vittoria giapponese. Sapeva che Louie aveva mentito
durante gli interrogatori a Kwajalein, ma non cercò mai di arrivare alla
verità. Zamperini non riusciva a capire. Tutti gli altri prigionieri venivano
torchiati, per lo meno all’inizio, ma nessuno faceva il minimo sforzo per
interrogare lui. Sospettava che Sasaki si servisse della propria influenza
per proteggerlo.
6
William Harris. (Per gentile concessione di Katherine H. Meares)
Ofuna aveva un altro interessante residente. Gaga era un’anatra che
abitava in una vasca antincendio, dove nuotava con una zampetta rotta che
un prigioniero le aveva sistemato con una piccola stecca. Seguiva ovunque
i prigionieri come un cucciolo, zoppicando dentro e fuori la cucina dove, a
quanto pare, i lavoranti le davano da mangiare. Ogni mattina al tenko,
Gaga zoppicava fino al piazzale dell’adunata e si schierava con gli uomini;
uno dei prigionieri in seguito giurerà che, quando tutti si inchinavano
all’imperatore, si inchinava anche lei.
7

In un luogo così disperato, quel simpatico volatile era amatissimo. Per i


prigionieri, scrisse un sopravvissuto di Ofuna, «Pappy» Boyington, Gaga
era la creatura che regalava un momento di riposo al cervello tormentato,
tra una preghiera e la domanda se qualcuno li avrebbe mai liberati.
8

Louie incrociava raramente Phil, la cui cella era in fondo al corridoio. Il


pilota sembrava sopportare Ofuna relativamente bene, ma era comunque
fragile e debilitato e negli occhi aveva un’espressione vuota e distante.
Durante l’attività fisica obbligatoria, non era abbastanza in forze per
correre e così, insieme a pochi altri, veniva separato dal gruppo e costretto
a esercizi ginnici.
9

Una volta i due amici riuscirono ad affiancarsi nel cortile e Phil finalmente
parlò del disastro aereo. Pieno di angoscia, confessò di sentirsi
responsabile della morte dei suoi uomini. Louie lo rassicurò che non era
stata colpa sua, ma Phil non si lasciò convincere.
«Non volerò mai più» dichiarò.
10
Con il tempo Louie scoprì che a Ofuna sia il silenzio forzato che la
sottomissione dei prigionieri erano solo illusioni. Sotto la quiete apparente
c’era un mondo sotterraneo di sfida.
Cominciava con sussurri furtivi e obliqui. Le guardie non potevano essere
dappertutto e, non appena un’area restava priva di sorveglianza, i
prigionieri si lanciavano in borbottii furtivi. Scribacchiavano appunti su
pezzetti di carta igienica e si lasciavano i messaggi nel benjo. Una volta,
ottenuto il permesso di parlare a voce alta per tradurre gli ordini, il
comandante Maher istruì un altro prigioniero su varie tecniche di furto,
proprio davanti alle ignare guardie.
11

I prigionieri più arditi si avvicinavano alle guardie, le fissavano negli


occhi e, parlando in inglese, formulavano una frase in tono interrogativo.
Confusi, i giapponesi pensavano che gli si stesse rivolgendo una domanda,
mentre in realtà gli uomini stavano parlando tra loro.
Quando non era possibile usare le parole, ci si serviva del codice Morse.
Di notte, nei brevi intervalli in cui le guardie uscivano dalla baracca, tutti
cominciavano a picchiettare. All’aperto gli uomini mormoravano in
codice, usando «tit» per dot, «punto», e «da» per dash, «linea», due parole
che potevano essere pronunciate senza muovere le labbra.
12

Louie usava anche le mani per comunicare in codice, nascondendole alle


guardie. La maggior parte delle conversazioni verteva su temi banali –
Zamperini sarà ricordato per la descrizione dei piatti cucinati da sua madre
– ma il contenuto non aveva importanza.
13

Il trionfo stava nella sovversione.


Louie imparò presto una regola vitale della conversazione: non usare mai
il vero nome di una guardia. Le guardie che scoprivano di essere oggetto di
discussioni reagivano spesso con pestaggi selvaggi, per cui i prigionieri
inventarono tutta una serie di soprannomi. Il silenzioso, lento comandante
del campo era la Mummia. Tra i soprannomi delle guardie figuravano
Merda d’Uccello, Faccia di Flangia, il Furbastro, Labbro di Fegato,
Grassone e Termite. Una guardia particolarmente ripugnante era nota
come Testa di Merda.
14
La sfida assumeva forme diverse, aveva quasi una vita propria. Gli uomini
sorridevano e si rivolgevano alle guardie in tono cordiale, ma con insulti
così feroci da fare drizzare i capelli.
15

Un prigioniero convinse una guardia particolarmente ottusa che,


accendendo un fiammifero, lo si poteva utilizzare come meridiana anche di
notte.
16

Un’odorosa iniziativa di grande successo consisteva nel trattenere i gas


intestinali, potentissimi ed esplosivi in virtù della dissenteria cronica, fino
al tenko. Quando ricevevano l’ordine di inchinarsi all’imperatore, i
prigionieri si piegavano in due e all’unisono liberavano tuoni in onore di
Hirohito.
17

Louie praticava un ulteriore atto di ribellione privato. Un suo compagno,


rilegatore di libri nella vita civile, gli regalò un minuscolo quadernetto che
aveva ricavato cucendo pagine ricavate da pasta di riso appiattita.
Zamperini trovò, o rubò, una matita e cominciò a tenere un diario.
18

Registrò tutto quello che gli era successo dopo il disastro aereo e poi
continuò con la vita nel campo. Nelle pagine centrali del quaderno scrisse,
in grossi caratteri a stampatello, nomi e indirizzi di parenti di altri
prigionieri per dare l’impressione che si trattasse di un’innocua rubrica.
Scriveva le sue annotazioni in un leggero corsivo nelle ultime pagine del
quadernetto capovolto, dove forse sarebbero passate inosservate, e teneva
nascosto il diario sotto un’asse del pavimento della cella. Dato che le
ispezioni erano quotidiane, la scoperta del diario era molto probabile e
questo avrebbe comportato un pestaggio. Ma quella piccola
autoaffermazione significava molto per Louie. Sapeva che avrebbe potuto
morire a Ofuna. Voleva lasciare una testimonianza di ciò che aveva
sopportato, e della persona che era stato.
Dopo il cibo, la cosa che tutti desideravano maggiormente erano notizie
sulla guerra. I giapponesi sigillavano i campi dalle informazioni esterne e
si impegnavano molto per convincere i prigionieri della sicura sconfitta
alleata, inizialmente vantandosi a gran voce delle loro vittorie e in seguito,
quando le vittorie cessarono, inventandosi storie di sconfitte alleate e di
imprese giapponesi ridicolmente incredibili. Una volta annunciarono che
le loro forze armate avevano sparato ad Abraham Lincoln e colpito con
siluri Washington, D.C.
19

«Non riuscivano a capire perché ridessimo» disse un prigioniero. Gli


ufficiali di Ofuna non avevano idea che, nonostante tutti i loro sforzi, gli
internati avessero trovato vari modi per seguire l’andamento della guerra.
I nuovi arrivati erano una costante fonte di informazioni e, non appena
giunti nel campo, venivano spremuti dai compagni; le notizie venivano poi
trasmesse in Morse da una cella all’altra in tutti i blocchi nel giro di pochi
minuti. I giornali si vedevano raramente, ma quando ne compariva uno,
rubarlo diventava un’ossessione collettiva. A volte le razioni venivano
consegnate al campo incartate in fogli di quotidiani, che i due aiutanti di
cucina, Al Mead ed Ernest Duva, facevano sparire rapidamente. Gli
internati più coraggiosi riuscivano addirittura a sottrarre i giornali dalla
stanza degli interrogatori dove venivano portati per essere torchiati.
20

Una volta rubati, i giornali seguivano complessi itinerari segreti, passando


di mano in mano fino ad arrivare ai traduttori, Harris, Fitzgerald e Maher.
Mentre venivano effettuate le traduzioni, c’erano prigionieri che facevano
le sentinelle, fingendo di allacciarsi le scarpe o di sistemarsi la cintura; se
una guardia si avvicinava, veniva dato l’allarme e i quotidiani sparivano.
Presto comunque arrivavano al loro utilizzo finale: in un campo con molta
dissenteria e poca carta igienica, i quotidiani erano preziosi.
In un nascondiglio all’interno della sua cella, Harris conservava gli attrezzi
del suo mestiere clandestino di traduttore. A un certo punto del suo
soggiorno a Ofuna, aveva recuperato dai rifiuti, o rubato, pezzi di cavo e
spago, strisce di cartone, pezzi di carta e una matita. Il cartone era stato
ritagliato da un pacco per prigionieri di guerra della Croce Rossa canadese;
dato che la Croce Rossa non era a conoscenza dell’esistenza di Ofuna, il
pacco probabilmente era arrivato da un altro campo per mano dei
giapponesi, i quali di solito si appropriavano del contenuto per uso
personale. Tagliando o strappando la carta per ricavarne foglietti, Harris
aveva usato il cavetto e lo spago per rilegare due quaderni, cucendo poi il
cartone come copertina.
Nel primo Harris aveva riportato gli indirizzi dei compagni di prigionia,
Louie compreso. Nell’altro aveva cominciato a creare un elaborato
dizionario giapponese-inglese. Aveva scritto frasi in giapponese e inglese
– «Vorrei mangiare il melone», «Non vuole acquistare un pianoforte?» –
seguite da annotazioni sul corretto uso di periodi, verbi e tempi. Altre
pagine erano dedicate a un ampio elenco di traduzioni di termini militari,
come «aerosilurante», «carro armato», «bombardiere», «cannone
antiaereo» e «prigioniero». Creando quel dizionario, forse Harris aveva in
mente qualcosa di più della traduzione di documenti rubati; nel caso fosse
mai riuscito a fuggire da Ofuna, la conoscenza della traduzione giapponese
di parole come «bussola», «costa» e «terraferma» poteva essere cruciale.
Oltre ai suoi due quaderni, Harris possedeva anche una collezione di carte
militari tracciate a mano; aveva visto le mappe originali su giornali rubati,
le aveva memorizzate e infine riprodotte. Conservava tutto questo
materiale, più un ritaglio di giornale, in un sacchetto che teneva
accuratamente nascosto alle guardie.
Grazie al lavoro di ladri e traduttori, la maggior parte dei prigionieri era
abbastanza informata sui progressi della guerra da scommettere tra di loro
su quando sarebbe finita. Sapere che gli Alleati stavano vincendo era
immensamente incoraggiante e consentiva di andare avanti e resistere
ancora un po’. Qualsiasi forma di resistenza era pericolosa, ma tramite atti
del genere la dignità veniva preservata e, attraverso la dignità, la vita
stessa. Tutti sapevano quali sarebbero state le conseguenze se uno di loro
fosse stato sorpreso a rubare i giornali o a nascondere oggetti incriminanti
come le mappe e il dizionario di Harris. In quei giorni sembrava valesse la
pena correre il rischio.
Con l’autunno arrivò la neve, che entrava nelle celle attraverso le grandi
fessure nelle pareti.
21

La mattina, durante il lavaggio del pavimento del corridoio, l’acqua


gelava. Quasi tutti i prigionieri si ammalarono. Louie, che indossava
ancora gli indumenti che aveva addosso al momento del disastro aereo,
venne colpito da una tosse sinistra.
22

Costretti a restare all’aperto per tutto il giorno, gli uomini si stringevano


in gruppi numerosi e si scambiavano lentamente di posto, in modo che
ognuno di loro potesse passare un po’ di tempo al centro, dove faceva più
caldo.
Le razioni diminuirono. Le autorità centrali assegnavano scarsi quantitativi
di cibo a Ofuna, ma non era quello il problema maggiore. I prigionieri
addetti a scaricare i camion vedevano fagioli, verdure e altri prodotti
alimentari, che quasi mai comparivano nelle loro ciotole: gli ufficiali del
campo, compreso il comandante, rubavano. Il ladro più impudente era il
cuoco, un civile soprannominato Ricciolino. Ricciolino, in piena vista dei
prigionieri, passava il cibo destinato a loro al di sopra della recinzione e lo
consegnava a dei civili, oppure se lo caricava sulla sua bicicletta e partiva
pedalando per andare a venderlo al mercato nero, a prezzi astronomici. A
volte chiamava Louie, gli dava un pacco di cibo destinato ai prigionieri, gli
ordinava di andare alla recinzione e di passarlo a una certa donna, che in
cambio consegnava denaro. Secondo uno degli internati, era noto a tutti
che grazie a quei profitti Ricciolino si era comprato e arredato una casa.
Quei furti lasciavano Ofuna in uno stato di inedia. «Per dare un’idea di
quanta fame avessimo» scrisse il comandante Fitzgerald «basti pensare che
mi ci è voluto un tremendo sforzo di volontà per non mangiare l’ultimo
rimasuglio della mia ciotola di riso e usarlo invece per attaccare la foto di
mia moglie a un pezzo di compensato.»
23

Il comandante Maher chiese formalmente cibo più abbondante.


L’impertinenza venne punita riducendo ulteriormente le razioni e
intensificando l’attività fisica.
Alla ricerca di qualcosa che tenesse occupate le bocche affamate, i
prigionieri vennero presi dalla mania del fumo.
24

Venivano distribuite piccole quantità di tabacco puzzolente e Zamperini,


come quasi tutti i suoi compagni, riprese a fumare. Il vizio diventò una
vera e propria dipendenza. I pochi che non fumavano ricevevano
comunque le razioni di tabacco: erano ricchissimi. Un amico di Louie, un
anziano marinaio norvegese di nome Anton Minsaas, diventò così
dipendente dal fumo che cominciò a cedere cibo in cambio di tabacco.
Louie gli diceva di mangiare, ma Minsaas non si lasciava convincere.
Diventò ancora più magro.
Tutti nel campo erano magri, molti erano emaciati, ma i più macilenti
erano Louie e Phil. Le razioni erano ben lungi dall’essere sufficienti e
Louie era afflitto dalla dissenteria, non riusciva mai a scaldarsi ed era
scosso dalla tosse. Stringeva i denti durante la ginnastica, cercando di
impedire alle gambe di cedere. La notte ripiegava le sue lenzuola di carta
per crearsi una specie di tenda, ma serviva a ben poco; nelle celle prive di
riscaldamento e piene di correnti la temperatura era solo di qualche grado
più alta di quella gelida all’esterno. Quando gli ufficiali del campo
organizzarono una partita di baseball, Louie era battitore. Quando colpì la
palla, fece un passo e crollò a terra.
25

Mentre stava disteso scompostamente, sentì ridere.


Fu in quell’autunno che un giorno al campo arrivò il direttore di un
quotidiano giapponese. Aveva saputo che tra i prigionieri c’era un certo
Louis Zamperini. In Giappone l’atletica era molto popolare e le stelle
internazionali della corsa erano notissime. L’uomo aveva con sé un
fascicolo pieno di informazioni su Louie e lo mostrò alle guardie.
Le guardie rimasero affascinate dalla notizia che l’individuo malato ed
emaciato della prima baracca un tempo era stato un mezzofondista
olimpionico. Trovarono rapidamente un atleta giapponese e lo portarono al
campo per correre contro l’americano.
26

Trascinato fuori dalla cella e costretto a gareggiare, Zamperini fu battuto


clamorosamente e le guardie lo presero in giro senza pietà. Arrabbiato e
scosso, Louie era spaventato dalla propria debolezza, sempre più
accentuata. Nei campi sparsi in tutto il Giappone e nei territori occupati, i
prigionieri di guerra stavano morendo a migliaia, e l’inverno si stava
avvicinando.
Louie si rivolse a Sasaki per chiedere aiuto.
27

Dato che per sua stessa ammissione Sasaki era un pezzo grosso, per lui
doveva essere facile intervenire. Ma dopo avere blaterato su ciò che «noi»,
ovvero i giapponesi, avrebbero fatto, Sasaki non fece proprio nulla. Il
massimo cui arrivò fu il regalo di un uovo e un mandarino, che Louie
divise con altri prigionieri. Zamperini cominciò a credere che Sasaki non
fosse suo amico e non lo stesse affatto proteggendo dagli interrogatori.
Adesso gli sembrava che i giapponesi semplicemente non fossero più
interessati a ciò che sapeva. L’avevano portato a Ofuna per ammorbidirlo
in vista di qualcos’altro, ma non aveva idea di cosa potesse essere.
Se Sasaki lo aveva deluso, i due aiutanti di cucina, Mead e Duva, lo
aiutarono concretamente, e con considerevole rischio personale.
28

Ogni giorno, quando percorrevano il corridoio della baracca per servire le


razioni, facevano una pallina con una piccola porzione extra di riso – a
volte era un pezzo di pesce –, aspettavano un momento di distrazione delle
guardie e lanciavano il cibo a Louie. Mead sussurrava la sua unica
richiesta: «Passane metà a Phil». Zamperini nascondeva metà del riso e,
nel cortile dell’adunata, si avvicinava a Phil e gliela faceva scivolare nella
mano.
In ottobre Anton Minsaas, che continuava a barattare cibo in cambio di
sigarette, crollò a terra durante gli esercizi di ginnastica. Le guardie si
avventarono su di lui, facendo volare i manganelli. Pochi giorni dopo
Minsaas si ammalò di beriberi e non fu più in grado di camminare, poi di
parlare. Le autorità del campo fecero intervenire un medico, che iniettò nel
prigioniero un fluido verde. Minsaas morì immediatamente.
29

A proposito di quel liquido verde, il prigioniero Johan Arthur Johansen


scrisse: «Noi ... eravamo convinti che si fosse trattato di un tentativo per
mettere fine alla sua vita».
*
30

Seduto nella sua cella, Louie tremava e pregava. Un marinaio norvegese,


Thorbjørn Christiansen, ebbe pietà di lui e gli fece un dono che
probabilmente gli salvò la vita. Frugando tra i suoi effetti personali, trovò
un cappotto e lo regalò a Louie, il quale ci si avvolse, tenne duro e sperò di
non finire come Minsaas.
31

Mentre il 1943 si avviava verso la fine, gli uomini di Ofuna ebbero un


piccolo assaggio di libertà. Ai prigionieri veterani, Louie compreso, venne
permesso di parlare tra loro quando si trovavano all’aperto. I nuovi
prigionieri al loro arrivo venivano posti in isolamento, con l’ordine di
tacere fino a quando gli interrogatori iniziali non fossero terminati. I
veterani cominciarono a ciondolare davanti alle finestre dei nuovi arrivati,
fingendo di parlare tra loro mentre in realtà interrogavano i neofiti.
Nelle prime settimane del 1944 Zamperini venne a sapere che un nuovo
arrivato, appena uscito dall’isolamento, lo stava cercando. Louie lo
rintracciò e scoprì che si trattava di un ragazzo dai capelli biondi e ondulati
originario di Burbank, non lontano da Torrance. Aveva perso una gamba e
il pantalone era ripiegato sopra il ginocchio. Si presentò come Fred
Garrett, pilota di B-24. Sembrava stupito di vedere Louie, che lo ascoltò
raccontare una storia notevole.
Prima di Natale, gli americani avevano attaccato con ondate di
bombardieri le basi giapponesi nelle isole Marshall. Nel corso di una di
queste missioni, l’aereo di Garrett era stato abbattuto sopra l’oceano e lui
si era ritrovato con una frattura scomposta della caviglia. Dopo essere
andato alla deriva per dieci ore a bordo di un canotto, era stato raccolto
dall’equipaggio di un rimorchiatore giapponese e portato su un’isola, dove
i soldati si erano divertiti a sferrare calci alla caviglia fratturata. In seguito
era stato trasferito in aereo su un’altra isola e buttato in un blocco di celle
dove erano rinchiusi altri diciannove aviatori americani. La caviglia,
infestata dai vermi, era andata in suppurazione e Garrett era stato colpito
da una febbre altissima. Gli era stato detto che avrebbe ricevuto cure
mediche solo se avesse svelato segreti militari. In caso contrario sarebbe
stato ucciso. Garrett aveva mentito nell’interrogatorio, e i giapponesi lo
sapevano.
Due giorni dopo Natale era stato legato, gli era stata praticata un’anestesia
spinale ed era stato costretto a guardare il soldato giapponese che gli
segava la gamba e poi gliela staccava con un colpo secco. Anche se
l’infezione era limitata alla caviglia, il giapponese aveva amputato tutta la
gamba perché così, aveva spiegato, Garrett non avrebbe più potuto pilotare
un aereo. Il prigioniero, in preda al delirio, era stato rigettato nella sua
cella. Il mattino dopo era stato caricato su un camion e portato via con altri
due compagni. Il viaggio era terminato a Ofuna. I diciassette americani che
erano rimasti indietro non sarebbero stati visti mai più.
Garrett poi spiegò a Louie come mai l’aveva cercato. Febbricitante e quasi
agonizzante nella sua cella sulla seconda isola, aveva alzato lo sguardo e
aveva visto i dieci nomi incisi sulla parete. Aveva chiesto in giro chi
fossero quegli uomini ed era venuto a sapere che i primi nove erano stati
giustiziati. Nessuno aveva saputo dirgli cosa fosse successo al decimo.
Garrett aveva passato molto tempo a riflettere su quell’ultimo nome sul
muro, forse pensando che, se era riuscito a sopravvivere, magari ce
l’avrebbe fatta anche lui. Quando era arrivato a Ofuna, aveva chiesto a tutti
se avevano sentito parlare di un certo Louis Zamperini. Garrett e
Zamperini, entrambi originari dell’area di Los Angeles, erano stati
rinchiusi nella stessa minuscola cella di Kwajalein, a quasi ottomila
chilometri da casa.
32

Quell’inverno, ciondolando nel cortile delle adunate, Louie e Harris fecero


amicizia con Frank Tinker, un pilota di bombardieri in picchiata nonché
cantante d’opera. Era arrivato a Ofuna da Kwajalein insieme a Garrett.
33
I tre passavano insieme la maggior parte del tempo che trascorrevano
all’aperto, seduti sulle panche e camminando lungo il perimetro del
complesso, distraendosi a vicenda con esercizi mentali dal gelo che faceva
battere i denti. Harris e Tinker stavano vivendo quella fase di scintillante
lucidità, innescata dalla denutrizione, che Louie aveva già sperimentato a
bordo del canotto.
34

Tinker fu in grado di parlare in norvegese dopo una sola settimana, grazie


alle lezioni dei suoi vicini di cella. Una volta vide Harris discutere con un
compagno di storia medioevale e della Magna Charta, un’altra volta lo
vide seduto mormorare tra sé, lo sguardo fisso sulle mani aperte come per
reggere un libro. Tinker gli chiese cosa stesse facendo e Harris gli rispose
che stava leggendo un testo che aveva studiato ad Annapolis molti anni
prima: riusciva a vedere il libro davanti a sé, come se le parole fossero
state scritte sulle dita allargate.
Con l’aiuto del cappotto di Christiansen, del riso di Duva e Mead e
dell’amicizia di Harris, Tinker e Garrett, Louie sopravvisse all’inverno.
Energizzato dalle calorie extra, rinforzò le gambe, sollevando e
abbassando le ginocchia mentre camminava nel campo. Le guardie
cominciarono a spronarlo perché corresse da solo lungo il perimetro del
complesso.
In primavera gli ufficiali di Ofuna fecero arrivare un civile al campo e
ordinarono a Zamperini di gareggiare contro di lui. Louie non voleva, ma
gli fu detto che se si fosse rifiutato tutti i prigionieri sarebbero stati puniti.
La corsa era di circa due chilometri e mezzo, in diversi giri intorno al
complesso. Louie non aveva alcuna intenzione di vincere e rimase dietro
l’avversario per la maggior parte della gara. Ma correndo si rese conto che
il corpo era talmente leggero da consentirgli di muoverlo con estrema
facilità. I compagni lo guardavano correre trattenendo il fiato. Con
l’avvicinarsi del traguardo, cominciarono ad applaudire e a tifare.
Louie guardò l’atleta giapponese che correva davanti a lui e capì di avere
dentro di sé la forza per superarlo. Sapeva cosa sarebbe successo se avesse
vinto, ma le grida dei compagni e l’accumulo di tanti mesi di umiliazioni
lo spinsero a una decisione. Allungò il passo, passò al comando e tagliò
per primo il traguardo. I prigionieri esultarono.
35
Louie non vide il manganello che calava verso la sua testa. Sentì
semplicemente che il mondo si capovolgeva e poi spariva. Riaprì gli occhi
e vide il cielo, incorniciato dai visi dei compagni. Ne era valsa la pena.
Le guardie pensavano che avesse capito la lezione. Arrivò un altro
corridore, accompagnato dalla fidanzata. Louie era pronto a battere anche
lui, ma prima della gara il giapponese gli parlò con cortesia, in inglese,
offrendogli una pallina di riso in cambio della sconfitta. Il giapponese
spiegò che per lui avrebbe significato molto vincere davanti alla sua
ragazza. Louie perse, la ragazza rimase debitamente colpita e il giapponese
consegnò la pallina di riso, più un’altra come mancia. Quel pagamento,
dichiarò Zamperini «fece di me un professionista».
36

In marzo Phil venne trasferito.


37

A quanto pareva, finalmente aveva avuto un colpo di fortuna: gli ufficiali


gli comunicarono che stava per essere mandato in un campo per prigionieri
di guerra chiamato Zentsuji. Tutti gli internati desideravano
disperatamente il trasferimento in un campo regolare dove, si diceva, i
prigionieri venivano registrati dalla Croce Rossa, potevano scrivere a casa
e godevano di condizioni di vita enormemente migliori. Di tutti i campi
per prigionieri di guerra, si favoleggiava che Zentsuji fosse il migliore.
38

I giapponesi addetti agli interrogatori da tempo facevano balenare la


prospettiva di quel campo «super» davanti agli internati come ricompensa
per la loro collaborazione.
Phil e Louie poterono scambiarsi solo un breve saluto. Promisero di
ritrovarsi un giorno, a guerra finita. Phil fu scortato oltre il cancello e
portato via.
La storia di Zentsuji era falsa. Phil venne trasferito ad Ashio, un campo a
nord di Tokyo, i cui prigionieri venivano ceduti a un’impresa che
produceva cavi e fili che li faceva lavorare sottoterra, in una miniera di
rame, in condizioni quasi invivibili.
39

Tale lavoro manuale era di solito, ma non sempre, riservato ai prigionieri


non graduati. Se Phil sia stato costretto o meno alla schiavitù non è noto.
40

Sembrava comunque che ad Ashio una cosa buona ci fosse. Phil non
vedeva Cecy e la sua famiglia da oltre due anni e sapeva che con ogni
probabilità tutti lo credevano morto. In quel campo gli venne detto che
poteva scrivere a casa. Avute carta e penna, scrisse dei giorni sul canotto
insieme a Zamp, della sua cattura e della nostalgia di casa. «La prima sera
quelle pareti sentiranno diverse storie interessanti» scrisse. «Con tanto
affetto fino a quando non saremo di nuovo insieme. Al.»
Qualche tempo dopo che ebbe consegnato la sua lettera perché venisse
inoltrata, qualcuno la trovò in un mucchio di spazzatura, bruciata.
41

Anche se i bordi erano semicarbonizzati, il testo era ancora leggibile. Phil


si riprese la sua lettera e la nascose. Se mai fosse uscito vivo dalla guerra,
l’avrebbe consegnata di persona.
*

Edgar Whitcomb, futuro governatore dell’Indiana.


*

È possibile che fosse così. In seguito analoghe iniezioni vennero praticate


ad altri due prigionieri, che morirono entrambi. Non è escluso che
l’intenzione del medico fosse compassionevole: all’epoca l’eutanasia era
una pratica accettata in Giappone.
XXI
Fiducia
Dietro il liceo di Torrance c’era una macchia di alberi. Nei mesi successivi
alla sparizione di suo fratello, Sylvia Zamperini Flammer spesso la sera
raggiungeva la scuola in auto, si fermava tra gli alberi e restava a sedere
nel silenzio e nella penombra, da sola. Mentre il motore dell’auto si
raffreddava, le lacrime le scorrevano lungo le guance. A volte si
consentiva di singhiozzare, sapendo che nessuno l’avrebbe sentita. Dopo
qualche minuto si asciugava le lacrime, si ricomponeva e ripartiva.
1

Durante il tragitto verso casa, inventava una bugia per spiegare come mai,
ancora una volta, ci avesse messo tanto a sbrigare quella sua commissione
all’ufficio postale. Non lasciò mai capire a nessuno quanta paura avesse.
A Torrance, al telegramma del 4 giugno 1943 che annunciava la sparizione
di Louie seguì un tormentoso silenzio. Passarono molte settimane e,
nonostante le ricerche dei militari, di Louie, del suo aereo e
dell’equipaggio non c’erano tracce. In città la speranza svanì. Ogni volta
che uscivano, gli Zamperini vedevano solo rassegnazione sui volti dei
vicini.
Nella casa bianca di Gramercy Avenue l’umore però era diverso. Fin
dall’arrivo del telegramma, Louise Zamperini era sorretta dalla
convinzione che suo figlio fosse ancora vivo. Suo marito e i figli la
pensavano allo stesso modo. Passarono giorni, poi settimane; la primavera
si trasformò in estate e non ci fu alcuna novità. Ma la convinzione della
famiglia rimase salda: Louie era ancora tra loro e in casa si parlava di lui al
presente, come se fosse andato in fondo alla strada e ci si aspettasse di
vederlo rientrare da un momento all’altro.
Ciò che gli Zamperini vivevano non era negazione, e non era neppure
speranza. Era certezza. Louise, Anthony, Pete e Virginia percepivano la
presenza di Louie, la sentivano. Il loro dolore non derivava dal lutto, ma
dalla sicurezza che Louie fosse da qualche parte, nei guai, e che loro erano
nell’impossibilità di aiutarlo.
2

Il 13 luglio Louise avvertì un senso di urgenza. Scrisse una lettera al


generale di divisione Willis Hale, comandante della Settima Air Force,
pregandolo di non interrompere le ricerche: Louie era vivo, affermò.
3
Quello stesso giorno, ovviamente all’insaputa di Louise, suo figlio veniva
catturato dai giapponesi.
Parecchie settimane dopo arrivò la risposta dall’ufficio di Hale. La lettera
diceva che, dato il fallimento delle ricerche nel reperire qualunque traccia,
le forze armate erano state costrette ad accettare il fatto che Louie e gli
altri membri dell’equipaggio fossero deceduti. Si sperava, proseguiva la
lettera, che anche la signora Zamperini accettasse quella realtà. Louise
strappò il foglio.
Pete era ancora a San Diego, dove addestrava le reclute della marina. Lo
stress lo consumava. A volte raggiungeva Torrance in auto per fare visita
alla famiglia e al suo arrivo tutti si preoccupavano nel vederlo così magro.
In settembre gli ritornò l’ultima lettera che aveva scritto a Louie, imbucata
poche ore prima che alla famiglia venisse comunicata la notizia del
disastro aereo. Sulla busta qualcuno aveva scribacchiato: «Disperso in
mare». Sul retro compariva un timbro: STATUS DI CADUTO
ACCERTATO. La foto di Pete era ancora all’interno della busta.
Quello stesso mese il marito di Sylvia, Harvey, partì per il fronte. Non
avrebbe rivisto sua moglie per due anni. Rimasta sola, Sylvia era
tormentata dall’ansia per il fratello e il marito, ansia che non poteva
condividere con nessuno. Come Pete, riusciva a malapena a mangiare. Il
suo corpo era diventato una linea sottile ed emaciata. Bisognosa di contatti
umani, decise di tornare a casa dei genitori.
Organizzò una vendita nel giardino davanti alla sua abitazione per
sbarazzarsi di tutte le sue cose, tra le quali una lavatrice e un’asciugatrice,
entrambi articoli razionati e quasi impossibili da acquistare nuovi. Una
donna chiese di comprarli, ma Sylvia rifiutò, sperando di riuscire a
vendere tutto in un unico blocco. La donna acquistò su due piedi l’intero
contenuto della casa per mille dollari, e solo per entrare in possesso dei
due elettrodomestici. Sylvia caricò quel poco che le restava e guidò fino a
Torrance.
Trovò suo padre esattamente com’era da quando era arrivata la notizia:
testa alta e sorriso coraggioso, a volte tra le lacrime. Virginia, che viveva
nella casa di famiglia e lavorava alla Western Pipe and Steel, dove si
costruivano navi militari, era depressa quanto Sylvia. La preoccupazione
maggiore era costituita dalla madre. All’inizio Louise piangeva spesso,
poi, con il passare dei mesi, sembrò come indurirsi. Lo sfogo nervoso sulle
mani, comparso quasi nel momento stesso in cui aveva avuto la notizia
della sparizione di Louie, peggiorò. Non riusciva a portare i guanti e non
poteva fare più nulla con le mani. A preparare da mangiare provvedevano
Sylvia e suo padre.
Sylvia lasciò il suo impiego in un ambulatorio dentistico e andò a lavorare
come assistente odontoiatrico in un ospedale militare, sperando che il
nuovo lavoro potesse darle accesso a informazioni sul fratello. Fu in
ospedale che sentì parlare di scarsità di aerei, così cominciò un secondo
lavoro, nel turno di notte dell’ufficio progettazione di una fabbrica di aerei.
Era sempre tesa in modo quasi insopportabile. Una notte, uscendo tardi dal
lavoro, si imbatté in un gruppo di operai che stavano giocando a carte
seduti sotto un aereo. Improvvisamente si ritrovò a gridare contro di loro,
dicendo che suo fratello era disperso, che l’America aveva bisogno di aerei
e che loro invece se ne stavano lì a perdere tempo. Sylvia stessa rimase
sorpresa dal proprio sfogo, del quale comunque non si pentì affatto.
L’aveva fatta sentire meglio.
Il 6 ottobre il bauletto militare di Louie venne scaricato davanti alla porta
di casa, pesante e definitivo.
4

Louise non trovò la forza di aprirlo. Lo fece portare nel seminterrato e lo


coprì con un lenzuolo. Sarebbe rimasto lì, chiuso, per tutto il resto della
sua vita.
Tutti in famiglia soffrivano, ma i figli volevano proteggere la madre. Non
piangevano mai insieme, raccontandosi invece storie inventate sulle
avventure di Louie nelle isole tropicali. Per la maggior parte del tempo
Anthony non riusciva proprio a parlare del figlio disperso. Sylvia passava
molte ore in chiesa, pregando per il fratello e per il marito. A volte,
insieme a Virginia, raggiungeva San Diego in auto per fare visita a Pete; in
quelle occasioni andavano tutti e tre a bere qualcosa insieme per tirarsi su
di morale. Non presero mai in considerazione l’ipotesi che Louie fosse
morto. Quando Sylvia andava nel centro di Torrance con la famiglia,
notava sempre occhiate oblique da parte dei passanti, la cui espressione
sembrava dire che avevano pietà degli Zamperini perché non riuscivano ad
accettare la realtà.
Ogni sera Sylvia scriveva una lettera al marito. Ogni settimana ne scriveva
una a Louie. Scriveva a entrambi come se fosse stato tutto normale,
riferendo le banali novità di casa. Per Harvey aveva un indirizzo, ma per
Louie non aveva niente, così inviava le lettere destinate al fratello alla
Croce Rossa. Diceva a sua madre che doveva andare a spedire le lettere,
saliva in auto, raggiungeva l’ufficio postale e imbucava le sue lettere. Poi
andava al liceo di Torrance, parcheggiava sotto gli alberi e piangeva.
Di notte, quando le luci erano spente e si ritrovava da sola nel suo letto di
ragazza, Sylvia spesso scoppiava di nuovo in lacrime. Il sonno, se
arrivava, era frammentato e agitato. Dato che non sapeva nulla di ciò che
era accaduto a suo fratello, la mente si fissava sulla foto che aveva visto
sul quotidiano dopo Nauru: Louie che guardava attraverso un foro nella
fusoliera del Super Man. Quell’immagine le aveva impresso nella mente
l’idea che Louie fosse stato colpito da proiettili ed era quello il punto
intorno al quale ruotavano i suoi incubi: mai un aereo che precipitava, mai
l’oceano, ma solo pallottole che colpivano e insanguinavano Louie sul suo
aereo. In sogno, Sylvia cercava sempre di toccare il fratello, ma non ci
riusciva mai. Per quanto terribili fossero i suoi incubi, Louie comunque
non veniva mai ucciso. Nemmeno l’immaginazione ammetteva la sua
morte.
Nel dicembre del 1943 la famiglia si preparò a festeggiare il primo Natale
senza Louie. Il postino bussava alla porta tutte le mattine per consegnare
mucchi di lettere e cartoline, la maggior parte delle quali esprimeva
solidarietà e affetto. Sotto l’albero, decorato con popcorn e mirtilli, venne
sistemata tutta una serie di regali per Louie. I doni sarebbero poi stati
messi da parte, nella convinzione che un giorno lui li avrebbe aperti di
persona.
5

Louise comprò un cartoncino di auguri con l’immagine di un cherubino


che, vestito di rosso e circondato da agnelli, suonava un corno. All’interno
scrisse:
Caro Louis, ovunque tu sia, so che vuoi che ti pensiamo sano e salvo.
Possa il Signore essere con te per guidarti. Tanto affetto da tutti noi.
Mamma Papà Pete Sylvia e Virginia. Natale ’43.
6

Due mesi più tardi, dopo una campagna di bombardamenti a tappeto, gli
americani conquistarono Kwajalein. La fitta giungla dell’isola era stata
spazzata via dalle bombe e al suo posto adesso c’erano enormi crateri,
tronchi bruciati e terra carbonizzata. «Tutta l’isola dava l’impressione di
essere stata sollevata in aria a seimila metri e poi di essere stata lasciata
ricadere» scrisse un soldato.
7
In ciò che restava di un edificio amministrativo, qualcuno trovò una pila
di documenti. Un altro soldato salì sui resti di una struttura di legno, notò
qualcosa tra le macerie e lo afferrò. Era un lungo pezzo di legno sul quale,
inciso in caratteri maiuscoli, c’era il nome LOUIS ZAMPERINI.
8

A Oahu, Joe Deasy venne convocato all’Hickam Field. Quando arrivò, gli
venne consegnata la traduzione di alcuni dei documenti giapponesi
rinvenuti a Kwajalein. Cominciò a leggere. Due aviatori americani,
dicevano i documenti, erano stati ripescati a bordo di un canotto di
salvataggio e portati a Kwajalein. I nomi non venivano indicati, ma i due
erano descritti come pilota e puntatore. Il loro aereo era precipitato
nell’oceano – sembra che fosse indicata anche la data – e solo tre uomini
erano sopravvissuti. Uno però era deceduto sul canotto. Gli altri due erano
andati alla deriva per quarantasette giorni. I documenti comprendevano i
verbali dell’interrogatorio e disegni del B-24 fatti dai prigionieri. Il
rapporto si concludeva segnalando che i due americani erano stati picchiati
e quindi trasferiti in Giappone via mare.
9

Non appena Deasy lesse il rapporto, capì di chi si trattava. Era un veterano
della guerra e l’esperienza gli aveva ormai appiattito le emozioni, ma
quella rivelazione lo emozionò: Phillips e Zamperini erano sopravvissuti al
disastro. L’euforia di Deasy era smorzata da un senso di colpa: nelle loro
pur attente ricerche sopra l’oceano, non avevano visto i compagni dispersi,
mentre il nemico li aveva trovati.
«Ero felice che fossero stati rintracciati» ricorderà Deasy «ma la domanda
successiva era: dove diavolo sono adesso?»
10

Se l’informazione relativa al loro trasferimento in Giappone era esatta,


questo comunque non significava che ci fossero arrivati vivi, né che
fossero riusciti a sopravvivere a qualsiasi cosa li avesse aspettati laggiù.
Adesso le forze armate sapevano con relativa certezza che tutti coloro che
erano stati a bordo del Green Hornet erano morti, a eccezione di Phillips e
Zamperini. Forse a causa della scarna genericità dei rapporti giapponesi e
del fatto che il destino di Louie e di Phil era ancora ignoto, le famiglie dei
caduti e dei due dispersi non vennero informate della novità.
Come gli Zamperini, anche la famiglia Phillips non aveva più avuto
informazioni dopo la sparizione di Allen. Il padre si trovava a Camp
Pickett in Virginia; la madre, Kelsey, si aggirava inquieta nella sua casa
vuota a Princeton, Indiana. Dopo il telegramma in cui li si informava che
Allen risultava disperso, ricevettero una lettera da parte di un ufficiale
della 42ª Squadriglia. La lettera aveva un tono definitivo, accennava alla
«vostra ora di dolore», assicurava che Allen sarebbe stato «sempre
ricordato con venerazione dai membri di questa organizzazione» e
terminava con l’offerta di una visita dell’ufficiale «per alleviare il vostro
dolore».
11

Il mese seguente il padre di Allen ricevette un pacchetto a Camp Pickett:


conteneva due foglie di quercia in bronzo, decorazioni conferite ad Allen
per il valore dimostrato nel corso delle missioni di Makin, Tarawa e
Nauru. «In attesa dell’accertamento definitivo dello status di suo figlio»
diceva la lettera di accompagnamento «le decorazioni vengono inviate a lei
perché le conservi.»
12

Anche se i Phillips non lo sapevano, le decorazioni arrivarono nella stessa


settimana in cui Allen veniva fatto prigioniero.
Il cappellano Phillips avrebbe voluto mandare le foglie di quercia a sua
moglie, ma temendo che andassero smarrite nella posta le tenne con sé in
Virginia. Le fotografò, insieme ai nastrini, le ali, le insegne e l’Air Medal
di Allen, fissò la foto su un pezzo di feltro marrone che aveva ricavato da
un cappello da donna e incollò il feltro sopra una targa di legno di noce.
Una volta che fosse tornato nell’Indiana, avrebbe fissato sul feltro le
medaglie e i nastrini veri, dopo di che avrebbe sistemato la targa sopra un
ripiano della libreria, sotto la foto di Allen. La targa «è magnifica» scrisse
alla figlia.
13

In assenza di informazioni, tutto ciò che i Phillips potevano fare era


rimuginare su quel poco che sapevano. Come gli Zamperini, si rifiutavano
di credere che il loro ragazzo fosse morto. «Credo di avere pensato da ogni
concepibile punto di vista ciò che può avere fatto Allen e non ne ho ancora
scartato uno dalla mia mente» scrisse il cappellano alla figlia in agosto.
«Tante cose potrebbero essere vere e tutte insieme hanno creato dentro di
me una sensazione di certezza che non vacillerà mai. Un giorno tutti noi
vivremo quella riunione che ci auguriamo e che aspettiamo.»
14

Per Cecy Perry, la notizia che il suo fidanzato era dato per disperso fu
seguita da una lettera del suo vecchio amico Smitty, uno dei piloti che
avevano partecipato alle ricerche del Green Hornet. Nella sua lettera,
Smitty raccontava alla ragazza tutto ciò che sapeva della sparizione di
Allen e le spiegava con quanta dedizione i soccorritori l’avessero cercato.
Non le disse di avere visto galleggiare nell’oceano quella che
probabilmente era la scatola dei viveri dell’aereo perduto. Le raccontò di
essere stato in compagnia di Allen la sera prima della scomparsa e di come
l’amico stesse pensando a lei, sperando di avere presto una licenza per
poterla rivedere.
15

Non ci furono altre novità dopo la lettera di Smitty. Cecy, che voleva
disperatamente informazioni, si sentiva isolata nell’Indiana. Una sua amica
viveva in un sobborgo di Washington, e Cecy pensò che nella capitale
avrebbe potuto scoprire qualcosa di più. Rinunciò all’insegnamento, si
trasferì nell’Est e andò ad abitare nell’appartamento dell’amica,
decorandone le pareti con foto di Allen. Si trovò un impiego alla TWA,
sperando di poter venire a sapere qualcosa tramite la compagnia aerea.
Fece un mucchio di domande, ma non ottenne nulla.

La fidanzata di Phil, Cecy Perry. (Per gentile concessione di Karen


Loomis)
Cecy era una donna ragionevole e istruita, ma nella sua angoscia fece
qualcosa che non era assolutamente da lei. Andò da una chiromante e le
chiese di Allen.
La donna le assicurò che il suo fidanzato non era morto. Era ferito, ma
vivo. Sarebbe stato rintracciato, dichiarò la chiromante, prima di Natale.
Cecy si aggrappò a quelle parole e volle crederci.
16
Nella primavera del 1944 le madri e altri familiari degli uomini del Green
Hornet erano già da tempo in contatto tra loro. Nelle decine di lettere che
attraversavano in lungo e in largo tutti gli Stati Uniti, condividevano
emozioni e speranze riguardanti i «nostri ragazzi». In seguito Kelsey
avrebbe detto che, attraverso quelle lettere, era arrivata a volere bene a tutti
loro.
«Di certo quest’anno è stato terribilmente lungo nell’attesa di notizie»
scrisse in quel giugno Delia Robinson, sorella di Otto Anderson,
mitragliere del Green Hornet. «Dobbiamo solo continuare a sperare.»
17

Quell’attesa si era fatta sentire sulla madre di Leslie Dean, Mable – le


cattive condizioni di salute l’avevano costretta a trasferirsi a Wichita per
cure mediche –, ma la donna, come tutti gli altri, non aveva rinunciato alla
speranza. «Pensavamo che ci dicessero qualcosa entro la fine dell’anno»
scrisse a Louise. «Sembra che non siano sicuri che l’equipaggio sia
rimasto ucciso, altrimenti ce lo avrebbero comunicato formalmente già
molto tempo fa. Quindi penso che possiamo continuare a sperare che siano
vivi, da qualche parte.»
18

Mable Dean scrisse queste parole il 27 giugno 1944. Quello stesso giorno,
esattamente tredici mesi dopo il disastro del Green Hornet, al dipartimento
della Guerra vennero battute a macchina le lettere per le famiglie dei
membri dell’equipaggio. Quando Louise Zamperini aprì la sua, scoppiò a
piangere. Le forze armate dichiaravano Louie e tutti gli altri ufficialmente
deceduti.
19

Kelsey Phillips non si lasciò convincere. Venne a sapere, o intuì, che il


«La Porte Herald-Argus», il quotidiano della sua precedente città, avrebbe
pubblicato la notizia. Contattò il giornale e chiese di non farlo: suo figlio,
dichiarò, non era morto. La redazione accolse la sua richiesta. Russell
Allen Phillips era stato dichiarato ufficialmente deceduto, ma non
comparve alcun necrologio.
A casa Zamperini la si pensava allo stesso modo. Svanito lo shock iniziale
della comunicazione ufficiale, la famiglia si rese conto che in realtà non
era cambiato niente. La lettera era il prodotto di una normale trafila
burocratica, una comunicazione stilata d’ufficio per tutti i militari dispersi
da tredici mesi. La data ufficiale di morte di Louie veniva indicata come
28 maggio 1944, un anno e un giorno dopo che il suo aereo era svanito nel
nulla. Quella lettera era solo un pezzo di carta. «Nessuno di noi ci ha mai
creduto. Nessuno» dirà Sylvia. «Mai una volta. Nemmeno un dubbio,
mai.»
20

Dentro di loro, gli Zamperini continuavano a percepire quella persistente,


piccola eco di Louie, la sensazione che fosse ancora da qualche parte nel
mondo. E finché quella sensazione non fosse scomparsa, avrebbero
continuato a crederlo vivo.
Durante i pasti in famiglia, Pete e suo padre cominciarono a elaborare
piani per cercare Louie. Una volta finita la guerra, avrebbero noleggiato
una barca e avrebbero battuto un’isola dopo l’altra finché non lo avessero
trovato. Avrebbero continuato a cercare per tutto il tempo che sarebbe
stato necessario.
21
XXII
Complotti in corso
Il complotto cominciò con una domanda. Era l’estate del 1944 e Louie e
Frank Tinker stavano passeggiando insieme nel complesso di Ofuna.
1

Louie sentiva piccoli aerei decollare e atterrare in un campo di volo da


qualche parte, in lontananza. Quel suono lo fece riflettere. «Se riuscissimo
a uscire da qui» domandò a Tinker «tu saresti in grado di pilotare un aereo
giapponese?»
«Se ha le ali, sì» rispose Tinker.
Fu da quel breve dialogo che prese forma un’idea. Louie, Tinker e Harris
sarebbero fuggiti.
Erano stati portati a quel punto da una lunga, disperata primavera e da
un’estate altrettanto disperata. Ogni giorno i prigionieri venivano
schiaffeggiati, presi a calci, percossi, umiliati e costretti a fare ginnastica.
C’erano improvvise esplosioni di violenza che si concludevano con i
prigionieri che, raggomitolati a terra, speravano solo di non essere uccisi.
E quella primavera le autorità centrali giapponesi avevano ridotto le
razioni di cibo in misura drastica.
2

Considerando che nelle ciotole degli internati finiva solo la metà circa
della razione ufficiale, gli uomini andavano lentamente spegnendosi.
Quando i prigionieri di Ofuna vennero pesati, Bill Harris, alto ben più di
un metro e ottanta, fermò l’ago della bilancia a cinquantaquattro chili.
Aveva contratto il beriberi.
Louie fu costretto a intensificare gli sforzi per procacciarsi cibo. Una volta
riuscì a rubare una cipolla, che cosse di nascosto sotto un bollitore, ma
dopo averla divisa con molti altri compagni non gli rimase molto. Rubò
anche una confezione di pasta di miso e, approfittando di un attimo di
distrazione delle guardie, si cacciò in bocca l’intero contenuto e lo
inghiottì in un unico boccone, senza sapere che la pasta di miso è
estremamente concentrata e deve quindi essere prima diluita con l’acqua.
Poco dopo, piegato in due dietro le baracche, vomitava anche l’anima. Era
così tormentato dalla fame che una notte sgattaiolò fuori dalla sua cella, si
introdusse in cucina e si riempì la bocca di castagne, pronte per essere
servite alle guardie. Quando alzò gli occhi, vide Testa di Merda che lo
stava fissando. Louie fece qualche passo indietro, poi schizzò via e corse
di nuovo in cella. Testa di Merda non lo pestò, ma la sua apparizione bastò
a spaventare Louie al punto da togliergli l’idea di un’altra spedizione in
cucina. Il meglio che riuscì a escogitare fu offrirsi volontario per inamidare
le camicie delle guardie. L’amido si otteneva spremendo l’acqua di cottura
del riso attraverso un pezzo di stoffa; dopo avere spremuto, Louie
impiegava il resto del tempo raccogliendo minuscole schegge di riso dal
tessuto e mangiandole.
3

Finalmente si presentò una buona occasione. Gli ufficiali del campo


chiesero un volontario disposto a fare il barbiere per le guardie, offrendo
come ricompensa una pallina di riso per ogni rasatura.
4

L’idea di lavorare sulle guardie era preoccupante, ma Louie doveva


mangiare, così si fece avanti. Gli venne consegnato un rasoio, ma non
elettrico: manuale. Louie non l’aveva mai usato in vita sua e sapeva cosa
gli avrebbero fatto le guardie per un taglietto. Si portò il rasoio in cella e
fece pratica su se stesso finché non fu in grado di radere senza provocare
una sola goccia di sangue. Quando si presentò per il suo primo cliente, la
guardia anzitutto gli agitò il pugno davanti al viso e poi gli fece una
richiesta che, per un americano, era piuttosto bizzarra: voleva che gli
radesse anche la fronte, una pratica comune in Giappone. Tutte le guardie
chiesero la stessa cosa. Louie riuscì a non tagliare nessuno e le palline di
riso lo tennero in vita.
Una guardia particolarmente crudele, soprannominata il Furbastro, si
faceva radere da Louie, ma se ne andava sempre senza pagare. Zamperini
sapeva cosa avrebbe rischiato se avesse deciso di pareggiare i conti, ma
non riuscì a resistere. Mentre radeva la fronte del Furbastro, scese un po’
troppo con la lama e, terminata l’operazione, tutto ciò che restava delle
cespugliose sopracciglia della guardia erano due linee sottili e civettuole. Il
Furbastro si alzò in piedi, se ne andò come al solito senza pagare ed entrò
nella baracca delle guardie. Un attimo dopo Louie sentì un grido.
«Marlene Dietrich!»
Zamperini si allontanò, aspettando l’esplosione del Furbastro. Parecchie
altre guardie entrarono nella baracca e Louie le sentì ridere. Il Furbastro
non lo punì mai, ma quando ebbe di nuovo bisogno di una rasatura, si
rivolse a qualcun altro.
I prigionieri vivevano ogni giorno con la consapevolezza che poteva essere
l’ultimo. Più gli Alleati si avvicinavano al Giappone, più concreta
diventava la minaccia dell’ordine «uccidere tutti». Gli internati avevano
solo una vaga idea di come stesse andando la guerra, ma i giapponesi
erano chiaramente preoccupati. Durante un interrogatorio nella tarda
primavera, un ufficiale del campo disse a Fitzgerald che, se il Giappone
avesse perso, i prigionieri sarebbero stati giustiziati.
5

«Dovete sperare che vinca il Giappone» concluse. La ricerca di notizie


sulla guerra si faceva sempre più urgente.
Una mattina Louie si trovava nel cortile dell’adunata, con l’ordine di
spazzare il complesso. Vide la Mummia, il comandante del campo, seduto
sotto un ciliegio con un quotidiano in mano. Stava sonnecchiando. Louie
gli si avvicinò. La testa della Mummia cadde in avanti, le dita si
allargarono e il giornale finì a terra. Continuando a spazzare, Zamperini si
avvicinò ulteriormente e, con la scopa, portò il quotidiano verso di sé.
6

Era scritto in giapponese, ma in una pagina compariva una mappa. Louie


corse alle baracche, trovò Harris e gli tenne il giornale aperto davanti al
viso. Harris fissò la pagina memorizzando la mappa, poi Louie si affrettò a
buttare il quotidiano nella spazzatura per eliminare ogni traccia del furto.
Harris disegnò una riproduzione perfetta della mappa, la mostrò ai
compagni e poi la distrusse. Quella cartina confermava che gli Alleati si
stavano avvicinando sempre più al Giappone.
In luglio la voce che girava nel campo era che gli americani stessero
attaccando Saipan, l’isola cruciale nell’arcipelago delle Marianne, a sud
del Giappone.
7

Arrivò un nuovo prigioniero, alto e magro, e tutti nel campo lo videro


come una fonte di informazioni, ma le guardie lo misero in isolamento,
proibendo a tutti di parlare con lui. Quando il nuovo arrivato venne portato
alla baracca dei bagni, Louie vide un’opportunità. Andò di nascosto dietro
l’edificio e guardò all’interno attraverso una finestra aperta. Sorvegliato da
una guardia, il prigioniero era in piedi, nudo, con un catino in mano. La
guardia si allontanò per fumarsi una sigaretta.
«Se abbiamo preso Saipan, fai cadere il catino» sussurrò Louie.
Il catino cadde rumorosamente a terra. Il prigioniero lo raccolse e lo fece
cadere una seconda volta, poi una terza. La guardia si precipitò a vedere
cosa stava succedendo e il nuovo arrivato finse che il catino gli fosse
caduto accidentalmente.
Louie corse ad annunciare agli amici che Saipan era caduta. All’epoca
della loro cattura, il bombardiere americano con la maggiore autonomia di
volo era il B-24. Dato che il Liberator non era in grado di effettuare il volo
andata e ritorno di quasi cinquemila chilometri tra Saipan e le isole
giapponesi, i prigionieri dovevano avere pensato che la conquista di
Saipan fosse solo un passo preliminare nel tentativo di arrivare a stabilire
un’isola-base dalla quale poter colpire il Giappone. Non sapevano che le
AAF disponevano di un nuovo bombardiere la cui autonomia era
incredibile. Da Saipan, il Giappone era già raggiungibile.
Le guardie e gli ufficiali del campo erano sempre più agitati. Sasaki, che
aveva a lungo pontificato sull’inevitabilità della vittoria giapponese,
adesso si mostrava amico dei prigionieri e a Louie confidava il suo odio
nei confronti dell’ex primo ministro e architetto della guerra, Hideki Tojo.
Cominciava a dare l’impressione di fare il tifo per gli Alleati.
8

Mentre valutavano la notizia relativa a Saipan, Zamperini e i suoi


compagni non avevano idea di quali orrori accompagnassero l’avanzata
alleata. Quello stesso mese forze americane avevano attaccato Tinian,
un’isola vicina a Saipan nella quale i giapponesi tenevano prigionieri
cinquemila coreani, utilizzati come schiavi. Forse temendo che i coreani
potessero unirsi al nemico in caso di invasione americana, i giapponesi
attuarono la loro politica dell’«uccidere tutti» e assassinarono i cinquemila
prigionieri.
9

Di notte, svegli nelle loro celle, gli internati cominciarono a sentire un


suono inquietante, lontanissimo. Era l’urlo delle sirene antiaeree. Gli
uomini restavano in ascolto, in attesa dei bombardieri, che però non
arrivavano mai.
A mano a mano che l’estate avanzava, a Ofuna le condizioni di vita
peggioravano. L’aria era un’unica nube di mosche, i pidocchi saltellavano
sulle teste dei prigionieri e lungo le cuciture della camicia di Zamperini
marciavano file compatte di pulci. Louie passava ore, di giorno e di notte,
a grattarsi e a darsi schiaffi; la sua pelle, come quella di tutti gli altri, era
butterata da rabbiose punture d’insetto. I giapponesi misero in palio una
pallina di riso come premio per chi avesse ucciso il maggior numero di
mosche, innescando così una competizione spietata consistente nello
sferrare schiaffi e ammucchiare insetti appiattiti. Poi, in luglio, gli uomini
vennero fatti marciare fuori dal campo e scortati fino a un canale dal quale
dovevano prelevare acqua per poi trasportarla fino alle risaie. A fine
giornata i prigionieri erano pieni di sanguisughe. Louie ne contò sei solo
sul petto. Gli uomini, in preda al panico, implorarono le guardie di dar loro
delle sigarette. Mentre si agitavano disgustati, colpendo le sanguisughe
con le sigarette accese, una delle guardie li guardò con disprezzo.
«Dovreste essere felici di lavorare» dichiarò.
10

Il 5 agosto arrivò il camion con le razioni del mese. Sotto gli occhi di
Fiztgerald, gli ufficiali lo depredarono quasi per intero. Incolpando i topi,
Ricciolino annunciò che le razioni venivano ulteriormente ridotte.
Fitzgerald annotò sul suo diario che dopo che gli ufficiali avevano
«scremato» i trenta chili di zucchero destinati ai prigionieri, tutto ciò che
restava era una quantità pari a una tazza da tè. Il 22 agosto un camion si
avvicinò a marcia indietro alla porta della cucina e i prigionieri-aiutanti
ricevettero l’ordine di allontanarsi. Fitzgerald andò al benjo, da dove
poteva osservare la cucina. Vide sacchi di generi alimentari che venivano
caricati sul camion, che poi ripartì. «Qualcuno sta sicuramente aprendo
una drogheria e parte parecchio bene con il suo business» annotò sul suo
diario.
11

I pestaggi continuavano. Il Medicastro era particolarmente feroce. Un


giorno Louie vide qualcuno gettare un pesce nella vasca dove i prigionieri
si lavavano mani e piedi. Ricevuto l’ordine di lavare il pesce, Zamperini si
avvicinò e diede un’occhiata: il pesce era putrido e pullulava di vermi. Si
ritrasse, ma il Medicastro lo vide, lo raggiunse infuriato e gli sferrò una
decina di pugni violenti. Quella sera Louie si ritrovò il pesce nella ciotola.
Non aveva la minima intenzione di toccarlo. Una guardia lo pungolò con
la baionetta dietro l’orecchio e lo costrinse a mangiarlo.
12

Poi ci fu l’episodio di Gaga. Qualcosa in quella simpatica anatra – forse il


fatto che era affezionata ai prigionieri – urtava le guardie. La torturavano
senza pietà, prendendola a calci e sbattendola in giro. Poi un giorno, sotto
gli occhi dei prigionieri, Testa di Merda si calò i pantaloni e la violò. Gaga
morì.
13

Di tutte le cose che vide in guerra, avrebbe detto Louie, quella fu la


peggiore.
Con la mente, Zamperini fuggiva da Ofuna e andava a casa. Non vedeva la
sua famiglia da due anni. Pensava alla piccola casa bianca, a Virginia e a
Sylvia, a suo padre e al caro, devoto Pete. I ricordi più intensi erano quelli
di sua madre. Fred Garrett gli aveva detto che era stato dichiarato
ufficialmente morto. Louie non sopportava l’idea di ciò che quella notizia
doveva avere fatto a sua madre.
14

Fu l’accumulo di così tanta sofferenza, unitamente alla pressione dei


ricordi e alla convinzione che i giapponesi non li avrebbero mai lasciati
uscire vivi da Ofuna, che portò Louie ad ascoltare quegli aerei e a
chiedersi se non potessero rappresentare una via di fuga. Esaminando la
recinzione, Louie, Tinker e Harris conclusero che forse era possibile
evitare le guardie e scavalcare il filo spinato. Il pensiero si radicò in tutti e
tre. Decisero di tentare: si sarebbero impadroniti di un aereo e se ne
sarebbero andati dal Giappone.
All’inizio il piano andò a finire in un vicolo cieco. I tre americani erano
stati portati al campo bendati e da esso erano usciti solo per poco tempo
quando avevano dovuto irrigare le risaie, per cui conoscevano a malapena
l’area. Non sapevano dove si trovava l’aeroporto e non avevano idea di
come avrebbero potuto rubare un aereo. Poi però arrivò l’aiuto
inconsapevole di una guardia gentile. Pensando che forse avrebbero
gradito sfogliare un libro, regalò ai tre un almanacco giapponese. Harris lo
aprì e si esaltò immediatamente. Il libro era pieno di informazioni
dettagliate sui porti giapponesi, sulle navi che vi erano ormeggiate, sui
carburanti utilizzati e sulle distanze tra le città e vari punti di riferimento.
Era tutto ciò di cui avevano bisogno per elaborare un piano di fuga.
Dopo ore passate a studiare il libro, ne misero a punto uno. Scartarono
l’idea dell’aereo a favore di una fuga via mare. A pochi chilometri a est del
campo c’era il porto di Yokohama, solo che da lì non sarebbero potuti
andare da nessuna parte. Tuttavia, se avessero attraversato il Giappone e
raggiunto la costa occidentale, avrebbero potuto trovare un porto che
offrisse una buona via d’uscita verso la salvezza.
Sarebbero andati a piedi. Harris programmò un percorso attraverso l’isola,
una marcia di circa duecentocinquanta chilometri. Sarebbe stata
un’avventura pericolosa, ma la precedente esperienza di Harris nella
penisola di Bataan dava a tutti una certa fiducia. Una volta raggiunto il
porto, avrebbero rubato un’imbarcazione a motore e del carburante,
attraversato il Mar del Giappone e raggiunto la Cina. A Louie, che era
andato alla deriva per più di tremila chilometri su un canotto sforacchiato e
senza provviste, navigare per qualche chilometro nel Mar del Giappone a
bordo di una robusta barca a motore sembrava un’idea praticabile. Tinker,
che era stato catturato dopo Harris e Louie, era quello con le informazioni
più recenti sulle aree della Cina occupate dal nemico ed elaborò un
percorso che i tre speravano li avrebbe tenuti alla larga dai giapponesi.
15

Contavano di trovare un rifugio sicuro in Cina. Nel 1942 l’America aveva


lanciato il suo primo e, fino a poco tempo prima, unico raid aereo sulle
isole giapponesi. La missione, al comando del tenente colonnello Jimmy
Doolittle, era stata effettuata da B-25 decollati, piuttosto pericolosamente,
da una portaerei.
16

Dopo il bombardamento, diversi equipaggi di Doolittle erano rimasti


senza carburante; alcuni erano precipitati, altri si erano lanciati con il
paracadute in Cina. I civili li avevano nascosti, ma i giapponesi avevano
messo a ferro e fuoco l’intera zona alla ricerca degli aviatori nemici.
17

Harris, Tinker e Louie avevano sentito parlare della rappresaglia


nipponica sui cinesi per l’aiuto fornito agli uomini di Doolittle, ma non ne
conoscevano la reale portata. Si stimava che i giapponesi avessero ucciso
duecentocinquantamila persone.
18

C’era un problema che i tre non sapevano come risolvere. Quando si


avvicinavano alle guardie, era impossibile non notare quanto loro fossero
diversi dal giapponese medio, e non solo nei lineamenti del viso. Il soldato
giapponese tipo era alto un metro e sessanta.
19

Louie era un metro e settantotto, Tinker un metro e ottantatré e Harris era


ancora più alto. Nella loro traversata del Giappone a piedi sarebbero stati
estremamente vistosi. Forse la Cina poteva essere ospitale, ma in Giappone
sarebbe stato folle sperare di trovare simpatizzanti locali. Dopo la guerra
alcuni prigionieri avrebbero raccontato di eroici civili giapponesi che di
nascosto avevano passato loro cibo e medicine, subendo feroci pestaggi da
parte delle guardie quando erano stati scoperti. Ma comportamenti del
genere non erano certo la regola. I prigionieri di guerra fatti sfilare nelle
città venivano spesso aggrediti dalla popolazione con pugni, sassi e sputi.
20
Se Louie, Harris e Tinker fossero stati individuati, quasi sicuramente
sarebbero stati uccisi, dai civili o dalle autorità. Dato che era impossibile
porre rimedio all’altezza, i tre decisero che si sarebbero mossi solo di
notte, sperando per il meglio. Se era destino che morissero in Giappone,
almeno sarebbero morti seguendo una strada scelta da loro, e non dai loro
aguzzini, dichiarando con quell’ultimo atto di vita che erano rimasti
padroni della propria anima.
Mentre il piano prendeva forma, gli aspiranti fuggitivi camminavano il più
possibile, cercando di irrobustire le gambe. Studiarono i turni delle guardie
e notarono che di notte c’era sempre un momento in cui a sorvegliare la
recinzione restava un solo soldato. Louie rubò le provviste per il viaggio. Il
suo lavoro di barbiere gli consentiva l’accesso agli attrezzi e riuscì a
impadronirsi di un coltello. Rubò pasta di miso e riso. Raccolse ogni
pezzetto di carta che svolazzava nel campo per usarlo come carta igienica
e anche ogni pezzo di spago che riuscì a trovare. Nascose tutto sotto
un’asse del pavimento della sua cella.
I tre si prepararono per due mesi. A mano a mano che la data della fuga si
avvicinava, Louie si sentiva riempire da quella che definì «una gioia piena
di paura».
21

Poco prima della data fissata, accadde un fatto che cambiò tutto: da un
altro campo fuggì un prigioniero. Gli ufficiali di Ofuna radunarono gli
internati e annunciarono un nuovo decreto: chiunque fosse stato sorpreso a
scappare sarebbe stato ucciso e per ogni uomo che avesse tentato la fuga,
molti ufficiali prigionieri sarebbero stati giustiziati. Zamperini, Tinker e
Harris accantonarono il loro piano.
22

Sospeso il progetto di fuga, Louie e Harris incanalarono le loro energie


nella rete informativa dei prigionieri. All’inizio di settembre uno di loro
notò un quotidiano sulla scrivania del Medicastro. Sul giornale compariva
una mappa riguardante lo scenario bellico. Poche cose erano più pericolose
di un furto al Medicastro, ma considerando la minaccia di esecuzioni di
massa in vista di un’invasione alleata, i prigionieri erano praticamente
disposti a tutto pur di avere notizie. C’era solo un uomo con un’esperienza
di ladro all’altezza di un compito così rischioso.
Per diversi giorni, Louie tenne d’occhio l’ufficio del Medicastro,
sbirciando dalle finestre per studiare sia il comandante del campo che le
guardie. Ogni giorno a una certa ora, le guardie entravano nell’ufficio per
il tè, uscivano a fumare in compagnia del Medicastro e poi rientravano
tutti insieme. La durata della pausa sigaretta non variava mai: tre minuti.
Era quella l’unica finestra temporale di Louie. Sarebbe stata un’operazione
molto, molto al limite.
Con Harris pronto in posizione, Zamperini ciondolò nei pressi dell’ufficio,
aspettando il suo momento. Il Medicastro e le guardie uscirono e accesero
le sigarette. Louie passò sul lato dell’edificio, si abbassò a carponi per non
essere visto dalle finestre e strisciò all’interno dell’ufficio. Il quotidiano
era ancora sulla scrivania. Louie lo afferrò, lo nascose sotto la camicia,
uscì strisciando, si rialzò e, camminando il più rapidamente possibile ma
senza farsi notare, raggiunse la cella di Harris. Aprì il giornale e lo mostrò
al compagno, che lo fissò per parecchi secondi. Poi Louie se lo rimise
sotto la camicia e si avviò in fretta verso l’ufficio del Medicastro. La
fortuna era con lui: il comandante e le guardie erano ancora fuori. Sempre
a quattro zampe, rientrò nell’ufficio, gettò il giornale sulla scrivania e
tagliò la corda. Nessuno l’aveva visto.
Nella baracca, Harris prese un pezzo di carta igienica e una matita e
disegnò la mappa. Gli uomini la studiarono. In seguito i ricordi relativi a
quella mappa sarebbero stati diversi, ma tutti avrebbero concordato che
indicava i progressi degli Alleati. Harris la nascose tra le sue cose.
Nel tardo pomeriggio del 9 settembre, Harris sedeva in una cella con un
compagno, discutendo della guerra, quando il Medicastro comparve alla
porta. Harris non l’aveva sentito arrivare. Il Medicastro notò qualcosa tra
le mani del prigioniero. Entrò e glielo strappò. Era la mappa.
Il comandante del campo la studiò; lesse le parole «Filippine» e «Taiwan».
Ordinò a Harris di dirgli che cos’era; il prigioniero rispose che si trattava
solo di un disegno privo di significato. Il Medicastro non si lasciò
ingannare. Andò nella cella di Harris, la perquisì e trovò, secondo le sue
stesse parole, una miniera di mappe disegnate a mano – alcune delle quali
indicanti le difese antiaeree del Giappone – oltre al ritaglio di giornale
rubato e al dizionario di termini militari. Il Medicastro chiamò un ufficiale,
che parlò con Harris e poi se ne andò. Tutti pensarono che la questione
fosse chiusa.
Quella notte il Medicastro convocò tutti gli internati in cortile. Aveva
un’espressione strana, il viso paonazzo. Ordinò ai prigionieri di fare
flessioni sulle braccia per circa venti minuti e poi di assumere la posizione
Ofuna. Poi disse a Harris di farsi avanti. Louie sentì il marine sussurrare:
«Oh, mio Dio. La mia mappa».
Chi vide quello che accadde dopo non lo avrebbe più cancellato dalla
memoria. Strillando e imprecando, il Medicastro attaccò Harris,
prendendolo a calci e a pugni e colpendolo con una stampella di legno che
aveva strappato a un prigioniero ferito. Quando il marine crollò a terra con
il naso e gli stinchi sanguinanti, il Medicastro ordinò ad altri prigionieri di
sollevarlo e di tenerlo in piedi. Il pestaggio ricominciò. Per quarantacinque
minuti, o forse un’ora, le percosse continuarono, anche dopo che Harris
aveva perso i sensi. Due prigionieri svennero.
23

Il «Medicastro». (Per gentile concessione di Louis Zamperini)

Il dizionario giapponese-inglese scritto a mano da Harris, scoperto da


Sueharu Kitamura, il «Medicastro». (Per gentile concessione di Katherine
H. Meares)
William Harris. (Per gentile concessione di Katherine H. Meares)
Gocce di pioggia cominciarono a picchiettare il terreno, il Medicastro e il
corpo disteso a terra. Il giapponese si fermò. Gettò la stampella, si
avvicinò a un edificio, appoggiò la schiena al muro e si lasciò scivolare
languidamente a sedere, ansimando.
Seguite da Louie, le guardie trascinarono il marine nella sua cella, lo
misero a sedere appoggiandolo a una parete e se ne andarono. Harris
rimase immobile, gli occhi aperti, ma privi di espressione come due sassi.
Passarono due ore prima che tornasse a muoversi.
Lentamente, nei giorni successivi, cominciò a riprendersi. Non era in
grado di nutrirsi, così Louie gli sedeva accanto, l’aiutava a mangiare e
cercava di farlo parlare, ma Harris era così stordito da riuscire a malapena
a comunicare. Quando finalmente emerse dalla sua cella, prese a vagare
per il campo, il viso sfigurato in modo grottesco, gli occhi vitrei. I suoi
amici lo salutavano, ma il marine non aveva idea di chi fossero.
Tre settimane dopo, la mattina del 30 settembre 1944, le guardie urlarono i
nomi di Zamperini, Tinker, Duva e di parecchi altri, informandoli che
sarebbero stati trasferiti a Omori, un campo per prigionieri di guerra nei
dintorni di Tokyo. Avevano dieci minuti per raccogliere le loro cose.
Louie corse nella sua cella e sollevò l’asse del pavimento. Estrasse il suo
diario e lo nascose sotto i vestiti. All’arrivo al nuovo campo un’ispezione
corporale sarebbe stata inevitabile, così lasciò tutti gli altri suoi tesori al
primo internato che li avesse trovati. Salutò i suoi amici, compreso Harris
che continuava a vagare in stato confusionale. Sasaki salutò Louie con
calore e gli diede un consiglio: se lo avessero interrogato, doveva attenersi
alla storia che aveva raccontato a Kwajalein.
24
Pochi minuti più tardi, dopo un anno e quindici giorni a Ofuna, Louie
lasciò il campo. Mentre il camion viaggiava rumoroso e si allontanava
dalle colline, si sentiva sempre più euforico. Lo aspettava un vero campo
per prigionieri di guerra. Una terra promessa.
XXIII
Il Mostro
Era la tarda mattinata del 30 settembre 1944. Louie, Frank Tinker e una
manciata di altri veterani di Ofuna erano in piedi accanto al cancello
principale di Omori, il campo per prigionieri di guerra situato su un’isola
artificiale nella baia di Tokyo. L’isola non era che un puntino sabbioso,
collegato alla terraferma da un precario ponte di traversine di bambù.
Sull’altro lato del ponte c’erano le luci e le attività di Tokyo, ancora
praticamente intatta e non toccata dalla guerra.
1

A parte le chiazze di una neve precoce sparse sul terreno come riquadri
del gioco della campana, ogni centimetro del campo era di un grigio
cinereo e alieno, tanto che ai prigionieri faceva pensare alla luna.
2

Non c’erano uccelli.


3

Gli uomini erano in piedi davanti a un piccolo ufficio, dove gli era stato
detto di aspettare. Di fronte a loro, di fianco all’edificio, c’era un caporale
giapponese che li fissava con astio.
4

Era un uomo dal fisico armonioso, non ancora trentenne. Aveva un bel
viso, con labbra piene appena incurvate in un sorriso che dava alla bocca
un’espressione vagamente crudele. Sotto l’elegante uniforme su misura, il
corpo era perfettamente bilanciato; il torace irradiava forza, la forma era
perfetta. Dal fianco sporgeva elegante una spada e l’alta cintura militare
che gli passava intorno alla vita era arricchita da un’enorme fibbia
metallica. L’unica incongruenza in quel singolare caporale erano le mani:
enormi, brutali e animalesche, tanto che un prigioniero le paragonò a due
zampe.
5

Louie e gli altri prigionieri erano immobili sull’attenti, le braccia rigide, le


mani appiattite lungo i fianchi. Il caporale continuava a fissarli senza
parlare. Accanto a lui c’era un altro uomo con le mostrine da sottotenente,
il quale, pur essendogli superiore di grado, nei suoi confronti aveva un
atteggiamento di ansioso servilismo. Passarono cinque, forse dieci minuti e
il caporale non si mosse. Poi, di colpo, si avviò verso i prigionieri; il
sottotenente si affrettò a seguirlo. Il caporale camminava con la testa alta e
il petto in fuori, i gesti esagerati e imperiosi. Cominciò a esaminare i nuovi
arrivati con un’aria di possesso. Louie pensò che li stesse valutando come
se fosse stato Dio in persona.

Mutsuhiro Watanabe, «l’Uccello» (secondo da destra). (National Archives)


L’uomo passò in rassegna l’intera fila, fermandosi davanti a ogni
prigioniero, piantandogli gli occhi addosso e latrando: «Nome!». Quando
arrivò a Louie si fermò. Zamperini disse come si chiamava. Gli occhi del
caporale si strinsero. Decenni dopo la fine della guerra, tutti coloro che
avevano guardato in quegli occhi non erano ancora riusciti a cancellare il
ricordo di ciò che vi avevano visto, una malvagità che provocava una
stretta allo stomaco, la pelle d’oca sulla nuca. Louie abbassò lo sguardo. Ci
fu un veloce fruscio nell’aria: il braccio del caporale che si muoveva, poi
un pugno che colpì Louie alla testa. Il prigioniero barcollò.
«Perché tu no guarda in mio occhio?» gridò il giapponese. Gli altri
prigionieri restarono immobili, irrigiditi.
Zamperini si raddrizzò, ricomponendosi. Mantenne un’espressione neutra
mentre alzava gli occhi verso il viso del caporale. Di nuovo il movimento
del braccio, il colpo violento alla testa, le gambe che cercavano di
reggerlo.
«Tu no guardare me!»
6
«Quest’uomo è uno psicopatico» pensò Tinker.
7

Il caporale fece marciare i prigionieri fino all’area di quarantena, dove


diede l’ordine di restare in piedi sotto una tettoia malconcia. Poi se ne
andò.
Passarono le ore. Sempre in piedi, gli uomini sentivano il freddo insinuarsi
nelle maniche e nelle gambe dei pantaloni. Alla fine decisero di sedersi. Il
mattino cedette il passo a un lungo pomeriggio gelido. Il caporale non
tornava.
Louie vide una cassetta di legno per le mele. Ricordando il suo
addestramento di boy scout nell’accensione del fuoco per sfregamento,
afferrò la cassetta e la fece a pezzi. Chiese a un compagno di passargli la
stringa di un suo stivale. Da un pezzetto di bambù ricavò un perno, che
inserì in un foro di un’assicella della cassetta. Passò più volte la stringa
intorno al perno e cominciò a tirarne alternativamente le estremità, facendo
ruotare il bambù. Dopo essersi dato parecchio da fare, dal perno si alzò un
po’ di fumo. Louie raccolse brandelli di un tatami che era stato buttato
nella spazzatura, li posò sul punto da cui si alzava il fumo e cominciò a
soffiare. Dai resti del materassino divampò una fiamma. Gli uomini si
avvicinarono al fuoco, dalle tasche spuntarono le sigarette e tutti si
scaldarono un po’.
8

All’improvviso ricomparve il caporale. «Nanda, nanda!» gridò, una parola


che significa più o meno «Cosa diavolo sta succedendo?». Volle sapere
dove avessero trovato i fiammiferi. Louie spiegò in che modo aveva
acceso il fuoco. Il viso del caporale si rabbuiò. Senza alcun preavviso,
colpì Louie alla testa, poi ritrasse il braccio per sferrare un altro pugno.
Zamperini avrebbe voluto chinarsi, ma soffocò l’istinto: a Ofuna aveva
imparato che questo avrebbe provocato solo altre percosse. Rimase
immobile e mantenne un’espressione neutra anche quando gli arrivò il
secondo pugno. Il caporale ordinò di spegnere il fuoco e se ne andò.
Louie Zamperini aveva appena incontrato l’uomo che si sarebbe dedicato
alla sua distruzione.
Quel caporale si chiamava Mutsuhiro Watanabe.
*

Nato durante la Prima guerra mondiale, era il quarto dei sei figli di
Shizuka Watanabe, una donna gentile ed eccezionalmente ricca. I
Watanabe godevano di una vita privilegiata grazie alle ingenti ricchezze
derivanti dalla proprietà del Takamatsu Hotel e di altri immobili a Tokyo,
nonché di miniere a Nagano e in Manciuria. A quanto sembra, il padre, un
pilota, era morto o aveva lasciato la famiglia quando Mutsuhiro era ancora
relativamente giovane, ma il ragazzo era comunque cresciuto nel lusso, in
belle case sparse in tutto il Giappone, assistito da servitori e nuotando nella
piscina privata di famiglia. I fratelli lo chiamavano affettuosamente Mu-
cchan.
Dopo l’infanzia e la giovinezza a Kobe, Watanabe aveva frequentato la
prestigiosa università Waseda di Tokyo, dove aveva studiato letteratura
francese e sviluppato una vera infatuazione per il nichilismo. Nel 1942 si
era laureato, si era stabilito a Tokyo e aveva cominciato a lavorare per
un’agenzia di stampa. Il lavoro era durato un mese soltanto: il Giappone
era in guerra e Mutsuhiro, profondamente patriottico, si era arruolato
nell’esercito.
Aveva grandi ambizioni come militare. Un suo fratello era ufficiale e il
marito della sorella maggiore era il comandante di Changi, un enorme
campo per prigionieri di guerra a Singapore. Ottenere i gradi era di
suprema importanza per Watanabe e quando aveva presentato domanda
per il corso ufficiali, probabilmente aveva pensato che l’ammissione gli
fosse dovuta in virtù della sua istruzione e del suo lignaggio. Ma era stato
respinto: sarebbe stato solo un semplice caporale. In base a tutte le
testimonianze, era stato quello il momento che lo aveva fatto deragliare,
lasciandolo umiliato, infuriato e amaramente invidioso degli ufficiali. Chi
l’ha conosciuto dirà che ogni parte della sua mente si era coagulata intorno
a quell’umiliazione bruciante e che fu quello a motivare ogni sua azione
successiva. Quell’evento determinante avrebbe avuto conseguenze
tragiche per centinaia di uomini.
Il caporale Watanabe era stato aggregato a un reggimento delle guardie
imperiali a Tokyo, di stanza nei pressi del palazzo di Hirohito. Dato che la
guerra non era ancora arrivata nelle isole giapponesi, non aveva visto alcun
combattimento. Nell’autunno del 1943, per ragioni ignote, era stato
trasferito e assegnato al compito più ignominioso per un sottufficiale: un
campo per prigionieri di guerra. Forse i suoi superiori avevano voluto
liberare le guardie imperiali da un elemento instabile e maligno, oppure
avevano deciso di mettere a profitto la sua aggressività. Watanabe era stato
assegnato a Omori con la qualifica di «funzionario disciplinare». L’ultimo
giorno di novembre del 1943, Mutsuhiro Watanabe era arrivato al campo.
9
Anche prima della comparsa di Watanabe, Omori era stato un posto
durissimo. La Convenzione di Ginevra del 1929, che il Giappone aveva
firmato ma mai ratificato, consentiva alle autorità di imporre il lavoro
manuale ai prigionieri di guerra, ma con alcune restrizioni.
10

I lavoratori dovevano essere fisicamente idonei e il lavoro non poteva


essere pericoloso, dannoso per la salute o di irragionevole difficoltà. Esso
inoltre non doveva avere alcun rapporto con le operazioni belliche e i
prigionieri dovevano ricevere una paga proporzionata all’opera svolta.
Infine gli ufficiali, che dovevano mantenere il controllo dei loro uomini,
non potevano essere obbligati al lavoro manuale.
Praticamente nulla nell’utilizzo giapponese dei prigionieri di guerra
rispettava la Convenzione di Ginevra. Essere un soldato semplice
prigioniero dei giapponesi significava essere uno schiavo. Il governo
nipponico stipulava contratti con società private per fornire mano d’opera
a fabbriche, miniere, porti e ferrovie. Gli uomini erano costretti a lavori
estremamente pesanti nell’ambito della produzione bellica o dei trasporti
di guerra. Il lavoro manuale, eseguito agli ordini di caposquadra muniti di
manganello, era così pericoloso e sfibrante che furono migliaia i
prigionieri che persero la vita. Nei casi estremamente rari in cui i
giapponesi ricompensavano i prigionieri per il lavoro svolto, la
retribuzione era quasi inesistente e ammontava a pochi spiccioli alla
settimana. L’unico aspetto della Convenzione di Ginevra che i giapponesi
a volte rispettavano era la proibizione di costringere gli ufficiali al lavoro
manuale.
Come quasi tutti gli altri, anche Omori era un campo di schiavi.
11

Dalle dieci alle undici ore al giorno, sette giorni alla settimana, i
prigionieri di guerra di Omori svolgevano lavori manuali da spezzare la
schiena in cantieri navali, scali ferroviari, scali merci per camion, una cava
di sabbia e un deposito di carbone. Per essere esonerati dal lavoro, gli
uomini dovevano essere in punto di morte; il livello minimo di febbre per
l’esenzione era di quaranta gradi. Il lavoro era massacrante; secondo il
prigioniero di guerra Tom Wade, allo scalo ferroviario di Tokyo ogni
uomo doveva sollevare dalle venti alle trenta tonnellate di materiale al
giorno.
12
Probabilmente perché Omori era utilizzato come campo-vetrina in cui
esibire i prigionieri a beneficio della Croce Rossa, gli uomini venivano
«pagati» dieci yen al mese – meno del prezzo di un pacchetto di sigarette –
che però potevano spendere solo scegliendo in un minuscolo assortimento
di merci scadenti alla mensa del campo, per cui il denaro tornava
immediatamente ai giapponesi.
13

Ad aggravare le dure condizioni di vita di Omori c’era la situazione


alimentare. Le razioni erano di qualità migliore rispetto a quelle di Ofuna,
ma venivano distribuite in quantità solo leggermente maggiori. Dato che
gli ufficiali non lavoravano, avevano diritto solo alla metà della razione
concessa agli schiavi; la giustificazione era che avevano bisogno di un
numero minore di calorie.
14

Insieme al riso, i prigionieri ricevevano un po’ di verdura, ma le proteine


erano praticamente assenti. Più o meno una volta alla settimana, un
giapponese entrava nel campo spingendo un carretto carico di «carne».
Poiché il contenuto del carretto veniva diviso tra centinaia di prigionieri,
una porzione era più o meno pari a un ditale e consisteva in roba tipo
polmoni e intestini, parti assortite di cane, qualcosa che i prigionieri
chiamavano «sperma d’elefante» e, una volta, un blocco misterioso che
dopo attente riflessioni gli uomini conclusero essere la vagina di una
cavalla.
15

Esattamente come a Ofuna, anche a Omori il beriberi e altre evitabili


malattie erano epidemiche. Gli ammalati, che non potevano lavorare,
ricevevano solo metà razione e quindi difficilmente potevano riprendersi.
Chi veniva colpito dalla dissenteria – detta «il benjo boogie» – inghiottiva
pezzetti di carbone o legno bruciato per tentare di frenare la cascata
digestiva. Molti pesavano meno di quaranta chili.
L’unico aspetto positivo di Omori, prima del novembre 1943, era stato
l’atteggiamento del personale giapponese, neppure lontanamente perfido
quanto quello dei sorveglianti di Ofuna. I prigionieri davano soprannomi
alle guardie, come Mascella di Porco, Ciccio, Dente di Coniglio, Gengis
Khan e Reporter Errante. Un disgraziato ufficiale, scrisse il prigioniero di
guerra Lewis Bush, indossava costantemente pantaloni troppo larghi e
«camminava come se stesse sempre per correre al cesso», cosa che spinse
gli internati a soprannominarlo tenente Cacca-nelle-braghe.
16

Tra le guardie c’erano alcune canaglie e un paio di autentici delinquenti,


ma parecchi dipendenti del campo erano amichevoli. Gli altri erano
indifferenti, facevano rispettare le regole con i pugni, ma se non altro si
comportavano in modo prevedibile. Relativamente parlando, Omori non
era un campo noto per la sua violenza. Con l’arrivo di Watanabe tutto era
cambiato.
Si presentò con dolci e sigarette per i prigionieri di guerra. Sorrise e
conversò piacevolmente, posò per qualche foto con alcuni ufficiali
britannici e parlò con ammirazione dell’America e dell’Inghilterra. Per
parecchi giorni non emise neppure un sussurro.
Poi, una domenica mattina, Watanabe si avvicinò ad alcuni prigionieri che
sostavano sulla soglia di una baracca. Uno di loro, Derek Clarke, ordinò:
«Pista!», perché i compagni si spostassero e lasciassero libero il passaggio.
Quell’unica parola fece esplodere Watanabe. Si scagliò contro Clarke e lo
picchiò finché non cadde a terra. A quel punto cominciò a prenderlo a
calci. Bush tentò di spiegargli che il compagno non aveva voluto dire
niente di male, ma Watanabe sguainò la spada e cominciò a strillare che
avrebbe decapitato Clarke. Un ufficiale giapponese pose fine
all’aggressione, ma quella sera stessa Watanabe se la prese con Bush,
scagliandolo contro una stufa arroventata e poi prendendolo a pugni e a
calci. Bush stava già dormendo quando Watanabe tornò e lo costrinse a
mettersi in ginocchio. Per tre ore Watanabe assediò il prigioniero,
prendendolo a calci e tagliuzzandogli i capelli con la spada. Se ne andò,
ma tornò due ore dopo. Bush si aspettava di essere ucciso, invece il
giapponese lo portò nel suo ufficio, lo abbracciò, gli offrì una birra e gli
regalò manciate di dolci e sigarette. Si scusò tra le lacrime e promise che
non avrebbe mai più maltrattato un prigioniero, una risoluzione che non
durò a lungo. Più tardi, quella notte stessa, afferrò un bokken – la lunga e
pesante spada di legno usata negli esercizi di kendo –, si precipitò urlando
all’interno di una baracca e cominciò a picchiare chiunque gli capitasse a
tiro.
17

Per usare le parole di Bush, Watanabe aveva «scoperto le sue carte». Da


quel giorno in poi, sia le sue vittime che i suoi colleghi giapponesi si
sarebbero interrogati su quel comportamento violento e imprevedibile,
senza tuttavia trovare un accordo sulle cause. Per Yuichi Hatto, il contabile
del campo, si trattava semplicemente di follia.
18

Altri vedevano invece qualcosa di più calcolato. Gli ufficiali prigionieri di


guerra che avevano a malapena notato la presenza di Watanabe, dopo
l’attacco a Bush cominciarono a guardarlo con terrore. La ricaduta di
quell’accesso d’ira placava un desiderio divorante in Watanabe: la cruda
brutalità gli dava quel potere sugli uomini che non gli consentivano i gradi.
«All’improvviso si accorse che, dopo avere picchiato qualcuno, era temuto
e rispettato» osservò Wade. «E così quello diventò il suo stile di
comportamento.»
19

Watanabe traeva un altro piacere dalla violenza. A parere di Hatto, il


caporale era un sadico sessuale, tanto da ammettere liberamente il fatto che
picchiare i prigionieri lo portava all’orgasmo. «Gli piaceva infliggere
dolore ai prigionieri» scrisse Hatto. «Facendoli soffrire, soddisfaceva un
suo desiderio sessuale.»
20

Era nato un tiranno. Watanabe picchiava i prigionieri ogni giorno,


fratturando nasi, rompendo timpani, frantumando denti, lasciando uomini
privi di sensi. Una volta strappò quasi metà orecchio a un prigioniero.
Un’altra volta, in inverno, costrinse un ufficiale a restarsene seduto per
quattro giorni in un capanno con addosso soltanto il fundoshi, il
tradizionale perizoma cingilombi. Legò un prigioniero sessantacinquenne a
un albero e lo lasciò così per giorni. Ordinò a un altro internato di
presentarsi da lui ogni sera, per tre settimane, per farsi prendere a pugni in
faccia. Fece pratica di judo servendosi di un paziente appena operato di
appendicite. Quando era preso dall’estasi di un’aggressione, urlava e
ululava, sbavando con la schiuma alla bocca; a volte singhiozzava, le
guance rigate di lacrime. I prigionieri riuscivano a capire quando stava per
arrivare un’esplosione: la palpebra destra del caporale si abbassava sempre
per un momento prima che lui si scatenasse.
21

Watanabe si guadagnò rapidamente una terrificante reputazione in tutto il


Giappone.
22

Ufficiali di altri campi cominciarono a mandargli i prigionieri più


irrequieti perché li «mettesse a posto» e Omori venne ribattezzato «campo
di punizione».
23
Nelle parole del comandante Maher, che era stato trasferito da Ofuna e a
Omori era il prigioniero di grado più elevato, Watanabe era «la guardia più
perversa di tutti i campi di prigionia in Giappone».
24

Erano due gli elementi che distinguevano Watanabe da altri famigerati


criminali di guerra. Il primo era l’enfasi che il giapponese dava alla tortura
emotiva. Perfino in base agli standard della sua cultura, così attenta
all’onore, Watanabe era esageratamente tormentato da quella che
percepiva come la propria umiliazione ed era deciso a infliggere lo stesso
dolore agli uomini in suo potere. Mentre personaggi come il Medicastro
erano semplici bruti, Watanabe univa ai pestaggi atti intesi a demolire la
psiche. Costrinse alcuni prigionieri a inchinarsi continuamente per ore
davanti a zucche o ad alberi. Ordinò a un internato, un cappellano militare,
di fare per tutta la notte il saluto militare a un pennone gridando keirei,
l’inchino di saluto giapponese. L’episodio si concluse con il cappellano in
lacrime e quasi impazzito. Watanabe confiscava ai prigionieri le foto dei
familiari e le distruggeva, convocava gli internati nel suo ufficio, mostrava
le lettere da casa e poi, ancora chiuse, le bruciava davanti a loro. Per
assicurarsi che gli uomini si sentissero completamente impotenti, ogni
giorno cambiava il modo in cui esigeva che gli venisse rivolta la parola,
picchiando poi chiunque non indovinasse. Ordinava ai prigionieri di
violare le regole del campo e poi li aggrediva perché non le avevano
rispettate. Jack Brady riassunse il personaggio in un’unica frase: «Era in
assoluto l’uomo più sadico che io abbia mai incontrato».
25

L’altra caratteristica che distingueva Watanabe dai suoi colleghi era


l’incoerenza. Per la maggior parte del tempo era il dio malvagio di Omori.
Ma dopo i pestaggi, a volte si ripresentava alle sue vittime per scusarsi,
spesso piangendo. Tali attacchi di contrizione di solito duravano solo
qualche minuto, poi urla e percosse ricominciavano. Passava dalla
massima tranquillità a una follia distruttiva in un batter d’occhio, spesso
senza motivo. Un prigioniero ricorda di averlo visto lodare con cortesia un
suo compagno, e un attimo dopo scatenarsi rabbioso e pestare quello stesso
prigioniero per poi andare nel suo ufficio a consumare il pranzo con la
placidità di una mucca al pascolo.
26

Quando non perseguitava i prigionieri, Watanabe li costringeva a essere


suoi amici.
27

Svegliava un internato nel cuore della notte e, gentilissimo, lo invitava


nella sua stanza, dove gli offriva dolci e parlava di letteratura. A volte
radunava chiunque nel campo sapesse cantare o suonare uno strumento,
portava il gruppo in camera sua ed esigeva un concerto. Si aspettava che
gli uomini si comportassero come suoi adoratori e, a volte, sembrava
credere sinceramente che fosse proprio così.
Forse organizzava simili riunioni perché stressavano i prigionieri più di
un’ostilità continua e coerente. O forse si sentiva semplicemente solo. I
giapponesi di Omori disprezzavano Watanabe per la sua superbia, per le
vanterie riguardanti la sua ricchezza e per i modi rudi e scortesi. Al
caporale piaceva esibire la propria cultura: alle riunioni dei sottufficiali
blaterava noiosamente a proposito del nichilismo e teneva pomposi
discorsi sulla letteratura francese. Nessuno dei colleghi lo ascoltava. E non
a causa degli argomenti: semplicemente, tutti lo detestavano.
28

Forse era questo il motivo per cui cercava amicizia tra i prigionieri. Quei
tè, scrisse Derek Clarke, erano «situazioni tese, come stare seduti sul bordo
di un vulcano».
29

Un passo falso, una parola sbagliata potevano scatenare il caporale


giapponese, che a quel punto spaccava teiere, rovesciava tavoli e pestava i
suoi ospiti fino a far perdere loro i sensi. Dopo che i prigionieri se n’erano
andati, Watanabe sembrava avvertire l’umiliazione di essere stato costretto
a pretendere amicizia da gente che gli era inferiore. Il giorno dopo spesso
rimediava frustando con gli occhi sbarrati i suoi amici della sera prima.
Come tutti i bulli, preferiva un particolare tipo di vittima. I prigionieri
soldati semplici di solito ricevevano soltanto qualche schiaffo occasionale,
ma gli ufficiali erano destinati a una crudeltà implacabile. E tra gli
ufficiali, alcuni risultavano essere particolarmente irresistibili per
Watanabe. Qualcuno di loro aveva una posizione sociale elevata, come
medici, cappellani, comandanti di caserma o chiunque avesse avuto
successo nella vita civile. Altri suscitavano il risentimento del caporale
perché non erano disposti a strisciare davanti a lui. Erano questi i soggetti
che gli piaceva individuare e poi tormentare con odio inesauribile.
Dal momento in cui incrociò lo sguardo di Louie Zamperini – ufficiale,
famoso olimpionico e uomo per cui la sfida era una seconda natura –
nessun altro lo ossessionò più di lui.
*

In varie memorie di prigionieri di guerra, il nome di battesimo di


Watanabe viene quasi sempre indicato come Matsuhiro, ma documenti
ufficiali confermano che il nome esatto era Mutsuhiro.
XXIV
Perseguitato
Dopo un giorno trascorso a rabbrividire nell’area di quarantena di Omori,
Louie venne condotto nel campo vero e proprio, un enorme complesso in
cui si ammassavano circa novecento prigionieri. Si avviò lungo una fila di
baracche, trovò quella cui era stato assegnato, entrò e venne subito
circondato da parecchi prigionieri che gli diedero il benvenuto. Uno di loro
gli mise tra le mani gelate una tazza di tè bollente, poi si avvicinò uno
scozzese con un cucchiaio e un pesante calzino rigonfio. L’uomo tuffò il
cucchiaio nel calzino e poi, per due volte, versò lo zucchero nella tazza di
Zamperini. Per qualsiasi prigioniero lo zucchero era un tesoro di valore
inestimabile e Louie non riusciva a immaginare come lo scozzese fosse
riuscito a procurarsene un calzino pieno.
1

Mentre sorseggiava il tè, venne presentato ai due comandanti delle


baracche, il tenente britannico Tom Wade e il tenente americano Bob
Martindale, i quali cominciarono a dargli informazioni su Omori. Gli
parlarono del caporale che l’aveva aggredito all’entrata: si chiamava
Watanabe, ma Louie non doveva mai parlarne usando il nome vero. La
paranoia di Watanabe era tale che spesso si nascondeva fuori dalle
baracche, sperando di sorprendere i prigionieri a parlare di lui in modo da
avere un pretesto per pestarli. Gli internati si riferivano al caporale
giapponese con tutta una serie di soprannomi, come Animale, Grande
Bandiera, Piccolo Napoleone e, più spesso, Uccello, un nome scelto perché
privo di connotazioni negative che comportassero pestaggi.
Il passatempo preferito dell’Uccello consisteva nel fare irrompere le
guardie nelle baracche al grido di Keirei! Dopodiché entrava lui e
sceglieva la sua vittima. Restare lontano dalla porta non garantiva la
sicurezza: Watanabe amava saltare all’interno delle baracche dalle finestre
aperte. I prigionieri dovevano stare sempre all’erta, parlare del caporale
solo sussurrando e concordare in anticipo l’argomento cui passare
immediatamente nel caso in cui l’Uccello fosse comparso all’improvviso e
avesse ordinato di dirgli di cosa stavano parlando. Il consiglio era
rispondere che stavano parlando di sesso, dato che quello era un tema che
lo interessava e lo distraeva.
2
Le baracche di Omori erano disposte su due file, una di fronte all’altra e
separate da una sorta di viale. In fondo c’era l’ufficio dell’Uccello,
posizionato in modo tale da consentirgli di vedere tutto il viale dalla
grande finestra sul davanti.
3

Per andare da qualsiasi parte – a eccezione dei benjo che erano dietro le
baracche – i prigionieri dovevano per forza entrare nel campo visivo
dell’Uccello, il quale aveva dato l’ordine che gli uomini salutassero
militarmente non solo lui, ma anche la sua finestra. Spesso si nascondeva
nei pressi del suo ufficio impugnando una mazza da baseball, pronto a
colpire chiunque non lo facesse.
I prigionieri avevano messo a punto un elaborato sistema di sorveglianza
per monitorare i movimenti dell’Uccello. Quando Watanabe era nel suo
ufficio, dicevano: «L’Animale è in gabbia». Quando era fuori: «L’Animale
è a caccia». «Alzabandiera!» significava che l’Uccello stava arrivando. I
prigionieri erano ormai così sensibili e attenti alla presenza del caporale da
riconoscere all’istante il rumore sordo prodotto dai suoi zoccoli sulla
sabbia. Quel suono di solito innescava una fuga di massa ai benjo, dove
l’Uccello si avventurava raramente.
Louie assimilò tutti i consigli su come cavarsela con Watanabe, ma venne
anche a sapere qualcosa che lo demoralizzò. Dato che Omori era un campo
per prigionieri di guerra, aveva sperato di poter scrivere a casa e far sapere
alla famiglia che era vivo. C’era stato un tempo in cui in effetti i detenuti
di Omori avevano avuto il permesso di scrivere lettere, ma non era più
così. L’Uccello non lo consentiva.
Al loro arrivo a Omori, i prigionieri venivano registrati presso la Croce
Rossa e le informazioni relative al luogo in cui si trovavano venivano
inoltrate ai rispettivi governi e quindi alle famiglie. Ma gli ufficiali di
Omori non avevano registrato Louie.
4

Per lui avevano piani speciali e, a quanto pareva, tenevano segreta la sua
presenza. Dato che il suo nome non compariva nei registri della Croce
Rossa, il governo americano non aveva motivo di ritenere che fosse ancora
vivo e alla famiglia Zamperini non venne detto nulla.
Per Louie le lezioni sull’Uccello non furono di alcun aiuto. Non appena
metteva piede fuori, Watanabe lo trovava, lo accusava di immaginarie
infrazioni e lo aggrediva con furia selvaggia. Il giorno dopo arrivava un
altro pestaggio, e il giorno dopo un altro ancora.
5

C’erano centinaia di internati nel campo, ma lo squilibrato caporale aveva


una vera fissazione per Louie, che tormentava di continuo e definiva «il
prigioniero numero uno».
6

Zamperini cercava di nascondersi in mezzo a gruppi di compagni, ma


l’Uccello lo scovava sempre. «Dopo i primi giorni al campo» dirà Louie
«stavo in guardia da lui come da un leone libero nella giungla.»
7

Ogni mattina, quando si svegliava, il suo primo pensiero era per l’Uccello.
Stava all’erta durante il tenko della mattina, l’appello, il peto
all’imperatore e la colazione, terminata la quale i prigionieri soldati
semplici venivano suddivisi in squadre di lavoro e marciavano fuori dal
campo scortati dalle guardie. Quell’esodo diminuiva drasticamente la
popolazione del campo, privando Louie di gruppi in cui nascondersi.
L’Uccello calava immediatamente su di lui.
L’unica cosa buona dell’essere ufficiale a Omori era che si era esentati dal
lavoro forzato, anche se al doloroso prezzo di metà della razione standard.
Ma poco dopo l’arrivo al campo di Zamperini, l’Uccello convocò tutti gli
ufficiali e annunciò che da quel momento in poi avrebbero lavorato nei
vari siti insieme ai soldati semplici.
8

Un ufficiale protestò affermando che sarebbe stata una violazione della


normativa internazionale e l’Uccello lo colpì subito alla testa con la sua
spada da kendo. Poi si avvicinò a un altro ufficiale, che a sua volta
dichiarò che non avrebbe lavorato. La spada colpì di nuovo. Louie era il
terzo. Cercando di evitare di farsi spaccare la testa, azzardò una proposta
di compromesso: gli ufficiali sarebbero stati lieti di lavorare all’interno del
campo per fare di Omori un posto migliore.
L’Uccello rifletté e sembrò arrivare alla conclusione che, visto che gli
ufficiali avrebbero comunque lavorato, la vittoria era sua. Fu così che
mandò i prigionieri graduati in un magazzino con l’ordine di ricucire e
rammendare vari articoli in pelle: borse per le munizioni, zaini e protezioni
di attrezzature. Louie e gli altri restavano là dentro per circa otto ore al
giorno, ma lavoravano solo quando in giro c’era l’Uccello e, anche allora,
cucivano deliberatamente male.
La mossa successiva del caporale giapponese fu annunciare che gli
ufficiali avrebbero svuotato i benjo. Otto benjo non potevano reggere
l’urto di novecento uomini afflitti dalla dissenteria ed evitare che
traboccassero era un compito improbo. Louie e gli altri ufficiali
utilizzavano i «rimescolamiele» – giganteschi mestoloni – per estrarre il
liquame dalle fosse e versarlo nei secchi che poi andavano a svuotare nei
pozzi neri all’esterno del campo.
9

Era un lavoro nauseabondo e degradante e, in occasione di forti piogge, il


liquame traboccava dai pozzi neri e rifluiva nel campo. Per non dare
all’Uccello il piacere di vederli umiliati, gli ufficiali si impegnarono al
massimo per mostrarsi sempre allegri e di buon umore. Martindale istituì il
«Reale Ordine del Benjo». «Il motto» scriverà «non è pubblicabile.»
10

Più o meno quando gli ufficiali concludevano la loro giornata fatta di


abusi, rimescolamenti di miele e rammendi approssimativi, i soldati
semplici venivano ricondotti al campo. La prima volta che Louie li vide
rientrare, capì da dove era arrivato quel calzino pieno di zucchero.
In tutti i luoghi di lavoro i prigionieri di Omori erano impegnati in
operazioni di sabotaggio. Agli scali ferroviari e ai moli, scambiavano le
etichette degli indirizzi, modificavano le destinazioni e alteravano le scritte
sui vagoni, mandando tonnellate di merci in posti sbagliati. Versavano
manciate di terriccio nei serbatoi e rompevano qualsiasi oggetto meccanico
capitasse nelle loro mani. Costretto a costruire blocchi motore, l’americano
Milton McMullen curava l’esterno del pezzo quel tanto da superare
l’ispezione, ma assemblava l’interno in modo tale che il motore non
avrebbe mai funzionato. Ai prigionieri che lavoravano ai moli cadevano
spesso «accidentalmente» gli oggetti fragili; una volta accadde con una
grossa consegna di vini e mobili destinata a un ambasciatore nazista (i
mobili rotti vennero fatti proseguire; il vino venne raccolto nelle borracce
dei prigionieri). I soldati che si ritrovarono tra le mani le valigie del
diplomatico tedesco strapparono gli abiti, li sporcarono di fango e olio e li
rimisero dentro con un cordiale biglietto firmato «Winston Churchill».
Tutti bevevano quantità enormi di tè e facevano pipì a profusione
praticamente su ogni sacco di riso che erano costretti a caricare. In un
episodio famoso, i prigionieri incaricati di trasportare merci pesantissime a
bordo di una grande chiatta scaricarono il materiale con tanta violenza che
l’imbarcazione affondò, bloccando un canale. Dopo sforzi erculei per
rimuovere la chiatta affondata e farne arrivare un’altra, i prigionieri fecero
affondare anche la seconda imbarcazione.
Pensando che probabilmente sarebbe morto in Giappone e che quindi non
aveva niente da perdere, McMullen si unì a parecchi altri compagni in
un’azione potenzialmente suicida. Durante il lavoro forzato a uno scalo
ferroviario, i prigionieri notarono che un gruppo di operai aveva
dimenticato di riporre gli attrezzi. Approfittando della distrazione della
guardia che si era messa a corteggiare una bella ragazza, gli uomini
scattarono dalle loro postazioni, afferrarono gli attrezzi, si precipitarono su
un tratto di binario, svitarono bulloni e perni e poi tornarono di corsa ai
rispettivi posti. La guardia, che stava ancora parlando con la ragazza, non
si accorse di nulla. Comparve una locomotiva sbuffante con parecchi
vagoni al seguito, arrivò sul tratto sabotato e le rotaie schizzarono via,
facendo deragliare l’intero convoglio, che si ribaltò su un fianco. Non ci
furono feriti, ma i giapponesi rimasero sconvolti. Guardarono subito i
prigionieri, che però continuavano a lavorare impassibili. I giapponesi
cominciarono a gridare e ad accusarsi a vicenda.
Azioni del genere, per quanto pericolose, avevano un potere trasformativo.
Rischiando il collo per sabotare il nemico, i prigionieri non erano più
schiavi passivi. Erano di nuovo soldati.
Quello che non potevano sabotare, lo rubavano. Forzavano le casse da
caricare, spillavano vino dalle bottiglie, sollevavano dai cardini le porte dei
magazzini, razziavano la cambusa delle navi e risalivano strisciando gli
scivoli delle fabbriche. I prigionieri di guerra scozzesi che lavoravano nel
magazzino di generi alimentari della Mitsubishi erano quelli che avevano
messo a punto l’operazione più sofisticata. Quando i giapponesi avevano
chiesto che misura di scarpe portassero per dotarli di stivali da lavoro, tutti
avevano dichiarato parecchi numeri in più. Poi avevano lavorato a maglia
speciali calzini lunghi circa un metro e venti e raccolto una montagna di
canne di bambù cave. E una volta sul posto di lavoro, si appoggiavano con
fare indifferente ai sacchi pieni di zucchero, conficcavano le canne in un
sacco, posizionavano l’estremità libera delle canne nei calzini e
aspettavano che lo zucchero li riempisse. Altri preferivano legare
strettamente i risvolti dei pantaloni, sistemarsi le canne alla cintura e
riempirsi di zucchero i pantaloni. Ogni carico veniva depositato in uno
scomparto segreto nella latrina, dove veniva recuperato a fine giornata.
11

Ogni sera Louie vedeva rientrare gli schiavi, imbottiti di refurtiva. Il


momento critico era quello dell’ispezione. Durante le perquisizioni i
prigionieri si passavano abilmente il bottino, o nascondevano gli uomini
che lo trasportavano, mentre le guardie erano voltate. McMullen era solito
nascondere pesci nelle maniche; quando veniva tastato dalla guardia,
alzava le braccia tenendo ben stretta la coda dei pesci in modo che non
scivolassero fuori. La cosa più difficile era nascondere i prigionieri che
rientravano completamente sbronzi dopo avere tracannato tutto l’alcol che
non era stato possibile contrabbandare all’interno del campo. Gli ubriachi
venivano piazzati al centro della fila, le spalle premute contro quelle dei
compagni sobri che li affiancavano in modo che non crollassero in avanti,
addosso alle guardie.
Una volta al sicuro nelle baracche, Louie guardava gli amici scaricare la
merce. Sotto gli indumenti, comparivano calzini pieni di zucchero appesi
al collo o alle braccia, sotto le ascelle e lungo i pantaloni, nascosti nel collo
dolcevita dei maglioni, in tasche segrete, sotto i berretti. Da sotto le
camicie emergevano salmoni lunghi mezzo metro. Una volta Louie vide
un compagno estrarre tre scatolette di ostriche da un solo stivale. C’erano
gambe avvolte in foglie di tabacco. Un americano aveva creato uno
scomparto segreto nella sua borraccia: il fondo era destinato al liquore
rubato, mentre la parte superiore, in caso di ispezione, conteneva soltanto
acqua.
I ladri venivano continuamente scoperti e, quando succedeva, tutti gli
uomini della squadra di lavoro di cui facevano parte venivano pestati, con i
pugni, le mazze e i calci dei fucili. Ma i prigionieri ricevevano talmente
poco cibo e lavoravano così tanto che erano costretti a rubare per
sopravvivere. Istituirono una «Università del Furto» nella quale i
«professori», cioè i ladri più abili, insegnavano appunto l’arte del rubare.
12

L’esame finale consisteva nel portare a termine un furto. Se il candidato


veniva scoperto, gli ufficiali prigionieri suggerivano ai giapponesi di
trasferire il colpevole in un sito dove non ci fosse cibo. I giapponesi di
solito erano d’accordo e a quel punto gli ufficiali alleati sostituivano il
ladro inetto con un laureato all’Università del Furto.
In quanto ufficiale, Louie non aveva alcuna possibilità di rubare, ma venne
rapidamente integrato nel sistema ladresco con il compito di arrotolare le
foglie di tabacco per l’essiccazione, metterle in «casseforti a muro» segrete
per la stagionatura e, a conclusione del trattamento, ridurle in filamenti
fumabili.
Grazie ai furti nel campo fioriva un mercato nero con una notevole varietà
di merci. Un gruppo una volta rubò tutti gli ingredienti per preparare un
dolce, solo per scoprire al momento della cottura che la farina in realtà era
cemento.
13

Dato l’alto numero di prigionieri, il bottino una volta suddiviso non era
molto, ma tutti ne beneficiavano in qualche modo. Quando i ladri si
ritrovavano con qualcosa in più, lo davano a Zamperini, il quale non
riusciva ancora a riprendere peso. Due o tre volte gli passarono addirittura
delle ostriche affumicate. Louie le divorò e poi raggiunse furtivamente la
recinzione per gettare le scatolette vuote nella baia di Tokyo.
Il cibo rubato, e in particolare lo zucchero degli scozzesi, era la moneta
corrente del campo e i «baroni dello zucchero» diventarono i nuovi ricchi
di Omori, assumendo addirittura assistenti che si occupavano del loro
bucato. Gli scozzesi erano duri uomini d’affari, ma regalavano sempre un
quarto della refurtiva ai prigionieri infermi. Una notte Louie si accorse che
Frank Tinker era in condizioni disperate; aspettò che le guardie passassero,
corse alla baracca degli scozzesi e spiegò che Tinker era in guai seri. Gli
scozzesi lo rimandarono dall’amico con una scorta di zucchero, gratis. In
seguito Tinker avrebbe dichiarato che lo zucchero di Louie gli aveva
«salvato l’anima».
14

Secondo Martindale, Tinker non fu l’unico a essere salvato. I decessi per


malattia e denutrizione erano stati frequenti, ma dopo l’istituzione
dell’Università del Furto morirono solo due prigionieri, uno dei quali per
peritonite.
15

E in un luogo fondato sulla degradazione, rubare al nemico restituiva la


dignità ai prigionieri.
Passavano le settimane, ma le aggressioni dell’Uccello nei confronti di
Louie non diminuivano. Il caporale si scagliava su di lui inaspettatamente,
ogni giorno, prendendolo a pugni in faccia e sulla testa. Qualsiasi
resistenza, anche il solo tentativo di proteggersi il viso, avrebbe scatenato
maggiore violenza. Zamperini non poteva fare altro che restarsene in piedi
barcollante mentre l’Uccello lo colpiva. Non riusciva a comprendere la
fissazione del caporale giapponese e voleva disperatamente che qualcuno
lo salvasse.
16

Durante uno degli attacchi dell’Uccello, Louie vide il comandante del


campo, Kaname Sakaba, uscire dall’ufficio e guardare nella sua direzione.
Provò una sensazione di sollievo: pensò che Sakaba, vedendo un ufficiale
prigioniero di guerra maltrattato da un semplice caporale, avrebbe messo
fine alla cosa. Ma Sakaba diede un’occhiata indifferente e rientrò in
ufficio.
17

Successivi pestaggi, di Louie e di altri, non ebbero effetti diversi. Gli


ufficiali giapponesi si limitavano a guardare, alcuni con approvazione, altri
con espressione turbata. A volte, quando impartivano un ordine,
permettevano che l’Uccello, un semplice caporale, li contraddicesse o li
ignorasse apertamente, in loro stessa presenza.
18

Secondo Yuichi Hatto, il contabile del campo, quella strana situazione era
il risultato di una questione di gradi. Sakaba voleva ferocemente una
promozione. La parvenza di ordine nel suo campo e la produttività dei suoi
schiavi favoriva i suoi interessi e la brutalità di Watanabe era un utile
strumento. Non si sa con certezza se Sakaba abbia ordinato a Watanabe di
maltrattare i prigionieri, ma è evidente che approvava gli abusi. Sempre
secondo Hatto, alcuni dipendenti del campo erano scandalizzati dal
trattamento che l’Uccello riservava ai prigionieri, ma dato che quegli atti
erano graditi a Sakaba, il caporale era intoccabile, anche da chi gli era
superiore di grado. Di conseguenza l’Uccello ostentava la propria impunità
e in pratica era lui che dirigeva il campo.
19

Considerava i prigionieri come sua proprietà personale e a volte aggrediva


i connazionali che interagivano con loro. Hatto disse che Watanabe era
«non una semplice guardia a Omori, ma il monarca assoluto dei prigionieri
di guerra».
Alcuni giapponesi, compreso Hatto, cercavano di aiutare gli internati di
nascosto da Watanabe. In questo senso nessuno si impegnò più del soldato
semplice Yukichi Kano, l’interprete del campo. Agli ammalati che non
potevano lavorare, e avrebbero quindi perso metà della razione, Kano
trovava compiti facili e leggeri perché fossero considerati ufficialmente «al
lavoro» e potessero mangiare abbastanza per riprendersi. Se vedeva
qualcuno violare le regole, mangiando verdura nell’orto o mettendosi in
tasca cozze all’esterno del campo quando c’era la bassa marea, parlando
alle guardie le costringeva a guardare da un’altra parte. In inverno
appendeva coperte alle pareti dell’infermeria e andava a caccia di carbone
per riscaldare gli ambienti. Sottraeva i malati al sadico medico giapponese
del campo e li affidava a un prigioniero laureato in medicina. Pappy
Boyington, decorato con la Medaglia d’Onore, scrisse di considerare Kano
ben più coraggioso di lui e di ritenere che il cuore del giapponese fosse
straziato da un lato dalla pietà per l’ignoranza e la brutalità di alcuni suoi
connazionali e dall’altro dalla totale comprensione delle sofferenze dei
prigionieri. Ma per Louie, il bersaglio preferito dell’Uccello, Kano non
poteva fare niente.
20

Quando Zamperini vide i funzionari della Croce Rossa che venivano


accompagnati in un’ispezione del campo accuratamente preparata, pensò
che fosse finalmente arrivato l’aiuto che sperava. Ma rimase costernato
quando si accorse che l’Uccello tallonava i funzionari e ascoltava con
attenzione le risposte degli internati alle domande sulla vita nel campo.
Nessun prigioniero era così folle da rispondere con sincerità, ben
consapevole della successiva rappresaglia. Louie non ebbe altra scelta se
non quella di tenere la bocca chiusa.
21

Doveva cavarsela da solo. Le aggressioni continuavano e la sua collera


aumentava. L’esperienza della sua infanzia – i bulli che tutti i giorni lo
rimandavano a casa sanguinante – si stava ripetendo. Il suo mondo
interiore bruciava di una rabbia che non riusciva più a nascondere.
Ogni volta che Watanabe si scagliava contro di lui, si sorprendeva con le
mani strette a pugno. Mentre calavano i colpi, si vedeva strozzare il
caporale. L’Uccello esigeva che lo guardasse in faccia, cosa che Louie si
rifiutava di fare. Il giapponese si sforzava con ogni mezzo di mandarlo al
tappeto; Louie barcollava, ma non cadeva. Nella visione periferica, vedeva
che l’Uccello fissava furioso i suoi pugni chiusi. I compagni gli
consigliavano di mostrarsi deferente, altrimenti l’Uccello non si sarebbe
mai fermato. Louie non poteva farlo. Quando alzava gli occhi, il suo
sguardo mostrava solo odio. Per Watanabe, la cui vita era imperniata sulla
volontà di costringere gli altri alla sottomissione, la sfida di Louie era
un’offesa personale intollerabile.
22

I prigionieri sentivano via via più spesso le sirene di Tokyo echeggiare


attraverso la baia. Erano sempre falsi allarmi, ma rintuzzavano la loro
speranza. Louie scrutava il cielo vuoto e sperava che i bombardieri
arrivassero prima che l’Uccello lo uccidesse.
Alle diciotto e trenta, ora di Greenwich, di mercoledì 18 ottobre 1944,
iniziò la trasmissione di Radio Tokyo intitolata Postman Calls.
23

Era uno dei dodici programmi di propaganda in lingua inglese destinati


alle truppe alleate. I conduttori erano prigionieri di guerra noti come i
«propagandisti» e in genere erano stati costretti a prestarsi a quel compito
da minacce di pestaggi o di venire uccisi.
Quella sera il programma fece un annuncio: «Il postino questa sera chiama
la California e la signora Louise Zamperini, 2028 Gramercy Street,
Torrance, California. Ecco un messaggio di suo figlio, il tenente Louis
Silvie Zamperini, attualmente internato nel campo di Tokyo: “Miei cari,
sono illeso e in buona salute. Mi mancate tutti tremendamente e vi sogno
spesso. Prego che stiate tutti bene e spero di rivedervi presto. Tutto il mio
affetto a parenti e amici. Conservate le mie cose e il mio denaro. Con
affetto, Louis”».
24

A Omori, distante pochi chilometri, Louie non sapeva niente della


trasmissione.
25

I giapponesi avevano scritto loro stessi il messaggio o avevano costretto


un propagandista a farlo.
La trasmissione non arrivò negli Stati Uniti, ma nella cittadina di
Claremont, Sudafrica, un certo E.H. Stephan captò il segnale con una radio
a onde corte, o forse ne ricevette un resoconto. Stephan lavorava per un
servizio che monitorava le trasmissioni e comunicava notizie relative ai
prigionieri di guerra alle famiglie. Compilò una scheda con le informazioni
della trasmissione. Louie Zamperini, riportava la scheda, era prigioniero di
guerra in un campo dell’Asse.
Stephan fissò con un punto di cucitrice la trascrizione del messaggio
radiofonico alla scheda, che intestò utilizzando i dati che aveva sentito nel
messaggio, ma che aveva frainteso come Louise Vancerini, 2028
Brammersee Street, Terence, California. Mise il tutto in una busta che
spedì per posta.
A causa dell’indirizzo sbagliato e dei gravi ritardi della posta dovuti alla
guerra, la scheda avrebbe vagato per mesi per il mondo. Nel gennaio del
1945 rispuntò a Trona, un incrocio nel deserto californiano. E fu solo alla
fine di quello stesso mese, quasi tre mesi e mezzo dopo la trasmissione,
che qualcuno a Trona prese in mano la lettera, scribacchiò «Provare
Torrance» sulla busta e fece proseguire il plico per posta.
26
XXV
B-29
Era uno degli ultimi giorni d’ottobre del 1944 e Louie stava spingendo un
carretto a mano. Attraversò il ponte di Omori, superò il villaggio sull’altro
lato del ponte ed entrò a Tokyo.
1

Con lui c’erano un altro prigioniero del campo e una guardia: dovevano
andare a ritirare della carne per le razioni. Zamperini era in Giappone da
tredici mesi, ma quella era la prima volta che si trovava, non bendato, a
contatto con la società che lo teneva prigioniero.
Tokyo sembrava dissanguata. Da nessuna parte si vedevano uomini
giovani. A causa della grave scarsità di generi alimentari e merci provocata
dalla guerra, mercati e ristoranti erano chiusi. I civili erano sporchi e
malvestiti. Tutti sapevano che gli americani stavano arrivando e la città
sembrava trattenere il fiato. Squadre di bambini e adolescenti scavavano
trincee e abbattevano edifici per ottenere barriere tagliafuoco.
2

Louie, il suo compagno e la guardia arrivarono al macello e caricarono


carne di cavallo sul carretto. Tornando verso Omori, Zamperini alzò gli
occhi e notò un graffito sul muro di un palazzo: «B Niju Ku».
3

Il primo carattere era semplice: la lettera B. Louie sapeva che niju


significava venti e ku nove, però non sapeva che ku aveva anche un altro
significato: dolore, calamità, afflizione. Spingendo il carretto all’interno
del campo di Omori, si chiese cosa volesse dire «B ventinove» e perché
mai qualcuno l’avesse scritto su un muro.
Alle ore 5.50 del 1o novembre 1944, un poderoso aereo americano si alzò
in volo da una pista di Saipan. Le sue dimensioni sfidavano ogni
immaginazione: lungo trenta metri, con un’apertura alare di quarantatré,
un’altezza di quasi dieci metri alla coda e un peso di cinquantacinquemila
chili – e anche di più a pieno carico – faceva sembrare il notoriamente
enorme B-24 un nano. Con quattro motori da 2200 cavalli – ognuno dei
quali di potenza quasi doppia rispetto a quelli del B-24 – poteva sfrecciare
nel cielo toccando i cinquecentosettantacinque chilometri l’ora e
trasportare giganteschi carichi di bombe. Un B-24 non aveva alcuna
possibilità di decollare da Saipan, raggiungere il Giappone e rientrare alla
base. Il nuovo aereo sì. Era la Superfortezza B-29, e avrebbe distrutto il
Giappone.
4

Il bombardiere, cui presto sarebbe stato imposto il nome Tokyo Rose in


sarcastico omaggio alle giapponesi che conducevano programmi
radiofonici di propaganda, era pilotato dal capitano Ralph Steakley. Quella
mattina puntò il suo aereo verso nord, volando a un’altezza di circa
novemilaseicento metri. Sopra di lui aveva un cielo di un azzurro intenso;
sotto, quasi scivolando sull’orizzonte, si avvicinava il Giappone.
5

I B-29 erano stati utilizzati poche volte sul Giappone, in raid lanciati dalla
Cina e iniziati quattro mesi e mezzo prima.
6

Soprattutto a causa delle difficoltà di rifornimento alle basi cinesi e delle


lunghe distanze tra tali basi e il Giappone, le missioni erano risultate
inefficaci. Tuttavia per i giapponesi quei veloci leviatani erano terrificanti,
al punto da ispirare i graffiti visti da Louie. Tre settimane dopo il primo
raid con base in Cina, gli americani avevano conquistato Saipan e
modificato i loro piani, prevedendo il decollo dei B-29 dall’arcipelago
delle Marianne. Quella di Steakley era la prima missione da Saipan a
Tokyo, che non aveva più visto un solo aereo statunitense dopo il raid di
Doolittle nel 1942. L’aereo di Steakley non trasportava bombe, ma
macchine fotografiche: il capitano doveva mappare il percorso per i B-29
che avrebbero fatto seguito al suo. A mezzogiorno il bombardiere arrivò
sulla capitale giapponese.
Louie stava facendo ginnastica con altri prigionieri, quando cominciò a
suonare la sirena. Le guardie, come sempre durante gli allarmi, fecero
rientrare gli uomini nelle baracche. I prigionieri erano abituati alle sirene,
che fino ad allora avevano sempre segnalato falsi allarmi, e non si
preoccuparono molto.
Sbirciarono fuori dalle finestre. Quella volta c’era qualcosa di diverso: le
guardie, scrisse Bob Martindale, guardavano in alto a bocca aperta come
se stessero «aspettando il Messia». Poi nel cielo ci fu uno scintillio, un dito
indicò qualcosa con urgenza e un gruppo di prigionieri si lanciò verso la
porta. Correndo nel campo con il viso rivolto verso il cielo, Louie vide una
scheggia di luce bianca alta sopra Tokyo, seguita da scie di condensazione
che andavano arricciandosi come spine contorte. «Oh, Dio, Dio, un aereo
americano!» gridò qualcuno. Le guardie sembravano sbigottite. Martindale
le sentì parlare tra loro, agitatissime. Tre parole risaltavano in modo
particolare: «B niju ku».
7

Louie, come tutti gli altri, non aveva idea di che aereo fosse. Poi un
prigioniero arrivato da poco spiegò che quello era il nuovo bombardiere
americano, il B-29. Esplose un applauso e gli uomini cominciarono a
gridare: «B-29! B-29!». Quell’aereo era la cosa più bella che Louie avesse
mai visto.
Sull’altro lato della baia la gente era immobile nelle strade e guardava il
cielo. Quando il B-29 entrò nel campo visivo dei civili, Frank Tinker li
sentì urlare, un suono che si fuse in un unico boato. Louie lanciò
un’occhiata verso l’estremità sud del campo. L’Uccello era davanti alla
porta del suo ufficio, immobile e privo di espressione, e guardava l’aereo.
«Non era il loro Messia» scrisse Martindale. «Era il nostro.»
8

Il bombardiere volava in perfetta tranquillità. Steakley effettuò una serie di


passaggi sulla città per consentire all’equipaggio di scattare le foto. Nel
campo le guardie cominciarono a correre dietro agli esaltati prigionieri,
cercando di farli rientrare nelle baracche. Gli uomini si zittirono a vicenda,
temendo pestaggi a causa dei loro festeggiamenti. Il clamore si spense.
Louie rimase fuori con altri compagni a guardare il bombardiere,
sfrecciando ogni tanto tra le baracche per evitare le guardie.
Steakley volò su Tokyo per oltre un’ora, senza che un solo aereo
giapponese lo impegnasse in combattimento o la contraerea lo attaccasse.
Alle fine, proprio mentre virava per rientrare a Saipan, uno Zero si alzò in
volo, lo seguì per qualche istante e poi si allontanò.
A Omori era relativamente facile procurarsi giornali, contrabbandati nel
campo dai lavoratori schiavi. Tutti i giorni, sul posto di lavoro, Milton
McMullen consegnava a un camionista coreano un sacchetto di riso rubato
in cambio di un giornaletto in inglese, che poi nascondeva in uno stivale.
9

Per i prigionieri quelle pubblicazioni erano fonte di inesauribile


divertimento. La stampa giapponese, pur coprendo il teatro bellico europeo
con precisione, era famosa per distorcere le notizie sulla guerra nel
Pacifico, a volte in modo assurdo.
10
A Louie capitò di leggere un articolo su un pilota giapponese che, esaurite
le munizioni nel corso di un duello aereo, aveva abbattuto l’avversario con
una palla di riso.
11

Il giorno dopo il passaggio del B-29, la copertura giornalistica seguiva una


linea analoga. «Il giornale dice: “Solitario B-29 nemico visita l’area di
Tokyo”» scrisse Ernest Norquist sul suo diario di prigionia.
12

«Dice che [l’aereo] è decollato dall’arcipelago delle Marianne, ha volato


sulla città ed è stato “costretto alla fuga” [sic] senza riuscire a sganciare
una sola bomba. Ho riso leggendo “costretto alla fuga” perché né
l’antiaerea né gli Zero si sono mai avvicinati a quel grande, grosso,
bellissimo uccello.» Louie lesse un altro titolo, secondo il quale il
bombardiere era Fuggito in preda al terrore.
13

Il B-29 si era limitato a sorvolare Tokyo, ma tutti in Giappone, prigionieri


e uomini liberi, sapevano cosa significava. Ogni mattina gli internati di
Omori venivano radunati per l’appello e costretti a gridare il proprio
numero di matricola in giapponese. Dopo il 1o novembre 1944, il
prigioniero cui era stato assegnato il numero ventinove cominciò a
strillare: «Niju ku!» con tutto il fiato che aveva in gola.
14

«Neppure il pungolo delle baionette» scrisse Wade «poteva far sparire il


sorriso dalle facce dei prigionieri.»
Louie non sorrise a lungo. Il B-29, e tutto ciò che sottintendeva, non fece
che alimentare ulteriormente il livore dell’Uccello. Un giorno Zamperini
sedeva con gli amici nella sua baracca, in fondo al locale e lontano dalla
porta proprio nel timore di un’apparizione di Watanabe. Mentre gli uomini
si passavano una sigaretta arrotolata con carta igienica, due guardie fecero
irruzione gridando: «Keirei!». Louie scattò immediatamente sull’attenti,
all’unisono con gli altri. Entrò l’Uccello.
Per parecchi secondi il giapponese non fece altro che guardarsi intorno.
Poi avanzò di qualche passo, vide Zamperini e si precipitò da lui. Il
caporale indossava la cintura militare che Louie gli aveva visto addosso il
primo giorno, quella con la grande, pesante fibbia d’ottone. L’Uccello se la
sfilò e ne strinse un’estremità con entrambe le mani.
«Tu ultimo a mettere su attenti!»
Watanabe ritrasse la cintura, con la fibbia nell’estremità libera, frustò l’aria
intorno a sé e poi scagliò la fibbia in avanti, come in un lancio del
martello. La fibbia colpì la tempia sinistra e l’orecchio di Louie.
Fu come se qualcuno gli avesse sparato alla testa. Nonostante avesse
deciso di non lasciarsi mai mettere al tappeto dal caporale giapponese, la
violenza del colpo e il dolore esplosivo furono più forti di qualsiasi
determinazione. Le gambe sembrarono liquefarsi e Louie cadde a terra. La
stanza cominciò a ruotargli intorno.
Rimase sul pavimento, stordito, con la testa pulsante e il sangue che colava
dalla tempia. Quando si riprese, vide l’Uccello chino su di lui e lo sentì
emettere un suono amichevole, quasi materno, qualcosa di simile a Ohhh.
Il giapponese estrasse dalla tasca della carta igienica ripiegata e la
premette delicatamente nella mano di Louie, che se la portò alla tempia.
«Oh, sangue fermato, eh?» domandò l’Uccello a bassa voce.
Zamperini si rimise faticosamente in piedi. Watanabe aspettò che
ritrovasse l’equilibrio. La voce suadente e l’offerta della carta per la ferita
erano state una rivelazione per Louie: c’era compassione in quell’uomo.
Quel senso di sollievo si stava appena facendo strada nella sua mente
quando la fibbia, roteando dal braccio del giapponese, lo colpì di nuovo
alla testa, esattamente nello stesso punto. Louie sentì il dolore esplodergli
nel cranio, il corpo liquefarsi di nuovo. Crollò a terra.
15

Per parecchie settimane Zamperini soffrì di sordità all’orecchio sinistro.


L’Uccello continuava a pestarlo, tutti i giorni. Louie incassava i colpi con i
pugni stretti e gli occhi infiammati dall’odio, ma le percosse lo stavano
distruggendo. Il caporale cominciò a infestare anche i suoi sogni,
aggredendolo e picchiandolo, i lineamenti illuminati da un’estasi di
malvagità. Louie pregava per ore, implorando Dio di salvarlo. Si perdeva
in fantasie; si vedeva correre in uno stadio olimpico e poi salire sul podio.
E pensava a casa, tormentato dall’idea di ciò che la sua scomparsa doveva
avere causato alla madre. Desiderava moltissimo scriverle, ma farlo non
aveva senso. Una volta un ufficiale giapponese aveva annunciato ai
prigionieri che potevano inviare lettere a casa e tutti nel campo avevano
scritto ai genitori, alle mogli, ai figli e alle fidanzate. L’Uccello però era
venuto a sapere dell’iniziativa, aveva convocato nel suo ufficio il
comandante Maher, gli aveva dato tutte le lettere e lo aveva costretto a
bruciarle davanti a lui.
16
Un giorno, a metà novembre, l’Uccello entrò nella baracca di Zamperini in
compagnia di due sconosciuti. Louie si aspettava il solito pestaggio, scoprì
invece che i due nuovi giapponesi erano amichevoli. Gli dissero di essere
programmisti di Radio Tokyo e di avere qualcosa che pensavano gli
facesse piacere vedere. Gli passarono un foglio e Louie lo lesse: era la
trascrizione di una trasmissione radiofonica dell’NBC in cui veniva
annunciata la sua morte. La trascrizione era autentica. La dichiarazione di
morte di Zamperini, notificata in giugno, era arrivata ai media americani il
12 novembre, quella stessa settimana.
17

Gli uomini di Radio Tokyo volevano che Louie andasse in studio con loro
per annunciare di essere ancora vivo nel corso del programma Postman
Calls. Gli dissero di volerlo fare per il suo bene e per quello della sua
famiglia addolorata. Sarebbe stato libero di scrivere il suo messaggio.
Zamperini non si fidava e non diede una risposta immediata. I due
giapponesi gli concessero un giorno per riflettere. Louie consultò
Martindale, il quale lo informò che parecchi prigionieri di guerra avevano
già partecipato a trasmissioni del genere e, purché non ci si prestasse alla
propaganda giapponese, non c’era niente di male nel farlo.
Così Louie accettò e, dopo che i programmisti di Radio Tokyo gli ebbero
consegnato carta e penna, si mise al lavoro. Consapevole che i suoi
familiari avrebbero potuto non credere che chi parlava fosse veramente lui,
inserì alcuni dettagli che sperava li avrebbero convinti e, per assicurarsi
che il messaggio superasse il controllo preventivo, decise di parlare
positivamente dei suoi carcerieri. Inserì anche i nomi di compagni che
temevano di essere ritenuti morti dalle rispettive famiglie e citò pure Bill
Harris, che aveva visto per l’ultima volta un mese e mezzo prima a Ofuna.
Ritenne fosse meglio non parlare di Phil: non lo vedeva da otto mesi e non
sapeva se era ancora vivo.
18

Venne accompagnato in auto allo studio di Radio Tokyo. I programmisti lo


accolsero come se fosse stato un carissimo amico, lessero il suo intervento
e lo approvarono con entusiasmo. Il messaggio sarebbe stato registrato e
trasmesso due giorni dopo. Avrebbero utilizzato la trasmissione di quel
giorno per suscitare la curiosità e l’interesse degli ascoltatori e avrebbero
aspettato un po’ prima di presentare al mondo la voce di Zamperini come
prova della loro sincerità.
Louie venne piazzato davanti al microfono e, al segnale convenuto, lesse il
suo messaggio, con grande soddisfazione dei programmisti. Mentre le
guardie si preparavano a riportarlo a Omori, si avvicinò a quello che si era
mostrato particolarmente gentile e gli disse che al campo c’era un certo
Watanabe che pestava i prigionieri. Il programmista sembrò colpito e
rispose che avrebbe visto cosa poteva fare in merito.
Alle 2.30 del 18 novembre 1944, una giovane donna di nome Lynn Moody
era da sola nel turno di notte all’Office of War Information di San
Francisco. Sul lato opposto della sala, alla postazione della Federal
Communications Commission, una sua collega ascoltava la radio
giapponese e batteva a macchina le trascrizioni delle trasmissioni che poi
sarebbero state studiate dagli analisti della propaganda nemica. Lynn
Moody si stava annoiando, così attraversò la sala per fare due chiacchiere
con l’amica, che le chiese se poteva sostituirla mentre lei si prendeva una
pausa.
19

La Moody indossò le cuffie e cominciò a scrivere a macchina. La


trasmissione in onda in quel momento era Postman Calls. Mentre batteva
sui tasti, Lynn sobbalzò nel sentire un nome che conosceva bene: Louis
Zamperini. La ragazza aveva fatto parte della classe del 1940 dell’USC e
Louie era un suo vecchio amico. L’annunciatore stava parlando del
messaggio trasmesso il 18 ottobre, quello teoricamente scritto da Louie,
ma in effetti redatto a sua insaputa. Quasi stordita dall’eccitazione, la
Moody continuò a pestare sui tasti, mettendo tra parentesi le parole di cui
non era sicura:
Esattamente un mese fa abbiamo trasmesso un messaggio. Quel
messaggio, diffuso da questa stessa stazione in questo stesso programma,
Postman Calls, era del tenente Louis (Silvie) Zamperini, United States
Army Air Corps. Di recente è stata portata alla nostra attenzione una
segnalazione stampa in cui si afferma che il tenente Louis Zamperini viene
indicato come deceduto dal dipartimento della Guerra degli Stati Uniti.
Secondo tale rapporto, il tenente Zamperini era stato dichiarato disperso in
azione nel Sud del Pacifico nel mese di maggio del 1943. La fonte della
notizia, a quanto pare poco informata, è una stazione radiofonica
californiana, la quale citava il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti
d’America. Noi speriamo di poter rettificare l’errore e vi assicuriamo che
Louis Zamperini è vivo, sta bene ed è prigioniero di guerra qui a Tokyo.
Questo è solo uno dei molti esempi di militari dispersi in azione ed
erroneamente ritenuti e dichiarati morti. La precedente guerra ha visto
numerosissimi casi simili, mentre sarebbe stato possibile evitare molto
dolore e molte sofferenze attraverso la trasmissione alle parti interessate di
informazioni affidabili in merito alla situazione degli uomini (in casi del
genere). Uno degli scopi di questo programma è esattamente quello di
alleviare tali condizioni e fornire un servizio messaggi veloce, affidabile e
autentico ai parenti e agli amici di militari internati in campi per prigionieri
di guerra in tutto il Giappone. Speriamo sinceramente che la madre di
Louis sia in ascolto questa sera, o che venga informata di quello che
stiamo dicendo.
Il nome di Louis Zamperini vivrà a lungo nella nostra memoria. Chi di noi
proviene dalle regioni della California meridionale rammenterà
sicuramente i giorni in cui Louis batteva tutti i record del miglio. Il suo
imbattuto primato interscolastico nazionale rappresenta tutt’ora una sfida a
chiunque aspiri alla (Ginger Cup). Abbiamo seguito con grande interesse
gli sforzi di Zamperini ai giochi olimpici che si sono svolti nel 1936 a
Berlino, in Germania. I suoi avversari e alcuni dei migliori [atleti] del
paese parlano di lui con grandissima stima. Zamperini ha corso contro
campioni come (Bensig) e Cunningham. Quella personalità che ce lo
aveva reso così caro quando correva contro il tempo sulle piste di tutto il
mondo non è morta, ma vivissima e ancora tra di noi. Siamo spiacenti per
il dolore che deve avere accompagnato la notizia della sua presunta morte,
ma speriamo che gli sforzi dei suoi compagni prigionieri di guerra qui a
Postman Calls possano (riparare) in piccola parte a quell’errore.
Perciò su con il morale, signora Zamperini di (Torrance) California: Louis
è qui. Lo stesso vecchio Louis allegro e sportivo, idolo di tutti i tifosi e i
laureati della Southern California. Divulghi pure la lieta notizia, signora
Zamperini, perché sappiamo che tutti gli amanti dello sport (con le
scarpette chiodate) saranno felici di sentirla. Louis non corre più in pista e
di questo siamo spiacenti. Si sentirà certo la sua mancanza. Ma non è né
disperso, né morto come invece era stato dichiarato e di questo siamo più
che contenti. E ci rende davvero felicissimi avere assicurato questo
servizio ai nostri prigionieri e ai loro parenti ed è nostro vivo desiderio che
non si verifichino altri casi analoghi. Speriamo che il nostro gruppetto di
prigionieri addetti al programma Postman Calls possa essere di nuovo utile
in futuro. È per questo che noi siamo qui, dunque continui ad ascoltarci,
signora Zamperini, e non ci ringrazi: il piacere è tutto nostro.
La Moody scrisse con la massima velocità possibile, commettendo tutta
una serie di errori di battitura per l’eccitazione. Circa un’ora dopo tornò la
collega dell’FCC. «Mi sono messa praticamente a ballare nella sala mentre
glielo raccontavo» scriverà in seguito Lynn.
Più giù lungo la costa, gli Zamperini stavano affrontando le conseguenze
dell’annuncio pubblico della morte del loro congiunto. Dopo un pacchetto
contenente il Purple Heart di Louie, arrivò una lettera riguardante il
pagamento dell’assicurazione sulla vita: diecimila dollari. Louise depositò
il denaro in banca e non ne spese un solo centesimo. Quando Louie tornerà
a casa, dichiarò, quelli sarebbero stati soldi suoi. E dopo che venne diffusa
la notizia del decesso, il regista Cecil B. DeMille si presentò a casa
Zamperini per registrare un’intervista radiofonica con i familiari per la
Sixth War Bond Drive, la sesta campagna per l’acquisto delle obbligazioni
di guerra.
20

A Sylvia e Louise vennero consegnati copioni in base ai quali dovevano


parlare di Louie come se lo ritenessero morto. Per educazione, lessero le
battute così com’erano scritte.
In quello stesso periodo, un giorno si presentò un fattorino con un mazzo
di fiori per Sylvia. Era un regalo di anniversario da parte di suo marito,
Harvey, che al momento si trovava in Olanda come membro
dell’equipaggio di un carro armato. Qualche giorno dopo Sylvia ricevette
un telegramma: Harvey era stato ferito.
21

Il testo non specificava le ferite, né quanto fossero gravi. Sylvia aspettò,


tormentata dall’ansia. Finalmente arrivò una lettera, che Harvey aveva
dettato a un’infermiera dal suo letto d’ospedale. Il suo carro armato era
stato colpito e si era incendiato. Lui era riuscito a uscire, ma aveva
riportato ustioni al viso e alle mani. Di tutti i terribili scenari che avevano
tormentato la mente di Sylvia, il fuoco era l’unico al quale non aveva mai
pensato. Harvey dopo tutto era un pompiere. Esausta e a malapena in
grado di nutrirsi, Sylvia arrancò per tutto il mese di novembre, perseguitata
dagli incubi e sempre più magra.
Il 20 novembre Lynn Moody, ancora su di giri per la trasmissione di due
giorni prima durante la quale avevano parlato di Louie, lavorava di nuovo
nel turno dalla mezzanotte alle otto del mattino. Alle due e trenta, una
delle addette alle trascrizioni le urlò di correre subito da lei.
La Moody si avvicinò, si mise la cuffia e ascoltò. Era di nuovo Postman
Calls. L’annunciatore attaccò:
Salve, America, qui è il postino che chiama e che, come promesso poco fa
nel programma di questa sera, porta un messaggio speciale alla signora
Zamperini, 2028 Gramercy Street, Torrance, California. Speriamo che la
signora sia in ascolto questa sera perché abbiamo in serbo una vera chicca
per lei. Suo figlio è venuto qui in studio proprio per inviarle un messaggio
tranquillizzante dopo l’erroneo rapporto di qualche giorno fa da parte del
dipartimento della Guerra degli Stati Uniti che lo dava ufficialmente per
caduto e disperso. Assicuriamo la signora Zamperini che non è così. La
prossima voce che sentirete sarà quella del tenente Louis Helzie [sic]
Zamperini, United States Air Force, attualmente internato nel campo di
Tokyo. Parla pure, tenente Zamperini.
Le onde radio portarono la voce di un giovane uomo. La Moody la
riconobbe non appena la sentì: era quella di Louie.
22

Salve, mamma e papà, parenti e amici. È il vostro Louie che vi parla.


Grazie alla cortesia delle autorità, posso trasmettervi questo messaggio
personale.
Questa è la prima volta in due anni e mezzo che sentite la mia voce. Sono
sicuro che vi sembrerà la stessa di quando sono partito.
Sono illeso, in buona salute e non vedo l’ora di essere di nuovo tutti
insieme. Dato che non ho vostre notizie dal giorno della mia improvvisa
partenza, sono abbastanza preoccupato per le condizioni di salute di tutta
la famiglia. Spero che questo messaggio vi trovi tutti in ottimo stato e su di
morale.
Sono internato nel campo per prigionieri di guerra di Tokyo e vengo
trattato al meglio che ci si può aspettare in tempo di guerra. Le autorità del
campo sono gentili nei miei confronti e non ho problemi.
Vi prego di scrivermi più spesso possibile e di mandarmi fotografie di tutti
voi. Nelle mie ore di solitudine niente mi farebbe più piacere che guardare
le foto della mia famiglia.
Papà, prima che mi dimentichi: mi farebbe piacere se tu potessi conservare
i miei fucili in buone condizioni, così quando tornerò a casa potremo
andarcene a caccia insieme.
Mamma, Sylvia e Virginia, spero che abbiate mantenuto il vostro
meraviglioso talento in cucina. Immagino spesso le stupende torte e i dolci
che sapete fare voi.
Pete riesce ancora a venirvi a trovare tutte le settimane da San Diego?
Spero che sia ancora vicino a casa.
Salutate da parte mia Gorton, Harvey, Eldon e Henry, augurando tutto il
bene possibile. Mando il mio più profondo affetto a Sylvia, a Virginia e a
Pete e spero che stiano facendo un lavoro di loro gradimento. Sento molto
la mancanza di tutti.
Da quando sono in Giappone, mi è capitato di incontrare parecchi vecchi
amici. Probabilmente ricorderete qualcuno di loro.
Quel marine alto del Kentucky, William Harris, è qui ed è in buona salute.
E pure Lorren Stoddard Stanley Maneivve e Peter Hryskanich. Ricordate
William Hasty di Bishopville? Sono due mesi che dividiamo la stessa
stanza. Sta bene anche lui.
So che vi siete presi cura dei miei effetti personali e dei miei risparmi già
da tempo. Senza dubbio avrete ricevuto le mie altre cose dall’esercito.
Un saluto a Bob Lewellyn e a tutti i miei amici in città. Prima di chiudere,
vi auguro buon Natale e felice anno nuovo.
Il vostro affezionato figlio, Louie.
23

Più tardi, quello stesso giorno, a casa Zamperini squillò il telefono. Chi
chiamava era una donna dal vicino sobborgo di San Marino, la quale disse
che, mentre stava ascoltando la radio, la stazione aveva diffuso
l’intercettazione di una trasmissione giapponese: era un prigioniero di
guerra americano che parlava. La registrazione era disturbata e poco
chiara, ma la donna era sicura di avere capito bene il nome. Il prigioniero
che aveva ascoltato, affermò, era Louie.
24

Gli Zamperini rimasero scossi, e diffidenti. Quella donna era una


sconosciuta e temevano che si trattasse di uno scherzo. Sylvia e Louise le
chiesero l’indirizzo e andarono subito a casa sua in auto. La donna ripeté
tutto ciò che aveva sentito. Sylvia e Louise la ringraziarono e se ne
andarono. Credevano alla donna, ma non sapevano se potevano credere
alla trasmissione. Poteva trattarsi facilmente di un falso. «Continuavo a
pensare: “Possibile che sia vero? Possibile che sia vero?”» ricorda Sylvia.
25

Al rientro a casa, le due donne ricevettero un telegramma della Western


Union da parte del capo della polizia militare. Il testo diceva:
INTERCETTATA SEGUENTE TRASMISSIONE PROPAGANDA
NEMICA DAL GIAPPONE. Seguivano le parole di Louie, così come
trascritte dalla Moody. Il telegramma terminava declinando ogni
responsabilità: IN MANCANZA DI ULTERIORI CONFERME
PRESENTE RAPPORTO NON UFFICIALIZZA STATUS
PRIGIONIERO DI GUERRA.
26

Gli Zamperini cominciarono a ricevere fiumi di messaggi da tutto il paese,


sia da amici che da sconosciuti che volevano informarli della trasmissione,
intercettata e ritrasmessa da numerose stazioni radiofoniche. E poi da
Wilmington, Iowa, telefonò Gildo Dossi, zio di Louie: aveva acceso la
radio e aveva sentito una voce che era sicuramente quella di suo nipote.
27

I messaggi che riferivano il contenuto della trasmissione variavano, ma


molti erano caratterizzati da un elemento comune: la richiesta di Louie che
ci si prendesse cura dei suoi fucili. Louie era cresciuto andando a caccia,
sparando ai conigli nei campi intorno a Torrance e nella riserva indiana di
Cahuilla, ed era sempre stato molto attento alle sue armi. Per gli Zamperini
quella era l’impronta digitale, il dettaglio che i giapponesi non potevano
sapere.
28

Louise e Sylvia si sciolsero in lacrime, poi cominciarono a gridare di


gioia.
Pete alzò il ricevitore, compose il numero di Payton Jordan e gridò tre
parole:
«Payt! È vivo!»
29
XXVI
Follia
Gli uomini di Radio Tokyo erano tornati a Omori sorridenti. Che bella
voce aveva Louie, che splendido intervento aveva fatto. Cosa ne pensava
di un’altra trasmissione?
1

Purché gli fosse permesso di scrivere il proprio copione, Louie non vedeva
motivo di rifiutare. Preparò un altro messaggio per la sua famiglia e poi
salì in auto con i programmisti per raggiungere Tokyo. Una volta in studio,
venne informato di un cambiamento di programma: non c’era bisogno del
testo che aveva scritto, ne avevano uno già pronto per lui. I giapponesi gli
passarono un foglio. Ecco cosa diceva, parola per parola:
Be’, che ci crediate o no... immagino di essere uno di quei «fortunati», o
forse no, magari sono proprio sfortunato... Comunque... chi vi parla è
proprio Louis Zamperini, di anni 27, nato a Los Angeles, California, nei
vecchi, cari Stati Uniti d’America. Quello che intendevo dire con
«fortunato» è che sono ancora vivo e in buona salute... Sì, ed è buffo...
Perché ho sentito dire e ho anche visto con i miei occhi che sono stato
«fatto fuori», vale a dire che sono stato dichiarato caduto in
combattimento... Sì, uno di quelli che sono morti valorosamente
combattendo per la causa... Credo che la comunicazione ufficiale suonasse
più o meno così... «Il tenente Louis S. Zamperini, detentore del record
nazionale interscolastico sul miglio, è ufficialmente dichiarato morto dal
dipartimento della Guerra... L’ex mezzofondista della University of
Southern California risulta disperso in azione nel Sud del Pacifico dal
maggio 1943»... Be’, cosa ne dite?... Accidenti... è proprio buffo... Eccomi
qui, vivo e vegeto... ma, cavolo, si suppone che sia morto... Già, e questo
mi fa venire in mente un compagno che è sulla mia stessa barca, o almeno
lo era... Comunque questo tizio mi ha raccontato che era stato dichiarato
ufficialmente «caduto in combattimento» mentre in realtà era prigioniero
di guerra... Dopo diversi mesi ha ricevuto una lettera di sua moglie che gli
diceva di essersi risposata dato che aveva pensato che fosse morto...
Naturalmente era rimasta sconvolta quando aveva saputo che lui invece era
sano e salvo, internato in un campo di concentramento... In ogni caso la
signora lo consolava dicendogli che era disposta a divorziare e a risposarlo
non appena fosse tornato a casa... Accidenti, mi è davvero dispiaciuto
tantissimo per quel tizio e la colpa è tutta della burocrazia che permette
simili comunicazioni inaffidabili... Dopo tutto, il minimo che possono fare
è comunicare alle famiglie a casa dove si trovano esattamente i loro
ragazzi...
Comunque non è compito mio, ma spero che a casa siano stati debitamente
informati del fatto che io sono vivo e intendo restarlo... Di certo è un
mondo triste quello in cui un uomo non ha neppure il permesso di essere
vivo, voglio dire quando un tizio viene ucciso da un cosiddetto «rapporto
ufficiale»... Voi cosa ne dite?...
2

Louie era senza parole. Era da molto tempo che si chiedeva come mai a
Kwajalein i giapponesi l’avessero risparmiato, dopo che avevano ucciso
nove marines, e perché l’avessero sottoposto ai tormenti di Ofuna miranti a
piegare la volontà, ma non l’avessero mai interrogato, a differenza degli
altri compagni. Adesso i giapponesi avevano rivelato le loro intenzioni. A
Kwajalein, dopo che era già stata ordinata la sua esecuzione, era
intervenuto un ufficiale che aveva persuaso i superiori a lasciarlo in vita
per trasformarlo in uno strumento della propaganda. Un famoso
olimpionico americano, era stato il suo ragionamento, sarebbe stato
particolarmente prezioso.
*

Con ogni probabilità i giapponesi avevano mandato Louie nell’inferno di


Ofuna e poi a Omori sotto l’Uccello per rendergli la vita nel campo
insopportabile, così insopportabile che alla fine sarebbe stato disposto a
tutto, perfino a tradire il proprio paese, pur di sfuggirvi. L’avevano tenuto
nascosto al mondo, non registrando il suo nome presso la Croce Rossa, e
avevano aspettato che il governo americano lo dichiarasse pubblicamente
deceduto prima di annunciare che invece era vivo. In quel modo speravano
di mettere in imbarazzo l’amministrazione statunitense e minare la fiducia
dei soldati americani nel loro stesso governo.
3

Louie si rifiutò di leggere il copione. Sempre sorridendo, i programmisti lo


invitarono a seguirli in una breve visita guidata. Lo accompagnarono in
mensa e gli servirono un delizioso pranzo in stile americano, poi lo
portarono in un’area alloggi privata con letti, materassi e lenzuola. Se
Louie avesse accettato di leggere in trasmissione, avrebbe potuto vivere lì
e non avrebbe mai più rivisto Omori. Infine gli presentarono un gruppetto
di australiani e americani. Quegli uomini, spiegarono i giapponesi, li
stavano aiutando con le trasmissioni. Zamperini tese la mano e i prigionieri
della propaganda abbassarono gli occhi. Le loro facce dicevano tutto: se
Louie avesse accettato la proposta, sarebbe stato costretto a una vita come
propagandista del nemico.
4

Venne riportato in studio e nuovamente sollecitato a partecipare alla


trasmissione. Louie rifiutò ancora. I sorrisi scomparvero, i visi si
indurirono. I programmisti gli ordinarono di procedere. Rifiutò di nuovo. I
giapponesi uscirono dalla stanza per discutere in privato.
Louie era solo nello studio. Davanti a lui c’erano diverse copie del
messaggio che volevano fargli leggere; ne prese una e la nascose facendola
passare attraverso uno strappo nella tasca della giacca. I giapponesi
rientrarono.
«D’accordo» disse uno di loro. «Penso che finirai in un campo di
punizione.»
5

Omori era definito campo di punizione, ma i programmisti si stavano


chiaramente riferendo a un altro posto. Per Zamperini qualsiasi campo
sarebbe stato meglio di Omori, dato che non ci sarebbe stato l’Uccello. I
giapponesi gli offrirono un’ultima possibilità per cambiare idea. Louie
rifiutò.
Venne scaricato di nuovo a Omori. L’Uccello lo stava aspettando,
bruciante di odio. I pestaggi ricominciarono, e con rinnovato vigore. Forse
Louie veniva punito per essersi rifiutato di prendere parte alla
trasmissione, o forse il programmista al quale si era rivolto per chiedere
aiuto aveva riferito le sue accuse all’Uccello. Zamperini teneva duro,
subiva i pestaggi con la ribellione che gli ribolliva dentro e aspettava di
essere trasferito al «campo di punizione». E, come tutti gli altri prigionieri
di guerra, guardava il cielo, pregando che la promessa di quel primo B-29
venisse mantenuta.
Nel primo pomeriggio di venerdì 24 novembre, le sirene di Tokyo
cominciarono a urlare. Dal cielo scendeva un rombo così potente da fare
rabbrividire. I prigionieri alzarono lo sguardo. Lassù, tanto in alto da
sembrare schegge scintillanti nell’azzurro, c’erano ettari ed ettari di B-29:
centoundici, diretti verso una fabbrica di aerei alla periferia della capitale.
Sospinti da quella che in seguito sarebbe stata definita corrente a getto, i
bombardieri volavano a circa settecentodieci chilometri l’ora,
centocinquanta in più di quanto previsto in progettazione. Gli americani
erano arrivati.
6

«Era una giornata fredda, serena e soleggiata» scrisse il prigioniero di


guerra Johan Arthur Johansen, che in quel momento era al lavoro come
schiavo.
7

«Gli aerei splendevano come argento al sole nel cielo azzurro... Era una
visione bellissima, che ci sollevò il morale fino al cielo.» Gli uomini
cominciarono a urlare: «Sganciate le bombe!» e «Buon atterraggio!» e
«Bentornati!». Le guardie avevano lo sguardo fisso sui bombardieri ed
erano così atterrite che non sembravano sentire le grida dei prigionieri.
A Omori il contabile del campo, Yuichi Hatto, guardava il cielo insieme a
un gruppo di internati. A un certo punto videro un solitario caccia
giapponese avvicinarsi agli aerei americani e poi di colpo, incredibilmente,
scagliarsi contro uno di loro. Il caccia si polverizzò e i rottami piovvero
sulla baia di Tokyo. Poi, mentre anche il B-29 precipitava tra spirali di
fumo bianco, dalla fusoliera emerse un unico paracadute che si gonfiò
immediatamente. Un prigioniero gridò: «Uno è salvo! Salvo!». La parola
inglese safe colpì l’orecchio di Hatto: fino a quel momento l’aveva sentita
usare solo nelle partite di baseball. Il bombardiere precipitò in mare,
uccidendo tutti gli uomini a bordo. Appeso al suo paracadute, l’unico
superstite fluttuò dolcemente sopra Tokyo, come un soffione.
8

Quando lo vide scendere sulla città, Hatto si sentì stringere il cuore


pensando a quello che sarebbe successo all’aviatore americano non appena
avesse toccato terra. Gli altri bombardieri continuarono il loro volo.
Qualche minuto dopo si sentirono esplosioni in lontananza.
Un B-29 sul Giappone. (Associated Press)
L’autunno continuava e i B-29 ormai passavano sopra Omori quasi ogni
giorno; a volte era un unico bombardiere, a volte erano vaste distese di
aerei. Nelle giornate di sole i prigionieri uscivano a guardarli; se il tempo
era nuvoloso potevano solo sentirli ringhiare al di sopra del grigiore. A
Tokyo le sirene suonavano incessantemente, tanto che i prigionieri presero
l’abitudine di continuare a dormire durante gli allarmi.
9

Il 27 novembre ci fu il bombardamento di ottantuno B-29. Nella notte


piovigginosa tra il 29 e il 30 novembre i prigionieri vennero svegliati da
due raid incendiari sulle aree industriali di Tokyo. Le esplosioni si
sentivano da lontano e gli internati videro lingue di fuoco sulla terraferma,
gli ultimi spasmi delle 2773 strutture che quella notte finirono in cenere. I
civili cominciarono ad attraversare il ponte per accamparsi accanto alla
recinzione di Omori nella speranza di sfuggire alle bombe.
10

Un giorno Louie era in piedi all’aperto e osservava i caccia giapponesi


che, come un branco di lupi, attaccavano in cerchio un grosso gruppo di B-
29.
11

La battaglia si svolgeva così ad alta quota che solo i giganteschi


bombardieri luccicanti erano sempre visibili, mentre i caccia, minuscoli al
loro confronto, si intravedevano solo a tratti, quando il sole li colpiva.
Ogni tanto esplodeva un breve, nitido lampo di luce di fianco ai B-29. A
Louie sembravano piccoli fuochi d’artificio. In realtà erano i caccia
giapponesi che esplodevano, colpiti dai bombardieri. I B-29 continuarono
imperiosi il loro volo. L’Uccello seguiva la scena con espressione
sconvolta. «Hikoki dame» diceva. «Hikoki dame.»
12

I caccia giapponesi, si lamentava, non servivano a niente.


Ogni B-29 che tracciava la sua scia sopra Tokyo non faceva che incattivire
sempre di più l’Uccello. Cominciò a perseguitare i prigionieri con infinite
ispezioni, proibì di fumare, di cantare e di giocare a carte e dichiarò fuori
legge qualsiasi funzione religiosa. Prese a schiaffi un ufficiale per cinque
minuti, poi lo costrinse a restare per quattro ore sull’attenti, al freddo e
senza cappotto, e infine gli ordinò di pulire i benjo per due ore al giorno
per due settimane. Picchiò un aiutante di cucina con un mestolo delle
dimensioni di un remo. Frugò tra gli effetti personali dei prigionieri,
confiscò documenti e fotografie dei familiari, dichiarò gran parte del
materiale «sospetto» e lo distrusse. Watanabe era in preda alla paranoia.
«Voi vincete guerra e fate tutti giapponesi come schiavi negri!» strillò a un
internato.
13

Trascinò Martindale nel suo ufficio, lo accusò di avere complottato per


incendiare una baracca e lo pestò con i pugni e la spada da kendo al punto
da rovesciare tutti i mobili.
14

In dicembre l’Uccello lasciò il campo per parecchi giorni e Omori conobbe


un breve periodo di pace. Ma la sera prima del suo previsto rientro, i
prigionieri si svegliarono di colpo sentendolo correre e gridare per tutto il
campo sotto una pioggia battente, ordinando un’immediata esercitazione
antincendio.
15

Quando gli internati assegnati al compito di pompieri si radunarono sotto


la pioggia gelida, l’Uccello ne colpì molti a pugni in faccia, poi si precipitò
all’interno di diverse baracche, urlando e pestando altri uomini, e infine
ordinò a tutti di schierarsi in cortile. Louie e i suoi compagni ubbidirono.
L’Uccello sguainò la spada, prese ad agitarla in aria e cominciò a urlare
ordini e invettive. Per due ore il caporale giapponese costrinse i prigionieri
a pompare acqua su immaginari incendi, a spegnere fiamme fantasma con
le ramazze e a correre dentro e fuori gli edifici per «salvare» generi
alimentari e documenti.

Superfortezze B-29. (Associated Press)


A mano a mano che dicembre si consumava, la follia dell’Uccello
peggiorava. Radunò gli ufficiali, attraversò il ponte con loro e li guidò a
Tokyo, con il pretesto di recuperare legna da ardere dalle case bombardate.
16

Lungo le strade erano state piazzate cisterne piene d’acqua da utilizzare


per spegnere gli incendi e, mentre i prigionieri marciavano, l’Uccello saltò
sopra una cisterna, sguainò la spada e urlò: «Keirei!». Gli uomini lo
salutarono militarmente e l’Uccello, perso nelle sue fantasie, si erse sul suo
trespolo come se stesse passando in rivista le truppe, in una posa così
assurdamente esagerata che a Tom Wade fece pensare a Mussolini. I civili
cominciarono ad applaudire. Dopo che tutti i prigionieri furono passati,
Watanabe saltò a terra, corse davanti a loro e saltò sopra un’altra cisterna,
strillando, mettendosi di nuovo in posa e ordinando il saluto militare.
Ripeté quella farsa più e più volte, per chilometri.
17

Ogni volta che cadevano le bombe, l’Uccello aveva una crisi di nervi;
correva per tutto il campo agitando la spada e gridava ai prigionieri con la
schiuma alla bocca, le labbra contratte in una smorfia perfida, la palpebra
abbassata, il viso paonazzo. Durante almeno due bombardamenti, impedì
agli internati di cercare riparo nelle trincee. In un’occasione fece uscire i
prigionieri nel cortile, li costrinse a mettersi sull’attenti e ordinò alle
guardie di tenerli sotto tiro. Mentre le bombe tuonavano, l’Uccello corse
su e giù lungo la fila di prigionieri terrorizzati, affettando l’aria sopra le
loro teste con la spada.
Ogni escalation nei bombardamenti significava un pari aumento negli
attacchi di Watanabe contro Louie. L’Uccello correva per tutto il campo
alla ricerca dell’americano, rabbioso e furente. Louie si nascondeva, ma il
caporale lo trovava sempre. Tre o quattro volte la settimana, si scagliava
contro Zamperini in quella che Frank Tinker avrebbe poi definito la sua
«stoccata della morte», prendendolo a pugni in faccia e in testa.
18

Louie usciva da quelle aggressioni stordito e sanguinante. Era sempre più


convinto che Watanabe si sarebbe fermato solo quando l’avesse visto
morto.
Cominciò a crollare. Di notte l’Uccello si appostava nei suoi sogni,
ringhiante, furente, e gli colpiva la testa con la fibbia della cintura. In
sogno la rabbia repressa aveva la meglio sulla volontà e Louie si vedeva
sopra il suo mostro personale, le mani strette intorno al collo del caporale
fino a strangolarlo.
19

Mentre Zamperini viveva il suo dicembre di sofferenza, a circa


cinquecento chilometri da lui il suo ex pilota deperiva nel gelo di una
baracca sudicia nel campo per prigionieri di guerra di Zentsuji. Phil era
arrivato a Zentsuji in agosto e lì aveva trovato Fred Garrett, l’uomo con
una gamba sola, il quale era stato trasferito da Ofuna.
A Ofuna i giapponesi addetti agli interrogatori avevano parlato di Zentsuji
come di un «ricco» premio, ma il campo non era niente del genere. La
dieta dei prigionieri era così povera che gli uomini vagavano affamati nel
complesso alla ricerca di erbacce da mangiare. L’unica acqua che
potevano bere proveniva da un serbatoio alimentato dal deflusso delle
risaie, fertilizzate con escrementi umani, e per non morire di sete i
prigionieri erano costretti a berla, il che significava che il novanta per
cento di loro era tormentato dalla dissenteria. Gli occupanti di una stanza
in una baracca persero in media ventiquattro chili in diciotto mesi. Un
ufficiale stimò che fossero almeno venti gli uomini che ogni giorno
svenivano. Quasi tutti avevano contratto il beriberi e in alcuni la
denutrizione provocò la cecità. L’ultimo giorno di novembre venne sepolto
un americano morto d’inedia.
20

C’era un unico aspetto positivo a Zentsuji. Phil aveva il permesso di


inviare a casa brevi messaggi su cartoline postali. Ne scriveva una dopo
l’altra. Le cartoline venivano regolarmente spedite, ma poi restavano
bloccate nel sistema postale. L’autunno finì e si profilò un altro Natale, ma
la famiglia di Phil non ricevette un solo messaggio.
Era passato un anno e mezzo dalla scomparsa di Phil. I suoi familiari
vivevano in una sorta di limbo, non avendo più avuto notizie da quando
era precipitato l’aereo. In novembre avevano saputo della trasmissione di
Louie.
21

La notizia era stata eccitante, ma anche frustrante. Zamperini aveva citato


alcuni compagni che si trovavano con lui, ma i nomi erano risultati quasi
incomprensibili a causa delle scariche della radio e la trascrizione non
aveva dato alcuna certezza. Louie aveva parlato di Allen?
Un venerdì sera nel dicembre del 1944, in casa di Kelsey Phillips squillò il
telefono. Era un maggiore dell’ufficio personale di servizio del
dipartimento della Guerra.
22

Probabilmente attraverso la Croce Rossa, il dipartimento aveva ricevuto


notizie da Zentsuji. Allen era vivo.
Ovviamente felicissima, Kelsey chiese al maggiore di inviare un
telegramma a suo marito e alla fidanzata di suo figlio. Fu così che a
Washington Cecy ricevette la notizia che aspettava da tanto tempo. La
chiromante le aveva detto che Allen sarebbe stato rintracciato prima di
Natale. Era l’8 dicembre. Travolta dalla gioia e dall’eccitazione, Cecy
telefonò al fratello per gridargli la notizia, rassegnò le dimissioni, sfrecciò
nell’appartamento gettando in valigia vestiti e foto di Allen, e saltò sul
primo aereo per tornare nell’Indiana, dove avrebbe aspettato il ritorno del
suo fidanzato.
23

Quattro giorni prima di Natale, una cartolina che Allen aveva scritto in
ottobre arrivò finalmente a destinazione. «Carissimi, spero che stiate tutti
bene e non vedo l’ora di essere a casa con voi. Papà, spero che potremo
andare a caccia di conigli prima che finisca la stagione. Tutto il mio affetto
a Cecy, Martha e Dick. Buon compleanno, papà.» Kelsey fissò a lungo
quel prezioso pezzo di carta, confortata dai tratti familiari della calligrafia
di suo figlio. Il cappellano Phillips, ora in Francia, ricevette la notizia la
vigilia di Natale. «Le parole non possono descrivere quello che provo»
scrisse alla figlia. «Sono in un mondo completamente nuovo. Non riesco a
pensare a niente di più meraviglioso. È davvero un assaggio di tutto ciò
che significa il paradiso.»
24

In una lettera che confermava ufficialmente lo status di prigioniero di


guerra di Allen, ai Phillips venne chiesto di non parlare pubblicamente
della scoperta che il loro congiunto era ancora vivo.
25

Da quel momento in poi Kelsey si sarebbe attenuta a quelle disposizioni,


ma la lettera era arrivata troppo tardi; la mattina dopo la telefonata del
dipartimento della Guerra, tutta la città era già al corrente della novità e sui
giornali locali erano comparsi articoli su Allen. Anche agli Zamperini, che
avevano ricevuto una lettera simile in cui si comunicava che il
dipartimento della Guerra riteneva autentica la trasmissione di Louie,
venne chiesto di non parlare pubblicamente della questione. Probabilmente
il dipartimento della Guerra non voleva che si venisse a sapere che aveva
erroneamente dichiarato morti due aviatori, specie considerando che i
giapponesi stavano sfruttando quel fatto.
Kelsey ebbe il permesso di mandare un telegramma a suo figlio e riempì i
giorni successivi scrivendogli lettere. Il 14 dicembre scrisse anche a
Louise Zamperini. Per quanto si sentisse sollevata per Allen, Kelsey aveva
un peso sul cuore: di tutti gli uomini del Green Hornet, solo Louie e Allen
erano stati rintracciati.
26

La mamma di Hugh Cuppernell era così demoralizzata da non riuscire più


a scrivere alle altre madri. Sadie Glassman, madre del mitragliere alla
torretta ventrale Frank Glassman, aveva scritto a Louise, chiedendole se
avesse per caso notizie di suo figlio. «Anche se noi non abbiamo saputo
niente, il fatto che voi possiate essere a conoscenza di qualcosa ci fa
sentire come se ci fosse ancora una piccola speranza.»
27

«È difficile mostrarsi felici (anche se lo sono nel cuore) quando penso alle
altri madri, alle quali ho imparato a volere bene, e mi rendo conto di
quanto dolorosamente sentano la loro perdita» scrisse Kelsey a Louise.
28

«Il mio cuore va a loro e scriverò a tutte.»


Mentre Natale si avvicinava, Louie si spegneva. La fame lo consumava.
Gli occasionali regali dei ladri aiutavano, ma non erano sufficienti. La cosa
che più faceva infuriare era che cospicue scorte di cibo fossero così vicine.
Due volte in quell’autunno i pacchi della Croce Rossa destinati ai
prigionieri erano stati consegnati al campo, ma invece di distribuirli gli
ufficiali li avevano portati in magazzino e avevano cominciato a prendere
ciò che volevano.
*
29

Non facevano alcuno sforzo per nascondere i furti. «Li vedevamo gettare
via incarti inequivocabili, portare ciotole per la gran parte piene di
cioccolato e zucchero negli alloggi e addirittura cercare di lavare i panni
con pezzi di formaggio americano» scrisse Tom Wade.
31

L’Uccello era il peggiore: fumava sigarette Lucky Strike e teneva


apertamente generi alimentari della Croce Rossa nella sua stanza. Da una
consegna della Croce Rossa di 240 pacchi, Watanabe ne rubò 48, circa
duecentotrenta chili di merce.
32

Verso la fine di dicembre l’Uccello ordinò a tutti gli uomini di presentarsi


nel cortile, dove trovarono un camion traboccante di mele e arance. Da
quando era prigioniero, Louie aveva visto un solo frutto: il mandarino che
gli aveva regalato Sasaki. Agli internati venne detto che potevano prendere
due frutti a testa. Mentre gli affamati si affollavano intorno ai mucchi, i
fotografi giapponesi scattavano foto. E poi, proprio nel momento in cui i
prigionieri stavano per divorare i loro frutti, arrivò l’ordine di restituire
tutto. L’intero spettacolo era stato inscenato per la propaganda.
33

La vigilia di Natale vennero finalmente distribuiti alcuni pacchi della


Croce Rossa. Louie riportò trionfalmente la notizia nel suo diario. Il suo
pacco, che pesava sui cinque chili, conteneva scatolette di manzo sotto
sale, formaggio, paté, salmone, burro, marmellata, cioccolato, latte, prugne
e quattro pacchetti di Chesterfield.
34

Per tutta la sera gli uomini di Omori si scambiarono merci, fumarono e si


rimpinzarono.
Quella notte ci fu un altro piacevole diversivo, risultato di una serie di
eventi bizzarri. Tra i prigionieri c’era un certo Mansfield, un tipo astuto,
cronicamente sporco e forse cleptomane. Poco prima di Natale, Mansfield
aveva forzato la porta del magazzino, riuscendo a evitare sette guardie, e
ne era uscito con parecchi pacchi della Croce Rossa, che aveva poi
seppellito sotto la sua baracca. Le guardie avevano scoperto il bottino e
avevano rinchiuso Mansfield in una cella. Lui ne era evaso, aveva rubato
altri sedici pacchi e se li era portati in cella. Aveva nascosto il contenuto
dei pacchi in uno scomparto segreto che aveva costruito personalmente e
poi aveva scritto sulla porta un messaggio per altri prigionieri di guerra:
«Cibo, servitevi pure, sollevare qui». Scoperto di nuovo, era stato legato a
un albero sotto la neve, in pigiama, senza cibo né acqua, e pestato.
Secondo una versione dei fatti, era stato lasciato in quelle condizioni per
dieci giorni. Una notte Louie, di ritorno dal benjo, aveva visto l’interprete
del campo, Yukichi Kano, chinarsi accanto a Mansfield e mettergli una
coperta sulle spalle. Al mattino la coperta era sparita, rimossa prima che
l’Uccello potesse vederla. A un certo punto Mansfield era stato slegato e
trasferito in un carcere civile, dove era rifiorito.
35

L’unica conseguenza positiva di quella vicenda era che nel magazzino


Mansfield aveva scoperto un baule con del materiale teatrale inviato dalla
Croce Rossa. Ne aveva parlato con i compagni, che avevano avuto l’idea
di risollevare il morale collettivo mettendo in scena una recita natalizia. Si
erano assicurati l’approvazione dell’Uccello facendo leva sul suo ego,
nominandolo «maestro di cerimonia» e offrendogli una specie di trono
nella prima fila del «teatro», cioè la baracca dei bagni, dove era stato
ricavato un palcoscenico disponendo delle assi sulle vasche. Gli uomini
decisero di mettere in scena Cenerentola, in una versione musical scritta,
con alcune libertà creative, da un prigioniero britannico.
36

Frank Tinker mise a frutto le sue doti operistiche nel ruolo del principe
Leandro di Pantoland. La Fata Madrina era interpretata da un roccioso
cockney inglese in tutù e calzamaglia. Tra i personaggi figuravano Lady
Dia Rea e Lady Gono Rea. A Louie lo spettacolo sembrò la cosa più
divertente che avesse mai visto. Il soldato Kano traduceva per le guardie,
che ridevano e applaudivano sedute in fondo alla sala. L’Uccello si beava
sotto i riflettori e per quella sera lasciò in pace Louie e tutti gli altri.
Natale arrivò anche per Phil e Fred Garrett a Zentsuji. Alcuni prigionieri
riuscirono a trovare qualche strumento musicale, chiamarono a raccolta i
compagni nel cortile e, davanti a settecento uomini che morivano di fame,
suonarono dei motivetti allegri. I prigionieri cantarono. Terminarono con
gli inni nazionali di Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti. Poi i prigionieri
di Zentsuji si misero in silenzio sull’attenti, pensando alle loro case.
37

Dopo Natale l’Uccello smise di colpo di aggredire gli internati, compreso


Louie. Passeggiava con aria assorta per il campo. Gli uomini lo
guardavano e si chiedevano cosa stesse succedendo.
Nel corso di quell’anno un dignitario giapponese, il principe Yoshitomo
Tokugawa, si era presentato più volte a Omori. Personaggio illustre e
influente – si diceva che fosse un discendente del primo shogun –,
Tokugawa visitava i campi per conto della Croce Rossa nipponica. A
Omori aveva conosciuto il prigioniero Lewis Bush, che lo aveva informato
della crudeltà di Watanabe.
38

L’Uccello era sospettoso. Dopo la prima visita, aveva proibito a Bush di


parlare di nuovo con Tokugawa ma, quando il principe era tornato, Bush
aveva disubbidito. Non appena il visitatore se n’era andato, Watanabe lo
aveva picchiato selvaggiamente. Tokugawa però aveva continuato a
presentarsi al campo e Bush aveva continuato a parlare con lui. Nonostante
le percosse e i calci dell’Uccello, il prigioniero si rifiutava di cedere.
Profondamente turbato da ciò che aveva saputo, Tokugawa si era rivolto al
ministero della Guerra e alla Croce Rossa, insistendo perché venisse fatto
qualcosa a proposito di Watanabe, ma aveva spiegato a Bush che
incontrava delle resistenze. Poi, poco prima di Capodanno, finalmente il
principe aveva avuto successo. L’Uccello aveva ricevuto l’ordine di
lasciare Omori.
La vittoria di Tokugawa era solo apparente. I superiori di Watanabe non
fecero alcuno sforzo perché l’Uccello non fosse più a contatto con i
prigionieri di guerra. Si limitarono semplicemente a ordinare il suo
trasferimento in un lontano campo isolato, dove avrebbe avuto il
medesimo potere sugli internati, e senza l’occhio scrutatore del principe e
della Croce Rossa. Dopo essersi assicurato che Watanabe non sarebbe
stato in alcun modo censurato, il colonnello Sakaba lo promosse sergente.
39

L’Uccello organizzò una festa d’addio e ordinò ad alcuni ufficiali alleati di


prendervi parte. Questi ultimi corsero per tutto il campo raccogliendo
campioni di escrementi dai soggetti con la dissenteria più grave,
prepararono una crema e la spalmarono sopra una montagna di dolcetti di
riso.
40

Si presentarono alla festa offrendo i dolci all’Uccello in segno del loro


affetto. Mentre riversavano su Watanabe un fiume di lamentazioni su
quanto avrebbero sentito la sua mancanza, l’Uccello mangiò di buon
appetito. Sembrava avere il cuore spezzato all’idea di doversene andare.
Più tardi Louie guardò dalla finestra della baracca e vide Watanabe che
stringeva mani accanto al cancello. Tutti i prigionieri erano in uno stato di
esaltazione. Zamperini chiese cosa stesse succedendo e qualcuno gli
spiegò che l’Uccello se ne stava andando per sempre. Louie si sentì quasi
impazzire per la gioia.
41

Se i dolcetti di riso funzionarono come programmato, non lo fecero


rapidamente. L’Uccello attraversò il ponte verso la terraferma con l’aria di
stare benissimo. A Omori il regno del terrore era finito.
*
Per i giapponesi Phil non aveva la stessa potenziale utilità, ma
probabilmente era stato risparmiato perché la sua esecuzione avrebbe reso
Louie indisponibile alla collaborazione.
*

Dopo la guerra il capo dei campi dell’area di Tokyo ammise di avere


ordinato la distribuzione dei pacchi della Croce Rossa al personale
giapponese.
30
XXVII
Cadere
La vita a Omori migliorò in modo incommensurabile. Il soldato Kano
assunse silenziosamente il controllo del campo, in collaborazione con il
sostituto di Watanabe, il sergente Oguri, una persona umana e giusta.
1

Le regole imposte dall’Uccello vennero abolite. Qualcuno entrò nel suo


ufficio e trovò una pila di lettere inviate ai prigionieri dai familiari.
2

Alcune giacevano lì da nove mesi. La corrispondenza venne distribuita e


gli internati ebbero finalmente il permesso di scrivere. «Spero che siate
tutti in buona salute e su con lo spirito, ma non lo spirito che si vende in
bottiglia» scrisse Louie in una lettera a casa.
3

«Dite a Pete» scrisse in un’altra «che a cinquant’anni io avrò più capelli in


testa di quanti ne aveva lui a venti.»
4

Le lettere, come molte altre, languirono nel glaciale sistema postale e


sarebbero arrivate in America solo molto tempo dopo la fine della guerra.
Il 1945 era iniziato da due settimane quando un gruppo di uomini laceri e
malconci attraversò il ponte di bambù ed entrò nel campo di Omori.
5

Louie riconobbe quei visi: erano compagni di Ofuna. Tra loro c’era il
comandante Fitzgerald. I veterani di Omori gli dissero che era l’uomo più
fortunato di tutto il Giappone: un malefico tiranno chiamato l’Uccello se
n’era appena andato.
Tra i nuovi arrivati Zamperini individuò Bill Harris e si sentì stringere il
cuore. Harris era un rottame. Quando Louie lo salutò, il vecchio amico lo
guardò con espressione assente. Era confuso e distante, la mente che
lottava per riprendere il controllo dei pensieri.
6

Il pestaggio del Medicastro nel settembre del 1944 non era stato l’ultimo
che Harris aveva subito. Il 6 novembre, pare dopo essere stato sorpreso a
parlare, il Medicastro l’aveva picchiato di nuovo insieme a molte altre
guardie, colpendolo con il manganello fino a fargli perdere i sensi. Due
mesi dopo, Harris era stato pestato un’altra volta perché aveva rubato dei
chiodi per cercare di riparare le scarpe rotte, con cui avrebbe dovuto
superare un rigido inverno. Aveva chiesto ai giapponesi di dargli qualche
chiodo, ma gli erano stati rifiutati.
7

Il medico prigioniero di guerra visitò Harris e poi, con aria grave, disse a
Louie di ritenere che il marine stesse morendo.
8

Quello stesso giorno Oguri aprì il magazzino e fece distribuire i pacchi


della Croce Rossa. Regalare il proprio pacco a Harris, avrebbe detto in
seguito Louie, fu la cosa più difficile e allo stesso tempo più facile che
avesse mai fatto. Harris si rimise un po’ in forze.
A causa del suo rifiuto di diventare uno dei prigionieri propagandisti,
Louie si aspettava da un momento all’altro di essere trasferito in un campo
di punizione. Con l’Uccello che lo perseguitava, aveva aspettato con
indifferenza, ma adesso che Watanabe se n’era andato e a Omori c’erano
Harris e gli altri amici, voleva restare. Si alzava ogni mattina pieno di
timore, in attesa del trasferimento.
I B-29 continuavano a imperversare. Le sirene urlavano molte volte al
giorno. Nel campo si accavallavano le voci: Manila era stata conquistata,
la Germania era caduta, gli americani stavano per sbarcare sulle spiagge
giapponesi. Louie, come molti altri prigionieri, era preoccupato.
Spaventate dai bombardamenti, le guardie erano sempre più nervose e
colleriche. Perfino quelle che erano sempre state gentili adesso si
mostravano ostili e picchiavano i prigionieri senza ragione. A mano a
mano che gli attacchi al Giappone si intensificavano e le probabilità di
un’invasione aumentavano, i giapponesi sembravano vedere gli internati
come una minaccia.
Una notizia orribile aveva da poco cominciato a diffondersi tra le forze
armate statunitensi. Centocinquanta prigionieri di guerra americani erano
rimasti a lungo sull’isola di Palawan nelle Filippine, dove i giapponesi li
avevano utilizzati come schiavi per la costruzione di un campo
d’aviazione. In dicembre, dopo un bombardamento del campo, i prigionieri
avevano ricevuto l’ordine di scavare dei rifugi, la cui entrata doveva
consentire il passaggio di un solo uomo alla volta.
Il 14 dicembre era stato avvistato un convoglio americano al largo di
Palawan. Il comandante della Seconda Divisione aerea giapponese doveva
avere pensato che gli americani stessero per invadere l’isola. Era lo
scenario per il quale era stato previsto l’ordine «uccidere tutti». Quella sera
il comandante aveva inviato un messaggio a Palawan: «Eliminare i 150
prigionieri».

Un B-29 sorvola il campo per prigionieri di guerra di Omori. (Raymond


Halloran)
Il 15 dicembre le guardie del campo avevano improvvisamente cominciato
a urlare che stavano arrivando aerei nemici. I prigionieri erano strisciati
all’interno dei rifugi e si erano messi a sedere. Non sentivano aerei. Poi su
di loro era cominciato a piovere un liquido. Benzina. I giapponesi avevano
gettato torce accese all’interno, poi bombe a mano. I rifugi, e gli uomini al
loro interno, erano stati divorati dalle fiamme.
Mentre le guardie esultavano, i prigionieri lottavano per fuggire, alcuni
scavando e raspando la terra fino a scarnificarsi le dita. Quasi tutti quelli
che erano riusciti a uscire erano stati uccisi con le baionette, abbattuti con i
mitra o pestati a morte. Solo undici erano fuggiti. Avevano attraversato a
nuoto una vicina baia ed erano stati trovati dai detenuti di una colonia
penale, che li avevano consegnati a un gruppo di partigiani filippini i quali,
a loro volta, li avevano accompagnati fino alle posizioni americane.
9

Quella notte i giapponesi avevano organizzato un party per festeggiare il


massacro. La loro previsione relativa allo sbarco americano risultò poi
essere sbagliata.
All’alba del 16 febbraio su Omori cadeva un leggero nevischio. Louie e i
suoi compagni avevano appena terminato la colazione a base di orzo e
minestra quando, alle sette e un quarto, le sirene attaccarono a suonare. Il
comandante Fitzgerald guardò i suoi amici. Sapeva che con ogni
probabilità non si trattava di B-29, che avrebbero dovuto volare tutta la
notte per arrivare sul Giappone così presto. Doveva trattarsi di velivoli
decollati da una portaerei. La marina doveva essere vicina. Pochi secondi
dopo la stanza tremò. Gli uomini si precipitarono verso le porte.
Louie corse fuori e si ritrovò in un mondo caotico e tuonante. Il cielo
pullulava di centinaia di caccia, americani e giapponesi, che salivano e
scendevano, mitragliandosi a vicenda. Sopra Tokyo, file di bombardieri in
picchiata si abbassavano e risalivano come onde su una spiaggia,
sganciando bombe sulle fabbriche di aerei e sull’aeroporto. Mentre
riprendevano quota, sotto di loro si alzavano lingue di fuoco. Louie si
trovava sotto la più grande battaglia aerea mai combattuta nei cieli del
Giappone.
10

Le guardie innestarono le baionette e ordinarono ai prigionieri di rientrare


nelle baracche. Zamperini e gli altri ubbidirono, aspettarono che le guardie
si allontanassero e poi uscirono di nuovo. Corsero dietro una delle
baracche e si arrampicarono sulla recinzione del campo, alla quale
rimasero aggrappati appoggiando i gomiti sulla sommità. Era una visione
elettrizzante. C’erano aerei in ogni angolo del cielo e ovunque caccia che
precipitavano in mare.
Uno scontro in particolare richiamò l’attenzione di Louie. Un Hellcat
americano cominciò a inseguire un caccia giapponese, che puntò verso la
città e si abbassò sulla baia. L’Hellcat lo seguiva da vicino. I due aerei
sfrecciarono sopra il campo, quello giapponese che scappava, quello
americano che mitragliava. Parecchie centinaia di prigionieri seguivano la
scena dalla recinzione del campo, con gli occhi premuti nei buchi del
legno o la testa al di sopra della sommità, il cuore che batteva forte e le
orecchie assordate dal ruggito degli aerei. I due caccia volavano così bassi
che Louie vide le facce di entrambi i piloti. Poi l’aereo giapponese puntò
verso l’interno e l’Hellcat lo lasciò andare.
11

Furono millecinquecento gli aerei americani che quel giorno volarono sul
campo dei prigionieri di guerra, e parecchie centinaia quelli giapponesi.
Quella notte la capitale nipponica era immersa nel rosso degli incendi. Il
giorno dopo gli aerei statunitensi tornarono. Quando terminò la giornata
del 17 febbraio, erano stati distrutti più di cinquecento aeroplani
giapponesi, in volo o a terra, e le fabbriche di aerei erano state gravemente
colpite. Gli americani avevano perso ottanta aerei.
Sette giorni dopo arrivò un altro colpo devastante. Alle sette di mattina,
durante una tormenta di neve, milleseicento aerei decollati da una portaerei
volarono sopra Omori e bombardarono Tokyo. Poi fu la volta dei B-29, in
tutto duecentoventinove, con le loro bombe incendiarie. Senza quasi
incontrare resistenza, puntarono sull’area industriale e sganciarono il loro
carico. I prigionieri videro il fuoco danzare sopra lo skyline.
12

L’ultimo giorno di febbraio Louie e altri ufficiali furono convocati nel


cortile. Vennero elencati quindici nomi, tra i quali quelli di Zamperini,
Wade, Tinker, Mead e Fitzgerald: venivano trasferiti al campo denominato
4B, noto anche come Naoetsu. Louie accolse la notizia di buon umore:
ovunque stesse andando, sarebbe stato in compagnia di quasi tutti i suoi
amici.
La sera del 1o marzo i prescelti raccolsero le loro cose e indossarono i
cappotti che erano stati consegnati il giorno prima. Louie andò a salutare
Harris. Non lo avrebbe più rivisto.
13

Gli uomini destinati a Naoetsu salirono a bordo di un camion, che li portò


a Tokyo. Osservare la battaglia aerea che si era svolta sopra la città era
stato esaltante, ma i prigionieri rimasero scioccati nel vederne le
conseguenze. Interi quartieri erano ridotti in rovine carbonizzate, file e file
di abitazioni ora non erano che scheletri anneriti. In mezzo ai detriti, Louie
notò qualcosa di luccicante: tra i resti di molte case c’erano grossi
macchinari industriali.
14

Quello che Zamperini stava vedendo era un piccolo frammento di una


gigantesca industria diffusa, una produzione bellica suddivisa tra
innumerevoli abitazioni private, scuole e «officine-ombra».
15

I prigionieri vennero accompagnati alla stazione e fatti salire su un treno.


Viaggiarono per tutta la notte in direzione ovest, inoltrandosi in un bianco
panorama di neve sempre più alta.
Verso le nove di mattina del 2 marzo, il treno si fermò a Naoetsu, un
paesino di mare sulla costa occidentale giapponese.
16

Scortati fuori dalla stazione, i prigionieri si guardarono attorno stupiti: la


neve era alta più di quattro metri. Salendo una scala ricavata nella neve
stessa, si ritrovarono in un mondo di un bianco accecante, in cima a una
montagna nevosa che seppelliva l’intero villaggio. «Era come se una
gigantesca torta glassata si fosse seduta sulla cittadina» scrisse Wade.
17

La neve era così alta che gli abitanti avevano scavato dei tunnel verticali
per entrare e uscire di casa. Il contrasto con la Tokyo annerita dal fuoco
era stridente.
Trascinando i bagagli su slitte, i prigionieri iniziarono la marcia di due
chilometri per raggiungere il campo. C’era vento e il freddo era pungente.
Fitzgerald, che aveva una brutta infezione a un piede, era quello più in
difficoltà. Le stampelle affondavano nella neve e non lo sorreggevano.
Attraversarono un ponte e videro il Mar del Giappone. A poca distanza dal
mare, annidato tra i fiumi Ara e Hokura, c’era il campo per prigionieri di
guerra di Naoetsu, quasi interamente sepolto sotto la neve. Louie e gli altri
vi entrarono e si fermarono davanti a una baracca, dove ricevettero
l’ordine di aspettare sull’attenti. Attesero per qualche tempo, nel vento
freddo che frugava sotto gli indumenti.
Poi la porta si spalancò. Un uomo si precipitò all’esterno, si fermò di colpo
e gridò: «Keirei!».
Era l’Uccello.
Louie sentì le gambe cedergli, ebbe l’impressione che la neve si sollevasse
verso di lui e cadde a terra.
18
XXVIII
Schiavi
Louie avrebbe ricordato il momento in cui rivide l’Uccello come il più
buio della sua vita. Per Watanabe era vero il contrario. Raggiante come un
bambino il giorno del suo compleanno, sembrava sicuro del fatto che i
prigionieri fossero entusiasti di rivederlo.
1

Fitzgerald si fece avanti sulle sue stampelle e dichiarò il proprio ruolo di


referente dei prigionieri di guerra. L’Uccello annunciò che, esattamente
come a Omori, era lui che comandava e che tutti gli dovevano obbedienza.
Aggiunse che avrebbe reso il campo di Naoetsu esattamente uguale a
quello di Omori sotto la sua direzione.
Tremante per lo shock, Louie si ricompose e arrancò nella neve fino alla
baracca, una struttura di due piani sul bordo di una piccola scogliera a
strapiombo sul fiume Hokura, in quel momento ghiacciato. I trecento
internati, per lo più australiani, erano ridotti a figure scheletriche. Quasi
tutti indossavano ancora le leggere uniformi tropicali kaki che avevano
addosso al momento della cattura e che, dopo anni di uso ininterrotto,
erano così sbrindellate che a un civile fecero pensare alle alghe. Il vento
che soffiava dal mare fischiava attraverso le crepe nelle pareti e nel tetto
c’erano così tanti buchi che nevicava anche all’interno della baracca.
L’intero edificio era visibilmente infestato da pulci e pidocchi e i topi
zampettavano tranquilli attraverso le stanze. I letti erano tavolacci
inchiodati alle pareti, i materassi erano costituiti da qualche manciata di
paglia di riso. C’erano grandi squarci anche nel pavimento: i prigionieri
avevano divelto le assi e le avevano bruciate nel tentativo di sopravvivere
a temperature che scendevano regolarmente sotto zero.
2

Addossate a una parete c’erano decine di piccole scatole, alcune delle quali
si erano rotte riversando sul pavimento una polvere grigia. Erano i resti
cremati di sessanta prigionieri di guerra australiani – uno su cinque – morti
nel campo nel 1943 e 1944 per polmonite, beriberi, denutrizione, colite o
varie combinazioni di tali malattie. Erano stati i continui abusi fisici a far
precipitare la situazione e a determinare la maggior parte dei decessi. In un
sistema di campi per prigionieri di guerra che la storia avrebbe portato
come esempio di estrema crudeltà, Naoetsu si era conquistato un posto
speciale come uno dei buchi più neri nell’impero giapponese. Dei molti
inferni che Zamperini aveva conosciuto durante la guerra, questo sarebbe
stato il peggiore.
Louie si distese sul suo tavolaccio e cercò di prepararsi a ciò che Naoetsu
gli avrebbe riservato. Quella sera, mentre si addormentava, quasi dall’altra
parte del globo i migliori mezzofondisti del mondo stavano per partecipare
a una competizione al Madison Square Garden. Gli organizzatori avevano
ribattezzato l’evento in onore di Louie che tutti, al di fuori della sua
famiglia, ritenevano ancora morto. Quando gli Zamperini erano venuti a
sapere dell’iniziativa, erano rimasti turbati: la corsa si sarebbe chiamata
Louis S. Zamperini Memorial Mile. Poi, per rispetto alla famiglia, il nome
era stato modificato in Louis S. Zamperini Invitational, ma questo era
riuscito ben poco a risollevare lo spirito delle persone emotivamente
coinvolte.
3

Marty Glickman, che nel 1936 aveva fatto parte della squadra olimpica
insieme a Louie, guardò la gara con le lacrime che gli rigavano il viso.
4

Prigionieri di guerra a Naoetsu. (Australian War Memorial)


Vinse Jim Rafferty, il miglior corridore americano sul miglio, in 4’16,4”,
quattro secondi in più del tempo fatto segnare da Louie sulla sabbia di
Oahu poco prima di salire a bordo del Green Hornet.
Le prime settimane di Louie a Naoetsu furono così gelide da essere quasi
letali. Ogni notte di brividi sul suo pagliericcio terminava bruscamente
prima dell’alba, quando veniva svegliato insieme ai compagni dalle grida
delle guardie e costretto a uscire per il tenko nella neve alta, nel buio e
nell’ululato del vento. Di giorno si stringeva a Tinker, a Wade e agli altri
amici nelle chiazze di sole, cercando invano di scaldarsi. Ben presto gli
venne la tosse, la febbre e tutta una serie di sintomi influenzali. La sbobba
di Naoetsu di certo non aiutava il fisico a riprendersi.
5

Le razioni, dimezzate per gli ufficiali, di rado variavano dal miglio,


dall’orzo o dalle alghe bollite, più un po’ di verdura. L’acqua, che i
prigionieri dovevano trasportare al campo su slitte, era giallastra e
puzzava. Gli internati vedevano le guardie fumare sigarette americane e
quindi sapevano che la Croce Rossa inviava pacchi, che a loro però non
venivano mai consegnati.
6

Watanabe era lo stesso demonio che era stato a Omori, tanto da spingere
gli australiani a soprannominarlo «Chebastardo». Il suo grado era di gran
lunga inferiore a quello del comandante del campo, un ometto minuto che
esibiva un paio di baffetti che sembravano essere un omaggio a Hitler.
Tuttavia il comandante si mostrava deferente nei confronti dell’Uccello,
esattamente come gli ufficiali di Omori. E a Naoetsu Watanabe aveva
reclutato un aiutante, un uomo a forma di melanzana di nome Hiroaki
Kono che lo seguiva sempre in giro per il campo e aggrediva i prigionieri
con l’intensità, scrisse Wade, di una «feroce bestia hitleriana».
7

Il trasferimento di Zamperini a Naoetsu nelle grinfie dell’Uccello non era


avvenuto per caso. Watanabe aveva segnalato personalmente Louie e i
suoi compagni perché fossero portati al suo campo, a corto di ufficiali tra i
prigionieri. A parere di Wade, ognuno degli uomini selezionati possedeva
un’abilità o una storia personale che lo rendeva in qualche modo utile. Al
Mead, che a Ofuna aveva aiutato Louie a non morire di fame, aveva diretto
la cucina di Omori; Fitzgerald era stato l’ufficiale responsabile; lo stesso
Wade il comandante delle baracche e così via. L’unico che non presentava
caratteristiche del genere era Louie. Wade riteneva che l’Uccello l’avesse
selezionato semplicemente perché voleva tormentarlo.
8

Wade aveva ragione. Quasi dal momento stesso in cui Louie entrò nel
campo, Watanabe gli fu sempre addosso, prendendolo a schiaffi e a pugni,
rimproverandolo di continuo. Gli altri prigionieri erano scioccati nel
vedere come il sergente giapponese perseguitasse Zamperini,
picchiandolo, ricorda uno di loro, «tanto per tenersi in esercizio».
9
Louie subiva i pestaggi con lo stesso atteggiamento di sfida di sempre,
provocando l’Uccello e spingendolo ad aggressioni sempre più violente.
Di nuovo nelle mani del suo torturatore, ripiombò in uno stato di grave
stress.
E tuttavia, grazie ai gradi di ufficiale, era fortunato. Naoetsu era un
villaggio-fabbrica in cui venivano prodotti articoli di importanza cruciale
per lo sforzo bellico, tutti i suoi operai giovani erano partiti per la guerra e
i prigionieri alleati si trovavano lì per sostituirli. Ogni giorno i soldati
semplici uscivano dal campo arrancando nella neve per andare a lavorare
in un’acciaieria, in un’industria chimica, alle chiatte di carbone o sale del
porto oppure in un sito dove dovevano spaccare rocce per l’estrazione
mineraria. Erano lavori manuali straordinariamente duri, faticosi e spesso
pericolosi, e i turni si susseguivano giorno e notte, alcuni per diciotto ore
consecutive.
10

Nelle marce di rientro al campo, gli uomini avevano le gambe così molli
che cadevano nella neve e dovevano essere tirati fuori dai cumuli.
11

Ogni mattina e ogni sera Louie vedeva i soldati-schiavi rientrare distrutti


dai turni di lavoro, alcuni completamente anneriti dalla polvere di carbone,
altri così esausti che dovevano essere trasportati a braccia nelle baracche. I
giapponesi facevano lavorare letteralmente a morte i prigionieri di
Naoetsu. Zamperini aveva molto da sopportare, ma almeno non questo.
L’inverno se ne andò. Nel fiume il ghiaccio cedette il posto all’acqua e
dove c’era stata soltanto neve emersero le case. Quando nel campo si
sciolsero i cumuli di neve, comparve miracolosamente un maiale. Per tutto
l’inverno era vissuto sotto i prigionieri in una caverna di neve, nutrendosi
di quel po’ di cibo che gli passava un australiano. Louie lo guardò
meravigliato: la pelle dell’animale era diventata semitrasparente.
12

Con il disgelo, l’Uccello annunciò agli ufficiali che sarebbero andati a


lavorare come braccianti agricoli. Si trattava di una violazione della
Convenzione di Ginevra, che proibiva il lavoro manuale degli ufficiali, ma
Fitzgerald ormai sapeva bene com’era la vita nel campo con l’Uccello.
Lavorare in campagna avrebbe allontanato gli ufficiali da Watanabe per
diverse ore al giorno e comunque non si sarebbe trattato di un lavoro
massacrante come quello svolto dai soldati semplici. Fitzgerald non
protestò.
Ogni mattina Louie e gli altri della squadra braccianti si riunivano davanti
alla baracca, agli ordini di una guardia civile di nome Ogawa. Caricavano
su un carro la produzione del benjo – che sarebbe stata utilizzata come
fertilizzante, come d’uso in Giappone – e poi si attaccavano al carro come
buoi, trainando il mezzo alla e dalla fattoria. Lungo il tragitto, durante il
quale a volte riuscivano a rubare un ortaggio da un campo mentre Ogawa
era distratto, i contadini giapponesi uscivano a guardarli: probabilmente
erano i primi occidentali che vedevano. Louie a sua volta osservava quei
vecchi, uomini e donne, curvi e smunti. Le difficoltà della guerra erano
evidenti nei visi stanchi e inespressivi e nei corpi indeboliti dalla
mancanza di cibo. Capitava di vedere anche qualche bambino, che alzava
le mani in segno di resa per prendere in giro i prigionieri. Non c’erano
giovani adulti.
La marcia, dieci chilometri all’andata e dieci al ritorno, era stancante, ma il
lavoro, piantare e coltivare patate, era relativamente facile. Ogawa era un
uomo placido e non usò mai il manganello di cui era armato.
Nell’appezzamento c’era un pozzo d’acqua pulita, un vero sollievo dopo
quella fetida del campo, e Ogawa lasciava che i prigionieri bevessero a
volontà. Inoltre, dato che adesso lavoravano al di fuori del campo, gli
ufficiali avevano diritto alla razione intera. Anche se le razioni andavano
riducendosi parallelamente alle fortune del Giappone, una ciotola intera di
alghe era sempre meglio di mezza.
13

Il 13 aprile era una giornata serena; la terra si scaldava al sole e il cielo era
chiaro e limpido. Louie e gli altri ufficiali stavano lavorando sparpagliati
nel campo di patate quando all’improvviso tutto si fermò. Gli uomini
alzarono lo sguardo verso il cielo. In quello stesso momento, in tutta
Naoetsu, ogni lavoro all’aperto si bloccò e guardie e prigionieri
guardarono verso l’alto. Lassù qualcosa ammiccava nel sole, seguito da
sottili nastri di vapore bianco. Era un B-29.
14

Era la prima Superfortezza che volava sopra Naoetsu. Gli ufficiali alleati
reduci da Omori ne avevano visti centinaia su Tokyo, ma per gli
australiani, sepolti in quel villaggio dal 1942, quella era la prima visione
del bombardiere americano.
Seguito da innumerevoli occhi, alcuni speranzosi e altri terrorizzati, il B-
29 tracciò un lento arco da un capo all’altro dell’orizzonte, seguendo la
costa. Nessun cannone sparò, nessun caccia si alzò in volo. L’aereo non
sganciò bombe e si limitò a passare alto e tranquillo, ma la sua sola
apparizione era un segno rivelatore di quanto ormai gli americani si
spingessero all’interno del paese e di quanto poca resistenza il Giappone
potesse opporre. Mentre tutta Naoetsu lo guardava, il B-29 scivolò fuori
vista e le sue scie si dissolsero dietro di esso.
I prigionieri erano euforici, i giapponesi turbati. Nei luoghi di lavoro gli
internati nascosero l’eccitazione dietro espressioni neutre per evitare di
provocare le guardie, insolitamente tese e ostili. Durante la marcia di
ritorno al campo di quella sera, gli uomini subirono qualche colpo di
manganello, ma l’umore rimase allegro. Quando arrivarono al cancello,
trovarono l’Uccello ad aspettarli.
Roosevelt, annunciò Watanabe, era morto.
15

Il morale dei prigionieri crollò. L’Uccello li mandò nelle baracche.


Qualche giorno dopo, Ogawa tentò una modesta battuta di spirito con
Watanabe, dicendogli che i suoi ufficiali prigionieri di guerra erano pigri.
Ogawa non aveva avuto cattive intenzioni, ma quell’osservazione fece
infuriare l’Uccello, che urlando ordinò agli ufficiali-braccianti di schierarsi
davanti a lui e poi cominciò a rimproverarli rabbiosamente per la loro
indolenza. Watanabe vaneggiava con la schiuma alla bocca e sembrava
completamente in preda al delirio.
Alla fine annunciò la punizione: da quel momento in poi tutti gli ufficiali
avrebbero svolto un lavoro manuale pesante, caricando carbone sulle
chiatte. Se si fossero rifiutati, li avrebbe fatti giustiziare tutti. Un’occhiata
all’Uccello e Fitzgerald capì che era un ordine al quale non poteva opporsi.
Nelle prime ore del mattino dopo, mentre gli ufficiali venivano fatti
marciare verso il nuovo posto di lavoro, Watanabe li guardò sfilare davanti
a sé. Sorrideva.
Era una breve marcia quella che portava alla schiavitù. Gli ufficiali furono
scortati fino alla riva del fiume e poi fatti salire a bordo di una chiatta,
stracarica di carbone destinato all’acciaieria. A sei uomini venne
consegnata una pala; agli altri, compreso Louie, vennero distribuite grandi
ceste munite di cinghie da issare sulle spalle e dietro la schiena. Poi,
eseguendo gli ordini delle guardie, gli spalatori cominciarono a riempire le
gerle di carbone. Dato che un solo terzo di metro cubo di carbone sciolto
può pesare anche più di tre chili, non passò molto tempo prima che i
facchini cominciassero a barcollare. Una volta riempite le ceste, i facchini
ricevettero l’ordine di sbarcare dalla chiatta, risalire la riva del fiume,
raggiungere un vagone ferroviario, salire lungo una passerella stretta e
ripida, scaricare il carbone nel vagone e tornare sulla chiatta per farsi
riempire di nuovo la gerla.
Per tutto il giorno gli uomini spalarono e trasportarono carbone. Le guardie
imponevano un ritmo velocissimo ai facchini che, quando finalmente
ebbero il permesso di fermarsi, erano completamente sfiniti. Secondo la
stima di Wade, a fine giornata ogni facchino aveva trasportato più di
quattro tonnellate di carbone.
Cominciò così una routine quotidiana. Ogni volta che i prigionieri finivano
di scaricare una chiatta, venivano fatti salire a bordo di quella successiva e
il trasporto di carbone continuava, piegando i corpi e ottenebrando le
menti.
16

Un giorno, mentre arrancava chino come i compagni sotto il peso del


carbone, Tom Wade cominciò a declamare a voce alta poesie e discorsi.
Louie e gli altri schiavi spalavano e marciavano al ritmo dei monologhi
shakespeariani, del giuramento di Churchill di combattere nei campi, nelle
strade e sulle colline e delle parole di Abraham Lincoln nel discorso di
Gettysburg.
Le chiatte di carbone a un certo punto finirono, ma la vita da schiavi degli
ufficiali alleati era appena iniziata. Insieme a una massa di altri prigionieri
di guerra, Louie venne fatto salire a bordo di un’altra chiatta, che un
rimorchiatore trainò nel Mar del Giappone. A circa milleduecento metri
dalla riva, la chiatta si affiancò a una nave carboniera e si fermò. Il mare
era agitato e gli spruzzi d’acqua arrivavano in coperta. In piedi davanti ai
prigionieri, una guardia indicò a gesti la rete appesa a una murata della
nave: gli uomini dovevano saltare dalla chiatta, aggrapparsi alla rete e
arrampicarsi a bordo della carboniera.
I prigionieri erano sconvolti. Nel mare agitato le due imbarcazioni
beccheggiavano e rollavano, toccandosi e allontanandosi, e la rete era un
bersaglio mobile. Se gli uomini avessero calcolato male il salto, avrebbero
potuto trovarsi schiacciati tra le due imbarcazioni nel momento
dell’eventuale collisione, o cadere in mare se si fossero allontanate. I
prigionieri si tirarono indietro, ma le guardie li costrinsero a procedere.
Cominciarono a saltare. Louie, spaventato come tutti gli altri, si lanciò,
saltò e si arrampicò sulla carboniera.
A spintoni, venne fatto scendere nella stiva. Davanti a lui si ergeva una
gigantesca cupola di carbone, di fianco alla quale era appesa una grande
rete. Gli venne messa in mano una pala e le guardie gli urlarono di iniziare
a lavorare. Zamperini conficcò la pala nel carbone e cominciò a trasferirlo
nella rete.
Per ore e ore Louie, come i compagni, rimase piegato sulla sua pala in una
nube vorticosa di polvere nera. Le guardie li sorvegliavano gridando e
colpendoli con i manganelli e le spade da kendo; il ritmo era così frenetico
che i prigionieri non ebbero neppure un attimo per raddrizzare la schiena.
Dopo essere stato preso a manganellate e tormentato in ogni modo, Louie
spalava talmente in fretta che i compagni accanto a lui gli sussurrarono di
rallentare. Finalmente a sera il lavoro terminò e i prigionieri vennero
riportati a riva; erano così incrostati di polvere di carbone da essere quasi
indistinguibili l’uno dall’altro.
Ogni mattina gli uomini dovevano tornare a riprendere in mano le loro
pale. Ogni sera si trascinavano di nuovo nel campo, una lunga fila di
fantasmi neri che barcollavano fino alle rispettive baracche e crollavano
sfiniti sui tavolacci, sputando saliva nera. Nel campo c’era un’unica vasca
da bagno, ma l’acqua non veniva quasi mai cambiata. L’unica alternativa
era rappresentata da una tinozza all’acciaieria, ma le guardie scortavano i
prigionieri fin laggiù per il bagno solo una volta ogni dieci giorni.
17

Nessuno si azzardava a utilizzare la vasca del campo, per cui gli schiavi
del carbone vivevano ricoperti da una patina di fuliggine e aspettavano il
giorno dell’acciaieria. Dopo un po’ Wade si sentì così sudicio che chiese a
un compagno di radergli a zero i capelli incrostati di carbone. «Fu come un
atto di espiazione» scrisse.
18

Giorno dopo giorno, Louie spalava. Ogni tanto veniva assegnato alla
fabbrica del sale; il lavoro era altrettanto pesante e il sale si scioglieva nel
sudore e gli scorreva lungo la schiena, scavandogli screpolature nella pelle.
Fitzgerald lavorava a fianco dei suoi uomini e per proteggerli litigava
spesso con i sorveglianti. Una volta, durante un turno ininterrotto di
quattordici ore, ordinò ai suoi di fermarsi e disse ai sorveglianti che non
avrebbe fatto riprendere il lavoro finché gli uomini non avessero avuto da
mangiare. Dopo molte discussioni, i giapponesi consegnarono ai
prigionieri un’unica, enorme palla di riso e poi li rimandarono a lavorare.
La tragedia era inevitabile e, quando accadde, Louie era presente. Era in
piedi sulla chiatta in attesa del suo turno per saltare sulla carboniera,
quando il compagno che lo precedeva calcolò male il salto e andò a
sbattere contro la murata nel preciso istante in cui la carboniera cozzava
contro la chiatta. Schiacciato tra le due imbarcazioni, l’uomo risalì a fatica
sulla chiatta. Le guardie non lo degnarono di uno sguardo e sollecitarono
Louie a saltare. Mentre i compagni gli passavano davanti uno alla volta, il
ferito rimase immobile a terra. Zamperini non seppe mai se sopravvisse.
19

I lavori forzati di Naoetsu erano del tipo che divorava l’anima dei
prigionieri, i quali tuttavia trovavano dei modi per conseguire piccole
vittorie, essenziali per la sopravvivenza fisica e psicologica. La maggior
parte dei luoghi di lavoro non offriva possibilità di sabotaggio, ma il furto
era epidemico. Sulle chiatte, gli uomini aspettavano che il pilota si
allontanasse un attimo per precipitarsi in cambusa e nascondere sotto gli
indumenti tutto il cibo che riuscivano a trovare. Le gavette con il pranzo
delle guardie civili non facevano che sparire; il pacchetto di sigarette perso
di vista per un attimo non c’era più quando il proprietario si voltava di
nuovo. I prigionieri rubavano tutto quello che potevano, spesso cose di cui
non avevano affatto bisogno, rischiando pestaggi o anche peggio per un
oggetto inutile come un astuccio portapenne. Il portapenne in sé non era
niente, il furto del portapenne era tutto.
Dato che la dieta del campo era estremamente carente di sodio, cosa che
provocava crampi muscolari e altri disturbi, i prigionieri studiarono un
sistema per rubare e raffinare il sale. Durante il lavoro sulle chiatte, gli
uomini nascondevano manciate di sale nelle tasche. Allo stato grezzo il
sale era immangiabile, per cui i prigionieri lo portavano al campo e lo
passavano di nascosto ai compagni assegnati all’acciaieria. Questi, a loro
volta, lo nascondevano sotto i vestiti e lo portavano in fabbrica, dove
aspettavano il momento opportuno per lasciarne cadere dei pezzetti nelle
borracce piene d’acqua. A fine giornata, appendevano le borracce alle
pareti di un forno a carbone. Il mattino dopo l’acqua era evaporata e nelle
borracce restava solo la sostanza residua: sale commestibile, un tesoro che
non aveva prezzo.
20

Un giorno, mentre si trovava nel benjo, Louie guardò attraverso un buco


nel legno e vide un sacco di cereali appoggiato sull’altro lato della parete,
dove c’era un magazzino. Ricordando le tecniche ladresche degli scozzesi
di Omori, uscì dal benjo, cercò per tutto il campo e trovò parecchie canne
di bambù cave che erano state gettate via. Ne prese una e, approfittando
dei momenti in cui le guardie erano distratte, ne appuntì un’estremità.
Quella notte indossò il pigiama fornito dal campo, i cui pantaloni erano
stretti da cordicelle alle caviglie. Si mise in tasca la canna di bambù,
strinse le cordicelle al massimo e si diresse verso il benjo. Una volta
all’interno, passò l’estremità della canna nel foro, con tanta forza da farla
penetrare nel sacco di cereali, e poi posizionò l’altra estremità nella patta
del pigiama. Il cereale – riso – cominciò a riversarsi nei pantaloni
attraverso la canna. Quando arrivò sui due chili e mezzo per gamba, Louie
estrasse la canna dal sacco.
Uscito dal benjo, prese a camminare con la massima disinvoltura
consentita a un uomo con cinque chili di riso nel pigiama. Passò davanti
alle guardie che sorvegliavano la baracca e salì la scala a pioli che portava
al primo piano, dove il comandante Fitzgerald lo stava aspettando con un
lenzuolo steso davanti a sé. Louie si piazzò al centro del lenzuolo, slegò le
cordicelle, scaricò il riso e raggiunse velocemente il proprio tavolaccio.
Fitzgerald ripiegò in fretta il lenzuolo e poco dopo procedette a nascondere
il riso in calzini e scomparti segreti che aveva ricavato sotto i pannelli
delle pareti. Nei giorni seguenti, una volta memorizzata la routine delle
guardie, Louie e Fitzgerald aspettavano il momento in cui i giapponesi si
allontanavano, poi prendevano un po’ di riso, si precipitavano alla stufa
della baracca, lo bollivano e se lo cacciavano in bocca alla massima
velocità possibile, condividendo il bottino con qualche altro compagno.
Non riuscirono mai a mangiare più di un’unica cucchiaiata a testa, ma
l’impresa di avere battuto in astuzia chi li teneva in schiavitù era già un
nutrimento sufficiente.
21

Nel quadro della piccola ribellione di Naoetsu, l’iniziativa più insidiosa fu


forse quella portata a termine da Ken Marvin, un marine amico di Louie
che era stato catturato sull’atollo di Wake. Il suo supervisore sul posto di
lavoro era un civile con un occhio solo soprannominato Occhio Cattivo.
Quando Occhio Cattivo gli chiese di insegnargli la sua lingua, Marvin vide
la sua occasione e con grande, segreto divertimento cominciò a insegnare
alla guardia un inglese catastrofico. Da un certo giorno in poi ogni volta
che qualcuno chiedeva a Occhio Cattivo: «How are you?» (come stai?), il
giapponese rispondeva sorridendo: «What the fuck do you care?» (cosa
cazzo te ne frega?).
22

Il disastro si abbatté su Louie un giorno di quella primavera, sulla riva del


fiume. Era stato rimandato al facchinaggio e, ingobbito sotto il peso della
gerla, vacillava trasportando un carico di sale da una chiatta a un vagone
ferroviario. Raggiunta la riva, iniziò la pericolosa salita della passerella
proprio mentre una guardia usciva dal vagone e cominciava a scendere.
Quando i due si incrociarono, il giapponese diede una gomitata a
Zamperini che, appesantito dalla gerla, cadde di lato da un’altezza di un
metro e mezzo circa. Una gamba colpì il terreno prima dell’altra. Louie
sentì come uno strappo, poi un dolore lancinante alla caviglia e al
ginocchio.
La gamba non poteva più reggerlo. Rientrò al campo saltellando su un
piede solo, sostenuto da due compagni.
23

Venne esonerato dal lavoro alla chiatta, ma la cosa non gli fu di grande
consolazione. Non solo sarebbe stato l’unico ufficiale intrappolato nel
campo con l’Uccello per tutto il giorno, ma le sue razioni sarebbero state
dimezzate.
Louie se ne stava disteso nella sua baracca, affamato. La dissenteria era
sempre più grave e anche la febbre peggiorava, toccando a volte i quaranta
gradi.
24

Per riavere la razione intera doveva trovarsi un lavoro che fosse possibile
svolgere anche con una gamba sola. Individuata una vecchia macchina da
cucire in un capanno, si offrì volontario per rammendare e cucire gli
indumenti delle guardie in cambio della razione intera.
25

Questo gli consentì di andare avanti per un po’, ma ben presto non ci fu
più niente da cucire e le razioni gli vennero di nuovo dimezzate. Era tale la
sua disperazione che andò da Watanabe per chiedergli un lavoro.
L’Uccello si gustò l’implorazione di Louie, al quale rispose che da quel
giorno in poi sarebbe stato responsabile del maiale del campo. Il lavoro
avrebbe comportato la razione intera, ma c’era una condizione: a Louie era
proibito servirsi di attrezzi per pulire il porcile. Avrebbe dovuto usare le
mani.
26

Da sempre Louie aveva avuto la fissazione della pulizia, tanto che ai tempi
del college aveva l’abitudine di tenere un flacone di collutorio Listerine
nel vano portaoggetti dell’auto in modo da potersi sciacquare la bocca
dopo avere baciato una ragazza. Adesso era condannato a strisciare nella
sozzura di un porcile, a raccogliere gli escrementi con le mani e a rubare al
maiale manciate di mangime per non morire di fame. Di tutti gli abusi
violenti e umilianti che l’Uccello gli aveva inflitto, nessuno l’aveva mai
disgustato e demoralizzato quanto quello. «Se qualcosa mi farà crollare»
pensò «è questo.» Nauseato e affamato, la volontà ridotta a un filo ormai
sul punto di spezzarsi, Louie aveva solo la debole speranza della fine della
guerra cui aggrapparsi.
XXIX
Duecentoventi pugni
Alle undici e trenta del 5 maggio 1945 il silenzio che incombeva sopra
Naoetsu venne rotto dal suono di quattro potenti motori. Un B-29 volava
in cerchio sopra il villaggio. Le sirene suonarono, ma nell’acciaieria il
caposquadra le ignorò e i prigionieri di guerra continuarono a lavorare ai
forni. Poi ci fu un improvviso, enorme boato e all’interno della fabbrica
cominciò a nevicare pesantemente.
Non era neve, ma una tremenda quantità di polvere che pioveva dal
soffitto. Qualcosa aveva scosso violentemente il fabbricato. Il caposquadra
annunciò che era semplicemente saltato un trasformatore e intimò agli
uomini di continuare a lavorare.
Un minuto dopo entrò di corsa un operaio che, con aria di urgenza, disse
qualcosa al caposquadra. A quel punto tutti i giapponesi interruppero
quello che stavano facendo e si precipitarono fuori, correndo verso i rifugi
antiaerei sulla spiaggia e abbandonando i prigionieri al loro destino.
Immaginando che solo un B-29 potesse riuscire a far correre il
caposquadra in quel modo, gli uomini spaventati si ammassarono tutti in
una stanzetta, pregando di non essere colpiti.
1

Non lo furono. Le bombe del B-29 mancarono l’acciaieria, creando solo


enormi buche in un campo vicino. Ci volle un’ora prima che tutti,
prigionieri e carcerieri, si calmassero. Poi le guardie fecero del loro meglio
per demoralizzare gli uomini sottolineando l’incompetenza degli aviatori
americani e scortandoli in un tour dei crateri per dimostrare come il
bombardiere avesse mancato grossolanamente il bersaglio. Ma i
giapponesi erano spaventati. Quel raid significava molto più di qualche
buca in un campo, e tutti se ne rendevano conto. Per i prigionieri, tenuti
all’oscuro degli sviluppi della guerra nel Pacifico, il bombardamento, e i
sempre più frequenti avvistamenti di B-29 sul villaggio, facevano
intravedere un’esaltante possibilità. Se adesso gli americani rivolgevano
l’attenzione a una solitaria acciaieria in un luogo insignificante come
Naoetsu, significava che i B-29 avevano già distrutto le grandi città
strategiche?
La risposta arrivò dieci giorni dopo. Quattrocento nuovi prigionieri
varcarono il cancello del campo e si fermarono nel cortile.
2
L’Uccello balzò sopra il suo posatoio davanti a loro e declamò il suo
discorso standard:
«Voi dovere essere sobri! Voi dovere essere sinceri! Voi dovere lavorare
per davero! Voi dovere obbedire! Ho parlato.»
3

«Chi diavolo è Davero?» mormorò uno dei prigionieri.


Non appena l’Uccello ebbe concluso, i quattrocento nuovi arrivati vennero
sistemati a fatica nelle baracche insieme ai trecento vecchi residenti, e i
benjo traboccarono. I nuovi dissero di provenire dai campi di schiavi di
due grandi città: Kobe, centro della produzione bellica, e Osaka, il
principale porto giapponese. Alcune settimane prima i B-29 avevano
volato sopra quelle città in sciami di trecento alla volta, lasciando cadere
una pioggia di fuoco. Ampie zone di Kobe e Osaka erano ridotte in cenere.
Ormai inutili in città rase al suolo, i prigionieri di guerra erano stati
trasferiti a Naoetsu per essere rischiavizzati a beneficio dell’impero
giapponese. I nuovi arrivati avevano anche un’altra notizia: la Germania si
era arresa. Adesso gli Alleati si scagliavano contro il Giappone con tutto il
loro peso.
In quel mese la presenza dell’Uccello nel campo si fece sporadica. Pur
mantenendo l’incarico a Naoetsu, Watanabe era stato nominato
funzionario disciplinare a Mitsushima, un campo in montagna. Si presentò
immediatamente con il suo marchio di fabbrica, facendo irruzione in una
baracca, gridando «Nanda!» a un gruppo di stupefatti ufficiali ed esigendo
di sapere cosa stessero facendo. Prese subito a picchiare gli ufficiali,
giorno e notte. I prigionieri di Mitsushima lo ribattezzarono «il Pugno».
4

Nel nuovo campo l’Uccello si dimostrò talmente perverso che gli ufficiali
alleati arrivarono ben presto alla conclusione di doverlo uccidere per
salvare se stessi. I cospiratori formarono diverse «squadre della morte»
con il compito di affogarlo o gettarlo da una scogliera. Quando l’Uccello
era al campo, i prigionieri lo seguivano costantemente, ma il giapponese
sembrava avere intuito qualcosa e si muoveva sempre scortato da guardie
armate. Nel frattempo due prigionieri medici, Richard Whitfield e Alfred
Weinstein, studiarono un piano per avvelenarlo con dosi massicce di
atropina e morfina. L’Uccello sfuggì di nuovo: il giorno dopo
l’elaborazione del piano, Watanabe fece mettere sotto chiave la farmacia.
Whitfield mise a punto un nuovo piano. Preparò un flacone di soluzione
salina e glucosio come terreno di coltura, ci versò dentro campioni di
escrementi di due pazienti affetti da dissenteria amebica e dissenteria
bacillare, aggiunse tre mosche per stare sul sicuro e poi si tenne il flacone
premuto contro la pelle per parecchi giorni per l’incubazione dei germi
patogeni. Infine, insieme a Weinstein, consegnò il flacone al compagno
che lavorava come cuoco, il quale per quasi una settimana versò il
contenuto nel riso destinato all’Uccello. Con enorme stupore di tutti,
Watanabe non si ammalò. I due medici prepararono una seconda dose,
utilizzando gli escrementi di sei prigionieri malati. E questa volta fecero
centro.
5

Due giorni dopo l’Uccello stava malissimo, completamente distrutto da


una feroce diarrea e da più di quaranta gradi di febbre. Weinstein, cui era
stato ordinato di andare a visitarlo nella sua stanza, lo trovò che piangeva e
«si lamentava come un bambino». Watanabe gli ordinò di curarlo.
Weinstein gli porse quelle che gli disse essere pillole di sulfamidici.
Sospettoso, l’Uccello lo costrinse ad assumerne alcune lui stesso.
Weinstein ubbidì, ben sapendo che le pillole contenevano solo aspirina e
bicarbonato di sodio. L’Uccello perse circa sette chili in una settimana.
Weinstein lo sollecitò a sforzarsi di mangiare il suo riso.
Con Watanabe fuori dai piedi, i prigionieri e perfino le guardie erano
talmente di buon umore da sembrare, scrisse Weinstein, «infantili quasi in
modo isterico». Ma l’Uccello era invulnerabile. Dieci giorni dopo la febbre
sparì. Watanabe tornò a Naoetsu per sfogare la sua rabbia sugli ufficiali e
su Louie.
6

A giugno la gamba era guarita abbastanza da sostenere il peso del corpo e


Louie venne rimandato a spalare sale e carbone. Era sempre più malato e
la dissenteria non si placava. La volta che, bruciante di febbre, chiese un
giorno di riposo, l’Uccello glielo rifiutò. Watanabe gli disse che aveva solo
trentanove di febbre, e che andasse a lavorare. Louie andò.
Un giorno di quel mese di giugno, Louie, Tinker e Wade stavano
lavorando su una chiatta quando il caposquadra scoprì che dalla cambusa
era stato rubato del pesce. L’uomo avvertì che se i ladri non si fossero fatti
avanti immediatamente, avrebbe riferito il furto all’Uccello. Durante la
pausa pranzo, i colpevoli vennero convinti a confessare, ma quella sera, al
rientro al campo, il caposquadra informò comunque l’Uccello
dell’accaduto, dato che riteneva che al furto avessero preso parte anche
altri uomini.
Watanabe ordinò alla squadra di lavoro di schierarsi davanti a lui e ai ladri
di fare un passo avanti. Poi si avviò lungo la fila e ordinò a Wade, Tinker,
Louie e altri due ufficiali di farsi avanti, insieme ai ladri. Annunciò che
quegli ufficiali erano responsabili del comportamento dei ladri. La
punizione: ogni soldato semplice avrebbe sferrato un pugno in faccia a
ogni ufficiale e a ogni ladro, con tutta la forza che aveva.
Le vittime designate guardarono terrorizzate la fila dei soldati: erano circa
un centinaio. Chiunque si fosse rifiutato di eseguire l’ordine, proseguì
l’Uccello, avrebbe subito lo stesso destino degli ufficiali e dei ladri. Disse
alle guardie di usare il manganello su chi non avesse colpito con la
massima forza.
I soldati non avevano scelta. All’inizio cercarono di andarci piano, ma
l’Uccello sorvegliava attento ogni colpo. Quando qualcuno non picchiava
con sufficiente violenza, Watanabe cominciava a strillare e a picchiare il
colpevole, aiutato dalle guardie. Poi l’insubordinato veniva costretto a
colpire la vittima più volte, fino a totale soddisfazione dell’Uccello. Louie
cominciò a mormorare a ogni soldato di colpire forte e farla finita
rapidamente. Alcuni soldati britannici sussurrarono: «Scusi, signore»
prima di colpire Wade.
Ai primi pugni Louie rimase in piedi. Ma ben presto le gambe
cominciarono a cedere e crollò a terra. Si rialzò, ma cadde di nuovo al
pugno successivo, e a quello dopo ancora. Dopo un po’ perse i sensi.
Quando riprese conoscenza, l’Uccello costrinse i soldati a ricominciare
con i pugni, urlando: «Il prossimo! Il prossimo! Il prossimo!». Nella mente
stordita di Louie, quella voce cominciò a suonare come un cadenzato passo
di marcia.
Il sole tramontò. Il pestaggio proseguì per altre due ore circa, sempre alla
presenza dell’Uccello che assisteva alla scena con intenso piacere erotico.
Quando l’ultimo soldato sferrò l’ultimo pugno, ordinò alle guardie di dare
a tutti due colpi in testa con la spada da kendo.
7

Le vittime dovettero essere trasportate a braccia nelle baracche. Louie


aveva la faccia così gonfia e tumefatta che per diversi giorni non gli fu
quasi possibile aprire la bocca. In base alla stima di Wade, ogni ufficiale
era stato colpito in volto almeno duecentoventi volte.
8

Giugno diventò luglio 1945. Ogni giorno un unico B-29 attraversava il


cielo di Naoetsu, così ad alta quota che la sua presenza era tradita solo
dalla scia di condensazione. I prigionieri lo chiamavano «il Ranger
Solitario».
9

Ogni notte i bombardieri sorvolavano il villaggio in forze, vere e proprie


foreste di aerei nel cielo. Per i prigionieri quei B-29 – «tutti illuminati
come se stessero andando a un picnic», per usare le parole di Joe Byrne –
erano una visione bellissima.
10

Le sirene continuavano a suonare giorno e notte. A volte, di notte, i


prigionieri sentivano lontane esplosioni nel buio.
Louie era malato e demoralizzato. Disteso sul suo tavolaccio, sognava a
occhi aperti le Olimpiadi, aggrappandosi a quell’immagine come a una
promessa luminosa, un futuro per il quale valeva la pena sopportare un
intollerabile presente. Pregava continuamente per la sua salvezza. Gli
incubi delle sue battaglie con l’Uccello erano terribili, sfibranti. La
speranza andava affievolendosi. Nella sua baracca un giorno rientrò dal
lavoro, quasi trascinandosi, un compagno dall’aspetto stremato. Si distese
sul tavolaccio, chiese di essere svegliato all’ora di cena e poi rimase
immobile. Al momento del pasto, Louie gli diede un calcetto nel piede.
L’uomo non si mosse. Era morto. Era giovane, come tutti gli altri, e non
era neppure sembrato malato.
11

La situazione alimentare era sempre più disperata. In primavera, con


l’arrivo dei prigionieri di Kobe e di Osaka, la popolazione del campo era
più che raddoppiata, ma non così le razioni, che erano diventate ancora più
scarse e di solito consistevano solo in alghe. Un prigioniero affamato cercò
di procurarsi cibo da alcuni civili e l’Uccello gli ruppe la mascella.
12

Molti ufficiali alleati chiesero ufficialmente carne: non fornirla,


sottolinearono, violava la normativa internazionale. Dopo questo appello,
due guardie uscirono dal campo per poi rientrare con un cane, a quanto si
diceva l’ultimo rimasto a Naoetsu. Il giorno dopo suonò una campanella e
Louie uscì con gli altri nel cortile: conficcata su un palo e rivolta verso i
prigionieri, c’era la testa del cane. Qualche minuto più tardi venne
distribuita la colazione. Nelle ciotole c’erano i resti dell’animale.
13

A mano a mano che ci si inoltrava nell’estate le razioni diminuivano.


Louie e gli altri cominciarono a temere l’arrivo della stagione fredda.
Erano stati informati che quell’inverno sia il cibo che il riscaldamento
delle baracche sarebbero stati ulteriormente ridotti, se non addirittura
eliminati del tutto.
14

Molti prigionieri erano già così magri e malati che cercavano


semplicemente di «resistere da un giorno all’altro», come scrisse uno di
loro.
15

Pochi, a Naoetsu o in altri campi, pensavano che sarebbero vissuti tanto


da vedere un’altra primavera. A Omori qualcuno inventò uno slogan:
«Tuffi a Frisco nel ’45 o morti stecchiti nel ’46».
16

E c’era un’altra preoccupazione, ancora più pressante. Perfino nell’isolata


Naoetsu era chiaro che l’impero giapponese ormai stava crollando. I
prigionieri di guerra vedevano i B-29 volare avanti e indietro indisturbati e
si rendevano conto che le difese antiaeree nipponiche erano state distrutte
e che gli americani erano vicinissimi. I civili in cui avevano occasione di
imbattersi erano in condizioni scioccanti: gli arti degli adulti erano gonfi in
modo grottesco a causa del beriberi, i bambini emaciati.
17

I prigionieri alleati erano talmente turbati dall’evidente carenza di cibo tra


i civili che smisero di rubare nei luoghi di lavoro.
18

Era chiaro che il Giappone aveva perso la guerra già da molto tempo.
Tuttavia l’impero del Sol Levante era ben lungi dal cedere. E se una
massiccia, distruttiva campagna aerea non otteneva la resa, l’unica
possibilità sembrava essere l’invasione alleata. In tutto il paese i
prigionieri di guerra notavano segnali preoccupanti. Vedevano donne che,
armate di lance appuntite, si allenavano nell’assalto alla baionetta contro
mucchi di paglia di riso, e bambini che, schierati davanti alle scuole,
venivano addestrati con fucili di legno.
19

Il Giappone, il cui popolo riteneva vergognosa la resa, sembrava


prepararsi a combattere fino all’ultimo uomo, donna e bambino.
L’invasione pareva inevitabile e imminente, sia ai prigionieri che ai
giapponesi. Al corrente dell’ordine «uccidere tutti», i prigionieri erano
terrorizzati. Il campo di Batu Lintang nel Borneo, che contava duemila
internati tra prigionieri di guerra e detenuti civili, veniva sorvolato dai
caccia alleati tutti i giorni.
20

Un civile avvertì il prigioniero G.W. Pringle che i giapponesi avevano


l’ordine di «non lasciare ricatturare alcun prigioniero dalle forze alleate.
Devono essere uccisi tutti». Gli abitanti del villaggio affermavano di avere
visto centinaia di cadaveri di prigionieri di guerra nella giungla. «È il
primo segnale di un destino che sarà anche il nostro» scrisse Pringle nel
suo diario. Un ufficiale giapponese del campo, notoriamente sadico,
cominciò a parlare della sua simpatia per gli internati e di come si stesse
allestendo un nuovo campo in cui avrebbero trovato cibo abbondante, cure
mediche e niente lavori forzati. I prigionieri sapevano che si trattava di una
bugia, sicuramente studiata per convincerli a ubbidire a un ordine di
marcia che, come scrisse Pringle, avrebbe «offerto ai Japs una
meravigliosa opportunità di eseguire l’ordine “uccidere tutti” del governo
giapponese».
Pringle aveva ragione. Nell’ufficio del campo c’erano ordini scritti, redatti
dal comandante e approvati dalle autorità militari centrali, che
prevedevano che tutti i reclusi venissero «liquidati» il 15 settembre.
21

Donne e bambini sarebbero stati avvelenati, i civili sarebbero stati uccisi


con un colpo d’arma da fuoco, gli ammalati e i disabili a colpi di baionetta.
I cinquecento prigionieri di guerra avrebbero marciato per trentaquattro
chilometri e, una volta nella giungla, sarebbero stati mitragliati e bruciati.
A Omori, gli aiutanti di cucina giapponesi, e anche alcuni soldati, dissero
ai prigionieri che esistevano piani per la loro eliminazione.
22

Con il pretesto che le guardie erano necessarie alla difesa del paese, i
prigionieri sarebbero stati lasciati senza alcuna sorveglianza e, non appena
avessero messo piede sul ponte, le guardie li avrebbero falciati con i mitra.
Gli ufficiali alleati si riunirono per discutere il problema, ma non
riuscirono a individuare un modo per evitare il massacro o comunque per
difendersi.
In tutti i campi del Giappone la situazione era altrettanto sinistra. I
prigionieri vedevano arrivare mitra e barili di liquido infiammabile.
Vennero confiscate le piastrine di riconoscimento, probabilmente per
rispettare la clausola in base alla quale chi avrebbe eliminato i prigionieri
non doveva «lasciare alcuna traccia». Agli internati venne ordinato di
scavare gallerie e caverne; in diversi campi, guardie amiche avvertirono i
prigionieri che miniere, tunnel e fossati sarebbero stati usati come camere
della morte.
23

Quell’estate a Zentsuji, il campo di Phil e Fred Garrett, i giapponesi


annunciarono improvvisamente che i prigionieri americani venivano
separati da quelli di altre nazionalità e che, per la loro stessa sicurezza,
sarebbero stati trasferiti in un nuovo, accogliente campo. Gli americani
vennero fatti salire su un treno che attraversò il Giappone in mezzo a tristi
fiumi di rifugiati. Sbirciando dalle tendine chiuse, videro città rase al
suolo. Nell’aria c’era odore di corpi bruciati.
Era ormai buio quando arrivarono in una zona remota e ricevettero
l’ordine di avviarsi lungo un sentiero quasi impraticabile che si
arrampicava lungo il fianco di una montagna. Sotto un tremendo
temporale, gli uomini marciarono per ore, attraversando boschi, superando
rocce e crepacci, salendo talmente in quota da ritrovarsi tra montagne
innevate, nonostante fosse estate. Garrett, il cui moncone non era ancora
guarito, arrancava faticosamente sulle stampelle e i giapponesi non
permettevano a nessuno di aiutarlo. I prigionieri cominciarono a svenire
per lo sfinimento, ma le guardie non concessero soste. Fradici fino alle
ossa, gli americani si trascinarono lungo il sentiero in salita per circa
diciotto chilometri, lasciandosi alle spalle una scia di oggetti, scaricati per
alleggerire il peso da trasportare.
Alle due di notte, Phil, Garrett e gli altri compagni arrivarono a un
gruppetto di baracche di legno in una radura rocciosa. Troppo esausti per
schierarsi in formazione, si lasciarono cadere a terra. Vennero informati
che quello era il loro nuovo campo: Rokuroshi.
24

Nessuno spiegò perché fossero stati portati così lontano da tutti, in un


posto che sembrava assolutamente inabitabile. Un medico prigioniero di
guerra, Hubert van Peenen, si guardò intorno, valutò la situazione e giunse
a una conclusione: «Questo è il luogo del nostro sterminio».
25

Quell’estate a Naoetsu gli ufficiali del campo cominciarono a dirsi


preoccupati dalla possibilità che i prigionieri si trovassero a subire le
conseguenze dei bombardamenti. Era per questo, spiegarono, che presto
sarebbero stati trasferiti in montagna, dove sarebbero stati al sicuro.
26
Di nascosto dagli ufficiali, le guardie raccontarono una storia diversa e
informarono gli internati che l’esercito aveva dato l’ordine di ucciderli tutti
in agosto. Gli uomini avrebbero potuto liquidare la cosa come una delle
tante bugie, ma in luglio un operaio, un civile noto per la sua simpatia nei
confronti dei prigionieri, avvertì uno di loro che era stata fissata la data
delle esecuzioni. Era la stessa che si sapeva essere stata comunicata ai
prigionieri di almeno altri due campi.
Tutti gli internati di Naoetsu, disse il civile, sarebbero stati uccisi il 22
agosto.
27
XXX
La città evaporata
A Naoetsu nessuno dormiva più. Ogni notte i B-29 solcavano il cielo e le
sirene urlavano lamentose per ore e ore, in competizione con il ruggito
degli aerei.
1

Quei suoni, e la vista di sterminati stormi di bombardieri che volavano


indisturbati sul Giappone, fecero precipitare l’Uccello in una pazzia ancora
più profonda.
Durante i bombardamenti i prigionieri avevano l’ordine di restare nelle
baracche con le luci spente. Una volta passati gli aerei, Watanabe si
precipitava all’interno e ordinava agli americani di uscire, poi, coadiuvato
dal suo gorilla, Kono, passava gridando e andando su e giù davanti ai
prigionieri e li colpiva con il manganello, la spada da kendo o il fucile.
2

Ci furono notti in cui Watanabe fece schierare gli uomini su due file, una
di fronte all’altra, con l’ordine di schiaffeggiarsi a vicenda.
3

A volte, sempre assistito da Kono, ordinava ai prigionieri di restare in


piedi con le braccia tese sopra la testa per due o tre ore, oppure li
costringeva ad assumere la «posizione Ofuna» picchiandoli quando non
riuscivano a mantenerla. Durante un pestaggio, Louie venne colpito con il
manganello alla caviglia fratturata; il dolore fu tale che per un po’ non fu
quasi in grado di camminare.
4

E, in almeno una di quelle notti, l’Uccello lo picchiò al punto da fargli


perdere i sensi.
Il lavoro di Zamperini come guardiano del maiale era finito. Anche le
operazioni di scarico delle chiatte erano state annullate: gli aerei alleati
avevano affondato così tante navi giapponesi che nessuna ormai attraccava
o salpava da Naoetsu.
5

Louie era tornato al regime della mezza razione. Zoppicante, ammalato e


affamato chiese lavoro all’Uccello in modo da riavere la razione intera.
6

Watanabe fece portare una capra grigia, sottile come un foglio di carta e
apparentemente in punto di morte.
«Capra muore, tu muore» disse l’Uccello.
7

Louie non aveva nulla con cui legare la capra, né tanto meno disponeva di
un recinto. Il suo amico Ken Marvin rubò una corda dal posto di lavoro e
gliela diede.
8

Zamperini legò la capra a un palo e cominciò a prendersene cura,


assicurandosi che avesse acqua e granaglie. Di notte la legava all’interno
di un capanno dove venivano conservati cereali. La capra stava sempre
peggio.
Una mattina l’Uccello gli ordinò di presentarsi da lui e gli disse che
durante la notte la capra si era liberata, aveva aperto un contenitore di
cereali e si era abbuffata. Adesso stava malissimo ed era tutta colpa di
Louie. Zamperini sapeva che il suo nodo era stato fatto bene. Se la capra si
era liberata, qualcuno l’aveva slegata. La capra morì.
9

Terrorizzato dalla prospettiva della rappresaglia, Louie cercò di non farsi


vedere da Watanabe, ma la dissenteria era sempre più grave. Rischiando di
essere visto dall’Uccello, andò dal medico del campo per chiedere un
qualche rimedio. Watanabe piombò immediatamente su di lui e gli chiese
se avesse avuto il permesso di rivolgersi al medico. Zamperini rispose di
no.
L’Uccello gli ordinò di seguirlo fuori dalla baracca del dottore; i due
passarono accanto a Tinker e Wade, che stavano lavorando all’aperto.
Arrivati nel cortile, l’Uccello si fermò. A terra c’era una grossa, pesante
trave di legno, lunga circa un metro e ottanta. Watanabe gli ordinò di
sollevarla. Con un certo sforzo, Louie l’alzò da terra. L’Uccello gli ordinò
di portarla sopra la testa e di mantenere quella posizione. Zamperini
eseguì. Watanabe chiamò una guardia. Se il prigioniero avesse abbassato
le braccia, ordinò l’Uccello, la guardia avrebbe dovuto picchiarlo con il
fucile. Poi Watanabe raggiunse un capanno poco distante, si arrampicò sul
tetto e si sedette a guardare.
10

Louie era in piedi sotto il sole, la trave alta sopra la testa. Comodamente
disteso sul tetto come un gatto soddisfatto, l’Uccello indicava Zamperini ai
giapponesi che passavano nel cortile e rideva. Louie piantò gli occhi sul
viso di Watanabe, irradiando odio.
Passarono parecchi minuti. Louie resisteva, lo sguardo fisso sull’Uccello.
La trave era sempre più pesante, il dolore sempre più intenso. Watanabe si
godeva lo spettacolo e continuava a schernire il prigioniero, divertito dalla
sua sofferenza. Wade e Tinker proseguivano con il loro lavoro, lanciando
ansiose occhiate furtive alla scena che si svolgeva sull’altro lato del cortile.
Wade, che aveva guardato l’orologio del campo quando Louie aveva
sollevato la trave, era sempre più consapevole del trascorrere del tempo.
Passarono altri cinque minuti, poi dieci. Le braccia di Louie cominciarono
a ondeggiare, ormai quasi insensibili. Il corpo tremava. La trave si inclinò.
La guardia sferrò un colpo con il fucile e Louie si raddrizzò. Alla testa
affluiva sempre meno sangue e cominciava a sentirsi confuso; i pensieri
erano nebulosi, il campo sembrava girargli intorno. Sentì scivolare via la
consapevolezza, la mente perdere contatto con la realtà, finché non gli
rimase che un unico pensiero: «Lui non può spezzarmi». Sull’altro lato del
cortile, l’Uccello aveva smesso di ridere.
Il tempo passava e Louie manteneva la stessa posizione, era vigile e al
tempo stesso quasi privo di conoscenza, la trave sopra la testa, gli occhi
fissi sul viso dell’Uccello, resistendo ben oltre l’istante in cui la forza
avrebbe dovuto abbandonarlo. «C’era qualcosa che agiva dentro di me»
dirà in seguito Zamperini. «Non so cosa fosse.»
Intravide un movimento davanti a sé: era l’Uccello che saltava giù dal tetto
e, infuriato, si precipitava verso di lui. Il pugno di Watanabe lo colpì allo
stomaco. Louie si piegò in due. La trave cadde, colpendolo alla testa. Si
afflosciò a terra.
Quando riprese i sensi, non aveva idea di dove si trovasse e neppure di
cosa gli fosse successo. Vide Wade, qualche altro compagno e due o tre
guardie chini su di lui. L’Uccello se n’era andato. Louie non ricordava gli
ultimi minuti e non aveva idea di quanto tempo fosse rimasto in piedi con
la trave sopra la testa. Ma Wade aveva guardato l’orologio quando l’aveva
visto cadere.
Louie aveva tenuto la trave sollevata per trentasette minuti.
11

La notte del 1o agosto le sirene attaccarono a suonare e il villaggio si


riscosse dal sonno.
12

I prigionieri guardarono fuori dalle finestre delle baracche e videro


susseguirsi ondate di Superfortezze. Quella notte gli Stati Uniti stavano
mettendo in scena nei cieli del Giappone il più massiccio raid aereo della
Seconda guerra mondiale: ottocentotrentasei B-29, con un carico
complessivo di oltre 6100 tonnellate tra bombe, ordigni incendiari e mine.
13

I prigionieri che lavoravano nel turno di notte della fabbrica corsero nei
rifugi, ma gli aerei ignorarono Naoetsu. A Nagaoka, distante circa
sessantacinque chilometri, i civili alzarono lo sguardo e pensarono che
stesse piovendo. Quella pioggia era napalm.
14

Mentre i bombardieri sciamavano nel cielo, l’Uccello fece irruzione nelle


baracche, ordinò a tutti gli americani di uscire e li fece schierare nel
cortile. Watanabe e Kono afferrarono le spade da kendo e presero a
camminare alle spalle dei prigionieri, colpendoli alla testa. Gli uomini
cominciarono a cadere a terra. Anche Louie cadde. L’Uccello gli si chinò
accanto e lo prese a manganellate. Stordito, Zamperini rimase disteso ad
ascoltare le urla di Watanabe e delle sirene.
15

All’alba le sirene tacquero. I prigionieri uscirono dai rifugi. Nel cortile,


l’Uccello e Kono si immobilizzarono. Louie si rialzò barcollando e guardò
in direzione nordest. Il confine del mondo risplendeva: Nagaoka stava
bruciando.
16

Quella stessa notte i B-29 fecero piovere volantini sopra trentacinque città
giapponesi, avvertendo la popolazione degli imminenti bombardamenti e
sollecitandola a sfollare. Il governo nipponico ordinò ai civili di
consegnare i volantini alle autorità, proibì di divulgare l’avvertimento
americano e fece arrestare chiunque venisse trovato in possesso dei
volantini. Tra le città indicate sui foglietti c’erano Hiroshima e Nagasaki.
17

Quella notte segnò un punto di svolta per Zamperini. La mattina dopo si


rese conto che la dissenteria era molto peggiorata. Era pericolosamente
disidratato e cominciava ad avere difficoltà a mangiare. Diventava via via
sempre più debole e magro.
18

Ogni giorno e ogni notte i B-29 striavano il cielo e l’Uccello si scatenava


nel campo. Aggredì Ken Marvin, lo mandò al tappeto privo di sensi, lo
svegliò gettandogli un secchio d’acqua in faccia, gli disse di prendersi cura
della sua salute e lo picchiò di nuovo fino a fargli perdere ancora
conoscenza. Febbricitante sul suo tavolaccio al piano di sopra, Louie vide
Watanabe e Kano picchiare due compagni malati finché non cedettero
all’ordine di leccare escrementi dagli stivali dei giapponesi.
19

Un’altra volta Zamperini vide l’Uccello e Kono davanti a una fila di


prigionieri; i due avevano confiscato un libro sulla boxe e si alternavano
nello sferrare pugni alle loro vittime.
In una diversa occasione, Louie stava camminando nel cortile quando
Watanabe lo afferrò da dietro per la gola e lo trascinò fino alle tracimanti
buche del benjo. Dopo avere chiamato altri prigionieri, l’Uccello costrinse
tutti a distendersi sulla pancia, sopra le buche, e ordinò di fare flessioni
sulle braccia. Louie riuscì a malapena a tenere il corpo scostato dalla buca.
Altri furono meno fortunati. Agli uomini sfiniti che non riuscivano a
sollevarsi completamente sulle braccia, l’Uccello premeva il calcio del
fucile sulla testa, facendoli finire con la faccia negli escrementi.
20

Poi arrivò il giorno che Zamperini temeva da sempre. Era all’aperto e


stava riempiendo una vasca d’acqua quando Watanabe gli gridò di
avvicinarsi. Louie ubbidì. L’Uccello lo guardò con odio e con un gesto
indicò la vasca.
«Domani ti affogo.»
21

Louie passò l’intera giornata in preda alla paura, pensando alla vasca piena
d’acqua. Quando l’Uccello lo trovò, era terrorizzato.
«Ho cambiato idea» annunciò Watanabe. Poi si lanciò su Zamperini e
prese a sferrargli pugni in faccia, alternando destro e sinistro in un’estasi di
violenza. Si bloccò di colpo, così come aveva cominciato.
Improvvisamente tranquillo, si scostò da Louie.
«Ti affogherò domani.»
L’Uccello si allontanò. In viso aveva la stessa espressione languida e
rilassata che Zamperini aveva visto sul volto del Medicastro dopo il
pestaggio di Harris a Ofuna. Era un’espressione di estasi sessuale.
Louie non ce la faceva più. Partecipò a una riunione segreta con una
decina di altri ufficiali. Quando si separarono, avevano già un piano per
eliminare l’Uccello.
Era un disegno semplice. Gli uomini sarebbero saltati addosso a Watanabe
e lo avrebbero trascinato al piano superiore della baracca, dove c’era una
finestra che dava sullo strapiombo in fondo al quale scorreva il fiume
Hokura. Avrebbero legato il giapponese a un grosso masso e lo avrebbero
gettato dalla finestra. Quando fosse arrivato nel fiume, il masso lo avrebbe
trascinato a fondo. Non avrebbe respirato mai più.
22

Gli ufficiali distribuirono i vari compiti relativi all’omicidio. Un gruppo


avrebbe dovuto trovare il modo per avere la meglio sull’Uccello, il quale
era in ottima forma fisica e quindi difficile da sopraffare. Alcuni
prigionieri, scelti tra i più grandi e grossi, avrebbero trovato un masso,
pesante ma trasportabile, e senza farsi vedere dalle guardie l’avrebbero
portato su per la scala a pioli fino al primo piano della baracca, dove
l’avrebbero sistemato accanto alla finestra. Louie aveva il compito di
rubare una corda, robusta e sufficientemente lunga.
Zamperini non riusciva a trovare una fune abbastanza lunga da legare un
uomo a un masso, così cominciò a rubare tutti i pezzi di corda che trovava,
mettendoli da parte con l’idea di unirli poi l’uno all’altro con i suoi più
saldi nodi da boy scout. Nel frattempo la squadra che doveva occuparsi del
masso trovò un macigno abbastanza pesante da trascinare a fondo
l’Uccello e anche diversi altri uomini. In qualche modo riuscirono a
portare la grossa pietra nel campo, all’interno della baracca e su per la
scala a pioli senza che nessuno se ne accorgesse. La piazzarono accanto
alla finestra. Quando Louie finalmente ebbe rubato abbastanza pezzi di
corda, li annodò ottenendo un’unica fune. La fune venne passata intorno al
masso, con un’estremità pronta per essere legata intorno al corpo
dell’Uccello. A quel punto Louie si preparò per la seconda fase del piano.
Si era offerto volontario per far parte del gruppo che doveva catturare
Watanabe, trascinarlo al piano di sopra e gettarlo verso la morte.
Nel corso della cospirazione, un giorno l’Uccello entrò nella baracca. Se in
quel momento il masso era già in posizione, Watanabe non lo notò, oppure
non ne capì il significato. Frugò invece tra gli effetti personali dei
prigionieri e, sotto il tatami di un ufficiale inglese, trovò un foglio su cui
erano elencati i crimini commessi da ogni ufficiale giapponese. Quando
l’Uccello alzò lo sguardo, si accorse che l’inglese lo stava fissando con
odio.
23

Quello sguardo lo spaventò. Ebbe l’impressione che tutti i prigionieri


avessero una luce omicida negli occhi. Non lo avevano mai guardato in
quel modo prima di allora. Sapeva che il Giappone stava perdendo la
guerra e che, quando la fine fosse arrivata, gli americani lo avrebbero
processato. I prigionieri di guerra lo avrebbero accusato di ogni tipo di
crimine e gli americani lo avrebbero di certo condannato a morte. Sapeva
anche che nessuno l’avrebbe difeso e questo pensiero gli suscitava rabbia e
panico. Avrebbe dovuto adottare misure estreme per salvarsi.
Accanto a una finestra davanti alla quale l’Uccello passava tutti i giorni, il
masso e la corda aspettavano. Era un lungo tuffo, quello dalla finestra al
fiume.
Alle due e quarantacinque del 6 agosto 1945, un B-29 si alzò in volo dalla
pista Able sull’isola di Tinian. Ai comandi c’era Paul Tibbets, un esperto
pilota di bombardieri. L’aereo si diresse a nord, verso il Giappone. La
missione era così segreta che Tibbets aveva con sé capsule di cianuro per
tutto l’equipaggio nel caso l’aereo fosse stato abbattuto e gli uomini
catturati.
Mentre le prime luci del giorno avanzavano sul Pacifico, il B-29 raggiunse
la sua quota di bombardamento, oltre novemila metri. Due uomini
entrarono nella stiva bombe, dove li aspettava un ordigno lungo tre metri e
sessanta centimetri e pesante quattromila chili. I due si chinarono sulle
mani e le ginocchia e strisciarono intorno alla bomba per estrarre i tappi di
sicurezza e sostituirli con i connettori. Little Boy era armato.
Attraversando il Mare Interno, Tibbets vide una città davanti a sé. Un
ricognitore che la stava sorvolando trasmise un messaggio in codice: il
tempo era sereno. Tibbets non avrebbe dovuto superare quella città e
passare a uno degli obiettivi alternativi. Parlò all’interfono:
«È Hiroshima.»
24

L’aereo superò la costa e arrivò sopra la città. Tibbets puntò il muso verso
ovest e poi ordinò all’equipaggio di indossare gli occhiali protettivi. Sotto
di sé vide un ponte a forma di T, il bersaglio. Cedette i comandi del
bombardiere al sistema Norden e il puntatore inquadrò il ponte.
Alle ore otto, quindici minuti e diciassette secondi la bomba venne
sganciata. Tibbets virò con tutta la forza possibile e si tuffò in picchiata per
guadagnare velocità. La bomba avrebbe impiegato quarantatré secondi per
raggiungere la quota di detonazione, poco meno di seicento metri. Nessuno
sapeva con certezza se, in quel breve lasso di tempo, il B-29 sarebbe
riuscito ad allontanarsi abbastanza per sopravvivere a ciò che stava per
succedere.
Uno degli uomini a bordo cominciò a scandire mentalmente i secondi.
Quando arrivò a quarantatré, non accadde nulla. Non sapeva di avere
contato troppo velocemente. Per un istante pensò che la missione fosse
fallita.
Nell’attimo stesso in cui quel pensiero gli passò per la mente, il cielo sopra
la città si squarciò in una tempesta di colori, suoni e vento. Una luce
bianca, dieci volte più intensa di quella del sole, inghiottì l’aereo,
facendolo sbandare in ogni direzione nel suo lampo, nel tuono e nella
tremenda scossa. Il mitragliere della torretta caudale, guardando fuori dalla
sua postazione attraverso le lenti degli occhiali, pensò che la luce lo avesse
accecato. Tibbets sentì i denti vibrare e un sapore di piombo riempirgli la
bocca. In seguito gli avrebbero spiegato che si trattava dell’effetto della
radioattività sul metallo delle otturazioni dentali. Guardò davanti a sé e
vide il cielo ruotare in un vortice rosa e azzurro. Accanto a lui, il copilota
scribacchiò due parole sul suo diario: «MIO DIO!».
Il mitragliere di coda, la cui vista intanto si era schiarita, vide uno strano,
spaventoso scintillio coagularsi nell’aria sopra la città e scagliarsi verso
l’aereo a una velocità di trecento metri al secondo. «Ecco che arriva!»
gridò. L’onda d’urto cozzò contro il B-29, sollevando gli uomini in aria e
rigettandoli a terra. Nella confusione, qualcuno urlò: «La contraerea!». Poi
il bombardiere venne scosso da una seconda onda d’urto, conseguenza
della forza dell’esplosione che aveva colpito il terreno e poi era rimbalzata
verso il cielo.
Nel campo per prigionieri di guerra 10-D, sull’altro versante delle
montagne vicine a Hiroshima, Ferron Cummins avvertì una sorta di scossa
rotolare giù dai fianchi della montagna e l’aria riscaldarsi in modo strano.
Alzò lo sguardo. Sopra la città incombeva, incredibilmente enorme, una
nube luminosa di un azzurro grigiastro. Era alta quasi cinque chilometri.
Sotto la nube, Hiroshima stava evaporando.
25
XXXI
La festa degli uomini nudi
I prigionieri di Naoetsu sapevano che doveva essere successo qualcosa di
grosso. Le guardie se ne andavano in giro con espressione stordita. I civili
passavano davanti al campo con gli occhi vitrei, le mani strette a pugno.
1

Una guardia disse qualcosa che a Louie rimase impressa nella mente:
Hiroshima era stata colpita dal colera.
2

La città era stata isolata, disse il giapponese, e nessuno poteva entrare o


uscire.
In uno dei posti di lavoro, un civile raccontò una storia diversa: una bomba
americana aveva distrutto un’intera città.
3

I prigionieri pensarono che intendesse dire un singolo raid con molte


bombe, ma il giapponese continuò a insistere che si era trattato di un’unica
bomba. Usò un termine che suonò come «atomica». La parola era
sconosciuta e nessuno era in grado di capire come un solo ordigno potesse
cancellare una città. Tom Wade riuscì a impadronirsi di un giornale. Gli
americani avevano sganciato una cosa che il quotidiano definiva «bomba
elettronica» ed erano morte molte persone.
4

I prigionieri non sapevano cosa pensare.


A Omori un turbato comandante del campo radunò gli internati. «È
arrivato un aereo» annunciò «e tutta una città è scomparsa.» Chiese se
qualcuno avesse idea di quale arma poteva fare una cosa del genere.
Nessuno aveva una risposta.
5

Il 9 agosto anche Nagasaki, come Hiroshima, scomparve.


Passarono giorni inquieti. A Naoetsu tutto procedeva come al solito e i
prigionieri continuavano a lavorare nelle fabbriche, giorno e notte, per la
produzione bellica giapponese. Chiaramente era successo qualcosa di
catastrofico, ma il Giappone non si era ancora piegato.
Per gli internati il tempo ormai era quasi scaduto. La metà di agosto si
stava avvicinando e la minaccia della politica «uccidere tutti» diventava
sempre più concreta. Molti prigionieri erano convinti che, se anche il
Giappone si fosse arreso, le guardie li avrebbero ammazzati comunque, o
per vendetta o per impedire che testimoniassero su ciò che avevano dovuto
subire. In effetti a Omori uno degli addetti agli interrogatori aveva detto al
comandante Fitzgerald che i giapponesi avevano un piano per uccidere
tutti i prigionieri nel caso avessero perso la guerra.
Dopo l’annuncio che sarebbero stati trasferiti in un nuovo campo in
montagna, gli internati si erano convinti che il piano dei giapponesi
consistesse nello scaricare i loro cadaveri in una foresta, dove nessuno li
avrebbe mai ritrovati. Discussero su come difendersi, ma non trovarono
una risposta a venticinque guardie armate di fucile.
6

Anche la fuga era impossibile: il campo era intrappolato tra il mare e due
fiumi e, data l’impossibilità di reperire imbarcazioni per settecento uomini,
l’unica via d’uscita era quella che portava al villaggio, dove i prigionieri
deboli e malati sarebbero stati ricatturati senza problemi. Erano una preda
fin troppo facile.

Nagasaki, 9 agosto 1945. (Nagasaki Atomic Bomb Museum/epa/Corbis)


Disteso sul suo tavolaccio, Louie deperiva e pregava. Nei suoi incubi
combatteva scontri mortali con l’Uccello, con Watanabe che cercava di
pestarlo a morte e lui che tentava di strangolare il sergente. Si teneva
quanto più possibile alla larga dall’Uccello, che infuriava impazzito nel
campo come un cavo elettrico reciso che frusta l’aria. Il giapponese però lo
trovava sempre.
Poi, all’improvviso, la violenza cessò. L’Uccello si era allontanato. Le
guardie spiegarono che era andato in montagna per preparare il promesso
nuovo campo per gli ufficiali.
7

Mancava solo una settimana al 22 agosto, la data dell’«uccidere tutti».


La mattina del 15 agosto Louie si svegliò sentendosi malissimo. Ormai
aveva più o meno venti sanguinolenti movimenti intestinali al giorno.
Dopo il controllo mensile del peso, non riportò il dato sul suo diario, ma
annotò che aveva perso sei chili, e da un corpo già devastato dalla
denutrizione. Se si stringeva una gamba, le dita affondavano nella carne e
le impronte rimanevano a lungo. Aveva visto morire troppi uomini per
ignorare di cosa si trattava: beriberi.
8

Nella tarda mattinata, dopo il rientro al campo delle squadre di lavoro del
turno di notte e la partenza di quelle del turno di giorno, Zamperini uscì
dalla baracca. Adesso che l’Uccello non c’era, camminare all’aperto era
meno pericoloso. Attraversando il cortile, vide Ogawa, il suo supervisore
al campo di patate. Ogawa era sempre stato un tipo innocuo, uno dei pochi
giapponesi che Louie non aveva mai avuto motivo di temere. Ma non
appena lo vide, Ogawa afferrò il manganello e lo colpì in pieno viso.
Zamperini barcollò stupefatto, la guancia insanguinata.
9

Poco dopo, a mezzogiorno, sul campo scese un improvviso, strano


silenzio. I giapponesi non c’erano più. In quello stesso momento, nelle
mense delle fabbriche, i prigionieri alzarono gli occhi dalle loro ciotole e si
accorsero di essere soli. Le guardie se n’erano andate.
10

Nel campo, Tinker attraversò il cortile. Passando accanto alla baracca delle
guardie, sbirciò all’interno. Ammassati intorno a una radio, i giapponesi
ascoltavano assorti e rapiti una vocina esitante. La voce evidentemente
stava dicendo qualcosa di estrema importanza.
11

Alle 13.30 le guardie ricomparvero nelle fabbriche e ordinarono ai


prigionieri di tornare ai propri posti. Ken Marvin tornò alla sua postazione
e trovò i supervisori seduti. Uno dei giapponesi gli disse che non c’era
lavoro. Guardandosi intorno, Marvin vide Occhio Cattivo, il civile con un
occhio solo al quale stava insegnando un inglese assurdo, e gli domandò
come mai non ci fosse lavoro. Occhio Cattivo rispose che mancava
l’elettricità. Marvin alzò gli occhi: tutte le lampadine erano accese. Riportò
lo sguardo interrogativo sul giapponese e gli fece notare che la luce c’era.
Occhio Cattivo allora disse qualcosa nella sua lingua, che Marvin non
capì. Andò a cercare un amico che parlava giapponese, lo portò con sé e
chiese a Occhio Cattivo di ripetere quello che gli aveva detto poco prima.
12

«La guerra è finita.»


Marvin cominciò a piangere e lo stesso fece il suo amico. Singhiozzarono
come due bambini.
I prigionieri lavoratori vennero riportati al campo. Marvin e l’amico si
precipitarono a riferire ai compagni ciò che aveva detto Occhio Cattivo,
ma nessuno ci credette. Voci del genere erano già circolate in passato ed
erano sempre risultate false. Nel campo non c’era alcun indizio che facesse
pensare che qualcosa era cambiato. I giapponesi spiegarono che il lavoro
era stato sospeso solo perché c’era stata un’interruzione nella fornitura di
elettricità. Due o tre prigionieri festeggiarono la notizia della pace, ma
Louie e molti altri prevedevano qualcosa di molto diverso.
13

C’era chi aveva sentito dire che quella notte Naoetsu sarebbe stata
bombardata.
14

I prigionieri non riuscivano a dormire. Marvin se ne stava disteso sul suo


tavolaccio e si diceva che, se la mattina fossero stati mandati al lavoro
come al solito, allora la storia di Occhio Cattivo era falsa.
15

Se invece non fosse successo, allora forse la guerra era finita davvero.
Louie, che stava malissimo, giaceva rannicchiato in attesa dei bombardieri.
Ma nessun B-29 volò su Naoetsu quella notte. Al mattino ai componenti
delle squadre in attesa venne dato il rompete le righe perché non c’era
lavoro.
16

Al primo piano della baracca Louie cominciò a vomitare. Mentre si


piegava scosso dai conati in una nebbia di nausea, qualcuno si avvicinò al
suo tavolaccio e gli consegnò cinque lettere. Erano di Pete, di Sylvia e dei
genitori e tutte erano state scritte molti mesi prima. Zamperini aprì le
buste, da cui uscirono foto dei familiari. Era la prima volta che aveva loro
notizie dopo quasi due anni e mezzo. Si aggrappò alle sue lettere e decise
di tenere duro.
17

I prigionieri erano confusi, le guardie non dicevano niente. Passò un


giorno senza alcuna novità. Quella sera gli uomini guardarono la
campagna e videro qualcosa che non avevano mai visto prima: il villaggio
era illuminato, le persiane dell’oscuramento erano state eliminate in tutta
Naoetsu. Per prova, alcuni internati smontarono le persiane delle finestre
delle baracche.
18

Le guardie ordinarono di rimetterle. Se la guerra era effettivamente finita,


le guardie si stavano dando molto da fare per tenere nascosta la notizia ai
prigionieri. Mancavano cinque giorni alla data dell’«uccidere tutti».
La mattina dopo, Louie stava ancora peggio. Esaminò il proprio corpo e
sul diario scribacchiò mestamente: «Sembro uno scheletro. Sono debole».
19

L’Uccello ricomparve, per quello che se ne sapeva di ritorno dai


preparativi di ciò che aspettava i prigionieri in montagna, qualunque cosa
fosse. Il sergente sembrava diverso; un accenno di baffi gli ombreggiava il
labbro superiore. Louie lo vide entrare nel suo ufficio e chiudersi la porta
alle spalle.
20

Era il 17 agosto e nel campo di Rokuroshi sulla gelida cima di una


montagna squillò un telefono.
Gli oltre trecentocinquanta prigionieri di Rokuroshi, tra i quali Phil e Fred
Garrett, trascorrevano l’estate tremando all’interno delle baracche e
cercavano di sopravvivere a una dieta quasi interamente liquida. In quel
campo remoto e mortalmente silenzioso, l’unico telefono non squillava
quasi mai e, quando accadde, i prigionieri lo notarono. Qualche minuto
dopo, il comandante lasciò il campo di gran fretta e scese a valle.
Era già da diverso tempo che gli internati di Rokuroshi vivevano in uno
stato di tensione. Per tutta l’estate il cielo era stato segnato dai graffi delle
scie di condensazione. In una notte di luglio gli uomini avevano visto dalle
baracche l’intero orizzonte meridionale accendersi di rosso e diffondere
una luce così brillante che sarebbe stato possibile leggere. L’8 agosto le
guardie avevano cominciato a chiudere le porte delle baracche
inchiodandole. E poi, il 15 agosto, all’improvviso erano diventate molto
più brutali e il carico di lavoro dei prigionieri, che consisteva nello
spaccare rocce, era stato intensificato.
Dopo la partenza del comandante accadde qualcosa di inquietante. Le
guardie fecero uscire i prigionieri dalle baracche e li suddivisero in gruppi,
che poi scortarono fuori dal campo, inoltrandosi nella foresta verso il
nulla. Dopo avere costretto gli uomini ad avanzare per un certo tempo tra
gli alberi, li ricondussero al campo e li fecero rientrare nelle baracche. Le
marce si ripeterono anche in seguito. Non venne data alcuna spiegazione.
L’impressione era che le guardie stessero cercando di abituare i prigionieri
a quella strana routine in preparazione di qualcosa di terribile.
21

Il 20 agosto sopra Naoetsu incombeva un cielo bianco, greve e


minaccioso. Nel campo risuonò un ordine: tutti i prigionieri dovevano
radunarsi nel cortile. Circa settecento uomini uscirono dalle baracche e si
schierarono. Il piccolo comandante del campo, le mani guantate e la spada
al fianco, salì sulla piattaforma della vedetta antiaerea, seguito da Kono. Il
comandante parlò e Kono tradusse.
22

«La guerra è giunta a un punto di cessazione.»


23

Tra i prigionieri non ci fu alcuna reazione. Alcuni credettero a quelle


parole, ma rimasero in silenzio temendo rappresaglie. Altri sospettarono
un qualche inganno. Il giapponese continuò a parlare, sempre più
stranamente sollecito nei confronti degli internati. Parlando ai prigionieri
come a vecchi amici, espresse la speranza che avrebbero aiutato il
Giappone a combattere la «Minaccia Rossa», cioè l’Unione Sovietica, che
aveva appena occupato le isole Kurili.
24

Al termine del discorso del comandante, mentre i prigionieri aspettavano


in un silenzio sospettoso, Kono invitò tutti a fare un bagno nel fiume
Hokura. Anche questo era strano: agli internati era stato permesso
raramente di scendere al fiume. I prigionieri ruppero le righe e
cominciarono ad avviarsi verso il corso d’acqua, spogliandosi lungo il
tragitto. Louie si trascinò insieme agli altri, si tolse gli indumenti ed entrò
in acqua.
Gli uomini si sparpagliarono nel fiume e cominciarono a lavarsi
sfregandosi la pelle, incerti su ciò che stava succedendo. Poi sentirono un
suono.
Era il basso, possente brontolio di un motore d’aereo, molto vicino. I
prigionieri alzarono gli occhi e all’inizio non videro che il cielo coperto,
ma poi eccolo spuntare di colpo dalle nubi: un aerosilurante.
Seguito dallo sguardo degli uomini, l’aereo si abbassò, si portò in assetto
orizzontale e sfrecciò sull’acqua, il motore urlante. I prigionieri lo
fissavano. L’aereo puntava dritto verso di loro.
Nell’istante prima che l’aerosilurante li sorvolasse, gli uomini in acqua
riuscirono a intravedere la cabina di comando e il pilota. Poi il velivolo fu
direttamente sopra di loro. Su entrambe le fiancate e sotto ognuna delle ali
c’era una grande stella bianca all’interno di un cerchio blu. L’aereo non
era giapponese. Era americano.
La luce rossa delle comunicazioni in codice dell’aerosilurante ammiccava
rapidamente. Un operatore radio in acqua vicino a Louie lesse il messaggio
e all’improvviso gridò: «Oh! La guerra è finita!».
Nel giro di pochi secondi una massa di uomini nudi usciva dal fiume e
risaliva il pendio. Mentre l’aereo volava in cerchio sopra di loro e il pilota
salutava agitando la mano, i prigionieri sciamarono nel campo, impazziti
di sollievo e felicità. La paura delle guardie e del massacro che avevano
temuto per tanto tempo era svanita, dispersa dal ruggito e dalla potenza
dell’aerosilurante. I prigionieri cominciarono a saltare, a gridare e a
singhiozzare. Alcuni si arrampicarono sui tetti del campo, agitando le
braccia e urlando la loro gioia al pilota. Altri si ammassarono contro la
recinzione del campo e la abbatterono. Qualcuno trovò dei fiammiferi e
poco dopo tutto lo steccato stava bruciando. I giapponesi si erano ritirati da
qualche parte e non si facevano vedere.
In mezzo agli uomini che correvano e festeggiavano, Louie se ne stava
immobile sulle gambe tremanti, emaciato, malato e gocciolante. Nella sua
mente stanca, non faceva che ripetere due parole, all’infinito:
25

«Sono libero! Sono libero! Sono libero!»


Seduto in riva al fiume, un malconcio prigioniero australiano di nome Matt
Clift teneva gli occhi fissi sull’aerosilurante, che volava in cerchio sul
corso d’acqua e sul campo. Fu così che vide cadere dalla cabina di
pilotaggio qualcosa che si trascinava dietro un lungo nastro giallo.
L’oggetto fluttuò nell’aria in direzione ovest, direttamente verso il fiume.
Clift si alzò in piedi, si sporse sulla riva e si tese tanto che per poco non
finì in acqua. L’oggetto, una scatoletta di legno, gli cadde dritto tra le
mani. Mentre cercava di ritrovare l’equilibrio stringendo il suo tesoro, Clift
ebbe un pensiero delizioso: «Cioccolato!». Il cuore gli si riempì di
gratitudine per quel «bravo ragazzo» che era il pilota.
26

Impiegò un po’ di tempo per aprire il pacchetto e a un certo punto si rese


conto, con devastante delusione, che non conteneva cioccolato. Dentro
trovò un messaggio scritto a mano:
Nostri TBS
*
non sono riusciti ad arrivare qui oggi. Ve li guiderò domani con cibo e
altra roba. Tenente A.R. Hawkins, VF-31, FPO Box 948, Lufkin, Texas.
**
27

Prima di allontanarsi, Hawkins sganciò due regali: una barretta dolce dalla
quale aveva già staccato un morso e un pacchetto da venti sigarette, meno
una. Fitzgerald fece affettare la barretta in settecento schegge, poi ogni
uomo si leccò un dito e lo posò sul suo frammento di cioccolato, che si
mise in bocca. La porzione di Louie aveva le dimensioni di una formica.
Poi Fitzgerald suddivise gli uomini in diciannove cerchi, a ognuno dei
quali venne consegnata una sigaretta. A ogni prigioniero toccò una
piacevole tirata.
28

Comparve rumoroso un altro aereo americano, dal quale si lanciò un


uomo. Il paracadute non si apriva. Tutti trattenevano il fiato. Poi i
prigionieri si resero conto che non si trattava affatto di un uomo: era solo
un paio di pantaloni, riempiti con qualcosa e legati strettamente alla cintura
e alle caviglie.
29

Louie era tra gli ufficiali che recuperarono e aprirono i pantaloni.


All’interno, sopra una pila di generi vari, c’era una rivista americana. In
copertina c’era la foto di una nube incredibilmente gigantesca. Gli uomini
la guardarono in silenzio, mettendo insieme le voci che avevano sentito su
quell’unica, enorme bomba che aveva vaporizzato Hiroshima e
determinato la brusca conclusione della guerra.
Sotto la rivista c’erano stecche di sigarette e barrette dolci. Poco dopo il
campo era cosparso di involucri e di scheletrici uomini nudi che fumavano.
In una tasca di quei pantaloni, Fitzgerald trovò una lettera appartenente al
proprietario dell’indumento. Il tipo si dava parecchio da fare: aveva una
moglie in California e una fidanzata a Perth.
Il masso, con la corda di Louie intorno, era ancora accanto alla finestra
della baracca. Ma per i cospiratori ormai era troppo tardi: l’Uccello non si
vedeva da nessuna parte. Quel giorno, o forse il giorno prima, si era tolto
l’uniforme, aveva afferrato un sacco di riso, era scivolato nella campagna
di Naoetsu ed era svanito.
30
*

Torpedo bombers, aerosiluranti.


**

Il pilota dell’aerosilurante, Ray Hawkins, diventò una leggenda. Nel corso


della Seconda guerra mondiale abbatté quattordici aerei giapponesi,
risultato che lo rese tre volte «asso» e gli procurò tre Navy Cross. Prese
parte anche alla guerra di Corea e in seguito diventò uno dei solisti dei
Blue Angels, la pattuglia aerea acrobatica della marina americana. Fu il
primo pilota di jet a utilizzare il sistema di espulsione a velocità
supersonica. Sopravvisse.
XXXII
Cascate di pesche rosa
Il 22 agosto Phil e Fred Garrett sedevano nel capo di Rokuroshi,
chiedendosi cosa stesse succedendo. Isolati in cima alla loro gelida
montagna, i prigionieri erano totalmente all’oscuro degli ultimi grandiosi
eventi. Tutto ciò che sapevano era che il comandante del campo si era
allontanato cinque giorni prima e che, in sua assenza, le guardie
continuavano a costringerli a sinistre marce nella foresta.
Quel pomeriggio il comandante giapponese risalì la montagna con
espressione abbattuta. Entrò in una baracca e si rivolse al prigioniero di
grado più elevato, il tenente colonnello Marion Unruh.
«L’imperatore ha portato la pace al mondo.»
Il comandante consegnò la sua spada a Unruh, il quale riunì gli uomini e li
informò che la guerra era finita. I prigionieri recitarono immediatamente
una preghiera di ringraziamento. Agli uomini venne detto che non
dovevano cercare vendetta: erano ufficiali e gentiluomini, e come tali
dovevano comportarsi.
1

I prigionieri organizzarono immediatamente un party indimenticabile.


Abbatterono la recinzione del campo e ne ricavarono una gigantesca
montagna di legno, che secondo un prigioniero era alta quindici metri.
Chiesero all’interprete giapponese se poteva procurare un po’ di sake e
dopo poco ne arrivò una botte piena. Gli uomini tolsero il coperchio della
botte, cominciarono a bere, diedero fuoco alla catasta di legna, un internato
originario dell’Alabama trasformò un enorme bidone in un tamburo e tutti
cominciarono a ballare. Un lungo trenino di prigionieri impazziti e
ubriachi si snodò al ritmo di conga per tutto il campo e tra le baracche. Un
internato si esibì in uno strip-tease, togliendosi uno alla volta gli indumenti
fino a rivelare un corpo pietosamente poco attraente. I festeggiamenti, che
proseguirono per tutta la notte, furono così scatenati che un prigioniero si
meravigliò del fatto che, al sorgere del sole, fossero ancora tutti vivi.
Il giorno dopo, nonostante i postumi della sbornia, gli uomini scesero a
valle e raggiunsero i villaggi più vicini. Trovarono per lo più dei paesi
fantasma. I civili avevano visto il grande falò, avevano lasciato le loro case
ed erano scappati. I prigionieri ritornarono al campo e cominciarono ad
aspettare i soccorsi.
A Naoetsu quasi tutte le guardie erano rimaste nel campo, anche se adesso
l’arroganza aveva ceduto il passo a una untuosa ossequiosità. Non c’era
praticamente più cibo, né tantomeno tabacco.
2

Fitzgerald si presentava al comandante giapponese tre volte al giorno per


chiedere più cibo e veniva regolarmente respinto.
3

I prigionieri uscivano dal campo per andare a cercare qualcosa da


mangiare. Qualcuno tornò con una mucca. Qualcun altro con dei maiali.
4

Non era abbastanza. Fitzgerald scrisse un dispaccio al console svizzero a


Tokyo, spiegando le terribili condizioni del campo e chiedendo aiuti
immediati, ma il comandante giapponese si rifiutò di inoltrarlo.
5

Furioso, Fitzgerald minacciò di informare le autorità americane del suo


comportamento, ma il comandante non cedette.

Prigionieri di guerra festeggiano la fine del conflitto. (Naval History and


Heritage Command)
Verso le dieci di mattina del 26 agosto, sei giorni dopo che a Naoetsu era
stata annunciata la fine della guerra, Fitzgerald stava uscendo dall’ufficio
del comandante quando numerosi caccia americani, decollati dalla
portaerei Lexington, comparvero in cielo e cominciarono a volare in
cerchio sul campo.
6

I prigionieri si precipitarono tutti fuori, gridando. Sgombrarono


rapidamente un’area, trovarono della calce bianca e con essa tracciarono
due parole gigantesche sul terreno: CIBO SIGARETTE. Dalle cabine di
pilotaggio dei caccia piovvero messaggi. Gli aerei avevano trasportato
provviste d’emergenza ai campi di prigionia, ma avevano terminato le
scorte. I piloti promettevano che il cibo sarebbe arrivato presto.
Non potendo nutrire i prigionieri, i piloti fecero la seconda cosa migliore:
per trenta minuti si esibirono in uno spettacolo di acrobazie aeree, accolto
dalle grida di approvazione degli uomini. Fitzgerald rimase commosso dai
visi gioiosi rivolti verso l’alto. «Meraviglioso» scrisse J.O. Young sul suo
diario.
7

«Starmene in piedi ad applaudire, a gridare, ad agitare il berretto e a


comportarmi come un maledetto pazzo. Nessuno che non abbia passato
tutta questa guerra, tranne sedici giorni, da prigioniero dei Nip può capire
veramente cosa significhi vedere “Old Sammy” che volteggia sopra il
campo.»
I caccia americani ebbero un effetto persuasivo sul comandante
giapponese, che convocò Fitzgerald, gli rinfacciò di non essersi
comportato «da gentiluomo» e l’accusò di avere bluffato quando aveva
minacciato di denunciarlo alle autorità americane.
«Dicevo sul serio, ogni parola» replicò Fitzgerald.
Novanta minuti più tardi alcuni camion entrarono nel campo e scaricarono
razioni di cibo, biscotti e frutta in scatola.
8

Quel pomeriggio fecero la loro comparsa altri aerei della Lexington e sul
campo cominciarono a piovere sacche da marinaio, su cui si avventarono i
prigionieri. Uno di loro, saltando da uno steccato per evitare di essere
battuto sul tempo, si fratturò una caviglia. Un sacco mancò completamente
il campo e finì nel fiume. I prigionieri strapparono i sacchi e si divisero il
bottino. Ognuno di loro ricevette mezzo barattolo di mandarini, una
confezione di gallette, due sigarette e un pezzetto di barretta dolce.
Qualcuno si avventurò fino al fiume per recuperare la sacca vagante,
dentro la quale trovò riviste e un quotidiano. Preoccupato dal fatto che il
cibo lanciato sul campo non fosse affatto sufficiente, Fitzgerald ordinò di
scrivere sul terreno: QUI CI SONO SETTECENTO PRIGIONIERI DI
GUERRA.
Mentre mangiavano, gli uomini si passarono le riviste, staccando
delicatamente le pagine appiccicate dall’acqua. I combattimenti, vennero a
sapere, erano cessati il 15 agosto; la vocina che quel giorno Wade aveva
sentito alla radio delle guardie era quella dell’imperatore Hirohito che
annunciava la fine delle ostilità. Questo significava che per cinque giorni –
sette nel caso di Rokuroshi – i giapponesi avevano ingannato i prigionieri
tacendo il fatto che la guerra era finita. In considerazione di tutti i segnali
di un massacro ormai imminente, sembra probabile che i comandanti
giapponesi fossero rimasti in attesa di istruzioni se eseguire o meno
l’ordine «uccidere tutti» e avessero voluto mantenere i prigionieri docili
nel caso la risposta fosse stata affermativa.
Tre giorni dopo il passaggio dei caccia, gli americani mandarono i ragazzi
più grandi: sei B-29. Uno di loro recava la scritta CIBO PER I
PRIGIONIERI DI GUERRA sotto un’ala. I portelli delle stive bombe si
aprirono, riversando all’esterno pallet appesi a ondeggianti paracadute
rossi, bianchi e blu. Il primo carico atterrò nel campo. Altri finirono nelle
risaie, raggiunti di corsa da centinaia di allegri scheletri ambulanti. Sopra
uno dei contenitori qualcuno aveva scritto con il gesso: BOMBARDATO
QUI MAGGIO 45 – SPIACENTE AVERE MANCATO BERSAGLIO.
BILLY THE KID. RHODE ISLAND NEW YORK.
9

I contenitori cadevano ovunque. Alcuni vennero sottratti da civili che se li


nascosero in casa. Altri giapponesi, nonostante si trovassero in enorme
difficoltà, li consegnarono al campo.
Le provviste piombavano a terra e i contenitori si aprivano esplodendo.
Cascate di pesche rosa si riversarono sulla campagna. Una cassa di verdure
scoppiò e dal cielo piovvero piselli. Un’altra cassa abbatté i cavi
dell’elettricità di Naoetsu. Un’altra ancora bombardò la baracca delle
guardie. Louie e Tinker evitarono per un soffio di essere centrati e
annientati da un gigantesco cilindro pieno di scarpe che non avevano visto
arrivare. Il cilindro precipitò attraverso il tetto del benjo e atterrò sopra uno
sfortunato australiano, che si ritrovò con una gamba rotta, e uno yankee
dell’Idaho, che riportò una frattura al cranio, fortunatamente non fatale. Il
prigioniero dell’Idaho aveva digiunato per tutto il giorno nella speranza di
vedere piovere pacchi dal cielo e di potersi abbuffare di cibo americano
invece che di alghe. Per evitare ulteriori disastri, qualcuno corse sulla
strada e scrisse: SGANCIATE QUI.
Ebbe inizio un’orgia di cibo e fumo.
10

Gli uomini si riempirono lo stomaco, poi si servirono una seconda volta e


anche una terza. Louie aprì un barattolo di zuppa di piselli condensata e se
la mangiò così com’era, troppo affamato per diluirla con l’acqua. J.O.
Young e due suoi amici si scolarono nove litri di cioccolata. I generi
alimentari continuavano a piovere dal cielo. Ne stava arrivando una
quantità tale che Fitzgerald chiese a qualcuno di andare a controllare se chi
aveva scritto QUI CI SONO SETTECENTO PRIGIONIERI DI GUERRA
sulla strada non avesse aggiunto sbadatamente uno zero.
A sera le mangiate cessarono. Uomini storditi dagli stomaci rigonfi se ne
andarono a dormire senza la minaccia di bombardamenti, di tenko o di
Uccelli. Anche Louie si distese, avvolto in un paracadute americano che
aveva recuperato nella risaia.
11

«Sono le diciotto circa e me ne sto disteso beatamente sofferente, proprio


come tutti i prigionieri di guerra hanno sognato durante l’intero
internamento, in poche parole così pieno di cibo che faccio fatica a
respirare» scrisse sul suo diario J.O. Young.
12

«Come prigionieri da quattro anni ... non c’è niente come sentirsi
soddisfatti dopo avere mangiato. O non ne hai mai abbastanza, oppure –
come tutti noi in questo momento – sei così strapieno che ti senti male.»
«Resta solo una cosa da dire prima di metterci a letto per la notte»
continuava Young «e cioè che è meraviglioso essere americani e uomini
liberi, e perfino adesso è maledettamente difficile renderci conto che siamo
uomini liberi.»
La mattina del 2 settembre il B-29 denominato Ghost Ship seguì la lunga
linea della spiaggia che delimitava la costa occidentale del Giappone.
L’aereo si era guadagnato il suo nome quando un controllore del traffico
aereo che non riusciva a vedere nella cabina il pilota Byron Kinney, alto
solo un metro e settanta, aveva esclamato: «Non c’è nessuno su
quell’aereo! Deve essere un vascello fantasma!». Nel briefing tenutosi a
Guam nel pomeriggio del giorno prima, Kinney era stato informato che
avrebbe dovuto portare provviste a un remoto campo per prigionieri di
guerra chiamato Naoetsu.
Louie sedeva da solo nel cortile quando il Ghost Ship comparve sotto le
nuvole, sorvolò a bassa quota la risaia, sganciò il primo carico e cominciò
a tracciare un ampio cerchio per effettuare una seconda consegna.
Sentendo il bombardiere, gli uomini assonnati uscirono dalle baracche e
cominciarono a correre nella zona di atterraggio delle scorte. Louie vide
l’aereo che stava tornando e cercò di avvertire i compagni. Mentre si
abbassava, Kinney notò i prigionieri sparsi nella risaia – «sporchi,
stracciati e malconci» – e un loro compagno che, da solo, tentava di
allontanarli. Il pilota non sganciò il carico e virò di nuovo in cerchio.
Quando tornò, Louie aveva sgombrato l’area. Il secondo carico venne
sganciato.

Byron Kinney, pilota di B-29, scattò questa fotografia durante il suo


ultimo passaggio su Naoetsu, il 2 settembre 1945. Il campo di prigionia di
Naoetsu è nella parte alta della foto, al di là del fiume. Alla confluenza dei
due fiumi si scorgono le grandi baracche dall’alto delle quali Louie e altri
ufficiali avevano progettato di gettare l’Uccello per ucciderlo. (Byron
Kinney)
Kinney virò di nuovo, scese a bassissima quota sul campo e fece oscillare
le ali in segno di saluto. A terra Louie agitava la camicia in aria in mezzo a
una folla di altri prigionieri. L’aereo volò così basso che Kinney e
Zamperini videro la faccia sorridente l’uno dell’altro. «Quando siamo
passati per l’ultima volta, potevamo quasi sentire le loro grida di gioia»
scrisse il pilota. «Sembravano così felici. Mi sono commosso. Ho sentito
che forse eravamo la mano della Provvidenza che si tendeva verso quegli
uomini. Sono grato al destino di avere avuto la possibilità di andare là.»
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Mentre il Ghost Ship si allontanava, un membro dell’equipaggio collegò la


radio all’interfono di bordo e nell’aereo risuonò la voce del generale
Douglas MacArthur, in diretta dalla coperta della USS Missouri nella baia
di Tokyo. Insieme a MacArthur c’era Bill Harris che, salvato da Omori,
adesso occupava un posto d’onore a bordo della nave.
14

Di fronte agli americani c’erano i dignitari giapponesi, pronti a firmare i


documenti della resa.
Nella sua avanzata distruttiva in Oriente, il Giappone aveva portato morte
e atrocità a un livello tale da sfidare ogni immaginazione. E poi c’erano i
prigionieri di guerra. Il Giappone ne aveva contati circa 132.000,
provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Olanda
e Australia.
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Di questi, quasi 36.000 erano morti, vale a dire più di un prigioniero su


quattro.
*
16

Gli Stati Uniti dovettero registrare dati particolarmente tristi: di 34.648


americani prigionieri dei giapponesi, ne morirono 12.935, cioè oltre il 37
per cento.
**

Per fare un paragone, degli americani prigionieri dei nazisti e degli italiani
morì solo l’uno per cento.
18

Il Giappone assassinò migliaia di prigionieri di guerra in marce della


morte
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e ne uccise altre migliaia sfinendoli in lavori da schiavi, come accadde ai


circa 16.000 che morirono insieme ad almeno 100.000 asiatici durante la
costruzione della ferrovia Birmania-Siam.
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Migliaia di prigionieri vennero picchiati, ustionati, pugnalati o


manganellati a morte, assassinati a colpi di arma da fuoco, decapitati,
uccisi nel corso di esperimenti medici
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o, in alcune occasioni, mangiati vivi in atti di cannibalismo rituale.


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E, come conseguenza di un’alimentazione del tutto inadeguata e di cibo e


acqua contaminati, altre migliaia morirono di fame o per malattie
facilmente prevenibili. Dei 2500 prigionieri di guerra internati nel campo
di Sandakan nel Borneo, solo sei, tutti evasi, riuscirono ad arrivare vivi al
settembre del 1945.
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E queste spaventose statistiche non comprendono i moltissimi uomini


catturati ed eliminati sul posto, o deportati in luoghi come Kwajalein per
essere uccisi senza che il mondo venisse mai a conoscenza del loro
destino.
In esecuzione dell’ordine «uccidere tutti», i giapponesi massacrarono fino
all’ultimo uomo i 5000 coreani detenuti a Tinian,
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tutti i prigionieri di guerra di Ballale,


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Wake
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e Tarawa,
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tutti i prigionieri, tranne undici, di Palawan.


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È evidente che stavano per assassinare tutti gli altri prigionieri di guerra e
i detenuti civili quando la bomba atomica aveva fatto crollare il loro
impero.
La mattina del 2 settembre 1945 il Giappone firmò la resa formale. La
Seconda guerra mondiale era finita.
Per Louie quelli furono giorni di gioia assoluta. Nonostante fosse ancora
malato, deperito e debole, era elettrizzato da un’euforia quale non aveva
mai provato in vita sua. La rabbia nei confronti dei suoi carcerieri era
svanita. Come ogni compagno intorno a lui, si sentiva traboccare d’amore
nei confronti di tutti e tutto.
Solo il pensiero dell’Uccello lo turbava. Qualche giorno prima lo avrebbe
legato e ucciso senza alcun rimorso. Adesso il bisogno di vendetta non
poggiava più su basi così solide. L’Uccello se n’era andato e non poteva
più arrivare fino a lui, per lo meno fisicamente. In quel momento tutto ciò
che Louie provava era felicità.
Il perdono era un sentimento comune tra gli uomini di Naoetsu. I
prigionieri di guerra distribuivano viveri ai civili e regalavano cioccolato ai
bambini.
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Louie e altri compagni consegnarono cibo e indumenti alle guardie, cui


dissero di portare il tutto alle famiglie. Perfino Kono venne risparmiato.
Ricevuto l’ordine di restare nel campo, il giapponese si rinchiuse nel suo
ufficio per undici giorni, così terrorizzato dalla possibilità di vendette che
non ne uscì nemmeno una volta.
30

Quando un prigioniero finalmente aprì la porta dell’ufficio, Kono sussultò


spaventato e corse a nascondersi in un angolo. Solo qualche giorno prima
avrebbe forse dovuto subire una rappresaglia, ma ormai tra gli internati
quello spirito si era dissolto. I prigionieri non gli torsero un capello.
*

Ci fu un unico episodio di vendetta nel campo. Quando una guardia


particolarmente odiata comparve nella mensa, uno dei prigionieri afferrò
l’uomo per il colletto e il fondo dei pantaloni e lo scagliò fuori dalla porta,
con tale fo