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La funzione dell'orgasmo

Wilhelm, Reich

ISBN: 9788865765142

Copyright © 2016 Il Saggiatore


La Cultura

995
Wilhelm Reich

La funzione dell’orgasmo

Dalla cura delle nevrosi


alla rivoluzione sessuale e politica

Prefazione all’edizione italiana di Romano Màdera

Traduzione di Furio Belfiore


© il Saggiatore S.r.l., Milano 2016

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Traduzione italiana © 2000 by Mary Boyd Higgins as Trustee of Wilhelm Reich


Infant Trust Fund
Testo originale tedesco: Die Entdeckung des Orgons und die Funktion des Orgasmus ©
1968 by Mary Boyd Higgins as Trustee of Wilhelm Reich Infant Trust Fund
The Function of Orgasm © 1961, 1989 by Mary Boyd Higgins as Trustee of Wilhelm
Reich Infant Trust Fund
Published by arrangement with Farrar, Straus & Giroux
Sommario

Reich parla ancora al futuro

Prefazione

Prefazione alla seconda edizione

Nota introduttiva

1. Biologia e sessuologia prima di Freud

2. Peer Gynt

3. Lacune nella teoria del sesso e nella psicologia

1. «Piacere» e «pulsione» ~ 2. Sessualità genitale e non genitale ~ 3. Difficoltà


psichiatriche e psicoanalitiche nella comprensione della malattia mentale
4. Lo sviluppo della teoria dell’orgasmo

1. Prime esperienze ~ 2. Integrazione della teoria freudiana della nevrosi


d’angoscia ~ 3. La potenza orgastica ~ 4. La stasi sessuale fonte energetica della nevrosi
5. Lo sviluppo della tecnica dell’analisi caratteriale

1. Difficoltà e contraddizioni ~ 2. Sessuoeconomia dell’angoscia nevrotica ~ 3.


Armatura caratteriale e stratificazione dinamica dei meccanismi di difesa ~ 4.
Distruzione, aggressività e sadismo ~ 5. Il carattere genitale e il carattere nevrotico (Il
principio di autoregolazione in campo psichico)
6. Una rivoluzione biologica mancata

1. L’igiene mentale e il problema della cultura ~ 2. L’irrazionalismo fascista


7. La penetrazione nel campo biologico

1. La soluzione del problema del masochismo ~ 2. La funzione di una vescica


vivente ~ 3. L’antitesi funzionale di sessualità e angoscia ~ 4. Cos’è l’«energia
biopsichica»? ~  5. La formula dell’orgasmo: tensione → carica → scarica →
distensione ~ 6. Piacere e angoscia: contraddizione di base della vita vegetativa.
Espansione e contrazione biologica nei sistemi nervosi autonomi (unità e antitesi
psicosomatica)
8. Il riflesso dell’orgasmo e la tecnica della vegetoterapia analitico-caratteriale

1. Atteggiamento muscolare ed espressione somatica ~ 2. La tensione


addominale ~ 3. Il riflesso dell’orgasmo ~ 4. La realizzazione della respirazione
naturale ~ 5. La mobilizzazione del «bacino morto» ~ 6. Tipiche malattie psicosomatiche:
conseguenze della simpaticotonia cronica ~ 7. Spasmi di ogni genere dei muscoli anulari
9. Dalla psicoanalisi alla biogenesi
1. La funzione bioelettrica del piacere e dell’angoscia ~ 2. La soluzione teorica
della contraddizione tra meccanicismo e vitalismo ~ 3. L’«energia biologica» è energia
atmosferica (cosmica) orgonica
Tavole

Note

Glossario

Tavola cronologica
Reich parla ancora al futuro

Passate la tempesta degli anni sessanta e settanta di questo secolo e le grida di


rivoluzione sessuale e di liberazione delle donne dalle cinture di castità della morale
coercitiva del patriarcato, chiuse le porte della percezione, intorno a Wilhelm Reich si è
fatto di nuovo silenzio. E non sarà la ripubblicazione del suo testo fondamentale, La
funzione dell’orgasmo, del 1942, a rilanciarne la moda. Meglio. La moda che si appropriò
di Reich, osando persino criticarlo per la sua enfasi genitale e eterosessuale, ha certo
avuto infinite benemerenze. Ha reso indecorose le pruderie troppo ipocrite, ha consentito
di accedere al dramma della libertà dissolvendo l’accettazione della castrazione come
destino inevitabile, ha fatto intuire la possibilità di una sessualità vivace ed espressiva di
sé. Ma non eravamo certo preparati a sostenere un tale passo, a realizzarne i significati
impliciti, a sopravvivere alle scosse sismiche scatenate da un affondo che incrinava le
corazze repressive della stragrande maggioranza degli stessi «rivoluzionari». Tutto questo
Reich lo sapeva bene, e lo aveva previsto perché aveva sperimentato cosa significa usare
impropriamente, a fini di scontro politico di potere, il messaggio che esiste un’energia
naturale, la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che
culmina nella funzione dell’orgasmo. Infatti proprio su questo punto capitale è nato il più
grande degli equivoci: l’orgasmo di cui parla Reich ha davvero poco a che fare con il
diluvio parasessuale che ci ossessiona in immagini e chiacchiere infinite, ma neppure può
essere confuso con la pratica, falsamente disinibita, del saltare da un letto all’altro. In
un’intervista del 1952, parlando con il dottor R.K. Eissler, incaricato dei Sigmund Freud
Archives, Reich dice: «Nessuno vuole toccare questo argomento, che è, ed è sempre stato
tabù nella società. Non l’impotenza. Non parlo dell’impotenza o della frigidità. No. Ciò
che intendo è l’esperienza psichica, l’esperienza psichica primaria dell’unione di due
organismi».1 Ma qual è l’argomento da non toccare? Dopo essere stato il «ragazzo
prodigio» della psicoanalisi – nel 1919, a soli ventidue anni e ancora studente di
medicina, Reich era già entrato nella cerchia di Freud – egli osservò che Freud aveva
posto al culmine dello sviluppo psicosessuale la genitalità, ma l’aveva concepita come
istinto sessuale messo al servizio della riproduzione.2 Così la teoria della libido, come
quantità di energia sessuale soggetta al ritmo di tensione-carica e scarica-distensione,
tralasciava il suo momento culminante, la potenza orgastica, relegandola ad
accompagnamento della funzione riproduttiva, consentendo perciò, implicitamente, di
equipararla alla eiaculazione nel maschio e di considerarla secondaria nella femmina.
Reich scrisse un testo, nel 1927, il cui titolo tedesco è identico al titolo inglese del 1942:
Die Funktion des Orgasmus, nel quale, ancora come psicoanalista freudiano, cercava di
spiegare le nevrosi attuali – che per Freud si differenziano dalle psiconevrosi proprio
perché la loro causa è organica e consiste in un insufficiente o inesistente
soddisfacimento sessuale – come stasi dell’energia sessuale, e come base somatica
comune a tutte le nevrosi. A queste conclusioni Reich arrivava dall’esperienza clinica
nella quale, dal 1924, era diventato un punto di riferimento conducendo un seminario
sulla tecnica psicoanalitica, il primo del genere. Fu proprio in seguito al lavoro in questo
seminario che nacque l’idea, poi accettata da tutti, ma all’inizio incompresa dallo stesso
Freud, che non si possono e non si devono affrontare i contenuti rimossi nell’ordine in cui
si presentano, quindi non si può lavorare sul sintomo o interpretare rappresentazioni e
simboli affidandosi all’emergere spontaneo delle libere associazioni, ma si deve cercare
progressivamente di attenuare e di eliminare le resistenze, procedendo da quelle più
superficiali e più lontane dal nucleo patogeno.
L’esperienza clinica lo spinse fuori dallo studio dell’analista. Le resistenze non
sono il frutto di una componente malata in un organismo peraltro sano. Reich aveva
notato che le persone formano una loro armatura difensiva, una corazza caratteriale con la
quale cercano di tenere a bada le loro pulsioni, e questa corazza è, al tempo stesso, una
corazza muscolare, un modo di reagire che si è innervato nella fisiologia. Come mai,
allora, l’intera personalità si sviluppa come armatura caratteriale? Non è proprio questo
che vanifica spesso ogni tentativo terapeutico che utilizza la sola parola? E se questi
fenomeni riguardano la massa della popolazione bisogna dedurne che si deve intervenire
nella profilassi e nella prevenzione delle nevrosi. Ma che cosa impedisce alla tendenza
naturale verso la potenza orgastica di svilupparsi? L’educazione familiare, la morale
sociale coercitiva, la frustrazione genitale degli adolescenti, l’insoddisfazione
matrimoniale e, più alla radice, il modo con il quale vengono concepiti, ospitati nell’utero
e fatti nascere i bambini. L’assenza di piacere nella madre, l’utero contratto nel quale si
cresce, le procedure falsamente terapeutiche di preparazione del parto, la separazione
dalla madre… da queste esperienze di freddo originario, di originaria accoglienza
nell’ambiente reale del non-amore, nasce la ritrazione originaria, il rifiuto, la negazione,
la passività, l’ottusità in massa che consente l’ubbidienza complice ai fascismi, ai
«fascismi rossi» (come li chiamava l’ex comunista e l’anticapitalista Reich), e a ogni
manipolatore portatore di peste emozionale. «L’alternativa non è libido o società. La
libido è l’energia che è plasmata dalla società.»3 Anche la reazione terapeutica negativa,
quella volontà sorda di rimanere aggrappati alla propria infelicità nevrotica,
autocondannandosi a una punizione a vita, che in ultima analisi Freud fece risalire
all’istinto di morte, per Reich era invece il risultato della stasi di energia sessuale, e, nel
periodo fra il 1934 e il 1939, di energia cosmica, o «energia orgonica», bloccata e, in un
certo senso, stagnante, in putrefazione.
Abbiamo rapidamente accennato, in questo modo, a quattro passaggi
fondamentali nel pensiero e nella clinica reichiana: la dimensione delle difese come
armatura caratteriale somatica; il nesso inscindibile fra libido e società; l’eziologia
prenatale, natale e infantile della ritrazione originaria dalla espansione vitale; la definitiva
ricomprensione dell’inferno di infelicità che ci irretisce come guasto storico nel rapporto
fra società umana ed energia orgonica, o energia vitale, cosmica. Lungo questa strada
Reich si allontanò del tutto dalla psicoanalisi creando una nuova disciplina, volta a volta
chiamata analisi del carattere, sessuoeconomia e vegetoterapia (nel periodo intermedio in
cui stava elaborando il distacco) e, successivamente, orgonomia, o terapia orgonica
biofisica. Attenendosi alla teoria della libido e vedendone la massima espressione nella
potenza orgastica, come potenza espansiva di ciò che è vitale, Reich si era imbattuto
come clinico in resistenze che avevano visibilmente imprigionato in rigidità
comportamentali l’intero atteggiamento, fino a rivelarsi nelle posture e nella muscolatura.
La diffusività epidemica dell’incapacità di partecipare pienamente alla scarica orgasmica
e alla conseguente distensione totale, portarono Reich a interrogarsi sulla potenza delle
difese, sulla distorsione permanente che l’armatura caratteriale comporta negli individui e
sull’angoscia che la soddisfazione, desiderata e impossibile, scatena a protezione
dell’adattamento nevrotico raggiunto. Ora, questa realtà non riguarda affatto qualche
nevrotico o psicotico: è la nevrosi in massa che lo colpisce – la stolida, crudelissima
tortura e distruzione dell’energia vitale. È la struttura sociale, storicamente determinata, a
rendere possibile attraverso le istituzioni, le famiglie e l’educazione, questa generale e
pericolosissima stasi, compressione e degenerazione dell’energia. Fino al piacere
masochistico delle masse deliranti, irretite dalla forza di qualche dominatore; Hitler e
Stalin, il fascismo rosso, ne esemplificavano bene la figura. Tuttavia la peste emozionale
è in agguato dappertutto: i guasti sono millenari, la morale patriarcale coatta era appena, e
superficialmente, intaccata anche nell’America che lasciava intravedere i primi e isolati
movimenti della «rivoluzione sessuale». E non è esagerato dire che proprio Reich, che
forse ne sopravvalutò le possibilità, ne fu una delle vittime: morì, come è noto, in una
prigione degli Stati Uniti nel 1957. Le accuse erano speciose, Reich aveva violato il
puritanesimo americano eccitandone la vendetta, tanto feroce quanto ipocrita e
inconsapevole. Ben più sordido, e una delle macchie indelebili della storia della
psicoanalisi, resta comunque il trattamento che Reich dovettes subire da parte dei suoi
colleghi, Freud compreso. Abbandonato e sollecitato a togliersi di mezzo mentre il
nazismo ha già preso il potere, nel tentativo di venire a patti con il regime (mentre Reich
prevedeva lucidamente la distruzione della psicoanalisi in Germania e la nazificazione
dell’Austria), espulso dall’Ipa (l’associazione internazionale di psicoanalisi) nel 1934,
calunniato per tutta la vita come schizofrenico da Jones, Federn e tanti altri. Ancora oggi,
pur nel riconoscere l’accanimento di questa persecuzione ingiustificata, il Dictionnaire
de la psychanalyse di E. Roudinesco e M. Plon accredita ancora la storia della follia di
Reich, peraltro ammettendo che, a fronte di così ignobili attacchi, Reich rimase un grande
ammiratore di Freud, capace di singolare equanimità, facilmente documentabile dalla sua
intervista, già citata, agli Archivi Freud. Il lettore potrà comunque farsene un’idea da
solo. La funzione dell’orgasmo è appunto del 1942, l’anno della supposta pazzia di Reich
secondo la Roudinesco (ma la diceria era in pieno rigoglio già dall’inizio degli anni
trenta). È possibile che un pazzo sia in grado di scrivere un libro di tale forza
argomentativa e di tale coerenza? E, se si tratta di un paranoico, com’è possibile la grande
magnanimità, e l’ampiezza della prospettiva storica, nel giudicare i suoi nemici,
documentata dall’intervista della quale abbiamo parlato? Non è piuttosto, banalmente,
che Reich era troppo scomodo perché portava alle conseguenze estreme il fisiologismo,
centrato sulla sessualità, del primo freudismo, e le sue indubbie conseguenze
rivoluzionarie nei confronti della morale coatta del morente patriarcato? Procedendo di lì
non si può che scontrarsi con l’intero assetto sociale, con la cultura e la morale
dominante. E, scientificamente, non si può che andare a cercare l’energia della quale
tanto si parla. Su questo Reich è solo coerente. Se di energia si tratta, e se la concezione
del mondo, come voleva Freud, deve essere la concezione scientifica del mondo, allora
l’energia deve essere scoperta potendola sperimentare e misurare. Se l’energia ristagna,
regredisce, si fissa e non «scorre» più secondo lo sviluppo naturale, allora deve esserci un
impedimento culturale, e quindi, da scienziati, bisogna studiare sociologia e storia per
impostare profilassi e prevenzione delle nevrosi.
Che la teoria orgonica di Reich sia giusta o no è tutt’altra questione. È la sua
impostazione che è semplicemente conseguente dal punto di vista di una possibile scienza
che mantenga al suo centro l’ipotesi della libido sessuale.
Sembra invece che proprio la sociologia storica di questi ultimi quarant’anni, nei
paesi del centro del sistema capitalistico mondiale, sconfermi Reich e alcune sue
affermazioni sulla liberazione sessuale negli Usa: «Io ero dell’avviso che la famiglia
doveva essere riformata. Ciò che sta accadendo ora [nel 1952 N.d.R.] in America io lo
pensavo nel 1930… Per esempio, la situazione del matrimonio come l’ho descritta ne La
rivoluzione sessuale è oggi accettata. Ma a quel tempo era inaudita».4 Reich si lascia
prendere qui dalla fretta che lui stesso considerava autocriticamente, quando ricordava la
sua esperienza politica di organizzatore del Sexpol: comprensibile, ma non giustificabile,
fretta di conferme. Rimane in superficie, non coglie come la sconfitta della morale
patriarcale coatta non porti a liberazione del contatto aperto e pieno con sé e con l’altro,
ma venga sostituita da una morale adeguata alla civiltà dell’accumulazione economica
(capitalistica o socialista che sia): il sesso si emancipa dai ruoli patriarcali per diventare
merce da consumare e prestazione competitiva, niente a che vedere con la scarica
orgastica espansiva dell’organismo, con l’orgasmo come esperienza che trascina il
singolo organismo nella comunione con la pulsazione primordiale della vita. Non
casualmente Reich chiamava la funzione dell’orgasmo «funzione primordiale della vita»,
e la «formula dell’orgasmo» con il suo ritmo a quattro tempi (tensione meccanica – carica
bioenergetica – scarica bioenergetica – distensione meccanica) viene anche detta
«formula della vita». Dunque l’esperienza dell’orgasmo, la «totale contrazione
involontaria dell’organismo che inizia con l’acme dell’orgasmo e che finisce con la
completa distensione», supera la coscienza dell’io e della propriocezione della sensibilità
corporea, per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali
più profonde, con il ritmo della vita stessa. Nell’orgasmo noi veniamo a sentire qualcosa
che ci accomuna al «movimento pulsatile di una medusa», al «movimento peristaltico di
un verme», alla «divisione delle cellule».5 Ma anche, secondo la scienza di Reich che
confina inconsapevolmente con la poesia, con l’azzurro del cielo e del mare. Nonostante
le intenzioni, Reich, al culmine del suo sapere, materialista della misurazione quantitativa
a oltranza, dice di un sentire che proprio l’esperienza mistica riconosce affine. Egli stesso
peraltro ritrovava questo sentire oceanico – che Freud aveva rifiutato – in ogni
sentimento religioso non guasto, come sensazione di unità fra noi e la Primavera, o quel
che la gente chiama Dio, e la Natura.
Nel suo diario, nel 1953, Reich attacca la sessuologia alla Kinsey, distingue la
sessualità «fallico-pornografica-clitoridea» dalla sessualità genitale-orgastica in senso
orgonomico. In questo senso Reich coglie che la liberazione sessuale non è affatto
liberante quando è praticata da un mondo corazzato nevroticamente, anzi essa viene
manipolata e deviata in servizio dell’io e della sua volontà di potere e di affermazione
narcisistica (fallico-pornografica-clitoridea): «Così essi confondono l’attuale struttura
della genitalità con quella bioenergetica, facendo dipendere la funzione primordiale della
vita, l’orgasmo, dai nervi terminali della vagina… La funzione dell’orgasmo in senso
orgonomico va molto più lontano della specie e del gene. È più vecchia dello sviluppo dei
nervi».6
Se è così, diventa anche chiaro quanto, al di là delle differenti concezioni del
mondo, filosofiche e sociali, e delle differenti terminologie, Reich si avvicini al
cosiddetto «misticismo» di Jung: tutti e due sembrano aver portato fino in fondo, per la
via della «materia» e per la via dello «spirito», per la via dell’interiorità e per la via
dell’esteriorità, l’oscuro impulso di Freud a ritrovare nella sessualità l’antico demone,
terrestre e celeste, dell’amore cosmico. Molto si potrebbe dire a questo proposito, ma
sarebbe davvero improprio in una prefazione, basterà rimandare a un testo che spesso li
accomuna e li porta a sintesi in una visione sistemico-olistica: Il punto di svolta di Fritjof
Capra. Il suo interesse sta anche nel fatto che le tanto bistrattate teorie scientifiche di
Reich vengono rivalutate da un grande fisico contemporaneo: «Questo concetto di
energia orgonica è chiaramente la parte più controversa del pensiero di Reich e fu la
ragione del suo isolamento dalla comunità scientifica, della sua persecuzione e della sua
fine tragica. Nell’ottica degli anni ottanta pare che Wilhelm Reich sia stato un
antesignano del mutamento di paradigma. Egli ebbe idee brillanti, una prospettiva
cosmica e una concezione del mondo olistica e dinamica che superarono di gran lunga la
scienza del suo tempo e non furono apprezzate dai suoi contemporanei. Il modo di
pensare di Reich, che egli chiamò “funzionalismo orgonomico”, è in perfetto accordo con
il pensiero di processo della nostra teoria dei sistemi… Purtroppo Reich non disponeva
del linguaggio della moderna biologia sistemica, cosicché talvolta espresse la sua teoria
della materia viva e la sua cosmologia in termini che erano radicati nel vecchio
paradigma e alquanto inadatti. Egli non riuscì a concepire l’energia orgonica come una
misura di attività organica, ma fu costretto a vedere in essa una sostanza che poteva
essere scoperta e accumulata…».7
Romano Màdera
 

La funzione dell’orgasmo
L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti 

della nostra vita. Dovrebbero anche governarla.

 
 
Prefazione

Con la morte di Wilhelm Reich, la Peste Emozionale si è liberata del suo più
formidabile avversario. In tutta la storia tramandata, coloro che sono stati uccisi dagli
effetti di questo morbo tipicamente umano sono stati descritti immancabilmente come le
sue vittime «innocenti». Tuttavia, Reich non è divenuto una vittima innocentemente. È
stato il primo uomo che abbia studiato deliberatamente e compreso in modo
soddisfacente la base biopatologica di questo flagello creato dalla repressione della vita
sessuale su scala di massa. Per tutta la sua vita egli ha cercato un metodo pratico per
combatterlo. Non ha mai mancato di attirare l’attenzione sul fatto che la Peste
Emozionale era quella nemica dell’uomo, che fino a quando non fosse stata
adeguatamente compresa ed efficacemente combattuta avrebbe reso impossibile
l’eliminazione dell’agonia del bambino, dell’adolescente e delle masse di esseri umani
malati in senso biofisico ed emozionale. Di conseguenza, quando anch’egli si trovò a
essere vittima di questo morbo, non fu colto di sorpresa. Si rese conto del rischio
implicito e con il coraggio dell’autentico scienziato si espose ai suoi effetti distruttivi,
cercando nel processo, senza compromettere la verità scientifica, di trovare una via di
uscita dal pantano legale in cui la Peste lo aveva invischiato.
Dopo la morte di Reich si è verificata un’insistente richiesta dei suoi scritti, cosa
che mostra chiaramente come la Peste non sia riuscita a raggiungere il suo
obiettivo – l’occultamento della Verità. Gli attacchi diffamatori contro la sua persona, tesi
a screditarlo e quindi a deviare l’attenzione dalle sue importanti scoperte, hanno perso
buona parte – disgraziatamente non tutta – della loro violenza e ora sarà forse possibile
fare un serio esame del suo lavoro.
La funzione dell’orgasmo è stata la prima opera di Reich a essere tradotta in
inglese. Non è un trattato, ma più che altro è una biografia scientifica. «Un’esposizione
sistematica della materia non avrebbe permesso di mostrare al lettore come… problemi e
soluzioni si succedono ininterrottamente; né avrebbe potuto dimostrare che questo lavoro
non è pura invenzione e che ogni sua parte deve la sua esistenza al particolare corso della
logica scientifica.»
Il fatto che Wilhelm Reich, che fu lo strumento di questa logica, sia morto in un
penitenziario federale è una cosa abominevole. Il fatto che coloro che lo amavano fossero
impotenti, e il fatto che fossero molti quelli che sapevano e non se ne sono curati, è
tragico. Non è più possibile mettersi da parte e dire: «Perdonateli perché essi non sanno
quello che fanno». È venuto il momento di sapere tutti quello che facciamo e perché lo
facciamo. È venuto il momento di trovare una soluzione che ponga fine all’assassinio
cronico della vita e della conoscenza della vita. Questa conoscenza esiste e con la
ripubblicazione delle opere di Reich è divenuta nuovamente accessibile. Dobbiamo
imparare a tollerare la verità, dobbiamo imparare a comprendere e a rispettare la funzione
bioenergetica dello spasimo orgastico, e dobbiamo imparare a conoscere che cosa
diventiamo e che cosa facciamo quando questa funzione è frustrata e negata.
In questo libro vi è la conoscenza; e in questa conoscenza vi è la speranza.
Mary Higgins

Esecutrice testamentaria
The Wilhelm Reich Infant Trust Fund

New York, 1961


Prefazione alla seconda edizione

La scoperta dell’orgone è il risultato di una logica ricerca clinica del concetto di


«energia psichica», condotta in un primo tempo nel campo della psichiatria. Questo libro
dovrebbe essere considerato come un’ampia introduzione al campo recentemente aperto
della biofisica organica. Molti dei risultati delle ricerche orgoniche biofisiche e fisiche,
conseguiti sin dal 1934, furono pubblicati nella International Journal of Sex-economy
and Orgone Research, 1942-1945, e stanno per essere pubblicati come secondo volume
de La scoperta dell’orgone, sotto il titolo The Cancer-Biopathy. L’esperienza ha
insegnato che, indubbiamente, la conoscenza delle funzioni emozionali dell’energia
biologica è indispensabile per la comprensione delle sue funzioni fisiologiche e fisiche.
Le emozioni biologiche che presiedono ai processi psichici sono esse stesse l’espressione
immediata di una precisa energia fisica, l’orgone cosmico.
La seconda edizione di questo volume è invariata.
W.R.

New York, febbraio 1947


Nota introduttiva

Questo libro rappresenta la sintesi del lavoro medico e scientifico che ho


compiuto sull’organismo vivente negli ultimi vent’anni. Inizialmente non intendevo
pubblicare questo materiale e mi sono quindi permesso di dire ciò che altrimenti le
preoccupazioni per l’esistenza, vale a dire quello che abitualmente si intende per buona
reputazione, e certi ragionamenti ancora incompleti mi avrebbero impedito di esprimere.
Se ho deciso ora di pubblicarlo è perché i rapidi progressi del lavoro che si muove dal
campo della psicologia in quello della biologia apparivano ai miei collaboratori – e ancor
più a quelli che cercavano di seguire il mio lavoro a una certa distanza – come un salto
improvviso. Speriamo che una presentazione dell’intero sviluppo contribuirà a colmare
questa apparente lacuna.
Solo pochissimi riescono a capire come io possa occuparmi contemporaneamente
di campi tanto diversi come la psicologia del profondo, la sociologia, la fisiologia e ora
anche la biologia. Alcuni psicoanalisti vorrebbero che io tornassi alla psicoanalisi, i
sociologi vorrebbero che limitassi la mia attività alle scienze naturali e i biologi alla
psicologia.
Il problema della «sessualità» riguarda necessariamente tutti i campi della ricerca
scientifica. Nel suo fenomeno centrale, l’orgasmo sessuale, convergono questioni che
rientrano tanto nel campo della psicologia quanto in quello della fisiologia, della biologia
e della sociologia. Nelle scienze naturali forse non esiste alcun altro campo di ricerca che
si presti altrettanto bene a dimostrare l’unitarietà della materia vivente e che ci impedisca
di cadere nei compartimenti stagni della specializzazione. La sessuoeconomia è divenuta
una disciplina autonoma, con metodi di ricerca e risultati propri. Essa è una teoria
scientifica della sessualità fondata sperimentalmente. È ormai divenuta necessaria la
descrizione del suo sviluppo. Nel fare ciò colgo volentieri l’occasione per mettere in
chiaro ciò che posso rivendicare come mio, ciò che collega il mio lavoro con quello di
altri campi, e ciò che si nasconde dietro le voci infondate che riguardano la mia attività.
La sessuoeconomia è nata dalla psicoanalisi di Freud tra il 1919 e il 1923. La
separazione di fatto dalla sua matrice è avvenuta intorno al 1928, il mio distacco
dall’organizzazione degli psicoanalisti soltanto nel 1934.
Questo scritto non è un trattato, ma più che altro un racconto. Un’esposizione
sistematica della materia non avrebbe permesso in alcun caso di mostrare al lettore come,
nel corso di questi ultimi vent’anni, problemi e soluzioni si sono succeduti
ininterrottamente, come nulla poteva essere inventato e come tutto deve la sua esistenza
al particolare corso della logica scientifica. Non è per falsa modestia che dico di ritenermi
soltanto l’organo esecutivo di questa logica. Il metodo funzionale di ricerca è come una
bussola in una regione sconosciuta. Non saprei addurre prova più bella della giustezza
della teoria sessuoeconomica della circostanza che la «potenza orgastica», scoperta nel
1922, si sviluppò e trovò il suo fondamento scientifico nella scoperta del riflesso
dell’orgasmo, 1935, e della radiazione orgonica,1 1939. Questa logica interna nello
sviluppo della sessuoeconomia è il punto fermo nel marasma dei pareri, nella lotta contro
gli equivoci e nel superamento di gravi dubbi in tempi in cui la confusione minaccia di
impedire una visione chiara dei problemi.
È utile scrivere le biografie scientifiche quando si è ancora giovani, cioè a un’età
in cui si nutrono ancora certe illusioni a proposito della disposizione della gente ad
accettare cognizioni rivoluzionarie. Allora si è ancora in grado di attenersi ai fatti
essenziali, di resistere alle innumerevoli tentazioni di cedere al compromesso, e di non
sacrificare risultati inequivocabili né alla pigrizia intellettuale, né al bisogno di
tranquillità spirituale o alle pressioni del mondo. La tentazione di negare l’origine
sessuale di tante malattie è ancora maggiore nel caso della sessuoeconomia di quanto lo
fosse nel caso della psicoanalisi. Sono riuscito a imporre solo a fatica l’espressione
«sessuoeconomia». Questo termine vuole indicare un nuovo campo scientifico: lo studio
dell’energia biopsichica. Il termine «sessualità» suscita scandalo a causa dell’odierna
Lebensanschauung; il tentativo di negare ancora una volta la sua importanza per la vita
umana è fin troppo ovvio. Sarà probabilmente necessario il lavoro di molte generazioni
prima che la sessualità venga presa sul serio dalla scienza ufficiale e dai profani;
probabilmente si giungerà a questo soltanto quando questioni di vita o di morte
costringeranno inesorabilmente a comprendere e a dominare il processo sessuale a cui
sarà data finalmente protezione sociale. Un problema di vita o di morte di questo genere è
il cancro; un altro è la peste psichica che ha generato le dittature.
La sessuoeconomia è una disciplina che appartiene alle scienze naturali. Come
tale essa non si sente imbarazzata di fronte all’argomento della sessualità e rifiuta di
essere rappresentata da chiunque non abbia superato la paura sociale, inculcata
dall’educazione, di venire diffamato sul piano sessuale. Il termine «vegetoterapia», con
cui si definisce la tecnica terapeutica sessuoeconomica, è in fondo una concessione alla
verecondia del mondo nei confronti di tutto ciò che riguarda il sesso. Avrei preferito
chiamare, e sarebbe stato anche più corretto, questa tecnica medica con l’espressione
«orgasmo-terapia», poiché, alla fine, la vegetoterapia non è altro che questo. Ma
bisognava tener conto che questa espressione avrebbe troppo gravemente compromesso
sul piano sociale il giovane sessuoeconomista nell’esercizio della sua professione. Gli
uomini ridono spesso malignamente o in modo sprezzante quando si parla del nocciolo
dei loro desideri naturali o dei loro sentimenti religiosi.
C’è da temere che nel volgere di uno o due decenni la scuola sessuoeconomica si
scinderà in due gruppi che si combatteranno aspramente. Un gruppo finirà per dichiarare
che la funzione sessuale è subordinata alla funzione vitale generale e che di conseguenza,
può essere scartata. L’altro gruppo di sessuoeconomisti si opporrà violentemente e
tenterà di salvare l’onore della ricerca sessuale. In questa lotta la fondamentale identità
del processo sessuale e del processo vitale potrebbe essere facilmente dimenticata. Io
stesso potrei cedere e rinnegare quella che nei primi anni di lotta è stata una sincera
convinzione scientifica. Il mondo fascistizzato potrebbe infatti riuscire a minacciare
ancora una volta di distruzione il nostro duro lavoro, come ha già fatto in Europa,
attraverso psichiatri moralisti che si richiamano all’ereditarietà e burocrati di partito. I
miei amici, che conoscono lo scandalo provocato in Norvegia dalla campagna della
stampa fascista contro la sessuoeconomia, sanno a che cosa mi riferisco. Per questo
motivo è indispensabile definire a tempo debito ciò che si intende quando si parla di
sessuoeconomia, prima che io stesso, sotto la pressione di condizioni sociali superate,
modifichi il mio pensiero, intralciando con la mia autorità la ricerca della verità da parte
dei giovani scienziati di domani.
La teoria della sessuoeconomia può essere definita con poche frasi. La salute
psichica dipende dalla potenza orgastica, cioè dalla capacità di abbandono e dalla
Erlebnisfähigkeit al culmine dell’eccitazione sessuale nell’atto sessuale naturale. Essa si
basa sull’atteggiamento caratteriale non nevrotico della capacità di amare. Le malattie
mentali sono una conseguenza di un disturbo nella naturale capacità di amare. Nel caso di
impotenza orgastica, di cui soffre la stragrande maggioranza degli esseri umani, si
verificano ingorghi di energia biologica che divengono fonte di azioni irrazionali. La
guarigione dei disturbi psichici esige in primo luogo che venga ristabilita la naturale
capacità di amare. Essa dipende sia da condizioni sociali sia da condizioni psichiche.
Le malattie mentali sono il risultato del disordine sessuale esistente nella nostra
società. Tale disordine ha da millenni la funzione di assoggettare psichicamente gli
uomini alle varie condizioni di esistenza, in altre parole di interiorizzare la
meccanizzazione del mondo esterno. Esso serve all’ancoramento mentale della civiltà
meccanizzata e autoritaria, ottenuto impedendo agli uomini di divenire indipendenti.
Le energie vitali si regolano da sole in modo naturale, senza un dovere e senza
una morale coattivi; entrambi sono sintomi certi dell’esistenza di tendenze antisociali. Il
comportamento antisociale nasce da pulsioni secondarie sorte in seguito alla repressione
della vita naturale, che contraddicono la sessualità naturale.
L’uomo educato alla negazione della vita e del sesso acquisisce un’angoscia del
piacere che sul piano fisiologico si manifesta con spasmi muscolari cronici. Questa
angoscia nevrotica del piacere è la base sulla quale l’individuo riproduce le
Weltanschauungen che negano la vita e che sono alla base delle dittature. Essa sta
all’origine della paura per un modo di vivere libero e indipendente. Questa è la più
importante fonte di energia a cui attinge ogni genere di reazione politica e di dominio di
singoli individui o di gruppi sulla maggioranza degli uomini che lavorano. Si tratta di una
paura biofisiologica e rappresenta il problema centrale della ricerca psicosomatica. Finora
costituiva il maggiore ostacolo nello studio delle funzioni vitali involontarie, che
l’individuo nevrotico sperimenta soltanto in modo misterioso e angoscioso.
La struttura caratteriale dell’uomo d’oggi, che riproduce una cultura patriarcale
autoritaria vecchia di seimila anni, è contrassegnata da un’armatura caratteriale contro
la natura che egli porta in sé e contro la miseria sociale che esiste al di fuori di sé. Essa è
il fondamento della solitudine, dell’assoluta necessità di aiuto, del morboso desiderio di
autorità, del timore delle responsabilità, delle tendenze mistiche, della miseria sessuale,
della ribellione nevrotico-impotente come della sopportazione morbosa e innaturale. Gli
esseri umani hanno assunto un atteggiamento ostile verso ciò che è vivo in loro,
estraniandosene. Questa estraniazione non è di origine biologica, ma ha invece un’origine
socio-economica. Essa non si riscontra negli stadi della storia dell’umanità che hanno
preceduto lo sviluppo del patriarcato.
Alla naturale gioia di lavorare e di agire si è sostituito il dovere coattivo. La
struttura media della massa degli uomini si è modificata assumendo le caratteristiche
dell’impotenza e della paura di vivere, di modo che non solo si sono potute affermare le
dittature autoritarie, ma queste si sono potute addirittura giustificare richiamandosi a
atteggiamenti umani esistenti, come la mancanza di senso della responsabilità e
l’infantilismo. La catastrofe internazionale che stiamo vivendo è l’estrema conseguenza
di questa estraniazione dalla vita.
La causa principale del fatto che la maggior parte degli uomini sono modellati
secondo uno stampo imposto dall’alto non è l’amore naturale dei genitori per i figli, bensì
la famiglia autoritaria. Il suo principale strumento è la repressione della sessualità nel
bambino e nell’adolescente.
Natura e cultura, istinto e morale, sessualità e lavoro sono divenuti incompatibili
in seguito alla scissione avvenuta nella struttura del carattere umano. L’unità e la non-
contraddittorietà di cultura e natura, lavoro e amore, morale e sessualità – a cui si aspira
da tanto tempo – rimarrà un sogno finché gli uomini non riconosceranno l’esigenza
biologica della soddisfazione sessuale naturale (orgastica). Fino a quel momento anche la
vera democrazia e la libertà responsabile rimarranno un’illusione, e la supina
sottomissione alle caotiche condizioni sociali continuerà a caratterizzare l’esistenza
umana. Fino a quel momento prevarrà l’estinzione della vita attraverso l’educazione
coattiva e la guerra.
Nel campo della psicoterapia, ho elaborato la tecnica della vegetoterapia analitica
del carattere. Il suo principio fondamentale è il ripristino della motilità biopsichica
attraverso lo scioglimento degli irrigidimenti caratteriali e muscolari («armature»).
Questa tecnica di guarigione dalle nevrosi è stata fondata sperimentalmente con la
scoperta della natura bioelettrica della sessualità e dell’angoscia. La sessualità e
l’angoscia sono direzioni opposte nella funzione dell’organismo vivente: espansione
piacevole e contrazione angosciosa.
La formula dell’orgasmo che guida la ricerca sessuoeconomica è la seguente:
tensione meccanica → carica bioelettrica → scarica bioelettrica → distensione
meccanica. Questa si è rivelata la formula del funzionamento degli organismi viventi tout
court. Essa ha condotto allo studio sperimentale dell’organizzazione della materia vivente
che nasce dalla materia morta, alla ricerca sperimentale sui bioni2 e recentemente alla
scoperta della radiazione orgonica. Le ricerche sulla sessualità e sui bioni hanno fornito
una nuova via alla comprensione del problema del cancro e di alcuni altri disturbi della
vita vegetativa.
Il fatto che l’uomo sia l’unica specie che non rispetta la legge naturale della
sessualità è la causa immediata di una serie di epidemie distruttrici. La negazione sociale
della vita ha come conseguenza la morte collettiva, sia sotto forma di guerre, sia di
disturbi psichici e somatici delle funzioni vitali.
Il processo sessuale, che è poi il processo biologico espansivo di piacere, è
semplicemente il processo vitale produttivo.
Questo esprime molte cose in una volta sola e suona quasi troppo semplice.
Questa «semplicità» costituisce il segreto che molti sospettano nel mio lavoro. Tenterò di
descrivere come sono riuscito a trovare la soluzione di questi problemi fino a oggi
incomprensibili. Spero vivamente di convincere che non si tratta di magia ma che, al
contrario, la mia teoria non è altro che una formulazione di fatti generali, anche se non
ancora riconosciuti, sulla materia vivente. È a causa della generale estraniazione dalla
vita che i fatti e i nessi da me scoperti sono stati tenuti nascosti e ignorati.
La storia della sessuoeconomia è incompleta se non si fa cenno alla parte avuta
nel suo sviluppo dai suoi assertori. I miei amici e collaboratori comprenderanno perché
devo rinunciare in questa sede a mettere degnamente in risalto i loro meriti. Posso
assicurare tutti coloro che si sono battuti per la sessuoeconomia e che spesso hanno
sofferto a causa di ciò, che senza il loro contributo l’intero sviluppo non sarebbe stato
possibile. Desidero ringraziare sentitamente il dottor Wolfe per il modo straordinario con
cui ha curato la traduzione inglese. Posso dire che una simile traduzione poteva essere
fatta soltanto da una persona che conosce profondamente sia la sessuoeconomia sia i
problemi della ricerca psicosomatica.
La sessuoeconomia verrà qui presentata esclusivamente in base alle condizioni
europee, quelle stesse che hanno condotto all’attuale catastrofe. La vittoria delle dittature
è stata resa possibile dalle malattie mentali collettive degli europei, che le democrazie
sono state incapaci di dominare sia sul piano economico sia su quello sociale e
psicologico. Sono da troppo poco tempo negli Stati Uniti per poter stabilire fino a che
punto questa esposizione sia applicabile anche alle condizioni esistenti in America. Le
condizioni a cui mi riferisco non sono soltanto i rapporti umani esteriori e le condizioni
sociali; si tratta piuttosto della struttura del profondo dell’uomo americano e della sua
società. Ci vuole tempo per imparare a conoscerla.
È lecito attendersi che l’edizione americana di questo libro susciterà dissensi di
ogni genere. In Europa molti anni di esperienza mi hanno insegnato a giudicare, in base a
certi indizi, il significato di un attacco, di una critica o di un elogio. Poiché è prevedibile
che le reazioni di certi ambienti non saranno fondamentalmente differenti da quelle al di
là dell’oceano, vorrei sin d’ora rispondere a tali probabili attacchi.
La sessuoeconomia non ha nulla a che fare con alcuna delle organizzazioni o
ideologie politiche esistenti. I concetti politici che dividono i diversi strati e classi della
società, non sono applicabili alla sessuoeconomia. Il disconoscimento sociale della vita
amorosa naturale e il fatto che venga negata all’infanzia e alla gioventù sono dati di fatto
tipicamente umani che vanno oltre i confini di qualsiasi stato o gruppo.
La sessuoeconomia è stata attaccata da esponenti di tutte le tendenze politiche. Le
mie pubblicazioni sono state messe al bando tanto dai comunisti quanto dai fascisti, sono
state attaccate e denunciate sia dalle autorità di polizia sia dai socialisti sia dai borghesi
liberali. D’altra parte esse hanno ottenuto riconoscimenti e hanno suscitato rispetto in
tutti gli strati e gli ambienti della popolazione. In particolare, la chiarificazione della
funzione dell’orgasmo ha incontrato l’approvazione di ambienti scientifici e politico-
culturali di ogni genere.
La repressione sessuale, l’irrigidimento biologico, il moralismo e l’ascetismo non
sono caratteristici soltanto di determinate classi o strati della popolazione. Essi hanno il
dono dell’ubiquità. Esistono preti che approvano la distinzione tra vita sessuale naturale e
innaturale e che riconoscono l’equiparazione scientifica del concetto di Dio e della legge
naturale; esistono altri preti che nella chiarificazione e nella realizzazione pratica della
vita sessuale infantile e giovanile vedono un pericolo per l’esistenza della Chiesa e
prendono quindi drastiche contromisure. L’elogio e l’odio si sono sempre rifatti alla
medesima ideologia. Hanno visto minacciati tanto il liberalismo e la democrazia quanto
la dittatura del proletariato o l’onore del socialismo o l’onore della donna tedesca. In
realtà la chiarificazione della funzione dell’organismo vivente minaccia un atteggiamento
e soltanto un genere di ordinamento sociale e morale: il regime autoritario dittatoriale di
ogni tipo, che attraverso la morale e il lavoro coattivi tenta di distruggere la rettitudine
spontanea e l’autoregolazione naturale delle forze vitali.
Ma la dittatura autoritaria – diciamolo pure – non esiste soltanto negli stati
totalitari. Esiste tanto nella Chiesa quanto nelle organizzazioni accademiche, fra i
comunisti come nei governi parlamentari. Si tratta di una tendenza umana generale che
deve la sua esistenza alla repressione delle funzioni vitali; essa costituisce in tutte le
nazioni la base psicologica di massa per l’accettazione e l’instaurazione della dittatura.
Le sue componenti fondamentali sono la mistificazione del processo vitale, il reale stato
d’impotenza materiale e sociale, il timore di assumersi la responsabilità delle scelte
riguardanti la propria esistenza e quindi la smania di sicurezza (illusoria) e di autorità,
attiva o passiva. La vera, antichissima aspirazione di democratizzare la vita sociale si
basa sull’autodeterminazione, sulla socialità e morale naturali, sul lavoro compiuto con
gioia e sulla felicità amorosa terrena. Chi nutre questa aspirazione considera ogni
illusione un pericolo. Costoro quindi non solo non avranno alcun timore di comprendere
scientificamente la vita, ma si serviranno di questa comprensione per risolvere in termini
pratico-scientifici, e non illusori, problemi decisivi nella formazione della struttura del
carattere umano. Dappertutto sono in corso tentativi di trasformare la democrazia formale
in una vera democrazia di tutti coloro che svolgono un lavoro produttivo, in una
democrazia del lavoro3 corrispondente all’organizzazione naturale del processo
lavorativo.
Nel campo dell’igiene mentale, il grande compito consiste nel sostituire al
disordine sessuale, alla prostituzione, alla letteratura pornografica e al commercio
sessuale la naturale gioia di amare garantita dalla società. Con questo non si intende né
«distruggere la famiglia» né «minare la morale». In realtà, la famiglia e la morale sono
minate dalla famiglia e dalla morale coattive. Professionalmente abbiamo il compito di
riparare i danni che il disordine sessuale e familiare genera sotto forma di malattie
mentali. Per dominare questa peste psichica, bisogna distinguere rigorosamente tra
l’amore naturale fra genitori e figli e la famiglia coattiva. La malattia endemica familitis
distrugge tutto ciò che gli sforzi umani tentano sinceramente di raggiungere.
Sebbene non appartenga ad alcuna organizzazione politica o religiosa, ho però
una precisa concezione della vita sociale. Contrariamente a tutte le concezioni politiche,
puramente ideologiche o mistiche, essa è scientificamente razionale. In base a questa
concezione, credo che sulla nostra terra non vi sarà una pace duratura e che si tenterà
invano di realizzare la socializzazione dell’umanità finché politicanti e dittatori
sprovveduti, di qualunque genere essi siano, continueranno a guidare masse nevrotiche e
sessualmente ammalate. La socializzazione dell’umanità ha la funzione naturale di
garantire il lavoro e il naturale soddisfacimento dell’amore. Queste due attività biologiche
degli uomini sono sempre dipese dalla ricerca e dal pensiero scientifici. La conoscenza, il
lavoro e l’amore naturale sono le fonti della nostra vita. Queste forze dovrebbero anche
governarla con la piena responsabilità delle masse lavoratrici.
Quando ci viene chiesto se siamo favorevoli o contrari alla democrazia, la nostra
risposta è la seguente: siamo per la democrazia, senza possibilità di equivoco e senza
compromessi. Ma siamo per una genuina democrazia e per una democrazia effettiva, e
non semplicemente sulla carta. Siamo per la radicale realizzazione di tutti gli ideali
democratici, sia che si tratti di «governo del popolo, dal popolo e per il popolo» o di
«libertà, uguaglianza, fraternità». Aggiungiamo soltanto un punto essenziale: «Rimuovete
tutti gli ostacoli che impediscono la loro realizzazione! Fate della democrazia una cosa
viva! Non simulate la democrazia! Altrimenti il fascismo vincerà dappertutto!».
L’igiene mentale di massa richiede il potere della conoscenza contro il potere
dell’ignoranza; il potere del lavoro necessario alla vita contro ogni forma di parassitismo,
sia esso di natura economica, intellettuale o filosofica. La scienza naturale è l’unica e sola
che può, se procede seriamente, combattere quelle forze che distruggono la vita,
dovunque e da parte di chiunque ciò avvenga. Ovviamente non esiste alcun essere umano
che possieda la conoscenza necessaria per garantire la funzione naturale della vita. La
Weltanschauung scientifico-razionale esclude la dittatura e richiede la democrazia del
lavoro.
Il potere sociale esercitato dal popolo, attraverso il popolo e per il popolo, sorretto
dal sentimento naturale della vita e dal rispetto per il lavoro, sarebbe invincibile. Ma
questo potere presuppone che le masse lavoratrici diventino psichicamente indipendenti
e capaci di assumersi pienamente la responsabilità dell’esistenza sociale e di
determinare esse stesse razionalmente la propria vita. Ciò che impedisce loro di farlo è la
nevrosi di massa che si concretizza in dittature di ogni tipo, così come nelle vane ciance
politiche. Per vincere la nevrosi di massa e l’irrazionalismo nella vita sociale, in altri
termini, per raggiungere un’effettiva igiene mentale, è indispensabile una cornice sociale
che elimini innanzitutto la miseria materiale e garantisca il libero sviluppo delle forze
vitali in ogni individuo. Questa cornice sociale può essere soltanto la vera democrazia.
La vera democrazia non è uno stato di «libertà» che può essere regalato, concesso
o garantito a un determinato gruppo di persone da organi governativi eletti o imposti. La
vera democrazia è un processo lungo e difficile, nel quale la massa degli uomini, protetta
socialmente e giuridicamente, dispone di tutte le possibilità (non le «riceve»), di
addestrarsi nell’amministrazione di una vita individuale e sociale, cioè viva, e di
pervenire a forme di vita sempre migliori. La vera democrazia non è quindi un processo
concluso come quello di un vegliardo che gode del suo glorioso e battagliero passato, ma
è invece un processo di lotta continuo con i problemi posti dall’incessante sviluppo di
nuove idee, di nuove scoperte e di nuove forme di vita. Lo sviluppo verso il futuro è
ininterrotto e ininterrompibile soltanto quando ciò che è vecchio e senescente – ciò che ha
svolto il suo ruolo a un livello precedente dello sviluppo democratico – è
sufficientemente saggio da far posto a ciò che è giovane e nuovo e da non soffocarlo
richiamandosi alla dignità o all’autorità formale.
La tradizione è importante. Essa è democratica quando adempie alla sua funzione
naturale che consiste nel trasmettere alla nuova generazione le buone e cattive esperienze
del passato, cioè nel metterla in condizioni di imparare dai vecchi errori, e di non
commetterne di nuovi dello stesso genere. La tradizione uccide la democrazia quando
non lascia alla nuova generazione la possibilità di scelta, quando tenta di imporre che
cosa – nelle nuove condizioni di vita – debba essere considerato «buono» o «cattivo». La
tradizione dimentica spesso e volentieri di aver perso la capacità di giudicare ciò che non
è tradizione. Il miglioramento del microscopio non è stato la distruzione del primo
esemplare, ma piuttosto la sua conservazione e il suo perfezionamento di pari passo con
uno stadio più avanzato della conoscenza umana. Un microscopio dei tempi di Pasteur
non è in grado di mostrare a un moderno batteriologo ciò che gli interessa. Immaginiamo
che il microscopio di Pasteur abbia il potere e la volontà di vietare il microscopio
elettronico!
Ci sarebbe solo rispetto e non odio per la tradizione se la gioventù avesse la
possibilità di dire impunemente: «Questo lo prendiamo da voi, perché è forte, onesto,
ancora adeguato ai nostri tempi ed è ancora suscettibile di sviluppo. Ma quest’altro non
lo possiamo prendere. È stato utile e valido ai vostri tempi, ma per noi non è più di
nessuna utilità». Questa gioventù dovrà essere preparata a sentirsi dire la stessa cosa dai
propri figli.
Lo sviluppo della democrazia d’anteguerra in una piena e reale democrazia del
lavoro significa l’acquisizione della reale determinazione dell’esistenza da parte di tutti,
invece dell’attuale determinazione formale, parziale e incompleta. Essa significa la
sostituzione delle irrazionali spinte politiche delle masse con una razionale padronanza
del processo sociale; ciò richiede la progressiva autoeducazione delle masse alla libertà
responsabile, anziché all’infantile aspettativa che la libertà possa venire regalata o
garantita da altri. Se vuole estirpare la tendenza alla dittatura esistente nelle masse, la
democrazia deve dimostrare che è in grado di eliminare la miseria e di realizzare
l’indipendenza razionale degli uomini. Questo e soltanto questo può essere chiamato
sviluppo sociale o organico.
Credo che nella lotta contro la dittatura le democrazie europee siano state
sconfitte perché nei sistemi democratici troppe cose erano formali e troppo poche erano
democratiche in modo pratico e razionale. La paura di ciò che è vivo ispirava qualsiasi
provvedimento educativo. La democrazia era considerata come uno stato di «libertà» e
non come uno sviluppo della responsabilità di massa. L’educazione alla sottomissione
alle autorità esisteva ed esiste tuttora anche nelle democrazie. Ecco ciò che ci insegnano
gli eventi catastrofici del nostro tempo: educati alla sottomissione all’autorità, gli uomini
si rubano la libertà; essi uccidono chi ha dato loro la libertà e si schierano dalla parte del
dittatore.
Io non sono un politico e non capisco nulla di politica, ma sono uno scienziato
socialmente cosciente. Come tale mi sento autorizzato a dire le verità che ho scoperto. Se
le mie asserzioni scientifiche sono atte a favorire un ordine migliore dei rapporti umani,
posso dire che lo scopo del mio lavoro è stato raggiunto. Dopo il crollo delle dittature la
società umana avrà bisogno di verità, e in modo particolare di verità impopolari. Quelle
verità che colpiscono le cause non confessate dell’attuale caos sociale, prima o poi si
affermeranno, che gli uomini lo vogliano o no. Per esempio, una di queste verità è che la
dittatura affonda le sue radici nell’irrazionale paura della vita che hanno le masse. Chi
sostiene tali verità si espone a gravi pericoli, ma è capace di aspettare. Non ha bisogno di
battersi per il potere per fare prevalere la verità. Il suo potere consiste nel conoscere fatti
che sono validi per tutto il genere umano. Per quanto tali verità siano impopolari, in
tempi di estrema miseria sociale, per la sua volontà di vivere, la società è comunque
costretta a riconoscerle.
Lo scienziato ha il dovere di conservare in tutti i casi il diritto di esprimere
liberamente le proprie opinioni e di non lasciare questo privilegio ai sostenitori della
repressione della vita. Si parla tanto del dovere dei soldati di sacrificare la propria vita. Si
parla troppo poco del dovere dello scienziato di difendere in tutti i casi la verità che ha
scoperto, a qualsiasi costo.
Il medico o il pedagogo ha soltanto un dovere: quello di esercitare la sua
professione senza compromessi, senza riguardo per le forze che reprimono ciò che è vivo,
e di mirare soltanto al bene di coloro che gli sono stati affidati. Egli non deve sostenere
alcuna ideologia che sia in contraddizione con il suo preciso compito di medico o di
pedagogo.
Chi contesta questo diritto allo scienziato, al medico, al pedagogo, al tecnico o
allo scrittore e si definisce un democratico, è un ipocrita o per lo meno una vittima della
peste dell’irrazionalismo. La lotta contro la peste della dittatura è votata all’insuccesso se
non viene condotta con decisione e serietà per quanto riguarda le questioni vitali, poiché
la dittatura vive – e può vivere soltanto – nelle tenebre che avvolgono i problemi irrisolti
del processo vitale. L’uomo non può fare nulla quando gli manca la conoscenza; questa
impotenza determinata dall’ignoranza è il terreno fertile su cui fiorisce la dittatura. Un
ordinamento sociale non può essere definito democratico se ha il timore che vengano
sollevate questioni decisive, che vengano trovate risposte insolite, con il conflitto di
opinioni che ne deriva. In tal caso esso soccombe ai minimi attacchi che vengono sferrati
contro le sue istituzioni da aspiranti dittatori. Questo è quanto è accaduto in Europa.
La «libertà di religione» è una dittatura quando non è accompagnata dalla libertà
della scienza e quando non esiste una libera competizione nell’interpretazione del
processo vitale. Bisogna chiarire una volta per tutte se «Dio» è una figura barbuta e
sovrannaturale che sta in cielo, o se rappresenta la legge cosmica della natura che ci
domina. Solo se Dio e la legge naturale si identificano è possibile l’intesa tra scienza e
religione. Dalla dittatura dei rappresentanti di Dio in terra alla dittatura dei salvatori di
popoli inviati da Dio il passo è breve.
«La morale» è dittatura quando considera gli uomini dotati di un naturale senso
della vita alla stessa stregua della pornografia. Che lo voglia o no, permette in tal modo
alla pornografia di sopravvivere e distrugge la naturale gioia di amare degli uomini. Si
deve protestare vigorosamente contro il fatto che venga definito immorale chi regola il
suo comportamento sociale su leggi interiori, invece che su forme coattive esteriori. Si è
marito e moglie non perché si è ricevuto il sacramento, ma perché ci si sente marito e
moglie. La legge interiore e non quella esteriore è il metro della vera libertà. L’ipocrisia
moralistica è il nemico più pericoloso della morale naturale. L’ipocrisia moralistica non
può essere combattuta con un altro tipo di morale coattiva, ma soltanto con la conoscenza
della legge naturale del processo sessuale. Ovviamente, il comportamento morale
presuppone la libertà del processo vitale naturale. La morale coattiva e la sessualità
morbosa vanno invece di pari passo.
La linea della coazione è la linea della minore resistenza. È più facile esigere la
disciplina e imporla in modo autoritario che educare i bambini alla gioia spontanea del
lavoro e a un comportamento sessuale naturale. È più facile dichiararsi un capo inviato da
Dio, e un essere onnisciente, e decretare ciò che milioni di persone devono pensare e fare,
piuttosto che esporsi nel conflitto delle opinioni alla lotta fra ciò che è razionale e ciò che
è irrazionale. È più facile esigere il rispetto e l’amore appellandosi alla legge, che
conquistare l’amicizia con un comportamento umano. È più facile vendere la propria
indipendenza in cambio della sicurezza materiale che condurre un’esistenza responsabile,
indipendente ed essere padroni di se stessi. È più comodo imporre un determinato
comportamento ai subordinati che orientare questo comportamento, rispettando le loro
caratteristiche personali. Per questo la dittatura è sempre più facile della vera democrazia.
Per questo motivo l’indolente capo democratico invidia il dittatore e tenta in qualche
modo di imitarlo. È facile sostenere il luogo comune, mentre è difficile sostenere la
verità.
Chi non ha fiducia in ciò che è vivente, o l’ha perduta, è quindi esposto all’oscuro
influsso della paura della vita che genera la dittatura. Ciò che è vivente è ragionevole in
sé. Diventa una caricatura se non lo si lascia vivere. In quanto caricatura la vita non può
che spaventare. Perciò, solo la conoscenza di ciò che è vivente può fugare lo spavento.
Qualunque sia l’impronta che le lotte sanguinose del nostro mondo sconquassato
daranno ai secoli futuri, la scienza della vita è più potente di tutte le forze negatrici della
vita e di tutte le tirannie. Galilei e non Nerone, Pasteur e non Napoleone, Freud e non
Schicklgruber, hanno posto le basi della tecnica moderna, hanno combattuto le epidemie,
hanno sondato la psiche e hanno quindi garantito la nostra esistenza. Gli altri si sono
sempre limitati ad abusare dei successi dei grandi per distruggere la vita. Le radici delle
scienze naturali sono sempre infinitamente più profonde di qualsiasi chiassata fascista di
oggi.
W.R.

New York, novembre 1940

 
1. Biologia e sessuologia prima di Freud

La mia attuale posizione scientifica, che ho appena abbozzato, cominciò a


prendere forma nel seminario di sessuologia di Vienna tra il 1919 e il 1922. Nessuno
schema, nessuna opinione preconcetta hanno determinato lo sviluppo delle mie
concezioni. Non si deve credere che nel nostro caso si tratti di un uomo con una singolare
storia individuale che, spinto dai suoi complessi ed escluso dalla società «per bene»,
voglia imporre agli altri uomini le sue fantasie sulla vita. È fuori di dubbio che grazie alla
mia vita precedente, intensa e ricca di esperienze, ho avuto la possibilità di cogliere,
impiegare e sostenere fatti, ricerche e risultati inaccessibili ad altri.
Prima di entrare a far parte della Società psicoanalitica di Vienna nell’ottobre
1920, avevo acquistato una vasta conoscenza della sessuologia e della psicologia, delle
scienze naturali e della filosofia della natura. Quanto dico può sembrare immodesto. Ma
la modestia al posto sbagliato non è una virtù. Non si tratta di magia. Assetato di sapere
dopo quattro anni di inattività a causa della Prima guerra mondiale, e dotato della
capacità di studiare in modo rapido, approfondito e sistematico, mi gettai su tutto ciò che
mi pareva importante che mi capitò tra le mani. Vissi poco nei caffè e in società, e non
passai nemmeno il mio tempo nelle associazioni studentesche. Fu per puro caso che mi
interessai alla psicoanalisi. Nel gennaio 1919, durante una lezione di anatomia, circolò un
foglietto di banco in banco. In esso si sollecitava la fondazione di un seminario di
sessuologia. Ci andai anch’io. C’erano circa otto giovani studenti di medicina. Venni così
a sapere che si giudicava necessaria la costituzione di un seminario di sessuologia per gli
studenti di medicina, poiché l’Università di Vienna trascurava questo importante
problema. Frequentai regolarmente i corsi, ma non presi parte alle discussioni. Il modo in
cui il tema venne affrontato nelle prime riunioni del gruppo mi apparve strano, innaturale.
Provai un senso di avversione. Ciò nonostante annotai il 1º marzo 1919: «Forse è contro
la morale, ma in base alle mie esperienze, osservando me stesso e gli altri, sono arrivato
alla conclusione che la sessualità è il centro attorno al quale… gravita l’intera vita sociale
e il mondo interiore dell’individuo…».
A cosa era dovuta la mia avversione? Lo capii solo circa dieci anni dopo. Ciò che
avevo sperimentato della sessualità era diverso da quello che mi era stato esposto allora.
In quelle prime conferenze la sessualità aveva qualcosa di bizzarro, di strano. Sembrava
che non esistesse una sessualità naturale. L’inconscio racchiudeva soltanto pulsioni
perverse. La dottrina psicoanalitica negava, per esempio, l’esistenza di un erotismo
primario, vaginale, nella bambina, e faceva derivare la sessualità femminile da
complicate combinazioni di altre pulsioni.
Venne proposto di invitare uno psicoanalista più anziano a tenere una serie di
conferenze sulla sessualità. Questi parlò bene e in termini interessanti, ma il modo in cui
trattò la sessualità istintivamente non mi piacque. Ero molto interessato e imparai molte
cose nuove. Ma in un certo senso il relatore non era la persona adatta a trattare quel tema.
Non avrei saputo dire perché.
Acquistai alcune opere di sessuologia. Bloch, Sexualleben unserer Zeit; Forel,
Die sexuelle Frage; Back, Sexuelle Verirrungen; Taruffi, Hermaphroditismus und
Zeugungsunfähigkeit. Poi lessi Jung, Libido e infine Freud. Lessi molto, rapidamente e
meticolosamente, e alcune opere le rilessi due o tre volte. Tre saggi sulla teoria della
sessualità e Introduzione alla psicoanalisi di Freud furono decisivi per la scelta della mia
professione. Divisi subito la letteratura sessuologica in due gruppi, quella seria e quella
«moralistico-lasciva». Bloch, Forel e Freud mi entusiasmarono. Freud rappresentò per me
una grandissima esperienza intellettuale.
Non divenni immediatamente un incondizionato seguace di Freud. Assimilai
gradualmente le sue scoperte, insieme alle idee e alle scoperte di altri grandi uomini.
Prima di dedicarmi completamente alla psicoanalisi, acquistai una conoscenza generale
delle scienze naturali e della filosofia della natura. Fui spinto a farlo per l’interesse che il
problema di fondo della sessualità suscitava in me. Studiai attentamente Handbuch der
Sexualwissenschaft di Moll. Volevo sapere ciò che gli altri dicevano sulla pulsione.
Questo mi portò a Semon. La sua teoria delle «sensazioni mnestiche» mi spinse a
riflettere sulla memoria e sul problema dell’istinto. Semon affermava che tutti gli atti
involontari degli esseri viventi consistono in «engrammi», cioè in registrazioni storiche di
esperienze. Il protoplasma che si riproduce ininterrottamente continua a ricevere
impressioni, che, rievocate da stimoli appropriati, «rivivono» (ekphoriert). Questa teoria
biologica si accordava bene con la concezione freudiana dei ricordi inconsci, delle
«tracce mnestiche». La domanda «cos’è la vita?» si poneva a ogni acquisizione
scientifica. La vita era caratterizzata da una strana ragionevolezza e praticità nell’azione
istintiva e involontaria.
Le ricerche di Forel sull’organizzazione razionale delle formiche attirarono la mia
attenzione sul problema del vitalismo. Tra il 1919 e il 1921 lessi Philosophie des
Organischen e Ordungslehre di Driesch. Compresi il primo, ma non il secondo. Mi
sembrava chiaro che la concezione meccanicistica della vita, che dominava anche lo
studio della medicina a quell’epoca, era insoddisfacente. L’affermazione di Driesch che
nel campo degli organismi viventi si potesse formare il tutto con una parte, mentre con
una vite non si poteva costruire un’intera macchina, mi parve inconfutabile. Invece la sua
spiegazione del funzionamento della materia vivente con l’ausilio del concetto di
«entelechia» non mi convinse affatto. Ebbi la sensazione che era stato semplicemente
aggirato un problema gigantesco. Così, in modo del tutto primitivo, imparai a distinguere
rigorosamente i fatti dalle teorie sui fatti. Meditai molto sulle sue tre dimostrazioni sulle
caratteristiche specifiche che distinguono la materia organica da quella inorganica. Esse
sembravano solide. Ma la caratteristica metafisica del principio che regge la vita non mi
convinceva. Diciassette anni dopo potei risolvere la contraddizione sulla base di una
formula energia-funzione. Mi veniva sempre in mente la teoria di Driesch quando
riflettevo sul vitalismo. La mia vaga sensazione sulla natura irrazionale della sua ipotesi
si rivelò fondata. In seguito finì tra gli spiritisti.
Le cose andarono meglio con Bergson. Studiai con estrema attenzione le sue
opere, Matière et mémoire, Essai sur les données immédiates de la conscience e
L’évolution créatrice. Istintivamente mi resi conto della validità dei suoi sforzi di rifiutare
sia il materialismo meccanicistico sia il finalismo. Le spiegazioni che Bergson dava della
percezione della durata nella vita psichica e dell’unità dell’io confermarono le mie
sensazioni sulla natura non meccanicistica dell’organismo. Tutto ciò era ancora molto
vago e impreciso, era più una sensazione che una reale conoscenza. La mia odierna teoria
dell’identità e unità psicofisica trovò la sua origine nel pensiero bergsoniano e divenne
una nuova teoria funzionale psicosomatica.
Per un certo periodo sono stato considerato un «pazzo bergsoniano» perché
approvavo Bergson in linea di massima, senza però essere in grado di dire dove la sua
teoria presentava una lacuna. Il suo élan vital ricordava molto l’«entelechia» di Driesch.
Il principio di una forza creatrice che governa la vita era innegabile. Eppure non era
soddisfacente, finché non lo si poteva cogliere, descrivere, e impiegare praticamente.
L’impiego pratico veniva considerato a ragione il fine ultimo delle scienze naturali. I
vitalisti mi sembravano sempre più vicini alla comprensione del principio vitale dei
meccanicisti, che sezionavano la vita prima ancora di tentare di comprenderla. D’altro
canto, l’idea che l’organismo lavori come una macchina era più facilmente
comprensibile. Così facendo ci si poteva appoggiare su fatti già noti in fisica.
Nei miei studi di medicina ero meccanicista, e il mio modo di pensare era forse
troppo sistematico. Tra le materie precliniche ciò che mi interessava di più era l’anatomia
sistematica e topografica. Conoscevo alla perfezione il cervello e il sistema nervoso. La
complessità del sistema nervoso e l’ingegnosa disposizione dei gangli nervosi mi
affascinavano. Raccolsi così una quantità di cognizioni molto superiore a quella richiesta
per l’esame orale di laurea. Ma contemporaneamente fui attratto dalla metafisica. La
Geschichte des Materialismus di Lange mi piacque perché mostrava chiaramente
l’indispensabilità della filosofia idealistica alla vita. Taluni dei miei colleghi si irritarono
per il mio «procedere a salti», per la mia «incoerenza intellettuale». Io stesso compresi
questo atteggiamento apparentemente confuso solo quando, diciassette anni dopo, riuscii
a risolvere sul piano sperimentale la contraddizione tra meccanicismo e vitalismo. È
facile pensare correttamente in campi conosciuti. È difficile invece, quando ci si avvicina
a tentoni a cose sconosciute, non rimanere così spaventati da arretrare di fronte alla
confusione dei concetti. Per mia fortuna riconobbi molto presto la mia capacità di
risolvere in via sperimentale confuse teorie, giungendo così a risultati pratici. Devo a
questa mia impopolare capacità l’orgonoscopio che sta nel mio laboratorio, dove si può
veder scintillare l’energia biologica. Grazie ai miei molteplici interessi, sviluppai più tardi
il principio che «tutti hanno ragione per un verso o per l’altro», si tratta soltanto di capire
dove. Studiai due o tre testi di storia della filosofia. In tal modo mi feci un’idea
dell’antichissima disputa se l’elemento primario sia l’anima o il corpo. Questi stadi
preliminari della mia evoluzione scientifica sono importanti perché mi preparavano alla
corretta comprensione della teoria di Freud. Nei trattati di biologia che studiai solo dopo
aver dato l’esame orale di biologia (di valore molto discutibile), scoprii un mondo ricco,
una grande quantità di materiale che si prestava tanto alla scienza sperimentale quanto
alle fantasticherie idealistiche. In seguito i miei problemi di ricerca mi costrinsero a
operare una netta separazione tra fatti e ipotesi. Allgemeine Biologie e Das Werden der
Organismen di Hertwig arricchirono ulteriormente le mie cognizioni, ma in quelle opere
mancava un nesso generale tra i diversi rami della ricerca biologica. Allora non ero in
grado di formulare la cosa chiaramente, ma mi sentivo insoddisfatto. Ciò che mi
disturbava era l’applicazione del «principio finalistico» nel campo della biologia. La
cellula era provvista di una membrana per proteggersi meglio contro gli stimoli esterni.
Lo spermatozoo era stato creato così veloce per trovare meglio l’ovulo femminile. Gli
animali maschi erano più grandi e più forti delle femmine, e avevano spesso colori più
vistosi per piacere di più alle femmine, o avevano corna per combattere meglio i loro
rivali. Le formiche operaie erano asessuate per poter svolgere meglio il lavoro. Le
rondini costruivano il loro nido per scaldare la nidiata, e la «natura» aveva «disposto» le
cose in questo o in quell’altro modo per raggiungere questo o quell’altro fine. Quindi
anche la biologia era dominata da un miscuglio di finalismo vitalistico e di materialismo
causale. Seguii le interessantissime lezioni di Kammerer in cui esponeva la sua teoria
sulla trasmissione ereditaria di caratteristiche acquisite. Si appoggiava in larga misura a
Steinach, che a quel tempo suscitava notevole interesse con i suoi importanti lavori sui
tessuti interstiziali ormonali dell’apparato genitale. Rimasi profondamente impressionato
dall’influsso esercitato sul sesso e sulle caratteristiche sessuali secondarie dagli
esperimenti di trapianto e dalla limitazione della teoria meccanica dell’ereditarietà di
Kammerer. Quest’ultimo era un assertore convinto dell’organizzazione naturale della
vita, partendo dalla materia inorganica e dall’esistenza di un’energia biologica specifica.
Naturalmente, non ero in grado di esprimere un giudizio in merito. Queste opinioni
scientifiche mi piacevano molto. Esse rendevano viva la materia che all’università mi
veniva presentata in una maniera arida. Steinach e Kammerer erano aspramente
combattuti. Quando una volta feci una visita a Steinach, ebbi l’impressione che fosse
stanco e sfinito. In seguito compresi meglio come si possa venir maltrattati inutilmente a
causa di un buon lavoro scientifico. Qualche tempo dopo Kammerer si è ucciso. (È così
facile condividere superbamente le critiche altrui quando non si ha nulla di proprio da
dire!)
Ritrovai il «per» della biologia in diverse dottrine religiose. Lessi il Buddha di
Grimm e fui colpito dalla logica interna della teoria dell’estinzione del dolore, che
rifiutava anche la felicità come fonte di sofferenza. Trovai ridicola la teoria della
metempsicosi, ma per quale motivo milioni di uomini continuavano a crederci? La sola
paura della morte non era una spiegazione sufficiente. Non ho mai letto Rudolf Steiner,
ma conoscevo molti teosofi e antroposofi. Erano tutti personaggi piuttosto bizzarri, ma
nella maggioranza dei casi erano più umani degli aridi materialisti. Per un verso o per
l’altro anch’essi dovevano aver ragione.
Nel semestre estivo del 1919 tenni l’ultima relazione dal titolo «Concetti della
libido da Forel a Jung», nel seminario di sessuologia. Due anni dopo questo mio lavoro
apparve in Zeitschrift für Sexualwissenschaft. Svolgendo questo lavoro mi ero reso conto
delle differenze nel concetto di sessualità esistenti in Forel, Moll, Bloch, Freud e Jung.
Colpiva il modo profondamente diverso in cui questi studiosi consideravano la sessualità.
Tranne Freud, tutti ritenevano che nella pubertà la sessualità cadesse sull’uomo come un
fulmine a ciel sereno. «La sessualità si risveglia», si diceva. Dove fosse prima, nessuno
era in grado di dirlo. Sessualità e capacità di procreazione venivano considerate la stessa
cosa. Dietro questa sola concezione erronea si nascondeva una montagna di errori
psicologici e sociologici. Moll parlava di un istinto di «tumescenza» e di
«detumescenza». Non si capiva bene quale fosse la loro origine e la loro funzione. La
tensione e la distensione sessuale venivano attribuite a diverse pulsioni specifiche. Nella
sessuologia e nella psicologia psichiatrica di allora, il numero delle pulsioni era pari al
numero delle azioni umane, o quasi. Esisteva una pulsione di nutrizione, una pulsione di
propagazione per la procreazione, una pulsione di esibizione per l’esibizionismo, una
pulsione di potenza, una pulsione di autoaffermazione, una pulsione a nutrire la prole,
una pulsione materna, una pulsione per l’evoluzione dell’uomo, una pulsione culturale e
una di gregge, naturalmente anche una pulsione sociale, una pulsione egoistica e una
altruistica, una pulsione specifica per l’algolagnia, una per il masochismo, una per il
sadismo, una per il transvestitismo, ecc. In breve, era molto semplice e nello stesso tempo
tremendamente complicato. Non ci si raccapezzava più. La peggiore di tutte era la
«pulsione morale». Oggi solo pochissimi sanno che la morale veniva considerata un tipo
di pulsione filogenetica, addirittura sovraumana. Lo si affermava molto seriamente e con
grande dignità. In generale, si era terribilmente etici. Le perversioni sessuali erano
considerate semplicemente qualcosa di demoniaco, una «degenerazione» immorale, come
pure le malattie mentali. Chi soffriva di una depressione o di una nevrastenia era
«ereditariamente tarato», in altre parole era «cattivo». I malati di mente e i criminali
erano considerati esseri gravemente deformati sul piano biologico-ereditario,
irrecuperabili e ingiustificabili. L’uomo «geniale» era qualcosa di simile a un criminale
mal riuscito, nel migliore dei casi un capriccio della natura – non certo un uomo che era
riuscito a sottrarsi alla pseudovita culturale dei suoi contemporanei e che aveva
mantenuto il contatto con la natura. Oggi le persone per bene, i buoni e i giusti, quando
ascoltano le sinfonie di Beethoven, cercano di dimenticare la vergognosa fine del
maestro, morto in estrema miseria e solitudine.
Basta leggere oggi il libro di Wulffen sulla criminalità o le opere di psichiatria di
Pilcz o di Kraepelin o di altri autori di quel tempo. Vien fatto di chiedersi se si ha a che
fare con la teologia morale o con la scienza. Non si sapeva nulla sulle malattie mentali e
sessuali, si era moralmente indignati per la loro esistenza e si colmavano le lacune della
scienza con una morale incredibilmente sentimentale. Tutto era stato tramandato
ereditariamente e stabilito biologicamente, punto e basta. Il fatto che un atteggiamento,
tanto disperato e intellettualmente vile, quattordici anni dopo abbia potuto conquistare
l’intero Reich tedesco, nonostante tutti gli sforzi scientifici che erano stati fatti nel
frattempo, lo attribuisco oggi all’atteggiamento socialmente indifferente dei pionieri
scientifici. Rifiutavo intuitivamente questa metafisica, questa filosofia morale e questo
atteggiamento eticizzante. Cercavo fatti che confermassero queste teorie e non ne trovai.
Nei lavori biologici di un Mendel, che aveva studiato le leggi dell’ereditarietà, trovai al
contrario più conferme della ricchezza e varietà del processo di ereditarietà che della sua
tanto vantata uniformità. Non sospettavo affatto che la teoria dell’ereditarietà per il 99 per
cento fosse soltanto una scusa. Mi piacevano invece molto la teoria delle mutazioni di de
Vries, gli esperimenti di Steinach e Kammerer, e la Periodenlehre di Fliess e Swoboda.
La teoria darwiniana della selezione naturale corrispondeva alla ragionevole aspettativa
che, benché la vita fosse governata da determinate leggi fondamentali, fosse lasciato
largo spazio agli influssi del mondo circostante. Qui nulla era eternamente immutabile,
nulla veniva spiegato in base a sostanze ereditarie invisibili, tutto era suscettibile di
sviluppo.
Allora non pensavo nemmeno lontanamente di mettere in relazione l’istinto
sessuale con queste teorie biologiche. Non ero propenso alle speculazioni. Nella scienza
l’istinto sessuale occupava un posto del tutto particolare.
Bisogna conoscere l’atmosfera dominante nella sessuologia e nella psichiatria
prima di Freud, per comprendere l’entusiasmo e il senso di sollievo che provai quando lo
incontrai. Freud aveva aperto una via alla comprensione clinica della sessualità. Secondo
Freud, la sessualità dell’adulto era il risultato delle varie fasi di sviluppo sessuale vissute
nell’infanzia. Un fatto appariva immediatamente evidente: sessualità e procreazione non
sono la stessa cosa. I termini «sessuale» e «genitale» non possono essere impiegati come
sinonimi. L’esperienza sessuale è molto più vasta di quella genitale, altrimenti le
perversioni come la coprofagia, il feticismo o il sadismo non potrebbero essere definite
sessuali. Freud scoprì le contraddizioni esistenti nel pensiero scientifico dell’epoca e vi
introdusse la logica e l’ordine.
Gli autori prima di Freud designavano con il concetto di «libido» semplicemente
il desiderio cosciente di atti sessuali. «Libido» era un termine preso dalla psicologia della
coscienza. Non si sapeva cosa fosse o cosa dovesse essere la «libido». Freud diceva: non
possiamo cogliere direttamente la pulsione. Ciò che proviamo sono soltanto derivati della
pulsione: immagini e affetti sessuali. La stessa pulsione è profondamente radicata nelle
basi biologiche dell’organismo e si manifesta come spinta affettiva mirante alla
soddisfazione. Percepiamo la spinta alla distensione, ma non la pulsione in sé. Questa
idea era profonda, ma non venne compresa dagli amici e dai nemici della psicoanalisi,
sebbene ponesse la base scientifica su cui si poteva procedere tranquillamente.
Io interpretai Freud nel modo seguente: è perfettamente logico che la pulsione
stessa non può essere cosciente, poiché è ciò che ci governa e ci domina. Noi siamo il suo
oggetto. Pensiamo all’elettricità. Non sappiamo cosa sia e come sia. La riconosciamo
solo nelle sue manifestazioni, nella luce e nella scossa elettrica. È vero che si può
misurare l’onda elettrica, ma anch’essa è soltanto una caratteristica di ciò che chiamiamo
elettricità e che in fondo non conosciamo. Come l’elettricità può essere misurata
attraverso le sue manifestazioni di energia, così anche le pulsioni possono essere
riconosciute solo attraverso le loro manifestazioni affettive. La «libido» di Freud,
conclusi, non è la stessa cosa della «libido» dell’epoca prefreudiana. Allora si
considerava la «libido» come il desiderio sessuale cosciente. La «libido» di Freud è e
non può essere altro che l’energia della pulsione sessuale. Forse un giorno sarà possibile
misurarla. Feci del tutto inconsapevolmente il paragone dell’elettricità e della sua energia,
senza immaginare che sedici anni dopo avrei avuto la fortuna di provare l’identità fra
l’energia bioelettrica e l’energia sessuale. Ero affascinato dal concetto di energia che
Freud riprendeva coerentemente dalle scienze naturali. Il suo concetto era obiettivo e
lineare.
Gli studenti del seminario di sessuologia accolsero con entusiasmo la mia
interpretazione. Tutto ciò che essi sapevano di Freud era che egli interpretava simboli e
sogni e che faceva altre cose originali. Ero riuscito a stabilire una relazione tra le teorie di
Freud e le note teorie della sessualità. Nell’autunno del 1919 venni nominato direttore del
seminario. Occupando questa carica, imparai a mettere ordine nell’attività scientifica.
Furono costituiti gruppi per lo studio dei diversi rami della sessuologia. Endocrinologia,
ormonologia generale, biologia sessuale, fisiologia e psicologia sessuale e, soprattutto,
psicoanalisi. Studiammo inizialmente la sociologia sessuale nei libri di Müller-Lyer. Uno
studente di medicina tenne alcune conferenze sull’igiene sociale rifacendosi a Tandler, un
altro ci parlò dell’embriologia. Dei trenta partecipanti iniziali ne erano rimasti circa otto,
ma lavoravano con impegno. Ci trasferimmo nel seminterrato della clinica Hayek. Hayek
mi chiese con aria strana se intendevamo fare anche della «sessuologia pratica». Lo
tranquillizzai. Conoscevamo già molto bene l’atteggiamento dei professori universitari
nei confronti della sessualità. Ormai non ci facevamo nemmeno più caso. Consideravamo
l’esclusione della sessuologia dal programma di studi un grave svantaggio, che tentavamo
di ridurre secondo le nostre possibilità. Appresi molto tenendo un corso di anatomia e
fisiologia degli organi sessuali ai collaboratori del seminario. Lo avevo preparato
attingendo a diversi libri di testo. In essi gli organi sessuali erano considerati unicamente
al servizio della procreazione. Il fatto pareva non stupire nessuno. Mancava la relazione
con il sistema neurovegetativo, quella con gli ormoni sessuali era imprecisa e
insoddisfacente. Venimmo a sapere che nella ghiandola interstiziale del testicolo e
dell’ovaia vengono prodotte «sostanze» che determinano le caratteristiche sessuali
secondarie e che condizionano la maturità sessuale nella pubertà. Esse venivano
presentate anche come causa dell’eccitazione sessuale. Gli studiosi non si rendevano
conto della contraddizione per la quale dopo la castrazione subita prima della pubertà, gli
individui hanno una sessualità minore, mentre, nel caso di una castrazione subita dopo la
pubertà, essi non perdono la loro capacità di eccitazione e sono in grado di compiere
l’atto sessuale. Il fatto che gli eunuchi sviluppino un sadismo particolare non costituiva
per loro un problema. Compresi questi fenomeni solo molti anni dopo, quando scoprii i
meccanismi dell’energia sessuale. Dopo la pubertà, la sessualità è pienamente sviluppata,
e la castrazione non la può modificare affatto. L’energia sessuale agisce in tutto il corpo
e non solo nelle ghiandole interstiziali genitali. Il sadismo sviluppato dagli eunuchi non è
altro che l’energia sessuale che, privata della sua normale funzione genitale, si manifesta
nella muscolatura di tutto il corpo. Per la fisiologia del tempo, la sessualità risiedeva
soltanto in alcuni punti del meccanismo sessuale, come, per esempio, nel tessuto
interstiziale dei testicoli e delle ovaie, ed essa si limitava a descrivere le caratteristiche
sessuali secondarie. Per questo motivo la spiegazione di Freud della funzione sessuale
rappresentava una liberazione. In Tre saggi sulla teoria della sessualità, egli ammetteva
ancora l’esistenza di «sostanze chimiche» che avrebbero dovuto condizionare
l’eccitazione sessuale. Egli si occupò dei fenomei dell’eccitazione sessuale, parlò di una
«libido dell’organo» e attribuì a ogni cellula quella cosa particolare che tanto influisce
sulla nostra vita. In seguito riuscii a confermare sperimentalmente queste intuizioni di
Freud.
Gradualmente, la psicoanalisi prese il sopravvento su tutte le altre correnti.
Effettuai la mia prima analisi su un giovanotto. Uno dei suoi sintomi principali era la
coazione a camminare in fretta. Egli non riusciva a camminare lentamente. I simboli
emersi dai suoi sogni non mi sembravano per nulla insoliti. Spesso mi sorprendevano per
la loro logica. L’interpretazione dei simboli di Freud appariva alquanto strana alla
maggior parte delle persone.
Conoscevo questi simboli non solo in base all’interpretazione dei sogni di Freud,
ma anche perché avevo io stesso analizzato i miei sogni. Possiedo una serie di analisi dei
miei sogni.
Il lavoro sul primo paziente procedette molto bene. Troppo bene, come sempre
accade ai principianti che non avvertono spesso le profondità imperscrutabili e tendono a
sorvolare sulla molteplicità dei problemi. Quando riuscii a scoprire il significato
dell’azione coatta, ero molto orgoglioso. Da piccolo, il paziente aveva rubato una volta
qualche cosa in un negozio ed era scappato temendo di venire inseguito. Questo fatto era
stato rimosso. Nella «coazione a camminare in fretta», esso era riaffiorato. In seguito
riuscii a dimostrare facilmente la sua paura infantile di venire scoperto, mentre si
masturbava di nascosto. Ci fu addirittura un miglioramento del suo stato.
Scoprii anche alcuni sintomi che rivelavano il suo profondo attaccamento sessuale
alla madre.
Sul piano tecnico mi attenni rigorosamente alle indicazioni contenute nei lavori di
Freud. Le analisi venivano eseguite nel modo seguente: il paziente stava disteso su un
divano e l’analista sedeva dietro di lui. Possibilmente il paziente non doveva guardare
dietro di sé. Il fatto di guardare indietro era considerato una «resistenza». Gli si chiedeva
di fare delle «libere associazioni». Non doveva reprimere nulla di ciò che gli passava per
la mente. Doveva dire tutto, ma non fare nulla. Il compito principale consisteva nel
portarlo «dall’azione al ricordo». I sogni venivano sezionati e interpretati. Per ogni
sezione di sogno il paziente doveva fornire le sue associazioni. Alla base di tutto ciò stava
una concezione logica. Il sintomo nevrotico è l’espressione di una pulsione rimossa che è
riuscita a spezzare la rimozione in maniera dissimulata. Se si procedeva correttamente
sul piano tecnico, nel sintomo si dovevano trovare quindi il desiderio sessuale inconscio e
la difesa morale contro di esso. La paura che una ragazza isterica ha di essere aggredita
da uomini armati di coltelli è il desiderio dell’atto sessuale, inibito dalla morale e
divenuto inconscio attraverso la rimozione. Il sintomo nasce a causa del carattere
inconscio della pulsione proibita, per esempio a masturbarsi di nascosto o a compiere
l’atto sessuale. Il persecutore rappresenta la paura della coscienza, la quale impedisce alla
pulsione di esprimersi direttamente. Essa cerca quindi possibilità di espressioni velate,
rappresentate, per esempio, dal rubare o dalla paura di essere aggrediti. La guarigione, si
diceva nei trattati, avviene rendendo cosciente la pulsione rimossa e rendendone quindi
possibile la condanna da parte dell’Io maturo. Poiché il carattere inconscio di un
desiderio è la condizione del sintomo, renderlo cosciente, così si diceva, doveva condurre
alla guarigione. Alcuni anni dopo, Freud stesso mise in dubbio questa formulazione.
Prima di allora si pensava che la guarigione dipendesse dall’accesso alla coscienza delle
pulsioni rimosse e dalla loro condanna o sublimazione.
Vorrei sottolineare molto questo fatto. Quando incominciai a sviluppare la mia
teoria genitale della terapia, la si attribuì a Freud o la si respinse completamente. Se si
vuol comprendere la mia successiva rottura con Freud, è importante ricercarne le
premesse già nei miei primi lavori. Nei primi anni della mia attività psicoanalitica ho
migliorato o ho completamente eliminato molti sintomi. Ottenni questi risultati rendendo
coscienti i moti pulsionali inconsci. Nel 1920 non si parlava affatto di «carattere» e di
«nevrosi del carattere». Al contrario: il singolo sintomo nevrotico veniva espressamente
considerato come un corpo estraneo in un organismo psichico che a parte ciò era sano.
Questo fatto è decisivo. Una parte della personalità, si diceva, non ha partecipato allo
sviluppo generale verso lo stato adulto, ed è rimasta ferma a una fase infantile di sviluppo
della sessualità. Ne risultava una «fissazione». A questo punto, quella parte della
personalità entrava in conflitto con il resto dell’Io che la teneva in uno stato di rimozione.
La mia caratterologia successiva stabiliva invece che non esistono sintomi nevrotici senza
che tutto il carattere sia malato. I sintomi rappresentano soltanto le vette di quella catena
montuosa costituita dal carattere nevrotico. Sviluppai questa concezione in pieno accordo
con la teoria psicoanalitica delle nevrosi. Essa presentava certe esigenze tecniche e
conduceva infine a formulazioni che entravano in contraddizione con la psicoanalisi.
In quanto direttore del seminario di sessuologia, dovevo procurare la necessaria
letteratura. Visitai Kammerer, Steinach, Stekel, Bucura, un professore di biologia, Alfred
Adler e Freud. La personalità che mi impressionò maggiormente e più a lungo fu quella
di Freud. Kammerer era intelligente e amabile, ma non particolarmente interessato.
Steinach si lamentò delle difficoltà in cui si trovava. Stekel tentava di tirare acqua al suo
mulino. Adler si rivelò deludente. Attaccò Freud duramente. In fondo era tutto merito di
Adler. Il complesso di Edipo era un’assurdità, il complesso di castrazione non era che una
volgare fantasia e, per di più, era inquadrato molto meglio nella sua teoria della protesta
maschile. La sua «scienza» finalistica in seguito si ridusse a un cenacolo riformistico
piccolo-borghese.
Spiegherò in seguito in che cosa aveva ragione, quali ingiustizie dovette subire e
perché la sua dottrina tramontò.
Freud era diverso. Prima di tutto aveva un modo di fare molto semplice. Tutti gli
altri recitavano una parte, quella del professore, del grande conoscitore di uomini, dello
scienziato illustre. Freud nei miei confronti si comportò come una persona normale. I
suoi occhi erano ardenti e intelligenti. Non penetravano quelli del suo interlocutore con
pose da visionario; guardavano semplicemente in modo onesto e sincero. Si informò sul
nostro lavoro nel seminario e lo trovò molto sensato. Disse che avevamo ragione; era
deplorevole che non si mostrasse alcun interesse per la sessualità, o che tutt’al più si
mostrasse un interesse sbagliato. Disse di essere molto lieto di poterci fornire la
letteratura di cui avevamo bisogno. Si inginocchiò davanti alla sua libreria e, con
movimenti rapidi, ne estrasse alcuni libri e opuscoli. Erano edizioni speciali di Pulsioni e
loro destino, Das Unbewusste (L’inconscio), L’interpretazione dei sogni, Psicopatologia
della vita quotidiana, ecc. Freud parlava rapidamente, in modo obiettivo e vivace. I gesti
delle sue mani erano spontanei. Ogni sua frase possedeva un fondo di ironia. Mi ero
recato da lui con un senso di paura, e quando mi accomiatai mi sentivo invece felice e
contento. Quello fu l’inizio di quattordici anni di intensissimo lavoro psicoanalitico.
Freud alla fine mi deluse profondamente, senza che per questo – e ne sono felice – si sia
giunti all’odio e all’avversione. Al contrario, oggi sono in grado di apprezzare molto
meglio il lavoro di Freud, più di quanto potessi farlo allora quando ero un suo fedele
discepolo. Sono felice di essere stato per tanto tempo suo allievo, senza avanzare critiche
premature, e interamente dedito alla sua causa.
La dedizione incondizionata a una causa è la migliore premessa dell’indipendenza
intellettuale. Negli anni delle dure battaglie per la teoria di Freud, ho visto entrare in
scena e poi sparire un gran numero di personaggi. Alcuni di loro apparvero come comete,
promettendo molto e non concludendo nulla. Altri, simili a talpe, si aprivano un varco
attraverso i difficili problemi dell’inconscio, senza avere mai l’ampia visione di Freud.
Altri ancora tentavano di competere con Freud, senza avere compreso che questi si
distingueva dalla normale scienza accademica per la sua costante aderenza al tema della
«sessualità». C’erano poi quelli che si appropriavano velocemente di una parte della sua
teoria e ne facevano una professione. Ma obiettivamente, non si trattava di concorrenza o
di professione, bensì della continuazione di una gigantesca scoperta; non si trattava
soltanto di sviluppare ciò che era già noto, ma essenzialmente di consolidare le basi della
teoria della libido in modo biologico-sperimentale. Bisognava assumersi la responsabilità
di un’importante parte del sapere, che si contrapponeva a un mare di piattezza e di
formalismo. Era necessario resistere anche a costo di rimanere isolati. Molti studiosi di
questo nuovo ramo psico-biologico della medicina oggi comprendono chiaramente che la
teoria della struttura analitico-caratteriale è la continuazione logica della teoria
dell’inconscio. Il risultato più importante della coerente applicazione del concetto di
libido è stato quello di aver spianato la via alla biogenesi.
La storia della scienza è una lunga catena fatta di continuazione, elaborazione,
correzione e ricorrezione, nuova creazione, critica di ciò che è vecchio, nuove correzioni
e ricorrezioni e nuove creazioni. È, quindi, una strada lunga e ardua.
Noi ci troviamo solo all’inizio di questa storia che conta, con grandi spazi vuoti
tra un periodo e l’altro, solo duemila anni circa. Il mondo vivente ha centinaia di migliaia
di anni e probabilmente continuerà a esistere per un numero di millenni ancora maggiore.
Si va sempre avanti e in fondo, mai indietro. Il ritmo della vita diviene sempre più rapido,
e la vita si fa sempre più complicata. L’onesto lavoro scientifico dei pionieri ne è sempre
stato la guida e continuerà a esserlo. A parte ciò, tutto il resto è ostile alla vita. Questo
richiede un impegno molto serio da parte nostra.
2. Peer Gynt

La psicoanalisi era in violento contrasto con il comune modo di pensare. Credi di


poter determinare la tua azione in base alla tua libera volontà? Errore! La tua azione
cosciente è soltanto una goccia su un mare di processi inconsci dei quali non puoi sapere
nulla e che temi di conoscere. Sei orgoglioso della tua «personalità» e dei «vasti
orizzonti» della tua mente? Errore! In fondo sei soltanto in balìa dei tuoi istinti che fanno
di te ciò che vogliono. Ciò offende profondamente la tua vanità, certo. Ma ti sei offeso
allo stesso modo quando hai dovuto prendere atto che discendi dalla scimmia e che la
terra sulla quale strisci non è il centro dell’universo come ti piaceva credere un tempo. Tu
continui tuttora a credere che la terra, tra miliardi di stelle, sia l’unica a ospitare
organismi viventi. In poche parole, sei determinato da processi che non domini, che non
conosci, che temi e che interpreti in modo errato. Esiste una realtà psichica che va ben
oltre la tua coscienza. Il tuo inconscio è come la «cosa in sé» di Kant: non può mai essere
colta come tale, è riconoscibile soltanto nelle sue manifestazioni. Ibsen lo intuisce quando
fa dire a Peer Gynt:
Avanti e indietro, è la stessa distanza;
Fuori o dentro, il percorso è il medesimo!
Egli è là! È là! Dovunque io mi volti.
Quando mi ritengo fuori, mi trovo al centro del cerchio.
Dimmi chi sei! Fatti vedere! Cosa sei?
È il «Grande Curvo»! Ho letto e riletto il Peer Gynt. Ho letto le sue tante
interpretazioni.
Soltanto quella di Brandes, il grande critico storico letterario del Nord, si avvicina
al mio modo di intendere il poema di Ibsen.
Il rifiuto emozionale della teoria freudiana dell’inconscio non si basava soltanto
sul tradizionale rifiuto di idee nuove o grandiose. L’uomo deve esistere, materialmente e
psichicamente, in una società che segue un percorso prestabilito e che si deve mantenere
unita. La vita quotidiana lo esige. Ogni deviazione da ciò che è noto, abituale e ormai
accettato può significare il caos e il disastro. La paura che prova l’uomo per l’incerto, per
ciò che è senza fondo, per ciò che è cosmico, è giustificata, o almeno comprensibile. Chi
devia da tutto ciò diviene facilmente un Peer Gynt, un sognatore, un malato di mente. Mi
sembrava che Peer Gynt volesse svelarmi un grande segreto, senza riuscire a farlo
completamente. È la storia di un uomo che, dotato di mezzi insufficienti, esce dalle file di
questa orda di uomini in marcia. Egli non viene compreso. Lo deridono quando è
inoffensivo, e tentano di annientarlo quando è forte. Se non comprende l’immensità di cui
fanno parte i suoi pensieri e i suoi atti, Peer Gynt si distrugge da solo.
Tutto era incerto e confuso quando lessi e compresi il Peer Gynt, quando conobbi
e compresi Freud. Mi sentivo escluso come Peer Gynt. La sua sorte mi appariva come la
conclusione più probabile del tentativo di uscire dai ranghi compatti della scienza
ufficiale e del pensiero tradizionale. Se Freud aveva ragione con la sua teoria
dell’inconscio – cosa di cui non dubitavo – allora l’immensità interiore, psichica era stata
colta. Si diventava un piccolo verme nel grande fiume dei propri sentimenti. Sentivo tutto
questo in modo nebuloso, per nulla «scientifico». Osservata dal punto di vista della vita,
la teoria scientifica è un punto di riferimento artificiale nel caos dei fenomeni. Essa ha
quindi valore di protezione psichica. Quando si sono ordinatamente suddivisi, registrati e
descritti i fenomeni e si è convinti di averli compresi, non si corre il rischio di
sprofondare nel caos. Così facendo, si riesce persino, fino a un certo punto, a dominare il
caos. Questa mi pareva una magra consolazione. Negli ultimi vent’anni ho sempre dovuto
lottare duramente per delimitare la materia che doveva essere oggetto del mio lavoro
scientifico rispetto all’immensità della vita. Dopo ogni lavoro particolareggiato si ha la
sensazione di essere un verme nell’universo. Se si vola in aereo a mille metri di altezza
lungo un’autostrada, le automobili sembrano strisciare miseramente. Negli anni seguenti
studiai astronomia, elettronica, la teoria dei quanti di Planck e la teoria della relatività di
Einstein. Heisenberg e Bohr divennero concetti viventi. La somiglianza delle leggi che
governano sia il mondo degli elettroni sia quelle che governano i sistemi planetari,
andava oltre la teoria scientifica. Per quanto tutto ciò sia scientifico, non ci si può
sottrarre neppure per un istante alla sensazione dell’infinità dell’universo. La sensazione
di essere sospesi tutti soli nell’universo è qualche cosa di più che una fantasia nata nel
grembo materno. Il brulichio delle automobili e le conferenze sulla rotazione degli
elettroni appaiono insignificanti. Sapevo che l’esperienza del malato di mente in linea di
massima si svolgeva in questa direzione. La psicoanalisi affermava che nel malato di
mente l’inconscio sommerge il sistema della coscienza. In tal modo perde la barriera nel
suo inconscio che lo protegge dal caos e la capacità di rendersi conto della realtà del
mondo esterno. La fantasia dello schizofrenico, secondo la quale il mondo sta crollando,
prelude al suo collasso psichico.
Fui profondamente colpito dalla serietà con cui Freud tentava di comprendere i
malati di mente. Egli si muoveva a un’altezza immensamente superiore rispetto alle
presuntuose opinioni piccolo-borghesi che gli psichiatri della vecchia scuola esprimevano
sulla malattia mentale. Essi liquidavano semplicemente la cosa con il termine «matto».
Quando, preparandomi all’esame orale di psichiatria, imparai lo schema delle domande
da rivolgere ai malati di mente, scrissi un breve pezzo teatrale. Vi descrissi la
disperazione di un malato di mente che non riesce a dominare la sua esperienza, che cerca
disperatamente aiuto e chiarezza. Si pensi alle stereotipie del catatonico, per esempio al
fatto che si preme costantemente il dito contro la fronte come se stesse meditando. Si
pensi allo sguardo profondo, estraniato e vagante nell’infinito, e all’espressione del viso
di questi malati. Eppure lo psichiatra chiedeva loro: «Quanti anni ha?» «Come si
chiama?» «Quanto fa tre per sei?» «Qual è la differenza tra un bambino e un nano?». Egli
si limitava a constatare disorientamento, scissione della coscienza, e megalomania. Nello
Steinhof di Vienna erano ricoverate circa 20000 di queste persone. Ognuna di esse aveva
visto sprofondare il proprio mondo e, per trovare un sostegno, si era costruita un nuovo
mondo illusorio in cui poter esistere. Comprendevo quindi molto bene la concezione
freudiana, secondo cui la follia è in realtà un tentativo di ricostruire l’Io perduto. Eppure
Freud non mi convinceva pienamente. La sua teoria della schizofrenia a mio avviso si
arenava troppo presto, facendo risalire questa affezione alla regressione autoerotica. Egli
riteneva che una fissazione dello sviluppo psichico del bambino nel periodo di narcisismo
primario del lattante costituisse una predisposizione alla malattia mentale. Ritenevo che
ciò fosse giusto, ma incompleto. Il discorso mancava di concretezza. L’elemento comune
tra il lattante assorto in se stesso e lo schizofrenico adulto mi sembrava consistesse nel
modo di percepire il mondo circostante. Per il neonato il mondo circostante con i suoi
stimoli infiniti non può essere che un caos, in cui vibra la sensazione del proprio corpo.
L’Io e il mondo sono vissuti come unità. In un primo tempo, pensavo, l’apparato psichico
distingue gli stimoli piacevoli da quelli non piacevoli. Tutto ciò che è piacevole
appartiene a un Io allargato, tutto ciò che è non piacevole al non-Io. Con il tempo questo
stato di cose muta. Parti delle sensazioni dell’Io, localizzate nel mondo esterno, vengono
trasferite nell’Io. E allo stesso modo parti del mondo circostante che sono piacevoli,
come, per esempio, il capezzolo materno, vengono riconosciute come appartenenti al
mondo esterno. In questo modo il vero Io si stacca gradualmente dal caos delle percezioni
interne ed esterne, e comincia a percepire il limite tra l’Io e il mondo esterno. Se durante
questo processo di distacco il bambino subisce un grave choc, i limiti rimangono confusi,
vaghi e incerti.1 Impressioni provenienti dal mondo esterno possono allora essere
percepite come esperienze interiori o, viceversa, sensazioni corporee interne possono
essere percepite come appartenenti al mondo esterno. Nel primo caso si hanno
autorimproveri malinconici che un tempo sono stati vissuti realmente come ammonimenti
provenienti dall’esterno. Nel secondo caso il malato crede, per esempio, di essere
elettrizzato da un oscuro nemico, mentre in realtà percepisce soltanto le sue correnti
vegetative (bioelettriche). A quel tempo non sapevo nulla dell’autenticità delle sensazioni
corporee dei malati di mente. Tentavo semplicemente di stabilire una relazione tra
l’esperienza dell’Io e l’esperienza del mondo. La mia convinzione successiva trae origine
proprio da ciò: la perdita del senso della realtà negli schizofrenici ha inizio con
l’interpretazione errata delle sensazioni che prorompono nel loro organismo. Siamo tutti
soltanto una macchina elettrica organizzata in modo particolare, che ha un rapporto di
reciprocità con l’energia dell’universo. Su ciò ritornerò più avanti. In ogni caso
sospettavo già allora l’esistenza di un’armonia tra il mondo e l’Io. Un’altra soluzione mi
pareva impossibile. Oggi so che i malati di mente vivono questa armonia senza alcun
limite tra l’Io e il mondo, e che i piccolo-borghesi non hanno la più pallida idea
dell’esistenza di questa armonia e sentono il loro bene amato Io, rigorosamente
delimitato, come il centro dell’universo. Il malato di mente è umanamente più prezioso
del piccolo-borghese con ideali nazionalistici! Il primo ha, per lo meno, intuito ciò che è
l’universo; il secondo accentra tutte le sue idee di grandezza attorno alla propria
stitichezza e alla propria potenza sessuale.
Tutto ciò mi spinse a studiare Peer Gynt con molta attenzione. Attraverso questo
personaggio un grande poeta esprimeva le proprie intuizioni sul mondo e sulla vita.
Nel 1920 studiai il poema e tutto ciò che era stato scritto su di esso. Vidi l’opera al
Wiener Burgtheater e più tardi a Berlino. Nel 1936 la rividi al Teatro Nazionale di Oslo
con Maurstadt nel ruolo del protagonista. Solo allora compresi il mio interesse per l’opera
e il suo significato.
Ibsen aveva semplicemente descritto la miseria degli uomini non mediocri. In un
primo tempo ci si sente pieni di fantasia e di vigore. Si ha un comportamento non comune
nella vita di ogni giorno, si sogna e non si fa nulla di concreto. Gli altri vanno
disciplinatamente a scuola o al lavoro e deridono il sognatore. Essi stessi sono dei Peer
Gynt in senso negativo. Peer Gynt sente pulsare la vita che fugge con impeto disordinato.
La vita quotidiana è angusta ed esige una rigida disciplina. Da una parte c’è la fantasia di
Peer Gynt, dall’altra il mondo con i suoi problemi pratici. La paura dell’infinito spinge
l’uomo pratico a isolarsi su un pezzo di territorio e ad assicurare la propria esistenza. Per
tutta la vita egli si occupa di un problema modesto con tutto l’impegno di uno scienziato.
Egli esercita in realtà un mestiere così modesto che basterebbe l’impegno di un
ciabattino. Non si riflette sulla vita, ci si reca in ufficio, nei campi, in fabbrica, dal
malato, a scuola. Si fa il proprio dovere e si tace. Il Peer Gynt che ognuno porta in sé è
ormai liquidato da tempo. Altrimenti la vita sarebbe troppo difficile e pericolosa. I Peer
Gynt rappresentano un pericolo per la loro pace interiore. Rappresentano una tentazione
troppo forte. La mente si inaridisce, è vero, ma si ha in compenso una «intelligenza
critica» e improduttiva, un’ideologia o un’autocoscienza fascista. Si è servi e
generalmente vermi, ma la propria nazione è di «razza pura» o nordica, lo «spirito»
domina il corpo e i generali difendono l’«onore».
Peer Gynt scoppia di energia e di gioia di vivere. Agli altri ricorda il piccolo
elefante delle storie di Kipling. Esso scappò via dalla mamma, giunse sulla riva del fiume
e stuzzicò il coccodrillo. Era troppo curioso e pieno di vita. Il coccodrillo lo afferrò per il
naso. A quel tempo esso era ancora molto corto, gli elefanti non avevano ancora una
lunga proboscide. L’elefantino si difende come può. Punta le zampe anteriori. Il
coccodrillo tira con tutte le sue forze. L’elefantino oppone sempre maggiore resistenza. Il
naso si allunga sempre di più. Quando è divenuto lunghissimo, il coccodrillo abbandona
la presa. L’elefantino esclama disperato: «È troppo pesante per un elefantino!». Poi si
vergogna del suo naso lunghissimo. Questa è la punizione della sventatezza e della
disobbedienza. Fu così che gli elefanti ebbero la loro proboscide. Meglio appartenere alla
razza dei saccenti! Si finisce sempre con l’avere ragione! Peer Gynt finirà con il rompersi
il collo con la sua sventatezza. Del resto lo si è sempre detto! Non bisogna montarsi la
testa! Ciabattino, rimani al tuo deschetto! Il mondo è malvagio, altrimenti non ci
sarebbero i Peer Gynt. Fanno di tutto perché egli si spezzi l’osso del collo. Peer Gynt si
lancia in avanti, ma gli vien dato uno strattone che lo blocca come un cane alla catena che
cerca di rincorrere una cagna che passa. Egli abbandona la madre e la ragazza che
dovrebbe sposare. Dentro di sé rimane legato a entrambe, non riesce a staccarsi. Ha la
coscienza sporca, si trova esposto alle tentazioni seducenti e pericolose del diavolo. Si
trasforma in un animale, gli spunta la coda. Riesce a svincolarsi ancora una volta e sfugge
al pericolo. Rimane fedele ai suoi ideali. Ma il mondo conosce soltanto il business. Le
altre cose sono tutte fanfaluche. Egli vuole conquistare il mondo, ma il mondo non è
disposto a farsi conquistare. Bisogna dominarlo, ma il mondo è troppo complicato, troppo
brutale. Il mondo tiene gli ideali a disposizione degli stupidi. Per dominarlo bisogna
sapere molte cose, valide e profonde. Ma Peer Gynt è un sognatore che non ha imparato
nulla di sensato. Vuole cambiare il mondo e non si rende conto che ha il mondo dentro di
sé. Sogna un grande amore per la sua donna, la sua ragazza, che gli è madre, amante,
compagna e che partorisce i suoi figli. Ma Solveig è intoccabile come donna; sua madre
lo rimprovera, anche se con amore. Ai suoi occhi egli assomiglia troppo al suo folle
padre. E l’altra, Anitra, non è che una volgare donnaccia! Dov’è la donna che si può
amare, che corrisponde ai propri sogni? Bisogna essere come Brand per ottenere ciò che
vuole Peer Gynt. Brand non ha abbastanza fantasia. Brand ha la forza, Peer sente la vita.
Peccato che le cose siano distribuite in questo modo! Egli finisce tra i capitalisti. Perde il
suo denaro, come era inevitabile. Gli altri capitalisti hanno il senso della realtà, non sono
dei sognatori. Essi conoscono il loro mestiere, non sono dilettanti nel business come Peer
Gynt. Ormai vecchio e distrutto, torna nella sua capanna nel bosco, da Solveig, che
sostituisce sua madre. È guarito dalla sua follia, ha imparato cosa riserva la vita a chi osa
sentirla pulsare dentro di sé. Questo capita alla maggior parte di quelli che non stanno al
proprio posto. E gli altri non hanno nessuna intenzione di far brutta figura. Sin dal
principio sono stati saggi e superiori.
Questo era Ibsen, e questo è il suo Peer Gynt. Un dramma che perderà la sua
attualità solo il giorno in cui i Peer Gynt avranno finalmente ragione. Fino a quel giorno i
buoni e i giusti avranno tutto il diritto di ridere.
Scrissi una lunga e dotta analisi sul Conflitto della libido e la follia di Peer Gynt.
Nell’estate del 1920 entrai a far parte come ospite della Società psicoanalitica di Vienna.
Mancava poco al congresso dell’Aia. Freud presiedeva le riunioni. Le relazioni erano in
gran parte di carattere clinico. Le discussioni erano corrette e obiettive. Freud aveva
l’abitudine di riassumere i risultati in modo breve ed efficace, esprimendo alla fine, con
poche frasi, il proprio punto di vista. Era un vero piacere ascoltarlo. Era un buon oratore,
parlava senza affettazione, con molto spirito, spesso con mordace ironia. Raccoglieva
finalmente i frutti di molti anni di rinunce. A quel tempo nella Società non c’erano ancora
psichiatri ufficiali. L’unico psichiatra attivo, Tausk, un uomo molto dotato, si era ucciso
poco tempo prima. Il suo lavoro Über den Beeinflussungsapparat bei der Schizophrenie
era importante. Egli aveva dimostrato che gli «apparati di influenza» sono proiezioni del
proprio corpo, in particolare degli organi sessuali. Compresi correttamente questo fatto
solo quando scoprii stimoli bioelettrici nelle correnti vegetative. Tausk aveva ragione: il
malato di mente di tipo schizoide sente se stesso come persecutore. Posso aggiungere:
egli non riesce a dominare le correnti vegetative che prorompono in lui. È costretto a
sentirle come estranee, appartenenti al mondo esterno e male intenzionate nei suoi
confronti. Nella schizofrenia si esprime solo in forma grottescamente accentuata uno
stato di cose che oggi caratterizza l’uomo in generale. Egli è estraniato dalla sua vera
natura, dal nocciolo biologico del suo essere, e li sente come ostili ed estranei. Deve
necessariamente odiare chiunque cerchi di riavvicinarli a lui.
La Società psicoanalitica dava l’impressione di essere una comunità di persone
che lottava unita contro un mondo popolato da nemici. Era magnifico. Non si poteva fare
a meno di provare rispetto per una tale scienza. Io ero l’unico giovane studente in
medicina fra tanti «adulti» che avevano fra i dieci e i vent’anni più di me.
Il 13 ottobre 1920 tenni la mia relazione come candidato per l’ammissione alla
Società. A Freud non piaceva che si leggessero le relazioni. Diceva che l’ascoltatore si
sentiva come uno che rincorre con la lingua in fuori una macchina che corre veloce, nella
quale il relatore viaggia con calma. Aveva ragione. Mi preparai quindi con cura a parlare
senza leggere il testo. Tenni però prudentemente il testo a portata di mano. Dopo aver
pronunciato le prime tre frasi, persi il filo del discorso. Fortunatamente trovai subito il
seguito nel testo scritto. Andò tutto bene. Purtroppo non avevo esaudito il desiderio di
Freud. Questi dettagli sono importanti. Un maggior numero di persone direbbe cose
intelligenti e un minor numero direbbe sciocchezze, se non ci fosse a far da freno il
timore reverenziale di parlare senza conoscere il manoscritto. Chiunque disponga di una
chiara visione della materia su cui deve riferire è in grado di parlare senza ricorrere al
testo scritto. Ma si vorrebbe fare una buona impressione sul pubblico, non fare comunque
una brutta figura, si sentono molti occhi puntati su di sé, e quindi si preferisce leggere il
testo scritto. In seguito ho tenuto centinaia di conferenze senza alcun testo scritto, e
venivo elogiato per le mie qualità oratorie. Tutto ciò lo devo alla decisione presa molto
presto di non portare mai con me il testo scritto e di «buttarmi». La mia relazione venne
accolta favorevolmente. Nella seduta successiva fui accettato come membro della Società
degli psicoanalisti.
Freud sapeva mantenere molto bene le distanze e farsi rispettare. Non era affatto
arrogante, al contrario, era molto cordiale. Si sentiva però una certa freddezza dietro
questo suo atteggiamento. Egli si scioglieva solo di rado. Era grande quando, con tono
sarcastico, metteva alle strette certi saccenti, presuntuosi, o quando attaccava gli
psichiatri che si comportavano indegnamente nei suoi confronti. Quando toccava uno
scottante problema teorico, era inflessibile. Le relazioni di carattere tecnico erano
rarissime. Risentii molto di questa lacuna nel mio lavoro sui pazienti. Non esistevano
istituti in cui venisse insegnata tale tecnica, né un corso di studi che avesse una certa
organicità. Ognuno doveva cavarsela da sé. Spesso mi recavo dai colleghi più anziani per
farmi consigliare. Ciò che dicevano era ben poco. «Continui pazientemente l’analisi,
vedrà che la cosa si risolverà.» Come e cosa dovesse risolversi, nessuno lo sapeva. Il
problema più difficile consisteva nell’andare avanti con pazienti inibiti o che addirittura
tacevano. Quelli che sono venuti dopo non hanno mai provato la desolante sensazione di
«trovarsi in alto mare» sul piano tecnico. Quando un paziente non faceva alcuna
associazione, «pretendeva di non avere fatto sogni» o non sapeva dire nulla su di essi, si
rimaneva bloccati per ore. La tecnica dell’analisi delle resistenze, sebbene formulata
teoricamente, non veniva praticata. Sapevo che le inibizioni significavano resistenze
contro la scoperta di contenuti inconsci, sapevo anche che le dovevo eliminare, ma come?
Se gli si diceva «Lei offre resistenza!», il paziente ti guardava senza capirti. Del resto non
gli si dava un’informazione molto intelligente. Se gli si diceva che «si difendeva contro il
suo inconscio», il risultato non era migliore. Se si tentava di convincerlo che il silenzio e
la resistenza non avevano senso, che ciò era dovuto alla paura o alla diffidenza, era già un
po’ meglio e un po’ più intelligente, ma certo non più fruttuoso. E la risposta degli analisti
era sempre la stessa: «Continui tranquillamente ad analizzare». Da questo «continuare ad
analizzare» nasce tutta la mia concezione e la mia tecnica dell’analisi caratteriale. Nel
1920 non me ne rendevo ancora conto. Andai da Freud. Questi era abilissimo nel
risolvere teoricamente una situazione complicata. Ma le sue risposte erano
insoddisfacenti dal punto di vista tecnico. Analizzare, mi disse, significava soprattutto
avere pazienza. L’inconscio non era legato al tempo. Bisognava frenare le proprie
ambizioni terapeutiche. In altre occasioni mi incoraggiava a intervenire in modo energico.
Infine compresi che l’attività terapeutica è reale soltanto quando si aveva la pazienza di
comprendere il processo terapeutico. Si sapeva ancora troppo poco sulla natura delle
malattie mentali. Questi dettagli possono apparire marginali quando ci si sforza di
descrivere la «funzione dell’organismo vivente». Ma in realtà sono molto importanti: la
questione del come e da dove delle incrostazioni e degli irrigidimenti della vita emotiva
umana era il filo conduttore che conduceva nel campo della vita vegetativa.
In una delle riunioni successive, Freud modificò la formula terapeutica originale.
In passato si era affermato che il sintomo doveva sparire se il significato inconscio veniva
reso cosciente. Ora Freud diceva: «Dobbiamo fare una correzione. Il sintomo può, ma
non deve necessariamente sparire quando il significato inconscio viene portato alla luce».
La cosa fece una grande impressione. Quale era la condizione che porta dal «può» al
«deve»? Se l’accesso alla coscienza di ciò che è inconscio non conduceva
necessariamente a questo risultato, cos’altro vi si doveva aggiungere per ottenere la
sparizione del sintomo? Nessuno sapeva la risposta. La limitazione della formula di
Freud di guarigione del sintomo non suscitò neppure molto scalpore. Si continuò a
interpretare i sogni, le sviste e le associazioni di idee dei malati senza preoccuparsi molto
del meccanismo della guarigione. La domanda «Per quale motivo non riusciamo a guarire
i pazienti?» non venne neppure posta. Ciò è comprensibile se si tiene conto della
situazione in cui si trovava la psicoterapia in quegli anni. Gli abituali metodi terapeutici
neurologici come il bromuro o le frasi tipo «Lei è soltanto nervoso, non ha nulla»
annoiavano i malati a tal punto, che anche il semplice fatto di potersi abbandonare
tranquillamente ai propri pensieri stando distesi sul divano appariva un sollievo. Si
chiedeva persino di «dire tutto quello che passava loro per la mente». Che nessuno
rispettasse o potesse rispettare realmente questa norma è stato dichiarato apertamente
solo molti anni dopo da Ferenczi. Oggi la cosa ci appare talmente ovvia che non ce lo
aspettiamo nemmeno.
Nel 1920 si credeva di poter «guarire» una nevrosi media in tre mesi circa, o al
massimo in sei. Freud mi mandava malati con l’annotazione: «Da psicoanalizzare,
impotenza, tre mesi». Io mi sforzavo di riuscirci. Fuori gli ipnotizzatori e gli psichiatri
tuonavano contro la «depravazione» della psicoanalisi. Si viveva del proprio lavoro. Si
era profondamente convinti della sua validità. Ogni caso dimostrava come Freud avesse
incredibilmente ragione. E i colleghi più anziani non cessavano di ripetere: «Continui ad
analizzare pazientemente!». I miei primi lavori furono di carattere clinico-teorico, non
tecnico. Era chiaro che si doveva comprendere molto di più prima di poter ottenere
maggiori successi. Questo incitava a impegnarsi sempre di più nella lotta e nella ricerca.
Si faceva parte di una élite di scienziati barricadieri che si battevano uniti contro la
ciarlataneria in uso nella terapia delle nevrosi. Questi dettagli storici renderanno più
pazienti i vegetoterapeuti di oggi, quando la «potenza orgastica» tarda a venire.
3. Lacune nella teoria del sesso e nella psicologia

1. «Piacere» e «pulsione»

Basandomi sui miei studi biologici e partendo dalla definizione freudiana della
pulsione, affrontai una delle difficoltà inerenti al problema del piacere-non piacere.
Secondo Freud esisteva il singolare fenomeno che la tensione sessuale (contrariamente
alla natura generalmente non piacevole della tensione) aveva un carattere piacevole.
Secondo la concezione corrente, la tensione poteva soltanto essere non piacevole. Solo la
distensione procurava piacere. Nel campo della sessualità la cosa era diversa. Spiegai il
fenomeno in questi termini: nella fase preliminare del piacere (prepiacere) si crea una
tensione che dovrebbe essere sentita come non piacevole se non fosse seguita dal
soddisfacimento. Ma l’immaginazione del piacere che procurerà il soddisfacimento non
solo genera una tensione, ma soddisfa anche una piccola quantità di eccitazione sessuale.
Questo piccolo soddisfacimento e la prospettiva del grande piacere finale prevalgono sul
non piacere della tensione iniziale. Questa interpretazione costituì l’inizio della mia
successiva spiegazione funzionale dell’attività della pulsione sessuale. Giunsi così a
considerare la pulsione null’altro che l’aspetto motorio del piacere. Nella moderna
ricerca psicologica si era abbandonata la concezione secondo cui le nostre percezioni
sono soltanto esperienze passive che non implicano una partecipazione attiva dell’Io. Si
riteneva ormai più corretto affermare che alla base di ogni percezione vi è un
«atteggiamento» attivo dell’Io nei confronti dello stimolo (Wahrnehmungs-intention oder
-akt). Questo costituiva un importante passo avanti. Ora si poteva infatti spiegare come
gli stessi stimoli che di solito provocano un senso di piacere in altri casi, in cui il soggetto
ha un diverso atteggiamento interiore, non vengono percepiti. Per la sessuologia ciò
significa che in un individuo dolci carezze in una zona erogena suscitano un senso di
piacere, mentre in un altro ciò non si verifica; questi ha soltanto la sensazione di essere
toccato o sfregato. Qui si delineava la distinzione tra la piena sensazione orgastica di
piacere e la semplice sensazione di essere toccati, cioè in fondo la differenza tra potenza
orgastica e impotenza orgastica. Chi conosce i miei lavori elettrobiologici, sa che
nell’«atteggiamento attivo dell’Io nella percezione» agisce la carica elettrica
dell’organismo che fluisce verso la periferia.
Nel piacere distinsi una componente motoria-attiva e una sensoria-passiva che si
fondono entrambe in una. Mentre la componente motoria del piacere è vissuta
passivamente, nello stesso tempo è voluta attivamente la sensazione. A quel tempo il
pensiero scientifico si muoveva a un livello che potremmo definire buono, sebbene
impiegasse un linguaggio piuttosto complicato. Più tardi, imparai a esprimermi in termini
più semplici: una pulsione non era più qualche cosa che esiste qui e che cerca un piacere
là, ma era il piacere motorio stesso. Ma qui c’era una lacuna. Come si spiega il desiderio
di ripetizione del piacere una volta provatolo? Ricorsi alla teoria degli engrammi di
Semon: la pulsione sessuale non è altro che il ricordo motorio di un piacere già provato.
In tal modo il concetto della pulsione veniva ridotto al concetto del piacere. Rimaneva
aperto il problema della natura del piacere. In accordo con la tipica falsa modestia di quel
tempo, pronunciai un semper ignorabimus. Ciò nonostante continuai a occuparmi del
problema del rapporto tra quantità e qualità, tra pulsione e piacere. Secondo Freud, la
pulsione era determinata dalla quantità dell’eccitazione, cioè dalla quantità della libido.
Eppure avevo appena scoperto che l’essenza della pulsione era proprio il piacere, ed esso
era una qualità psichica. Secondo le concezioni di quel tempo, la quantità e la qualità
erano due cose nettamente distinte. Non sapevo come risolvere il problema. Eppure, del
tutto inconsciamente, avevo imboccato la via che successivamente mi avrebbe portato
all’unificazione funzionale della quantità dell’eccitazione con la qualità del piacere. Con
la mia spiegazione clinico-teorica della pulsione avevo quasi raggiunto i limiti del
pensiero meccanicistico che affermava: gli opposti sono semplicemente opposti, essi sono
inconciliabili. Più tardi mi accadde la stessa cosa con concetti come «scienza» e
«politica», o con la pretesa inconciliabilità tra constatazione di fatti e giudizio.

Schema del prepiacere e del piacere finale

Oggi questo riesame del passato mi fornisce la prova che la corretta osservazione
clinica non porta mai fuori strada. Di conseguenza è la filosofia ad avere torto! La
corretta osservazione deve sempre condurre a formulazioni funzionali energetiche, se non
si traggono affrettate conclusioni. La paura che tanti bravi scienziati hanno del pensiero
funzionale rimane un mistero.
Riassunsi i risultati raggiunti in un breve saggio, dal titolo «Zur Triebenergetik», e
l’8 giugno 1921 li esposi alla Società psicoanalitica di Vienna. Nel 1923 quel saggio
venne pubblicato dalla Zeitschrift für Sexualforschung. Ricordo che non venne compreso.
Da quel momento evitai le trattazioni teoriche e mi occupai solo di problemi clinici.
Come medico psicoanalista ben presto mi feci una buona reputazione. Venivano
lodate la chiarezza e l’esattezza delle mie osservazioni, nonché la mia capacità di
sintetizzarle.
2. Sessualità genitale e non genitale
Gli schemi che seguono illustrano il problema del piacere nel meccanismo
pulsionale:
 

 
Schema sull’identità di pulsione e piacere

Lo schema illustra la distinzione tra meccanismi sessuali non genitali e genitali.


Su un lato vediamo il rifluire delle eccitazioni del prepiacere, più piccole di quelle che
portano alla tensione. Sul lato opposto la carica raggiunge la dimensione della tensione
creatasi in precedenza. L’eccitazione è ridotta a zero. Osserviamo lo stesso fenomeno
espresso in altra forma.

 
La prima figura mostra che nel prepiacere il soddisfacimento è sempre minore
della tensione e che anzi esso accresce la tensione stessa. Solo nel piacere finale la
scarica è uguale alla tensione accumulata.
Questa concezione mi ha guidato fino a oggi in tutte le mie riflessioni e in tutti i
miei scritti sessuoeconomici. Nel primo disegno è anche visibile l’ingorgo sessuale che si
produce nel caso di mancato soddisfacimento e che causa ogni genere di perturbazioni
dell’equilibrio psichico e vegetativo. Nel secondo disegno vediamo lo schema della
potenza orgastica, che assicura l’equilibrio energetico.
Le considerazioni teoriche che ho appena esposto erano il frutto di esperienze
cliniche precise. Ho già parlato del figlio di contadini afflitto da una totale incapacità di
erezione, che curavo a quel tempo. In tutta la sua vita non aveva mai avuto un’erezione.
La visita medica aveva dato risultato negativo. A quel tempo si faceva una rigorosa
distinzione tra disturbi mentali e fisici. Quando si riscontravano disturbi organici, la
psicoterapia veniva esclusa automaticamente. Naturalmente, in base alle nostre
conoscenze attuali, in linea di massima tutto ciò era sbagliato, sebbene fosse corretto
attribuire cause psichiche a malattie psichiche. Sui rapporti intercorrenti tra il
funzionamento psichico e quello somatico esistevano molte idee sbagliate.
Avevo curato quel paziente dal gennaio 1921 fino all’ottobre 1923, sei ore alla
settimana, senza raggiungere il minimo risultato. La mancanza di una qualsiasi fantasia
genitale in questo malato attirò la mia attenzione sulle diverse attività onanistiche in altri
pazienti. Saltava all’occhio che il modo di masturbarsi dipendeva da determinate fantasie
patologiche. Nessun paziente, compiendo l’atto onanistico, immaginava di provare
piacere attraverso l’atto sessuale normale. Esaminando più da vicino la fantasia dell’atto,
si constatava che i malati non ne avevano un’idea precisa. L’espressione «aver rapporti
sessuali» veniva impiegata in modo meccanico. Nella maggior parte dei casi
corrispondeva al desiderio di «dimostrare la propria virilità». Mascherava desideri
infantili come quello di trovarsi tra le braccia di una donna, di solito più anziana, o di
«penetrare in una donna». In breve, poteva avere qualsiasi significato, tranne quello del
piacere sessuale genitale. Questa era una novità per me. Non avrei potuto immaginare
l’esistenza di un disturbo di questa natura. Nella letteratura psicoanalitica si parlava
molto di disturbi della potenza, ma non si faceva alcun accenno a questi fenomeni. Da
quel momento analizzai con molta precisione i contenuti delle fantasie onanistiche e il
modo in cui veniva eseguito l’atto masturbatorio. Riscontrai una varietà infinita di
stranezze. Dietro le espressioni generiche e insignificanti come «mi sono masturbato ieri»
o «ho dormito con quello o con quell’altro» si celavano le pratiche più strane.
Potei ben presto distinguere due grandi gruppi. Il primo era caratterizzato dal fatto
che il pene come tale funzionava nella fantasia e che si verificava anche l’eiaculazione,
ma ciò non era teso alla realizzazione del piacere genitale. Il pene era un’arma omicida
oppure era un mezzo per «dimostrare» la potenza. I malati arrivavano all’eiaculazione
premendo il genitale contro il materasso. Nel farlo, il corpo era «come morto». Il pene
veniva stretto in un panno, schiacciato tra le gambe, sfregato contro una coscia. Solo una
fantasia di violenza carnale era in grado di provocare una forzata eiaculazione. In molti
casi essi impedivano del tutto l’eiaculazione o facevano in modo che avvenisse solo dopo
una o più interruzioni. In ogni caso, in questo gruppo il pene era in stato di erezione e
veniva impiegato attivamente.
Nel secondo gruppo non si riscontravano invece atti o fantasie che si potessero
chiamare genitali. Questi malati si schiacciavano il pene che «non era in stato di
erezione». Si stimolavano introducendo un dito nell’ano. Tentavano di prendere in bocca
il proprio pene. Lo solleticavano da dietro le cosce. Immaginavano di essere percossi,
legati o torturati, o di mangiare le feci. Oppure immaginavano che il loro genitale venisse
succhiato, nel qual caso rappresentava un succhiotto. In breve, benché queste fantasie
facessero un certo uso dell’organo genitale, esse erano, non di meno, fantasie con un fine
non genitale.
Queste osservazioni rivelavano che la forma dell’atto, nella fantasia e nella
manipolazione vera e propria, non era che una strada per avvicinarsi ai conflitti inconsci.
Esse mettevano anche in luce il ruolo della genitalità nella terapia delle nevrosi.
Contemporaneamente mi occupavo dei problemi inerenti ai limiti della memoria
del paziente durante l’analisi. Richiamare alla memoria esperienze infantili represse era
considerato il compito principale della terapia. Comunque lo stesso Freud era giunto a
considerare relativamente limitate le possibilità di apparizione di idee infantili,
accompagnate dalla sensazione che fossero già state vissute un tempo. Era già molto, egli
diceva, se i ricordi infantili apparivano in forma di fantasie in base alle quali si poteva
«ricostruire» la situazione originale. La ricostruzione di situazioni della prima infanzia
veniva considerata a giusto titolo come molto importante. Se non si fosse fatto per anni
questo meticoloso lavoro, non ci si poteva fare un’idea della molteplicità degli
atteggiamenti inconsci del bambino. Alla lunga, ciò era molto più importante dei rapidi
risultati superficiali.
Così facendo si era in seguito facilitati nell’applicazione della terapia. Nessuna
delle mie odierne concezioni sulle funzioni biologiche nella vita psichica sarebbe stata
possibile se non avessi svolto per anni particolari ricerche nel campo delle fantasie
inconsce. Oggi, come vent’anni fa, lo scopo del mio lavoro è lo stesso: far riemergere le
più remote esperienze infantili. Soltanto il metodo per ottenere questo è notevolmente
cambiato, tanto che non lo si può più chiamare psicoanalisi. Le osservazioni delle
manipolazioni genitali hanno influenzato in modo decisivo il mio punto di vista clinico e
mi hanno permesso di individuare nuove relazioni nella vita psichica. Tuttavia svolsi il
mio lavoro all’interno dell’esperienza psicoanalitica generale, anche per quanto riguarda
il campo della memoria.
Dopo circa tre anni di attività clinica mi resi conto che la memoria dei pazienti era
molto debole e insoddisfacente. Era come se una barriera insuperabile avesse bloccato
ogni accesso. Nel settembre del 1922 tenni una conferenza su questo argomento
all’Associazione. I miei colleghi erano più interessati alle mie esposizioni teoriche sul
déjà-vu, da cui presi l’avvio, che alle questioni tecnico-terapeutiche. Del resto, sul piano
pratico avevo poco da dire ed è troppo facile limitarsi a porre semplicemente dei
problemi.
Fondazione del «Seminario di terapia psicoanalitica» di Vienna.

Nel settembre del 1922 ebbe luogo a Berlino il Congresso internazionale di


psicoanalisi. Gli analisti tedeschi, sotto la guida di Karl Abraham, fecero del loro meglio
perché avesse successo. Erano presenti anche gli americani. Le ferite della guerra
incominciavano a cicatrizzarsi. L’Associazione internazionale di psicoanalisi era l’unica
organizzazione che durante la guerra, nel limite del possibile, aveva mantenuto vivi i
contatti internazionali. Freud parlò su L’Io e l’Es. Dopo Al di là del principio di piacere,
apparso poco prima (nel 1920), ascoltare la sua relazione fu per noi, da un punto di vista
clinico, un vero e proprio piacere. Il concetto di fondo era il seguente: finora ci siamo
sempre occupati soltanto di pulsioni rimosse. Esse erano più facilmente accessibili
dell’Io. La cosa era molto strana perché si era portati a pensare che l’Io fosse più vicino
alla coscienza. Ma, caso strano, l’Io era più difficilmente accessibile della sessualità
rimossa. Ciò si può spiegare soltanto con il fatto che l’Io stesso, in alcune sue parti
essenziali, è inconscio, cioè rimosso. Non solo il desiderio sessuale proibito, ma anche le
forze di difesa dell’Io sono inconsce. Da ciò Freud deduceva l’esistenza di un «senso di
colpa inconscio». Egli però non lo considerava alla stessa stregua di un bisogno di
punizione inconscio. Questo sarebbe stato merito più tardi di Alexander e in particolar
modo di Reik. Freud si occupò anche del singolare fenomeno della cosiddetta «reazione
terapeutica negativa». Era strano che tanti malati non reagissero all’interpretazione con
un miglioramento, come ci si aspettava, bensì con un peggioramento. Secondo Freud,
nell’Io inconscio doveva esistere una forza che non permetteva la guarigione. Circa otto
anni più tardi essa mi si rivelò come paura fisiologica del piacere e incapacità organica
di provare il piacere. Durante quello stesso congresso, Freud propose il tema di un
concorso. Si trattava di analizzare con precisione il rapporto fra teoria e terapia. In che
misura la teoria favorisce la terapia e, viceversa, in che misura una migliore tecnica
rende possibile migliori formulazioni teoriche? Come si vede, Freud a quel tempo si
occupava molto della miseria della terapia. Aveva urgente bisogno di trovare una
soluzione. Nella sua relazione erano già contenute alcune indicazioni su quella che poi
sarebbe diventata la teoria della pulsione di morte come fatto clinico centrale, sulla teoria,
di importanza decisiva, delle funzioni di difesa dell’Io rimosse e sull’unità di teoria e
pratica.
Questa formulazione teorico-tecnica dei problemi da parte di Freud determinò la
mia attività clinica nei cinque anni successivi. Essa era semplice, chiara e corrispondeva
alle necessità cliniche. Già al congresso successivo, tenutosi a Salisburgo nel 1924, tre
noti psicoanalisti presentarono i loro lavori sul tema indetto dal concorso per il quale era
previsto un premio in denaro. Essi non tennero conto di nessun problema pratico e si
persero in speculazioni metapsicologiche. La questione non era stata risolta e nessuno dei
concorrenti ricevette il premio. Benché fossi estremamente interessato alla cosa, non
avevo presentato alcun lavoro al concorso. Avevo però iniziato una serie di studi per
risolvere in modo definitivo questo problema fondamentale. La vegetoterapia analitica
caratteriale del 1940 è la risposta ai problemi posti dalla psicoanalisi nel 1922. È stato
necessario il lavoro sistematico di un decennio per giungere alla soluzione del problema.
I risultati che questa scoperta mi permise di ottenere andavano ben oltre quello che
potevo sognare allora. Il fatto che essa sia stata la causa della mia espulsione
dall’Associazione psicoanalitica mi ha profondamente amareggiato, ma sono stato
enormemente ricompensato sul piano scientifico.
Durante il viaggio di ritorno da Berlino a Vienna incoraggiai alcuni colleghi più
giovani, che non erano ancora membri dell’Associazione ma che avevano già cominciato
a esercitarsi nella tecnica psicoanalitica, a fondare un «Seminario tecnico». Intendevamo
studiare sistematicamente alcuni casi, per perfezionarci sul piano tecnico. Proposi inoltre
la costituzione di un «Seminario dei giovani», cioè di un ciclo di riunioni alle quali non
dovevano partecipare i «vecchi». In quella sede ognuno avrebbe dovuto esporre le
proprie preoccupazioni e i propri dubbi teorici, e soprattutto imparare a parlare
liberamente. Entrambi i suggerimenti vennero messi in pratica. In una delle riunioni a
Vienna dopo il Congresso proposi ufficialmente la fondazione del Seminario tecnico.
Freud approvò con entusiasmo. In un primo tempo si riunirono soltanto i membri attivi.
Hitschmann assunse ufficialmente la direzione; egli era il direttore della clinica
psicoanalitica di Vienna fondata il 22 gennaio 1922. Personalmente non ambivo a dirigere
il Seminario. Mi sentivo ancora troppo inesperto. Un anno dopo la direzione fu assunta da
Nunberg, e solo nell’autunno del 1924 ricoprii quella carica che mantenni fino al mio
trasferimento a Berlino nel novembre 1930. In quel Seminario nacque la terapia analitica
sistematica. Più tardi i berlinesi fondarono a loro volta un Seminario tecnico seguendo il
modello viennese. Dai seminari di Vienna uscì la nuova generazione degli analisti
viennesi che partecipò alla prima fase dell’analisi caratteriale, impiegandola in parte nella
propria attività pratica, senza però partecipare al suo successivo sviluppo. Nei suoi
confronti essa assunse spesso un atteggiamento estraneo e ostile. A questo punto voglio
passare in rassegna le numerose fonti cliniche alle quali il Seminario, più tardi divenuto
famoso, attinse la sua forza. In esso vennero a formarsi quelle convinzioni psicologiche
che resero infine possibile la comprensione delle funzioni biologiche.
3. Difficoltà psichiatriche e psicoanalitiche nella comprensione della malattia
mentale

Nell’estate del 1922 mi laureai in medicina all’Università di Vienna. Praticavo


ormai la psicoanalisi da più di tre anni, ero membro della Società ed ero impegnato in una
serie di ricerche cliniche. Rivolsi la mia attenzione soprattutto alla schizofrenia. La
psichiatria si limitava a descrivere e a classificare. Non esisteva un trattamento preciso. I
malati guarivano spontaneamente, oppure venivano affidati allo Steinhof, un istituto per i
casi cronici. A Vienna non venivano applicati neppure i moderni metodi di Bleuler che
egli impiegava con crescente successo nella sua clinica Burghölzli.1 La disciplina era
ferrea. Gli infermieri avevano molto da fare, soprattutto nel «reparto per i casi gravi» nel
quale prestai servizio come medico per un anno. Wagner-Jauregg, il mio superiore, a quel
tempo stava elaborando la sua terapia della malaria per guarire la paralisi, terapia che più
tardi è divenuta famosa e per la quale è stato insignito del premio Nobel. Egli era buono
con i pazienti, bravissimo nel formulare le diagnosi neurologiche, ma non capiva nulla di
psicologia, cosa che del resto non aveva difficoltà ad ammettere. La sua rozza franchezza
contadina suscitava molta simpatia. Io conoscevo l’Ambulatorio psicoterapeutico della
clinica solo per averlo visitato poche volte. I pazienti nevrotici vi venivano curati con il
bromuro e con l’ipnosi. Il direttore del reparto si vantava di «guarire» più del novanta per
cento dei pazienti. Sapendo benissimo che in realtà non ne guariva nessuno, e che i suoi
successi erano fondati esclusivamente sull’ipnosi, volli sapere che cosa gli ipnotizzatori
intendessero per «guarigione».
Così venne posto il problema della teoria della psicoterapia nel Seminario di
tecnica psicoanalitica. Tra l’altro esso rifletteva anche le mie difficoltà tecniche. A quel
tempo si soleva definire «guarito» il malato quando questi affermava di sentirsi meglio, o
quando scompariva il singolo sintomo che ne aveva determinato il ricovero. Il concetto
psicoanalitico della guarigione non era stato ancora definito. Meritano di essere
menzionate soltanto quelle impressioni della clinica psichiatrica che ebbero un effetto
duraturo nel campo della sessuoeconomia. A quel tempo non ero ancora in grado di
ordinarle. Ma più tardi esse si accordarono perfettamente alla concezione che stava alla
base della mia teoria psicosomatica. Lavoravo nell’ospedale psichiatrico al tempo in cui
la moderna teoria della schizofrenia di Bleuler, basata su Freud, incominciava a
influenzare il pensiero psichiatrico. Proprio allora Economo pubblicava il suo importante
lavoro sulla postencephalitis lethargica e Paul Schilder forniva i suoi brillanti contributi
sull’estraniazione, sui riflessi di posizione, sulle paralisi provocate da disturbi psichici.
A quel tempo Schilder stava raccogliendo materiale per il suo trattato sullo
«schema corporeo». Dimostrò che il corpo si può sintetizzare psichicamente in
determinate sensazioni unitarie, e che questo «schema psichico» corrisponde all’incirca
alle reali funzioni organiche. Egli tentò anche di stabilire una relazione tra i molti ideali
dell’Io che crea l’uomo e i disturbi organici come l’afasia e la paralisi. Pötzl si era
occupato dei tumori al cervello con un’impostazione analoga. Schilder affermava che
l’inconscio di Freud in una forma o nell’altra, anche se in modo nebuloso, doveva essere
percepibile, per così dire, nel «fondo della coscienza». Gli psicoanalisti erano contrari.
Contro il carattere totalmente inconscio delle immagini psichiche si espressero anche
medici con un orientamento filosofico, come Froeschels. Tutti questi tentativi tendevano
a eliminare la teoria dell’inconscio. Essi dovevano essere respinti, data la difficile
situazione creata dall’atteggiamento di negazione del sesso da parte degli scienziati.
Queste controversie sono importanti. La ricerca sessuoeconomica è infatti recentemente
riuscita a dimostrare che l’«inconscio» freudiano è dato e può essere colto realmente
sotto forma di impulsi vegetativi e sensazioni organiche.
La mia attuale concezione dell’identità funzionale antitetica degli stimoli psichici
e somatici stava prendendo forma nel modo seguente: all’ospedale venne ricoverata una
ragazza non più giovane con una paralisi completa delle braccia e un’atrofia muscolare.
L’esame neurologico non condusse ad alcun risultato concreto. L’esame psichico a quel
tempo non si faceva. Venni a sapere dall’ammalata che all’origine della paralisi delle
braccia c’era stato uno choc. Il suo fidanzato aveva tentato di abbracciarla e lei,
profondamente spaventata, aveva proteso le braccia «come se fosse paralizzata». Da
allora non era più stata in grado di muoverle ed era stata colpita da un’atrofia muscolare
che andava aggravandosi. Se ben ricordo, non annotai questo episodio nella cartella
clinica dell’ammalata. A quel tempo la cosa avrebbe creato una situazione imbarazzante. I
direttori dei reparti assumevano di solito due atteggiamenti in quelle circostanze: o
ridevano o andavano su tutte le furie. Wagner-Jauregg non perdeva un’occasione di
prendersi gioco del simbolismo sessuale. Nel caso citato fui colpito dal fatto che
un’esperienza psichica possa provocare uno stato di agitazione corporea tale da alterare
in modo duraturo un organo. Più tardi chiamai questo fenomeno ancoramento fisiologico
di un’esperienza psichica. Esso si distingue dalla conversione isterica perché non può
essere influenzato psicologicamente. Nella mia successiva attività clinica ebbi spesso
occasione di applicare questo concetto a malattie organiche come l’ulcera gastrica, l’asma
bronchiale, il pilorospasmo, il reumatismo e diverse malattie cutanee. Anche la ricerca
sessuoeconomica sul cancro nacque dall’idea dell’ancoramento fisiologico dei conflitti
libidici.
Una volta mi fece una grande impressione un catatonico che dallo stato di stupore
passò improvvisamente a uno stato furioso. Ebbe una grande scarica di furia distruttiva.
Superata la fase di raptus divenne lucido e trattabile. Mi assicurò di aver vissuto la sua
esplosione di furia come un’esperienza piacevole. Diceva di essersi sentito felice. Del suo
precedente stato di stupore non sapeva nulla. È noto che i catatonici stuporosi, che si
ammalano all’improvviso e che sono capaci di esplosioni furiose, possono facilmente
ritornare alla normalità. Invece, le forme di schizofrenia che si sviluppano gradualmente,
come l’ebefrenia, tendono a peggiorare lentamente ma inesorabilmente. Non riuscivo a
spiegarmi questi fenomeni, ma più tardi arrivai a comprenderli. Infatti, quando imparai a
provocare esplosioni d’ira in certi nevrotici bloccati sul piano emozionale e con una
ipertonia muscolare, ottenni regolarmente notevoli miglioramenti del loro stato generale.
Nella catatonia stuporosa l’armatura muscolare si estende a tutto il corpo. La scarica di
energia diviene sempre più difficile. Nel raptus, dal centro del sistema vegetativo che è
ancora in grado di muoversi erompe un forte impulso che spezza l’armatura e libera in
tal modo l’energia muscolare imprigionata. Sembra che questo sfogo procuri piacere. Il
fenomeno era impressionante e non poteva essere spiegato con la teoria psicoanalitica
della catatonia. La reazione fisica era troppo violenta perché ci si potesse considerare
soddisfatti della spiegazione secondo cui il catatonico «regredisce completamente nel
grembo materno e nell’autoerotismo». Il contenuto psichico della fantasia catatonica non
poteva essere la causa del processo organico. Esso poteva essere soltanto avviato da un
particolare processo generale e poi, a sua volta, mantenere quella condizione.
La teoria psicoanalitica si trovava in una grossa contraddizione. Freud postulava
per la sua psicologia dell’inconscio una base fisiologica che doveva ancora essere
scoperta. La sua teoria degli istinti era un primo passo in questo senso. Si cercava anche
di rifarsi alla patologia medica tradizionale. Gradualmente incominciò a delinearsi una
tendenza che solo circa dieci anni dopo criticai come «psicologizzazione degli aspetti
somatici». Essa culminava nelle interpretazioni psicologistiche non scientifiche di
processi somatici, compiute facendo ricorso alla teoria dell’inconscio. Quando una donna
non aveva le mestruazioni senza essere incinta, si riteneva che con ciò essa esprimesse la
propria avversione al marito o al bambino. Secondo questa concezione, quasi tutte le
malattie fisiche erano causate da desideri o paure inconsce. Ci si procurava un cancro
«per…». Si moriva di una tubercolosi perché inconsciamente lo si desiderava.
L’esperienza psicoanalitica forniva stranamente una quantità di osservazioni
incontestabili che sembravano confermare questo punto di vista. Ma dopo un serio esame
critico non si poteva non opporsi a questa concezione. Come poteva un desiderio
inconscio produrre un carcinoma? Non si sapeva nulla del cancro e tanto meno della reale
natura di questo strano, anche se indubbiamente esistente, inconscio! Il Buch vom Es di
Groddeck è pieno di simili esempi. Si trattava di pura metafisica, ma anche il misticismo
«per qualche verso ha ragione». Era mistico finché non si riusciva a dire esattamente in
che cosa avesse ragione, o dove certe cose giuste venivano espresse in modo sbagliato. In
nessun caso un «desiderio», tenendo conto del significato che la parola aveva a quel
tempo, poteva provocare profondi mutamenti organici. Bisognava intendere il
«desiderio» in maniera più profonda di quanto era in grado di fare la psicologia analitica.
Tutto faceva pensare a un profondo processo biologico, di cui il «desiderio inconscio»
poteva essere soltanto l’espressione.
La controversia tra la spiegazione psicoanalitica delle malattie mentali da una
parte, e di quelle neurologiche e fisiologiche dall’altra, era altrettanto violenta.
«Psicogeno» e «somatogeno» erano due termini assolutamente antitetici. Questo era il
labirinto nel quale doveva orientarsi il giovane psicoanalista che operava in campo
psichiatrico. L’affermazione che le malattie mentali avevano «diverse cause» equivaleva
a eludere il problema.
Anche la paralisi postencefalitica e l’epilessia presentavano problemi che
rientravano nello stesso campo. Nell’inverno del 1918 a Vienna si diffuse una grave
forma epidemica di influenza che provocò molte vittime. Nessuno sapeva per quale
ragione fosse tanto maligna. Ancora più gravi erano le malattie di coloro che erano
sopravvissuti. Negli anni successivi sopraggiunse una paralisi generale dell’attività vitale.
I movimenti divenivano più lenti, il volto assumeva un’espressione immobile, da
maschera, il linguaggio si inaridiva, ogni impulso di volontà sembrava bloccato come da
un freno. L’attività psichica interiore rimaneva intatta. La malattia venne chiamata
postencephalitis lethargica. Era incurabile. I nostri reparti erano gremiti di questi malati.
La loro vista faceva un’impressione deprimente. Io dovevo occuparmi di alcuni di essi.
Non sapevo che fare; alla fine ebbi l’idea di far compiere loro alcuni esercizi muscolari
per sbloccare la loro rigidità extrapiramidale. Si sospettava che fossero lesi tanto i fasci
laterali della spina dorsale quanto i centri vegetativi del cervello ed Economo supponeva
addirittura che fosse coinvolto il «centro del sonno». Wagner-Jauregg giudicò
ragionevole la mia iniziativa. Mi procurai alcuni attrezzi e feci eseguire ai pazienti alcuni
esercizi, a seconda delle loro condizioni particolari. Osservandoli, fui colpito dalla
particolare espressione dei volti dei diversi malati. Per esempio, il volto di un paziente
aveva assunto l’espressione del «criminale» in modo ancora più accentuato. Questa
accentuazione delle varie espressioni era in relazione con gli esercizi eseguiti. Un
insegnante di scuola media aveva un severo volto da «insegnante». Nel fare i suoi
esercizi acquistava qualcosa di «professorale». Colpiva anche il fatto che gli adolescenti
affetti da postencephalitis tendevano ad assumere un comportamento ipermotorio. Nella
pubertà la malattia assumeva forme più agitate, nell’età adulta forme più letargiche. Non
pubblicai nulla in proposito, ma conservai un ricordo indelebile di ciò che vidi. A quel
tempo i disturbi delle funzioni nervose vegetative venivano considerati alla stessa stregua
di quelli del sistema nervoso volontario. Si presumeva che determinati centri nervosi
fossero stati colpiti dalla malattia; si pensava che certi impulsi fossero disturbati o che ne
fossero apparsi altri nuovi. La causa del disturbo veniva attribuita alle lesioni meccaniche
dei nervi. Nessuno pensava alla possibilità di un disturbo generale del funzionamento
vegetativo. Credo che tutt’oggi il problema non sia stato ancora risolto. Io stesso non
sono in grado di dire qualche cosa in proposito. La postencephalitis è probabilmente un
disturbo della funzione degli impulsi di tutto il corpo, in cui i fasci nervosi svolgono
soltanto un ruolo di mediazione. Indubbiamente c’è una relazione tra la struttura
caratteriale specifica e la forma particolare dell’inibizione vegetativa. Indubbia è anche
l’origine infettiva del male. Impulso di tutto il corpo e inibizione generale delle funzioni
vegetative furono quindi le due impressioni indelebili che influenzarono il mio lavoro
successivo. Sulla natura degli impulsi vegetativi non si sapeva nulla.
L’evidenza del disturbo sessuale nella schizofrenia e nei relativi disturbi dell’Io
mi convinse completamente della correttezza delle asserzioni di Freud sulla causa
sessuale delle nevrosi e delle psicosi. Ciò che nel nevrotico si doveva faticosamente
estorcere in lunghi mesi di lavoro e poi interpretare, veniva espresso con la massima
chiarezza dal malato di mente. Il comportamento degli psichiatri appariva di conseguenza
ancora più strano in quanto non ne prendevano atto e facevano a gara nel deridere Freud.
Non esiste un solo caso di schizofrenia nel quale, non appena sia stato stabilito il minimo
contatto, non appaiano in modo inequivocabile i conflitti sessuali del paziente. Il
contenuto può differire molto, ma l’elemento grossolanamente sessuale appare sempre in
primo piano. Poiché la psichiatria ufficiale si limita a classificare, i conflitti
rappresentano per essa una fastidiosa complicazione. Alla psichiatria importa sapere se il
malato è disorientato solo per quanto riguarda lo spazio o anche il tempo. Ciò che ha
causato l’una o l’altra forma di disorientamento le è del tutto indifferente. I malati di
mente vengono sopraffatti da tutte le fantasie sessuali che in circostanze normali sono
mantenute accuratamente nascoste, che esistono allo stato inconscio o solo parzialmente
cosciente. L’atto sessuale, le azioni pervertite, i rapporti sessuali con la madre o il padre,
l’atto di imbrattarsi i genitali con le feci, di sedurre le mogli e i mariti degli amici o di
essere sedotti da essi, grossolane fantasie di succhiamento e simili sopraffanno il pensiero
cosciente. Non c’è da stupirsi che il malato reagisca con un disorientamento interiore. La
strana situazione interiore suscita paura.
Chi ammette la propria sessualità proibita, mantenendo contemporaneamente le
proprie difese contro di essa, deve avere necessariamente la sensazione che il mondo che
lo circonda sia per lo meno strano. Del resto il mondo stesso esclude dal proprio ordine
un simile esemplare umano, bollandolo come eccentrico. Il mondo delle sensazioni
sessuali si avvicina a tal punto al malato di mente, che questi necessariamente deve uscire
dal modo abituale di pensare e di vivere. Molto spesso comprende con estrema lucidità
l’ipocrisia sessuale del mondo in cui vive. Egli attribuisce al medico o ai parenti ciò che
egli stesso sente direttamente. Ed egli sente la realtà, non fantasie sulla realtà. Gli uomini
sono «pervertiti in modo polimorfo», e con essi la loro morale e le loro istituzioni. Essi
hanno eretto dighe possenti contro questa marea di sudiciume e di disgregazione:
all’interno le regole e i freni morali, all’esterno la polizia del buon costume e l’opinione
pubblica. Per poter esistere, gli uomini sono quindi costretti a negare se stessi, a adottare
forme di vita e concezioni artificiali che essi stessi hanno creato. Ciò che è loro estraneo e
che rappresenta una difficoltà permanente lo considerano una cosa innata, l’«eterna
essenza morale dell’uomo», ciò che è «realmente umano» e che li distingue dalle bestie.
Questa contraddizione spiega molte fantasie sul capovolgimento dell’ordine: i malati di
mente rinchiudono i loro sorveglianti e i loro medici come i veri malati. Sono infatti essi,
i malati, ad avere ragione e non gli altri. Questa idea non è tanto lontana dalla verità come
si sarebbe portati a credere. Uomini di grande intelligenza si sono occupati di questo
problema, tra gli altri anche Ibsen in Peer Gynt. Per qualche verso tutti hanno ragione.
Anche i malati di mente in qualche punto devono aver ragione in linea di massima. Ma
dove? Certo non come essi dicono. Eppure, quando si stabilisce un contatto con i malati
di mente, essi sono in grado di conversare in termini molto seri e sensati sulle tante
stranezze della vita.
Chi ha seguito attentamente il mio discorso dovrebbe aver notato una stonatura.
Dovrebbe chiedersi se le sensazioni sessuali bizzarre, pervertite del malato di mente
rappresentano effettivamente l’eruzione di ciò che in essi è «naturale». La coprofagia, le
fantasie omosessuali, il sadismo ecc. sono veramente sensazioni naturali di vita? Questa
domanda è giustificata? Nello schizofrenico erompono innanzitutto istinti pervertiti. Ma
sullo sfondo dell’esperienza schizofrenica c’è qualcos’altro. Nascosto dall’elemento
pervertito lo schizofrenico vive le sue sensazioni corporee, le sue correnti vegetative, in
concetti e immagini che in parte ha preso a prestito dal mondo circostante, in parte dalla
difesa contro la sua sessualità naturale. Anche l’uomo medio normale pensa alla
sessualità in termini innaturali o pervertiti: ne sono un esempio parole come vögeln in
tedesco e to fuck in inglese. Assieme alle sue sensazioni sessuali organiche naturali,
l’uomo ha perduto anche i termini e i concetti per designarle. Se nello schizofrenico
erompesse soltanto la perversione, allora non ci sarebbero fantasie intorno alla fine del
mondo e ad avvenimenti cosmici, ma solo perversioni. L’elemento specifico della
schizofrenia è l’esperienza dell’elemento vitale, vegetativo, nel corpo; tuttavia esso è
impreparato a ciò, cosicché l’esperienza viene vissuta in forma confusa e si esprime nelle
immagini quotidiane della sessualità pervertita. Il nevrotico e il pervertito, per quanto
riguarda la loro esperienza della vita, stanno allo schizofrenico come il piccolo bottegaio
avaro sta al grande scassinatore di casseforti.
In tal modo, alle summenzionate impressioni della postencephalitis lethargica si
aggiunsero quelle della schizofrenia. L’idea di un progressivo o rapido «inaridimento
vegetativo» e la concezione della «disgregazione del funzionamento vegetativo unitario,
ordinato» divennero le fonti essenziali delle mie ricerche successive. Il disordine e la
perplessità, la confusione e il disorientamento degli schizofrenici, il blocco catatonico e
l’inaridimento ebefrenico mi apparivano solo differenti manifestazioni del medesimo
processo, della progressiva disgregazione della funzione normalmente unitaria
dell’apparato vitale. Questa unitarietà della funzione vitale divenne clinicamente
evidente solo dodici anni dopo sotto forma del riflesso dell’orgasmo.
Se si dubita dell’assoluta ragionevolezza e della correttezza del modo di pensare
di questo rispettabile mondo, allora è più facile scoprire la vera natura del malato
psicotico. Avevo in osservazione una ragazza che giaceva da anni in un letto della clinica
dove compiva solo alcuni movimenti con il bacino e si sfregava l’organo genitale con un
dito. Era completamente bloccata. Talvolta sorrideva quietamente. Solo in rare occasioni
si riusciva a stabilire un contatto con lei. Non rispondeva ad alcuna domanda, ma qualche
volta il suo volto assumeva un’espressione che si riusciva a comprendere. Chi conosce
realmente le terribili pene dei bambini piccoli a cui è stato proibito masturbarsi,
comprende anche un simile atteggiamento nei malati di mente. Essi rinunciano al mondo
e compiono in modo ottenebrato ciò che in passato un mondo irrazionale impediva loro di
fare. Essi non si vendicano, non puniscono, non fanno male a nessuno. Si limitano a
mettersi in un letto e a procurarsi gli ultimi avanzi, patologicamente distorti, del piacere.
La psichiatria non comprendeva nulla di tutto ciò. Del resto non aveva alcun
interesse a comprendere, perché in questo caso sarebbe stata costretta a rivedere le
proprie posizioni da cima a mondo. Freud aveva aperto una breccia per giungere alla
soluzione del problema, ma le sue «interpretazioni» venivano derise. Poiché
comprendevo meglio i malati di mente grazie alle teorie della sessualità infantile e della
rimozione delle pulsioni, sostenni accesamente la causa di Freud. Avevo capito che la
scienza psichiatrica aveva esclusivamente la funzione di distogliere l’attenzione dalla
reale chiarificazione dei problemi della sessualità. Essa aveva la funzione di «dimostrare»
con tutti i mezzi che i malati di mente sono esseri affetti da tare ereditarie e corrotti sin
dal loro stadio embrionale. Doveva provare a ogni costo che le malattie mentali erano
causate da disturbi della funzione cerebrale e della secrezione interna. Gli psichiatri
avevano constatato con aria di trionfo che la paralisi post-sifilitica rivela alcuni sintomi di
autentica schizofrenia o malinconia. «Vedete, questo è il risultato dell’immoralità»:
questo era ed è ancor oggi in molti casi il loro atteggiamento. A nessuno venne in mente
che le devastazioni organiche, di qualunque natura esse fossero, potessero essere
benissimo la conseguenza di un disturbo della vita vegetativa.
Sul rapporto intercorrente fra il somatico e lo psichico esistevano tre concezioni
fondamentali:
1. Ogni malattia o manifestazione psichica ha una causa fisica. Questa è la
formula del materialismo meccanicistico.
2. Ogni malattia o manifestazione psichica ha esclusivamente cause psichiche.
Per il pensiero religioso, anche tutte le malattie fisiche hanno una causa psichica. Questa
è la formula dell’idealismo metafisico. Essa coincide con la concezione secondo cui lo
«spirito crea la materia» e non viceversa.
3. Lo psichico e il somatico rappresentano due processi paralleli che agiscono
reciprocamente l’uno sull’altro: parallelismo psicofisico.
Non esisteva una concezione funzionale-unitaria della relazione psicosomatica.
Nella mia attività clinica non attribuivo alcuna importanza ai problemi filosofici. Non ero
giunto all’attività clinica dalla filosofia, ma attraverso l’attività clinica ero arrivato a
elaborare il metodo che in precedenza avevo applicato inconsciamente. Questo metodo
richiedeva che si chiarisse il rapporto fra lo psichico e il somatico.
Molti avevano fatto giuste osservazioni. Ma nel lavoro scientifico esisteva un
forte antagonismo: per esempio Adler, con la sua teoria del «carattere nervoso», si
contrapponeva a Freud che sosteneva la teoria dell’eziologia sessuale delle nevrosi. È
difficile crederlo, eppure il «carattere» e la «sessualità» costituivano due poli
inconciliabili del pensiero analitico. Nell’Associazione psicoanalitica non era ben visto
chi parlava troppo di «carattere». Potevo capirlo. Di poche cose si parla tanto come del
«carattere». Pochissimi facevano una netta distinzione tra la valutazione del carattere
(«buono» o «cattivo») e la ricerca scientifica su di esso. La caratterologia e l’etica erano e
sono tuttora quasi identiche. Anche nella psicoanalisi il concetto di carattere non si
sottraeva a una valutazione. Avere un carattere «anale» era imbarazzante. Un carattere
«orale» lo era di meno, ma si veniva considerati lattanti. Freud aveva mostrato come
alcuni tratti tipici del carattere derivino da pulsioni della prima infanzia. Abraham aveva
fornito alcune brillanti analisi sulle caratteristiche caratteriali della melanconia e delle
manie depressive. La confusione tra valutazione e descrizione dei fatti creava un
disorientamento ancora maggiore. Si affermava che la scienza doveva procedere in modo
«obiettivo» e «astenersi dal fare valutazioni»; ciò nonostante ogni frase sul
comportamento caratteriale era un giudizio, e non un giudizio nel senso di «sano» o
«malato» – il che sarebbe stato corretto – bensì nel senso di «buono» e «cattivo». Si
riteneva che esistessero certi «caratteri cattivi», inadatti al trattamento psicoanalitico. La
psicoterapia, si diceva, presuppone nel malato un certo livello di organizzazione psichica.
In molti casi non valeva la pena di sprecare tanto lavoro. Per di più molti pazienti erano
tanto «narcisisti» che il trattamento non riusciva a spezzare questa barriera. Anche la
scarsa intelligenza era considerata un ostacolo al trattamento psicoanalitico. L’attività
terapeutica doveva quindi limitarsi a occuparsi di sintomi nevrotici circoscritti di pazienti
intelligenti, capaci di fare associazioni e dotati di un carattere «correttamente sviluppato».
Questa concezione feudale della psicoterapia, essenzialmente individualistica, si
trovò subito in contraddizione con le esigenze del lavoro medico quando, il 22 maggio
1922, venne aperta a Vienna la clinica psicoanalitica per pazienti privi di mezzi. Al
congresso di Budapest del 1918 Freud aveva sostenuto la necessità di fondare istituti
pubblici per i poveri. Tuttavia, secondo lui, l’oro puro della psicoanalisi doveva essere
mescolato «con il rame della terapia ipnotica». Ciò sarebbe stato indispensabile per un
trattamento di massa.
A Berlino funzionava un policlinico per i poveri sin dal 1920 sotto la direzione di
Karl Abraham. I primari viennesi che dovevano autorizzare la fondazione dell’istituto di
Vienna sollevarono innumerevoli difficoltà come del resto lo stesso ministero della
Sanità. Gli psichiatri esprimevano la loro contrarietà adducendo pretesti di ogni genere, e
l’organizzazione sindacale dei medici temeva che l’iniziativa potesse danneggiare
economicamente i suoi membri. In breve, la cosa fu giudicata del tutto superflua. Infine il
progetto poté essere realizzato ugualmente. Ci insediammo in alcune sale del centro di
cardiologia di Kaufmann e Meyer. Sei mesi dopo ci venne di nuovo vietato di continuare.
Questo tira e molla era dovuto al fatto che i rappresentanti della medicina ufficiale non
comprendevano il senso di quell’iniziativa. Del resto essa non aveva nulla in comune con
il loro modo di pensare. Hitschmann, il direttore della clinica, descrisse le difficoltà
incontrate in un breve scritto commemorativo pubblicato in occasione del decimo
anniversario della sua fondazione. Ma vorrei ora tornare al tema centrale.
La clinica psicoanalitica divenne una miniera di conoscenze sul meccanismo delle
nevrosi dei poveri. Io vi lavorai sin dal primo giorno come primo assistente per ben otto
anni e infine come vicedirettore del centro. L’Ambulatorio era sempre affollato. Venivano
operai dell’industria, piccoli impiegati, lavoratori a domicilio, studenti e contadini.
L’afflusso era tale che non sapevamo come far fronte alle richieste, soprattutto
quando la clinica divenne nota al pubblico.
Ogni psicoanalista si impegnò a mettere a disposizione gratuitamente un’ora al
giorno. Ma non bastava. Dovemmo selezionare i casi più indicati dai meno indicati. In tal
modo fummo costretti a cercare con metodo per stabilire la prognosi.
In seguito riuscii a far sì che gli analisti dessero contributi mensili. Con questo
denaro volevo assumere uno o due medici stipendiati. Così si poteva sperare di
giustificare in futuro il termine di policlinico. Secondo la concezione di allora, un
trattamento psicoanalitico doveva durare almeno sei mesi, un’ora al giorno. Divenne
subito evidente una cosa: la psicoanalisi non è una terapia di massa. Il problema della
prevenzione delle nevrosi non esisteva, e su di esso nessuno sarebbe stato in grado di dire
qualcosa. L’attività policlinica ci mise immediatamente di fronte ai seguenti fatti.
La nevrosi è una malattia di massa, un’epidemia di tipo endemico, e non un
capriccio di signore viziate, come venne affermato in seguito nella lotta contro la
psicoanalisi.
I disturbi delle funzioni sessuali genitali erano, rispetto ad altre forme di malattie
psichiche, il motivo principale che spingeva i pazienti a presentarsi al policlinico.
Se si voleva andare avanti era indispensabile stabilire quali erano le prospettive
del trattamento psicoanalitico. Quali erano i criteri di prognosi della terapia? In
precedenza nessuno aveva mai riflettuto su questo importante problema.
Altrettanto importante era chiarire perché in un caso si otteneva la guarigione e in
un altro no. Ciò avrebbe permesso di selezionare meglio i pazienti. A quel tempo non
esisteva alcuna teoria della terapia.
Sia gli psichiatri sia gli psicoanalisti non avevano l’abitudine di chiedere ai
pazienti quali fossero le loro condizioni sociali. Si sapeva che esistevano la povertà e la
miseria. Ma si pensava che fosse una cosa non pertinente. Nel policlinico ci si scontrava
invece in continuazione con questa realtà. In molti casi, si doveva prima di tutto assisterli
sul piano sociale. Di colpo apparve l’abisso esistente fra i pazienti che frequentavano gli
studi privati e quelli che si recavano all’Ambulatorio.
Dopo circa due anni di attività divenne chiaro che la psicoterapia individuale
aveva solo un senso molto limitato. Solo una piccola parte dei malati mentali poteva
essere sottoposta a un trattamento. Con questa piccola parte si perdevano poi centinaia di
ore a causa degli insuccessi dovuti alla mancata soluzione di problemi tecnico-terapeutici.
Rimaneva una ristretta minoranza che ripagava gli sforzi compiuti. La psicoanalisi non
faceva mistero di questo miserevole stato di cose.
Inoltre si presentavano casi che non si aveva occasione di osservare nel proprio
studio privato, soggetti che un gravissimo disordine psichico aveva completamente
estromessi dalla società. In questi casi, la diagnosi psichiatrica era abitualmente
«psicopatia», «moral insanity» o «degenerazione schizoide». Immancabilmente, la causa
sostanziale di tutto ciò era una grave «tara ereditaria». I sintomi riscontrati in quei malati
non potevano essere classificati in nessuna delle categorie note. Atti coatti, stati di
semincoscienza isterici, fantasie e impulsi omicidi li strappavano definitivamente dal
mondo del lavoro. Ma queste bizzarrie personali, che nei pazienti benestanti sembravano
innocue sul piano sociale, assumevano nei poveri tratti grotteschi e pericolosi. Le
inibizioni morali, a causa della miseria materiale, erano crollate a tal punto che gli
impulsi criminali e pervertiti erano divenuti incalzanti. Ho esaminato questo tipo d’uomo
nel mio libro Der triebhafte Charakter (1925). Nell’Ambulatorio per tre anni dovetti
occuparmi prevalentemente di questi casi gravi. Gli psichiatri con loro andavano per le
spicce. Li mandavano nel reparto per i casi gravi dove rimanevano finché si calmavano.
Poi venivano dimessi, oppure ricoverati in manicomio non appena esplodeva una psicosi.
Provenivano quasi tutti dall’ambiente operaio e impiegatizio.
Un giorno venne in Ambulatorio un’operaia2 giovane e carina con due bambini
per mano e uno in braccio. Non era in grado di parlare. Il sintomo si chiama «mutismo
isterico». Scrisse su un foglietto che alcuni giorni prima aveva improvvisamente perso la
parola. Un’analisi era impossibile. Quindi per prima cosa tentai di eliminare il disturbo
con un trattamento ipnotico e dopo alcune sedute ci riuscii. Incominciò a parlare con voce
bassa, impaurita. Da molti anni sentiva l’impulso coatto a uccidere i suoi bambini. Il
padre dei suoi figli l’aveva abbandonata. Ella era rimasta sola e faceva la fame con i suoi
bambini. Si nutrivano miseramente con il poco denaro che ella guadagnava facendo
lavori di cucito in casa. A questo punto cominciò a pensare all’omicidio. Fu sul punto di
annegare i figli e fu colta da una paura terribile. Da quel momento fu tentata di confessare
tutto alla polizia, per proteggere i bambini da se stessa. Quest’intenzione provocò in lei
una paura mortale. Temeva di venire impiccata per ciò che aveva pensato di fare. Al solo
pensiero le si serrava la gola. Ricorse al mutismo come a una difesa contro il suo
impulso. In realtà tale mutismo era provocato da un crampo al collo (un crampo alle
corde vocali) spinto alle estreme conseguenze. Non era difficile comprendere la
situazione infantile che vi era all’origine. Orfana sin da piccola, ella era stata allevata in
casa di estranei. Avevano vissuto in sei e più in una sola stanza. Ancora bambina era stata
esposta a gravi assalti sessuali da parte di adulti. Sognava disperatamente una madre che
la proteggesse. Nelle sue fantasie immaginava di essere una lattante protetta dalla madre.
La gola e il collo erano sempre stati la sede della paura soffocante e del desiderio. Ora
era madre e vedeva i suoi figli in una situazione simile alla sua. Non dovevano continuare
a vivere. Inoltre ella aveva trasferito sui figli il profondo odio che provava per il marito.
La situazione era terribilmente complicata. Nessuno la comprendeva. Ella era
completamente frigida, ma nonostante la sua paura genitale, andava a letto con molti
uomini. L’aiutai quel tanto da permetterle di superare alcune delle difficoltà in cui si
dibatteva. Portai i suoi figli in un buon collegio. Ella riuscì di nuovo a lavorare.
Raccogliemmo un po’ di denaro per lei. In realtà la sua miseria venne solo un po’
attenuata. Lo stato di disperazione in cui vivono persone di questo tipo le spinge a
commettere azioni imprevedibili. Ella venne a cercarmi di notte in casa mia minacciando
di uccidersi e di togliere la vita ai suoi figli se non facevo questa o quell’altra cosa, se non
la proteggevo in quello o in quell’altro caso. Andai a trovarla in casa sua. Là non mi
trovai più di fronte all’alto problema dell’eziologia delle nevrosi, bensì al problema ben
diverso di come un essere umano possa sopportare cose simili per tanti anni di seguito.
Non c’era nulla, assolutamente nulla che potesse in qualche modo illuminare
quell’esistenza; solo miseria, solitudine, le chiacchiere dei vicini, le preoccupazioni per il
pane quotidiano e, per di più, le angherie criminali del padrone di casa e del datore di
lavoro. La sua capacità lavorativa, compromessa dai suoi gravi disturbi psichici, era
spremuta fino all’estremo. Le sue dieci ore di lavoro giornaliero venivano ricompensate
con circa due scellini. Doveva quindi vivere con i suoi tre bambini con 60-80 scellini al
mese! E, cosa ancora più straordinaria, ci riusciva!!! Non riuscii mai a comprendere come
facesse. E con tutto questo non era affatto trascurata fisicamente. Leggeva persino dei
libri, anche quelli che mi chiedeva in prestito.
Quando in seguito i marxisti mi fecero notare ripetutamente che l’origine sessuale
delle malattie psichiche era un capriccio borghese, che solamente la miseria materiale
generava la nevrosi, mi venivano sempre in mente casi come questo. Come se la miseria
sessuale non fosse una miseria «materiale»! Non è la miseria materiale nel senso
dell’economia marxista a generare le nevrosi; sono le nevrosi di queste persone che
distruggono la loro capacità di fare qualcosa di sensato in quella miseria, di migliorare la
loro posizione, di reggere alla concorrenza del mondo del lavoro, di comunicare con altri
che si trovano in una situazione sociale analoga, insomma di avere la mente libera per
pensare. Chi a questo punto obiettasse che questi casi rappresentano un’eccezione può
essere smentito dai fatti, e, a maggior ragione, chi tentasse di liquidare la nevrosi come
una «malattia da signore borghesi».
Alle nevrosi della popolazione lavoratrice manca soltanto la raffinatezza culturale.
Esse rappresentano una ribellione rozza, senza alcun velo, contro il massacro psichico al
quale tutti sono sottoposti. Il borghese benestante le sopporta con dignità o le vive sul
piano materiale in questo o quell’altro modo. Nella popolazione lavoratrice, esse si
manifestano sotto forma di quella tragedia grottesca che esse sono in realtà.
Un’altra malata era affetta dalla cosiddetta ninfomania. Non riusciva mai a
raggiungere la piena soddisfazione. Andava a letto quindi con tutti gli uomini che le
capitava di avvicinare, senza riuscire a soddisfarsi. Per questo motivo si masturbava con
il manico di un coltello o persino con la lama introducendola nella vagina fino a
sanguinare. Solo chi conosce i tormenti che può provocare un’eccitazione sessuale che
non può essere soddisfatta e che è esasperata, cessa di parlare della «trascendenza della
spiritualità fenomenica». Anche il caso di questa malata rivelò la funzione distruttrice di
una famiglia operaia con molti figli, povera e schiacciata dalle preoccupazioni. Madri di
questo genere non hanno tempo e possibilità di educare accuratamente i propri figli.
Quando il bambino si masturba e la madre se ne accorge, risolve il problema lanciando
un coltello in direzione del bambino. E il bambino associa il coltello con la paura di
essere punito per il suo comportamento sessuale e con il suo senso di colpa, non osa
raggiungere la soddisfazione sessuale e in seguito, sotto l’influsso di un inconscio senso
di colpa, tenta di provare l’orgasmo servendosi dello stesso coltello.
Casi come quelli descritti differivano dalle comuni nevrosi e malattie mentali. I
caratteri impulsivi sembravano rappresentare una fase di transizione dalla nevrosi alla
psicosi. L’Io era ancora in buono stato, ma era conteso tra l’affermazione delle pulsioni e
della morale e la negazione della morale e delle pulsioni. Sembrava ribellarsi alla propria
coscienza, tentare di liberarsene esagerando le azioni pulsionali. E la coscienza appariva
chiaramente come il risultato di un’educazione contraddittoria e brutale. I nevrotici
ossessivi e gli isterici venivano educati sin da piccoli in un ambiente coerentemente
antisessuale. D’altro canto, nella prima infanzia queste persone erano state sessualmente
attive, senza controllo o erano addirittura state indotte all’attività sessuale. Ma poi
improvvisamente e brutalmente erano state punite e quella punizione continuava a far
sentire i suoi effetti sotto forma di un senso di colpa sessuale. L’Io si difendeva dalla
coscienza troppo prepotente con la rimozione, allo stesso modo in cui normalmente si
difendeva dai desideri sessuali.
L’ingorgo di energia sessuale in questi casi era notevolmente superiore, e i suoi
effetti erano molto più violenti che nelle nevrosi provocate da pulsioni inibite. Durante la
cura dovevo in primo luogo lottare contro la natura, contro il carattere del malato. Le
difficoltà che presentavano oscillavano proporzionalmente al grado di tensione sessuale
o di soddisfacimento sessuale raggiunto di volta in volta. Ogni scarica di tensioni sessuali
attraverso il soddisfacimento genitale aveva immediatamente un effetto calmante
sull’esplosione patologica delle pulsioni. Chi conosce le teorie fondamentali della
sessuoeconomia si rende conto che in questi malati sono riuniti tutti gli elementi che più
tardi avrebbero costituito la mia teoria fondamentale: la resistenza caratteriale, la
funzione terapeutica del soddisfacimento genitale e l’effetto di potenziamento che
l’ingorgo sessuale ha sulle pulsioni sessuali asociali e pervertite. Potei classificare le
impressioni tratte da questi malati solo dopo aver fatto esperienze analoghe con le nevrosi
provocate da pulsioni inibite. Scrissi una monografia di otto pagine in cui formulai per la
prima volta la necessità del «lavoro di analisi caratteriale» sul malato. Freud dopo tre
giorni aveva già letto il manoscritto e mi scrisse una lettera di apprezzamento. Riteneva
possibile, così disse, che in futuro tra l’Io e il super-Io venissero scoperti meccanismi
analoghi a quelli tra l’Io e l’Es.
Il potenziamento degli impulsi pervertiti asociali, provocato da un disturbo della
normale funzione sessuale, era una novità. In questi casi nella psicoanalisi ci si
richiamava a una «forza pulsionale costituzionale». Nelle nevrosi ossessive, si diceva, la
sessualità anale sarebbe stata determinata da una «forte disposizione erogena della zona
anale». Abraham affermava che nel caso della melanconia esisteva una «forte
disposizione orale» che determinava sin da principio la predisposizione agli stati
depressivi. La fantasia masochistica di essere picchiati veniva invece considerata il
risultato di un «erotismo epidermico» particolarmente forte. Si riteneva che
l’esibizionismo fosse causato da una «erogeneità dell’occhio» particolarmente spiccata.
Nel sadismo agiva un «intenso erotismo muscolare». Queste concezioni sono
determinanti per comprendere il lavoro di chiarificazione che dovetti compiere prima di
poter utilizzare le esperienze cliniche sulla funzione della genitalità. L’incomprensione
che incontrai inizialmente era assolutamente inspiegabile.
La dipendenza dell’intensità delle azioni asociali dal disturbo della funzione
genitale era stata compresa correttamente. Essa era in contraddizione con la concezione
psicoanalitica di allora delle «pulsioni parziali» isolate. Benché Freud avesse supposto
uno sviluppo della pulsione sessuale dalla fase pregenitale a quella genitale, questa
concezione si perdeva in immagini meccanicistiche, più o meno in questo modo: ogni
zona erogena è determinata ereditariamente. A ogni zona erogena (bocca, ano, occhio,
pelle ecc.) corrisponde una specifica pulsione parziale: il piacere di succhiare, di
defecare, di guardare, di essere picchiato ecc. Ferenczi riteneva addirittura che la
sessualità genitale fosse composta da qualità pregenitali. Freud non abbandonò mai la
concezione che nella bambina esiste solo una sessualità clitoridea, e che nella prima
infanzia ella non conosce l’erotismo vaginale. Passavo e ripassavo in rassegna centinaia
di pagine manoscritte. C’era qualcosa che non andava.
Le mie osservazioni continuavano a dimostrarmi che le spinte sessuali pregenitali
aumentavano con l’impotenza e diminuivano con la potenza. Nei miei tentativi di
inquadrare questi fatti, incominciai a pensare che fosse possibile un legame sessuale
pienamente sviluppato tra figli e genitori in tutte le fasi dello sviluppo sessuale infantile.
Anche a cinque anni di età il bambino poteva desiderare la madre solo oralmente, la
bambina poteva desiderare il padre solo in modo orale o anale. I rapporti tra i bambini
piccoli e gli adulti dei due sessi potevano essere molto complessi in tutti i sensi. Lo
schema freudiano «amo il padre o la madre e odio la madre o il padre» era stato soltanto
un inizio. Feci una distinzione tra i rapporti pregenitali e genitali tra figli e genitori. Sul
piano clinico i primi rivelavano regressioni e danni psichici molto più profondi dei
secondi. Ai fini dello sviluppo, mi vidi costretto a considerare normali i rapporti genitali,
e patologici quelli pregenitali. Se un bambino amava sua madre in modo anale, cioè
pervertito, stabilire un rapporto con la donna in seguito gli sarebbe riuscito più difficile
che se avesse provato un forte attaccamento genitale per la madre. Nel secondo caso si
trattava soltanto di sciogliere la fissazione; nel primo caso tutta la sua personalità si era
sviluppata in senso passivo e femminile. Allo stesso modo era più facile curare una donna
se da bambina aveva provato un attaccamento vaginale o anale per il padre, che se avesse
ella stessa assunto il ruolo sadico maschile. Per questa ragione le isterie con le loro
fissazioni genitali incestuose erano più facili da curare delle nevrosi ossessive con la loro
struttura pregenitale.
Rimaneva ancora da chiarire per quale motivo fosse più facile risolvere le
fissazioni genitali che quelle pregenitali. Non sapevo ancora nulla della differenza
sostanziale tra la sessualità genitale e quella pregenitale. Nella psicoanalisi non veniva
fatta alcuna differenza, e non la si fa neppure oggi. Si riteneva che la genitalità potesse
venire sublimata come l’«analità» o l’«oralità». In entrambi i casi il soddisfacimento era
considerato «soddisfacimento». L’«oppressione culturale» e la «condanna» esisteva in
entrambi i casi.
A questo punto devo allargare maggiormente il discorso. L’affermazione degli
psicoanalisti di avere incluso la teoria della genitalità nella loro teoria delle nevrosi non è
esatta. È quindi necessaria una delimitazione molto precisa. È vero che le mie
pubblicazioni su questo tema a partire dal 1922 sono parzialmente entrate a far parte del
pensiero analitico, senza però riuscire a far capire i problemi essenziali. La formulazione
del problema di una differenziazione tra piacere pregenitale e piacere genitale fu il punto
di partenza dello sviluppo autonomo della sessuoeconomia. Ogni frase della mia teoria è
basata su di essa. Rispondere correttamente a essa conduce ognuno, passo per passo, sulla
strada che dovetti percorrere e che non avrei potuto evitare senza sacrificare il mio
lavoro.
4. Lo sviluppo della teoria dell’orgasmo

1. Prime esperienze

Nel dicembre 1920 Freud mi mandò in cura un giovane studente che soffriva di
coazione a rimuginare, di coazione a calcolare, fantasie anali coatte, onanismo eccessivo
in connessione con gravi sintomi di nevrastenia, dolori alla schiena e all’occipite,
distrazione, nausee. Lo tenni in cura per diversi mesi. La coazione a rimuginare si
trasformò in coazione ad associare. Il caso sembrava proprio disperato. Poi affiorò una
fantasia incestuosa e, per la prima volta, il paziente si masturbò raggiungendo il
soddisfacimento. Tutti i sintomi sparirono di colpo. Nel giro di una settimana riapparvero
gradualmente. Il paziente si masturbò una seconda volta. I sintomi scomparvero come la
prima volta per ricomparire poi gradualmente. Ciò si ripeté per diverse settimane.
Finalmente si riuscì a scoprire il suo senso di colpa onanistico e ciò permise di correggere
alcuni suoi modi dannosi di comportarsi. Il suo stato migliorò visibilmente. Dopo nove
mesi di cura lo dimisi in condizioni molto migliori e in grado di lavorare. Per sei anni
ricevetti notizie sulle sue condizioni. Più tardi si sposò e continuò a stare bene.
Nello stesso periodo analizzavo anche il cameriere, di cui ho già parlato, che
soffriva di incapacità totale di erezione. Il trattamento procedette senza difficoltà. Al terzo
anno di analisi si arrivò alla perfetta ricostruzione della «scena originaria». Aveva circa
due anni. Sua madre partorì un altro figlio. Dalla stanza accanto egli poté osservare
perfettamente quanto accadeva. L’immagine di un grande buco sanguinante tra le gambe
gli si impresse violentemente. Di quanto accadde, nella sua coscienza, rimase soltanto la
sensazione di un «vuoto» nei propri genitali. Secondo le cognizioni psicoanalitiche del
tempo, collegai l’assenza di erezione soltanto con l’impressione gravemente traumatica
dell’organo genitale femminile «castrato». Ciò era indubbiamente esatto. Solo da pochi
anni ho incominciato a notare e a comprendere il «senso di vuoto nei genitali» nei miei
pazienti. Esso corrisponde a una sottrazione di energia biologica. A quel tempo diedi un
giudizio errato sull’atteggiamento del mio paziente nel suo complesso. Egli era molto
calmo, ordinato, «buono» e faceva tutto quello che gli si chiedeva di fare. Non si
inquietava mai. In tre anni di cura non aveva avuto un solo scatto d’ira, né aveva
formulato una critica. Secondo le concezioni del tempo aveva un carattere perfettamente
«integrato» e «adattato» con un solo grave sintomo («nevrosi monosintomatica»). Riferii
sul caso al Seminario tecnico. Fu lodato il corretto inquadramento della scena originaria
traumatica. Sul piano teorico ero riuscito a chiarire perfettamente il sintomo della
mancanza di erezione. Poiché il paziente era laborioso e inserito, «adattato alla
realtà» – come si soleva dire – nessuno di noi fu colpito dal fatto che proprio quella
quiete nella sua vita affettiva, quella assoluta imperturbabilità rappresentavano la base
caratteriale gravemente malata su cui poteva persistere l’impotenza erettiva. I miei
colleghi più anziani considerarono il lavoro analitico che avevo svolto completo e
corretto. Io, invece, mi allontanai dalla riunione con un senso di insoddisfazione. Se tutto
era così bene a posto, perché l’impotenza rimaneva immutata? Qui doveva esserci una
lacuna che nessuno di noi comprendeva. Alcuni mesi dopo dimisi il paziente senza che
questi fosse guarito. Egli accettò il fatto con lo stesso stoicismo con cui aveva accettato
tutto, per tutto quel tempo. Il lavoro su questo paziente mi permise di sviluppare
l’importante concetto analitico caratteriale di «blocco emozionale». Avevo così
individuato l’importantissima correlazione esistente tra l’odierna struttura caratteriale
umana, dovuta al raffreddamento emozionale, e la progressiva insensibilità genitale.
Era l’epoca in cui la psicoanalisi richiedeva tempi di cura sempre più lunghi.
Quando iniziai la mia attività, sei mesi erano ritenuti già tanti. Nel 1923 un anno di cura
era ormai considerato normale. Si diffuse l’opinione che due o più anni di cura sarebbero
stati meglio. Le nevrosi erano considerate malattie gravi e complicate. Freud aveva tratto
la sua Storia di una nevrosi infantile, un libro divenuto famoso, da un caso che aveva
richiesto cinque anni di cura. Certo, egli ne aveva ricavato la conoscenza di tutto il
mondo delle esperienze infantili. Gli psicoanalisti facevano invece di necessità virtù.
Abraham affermava che ci volevano anni per comprendere una depressione cronica. A
suo avviso la «tecnica passiva» era l’unica possibile. I miei colleghi scherzavano spesso
sulla sonnolenza che li coglieva durante le ore di analisi. Quando per ore e ore un
paziente non forniva alcuna associazione, bisognava fumare molto per non
addormentarsi. Certi analisti dedussero addirittura da questo stato di cose splendide
teorie: se il paziente taceva, la «tecnica perfetta» esigeva dallo psicoanalista, per ore e per
settimane, un identico silenzio. Ebbi sin dall’inizio la sensazione che questo modo di fare
fosse completamente sbagliato. Provai lo stesso ad applicare questa «tecnica». Non diede
alcun risultato. I pazienti manifestavano un profondo senso di scoramento, di disagio, e di
conseguenza diventavano cocciuti. Le storielle, come quella dell’analista che nel corso di
una seduta si sveglia da un sonno profondo e trova il divano vuoto, non servivano di certo
a migliorare la situazione.
Altrettanto inutili erano le dotte spiegazioni secondo le quali l’analista poteva
tranquillamente appisolarsi perché tanto il suo inconscio avrebbe continuato a vegliare,
profondamente preoccupato per il paziente. Il suo inconscio avrebbe avuto inoltre la
capacità, al momento del risveglio, di inserirsi proprio nel punto in cui era giunto il
discorso del paziente. La situazione era deprimente e appariva disperata. D’altra parte
Freud ammoniva di non lasciarsi prendere dall’ambizione terapeutica. Lo compresi solo
molti anni dopo. Le affermazioni degli psicoterapeuti erano false. Inizialmente lo stesso
Freud, dopo aver scoperto i meccanismi inconsci, aveva sperato di poter procedere nella
direzione di una sicura psicoterapia causale. Si era ingannato. La sua delusione deve
essere stata grande. La sua conclusione, che si doveva prima di tutto continuare a cercare,
era esatta. Le ambizioni terapeutiche premature non favoriscono la scoperta di fatti nuovi.
Ignoravo come chiunque altro quale sarebbe stato l’aspetto della terra inesplorata in cui
questa necessaria ricerca avrebbe finito per condurci. Non sospettavo neppure
lontanamente che era la paura delle conseguenze sociali della psicoanalisi a spingere gli
psicoanalisti ad assumere quel loro bizzarro comportamento di fronte al problema della
terapia. Si trattava delle seguenti questioni:
1. È completa la teoria freudiana dell’eziologia delle nevrosi?
2. È possibile una teoria scientifica della tecnica e della terapia?
3. La teoria freudiana delle pulsioni è esatta e completa? In caso contrario in che
punto e sotto quale aspetto è manchevole?
4. Da dove viene la necessità della rimozione sessuale, e quindi l’epidemia delle
nevrosi?
Queste domande contenevano allo stato embrionale tutto quello che in seguito si
sarebbe chiamato sessuoeconomia.
Oggi posso formulare retrospettivamente queste domande che, se fossero state
formulate coscientemente a quell’epoca, mi avrebbero trattenuto per sempre da ogni
ulteriore ricerca. Sono felice di essere stato all’oscuro di tutto, di non avere minimamente
sospettato quali sarebbero state le loro conseguenze, di essermi dedicato ingenuamente
all’attività psicoanalitica e al completamento della costruzione teorica psicoanalitica,
credendo di agire nel nome di Freud e per l’opera della sua vita. Profondamente attaccato
all’opera della mia vita, non rimpiango per un solo istante il fatto che questo mio
atteggiamento non molto consapevole mi abbia procurato in seguito molte sofferenze.
Esso è stato il presupposto delle mie successive scoperte.
2. Integrazione della teoria freudiana della nevrosi d’angoscia

Come ho già accennato, arrivai a Freud attraverso la sessuologia. Non c’è quindi
da stupirsi che la sua teoria delle nevrosi attuali, da me chiamate nevrosi da stasi
sessuale, mi sembrasse più simpatica e più scientifica dell’«interpretazione» del
«significato», dei sintomi nelle «psiconevrosi». Freud definiva nevrosi attuali quelle
malattie che nascevano a causa dei disordini della vita sessuale attuale. A suo avviso le
nevrosi d’angoscia e la nevrastenia erano invece malattie prive di una «eziologia
psichica», erano l’espressione immediata di un ingorgo della sessualità. Erano simili a
intossicazioni. Freud supponeva l’esistenza di «sostanze chimiche sessuali» che, se
irregolarmente «metabolizzate», provocavano palpitazioni, irregolarità del battito
cardiaco, stati ansiosi acuti, sudori improvvisi e altri sintomi vegetativi. Freud era ben
lungi dallo stabilire un rapporto tra la nevrosi d’angoscia e il sistema vegetativo. La
nevrosi d’angoscia – egli sosteneva, in base alle sue esperienze cliniche – sorgeva in
seguito all’astinenza sessuale o alla pratica del coitus interruptus. Essa doveva essere
distinta dalla nevrastenia, che al contrario era causata dall’«abuso sessuale», vale a dire
da una sessualità sregolata, per esempio da masturbazioni troppo frequenti, ed era
caratterizzata da mal di schiena, emicranie, generale irritabilità, turbe della memoria e
della capacità di concentrazione ecc. Freud classificava quindi talune sindromi non
comprese dalla neurologia e dalla psichiatria ufficiale, in base alla loro eziologia. Per
questo motivo a quel tempo venne criticato dallo psichiatra Löwenfeld, il quale, come
centinaia di altri psichiatri, negava totalmente l’eziologia sessuale delle nevrosi. Freud si
attenne alla terminologia clinica ufficiale. A suo avviso i sintomi citati non facevano
sospettare alcun contenuto psichico, a differenza delle psiconevrosi, e in particolare nel
caso dell’isteria e della nevrosi ossessiva. Queste malattie rivelavano nei sintomi un
contenuto tangibile, anch’esso invariabilmente sessuale. Si trattava semplicemente di
intendere il concetto di sessualità in senso lato e in modo sensato. Al centro di ogni
psiconevrosi vi era la fantasia d’incesto e la paura di lesioni ai genitali. Si trattava
beninteso di immaginazioni sessuali infantili e inconsce che si esprimevano nei sintomi
psiconevrotici. Freud distingue rigorosamente le nevrosi attuali dalle psiconevrosi.
Ovviamente nell’attività psicoanalitico-clinica le psiconevrosi occupavano un posto di
primo piano. Secondo Freud le nevrosi attuali potevano essere guarite eliminando le
pratiche sessuali dannose. La nevrosi d’angoscia si poteva quindi guarire sopprimendo
l’astinenza o il coitus interruptus, la nevrastenia sopprimendo l’eccessiva masturbazione.
Le psiconevrosi invece, secondo Freud, esigevano un trattamento psicoanalitico.
Nonostante questa rigorosa separazione, Freud ammetteva un rapporto tra i due gruppi di
malattie. Riteneva che quasi tutte le psiconevrosi facessero perno «attorno a un nucleo
nevrotico attuale». A quest’ultima frase, molto convincente, si riallacciarono le mie
ricerche sull’angoscia da stasi. In seguito Freud non pubblicò più nulla su questo tema.
Nella nevrosi attuale freudiana l’energia sessuale è diretta in modo sbagliato sul
piano biologico. Le è impedito l’accesso alla coscienza e alla motilità. L’angoscia attuale
e i sintomi nervosi determinati direttamente sul piano fisiologico sono in un certo senso
escrescenze maligne, alimentate dall’eccitazione sessuale non scaricata. Ma anche le
strane costruzioni psichiche delle nevrosi ossessive e delle isterie assomigliavano a
escrescenze maligne, biologicamente assurde. Dove attingevano la loro energia?
Indubbiamente dal «nucleo nevrotico attuale» dell’eccitazione sessuale ingorgata. Questa
doveva quindi essere anche la fonte di energia delle psiconevrosi. L’allusione di Freud
non poteva essere interpretata in altro modo. Solo questa risposta poteva essere quella
giusta. Infastidiva l’obiezione sollevata dalla maggioranza degli psicoanalisti contro la
teoria freudiana delle nevrosi attuali. Essi affermavano che le nevrosi attuali non
esistevano affatto. Anche questi disturbi dovevano avere un’«origine psichica». Anche
nella cosiddetta «angoscia diffusa» si potevano rilevare contenuti psichici inconsci. Il
portavoce di questa teoria era Stekel. A suo avviso tutti i tipi di angoscia e di disturbi
nervosi avevano cause psichiche e non somatiche come era stato affermato per le nevrosi
attuali. Al pari degli altri, Stekel non vedeva la differenza fondamentale tra il contenuto
psicosomatico e quello psichico di un sintomo. Freud non risolse questa contraddizione,
ma non rinunciò alla sua distinzione fra i due gruppi di nevrosi. D’altra parte notavo un
gran numero di sintomi organici svolgendo la mia attività all’Ambulatorio
psicoanalitico.1 Era però innegabile che anche i sintomi delle nevrosi attuali avevano una
sovrastruttura psichica. Le nevrosi attuali pure erano rare. La linea di demarcazione non
era così rigorosa come pensava Freud. Simili problemi specialistici possono apparire
irrilevanti al profano. Vedremo in seguito che in essi si celavano questioni decisive per la
salute dell’uomo.
La psiconevrosi aveva dunque indubbiamente un nucleo nevrotico da stasi e la
nevrosi da stasi aveva una sovrastruttura psiconevrotica, La distinzione aveva ancora un
senso? Non si trattava forse soltanto di aspetti quantitativi?
Mentre la maggioranza degli analisti attribuiva tutto ai contenuti psichici dei
sintomi nevrotici, eminenti psicopatologi – come, per esempio, Jaspers nella sua
Psicopatologia – negavano totalmente il carattere scientifico dell’interpretazione
psicologica e quindi anche quello della psicoanalisi. Il «significato» di un atteggiamento
o di un’azione psichica poteva essere compreso solo sul piano delle «scienze morali» e
non sul piano delle scienze naturali. Le scienze naturali si occupano solo di quantità ed
energie, mentre le scienze morali si occupano di qualità psichiche. Non esisteva un ponte
tra il quantitativo e il qualitativo. Si trattava di risolvere un problema decisivo: il carattere
scientifico della psicoanalisi e del suo metodo. In altri termini: è possibile una psicologia
scientifica nel senso stretto della parola? La psicoanalisi può pretendere di esserla? O
rappresenta soltanto uno dei tanti rami delle scienze morali? Freud non si preoccupò di
questi problemi metodologici e continuò tranquillamente a pubblicare le sue osservazioni
cliniche. Egli non amava le discussioni filosofiche. Io invece mi trovavo a dover
combattere simili argomenti sostenuti da avversari incompetenti. Costoro volevano
accomunarci agli spiritisti e liquidare così il problema. Ma noi sapevamo che per la prima
volta nella storia della psicologia stavamo operando nel campo delle scienze naturali.
Volevamo essere presi sul serio. Nel corso delle aspre lotte per la chiarificazione di questi
problemi, nella discussione con gli avversari vennero affilate le armi con cui più tardi
difesi la causa di Freud. Se soltanto la psicologia sperimentale è una «scienza naturale»
nel senso di Wundt, perché misura quantitativamente le reazioni, se la psicoanalisi non
svolge una ricerca scientifica perché non effettua misurazioni quantitative ma si limita a
descrivere e a interpretare sconnesse manifestazioni psichiche, allora – pensai – le
scienze naturali sono sbagliate. Infatti Wundt e i suoi allievi non sapevano nulla
dell’uomo nella sua lealtà vivente. Essi lo giudicavano in base al numero di secondi che
gli occorrevano per reagire alla parola «cane». Così fanno ancora oggi. Noi invece
giudicavamo un uomo in base a come affrontava i suoi conflitti nella vita, in base ai
motivi che lo spingevano ad agire. Per me, dietro questi argomenti si profilava la
domanda se fosse possibile cogliere più concretamente il concetto freudiano di «energia
psichica», o se fosse addirittura possibile inserirlo nel concetto generale di energia.
Non si possono controbattere le argomentazioni filosofiche con i fatti. Il filosofo e
fisiologo viennese Allers rifiutava di prendere in considerazione il problema della vita
psichica inconscia, poiché l’ipotesi di un «inconscio» era «filosoficamente sbagliata a
priori». Anche oggi vengono sollevate simili obiezioni. Quando affermo che sostanze
altamente sterilizzate sono in grado di vivere, mi si risponde che non è vero, che il vetrino
doveva essere sporco, o che si trattava del «movimento di Brown». Il fatto che sia facile
distinguere lo sporco del vetrino dai bioni e il movimento di Brown dal movimento
vegetativo non ha alcuna importanza. In breve, la «scienza obiettiva» rappresenta un
grosso problema.
In questa confusione mi vennero inaspettatamente in aiuto alcune osservazioni
che avevo fatto svolgendo la mia quotidiana attività clinica, come quelle effettuate sui
due malati di cui ho già parlato. Gradualmente divenne chiaro che l’intensità di una
rappresentazione psichica dipende dalla momentanea eccitazione somatica con cui è
connessa. L’affetto nasce dalle pulsioni, quindi dal somatico. La rappresentazione è
invece un prodotto estremamente «psichico», «non somatico». In che modo la
rappresentazione «non somatica» è quindi connessa alla eccitazione «somatica»? In
stato di piena eccitazione sessuale, la rappresentazione dell’atto sessuale è viva e
incalzante. Dopo il soddisfacimento, per un certo periodo di tempo, non può essere
riprodotta, è opaca, incolore e in un certo senso svanita. Proprio qui doveva celarsi
l’enigma del rapporto tra nevrosi d’angoscia fisiogena e psiconevrosi psicogena. Dopo il
soddisfacimento sessuale il mio paziente aveva perso momentaneamente tutti i sintomi di
coazione psichica. Quando tornava l’eccitazione tornavano anche i sintomi fino al
soddisfacimento successivo. Il secondo paziente aveva invece chiarito meticolosamente
tutti i suoi problemi sul piano psichico, ma continuò a non provare alcuna eccitazione
sessuale. Le rappresentazioni inconsce da cui dipendeva la sua impotenza erettiva non
erano state influenzate dal trattamento.
Il problema incominciò a prendere forma. Compresi ormai che una
rappresentazione psichica con una quantità minima di eccitazione può provocare un
aumento dell’eccitazione. L’eccitazione così provocata rende viva e incalzante la
rappresentazione. Se l’eccitazione cessa, anche la rappresentazione si dissolve. Se non si
verifica la rappresentazione cosciente dell’atto sessuale, come nel caso della nevrosi da
stasi, a causa dell’inibizione morale, allora l’eccitazione si associa ad altre
rappresentazioni che possono essere pensate più liberamente. Ne dedussi quanto segue: la
nevrosi da stasi è un disturbo «somatico», provocato da un’eccitazione sessuale mal
diretta perché insoddisfatta. Ma senza un’inibizione psichica, l’eccitazione sessuale non
avrebbe mai potuto essere mal diretta. Mi meravigliai che questa circostanza fosse
sfuggita a Freud. Una volta che un’inibizione ha provocato l’ingorgo sessuale, può
capitare facilmente che esso rafforzi l’inibizione e che riattivi rappresentazioni infantili al
posto di quelle normali. Esperienze infantili, che in sé non hanno nulla di patologico, a
causa di un’inibizione attuale possono caricarsi di un eccesso di energia sessuale. Una
volta che ciò è accaduto, esse divengono pressanti, entrano in contraddizione con
l’organizzazione psichica adulta e devono essere soffocate con la rimozione. Sorge così la
psiconevrosi cronica con i suoi contenuti sessuali infantili, sulla base di un’inibizione
sessuale determinata da circostanze attuali e che inizialmente appare «innocua». Questa è
la natura della «regressione nevrotica a meccanismi infantili» descritta da Freud. Tutti i
casi da me trattati rivelavano l’esistenza del suddetto meccanismo. Se la nevrosi non era
esistita sin dall’infanzia, ma era esplosa tardi, allora un’inibizione sessuale «normale» o
una difficoltà della vita sessuale avevano prodotto un ingorgo, e questo ingorgo aveva
attivato i desideri incestuosi e le angosce sessuali infantili.
La domanda successiva era: l’inibizione sessuale che sta all’origine di ogni
nevrosi cronica e l’abituale negazione della sessualità sono «nevrotici» o «normali»?
Nessuno ne parlava. Sembrava che l’inibizione sessuale di una ragazza borghese bene
educata fosse del tutto ovvia. Anch’io la pensavo così, o meglio, in un primo tempo non
ci avevo nemmeno pensato. Se una donna giovane e piena di vita, a causa di un
matrimonio che la lasciava insoddisfatta sessualmente, sviluppava una nevrosi da stasi,
per esempio un’angoscia cardiaca nervosa, nessuno si chiedeva quale fosse l’inibizione
che le impediva, nonostante tutto, di raggiungere il soddisfacimento sessuale. Con
l’andare del tempo poteva svilupparsi una vera e propria isteria o una nevrosi ossessiva.
La causa prima della nevrosi era l’inibizione morale, la sua spinta era la sessualità
insoddisfatta.
A questo punto i problemi offrivano molte soluzioni. Chi intendeva affrontarli
rapidamente e decisamente si imbatteva però in una serie di grossi ostacoli. Per sette anni
credetti di lavorare completamente nel senso di Freud. Nessuno sospettava che ponendo i
problemi in questi termini si verificava un fatale intreccio di concezioni scientifiche che
erano sostanzialmente inconciliabili. La mia ingenuità mi aveva trascinato in un groviglio
di correlazioni di cui sento ancor oggi gli effetti.
3. La potenza orgastica

La mancata guarigione del cameriere metteva in forse l’esattezza della formula


terapeutica di Freud. L’altro caso mostrava chiaramente quale era il reale meccanismo
della guarigione. Per molto tempo tentai di conciliare queste antitesi. Nella sua Zur
Geschichte der Psychoanalitischen Bewegung Freud menziona, a un certo punto,
un’esperienza di Charcot, il famoso psichiatra francese. Nello studiare un caso di isteria,
Charcot disse che l’unica ricetta di cui c’era bisogno era: «Recipe. Penis normalis, dosim.
Repetatur» (prendere ripetute dosi di sesso). Il che significa che il guaio della paziente
isterica è di non essere soddisfatta genitalmente. Così l’attenzione di Freud fu attirata
dall’eziologia sessuale dell’isteria, ma egli evitò di portare fino alle estreme conseguenze
queste affermazioni. Queste frasi sono banali e hanno un certo sapore popolaresco. Io
affermo che ogni uomo che ha conservato un po’ di salute mentale sa che al malato di
mente manca una sola cosa: la ripetuta piena soddisfazione sessuale.
Invece di esaminare a fondo questo fatto, di dimostrarlo, di enunciarlo e di
cominciare subito la lotta, mi ingolfai per anni nelle teorie psicoanalitiche che distolgono
da questo problema. La maggior parte di queste teorie degli psicoanalisti, nate dopo la
pubblicazione di L’Io e l’Es di Freud, avevano un solo scopo: quello di far dimenticare al
mondo ciò che implicava la frase di Charcot: «Recipe. Penis normalis, dosim. Repetatur».
Il fatto che gli organi genitali umani non funzionino normalmente, che quindi il
soddisfacimento sia impossibile per entrambi i sessi, che da questo stato di cose derivi la
maggior parte della miseria psichica e che si possano addirittura trarre delle conclusioni
per quanto riguarda il cancro, era troppo semplice per poter essere compreso. Vediamo se
le mie sono esagerazioni da monomaniaco.
I fatti seguenti sono stati ripetutamente confermati dall’esperienza medica nei tre
posti in cui lavoravo: nel mio studio privato, nell’Ambulatorio psicoanalitico e nella
clinica psichiatrico-neurologica:
La gravità di ogni malattia psichica è direttamente proporzionale alla gravità del
disturbo genitale.
La prognosi e l’esito terapeutico dipendono direttamente dalla possibilità di
realizzare la piena capacità di soddisfacimento genitale.
Tra le centinaia di casi che osservai nel corso di alcuni anni di intensa attività, e
che avevo il compito di guarire, non c’era una sola donna che non fosse afflitta da
disturbi orgastici vaginali. Tra i pazienti di sesso maschile circa il 60-70 per cento
soffriva di gravi disturbi genitali che andavano dall’incapacità erettiva nell’atto sessuale
alla eiaculatio praecox. L’incapacità di raggiungere il soddisfacimento genitale, cioè la
cosa più naturale del mondo, si rivelò un sintomo sempre presente nelle donne e nella
suddetta percentuale di uomini. In un primo tempo non riflettei molto sul rimanente 30-
40 per cento di uomini apparentemente sani sul piano genitale e ciò nonostante nevrotici.
Il fatto di non aver riflettuto abbastanza su questi dati clinici era in perfetta linea con la
concezione psicoanalitica secondo cui l’impotenza e la frigidità sono soltanto «un
sintomo fra i tanti».
Nel novembre 1922 avevo tenuto una conferenza all’Associazione di Vienna sui
«Limiti della memoria nella cura psicoanalitica». La relazione suscitò calorosi consensi,
perché tutti i terapeuti si trovavano in difficoltà con la regola fondamentale della libera
associazione, che i pazienti non seguivano, e con i ricordi che i malati avrebbero dovuto
raccontare ma che non raccontavano. La ricostruzione della «scena originaria» compiuta
da analisti poco capaci era quasi sempre arbitraria e poco convincente. Vorrei sottolineare
che non si può dubitare dell’esattezza di quanto è stato detto da Freud sull’esistenza di
esperienze traumatiche originarie nei bambini tra il primo e il quarto anno di età. La
ricerca sui difetti del metodo era di conseguenza della massima importanza.
Nel gennaio del 1923 riferii la storia clinica di un caso di tic psicogeno: si trattava
di una donna non più giovane con un tic al diaframma, di cui ero riuscito a migliorare le
condizioni dandole la possibilità di masturbarsi genitalmente. Il mio discorso venne
approvato e lodato.
Nell’ottobre del 1923 tenni una conferenza all’Associazione sul tema
«Introspezione in un caso di schizofrenia». Per sei mesi avevo studiato un caso di
schizofrenia in cui la paziente aveva una visione particolarmente chiara dei meccanismi
delle sue manie di persecuzione. Ciò confermò le scoperte di Tausk sul ruolo
dell’apparato di influenza genitale.
Il 28 novembre 1923 tenni la mia prima importante conferenza su «La genitalità,
dal punto di vista della prognosi e della terapia psicoanalitica». Essa fu pubblicata nel
1924 sulla rivista di psicoanalisi. Era il frutto di tre anni di osservazioni. Mentre parlavo,
mi resi conto che l’atmosfera diveniva sempre più gelida. Di solito parlavo bene. Fino a
quel momento ero sempre stato ascoltato con interesse. Quando terminai, nella sala c’era
un silenzio glaciale. Dopo un breve intervallo iniziò la discussione. Dissero che la mia
affermazione che il disturbo genitale era un sintomo importante, se non il più importante,
della nevrosi, era sbagliata; altrettanto dicasi per quella secondo cui in base all’esame
della genitalità era possibile stabilire criteri prognostici e terapeutici. Due analisti
affermarono tassativamente di conoscere un gran numero di pazienti femminili «con una
vita genitale perfettamente sana». Essi mi apparvero più eccitati di quanto mi sarei
aspettato, conoscendo la loro abituale riservatezza scientifica.
In questa disputa mi trovavo in una posizione svantaggiosa. Io stesso avevo
dovuto ammettere che tra i miei pazienti maschili ve ne erano molti con una genitalità
apparentemente sana. Tra le donne la situazione invece non lasciava dubbi. Ero alla
ricerca della fonte energetica della nevrosi, del suo nucleo somatico. Esso non poteva
essere costituito che da energia sessuale ingorgata. Ma non riuscivo a spiegarmi da dove
provenisse l’ingorgo se la potenza era a posto.
Vi erano due concezioni dominanti nella psicoanalisi che alimentavano la
confusione. Un uomo veniva considerato «potente» se era in grado di compiere l’atto
sessuale. Lo si considerava «molto potente» se era in grado di compiere l’atto sessuale
più volte in una notte. I discorsi tra uomini in ogni ambiente sociale vertono
preferibilmente attorno al problema di chi in una notte riesce ad avere un maggior
numero di rapporti sessuali con una donna. Lo psicoanalista Roheim ha addirittura
definito la potenza maschile come la capacità di accoppiarsi con una donna in modo tale
da provocare un’infiammazione nella vagina.
La seconda concezione erronea era che una pulsione parziale – per esempio la
pulsione di succhiare il seno materno – potesse essere ingorgata, isolatamente dalle altre
pulsioni. In questo modo, così si affermava, si poteva spiegare l’esistenza di sintomi
nevrotici nei casi in cui «la potenza era intatta». Questa concezione corrispondeva
perfettamente all’idea di zone erogene indipendenti le une dalle altre.
Inoltre, gli psicoanalisti negarono la mia affermazione che non esisteva una sola
paziente genitalmente intatta. Una donna veniva considerata genitalmente sana se
raggiungeva l’orgasmo clitorideo. La distinzione sessuoeconomica tra eccitazione
clitoridea e vaginale era sconosciuta. In breve, nessuno aveva idea di cosa fosse la
funzione naturale dell’orgasmo. C’era una discutibile percentuale di uomini genitalmente
sani che metteva a soqquadro tutte le mie ipotesi sul ruolo prognostico e terapeutico della
genitalità. Una cosa infatti era chiara: se la mia ipotesi era esatta, e quindi il disturbo
genitale costituiva la fonte energetica dei sintomi nevrotici, allora non si sarebbe dovuto
presentare un solo caso di nevrosi accompagnato da una genitalità intatta.
In quella circostanza sperimentai ciò che si sarebbe ripetuto in occasione di
ognuna delle mie scoperte scientifiche. Da una serie di osservazioni cliniche dedussi
un’ipotesi generale. Qua e là aveva delle lacune, si prestava a obiezioni che sembravano
giustificate. E raramente gli avversari si lasciano sfuggire l’occasione di individuare
simili lacune e di servirsene per negare il tutto. Come ha detto una volta Du Teil:
«L’obiettività scientifica non è di questo mondo, e forse di nessun altro». Non ci si può
attendere una collaborazione obiettiva su un problema. Spesso i critici, senza volerlo, mi
hanno permesso di andare avanti, proprio con le loro obiezioni «di fondo». Così accadde
anche in quella occasione. L’obiezione che esistesse un gran numero di nevrotici
genitalmente sani mi spinse a osservare più da vicino la «salute genitale». Incredibile ma
vero: l’analisi meticolosa del comportamento genitale, che andasse oltre le parole «sono
andato a letto con una donna, o con un uomo», nella psicoanalisi era rigorosamente tabù.
Mi ci sono voluti più di due anni di esperienze per sottrarmi completamente a
questa distinta riservatezza e per capire che si confondeva «vögeln» (chiavare) con
«abbracciare amorosamente».
Quanto più esattamente i pazienti mi descrivevano il loro comportamento e le loro
sensazioni durante l’atto sessuale, tanto più ferma diveniva la mia convinzione clinica
che tutti, senza eccezioni, erano affetti da gravi disturbi, soprattutto quegli uomini che si
vantano di possedere o conquistare moltissime donne e di essere in grado di «farlo» più
volte in una sola notte. Non c’era alcun dubbio: essi hanno una grande potenza erettiva,
ma al momento dell’eiaculazione non provano piacere o provano uno scarso piacere o
addirittura il suo contrario, schifo e disgusto. L’esatta analisi delle fantasie durante l’atto
rivelò nella maggioranza dei casi un atteggiamento sadico o vanitoso negli uomini, e
paura, reticenza o mascolinità nelle donne. Per il cosiddetto uomo potente l’atto significa
perforazione, soggiogamento, conquista della donna. Essi vogliono semplicemente dare
una prova della loro potenza o essere ammirati per la loro prolungata erezione. Era facile
annientare questa «potenza» rivelandone i motivi. Dietro di essa si celavano gravi
disturbi dell’erezione e dell’eiaculazione. In nessuno di questi casi c’era la minima
traccia di comportamento involontario o di abbandono della vigilanza.
Solo procedendo lentamente a tentoni riuscii a conoscere a una a una le
caratteristiche dell’impotenza orgastica. Mi ci volle un decennio prima di riuscire a
comprendere pienamente questo disturbo, a descriverlo e a eliminarlo in modo
tecnicamente ineccepibile.
Le ricerche su questo disturbo rappresentavano il problema clinico centrale della
sessuoeconomia e sono ben lungi dall’essere concluse. L’impotenza orgastica, per la
sessuoeconomia, riveste un’importanza paragonabile a quella del complesso di Edipo
nella psicoanalisi. Chi non la comprende esattamente non può pretendere di essere
considerato un sessuoeconomista. Non comprenderà mai veramente le conseguenze che
ne derivano. Non capirà né la differenza tra sano e malato, né l’angoscia del piacere, né la
natura patologica del conflitto tra figli e genitori, né la miseria coniugale. Forse si
dedicherà alla riforma sessuale, ma non riuscirà mai a modificare nella sostanza la
miseria sessuale. Egli ammirerà gli esperimenti bionici, forse addirittura li imiterà, ma
non si dedicherà mai alla ricerca sessuoeconomica nei processi vitali. Non comprenderà
mai l’estasi religiosa e tanto meno l’irrazionalismo fascista. Rimarrà ancorato, poiché gli
mancano le premesse fondamentali, all’antitesi tra natura e cultura, pulsione e morale,
sessualità ed efficienza lavorativa. Non sarà in grado di risolvere realmente un solo
problema pedagogico. Non comprenderà mai l’identità tra processo sessuale e processo
vitale, e quindi neppure la teoria sessuoeconomica del cancro. Riterrà sano ciò che è
malato e malato ciò che è sano. Infine, fraintenderà l’aspirazione umana alla felicità e
trascurerà la paura che gli uomini hanno della felicità. In breve, egli potrà essere
qualunque cosa, tranne un sessuoeconomista che sa che l’uomo è l’unica specie biologica
che ha distrutto dentro di sé la naturale funzione sessuale e che da ciò derivano le sue
sofferenze.
Esporrò la teoria dell’orgasmo così come è andata evolvendosi e quindi non in
forma sistematica. In tal modo la sua logica interna diverrà più facilmente comprensibile.
Apparirà chiaro che nessun cervello umano avrebbe potuto inventare questi
concatenamenti.
Fino al 1923, anno di nascita della teoria dell’orgasmo, nella sessuologia e nella
psicoanalisi si conosceva soltanto la potenza eiaculativa e quella erettiva. Se non si
prendono in considerazione anche le componenti energetiche, economiche ed
«esperienziali», il concetto di potenza sessuale non ha alcun senso. La potenza erettiva e
quella eiaculativa sono soltanto premesse indispensabili alla potenza orgastica. La
potenza orgastica è la capacità di abbandonarsi, senza alcuna inibizione, al flusso
dell’energia biologica, la capacità di scaricare l’eccitazione sessuale accumulata,
attraverso contrazioni piacevoli involontarie del corpo. Non c’è un solo nevrotico che
abbia questa capacità, e la stragrande maggioranza degli uomini soffre di nevrosi del
carattere.
L’intensità del piacere nell’orgasmo (nell’atto sessuale privo di angoscia e di non-
piacere e di fantasie) dipende dal grado di tensione sessuale concentrata nell’organo
genitale; essa è tanto più intensa, quanto più grande e rapida è la «caduta»
dell’eccitazione.
La seguente descrizione dell’atto sessuale orgasticamente soddisfacente riguarda
solo il decorso di alcune fasi e di alcuni modi di comportamento tipici e biologicamente
determinati. Non tengo conto dei giochi di eccitazione biologici che dipendono dalle
varie esigenze individuali e che non costituiscono una regola generale. Inoltre va tenuto
presente che i processi bioelettrici dell’orgasmo sono tuttora inesplorati; per questo
motivo la descrizione è quindi necessariamente incompleta.
I. FASE DEL CONTROLLO VOLONTARIO DELL'AUMENTO DEL PIACERE

1. L’erezione è piacevole e non dolorosa come nel caso del priapismo («erezione a
freddo») o di spasmi del pavimento pelvico o dello spermidutto.
L’organo genitale non è sovraeccitato come nel caso di astinenza prolungata o nei
casi di eiaculatio praecox. Il sangue affluisce nel genitale femminile che, attraverso
un’abbondante secrezione delle ghiandole genitali, si inumidisce in modo specifico.
Cioè nel caso in cui la funzione genitale non sia disturbata, la secrezione ha
proprietà chimiche e fisiche specifiche che mancano quando la funzione genitale è
turbata.
Determinante è l’eccitazione delle mucose della vagina. Un’importante
caratteristica della potenza orgastica dell’uomo è la spinta a penetrare. Possono infatti
verificarsi erezioni senza questa spinta, come, per esempio, nel caso di alcuni caratteri
narcisistici erettivamente potenti, e nella satiriasi.
2. Uomo e donna sono affettuosi, senza impulsi contraddittori. Vanno considerate
deviazioni patologiche da questo comportamento: l’aggressività risultante da impulsi
sadici, come nel caso di certi nevrotici ossessivi con potenza erettiva, e l’inattività del
carattere passivo-femminile. Nel «coito onanistico» con un oggetto non amato, manca la
tenerezza. Normalmente l’attività della donna non si distingue in nulla da quella
dell’uomo. La passività della donna, tanto largamente diffusa, è patologica ed è spesso il
risultato delle fantasie masochistiche di essere violentate.
3. Il piacere, che durante gli atti preliminari si è mantenuto circa allo stesso
livello, aumenta improvvisamente in ugual misura – sia nell’uomo sia nella donna – con
la penetrazione del membro. Alla sensazione dell’uomo di «venire succhiato»
corrisponde la sensazione della donna di «succhiare il pene».

Schema delle fasi tipiche dell’atto sessuale con potenza orgastica nei due sessi
P = prepiacere (1, 2); Pe = penetrazione (3); I (4, 5) = fase del controllo volontario
dell’eccitazione, e nel quale il prolungamento non è ancora dannoso; II (6 a-d) = fase
delle contrazioni muscolari involontarie e dell’aumento automatico del piacere; III (7) =
improvvisa e rapida ascesa verso l’acme (A); IV (8) = orgasmo: le parti tratteggiate
rappresentano la fase delle contrazioni involontarie del corpo; V (9, 10) = rapida caduta
dell’eccitazione; R = rilassamento: durata, dai cinque ai venti minuti.

4. Aumenta la spinta dell’uomo a penetrare profondamente, senza però assumere


la forma sadica del «voler perforare» come nel caso dei caratteri nevrotici ossessivi.
Attraverso il reciproco, lento, spontaneo, non sforzato strofinamento, l’eccitazione si
concentra sulla superficie del pene e sul glande, e, rispettivamente, sulle parti posteriori
della mucosa vaginale. La sensazione caratteristica che prima annuncia e poi accompagna
l’eiaculazione è ancora del tutto assente, a differenza di quanto accade nei casi di
eiaculatio praecox. Il corpo è ancora meno eccitato del genitale. La coscienza è
completamente concentrata sulla percezione del flusso delle sensazioni di piacere; l’Io vi
partecipa attivamente in quanto cerca di cogliere tutte le possibilità di piacere e di
raggiungere la massima tensione prima che inizi l’orgasmo. Naturalmente questo non
accade in base a ragionamenti coscienti, bensì spontaneamente in base alle esperienze
precedenti, che variano da persona a persona, modificando la posizione, il tipo di
strofinamento, il suo ritmo, ecc. Secondo quanto è stato dichiarato unanimemente da
uomini e donne orgasticamente potenti, le sensazioni di piacere sono tanto più intense,
quanto più gli strofinamenti sono lenti, delicati e reciprocamente armonizzati. Ciò
presuppone una notevole capacità di identificarsi con il proprio partner. Il pendant
patologico è costituito invece dalla spinta a effettuare violenti strofinamenti, cosa che si
riscontra soprattutto nei caratteri nevrotici ossessivi sadici con anestesia del pene e
incapaci di raggiungere l’eiaculazione, e nella fretta nervosa di coloro che soffrono di
eiaculatio praecox. Gli individui orgasticamente potenti durante l’atto sessuale non
parlano e non ridono mai se non per scambiarsi tenere parole. Entrambe le cose, il parlare
e il ridere, indicano un grave disturbo della capacità di abbandono che è il presupposto
necessario per sprofondare completamente nel flusso di sensazioni di piacere. Gli uomini
che considerano l’abbandono una cosa «femminile» sono sempre orgasticamente
disturbati.
5. In questa fase l’interruzione dello strofinamento è piacevole in sé, a causa delle
particolari sensazioni di piacere che si provano nello stato di riposo e può essere
effettuata senza alcuno sforzo psichico; ciò prolunga l’atto sessuale. Nello stato di riposo
l’eccitazione cade nuovamente un poco, senza svanire del tutto come nei casi patologici.
L’interruzione dell’atto sessuale compiuta ritirando il membro non è spiacevole, se ciò
avviene dopo un periodo di riposo. In caso di strofinamento continuato, l’eccitazione
aumenta costantemente oltre il livello precedente l’interruzione, si estende
progressivamente sempre più a tutto il corpo, mentre il genitale rimane più o meno allo
stesso livello di eccitazione. Infine, a causa di un nuovo, di solito improvviso,
accrescimento dell’eccitazione genitale, inizia la seconda fase.
II. FASE DELLE CONTRAZIONI MUSCOLARI INVOLONTARIE

6. In questa fase il controllo volontario del decorso dell’eccitazione non è più


possibile. Essa ha le seguenti caratteristiche:
a) L’aumento dell’eccitazione non può più essere regolato; esso si impadronisce
anzi dell’intera persona e determina un’accelerazione delle pulsazioni e profonde
espirazioni.
b) L’eccitazione del corpo si concentra sempre più sul genitale, e sopraggiunge
una dolce sensazione che può essere efficacemente descritta come una irradiazione
dell’eccitazione dal genitale.
c) Questa eccitazione provoca in un primo tempo contrazioni involontarie
dell’intera muscolatura genitale e del pavimento pelvico. Esse hanno un decorso
ondulatorio: l’alto dell’onda coincide con la completa penetrazione del membro, il basso
con il suo ritiro. Non appena il ritiro supera un certo limite, sopraggiungono
immediatamente contrazioni spasmodiche che accelerano l’eiaculazione. Nella donna in
questo caso si contrae la muscolatura liscia della vagina.
d) In questo stadio l’interruzione dell’atto sessuale è assolutamente spiacevole sia
per l’uomo sia per la donna: le contrazioni muscolari che conducono all’orgasmo e
all’eiaculazione nell’uomo, invece di avvenire ritmicamente, in caso di interruzione
avvengono in modo spasmodico. Ne risulta una sensazione profondamente spiacevole e
occasionalmente anche dolori nel pavimento pelvico e nella spina dorsale; inoltre,
l’eiaculazione, a causa dello spasmo, avviene prima di quando avverrebbe se il
movimento ritmico continuasse indisturbato.
Il prolungamento volontario della prima fase dell’atto sessuale (da 1 a 5) fino a
un certo grado non è dannoso e ha anzi l’effetto di aumentare il piacere; l’interruzione o
la modificazione volontaria del decorso dell’eccitazione nella seconda fase è invece
dannosa, poiché in essa il decorso avviene in modo riflesso. 7. Attraverso un’ulteriore
intensificazione delle contrazioni muscolari involontarie e con l’aumento della loro
frequenza, l’eccitazione cresce rapidamente e ripidamente fino all’acme (da III ad A nello
schema); normalmente nell’uomo l’acme coincide con la prima contrazione muscolare
eiaculatoria. 8. A questo punto avviene un offuscamento più o meno accentuato della
coscienza; gli sfregamenti si intensificano spontaneamente, dopo che nel momento
dell’acme «acuta» erano brevemente cessati, e la spinta a «penetrare completamente»
diviene più intensa a ogni contrazione muscolare eiaculatoria. Nella donna le contrazioni
muscolari hanno un decorso identico a quello dell’uomo; sussiste solo la differenza
psichica che la donna sana, durante e immediatamente dopo l’acme, desidera «ricevere
completamente». 9. L’eccitazione orgastica si diffonde in tutto il corpo e determina vivaci
contrazioni di tutta la muscolatura del corpo. Auto-osservazioni di individui sani di
entrambi i sessi, così come l’analisi di certi disturbi dell’orgasmo, rivelano che ciò che
chiamiamo allentamento della tensione e che percepiamo come scarica motoria (tratto
discendente dell’orgasmo), è essenzialmente il risultato del rifluire dell’eccitazione dal
genitale al corpo. Questo riflusso viene percepito come un calo improvviso della
tensione. L’acme rappresenta quindi il punto in cui l’eccitazione cambia direzione: fino
all’acme essa era diretta verso l’organo genitale, e dopo l’acme si muove in direzione
opposta, cioè verso tutto il corpo. Il completo riflusso dell’eccitazione costituisce il
soddisfacimento. Questo significa due cose: trasformazione dell’eccitazione nel corpo e
scarica dell’apparato genitale. 10. Prima che venga toccato il punto zero, l’eccitazione
diminuisce lentamente seguendo una curva molto dolce, e a essa si sostituisce
immediatamente una piacevole distensione fisica e psichica; nella maggioranza dei casi si
verifica anche un forte bisogno di dormire. I rapporti sensuali si sono spenti, ma nei
confronti del partner continua a sussistere un rapporto «appagato», accompagnato da un
sentimento di tenerezza e di gratitudine. D’altra parte l’individuo afflitto da impotenza
orgastica prova spossatezza, disgusto, repulsione, fastidio e indifferenza, e qualche volta
odio per il partner. Nel caso di satiriasi e di ninfomania l’eccitazione sessuale non si
spegne. L’insonnia è uno dei sintomi più importanti di insoddisfazione. Quando il malato
racconta di addormentarsi subito dopo l’atto, non si deve invece dedurre senz’altro che ha
raggiunto il soddisfacimento. Se riesaminiamo ancora una volta le due fasi dell’atto
sessuale, notiamo che la prima è prevalentemente caratterizzata dall’esperienza sensoria
del piacere, la seconda, dall’esperienza motoria. Le contrazioni involontarie
bioenergetiche dell’organismo e la completa scarica dell’eccitazione sono i sintomi più
importanti della potenza orgastica. La parte tratteggiata della curva dell’orgasmo
rappresenta la distensione vegetativa involontaria. Esistono allentamenti parziali
dell’eccitazione che sono simili all’orgasmo; in passato sono stati considerati come il
vero allentamento. L’esperienza clinica insegna che gli uomini hanno perduto la capacità
del totale abbandono vegetativo involontario a causa della generale repressione sessuale.
Per «potenza orgastica» intendo proprio quest’ultima parte, rimasta finora sconosciuta,
dell’eccitabilità e dell’allentamento della tensione. La potenza orgastica costituisce la
funzione biologica originaria e fondamentale che l’uomo ha in comune con tutti gli esseri
viventi. Tutte le sensazioni della natura derivano da questa funzione o dalla brama di
essa. Il decorso dell’eccitazione femminile non si differenzia in nulla da quello
dell’eccitazione maschile. L’orgasmo risulta più intenso nei due sessi quando i punti
culminanti dell’eccitazione genitale coincidono. Ciò accade di frequente negli individui
che sono capaci di concentrare la tenerezza e la sensualità su un partner e quando trovano
una reazione corrispondente, e ciò è la regola, quando il rapporto amoroso non è turbato
né interiormente né esteriormente. Almeno in questi casi le fantasie coscienti sono
completamente assenti; l’Io coglie solo le sensazioni di piacere verso le quali è
completamente proteso. La capacità di concentrarsi con tutta la propria personalità
affettiva sull’esperienza orgastica, nonostante alcune contraddizioni, è un’altra
caratteristica della potenza orgastica. È difficile stabilire se manchino anche le fantasie
inconsce. Alcuni sintomi sembrano confermarlo. Le fantasie a cui non si permette di
divenire coscienti possono soltanto esercitare un’azione di disturbo. Tra le fantasie che
possono accompagnare l’atto sessuale bisogna distinguere quelle in armonia con
l’esperienza sessuale e quelle che la contraddicono. Se il partner è almeno
momentaneamente capace di attirare su di sé tutti gli interessi sessuali, allora anche la
fantasia inconscia diviene superflua; per sua natura essa è in contrasto con l’esperienza
reale, poiché si fantastica solo su ciò che non si può avere realmente. Esiste un autentico
transfert dall’oggetto originario al partner. Esso può sostituire l’oggetto fantasmatico
perché nei suoi tratti essenziali si identifica con esso. Se invece il transfert degli interessi
sessuali avviene solo in base alla ricerca nevrotica dell’oggetto originario (senza che il
partner si identifichi nei suoi tratti essenziali con l’oggetto fantasmatico), e senza avere
l’intima capacità di realizzare un autentico transfert, allora nessuna illusione sarà in grado
di fugare una leggera sensazione di insincerità nel rapporto. Nel primo caso non c’è
delusione dopo l’atto, nel secondo è inevitabile, poiché possiamo supporre che l’attività
fantastica durante l’atto non sia mai cessata ma sia servita piuttosto a mantenere
l’illusione. Nel primo caso l’oggetto originario ha perso il suo interesse e quindi anche il
potere di ispirare fantasie, in quanto esso si è concretizzato nel partner. Nei casi di
transfert autentico, non si verifica la sopravvalutazione sessuale del partner; le
caratteristiche che sono in contrasto con l’oggetto originario vengono valutate e tollerate
in giusta misura; nei casi di falso transfert l’idealizzazione è eccessiva e predominano le
illusioni; le caratteristiche negative non vengono percepite e l’attività fantastica non può
essere interrotta, altrimenti l’illusione svanirebbe. Quanto più la fantasia si deve sforzare
per avvicinare il partner all’ideale tanto più il piacere sessuale perde intensità e valore
sessuoeconomico. Dipende dal genere delle discordanze che accompagnano abitualmente
ogni rapporto umano di una certa durata se e in quale misura esse contribuiscono a
ridurre l’intensità dell’esperienza sessuale. Questa riduzione condurrà tanto più
facilmente a un disturbo patologico quanto più forte è la fissazione all’oggetto originario
e l’incapacità di effettuare un transfert autentico, e quanto maggiore è il dispendio di
energia necessario per superare l’avversione per il partner. 4. La stasi sessuale fonte
energetica della nevrosi
All’Ambulatorio, sin dalle mie prime osservazioni cliniche del 1920, avevo
accuratamente rilevato e annotato i disturbi genitali. Dopo circa due anni avevo raccolto
sufficiente materiale per trarre la seguente conclusione: il disturbo della genitalità non è,
come si era sempre creduto, un sintomo fra tanti altri, ma è il sintomo della nevrosi.
Gradualmente, tutti gli argomenti cominciarono a convergere in un’unica direzione: le
malattie psichiche non sono soltanto la conseguenza di un disturbo sessuale nel senso lato
di Freud, ma sono ancora più chiaramente il risultato del disturbo della funzione genitale,
nel senso stretto dell’impotenza orgastica. Se avessi di nuovo limitato la sessualità a
quella genitale, sarei ricaduto nella vecchia ed errata concezione della sessualità sostenuta
prima di Freud: soltanto ciò che è genitale è sessuale. Ampliando il concetto di funzione
genitale con quello della potenza orgastica e definendolo in termini di energia, sviluppai
le teorie psicoanalitiche della sessualità e della libido procedendo in modo lineare. Queste
erano le argomentazioni: 1. Se ogni malattia psichica ha un nucleo di eccitazione sessuale
ingorgata, allora esso può essere solo causato dal disturbo della capacità di soddisfazione
orgastica. L’impotenza e la frigidità sono quindi la chiave per la comprensione
dell’economia delle nevrosi. 2. La fonte energetica della nevrosi viene creata dalla
differenza tra accumulazione e scarica di energia sessuale. L’apparato psichico nevrotico
si differenzia da quello sano per la costante presenza di eccitazione sessuale insoddisfatta.
Ciò vale non soltanto per le nevrosi da stasi (le nevrosi attuali di Freud), ma per tutte le
malattie psichiche, con o senza sintomi.
3. La formula di Freud per la cura delle nevrosi è corretta, ma incompleta. Premessa
essenziale della cura è la presa di coscienza della sessualità rimossa. Ma questo da solo
non basta a guarire; può guarire, ma non necessariamente. Ed essa guarisce soltanto
quando elimina anche la fonte energetica della nevrosi: l’ingorgo sessuale. In altre
parole, quando la coscienza delle esigenze pulsionali genera anche la capacità di
raggiungere il pieno soddisfacimento orgastico. In tal modo all’escrescenza psichica
patologica viene sottratta l’energia alla fonte (principio della sottrazione di energia). 4.
L’obiettivo supremo e più importante della terapia analitica causale delle nevrosi è quindi
indubbiamente la realizzazione della potenza orgastica, della capacità di scaricare una
quantità di energia sessuale pari a quella accumulata. 5. L’eccitazione sessuale è un
processo specificamente somatico. I conflitti delle nevrosi sono di natura psichica. Un
lieve conflitto, di per sé normale, produce un piccolo disturbo dell’equilibrio energetico
sessuale; non può essere altrimenti. Questo piccolo ingorgo alimenta il conflitto, che a
sua volta alimenta l’ingorgo. In tal modo conflitto psichico e ingorgo somatico di
eccitazione si potenziano a vicenda. Il conflitto psichico centrale è il rapporto sessuale tra
figli e genitori. Esso non manca in nessuna nevrosi. Costituisce il materiale storico delle
esperienze di cui la nevrosi si nutre sul piano contenutistico. Tutte le fantasie nevrotiche
derivano dai primi rapporti infantili sessuali con i genitori. Eppure, il conflitto figli-
genitori da solo non potrebbe provocare un turbamento duraturo dell’equilibrio psichico,
se non fosse costantemente alimentato dall’ingorgo attuale dell’eccitazione, che all’inizio
è stato creato dal conflitto. L’ingorgo dell’eccitazione è quindi il fattore eziologico
sempre attuale che alimenta la nevrosi non sul piano contenutistico ma su quello
energetico. I legami patologicamente incestuosi con i genitori e con fratelli o sorelle
perdono la loro forza se si elimina l’ingorgo energetico attuale, in altri termini, se nel
presente attuale viene vissuto il pieno soddisfacimento orgastico. Il carattere patogeno
del complesso di Edipo dipende dal grado della scarica dell’energia sessuale. Così, le
nevrosi attuali e le psiconevrosi si intrecciano e non sono neppure pensabili le une senza
le altre. Appare quindi chiaro che ogni ulteriore passo nel campo della genitalità dava
ragione a Freud e rafforzava la sua posizione teorica.

Schema della correlazione tra l’esperienza contenutistica infantile e l’ingorgo sessuale


a. Inibizione socio-sessuale (O) b. La stasi produce una fissazione sui genitori (contenuto
storico, ☐) c. Fantasia d’incesto d. Fonte energetica della nevrosi e. La nevrosi mantiene
lo stato di stasi (ingorgo attuale di energia)
6. La sessualità pregenitale (orale, anale, muscolare ecc.) ha una dinamica
sostanzialmente differente da quella genitale. Se le attività sessuali non genitali vengono
mantenute, la funzione genitale viene disturbata. Questo disturbo sviluppa fantasie e
azioni pregenitali. Le fantasie e le azioni pregenitali che riscontriamo nelle nevrosi e nelle
perversioni non sono soltanto causa del disturbo genitale, ma almeno nella stessa misura
sono una sua conseguenza. Si noterà che qui si stava preparando la distinzione tra
pulsioni naturali e pulsioni secondarie del 1936. La frase: il disturbo generale della
sessualità è una conseguenza del disturbo genitale, cioè dell’impotenza, era decisiva per
quanto riguarda la teoria delle pulsioni e della cultura: per sessualità genitale intendevo
una funzione sconosciuta e che non coincideva con le concezioni abituali sulle attività
sessuali degli uomini. Come non sono la stessa cosa «genitale» e «sessuale», così non lo
sono neppure «genitale» nell’accezione sessuoeconomica e «genitale» nel linguaggio
comune. 7. Inoltre si chiarì in modo semplice un problema della teoria delle nevrosi che
aveva tormentato Freud. Le malattie psichiche presentano ovunque soltanto «qualità».
Ciò nonostante esse sembrano sempre dipendere dal cosiddetto fattore «quantitativo»,
dall’intensità e dalla forza, dalla carica energetica delle esperienze e delle attività
psichiche. In una riunione ristretta del gruppo, Freud una volta aveva consigliato la
prudenza. Si poteva prevedere – disse – che la terapia psichica delle nevrosi avrebbe
trovato un pericoloso concorrente, la futura orgonoterapia. Nessuno poteva ancora
immaginare in che forma sarebbe apparsa, ma alle nostre spalle, disse, si potevano già
sentire i passi dei suoi sostenitori. Un giorno, egli proseguì, alla psicoanalisi sarebbe stata
data una base organica. Era una tipica intuizione freudiana? Quando Freud pronunciò
queste parole, compresi che la soluzione del problema quantitativo della nevrosi
implicava la soluzione del problema dell’organoterapia. Una via d’accesso poteva venire
aperta soltanto dal trattamento dell’ingorgo sessuale fisiologico. Io mi trovavo su questa
strada. Cinque anni fa si registrarono i primi successi nella soluzione del problema, nel
campo dell’analisi caratteriale si lottava per i primi princìpi fondamentali della tecnica
della vegetoterapia delle nevrosi. C’erano voluti però quindici anni di duro lavoro e di
violente battaglie. Negli anni tra il 1922 e il 1926 prese forma e si consolidò punto per
punto la teoria dell’orgasmo e, successivamente, la tecnica dell’analisi caratteriale. Ogni
ulteriore esperienza, tanto i successi quanto gli insuccessi nell’attività medica, confermò
la teoria che spontaneamente aveva preso forma nella mia mente in base alle prime,
decisive osservazioni. Divennero ben presto chiare le direzioni in cui il lavoro avrebbe
dovuto articolarsi. L’attività clinica sul malato conduceva in una direzione fino al punto
in cui si trova attualmente il lavoro sperimentale sessuoeconomico. In un’altra direzione
conduceva alla domanda: da dove viene e che funzione ha la repressione sociale della
vita sessuale? Molto più tardi, solo a partire dal 1933, il primo ordine di problemi portò a
una ramificazione laterale biologica della sessuoeconomia: la ricerca sui bioni, la ricerca
sessuoeconomica sul cancro e le ricerche sulle manifestazioni della radiazione orgonica.
Il secondo ordine di problemi, circa sette anni dopo, si scisse a sua volta nella sociologia
sessuale vera e propria da un lato, e nella psicologia politica dall’altro.2 La teoria
dell’orgasmo determina il settore psicologico, psicoterapeutico, fisiologico-biologico
della sessuoeconomia. Mi guardo bene dal pretendere che questa struttura della
sessuoeconomia possa sostituire le suddette discipline specifiche. Oggigiorno la
sessuoeconomia può pretendere di essere una teoria scientifica coerente della sessualità,
dalla quale tutti gli aspetti della vita umana possono attendersi un fecondo rinnovamento.
Ciò impone ovviamente un’esposizione dettagliata della sua struttura e di tutte le sue
ramificazioni. Poiché il processo vitale si identifica con il processo sessuale, la
ramificazione della sessuoeconomia è logica: in tutto ciò che è vivente, agisce l’energia
sessuale, vegetativa. Questa frase è estremamente pericolosa, proprio perché è così
semplice e assolutamente esatta. Per applicarla correttamente, si deve impedire che
divenga una sciocca banalità o un puro e semplice schema. I posteri non stanno lì ad
affaticarsi troppo. Essi prendono una materia elaborata faticosamente e se ne servono
comodamente. Non si sforzano di applicare in modo sempre nuovo tutte le sottigliezze
metodologiche. Si irrigidiscono, e con essi si irrigidisce l’intera problematica. Spero di
riuscire a evitare che la stessa sorte tocchi alla sessuoeconomia.
5. Lo sviluppo della tecnica dell’analisi caratteriale

1. Difficoltà e contraddizioni

La tecnica psicoanalitica si serviva del metodo della libera associazione del


pensiero per riuscire a individuare e a interpretare le fantasie inconsce. Ci si era accorti
che l’effetto terapeutico dell’interpretazione era limitato. I pazienti capaci di fare libere e
spontanee associazioni erano rarissimi. I miglioramenti che si ottenevano erano il
risultato della liberazione genitale. Nella maggioranza dei casi ciò si verificava
casualmente attraverso uno sblocco dell’apparato psichico in seguito alla libera
associazione. Mi rendevo conto che le soluzioni genitali avevano grandi effetti terapeutici
ma non riuscivo a controllarle. Non si sapeva mai con precisione a quali processi
verificatisi nel malato fosse da attribuire la casuale liberazione. Da ciò derivava
l’impellente necessità di migliorare la tecnica analitica.
Ho già descritto la situazione disperata in cui versava allora la tecnica
psicoanalitica. Quando nell’autunno del 1924 assunsi la direzione del Seminario tecnico
di Vienna, avevo già un’idea del lavoro che si sarebbe dovuto svolgere. Nei due anni
precedenti, la mancanza di sistematicità nelle relazioni sui casi di malattia si era rivelata
un elemento di disturbo. Elaborai quindi uno schema perché ci fosse maggiore ordine
nelle relazioni. Poiché i casi presentano sempre una quantità di esperienze che finiscono
per creare confusione, proposi di limitarsi a mettere in evidenza solo ciò che era
necessario per la formulazione tecnica del problema; il resto sarebbe risultato
automaticamente nel corso della discussione. In passato di solito ci si limitava a
descrivere la storia dell’infanzia del paziente senza alcun riferimento con il problema
terapeutico, fornendo alla fine una serie di suggerimenti sconnessi. Tutto ciò mi sembrava
insensato. Se la psicoanalisi era una terapia causale, scientifica, le varie misure tecniche
necessarie dovevano risultare automaticamente dalla struttura del caso. La struttura della
nevrosi poteva essere determinata soltanto dalla fissazione a situazioni infantili.
L’esperienza dimostrava inoltre che le resistenze venivano aggirate in parte perché non le
si riscontrava, in parte perché si riteneva che costituissero un ostacolo per il lavoro e che
quindi dovevano possibilmente essere evitate. Nel primo anno di attività come direttore
del Seminario si discussero quindi esclusivamente le situazioni di resistenza. All’inizio
non sapevamo cosa fare, ma imparammo ben presto molte cose.
Il risultato più importante del primo anno di attività del Seminario fu la
constatazione che gli analisti intendevano per «transfert» solo quello positivo e non
quello negativo, sebbene Freud avesse fatto da tempo questa distinzione sul piano teorico.
Gli analisti cercavano di evitare di spingere il paziente a esprimere pareri negativi o
critiche imbarazzanti, erano restii ad ascoltarli, a confermarli o a confutarli. In breve, ci si
sentiva insicuri sul piano umano e personale di fronte alla materia sessuale e alla grande
problematicità della natura umana.
Risultò inoltre che esistevano atteggiamenti ostili inconsci del paziente che
rappresentavano i pilastri dell’intera nevrosi. Ogni interpretazione del materiale inconscio
urtava contro questa ostilità latente. Di conseguenza non si doveva interpretare nulla di
inconscio prima di aver scoperto ed eliminato questi atteggiamenti ostili latenti. Tutto ciò
era in linea con i già noti princìpi del lavoro pratico, ma si trattava di esercitarsi ad
applicarlo.
La formulazione di domande pratiche permise di eliminare molti atteggiamenti
sbagliati e di comodo dei terapeuti, come, per esempio, il cosiddetto «attendere».
L’«attendere» avrebbe dovuto avere un significato. Quasi sempre era invece dovuto
all’incapacità di procedere diversamente. Condannammo l’abitudine di molti colleghi di
limitarsi a rimproverare il malato quando questi manifestava resistenza contro il
trattamento. In accordo con i princìpi psicoanalitici, dovevamo invece comprendere ed
eliminare la resistenza con mezzi analitici. A quel tempo, quando i trattamenti
giungevano a un punto morto, si usava stabilire un termine. Il paziente doveva decidersi
entro una certa data a «rinunciare alla resistenza che opponeva alla guarigione». Se non
vi riusciva, ci si limitava a constatare che aveva «resistenze insormontabili».
Non dimentichiamo che all’Ambulatorio le nostre capacità erano messe
costantemente a dura prova.
Nessuno sospettava minimamente che tali resistenze potessero essere ancorate
fisiologicamente.
C’era una serie di misure tecniche sbagliate che dovevano essere eliminate.
Poiché io stesso avevo commesso per cinque anni quegli errori pagandoli con gravi
insuccessi, li conoscevo bene e li riconoscevo anche negli altri. Per esempio nel caso del
lavoro non sistematico svolto sul materiale associativo fornito dal paziente. Si
interpretava il materiale «così come veniva», non tenendo conto della sua profondità e
delle resistenze che impedivano una reale comprensione. Ciò creava spesso situazioni
grottesche. I malati comprendevano ben presto ciò che lo psicoanalista in teoria si
aspettava da loro, e fornivano le corrispondenti «associazioni». Fornivano materiale per
far piacere all’analista. Certi pazienti astuti traevano in inganno più o meno
coscientemente l’analista: facevano, per esempio, sogni estremamente confusi che
nessuno era in grado di comprendere. Proprio il carattere costantemente confuso dei
sogni era il problema decisivo, non il loro contenuto. In altri casi producevano un
simbolo dopo l’altro. Scoprivano ben presto i significati sessuali che avevano tali simboli,
e da quel momento erano in grado di operare con dei concetti. Parlavano del «complesso
di Edipo» senza la minima traccia di affetto. Interiormente non credevano alle
interpretazioni delle associazioni che avevano fornito e che invece l’analista aveva preso
sul serio. Quasi tutti i trattamenti avvenivano in modo caotico. Non c’era alcun ordine nel
materiale, nessun metodo nel trattamento e quindi nessun reale progresso. La maggior
parte dei casi si insabbiava dopo due o tre anni di trattamento. Qua e là si registrava un
miglioramento, ma nessuno ne conosceva la ragione. Così ci rendemmo conto della
necessità di svolgere un lavoro ordinato e sistematico sulle resistenze.
Nel corso del trattamento la nevrosi si scompone per così dire in singole
resistenze che bisogna tenere ben distinte ed eliminare separatamente, partendo sempre
da ciò che è più superficiale, dalla sensazione cosciente di ciò che è più vicino al
paziente. Non era una novità, era soltanto l’applicazione coerente della concezione
freudiana. Sconsigliai la pretesa di «convincere» il paziente che una determinata
interpretazione era esatta. Se una certa resistenza contro un impulso inconscio viene
compresa ed eliminata, il malato stesso assume spontaneamente un atteggiamento
positivo. Nella resistenza è contenuto proprio quell’elemento pulsionale contro cui essa è
diretta. Se il paziente riconosce il significato della difesa, allora è anche in grado di
comprendere ciò contro cui si difende. Ma questo esige la scoperta precisa e coerente di
ogni minimo impulso di diffidenza e di rifiuto nel paziente. Non c’era un solo paziente
che non nutrisse una profonda diffidenza nei confronti del trattamento. Essi la
manifestavano soltanto in modi diversi. Una volta tenni una relazione su un caso nel
quale la diffidenza recondita veniva nascosta molto abilmente con un’eccessiva cortesia e
un’incondizionata approvazione. Dietro la diffidenza si nascondeva la reale fonte di
angoscia. Per questo il paziente sacrificava tutto, senza in realtà tradirsi con le sue
aggressioni. La situazione richiese che non interpretassi i suoi sogni molto chiari di
incesto con la madre, prima che egli avesse sfogato la sua aggressività nei miei confronti.
Ciò era totalmente in contrasto con la pratica di allora di interpretare ogni singolo
frammento di sogno e ogni associazione. Ma questo corrispondeva ai princìpi dell’analisi
delle resistenze.
Ben presto mi resi conto che si stava creando un conflitto. Poiché la pratica non
corrispondeva alla teoria, molti analisti si sarebbero indignati. Essi avrebbero infatti
dovuto adattare la loro pratica alla teoria, il che equivaleva, sul piano tecnico, a
ricominciare tutto da capo. Non era poco. Inavvertitamente, avevamo infatti scoperto la
caratteristica del carattere umano dei nostri giorni che consiste nel respingere reali
impulsi sessuali e aggressivi con atteggiamenti falsi, forzati e ingannatori. L’adattamento
della tecnica a questa ipocrisia caratteriale dei malati aveva conseguenze che nessuno
sospettava e che tutti inconsciamente temevano: si trattava della reale liberazione
dell’aggressività e della sessualità nel malato. Era in gioco la struttura personale
dell’analista, il quale doveva sopportare e dirigere tutto questo. Ma noi analisti eravamo
figli del nostro tempo. Operavamo con una materia che riconoscevamo sul piano teorico,
ma temevamo sul piano pratico. Non eravamo disposti a viverla. Ci sentivamo come
legati da una sorta di conformismo accademico. Le situazioni analitiche richiedevano
invece un atteggiamento non conformista ed estremamente liberale nei confronti della
sessualità. Nei primi anni di attività del Seminario non si era mai parlato del problema di
rendere il paziente capace di raggiungere l’orgasmo. Istintivamente evitavo questo tema.
Non era visto di buon occhio e suscitava una certa animosità. Io stesso non mi sentivo
molto sicuro. Non era affatto semplice comprendere esattamente le stranezze sessuali e le
abitudini dei pazienti quando si recavano al gabinetto, e nello stesso tempo rispettare la
loro dignità sociale o accademica. Si preferiva quindi parlare di «fissazione anale» o di
«desideri orali». L’animale che è nell’uomo non veniva toccato.
La situazione era difficile anche da altri punti di vista. In base a una serie di
osservazioni cliniche avevo elaborato un’ipotesi sulla terapia delle nevrosi. Ci voleva una
grande abilità tecnica per raggiungere in pratica la meta prefissa. Era come una marcia
faticosa verso una determinata meta ben visibile, che però sembra allontanarsi a ogni
passo. Quanto più spesso l’esperienza clinica mi confermava che le nevrosi guariscono
rapidamente una volta resa possibile la soddisfazione genitale, tanto maggiori erano le
difficoltà di altri casi in cui ciò non riusciva o riusciva parzialmente. Questo incitava allo
studio rigoroso degli ostacoli e delle molte tappe che conducevano alla meta. Non è facile
descrivere con chiarezza tutto ciò, ma tenterò di dare un quadro quanto più possibile vivo
di come gradualmente la teoria della genitalità nella terapia delle nevrosi si intrecciò in
modo sempre più stretto con l’elaborazione della tecnica dell’analisi caratteriale. Nel giro
di alcuni anni esse divennero un’unità inscindibile. Più le basi di questo lavoro
divenivano chiare e salde e più aumentavano i conflitti con gli psicoanalisti della vecchia
scuola.
Nei primi due anni andò tutto bene. Ma poi incominciò a farsi sentire
negativamente l’opposizione dei colleghi più anziani. Essi non riuscivano a seguirci;
temevano di compromettere la loro reputazione di «autorità affermate». Di fronte alle
nostre scoperte sapevano solo dire «è tutto banale, l’ha già detto Freud», oppure
dichiaravano che era «sbagliato». Alla lunga infatti non si poteva nascondere il ruolo che
il soddisfacimento genitale svolgeva nella terapia delle nevrosi. Nella discussione di ogni
caso clinico esso si imponeva inevitabilmente. Ciò rafforzò la mia posizione, ma mi creò
dei nemici. La meta del «soddisfacimento genitale orgastico» determinava la tecnica nel
modo seguente: «Tutti i malati hanno disturbi genitali. Devono guarire sul piano genitale.
Si tratta quindi di individuare e di eliminare tutti gli atteggiamenti patologici che
impediscono la realizzazione della potenza orgastica». Rappresentava un compito tecnico
per un’intera generazione di psicoterapeuti. Infatti, gli ostacoli che si contrapponevano
alla genitalità erano innumerevoli e presentavano infinite forme diverse. Essi erano
ancorati socialmente non meno di quanto lo fossero psichicamente e, in primo luogo,
fisiologicamente, come si sarebbe scoperto molto tempo dopo.
In un primo tempo concentrai il mio lavoro sullo studio delle fissazioni
pregenitali, dei modi anormali di soddisfacimento sessuale e delle difficoltà sociali che
impediscono una vita sessuale soddisfacente. Senza volerlo, i problemi del matrimonio,
della pubertà, delle inibizioni sociali della sessualità occuparono gradualmente un posto
di primo piano nelle discussioni. Tutto ciò sembrava ancora far parte del lavoro di ricerca
psicoanalitica. I miei giovani colleghi dimostravano molta buona volontà nel lavoro e un
grande entusiasmo. Non facevano mistero del loro amore per il mio Seminario. Il
comportamento poco professionale e non scientifico che assunsero più tardi, quando si
giunse alla rottura, non sminuisce in nulla il riconoscimento che è loro dovuto per il
lavoro svolto nel Seminario.
Nel 1923 apparve L’Io e l’Es di Freud. In un primo tempo esso suscitò una certa
confusione nella pratica quotidiana dove le difficoltà sessuali dei malati erano
costantemente all’ordine del giorno. Con il Super-io, gli «inconsci sensi di colpa» che
rappresentavano formulazioni teoriche di fatti ancora molto oscuri, sul piano pratico, non
si sapeva che fare. Non era stata indicata la relativa tecnica. Si preferiva perciò operare
ancora con l’angoscia della masturbazione e con il senso di colpa sessuale. Nel 1920 era
apparso Al di là del principio di piacere, in cui Freud, in un primo tempo ipoteticamente,
aveva introdotto la pulsione di morte come forza pulsionale pari a quella sessuale, se non
ancora più profonda. Gli analisti che non esercitavano la professione e coloro che
strutturalmente non comprendevano la teoria sessuale, incominciarono ad applicare la
nuova teoria dell’Io. Era terribile. Invece che di sessualità ora si parlava di «Eros». Il
Super-io, introdotto come concetto teorico ausiliare della struttura psichica, veniva ormai
«colto con mano» dai cattivi analisti. Operavano con esso come se si trattasse di fatti
reali. L’«Es» era malvagio, il «Super-io» sedeva con una lunga barba ed era «severo»,
mentre il povero «Io» tentava di svolgere «opera di mediazione». Alla viva e scorrevole
descrizione dei fatti si sostituì uno schema meccanico che rendeva superflua ogni
ulteriore riflessione. Le discussioni cliniche divennero sempre più rare e iniziò la
speculazione. Presto apparvero estranei che non avevano mai fatto un’analisi e tennero
conferenze altisonanti sull’Io e il Super-io o su schizofrenie che non avevano mai viste.
Al momento della rottura, nel 1934, svolsero ufficialmente il ruolo di
rappresentanti «spiritualmente trascendenti» della psicoanalisi contro il principio
sessuoeconomico della psicologia del profondo. L’attività clinica si inaridì.
La sessualità divenne priva di oggetto, il concetto di «libido» perse ogni
contenuto sessuale e divenne una frase vuota. Le comunicazioni psicoanalitiche persero
ogni serietà e fecero sempre più posto a un pathos che ricordava quello dei filosofi etici.
Si incominciò a tradurre la teoria delle nevrosi nel linguaggio della «psicologia dell’Io».
L’atmosfera si «purificò»!
Essa si purificò lentamente ma inesorabilmente di tutte le conquiste che
caratterizzavano l’opera di Freud. L’adattamento al mondo, che poco prima aveva
minacciato la psicoanalisi di distruzione, si compì dapprima in sordina. Si parlava ancora
di sessualità, ma non si intendeva più la stessa cosa. Nello stesso tempo si era conservato
ancora un po’ di vecchio orgoglio pionieristico. Si sviluppò così una specie di cattiva
coscienza e si cercò di far passare le mie nuove scoperte per vecchie componenti della
psicoanalisi allo scopo di distruggerle. Gli aspetti formali soffocarono il contenuto,
l’organizzazione prevalse sui suoi compiti. Ebbe inizio il processo di decadenza che fino
a oggi ha distrutto tutti i grandi movimenti sociali della storia: come il cristianesimo
primitivo di Gesù si trasformò in Chiesa e la scienza marxista in dittatura fascista, così
molti psicoanalisti divennero presto i peggiori nemici della loro causa.
La frattura all’interno del movimento era insanabile. Oggi, quindici anni dopo, la
cosa è divenuta evidente a tutti. Io me ne resi conto pienamente solo nel 1934. Troppo
tardi. Fino a quell’epoca lottai, contro le mie personali convinzioni, per la mia causa
nell’ambito dell’Associazione psicoanalitica internazionale, ufficialmente e davanti a me
stesso in nome della psicoanalisi.
Intorno al 1925 la teoria psicoanalitica si scisse in due correnti, cosa di cui in un
primo tempo nessuno si accorse, ma che oggi appare con assoluta chiarezza. Nella misura
in cui la lotta per una causa perde terreno, a essa si sostituisce l’intrigo personale. Ciò che
esteriormente viene spacciato per interesse obiettivo, da quel momento diviene politica di
corridoio, tattica, diplomazia. Devo all’esperienza dolorosa dell’evoluzione
dell’Associazione psicoanalitica internazionale forse il frutto più importante delle mie
fatiche: la comprensione del meccanismo di qualsiasi genere di politica, di quella grande
come di quella piccola.
La descrizione di questi fatti non esula comunque dal tema. Intendo dimostrare
che proprio l’esame critico di questi sintomi di disgregazione del movimento
psicoanalitico, per esempio la teoria della pulsione di morte, è stato per me la premessa
indispensabile per penetrare nel campo della vita vegetativa, cosa che mi riuscì alcuni
anni più tardi.
Reik aveva pubblicato un libro, Geständniszwang und Strafbedürfnis, in cui aveva
capovolto l’intera concezione originaria della malattia psichica. Il fatto che il libro fosse
stato bene accolto era doppiamente grave. In sintesi, la sua innovazione può essere
definita come l’eliminazione della paura della punizione nel bambino per le sue
trasgressioni sessuali. In Al di là del principio del piacere e in L’Io e l’Es, Freud aveva
supposto l’esistenza di un bisogno inconscio di punizione, il quale avrebbe dovuto
costituire la base su cui si fondava la resistenza alla guarigione. Contemporaneamente,
nella teoria era stata introdotta la «pulsione di morte». Freud supponeva che la materia
vivente fosse governata da due forze pulsionali contrapposte: da un lato le pulsioni di vita
che egli equiparò alle pulsioni sessuali. A suo avviso, «queste» avevano il compito di
togliere la materia vivente dalla sua immobilità inorganica, di creare tensione, di
realizzare unità viventi sempre più grandi. Erano chiassose, turbolente e rendevano
tumultuosa la vita. Ma dietro di esse operava la pulsione di morte, «muta», ma «molto più
importante», la tendenza a ricondurre ciò che vive allo stato di morte, al nulla, al Nirvana.
Secondo questa concezione, la vita in fondo non era altro che un’interruzione dell’eterno
silenzio, del nulla. Nella nevrosi, secondo questa concezione, le pulsioni della vita e,
rispettivamente, del sesso, agivano contro la pulsione di morte. Benché la pulsione di
morte non potesse essere colta concretamente, le sue manifestazioni erano troppo evidenti
per potere essere ignorate. Gli uomini, rivelavano dappertutto la tendenza
all’autodistruzione. La pulsione di morte si esprimeva nelle tendenze masochistiche. Per
questo i pazienti rifiutavano di guarire dalla nevrosi. Queste tendenze alimentavano
l’inconscio senso di colpa che si poteva anche chiamare bisogno di punizione. I pazienti
semplicemente non volevano guarire perché questo bisogno di punizione, che veniva
soddisfatto nella nevrosi, lo impediva loro.
Solo Reik mi fece comprendere dove Freud incominciava a sbagliare, lasciando
da parte ogni prudenza di tipo freudiano e scusando le sue debolezze psicoterapeutiche
semplicemente con la pulsione di morte dei pazienti.
Reik esagerava certi fatti autentici, come, per esempio, che i criminali si
tradiscono facilmente o che molte persone si sentono sollevate se possono confessare un
crimine. Fino a quel momento la nevrosi era considerata il risultato di un conflitto tra i
bisogni sessuali e la paura della punizione. Ora si diceva che la nevrosi era un conflitto
tra bisogno sessuale e bisogno di punizione, cioè esattamente il contrario della paura della
punizione per i propri atti sessuali. Con questo si liquidava completamente la teoria
psicoanalitica delle nevrosi. Ciò contraddiceva tutte le osservazioni cliniche da cui
risultava senza alcun dubbio che le prime formulazioni di Freud erano esatte. I malati
erano naufragati per paura della punizione per i loro atti sessuali, e non per il desiderio
di essere puniti per il loro comportamento sessuale. Tuttavia, alcuni pazienti
sviluppavano successivamente, a causa delle situazioni complicate in cui venivano a
trovarsi per aver frenato la loro sessualità, l’atteggiamento masochistico di volere essere
puniti, di autoledersi o di tenersi la malattia. Era indubbiamente scopo del trattamento
eliminare questi desideri di autopunizione, in quanto rappresentavano nuove formazioni
psichiche nevrotiche, sopprimere la paura della punizione e liberare la sessualità. Non
aveva certo lo scopo di confermare queste manifestazioni autolesioniste come espressione
di profonde tendenze biologiche. I sostenitori della pulsione di morte – che aumentavano
di numero e che avevano acquistato una maggiore dignità perché ora potevano parlare di
«Thanatos» anziché di sessualità – riconducevano l’intenzione nevrotica autolesionista
dell’organismo psichicamente malato a una pulsione biologica primaria della materia
vivente. Da ciò la psicoanalisi non si è mai più ripresa.
A Reik seguì poi Alexander. Questi analizzò alcuni criminali e giunse alla
conclusione che generalmente il crimine era la conseguenza di un bisogno inconscio di
punizione che spingeva a commettere l’azione criminale. Egli non si chiese quale fosse
l’origine di questo comportamento innaturale. Non accennò minimamente all’immensa
base sociale del crimine. Ciò rendeva superflua ogni ulteriore riflessione. Se non si
guariva, la colpa era della pulsione di morte. Se gli uomini commettevano degli
assassinii, essi lo facevano per finire in carcere. I bambini rubavano per liberarsi da una
tormentosa pressione della coscienza. Oggi mi stupisco dell’energia con cui a quel tempo
ci si impegnava nella discussione di simili opinioni. Eppure Freud aveva inteso dire
qualche cosa che valeva la pena di approfondire. Ne parlerò più avanti. Ma prevalse la
pigrizia che distrusse il lavoro di decenni.
La «reazione terapeutica negativa» dei malati si rivelò in seguito come il
semplice risultato dell’incapacità tecnica e teorica di realizzare la potenza orgastica, in
altri termini di vincere l’angoscia di piacere dei malati.
Un giorno mi recai da Freud e gli esposi queste preoccupazioni. Gli chiesi se si
fosse proposto di introdurre la pulsione di morte come teoria clinica. Egli stesso aveva
infatti negato che la pulsione di morte fosse clinicamente individuabile. Freud mi
tranquillizzò. Si trattava «soltanto di un’ipotesi». Poteva benissimo non venire presa in
considerazione. Essa non intaccava per nulla i fondamenti della teoria psicoanalitica. Una
volta tanto si era concesso una speculazione e sapeva benissimo che se ne stava
abusando. Mi disse di non preoccuparmene e di continuare tranquillamente la mia attività
clinica. Me ne andai sentendomi sollevato. Ero però deciso a combattere aspramente le
fandonie sulla pulsione di morte nell’ambito della mia attività.
E scrissi un saggio contro Alexander in cui dimostravo l’insostenibilità della sua
teoria.
La mia stroncatura del libro di Reik e l’articolo contro Alexander apparvero nel
1927. Nel mio Seminario tecnico si parlava poco della pulsione di morte e del bisogno
inconscio di punizione come cause degli insuccessi terapeutici. La scrupolosa descrizione
clinica dei casi non lo permetteva. Solo occasionalmente qualche teorico della pulsione di
morte tentava di far sentire la sua voce. Io evitavo accuratamente ogni attacco diretto
contro questa falsa dottrina; mi ripromettevo, evidentemente, di stroncarla con la stessa
attività clinica. Quanto più attentamente studiavamo i meccanismi delle malattie, tanto
più sicuramente avremmo vinto la nostra battaglia. Nell’Associazione l’errata
interpretazione della teoria dell’Io si diffondeva sempre di più. La tensione cresceva
costantemente. Si scoprì improvvisamente che ero molto aggressivo e che «pensavo solo
a tirare acqua al mio mulino» e che esageravo in modo troppo unilaterale il significato
della genitalità.
Al Congresso psicoanalitico di Salisburgo dell’aprile 1924 avevo integrato le mie
precedenti formulazioni sul significato terapeutico della genitalità introducendo il
concetto di «potenza orgastica». La mia relazione trattava due fatti fondamentali:
1. La nevrosi è l’espressione di un disturbo della genitalità, e non soltanto della
sessualità in generale.
2. La ricaduta nella nevrosi dopo una guarigione analitica viene evitata nella
misura in cui è assicurata la soddisfazione orgastica nell’atto sessuale.
La mia relazione ebbe molto successo. Abraham si congratulò con me per la
riuscita formulazione del fattore economico della nevrosi.
Per realizzare la potenza orgastica nel paziente non bastava liberare le sue
eccitazioni genitali dalle inibizioni e dalle rimozioni. L’energia sessuale è legata ai
sintomi. Ogni eliminazione di un sintomo libera quindi una determinata quantità di
energia psichica. A quel tempo i due concetti di «energia psichica» ed «energia sessuale»
non erano affatto identici. La quantità di energia liberata si trasferiva spontaneamente al
sistema genitale: la potenza migliorava. I pazienti osavano avvicinarsi a un partner,
rinunciavano all’astinenza o l’atto sessuale costituiva per loro un’esperienza molto più
profonda. Ma l’aspettativa che sarebbe così sopraggiunta anche la funzione orgastica si
realizzava solo in pochissimi casi. Riflettendo, si giungeva alla conclusione che
evidentemente non era stata liberata una quantità sufficiente di energia dai legami
nevrotici. I pazienti perdevano certi sintomi, bene o male riuscivano a lavorare, ma
nell’insieme rimanevano bloccati. Si poneva quindi automaticamente la domanda: oltre
che nei sintomi nevrotici, dove è legata l’energia sessuale? A quel tempo questa domanda
rappresentava una novità nella psicoanalisi, ma non esulava dal suo campo. Al contrario,
essa rappresentava soltanto una coerente applicazione del metodo di pensiero analitico al
di là del singolo sintomo nevrotico. Inizialmente non sapevo rispondere a questa
domanda. Le questioni cliniche e terapeutiche non si possono mai risolvere con la sola
riflessione. Si risolvono da sé affrontando i problemi pratici. Questo vale generalmente
per ogni attività scientifica. Una domanda dedotta correttamente dalla pratica suscita
necessariamente altre domande che finiscono per dare gradualmente un’immagine
unitaria di tutto il problema.
In base alla teoria psicoanalitica delle nevrosi era ovvio cercare l’energia che
mancava per realizzare la piena capacità orgastica nelle attività e nelle fantasie non
genitali, quindi pregenitali, della prima infanzia. Se l’interesse sessuale è in larga misura
orientato verso il succhiare, il mordere, l’essere soltanto amati, le abitudini anali ecc., ne
consegue una diminuzione della capacità di esperienza genitale. Ciò rafforzava l’opinione
che le singole pulsioni parziali non funzionano separatamente le une dalle altre, ma
costituiscono un’unità, come un liquido in un sistema di vasi comunicanti. Non può
esserci che un’energia sessuale unitaria, che cerca di trovare soddisfazione nelle diverse
zone erogene e rappresentazioni psichiche. Ciò era in contrasto con le concezioni che
incominciavano a fiorire proprio a quel tempo. Ferenczi aveva pubblicato la sua teoria
della genitalità, secondo cui la funzione dell’eccitazione genitale si compone di
eccitazioni pregenitali anali, orali e aggressive. Ciò era in contrasto con la mia esperienza
clinica. Constatavo al contrario che ogni aggiunta di eccitazioni non genitali nell’atto
sessuale o nella masturbazione indebolisce la potenza orgastica. Una donna che
inconsciamente identifica la propria vagina con l’ano, durante l’eccitazione, teme, per
esempio, di tirare un peto e di trovarsi in una situazione imbarazzante. Un simile
atteggiamento può paralizzare l’intera attività vitale. Un uomo che inconsciamente
considera il suo pene un coltello o che lo usa come dimostrazione della sua potenza, è
incapace di abbandonarsi completamente nell’atto. Helene Deutsch aveva pubblicato un
libro sulla sessualità femminile in cui affermava che il punto culminante del
soddisfacimento sessuale per la donna era rappresentato dal parto. A suo avviso non esiste
un’eccitazione vaginale originaria. Essa si comporrebbe di eccitazioni che dalla bocca e
dall’ano si trasferiscono alla vagina. Otto Rank nello stesso periodo aveva pubblicato il
suo Trauma der Geburt in cui affermava che l’atto sessuale corrisponde a un «ritorno nel
grembo materno». Io ero in ottimi rapporti con questi psicoanalisti, stimavo le loro
opinioni, ma le mie esperienze e le mie concezioni venivano a trovarsi in violento
contrasto con le loro. Gradualmente diveniva chiaro che per principio è sbagliato
pretendere di interpretare psichicamente ciò che si sente nell’atto sessuale, di cercare in
esso un significato come, per esempio, in un sintomo nevrotico. Al contrario, ogni
rappresentazione psichica nell’atto non può che ostacolare il completo abbandono
nell’eccitazione. Inoltre, simili interpretazioni della genitalità significavano la negazione
della sua funzione biologica. Affermare che essa si compone di eccitazioni non genitali
vuol dire negarne l’esistenza. Proprio nella funzione dell’orgasmo io avevo invece
riconosciuto la fondamentale differenza qualitativa tra genitalità e pregenitalità. Solo
l’apparato genitale può procurare l’orgasmo e scaricare completamente l’energia
biologica. La pregenitalità può soltanto aumentare le tensioni vegetative. Appare
evidente l’abisso che si era creato nelle concezioni psicoanalitiche della funzione della
pulsione.
Le conseguenze terapeutiche delle due concezioni erano inconciliabili. Se
l’eccitazione genitale è soltanto un miscuglio di eccitazioni non genitali, allora la
guarigione dovrebbe consistere in un transfert dell’erotismo anale o orale nell’apparato
genitale. Se invece era esatta la mia concezione, l’eccitazione genitale doveva essere
liberata e ripulita dal miscuglio di eccitazioni pregenitali; doveva, per così dire,
«cristallizzarsi».
In Freud non c’era alcun punto di riferimento per la soluzione del problema. Egli
riteneva che nel bambino lo sviluppo della libido procedesse dalla fase orale a quella
anale, e poi a quella fallica. Egli attribuiva la posizione genitale fallica a entrambi i sessi.
L’erotismo fallico della bambina si manifestava nella clitoride, proprio come nel ragazzo
si manifestava nel pene. Solo nella pubertà – secondo Freud – tutti gli stimoli sessuali
vengono subordinati al «primato dei genitali». A questo punto il genitale «entrava al
servizio della procreazione». Con questa formulazione veniva mantenuta la vecchia
equiparazione di genitalità e procreazione; il piacere genitale continuava ancora a essere
considerato una funzione della procreazione. Nei primi anni avevo trascurato questo
fatto. Me lo fece notare uno psicoanalista berlinese quando il conflitto era ormai divenuto
clamoroso. Potei rimanere così a lungo nell’Associazione internazionale di psicoanalisi,
nonostante la mia teoria sulla genitalità, soltanto perché mi richiamavo costantemente a
Freud. Con questo feci un torto alla mia teoria e resi più difficile ai miei collaboratori il
distacco dall’organizzazione degli psicoanalisti.
Oggi simili punti di vista sembrano impossibili. Io stesso non posso fare a meno
di meravigliarmi della serietà con cui a quel tempo si discuteva sul fatto se esistesse o no
una funzione genitale originaria. Nessuno aveva la minima idea della radice sociale di
questa ingenuità scientifica. Il successivo sviluppo della teoria della genitalità l’avrebbe
clamorosamente messa in luce.
2. Sessuoeconomia dell’angoscia nevrotica

Le gravi contraddizioni nella formazione della teoria psicoanalitica a partire dal


1922 possono essere rilevate anche nel problema centrale dell’angoscia. La concezione
iniziale era la seguente: se all’eccitazione sessuale somatica è bloccata la via della
percezione e della scarica, essa si trasforma in angoscia. Come avvenisse questa
«trasformazione» non veniva detto. Poiché mi trovavo costantemente di fronte al
problema di liberare l’energia sessuale dai legami nevrotici, questa questione doveva
essere assolutamente chiarita. L’angoscia da stasi era eccitazione sessuale non scaricata.
Per ritrasformarla in eccitazione sessuale, bisognava sapere come avveniva la prima
trasformazione in angoscia.
Nel 1924 al Policlinico curai due donne affette da nevrosi di angoscia cardiaca.
Quando in esse si manifestava l’eccitazione genitale, l’angoscia cardiaca diminuiva. In
uno dei due casi potei osservare per settimane l’alternarsi di angoscia cardiaca ed
eccitazione genitale. Ogni freno dell’eccitazione vaginale suscitava immediatamente un
senso di oppressione e di angoscia nella «regione cardiaca». Ciò confermava molto bene
la concezione originaria di Freud del rapporto esistente tra libido e angoscia. Ma
l’osservazione diceva ancora di più: ora potevo localizzare la sede della sensazione di
angoscia: era la regione cardiaca e del diaframma. Nell’altro caso si riscontrava la stessa
funzione alterata, ma accompagnata da orticaria. Quando la malata aveva paura di dare
libero sfogo alla sua eccitazione vaginale, si manifestavano o l’angoscia cardiaca oppure
grandi bolle pruriginose in diverse zone dell’epidermide. L’eccitazione sessuale e
l’angoscia avevano quindi qualcosa a che fare con le funzioni del sistema nervoso
vegetativo. Anche la localizzazione della regione cardiaca si accordava benissimo.
Rettificai la formulazione di Freud nel modo seguente: non esiste nessuna
«trasformazione» di eccitazione sessuale. La stessa eccitazione che nel genitale si
manifesta come sensazione di piacere, se prende il sistema cardiaco, si manifesta come
angoscia, quindi esattamente il contrario del piacere. Il sistema di eccitazione vaso-
vegetativo può funzionare sia nel senso dell’eccitazione sessuale, sia nel senso
dell’angoscia quando l’eccitazione viene frenata. Questo pensiero si rivelò molto felice.
Portava infatti in linea retta allo sviluppo della mia odierna concezione, secondo cui la
sessualità e l’angoscia corrispondono a due direzioni opposte di eccitazione vegetativa.
Passarono circa dieci anni prima che riuscissi a chiarire la natura bioelettrica di queste
sensazioni ed eccitazioni.
Freud non aveva parlato del sistema nervoso vegetativo a proposito della sua
teoria dell’angoscia. Non dubitai per un solo istante che l’integrazione gli sarebbe
apparsa convincente. Ma quando, verso la fine del 1926, esposi il mio punto di vista
durante una riunione in casa sua, egli negò che vi fosse un rapporto tra angoscia e sistema
vaso-vegetativo. Non ho mai capito perché.
Diveniva sempre più chiaro che il sovraccarico del sistema vaso-vegetativo di
eccitazione sessuale non scaricata costituisce il meccanismo centrale dell’angoscia, e
quindi anche della nevrosi. Ogni nuovo caso integrava le osservazioni precedenti.
L’angoscia nasce sempre – pensavo – quando il sistema vaso-vegetativo viene
sovraeccitato in un modo specifico. L’angoscia cardiaca è presente nei casi di angina
pectoris, asma bronchiale, intossicazione da nicotina e morbo di Basedow. L’angoscia
nasce quindi sempre quando qualsiasi eccitazione anormale agisce sul sistema cardiaco.
L’angoscia da stasi sessuale si inseriva così in modo molto generale nel problema
dell’angoscia. Solo che in questo caso, invece della nicotina o di altre sostanze tossiche,
era l’eccitazione sessuale che sovraccaricava il sistema cardiaco. Rimaneva da chiarire il
problema di che genere fosse questa sovraeccitazione. A questo proposito non sapevo
ancora nulla dell’antagonismo del vago e del simpatico.
Per le mie esigenze cliniche facevo una distinzione tra il concetto di angoscia e
quello di paura o ansia. «Ho paura di essere picchiato, punito o castrato», è qualche cosa
di diverso dall’angoscia che si prova nel momento in cui si presenta un pericolo reale. La
paura o ansia diventa un’«esperienza angosciosa» affettiva solo quando nel sistema
autonomo si aggiunge l’ingorgo di eccitazione somatica. C’erano malati che avevano
paura di essere castrati senza alcun affetto angoscioso. D’altro canto c’erano affetti di
angoscia senza che ci fosse alcuna rappresentazione di pericolo, come nei casi di
astinenza sessuale. Bisognava quindi distinguere la paura come risultato di un ingorgo di
eccitazione dall’angoscia che diventava la causa di una rimozione sessuale. La prima
dominava le nevrosi da stasi, la seconda le psiconevrosi. Ma i due tipi di angoscia
operavano contemporaneamente in entrambi i casi: in un primo tempo la paura di essere
punito o di essere messo al bando socialmente provoca l’eccitazione sessuale ingorgata.
Questa eccitazione viene spostata dal sistema genitale sensibile al sistema cardiaco, dove
genera l’angoscia da stasi. Anche la paura provata in uno stato di spavento, pensavo, non
può essere che eccitazione sessuale ingorgata che rifluisce improvvisamente e acutamente
sul sistema cardiaco. Per suscitare uno stato d’ansia, è sufficiente una piccola quantità di
angoscia da stasi. Essa si verifica immaginando vividamente un possibile pericolo.
Allora, si anticipa somaticamente, per così dire, la situazione di pericolo vivendola con la
fantasia. Ciò si accordava perfettamente con la considerazione precedente che l’intensità
di una rappresentazione psichica, sia di piacere sia di angoscia, è determinata
dall’intensità della quantità di eccitazione attuale che agisce nel corpo. Immaginando o
aspettando un pericolo, l’organismo si comporta come se il pericolo fosse già in atto.
Probabilmente l’immaginazione si basa generalmente su tali reazioni dell’organismo.
In quegli anni stavo scrivendo La funzione dell’orgasmo, dove ho descritto le
succitate correlazioni nei paragrafi dedicati alla «nevrosi vaso-motoria», e all’«angoscia e
sistema vaso-vegetativo».
Nel tardo autunno del 1926 apparve il libro di Freud Inibizione, sintomo e
angoscia. In esso veniva ritrattata buona parte delle prime formulazioni sull’angoscia
attuale. L’angoscia nevrotica veniva definita come «segnale» dell’Io. L’angoscia era un
segnale d’allarme dell’Io che entrava in funzione quando si faceva sentire una pulsione
proibita, o in occasione di un reale pericolo interno. Secondo Freud non si poteva stabilire
un rapporto tra angoscia attuale e nevrotica. Era una situazione spiacevole, ma… Freud
concludeva i suoi ragionamenti con un non liquet. L’angoscia non doveva più essere
concepita come conseguenza della rimozione sessuale bensì come la sua vera causa. Il
problema di che cosa è fatta l’angoscia era considerato di scarso interesse e
l’affermazione secondo cui era la libido che veniva trasformata in angoscia perdeva la sua
importanza. A Freud sfuggì il fatto che l’angoscia – come fenomeno biologico – non può
manifestarsi nell’Io, se non dopo una profonda preparazione biologica.
Per il mio lavoro sul problema dell’angoscia fu un duro colpo. Ero infatti appena
riuscito a risolvere in gran parte la contraddizione tra l’angoscia come causa e l’angoscia
come effetto della rimozione. Da quel momento divenne ancora più difficile sostenere
che l’angoscia da stasi derivava da un ingorgo sessuale. Le formulazioni freudiane
avevano naturalmente molto peso. Non era facile sostenere un altro punto di vista,
specialmente se si trattava di un problema fondamentale. Nel mio libro sull’orgasmo
aggirai la difficoltà con una semplice nota a piè di pagina. I nostri punti di vista
coincidevano sul fatto che l’angoscia nella nevrosi è la causa della rimozione sessuale.
Nello stesso tempo io sostenevo che essa era anche la conseguenza dell’ingorgo sessuale.
Questo Freud ormai lo negava.
La frattura si approfondì rapidamente e in modo preoccupante.
Da parte mia ero convinto che l’atteggiamento antisessuale degli psicoanalisti si
sarebbe nutrito delle nuove formulazioni di Freud e avrebbe esagerato, trasformando in
grottesche formulazioni positive, quello che in Freud era stato semplicemente un errore.
Purtroppo ebbi ragione. Dal tempo della pubblicazione di Inibizione, sintomo e
angoscia, nella psicoanalisi non esiste più una teoria dell’angoscia che corrisponda alle
esigenze cliniche. Io ero profondamente convinto di aver sviluppato esattamente la
primitiva concezione freudiana dell’angoscia. Il fatto che stessi avvicinandomi sempre
più alla sua funzione fisiologica mi rallegrava molto, ma nello stesso tempo significava
un ulteriore inasprimento del conflitto.
Nella mia attività clinica i casi di ritrasformazione dell’angoscia da stasi in
eccitazione genitale aumentavano costantemente. Quando ci si riusciva, i risultati erano
buoni e sicuri. Ma non sempre riuscivo a liberare l’angoscia cardiaca e a stabilire
l’oscillazione con l’eccitazione genitale. Il problema successivo era quindi: che cosa
impedisce all’eccitazione biologica di manifestarsi come angoscia cardiaca, non appena
l’eccitazione genitale è frenata? Per quale ragione l’angoscia da stasi non si manifesta
in tutti i casi di psiconevrosi?
Anche in questo caso mi venivano in aiuto le prime formulazioni della
psicoanalisi. Freud aveva mostrato che l’angoscia nella nevrosi cade vittima di un
legame. Il paziente sfugge all’angoscia, sviluppando, per esempio, un sintomo coatto. Se
si turba il funzionamento della coazione, sorge immediatamente l’angoscia. Ma ciò non
avviene sempre. In molti casi di vecchie nevrosi ossessive e di depressioni croniche
costanti, era impossibile interferire. In un certo senso si trattava di soggetti impenetrabili.
Incontravo particolare difficoltà con i caratteri ossessivi, affettivamente bloccati. Essi
associavano con molta diligenza, ma non mostravano mai la minima traccia di affetto.
Tutti gli sforzi rimbalzavano indietro come se avessero urtato contro un «muro duro e
impenetrabile». Erano corazzati contro ogni attacco. Nella letteratura conosciuta non era
indicata alcuna misura tecnica per scuotere queste nature indurite. Era l’intero carattere
che opponeva resistenza. Mi trovai così sulla soglia dell’analisi caratteriale.
Evidentemente l’armatura caratteriale era il meccanismo che legava tutta
l’energia. Era l’armatura caratteriale che spingeva inoltre tanti psicoanalisti a negare
l’esistenza dell’angoscia da stasi.
3. Armatura caratteriale e stratificazione dinamica dei meccanismi di difesa

La teoria dell’«armatura caratteriale» fu il risultato di un lavoro che – procedendo


in un primo tempo a tastoni – mirava a cristallizzare nitidamente le resistenze dei malati.
Tra il 1922, quando individuai il ruolo terapeutico della genitalità, e il 1927, anno di
pubblicazione della Funzione dell’orgasmo, feci innumerevoli piccole e grandi
esperienze che andavano tutte in una direzione: la difficoltà della guarigione è
determinata da «tutto il modo di essere» o «carattere» dei malati. Nella cura l’«armatura
caratteriale» si manifesta come «resistenza caratteriale».
Schema della struttura dell’armatura come risultato di un gioco di forze dinamiche

Prima di tutto devo descrivere i tratti fondamentali dei lavori preliminari. Questo
permetterà a molti di comprendere meglio la teoria sessuoeconomica del carattere e della
struttura, piuttosto che con un’esposizione sistematica come ho fatto nel mio libro
Charakteranalyse. Qui la teoria analitica del carattere può ancora apparire come un
ampliamento della teoria delle nevrosi di Freud. Presto entrò però in contraddizione con
essa. Si sviluppò nella lotta contro le concezioni meccanicistiche della psicoanalisi.
La terapia psicoanalitica doveva scoprire ed eliminare le resistenze, non
interpretare direttamente fatti inconsci. Per principio doveva quindi partire dalla difesa
psichica delle pulsioni inconsce compiuta dall’Io morale. Ma non si trattava soltanto di
spezzare uno strato della difesa dell’Io dietro il quale stava il grande regno dell’inconscio.
In realtà, i desideri pulsionali e le funzioni difensive dell’Io permeano, strettamente
intrecciati, l’intera struttura psichica.
In questo consiste la difficoltà reale. Lo schema freudiano dei rapporti tra
«inconscio», «preconscio» e «conscio» e il suo schema della struttura psichica costituita
dall’«Es», dall’«Io» e dal «Super-io» non combaciavano; spesso si contraddicevano.
L’«Inconscio» di Freud non è identico all’«Es». Quest’ultimo è più esteso; il primo
comprende i desideri rimossi e parti importanti del Super-io morale. Poiché il Super-io
deriva dal rapporto incestuoso figli-genitori, esso ne presenta anche i tratti arcaici. Esso
stesso è caratterizzato da una grande intensità pulsionale, di tipo soprattutto aggressivo e
distruttivo. L’«Io» non è identico con il sistema della «coscienza». La difesa dell’Io
contro desideri sessuali proibiti è essa stessa rimossa. Inoltre l’Io è soltanto una parte
particolarmente differenziata dell’Es, anche se più tardi – sotto l’influenza del Super-
io – entra in contrasto con l’Es, cioè con la sua propria origine. Se si comprende
esattamente Freud, ciò che appartiene alla «prima infanzia» non coincide senz’altro con
l’«Es» o l’«Inconscio», ciò che appartiene alla fase adulta non coincide con l’«Io» o il
«Super-io». Volevo mostrare solo alcune difficoltà della teoria psicoanalitica, senza
volerle discutere o risolvere. Questo compito lo lascio volentieri ai teorici della
psicoanalisi. La ricerca caratteriale sessuoeconomica ha comunque fornito alcune
importanti soluzioni a tali problemi. La sua concezione dell’apparato psichico non è di
natura psicologica bensì biologica.
Ai fini dell’attività clinica, la distinzione tra «rimosso» e «capace di diventare
cosciente» era di primaria importanza. Altrettanto dicasi per la distinzione delle singole
fasi infantili di sviluppo della sessualità. Con queste distinzioni si poteva operare sul
piano pratico. A quel tempo non si poteva operare con l’Es che non si riusciva a cogliere
e con il Super-io che era soltanto una costruzione e che si manifestava sul piano pratico
come angoscia della coscienza. Non si poteva operare neppure con l’inconscio in senso
stretto poiché, come osserva giustamente Freud, si manifesta soltanto nei suoi derivati,
cioè nelle manifestazioni già coscienti. Per Freud l’inconscio non è mai stato altro che
un’«ipotesi indispensabile». Immediatamente tangibili erano in pratica le manifestazioni
pulsionali pregenitali dei malati e le differenti forme di difesa morale o ansiosa delle
pulsioni. Il fatto che a quel tempo gli psicoanalisti nei loro lavori teorici non si rendessero
conto delle differenze fra teoria, costruzione ipotetica e dati di fatto praticamente visibili
e modificabili, che pensassero di cogliere praticamente l’inconscio, ha contribuito molto
a creare confusione. Ciò ha bloccato le ricerche sulla natura vegetativa dell’Es e quindi
l’accesso alla base biologica delle funzioni psichiche.
Mi trovai di fronte per la prima volta alla stratificazione dell’apparato psichico nel
caso già citato del giovane passivo-femminile, con sintomi isterici, incapacità di lavorare
e impotenza ascetica. Egli era molto cortese e, a causa della sua paura, estremamente
furbo. Era quindi remissivo in tutto. La cortesia costituiva lo strato visibile più esterno
della sua struttura. Forniva una gran quantità di notizie sul suo legame sessuale con la
madre. «Offriva in sacrificio» tutto ciò senza alcuna convinzione interiore. Non feci caso
a quanto diceva, ma accentrai tutta la mia attenzione sulla sua cortesia come difesa contro
ogni comprensione realmente affettiva. Nei suoi sogni l’odio nascosto andava
aumentando. Quando la sua cortesia diminuì, divenne offensivo. La cortesia non era
quindi stata altro che uno strumento per respingere l’odio. Lo lasciai esplodere
completamente distruggendo ognuno dei suoi freni. Fino a quel momento l’odio era stato
un comportamento inconscio. Odio e cortesia erano antitetici. L’eccessiva cortesia era
nello stesso tempo una velata espressione di odio. Le persone troppo cortesi sono
generalmente le più prive di scrupoli e le più pericolose.
L’odio liberato era a sua volta una difesa contro una profonda paura del padre.
Esso era quindi nello stesso tempo una parziale pulsione rimossa e una difesa inconscia
dell’Io contro l’angoscia. Più chiaramente appariva l’odio e più evidenti divenivano
anche le manifestazioni di angoscia. Infine l’odio cedette il posto a una nuova angoscia.
L’odio non era affatto il risultato di un’aggressività infantile primaria, ma si era formato
più tardi. La nuova angoscia che si era manifestata era l’espressione di una protezione
contro uno strato più profondo di odio distruttivo. Il primo aveva trovato soddisfazione
nella derisione e nella denigrazione. L’atteggiamento distruttivo più profondo si
componeva di impulsi omicidi nei confronti del padre. Si esprimeva in sensazioni e
fantasie, dopo che la paura di esso (Destruktionsangst) fu eliminata. Questo
atteggiamento distruttivo era quindi l’elemento rimosso soffocato dall’angoscia.
Ma nello stesso tempo esso era identico a questa angoscia di distruzione. Infatti
esso non poteva manifestarsi senza produrre angoscia, e l’angoscia di distruzione non
poteva manifestarsi senza tradire nello stesso tempo l’aggressività distruttiva. In tal modo
compresi l’unità funzionale antitetica della difesa e di ciò che è difeso, da cui uscì uno
schema importante. Solo otto anni più tardi seguì la pubblicazione.

Schema dell’unità antitetico-funzionale della pulsione e della difesa


(Questo è anche lo schema base dello sviluppo funzionale in tutti i campi della
natura.)
A causa del tipo odierno di formazione della struttura caratteriale umana, il
«conflitto interno» è sempre inserito tra l’impulso biologico e l’azione: l’uomo agisce
«reattivamente» e interiormente si trova in «contraddizione».
Gli impulsi specifici illustrati nello stesso schema
Schema delle forze di difesa e strati della struttura nevrotica

La distruzione pulsionale contro il padre era a sua volta una protezione dell’Io
contro la distruzione da parte del padre. Quando incominciai a smantellarla e mostrai che
si trattava di una protezione, apparve l’angoscia genitale. Le intenzioni distruttive contro
il padre avevano quindi il compito di proteggerlo dalla castrazione da parte del padre. La
paura di venire castrato, mascherata dall’odio distruttivo per il padre, era essa stessa una
difesa contro uno strato ancora più profondo di aggressività distruttiva. Cioè quella di
privare il padre del membro e in tal modo di liberarsi di lui in quanto rivale presso la
madre. Il secondo strato di distruzione era soltanto distruttivo; il terzo era distruttivo con
un significato sessuale. Esso era tenuto in scacco dalla paura di castrazione, ma difendeva
uno strato molto profondo e forte costituito da un atteggiamento passivo, amoroso e
femminile verso il padre. L’essere donna nei confronti del padre equivaleva a essere
castrato, cioè a non avere il pene. Per questo l’Io del bambino doveva difendersi da
questo amore con una forte aggressività distruttiva contro il padre. Era il piccolo uomo
sano che si difendeva in questo modo. E questo piccolo uomo desiderava intensamente
sua madre. Quando fu eliminata la sua femminilità respinta, la stessa che nel suo carattere
affiorava in superficie, apparve il suo desiderio incestuoso, e con esso la sua piena
eccitabilità genitale. Per la prima volta divenne erettivamente potente, pur essendo però
ancora disturbato sul piano orgastico.
Per la prima volta, procedendo per strati, mi era riuscita un’analisi della resistenza
e del carattere, sistematica e ordinata.1 Con il concetto di «stratificazione dell’armatura»
(Panzerschichtung) si aprirono molte possibilità per il lavoro clinico. Le forze e le
contraddizioni psichiche non avevano più un aspetto caotico, ma si presentavano come un
tessuto ordinato, storicamente e strutturalmente comprensibile. La nevrosi di ogni
paziente rivelava una struttura particolare. La struttura della nevrosi corrispondeva al suo
sviluppo. Ciò che nell’infanzia era stato represso per ultimo si trovava più in superficie.
Ma le fissazioni della prima infanzia coperte da successive fasi conflittuali erano nello
stesso tempo dinamicamente profonde e superficiali. La fissazione orale di una donna per
suo marito, per esempio, che deriva da una profonda fissazione al seno materno, può
appartenere allo strato più superficiale, se essa si trova a dovere respingere l’angoscia
genitale nei confronti del marito. Dal punto di vista energetico, la difesa dell’Io non è
altro che una pulsione rimossa nella sua funzione rovesciata. Questo vale per tutti gli
atteggiamenti morali dell’uomo moderno.
Normalmente, la struttura della nevrosi corrispondeva allo sviluppo, con una
successione inversa. L’«unità antitetico-funzionale della pulsione e della difesa»
permetteva di cogliere contemporaneamente le esperienze attuali e quelle della prima
infanzia. Non esisteva più alcun contrasto tra storico e attuale. Tutta l’esperienza del
passato viveva nel presente sotto forma di atteggiamenti caratteriali. L’essenza di un
uomo è la somma funzionale di tutte le esperienze passate. Queste affermazioni, che
possono sembrare accademiche, sono decisive per la comprensione del cambiamento
della struttura dell’uomo.
Questa struttura non era uno schema che imponevo ai malati. La logica con cui si
scoprivano e si eliminavano, dissolvendo le resistenze, i vari strati dei meccanismi di
difesa mi diceva che la stratificazione esiste realmente e in modo obiettivamente
indipendente da me. Confrontai le stratificazioni caratteriali con quelle geologiche,
anch’esse storia solidificata. Un conflitto che in un certo periodo della vita è stato vissuto
fino in fondo lascia regolarmente una traccia, che si manifesta sotto forma di indurimento
caratteriale. Esso funziona automaticamente ed è difficile da eliminare. Il paziente non lo
sente come qualche cosa di estraneo, ma spesso come un irrigidimento o come una
perdita di vivacità. Ognuno di questi strati della struttura caratteriale rappresenta una fase
di vita vissuta, conservata in altra forma e sempre in altra forma attuale e operante. La
pratica dimostrava che, smuovendo questi strati, il vecchio conflitto poteva più o meno
facilmente rivivere. Se gli strati irrigiditi del conflitto erano particolarmente numerosi e
automatizzati, e se essi formavano un’unità compatta nella quale era difficile penetrare, li
si percepiva allora come un’«armatura» che circondava l’organismo vivente. Tale
armatura poteva trovarsi «in superficie» o «in profondità», poteva essere «molle come
una spugna» o «dura come un sasso». In ogni caso essa aveva la funzione di proteggere
dal dispiacere. Con questo l’organismo perdeva anche una parte della sua capacità di
provare piacere. Il contenuto latente dell’armatura era costituito dalle gravi esperienze
conflittuali. L’energia che teneva insieme l’armatura, nella maggior parte dei casi, era
mania distruttiva legata. Questo era dimostrato dal fatto che non appena l’armatura
veniva scossa, si liberava immediatamente l’aggressività. Da dove veniva questa
aggressività distruttiva e carica d’odio? Che funzione aveva? Si trattava di una mania di
distruzione originaria, biologica? Passarono molti anni prima che si trovasse la soluzione
a questi interrogativi. Notavo che le persone reagivano con profondo odio a ogni tentativo
di scuotere l’equilibrio nevrotico dell’armatura, cosa questa che costituiva una delle
maggiori difficoltà nel lavoro di ricerca sulla struttura caratteriale. La stessa mania
distruttiva non era mai libera. Era sempre coperta da atteggiamenti caratteriali opposti.
Quando nella vita erano necessarie aggressività, azione, decisione e presa di posizione,
dominavano invece il riguardo, la cortesia, la riservatezza, la falsa modestia, in breve
tutte le virtù maggiormente apprezzate. Un fatto però era indubitabile: esse paralizzavano
qualsiasi reazione razionale, qualsiasi impulso vivo e attivo nell’uomo.
Nei casi in cui appariva una naturale aggressività nelle azioni, essa era confusa,
senza un obiettivo preciso e nascondeva un profondo senso di debolezza o un morboso
egoismo. Si trattava quindi di un’aggressività patologica, non sana e priva di un preciso
obiettivo.
Gradualmente incominciai a comprendere l’atteggiamento di odio latente che non
mancava mai nei malati. Se non ci si arenava nelle associazioni prive di affetto, se non ci
si accontentava delle interpretazioni dei sogni e se si affrontava l’atteggiamento di difesa
caratteriale del malato, allora questi diventava cattivo. In un primo tempo la cosa era
incomprensibile. Il paziente si lamentava dell’aridità della sua vita emozionale. Ma se gli
si mostrava la medesima aridità con lo stesso tono con cui egli ne parlava, imitando la sua
freddezza, il suo modo di fare enfatico o falso, allora si arrabbiava. Riteneva il sintomo
(un mal di capo o un tic) qualche cosa di estraneo. Invece egli stesso era la sua essenza.
Se glielo si faceva notare diveniva inquieto. Per quale motivo l’uomo non poteva
percepire la sua propria essenza? Visto che egli stesso è tale essenza! Gradualmente
compresi che proprio questa essenza costituisce la massa resistente che ostacolava gli
sforzi analitici. Tutta l’essenza, il carattere, l’individualità opponevano resistenza. Per
quale motivo? Dovevano certo svolgere una funzione segreta di difesa e di protezione.
Conoscevo bene la teoria del carattere di Adler. Stavo forse seguendo anch’io la sua falsa
pista? Constatavo che l’autoaffermazione, il senso di inferiorità, la volontà di potenza non
tolleravano di essere messi in piena luce. C’erano anche la vanità e la tendenza a
nascondere le debolezze. Dunque Adler aveva ragione. Ma egli aveva affermato che il
«carattere», «non la sessualità» erano la causa della malattia psichica. Dov’era dunque il
nesso tra meccanismi caratteriali e meccanismi sessuali? Infatti non dubitai un solo
istante che la teoria delle nevrosi di Freud, e non quella di Adler, fosse la teoria giusta.
Passarono anni prima che le cose mi apparissero chiare: la mania di distruzione
legata nel carattere non è altro che rabbia per le frustrazioni subite nella vita e per la
mancanza di soddisfacimento sessuale. Andando in profondità, ogni impulso distruttivo
cedeva il posto a un impulso sessuale. Il piacere di distruzione era soltanto la reazione
alla delusione in amore o alla perdita d’amore. Quando si cerca l’amore o il
soddisfacimento di una prorompente sessualità e si incontrano ostacoli insormontabili,
allora si incomincia a odiare. Ma l’odio non può essere sfogato fino in fondo, deve essere
legato per evitare l’angoscia che esso provoca. L’amore frustrato causa quindi angoscia.
Anche l’aggressività frenata produce angoscia; e l’angoscia inibisce l’espressione sia
dell’odio sia dell’amore. Allora compresi teoricamente nella sua costruzione ciò che
avevo capito analiticamente nella scomposizione della nevrosi: era la stessa cosa, ma in
ordine inverso, e portava al risultato più importante: l’individuo insoddisfatto sul piano
orgastico sviluppa un carattere falso e la paura delle reazioni automatiche vitali, quindi
anche dell’autopercezione vegetativa.
In questo periodo, nella psicoanalisi, la teoria sulle pulsioni di distruzione
incominciò a occupare una posizione di primo piano. Nel suo saggio sul masochismo
primario, Freud aveva apportato una modifica importante a una precedente concezione.
Inizialmente si diceva che l’odio era una forza pulsionale biologica parallela a quella
dell’amore. La mania di distruzione era diretta in un primo tempo contro il mondo
esterno. Sotto l’influenza di questo mondo, si rivoltava contro la persona stessa e
diventava masochismo, quindi desiderio di sofferenza. La cosa appariva ora capovolta.
All’origine c’era il «masochismo primario» o «pulsione di morte». Esso era già presente
nelle cellule. Rivoltandosi contro il mondo, generava l’aggressività distruttiva, che a sua
volta poteva essere rivoltata contro l’Io sotto forma di masochismo secondario.
Si presumeva che il celato atteggiamento negativo del malato venisse alimentato
dal masochismo. Lo stesso accadeva, secondo Freud, per la «reazione terapeutica
negativa» e l’«inconscio senso di colpa». Per molti anni lavorai sulle varie manie di
distruzione che causano sensi di colpa e stati depressivi, poi cominciai a comprendere la
loro importanza per quanto riguarda l’armatura caratteriale e la loro dipendenza
dall’ingorgo sessuale.
Con il consenso di Freud, intendevo riassumere in un libro ciò che si sapeva a
quel tempo sulla tecnica psicoanalitica. Per fare questo dovevo chiaramente prendere una
posizione sul problema della distruzione. Personalmente non avevo alcuna idea precisa in
proposito. In un saggio dal titolo «Weiterer Ausbau der “aktiven Technik”» Ferenczi
polemizzava contro Adler. «Le analisi caratteriali» scrisse «anche oggi non vengono mai
messe in primo piano nella nostra tecnica.» Secondo lui esse svolgevano «un certo ruolo»
solo alla fine del trattamento: «… vi si fa ricorso solo quando determinati tratti abnormi,
paragonabili alle psicosi, turbano il normale decorso dell’analisi». Con queste parole egli
esprimeva correttamente l’atteggiamento che la psicoanalisi aveva nei confronti della
funzione del carattere. Ero immerso nelle ricerche sul carattere.
Adler a suo tempo aveva proposto la sostituzione dell’analisi della libido con
l’analisi del carattere.
Stavo cercando di sviluppare la psicoanalisi in direzione dell’«analisi
caratteriale». Solo l’eliminazione della base caratteriale dei sintomi poteva portare a una
reale guarigione. La difficoltà consisteva nell’individuare quelle situazioni analitiche che
non richiedono un’analisi dei sintomi, bensì un’analisi del carattere. La mia tecnica si
differenziava dai tentativi caratteriali di Adler perché consisteva nell’analisi caratteriale
attraverso l’analisi del comportamento sessuale e non come diceva Adler: «Non analisi
della libido, ma del carattere…». La mia concezione dell’armatura caratteriale non ha
nulla in comune con la formulazione di Adler sui singoli tratti caratteriali. Ogni
riferimento a Adler, quando si parla della teoria sessuoeconomica della struttura, è indice
di un profondo malinteso. Certi tratti caratteriali, come il «senso di inferiorità» o la
«volontà di potenza», sono solo manifestazioni superficiali nel processo che conduce alla
formazione dell’armatura nel senso biologico dell’inibizione vegetativa di funzioni vitali.
In Der triebhafte Charakter (1925) in base alle esperienze fatte con malati
pulsionali, ero giunto alla conclusione che bisognava estendere l’analisi dei sintomi fino
all’analisi del carattere. Ciò era logico, ma non sufficientemente fondato sul piano clinico
e tecnico. Non sapevo come arrivarci e mi attenni alla teoria freudiana dell’Io e del
Super-io. Non era possibile elaborare una tecnica dell’analisi caratteriale con questi
concetti psicoanalitici ausiliari. Era necessaria una teoria funzionale della struttura
psichica, che potesse basarsi su dati di fatto biologici.
Nello stesso periodo e in base all’esperienza clinica era risultato chiaramente che
il fine della terapia delle nevrosi doveva essere la realizzazione della piena potenza
orgastica. Conoscevo il fine, l’avevo raggiunto solo con pochi malati, ma non sapevo
nulla della tecnica necessaria per raggiungerlo sicuramente. Inoltre, quanto più divenni
sicuro sul fine terapeutico da raggiungere, tanto più dovetti ammettere l’inadeguatezza
della mia abilità tecnica. Invece di attenuarsi, la contraddizione tra il fine e le mie
capacità diventava sempre più grande.
Gli schemi freudiani della funzione psichica risultarono utilizzabili sul piano
terapeutico solo in modo limitato. L’accesso alla coscienza di desideri e conflitti inconsci
aveva effetti considerevoli solo quando si ristabiliva anche la genitalità. Del bisogno
inconscio di punizione non si sapeva proprio cosa fare. Infatti, se esiste una profonda
pulsione biologica a rimanere malati e a soffrire, qualsiasi terapia è in partenza
condannata all’insuccesso!
Erano molti quelli che erano naufragati a causa della miseria terapeutica. Stekel
negava il lavoro sulla resistenza psichica per scoprire l’inconscio, e «puntava tutto
sull’interpretazione dell’inconscio» come fanno ancora oggi molti psicoanalisti
«indipendenti». Era una situazione disperata. Egli negava le nevrosi attuali e il complesso
di castrazione. Voleva ottenere rapide guarigioni. Per questo si era allontanato dal
cammino lento ma sicuro di Freud.
Adler negava che si potesse venire a capo del senso di colpa e dell’aggressività
con la teoria sessuale. Finì per diventare un filosofo finalista e un moralista sociale.
Jung aveva talmente generalizzato il concetto di libido che essa aveva perso
completamente il suo significato di energia sessuale. Finì per approdare nell’«inconscio
collettivo» e quindi nel misticismo, che sostenne più tardi ufficialmente come
nazionalsocialista.
Ferenczi, un uomo dotatissimo e davvero straordinario sul piano umano, si rese
perfettamente conto della miseria terapeutica. Cercò la soluzione nella sfera somatica.
Sviluppò una «tecnica attiva» sugli stati di tensione somatica, ma non conosceva la
nevrosi da stasi e non prese sul serio la teoria dell’orgasmo.
Anche Rank era consapevole della miseria terapeutica. Ammetteva il desiderio di
quiete, di tornare nel grembo materno. Fraintese la paura che gli uomini hanno di vivere
in questo mondo terribile e la interpretò biologicamente come trauma della nascita;
questo, secondo lui, doveva essere il nucleo centrale della nevrosi. Non si pose mai la
domanda perché gli uomini desiderano fuggire dalla vita reale per rifugiarsi nel ben
protetto grembo materno. Entrò in conflitto con Freud, che continuava a sostenere la
teoria della libido, e si staccò da lui.
Tutti naufragavano a causa di una domanda che è determinante in ogni situazione
psicoterapeutica: che deve fare il paziente della sua sessualità naturale, una volta che è
stata liberata dalla rimozione? Freud non vi accenna neppure, e, come si vedrà in seguito,
non voleva nemmeno sentirne parlare. Infine lo stesso Freud, evitando questa domanda
centrale, creò difficoltà gigantesche teorizzando la pulsione biologica di sofferenza e di
morte.
Tali questioni non potevano essere risolte teoricamente. L’esempio di Rank,
Alfred Adler, Jung ecc. ammoniva a non fare affermazioni che non fossero fondate fin nei
minimi dettagli sul piano clinico. Da parte mia correvo il rischio di semplificare troppo
l’intera problematica affermando: «Lasciate che i pazienti, se vivono in astinenza,
abbiano rapporti sessuali, lasciate che si masturbino e tutto si risolverà!». Gli analisti
cercarono di dare questa interpretazione distorta alla mia teoria della genitalità. A quel
tempo molti medici e psichiatri parlavano effettivamente in questi termini ai loro pazienti.
Avevano sentito che Freud attribuiva la causa della nevrosi all’ingorgo sessuale, e allora
lasciavano che i pazienti «si soddisfacessero». Cercavano terapie rapide. Non si
rendevano conto che la nevrosi è caratterizzata proprio dall’incapacità di raggiungere il
soddisfacimento. L’essenza di questo problema, apparentemente facile ma in realtà molto
complesso, risiedeva nell’«impotenza orgastica». Sin dalla mia prima osservazione avevo
notato che il soddisfacimento genitale fa sparire i sintomi. L’esperienza clinica insegnava
d’altro canto che solo eccezionalmente l’energia genitale è disponibile nella misura
necessaria. Si trattava di ricercare i centri e i meccanismi nei quali era legata o nei quali
veniva deviata. Il desiderio patologico di distruzione – o semplicemente la cattiveria degli
uomini – costituiva una di queste deviazioni biologiche dell’energia genitale. Per
giungere a questa conclusione era necessario un lavoro minuzioso, teoricamente rigoroso.
L’aggressività dei malati era indirizzata in modo sbagliato, gravata da sentimenti di colpa,
sottratta all’attività reale e nella maggior parte dei casi, essa stessa profondamente
rimossa. La teoria freudiana della mania distruttiva biologica originaria rendeva più
difficile la soluzione. Infatti, se le manifestazioni di sadismo e di brutalità cui assistiamo
nella vita quotidiana, in forma rimossa o libera, fossero espressione di una forza
pulsionale biologica, quindi naturale, allora la terapia delle nevrosi, così come le tanto
apprezzate prospettive culturali, si troverebbero in cattive acque. E se poi le pulsioni di
autodistruzione fossero addirittura date come biologicamente immutabili, allora non
esisterebbe altra prospettiva che il reciproco massacro degli uomini. E in tal caso le
nevrosi sarebbero manifestazioni biologiche.
Ma per quale ragione esercitavamo allora la professione di psicoterapeuti?
Dovevo vederci chiaro e non volevo ricorrere alla speculazione. Dietro simili
affermazioni operavano blocchi affettivi che impedivano di giungere alla verità. Inoltre,
la mia esperienza mi aveva indicato una via che conduceva a un fine pratico: l’ingorgo
sessuale è la conseguenza del disturbo della funzione dell’orgasmo. In linea di massima
le nevrosi possono essere guarite eliminando la loro fonte energetica, cioè l’ingorgo
sessuale. Questa via conduceva in campi segreti e pericolosi; l’energia genitale era legata,
coperta e trasformata in molti luoghi e in vari modi. Il mondo ufficiale aveva bandito
questo tema. La tecnica della ricerca e della terapia doveva essere tolta dalla miseria in
cui si trovava. Solo un metodo psicoterapeutico dinamico e utilizzabile sul piano pratico
poteva evitare che si sbagliasse pericolosamente strada. L’analisi caratteriale in tal modo,
nei dieci anni successivi, divenne la tecnica che aiutava a trovare le fonti coperte
dell’energia genitale. Come metodo terapeutico essa aveva quattro compiti:
1. Elaborazione dei dettagli del comportamento umano, anche durante l’atto
sessuale.
2. Superamento e comprensione del sadismo umano.
3. Ricerca delle più importanti manifestazioni psicopatologiche che affondano le
loro radici in periodi che precedono la fase genitale infantile. Si doveva chiarire in che
modo la sessualità non genitale impedisce la funzione genitale.
4. Ricerca delle cause sociali dei disturbi genitali.
Comincio con la descrizione del secondo compito.
4. Distruzione, aggressività e sadismo

Nella psicoanalisi i termini «aggressività», «sadismo», «distruzione» e «pulsione


di morte» venivano impiegati in modo oscuro e confuso.
Sembrava che l’aggressività fosse identica alla distruzione. Questa a sua volta era
la «pulsione di morte rivolta contro il mondo». E il sadismo rimaneva la pulsione parziale
originaria, che incomincia a manifestarsi in una determinata fase dello sviluppo sessuale.
Tentai di valutare in base alle loro origini e ai loro fini le azioni umane che possono
essere tutte riunite sotto il concetto di «odio». Nel mio lavoro clinico non trovai mai una
pulsione di morte, una volontà di morire come pulsione originaria (corrispondente alla
sessualità o al bisogno di nutrizione). Tutte le manifestazioni psichiche che potevano
essere interpretate come «pulsione di morte» si rivelavano un prodotto della nevrosi. Così
il suicidio era una vendetta inconscia nei confronti di un’altra persona con cui ci si era
identificati, o un’azione per sfuggire all’enorme dispiacere causato da una situazione
troppo complicata.
La paura della morte dei malati poteva essere regolarmente ricondotta alla paura
della catastrofe, e questa a sua volta all’angoscia genitale. Del resto gli analisti della
pulsione di morte confondevano spesso angoscia e pulsione. Il fatto che la paura della
morte e la paura di morire siano identiche alla paura inconscia dell’orgasmo e che la
presunta pulsione di morte, il desiderio di dissolversi, il desiderio del nulla siano un
desiderio inconscio di distensione orgastica lo capii solo circa otto anni dopo. Quindi
non avevo «generalizzato troppo rapidamente e schematicamente la teoria dell’orgasmo».
L’essere vivente sviluppa un impulso distruttivo quando vuole distruggere una
fonte di pericolo. In tal caso la distruzione o l’uccisione dell’oggetto è il fine
biologicamente razionale. Il motivo non è il piacere originario di distruggere, bensì
l’interesse della «pulsione di vita» (uso intenzionalmente l’espressione corrente di allora)
di evitare l’angoscia e di conservare l’Io totale. Si distrugge in una situazione di pericolo
perché si vuole vivere e non si vuole avere paura. La pulsione distruttiva appare al
servizio di una volontà vitale primaria e biologica. Come tale essa non ha una nota
sessuale. Essa non vuole raggiungere il piacere anche se la liberazione dal dispiacere è
sempre un’esperienza simile al piacere.
Ciò è importante per molti concetti fondamentali della sessuoeconomia. Essa nega
il carattere biologico originario della mania di distruzione. Un animale ne uccide un altro
non per il piacere di uccidere. In tal caso si tratterebbe di un assassinio sadico compiuto
per il piacere di farlo. Esso uccide perché ha fame o perché sente minacciata la sua vita.
Quindi anche in questo caso la distruzione appare come una funzione vitale al servizio
della «pulsione di vita». Cosa sia questa pulsione non lo sappiamo ancora.
L’aggressività nel senso stretto della parola non ha nulla a che fare né con il
sadismo, né con la distruzione. La parola deriva dal latino e significa «camminare verso».
Ogni manifestazione positiva di vita è aggressiva. Ciò vale per l’atto sessuale piacevole
come per l’atto distruttivo motivato dall’odio, per l’atto sadico come per il
procacciamento del cibo. L’aggressività è la manifestazione vitale della muscolatura, del
sistema del movimento. Il significato di questa correlazione è importante per la
valutazione dell’educazione moderna dei bambini. Gran parte dei freni posti
all’aggressività, che i nostri bambini subiscono con effetti deleteri, derivano
dall’equiparazione di «aggressivo» con «cattivo» o «sessuale». Il fine dell’aggressività è
sempre quello di render possibile la soddisfazione di un bisogno vitale. L’aggressività
non è quindi una pulsione nel vero senso della parola, bensì il mezzo indispensabile di
ogni moto pulsionale. Questo è di per sé aggressivo, poiché la tensione spinge in
direzione della soddisfazione. Esiste quindi un’aggressività distruttiva, una sadica, una
locomotoria e una sessuale.
Se alla sessualità aggressiva viene negato il soddisfacimento, rimane la spinta a
raggiungerlo lo stesso. Nasce allora l’impulso a raggiungere il piacere con tutti i mezzi
possibili. La nota aggressiva incomincia a soffocare quella dell’amore. Se il fine del
piacere è completamente eliminato, se è divenuto inconscio o è carico di angoscia, allora
l’aggressività – che in origine era soltanto un mezzo – diviene essa stessa l’atto che
scarica la tensione. In quanto manifestazione vitale essa procura piacere. Così nasce il
sadismo: con la perdita del vero fine amoroso si sviluppa l’odio. L’odio diviene molto
violento se viene negata la possibilità di amare o di essere amati. In tal modo l’intenzione
distruttiva con fini sessuali si aggiunge all’azione aggressiva, per esempio nel caso
dell’omicidio con stupro. La sua premessa è il blocco della capacità di provare in modo
naturale il piacere genitale. La perversione «sadica» è quindi un miscuglio di impulsi
sessuali originari e di impulsi distruttivi secondari. Essa non esiste nel regno animale ed è
una caratteristica che l’uomo ha acquisito solo da poco, è una pulsione secondaria. Ogni
tipo di azione distruttiva che nasce spontaneamente è la reazione dell’organismo alla
negazione del soddisfacimento di un bisogno vitale, soprattutto di quello sessuale.
Dal 1924 al 1927, quando questi rapporti mi divennero chiari nelle loro linee
fondamentali, nelle mie pubblicazioni continuavo a impiegare l’espressione «pulsione di
morte» per «restare nei ranghi». Nel mio lavoro clinico negavo la pulsione di morte. Non
discussi il suo significato biologico, perché non sapevo cosa dire in proposito. Nel lavoro
pratico essa appariva sempre come pulsione di distruzione. Sostenevo però già la
dipendenza della pulsione di distruzione dall’ingorgo sessuale, in un primo tempo
almeno per quanto riguarda la sua intensità. Lasciai aperto il problema della natura
biologica della distruttività. Era consigliabile la massima prudenza, anche perché i dati di
fatto erano scarsi. Già allora era chiaro che ogni repressione di stimoli sessuali favorisce
l’odio, l’aggressività in sé, quindi l’irrequietezza motoria senza un fine razionale, e le
tendenze distruttive. Ben presto l’attività clinica, la vita quotidiana e il mondo animale
fornirono numerosi esempi.
Era impossibile non vedere la diminuzione degli stimoli d’odio nel paziente che
acquistava la capacità di procurarsi il piacere sessuale naturale. Ogni trasformazione di
nevrosi ossessiva in isteria era accompagnata da una perdita di odio. Le perversioni e le
fantasie sadiche nell’atto sessuale decrescevano nella misura in cui aumentava il
soddisfacimento. L’aumento dei conflitti coniugali nel caso di diminuzione
dell’attrazione e del soddisfacimento sessuale diveniva comprensibile. Lo stesso dicasi
per la diminuzione della brutalità coniugale quando si trovava un altro partner
soddisfacente. Mi informai sul comportamento degli animali selvatici e appresi che sono
inoffensivi quando sono sazi e soddisfatti sessualmente. I tori sono selvaggi e pericolosi
soltanto quando vengono condotti dalla vacca, ma non al loro ritorno. I cani alla catena
sono molto pericolosi poiché viene impedito il movimento e il soddisfacimento sessuale.
Mi divennero così comprensibili i tratti caratteriali crudeli negli stati di insoddisfazione
sessuale cronica. Potevo osservare questo fenomeno nelle vecchie zitelle velenose e nei
moralisti ascetici. D’altra parte facevano spicco la dolcezza e la bontà delle persone che
potevano essere soddisfatte genitalmente. Non ho mai incontrato una persona capace di
raggiungere il soddisfacimento che fosse sadica. Se in queste persone apparivano
manifestazioni di sadismo, si poteva dedurre con certezza che era sopraggiunto un
improvviso disturbo che impediva l’abituale soddisfacimento. Anche il comportamento
delle donne nel periodo della menopausa confermava l’esistenza di questo rapporto. Ci
sono donne che durante il climaterio non presentano la minima traccia di acrimonia o di
odio irrazionale, e altre che nella menopausa si incattiviscono, se non lo erano già prima.
Ci si può convincere facilmente che esse si distinguono per la loro precedente vita
genitale. Il secondo tipo è regolarmente costituito da donne che non hanno mai avuto un
rapporto amoroso soddisfacente, che ora se ne pentono e che risentono consciamente o
inconsciamente delle conseguenze dell’ingorgo sessuale. Per odio o per invidia esse
divengono le più accanite nemiche di ogni progresso.
Il piacere sadico di distruzione che si fa sentire nella nostra epoca trova quindi la
sua spiegazione nella generale inibizione della vita amorosa naturale.
Era stata scoperta un’importante fonte dell’eccitazione genitale: eliminando
l’aggressività distruttiva e il sadismo, si potevano liberare energie che andavano a
beneficio del sistema di eccitazione genitale. Presto risultò chiaramente che la potenza
orgastica è inconciliabile con forti impulsi distruttivi o sadici. Non si può rendere felice
genitalmente il proprio partner, e nello stesso tempo volerlo distruggere. Le teorie sulla
«sessualità sadica maschile e su quella masochistica femminile» erano dunque sbagliate.
Lo stesso dicasi per la concezione secondo cui la fantasia dello stupro fa parte della
normale sessualità. Sostenendo queste posizioni, gli psicoanalisti non riescono affatto a
superare l’attuale struttura sessuale umana.
Come nei casi di frustrazione le energie genitali si trasformano in energie
distruttive, così nei casi di concessione e di soddisfacimento le energie distruttive possono
essere ritrasformate in energie genitali. La teoria dell’origine biologica del sadismo e
della distruttività era clinicamente insostenibile e assurda dal punto di vista culturale. Ma
con ciò la problematica era ben lontana dall’aver trovato una soluzione definitiva. Anche
questo non era sufficiente per raggiungere il fine terapeutico della potenza orgastica.
Infatti, anche l’energia distruttiva era legata in molti punti e in modi diversi. Nella
maggioranza dei casi viene rimossa. Per liberare l’energia, il lavoro tecnico consisteva
nell’individuare i meccanismi che frenavano le reazioni di odio. Qui l’armatura
caratteriale sotto forma di blocco affettivo diventava il terreno più fertile per la ricerca.
Il passaggio dall’analisi sistematica delle resistenze all’analisi caratteriale
avvenne solo dopo il 1926. Fino a quel tempo l’attività del Seminario tecnico si
concentrò sullo studio delle resistenze latenti e dei disturbi pregenitali nel processo
nevrotico. I pazienti assumevano un atteggiamento tipico quando l’energia sessuale
liberata eccitava il sistema genitale. La maggior parte dei malati reagiva all’aumento
delle eccitazioni con una fuga in atteggiamenti non genitali. Era come se l’energia
sessuale oscillasse tra i centri di eccitazione genitale e pregenitale. Chiamai questo
fenomeno «oscillazione» dell’eccitazione.
Nel 1925-1926 curai una giovane americana che sin dalla primissima infanzia
soffriva di una grave forma di asma bronchiale. Ogni situazione di eccitazione sessuale le
procurava un attacco. Questo accadeva ogniqualvolta doveva avere rapporti sessuali con
il marito, o quando flirtava e incominciava a eccitarsi. Iniziava allora una grave dispnea
ed ella poteva ristabilirsi solo ingerendo speciali antispastici. Ella era vaginalmente
ipnoanestetica. La sua faringe era invece estremamente eccitabile. Inconsciamente
soffriva di forti impulsi a mordere e a succhiare, riferiti a sua madre. Provava un senso di
soffocamento. Nei sogni e nelle azioni manifestava chiaramente la fantasia di avere un
pene in gola. Quando queste fantasie divennero coscienti, l’asma scomparve per la prima
volta. A essa si sostituì però una forte irritazione intestinale vagotonica sotto forma di
diarree che si alternavano a occlusioni simpaticotoniche. La gola ora era libera, mentre
l’intestino era estremamente irritato. La fantasia di avere un pene in gola fece posto a
quella di «avere un bambino nel ventre e di doverlo espellere». Con la diarrea il disturbo
genitale si accentuò. Vaginalmente non sentiva assolutamente più nulla e rifiutava
completamente l’atto sessuale. Temeva un attacco di diarrea durante l’atto. Quando i
sintomi intestinali e anali svanirono, apparvero per la prima volta eccitazioni vaginali
preorgastiche. Esse però non superavano un certo livello. A ogni aumento
dell’eccitazione, la malata reagiva con l’angoscia o con un attacco di asma. Per un certo
periodo l’asma riapparve in forma immutata, e con essa le eccitazioni e le fantasie orali,
come se non fossero mai state curate. A ogni ricaduta esse rinascevano, e ogni volta
l’eccitazione avanzava verso il sistema genitale. Ogni volta aumentava la capacità di
sopportare le eccitazioni vaginali. Gli intervalli tra le ricadute divennero più lunghi. Le
cose continuarono in questo modo per alcuni mesi. L’asma scompariva a ogni progresso
dell’eccitazione vaginale e riappariva ogniqualvolta l’eccitazione retrocedeva verso gli
organi respiratori. L’oscillazione dell’eccitazione sessuale fra trachea e faringe da un lato
e bacino dall’altro era accompagnata dalle relative fantasie della sessualità orale e
genitale. Quando l’eccitazione era «in alto», la malata aveva desideri infantili ed era
depressa; quando diventava nuovamente genitale, la paziente diventava femminile e
desiderava l’uomo. L’angoscia genitale, che spingeva ogni volta alla ritirata, inizialmente
si era presentata come paura di venir ferita durante l’atto sessuale. Quando questa paura
fu superata, apparve un’angoscia di venire meno e di scoppiare di eccitazione.
Gradualmente la paziente si abituò all’eccitazione vaginale e finalmente raggiunse
l’orgasmo. Questa volta non ci fu il crampo alla gola e con esso nemmeno l’asma. Esso
sparì completamente. Rimasi in contatto con la paziente per diversi anni. Fino al 1932,
anno in cui ebbi per l’ultima volta sue notizie, era sana.
Questo caso confermava ancora una volta la mia concezione della funzione
terapeutica dell’orgasmo e svelava altri importanti meccanismi. A questo punto compresi
che le eccitazioni e i tipi di soddisfacimento non genitali vengono bloccati per paura
delle intense sensazioni orgastiche nel genitale; perché essi danno un’eccitazione molto
minore. Ci si trovava dunque di fronte a un altro importante aspetto dell’enigma
dell’angoscia pulsionale.
Se l’eccitazione sessuale viene frenata, nasce una contraddizione progressiva:
l’azione frenante aumenta l’ingorgo dell’eccitazione; l’accresciuto ingorgo
dell’eccitazione indebolisce la capacità dell’organismo di liberarsene. In tal modo
l’organismo acquista una paura dell’eccitazione, in altre parole l’angoscia sessuale.
L’angoscia sessuale è quindi causata dalla negazione esterna del soddisfacimento delle
pulsioni ed è ancorata interiormente dalla paura dell’eccitazione sessuale ingorgata. Da
ciò deriva la paura dell’orgasmo. Essa è la paura dell’Io straniato dall’esperienza del
piacere di fronte all’eccitazione travolgente del sistema genitale. La paura dell’orgasmo
costituisce il nucleo della generale angoscia strutturale del piacere (1934). Abitualmente
essa si manifesta come paura generale di ogni tipo di sensazione ed eccitazione
vegetative, o della percezione di tali eccitazioni e sensazioni. La gioia di vivere e il
piacere orgastico sono identici. La manifestazione più evidente della paura dell’orgasmo
è costituita dalla generale paura di vivere.
Le forme in cui si manifesta la paura dell’orgasmo e i suoi meccanismi sono
molteplici. A tutte le forme è comune la paura della travolgente eccitazione genitale
orgastica. I meccanismi frenanti sono diversi. Il loro studio ha richiesto otto anni. Fino al
1926 si scoprirono solo pochi meccanismi tipici. Erano più facili da studiare nelle donne.
Nell’uomo la sensazione dell’eiaculazione nasconde spesso la paura dell’orgasmo. Nelle
donne essa appare invece in forma pura. Il loro timore più frequente è quello di sporcare
durante l’eccitazione, di tirare un peto o di dovere involontariamente orinare. Quanto più
è danneggiata la funzione vaginale dell’eccitazione, quanto più le rappresentazioni e le
fantasie non genitali si impossessano del genitale, tanto più forte diviene l’azione
frenante e quindi tanto più forte la paura dell’orgasmo. L’eccitazione orgastica viene
frenata quando è sentita come una distruzione del corpo. Le donne temono di finire «sotto
il potere dell’uomo», di essere ferite o di venire fatte scoppiare internamente da lui. Nella
fantasia la vagina viene quindi trasformata in un organo capace di mordere, che vuole
rendere inoffensivo il pene che la minaccia. Ogni vaginismo presenta questa struttura. Se
esso si manifesta prima dell’atto sessuale, ciò significa che all’organo maschile viene
impedita la penetrazione. Se invece si manifesta durante l’atto, allora esiste il desiderio
inconscio di trattenere il pene, di staccarlo con un morso. Se sono presenti forti impulsi
distruttivi, allora l’organismo teme «di lasciarsi completamente andare» per paura che
possa esplodere la furia distruttiva.
Le donne reagiscono in modo diverso alla paura dell’orgasmo. La maggior parte
di esse tiene fermo il proprio corpo, con una vigilanza semicosciente. Altre lo muovono
in modo molto forzato, perché il movimento dolce provoca un’eccitazione troppo
violenta. Le gambe vengono premute l’una contro l’altra, il bacino viene tirato indietro.
Per frenare la sensazione orgastica, viene regolarmente trattenuto il respiro. Quest’ultima
cosa la osservai, stranamente, solo nel 1935.
Stare immobili durante l’atto è un sintomo molto comune di azioni frenate. Una
mia paziente che aveva fantasie masochiste di essere battuta soffriva della paura
inconscia di sporcarsi di feci durante l’eccitamento sessuale. All’età di quattro anni aveva
sviluppato la fantasia onanistica che il suo letto contenesse un macchinario che
automaticamente avrebbe eliminato lo sporco.

Tipici disturbi genitali in entrambi i sessi


A: dispiacere e disgusto in caso di totale insensibilità nell’atto sessuale;
B: ipoestesia dei genitali: ridotto piacere preorgastico, inibizioni intermittenti (I),
raffreddamento; C: normale eccitazione preorgastica dei genitali, caduta
dell’eccitazione senza orgasmo: impotenza orgastica isolata; D: disturbo orgastico
nella ninfomania e nella satiriasi: forte eccitazione preorgastica, nessuna caduta
dell’eccitazione, nessun orgasmo; I: inibizione

La paura dell’orgasmo viene sentita spesso come paura della morte o paura di
morire. Se esiste una paura ipocondriaca delle catastrofi, allora il decorso di ogni forte
eccitazione viene frenato. La perdita della coscienza si trasforma da esperienza piacevole
in esperienza angosciosa. Si deve quindi perennemente «stare in guardia» e «non perdere
la testa»; si rimane «vigili». Ciò si manifesta con un’espressione corrugata della fronte e
delle sopracciglia.
Ogni forma di nevrosi ha il suo relativo disturbo genitale. L’isteria nelle donne
con un locale disturbo dell’eccitazione vaginale è accompagnata da una generale
ipersessualità. Il loro tipico disturbo genitale è l’astinenza a causa della paura genitale.
Gli uomini isterici, nell’atto, soffrono di impotenza erettiva o di eiaculatio praecox. Le
nevrosi ossessive sono accompagnate da una rigorosa e ben razionalizzata astinenza
ascetica. Le donne sono frigide, e generalmente non eccitabili. Gli uomini sono spesso
dotati di potenza erettiva, ma mai di quella orgastica.
Nel gruppo delle nevrastenie potei distinguere una forma cronica caratterizzata da
spermatorrea e da una struttura pregenitale. Qui il pene ha perso completamente il suo
ruolo di organo che procura piacere penetrando. Rappresenta un seno offerto al bambino,
o un pezzo di feci che vengono espulse ecc.

Curva dell’eccitazione nel caso di eiaculatio praecox


S: sovraeccitazione; P: penetrazione; E: eiaculazione; M: dispiacere dopo
l’eiaculazione; C: curva dell’orgasmo normale come termine di paragone

Distinsi in un quarto gruppo quegli uomini che, per paura della donna e per
difendersi da fantasie omosessuali inconsce, sviluppano un’eccessiva potenza erettiva.
Essi dimostrano a se stessi la loro potenza e impiegano il pene come un organo di
perforazione accompagnando l’atto con fantasie sadiche. Sono uomini fallico-narcisistici
che si trovano sempre tra gli ufficiali, gli studenti nazionalisti, i seduttori dissoluti e i tipi
ossessivamente sicuri di sé. Tutti quanti soffrono di gravi disturbi orgastici. Per costoro
l’atto sessuale non è altro che uno svuotamento seguito da una reazione di disgusto. I tipi
di questo genere non abbracciano la donna, la «chiavano». Nelle donne il loro
comportamento sessuale suscita una profonda ripugnanza per l’atto sessuale. Le donne
non vogliono essere «chiavate».
Tenni una relazione su una parte di questi risultati clinici al congresso di Homburg
nel 1925, intitolata «Sulla nevrastenia ipocondriaca cronica». Trattai in particolare
l’«astenia genitale». Essa nasce quando non si permette che giungano al genitale le
eccitazioni causate da rappresentazioni genitali, ma solo quelle pregenitali. Presentai
separatamente la seconda parte della relazione con il titolo «Fonti dell’angoscia
nevrotica», che venne pubblicata nell’opuscolo commemorativo per il settantesimo
compleanno di Freud nel maggio 1926. In questo lavoro analizzai le differenze tra
l’angoscia che deriva dall’aggressività repressa, l’angoscia della coscienza e l’angoscia
da stasi sessuale. Il senso di colpa nasce dall’angoscia sessuale, passando attraverso
l’aumentata aggressività distruttiva. Introdussi la distruttività come una delle cause
dell’angoscia. Sei mesi più tardi anche Freud giunse alla conclusione che l’angoscia della
coscienza derivava dalla pulsione di distruzione rimossa, attribuendo però nello stesso
tempo a questa pulsione un minore effetto sull’angoscia sessuale. Secondo il suo sistema
ciò era logico; infatti egli concepiva la pulsione di distruzione come una pulsione
biologica originaria, parallela alla sessualità. Nel frattempo avevo dedotto l’intensità
della pulsione di distruzione dall’intensità dell’ingorgo sessuale, e avevo fatto una
distinzione tra l’«aggressività» e la «distruzione». Queste differenziazioni, che possono
sembrare esageratamente teoriche e specialistiche, sono di un’importanza fondamentale.
Esse conducevano in una direzione completamente diversa dalla concezione freudiana
della distruzione.
Riassunsi la maggior parte delle mie scoperte cliniche nel libro La funzione
dell’orgasmo. Presentai il manoscritto a Freud, al quale l’avevo dedicato, recandomi a
casa sua il 6 maggio 1926. Leggendo il titolo ebbe una reazione spiacevole. Diede
un’occhiata al manoscritto, esitò un istante e disse con tono inquieto: «Così grosso?». Mi
sentii a disagio. Quella non era una reazione razionale. Di solito era molto cortese e non
usava mai un tono così pungente. In passato Freud aveva l’abitudine di leggere i
manoscritti in pochi giorni e di dare poi un giudizio scritto. Quella volta trascorsero più di
due mesi prima che ricevessi la sua lettera. Essa diceva:
Caro dottore, ci ho messo molto tempo, ma finalmente ho letto il manoscritto che
lei mi ha dedicato per il compleanno. Trovo il lavoro prezioso, ricco di materiale
d’osservazione e di idee. Come lei sa, non ho un atteggiamento negativo nei confronti del
suo tentativo di dimostrare che la nevrastenia è causata dalla mancata supremazia
genitale…
Riferendosi a un mio lavoro precedente sul problema della nevrastenia, Freud mi
aveva scritto:
Da tempo mi rendo conto che la mia formulazione e la mia concezione delle
nevrosi attuali è superficiale e richiede profonde correzioni. Al chiarimento avrebbero
dovuto contribuire ulteriori approfonditi esami. Ho la sensazione che i suoi sforzi aprano
una nuova strada ricca di prospettive… Non so se la sua ipotesi risolva realmente
l’enigma. Continuo a nutrire dei dubbi. Lei stesso non fornisce alcuna spiegazione di
alcuni dei sintomi più caratteristici, e tutta la sua concezione del transfert della libido
genitale non mi persuade ancora (ist mir noch nicht mundgerecht).2 Spero però che non
perderà di vista il problema e che giungerà a una soluzione soddisfacente…
Queste parole si riferivano a una soluzione parziale del problema della
nevrastenia che avevo formulato nel 1925, alla descrizione dettagliata del problema
dell’orgasmo e del ruolo dell’ingorgo sessuale somatico nella nevrosi. Il suo tono era
divenuto visibilmente più freddo. In un primo tempo non ne compresi il motivo. Per
quale ragione Freud rifiutava la soluzione della «teoria dell’orgasmo» accolta con
entusiasmo dalla maggior parte dei giovani analisti? Non immaginavo che fossero le
conseguenze che ne derivavano per l’intera teoria delle nevrosi a spaventarlo.
Nel giorno del suo settantesimo compleanno, Freud ci aveva detto che non
dovevamo fidarci del mondo. Tutte queste celebrazioni – egli disse – non significano
nulla. Si accettava la psicoanalisi solo per poterla distruggere meglio. Dicendo
«psicoanalisi» si riferiva alla teoria sessuale. Ma io avevo fornito un contributo decisivo
proprio per rafforzare la teoria sessuale. Perché Freud lo respingeva? Proprio per questa
ragione ritardai la pubblicazione del libro sull’orgasmo ancora alcuni mesi, in modo da
poter riflettere ancora una volta sul suo contenuto. Esso venne composto solo nel gennaio
1927.
Nel dicembre 1926 tenni una relazione sulla tecnica dell’analisi caratteriale alla
presenza di Freud e dei suoi più stretti collaboratori. Sollevai il problema se, in caso di
atteggiamento negativo latente del paziente, si dovesse procedere all’interpretazione dei
suoi desideri incestuosi o se fosse meglio aspettare che scomparisse prima la sua
diffidenza. Freud mi interruppe: «Perché non vuole interpretare il materiale nella
successione in cui appare? Naturalmente bisogna analizzare e interpretare i sogni
incestuosi appena affiorano!». Questo non me l’aspettavo. Esposi il mio punto di vista
fino in fondo. Esso era completamente estraneo a Freud. Egli non comprendeva perché
non si dovesse seguire la successione del materiale. Ciò era in contrasto con quanto era
stato detto sulla tecnica analitica in conversazioni private. In quella riunione si era creata
un’atmosfera pesante. I miei oppositori nel Seminario trionfavano e mi commiseravano.
Io rimasi calmo.
A partire dal 1926 i problemi della «teoria della terapia» occuparono un posto di
primo piano, Il rapporto ufficiale dell’Ambulatorio per gli anni 1922-1932 diceva: «Le
cause dei successi e degli insuccessi psicoanalitici, i criteri di guarigione, il tentativo di
una tipologia delle forme di malattia in base alle resistenze e alle possibilità di
guarigione, i problemi dell’analisi caratteriale, delle resistenze caratteriali, delle
“resistenze narcisistiche” e del “blocco affettivo” sono stati sottoposti a un esame clinico
e teorico, sempre sulla base di casi concreti. A questo proposito si sono anche tenute
relazioni su una serie di pubblicazioni dedicate a problemi tecnici».
La reputazione del nostro Seminario cresceva.
Distribuii i vari temi che erano scaturiti dai problemi che avevo posto, senza
rivendicarne la paternità. Presi molto sul serio il lavoro collettivo. Mi bastava essere
riuscito a mettere quei problemi al centro delle ricerche. Negli anni successivi ci furono
ingiustificate rivendicazioni di paternità da parte di alcuni zelanti collaboratori del
Seminario. Non valeva nemmeno la pena di occuparsene. Generalmente nel mondo
psicoanalitico si conosceva la provenienza delle idee fondamentali. Nemmeno uno dei
venti studenti del Seminario di Vienna ha continuato a seguire la via dell’analisi
caratteriale.
In una lettera, Freud riconobbe la novità del mio lavoro rispetto alla comune
teoria psicoanalitica. Questo però non era sufficiente per l’insegnamento del lavoro
pratico. Io sostenevo di applicare soltanto coerentemente i princìpi analitici allo studio
del carattere. Non sapevo di interpretare la teoria di Freud in un modo che egli avrebbe
presto respinto. Non mi rendevo ancora conto dell’inconciliabilità della teoria
dell’orgasmo con la successiva teoria psicoanalitica delle nevrosi.
5. Il carattere genitale e il carattere nevrotico
(Il principio di autoregolazione in campo psichico)
Con le mie intuizioni fisiologiche – a quel tempo non erano niente di più – non
potevo intraprendere nulla né sul piano teorico né su quello pratico. Mi dedicai quindi
all’elaborazione della mia tecnica dell’analisi caratteriale. La teoria dell’orgasmo era
abbastanza sicura clinicamente per poter fornire una solida base in questo campo.
Il mio libro Charakteranalyse apparve soltanto nell’aprile del 1933. Nel 1928
pubblicai il primo articolo su questo argomento dal titolo «Zur Technik der Deutung und
der Widerstandsanalyse», sulla rivista Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse.
Riprendeva in una forma più elaborata una conferenza che avevo tenuto alla fine
dell’anno nel Seminario tecnico.
Era il primo di alcuni articoli che nei cinque anni seguenti avrebbero costituito il
già citato volume Charakteranalyse. Esso avrebbe dovuto essere pubblicato
dall’Internationaler Psychoanalytischer Verlag. Stavo già rileggendo le seconde bozze,
quando la direzione dell’Associazione internazionale psicoanalitica decise che la sua casa
editrice avrebbe potuto pubblicarlo solo «su commissione»: Hitler aveva appena preso il
potere.
Partendo da tipici errori della comune psicoanalisi – la cosiddetta psicoanalisi
«ortodossa» – si sviluppò il principio della coerenza. La psicoanalisi seguiva la regola di
interpretare il materiale fornito dal malato così come veniva, senza tener conto della
stratificazione e della profondità. Io proposi un lavoro sistematico partendo da un punto
centrale, importante dal punto di vista attuale, della superficie psichica. La nevrosi
doveva essere minata muovendo da un punto sicuro. Ogni parte di energia psichica che
veniva liberata con l’eliminazione delle funzioni difensive doveva rafforzare le richieste
pulsionali inconsce e quindi renderle più accessibili. Un’eliminazione sistematica degli
strati dell’armatura caratteriale doveva tenere conto della stratificazione dei meccanismi
nevrotici. Le interpretazioni dirette del materiale pulsionale inconscio potevano solo
danneggiare questo lavoro, e quindi dovevano essere evitate. Per comprendere l’origine
dei nessi, il malato doveva prendere prima contatto con se stesso. Finché funzionava
l’armatura, nel migliore dei casi il malato poteva comprendere solo sul piano razionale.
Per esperienza, si sapeva che ciò aveva scarsi effetti terapeutici.
Un’altra regola era quella di partire coerentemente dalla difesa della sessualità e
di non toccare i desideri sessuali proibiti, se la difesa non era stata eliminata. Nell’analisi
delle resistenze proposi la massima coerenza, proposi cioè di insistere su quella parte di
difesa che appariva in quel momento più importante e più dannosa. Poiché ogni malato
possedeva un’armatura caratteriale corrispondente alla sua storia individuale, la tecnica di
distruzione dell’armatura doveva variare da caso a caso, doveva essere trovata e
sviluppata ogni volta di nuovo. Ciò escludeva l’impiego di una tecnica schematica. La
responsabilità del successo spettava in gran parte al singolo terapeuta. Poiché l’armatura
lega il malato, la sua incapacità di essere aperto fa parte della sua malattia e non è
determinata dalla cattiva volontà, come molti credevano a quel tempo. La corretta
eliminazione delle rigide armature psichiche deve infine condurre all’eliminazione
dell’angoscia. Una volta che l’angoscia da stasi è stata liberata, esistono tutte le
possibilità di far fluire liberamente l’energia e di realizzare la potenza genitale. Rimaneva
da chiarire se con l’individuazione dell’armatura caratteriale erano state individuate
anche le fonti ultime dell’energia psichica. Avevo alcuni dubbi in proposito e in seguito si
dimostrarono giustificati. La tecnica dell’analisi caratteriale rappresentava però
indubbiamente un notevole progresso nel trattamento delle nevrosi gravi e molto radicate.
L’accento non veniva più posto sul contenuto della fantasia nevrotica, bensì sulla
funzione dell’energia. Poiché la cosiddetta regola psicoanalitica fondamentale di «dire
tutto quello che viene in mente» nella maggior parte dei casi era inapplicabile, me ne
allontanai prendendo come punto di partenza non solo ciò che il malato mi comunicava,
ma tutto ciò che offriva, soprattutto il modo in cui avvenivano le sue comunicazioni e i
suoi silenzi. Anche i pazienti che tacevano comunicavano ed esprimevano qualche cosa
che si poteva gradualmente comprendere e risolvere. Esteriormente mettevo ancora il
come accanto al cosa della vecchia tecnica freudiana. Sapevo già che il come, il modo in
cui il paziente si comportava e comunicava, era molto più importante di quello che
diceva. Le parole possono ingannare. L’espressione non inganna mai. Essa è
l’esteriorizzazione immediata e inconscia del carattere dell’uomo. Con l’andar del tempo
imparai a comprendere che il modo stesso con cui venivano fatte le comunicazioni era
l’espressione immediata dell’inconscio. I tentativi di convincere e persuadere i pazienti
persero la loro importanza e divennero presto superflui. Ciò che il malato non
comprendeva spontaneamente e automaticamente non aveva neppure un valore
terapeutico. Gli atteggiamenti caratteriali dovevano essere compresi spontaneamente.
Alla comprensione razionale dell’inconscio fece posto la percezione della propria
espressione. Da anni i pazienti non mi avevano più sentito usare i termini tecnici della
psicoanalisi. Proprio per questo non avevano più la possibilità di nascondere un affetto
dietro una parola. Il paziente non parlava più del suo odio, ma lo sentiva; non poteva
neppure farne a meno, nella misura in cui io distruggevo correttamente la sua armatura.
I tipi narcisistici erano considerati inadatti al trattamento analitico. Mediante la
distruzione dell’armatura era possibile trattare anche questi casi. In tal modo potei
ottenere guarigioni di gravi disturbi caratteriali che a quel tempo venivano ritenuti
«inaccessibili» con il metodo corrente.
I transfert di amore e di odio sull’analista persero il loro carattere più o meno
accademico. Una cosa è parlare dell’erotismo anale infantile e ricordare di averlo provato
un tempo, e un’altra cosa è sentirlo attualmente, durante l’analisi, come bisogno di tirare
un peto o di dover cedere persino a una tale necessità. In questo caso non c’è bisogno di
alcuna opera di convinzione o di persuasione. Infine dovetti liberarmi dall’atteggiamento
accademico nei confronti del malato e convincermi che come sessuologo dovevo
comportarmi con la sessualità come l’internista con gli organi. In tal modo scopersi che il
lavoro veniva gravemente impedito dalla regola applicata dalla maggior parte degli
analisti, secondo cui il malato per tutta la durata del trattamento doveva vivere in
astinenza. Come si faceva in tal caso a comprendere e a eliminare i suoi disturbi genitali?
Questi dettagli tecnici, che si trovano ampiamente descritti nel mio libro
Charakteranalyse, non li menziono qui per motivi tecnici. Vorrei soltanto illustrare la
trasformazione della mia impostazione di fondo, che mi permise di scoprire, di formulare
e di utilizzare nel mio lavoro successivo il principio dell’autoregolazione sessuale nei
malati in via di guarigione (sexuelle Selbststeuerung).
Molte regole analitiche avevano uno spiccato carattere di tabù che non faceva che
rafforzare i tabù nevrotici dei malati in campo sessuale. Una di queste regole era, per
esempio, quella secondo cui l’analista non doveva essere visto, ma doveva rimanere, per
così dire, un foglio bianco sul quale il malato poteva scrivere i suoi transfert. Ciò non
eliminava, anzi rafforzava nel malato la sensazione di avere a che fare con un essere
«invisibile», «inavvicinabile», sovrumano e quindi – secondo il pensiero infantile – con
un essere asessuato. Come poteva il malato superare il timore del sesso che provava nella
vita e che lo rendeva malato? Trattata in questo modo, la sfera sessuale continuava a
rimanere una cosa diabolica e proibita che in tutti i casi doveva essere «condannata» o
«sublimata». Era proibito considerare l’analista come un essere sessuale. Come poteva il
malato esprimere le sue critiche umane? I malati erano ugualmente bene informati
sull’analista. Solo che con questo tipo di tecnica lo dicevano apertamente solo di rado.
Con me impararono prima di tutto a superare il timore di fare delle critiche nei miei
confronti. Il paziente doveva «solo ricordare» e non doveva assolutamente «fare
qualcosa». Ero d’accordo con Ferenczi nel rifiutare questo metodo. Naturalmente il
malato doveva poter «fare qualcosa». Ferenczi ebbe delle difficoltà con l’Associazione
psicoanalitica perché egli, seguendo una giusta intuizione, lasciava giocare i pazienti
come bambini. Da parte mia tentavo in tutti i modi di liberare i malati dalla loro rigidezza
caratteriale. Dovevano considerarmi un essere non autoritario, umano. Questa è una parte
del segreto dei miei successi che venivano riconosciuti. L’altro mio segreto consisteva nel
fatto che liberavo i miei pazienti dalle loro inibizioni genitali con tutti i mezzi disponibili,
compatibili con l’attività medica. Non consideravo guarito alcun malato che non fosse
almeno in grado di masturbarsi senza alcun senso di colpa. Attribuivo la massima
importanza al controllo della sua vita genitale per tutta la durata del trattamento. (Credo
che non ci sia bisogno di sottolineare che ciò non aveva nulla a che fare con la
superficiale terapia della masturbazione praticata da certi analisti «indipendenti».)
Procedendo in questo modo imparai a distinguere la pseudogenitalità dall’atteggiamento
genitale naturale. In questo modo, dopo anni di lavoro, riuscii a distinguere i tratti del
«carattere genitale», che poi contrapposi al «carattere nevrotico».
Superai il timore delle azioni dei malati e scoprii un mondo insospettato. In fondo
al meccanismo nevrotico, dietro tutte le fantasie e gli impulsi pericolosi, grotteschi e
irrazionali, trovai che una parte della loro natura era rimasta semplice, spontanea e
pulita. La trovai senza eccezione in ogni malato in cui ero riuscito a penetrare abbastanza
in profondità. Questo mi diede coraggio. Concessi ai malati una libertà d’azione sempre
maggiore e non ne fui deluso. È vero che di tanto in tanto si presentavano situazioni
pericolose. Va però ricordato che nella mia ricca e vasta attività non ho avuto un solo caso
di suicidio. Compresi solo molto più tardi i suicidi che si verificavano durante il
trattamento analitico: i malati si toglievano la vita quando le loro energie sessuali erano
state scovate, ma erano incapaci di scaricarle correttamente. La paura delle pulsioni
cattive, che domina tutto il mondo, aveva gravemente bloccato il lavoro analitico. Gli
psicoterapeuti avevano adottato senza riflettere l’assoluta antitesi di natura (pulsione,
sessualità) e cultura (morale, lavoro e dovere), e ne avevano dedotto la tesi che il «vivere
fino in fondo le pulsioni» era contrario alla guarigione. Ci volle molto prima che perdessi
la paura di queste pulsioni. Risultava infatti che le pulsioni asociali che permeano la vita
psichica inconscia sono cattive e pericolose solo finché è bloccata la scarica di energia
attraverso una naturale vita amorosa.
Altrimenti esistono in fondo solo tre soluzioni patologiche: la pulsionalità
selvaggia, autodistruttiva (mania, alcolismo, crimine determinato dal senso di colpa,
impulsività psicopatica, omicidio sessuale, stupro di bambini ecc.); le nevrosi del
carattere con inibizione pulsionale (nevrosi ossessiva, isteria d’angoscia, isteria di
conversione) e le psicosi funzionali (schizofrenia, paranoia e melanconia, pazzia
maniaco-depressiva). Non parlo qui dei meccanismi nevrotici che agiscono nella politica,
nella guerra, nella vita coniugale, nell’educazione dei bambini ecc., e che sono tutti
conseguenze dell’insoddisfazione genitale delle masse.
Acquistando la capacità di un completo abbandono genitale, i malati cambiavano
così profondamente e rapidamente la loro natura, che in un primo tempo non compresi
questa svolta. Non riuscivo a capire come l’ostinato processo nevrotico potesse
consentire una svolta così rapida. Non solo scomparivano i sintomi nevrotici di angoscia,
ma mutava tutta la natura del malato. In un primo tempo non riuscii a classificare questi
fenomeni teoricamente. Interpretai la scomparsa dei sintomi come sottrazione
dell’energia sessuale che fino a quel momento li aveva alimentati. La modificazione del
carattere sfuggiva alla comprensione clinica. Il carattere genitale sembrava funzionare
obbedendo ad altre leggi finora sconosciute. Vorrei illustrare la cosa facendo alcuni
esempi.
I malati incominciavano spontaneamente a sentire il moralismo dell’ambiente
circostante estraneo e incomprensibile. Per quanto rigorosamente potessero avere difeso
in passato la castità prematrimoniale, ora consideravano questa pretesa semplicemente
grottesca. La cosa non li riguardava più, li lasciava ormai del tutto indifferenti. Nel lavoro
sociale mutò il carattere delle loro reazioni. Se fino ad allora avevano lavorato
meccanicamente, non avevano mostrato alcun rapporto con il lavoro, l’avevano
considerato un male necessario che si deve subire senza pensarci su molto, ora
cominciavano a diventare esigenti. Se in passato non avevano lavorato a causa di disturbi
nevrotici, a questo punto sorgeva un profondo bisogno di un lavoro aderente alla realtà,
un lavoro che li interessasse personalmente. Se il lavoro che svolgevano era adatto ad
assorbire interessi psichici, essi rifiorivano. Se invece il lavoro era meccanico, come, per
esempio, quello dell’impiegato, del commerciante o dell’avvocato, esso diventava un
peso quasi insopportabile. In questi casi non mi era facile superare le difficoltà che si
presentavano. Infatti il mondo non era disposto a tener conto degli interessi umani per il
lavoro. Pedagoghi che fino allora erano stati liberali nell’educazione, pur senza avere un
atteggiamento profondamente critico, incominciarono a considerare doloroso e
insopportabile il modo abituale di trattare i bambini. In breve, la sublimazione delle forze
pulsionali nel lavoro era diversa a seconda del lavoro e dei rapporti sociali. Gradualmente
riuscii a distinguere due tendenze: la prima era una crescente immedesimazione personale
in un’attività sociale, la seconda era un’aspra protesta dell’organismo psichico contro
l’arido lavoro meccanico.
In altri casi osservai che i malati, raggiunta la capacità di soddisfacimento
genitale, avevano un crollo totale nel lavoro. Ciò sembrava dare ragione ai minacciosi
avvertimenti del mondo esterno, che sessualità e lavoro erano antitetici. Guardando la
cosa più da vicino, essa appariva un po’ meno spaventosa. Risultava che si trattava
regolarmente di malati che fino a quel momento avevano svolto il loro lavoro per un
senso del dovere coercitivo, in netto contrasto con i loro desideri interiori alla cui
realizzazione essi avevano rinunciato, desideri che non erano affatto di natura asociale, al
contrario. Un uomo che si sentiva molto adatto a fare lo scrittore doveva, se lavorava
nello studio di un avvocato, mobilitare tutte le sue forze per vincere la sua avversione e
per reprimere le sue vere aspirazioni. Imparai così la regola importante che non tutto ciò
che è inconscio è antisociale, e che non tutto ciò che è conscio è sociale. Al contrario,
esistono qualità e aspirazioni validissime e persino decisive sul piano culturale che
devono essere rimosse per motivi di sopravvivenza materiale. Esistono d’altro canto
attività profondamente antisociali che dalla società vengono ricompensate con la gloria e
gli onori. I problemi più difficili sorgevano con i seminaristi. Si verificavano sempre
gravi conflitti tra sessualità ed esercizio della loro professione. Decisi di non accettare più
in cura alcun prete.
Le trasformazioni in campo sessuale erano altrettanto violente. I pazienti che
prima di raggiungere la potenza orgastica frequentavano senza alcun conflitto le
prostitute divennero incapaci di farlo. Donne che fino a quel momento avevano tollerato
la convivenza con un uomo che non amavano e che avevano subito l’atto sessuale per
«dovere coniugale», non erano più in grado di farlo. Esse scioperavano, non volevano più
saperne. Cosa dovevo dire contro ciò? Questo era in contrasto con tutte le concezioni
ufficiali. Così, per esempio, il tacito accordo che la moglie deve ovviamente concedere il
soddisfacimento sessuale al marito finché dura il matrimonio, che lo voglia o no, che lo
ami o no, che sia o che non sia sessualmente eccitata. Questo mondo è sommerso da un
mare di menzogne!
Dal punto di vista della mia posizione ufficiale era imbarazzante quando una
donna, completamente liberata dai meccanismi nevrotici, incominciava a chiedere alla
vita il soddisfacimento dei suoi bisogni amorosi senza preoccuparsi più della morale.
Dopo alcuni timidi tentativi, non osai più parlare di questi fatti nel Seminario o
nell’Associazione psicoanalitica. Temevo la solita, insulsa obiezione, che ero io a imporre
le mie concezioni ai pazienti. In tal caso sarei stato costretto a rispondere a chiare lettere
che non ero io a esercitare un’influenza moralistica e autoritaria, bensì i miei oppositori.
Sarebbe anche stato inutile tentare di attenuare l’impressione suscitata da questi fatti,
citando cose più gradite alla morale ufficiale. Per esempio che alcune donne – sposate o
non sposate – che fino alla guarigione, ottenuta con la terapia dell’orgasmo, non avevano
alcuna difficoltà ad andare a letto con chiunque perché non sentivano nulla, avevano ora
acquisito una sensibilità e una serietà sessuali che impedivano loro di aprire
immediatamente le gambe. In altre parole, che esse erano divenute «morali» e che
volevano soltanto un partner che le amasse e le soddisfacesse. Ma non sarebbe servito a
nulla. Quando il lavoro scientifico è legato moralmente, esso non si attiene ai fatti, ma
alle regole vigenti.
Ciò che è più penoso in tutto questo è il fatto che per di più ci si vanta anche
dell’«obiettività scientifica». Quanto più si sprofonda nella dipendenza e tanto più ci si
proclama «scienziati obiettivi». Uno psicoanalista giunse al punto di inviarmi in cura una
donna afflitta da profonda melanconia, impulsi suicidi e acuti stati d’angoscia, con
l’esplicita raccomandazione di «non distruggere il suo matrimonio». La malata, come
venni a sapere nella prima seduta, era già sposata da quattro anni. Il marito non l’aveva
ancora deflorata, e si era invece dedicato a una serie di pratiche pervertite che la donna,
nella sua borghese ingenuità, aveva considerato come ovvi doveri coniugali. E l’analista
pretendeva che questo matrimonio non venisse turbato per nessun motivo! La paziente
interruppe la cura dopo solo tre sedute perché i suoi stati di angoscia erano troppo acuti e
perché viveva la situazione analitica come una situazione di seduzione. Io lo sapevo ma
non potevo fare nulla. Alcuni mesi dopo venni a sapere che si era tolta la vita. Questo tipo
di «scienza oggettiva» è una delle pietre al collo di un’umanità che sta affogando.
Le mie idee sul rapporto tra la struttura psichica e l’ordine sociale esistente
cominciavano a confondersi. I cambiamenti verificatisi nei miei malati rispetto a questo
ordine morale non erano né chiaramente negativi, né chiaramente positivi. La nuova
struttura psichica sembrava obbedire a leggi che non avevano nulla in comune con gli
abituali dettami e concezioni della morale. Essa obbediva a leggi che mi erano nuove e di
cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Il quadro che esse fornivano alla fine
corrispondeva a un altro tipo di socialità. In essa si ritrovavano i migliori princìpi della
morale ufficiale, per esempio che non si violentano le donne e non si seducono i bambini.
Contemporaneamente emergevano atteggiamenti morali che, pur essendo perfettamente
validi sul piano sociale, erano in netto contrasto con le concezioni abituali. Per esempio la
dottrina secondo cui non era giusto vivere castamente in virtù di una costrizione esterna,
o rimanere fedeli solo per dovere. La dottrina che è insoddisfacente e brutto avere
rapporti sessuali con un partner contro la sua volontà era ineccepibile anche dal più
rigoroso punto di vista morale. Eppure essa era in contrasto con il principio, protetto dalla
legge, del «dovere coniugale».
Penso che questi pochi esempi possano bastare. Questo altro tipo di morale non si
fondava su un «tu devi» o su un «tu non puoi», ma risultava spontaneamente dalle
esigenze del piacere e del soddisfacimento genitale. Si evitava di commettere un’azione
insoddisfacente non per paura, ma a causa del valore della felicità sessuale. Queste
persone si astenevano dall’atto sessuale, anche quando avrebbero voluto compierlo,
quando le circostanze interne ed esterne non garantivano il pieno soddisfacimento. Era
come se i fattori morali sparissero completamente e a essi si sostituissero difese migliori e
più forti contro la dissociazione; difese che non erano in contrasto con i bisogni naturali,
ma che si basavano proprio sui princìpi della gioia di vivere. La profonda contraddizione
tra «io voglio» e «io non posso» veniva superata. A essa si sostituiva un ragionamento
che vorrei quasi chiamare vegetativo: «Avrei molta voglia di farlo, ma non ne trarrei una
grande soddisfazione, mi procurerebbe poco piacere»; indubbiamente si trattava di
qualche cosa di profondamente diverso. Le azioni si ordinavano secondo un principio
autoregolatore. Questa autoregolazione comportava a sua volta una certa armonia, poiché
eliminava e rendeva superflua la lotta contro una pulsione frenata ma che continuava a
farsi sentire. L’interesse veniva semplicemente spostato su un’altra meta o oggetto
amoroso che presentava meno difficoltà al raggiungimento del soddisfacimento. Il
presupposto era che l’interesse, naturale e sociale, non venisse rimosso – cioè sottratto
alla coscienza – né fosse condannato moralmente. Veniva semplicemente soddisfatto
altrove e in altre circostanze. Se un giovane amava una fanciulla «illibata», proveniente
da una cosiddetta «buona famiglia», si trattava certamente di un fatto naturale. Se voleva
avere rapporti con lei, la cosa non si accordava con la morale corrente, ma era sana. Se la
ragazza era abbastanza forte e sana per superare come compagna tutte le difficoltà interne
ed esterne, tutto andava bene, in contrasto con la morale ufficiale, ma in pieno accordo
con un comportamento sano e razionale. Se invece la ragazza si rivelava debole,
timorosa, interiormente dipendente dalle opinioni dei genitori e quindi nevrotica, dall’atto
sessuale non potevano che sorgere difficoltà. Il giovane in questione, se non era
moralmente inibito e non considerava un sacrilegio rendere felice una ragazza, poteva
riflettere se voleva trasmetterle la propria chiarezza o rinunciarvi. Nel secondo caso,
altrettanto razionale del primo, si rivolgeva in seguito a un’altra ragazza con cui non
esistevano queste difficoltà. Il giovane nevrotico morale nel senso tradizionale della
parola, nella stessa situazione, si sarebbe comportato in un modo completamente diverso.
Avrebbe desiderato la ragazza e nello stesso tempo avrebbe rinunciato alla realizzazione
del suo desiderio. In tal modo avrebbe creato una contraddizione permanente. La pulsione
avrebbe agito contro la negazione morale, finché la rimozione della pulsione avrebbe
posto fine al conflitto cosciente. A esso si sarebbe sostituito un conflitto inconscio. Il
giovane sarebbe venuto a trovarsi in una situazione difficile e sempre più intricata.
Avrebbe rinunciato sia alla possibilità di soddisfare la sua pulsione con la ragazza, sia a
cercare un altro soggetto. Ne sarebbe derivata necessariamente una nevrosi per entrambi.
L’abisso tra morale e pulsione avrebbe continuato a esistere. Oppure la pulsione si
sarebbe manifestata segretamente altrove e in modi più pericolosi. Il giovane avrebbe
potuto sviluppare fantasie coatte di stupro, reali impulsi di violenza carnale o i tratti di
una doppia morale. Avrebbe potuto frequentare le prostitute e correre il rischio di
contrarre una malattia venerea. In nessun caso si sarebbe potuto parlare di armonia
interiore. Da un punto di vista puramente sociale si sarebbero creati solo danni. Alla
«morale» non si sarebbe in alcun caso reso un buon servizio.
Questo esempio può essere variato a piacere. Esso si adatta alla situazione
matrimoniale come a ogni altra situazione della vita amorosa.
Confrontiamo la regolazione morale con l’autoregolazione sessuoeconomica.
La morale agisce come dovere. Essa è incompatibile con il soddisfacimento
naturale delle pulsioni. L’autoregolazione segue le leggi naturali del piacere e non solo è
compatibile con le pulsioni naturali, ma è anzi funzionalmente identica. La regolazione
morale crea una contraddizione psichica violenta e insolubile, quella tra natura e morale.
In tal modo essa aumenta la pulsione, che a sua volta richiede una maggiore difesa
morale. Essa esclude una circolazione organica dell’energia nell’uomo. L’autoregolazione
sottrae l’energia a un desiderio insoddisfabile, trasferendola su altri oggetti o partner.
Essa si regge su un continuo alternarsi di tensione e distensione, e si colloca quindi
nell’ambito di tutte le funzioni naturali. La struttura determinata da una morale coercitiva
esegue il lavoro sociale senza partecipazione interiore, sotto la pressione di un «dovere»
estraneo all’Io. La struttura regolata sessuoeconomicamente esegue il lavoro in accordo
con gli interessi sessuali che scaturiscono dal grande serbatoio dell’energia vitale. La
struttura morale verso l’esterno segue le rigide leggi del mondo morale, vi si adatta
esteriormente e vi si ribella interiormente. In tal modo essa si espone in altissimo grado
alla dissociazione, a una dissociazione inconscia, coercitiva e pulsionale. La struttura
sana, determinata dall’autoregolazione, non si adatta alla parte irrazionale del mondo e
afferma il proprio diritto naturale. Al moralista nevrotico essa appare malata e dissociata,
ma in realtà essa è incapace di compiere azioni dissociate. Essa sviluppa
un’autocoscienza naturale, basata sulla potenza sessuale. Normalmente la struttura
morale è debole da un punto di vista genitale ed è quindi costretta a cercare
compensazioni, cioè a sviluppare una coscienza di sé falsa e rigida. Essa mal sopporta la
felicità sessuale altrui, poiché essendo incapace di goderla, la sente come provocazione.
Per essa, gli atti sessuali sono essenzialmente dimostrazioni di «potenza». Per la struttura
genitale la sessualità è un’esperienza di piacere e nient’altro. Per essa il lavoro è
un’attività e una realizzazione gioiosa di vita. Per la struttura morale, il lavoro è un
dovere fastidioso o un semplice mezzo per assicurarsi i mezzi di sussistenza.
Anche il tipo dell’armatura caratteriale è differente. La struttura morale sviluppa
necessariamente un’armatura che comprime, che domina ogni azione e funziona
automaticamente, indipendentemente dalle situazioni esterne. Anche volendo,
l’atteggiamento non può essere modificato. Il burocrate moralista coatto rimane tale
anche nel letto matrimoniale. Il tipo invece dotato di un carattere sano dispone
liberamente della sua armatura, perché essa non serve a reprimere nulla di proibito.
Ho chiamato questi due tipi carattere «nevrotico» e carattere «genitale». Dedicai a
questo problema un saggio pubblicato sull’Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse
che fu salutato calorosamente dagli psicoanalisti e nel 1933 venne inserito nel mio libro
Charakteranalyse. A questo punto il compito terapeutico consisteva nella trasformazione
del carattere nevrotico in carattere genitale e nel sostituire l’autoregolazione
sessuoeconomica alla regolazione morale.
A quel tempo si sapeva bene che i freni morali hanno una funzione determinante
nella nevrosi. Si parlava di «distruzione del Super-io». Non riuscii a convincere gli altri
che questo non era sufficiente, e che il problema era più ampio e profondo. Non si può
distruggere la regolazione morale se non si è in grado di sostituirla con qualche cosa di
diverso e di meglio. Ma proprio questo qualche cosa di diverso ai miei colleghi sembrava
pericoloso, sbagliato, e contemporaneamente «noto da tempo». In realtà si temeva l’urto
violento con il mondo odierno, una specie di tritacarne che dispone e giudica tutto ciò che
esiste secondo il principio della regolazione morale coatta. Io stesso a quel tempo non mi
rendevo conto delle vaste conseguenze sociali che ciò avrebbe comportato. Seguivo
semplicemente la strada indicata dal mio lavoro clinico. Per la verità lo facevo in modo
molto deciso. Anche volendo non ci si può sottrarre a un determinato tipo di logica.
Solo pochi anni fa ho incominciato a comprendere perché un comportamento
libero e autoregolato suscita entusiasmo, ma nello stesso tempo incute una profonda
paura. L’atteggiamento fondamentalmente diverso nei confronti del mondo, delle proprie
esperienze, degli uomini ecc. che contraddistingue il carattere genitale, è semplice e
ovvio. Esso appare subito convincente, anche a quelli che strutturalmente ne sono molto
lontani. In ogni uomo vi è un ideale segreto, che è sempre lo stesso anche se lo chiama
con nomi diversi. Nessuno negherebbe di considerare desiderabile la capacità di amare o
la potenza sessuale. Nessuno oserebbe affermare che l’incapacità di amare o l’impotenza,
che sono il risultato di un’educazione autoritaria, rappresentano il fine delle aspirazioni
umane. L’ideale è essere spontaneamente sociali, e non sforzarsi di essere sociali lottando
contro gli impulsi criminali. Chiunque si rende conto che è meglio e più sano non sentire
affatto l’impulso alla violenza sessuale e non aver bisogno di doverlo poi frenare
moralmente. Eppure nessun altro punto della mia teoria ha messo così in pericolo il mio
lavoro e la mia esistenza, come l’affermazione che l’autoregolazione è possibile, che
esiste naturalmente e che è realizzabile universalmente. Certo, se mi fossi limitato a
formulare un’ipotesi su questo argomento con parole moderate ed eleganti, ricorrendo a
una fraseologia pseudo-scientifica, avrei raccolto solo onori e fama. La mia attività
medica richiedeva continui perfezionamenti della tecnica per modificare gli uomini, e
quindi mi spingeva a porre domande sempre più profonde: se le qualità del carattere
genitale sono talmente ovvie e desiderabili, per quale motivo si ignora l’intimo rapporto
tra socialità e completa sessualità? Perché proprio la concezione opposta domina oggi la
vita? Perché la concezione di una profonda antitesi tra natura e cultura, pulsione e
morale, corpo e spirito, diavolo e Dio, amore e lavoro è divenuta uno dei tratti più
marcati della nostra cultura e della nostra concezione della vita? Perché questa
concezione ha potuto mettere così profonde radici e viene tutelata con la punizione a
norma di legge di ogni trasgressione? Perché si seguiva con tanto interesse lo sviluppo
del mio lavoro scientifico per poi, quando il problema diventò serio, allontanarsene con
orrore e imboccare la via della calunnia e della diffamazione? Inizialmente credevo che si
trattasse di cattiva volontà, di tradimento dell’amicizia o di vigliaccheria sul piano
scientifico. Riuscii a capirlo solo dopo molti anni di amare delusioni.

Lavoro reattivo
Lavoro sessuoeconomico
Il lavoro è meccanico, febbrile, sterile; esso serve al soffocamento del bisogno
sessuale ed è in profondo contrasto con esso. Solo piccole parti di energia biologica
possono essere soddisfatte dall’interesse per il lavoro. Il lavoro è sostanzialmente
spiacevole. Le fantasie sessuali sono intense e disturbano il lavoro; devono quindi essere
rimosse e creano meccanismi nevrotici che diminuiscono ulteriormente la capacità
lavorativa. Questa diminuzione carica ogni impulso amoroso di un senso di colpa. La
fiducia in se stessi diminuisce. Questo porta a fantasie nevrotiche di grandezza.
Qui l’energia biologica oscilla costantemente tra lavoro e attività sessuale. Lavoro
e sessualità non sono antitetici, ma sisostengono a vicenda, fondandosi su una sempre
maggiore fiducia in se stessi. L’interesse in entrambi i casi è inequivocabile e
concentrato, sorretto dal senso di potenza edalla capacità di abbandono.

Schema del rendimento del lavoro reattivo e di quello sessuoeconomico

L’inquietudine e il disorientamento, che manifestai a quel tempo di fronte ai miei


sempre più numerosi avversari, poggiavano sull’errata concezione che ciò che è esatto in
linea di massima può anche essere accettato e realizzato dagli uomini. Se ero riuscito a
comprendere e a formulare queste cose abbastanza ovvie, se esse si accordavano così
brillantemente agli scopi del lavoro terapeutico, perché non le comprendevano anche i
miei colleghi? Questa ingenuità poggiava su due fatti. Da una parte sul particolare
atteggiamento dei socialisti nei confronti dei non socialisti. Cos’è più ovvio di
un’economia pianificata mondiale? Cos’è più semplice dell’unità della produzione
sociale, del consumo sociale e della proprietà sociale dei mezzi di produzione? Chi non
ammetteva ciò era un reazionario o un traditore. Dall’altra, la mia ingenuità era
accresciuta dall’entusiasmo dei miei colleghi per le mie concezioni, dal loro grande
interesse, dal loro consenso. Avevo toccato le loro idee e i loro semplici ideali umani. Mi
sarei presto accorto che gli ideali sono fumo e che le idee cambiano rapidamente. In
primo luogo agiscono il peso delle preoccupazioni dell’esistenza e dei vincoli
organizzativi, l’atteggiamento autoritario e…? Nella serie mancava qualche cosa.
Ciò a cui si aspirava, ciò che veniva approvato sul piano ideale, nella realtà
suscitava invece paura e spavento. Era estraneo alla struttura reale. Era osteggiato da tutto
il mondo ufficiale. I meccanismi dell’autoregolazione naturale stavano profondamente
nascosti nell’organismo, coperti da meccanismi coatti. Il far denaro come contenuto e
scopo della vita è in contrasto con ogni sensazione naturale. Il mondo lo esigeva e
organizzava gli uomini di conseguenza, educandoli in un certo modo e inserendoli in
determinati rapporti sociali. Quindi l’abisso che esisteva nell’ideologia sociale tra morale
e realtà, tra esigenza naturale e cultura, agiva in altra forma all’interno degli uomini. Per
essere capaci di affrontare la realtà, essi dovevano combattere, tentare di distruggere, di
rinchiudere nelle spesse mura d’amianto dell’armatura caratteriale ciò che avevano di più
vero, di più bello, di più peculiare. Così facendo, essi fallivano interiormente e nella
maggior parte dei casi anche esteriormente, ma in tal modo evitavano anche la lotta
contro questo disordine. Come un debole riflesso delle sensazioni vitali più profonde e
naturali, del contegno naturale, dell’onestà automatica, della tranquilla e piena
eccitazione amorosa, si presentava un atteggiamento dell’animo che faceva
un’impressione tanto più falsa quanto più era spessa l’armatura psichica contro la propria
naturalezza. Anche nel pathos più falso agisce ancora una particella di vita reale. Mi
convinsi così che la mendacità e la bassezza umane traggono la loro forza da quest’ultima
scintilla di vita che alimenta la falsità. Solo così si spiega come l’ideologia della morale e
della rispettabilità abbia potuto sopravvivere così a lungo ed essere difesa dalle masse
nonostante il fatto che la vita sia una disgustosa porcheria. Poiché gli uomini non possono
e non devono vivere la loro vera vita, si aggrappano al suo ultimo barlume che si
manifesta nell’ipocrisia.
In seguito a tali considerazioni arrivai al concetto dell’unità della struttura
sociale e della struttura caratteriale. La società forma i caratteri umani. I caratteri
riproducono l’ideologia sociale en masse. In tal modo essi riproducono la loro propria
repressione nella negazione di vita. Questo è il meccanismo base della cosiddetta
tradizione. Non avevo la minima idea del significato che ciò avrebbe assunto, cinque anni
dopo, nella comprensione dell’ideologia fascista. Le mie speculazioni non avevano
finalità politiche. Non stavo costruendo una Weltanschauung. Ogni problema clinico
portava a queste conclusioni. Cessava quindi di essere sorprendente il fatto che le antitesi
assolute nell’ideologia morale della società combaciassero perfettamente con la
contraddizione della struttura umana.
Secondo Freud, l’esistenza della cultura in generale dipendeva dall’esistenza della
rimozione «culturale» delle pulsioni. Anche se limitatamente, dovevo dargli ragione: la
cultura odierna poggia effettivamente sulla rimozione sessuale! Ma la domanda
successiva era: la formazione culturale in generale dipende dalla rimozione sessuale? E
inoltre: questa cultura non si fonda forse sulla repressione di pulsioni innaturali, sorte
secondariamente? Di ciò che avevo visto nella profondità della natura umana e che ora
ero in grado di sviluppare non aveva parlato ancora nessuno. Non c’erano ancora opinioni
in proposito.
Mi accorsi presto che nelle discussioni, per «sessualità» si intendeva qualche cosa
di diverso da ciò che intendevo io. In complesso, la sessualità pregenitale veniva
considerata asociale e in contrasto con le sensazioni naturali. Questa condanna veniva
estesa anche all’atto sessuale. Perché un padre considerava l’attività amorosa di sua figlia
una cosa sozza? Non solo perché inconsciamente geloso. Questo non spiega la violenza
della sua reazione che può arrivare fino all’omicidio. La sessualità genitale è infatti
svalutata e degradata. Per l’uomo comune l’atto sessuale è un atto di evacuazione o la
dimostrazione di una conquista. La donna vi si ribella istintivamente, e a ragione, e così
pure il padre della ragazza. In tali circostanze la sessualità non significa nulla di
piacevole. Questo spiega tutto ciò che oggi si scrive nel mondo sulla bassezza del sesso e
sui suoi pericoli. Ma questa «sessualità» è una caricatura patologica dell’amore naturale,
una caricatura che ha finito con il coprire completamente la vera felicità amorosa a cui
tutti aspirano profondamente. L’uomo ha perso il senso della vita sessuale naturale. Il
giudizio che viene dato abitualmente sulla sessualità si riferisce alla sua caricatura, e la
condanna di quest’ultima è giustificata.
Per questo motivo una disputa sulla questione della sessualità, che ci si batta per
essa o contro di essa, è insensata e non conduce da nessuna parte. In tal caso i moralisti
possono e devono avere ragione. Questa caricatura è effettivamente intollerabile. La
sessualità degli uomini, che esercitata nei bordelli provoca il disgusto persino nelle
prostitute, è disgustosa per la donna di oggi. «Chiavare» è una cosa indegna. Nessuna
donna sensibile vuol «farsi chiavare».
Questo è il punto che impedisce ogni discussione e che rende tanto difficile la
lotta per una vita sana. Di conseguenza i miei avversari parlano a vuoto. Quando parlo di
sessualità io non intendo il «chiavare», ma l’abbraccio amoroso, non l’orinare-nella-
donna, ma il renderla-felice. Se non facciamo una distinzione fra le anomalie sorte
secondariamente nella sessualità e i bisogni amorosi nascosti nel profondo di ogni essere
umano, non avanziamo di un solo passo.
In tal modo è sorto il problema: come si può passare dal principio alla realtà, dalle
leggi naturali di alcuni a quelle di tutti, a quelle delle masse. Una cosa è chiara: una
soluzione individuale del problema è insoddisfacente e non colpisce nel segno.
A quel tempo porre in termini sociali i problemi della psicoterapia era una novità.
Il problema sociale poteva essere affrontato da tre punti diversi: la profilassi della
nevrosi; la riforma sessuale, ovviamente connessa con la prima, e infine il problema
culturale in generale.
6. Una rivoluzione biologica mancata

1. L’igiene mentale e il problema della cultura

Le innumerevoli, scottanti questioni che erano sorte nel mio lavoro sociale di
sessuologo mi spinsero a consultarmi con Freud. Nonostante le sue parole incoraggianti
durante un precedente colloquio, sul mio progetto di fondare centri di consulenza
sessuale per persone prive di mezzi, non ero sicuro di ottenere la sua approvazione. Nella
Associazione psicoanalitica la situazione era alquanto tesa. Cercai di costringere i
colleghi ad assumere una chiara posizione poiché ero consapevole della portata sociale
del mio lavoro e non volevo farne mistero. Mi erano giunte all’orecchio le prime
diffamazioni di carattere sessuale che circolavano sul mio conto.
Dopo la pubblicazione dei miei articoli riguardanti l’educazione sessuale dei
bambini sulla Zeitschrift für Psychoanalische Pädagogik, cominciarono a circolare voci
secondo le quali facevo assistere i miei bambini ai rapporti sessuali e che, abusando della
situazione di transfert, avevo rapporto sessuali con le mie pazienti durante le sedute
analitiche ecc.
Era la tipica reazione di persone sessualmente bacate alla lotta condotta dalle
persone sane per la felicità amorosa. Sapevo che non c’è niente di paragonabile, come
odio e amarezza, a questa reazione, e che non c’è nulla al mondo che possa uguagliare
questa causa muta e micidiale della sofferenza umana. L’assassinio in guerra dà alle
vittime la sensazione di una sofferenza eroica. Le persone con un sano senso della vita
portano in silenzio il marchio dell’oscenità che, per senso di colpa e paura, viene loro
impresso da coloro che sono afflitti da fantasie pervertite. Nella società non c’era nessuna
organizzazione che sostenesse un rapporto naturale con la vita. Cercavo a tutti i costi di
spostare la discussione dal piano personale su quello oggettivo. Era chiaro a cosa
miravano queste voci calunniose.
Il 12 dicembre 1929 tenni una relazione sulla profilassi delle nevrosi davanti a
Freud e a un ristretto gruppo di suoi collaboratori. A queste riunioni mensili in casa di
Freud potevano partecipare soltanto i funzionari dell’Associazione. Tutti sapevano che
durante quelle riunioni venivano pronunciate parole che avevano una vasta eco, e che vi
si prendevano importanti decisioni. Bisognava riflettere attentamente su quello che si
diceva. La psicoanalisi era diventata un movimento molto discusso che operava su scala
mondiale. La responsabilità era grande. Era impossibile limitarsi a dire mezze verità.
Dovevo esporre il problema com’era realmente, oppure tacere. Ma non era nemmeno più
possibile tacere. Il mio lavoro sessuopolitico seguiva ormai leggi proprie. Migliaia di
persone venivano alle mie conferenze per sentire cosa aveva da dire la psicoanalisi sulla
miseria sociale e sessuale.
Le domande che seguono sono tipiche. Sono state poste in riunioni pubbliche da
persone di ogni ambiente sociale e di ogni professione, e tutte hanno avuto risposta.
Cosa si deve fare se una donna ha la vagina asciutta, ma psichicamente desidera il
rapporto sessuale?
Con quale frequenza si dovrebbero avere rapporti sessuali? Si possono avere
rapporti sessuali durante le mestruazioni?
Cosa si deve fare quando la propria donna va con un altro uomo?
Cosa si deve fare se l’uomo non riesce a soddisfare la donna, se l’atto dura troppo
poco?
Si possono avere rapporti sessuali da dietro?
Perché viene punita l’omosessualità?
Cosa deve fare la donna se l’uomo vuole e lei no?
Cosa si può fare per combattere l’insonnia?
Per quale motivo gli uomini amano tanto parlare dei loro rapporti con le donne?
Nell’Unione Sovietica sono puniti i rapporti sessuali tra fratello e sorella?
Un operaio aveva la moglie gravemente malata. Per anni non poté alzarsi dal
letto. C’erano tre bambini piccoli e una figlia diciottenne. Sostituiva la madre, aveva cura
dei bambini e si occupava del padre. Tutto andò bene per anni. Andava a letto con il
padre. Tutto andava bene. Continuava a occuparsi della famiglia. Il padre lavorava e
faceva tutto quanto era necessario per la moglie malata. La figlia si comportava molto
bene con i fratelli. Poi incominciarono a correre delle voci. Intervenne la polizia del buon
costume. Il padre venne arrestato, accusato di incesto e condannato a diversi anni di
prigione. I bambini furono mandati in istituti pubblici. La famiglia venne distrutta. La
figlia dovette trovarsi un lavoro. Perché le cose vanno in questo modo?
Cosa si deve fare quando si vogliono avere rapporti sessuali e nella stessa stanza
dormono altre persone?
Perché i medici non vogliono intervenire quando una donna è incinta e non vuole
o non può avere il bambino?
Mia figlia ha solo diciassette anni e ha già un ragazzo. È un male? Il ragazzo non
la sposerà certamente.
È molto grave se si hanno rapporti sessuali con diverse persone?
Le ragazze fanno tante storie. Che cosa devo fare?
Sono terribilmente sola, vorrei tanto avere un amico, ma quando ne trovo uno, ho
paura.
Mio marito va con un’altra. Cosa devo fare? Vorrei farlo anch’io. È possibile?
Vivo con venti scellini alla settimana. La mia ragazza vuole andare al cinema. I
soldi non bastano. Cosa devo fare per impedire che la ragazza che amo vada con un altro?
Vivo già da otto anni con mia moglie. Ci amiamo. Ma sul piano sessuale le cose
non vanno bene. Desidero un’altra donna. Cosa devo fare?
Il mio bambino ha tre anni e gioca sempre con il membro. Tento di punirlo ma
non serve. La cosa è grave?
Mi masturbo tutti i giorni, certi giorni anche tre volte. È pericoloso per la salute?
Zimmermann (un riformatore svizzero) dice che per non avere bambini bisogna
impedire l’eiaculazione, cosa che un uomo può fare evitando di muoversi nella donna. È
giusto? Però è doloroso!
Ho letto in un libro, destinato alle madri, che si devono avere rapporti sessuali
solo quando si vuole avere un bambino. È una sciocchezza. Non è vero?
Perché esistono tante proibizioni per tutto ciò che riguarda il sesso?
Se si introdurrà la libertà sessuale non scoppierà il caos? Temo che in tal caso
perderei mio marito!
La donna è per natura diversa dall’uomo. L’uomo è portato alla poligamia, la
donna alla monogamia. Mettere al mondo dei figli è un grosso impegno. Lei tollererebbe
che sua moglie andasse con altri?
Lei parla di salute sessuale. Lei permette ai suoi figli di masturbarsi? Sono certo
di no.
Alle conferenze i nostri mariti si comportano in modo diverso che a casa. A casa
sono dei brutali tiranni. Che cosa si può fare per impedirlo?
Perché i nostri capi non ci dicono nulla di queste cose?
Lei è sposato? Ha figli?
La libertà sessuale non significa totale distruzione della famiglia?
Si dice che in Russia vengono tolti i figli alle madri. In tal caso mi rifiuterei di
mettere al mondo un bambino.
Com’è la situazione delle scuole materne in Russia? Noi donne operaie saremmo
contente di poter lasciare da qualche parte i nostri figli durante le ore di lavoro. Perché
qui da noi non si fa nulla?
Soffro di emorragie all’utero. Il medico della mutua è un uomo rozzo e io non ho
soldi per andare da un medico privato. Cosa devo fare?
Le mie mestruazioni durano sempre dieci giorni e sono dolorosissime. Cosa devo
fare?
A che età si può cominciare ad avere rapporti sessuali?
La masturbazione è dannosa? Si dice che faccia incretinire!
Perché i genitori sono tanto severi con noi? Non posso mai tornare a casa dopo le
otto di sera! Eppure ho già sedici anni.
Quando vado alle riunioni (sono un funzionario e mi interesso molto di politica)
mia moglie si ingelosisce. Cosa devo fare con lei?
Mio marito esige sempre da me l’atto sessuale. Io non ne ho voglia. Cosa devo
fare?
Sono fidanzata e capita che nell’atto sessuale il mio ragazzo non trovi il posto
giusto, cosicché ci stanchiamo prima di raggiungere il soddisfacimento e smettiamo
subito. Vorrei sottolineare che il mio fidanzato ha ventinove anni e non ha mai avuto
rapporti sessuali.
I semimpotenti possono sposarsi?
Cosa devono fare le persone brutte che non trovano un amico o un’amica?
Che cosa deve fare una donna non più giovane e ancora illibata? Essa non può
offrirsi a un uomo!
Un uomo che vive come un asceta, che fa ogni giorno bagni freddi, ginnastica,
sport ecc. può fare a meno di rapporti sessuali?
È dannosa l’interruzione dell’atto sessuale?
La continua interruzione dell’atto sessuale conduce all’impotenza?
Quali devono essere i rapporti tra i giovani in una colonia estiva?
K. ha affermato in una conferenza che un giovane può avere rapporti sessuali
quando le cartilagini epifisarie si sono ossificate. È vero?
I rapporti sessuali nell’adolescenza possono essere causa di disturbi mentali?
È dannoso interrompere la masturbazione poco prima dell’eiaculazione?
La leucorrea è una conseguenza della masturbazione?
Durante le serate dedicate alla profilassi delle nevrosi e al problema della cultura,
Freud espresse per la prima volta chiaramente le posizioni che furono pubblicate nel
1930, in Das Unbehagen in der Kultur (Il disagio della civiltà), e che spesso sono in netto
contrasto con le concezioni espresse in Die Zukunft einer Illusion (Il futuro di
un’illusione). Io non avevo «provocato», Freud, come alcuni mi dicevano con tono di
accusa. I miei argomenti non erano nemmeno «dettati da Mosca», come affermavano
altri. Nello stesso periodo lottavo con questi argomenti contro gli economisti del
movimento socialista che con il loro «ferreo corso della storia» e con i loro «fattori
economici» distruggevano l’uomo che sostenevano di voler liberare. Mi ero
semplicemente sforzato di chiarire le mie posizioni, e oggi non me ne pento.
Mi difendevo dai sempre più numerosi tentativi di liquidare la teoria sessuale
psicoanalitica e di evitare le sue conseguenze sociali.
Come premessa pregai i presenti di considerare quanto mi accingevo a dire alla
stregua di comunicazioni private e personali, poiché non avevo ancora pubblicato nulla
su quell’argomento. Quattro domande attendevano urgentemente una risposta:
1. Dove si arriva portando fino in fondo la teoria e la terapia psicoanalitiche?
Dove si arriva se si continua a sostenere la fondamentale importanza delle cause sessuali
delle nevrosi?
2. È possibile continuare a occuparsi delle nevrosi di singoli individui, così come
si presentano nello studio privato dello psicoanalista? La malattia psichica è un’endemia
della popolazione che opera in modo sotterraneo. Tutta l’umanità è psichicamente malata.
3. Che posto deve occupare il movimento psicoanalitico nell’ingranaggio
sociale? Non ci sono dubbi sul fatto che esso debba occupare un posto ben determinato.
È in gioco il grande problema sociale dell’economia psichica; essa è identica
all’economia sessuale, nella misura in cui la teoria sessuale viene portata fino in fondo
senza alcuna limitazione.
4. Perché la società produce nevrotici en masse?
Risposi a queste domande in base alle mie esperienze tanto spesso descritte in
altri punti. Secondo indagini statistiche che avevo condotto in diverse organizzazioni e
gruppi giovanili, risultava che le informazioni date da persone appartenenti a differenti
strati sociali, riferentisi solo ai sintomi nevrotici noti, quindi facendo esclusione delle
nevrosi del carattere a loro sconosciute, permettevano di concludere che circa il 60-80
per cento soffriva di gravi disturbi nevrotici. Questa percentuale era ancora più elevata
nelle assemblee spiccatamente sessuopolitiche – più dell’80 per cento – poiché, com’era
immaginabile, i nevrotici vi affluivano particolarmente numerosi. L’argomento che solo i
nevrotici frequentano tali assemblee poteva essere contraddetto dal fatto che nelle
assemblee di organizzazioni «chiuse», senza quindi una particolare affluenza di nevrotici
(organizzazioni di liberi pensatori, gruppi scolastici, assemblee operaie, gruppi politici
giovanili di ogni genere ecc.), la percentuale delle nevrosi con sintomi accertabili era
inferiore del 10 per cento in media rispetto a quella delle assemblee aperte al pubblico.
Nei sei centri di consulenza sessuale di Vienna di cui ero responsabile, circa il 70 per
cento di tutti coloro che si presentavano avevano bisogno di essere curati. Solo il 30 per
cento circa dei visitatori affetto da nevrosi da stasi in forma leggera poteva essere curato
con consigli e assistenza sociale. Ciò significava che se ci fosse stata un’assistenza
sessuoigienica per tutta la popolazione, nel migliore dei casi solo il 30 per cento circa
avrebbe potuto essere curato con un rapido intervento medico. Il resto della popolazione,
cioè il 70 per cento circa (più donne che uomini), richiedeva un trattamento approfondito
che in ogni caso – e con esito incerto – avrebbe richiesto in media due o tre anni di
tempo. Porre un simile obiettivo social-politico al proprio lavoro era insensato. L’igiene
psichica, su questa base individuale, era soltanto una pericolosa utopia.
La situazione richiedeva chiaramente larghe misure sociali per la prevenzione
delle nevrosi. In effetti, i suoi princìpi e mezzi possono essere dedotti dalle esperienze
fatte sul singolo malato, così come si può tentare di combattere un’epidemia basandosi
sulle esperienze fatte su un singolo individuo infetto. La differenza è però enorme. Il
vaiolo si può prevenire con una rapida vaccinazione. La prevenzione delle nevrosi, per
quanto riguarda le misure necessarie da adottare, presenta invece un quadro
semplicemente tragico. È assolutamente impossibile farne a meno. Il successo può essere
dato soltanto dalla distruzione delle fonti da cui sgorga la miseria nevrotica.
Dove si trovano le fonti dell’epidemia delle nevrosi?
Prima di tutto nell’educazione familiare autoritaria e sessuorepressiva con il suo
inevitabile conflitto sessuale bambini-genitori e l’angoscia genitale. Proprio perché Freud
aveva ragione sul piano clinico, erano inevitabili le conclusioni a cui ero giunto. Per di
più avevo risolto un problema che fino allora era rimasto oscuro: il rapporto tra la
relazione sessuale bambini-genitori e la generale repressione sociale della sessualità. Si
trattava di un dato di fatto che caratterizzava tutta l’educazione: i termini del problema
venivano spostati.
Era ormai chiaro il fatto che gli uomini erano nevrotici en masse. Non era chiaro e
richiedeva una spiegazione il fatto che gli uomini, date le condizioni dominanti
dell’educazione, potessero rimanere sani! Per risolvere questo problema molto più
interessante, bisognava esaminare il già citato rapporto tra educazione familiare
autoritaria e repressione sessuale.
I genitori reprimono inconsciamente la sessualità dei bambini piccoli e degli
adolescenti in nome della società autoritaria e meccanizzata. Poiché i bambini sono
impediti nella loro attività vitale dall’ascetismo e in parte dall’inattività, sviluppano un
attaccamento ai genitori caratterizzato dall’impotenza e dal senso di colpa. Ciò a sua
volta impedisce loro di liberarsi dalla situazione infantile con tutte le sue angosce sessuali
e inibizioni. I bambini educati in questo modo, che divenuti adulti sono a loro volta
caratterialmente nevrotici, riproducono la malattia psichica nei loro figli. E così la
malattia si trasmette di generazione in generazione. In questo modo si riproduce anche la
tradizione conservatrice che ha paura della vita: in che modo, ciò nonostante, gli uomini
possono diventare sani e rimanere tali?
La risposta viene fornita dalla teoria dell’orgasmo: circostanze casuali o
socialmente determinate rendono possibile in certi casi la realizzazione del
soddisfacimento genitale che a sua volta elimina la fonte energetica della nevrosi e
attenua anche il legame alla situazione infantile. Così, nonostante la situazione familiare
nevrotica, possono esistere individui sani. La vita sessuale della gioventù del 1940 è
fondamentalmente più libera ma anche più piena di conflitti della gioventù del 1900.
L’individuo sano non si distingue da quello malato per non aver vissuto il conflitto
familiare o la repressione sessuale; si tratta piuttosto di uno strano insieme di circostanze,
abbastanza anormale in questa società e in primo luogo nella collettività industriale del
lavoro, che permette all’organismo di liberarsi da queste due morse con un modo di
vivere sessuoeconomico. Rimane la domanda su quale sarà la sorte di questi individui
sani. Certamente essi non avranno una vita facile. A ogni modo, con l’aiuto
dell’«organoterapia spontanea della nevrosi» – così chiamai la soluzione orgastica delle
tensioni – essi superano sia il legame patologico familiare sia gli effetti della miseria
sessuale sociale. Sparsi nella società esistono certi individui che vivono e lavorano senza
alcun rapporto tra loro: si tratta dello strato dei caratteri genitali dotati di una sessualità
naturale. Si trovano frequentemente nel proletariato industriale.
L’epidemia di massa delle nevrosi nasce in tre tappe fondamentali della vita
umana: nella prima infanzia, a causa dell’atmosfera nevrotica della casa paterna, nella
pubertà, e infine nel matrimonio coatto, basato su una concezione rigorosamente
moralistica.
Nella prima tappa hanno un effetto pesantemente negativo la severa e prematura
educazione alla pulizia, all’«ubbidienza», all’assoluto autocontrollo, a un comportamento
tranquillo e silenzioso. Queste misure preparano il bambino a ubbidire alla più importante
proibizione del periodo successivo: la proibizione della masturbazione. Vi possono essere
anche altre limitazioni dello sviluppo infantile, ma quelle citate sono tipiche. I freni posti
alla naturale sessualità infantile in tutti gli strati della popolazione costituiscono il terreno
fertile della fissazione alla casa paterna nevrotica e alla sua atmosfera, all’ambiente natio.
Nasce così la mancanza d’indipendenza nel pensiero e nell’azione degli uomini. La
mobilità e il vigore psichico vanno di pari passo con la vitalità sessuale e ne costituiscono
la premessa. Allo stesso modo l’inibizione e la pesantezza mentale sono la premessa
dell’inibizione sessuale.
Nella pubertà viene applicato per la seconda volta il dannoso principio educativo
che conduce all’inaridimento psichico e alla formazione dell’armatura caratteriale.
Questa ripetizione avviene sulla solida base dei freni precedenti posti agli impulsi
infantili, il problema della pubertà poggia su basi sociali, non biologiche o sul conflitto
figli-genitori, come sostiene la psicoanalisi. Infatti, gli adolescenti che trovano la via a
un’autentica vita sessuale e lavorativa spezzano il legame nevrotico con i genitori che si
era sviluppato nell’infanzia. Gli altri, duramente colpiti dalla reale frustrazione causata
dalla repressione sessuale, ricadono ancora di più nella situazione infantile. Per questo
motivo la maggior parte delle nevrosi e delle psicosi esplode nella pubertà. Indagini
statistiche condotte da Barasch sulla durata dei matrimoni in relazione al periodo in cui si
è iniziata la vita sessuale genitale, confermano lo stretto rapporto esistente tra matrimonio
e ascetismo: quanto prima l’adolescente comincia ad avere rapporti sessuali
soddisfacenti, tanto più diventa incapace di sottostare alla rigida richiesta «solo un
partner, e per tutta la vita». Qualunque sia l’atteggiamento di fronte a questa
constatazione, essa è un dato di fatto innegabile. Essa dice: la richiesta di ascetismo
rivolta ai giovani ha lo scopo di renderli influenzabili e atti al matrimonio. Ed è quello
che fa. Ma essa crea proprio l’impotenza sessuale e a sua volta distrugge i matrimoni e
aggrava la crisi matrimoniale.
È pura ipocrisia permettere legalmente a un giovane di sposarsi la sera del suo
sedicesimo compleanno, dimostrando quindi che in questo caso i rapporti sessuali non
sono dannosi, ma esigendo nello stesso tempo l’«ascetismo fino al matrimonio», anche se
questo potrà essere contratto solo a trent’anni. In questo caso si scopre improvvisamente
che «i rapporti sessuali in giovane età sono dannosi o immorali». Nessuna persona
ragionevole può essere d’accordo con questo, e neppure con le nevrosi e le perversioni
che ne derivano. Punire più moderatamente la masturbazione è una comoda scappatoia. Il
problema è il soddisfacimento dei bisogni fisiologici degli adolescenti. La pubertà è il
processo di maturazione sessuale, e inizialmente nient’altro. I discorsi sulla cosiddetta
«pubertà culturale» delle psicologie estetiche, per esprimersi con moderazione, sono
soltanto chiacchiere. Garantire la felicità sessuale dei giovani che stanno maturando è
un punto centrale della profilassi delle nevrosi.
La gioventù ha la funzione di rappresentare di volta in volta una fase successiva
della civiltà. La generazione dei genitori cerca ogni volta di fermare la gioventù al
proprio livello culturale. I motivi sono prevalentemente di natura irrazionale: a suo tempo
essa si è dovuta rassegnare e si sente provocata quando la gioventù dimostra di saper fare
cose che essa non è stata capace di realizzare. La tipica ribellione dei giovani contro i
genitori non è quindi un problema nevrotico della pubertà, bensì la preparazione alla
funzione sociale che questa gioventù dovrà svolgere successivamente quando sarà
divenuta adulta. Essa deve ogni volta conquistarsi la possibilità di compiere un
progresso. Quali che siano i compiti culturali e civilizzatori di ogni nuova generazione,
ciò che frena è sempre la paura che i vecchi hanno della sessualità e della combattività
dei giovani.
Sono stato rimproverato di sostenere una concezione utopistica e cioè di volere
eliminare dal mondo il dispiacere e garantire soltanto il piacere. Ma ciò è contraddetto
dalla mia affermazione, spesso ripetuta, che l’educazione tradizionale rende l’uomo
incapace di provare piacere corazzandolo contro il dispiacere. Il piacere e la gioia di
vivere sono impensabili senza lotta, le esperienze dolorose e la spiacevole lotta con se
stessi. Né la teoria della non-sofferenza sostenuta dagli yoghi e dai buddhisti, né la
filosofia edonistica di Epicuro,1 né la rinuncia del monachismo caratterizzano la salute
psichica, ma l’alternarsi della lotta spiacevole e della felicità, dell’errore e della verità,
del passo falso e della riflessione, dell’odio razionale e dell’amore razionale, in breve, la
piena vitalità in tutte le situazioni della vita. La capacità di sopportare il dispiacere e il
dolore senza irrigidirsi va di pari passo con la capacità di amare e di rendere felici. Per
dirla con Goethe: chi vuole imparare a «esultare fino a toccare il cielo con un dito» deve
essere anche pronto a «soffrire fino alla morte». La nostra concezione sociale europea e la
nostra educazione hanno invece trasformato i giovani, a seconda della loro posizione
sociale, in bambocci avvolti nella bambagia o in automi dell’industria e del business,
aridi, incapaci di provare piacere, cronicamente scontenti.
Bisogna comprendere chiaramente la questione del matrimonio. Il matrimonio
non è soltanto una questione d’amore, come sostengono gli uni, né un’istituzione
puramente economica, come sostengono gli altri. È una forma che è stata imposta da
processi socio-economici ai bisogni sessuali.2 Bisogni sessuali ed economici, in
particolare da parte della donna, si fondono con il desiderio del matrimonio, a prescindere
dall’ideologia acquisita nella prima infanzia e dalla pressione morale della società. I
matrimoni si guastano a causa di una contraddizione sempre più profonda tra bisogni
sessuali e condizioni economiche. I bisogni sessuali possono venire soddisfatti solo per
un periodo di tempo limitato con il medesimo partner. I legami economici, le pressioni
morali e l’abitudine contribuiscono invece in modo determinante a rendere durevole la
relazione. Da ciò deriva la miseria matrimoniale. L’ascetismo prematrimoniale dovrebbe
preparare al matrimonio. Ma questo stesso ascetismo genera disturbi sessuali e mina così
il matrimonio. La piena capacità sessuale può rendere felice un matrimonio. Ma questa
stessa piena capacità sessuale contraddice ogni aspetto della richiesta moralistica del
matrimonio monogamico a vita. Questo è un dato di fatto indiscutibile. Su questo
argomento si può assumere l’atteggiamento che si preferisce, ma non si dovrebbe essere
ipocriti. Le contraddizioni citate, aggiunte a cattive condizioni interne ed esterne, portano
alla rassegnazione. Questa richiede che si frenino fortemente gli impulsi vegetativi. Ciò
fa emergere dal profondo tutti i meccanismi nevrotici disponibili. Alla partnership
sessuale e al cameratismo si sostituisce nel matrimonio un rapporto paterno-materno e
una reciproca dipendenza, in breve, un incesto larvato. Queste sono cose trite e ritrite,
ormai note da tempo e sono rimaste sconosciute solo a molti pastori, psichiatri,
riformatori sociali e uomini politici.
Questi danni interni della struttura psichica, di per sé già molto gravi, vengono
ulteriormente aggravati dalle condizioni sociali esterne che li hanno prodotti. L’odierno
disordine sessuale non si prefigge la miseria psichica, ma ne fa essenzialmente parte.
Infatti, il matrimonio coatto e la famiglia coatta riproducono la struttura umana di
questa epoca meccanizzata economicamente e psichicamente. Dal punto di vista
dell’igiene sessuale, in questo ordinamento, è tutto sbagliato. Biologicamente, un
organismo sano ha bisogno di 3000-4000 atti sessuali nell’arco di una vita genitale di 30-
40 anni. L’amore per i figli viene soddisfatto da 2-4 bambini. Anche nel matrimonio il
moralismo e l’ascetismo ammettono il piacere sessuale solo al fine della procreazione, il
che significa, portando questo discorso alle estreme conseguenze, al massimo quattro
volte nella vita. Le autorità approvano tutto ciò, gli uomini soffrono in silenzio, non ne
tengono conto e diventano ipocriti. Ma nessuno lotta energicamente per eliminare dal
mondo questa assurdità che arriva fino al genocidio. Questa assurdità si manifesta nel
divieto ufficiale o morale di fare uso degli anticoncezionali. Questo provoca disturbi
sessuali e, da parte delle donne, paura di rimanere gravide, che a loro volta ridestano
angosce sessuali infantili e distruggono il matrimonio. Logicamente gli elementi del
disordine si intrecciano. La proibizione di masturbarsi nell’infanzia alimenta la paura che
si intervenga nella vagina o che la si tocchi. Questo è il motivo per cui le donne hanno
paura di usare gli anticoncezionali. Fiorisce in tal modo l’«aborto criminale», che a sua
volta crea innumerevoli punti d’appoggio alla nevrosi. La paura della gravidanza
impedisce sia alla donna sia all’uomo di raggiungere il soddisfacimento. Circa il 60 per
cento della popolazione maschile adulta pratica il coitus interruptus. Questo genera
ingorghi sessuali e nervosismo en masse.
E su tutto questo la scienza e i medici non dicono nulla. Inoltre essi impediscono
ogni serio tentativo scientifico, sociale o medico di porvi rimedio con sotterfugi,
accademismo, teorie sbagliate, e mettendo in pericolo la stessa vita. Si hanno buone
ragioni di indignarsi quando si sente parlare in termini estremamente dignitosi e autoritari
delle «indicazioni morali», del carattere innocuo dell’astinenza e del coitus interruptus
ecc. Non dissi queste cose in casa di Freud, ma la mia obiettiva descrizione dei fatti non
poteva non suscitare indignazione.
A tutto questo si aggiunge il problema della penuria degli alloggi. Statistiche
viennesi del 1927 rivelavano che più dell’80 per cento della popolazione viveva in una
stanza con quattro o più persone. Ciò significava che per l’80 per cento della popolazione
un soddisfacimento ordinato e fisiologicamente corretto era disturbato, se non addirittura
impossibile, anche con le migliori condizioni interne. Su questo argomento tacevano
tanto la medicina quanto la sociologia.
L’igiene psichica e sessuale presuppone una vita ordinata e materialmente sicura.
Chi non sa come assicurare il proprio sostentamento non è in grado di provare il piacere e
diviene facilmente uno psicopatico sessuale. Chi è dunque d’accordo sulla profilassi delle
nevrosi deve aspettarsi un rovesciamento radicale di tutto ciò che genera le nevrosi.
Questo spiega perché la profilassi delle nevrosi non è mai stata posta in discussione e
perché non è nemmeno mai stata presa in considerazione. Che lo volessi o no, le mie
asserzioni dovevano sembrare una provocazione. I fatti in se stessi erano alquanto
provocatori. Non citai neppure la pretesa legale del «dovere coniugale» e
dell’«obbedienza dei figli nei confronti dei genitori fino alla sopportazione della
punizione corporale». Negli ambienti accademici non si usava farlo e lo si considerava
«non scientifico».
Benché nessuno fosse disposto ad ascoltare i fatti che illustravo, nessuno era in
grado di negarli. Tutti sapevano perfettamente che la terapia individuale era socialmente
irrilevante, che non ci si poteva aspettare nulla dall’educazione e che le idee e le
conferenze sull’educazione sessuale da sole non erano sufficienti. Questo conduceva con
logica inesorabile al problema della cultura in generale.
Fino al 1929 il rapporto tra psicoanalisti e «cultura» non era stato discusso. Non
solo gli psicoanalisti non vi avevano visto alcuna contraddizione, ma avevano addirittura
presentato la teoria di Freud come «promotrice della cultura» e non come critica della
cultura. Tra il 1905 e il 1925 gli avversari della psicoanalisi avevano sempre additato il
«pericolo della cultura» che ci si doveva presto aspettare dalla psicoanalisi. Gli avversari
e il mondo che aveva teso le orecchie avevano attribuito alla teoria psicoanalitica molto
di più di quanto essa avesse effettivamente intenzione di fare. Questo si spiega con il
profondo bisogno di chiarezza sulla vita sessuale che tutti sentivano, e con la paura del
«caos sessuale» espressa dai «portatori della cultura». Freud pensava di poter scongiurare
il pericolo con le sue teorie della sublimazione e della rinuncia alla pulsione. Il tono della
protesta si smorzò gradualmente soprattutto dopo la fioritura della teoria della pulsione di
morte e il ripudio della teoria dell’angoscia da stasi. La teoria della volontà biologica di
sofferenza offriva molte comode vie di uscita. La sua esistenza dimostrava che la
psicoanalisi non era in contrasto con la cultura. Ora, questa concordia era messa in
pericolo dai miei lavori. Per non compromettersi, dichiaravano che le mie concezioni
erano vecchie e scontate, oppure sbagliate. Non avevo certamente affrontato i problemi
con superficialità. Non mi ero limitato ad affermare che la psicoanalisi contraddiceva la
cultura esistente e che era «rivoluzionaria». La faccenda era molto più complicata di
quanto non si possa immaginare oggi.
Non era affatto semplice liquidare la cosa. I clinici impiegavano sempre più la
teoria genitale della terapia. Non la si poteva negare; tutt’al più se ne poteva sminuire
l’importanza. Essa confermava il carattere rivoluzionario della teoria scientifica della
sessualità. Non era stato forse appena proclamato che Freud aveva aperto una nuova
epoca della cultura? Tanto meno potevano essere accettati correttamente e praticamente i
miei punti di vista. Ciò sarebbe stato in contrasto sia con la sicurezza borghese degli
psicoanalisti sia con l’altra affermazione che la psicoanalisi non faceva che «promuovere
la cultura». Nessuno si chiedeva cosa di questa «cultura» fosse minacciato e cosa fosse
invece promosso. Si trascurava il fatto che il «nuovo», per il suo stesso sviluppo, critica e
nega il vecchio.
I maggiori esponenti delle scienze sociali in Austria e in Germania rifiutavano la
psicoanalisi e si ponevano in concorrenza con essa per quanto riguarda la chiarificazione
dei problemi dell’esistenza umana. Non era semplice aprirsi un varco. È stupefacente che
a quell’epoca non abbia commesso qualche errore madornale. Sarebbe stato infatti
comprensibile se avessi formulato qualche giudizio affrettato o se avessi trovato
rapidamente una soluzione sul piano pratico; per esempio quella che le scienze sociali e
la psicoanalisi potevano conciliarsi facilmente, oppure quella che la psicoanalisi era
esatta come psicologia individuale, ma che non rivestiva alcuna importanza sul piano
sociale. Così parlavano i marxisti che vedevano di buon occhio la psicoanalisi. Invece le
cose non stavano affatto così. Io ero troppo psicoanalista per poter essere superficiale, ed
ero troppo interessato a un libero sviluppo del mondo per potermi accontentare di una
risposta banale. In un primo momento mi sarei accontentato di poter inserire la
psicoanalisi in sé nelle scienze sociali, anche se inizialmente solo sul piano
metodologico.3 Le incessanti accuse di essere troppo precipitoso, rivoltemi da amici e
nemici, non mi preoccupavano, anche se spesso mi facevano arrabbiare. Sapevo che
nessuno di loro aveva lavorato quanto me sul piano teorico e pratico; i miei manoscritti
stavano per anni nel cassetto prima che fossi sicuro di poterli pubblicare. La saccenteria
l’avevo sempre lasciata agli altri.
Il rapporto tra psicoanalisi e cultura cominciò a chiarirsi quando un giovane
psichiatra tenne in casa di Freud una relazione su «Psicoanalisi e Weltanschauung». Ben
pochi sanno che Das Unbehagen in der Kultur di Freud nacque in seguito a queste
discussioni sulla cultura, per confutare il mio lavoro che stava prendendo corpo e per
scongiurare il «pericolo» che ne derivava. Il libro contiene frasi che Freud impiegò nella
discussione per controbattere i miei punti di vista.
In questo libro, che apparve solo nel 1931, Freud confermava il piacere sessuale
naturale come fine della vita umana e della tendenza alla felicità, ma nello stesso tempo
tentava di dimostrare l’insostenibilità di questo principio. La sua formula base teorica e
pratica era sempre: l’uomo normalmente procede – e deve procedere normalmente – dal
«principio di piacere» al «principio di realtà». Egli deve rinunciare al piacere e adattarsi.
Freud non metteva in discussione ciò che vi era di irrazionale nella
«realtà» – irrazionalità che oggi celebra vere e proprie orge di distruzione – né
distingueva quale piacere fosse conciliabile con la socialità e quale non lo fosse.
In Das Unbehagen in der Kultur si trovano le concezioni che Freud rivolse contro
di me quando nella discussione sostenni il mio punto di vista. Oggi considero una fortuna
per il movimento politico culturale che siano state dette queste parole. In tal modo si
chiarirono le cose e si evitò che la psicoanalisi potesse continuare a presentarsi come
teoria capace di «rovesciare la cultura», senza criticare e modificare sul piano pratico le
condizioni dell’educazione. Altrimenti che significato potrebbe avere l’ormai abusata
parola «progresso»?
La seguente concezione corrispondeva all’atteggiamento degli accademici di
allora. La scienza, essi dicevano, si occupa dei problemi di ciò che è e la Weltanschauung
di ciò che dovrebbe essere. «Ciò che è» («scienza») e «ciò che dovrebbe essere»
(«politica») sarebbero due cose inconciliabili. Dalla constatazione di un fatto non ne
consegue un «dovrebbe essere», cioè nessuna indicazione su un obiettivo al quale si
dovrebbe tendere. Con la constatazione scientifica era possibile ogni orientamento
politico. Io polemizzai contro questi logici etici che dalla realtà si rifugiavano nelle
formule astratte. Se constato che un giovane diventa nevrotico e incapace di lavorare a
causa dell’ascetismo a cui lo si obbliga, allora questo è «scienza». Secondo la «logica
astratta» si può dedurre sia che il giovane debba continuare a vivere asceticamente, sia
che debba rinunciare all’ascetismo. Questa deduzione è «Weltanschauung politica» e la
sua realizzazione è la pratica politica. Ma, dicevo, esistono constatazioni scientifiche da
cui viene dedotta praticamente solo una cosa e mai l’altra. Ciò che sul piano logico
appare giusto può essere sbagliato sul piano pratico-obiettivo. Se oggi qualcuno
constatasse pubblicamente che l’ascetismo è dannoso per l’adolescente, senza trarne la
conclusione che si deve rinunciare all’astinenza, egli verrebbe semplicemente deriso. Per
questo motivo è tanto importante porre praticamente i problemi. Un medico non deve
mai ragionare in termini astratti. Chi rifiuta il «ciò che dovrebbe essere» che deriva dalla
citata constatazione deve necessariamente, che lo voglia o no, fare un’affermazione errata
di «natura puramente scientifica». Egli dovrà affermare «con autorità scientifica» che
l’ascetismo non danneggia l’adolescente, in breve, nascondere la verità e comportarsi da
ipocrita per difendere la sua pretesa dell’astinenza. Ogni constatazione scientifica ha una
premessa nella Weltanschauung e una conseguenza pratico-sociale.
A quel tempo, per la prima volta, divenne evidente l’abisso che esisteva tra il
pensiero logico astratto e il pensiero funzionale scientifico. La logica astratta ha spesso la
funzione di ammettere dati di fatto scientifici, ma di non dedurne alcuna conseguenza
pratica. Quindi preferii il funzionalismo pratico.
Freud assunse il seguente punto di vista: il rapporto dell’«uomo comune» con la
religione è comprensibile. Un famoso personaggio disse una volta:
Wer Wissenschaft und Kunst besitzt

hat auch Religion

Wer jene beiden nicht besitzt

Der habe Religion!

[Chi possiede la scienza e l’arte – ha anche la religione. – Chi non le possiede


entrambe – abbia almeno la religione!]
Una frase adatta ai nostri tempi come tutto ciò che la Weltanschauung
conservatrice ha il coraggio di affermare. Il diritto dei conservatori si identifica con la
facoltà di farlo coincidere così profondamente con la comprensione scientifica e medica
che la fonte dell’arroganza conservatrice e le lacune della scienza vengono totalmente
sepolte. La questione irrisolta della sopportazione delle masse lavoratrici, della loro
rinuncia patologica al sapere e ai frutti culturali di questo mondo della «scienza e
dell’arte», del loro stato di impotenza, della loro paura di assumersi qualsiasi
responsabilità e del loro morboso desiderio di autorità, porta attualmente il mondo
sull’orlo dell’abisso sotto forma della peste fascista. Che senso ha la scienza in generale
se si rifiuta di affrontare tali problemi? Che coscienza possono avere quegli scienziati che
sarebbero in grado di trovare la soluzione, ma che invece rinunciano volutamente a
lottare contro la peste psichica? Oggi, a tutto il mondo che si trova in pericolo, diviene
chiaro ciò che dodici anni fa era molto difficile denunciare. La vita sociale ha posto in
termini molto precisi quelle domande che a quel tempo erano oggetto di preoccupazione
da parte di pochi medici soltanto.
Freud seppe giustificare magnificamente la rinuncia delle masse alla felicità, così
come in passato aveva difeso l’esistenza della sessualità infantile. Alcuni anni più tardi,
un genio patologico, sfruttando l’ignoranza umana e la paura della felicità, ha portato
l’Europa al disastro, con la parola d’ordine della «rinuncia eroica alla felicità». Diceva
Freud:
La vita che ci è imposta è troppo pesante per noi, ci dà troppi dolori, troppe
delusioni, troppi compiti insolubili. Per poterla sopportare non possiamo fare a meno di
sedativi. Ne esistono forse tre tipi: potenti distrazioni che ci fanno apparire insignificante
la nostra miseria, pseudosoddisfazioni che la diminuiscono, sostanze narcotiche che ci
rendono insensibili a essa. Qualcosa di questo genere è indispensabile…
Nello stesso tempo (in Die Zukunft einer Illusion) Freud respingeva l’illusione più
pericolosa: la religione.
L’uomo comune non può immaginare la provvidenza se non nella persona di un
padre straordinariamente innalzato. Solo costui, così crede l’uomo semplice, può
conoscere i bisogni dell’uomo, può commuoversi alle sue preghiere e farsi placare dai
segni del suo pentimento. Il tutto è così palesemente infantile, così estraneo alla realtà,
che a una persona con un animo filantropico riesce doloroso pensare che la grande
maggioranza dei mortali non riuscirà mai a innalzarsi oltre questa concezione della vita…
Le corrette constatazioni di Freud sulla metafisica religiosa sfociavano quindi
nella rassegnazione. E fuori, la vita ribolliva a causa delle lotte per una Weltanschauung
razionale e per un assetto sociale scientifico. In linea di massima non c’era nessuna
differenza. Freud non si limitava a dichiararsi privo di una Weltanschauung. Rifiutava la
Weltanschauung «politica» e difendeva quella «scientifica». Si sentiva in contraddizione
con la politica. Tentai di dimostrare che la tendenza alla democratizzazione del processo
lavorativo è e deve essere scientifico-razionale. A quel tempo era già iniziato lo
smantellamento della democrazia sociale di Lenin, lo sviluppo della dittatura nell’Unione
Sovietica e la rinuncia a tutti i princìpi di verità del pensiero social-scientifico. Questo era
innegabile. Io respinsi il punto di vista non politico di Freud che non affrontava le
conseguenze sociali delle scoperte scientifiche. Si poteva intuire solo vagamente che sia
l’atteggiamento di Freud sia quello dogmatico del governo sovietico, ognuno a suo modo,
erano fondati: la guida razionale e scientifica dell’esistenza umana è il fine supremo. Ma
la struttura irrazionale acquisita dalla massa degli uomini, quindi dal protagonista del
processo storico, rende possibile la dittatura attraverso lo sfruttamento dell’irrazionale.
Il problema è di sapere chi esercita il potere, a quali fini e contro chi. A ogni modo,
l’atteggiamento della democrazia sociale in Russia inizialmente era stato il più umano
possibile date le condizioni umane e storiche. Freud lo aveva ammesso esplicitamente. La
degenerazione della democrazia sociale di Lenin fino ad arrivare all’odierno stalinismo
dittatoriale è innegabile ed è acqua portata al mulino degli avversari della democrazia.
Negli anni seguenti il pessimismo di Freud, «Non c’è niente da fare», sembrò trovare
un’atroce conferma. Dopo l’esperienza russa, lo sviluppo della vera democrazia appariva
un’utopia. Sembrava effettivamente che «chi non possiede né arte, né scienza abbia
almeno la fede mistica socialista» nella quale era degenerato l’immenso mondo del
pensiero scientifico. Va sottolineato che l’atteggiamento di Freud non faceva che riflettere
il generale atteggiamento degli scienziati accademici: essi non avevano alcuna fiducia
nell’autoeducazione democratica e nella produttività intellettuale delle masse, e proprio
per questo non facevano nulla per sopprimere le fonti della dittatura.
Sin dall’inizio della mia attività igienico-sociale, sono stato dell’avviso che la
felicità culturale in generale e quella sessuale in particolare rappresentavano il reale
contenuto della vita e il fine di una pratica politica popolare. Tutti, compresi i marxisti,
erano contrari; ma la scoperta che avevo fatto nelle profondità dell’organismo psichico
era più forte di tutte le obiezioni, dubbi e difficoltà. L’intera produzione culturale, dal
romanzo d’amore fino al poema più ispirato mi dava ragione. Tutta la politica culturale
(cinema, letteratura e poesia ecc.) ruota attorno al problema del sesso, vive della sua
negazione reale e della sua affermazione ideale. L’industria dei prodotti di consumo e la
pubblicità vivono di questo. Se tutta l’umanità sogna e scrive a proposito della felicità
amorosa, perché non dovrebbe essere capace di realizzare il sogno della vita? Il fine era
chiaro. I fatti riscontrati nella profondità biologica esigevano un trattamento medico.
Perché l’aspirazione alla felicità continuava ciò nonostante sempre a riapparire come una
struttura fantastica, in contrasto con la dura realtà? Freud si rassegnò nella maniera
seguente:
Esaminando il comportamento degli uomini, che cosa appare come fine e scopo
della loro vita? Cosa chiedono dalla vita e cosa si propongono di ottenere? Queste erano
le domande che Freud si poneva nel 1930, dopo quelle discussioni che avevano portato i
bisogni sessuali delle masse fin nel tranquillo studio dello scienziato, provocando violenti
contrasti tra le diverse posizioni.
Freud doveva ammettere: «Non è difficile rispondere. Gli uomini aspirano alla
felicità, vogliono divenire felici e rimanere tali». Vogliono vivere intense sensazioni di
piacere. È semplicemente il principio di piacere che indica il fine della vita. Questo
principio domina l’azione dell’apparato psichico sin dall’inizio.
Sulla sua utilità non ci sono dubbi, eppure il suo programma è in contrasto con il
mondo intero, sia con il macrocosmo sia con il microcosmo. Esso è assolutamente
irrealizzabile; tutto l’orientamento del mondo si oppone alla sua attuazione. Si potrebbe
addirittura affermare che nel piano della «creazione» non è contemplata la possibilità che
l’uomo possa essere «felice». Ciò che nel senso stretto della parola si intende per felicità,
nasce piuttosto dal soddisfacimento improvviso di bisogni che con il tempo si sono
accumulati, ed è per sua natura solo possibile come fenomeno episodico.
Qui Freud esprimeva uno stato d’animo che rientra nella generale incapacità degli
uomini di essere felici. L’argomento appare convincente, ma è sbagliato. A prima vista
sembrerebbe che l’ascetismo sia una premessa della felicità. Ma questa argomentazione
non tiene conto del fatto che l’accumulazione in sé viene sentita come felicità se esiste la
prospettiva di una soluzione e se non è troppo lontana, e che d’altro canto questa
accumulazione rende invece l’organismo rigido e incapace di provare piacere se non
esiste tale prospettiva e se la felicità è minacciata da una punizione. La suprema
esperienza di felicità, l’orgasmo sessuale, ha la caratteristica di presupporre
un’accumulazione di energia biologica. Da ciò non si può assolutamente trarre la
conclusione di Freud che la felicità sia in contrasto con tutto l’ordinamento del mondo.
Oggi possiedo prove sperimentali dell’inesattezza di tale affermazione. A quel tempo
avevo soltanto la sensazione che Freud nascondesse una realtà dietro una frase.
Ammettere che la felicità umana sia possibile sarebbe equivalso a negare la teoria della
coazione a ripetere e della pulsione di morte. Significava criticare le istituzioni sociali che
impediscono che la vita sia felice. Per sostenere il suo punto di vista rinunciatario, Freud
adduceva argomenti presi a prestito dalla situazione esistente, senza chiedersi se essa
fosse un dato di fatto naturale, quindi necessario e immutabile. Non comprendevo come
Freud potesse credere che la scoperta della sessualità infantile non potesse
profondamente mutare il mondo. Mi sembrava che egli facesse un grave torto alla sua
stessa opera e che sentisse la tragicità di questa contraddizione. Quando infatti lo
contraddissi e gli esposi i miei argomenti, rispose che avevo completamente torto o che,
in caso contrario, un giorno avrei dovuto «portare da solo il pesante fardello della
psicoanalisi». Poiché non avevo torto, la sua profezia si è avverata.
Sia nella discussione sia nei suoi scritti, Freud si rifugiò nella teoria biologica
della sofferenza. Cercava una via d’uscita dalla catastrofe della cultura in uno «sforzo
dell’Eros». In una conversazione privata del 1926, Freud aveva espresso la speranza che
l’«esperimento» della rivoluzione sovietica russa potesse riuscire. Nessuno immaginava
ancora che il tentativo di Lenin di realizzare la democrazia sociale avrebbe avuto un esito
tanto catastrofico. Freud sapeva, e l’aveva espresso nei suoi scritti, che l’umanità è
malata. La relazione tra questa malattia generale e la catastrofe russa, e in seguito quella
tedesca, era molto lontana sia dal pensiero degli psichiatri sia da quello dei politici. Tre
anni più tardi le condizioni in Germania e in Austria erano già così sconvolte che ne
risentivano tutte le attività professionali. Nella vita politica l’irrazionalismo appariva in
tutta chiarezza; la psicologia analitica penetrava sempre più nel campo dei problemi
sociali. Nel mio lavoro combinato, l’«uomo» in quanto paziente e in quanto essere
socialmente attivo si fondevano sempre più. Vedevo le masse nevrotiche e affamate
cadere preda dei gangster della politica. Sebbene fosse cosciente della peste psichica,
Freud temeva che la psicoanalisi fosse coinvolta nel caos politico. Il suo conflitto me lo
fece sentire molto vicino sul piano umano. Oggi comprendo anche la necessità della sua
rassegnazione. Aveva lottato quindici anni perché venissero riconosciuti fatti molto
semplici. Il mondo dei suoi colleghi lo aveva coperto di fango, gli aveva dato del
ciarlatano e aveva contestato l’onestà delle sue intenzioni. Egli non era un pragmatista
sociale, era «soltanto» uno scienziato, ma in modo retto e rigoroso. Il mondo non poteva
continuare a negare l’esistenza della vita psichica inconscia. A questo punto esso
incominciò il suo vecchio gioco di corrompere ciò che non poteva distruggere altrimenti:
gli fece dono di molti allievi che si sedettero alla tavola imbandita senza faticare per
impadronirsi della materia. Essi avevano un solo interesse, quello di rendere rapidamente
popolare la psicoanalisi. Portarono i legami conservatori di questo mondo nella loro
organizzazione, e senza un’organizzazione l’opera di Freud non poteva esistere. Uno
dopo l’altro sacrificarono la teoria della libido o la annacquarono. Freud sapeva quanto
era difficile sostenere la teoria della libido. Nell’interesse dell’autoconservazione e della
salvaguardia del movimento psicoanalitico egli non poteva dire ciò che avrebbe
certamente sostenuto da solo in un mondo onesto. Con la sua scienza egli era andato ben
oltre gli angusti limiti intellettuali della borghesia tradizionale. La sua scuola ve lo
riportò. Freud sapeva che nel 1929, nel mio giovanile entusiasmo scientifico, avevo
ragione. Ammetterlo avrebbe significato sacrificare metà dell’organizzazione degli
analisti.
Si trattava essenzialmente del problema dell’educazione dei bambini e della
psicoterapia. La malattia psichica, questo era un fatto ormai scontato, è un prodotto della
rimozione sessuale. La pedagogia e la terapia analitiche cercavano di eliminare la
rimozione delle pulsioni sessuali. Cosa succede, questa era la domanda successiva, con le
pulsioni liberate dalla rimozione? La risposta analitica era: le pulsioni vengono
condannate o sublimate. Non si parlava di soddisfacimento reale e non se ne poteva
nemmeno parlare, poiché l’inconscio veniva concepito solo come un inferno4 di impulsi
asociali e pervertiti.
Per molto tempo cercai di dare una risposta alla domanda: che cosa succede alla
genitalità naturale dei bambini e degli adolescenti dopo che essa è stata liberata dalla
rimozione? Anch’essa doveva venire «sublimata» o «condannata»? A questa mia
domanda gli psicoanalisti non hanno mai dato una risposta. Eppure essa costituisce il
problema centrale della formazione del carattere.
L’intera educazione soffre del fatto che l’adattamento sociale richiede la
rimozione della sessualità naturale, e che tale rimozione rende malati e asociali.
Bisognava quindi dubitare della pretesa dell’educazione. Essa si basava su un errore
fondamentale nel giudicare la sessualità.
La grande tragedia di Freud fu che egli si rifugiò in teorie biologistiche anziché
tacere o lasciare tranquillamente fare a tutti quello che volevano. Fu così che egli entrò in
contraddizione con se stesso:
La felicità è un’illusione, egli diceva, poiché la sofferenza la minacciava
inesorabilmente da tre lati. «Dal proprio corpo condannato alla decadenza e alla
dissoluzione…» Perché allora la scienza sogna costantemente di prolungare la vita?
«Dal mondo esterno, che può infierire su di noi con forze superiori, inesorabili e
distruttive…» Perché allora grandi pensatori hanno dedicato tutta la loro vita al
problema della libertà? Perché milioni di combattenti per la libertà si sono dissanguati
socialmente e tecnicamente nella lotta contro questo minaccioso mondo esterno? La
peste infine, non è stata vinta? La schiavitù fisica e sociale non è stata effettivamente
ridotta? Non sarà mai possibile vincere il cancro e le guerre così come è stata vinta la
peste? Non sarà mai possibile vincere l’ipocrisia moralistica che storpia i nostri bambini e
i nostri adolescenti?
Più seria e difficile era la terza obiezione contro l’aspirazione umana alla felicità:
la sofferenza che nasce dai rapporti con gli altri uomini era – così diceva Freud – la più
dolorosa di tutte. Si sarebbe inclini a considerarla come una qualsiasi aggiunta superflua,
ma era altrettanto ineluttabile delle sofferenze che avevano altre origini. Qui Freud
esprimeva le sue amare esperienze personali avute con la specie umana. Qui egli toccava
il nostro problema nella struttura, in altre parole, l’irrazionalismo che determina il
comportamento degli uomini. In parte l’avevo io stesso vissuto dolorosamente
nell’organizzazione psicoanalitica, il cui compito professionale era quello di vincere, sul
piano medico, il comportamento irrazionale. Ora Freud affermava che ciò era fatale e
inevitabile.
Ma come? Perché allora si pretendeva di parlare dall’alto della scienza razionale?
Perché si proclamava di voler educare gli uomini a comportarsi in modo razionale,
corrispondente alla realtà? Mi appariva inspiegabile come Freud non si rendesse conto
della contraddittorietà del suo atteggiamento. Da una parte egli aveva ricondotto
correttamente l’azione e il pensiero degli uomini a motivi irrazionali inconsci.
In questo egli era andato perfino troppo lontano, perché abbattere alberi per
costruire una capanna non è una cosa irrazionale.
Dall’altra, per lui esisteva una Weltanschauung scientifica in cui la legge scoperta
non doveva essere valida. Una scienza che andava oltre i propri princìpi! La
rassegnazione non era che un modo per sfuggire all’immensa difficoltà costituita dalla
componente patologica nel comportamento umano, dalla malvagità. Freud era deluso.
Inizialmente egli aveva creduto di avere scoperto la terapia radicale delle nevrosi. In
realtà era stato solo un inizio. Il problema era molto più complicato di quanto non
sembrasse in base alla formula del divenire cosciente dell’inconscio. Egli aveva avanzato
la pretesa che la psicoanalisi potesse comprendere problemi generali dell’esistenza
umana, non soltanto problemi di natura medica. Ma egli non trovò la strada che
conduceva nel campo della sociologia. In Jenseits des Lustprinzips egli aveva toccato
ipoteticamente importanti problemi biologici e ne aveva dedotto la teoria della pulsione
di morte. Questa si rivelò un’ipotesi erronea. In un primo tempo lo stesso Freud l’aveva
considerata con molto scetticismo. La psicologizzazione sia della sociologia sia della
biologia toglieva ogni prospettiva di una soluzione pratica di questi enormi problemi.
Inoltre a Freud gli uomini, nella sua attività medica e a causa dell’atteggiamento
assunto nei confronti della sua teoria, erano apparsi esseri infidi e malvagi. Da decenni
viveva separato dal mondo per proteggere il suo atteggiamento mentale. Se avesse
risposto a ogni obiezione irrazionale che gli veniva fatta, si sarebbe perso in distruttive
battaglie quotidiane. Per separarsi, doveva assumere un atteggiamento scettico nei
confronti dei «valori» umani e inoltre un certo disprezzo per l’uomo d’oggi. Il sapere e la
conoscenza erano per lui più importanti della felicità umana. Tanto più che gli uomini
stessi sembravano incapaci di afferrare la felicità quelle rare volte in cui si presentava.
Questo suo atteggiamento corrispondeva appieno al senso di superiorità accademica di
quel tempo. Esso poteva anche richiamarsi a dati di fatto reali. Ma non si dovevano
giudicare problemi generali dell’esistenza umana in base al punto di vista di un pioniere
della scienza.
Pur comprendendo le sue ragioni, due importanti dati di fatto mi impedivano di
seguire Freud. Uno era costituito dalla crescente richiesta da parte delle masse
culturalmente sottosviluppate, materialmente maltrattate e psichicamente rovinate, di una
definizione dell’esistenza sociale. Il loro obiettivo era la felicità terrena. Ignorare questo
fatto e non tenerne conto sarebbe stata una politica paragonabile a quella dello struzzo.
Avevo conosciuto troppo bene questo risveglio delle masse per negarlo o per non
valutarlo esattamente come forza sociale. Le ragioni di Freud erano valide. Ma erano
valide anche le ragioni delle masse che si stavano ridestando. Liquidarle semplicemente
significava inevitabilmente schierarsi con i parassiti della società.
Il secondo fatto era che avevo imparato a vedere gli uomini in due modi diversi.
Essi erano spesso corrotti, servili, sleali, pieni di slogan senza senso, o semplicemente
aridi. Ma questo non era un dato naturale. Erano diventati così a causa delle circostanze
della vita; quindi in linea di massima potevano anche diventare diversi: onesti, retti,
capaci d’amore, socievoli, solidali e liberamente sociali. Si trattava di contraddizioni di
natura caratteriale, che rispecchiavano le contraddizioni della vita sociale. Dovevo
convincermi sempre di più che ciò che viene chiamato «malvagio» e «asociale» è in
realtà un meccanismo nevrotico: un bambino gioca in modo naturale. Il mondo
circostante lo frena. Inizialmente il bambino si difende. Poi soccombe e conserva da quel
momento in poi la capacità di difendersi contro la limitazione del piacere, perdendo però
la capacità del piacere sotto forma di reazioni di ostinazione, patologiche, prive di un
fine, irrazionali. Allo stesso modo il comportamento umano rispecchiava soltanto la
contraddizione tra affermazione e negazione della vita nel processo sociale. La
contraddizione tra aspirazione al piacere e frustrazione sociale del piacere avrebbe potuto
un giorno venire risolta? Mi sembrava che la ricerca analitica della sessualità fosse il
primo passo in quella direzione. Ma dopo questo inizio ci fu una svolta. Divenne prima
una teoria astratta, poi una teoria conservatrice di «adattamento culturale» che
comportava un gran numero di contraddizioni insolubili.
La conclusione era incontestabile: l’aspirazione umana alla vita e al piacere è
irrefrenabile; si può invece eliminare il disordine sociale della vita sessuale.
A questo punto Freud incominciò ad assumere un atteggiamento assolutistico, a
giustificare l’ideologia ascetica. Egli affermò che «il soddisfacimento illimitato» di tutti i
bisogni appariva come il modo di vivere più seducente, ma questo significherebbe
anteporre il godimento alla prudenza e sarebbe seguito dopo breve tempo dalla punizione.
Già a quel tempo ero in grado di rispondere che bisogna distinguere i bisogni naturali di
felicità da quelli secondari, prodotti dagli impulsi asociali creati dall’educazione
coercitiva. Per le pulsioni secondarie, innaturali e asociali, il freno morale conserva la sua
validità. Per i bisogni naturali di piacere vale il principio di libertà o, se si vuole, di
«godere la vita fino in fondo». Bisogna solo sapere cosa significa ogni volta la parola
«pulsione».
«L’opera che i narcotici svolgono nella lotta per la felicità e per l’allontanamento
della miseria viene così apprezzata per i suoi effetti benefici che individui e popoli hanno
attribuito loro un posto fisso nella loro economia della libido…» scrive Freud. Non c’è
una sola parola di condanna dal punto di vista medico di questo surrogato del piacere che
distrugge l’organismo! Non una sola parola sulla premessa del bisogno di narcotici: la
frustrazione della felicità amorosa! In tutta la letteratura psicoanalitica non c’è una sola
parola sul rapporto esistente tra il vizio della droga e l’insoddisfazione genitale!
La conclusione cui giungeva Freud era senza speranza. Egli ammetteva che
l’aspirazione al piacere non poteva venire sradicata. Ma ciò su cui bisognava influire non
era il disordine sociale, bensì la pulsione verso la felicità.
A suo avviso, la complessa struttura dell’apparato psichico permetteva che si
influisse su di esso in molti modi. Come il soddisfacimento delle pulsioni rappresenta la
felicità, così la sua mancanza diventa causa di gravi sofferenze se il mondo esterno ci
priva del necessario e non appaga i nostri bisogni. Si poteva quindi sperare, influendo
sugli stimoli pulsionali (e quindi non sul mondo che ci fa mancare il necessario!), di
liberarsi in parte della sofferenza. Questa influenza avrebbe cercato di dominare le fonti
interne dei bisogni. In forma estrema questo potrebbe avvenire reprimendo le pulsioni
come insegna la filosofia orientale e la pratica yoga. Questo lo diceva Freud, colui che
aveva dimostrato al mondo in modo irrefutabile l’esistenza della sessualità infantile e
della rimozione sessuale!
A questo punto non si poteva e non si doveva più seguire Freud. Inoltre si doveva
fare tutto il possibile per combattere energicamente le conseguenze di una simile
concezione che era sostenuta da un’autorità in materia. Sapevo che un giorno tutti gli
spiriti maligni che hanno paura della vita si sarebbero richiamati a Freud. Questo non era
il modo di liquidare un problema di primaria importanza per l’intera umanità. Non si
poteva difendere in questo modo la rassegnazione del coolie cinese e lasciare immutato il
problema della mortalità infantile indiana, fondata su un crudele sistema patriarcale che
proprio allora stava subendo le sue prime sconfitte. Il problema più scottante della
gioventù e dell’infanzia che si stava inaridendo era la distruzione, per mezzo
dell’educazione, degli impulsi vitali spontanei, nell’interesse di un’ambigua raffinatezza.
La scienza non avrebbe mai dovuto accettare questo. Non si doveva adottare una via
d’uscita così comoda, tanto più che lo stesso Freud non aveva messo in discussione il
ruolo dominante della aspirazione umana alla felicità e la sua effettiva esistenza.
Egli scrisse che l’aspirazione alla realizzazione positiva della felicità,
quell’orientamento della vita che pone al centro l’amore e che si attende ogni
soddisfazione dall’amare e dall’essere amati, appare ovvia a tutti. L’amore sessuale
fornirebbe le più intense sensazioni di piacere e diventerebbe così il modello
dell’aspirazione alla felicità in generale. Ma a suo avviso, questa concezione aveva però
un lato debole, altrimenti non sarebbe venuto in mente a nessuno di abbandonare questa
via a favore di altre. Non si è mai tanto esposti alla sofferenza come quando si ama, non
si è mai tanto impotenti e infelici come quando si perde l’oggetto amato o l’amore. Il
programma del principio di piacere, di diventare felici, a suo avviso era irrealizzabile.
Qui Freud aveva in mente atteggiamenti del tipo delle reazioni nevrotiche di delusione di
donne psichicamente e materialmente dipendenti.
Il superamento di questo punto di vista di Freud e l’elaborazione di una risposta
sessuoeconomica avvenne in due fasi. In primo luogo l’aspirazione alla felicità doveva
essere compresa per quello che è sul piano biologico. In tal modo essa poteva essere
separata dalle deformazioni secondarie della natura umana. In secondo luogo sorgeva il
grande problema della realizzabilità sociale di ciò che gli uomini desiderano così
profondamente e che nello stesso tempo temono tanto.
La vita, e con essa l’aspirazione al piacere, non si svolge in uno spazio vuoto ma
in base a precise premesse naturali e sociali. La prima parte costituiva un terreno vergine
sul piano biologico. Nessuno aveva ancora studiato biologicamente il meccanismo del
piacere. La seconda parte costituiva un terreno vergine sul piano sociologico o, in termini
più chiari, sul terreno sessuopolitico. Se gli uomini aspirano naturalmente a qualcosa,
come generalmente viene ammesso, e non possono realizzarla poiché il modo sociale di
vita lo impedisce, ne consegue necessariamente la domanda: quali mezzi ricercare e quali
vie percorrere per realizzare infine lo stesso ciò a cui si aspira naturalmente? Ciò vale sia
per la gioia di vivere sessuale sia per la sfera economica. Ci vuole proprio quella
particolare mentalità infarcita di slogan per negare qui ciò che altrimenti (per esempio per
quanto riguarda l’accumulazione del denaro o la preparazione della guerra) si è senz’altro
disposti ad ammettere. Per assicurare la distribuzione dei beni è necessaria una razionale
politica economica. La cosa non è diversa per quanto riguarda la politica sessuale; basta
trasferire gli stessi ovvi princìpi dai bisogni economici a quelli sessuali. Non ci voleva
molto per riconoscere che la politica sessuale rappresentava il nocciolo della politica
culturale, per separarla dai piatti tentativi sessuoriformistici e dalla mentalità
pornografica, e per difendere le sue semplici basi scientifiche.
L’intera attività culturale borghese che si esprime nella letteratura, nella poesia,
nell’arte, nella danza, nel folklore ecc. è caratterizzata dall’interesse per la vita amorosa.
Non c’è interesse che eserciti maggiore influenza sull’uomo dell’interesse
sessuale.
Le leggi patriarcali sulla religione, la cultura e il matrimonio sono
prevalentemente leggi contro la sessualità.
La psicologia di Freud aveva riconosciuto nella libido, nell’energia della pulsione
sessuale, il motore centrale dell’attività psichica.
La preistoria umana e la mitologia sono – nel senso stretto della
parola – riproduzioni dell’economia sessuale del genere umano.
Non si poteva più sfuggire alla domanda: la frustrazione sessuale è una
componente indispensabile della formazione culturale in generale?
Se la ricerca scientifica potesse inequivocabilmente rispondere positivamente a
questa domanda, ogni tentativo di svolgere una politica culturale positiva sarebbe vano.
Verrebbe così a cadere qualsiasi sforzo psicoterapeutico.
Questo non poteva essere vero. Era in contraddizione con tutti gli sforzi umani,
con tutti i risultati scientifici e tutta la produzione intellettuale. Poiché dall’attività clinica
avevo tratto l’incrollabile convinzione che l’uomo sessualmente sano è anche più
produttivo sul piano culturale, non era più pensabile una soluzione del problema in senso
freudiano. Alla domanda se la repressione della sessualità infantile e giovanile fosse
necessaria o no, se ne sostituì una molto più importante: quali sono i motivi umani che
spingono a evitare con tanta coerenza e finora con tanto successo una risposta chiara?
Cercai di scoprire i motivi inconsci per cui un uomo come Freud, con la sua autorità, si
era messo alla testa di un’ideologia conservatrice e con la sua teoria della cultura aveva
contraddetto tutto ciò che aveva elaborato come medico e scienziato.
Certo non lo faceva per vigliaccheria intellettuale né per conservatorismo politico.
Lo faceva nell’ambito di una scienza che, come tutte le altre, dipendeva dalla società. La
barriera sociale si faceva sentire non solo nella terapia delle nevrosi ma anche nella
ricerca sull’origine della repressione sessuale.
Nei miei centri di consulenza, compresi chiaramente che la repressione della
sessualità infantile e giovanile ha la funzione di facilitare ai genitori l’assoggettamento
autoritario dei figli.
Alle origini del patriarcato economico la sessualità dei bambini e degli
adolescenti veniva combattuta con la castrazione diretta o la mutilazione genitale, in un
modo o nell’altro. In seguito, il mezzo più comune divenne la castrazione psichica
inculcando l’angoscia sessuale e il senso di colpa. La repressione sessuale ha la funzione
di facilitare la sottomissione degli uomini, così come la castrazione degli stalloni e dei
tori serve ad assicurare volenterosi animali da tiro. Certo nessuno aveva pensato alle
conseguenze distruttive della castrazione psichica e nessuno è in grado di prevedere
come la società umana riuscirà a venirne a capo. Dopo che nelle mie pubblicazioni5 mi
ero battuto per ottenere una presa di posizione, Freud confermò la relazione tra
repressione sessuale e assoggettamento. Scrive infatti:
La paura di una rivolta degli oppressi spinge ad adottare misure di sicurezza
sempre più severe… È psicologicamente del tutto giustificato che essa (la nostra «cultura
europea occidentale») cominci a proibire le manifestazioni della vita sessuale infantile,
poiché non c’è alcuna prospettiva di arginare le voglie sessuali degli adulti se non è stato
fatto un lavoro preliminare nell’infanzia. Non si può giustificare in alcun modo il fatto
che la società civilizzata sia arrivata al punto di negare persino questi fenomeni
facilmente dimostrabili e addirittura evidenti…
La formazione della struttura caratteriale sessuonegativa era quindi il vero
(inconscio) fine della pedagogia. Per questo motivo la pedagogia analitica non poteva più
essere discussa senza prendere in considerazione il problema della struttura e questo, a
sua volta, non poteva essere discusso senza definire il fine sociale dell’educazione.
L’educazione è di volta in volta al servizio dell’ordinamento sociale esistente. Se questo
ordinamento è in contrasto con gli interessi del bambino, allora l’educazione non deve
tener conto del bambino, deve andare contro i suoi interessi, quindi deve tradire la propria
funzione e rinunciare apertamente alla meta prefissa, «il bene del bambino», oppure
sostenere ipocritamente di voler raggiungere tale meta. Questo tipo di educazione non
faceva alcuna distinzione tra la «famiglia coercitiva» che reprime i bambini e la
«famiglia» che si fonda su profondi rapporti amorosi tra genitori e figli e che viene
costantemente distrutta dai rapporti familiari coercitivi. Tale educazione ignorava i
giganteschi rivolgimenti sociali prodottisi sin dall’inizio del secolo nella vita sessuale e
familiare degli uomini. Con le sue «idee» e «riforme» essa seguiva e segue sempre in
ritardo i mutamenti reali. In breve, essa si è impigliata nelle sue motivazioni irrazionali,
delle quali non sapeva e non osava sapere nulla.
Eppure: l’epidemia delle nevrosi è paragonabile alla peste. Essa disgrega tutto
ciò che viene creato dagli sforzi, dal pensiero e dal lavoro. Non c’erano ostacoli alla lotta
contro la peste, poiché non venivano lesi né il profitto né gli interessi mistico-
sentimentali. Lottare contro l’epidemia della nevrosi è molto più difficile. Tutto ciò che
vive del misticismo degli uomini dipende da esso ed è potente. Chi potrebbe accettare
l’argomento che non si può lottare contro la peste psichica perché le misure di igiene
mentale esigerebbero molto dalle masse? Sostenere che mancano i mezzi materiali è una
scusa. Le somme dilapidate in una settimana di guerra sarebbero sufficienti a soddisfare i
bisogni igienici di milioni e milioni di persone. Si tende volentieri anche a sottovalutare
le gigantesche forze inutilizzate presenti negli uomini che cercano di manifestarsi
nell’azione.
La sessuoeconomia aveva colto il fine biologico delle aspirazioni umane,
contraddetto dalla struttura umana e da alcune istituzioni dell’ordinamento sociale. Freud
sacrificava il fine della felicità all’attuale struttura umana e al disordine sessuale
esistente. Non rimaneva altro che rimanere fedeli al fine e imparare a conoscere le leggi
in base alle quali nasce e muore questa struttura umana. Per molto tempo non immaginai
le dimensioni di questo problema, e soprattutto il fatto che la struttura psichica nevrotica
è divenuta un’innervazione somatica, per così dire una «seconda natura».
Nonostante tutto il suo pessimismo, Freud non intendeva cedere alla disperazione.
La sua ultima affermazione era:
Il problema di fondo del genere umano mi sembra che sia se e in quale misura il
suo sviluppo culturale riuscirà a padroneggiare il profondo disagio della vita in comune
causato dalla pulsione umana di aggressione e di autodistruzione… Ora ci si può
aspettare che la seconda delle «potenze celesti», l’eterno Eros, farà uno sforzo per
affermarsi nella lotta contro il suo avversario altrettanto immortale.
Era molto di più di una frase qualsiasi, come invece la intesero gli analisti, e non
era affatto un’osservazione brillante. «Eros» presuppone la piena capacità sessuale. E la
capacità sessuale presuppone la generale affermazione della vita e l’assistenza sociale.
Nel 1930, dopo i gravi conflitti e le accese discussioni, mi sembrava che Freud si
augurasse segretamente che la mia impresa fosse coronata da successo. Egli si esprimeva
vagamente, ma erano state ormai trovate le armi materiali che un giorno avrebbero
contribuito a realizzare questa speranza: solo la liberazione della naturale capacità di
amare degli uomini può vincere la loro distruttività sadica.
Naturalmente a quel tempo il problema della realizzabilità della generale felicità
umana nella vita terrena non poteva essere risolto praticamente. A questo punto ci sarà
chi ingenuamente si chiede se la scienza non ha niente di meglio da fare che porsi
domande così stupide come quella se la felicità terrena delle masse sia «auspicabile» o
«realizzabile». Secondo costoro la risposta è assolutamente ovvia. Eppure la cosa non è
semplice come sembra all’adolescente entusiasta e pieno di vita o all’individuo contento
e ottimista. Nei centri che attorno al 1930 esercitavano un’influenza decisiva nella
formazione dell’opinione pubblica, la rivendicazione delle masse di realizzare la felicità
terrena non era affatto ovvia, né la sua mancanza costituiva un problema. A quel tempo
non esisteva letteralmente una sola organizzazione politica che giudicasse importante
occuparsi di questioni tanto «banalmente personali», «non scientifiche» e «non
politiche».
Eppure gli avvenimenti sociali intorno al 1930 sollevavano violentemente questo
problema. Era l’ondata fascista che stava spazzando la Germania come un tifone e che
spingeva la gente a chiedersi meravigliata come fosse possibile una cosa simile.
Economisti, sociologi, esponenti della politica e della cultura, riformatori, diplomatici e
statisti cercavano di trovare una risposta in vecchi libri. Ma nei vecchi libri la risposta
non c’era. Nessuno schema politico si adattava all’esplosione di passioni umane
irrazionali che il fascismo rappresentava. La stessa alta politica non era mai stata messa
in discussione come struttura irrazionale.
In questa sede vorrei soltanto discutere quegli avvenimenti sociali che illuminano
ampiamente le discussioni avvenute nello studio di Freud. Sono invece costretto a
trascurare il largo sfondo socio-economico.6
La scoperta di Freud della sessualità infantile e della repressione sessuale era, da
un punto di vista sociale, l’inizio della presa di coscienza della millenaria negazione del
sesso. Questa presa di coscienza appariva ancora avvolta in forme estremamente
accademiche e non aveva ancora fiducia in se stessa. La sessualità umana pretendeva di
essere trasferita dal sottoscala dell’esistenza sociale, dove conduceva da millenni
un’esistenza sporca, malata e purulenta, alla facciata del luminoso edificio che con
termini altisonanti veniva chiamato «cultura» e «civiltà». Omicidi a sfondo sessuale,
aborti criminali, agonia sessuale dei giovani, soffocamento di ciò che è vivo nei bambini,
perversioni en masse, pornografia e relativa polizia del buon costume, sfruttamento
dell’aspirazione umana all’amore da parte di un’industria e di una pubblicità lasciva e di
cattivo gusto (kitsch), milioni di malattie psichiche e somatiche, isolamento e storpiature
psichiche dovunque, politicantismo nevrotico dei salvatori dell’umanità, non si potevano
proprio considerare le gemme della civiltà. Il giudizio morale e sociale sulle più
importanti funzioni biologiche dell’uomo era nelle mani di signore sessualmente frustrate
e di aristocratici Geheimräte, spenti sul piano vegetativo. In fondo non si aveva nulla
contro le associazioni di vecchie signore sessualmente frustrate e di esseri umani
mummificati; ma si protestava invece contro il fatto che fosse proprio la vita arida non
solo a proporre ma anche nei fatti a imporre il proprio comportamento alla vita sana e
rigogliosa. Gli individui spenti e delusi si appellavano al generale senso di colpa sessuale
e si richiamavano al caos sessuale e al «declino della civiltà e della cultura». Le masse
erano al corrente di quanto stava accadendo, ma tacevano perché non sapevano bene se le
loro sensazioni vitali naturali non erano effettivamente criminali. Non avevano mai
sentito dire altro. Per questo motivo le ricerche di Malinowski nelle isole del Pacifico
ebbero effetti straordinariamente fruttuosi. Esse non suscitarono quella morbosa lascivia
che prendeva i commercianti sessualmente bacati quando si trovavano di fronte alle
ragazze dei mari del Sud, o assistevano rapiti alle danze del ventre hawaiiane; furono
invece prese in seria considerazione.
Malinowski, già nel 1926, contestava in una delle sue pubblicazioni la natura
biologica del conflitto sessuale tra bambini e genitori (cioè del conflitto edipico) scoperto
da Freud. Egli affermava a ragione che il rapporto tra bambini e genitori muta a seconda
dei processi sociali, ed è quindi di natura sociologica e non biologica. In particolare, la
famiglia in cui cresce il bambino sarebbe essa stessa il risultato dello sviluppo sociale.
Per esempio, presso gli abitanti delle isole Trobriand, non è affatto il padre, ma il fratello
della madre a determinare l’educazione del bambino. Questo è un tratto importante del
matriarcato. Il padre svolge soltanto il ruolo di un amico dei propri figli. Presso gli
indigeni delle Trobriand non esiste il complesso di Edipo degli europei. Anche il bambino
delle Trobriand sviluppa naturalmente un conflitto familiare con i suoi tabù e le sue
regole, ma queste leggi che determinano il comportamento sono fondamentalmente
diverse da quelle degli europei. A parte il tabù dell’incesto tra fratello e sorella esse non
contengono alcun divieto sessuale. Lo psicoanalista inglese Jones protestò energicamente
contro questa affermazione sociologico-funzionale, ribattendo che il complesso di Edipo,
che era stato trovato nell’europeo, era «fons et origo» di ogni cultura, e che la famiglia di
oggi era quindi un’istituzione biologica immutabile. In questa controversia si trattava in
sintesi della questione decisiva se la rimozione sessuale è un dato di fatto biologico o se
essa è determinata sociologicamente ed è quindi modificabile.
Nel 1929 apparve l’opera principale di Malinowski, La vita sessuale dei
selvaggi.7 Essa conteneva una grande quantità di materiale che mostrava al mondo in
modo inequivocabile l’origine sociale e non biologica della rimozione sessuale.
Malinowski non discusse però questo problema nel suo libro. Ciò rese ancora più
prezioso il significato del suo materiale. Nel mio libro Der Einbruch der Sexualmoral
(seconda ediz. 1934) cercai di descrivere l’origine sociologica della negazione del sesso
in base al materiale etnologico disponibile. Ne riassumo i punti più importanti:
I bambini delle isole Trobriand non conoscono alcuna repressione né alcun
mistero sessuali. La loro vita si sviluppa in modo naturale, libero e senza ostacoli, in tutte
le fasi della vita e con pieno soddisfacimento. I bambini si dedicano alle attività sessuali
corrispondenti alla loro età. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, la società delle
isole Trobriand, nel terzo decennio del nostro secolo, non conosceva affatto perversioni
sessuali, malattie mentali funzionali, psiconevrosi, omicidi a sfondo sessuale; non
conosceva nessuna parola che esprimesse il concetto di furto; l’omosessualità e la
masturbazione apparivano in questa società come mezzi incompleti e innaturali del
soddisfacimento sessuale, come una dimostrazione che la capacità di raggiungere il
soddisfacimento normale era disturbata. Al bambino delle Trobriand era sconosciuta la
severa educazione nevrotico-ossessiva al controllo fecale che mina la civiltà della razza
bianca. L’abitante delle Trobriand è quindi spontaneamente pulito, ordinato, sociale senza
esservi costretto, intelligente e laborioso. La forma sociale della vita sessuale è il
matrimonio monogamico libero e volontario, che può essere sciolto in qualsiasi momento
senza difficoltà; la promiscuità quindi non esiste.
Al tempo in cui Malinowski faceva i suoi studi sugli abitanti delle Trobriand, a
poche miglia di distanza, sulle isole Amphlett, viveva una tribù con un’organizzazione
familiare patriarcale autoritaria. Gli abitanti di queste isole mostravano già tutti i tratti del
nevrotico europeo: diffidenza, paura, nevrosi, suicidi, perversioni ecc.
La nostra scienza, profondamente sessuonegativa, è sempre riuscita finora a
sminuire l’importanza di fatti decisivi mettendo indiscriminatamente sullo stesso piano
ciò che è importante e ciò che non lo è, il banale e l’essenziale. La succitata differenza tra
la libera organizzazione matriarcale delle isole Trobriand e quella autoritaria e patriarcale
delle isole Amphlett, nella valutazione dell’igiene mentale, ha più peso dei più complicati
e apparentemente più esatti diagrammi e schemi del nostro mondo accademico. Essa ci
dice: l’elemento fondamentale per valutare l’igiene mentale di un popolo è il livello della
sua naturale vita amorosa.
Freud aveva affermato che il periodo della sessualità latente dei nostri bambini,
all’incirca tra il sesto e il dodicesimo anno di vita, era un fatto biologico. Avevo avuto il
modo di constatare in adolescenti appartenenti a differenti strati sociali che nel caso di
uno sviluppo naturale della sessualità non esiste un periodo in cui essa è latente.
Questo «periodo di latenza» è un prodotto innaturale della civiltà. Per aver
sostenuto questa tesi ero stato attaccato dagli psicoanalisti. Ora, essa veniva confermata
da Malinowski: l’attività sessuale dei bambini delle Trobriand vi si svolge senza
interruzioni, in forme di volta in volta corrispondenti all’età, senza un periodo di
sessualità latente. I rapporti sessuali iniziano quando la pubertà lo richiede. La vita
sessuale dei giovani è monogamica, il cambio dei partner avviene tranquillamente,
ordinatamente e senza violenti episodi di gelosia. E la società delle Trobriand,
contrariamente a quanto avviene nella nostra civiltà, provvede ad assicurare la tranquillità
e l’igiene della vita sessuale giovanile, soprattutto per quanto riguarda i locali e altre
cose, nei limiti della sua conoscenza dei processi naturali.
Esiste un solo gruppo di bambini escluso da questo decorso naturale. Si tratta di
quei bambini destinati a contrarre un particolare matrimonio economicamente
vantaggioso, quello tra cugini e cugine. Questo matrimonio arreca vantaggi economici al
capo e costituisce il nucleo dal quale si sviluppa l’ordinamento patriarcale. Il matrimonio
tra cugini e cugine è stato riscontrato ovunque la ricerca etnologica ha potuto dimostrare
l’esistenza di un matriarcato, attuale o passato (vedi Morgan, Bachofen, Engels ecc.).
Questi bambini, come i nostri, sono costretti a condurre una vita ascetica e rivelano
nevrosi e tratti caratteriali come quelli che ritroviamo abitualmente nei nevrotici
caratteriali. Il loro ascetismo ha la funzione di renderli sottomessi. La repressione
sessuale diventa uno strumento essenziale dell’asservimento economico.
La rimozione sessuale nel bambino e nell’adolescente non è quindi, come afferma
la psicoanalisi in accordo con la tradizionale ed errata concezione dell’educazione, il
presupposto dell’adattamento culturale, della socialità, della laboriosità e della pulizia,
ma è proprio il contrario. Gli abitanti delle Trobriand, nella piena libertà della sessualità
naturale, non solo hanno raggiunto un alto livello nell’agricoltura, ma, grazie all’assenza
delle pulsioni secondarie, hanno persino conservato uno stato di cose che apparirebbe
come un sogno a ogni stato europeo del 1930-1940.
I bambini sani svolgono un’attività sessuale in modo spontaneo e naturale. I
bambini malati hanno un’attività sessuale innaturale, cioè pervertita. Per quanto riguarda
l’educazione sessuale non ci troviamo quindi di fronte all’alternativa: sessualità o
ascetismo, ma: vita sessuale naturale e sana o pervertita e nevrotica.
La rimozione sessuale è di origine socio-economica e non biologica. La sua
funzione consiste nel gettare le basi della civiltà patriarcale autoritaria e della schiavitù
economica come ci appare in forma particolarmente chiara in Giappone, Cina, India ecc.
Nella preistoria l’umanità per quanto riguarda la vita sessuale seguiva leggi naturali che
fornivano le basi di una naturale socialità. Il periodo intermedio del patriarcato
autoritario, comprendente questi ultimi 4000-6000 anni con l’energia della sessualità
naturale repressa, ha creato la sessualità secondaria, pervertita, malata dell’uomo d’oggi.
2. L’irrazionalismo fascista
Non è azzardato affermare che i rivolgimenti culturali del nostro secolo sono
determinati dalla lotta dell’umanità per ristabilire le leggi naturali della vita amorosa.
Questa lotta per la naturalità e per l’unità della natura e della cultura si manifesta nelle
differenti forme di desiderio mistico, di fantasie cosmiche, di sentimenti «oceanici», di
estasi religiose e soprattutto nel progressivo affermarsi delle libertà sessuali; essa è
inconscia, nevroticamente contraddittoria, piena di paura e avviene spesso nelle forme
che caratterizzano le pulsioni pervertite secondarie. Un’umanità, che è stata costretta per
millenni a negare la propria legge biologica fondamentale e che di conseguenza ha
acquisito una seconda natura che è una contronatura, non può che esplodere in un furore
irrazionale quando vuole restaurare la propria funzione biologica fondamentale e ha
paura di farlo.
L’era patriarcale autoritaria della storia dell’umanità ha cercato di tenere intatte le
pulsioni asociali secondarie come divieti morali coercitivi. In tal modo il cosiddetto uomo
civile si trova ad avere una struttura costituita da tre strati. In superficie porta la maschera
artificiale dell’autocontrollo, della cortesia falsa e forzata e della socialità ipocrita. Sotto
di essa si nasconde il secondo strato, l’«inconscio» di Freud, in cui sadismo, avidità,
lascivia, invidia e perversioni di ogni genere vengono tenuti in scacco senza che perdano
nulla della loro forza. Questo secondo strato è il prodotto artificiale della civiltà
sessuonegativa, e nella maggior parte dei casi viene percepito consciamente solo come
vuoto interiore e noia. Sotto di esso, in profondità, vivono e operano la socialità e la
sessualità naturali, la gioia spontanea di lavorare e la capacità di amare. Quest’ultimo e
terzo strato, che rappresenta il nucleo biologico della struttura umana, è inconscio e
temuto. Esso contraddice sotto ogni aspetto l’educazione e il dominio autoritario. Esso è
anche l’unica speranza reale che l’uomo abbia di liberarsi un giorno dalla miseria sociale.
Tutte le discussioni sul problema se l’uomo sia buono o cattivo, se sia un essere
sociale o asociale, sono soltanto passatempi filosofici. Che l’uomo sia un essere sociale o
invece un mucchio di protoplasma che reagisce in modo singolarmente irrazionale,
dipende dal fatto se i suoi fondamentali bisogni biologici sono in accordo o in contrasto
con le istituzioni che egli si è creato. È quindi anche impossibile liberare l’uomo che
lavora dalla sua responsabilità dell’ordine e del disordine, e quindi dell’economia sociale
e individuale dell’energia biologica. Una delle sue caratteristiche più tipiche è divenuta
quella di scaricare con entusiasmo questa sua responsabilità su un qualsiasi leader o
uomo politico, poiché egli non comprende più né se stesso né le sue istituzioni, che ormai
è giunto al punto di temere. In fondo egli è un impotente, incapace di libertà e smanioso
di autorità, poiché non è in grado di reagire spontaneamente; egli è corazzato e attende
ordini, poiché è pieno di contraddizioni e non può fidarsi di se stesso.
Nel xix e all’inizio del xx secolo, la borghesia colta europea ha adottato dal
feudalesimo le forme morali coercitive di comportamento e le ha elevate a ideale del
comportamento umano. Con l’Illuminismo si era cominciato a cercare la verità e a
evocare la libertà. Finché imperarono le istituzioni morali coercitive – fuori dell’uomo,
come legge coercitiva e opinione pubblica, e nell’uomo, come coscienza coercitiva – ci
fu una calma apparente, con esplosioni occasionali provenienti dal sottosuolo delle
pulsioni secondarie. Per tutto quel periodo le pulsioni secondarie rimasero pure e
semplici curiosità, fenomeni interessanti solo dal punto di vista psichiatrico. Esse si
manifestavano come nevrosi sintomatiche, azioni criminali nevrotiche, perversioni. Ma
quando gli sconvolgimenti sociali incominciarono a risvegliare in Europa l’aspirazione
alla libertà, all’indipendenza, all’uguaglianza e all’autodeterminazione, sorse
naturalmente anche una spinta alla liberazione delle forze vitali. L’istruzione e la
legislazione sociale, il lavoro pionieristico nelle scienze sociali e le organizzazioni
democratiche tentarono di introdurre «la libertà» in questo mondo. Le democrazie
europee del Dopoguerra volevano «condurre gli uomini verso la libertà», dopo che la
prima guerra mondiale aveva distrutto molte istituzioni autoritarie coercitive.
Ma questo mondo europeo tendente alla libertà commise un grave errore di
calcolo. Ignorò ciò che la millenaria distruzione delle forze vitali nell’uomo aveva
prodotto sotterraneamente: ignorò quel male profondo generalizzato che si chiama
nevrosi del carattere. Con la vittoria delle dittature esplose la grande catastrofe della
peste psichica, cioè la catastrofe del carattere irrazionale umano. Ora ciò che era stato
tenuto in scacco dalla superficiale vernice della buona educazione e dell’autocontrollo
artificiale, ciò che le masse aspiranti alla libertà avevano covato per tanto tempo, esplose
materialmente: nei campi di concentramento; nello sterminio sadico-sportivo di
popolazioni cittadine compiuto da mostri che intendevano ormai la vita solo come passo
dell’oca; nel colossale inganno dei popoli a opera dello stato autoritario che pretende di
rappresentare gli interessi del popolo; nell’abbrutimento di decine di migliaia di giovani
che, fiduciosi e impotenti, credono di servire un’idea; nella distruzione di lavoro umano
per cifre astronomiche di cui sarebbe bastata una parte per eliminare la povertà in tutto il
mondo; in breve, in un ballo di san Vito che si ripeterà sempre finché i depositari del
sapere e del lavoro non riusciranno a distruggere la nevrosi di massa in sé e fuori di sé,
quella nevrosi che viene chiamata «alta politica» e che vive dell’impotenza caratteriale
degli esseri umani.
Tra il 1928 e il 1930, al tempo delle citate controversie con Freud, sapevo ben
poco del fascismo, all’incirca quanto ne sapeva l’uomo medio in Norvegia nel 1939 o in
America nel 1940. Imparai a conoscerlo solo tra il 1930 e il 1933 in Germania. Rimasi
davvero perplesso quando scopersi che esso conteneva in sé tutti gli elementi che erano
stati oggetto della controversia con Freud. Gradualmente compresi che ciò era logico.
Nelle suddette controversie si era discusso sulla valutazione della struttura umana, sul
ruolo dell’aspirazione umana alla felicità e sull’irrazionalità della vita sociale. Nel
fascismo la malattia psichica di massa si presentava senza alcuna maschera.
Gli avversari del fascismo, i democratici liberali, i socialisti, i comunisti, gli
economisti marxisti e non marxisti ecc. cercavano la soluzione del problema nella
personalità di Hitler o in errori politici formali commessi dai diversi partiti democratici
tedeschi. In entrambi i casi questo significava ricondurre il flagello della peste alla miopia
individuale o alla brutalità di un singolo individuo. In realtà Hitler era soltanto
l’espressione di una tragica contraddizione nelle masse umane, la contraddizione tra
l’aspirazione alla libertà e la reale paura della libertà.
Il fascismo tedesco dichiarava apertamente di non operare con il pensiero e il
sapere degli uomini, bensì con le loro reazioni sentimentali infantili. Ciò che aveva
portato il fascismo al potere e gli aveva successivamente permesso di consolidarsi non
era né il programma politico né una delle sue tante e confuse promesse economiche, ma
essenzialmente l’appello a un oscuro sentimento mistico, a un’aspirazione indistinta,
nebulosa eppure straordinariamente forte. Chi non ha compreso questo non ha compreso
nemmeno il fascismo, che è un fenomeno internazionale.
L’irrazionalismo nella formazione della volontà delle masse tedesche può essere
illustrato dalle seguenti contraddizioni.
Le masse tedesche volevano la «libertà». Hitler promise loro una guida
autoritaria, assolutamente dittatoriale che escludeva esplicitamente ogni libertà di
espressione. Nel marzo del 1933, 17 dei 31 milioni di elettori mandarono
entusiasticamente Hitler al potere. Chi guardava la realtà con gli occhi aperti sapeva che
le masse si sentivano impotenti e incapaci di assumersi la responsabilità della soluzione
dei caotici problemi sociali all’interno del vecchio schema politico e di pensiero. Il
Führer doveva farlo e lo avrebbe fatto per loro.
Hitler promise l’abolizione del confronto democratico delle opinioni. Le masse lo
appoggiarono entusiasticamente. Esse erano stanche di quei contrasti di opinioni perché
non toccavano i loro problemi personali di ogni giorno, ciò che per loro era
soggettivamente importante. Esse non volevano discussioni sul «bilancio» e sull’«alta
politica», ma la conoscenza vera e reale della vita. Non avendola ottenuta esse si
sottomettevano alla guida autoritaria e alla protezione illusoria che veniva loro promessa.
Hitler promise l’abolizione della libertà individuale e l’instaurazione della
«libertà nazionale». Le masse barattarono entusiasticamente le possibilità di libertà
individuale in cambio di una libertà illusoria, cioè la libertà attraverso l’identificazione
con un’idea; questa libertà illusoria li sottraeva infatti a ogni responsabilità individuale.
Esse volevano una «libertà» che il Führer avrebbe dovuto conquistare e assicurare loro:
la libertà di schiamazzare, di chiudere gli occhi davanti alla verità rifugiandosi nella
menzogna politica sistematica, di essere sadici, di pavoneggiarsi – da autentiche
nullità – con una particolare superiorità razziale, di piacere alle donne grazie all’uniforme
anziché per la propria forte umanità, di sacrificarsi per fini imperialistici invece che per le
lotte reali dell’esistenza ecc.
La precedente educazione delle masse, rivolta al riconoscimento dell’autorità
politica formale invece di quella obiettiva, costituì la base su cui poté prendere piede la
richiesta fascista di autorità. Il fascismo non era quindi una nuova Lebensanschauung
come volevano far credere i suoi assertori e molti dei suoi avversari; né tanto meno aveva
a che fare con un capovolgimento razionale di condizioni sociali insopportabili; il
fascismo non era altro che la conseguenza reazionaria estrema di tutti i tipi di direzione
politica antidemocratici dell’ingranaggio sociale del passato. Anche la teoria della razza
non rappresenta nulla di nuovo; essa è soltanto la coerente e brutale continuazione delle
vecchie teorie dell’ereditarietà e della degenerazione. Per questo motivo, proprio gli
psichiatri che si richiamavano all’ereditarietà e gli specialisti di eugenetica della vecchia
scuola furono così inclini alla dittatura.
Il fatto nuovo nei movimenti di massa fascisti era che la reazione politica
estremistica riusciva ora a servirsi delle profonde aspirazioni di libertà delle masse.
L’intensa aspirazione delle masse alla libertà, accompagnata dalla paura della
responsabilità che la libertà comporta, produce la mentalità fascista, indipendentemente
dal fatto che essa si riscontri in un fascista o in un democratico.
Il fatto nuovo nel fascismo è che le masse hanno praticamente approvato e
attuato la loro oppressione. Il bisogno di autorità si è rivelato più forte della volontà di
essere indipendenti.
Hitler prometteva l’oppressione della moglie da parte del marito, l’eliminazione
dell’indipendenza materiale della donna, il suo confinamento al focolare domestico, la
sua esclusione dalla determinazione della vita sociale. Le donne, la cui libertà personale
era stata repressa per secoli, e che avevano sviluppato in modo particolarmente forte una
paura di condurre una vita libera, lo salutarono per prime con entusiasmo.
Hitler prometteva la distruzione delle organizzazioni socialiste e democratico-
borghesi. Masse di socialisti e di democratici borghesi lo seguirono, perché le loro
organizzazioni avevano parlato troppo di libertà senza peraltro aver mai accennato al
grave problema della smania per l’autorità e dell’impotenza politica pratica. Le masse
erano deluse dall’atteggiamento indeciso delle vecchie istituzioni democratiche. La
delusione delle masse nei confronti delle organizzazioni liberali, sommata alla crisi
economica, all’insopprimibile volontà di libertà produce la mentalità fascista, cioè la
disposizione ad affidarsi a una figura che rappresenti un padre autoritario.
Hitler prometteva la lotta a oltranza contro il controllo delle nascite e contro il
movimento per la riforma sessuale. In Germania, nel 1932, circa 500 000 persone
facevano parte di organizzazioni che lottavano per una razionale riforma sessuale. Ma
queste organizzazioni non avevano mai osato affrontare il problema centrale,
l’aspirazione alla felicità sessuale. Anni di lavoro compiuto fra le masse mi avevano
insegnato che esse si aspettavano proprio questo; le masse erano deluse quando si
tenevano loro dotte conferenze sugli obiettivi della politica demografica, invece di dir
loro come dovevano educare i loro figli alla vita, come i giovani dovevano risolvere i loro
tipici conflitti. Le masse sembravano intuire che i consigli sulla «tecnica amorosa» alla
Van de Velde, che rappresentavano certo un buon affare, non coglievano il problema e
perciò non erano graditi.
Fu così che le masse deluse seguirono Hitler il quale, anche se in modo mistico, si
richiamava a profonde forze vitali. Le prediche sulla libertà, senza una costante e
risoluta conquista del senso di responsabilità nella vita quotidiana e le necessarie
premesse sociali, conducono al fascismo.
La scienza tedesca aveva lottato per decenni per giungere alla separazione del
concetto di sessualità da quello di procreazione. Le masse lavoratrici ignoravano questa
lotta, perché era chiusa in grossi volumi accademici e quindi non aveva alcun effetto
sociale. Ora veniva Hitler e prometteva di fare della procreazione, non della felicità
amorosa, il principio fondamentale della sua politica culturale. Educate a vergognarsi di
chiamare le cose con il loro vero nome, condizionate per mezzo di tutti i canali del
sistema sociale, abituate a parlare di «miglioramento eugenetico della razza» quando si
riferivano alla «felicità amorosa», le masse seguirono Hitler, perché egli aveva aggiunto
al vecchio concetto una forte, anche se irrazionale, carica emotiva. I concetti reazionari
più l’eccitazione rivoluzionaria danno vita alla mentalità fascista.
La chiesa cattolica aveva predicato la «felicità nell’aldilà» e, con l’aiuto del
concetto di peccato, aveva profondamente radicato nella struttura umana la dipendenza
impotente da un’onnipotente figura soprannaturale. Ma la crisi economica mondiale tra il
1929 e il 1933 aveva gettato le masse in uno stato di estrema miseria terrena. Esse erano
incapaci di risolverla da sole, sia socialmente sia individualmente. A questo punto arrivò
Hitler e dichiarò di essere il Führer terreno, onnipotente e onnisciente, inviato da Dio,
capace di eliminare questa miseria terrena. Tutto era preparato per fare accorrere verso di
lui nuove masse incastrate fra la propria impotenza individuale e la modesta
soddisfazione che offriva il pensiero della felicità nell’aldilà. Un Dio terreno che le
faceva gridare «Heil» a pieni polmoni per loro era più importante di un Dio invisibile che
non li aiutava più nemmeno sul piano emozionale. La brutalità sadica più il misticismo
producono la mentalità fascista.
La Germania, nelle sue scuole e nelle sue università, aveva lottato per decenni per
il principio della «libera comunità studentesca», per il raggiungimento dei fini del lavoro
e dello studio in modo spontaneo. Le autorità democratiche responsabili non riuscivano a
staccarsi sul piano dell’educazione dai princìpi autoritari che inculcavano nello studente
la paura dell’autorità, e contemporaneamente una ribellione con mete e mezzi irrazionali.
Le organizzazioni indipendenti preposte all’educazione non solo non erano protette dalla
società, ma erano invece esposte a grossi pericoli e dipendevano materialmente da sussidi
privati. Non c’è quindi da stupirsi che questi inizi di una ristrutturazione indipendente
delle masse non siano stati niente di più di una goccia d’acqua in un mare. La gioventù
aderì a Hitler in massa. Egli non impose loro alcuna responsabilità, ma si basò sulla loro
struttura creata in precedenza dalla famiglia autoritaria. Hitler assunse saldamente il
controllo della gioventù, perché la società democratica aveva trascurato di fare tutto ciò
che era in suo potere per educare i giovani a un modo di vita responsabile e indipendente.
Al posto del lavoro volontario, Hitler promise il principio della disciplina
coercitiva e del lavoro come dovere. Milioni e milioni di operai e di impiegati tedeschi
diedero il loro voto a Hitler. Le istituzioni democratiche non solo non erano riuscite a
vincere la disoccupazione, ma avevano mostrato chiaramente paura quando si era trattato
di condurre le masse lavoratrici verso un’effettiva responsabilità dei risultati del lavoro.
Esse erano state educate in modo da non comprendere nulla del processo lavorativo o
dell’insieme del processo produttivo, e a ricevere soltanto il salario. In tal modo questi
milioni di operai e impiegati non incontrarono alcuna difficoltà nel sottomettersi al
principio di Hitler; non si trattava che del vecchio principio in una forma più accentuata.
Ora essi potevano identificarsi con «lo stato» o «la nazione» che era – in vece
loro – «grande e forte». Hitler, nei suoi scritti e nei suoi discorsi, dichiarava apertamente
che le masse riproducono solo ciò che viene loro inculcato poiché sono infantili e
femminili. Le masse lo acclamarono entusiasticamente perché egli era uno che voleva
proteggerle.
Hitler decretò la subordinazione di ogni scienza al concetto di «razza». Settori
importanti della scienza tedesca cedettero, perché la teoria della razza affondava le sue
radici nella teoria metafisica dell’ereditarietà, che con le sue «sostanze ereditate» e
«predisposizioni» si era sottratta volentieri e ripetutamente al dovere di comprendere lo
sviluppo delle funzioni vitali e di cogliere realmente l’origine sociale del comportamento
umano. Si credeva di dire qualcosa quando si affermava che il cancro, le nevrosi o le
psicosi erano ereditarie. La teoria fascista della razza è soltanto una continuazione delle
comode teorie dell’ereditarietà.
Poche altre parole d’ordine del fascismo tedesco hanno acceso le masse tedesche
come quella del «ribollire del sangue tedesco» e della sua «purezza». La purezza del
sangue tedesco significa libertà dalla sifilide, dalla «contaminazione ebrea». La paura
delle malattie veneree, come continuazione della paura genitale infantile, è
profondamente radicata in ogni singolo individuo. È quindi comprensibile che le masse
acclamassero Hitler, poiché egli prometteva loro la «purezza del sangue». Ogni essere
umano prova dentro di sé ciò che si usa chiamare sentimenti «cosmici» o «oceanici».
L’arida scienza accademica si sentiva troppo superiore per occuparsi di simili misticismi.
Ma questo anelito cosmico o oceanico degli uomini non è nient’altro che l’espressione
del loro anelito orgastico di vivere. Hitler si appellò a questo anelito. Per questo le masse
acclamarono lui e non gli aridi razionalisti che tentavano di soffocare questi oscuri
sentimenti di vita con statistiche economiche.
In Europa la «salvezza della famiglia» è sempre stata una parola d’ordine astratta,
dietro la quale si nascondevano la mentalità e le azioni più reazionarie. Chi distingueva e
criticava la famiglia autoritaria coercitiva dagli amorosi legami naturali tra figli e genitori
era un «nemico della patria», un «distruttore della sacra istituzione della famiglia», un
fuorilegge.
Il legame familiare degli uomini nella Germania altamente industrializzata era
entrato in aperto conflitto con l’industrializzazione collettiva del paese.
Non una sola organizzazione ufficiale avrebbe osato mettere in luce quello che
c’era di patologico nella famiglia, o fare qualcosa per impedire la repressione dei figli da
parte dei genitori, per eliminare l’odio familiare ecc. La tipica famiglia autoritaria
tedesca, soprattutto nella campagna e nelle piccole città, produceva la mentalità fascista
in milioni di individui. Essa formava i bambini inculcando loro il dovere coercitivo, la
rinuncia e l’obbedienza assoluta all’autorità che Hitler seppe sfruttare con straordinaria
abilità. Adoperandosi per la «salvezza della famiglia», e sottraendo contemporaneamente
i giovani alla famiglia, inserendoli nelle sue organizzazioni, il fascismo tenne conto sia
del loro legame familiare sia della ribellione contro la famiglia. Sottolineando l’identità
sentimentale di «famiglia», «stato» e «nazione», la struttura familiare degli individui poté
facilmente trasferirsi in quella fascista-statale. È vero, ciò non risolse un solo problema
della famiglia reale o dei bisogni reali della nazione, ma permise alle masse di trasferire i
propri legami familiari dalla famiglia coercitiva alla «famiglia» più grande chiamata
«nazione».
Strutturalmente tutto era già stato preparato da molto tempo.
«Madre Germania» e «Dio-padre Hitler» divennero i simboli di sentimenti
infantili profondamente radicati. Ora, identificandosi con la «forte e unica nazione
tedesca», ogni cittadino, con tutta la sua miseria e i suoi complessi di inferiorità, poteva
rappresentare «qualche cosa», anche se in modo illusorio. Infine, l’interesse per la
«razza» era riuscito a imbrigliare e a camuffare la prorompente sessualità. Gli adolescenti
potevano ora avere rapporti sessuali, se dicevano di voler procreare figli allo scopo di
migliorare la razza.
Le forze vitali naturali degli uomini non solo restavano sepolte, ma erano ora
costrette più che mai a manifestarsi in forme molto più nascoste. Come risultato di questa
«rivoluzione dell’irrazionale», in Germania i suicidi e la miseria social-igienica toccarono
livelli mai raggiunti in passato. La carneficina in guerra per l’onore della razza tedesca
rappresenta il gran finale di questa tregenda.
La persecuzione degli ebrei andava di pari passo con questa aspirazione alla
«purezza del sangue», cioè alla liberazione dal peccato. Gli ebrei tentarono di spiegare o
di dimostrare che anche essi erano morali, che anche essi facevano parte della nazione e
che anche essi erano «tedeschi». Antropologi che erano contrari a Hitler cercarono di
dimostrare, con misurazioni dei crani, che gli ebrei non erano una razza inferiore.
Cristiani e storici cercarono di chiarire che Gesù era di stirpe ebrea. Ma nella
persecuzione degli ebrei non si trattava di problemi di natura razionale; il fatto che anche
gli ebrei fossero persone per bene, che non fossero inferiori e che le misure dei loro crani
fossero decenti non aveva alcuna importanza. Il vero problema era un altro. Proprio a
questo punto si dimostrava la coerenza e l’esattezza del pensiero sessuoeconomico.
Quando il fascista dice «ebreo», intende esprimere una determinata sensazione
irrazionale. Come ci si può rendere conto durante ogni trattamento approfondito di ebrei
e non ebrei, l’«ebreo» ha il significato irrazionale di «colui che fa soldi», di «usuraio», di
«capitalista». A un livello più profondo, «ebreo» significa «sozzo», «sensuale», «osceno
sessualmente», ma anche «Shylock», «castratore», «macellaio». Poiché la paura della
sessualità naturale e l’orrore per la sessualità pervertita sono entrambi profondamente
radicati in tutti gli uomini, è chiaramente comprensibile che la persecuzione degli ebrei,
condotta con tanta abilità, abbia toccato le più profonde funzioni di difesa sessuale
dell’individuo educato in modo sessuonegativo. Con l’aiuto del concetto di «ebreo»
l’atteggiamento anticapitalistico e antisessuale delle masse poteva essere messo
completamente al servizio dell’ondata fascista.
Il desiderio inconscio di felicità sessuale e di purezza sessuale, accompagnato
dalla paura della sessualità naturale e dall’orrore per la sessualità pervertita, genera
l’antisemitismo sadico-fascista. Per il tedesco, «francese» ha lo stesso significato di
«ebreo» e di «negro» per l’inglese inconsciamente fascista. «Ebreo», «francese» e
«negro» significano «sessualmente sensuale».
Accadde così che il moderno sessuopolitico del xx secolo, lo psicopatico sessuale
e il criminale pervertito Julius Streicher riuscì a far leggere a milioni di adolescenti e di
adulti tedeschi il suo giornale Der Stürmer. Nulla poteva dimostrare più chiaramente di
Der Stürmer il fatto che l’igiene sessuale aveva cessato da tempo di essere un problema
limitato alla ristretta cerchia dei medici, e che era piuttosto divenuta un problema di
importanza sociale decisiva. I seguenti saggi della fantasia streicheriana del 1934 possono
illustrare in modo più convincente le precedenti affermazioni. Citiamo da Der Stürmer:
Helmut Daube, ventenne, aveva appena conseguito la maturità. Tornò a casa verso
le due del mattino, e alle cinque i suoi genitori lo trovarono morto sulla strada davanti
alla casa. La gola era stata tagliata fino alla colonna vertebrale, i genitali erano stati
asportati. Non c’era traccia di sangue. Le mani dell’infelice erano state tagliuzzate. Il
basso ventre mostrava i segni di diverse coltellate.
Un giorno il vecchio ebreo aggredì nel solaio l’ignara non-ebrea, la violentò e la
profanò. Si arrivò al punto che ogni volta che ne aveva voglia, si infilava nella sua
camera; la porta non poteva essere chiusa a chiave.
Una giovane coppia che passeggiava nei dintorni di Paderborn, ha trovato un
pezzo di carne in mezzo alla strada. Esaminandolo più da vicino, i due si accorsero con
orrore che si trattava di un genitale staccato con perizia professionale da un corpo
femminile.
L’ebreo aveva tagliato la… in pezzi di circa mezzo chilo ciascuno. Assieme a suo
padre li aveva sparpagliati in tutto il circondario. Vennero ritrovati in un boschetto, nei
prati, su tronchi di salice, in uno stagno, in un ruscello, in un canale di scarico e nel pozzo
nero. I seni tagliati vennero ritrovati nel fienile.
Mentre Mosè strangolava con un fazzoletto il bambino che Samuele teneva sulle
ginocchia, quest’ultimo con un coltello gli tagliò un pezzo di mascella. Gli altri
raccolsero il sangue in una ciotola, e contemporaneamente infilzarono con aghi il corpo
nudo della vittima.
La resistenza opposta dalla donna non diminuì la sua libidine, al contrario. Egli
tentò di chiudere la finestra in modo che i vicini non potessero guardare dentro. Ma poi
toccò nuovamente la donna in modo infame, tipicamente ebreo… Le chiese
insistentemente di non fare la ritrosa. Chiuse le finestre e le porte. Le sue parole e i suoi
atti divennero sempre più spudorati. Mise sempre più alle strette la sua vittima. Tutte le
proteste della donna non servivano a niente. Quando ella minacciò di gridare per
chiamare aiuto, egli si mise a ridere e la spinse verso il letto. Dalla sua bocca uscivano le
espressioni più sconce e volgari. Poi, come una tigre, si gettò sul corpo della donna per
portare a compimento la sua opera demoniaca.
Fino a questo punto del libro, molti lettori hanno certamente pensato che
esageravo quando parlavo di peste psichica. Posso soltanto assicurare loro che non ho
introdotto questo concetto con leggerezza e neppure come un modo di dire. Lo impiego
con la massima serietà. In milioni e milioni di persone, tedesche e non tedesche, negli
ultimi sette anni lo Stürmer ha non solo confermato la loro paura di castrazione genitale,
ma ha inoltre alimentato le fantasie pervertite che si trovano allo stato latente in ogni
individuo. Dopo il crollo dei principali responsabili della peste psichica in Europa, si
dovrà vedere come risolvere questo problema. Non è soltanto un problema tedesco, ma
un problema internazionale, poiché l’angoscia genitale e il desiderio d’amore sono fatti
internazionali. Alcuni giovani fascisti, che avevano conservato un po’ di senso naturale
della vita, vennero a trovarmi in Scandinavia e mi chiesero quale atteggiamento
dovevano assumere nei confronti di Streicher, della teoria della razza e di tutte le altre
piacevolezze di quel periodo. C’era qualcosa che non andava, mi dissero. Feci un
riassunto delle misure più necessarie nei termini seguenti:
Che fare?
In generale: a questa porcheria reazionaria bisogna contrapporre una
chiarificazione coerente e obiettiva sulla differenza tra sessualità sana e sessualità
patologica. Ogni individuo medio comprenderà questa differenza, poiché egli l’ha già
sentita dentro di sé. Ogni individuo medio si vergogna delle sue idee pervertite e
patologiche sul sesso e aspira alla chiarezza, all’aiuto e al soddisfacimento sessuale
naturale.
Dobbiamo chiarire e aiutare! Ciò può essere fatto nei modi seguenti:
1. Raccogliere tutto il materiale che chiarisce a ogni persona ragionevole il
carattere pornografico dello streicherismo. Tale materiale va diffuso sotto forma di
volantini. Gli interessi sessuali delle masse devono essere destati, resi coscienti e
appoggiati in senso sano.
2. Raccogliere e distribuire tutto il materiale che dimostra alla popolazione che
Streicher e i suoi complici sono psicopatici e criminali sul piano della salute pubblica. E
di Streicher ne è pieno il mondo.
3. Svelare il segreto dell’effetto che Streicher ha sulle masse: egli provoca le loro
fantasie patologiche. La popolazione accoglierà e leggerà con gioia il materiale
esplicativo che le forniremo.
4. L’unico modo per combattere la sessualità patologica, che costituisce la base
della teoria hitleriana della razza e dell’attività criminale di Streicher, è di metterle di
fronte i processi e i modi di comportarsi sani e naturali della vita sessuale. La
popolazione comprenderà immediatamente la differenza e mostrerà un acceso interesse
quando le si chiarirà ciò che vuole realmente e non osa esprimere. Per esempio:
a) Premessa indispensabile di una vita sessuale sana e soddisfacente è la
possibilità di stare soli con il proprio partner, senza essere disturbati. Ciò significa:
costruzione di alloggi per tutti coloro che ne hanno bisogno, compresi i giovani.
b) Il soddisfacimento sessuale non è identico alla procreazione. L’individuo sano,
nella sua vita, ha rapporti sessuali circa tre o quattromila volte, ma in media ha soltanto
due o tre figli. Gli anticoncezionali sono assolutamente indispensabili alla salute sessuale.
c) La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne è sessualmente
disturbata a causa di un’educazione sessuorepressiva, cioè rimane insoddisfatta durante il
rapporto sessuale. È quindi necessaria la creazione di un numero sufficiente di cliniche
per il trattamento dei disturbi sessuali. È necessaria una razionale educazione
sessuoaffermatrice.
d) La gioventù si ammala in seguito ai suoi conflitti onanistici. Solo
l’autosoddisfacimento senza senso di colpa non è dannoso alla salute. La gioventù ha il
diritto a una vita sessuale felice nelle migliori condizioni. Alla lunga, l’astinenza
sessuale, è assolutamente dannosa. Le fantasie patologiche scompaiono solo con una vita
sessuale soddisfacente.
Lottate per questo diritto!
So perfettamente che i volantini e le spiegazioni da soli non basteranno. Ciò che è
necessario è un lavoro, su una larga base e con la protezione della società, sulla
struttura umana che produce la peste psichica, la quale permette agli psicopatici di
fungere da dittatori e da moderni sessuopolitici, avvelenando la vita di tutti. In breve, è
necessaria la liberazione della sessualità naturale nelle masse, e la loro protezione da
parte della società.
Nel 1930 la sessualità umana era la Cenerentola della società, oggetto
dell’attenzione di dubbi circoli riformistici. Nel 1940 essa è diventata uno dei pilastri
della problematica sociale. Se è vero che il fascismo si è servito con successo, in modo
irrazionale, delle aspirazioni sessuali delle masse, creando il caos, deve essere vero anche
che le perversioni che esso ha scatenato possono essere eliminate con una soluzione
razionale e universale del problema sessuale.
Gli avvenimenti in Europa tra il 1930 e il 1940, con la loro quantità di materiale
igienico-mentale, hanno confermato il mio punto di vista nelle discussioni con Freud.
L’aspetto doloroso di questa conferma erano il diffuso senso di impotenza e la
convinzione che la scienza è ancora molto lontana dal comprendere ciò che in questo
libro ho chiamato il «nucleo biologico» della struttura caratteriale.
Tutto sommato, sia come uomini sia come medici e pedagoghi, siamo impotenti
di fronte alle aberrazioni biologiche della vita come, per esempio, gli uomini del
Medioevo lo erano di fronte alle malattie infettive. Nello stesso tempo sentiamo in noi la
certezza che il fenomeno della peste fascista mobiliterà tutte le forze necessarie nel
mondo per risolvere questo problema di civiltà.
I fascisti pretendono di realizzare la «rivoluzione biologica». È vero che il
fascismo ha sollevato il problema che le funzioni vitali dell’uomo sono divenute
nevrotiche. Nel fascismo si manifesta indubbiamente, dal punto di vista delle masse che
lo seguono, una sfrenata volontà di vivere. Ma le forme in cui si è manifestata questa
volontà di vivere delle masse ha rivelato troppo chiaramente le conseguenze di
un’antichissima schiavitù psichica. In un primo tempo sono esplose solo le pulsioni
pervertite. Il mondo post-fascista realizzerà la rivoluzione biologica che il fascismo non
ha creato, ma ha reso necessaria.
I capitoli seguenti trattano le funzioni del «nucleo biologico». La sua
comprensione scientifica e la sua soluzione sociale saranno il frutto di un lavoro
razionale, della scienza militante e della funzione amorosa naturale, il frutto di sforzi
realmente democratici, coraggiosi e collettivi. Il loro obiettivo è la felicità terrena,
materiale e sessuale delle masse.
7. La penetrazione nel campo biologico

La teoria dell’orgasmo mi aveva posto di fronte alla domanda: che ne sarà


dell’energia sessuale liberata dalla rimozione durante il processo di guarigione? Il mondo
si oppone a tutto ciò che l’igiene sessuale richiede. Le pulsioni naturali sono dati di fatto
biologici che non possono essere eliminati dal mondo e in linea di massima non possono
essere modificati. Come tutto ciò che è vivo, l’uomo ha innanzitutto bisogno di
soddisfare la sua fame e i suoi bisogni sessuali. L’odierna società rende difficile la prima
e nega i secondi. Esiste quindi uno stridente contrasto tra le esigenze naturali e
determinate istituzioni sociali. L’uomo vive in questo contrasto e cede una volta all’uno,
una volta all’altro aspetto di questo contrasto; fa compromessi che falliscono
regolarmente; si rifugia nella malattia o nella morte; oppure si ribella – in modo vano e
insensato – all’ordine esistente. In queste lotte si forma la struttura umana.
Nella struttura umana agiscono sia le esigenze biologiche sia quelle sociali. Tutte
le persone altolocate difendono le esigenze sociali contro quelle naturali. Ero
meravigliato che si potesse ignorare così profondamente il ruolo predominante
dell’esigenza naturale. Persino Freud, che ne aveva scoperto una parte tanto
fondamentale, diventava incoerente. Per Freud, dopo il 1930, le pulsioni erano ormai
soltanto «entità mitiche»; erano «indeterminabili», anche se radicate in «processi
chimici». Le contraddizioni erano grandi. Nell’attività clinico-medica tutto era
determinato dalle esigenze pulsionali, e quasi nulla dalla società. D’altro canto esistevano
però la «società e la cultura» con le loro «esigenze imposte dalla realtà». È vero che le
pulsioni determinano in modo assoluto e predominante l’esistenza, ma
contemporaneamente devono adattarsi alla realtà sessuonegativa. È vero che le pulsioni
scaturiscono da fonti fisiologiche, ma contemporaneamente l’Es ha un Eros e una
pulsione di morte che sono in lotta fra loro. Il dualismo freudiano delle pulsioni era
assoluto. Tra la sessualità e il suo antagonista biologico, la pulsione di morte, non c’era
alcun legame alla base della vita, ma solo conflitto. Freud psicologizzava la biologia.
Nell’ambito di ciò che è vivente c’erano «tendenze» che avevano questa o quella
«intenzione». Era un modo metafisico di considerare le cose. La loro critica si giustifica
con le successive prove sperimentali della semplice natura funzionale della vita
pulsionale. Non si riusciva a comprendere l’angoscia nevrotica in termini di Eros e
pulsione di morte. Alla fine Freud rinunciò alla teoria della libido-angoscia.
Un altro punto difficile nella teoria delle pulsioni di Freud era costituito dalle
«pulsioni parziali». Ognuna di esse, anche quelle che determinano le perversioni, aveva
un fondamento biologico. Con questo Freud, che lo volesse o no, dava infine ragione a
varie concezioni dell’ereditarietà. E nello stesso Freud la teoria della costituzione
cominciò gradualmente a sostituire la concezione dinamica della malattia psichica. Se un
bambino rompeva un bicchiere, questo era l’espressione della pulsione di distruzione. Se
il bambino cadeva spesso, allora agiva la silenziosa pulsione di morte. Se la madre
andava via e il bambino giocava a partire e a tornare, allora agiva una coazione a ripetere
al di là del principio di piacere.
La «coazione a ripetere» biologica al di là del principio di piacere avrebbe dovuto
spiegare le azioni masochistiche. Esisterebbe una volontà di soffrire. Ciò si accordava
bene con la teoria della pulsione di morte. In breve, Freud applicava le leggi che aveva
scoperto nella funzione psichica al loro fondamento biologico. Poiché in base a questa
concezione anche la società era strutturata come un individuo, ne risultava un sistematico
sovraccarico della psicologia, la quale finiva con il non reggere più alla critica e per di
più spalancava le porte a speculazioni su «società e Thanatos». La psicoanalisi pretese in
modo crescente di spiegare ogni aspetto dell’esistenza, dimostrando contemporaneamente
un sempre maggiore timore di cogliere correttamente sul piano sociologico e fisiologico,
oltre che psicologico, l’oggetto essenziale: l’Uomo. Eppure non c’erano dubbi che
l’uomo si distingue dagli altri animali per un particolare intreccio di processi
biofisiologici e sociologici che diventano psichici. La correttezza di questa fondamentale
concezione strutturale della mia teoria venne comprovata dalla soluzione del problema
del masochismo. Da quel momento, la struttura psichica si rivelò, a mano a mano, come
un’unificazione dinamica di fattori biofisiologici e sociologici.
1. La soluzione del problema del masochismo

Per la psicoanalisi il piacere nel subire dolore era la conseguenza di un bisogno


biologico. Il «masochismo» era una pulsione come qualsiasi altra, salvo che era diretta
verso una meta particolare. Con una simile concezione non si poteva fare nulla sul piano
terapeutico. Infatti, se si fosse detto al malato che voleva soffrire per «motivi biologici»,
tutto sarebbe rimasto come prima. L’orgasmoterapia mi pose di fronte alla domanda per
quali ragioni il masochista trasforma il comprensibilissimo desiderio del piacere in
desiderio del dispiacere. Un episodio drastico mi liberò dall’errata formulazione che
aveva sviato fino a quel momento la psicologia e la sessuologia. Nel 1928 ebbi in cura un
uomo veramente distrutto, afflitto da perversioni masochistiche. I suoi lamenti e le sue
richieste di essere battuto impedivano ogni tentativo di cura. Dopo mesi di normale
lavoro persi la pazienza. Quando mi chiese ancora una volta di picchiarlo, gli domandai
cosa avrebbe detto se avessi ceduto al suo desiderio. Il suo volto si illuminò di gioia.
Presi una riga e lo colpii due volte, energicamente, sul sedere. Emise un urlo, non rivelò
la minima traccia di piacere e da quel giorno non avanzò più simili richieste. Continuò
però a lamentarsi e a farmi rimproveri. I miei colleghi sarebbero inorriditi se avessero
conosciuto l’episodio. A me non dispiacque affatto. Compresi d’un tratto che il dolore e il
dispiacere non sono per nulla – come veniva generalmente affermato – le mete pulsionali
del masochista. Come ogni comune mortale il masochista, quando viene battuto, prova
dolore. Vi è tutta un’industria che vive sulla falsa concezione del masochismo che essa
concorre a creare. Restava aperta la domanda: se il masochista non mira al dispiacere, se
non lo vive come piacere, cosa lo spinge allora a farsi torturare? Dopo molti sforzi
trovai la fantastica rappresentazione che sta alla base di questo comportamento pervertito.
Il masochista sogna di essere torturato per scoppiare. Solo in questo modo spera di
raggiungere la distensione.
I lamenti masochistici si rivelavano come l’espressione di una tensione interna
insolubile e tormentosa. Sono imploranti preghiere, aperte o velate, di essere liberati
dalla tensione pulsionale. Poiché i masochisti – a causa della loro paura del
piacere – sono incapaci di raggiungere in maniera attiva e autonoma il soddisfacimento,
si attendono la liberazione orgastica, proprio la cosa che più temono, come liberazione
dall’esterno, da parte di un altro. Al desiderio di scoppiare si contrappone una profonda
paura di ciò. La mania di autodeprezzamento dei caratteri masochistici appariva ora in
una luce del tutto nuova. L’autoesaltazione è per così dire un’erezione biopsichica, una
dilatazione fantastica dell’apparato psichico. Alcuni anni più tardi scoprii che essa si
fonda su sensazioni di carica elettrica. L’autodeprezzamento è il suo opposto. Ci si
rimpicciolisce per paura di scoppiare. Dietro l’autodeprezzamento masochistico agisce
un’ambizione impotente e una mania di grandezza piena di angoscia. La provocazione di
una punizione da parte dei masochisti si spiegava come espressione di un profondo
desiderio di raggiungere il soddisfacimento contro la propria volontà. Le donne
caratterialmente masochistiche non compiono mai l’atto sessuale senza la fantasia di
essere sedotte o violentate. L’uomo deve costringerle – contro la loro volontà – a fare ciò
che esse desiderano con profonda paura. Esse non possono farlo da sole perché è proibito
ed è carico di gravi sensi di colpa. La nota mania di vendetta dei masochisti, la cui fiducia
in sé è profondamente intaccata, si esprime nel mettere l’altro in cattiva luce o nel
provocarlo ad assumere un comportamento crudele.
Ciò che colpisce è l’idea dei masochisti che la loro pelle, in particolare quella del
sedere, diventi «calda» o «bruci». Il desiderio di essere sfregati con spazzole dure, o di
venire percossi finché «scoppia» la pelle, non è altro che il desiderio di liberarsi dalla
tensione «scoppiando». Il dolore quindi non è affatto la meta dell’impulso, ma è
un’esperienza spiacevole che accompagna la liberazione dalla tensione indubbiamente
reale. Il masochismo è il prototipo di una pulsione secondaria ed è chiaramente un
risultato della repressione della naturale funzione del piacere.
Nel masochista la paura dell’orgasmo si presenta in una forma particolare. Altri
malati non permettono nemmeno che l’eccitazione sessuale arrivi all’organo genitale,
come, per esempio, nel caso delle nevrosi ossessive; oppure si rifugiano tempestivamente
nell’angoscia, come nel caso delle isterie. Il masochista si ferma all’eccitazione
pregenitale. Egli non la trasforma in sintomi nevrotici. Ciò accresce la tensione e di
conseguenza (data la crescente incapacità di distensione) anche la paura dell’orgasmo. In
questo modo egli viene a trovarsi in un tragico circolo vizioso. Più cerca di uscire dalla
tensione, più vi sprofonda. Nell’istante in cui dovrebbe sopraggiungere l’orgasmo, le
fantasie masochistiche si acutizzano. Spesso divengono coscienti solo in quel momento.
L’uomo ha, per esempio, la fantasia di essere trascinato con la forza attraverso il fuoco, la
donna di essere sventrata o che le venga fatta esplodere la vagina. Alcuni sono in grado di
raggiungere un certo soddisfacimento soltanto ricorrendo a simili fantasie. Essere
costretti a esplodere significa ricorrere a un aiuto estraneo per raggiungere la distensione.
Ora, poiché la paura dell’eccitazione orgastica non manca in alcuna nevrosi, in ogni
malattia psichica si riscontrano fantasie e atteggiamenti masochistici.
Pretendere di spiegare il masochismo come percezione della pulsione di morte
interna o come risultato della «paura della morte» era in netto contrasto con l’esperienza
clinica. I masochisti sviluppano pochissima angoscia finché hanno la possibilità di
produrre fantasie. Essi hanno immediatamente paura quando un’isteria o una nevrosi
ossessiva cominciano a distruggere le fantasie masochistiche. Il vero e proprio
masochismo è al contrario un mezzo eccellente per evitare l’angoscia pulsionale, poiché è
sempre l’altro che fa il male o ne è la causa. Inoltre, il duplice carattere della
rappresentazione di esplodere (desiderio e paura della distensione orgastica) spiega in
modo soddisfacente tutte le caratteristiche dell’atteggiamento masochistico.
Il desiderio (o la paura) di esplodere o di scoppiare, che poi riscontrai in tutti i
miei malati, mi pose di fronte a un enigma. Una rappresentazione psichica deve
necessariamente avere una funzione e un’origine. La rappresentazione nasce dal mondo
esterno e viene trasmessa all’organismo come percezione attraverso gli organi sensori.
Essa trae la propria energia da fonti pulsionali interne. Per la rappresentazione di
scoppiare non si riusciva a trovare un’origine esterna. Era quindi difficile classificarla. In
ogni caso potei registrare alcune importanti scoperte:
Il masochismo non corrisponde ad alcuna pulsione biologica. Esso è la
conseguenza di un disturbo nel soddisfacimento ed è sempre un tentativo vano di
correggere tale disturbo. È il risultato, non la causa, della nevrosi. Il masochismo è
espressione di una tensione sessuale insoddisfabile. La sua fonte immediata è la paura
del piacere, cioè la paura della scarica orgastica.
La sua essenza consiste nel realizzare ciò che più si teme: la liberazione
piacevole da tensioni che è percepita e temuta come uno scoppio o un’esplosione.
La comprensione del meccanismo masochistico mi aprì la strada alla biologia. La
paura che gli uomini provavano del piacere diveniva comprensibile come risultato di
un’alterazione fondamentale della funzione fisiologica del piacere. La sofferenza e la
sopportazione della sofferenza sono il risultato della perdita della capacità organica di
provare piacere.
In tal modo, senza volerlo, avevo colto l’essenza dinamica di tutte le religioni e
tutte le filosofie imperniate sulla sofferenza. Compresi il nesso quando, in qualità di
sessuologo, ebbi molto a che fare con persone di fede cristiana. L’estasi religiosa è
strutturata esattamente secondo il modello del meccanismo masochistico: da Dio, una
figura onnipotente, ci si attende la liberazione dal peccato interiore, cioè dalla tensione
sessuale interna che non si è in grado di ottenere da soli. La si desidera con tutta la
propria energia biologica. Contemporaneamente viene vissuta come «peccato», e quindi
l’individuo non osa raggiungerla da solo. Deve occuparsene qualcun altro sotto forma di
punizione, di assoluzione, di liberazione ecc. Ritorneremo su questo problema. Le orge
masochistiche del Medioevo, l’Inquisizione, le flagellazioni, le torture, gli atti di
penitenza ecc. dei religiosi tradivano la loro funzione: erano vani tentativi masochistici di
soddisfacimento sessuale!
Nel suo disturbo orgastico, il masochista si distingue dagli altri nevrotici per il
fatto che nell’istante della massima eccitazione egli si arresta spasmodicamente. In tal
modo egli crea una contraddizione tra la massima espansione preparata e la tendenza
opposta rappresentata dall’azione frenante. Tutte le altre forme di impotenza orgastica
frenano prima dell’acme dell’eccitazione. Questa distinzione sottile e apparentemente
interessante soltanto sul piano accademico ha deciso la sorte del mio lavoro scientifico.
Dalle mie annotazioni tra il 1928 e il 1934 circa, risulta che i miei lavori biologico-
sperimentali fino agli esperimenti sui bioni hanno trovato un punto d’avvio in quella
scoperta. È impossibile descrivere tutto ciò che accadde. Devo semplificare, o meglio,
comunicare le mie prime congetture che non avrei mai osato pubblicare se nei dieci anni
seguenti non fossero state confermate dall’attività sperimentale e clinica.
2. La funzione di una vescica vivente

Avevo scoperto la paura di scoppiare e il desiderio di essere fatto esplodere in un


singolo caso di masochismo, poi l’avevo riscontrato in tutti i masochisti e infine, allo
stato potenziale e senza eccezioni, in tutti i malati psichici nella misura in cui avevano
tendenze masochistiche alla sofferenza. La confutazione dell’idea che il masochismo era
una pulsione biologica, come altre pulsioni sessuali, condusse ben oltre la critica della
pulsione di morte di Freud. Come ho già detto, continuai ininterrottamente a chiedermi
quale fosse l’origine della rappresentazione di «scoppiare» che si verifica regolarmente in
tutti i pazienti poco prima del raggiungimento della potenza orgastica.
Nella maggior parte dei casi questa rappresentazione appare come una sensazione
cinestetica dello stato del proprio corpo. Essa è accompagnata regolarmente in modo
pronunciato dalla rappresentazione di una vescica gonfia. I malati si lamentano di essere
«tesi fino al punto di esplodere», di essere «pieni fino a scoppiare». Si sentono «gonfi» e
«dilatati». Temono ogni intervento nella loro armatura come se venissero «forati». Alcuni
affermano che temono di «sciogliersi», di «dissolversi», di perdere il loro «contegno» o i
loro «contorni». Essi si aggrappano alle rigide armature dei loro movimenti e dei loro
atteggiamenti come un naufrago a una trave di legno che galleggia nel mare. Altri
desiderano ardentemente «scoppiare». Parecchi suicidi hanno origine proprio da questo.
Quanto più gli stati di tensione sessuale diventano acuti, tanto più chiare diventano queste
sensazioni. Esse spariscono immediatamente, non appena la paura dell’orgasmo viene
superata e ha inizio la distensione sessuale. Allora i rigidi tratti caratteriali perdono la loro
impronta, l’individuo diventa «mite» e «arrendevole» e contemporaneamente elastico e
forte. La crisi di ogni analisi caratteriale positiva si verifica proprio quando le violente
sensazioni preorgastiche vengono impedite nel loro decorso ordinato da crampi muscolari
determinati dalla paura. Quando l’eccitazione è salita al massimo e richiede di essere
scaricata, allora il crampo muscolare pelvico ha l’effetto di un freno a mano azionato a
una velocità di cento chilometri all’ora: tutto va a catafascio. Questo accade anche al
malato che si sta veramente avviando verso la guarigione. Egli si trova di fronte alla
scelta se rinunciare completamente ai suoi meccanismi frenanti o ricadere nella sua
nevrosi. La nevrosi non è altro che la somma di tutti i freni cronicamente automatizzati
della naturale eccitazione sessuale. Tutto il resto che normalmente viene citato è il
risultato di questo disturbo originario. Nel 1929 incominciai a comprendere che il
conflitto originario della malattia psichica (la contraddizione insoluta tra aspirazione al
piacere e frustrazione morale) è ancorato strutturalmente sul piano fisiologico sotto forma
di disturbo muscolare. La contraddizione psichica tra sessualità e morale agisce nella
profondità biologica dell’organismo come contraddizione tra eccitazione piacevole e
crampo muscolare.
Gli atteggiamenti masochistici assunsero grande importanza per la teoria
sessuoeconomica delle nevrosi: essi rappresentano questa contraddizione allo stato puro.
I nevrotici ossessivi e gli isterici – che evitano la sensazione orgastica sviluppando
l’angoscia o sintomi nevrotici – nel processo di guarigione attraversano regolarmente una
fase masochistica di sofferenze. Essi la attraversano quando la paura dell’eccitazione
sessuale è stata eliminata al punto che sono in grado di avere un’eccitazione preorgastica
del genitale, senza però essere capaci di raggiungere l’acme dell’eccitazione senza freni,
cioè senza angoscia.
Il masochismo divenne inoltre un problema centrale della psicologia di massa. Era
di importanza decisiva come un giorno si sarebbe potuto risolvere praticamente questo
problema. Milioni di persone che lavorano soffrono di gravi privazioni di ogni genere.
Sono dominati e sfruttati da pochi despoti. Il masochismo fiorisce come la gramigna sotto
forma delle diverse religioni patriarcali come pensiero e azione, e soffoca ogni naturale
esigenza vitale. Mantiene gli uomini in uno stato di profonda e umile rassegnazione.
Annienta i loro tentativi di arrivare a una razionale azione comune e genera in loro la
paura di assumersi la responsabilità della loro esistenza. Proprio per questo falliscono i
migliori tentativi di democratizzare la società.
Freud spiegava le condizioni sociali caotiche e catastrofiche con la pulsione di
morte che infuriava nella società. Certi psicoanalisti affermavano che le masse erano
biologicamente masochiste. Alcuni dicevano che la polizia repressiva è un’espressione
naturale del masochismo biologico di massa. Infatti gli uomini nei regimi autoritari sono
sottomessi come il singolo lo è di fronte al padre strapotente.
Ma poiché la ribellione contro l’autorità dittatoriale, il padre, veniva considerata
nevrotica e l’adattamento alle sue pretese e alle sue istituzioni veniva considerato
normale, erano necessarie due argomentazioni contro questa teoria: primo, che non esiste
un masochismo biologico, secondo, che lo stesso adattamento alla realtà di oggi – per
esempio l’educazione irrazionale o la politica irrazionale – è un fatto nevrotico.
Affrontai il lavoro senza alcuna particolare idea in proposito. Queste due
dimostrazioni rappresentano la sintesi di numerose osservazioni, lontano dalle tumultuose
lotte delle Weltanschauungen. Esse risultarono dalla soluzione semplice di una domanda
quasi stupida: come si comporterebbe una vescica di maiale gonfiata d’aria dall’interno
che non potesse scoppiare? Il cui involucro fosse dilatabile ma non lacerabile? Questa
immagine del carattere umano come armatura attorno al nucleo vivente era quasi ovvia.
Se la vescica di maiale si trovasse in uno stato di tensione insolubile e potesse parlare, si
lamenterebbe. Trovandosi impotente, essa cercherebbe all’esterno le ragioni della sua
sofferenza e farebbe dei rimproveri. Implorerebbe d’essere forata. Provocherebbe il
mondo circostante fino a raggiungere la sua meta. Ciò che essa non sarebbe in grado di
fare spontaneamente dall’interno, lo attenderebbe passivamente e impotentemente
dall’esterno.
Immaginiamo che l’organismo biopsichico, in cui la scarica di energia è
disturbata, si presenti come una vescica corazzata. L’involucro sarebbe l’armatura
caratteriale. L’espansione avviene attraverso una costante produzione di energia interna
(energia sessuale o eccitazione biologica). L’energia vegetativa spinge verso l’esterno, sia
per arrivare alla scarica piacevole, sia per entrare in contatto con uomini e cose. Quindi la
spinta all’espansione è data come direzione dall’interno verso l’esterno. Le si oppone lo
spesso muro dell’armatura. Essa impedisce non soltanto lo scoppio, ma esercita, inoltre,
una pressione dall’esterno verso l’interno.
Questa immagine coincideva con i processi fisici della pressione interna e della
tensione di superficie. Mi ero occupato di ciò nel 1926, quando avevo recensito per la
rivista di psicoanalisi un libro molto importante di Fr. Kraus,1 il famoso internista
berlinese.
L’organismo nevrotico poteva essere benissimo paragonato a un sistema così
semplice come quello di una vescica gonfia, ma perifericamente corazzata. La singolare
analogia tra una situazione fisica e la ben nota situazione caratteriale resse alla prova
delle esigenze cliniche. Il malato psichico è divenuto «rigido» alla periferia del suo
organismo, e ha conservato al centro la sua esigente vitalità. Egli si sente a disagio,
«inibito», «non riesce a realizzarsi», si sente «come circondato da un muro», «senza
contatti», «teso fino a scoppiare». Aspira con tutti i mezzi «al mondo», ma si sente «come
legato». Inoltre gli sforzi di creare un contatto con la vita sono spesso talmente dolorosi,
ed egli è così poco in grado di sopportare le difficoltà e le delusioni, che preferisce
«rinchiudersi in se stesso». Alla biologica direzione funzionale «verso il mondo», «fuori
di sé», si oppone l’altra direzione, quella di «via dal mondo», «ritiro in sé».
Questa equiparazione tra qualcosa di estremamente complicato e qualcosa di
semplice era affascinante. L’organismo nevroticamente corazzato non può scoppiare
come una comune vescica di maiale per liberarsi dalla sua tensione interna. Può soltanto
diventare «masochistico», o invece guarire, e cioè permettere la scarica orgastica
dell’energia accumulata. La scarica orgastica consiste in una diminuzione della tensione
interna attraverso una «scarica verso l’esterno» sotto forma di contrazioni di tutto il
corpo. Era ancora da chiarire cosa veniva scaricato verso l’esterno. A quel tempo ero
ancora lontano dalle mie conoscenze attuali sul funzionamento dell’energia biologica.
Immaginavo l’orgasmo, con il suo svuotamento di sostanze dal corpo, come una
proliferazione da una vescica estremamente tesa. Dopo il distacco del corpo proliferante,
diminuisce la tensione della superficie insieme alla pressione interna. Era chiaro che
l’eiaculazione da sola non poteva spiegare tutto questo. Infatti l’eiaculazione, senza il
piacere, non riduce la tensione.
Non ho mai avuto motivo di pentirmi di questa speculazione. Essa mi ha condotto
a fatti molto concreti. A questo proposito mi ricordo di un piccolo ma impressionante
episodio avvenuto nel 1922, prima del congresso di Berlino degli psicoanalisti. Ancora
sotto l’influsso di Semon e Bergson, mi ero concesso una «fantasia» scientifica.
Bisognava, dissi agli amici, prendere seriamente alla lettera l’immagine freudiana
dell’«emanazione di libido». Freud aveva paragonato l’espansione e il ritiro degli
interessi psichici con l’espansione e il ritiro degli pseudopodi dell’ameba. Il protendersi
dell’energia sessuale si manifesta nell’erezione del membro maschile. L’erezione doveva
essere funzionalmente identica all’espansione degli pseudopodi nell’ameba. L’impotenza
erettiva causata dalla paura, accompagnata dalla contrazione del pene, doveva invece
essere funzionalmente identica al ritiro degli pseudopodi. I miei amici erano inorriditi di
fronte a un pensiero così poco corretto. Mi derisero e io ne fui profondamente offeso.
Tredici anni dopo verificai questa ipotesi sul piano sperimentale. A questo punto ritengo
sia utile descrivere come vi giunsi.
3. L’antitesi funzionale di sessualità e angoscia

L’equiparazione dell’erezione con l’espansione degli pseudopodi e della


contrazione con il ritiro degli pseudopodi mi spinse a presumere un’antitesi funzionale
tra sessualità e angoscia. Questa antitesi si muoveva in direzione dell’attività biologica.
Non riuscii più a liberarmi da questa idea. Poiché tutto ciò che avevo appreso da Freud
per quanto riguarda la psicologia delle pulsioni aveva subito continui mutamenti,
l’immagine citata si associò con il serio problema della base biologica del funzionamento
psichico. Freud aveva postulato un fondamento biologico per la psicologia del profondo.
L’«inconscio» di Freud era profondamente immerso nel funzionamento biofisiologico.
Nella profondità psichica, le chiare tendenze psichiche facevano posto a un misterioso
ingranaggio che era accessibile soltanto al pensiero psicologico. Freud aveva tentato di
applicare i concetti psichici alle fonti della vita. Ciò doveva portare alla personificazione
dei processi biologici e a reintrodurre ipotesi metafisiche che in precedenza erano state
scacciate dalla psicologia. Studiando la funzione dell’orgasmo avevo appreso che non era
possibile pensare in campo somatico negli stessi termini del campo psichico. Ogni
manifestazione psichica possiede, oltre alle sue leggi causali, anche un significato in
relazione con il mondo esterno. A ciò corrispondeva l’interpretazione psicoanalitica. In
campo fisiologico non esiste un tale significato. Non può esistere se non si reintroduce
una potenza ultraterrena. Ciò che è vivente si limita a funzionare, non ha un «significato».
Le scienze naturali tentano di escludere le ipotesi metafisiche. Se non si riesce a
spiegare come e perché funziona ciò che è vivente, si cerca un «fine» o un «significato»
che vengono attribuiti al funzionamento. Mi ritrovai di nuovo di fronte ai problemi dei
primi tempi della mia attività, ai problemi del meccanismo e del vitalismo. Evitai di
rispondere in modo speculativo. Non disponevo ancora di un metodo per risolvere
correttamente questi problemi. Conoscevo il materialismo dialettico, ma non sapevo
come applicarlo nella ricerca scientifica. Avevo effettivamente interpretato in modo
funzionale le scoperte di Freud, ma l’introduzione della base fisiologica mi pose di fronte
al nuovo problema del metodo corretto. Affermare che il soma condiziona la psiche è
esatto, ma unilaterale. Si può infatti riscontrare sempre anche il contrario, e cioè che la
psiche condiziona il soma. È invece inammissibile estendere il concetto di psiche fino a
far valere le sue leggi anche nel campo somatico. La concezione secondo cui i processi
psichici e somatici sono indipendenti l’uno dall’altro, che esiste per loro solo una
«interazione», è contraddetta dall’esperienza di ogni giorno. Non intravedevo alcuna
soluzione. Soltanto una cosa era chiara: l’esperienza del piacere, cioè dell’espansione, è
legata in modo inscindibile alla funzione della vita.
A questo punto mi fu d’aiuto la mia recente teoria della funzione masochistica. Il
mio ragionamento era il seguente: la psiche è determinata dalla qualità, il soma dalla
quantità. Nella psiche conta il genere di una rappresentazione, di un desiderio; nel soma
conta soltanto la quantità dell’energia in funzione. In questo si differenziavano quindi la
psiche e il soma. Ma i processi dell’orgasmo rivelavano che la qualità di un
atteggiamento psichico dipende dall’entità dell’eccitazione somatica che sta alla sua
base. In stato di forte tensione somatica la rappresentazione del piacere sessuale nell’atto
è intensa, vivace, accesa. Dopo il soddisfacimento essa è difficilmente riproducibile.
Avevo in mente l’immagine di un’onda che s’innalza e ricade e influenza in tal modo il
movimento di un pezzetto di legno che galleggia in superficie. Era soltanto una velata
allusione del fatto che la vita psichica emerge o sprofonda nel processo biofisiologico, a
seconda delle condizioni in cui esso si svolge. L’apparire e lo svanire della coscienza al
momento del risveglio e dell’assopimento mi sembravano una manifestazione di questo
processo ondulatorio. Il tutto era piuttosto vago e difficile da formulare. Era chiaro
soltanto che l’energia biologica domina sia la sfera psichica sia quella somatica. Esiste
un’entità funzionale. Leggi biologiche possono quindi valere in campo psichico, ma non
caratteristiche psichiche in campo biologico. Ciò rendeva necessaria una riflessione
critica sulle concezioni freudiane delle pulsioni.

Schema dell’identità e antiteticità funzionale del soma e della psiche

 
La rappresentazione visiva è indubbiamente un processo psichico. Esistono
rappresentazioni inconsce che possono essere dedotte da manifestazioni esterne. Secondo
Freud, l’inconscio stesso non può essere colto. Ma se esso si «immerge» nella sfera
biofisiologica, allora deve essere afferrabile con un metodo che colga il fattore comune
che domina tutto l’apparato biopsichico. Questo fattore comune non può essere il
«significato» e nemmeno il «fine». Essi sono funzioni secondarie. Da un punto di vista
coerentemente funzionale, in campo biologico non esistono uno scopo, un fine, ma
soltanto una funzione e uno sviluppo che seguono determinate leggi. Rimaneva la
struttura dinamica, il gioco delle forze. Ciò vale in tutti i campi. Questo era qualcosa su
cui ci si poteva appoggiare. Ciò che la psicologia chiama «tensione» e «distensione» è un
contrasto di forze. La mia idea della vescica, per quanto fosse semplice, corrispondeva
perfettamente all’idea di unità della sfera psichica e somatica. Oltre all’unità esiste,
contemporaneamente, un’antitesi. Questa idea rappresentava in embrione la mia teoria
della sessualità.
Nel 1924 avevo supposto che nell’orgasmo si concentra un’eccitazione alla
periferia dell’organismo, soprattutto negli organi genitali, che poi rifluisce nel centro
vegetativo dove si spegne. Inaspettatamente si era chiuso il cerchio. Ciò che in
precedenza era apparso come eccitazione psichica ora si rivelava come corrente
biofisiologica. In fondo la pressione interna e la tensione di superficie di una vescica non
sono altro che funzioni del centro e della periferia di un organismo. Sono funzionalmente
antitetiche, e si contraddicono a vicenda. Dal loro rapporto reciproco dipende la «sorte»
della vescica, così come la salute psichica dipende dall’equilibrio energetico in campo
sessuale. La «sessualità» non poteva essere che la funzione vivente dell’espansione
(«fuori di sé») dal centro verso la periferia. A sua volta l’angoscia non poteva essere
altro che la direzione opposta, dalla periferia verso il centro («ritiro in sé»). La sessualità
e l’angoscia sono direzioni opposte del medesimo processo di eccitazione.
Presto si stabilì il nesso di questa teoria con una quantità di fatti clinici.
Nell’eccitazione sessuale i vasi periferici sono dilatati. Nell’eccitazione angosciosa si
sente una tensione centrale interna come se si stesse per scoppiare; i vasi periferici si
contraggono. Sessualmente eccitato, il pene si allunga, angosciosamente intimorito, si
rimpicciolisce. Nel «centro energetico biologico» si trovano le fonti dell’energia in
azione. Alla periferia si svolgono le sue funzioni in contatto con il mondo, nell’atto
sessuale, nella scarica orgastica, nel lavoro ecc.
Questi risultati andavano già oltre la psicoanalisi. Essi rovesciavano numerose
concezioni. Gli psicoanalisti non erano in grado di seguirmi, e la mia posizione era troppo
esposta perché la mia opinione potesse tranquillamente esistere nella stessa
organizzazione. Freud aveva respinto il tentativo di inquadrare i processi della libido nel
sistema autonomo vitale. Come psicoanalista che sosteneva posizioni molto avanzate, i
miei rapporti con gli psichiatri ufficiali e con altri clinici non erano particolarmente
buoni. A causa del loro modo di pensare meccanicistico e male orientato sul piano
analitico, compresero ben poco. Così la nuovissima teoria della sessualità si trovò isolata,
immersa nel vuoto. Mi sentii consolato dalla quantità di conferme che trovai a sostegno
della mia teoria nella fisiologia sperimentale. Essa sembrava in grado di ricondurre a un
denominatore comune ciò che avevano elaborato generazioni di fisiologi. Al centro stava
l’antitesi tra il vago e il simpatico.
4. Cos’è l’«energia biopsichica»?
Dopo circa sessant’anni di ricerche sessuali, quarant’anni di psicoanalisi e quasi
vent’anni di lavoro personale sulla teoria dell’orgasmo, questo problema si presentava
ancora insoluto al clinico che doveva curare i disturbi sessuali, cioè le nevrosi.
Ricordiamoci del punto di partenza della teoria dell’orgasmo. La nevrosi e la psicosi
funzionale vengono alimentate da energia sessuale eccedente, non scaricata in modo
adeguato. In un primo tempo fu chiamata «energia psichica». Cosa fosse realmente non lo
si sapeva. La radice delle malattie psichiche stava indubbiamente nel «soma». Doveva
trattarsi di un ingorgo di energia che alimentava escrescenze psichiche patologiche. Solo
quando veniva eliminata questa fonte energetica della nevrosi, realizzando la piena
potenza orgastica, il malato pareva al sicuro da una ricaduta. Non c’era da pensare a una
profilassi di massa delle malattie psichiche, se non se ne conoscevano le basi biologiche.
Era un fatto assodato che «in caso di vita amorosa soddisfacente non esistono disturbi
nevrotici». Naturalmente questa affermazione aveva conseguenze sia individuali sia
sociali. L’importanza del problema è evidente. Ma, nonostante Freud, la scienza ufficiale
si rifiutava di includere la sessualità. La stessa psicoanalisi arretrava sempre più di fronte
a questo problema. Inoltre, esso confinava anche troppo con le innumerevoli
manifestazioni di una «sessualità» patologica, distorta, e sempre per qualche verso
pornografica, che domina la vita umana. La rigorosa distinzione tra manifestazioni
sessuali «naturali» e manifestazioni sessuali patologiche, prodotte dalla civiltà, tra
pulsioni «primarie» e «secondarie», permise di perseverare e di non perdere di vista il
problema. La semplice riflessione non avrebbe portato a una soluzione e nemmeno il
compendio di tanti magnifici spunti che cominciarono ad apparire in numero crescente, a
partire dal 1925 circa, nella moderna letteratura fisiologica, e che vennero raccolti nel
libro Die Lebensnerven di Müller.
Come sempre, anche questa volta fu l’osservazione clinica a permettermi di
procedere correttamente. A Copenaghen, nel 1933, ebbi in cura un paziente che opponeva
una particolare resistenza al tentativo di mettere in luce le sue fantasie omosessuali
passive. Ciò si manifestava in un’estrema rigidità del collo e della nuca
(«testardaggine»!).2 In seguito a un energico intervento sulla sua difesa, egli cedette
improvvisamente in modo allarmante. Per tre giorni fu scosso da gravi manifestazioni di
shock vegetativo. Il colore del volto mutava rapidamente dal bianco, al giallo, al blu. La
pelle era maculata e di diversi colori. Soffriva di intensi dolori alla nuca e all’occipite; il
cuore batteva rapidamente ed era sforzato ipertonicamente; aveva la diarrea, si sentiva
stanco e disfatto. Ero preoccupato. In verità avevo visto spesso simili sintomi, ma mai
così violenti. Qui era accaduto qualcosa che in qualche modo era legato alla terapia, ma
che non riuscivo a comprendere. Dopo che il paziente aveva ceduto nel suo
atteggiamento di difesa psichico erano emersi somaticamente certi affetti. La nuca rigida,
che sottolineava una vigorosa mascolinità, aveva evidentemente legato energie somatico-
vegetative che ora esplodevano in modo incontrollato e disordinato. Un uomo con
un’economia sessuale equilibrata è incapace di una simile reazione. Per arrivare a questo
era necessaria una continua azione frenante e un’accumulazione di energia biologica. La
muscolatura poteva svolgere la funzione dell’azione frenante. Quando i muscoli della
nuca cedettero, eruppero potenti impulsi come proiettili da una molla. L’alternarsi del
pallore e del rossore del viso non poteva essere che il flusso e il riflusso dei liquidi del
corpo, una rapida dilatazione e contrazione dei vasi sanguigni. Questo si accordava
perfettamente con le mie concezioni – precedentemente descritte – del funzionamento
dell’energia biologica. La direzione «fuori di sé – verso il mondo» si alternava
rapidamente e incessantemente con la direzione opposta «via dal mondo – ritiro in sé».
La tensione muscolare è in grado di impedire il fluire del sangue, in altri termini di
ridurre al minimo il movimento dei liquidi del corpo.
Controllai il fenomeno su alcuni altri casi e ripensai a certi pazienti che avevo
curato in passato: i conti tornavano. In breve disposi di una quantità di fatti che potevano
essere riassunti nella breve formula: l’energia vitale sessuale può essere legata da
continue tensioni muscolari. Anche l’ira e la paura possono essere frenate dalle tensioni
muscolari. Da quel momento ogni qual volta eliminavo un freno o una tensione
muscolare, esplodeva una delle tre eccitazioni biologiche fondamentali del corpo:
angoscia, odio o eccitazione sessuale. Vi ero già riuscito da tempo eliminando inibizioni
e atteggiamenti puramente caratteriali. Ma ora le esplosioni di energia biologica erano più
piene, vissute meglio, più intense e avvenivano più rapidamente. I freni caratteriali
sparivano spontaneamente. Pubblicai le mie osservazioni del 1933 in modo incompleto
soltanto nel 1935 e in forma compiuta nel 1937.3 Presto si chiarirono alcuni problemi
decisivi del rapporto tra psiche e soma.
Ora le armature caratteriali si rivelarono funzionalmente identiche all’ipertonia
muscolare. Il concetto di «identità funzionale», che dovetti introdurre ex novo, significa
semplicemente che gli atteggiamenti muscolari e caratteriali nell’ingranaggio psichico
hanno la stessa funzione; possono influenzarsi reciprocamente e sostituirsi
vicendevolmente. In fondo sono inseparabili e nella loro funzione sono identici.
Ipotesi che risultano dall’unificazione di dati di fatto portano subito oltre. Se
l’armatura caratteriale poteva essere espressa nell’armatura muscolare e viceversa, allora
l’unità delle funzioni psichiche e somatiche era stata colta in linea di massima e poteva
essere orientata sul piano pratico. Da quel momento potei servirmi a volontà sul piano
pratico di questa unitarietà. Se un freno caratteriale non reagiva a un’influenza psichica,
ricorrevo al corrispondente atteggiamento somatico e viceversa. Se avevo difficoltà a
sciogliere un atteggiamento somatico-muscolare disturbatore, allora agivo sulla sua
espressione caratteriale e riuscivo ad allentarla. Un tipico sorriso cordiale che ostacolava
il mio lavoro poteva essere eliminato sia descrivendo l’espressione sia intervenendo
direttamente sull’atteggiamento muscolare, come, per esempio, abbassando il mento. Era
un enorme passo in avanti. L’ulteriore sviluppo della tecnica verso l’odierna vegeto-
terapia richiese sei anni.
L’allentamento dei rigidi atteggiamenti muscolari provocava nei malati strane
sensazioni somatiche: tremiti involontari, tic della muscolatura, sensazioni di caldo e di
freddo, pruriti, formicolii, pizzicori, brividi e sensazioni somatiche di angoscia, ira e
piacere. Dovevo rompere con tutte le vecchie concezioni del rapporto tra psiche e soma
se volevo comprendere queste manifestazioni. Non erano «conseguenze», «cause»,
«fenomeni concomitanti» di processi «psichici», ma semplicemente questi stessi processi
psichici nell’ambito somatico.
Riassunsi nel concetto di «correnti vegetative» tutte queste manifestazioni
somatiche che, al contrario della rigida armatura muscolare, sono caratterizzate dal
movimento. Si pose immediatamente la domanda: queste correnti vegetative sono
soltanto movimento di liquidi o sono qualcosa di più? Non potevo accontentarmi della
risposta che si tratta soltanto di movimenti meccanici di liquidi. Questi potevano spiegare
le sensazioni di caldo e di freddo, il pallore e il rossore, il «ribollire del sangue» ecc., ma
non certo i formicolii, i pizzicori, i brividi, le dolci sensazioni preorgastiche di piacere
ecc. Il grande problema dell’impotenza orgastica continuava ancora a rimanere insoluto:
gli organi genitali possono riempirsi di sangue senza la minima traccia di una
sensazione di eccitazione. Quindi l’eccitazione sessuale non può affatto essere
identificata con il solo movimento del sangue o esserne l’espressione. Esistono stati di
angoscia senza un particolare pallore del volto o dell’epidermide. Il senso di «angustia»
nel petto (angustiae – angoscia), il senso di «soffocamento», non poteva essere ricondotto
soltanto all’ingorgo del sangue negli organi centrali. Altrimenti dopo un buon pasto,
quando il sangue è concentrato nell’addome, si dovrebbe provare una sensazione di
angoscia. Al movimento del sangue si aggiunge qualche cosa che, a seconda della sua
funzione biologica, provoca angoscia, ira o piacere. Il movimento del sangue vi può
svolgere soltanto il ruolo di «mezzo» essenziale. Forse questo «qualche cosa» ignoto non
si verifica quando i liquidi del corpo si muovono male nei vasi sanguigni. Questi erano i
miei ragionamenti, un po’ dilettantistici, di allora.
5. La formula dell’orgasmo: tensione → carica → scarica → distensione

L’ignoto «qualche cosa» che cercavo non poteva essere altro che la bioelettricità.
Questo mi venne in mente un giorno mentre cercavo di comprendere sul piano fisiologico
lo sfregamento sessuale tra membro e mucosa della vagina durante l’atto sessuale. Lo
sfregamento sessuale è un processo biologico fondamentale. Si verifica sempre nel regno
animale ogni qual volta la procreazione avviene per mezzo di due sessi distinti. Le
superfici di due corpi sfregano l’una contro l’altra; questo provoca un’eccitazione
biologica, e in pari tempo il riempimento, l’espansione, l’«erezione». Sulla base di
esperimenti che aprivano nuovi orizzonti, l’internista berlinese Kraus aveva constatato
che il corpo è governato da processi elettrici. Esso si compone di innumerevoli «superfici
limitrofe» tra membrane e liquidi elettrolitici di diversa densità e composizione. Secondo
una nota legge fisica, ai limiti tra liquidi conduttori e membrane si creano tensioni
elettriche. Poiché i rapporti di concentrazione e la disposizione delle membrane
differiscono, si verificano differenze tra le tensioni delle superfici limitrofe, e queste
differenze danno cadute di potenziale di diversa intensità. La caduta di potenza significa
all’incirca la differenza di energia in due corpi che si trovano ad altezze differenti.
Cadendo, il corpo che si trova più in alto è in grado di svolgere più lavoro di quello che si
trova più in basso. Lo stesso peso, per esempio di un chilogrammo, cadendo da
un’altezza di tre metri, conficca più profondamente un piolo nel terreno di quanto non
faccia cadendo da un metro di altezza. L’«energia potenziale di posizione» è maggiore, e
di conseguenza aumenta anche l’«energia cinetica» che si crea liberando questa energia
potenziale. Il principio della «differenza di potenziale» può essere applicato senza
difficoltà alle differenze nelle tensioni elettriche. Se si congiunge con un filo un corpo
fortemente caricato con uno meno caricato, allora la corrente passa dal primo al secondo.
L’energia elettrica statica si trasforma in corrente elettrica. Si verifica inoltre un
livellamento tra le due cariche, proprio come accade con l’acqua in due vasi comunicanti.
Il livellamento dell’energia presuppone una differenza nell’energia potenziale. Il nostro
corpo si compone di miliardi di tali superfici potenziali con un’energia potenziale
diversa. Di conseguenza, l’energia nel corpo è in continuo movimento dai luoghi a
potenziale più alto verso i luoghi a potenziale più basso. I portatori delle cariche
elettriche nel continuo processo di livellamento sono le particelle dei liquidi del corpo: gli
ioni. Sono atomi che posseggono una determinata quantità di carica elettrica e, a seconda
che si muovano verso il polo negativo o quello positivo, si chiamano cationi e anioni.
Cosa ha a che fare tutto questo con il problema della sessualità? Moltissimo!
La tensione sessuale viene sentita in tutto il corpo, ma in modo particolarmente
intenso nel cuore e nell’addome. Gradualmente l’eccitazione si concentra negli organi
genitali. Essi si riempiono di sangue, e cariche elettriche raggiungono la superficie degli
organi genitali. Sappiamo per esperienza che toccando delicatamente una parte
sessualmente eccitata del corpo, si trasmette l’eccitazione ad altri organi. La tensione o
l’eccitazione aumenta con lo sfregamento. Essa raggiunge l’acme nell’orgasmo, uno stato
in cui avvengono contrazioni involontarie della muscolatura dei genitali e di tutto il
corpo. È noto che la contrazione muscolare è accompagnata dalla scarica di energia
elettrica. La scarica dei muscoli in fase di contrazione può essere misurata e raffigurata
graficamente da una curva. Taluni fisiologi ritengono che l’eccitazione dei nervi carichi il
corpo di energia e le contrazioni muscolari la scarichino; non il nervo, ma solo il
muscolo, che è in grado di contrarsi, può scaricare l’energia. Durante lo sfregamento
sessuale viene dapprima accumulata energia nei due corpi, energia che poi viene
scaricata nell’orgasmo. L’orgasmo non può essere altro che una scarica elettrica. La
struttura fisiologica negli organi genitali è particolarmente adatta a questo scopo: grande
vascolarità, densità dei gangli nervosi, capacità di erezione, una muscolatura
particolarmente adatta all’esecuzione di contrazioni spontanee.
Se si esamina più attentamente il processo, allora si scopre uno strano ciclo a
quattro tempi nel decorso dell’eccitazione:
1. Gli organi si riempiono di liquido: erezione con tensione meccanica.
2. Questo comporta una forte eccitazione che, come supponevo, era di natura
elettrica: carica elettrica.
3. Nell’orgasmo la contrazione muscolare scarica la carica elettrica e cioè
l’eccitazione sessuale: scarica elettrica.
4. Ciò è seguito da una distensione dei genitali attraverso un rifluire dei liquidi del
corpo: distensione meccanica.
Questo ciclo a quattro tempi, tensione meccanica → carica elettrica → scarica
elettrica → distensione meccanica, l’ho chiamato formula dell’orgasmo.
Possiamo rappresentare praticamente questo processo con un’immagine molto
semplice. Per fare questo, torno alla funzione di una vescica piena e dilatabile che avevo
immaginato sei anni prima di trovare la formula dell’orgasmo.
Immaginiamo due sfere, una rigida di metallo, l’altra (una vescica di maiale)
dilatabile come quella di un organismo vivente, un’ameba, una stella marina, o un cuore.
La sfera di metallo sarebbe vuota e la vescica di maiale o l’organismo
racchiuderebbero invece un complicato sistema di liquidi e di membrane di diversa
densità e conduttività elettrica. La sfera di metallo riceverebbe la sua carica elettrica
dall’esterno, per esempio da uno stimolatore elettrico; la vescica di maiale conterrebbe
invece al centro un caricatore automatico, quindi si caricherebbe spontaneamente
dall’interno. Secondo le leggi fondamentali della fisica, la carica elettrica della sfera di
metallo sarebbe distribuita in modo uniforme sulla superficie, e soltanto su di essa. La
vescica di maiale piena, a causa delle differenze di densità e del genere dei liquidi e delle
membrane, sarebbe invece elettricamente carica in tutte le sue parti, ma in modo
diseguale. In questa vescica di maiale ideale, le cariche elettriche sarebbero in continuo
movimento dai luoghi a potenziale più alto ai luoghi a potenziale più basso. Ma in
generale prevarrebbe una direzione:

Energia elettrica

  Energia elettrica

solo in superficie, distribuita regolarmente, fornita dall’esterno; l’intero sistema è


rigido

nell’intero corpo, distribuita irregolarmente, fornita da una fonte interna; l’intero


sistema è capace di espansione e di contrazione;
direzione degli impulsi bioelettrici dal centro.

 Schema della sfera inorganica e della sfera organica vivente

quella dal centro, dove agisce la fonte delle cariche elettriche, alla periferia. Per
questo motivo la vescica si troverebbe preferibilmente nello stato di estensione ed
espansione. Ogni tanto, come l’infusorio, tornerebbe alla forma sferica in
cui – rimanendo immutato il contenuto del corpo – la tensione di superficie è ridotta al
minimo. In caso di eccessiva produzione interna di energia, attraverso alcune contrazioni,
la vescica potrebbe scaricare l’energia verso l’esterno, cioè regolarla. Questa scarica di
energia sarebbe estremamente piacevole, poiché essa libera da una tensione accumulata.
Nello stato di espansione longitudinale, la vescica potrebbe eseguire diversi movimenti
ritmici, per esempio un movimento ondulatorio in cui si alternano espansione e
contrazione: è questo il movimento vermicolare o il movimento peristaltico intestinale:
Oppure essa potrebbe descrivere con tutto il corpo una linea ondulatoria, il
movimento serpentino:

 
In questo movimento l’organismo della vescica elettrica costituirebbe un’unità. Se
esso fosse in grado di provare delle sensazioni, sentirebbe come piacevole il ritmico
alternarsi di estensione, espansione e contrazione. Si sentirebbe come un bambino piccolo
che salta ritmicamente dalla gioia. Durante questi movimenti l’energia elettrica vegetativa
si troverebbe costantemente in uno stato di tensione-carica e scarica-distensione. Essa
potrebbe convertirsi in calore, in energia meccanica, cinetica, o in lavoro. Una simile
vescica, proprio come un bambino piccolo, si sentirebbe tutt’uno con l’ambiente, con il
mondo, con le cose. Tra le diverse vesciche esisterebbe un contatto immediato, ognuna di
esse identificherebbe il proprio movimento e il proprio ritmo con quelli delle altre. Non
sarebbero capaci di comprendere perché si debbano disprezzare certi movimenti naturali,
né perché si debbano compiere azioni innaturali. Attraverso la continua riproduzione
interna di energia, sarebbe dato e assicurato lo sviluppo, come il germogliare dei fiori o
come la progressiva divisione dell’ovulo dopo l’apporto di energia dato dalla
fecondazione. Inoltre, lo sviluppo non avrebbe fine. Il lavoro si svolgerebbe nell’ambito
dell’attività biologica generale e non contro di essa.
L’espansione longitudinale per periodi prolungati fisserebbe questo stato e
condurrebbe allo sviluppo di un apparato di sostegno nell’organismo. Questo renderebbe
impossibile il ritorno alla forma sferica, ma le contrazioni attraverso la flessione e
l’espansione continuerebbero indisturbate. In tal modo il ricambio energetico sarebbe
assicurato. Certo, un apparato di sostegno fissato costituirebbe già una premessa a una
minore protezione contro i freni nocivi della mobilità. Ma di per sé non costituirebbe
affatto un freno. Un simile freno potrebbe soltanto essere paragonato a un serpente che
sia stato legato in una parte del corpo. Anche se fosse legato in una parte qualunque del
corpo, un serpente perderebbe immediatamente il ritmo e l’unità del movimento
ondulatorio organico anche nelle parti del corpo ancora libere:
 
Il corpo animale e quello umano possono essere paragonati alla vescica appena
descritta. Per completare il quadro, dobbiamo ancora introdurre una pompa automatica,
un cuore artificiale che faccia circolare il liquido con ritmo regolare e cioè dal centro alla
periferia e ritorno: il sistema cardiovascolare. Anche negli stadi di sviluppo inferiori, il
corpo animale dispone di un apparato centrale per la produzione di elettricità. Sono i
cosiddetti «gangli vegetativi», gruppi di cellule nervose che, disposte a intervalli regolari,
dominano le funzioni vitali involontarie e sono collegati a sottilissimi cordoni a tutti gli
organi e alle loro parti. Essi sono gli organi delle sensazioni e delle percezioni vegetative.
Costituiscono un’unità congiunta, un cosiddetto «syncytium», e si dividono in due gruppi
con funzioni opposte: il vago e il simpatico.
La nostra vescica artificiale può estendersi e contrarsi. Potrebbe espandersi
straordinariamente e poi distendersi con poche contrazioni. Potrebbe essere floscia, tesa,
distesa o eccitata. Potrebbe concentrare le cariche elettriche assieme ai liquidi che le
portano, più in un luogo e meno altrove. Potrebbe tenere determinate parti in continua
tensione, altre in continuo movimento. Se la si comprimesse in un punto, si
verificherebbero immediatamente sovratensione e sovraccarica in un altro.
Se la si comprimesse poi su tutta la superficie, e cioè le si impedisse di espandersi
mentre interiormente la produzione di energia prosegue, essa proverebbe continuamente
angoscia, cioè un senso di oppressione e di angustia. Se potesse parlare, implorerebbe di
«essere liberata» da questo stato di affanno. La vescica sarebbe indifferente a ciò che le
accade, a una condizione: che il movimento, la trasformazione subentrino al suo stato
rigido e compresso. Essa stessa non può farlo. Lo deve fare qualcun altro al suo posto:
gettandola qua e là (ginnastica), manipolandola (massaggio), se necessario forandola
(fantasia di essere forati, di scoppiare), ferendola (fantasia masochistica di essere battuti,
harakiri) e, se tutto ciò non bastasse, dissolvendola e annientandola (nirvana, olocausto).
Una società che fosse costituita da simili vesciche sarebbe la creatrice delle
filosofie più perfette sull’ideale dello «stato privo di sofferenza». Poiché ogni espansione
verso il piacere o causata da stimoli piacevoli verrebbe percepita solo come dolorosa, la
vescica svilupperebbe un senso di paura delle eccitazioni piacevoli (paura
dell’eccitazione sessuale) e inoltre teorie sugli aspetti «cattivi», «dannati» e «distruttivi»
del piacere. In breve, essa sarebbe un asceta del ventesimo secolo. Infine essa temerebbe
ogni ricordo della possibilità della tanto desiderata distensione, poi la odierebbe e infine
la perseguiterebbe con la pena di morte. Si unirebbe con altri esseri rigidi ed elaborerebbe
rigide regole di vita. Queste regole avrebbero unicamente la funzione di garantire la
minore produzione possibile di energia all’interno, quindi di mantenere la calma, l’ordine
stabilito e le normali reazioni. Essa tenterebbe di dominare in modo inadeguato le
eccedenze di energia interna che non potessero essere eliminate attraverso il piacere e il
movimento naturali. Essa introdurrebbe, per esempio, azioni sadiche insensate o
cerimoniali molto meccanici e inutili (azioni religiose coatte). I fini reali hanno uno
sviluppo autonomo e quindi costringono chi li segue al movimento e all’irrequietezza.
La vescica potrebbe essere scossa da improvvise convulsioni in cui verrebbe
scaricata l’energia accumulata. Essa sarebbe quindi colta da attacchi isterici o epilettici.
Essa potrebbe anche irrigidirsi e isterilirsi completamente come nel caso della
schizofrenia catatonica. In ogni caso questa vescica avrebbe sempre paura. Dalla paura
deriva tutto il resto: la religione mistica, la fede nel capo, l’assurda disposizione alla
morte. Poiché nella natura tutto si muove, si trasforma, si sviluppa, si espande e si
contrae, nei confronti della natura la vescica corazzata si comporterebbe in modo
estraneo e ostile. Essa si considererebbe qualcosa di «molto speciale», «appartenente a
una razza superiore», per il fatto di avere il colletto bianco o di indossare un’uniforme.
Rappresenterebbe la «cultura» e la «razza» che non si accordano con la «natura». La
natura verrebbe considerata «bassa», «demoniaca», «animale», «incontrollata»,
«volgare». Ma nello stesso tempo la vescica, che sente ancora in sé le ultime tracce della
natura, dovrebbe idealizzarla, renderla Kitsch, parlando, per esempio, di «amore sublime»
o di «ribollire del sangue». Concepirla in termini di contrazioni del corpo sarebbe già
blasfemo. Contemporaneamente essa creerebbe un’industria della pornografia, senza
accorgersi della contraddizione.
La funzione della tensione-carica riassumeva vecchie idee apparse a suo tempo
nello studio della biologia classica. Era necessario verificarne la validità teorica. Sul
piano fisiologico, la mia teoria veniva confermata dal fatto ben noto che i muscoli si
contraggono spontaneamente. La contrazione muscolare può essere provocata da stimoli
elettrici. Però essa si verifica anche quando – come, per esempio, ha fatto Galvani – si
ferisce il muscolo in un punto e si collega l’estremità del nervo tagliato con il punto in cui
il muscolo è stato ferito. La contrazione è accompagnata dalla manifestazione misurabile
della cosiddetta corrente d’azione elettrica. Nei muscoli feriti esiste anche una corrente
normale. Essa si rivela quando il centro della superficie del muscolo viene collegato
all’estremità ferita per mezzo di un conduttore elettrico, per esempio un filo di rame.
Lo studio delle contrazioni muscolari costituisce da decenni un vasto campo di
indagine della fisiologia. Non comprendevo perché la fisiologia muscolare non riuscisse a
trovare il collegamento con la teoria della generale elettricità animale. Se si
sovrappongono due preparati nervo-muscolo in modo che il muscolo dell’uno tocchi il
nervo dell’altro, e si provoca una contrazione nel primo muscolo trasmettendo una scossa
elettrica al suo nervo, si contrae anche il secondo muscolo. Il primo si contrae reagendo
allo stimolo elettrico, sviluppando a sua volta una corrente biologica d’azione. Questa
agisce anch’essa a sua volta come stimolo elettrico sul secondo muscolo. Quest’ultimo
reagisce con una contrazione, sviluppando nello stesso tempo una seconda corrente
biologica d’azione. Poiché nel corpo animale i muscoli stanno uno accanto all’altro e
attraverso il liquido del corpo sono collegati con tutto l’organismo, ogni azione
muscolare deve esercitare un’influenza stimolante su tutto l’organismo.
Tale influenza naturalmente varierà a seconda della posizione del muscolo, dello
stimolo iniziale e della sua intensità; ma avrà sempre un effetto su tutto l’organismo. Un
esempio di questa influenza si ha nella contrazione orgastica della muscolatura genitale,
che è tanto intensa che si trasmette a tutto l’organismo. Non trovai nulla di tutto ciò nella
letteratura; eppure la cosa sembrava rivestire un’importanza decisiva.
Osservando più attentamente la curva dell’azione cardiaca, venne confermata la
mia ipotesi che il processo di tensione-carica dirige anche la funzione cardiaca, sotto
forma di un’onda elettrica che dall’atrio va all’apice. Presupposto dell’inizio della
contrazione è che l’atrio si riempia di sangue. Il risultato della carica e della scarica è
l’evacuazione del sangue attraverso l’aorta, in seguito alla contrazione del cuore.
I medicinali che aumentano il proprio volume nell’intestino hanno un effetto
lassativo. Il gonfiamento agisce sui muscoli come uno stimolo elettrico. Essi si tendono e
si distendono con un moto ondulatorio ritmico (movimento peristaltico), svuotando
l’intestino. Lo stesso vale per la vescica. Se la si riempie di liquido, essa si contrae
vuotandosi del suo contenuto.
Questa descrizione ha involontariamente mostrato un dato di fatto estremamente
importante, che può essere fatto valere come paradigma nella confutazione del pensiero
finalistico nella biologia. La vescica non si contrae «per adempiere alla funzione di
evacuare l’urina», per volontà divina o di forze biologiche ultraterrene. Essa si contrae
per un principio causale molto poco divino: perché il suo riempimento meccanico
provoca una contrazione. Questo vale indistintamente per ogni altra funzione. Non si
hanno rapporti sessuali «per procreare», ma perché l’eccesso di liquido carica
bioelettricamente i genitali e spinge verso la scarica. Nella distensione vengono scaricate
le sostanze sessuali. Quindi, «la sessualità non è al servizio della procreazione», ma la
procreazione è un risultato quasi casuale del processo di tensione-carica nei genitali. Per
quanto ciò possa essere deprimente per la filosofia morale eugenetica, è vero.
Nel 1933 mi capitò tra le mani un lavoro sperimentale del biologo berlinese
Hartmann. In base a speciali esperimenti sulla sessualità condotti sui gameti, egli era
riuscito a dimostrare che nella copulazione la funzione maschile e femminile non è fissata
a priori. Un gamete maschile più debole nei confronti di un gamete maschile più forte
può assumere un comportamento femminile. Hartmann lasciò aperto il problema da che
cosa è determinato il raggruppamento di gameti dello stesso sesso, il loro
«accoppiamento» se così lo vogliamo chiamare. Egli supponeva l’esistenza di «certe
sostanze» non ancora scoperte. Compresi che si trattava di processi elettrici. Alcuni anni
più tardi riuscii a confermare, mediante esperimenti elettrici, il raggruppamento dei bioni.
Sono forze bioelettriche che fanno sì che il raggruppamento nella copulazione dei gameti
avvenga in un modo piuttosto che in un altro. Nello stesso periodo mi venne inviato un
ritaglio di giornale in cui si parlava di esperimenti effettuati a Mosca. Uno scienziato (ho
dimenticato il suo nome) era riuscito a dimostrare che dagli ovuli femminili e dagli
spermatozoi, a seconda della carica elettrica, risultano individui maschili o femminili.
La procreazione è quindi una funzione della sessualità e non viceversa, come si
era creduto fino a quel momento. Freud lo aveva affermato per la psicosessualità, quando
aveva separato i concetti di «sessuale» e «genitale». Ma poi, per un motivo che rimane
per me incomprensibile, egli aveva infine posto di nuovo «la genitalità nella pubertà al
servizio della procreazione». Nel campo della biologia, Hartmann aveva dimostrato che
la sessualità non è una funzione della procreazione, ma viceversa la procreazione è una
funzione della sessualità. Le conseguenze per la valutazione moralistica della sessualità
sono evidenti: la sessualità non può più essere considerata un’aggiunta indesiderata della
conservazione della specie. Da parte mia potei fornire un terzo argomento che poggiava
sulle ricerche sperimentali di diversi biologi: la divisione dell’ovulo, come la divisione
della cellula in generale, è un processo orgastico. Essa è dominata dalla funzione
tensione-carica.
Quando l’ovulo femminile è fecondato, quando ha assorbito l’energia dello
spermatozoo, inizialmente si tende. Esso assorbe liquido, la membrana diviene molto
tesa. Ciò significa che la tensione di superficie cresce di pari passo con la pressione
interna. Quanto più aumenta la pressione del contenuto della vescica (rappresentata
dall’ovulo), tanto più difficile è per la superficie «tenere insieme» tutto. Questi sono
processi che risultano ancora interamente dalla contraddizione tra pressione interna e
tensione di superficie. Una vescica puramente fisica, se dilatata ulteriormente,
scoppierebbe. Nel caso dell’ovulo, a questo punto inizia invece il processo che è tanto
caratteristico per la funzione della materia vivente: l’espansione genera una contrazione.
La crescita dell’ovulo è dovuta all’intenso assorbimento di liquido e arriva sempre solo
fino a un certo punto. Il nucleo della cellula comincia a «irradiare», cioè a sviluppare
energia. Gurvitch chiamò il fenomeno «radiazione mitogenetica». Mitosi significa
divisione del nucleo, mitotische Kernfigur. Più tardi riuscì a osservare e a giudicare la
vitalità delle colture di bioni in base al grado di determinati fenomeni di radiazione
all’interno delle formazioni. All’interno della cellula l’estremo riempimento, la tensione
meccanica, è accompagnato da una carica elettrica. A un certo punto la membrana
incomincia a contrarsi, e precisamente laddove la sfera ha la massima circonferenza e
dove esiste la massima tensione. Si tratta sempre dell’equatore o, se si vuole, di un
qualsiasi meridiano della sfera. Questa contrazione non è, come si può osservare, un
processo graduale e costante, ma è un processo contraddittorio. La tensione della
membrana sul luogo della contrazione lotta contro la pressione interna, che proprio per
questo diventa sempre più forte. È facilmente comprensibile come la pressione interna e
la tensione di superficie si accentuino a vicenda. Da ciò risulta la visibile vibrazione,
ondulazione e contrazione:

 
Pressione interna e tensione di superficie nella divisione dell’ovulo

I. Equilibrio tra tensione di superficie (TS) e pressione interna (PI) nel processo
di tensione-carica → inizio del gonfiamento; II. PI > TS: la tensione di superficie
reagisce alla pressione interna con la strozzatura; III. Divisione; TS>, = PI; equilibrio
fra TS e PI attraverso l’ingrandimento della superficie; IV. Distensione; TS = PI; lo
stesso volume è distribuito su due sfere con una superficie più grande.
La strozzatura continua ad avanzare, la tensione interna aumenta sempre più. Se
l’ovulo potesse parlare, tradirebbe la sua paura. Esiste una sola possibilità di risolvere
questa tensione interna (oltre a quella di esplodere): la «divisione» di una grande vescica
con superficie tesa in due vesciche più piccole, nelle quali lo stesso contenuto
volumetrico è circondato da una membrana di superficie molto più grande e quindi meno
tesa. La divisione dell’ovulo corrisponde quindi a una soluzione della tensione. Il nucleo
passa prima dell’intera cellula attraverso il processo di avvolgimento a spirale (fusi).
L’avvolgimento a spirale è considerato da numerosi biologi come un fenomeno elettrico.
Se potessimo misurare lo stato elettrico del nucleo dopo la divisione della cellula, con
ogni probabilità potremmo constatare che esso si è scaricato. La «divisione riduttiva» in
cui la metà dei cromosomi (il cui numero si era raddoppiato nella formazione dei fusi)
viene espulsa, fornisce un’indicazione in questo senso. Ora ognuna delle due cellule-
figlie contiene lo stesso numero di cromosomi. La procreazione è compiuta.
La divisione della cellula segue quindi anch’essa il ciclo a quattro tempi della
formula dell’orgasmo: tensione → carica → scarica → distensione. È il processo più
importante della biologia. La formula dell’orgasmo potrebbe quindi anche essere
chiamata «formula della vita».
In quegli anni non volevo pubblicare nulla su tutto ciò. Mi limitai ad accenni
nell’ambito di esposizioni cliniche, e pubblicai soltanto un breve scritto, Die
Fortpflanzung als Funktion der Sexualität (1935), basato sugli esperimenti di Hartmann.
La cosa mi pareva di importanza così decisiva che non intendevo pubblicare nulla prima
che la mia ipotesi fosse confermata o confutata da particolari esperimenti.
Più tardi riuscii a esemplificare chiaramente le correnti vegetative, le contrazioni,
l’alternarsi della tensione di superficie e della pressione interna con l’immagine della
vescica organica membranosa e carica di energia.
6. Piacere e angoscia: contraddizione di base della vita vegetativa. Espansione e
contrazione biologica nei sistemi nervosi autonomi (unità e antitesi psicosomatica)

Nel 1933 le mie concezioni sull’unitarietà del funzionamento psichico e somatico


si erano chiarite anche nella seguente direzione:
Le funzioni biologiche fondamentali della contrazione e dell’espansione valevano
in egual misura tanto per la sfera psichica quanto per quella somatica. Risultavano due
serie di effetti antitetici, i cui elementi rappresentavano le diverse profondità del
funzionamento biologico.
Gli impulsi e le sensazioni non sono prodotti dai nervi, ma soltanto trasmessi. Gli
impulsi e le sensazioni sono azioni biologiche di tutto l’organismo. Sono presenti
nell’organismo vivente, molto prima che si sviluppi un sistema nervoso organizzato. I
protozoi rivelano in linea di massima le stesse azioni e gli stessi impulsi dei metazoi,
benché i primi non abbiano una sostanza cellulare nervosa organizzata. Friedrich Kraus e
Zondek hanno avuto il grande merito di aver dimostrato che le funzioni del sistema
nervoso autonomo possono venire non soltanto stimolate o ridotte, ma addirittura
sostituite da sostanze chimiche.
Sulla base dei suoi esperimenti, Kraus giunge alla conclusione che gli effetti dei
nervi, dei veleni e degli elettroliti possono sostituirsi a vicenda nel sistema biologico per
quanto riguarda l’idratazione e la disidratazione dei tessuti (che, come abbiamo visto,
sono le funzioni fondamentali della materia vivente).
Faccio seguire adesso una tabella che può servire di orientamento sull’intera
funzione.
Gruppo vegetativo

(Reciproco aumento e sostituibilità)

Effetto generale sui tessuti

Effetto centrale periferico

Simpatico

Calcio (gruppo)

Adrenalina

Colesterina

Ioni OH

Diminuzione della tensione di superficie

Disidratazione

Muscolo striato: allentato

Diminuzione dell’eccitabilità elettrica

Aumento del consumo di 02

Aumento della pressione sanguigna

sistolico/vasocostrittore

Muscolo cardiaco stimolato

Intestino frenato

Vago

Potassio (gruppo)

Colina
Lecitina

Ioni H

Aumento della tensione di superficie

Idratazione (gonfiamento dei tessuti)

Muscolo tetanicamente accorciato

Aumento dell’eccitabilità elettrica

Diminuzione del consumo di 02

Abbassamento della pressione sanguigna

diastolico/dilatatorio

Muscolo cardiaco allentato

Intestino stimolato

Dai dati presenti in questo schema risulta quanto segue:


1. L’antitesi tra il gruppo del potassio (vago) e quello del calcio (simpatico):
espansione e contrazione.
2. L’antitesi tra periferia e centro per quanto riguarda l’eccitazione.
3. L’identità funzionale delle funzioni del simpatico e del vago con quelle degli
stimolanti chimici.
4. La dipendenza dell’innervazione0 degli organi individuali dall’unità funzionale
e dall’antiteticità dell’intero organismo.
Come abbiamo detto, tutti gli impulsi biologici e le sensazioni organiche si
possono ricondurre all’espansione (estensione, dilatazione) e alla contrazione (ritorno
alla forma sferica, restringimento).
Quale rapporto esiste tra queste due funzioni fondamentali e il sistema nervoso
autonomo? Esaminando le eccitazioni vegetative estremamente complicate degli organi,
si scopre che il vago (parasimpatico) funziona ogni qual volta si verificano espansione,
dilatazione, iperemia, tensione e piacere. Il simpatico invece funziona ogni qual volta
l’organismo si contrae e si restringe, scarica sangue, rivela pallore, angoscia e dolore.
Ancora un passo e comprendiamo che il vago rappresenta la direzione dell’espansione,
«fuori di sé – verso il mondo», piacere e gioia; il simpatico invece la direzione della
contrazione, «via dal mondo – ritiro in sé», dolore e dispiacere. Il processo vitale si
svolge in un costante alternarsi di espansione e contrazione.
Un’ulteriore riflessione dimostra che la funzione del vago e la funzione sessuale
da una parte, la funzione del simpatico e quella del dispiacere o dell’angoscia dall’altra,
sono identiche. Vediamo che durante il piacere i vasi periferici si dilatano, l’epidermide si
arrossa, il piacere viene sentito fino alla massima estasi sessuale; invece nello stato di
angoscia si verificano contemporaneamente pallore, contrazione dei vasi e dispiacere.
Nello stato di piacere «il cuore si allarga» (dilatazione vagale) il polso ha un battito pieno
e tranquillo. Nello stato di angoscia il cuore si restringe, «è stretto da un crampo», batte
rapidamente a ritmo forzato. Nel primo caso esso deve riempire di sangue vasi dilatati,
nel secondo vasi ristretti. Nel primo caso deve svolgere un lavoro facile, nel secondo un
lavoro difficile. Nel primo caso il sangue è prevalentemente distribuito nei vasi, nel
secondo i vasi ristretti lo hanno accumulato vicino al cuore. In tal modo comprendiamo
immediatamente che in caso di angoscia si prova un senso di oppressione al cuore, e che
in caso di oppressione al cuore si prova un senso di angoscia. Si tratta dello stato della
cosiddetta ipertonia cardio-vascolare di cui si occupa tanto la medicina organica. Questa
ipertonia corrisponde a un generale stato di contrazione simpatico-tonica
dell’organismo.
 

Sindrome dell’angoscia

Sindrome del piacere

Vasi periferici

contratti

dilatati

Azione cardiaca

accelerata

rallentata

Pressione del sangue

aumentata

abbassata

Pupilla

dilatata

ristretta

Secrezione di saliva
diminuita

aumentata

Muscolatura

paralizzata o spastica

tonificata, rilassata

Al più alto livello psichico, l’espansione biologica viene percepita come


sensazione di piacere e la contrazione come sensazione spiacevole. Sul piano delle
pulsioni l’espansione e la contrazione si manifestano come eccitazione sessuale e
angoscia. Nel profondo stato fisiologico l’espansione e la contrazione sono coordinate
rispettivamente al vago e al simpatico. Secondo le scoperte di Kraus-Zondek, la funzione
del vago può essere sostituita dal gruppo potassio-ioni, la funzione del simpatico dal
gruppo calcio-ioni. Si presenta così un quadro efficace e convincente del funzionamento
unitario dell’organismo, dalle sensazioni psichiche più elevate fino alle più profonde
reazioni biologiche.
Qui di seguito sono elencate le due serie di funzioni corrispondenti alla loro
profondità:
Piacere

Dispiacere

Sessualità

Angoscia

Vago

Simpatico

Potassio

Calcio

Lecitina

Colesterina

Ioni-OH, colina (basi idratanti)*

Ioni H, adrenalina (acidi disidratanti)


Funzione dell’espansione

Funzione della contrazione

* Il Ph delle colture deve essere sempre basico.

Sulla base di questa funzione psicosomatica unitaria-antitetica, si chiarirono


alcune contraddizioni dell’innervazione autonoma dei nervi fino allora irrisolte. Fino a
quel momento l’innervazione autonoma dell’organismo era apparsa frammentaria e
disordinata. La contrazione dei muscoli è provocata una volta dal sistema nervoso
parasimpatico e l’altra dal simpatico. Le funzioni ghiandolari sono stimolate in un caso
dal parasimpatico (ghiandole genitali), nell’altro dal simpatico (ghiandole sudorifere). La
contrapposizione in una tabella delle innervazioni simpatiche e parasimpatiche degli
organi che funzionano autonomamente rende ancora più chiaro questo apparente
disordine:
Effetto del simpatico

Organo

Effetto del vago

Inibizione del muscolo sphincter pupillae (dal simpatico del collo). Stimolazione
del m. dilatator pupil (3º nervo cervicale). Risultato: Dilatazione delle pupille

Muscolatura dell’iride

L’irritazione del 3º nervo cervicale provoca la tensione del muscolo sphincter


pupillae.

Risultato:

Restrizione delle pupille

Inibizione delle ghiandole lacrimali:

«Occhi asciutti»

Stato depressivo

Ghiandole lacrimali

Stimolazione delle ghiandole lacrimali per mezzo della corda tympani.

«Occhi lucidi»
Gioia

Inibizione delle ghiandole salivali.

«Bocca asciutta »

Ghiandole salivali

Stimolazione e maggiore secrezione delle ghiandole salivali.

«Acquolina in bocca»

Stimolazione delle ghiandole sudorifere nel volto e nel corpo.

«Sudore freddo»

Ghiandole sudorifere

Inibizione delle ghiandole sudorifere nel volto e nel corpo

«Pelle asciutta»

Inibisce la muscolatura che apre la vescica. Stimola lo sfintere.

Impedisce la minzione

Vescica urinaria

Stimola la muscolatura che apre la vescica. Allenta lo sfintere: Stimola la


minzione

Tende la muscolatura liscia. Riduce la secrezione di tutte le ghiandole. Diminuisce


l’afflusso di sangue.

Vagina asciutta:

Sensazione sessuale diminuita

Organi sessuali femminili

Allenta la muscolatura liscia. Stimola tutte le funzioni ghiandolari. Aumenta


l’afflusso di sangue. Vagina umida.

Accresciuta sensazione sessuale

Tende la muscolatura liscia dello scroto, riduce la secrezione ghiandolare,


diminuisce l’afflusso di sangue:

Pene flaccido. Pulsione sessuale ridotta

Organi sessuali maschili

Allenta la muscolatura liscia dello scroto. Stimola tutte le secrezioni ghiandolari.


Aumenta l’afflusso di sangue:

Erezione. Pulsione sessuale accresciuta

Innervazioni del sistema nervoso vegetativo


Durante la dimostrazione sulle due direzioni dell’energia bioelettrica, si è
inavvertitamente constatato un fatto al quale finora abbiamo dedicato poca attenzione.
Ora abbiamo una chiara descrizione della periferia vegetativa. È ancora incerto il luogo
in cui si concentra l’energia bioelettrica, non appena si verifica uno stato di angoscia.
Deve esistere un centro vegetativo da cui parte e al quale ritorna l’energia bioelettrica.
Con questa domanda ci ricolleghiamo ai fatti ben noti della fisiologia. Nella cavità
addominale, la nota sede delle emozioni, si trovano i generatori dell’energia biopsichica.
Si tratta dei grandi centri del sistema nervoso autonomo, soprattutto del plesso solare, del
plesso ipogastrico, del plesso genitale di Frankenhäuser. Uno sguardo alla tavola
anatomica, che rappresenta il sistema nervoso vegetativo, ci mostra che i gangli
vegetativi sono più fitti nella regione addominale e genitale. Il seguente schema mostra il
rapporto delle funzioni tra il centro e la periferia:
             

 
Vago
Simpatico
Gonfiamento, espansione
Restrizione
Maggiore turgore (tensione di superficie)
Minore turgore (tensione di superficie)
Bassa tensione centrale
Tensione centrale elevata
Apertura
Chiusura
«Verso il mondo, fuori di sé»
«Via dal mondo, ritiro in sé»
Eccitazione sessuale; epidermide calda, rossa
Angoscia, pallore, sudore freddo
«Flusso» dal centro alla periferia
«Flusso» dalla periferia al centro

Parasimpateticotonia,
Processo vitale
Simpateticotonia,
 


 

rilassamento
oscillante tra
ipertensione

Schema a): Le funzioni base del sistema nervoso vegetativo


 
Schema b): Le stesse funzioni in un organismo corazzato.
Inibizione dell’impulso primario, da cui risulta l’impulso secondario e l’angoscia

 
Schema c): Unità e antitesi nel sistema nervoso vegetativo

Il tentativo di mettere ordine in ciò che sembrava un caos riuscì quando cominciai
a esaminare l’innervazione vegetativa di ogni organo sul piano delle funzioni biologiche
dell’espansione e della contrazione di tutto l’organismo.
In altre parole, mi chiesi come questo o quell’organo avrebbe normalmente
funzionato nello stato di piacere e nello stato di angoscia, e quale tipo di innervazione
autonoma si sarebbe riscontrato di volta in volta. Così, l’apparente innervazione
contraddittoria, se esaminata sul piano della funzione di tutto l’organismo, si rivelò
perfettamente ordinata e comprensibile.
Questo può essere dimostrato in modo convincente dall’innervazione
antagonistica del «centro» (cuore) e della «periferia» (vasi sanguigni e muscoli). Il vago
stimola il flusso del sangue verso la periferia dilatando i vasi, ma inibisce l’azione
cardiaca; viceversa, il simpatico inibisce il flusso del sangue verso la periferia
restringendo i vasi, ma stimola l’azione cardiaca. Considerando l’organismo nel suo
insieme, questa innervazione antagonistica è comprensibile, poiché nello stato di
angoscia il cuore deve superare la restrizione periferica, mentre nello stato di piacere può
lavorare tranquillamente e lentamente. Esiste un’antitesi funzionale tra centro e periferia.
Il fatto che lo stesso nervo (il simpatico) inibisca le ghiandole salivali e stimoli
contemporaneamente la secrezione di adrenalina generando così uno stato di angoscia, è
significativo per quanto riguarda la funzione di angoscia unitaria del simpatico.
Analogamente vediamo che nel caso della vescica urinaria, il simpatico stimola il
muscolo che impedisce la minzione, il vago svolge un’azione opposta. È altrettanto
significativo, per quanto riguarda l’insieme, che in stato di piacere le pupille, in seguito
all’azione del vago, si contraggano agendo come il diaframma di una macchina
fotografica e acuendo così la vista. Viceversa, in uno stato di paralisi angosciosa,
l’acutezza della vista è diminuita a causa di una dilatazione delle pupille.
La riconduzione dell’innervazione autonoma alle funzioni biologiche
fondamentali dell’espansione e della contrazione di tutto l’organismo era naturalmente un
importante passo avanti, e nello stesso tempo era un’importante conferma della mia
ipotesi biologica. Il vago stimola quindi sempre gli organi – indifferentemente nel senso
della tensione o dell’allentamento – quando tutto l’organismo si trova in uno stato di
piacevole espansione. Il simpatico stimola invece gli organi in un modo biologicamente
significativo quando tutto l’organismo si trova in uno stato di contrazione angosciosa. Il
processo vitale, in modo particolare la respirazione, può dunque essere inteso come un
costante stato di pulsazione in cui l’organismo continua a oscillare – come un
pendolo – tra espansione vagale (espirazione) e contrazione simpatica (inspirazione). Nel
fare queste considerazioni teoriche avevo in mente il comportamento ritmico di una
medusa o di un cuore. La funzione della respirazione è troppo complicata per essere
presentata brevemente in questa sede sulla base di queste nuove scoperte.

 
Correnti di plasma nell’ameba nello stato di espansione e di contrazione

Se questo stato biologico di pulsazione è disturbato in una direzione o nell’altra,


cioè se predomina la funzione dell’espansione o quella della contrazione, allora si
produce inevitabilmente un disturbo del generale equilibrio biologico. Il perdurare di uno
stato di espansione è sinonimo di una generale vagotonia. Viceversa, il perdurare di uno
stato di contrazione angosciosa è sinonimo di simpaticotonia. Tutti gli stati somatici che
clinicamente sono noti come ipertonia cardio-vascolare divennero quindi comprensibili
come stati simpaticotonici di angoscia cronicamente fissati. Al centro di questa
simpaticotonia generale si trova l’angoscia dell’orgasmo, cioè la paura dell’espansione e
della contrazione involontaria.
La letteratura fisiologica conteneva una quantità di analisi e di dati relativi ai
complicati meccanismi dell’innervazione autonoma. Il merito della mia teoria
sessuoeconomica non consisteva nell’aver scoperto nuovi fatti in questo campo ma,
almeno inizialmente, nell’aver ricondotto innervazioni generalmente note a una formula
biologica fondamentale generalmente valida. La teoria dell’orgasmo poteva vantarsi di
aver fornito un contributo essenziale alla comprensione della fisiologia dell’organismo.
Questa unificazione condusse alla scoperta di fatti nuovi.
Pubblicai un riassunto di queste scoperte con il titolo «Der Urgegensatz des
vegetativen Lebens» nella Zeitschrift für Politische Psychologie und Sexualökonomie, la
rivista fondata in Danimarca nel 1934, dopo la rottura con l’Associazione psicoanalitica
internazionale. Il mio articolo venne preso in considerazione solo diversi anni dopo negli
ambienti biologici e psichiatrici.
I penosi incidenti verificatisi durante il 13º Congresso psicoanalitico
internazionale di Lucerna nel 1934 furono riportati dettagliatamente nella citata rivista, di
modo che mi limiterò a dare qui alcuni cenni orientativi. Quando giunsi a Lucerna fui
informato dal segretario della Società psicoanalitica tedesca, di cui ero membro, che ero
già stato espulso nel 1933, dopo il mio trasferimento a Vienna. Nessuno aveva ritenuto
necessario informarmi delle ragioni di questa espulsione; inoltre non ero stato nemmeno
avvisato del fatto. Infine scoprii che il mio libro sull’irrazionalismo fascista4 mi aveva
messo in una posizione eccessivamente esposta, cosicché la mia ulteriore permanenza
nella Società psicoanalitica internazionale era divenuta impossibile. Quattro anni più tardi
Freud fu costretto a lasciare Vienna e a rifugiarsi a Londra, e i gruppi psicoanalitici
vennero distrutti dai fascisti. Per preservare la mia indipendenza, più tardi rinunciai alla
possibilità di ritornare a essere membro della Società psicoanalitica internazionale
attraverso l’adesione al gruppo norvegese.
Nella situazione di generale imbarazzo, solo uno psicoanalista ebbe la brillante
idea di sostenere che mi ero ammalato di schizofrenia; egli fece del suo meglio per
rendere nota in tutto il mondo la sua diagnosi.
Nel periodo successivo evitai di riprendere contatto con i miei colleghi di un
tempo. Il loro comportamento non era migliore e neppure peggiore di quello che si suole
assumere in casi del genere. Per condannare a morte delle idee con il silenzio basta
possedere una buona dose di stupidità. Poiché possedevo la chiave della funzione
biologica del sistema nervoso, riuscii a non irritarmi per il loro sgradevole
comportamento.
8. Il riflesso dell’orgasmo e la tecnica della vegetoterapia analitico-caratteriale

1. Atteggiamento muscolare ed espressione somatica

Nel lavoro di analisi caratteriale tentiamo per prima cosa di isolare in modo
coerente e sistematico gli atteggiamenti caratteriali aggrovigliati, e di smascherarli
progressivamente, a seconda della loro importanza attuale e della loro efficacia, come
funzioni di difesa. Il nostro scopo è quello di liberare gli affetti allentando le incrostazioni
caratteriali che in passato si erano formate a causa di gravi inibizioni e legami. Ogni
riuscito scioglimento di un’incrostazione caratteriale libera in un primo tempo affetti di
ira o di angoscia. Trattando anche gli affetti di ira o di angoscia come difese psichiche,
riusciamo infine a ridare al paziente la sua mobilità sessuale e la sua sensibilità biologica.
Quindi, allentando gli atteggiamenti caratteriali cronici, riusciamo a ottenere reazioni
del sistema nervoso vegetativo. La penetrazione nel campo vegetativo è tanto più
completa ed efficace quanto più meticolosamente trattiamo nello stesso tempo non solo
gli atteggiamenti caratteriali, ma anche gli atteggiamenti muscolari corrispondenti. In tal
modo una parte del lavoro si sposta dal campo psichico e caratteriale all’immediata
scomposizione dell’armatura muscolare. Già in precedenza si era constatato che
l’irrigidimento muscolare, dovunque esso si manifesti, non è una «conseguenza»,
un’«espressione» o una «manifestazione concomitante» del meccanismo di rimozione;
alla fine non potei sottrarmi all’impressione che l’irrigidimento fisico rappresentasse la
parte essenziale nel processo di rimozione. I nostri pazienti riferivano senza eccezione
che nell’infanzia avevano attraversato periodi in cui, attraverso determinate pratiche che
influenzavano le loro funzioni vegetative (trattenere il respiro, tendere la muscolatura
addominale ecc.), avevano imparato a reprimere i loro impulsi di odio, angoscia e amore.
Fino a quel momento la psicologia analitica si era preoccupata soltanto di sapere che
cosa reprimevano i bambini e quali motivi li spingevano a imparare a dominare i loro
affetti. Non si badò al modo in cui i bambini usano lottare contro i loro impulsi affettivi.
Proprio il processo fisiologico della rimozione merita la nostra massima attenzione. Ogni
volta è sorprendente vedere come lo scioglimento di un irrigidimento muscolare non solo
libera energia vegetativa, ma riproduce anche quella situazione nella memoria in cui la
repressione della pulsione si era verificata. Possiamo dire: ogni irrigidimento muscolare
contiene la storia e il significato del suo sorgere. Non è quindi necessario dedurre dai
sogni o dalle associazioni in che modo si è formata l’armatura muscolare; si tratta
piuttosto della forma in cui l’esperienza infantile continua a esistere come elemento
dannoso. La nevrosi non è soltanto l’espressione di un disturbo dell’equilibrio psichico,
ma in un senso molto più profondo e giustificato, essa è l’espressione di un disturbo
cronico dell’equilibrio vegetativo e della mobilità naturale.
Durante gli ultimi anni delle nostre ricerche, l’espressione «struttura psichica»
acquistò un significato particolare. Per struttura psichica intendiamo la caratteristica delle
reazioni spontanee, la condizione tipica per l’uomo determinata da forze sinergiche e
antagonistiche. La struttura psichica è quindi contemporaneamente una determinata
struttura biofisiologica, essa rappresenta una determinata condizione del gioco delle
forze vegetative che agiscono nell’individuo. È indubbio che la maggior parte di ciò che
si usa definire «predisposizione» o «costituzione pulsionale» si rivelerà come
comportamento vegetativo acquisito. La ristrutturazione che realizziamo non è altro che
una modificazione del gioco delle forze dell’apparato vitale vegetativo.
Gli atteggiamenti muscolari assumono anche un altro significato per la terapia
analitico-caratteriale. Essi danno infatti la possibilità di evitare, se necessario, la
complicata deviazione attraverso le strutture psichiche, e di penetrare direttamente
dall’atteggiamento corporeo nel campo degli affetti pulsionali. Così facendo l’affetto
rimosso appare prima del ricordo corrispondente. In tal modo la liberazione dell’affetto è
garantita, a patto che si riesca a cogliere e a sciogliere l’atteggiamento muscolare cronico.
Nel tentativo di liberare gli affetti procedendo solo dal campo psichico, la produzione di
affetti è affidata al caso. Il lavoro analitico-caratteriale sugli strati della incrostazione
caratteriale è tanto più efficace, quanto più completamente esso si serve dello
scioglimento dell’atteggiamento muscolare corrispondente. In moltissimi casi un freno
psichico sparisce solo con l’allentamento diretto della tensione muscolare.
L’atteggiamento muscolare è identico a ciò che chiamiamo «espressione
corporea». Molto spesso non si è in grado di dire se un malato è muscolarmente
ipertonico o no. Eppure, nell’insieme o in singole parti del suo corpo, egli esprime
«qualcosa». La sua fronte appare «piatta»; oppure il suo bacino esprime una paralisi
sessuale; le spalle possono apparire «dure» o «morbide». È molto difficile dire cosa ci
permette di renderci conto in modo così immediato dell’espressione somatica di un uomo
e di descriverla con parole appropriate. A questo proposito viene in mente la «perdita di
spontaneità» dei bambini: la prima e più importante manifestazione della definitiva
repressione sessuale tra il quarto e il quinto anno di età. Questa perdita di spontaneità
viene sempre vissuta inizialmente come sensazione di «morire», di «essere rinchiusi in
un’armatura» o di «essere murati». Più tardi questa sensazione di «essere morti» può
venire in parte compensata da funzioni psichiche di copertura, per esempio da una
superficiale allegria o da una socievolezza priva di contatti reali.
L’irrigidimento della muscolatura è l’aspetto somatico del processo di rimozione
e la base della sua conservazione duratura. Non sono mai singoli muscoli che entrano in
uno stato di tensione; si tratta sempre di complessi di muscoli che appartengono a
un’unità funzionale vegetativa. Per reprimere un impulso al pianto, non si contrae
soltanto il labbro inferiore, ma anche tutta la muscolatura orale e mascellare, nonché la
corrispondente muscolatura del collo, cioè tutti quegli organi che entrano in azione in
quanto unità funzionale in caso di pianto. A questo proposito ci viene in mente il noto
fenomeno che le persone isteriche non delimitano i loro sintomi somatici in base a zone
anatomiche ma in base a zone funzionali. Un rossore isterico non segue le ramificazioni
di una determinata arteria, ma coinvolge, per esempio, esclusivamente il collo o la fronte.
La funziona somatica vegetativa non conosce le delimitazioni anatomiche che noi
stabiliamo artificialmente.
L’intera espressione somatica può abitualmente essere ridotta a una formula che
prima o poi appare spontaneamente nel corso dell’analisi caratteriale. Stranamente, si
tratta quasi sempre di formula e termini presi dal regno animale, come «volpe», «maiale»,
«serpente», «verme» e simili.
Il complesso irrigidito di muscoli svela la sua funzione solo quando il lavoro di
districamento la raggiunge «in modo logico». Si tenterà invano di dissolvere, per
esempio, una tensione addominale subito all’inizio. Lo scioglimento di un irrigidimento
muscolare segue una legge che non è ancora possibile comprendere completamente per la
mancanza di tutti i necessari presupposti. Nella misura in cui possiamo permetterci di
dare un giudizio in base alle esperienze fatte finora, lo scioglimento dell’armatura
muscolare inizia abitualmente nei punti più distanti dall’apparato genitale, nella maggior
parte dei casi nella testa. L’atteggiamento del viso è il più evidente. L’espressione del viso
e la voce sono anche quelle funzioni che il malato stesso osserva e sente il più delle volte
con maggiore attenzione; l’atteggiamento del bacino, delle spalle e dell’addome è quasi
sempre nascosto.
Vorrei ora descrivere le più importanti caratteristiche e i meccanismi di alcuni
atteggiamenti muscolari tipici; l’elenco è ben lungi dall’essere esauriente.
Testa e collo: In molti pazienti si riscontra il sintomo di violenti mal di testa. Sono
spesso localizzati sopra la nuca, sopra gli occhi e sulla fronte. In psicopatologia questi
mal di testa vengono chiamati «sintomi nevrastenici». Come si producono? Si provi a
tendere fortemente per un periodo prolungato la muscolatura della nuca, come se ci si
volesse difendere da una presa minacciosa alla nuca; presto si sentiranno sorgere dolori
occipitali, e precisamente sopra il punto in cui la muscolatura è tesa. I dolori occipitali
sono quindi da ricondurre a un’ipertensione della muscolatura della nuca. Questo
atteggiamento esprime una costante paura che possa accadere qualcosa di pericoloso alle
nostre spalle: che si venga afferrati da dietro alla nuca, che si riceva un colpo sulla testa
ecc.
Il mal di testa sulla fronte, sopra le sopracciglia, che viene sentito come un
«cerchio attorno alla testa», si produce quando le sopracciglia vengono alzate
cronicamente. Chiunque può condurre questo esperimento su se stesso, alzando le
sopracciglia per un periodo prolungato. Così facendo anche la muscolatura della fronte,
come l’intera muscolatura della calotta cranica, si trova in uno stato di tensione continua.
Questo atteggiamento esprime una continua attesa ansiosa negli occhi. Pienamente
sviluppata, questa espressione corrisponderebbe a sbarrare gli occhi per lo spavento.
In fondo questi sintomi causati dai due citati atteggiamenti del capo appartengono
alla stessa categoria. In caso di spavento improvviso, gli occhi vengono sbarrati e
contemporaneamente si tendono i muscoli della calotta cranica. Esistono pazienti con
un’espressione del volto che si potrebbe definire «arrogante». Smantellandola, essa si
rivela un atteggiamento di difesa teso a nascondere l’espressione di spavento o di
angosciosa attenzione del loro volto. Alcuni pazienti ostentano una «fronte da pensatore».
Raramente si troverà tra costoro qualcuno che nell’infanzia non abbia avuto la fantasia di
essere un genio. Generalmente questo atteggiamento sorge come difesa contro stati di
angoscia, quasi sempre di natura masturbatoria; l’atteggiamento spaventato del capo si è
trasformato nell’«atteggiamento da pensatore». In altri casi riscontriamo una fronte
«liscia», «piatta» o «inespressiva», come se il malato avesse ricevuto una botta in testa. Il
motivo di questa espressione è normalmente la paura di essere battuti sulla testa.
Molto più importante, e anche più frequente, è l’irrigidimento delle zone intorno
alla bocca, al mento e al collo. In molte persone l’espressione del volto è simile a quella
di una maschera. Il mento è spostato in avanti e dà un’impressione di larghezza; il collo
sotto il mento «non vive». I due muscoli laterali del collo che vanno allo sterno spiccano
come due grossi cordoni; il pavimento della bocca è teso; questi pazienti hanno spesso
conati di vomito. La loro voce è normalmente bassa, monotona, e ha un suono «sottile».
Anche questo atteggiamento può essere sperimentato su se stessi. Si immagini di dover
reprimere un impulso al pianto. Per fare ciò si tenderà fortemente il pavimento della
bocca, tutta la testa si troverà in un continuo stato di tensione, il mento verrà spostato in
avanti e la bocca diverrà sottile.
In questo stato si tenterà invano di parlare con una voce alta e sonora. Spesso i
bambini, nella primissima infanzia, acquisiscono un simile atteggiamento, quando sono
costretti a reprimere violenti impulsi al pianto.
La concentrazione continua dell’attenzione su una determinata parte del corpo ha
sempre come conseguenza una fissazione dell’innervazione corrispondente. Se
l’atteggiamento in questione è lo stesso che si assume anche in una situazione emozionale
differente, allora si verifica spesso un accoppiamento delle due funzioni. Ho riscontrato
con particolare frequenza un accoppiamento dei conati di vomito con l’impulso al pianto.
Un esame più approfondito rivela che in entrambi i casi l’atteggiamento del pavimento
della bocca è quasi uguale. È del tutto vano volere eliminare i conati di vomito se non si
scopre la tensione del pavimento della bocca. In questo caso i conati di vomito sono la
conseguenza di un altro impulso frenato, cioè quello di voler piangere e di non poterlo
fare. Solo la completa liberazione del freno che impedisce il pianto può anche eliminare
la cronica sensazione di nausea.
Per quanto riguarda la testa e il viso, sono particolarmente importanti le
caratteristiche espressive del linguaggio. Nella maggior parte dei casi sono da ricondurre
a irrigidimenti della muscolatura della mascella e della gola. In due pazienti potei
osservare un violento riflesso di difesa alla gola che si verificava non appena si toccava,
anche se in modo impercettibile, la regione della laringe. In entrambi i casi si
riscontravano fantasie di essere feriti al collo, con una stretta o con un taglio.
L’espressione del viso nel suo insieme deve essere osservata molto attentamente,
indipendentemente dalle singole parti. Conosciamo l’espressione depressa del
melanconico. È curioso come l’espressione di lassezza possa accompagnarsi a una forte e
continua tensione della muscolatura. Esistono persone con un’espressione costantemente
e artificialmente raggiante; altre con le guance «tese» o «cascanti». Di solito i pazienti
trovano da soli l’espressione corrispondente, se si indica loro ripetutamente
l’atteggiamento e se lo si descrive esattamente o lo si imita. Una paziente con le guance
«tese» disse: «Le mie guance sono appesantite dalle lacrime». Il pianto trattenuto
conduce facilmente a un irrigidimento della muscolatura facciale che rende il volto simile
a una maschera. Già molto presto i bambini sviluppano la paura delle smorfie che in
precedenza amavano fare. Un freno agli impulsi corrispondenti fa sì che essi tengano
rigidamente «sotto controllo» l’espressione del viso.
2. La tensione addominale

Tralascio per il momento la descrizione dei sintomi nel petto e nelle spalle perché
ritengo più utile parlarne dopo aver esaminato gli atteggiamenti della muscolatura
addominale. Non esiste un malato nevrotico che non riveli una «tensione nell’addome».
Avrebbe poco senso elencare e descrivere qui i sintomi, senza comprenderne la funzione
nella nevrosi.
Il trattamento della tensione addominale è divenuto tanto importante nel nostro
lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come sia stato possibile curare
anche solo approssimativamente le nevrosi senza conoscere la sintomatologia del plesso
solare. I disturbi della respirazione nelle nevrosi sono sintomi conseguenziali delle
tensioni addominali. Si cerchi di immaginare di essere stati spaventati o di trovarsi in uno
stato di angosciosa attesa di un grande pericolo. Involontariamente si tratterrà il respiro e
si rimarrà in questa posizione. Poiché non si può cessare completamente di respirare,
presto si espirerà nuovamente, ma l’espirazione non sarà completa e profonda, ma
leggera; non si espirerà pienamente, ma solo a tratti. In uno stato di attesa angosciosa si
spingono involontariamente le spalle in avanti e si rimane in questo atteggiamento rigido.
A volte le spalle vengono anche alzate. Se si mantiene a lungo questo atteggiamento, si
comincia ad avvertire una pressione alla fronte. Ho curato diversi pazienti in cui non
riuscivo a eliminare la pressione alla fronte che dopo avere scoperto l’atteggiamento di
attesa angosciosa nella muscolatura toracica.
Che funzione ha l’atteggiamento descritto della «respirazione leggera»? Se
guardiamo la posizione degli organi interni e il loro rapporto con il plesso solare,
comprendiamo immediatamente di cosa si tratta. Quando si è spaventati si inspira
involontariamente; viene fatto di pensare all’inspirazione involontaria di quando si sta per
annegare e che è la causa principale della morte; il diaframma si contrae e comprime
dall’alto il plesso solare. La funzione di quest’azione muscolare diventa pienamente
comprensibile solo quando si prendono in considerazione i risultati dell’esame analitico-
caratteriale dei precedenti meccanismi di difesa infantili. I bambini combattono
solitamente i continui e penosi stati di angoscia che sentono nello stomaco trattenendo il
respiro. Essi fanno la stessa cosa quando provano sensazioni di piacere nell’addome o nei
genitali e ne hanno paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è forse uno dei primi e
più importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere
nell’addome sia di soffocare sul nascere l’«angoscia addominale». A questo trattenere il
respiro si aggiunge poi l’effetto della pressione addominale. Tutti conoscono le
sensazioni vegetative nell’addome. Vengono di solito descritte in modi diversi. I pazienti
si lamentano di un’insopportabile «pressione» nell’addome o accusano la presenza di una
cintura attorno allo stomaco, che li «stringe». In altri, esiste un certo punto del ventre che
è molto sensibile. Tutti hanno paura di ricevere un colpo nel ventre. Questa angoscia del
colpo nel ventre diventa il centro di nutrite fantasie. Altri hanno la sensazione di avere
qualche cosa racchiuso nel ventre: «C’è qualcosa nel ventre che non riesce a uscire»; «mi
sembra di avere un piatto nel ventre»; «il mio ventre è morto»; «devo tenere il mio
ventre» ecc. Quasi tutte le fantasie infantili sulla gravidanza e la nascita si raggruppano
intorno alle sensazioni vegetative del ventre.
Se, senza spaventare il paziente, si preme lentamente con due dita circa tre
centimetri sotto lo sterno, prima o poi si osserva una tensione di resistenza di riflesso o
una resistenza costante. Il contenuto del ventre viene protetto. Pazienti che si lamentano
di un continuo senso di pressione o di stretta, simile a quella di una cintura, rivelano una
muscolatura della parte superiore dell’addome estremamente rigida e tesa. Esiste quindi
una pressione dal davanti contro il plesso solare, come dall’alto attraverso il diaframma.
Una pressione diretta e una profonda inspirazione riducono il potenziale elettrico della
pelle dell’addome in media di dieci-trenta MV.1
Una volta avevo una paziente che era sull’orlo di una grave forma di melanconia.
La sua muscolatura era altamente ipertonica, era depressa e per un anno non si riuscì a
farle esprimere la minima traccia di affetto. Per molto tempo non compresi come potesse
affrontare le situazioni più gravi senza mostrare la minima traccia di affetto. Alla fine la
situazione cominciò a chiarirsi. Al minimo segno di un affetto, essa «si aggiustava nel
ventre», tratteneva il fiato e guardava dalla finestra con l’occhio fisso, lo sguardo
all’infinito. I suoi occhi assumevano un’espressione vuota, come se avessero guardato
dentro di sé. Tendeva la superficie addominale e stringeva le natiche. Più tardi essa disse:
«Faccio morire il ventre, così non sento più nulla; altrimenti il mio ventre ha la coscienza
sporca». Ciò che intendeva dire era: «Piacere sessuale e quindi coscienza sporca».
Il modo in cui i nostri bambini riescono a «bloccare le sensazioni nel ventre» con
la respirazione e la pressione addominale è tipico e universale. La vegetoterapia deve
duramente lottare contro questa tecnica del controllo affettivo, che è identica
all’universale cultura yoga.
Come era possibile che questo blocco della respirazione potesse reprimere o
eliminare completamente gli affetti? Questa domanda era decisiva. Era infatti divenuto
chiaro che il freno della respirazione costituiva il meccanismo fisiologico della
repressione degli affetti e la rimozione degli affetti era quindi anche il meccanismo
fondamentale della nevrosi in generale. Una semplice riflessione ci faceva ricordare che
la respirazione ha biologicamente la funzione di apportare ossigeno e di eliminare
biossido di carbonio dall’organismo. L’ossigeno contenuto nell’aria immessa permette la
combustione nell’organismo dei cibi digeriti. In termini chimici, combustione è tutto ciò
che comporta la formazione di composti con l’ossigeno. Nella combustione si crea
energia. Senza ossigeno non c’è combustione e di conseguenza neppure produzione di
energia. Nell’organismo l’energia si crea attraverso la combustione degli alimenti.
Durante questo processo vengono generati calore ed energia cinetica. La bioelettricità
viene prodotta durante questo processo di combustione. Se la respirazione è ridotta, si
introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità necessaria alla conservazione
della vita. Se nell’organismo viene prodotta meno energia, allora le eccitazioni vegetative
sono minori e quindi anche più facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici
ha quindi, biologicamente parlando, la funzione di ridurre la produzione di energia
nell’organismo, e quindi anche la produzione di angoscia.
3. Il riflesso dell’orgasmo

Per descrivere la liberazione diretta delle energie sessuali (vegetative) dagli


atteggiamenti muscolari patologici, scelgo un caso in cui si riuscì a ristabilire, bene e
rapidamente, la potenza orgastica. Vorrei premettere che questo caso, in quanto caso
esemplare, non ha la pretesa di illustrare le considerevoli difficoltà che abitualmente si
incontrano nel trattamento dei disturbi orgastici.
Un uomo di 27 anni, un tecnico, venne a consultarmi per il suo eccessivo vizio del
bere. Soffriva per il fatto di dover cedere quasi ogni giorno all’impulso di ubriacarsi;
temeva di rovinarsi completamente la salute e di perdere la capacità di lavorare. Quando
si incontrava con i suoi amici beveva smodatamente. Il suo matrimonio era molto
infelice. Sua moglie era un’isterica assai complicata che gli rendeva difficile la vita; si
vedeva subito che la miseria del suo matrimonio costituiva un motivo importante della
sua fuga nell’alcolismo. Inoltre, egli si lamentava di «non sentire la vita». Nonostante il
suo matrimonio infelice non riusciva a legarsi a un’altra donna. Il suo lavoro non gli
procurava alcun piacere, lo svolgeva meccanicamente, senza alcuna partecipazione e
senza il minimo interesse. Affermava che se le cose fossero continuate in questo modo,
sarebbe presto crollato. Questa situazione durava già da molti anni e negli ultimi mesi era
ulteriormente peggiorata.
Una delle sue più serie caratteristiche patologiche era l’assoluta incapacità di
essere aggressivo. Si sentiva costretto a essere sempre «gentile e cortese», ad approvare
tutto ciò che dicevano gli altri, anche se esprimevano opinioni contraddittorie e
diametralmente opposte alle sue. Soffriva della superficialità che lo dominava. Non era
capace di dedicarsi con serietà a nessuna cosa, a nessuna idea e a nessun lavoro.
Trascorreva il suo tempo libero nei caffè e nei ristoranti facendo discorsi vuoti e
raccontando barzellette insignificanti. In qualche modo egli sentiva che si trattava di un
atteggiamento patologico, ma a quell’epoca non si rendeva ancora pienamente conto del
significato patologico di questi tratti. Soffriva della diffusa malattia che diventa una
rigida costrizione a una malintesa socievolezza priva di contatto reale, che inaridiva
interiormente tante persone.
Osservandolo mi accorsi che si muoveva in modo malsicuro, che camminava
volutamente a gambe larghe, cosa che gli conferiva un che di goffo. Il suo portamento
non era energico, ma esprimeva sottomissione, come se si guardasse sempre da qualche
pericolo. L’espressione del suo viso era vuota e senza alcuna caratteristica particolare. La
pelle del viso era leggermente lucida, molto tesa e faceva l’impressione di una maschera.
La sua fronte sembrava «piatta». La bocca appariva piccola, contratta, e quando parlava
si muoveva appena; le labbra erano strette e sottili. Gli occhi erano inespressivi.
Nonostante questi evidenti, gravi danni della sua mobilità vegetativa, dietro tutto
ciò si intravedeva un essere molto vivace e intelligente. Probabilmente va attribuito a
questa circostanza se egli si sforzò energicamente di eliminare i suoi disturbi.
Il trattamento a cui lo sottoposi durò complessivamente sei mesi e mezzo, un’ora
al giorno. Cercherò di descriverne le tappe più importanti:
Subito nella prima seduta mi trovai di fronte al problema se mi conveniva
affrontare per prima cosa la sua riservatezza psichica o la sorprendente espressione del
suo viso. Decisi di fare la seconda cosa, affidando al successivo decorso del trattamento
quando e in quale forma affrontare la sua riservatezza psichica. Dopo che ebbi
coerentemente descritto l’atteggiamento contratto della sua bocca, si verificò un tremore
clonico, prima debole e successivamente sempre più forte, delle labbra. Egli fu sorpreso
dal carattere involontario di questo tremore e cercò di difendersi. Lo invitai a cedere a
ogni impulso. In seguito a ciò le sue labbra cominciarono a rovesciarsi ritmicamente in
avanti e a rimanere in quella posizione per alcuni secondi come per un crampo tonico.
Mentre ciò accadeva, il suo viso assumeva inequivocabilmente l’espressione di un
lattante. Il paziente ne fu sorpreso; si impaurì e mi chiese dove tutto ciò lo avrebbe potuto
condurre. Lo tranquillizzai e lo pregai soltanto di cedere coerentemente a ogni stimolo e
di comunicarmi qualsiasi inibizione di un impulso che avesse avvertito.
Nelle sedute successive le diverse manifestazioni sul suo volto divennero sempre
più chiare e gradualmente suscitarono l’interesse del malato. Egli disse che tutto ciò
doveva avere un significato particolare. Era molto strano che egli non sembrasse affatto
toccato psichicamente dopo una simile eccitazione clonica o tonica del suo viso, ma che
fosse in grado di parlare tranquillamente con me. In una delle sedute successive la
contrazione della bocca si accentuò fino a un pianto trattenuto. Emise suoni che
sembravano singhiozzi di dolore, lungamente trattenuti. I miei costanti inviti a cedere a
ogni stimolo muscolare ebbero successo. La suddetta attività del volto divenne sempre
più complicata. La sua bocca si contrasse effettivamente in una smorfia di pianto
convulso, ma questa espressione non si sciolse nel pianto, ma con mia grande sorpresa si
trasformò in un’espressione stravolta di ira. Stranamente il paziente non sentì la minima
ira benché sapesse perfettamente che si trattava di ira.
Quando queste azioni muscolari aumentavano al punto che il suo volto diventava
bluastro, egli si impauriva e diveniva inquieto. Voleva sempre sapere dove tutto ciò lo
avrebbe condotto e cosa gli sarebbe accaduto. Cominciai allora a fargli notare che la
paura di un avvenimento imprevisto corrispondeva pienamente al suo atteggiamento
caratteriale generale e che egli era dominato da una vaga paura che gli accadesse
improvvisamente qualcosa di insospettato.
Poiché intendevo continuare a studiare il suo comportamento somatico, dovetti
innanzitutto chiarire quale rapporto vi fosse tra le azioni muscolari del viso e il suo
generale atteggiamento caratteriale di difesa. Se l’irrigidimento muscolare non fosse stato
così evidente, avrei cominciato a lavorare sulla difesa caratteriale che mi si presentava
nella forma della sua riservatezza. Cominciai a pensare che il conflitto psichico che lo
dominava era evidentemente scisso. In quel momento la funzione di difesa era esercitata
dalla sua generale riservatezza psichica, mentre ciò contro cui egli si difendeva, cioè
l’eccitazione vegetativa, si manifestava nelle azioni muscolari del viso. Mi ricordai
tempestivamente che l’atteggiamento muscolare rappresentava non soltanto l’affetto
contro cui egli si difendeva, ma anche la stessa difesa. La piccolezza e l’irrigidimento
della sua bocca non poteva essere altro che l’espressione del contrario, della bocca spinta
in avanti, nella convulsione del pianto. Ora mi premeva condurre a termine
coerentemente l’esperimento della distruzione delle forze di difesa, non dal lato psichico,
ma da quello muscolare.
Lavorai quindi su tutti gli atteggiamenti muscolari del viso che potevano essere
considerati irrigidimenti, cioè difesa ipertonica dalle corrispondenti azioni muscolari. Ci
vollero alcune settimane perché le azioni della muscolatura del viso e del collo si
accentuassero fino ad arrivare all’immagine seguente: la contrazione della bocca si
trasformò in una convulsione clonica e poi in un’espressione appuntita della bocca.
Questa sporgenza delle labbra si sciolse in un pianto che però non scoppiò
completamente. Il pianto a sua volta fece posto a una violentissima reazione d’ira sul
volto. La bocca si contorse in una smorfia, la muscolatura delle mascelle divenne dura
come un sasso e digrignò i denti. Seguirono altri movimenti espressivi. Il paziente si
sollevò per metà dal divano, tremante di rabbia, alzò la mano destra fortemente contratta
come per sferrare un pugno, senza però sferrarlo realmente. Poi si lasciò cadere esausto
perché gli era venuto a mancare il fiato; il tutto si concluse in una specie di piagnucolio.
Queste azioni esprimevano una «rabbia impotente», come viene vissuta spesso dai
bambini nei confronti degli adulti.
Quando l’attacco fu finito, egli ne parlò con calma assoluta, come se nulla fosse
accaduto. Era chiaro: in un determinato punto, il legame tra la sua eccitazione muscolare
vegetativa e la sensazione psichica di questa eccitazione doveva essersi interrotto.
Naturalmente non continuai a discutere con lui soltanto la successione e il contenuto delle
sue azioni muscolari, ma anche lo strano fenomeno della sua riservatezza psichica nei
confronti di tutto ciò. Ciò che colpì entrambi fu che egli, nonostante la sua inattaccabilità
psichica, comprendesse immediatamente la funzione e il significato dei suoi attacchi.
Non era neppure necessario che io glieli interpretassi. Al contrario, egli mi sorprendeva
ogni volta con le spiegazioni dei suoi attacchi che per lui erano chiarissimi. Questo fatto
era estremamente positivo. Mi ricordai dei molti anni di duro lavoro sull’interpretazione
dei sintomi, quando dalle associazioni o dai sintomi si deduceva un affetto d’ira o di
angoscia cercando poi, per mesi e anni, di farlo comprendere, anche solo
approssimativamente, al malato. Quanto raramente e quanto poco si riusciva allora ad
andare oltre una comprensione puramente intellettuale! Avevo quindi buoni motivi per
rallegrarmi che il malato, senza alcuna spiegazione da parte mia, sentisse
immediatamente il significato della sua azione. Egli sapeva di esprimere una rabbia
immensa, che aveva chiuso per decenni in sé. Il blocco affettivo psichico cadde, quando
un attacco gli fece ricordare il fratello maggiore che da bambino lo aveva tiranneggiato e
maltrattato.
A questo punto egli comprese spontaneamente che allora aveva represso la sua
rabbia contro il fratello che era particolarmente amato dalla madre. Come difesa egli
sviluppò una gentilezza e un amore nei confronti del fratello, che erano un violento
contrasto con i suoi sentimenti reali. Egli non aveva voluto guastare i rapporti con la
madre. La rabbia, che a quel tempo non era esplosa, ora si manifestava nelle azioni
muscolari come se non fossero passati decenni.
A questo punto conviene fermarci un momento per chiarire la situazione psichica
in esame. Gli analisti che impiegano la vecchia tecnica dell’interpretazione dei sintomi
sanno di attaccare i ricordi psichici, e che è più o meno un caso se compaiono anche i
ricordi corrispondenti a precedenti esperienze, se le esperienze che affiorano sono
effettivamente quelle che hanno causato le eccitazioni più violente e più decisive per la
vita futura.
Nella vegetoterapia, d’altra parte, il comportamento vegetativo fa affiorare
necessariamente quel ricordo che è stato decisivo per lo sviluppo del tratto caratteriale
nevrotico.
È noto che l’attacco dei soli ricordi psichici risolve questo compito in un modo
estremamente incompleto; si deve ammettere che non vale la pena di sprecare tanto
tempo e tante energie quando, al termine di un trattamento di questo genere durato anni,
si osservano le modificazioni prodottesi nel paziente. I malati in cui si riesce a toccare
immediatamente il legame muscolare dell’energia sessuale vegetativa, producono
l’affetto prima di sapere di quale affetto si tratti. Inoltre appare in seguito
automaticamente e con facilità il ricordo dell’esperienza che ha inizialmente prodotto
l’affetto; come per esempio, nel nostro caso, il ricordo della situazione con il fratello
prediletto dalla madre. Non si potrà mai abbastanza sottolineare questo fatto; esso è tanto
importante quanto tipico: non è che in determinate circostanze un ricordo produca un
affetto, ma sono invece la concentrazione di un’eccitazione vegetativa e il suo
prorompere che riproducono il ricordo.
Freud sottolineò sempre che nell’analisi si aveva a che fare soltanto con «derivati
dell’inconscio», che l’inconscio si comportava come una «cosa in sé», cioè che non era
realmente afferrabile. Questa affermazione era giusta, ma non in senso assoluto.
Dobbiamo aggiungere che con il metodo seguito a quel tempo l’inconscio poteva essere
scoperto solo nei suoi derivati e non nella sua veste reale. Oggi, attaccando direttamente i
legami dell’energia vegetativa, riusciamo a cogliere l’inconscio non nei suoi derivati, ma
nella sua realtà. Il nostro paziente, per esempio, non deduceva il suo odio per suo fratello
da associazioni poco cariche d’affetto, ma si comportava come si sarebbe dovuto
comportare allora, se all’odio per il fratello non si fosse contrapposta la paura di perdere
l’amore della madre. E più ancora: sappiamo che esistono esperienze infantili che non
sono mai divenute coscienti. Dalla successiva analisi del nostro paziente risultò che pur
essendo cosciente sul piano intellettuale dell’invidia per il fratello, egli non si era mai
reso conto della misura e dell’intensità della rabbia che aveva in realtà accumulato dentro
di sé. Ora, come sappiamo, nei suoi effetti un’esperienza psichica non è determinata dal
suo contenuto, ma dalla quantità di energia vegetativa mobilitata da questa esperienza.
Nella nevrosi ossessiva, per esempio, possono essere consci persino desideri incestuosi,
ma ciò nonostante affermiamo che essi sono «inconsci» perché hanno perduto il loro
contenuto affettivo. Noi tutti abbiamo fatto l’esperienza che nella nevrosi ossessiva, con
il metodo normale, non si riesce a rendere cosciente il desiderio incestuoso se non in
forma intellettuale. Ma questo significa in realtà che l’eliminazione della rimozione non è
riuscita. Per illustrare quanto è stato detto, osserviamo i successivi avvenimenti
verificatisi durante il trattamento del nostro paziente.
Quanto più intense diventavano le azioni muscolari nel volto, tanto più si
diffondeva l’eccitazione somatica – pur rimanendo immutato il più completo distacco
psichico – verso il torace e l’addome. Dopo alcune settimane il paziente riferì che durante
le contrazioni al petto, ma soprattutto quando queste si scioglievano, egli aveva avvertito
certe «correnti» che andavano verso il basso ventre. In quei giorni egli abbandonò sua
moglie con l’intenzione di legarsi a un’altra donna. Ma nelle settimane successive risultò
che il progettato legame non si era verificato. In un primo tempo il malato non ci fece
affatto caso. Solo quando glielo feci notare, egli cercò di interessarsene dopo aver dato
alcune spiegazioni apparentemente banali; ci si accorgeva però chiaramente che egli era
soggetto a un blocco interno che gli impediva di occuparsi di questo problema in termini
realmente affettivi. Poiché nel lavoro di analisi caratteriale non si usa trattare
temi – anche se sono molto attuali – se non quando il malato diviene capace di affrontarli
da solo con piena affettività, rinviai la cosa e continuai a seguire la linea indicatami dalla
diffusione delle due azioni muscolari.
L’irrigidimento tonico, che comportava uno straordinario indurimento della
muscolatura, si diffuse, dunque al torace e alla parte superiore dell’addome. Durante
quegli attacchi era come se una forza interiore, contro la sua volontà, lo sollevasse dal
divano e lo tenesse sospeso. La muscolatura del torace e dell’addome era sottoposta a una
tensione tremenda. Ci volle parecchio tempo prima che comprendessi per quale motivo
non si verificava un’ulteriore diffusione verso il basso. A questo punto mi aspettavo che
l’eccitazione vegetativa si estendesse dall’addome al bacino, ma ciò non accadde. Si
verificarono invece vivaci contrazioni cloniche della muscolatura delle gambe,
accompagnate da una forte accentuazione del riflesso patellare. Con mia grandissima
sorpresa, il paziente mi comunicò che queste contrazioni della muscolatura delle gambe
gli procuravano una sensazione estremamente piacevole. Mi vennero subito in mente gli
spasmi clonici epilettici e vidi così confermata la mia teoria che nelle contrazioni
muscolari epilettiche ed epilettiformi si tratta di liberazioni di angoscia che procurano
solo sensazioni gradevoli (piacevoli). C’erano momenti durante il trattamento del mio
paziente in cui non ero sicuro di non avere a che fare con un caso di vera e propria
epilessia. Almeno esteriormente gli attacchi del paziente, che cominciavano in forma
tonica e si risolvevano qualche volta in forma clonica, si distinguevano pochissimo dagli
attacchi epilettici.
Vorrei sottolineare che in questa fase dopo circa tre mesi di trattamento, erano
state mobilizzate la muscolatura della testa, quella del torace e della parte superiore
dell’addome, come pure quella delle gambe, soprattutto la muscolatura del ginocchio e
della coscia. Il basso ventre e il bacino erano e restavano immobili. Anche la frattura tra
le azioni muscolari e la loro percezione da parte dell’Io rimaneva costante. Il paziente
sapeva dell’attacco. Era in grado di comprenderne il significato ma non ne percepiva
l’affetto. Il problema centrale continuava a essere: che cosa lo impedisce? Diveniva
sempre più chiaro che il paziente si rifiutava di cogliere il tutto in tutte le sue parti.
Entrambi sapevamo che il suo Io ero molto prudente. La prudenza non si esprimeva
soltanto nel suo atteggiamento psichico. Tale «prudenza» non solo si manifestava nel
fatto che con la sua gentilezza e con il suo adattamento alle esigenze della cura giungeva
solo fino a un certo punto e diventava poi brusco e freddo quando il lavoro analitico
superava certi limiti, ma anche nella sua attività muscolare; essa era quindi per così dire
doppiamente fissata. Egli stesso descriveva e coglieva la situazione affermando che si
sentiva come un ragazzo inseguito da un uomo che lo voleva bastonare. Dicendo questo,
egli faceva alcuni passi come per evitare qualcosa, si guardava impaurito alle spalle,
stringendo il sedere come per sottrarlo al suo persecutore. Nel tradizionale linguaggio
analitico si sarebbe detto: dietro le botte si nasconde probabilmente la paura di
un’aggressione omosessuale. Il paziente si era effettivamente sottoposto per un anno a
una cura analitica imperniata sull’interpretazione dei sintomi in cui era stata
continuamente interpretata la sua omosessualità passiva. «In sé» ciò era stato corretto, ma
dal punto di vista delle conoscenze attuali, devo dire che quest’interpretazione non aveva
avuto alcun senso. Vediamo che cosa impediva finora al paziente di cogliere realmente
sul piano affettivo questo dato di fatto: la sua prudenza caratteriale e il legame muscolare
della sua energia, che erano ben lungi dall’essere allentati.
A questo punto cominciai ad affrontare la sua prudenza non dal lato psichico,
come facevo abitualmente nell’analisi caratteriale, ma dal lato somatico. Continuai, per
esempio, a fargli notare che, pur esprimendo la sua rabbia nelle azioni muscolari, non
continuava mai nell’azione, non sferrava mai il pugno che in precedenza aveva contratto
e alzato. Alcune volte era accaduto che nello stesso momento in cui il pugno stava per
cadere sul divano, spariva la rabbia. Concentrai allora il lavoro analitico sul freno che
impediva il compimento dell’azione muscolare, sempre convinto che il malato esprimeva
la sua prudenza proprio in questo freno. Dopo alcune ore di coerente trattamento della
difesa dell’azione muscolare, si ricordò improvvisamente il seguente episodio avvenuto
quando aveva cinque anni: da piccolo abitava su una costa rocciosa che cadeva a
strapiombo sul mare. Un giorno era molto occupato ad accendere un fuoco ai margini del
precipizio, ed era così preso dal gioco che correva il rischio di cadere in mare. La madre
apparve sulla porta di casa che era distante solo pochi metri, vide quello che stava
facendo, si spaventò e cercò di farlo allontanare dal precipizio. Sapeva che era un
bambino molto vivace nei suoi movimenti, e proprio questo la spaventava. Cercò di
attirarlo a sé allettandolo con parole molto gentili e con la promessa di dargli dei dolci.
Dopo che egli ebbe ceduto alle lusinghe, essa lo picchiò terribilmente. Questo episodio
gli aveva fatto una grande impressione, ma ora egli lo comprese in relazione al suo
atteggiamento di difesa nei confronti delle donne e alla prudenza che manifestava nel
trattamento.
Ma con questo la cosa non era risolta. La sua prudenza restava immutata. Un
giorno, nell’intervallo tra due attacchi, raccontò con molto spirito il seguente episodio.
Egli era un appassionato pescatore di trote. Descrisse molto vivacemente il piacere che
provava pescando le trote; eseguì davanti a me i relativi movimenti, descrisse come si
scorge la trota, come si lancia la lenza; mentre parlava, aveva un’espressione avida, quasi
sadica. Fui colpito dal fatto che, pur avendo descritto meticolosamente tutte le fasi
dell’operazione, aveva trascurato un dettaglio: il momento in cui la trota abboccava
all’amo. Compresi il nesso, ma vidi che egli non aveva fatto caso all’omissione. Secondo
la tecnica analitica tradizionale, gli si sarebbe comunicato il nesso o lo si sarebbe
incoraggiato a scoprirlo da sé. A me importava invece proprio che notasse la mancata
descrizione della cattura e comprendesse i motivi dell’omissione. Passarono circa quattro
settimane, poi avvenne quanto segue: le contrazioni del suo corpo persero sempre più il
loro carattere tonico spastico. Anche i movimenti clonici diminuirono e si verificarono
strane contrazioni nell’addome; per me non erano una novità perché le avevo osservate in
molti altri pazienti, ma non nel contesto che mi si presentava ora. Il busto fece un
improvviso movimento in avanti, il centro dell’addome rimase fermo, e la parte inferiore
del corpo fece un improvviso movimento verso il busto. Durante simili attacchi, il
paziente si alzava improvvisamente a metà, mentre la parte inferiore del corpo scattava
verso l’alto. Era un movimento organico, unitario. C’erano ore in cui questi movimenti si
susseguivano ininterrottamente. Queste scosse di tutto il corpo si alternavano con
sensazioni di correnti nel corpo, soprattutto nelle gambe, e nell’addome, che gli
procuravano piacevoli sensazioni. L’atteggiamento della bocca e del viso mutò un poco.
Durante uno di questi attacchi il suo viso assunse completamente l’espressione di un
pesce. Senza che glielo avessi chiesto o gli avessi fatto notare la cosa, il paziente
esclamò: «Mi sento come un animale preistorico» e poco dopo: «Mi sento come un
pesce». Di che cosa si trattava? Senza sospettarlo e senza avere elaborato alcun nesso
attraverso l’associazione, nei suoi movimenti somatici il paziente rappresentava un
pesce – evidentemente catturato – che si dibatteva. Nel linguaggio dell’interpretazione
analitica si direbbe: egli «interpretava» la trota presa all’amo. La scena era espressa
perfettamente. La bocca era protesa in avanti, in modo contratto, rigida e contorta, e il
corpo si contraeva dalle spalle fino alle gambe. La schiena era dura come un sasso. In
questa fase non era del tutto comprensibile il fatto che il malato, durante le scosse,
allungasse anche le braccia in avanti come se stesse abbracciando una persona. Non
ricordo più se feci notare al paziente il nesso con la storia delle trote o se ci arrivò da solo
(in questo contesto, comunque, non è molto importante); però il paziente percepì
immediatamente il nesso, e non ebbe il minimo dubbio di rappresentare sia il pescatore
sia la trota.
Naturalmente il tutto aveva un rapporto immediato con le delusioni che gli aveva
dato la madre. A partire da una certa età lo aveva trascurato, maltrattato e spesso
picchiato. Era capitato spesso che da lei si attendesse qualcosa di bello e di buono, e che
si verificasse proprio il contrario. La sua prudenza diventava ora comprensibile. Egli non
si fidava di nessuno; non voleva farsi prendere. Questa era la ragione più profonda della
sua superficialità, della sua paura di abbandonarsi, di impegnarsi seriamente ecc. Quando
mettemmo in evidenza questo nesso, la sua natura cambiò in maniera impressionante. La
sua superficialità sparì, divenne serio. Questa serietà si manifestò improvvisamente
durante una seduta. Il paziente disse testualmente: «Non capisco; improvvisamente tutto è
divenuto così terribilmente serio». Egli non si era ricordato, per esempio, del serio
atteggiamento emotivo di un certo periodo della sua infanzia, ma egli effettivamente
passò dalla superficialità alla serietà. Divenne chiaro che il suo atteggiamento patologico
nei confronti delle donne, cioè la sua paura di legarsi con loro; di concedersi a esse, era in
relazione con questa paura caratteriale che era divenuta strutturale. Era un uomo molto
corteggiato, ma stranamente aveva approfittato ben poco di questa circostanza.
Da quel momento ci fu un rapido aumento delle sensazioni somatiche di correnti,
dapprima nel ventre, poi anche nelle gambe e nel busto. Egli descrisse queste sensazioni
non solo come correnti, ma anche come qualcosa di voluttuoso, di «dolciastro». Questo
avveniva soprattutto quando le contrazioni addominali erano state forti, vivaci e si erano
verificate in rapida successione.
A questo punto dobbiamo fermarci un momento per chiarire la situazione in cui si
trovava il paziente.
Le contrazioni addominali non erano altro che l’espressione del fatto che la
tensione tonica della muscolatura addominale si stava allentando. Il tutto avveniva come
un riflesso. Un leggero colpo sulla parete addominale dava il via alle contrazioni. Dopo
alcune contrazioni, la parete addominale era molle e la si poteva facilmente comprimere;
in precedenza era stata dura e tesa e aveva rivelato una manifestazione che per il
momento vorrei chiamare difesa addominale. La si può constatare in tutti gli individui
nevrotici, senza eccezione. Se si fa espirare profondamente il malato e si comprime
leggermente la parete addominale, circa tre centimetri sotto lo sterno, si sentirà una
violenta resistenza all’interno dell’addome, o altrimenti il malato proverà un dolore
simile a quello che si prova premendo sui testicoli. Uno sguardo alla posizione delle
viscere e del plesso solare del sistema nervoso vegetativo – in relazione ad altri fenomeni
che tratteremo più avanti – ci rivela che la tensione addominale ha la funzione di
esercitare una pressione sul plesso solare. La stessa funzione viene svolta dal diaframma
teso, nella sua posizione di pressione verso il basso. Anche questo sintomo è tipico. In
tutti gli individui più o meno nevrotici si può constatare, senza eccezione, una
contrazione tonica del diaframma; essa si esprime nel fatto che i pazienti possono
espirare in modo leggero e solo a scatti. Nell’aspirazione il diaframma viene sollevato, si
modifica la pressione esercitata sugli organi sottostanti, compreso il plesso solare.
L’allentamento del diaframma e della muscolatura della parete addominale è collegato a
una liberazione del plesso vegetativo dalla pressione che grava su di esso. Ciò si esprime
nella comparsa nella parte superiore del ventre di sensazioni simili a quelle che si
provano andando in altalena, scendendo in ascensore o cadendo. In base alle mie
esperienze, penso che si tratti di un fenomeno estremamente importante. Quasi tutti i
pazienti ricordano che da bambini si sono esercitati a frenare e a reprimere queste
sensazioni addominali, particolarmente intense nello stato di rabbia o di paura; essi lo
imparano spontaneamente, trattenendo il respiro e ritraendo l’addome.
La comprensione della tensione del plesso solare è indispensabile per
comprendere il successivo decorso del trattamento del nostro paziente. Ciò che accadde
in seguito era in perfetto accordo con la succitata ipotesi e la confermava. Quanto più
dettagliatamente feci osservare e descrivere al paziente l’atteggiamento della muscolatura
nella parte superiore dell’addome, tanto più intense divennero le contrazioni, tanto più
forti divennero le sensazioni di correnti che si verificavano dopo la fine delle contrazioni,
tanto più si diffusero i movimenti ondulatori, serpentini del corpo. Ma il bacino continuò
a rimanere rigido, finché cominciai a informare il malato della rigidezza della sua
muscolatura pelvica. Durante le contrazioni, tutta la parte inferiore del corpo veniva
spinta in avanti. Ma il bacino continuava a non muoversi. Invitai allora il malato a
concentrare la sua attenzione sull’inibizione che frenava il movimento del bacino. Gli ci
vollero circa due settimane per comprendere pienamente il suo freno muscolare nel
bacino e per superare l’inibizione. Imparò gradualmente a includere il bacino nella
contrazione. A questo punto apparve anche nel genitale una sensazione di correnti che
egli non aveva mai conosciuto in precedenza. Durante le sedute aveva delle erezioni e
sentiva un forte impulso a eiaculare. Le contrazioni del bacino, del busto e dell’addome
erano ormai le stesse che si producono e che si sentono nel clono orgastico. Da quel
momento il lavoro si concentrò nel far descrivere minuziosamente al paziente la sua
posizione nell’atto sessuale.
Ne risultò ciò che si riscontra non solo in tutti i nevrotici, ma anche nella
stragrande maggioranza delle persone di ambo i sessi: i movimenti nell’atto sessuale sono
artificialmente forzati, senza che gli interessati se ne rendano conto. Ciò che si muove
normalmente non è il bacino soltanto, ma il ventre, il bacino e le cosce insieme. Questo
non corrisponde al naturale movimento vegetativo del bacino nell’atto sessuale, ma al
contrario è un freno del riflesso orgastico. Si tratta di un movimento volontario, in
contrasto con il movimento involontario che si esegue quando il riflesso orgastico non è
disturbato. Questo movimento volontario ha la funzione di diminuire o di impedire del
tutto la sensazione orgastica di corrente nel genitale. In base a queste esperienze ero ora
in grado di aiutare rapidamente il paziente.
Risultò che egli teneva costantemente teso il pavimento pelvico. Solo in questo
caso compresi l’errore che avevo commesso in precedenza. Nei tentativi di eliminare le
inibizioni orgastiche avevo sempre trattato e cercato di allentare la contrazione del
pavimento pelvico, ma avevo sempre avuto la sensazione che ciò non bastasse, che il
risultato era in qualche modo incompleto. Ora compresi: il diaframma premeva sul plesso
dall’alto, le pareti addominali premevano dal davanti e la contrazione di tutto il
pavimento pelvico aveva lo scopo di ridurre considerevolmente lo spazio addominale dal
basso. Sul significato di questi dati di fatto nel causare e nel mantenere le situazioni
nevrotiche, ritornerò più avanti.
Dopo alcune settimane lo scioglimento dell’armatura muscolare del paziente
riuscì completamente. Nella misura in cui si rafforzavano le sensazioni di correnti nel
genitale diminuirono le contrazioni addominali isolate. Aumentò la serietà della sua vita
emotiva. A questo proposito si ricordò di un episodio occorsogli all’età di due anni.
Egli si trovava da solo con sua madre in un luogo di villeggiatura estiva. Era una
chiara notte stellata. La madre dormiva e respirava profondamente; ascoltava il rumore
delle onde che si infrangevano sulla riva. Era lo stesso stato d’animo serio, un po’ triste e
malinconico in cui si trovava attualmente. Possiamo dire che si ricordava di una
situazione della sua primissima infanzia, quando permetteva ancora al suo desiderio
vegetativo (orgastico) di manifestarsi. Dopo la delusione della madre, avvenuta quando
egli aveva cinque anni, lottò contro le sue energie vegetative, divenne freddo,
superficiale, in breve sviluppò il carattere che presentava all’inizio dell’analisi.
Da questo momento si rafforzò in lui la sensazione di un «singolare contatto con il
mondo». Mi assicurò della completa identità della serietà dei sentimenti che provava ora
con le sensazioni che aveva avuto da piccolo con la madre, soprattutto quella notte.
Descrisse tutto ciò nel modo seguente: «Mi sento come se fossi direttamente in contatto
con il mondo. È come se in me e fuori di me tutto vibrasse. È come se tutti gli stimoli
giungessero più lentamente, come il movimento di un’onda. È come un manto protettivo
a un bambino. È incredibile come sento ora la profondità del mondo». Non fu necessario
spiegarglielo, perché lo comprese spontaneamente: l’unione con la madre e l’unione con
la natura sono la stessa cosa. L’equiparazione della madre e della terra, o dell’universo,
assume un significato più profondo se la si comprende dal punto di vista dell’armonia
vegetativa dell’Io e del mondo.
Dopo alcuni giorni il paziente fu colto da un violento attacco di angoscia. Si
sollevò dal divano con la bocca spalancata in una smorfia dolorosa; la fronte era
imperlata di sudore; la muscolatura era tesa e indurita al massimo. Ebbe l’allucinazione di
essere un animale, una scimmia; la sua mano aveva assunto completamente la forma
contratta di quella di una scimmia, ed egli emetteva suoni che provenivano dal profondo
del petto, «come se non avessi avuto corde vocali», disse più tardi. Aveva avuto la
sensazione che qualcuno gli fosse venuto molto vicino e lo avesse minacciato. Poi gridò
come in trance: «Non arrabbiarti, voglio soltanto succhiare». L’attacco di angoscia si
placò, il paziente si calmò, e nelle sedute successive studiammo quanto era accaduto. Tra
le molte altre cose, ricordò che quando aveva circa due anni – poté ricostruire l’età in
base all’appartamento in cui abitava – aveva visto per la prima volta il Tierleben di
Brehm.2 Non ricordò di aver provato allora la stessa paura. Ma la paura corrispondeva
all’esperienza di allora: aveva osservato con grande ammirazione e stupore un gorilla.
La paura che non si era manifestata allora lo aveva però dominato per tutta la vita.
Ora essa era esplosa. Il gorilla rappresentava il padre, la figura minacciosa che voleva
impedirgli di succhiare. Il suo rapporto con la madre era quindi rimasto fissato ed era
esploso subito all’inizio del trattamento sotto forma dei movimenti succhianti della
bocca. Ma solo dopo essere penetrati attraverso tutta la sua armatura muscolare comprese
spontaneamente la cosa. Non era necessario cercare per anni, in base a tracce mnestiche
del paziente, l’esperienza della suzione. Durante il trattamento, era «attualmente» un
poppante con la relativa espressione del volto e le angosce vissute.
Posso ora abbreviare la descrizione. Dopo aver eliminato le due principali
fissazioni a situazioni infantili, la sua delusione nei confronti della madre e la sua paura
di abbandonarsi, la sua eccitazione genitale aumentò rapidamente. Dopo solo pochi giorni
conobbe una donna giovane e carina con cui fece amicizia, facilmente e senza
contraddizioni. Dopo il secondo o il terzo rapporto sessuale con lei, si presentò raggiante
e riferì che il bacino si era mosso, con sua grande sorpresa, «da solo». Dalla sua
dettagliata descrizione risultò che esisteva ancora un leggero freno al momento
dell’eiaculazione. Ma poiché il bacino aveva ormai acquistato la mobilità, era facile
eliminare anche quest’ultimo residuo. Si trattava ora di far sì che nel momento
dell’eiaculazione egli non si arrestasse, ma riuscisse ad abbandonarsi completamente ai
movimenti vegetativi. Egli non dubitò neppure per un istante che le contrazioni che aveva
prodotto durante il trattamento fossero semplicemente i movimenti vegetativi orgasmici
trattenuti del coito. Più tardi risultò però che il riflesso non si era sviluppato senza
disturbi. Le contrazioni avvenivano ancora a scatti; c’era ancora un forte timore di lasciar
cadere la testa all’indietro, cioè di assumere la posizione di abbandono. Dopo poco tempo
il paziente rinunciò a resistere al dolce e armonioso susseguirsi dei movimenti. A questo
punto sparì anche l’ultima traccia del suo disturbo, che in precedenza non si era
manifestato così chiaramente. La forma dura e a scatti delle contrazioni era
accompagnata da un atteggiamento psichico che diceva: «Un uomo è duro e non cede;
qualsiasi abbandono è tipicamente femminile».
La comprensione di questo fatto portò alla risoluzione di un suo vecchio conflitto
infantile con il padre. Da una parte egli si sentiva al sicuro e protetto dal padre. Per
quanto la situazione potesse essere difficile, era sicuro di potersi «ritirare» nella casa
paterna, ma nello stesso tempo tendeva all’autonomia e all’indipendenza dal padre; egli
sentiva il suo bisogno di protezione come qualcosa di femminile e voleva liberarsene.
Esisteva quindi un contrasto tra l’aspirazione all’indipendenza e il bisogno femminile-
passivo di protezione. Entrambe queste tendenze erano rappresentate nella forma del suo
riflesso orgastico. La soluzione del conflitto psichico avvenne di pari passo con
l’eliminazione della forma dura e a scatti del riflesso e il suo smascheramento come
difesa dal dolce movimento di abbandono. Quando provò l’abbandono nel riflesso stesso,
ne fu profondamente colpito: «Non avrei pensato» disse, «che anche un uomo potesse
abbandonarsi. Ho sempre ritenuto che si trattasse di una caratteristica sessuale
femminile». In tal modo la sua femminilità respinta era stata legata con la forma naturale
dell’abbandono orgastico, di modo che quest’ultima ne era risultata disturbata.
È interessante notare come nella struttura di questo malato si fosse riflessa e
ancorata la doppia morale sociale. Anche nella concezione ufficiale della società
l’abbandono viene istintivamente legato alla femminilità e l’inflessibile durezza alla
virilità. Nell’ideologia sociale è inconcepibile che una persona autonoma possa
abbandonarsi, e che una persona che si abbandona possa essere autonoma. Così come le
donne – a causa di questa equiparazione – protestano contro la propria femminilità e
vogliono essere mascoline, gli uomini si difendono dal proprio naturale ritmo sessuale
per paura di apparire femminili. Da ciò la diversa concezione della sessualità nell’uomo e
nella donna trae la sua apparente giustificazione.
Nei mesi che seguirono, si completò ogni tratto del suo carattere in
trasformazione. Cessò di bere smodatamente, ma non rifiutava un bicchiere quando si
trovava in società. Riuscì a stabilire un rapporto ragionevole con sua moglie e poi si legò
felicemente a un’altra donna, e soprattutto iniziò con interesse ed entusiasmo un nuovo
lavoro.
La sua superficialità scomparve, completamente. Non era più capace di perdere il
suo tempo facendo vuoti discorsi nei caffè, o di fare qualunque cosa che non rivestisse
per lui un vero interesse. Vorrei sottolineare espressamente che non mi era mai venuto in
mente di guidarlo moralmente o di influenzarlo in qualsiasi modo. Io stesso fui sorpreso
dalla trasformazione spontanea della sua natura che diventava sempre più seria e
obiettiva. Comprendeva ora le concezioni fondamentali della sessuoeconomia non tanto
in base al suo trattamento, per altro di breve durata, quanto – possiamo affermarlo
tranquillamente – in modo spontaneo in base alla struttura modificata, alle sensazioni del
suo stesso corpo e alla riacquistata mobilità vegetativa. In casi così difficili non si è
abituati ad avere successo in così breve tempo. Nei quattro anni successivi – periodo nel
quale ebbi sue notizie – il paziente continuò a consolidare il suo equilibrio, la sua
capacità di essere felice e di affrontare e risolvere le situazioni difficili.
Già da sei anni pratico la tecnica vegetoterapeutica su studenti e malati e posso
constatare che essa costituisce una grande conquista anche nel trattamento delle nevrosi
del carattere. I risultati sono migliori di quelli che si ottenevano in passato e i periodi di
trattamento sono più brevi. Un buon numero di medici e di pedagoghi ha già imparato a
praticare la vegetoterapia analitico-caratteriale.
4. La realizzazione della respirazione naturale

Prima di descrivere i singoli dettagli di questa tecnica, sarà bene riassumere


brevemente alcuni dati di fatto essenziali. La loro conoscenza ci spiegherà ogni misura
tecnica, che presa in sé potrebbe apparire insensata.
Il trattamento vegetoterapeutico degli atteggiamenti muscolari si intreccia in
modo ben preciso con il lavoro sugli atteggiamenti caratteriali. Esso non esclude quindi
in alcun modo il lavoro di analisi caratteriale. Piuttosto lo integra, o, in altri termini,
costituisce lo stesso lavoro, in uno strato più profondo dell’organismo biologico. Infatti
secondo le nostre concezioni terapeutiche l’armatura caratteriale e quella muscolare sono
perfettamente identiche. La vegetoterapia potrebbe quindi benissimo essere chiamata
«analisi caratteriale nell’ambito del funzionamento biofisico».
L’identità delle armature caratteriale e muscolare ha però un corollario. Gli
atteggiamenti caratteriali si possono infatti risolvere sciogliendo l’armatura muscolare e,
viceversa, gli atteggiamenti muscolari sciogliendo le caratteristiche caratteriali. Una volta
sperimentata l’efficacia della vegetoterapia muscolare, si è tentati di rinunciare al lavoro
sulle incrostazioni caratteriali. Ma la pratica ci insegna presto che non è possibile
escludere una forma di lavoro a favore di un’altra. In un caso potrà prevalere sin
dall’inizio il lavoro sull’atteggiamento muscolare, nell’altro quello sul comportamento
caratteriale. Ci sono anche certi pazienti con i quali il lavoro sul carattere e quello sulla
muscolatura dovranno essere svolti in parte contemporaneamente e in parte in modo
alternato. Ma il lavoro sull’armatura muscolare acquista alla fine del trattamento un
maggiore significato e una più vasta portata. Esso consiste nel far nuovamente funzionare
il naturale riflesso dell’orgasmo che però in tutti i malati psichici è gravemente scosso.
Questo avviene in diversi modi.
Nello sforzo di liberare il riflesso dell’orgasmo si vengono a conoscere una
quantità di dettagli che permettono di comprendere esattamente la differenza tra i
movimenti naturali e quelli innaturali, nevroticamente contratti. L’impulso vegetativo e il
freno vegetativo dello stesso impulso possono essere localizzati nello stesso gruppo
muscolare. Per esempio, il fatto di tenere la testa bassa può esprimere l’impulso di dare
un colpo con la testa nel ventre di un altro, come pure il freno dello stesso impulso. Il
conflitto tra pulsione e difesa, che conosciamo tanto bene in campo psichico, si ritrova
tale e quale nel comportamento fisiologico. In altri casi impulso e freno sono distribuiti
su differenti gruppi muscolari. Esistono per esempio malati nei quali l’impulso vegetativo
si manifesta in contrazioni involontarie dei muscoli della parte superiore dell’addome.
Ma il freno di questi impulsi vegetativi può trovarsi altrove, per esempio in una
contrazione dell’utero che, tastando accuratamente il basso ventre, appare al tatto come
un gnocco sferico ben delimitato. Si tratta di stati vegetativamente ipertonici della
muscolatura; il gnocco scompare a mano a mano che si libera il riflesso dell’orgasmo.
Succede persino che durante una stessa seduta il gnocco appaia e scompaia più volte.
Questo fenomeno è particolarmente importante. Infatti la liberazione del riflesso
dell’orgasmo avviene essenzialmente attraverso l’intensificazione dei freni vegetativi. Va
tenuto presente che il paziente non sa nulla dei suoi blocchi muscolari. Deve sentirli
prima di essere in grado di concentrare la sua attenzione su di essi. Il tentativo di
intensificare i suoi impulsi vegetativi prima di aver allentato i freni sarebbe
completamente vano.
Per facilitare la comprensione di questo fatto, ci serviamo di un esempio. Un
serpente o un verme rivelano un regolare movimento ondulatorio e ritmico, che domina
tutto l’organismo. Immaginiamoci ora che alcuni segmenti del corpo siano paralizzati o
tenuti fermi in qualche modo, e che quindi non possano muoversi seguendo il ritmo di
tutto il corpo. In tal caso il resto del corpo non potrebbe muoversi nelle sue varie parti
come in precedenza, ma tutto il ritmo sarebbe disturbato dall’esclusione di singoli gruppi
di muscoli. La completezza dell’armonia e della mobilità del corpo dipende quindi
dall’unitarietà, dall’interezza e dalla non interferenza degli impulsi del corpo. Per quanto
una persona sia mobile, se trattiene il bacino, sarà sempre frenata nel suo atteggiamento e
nei suoi movimenti. Ora, il riflesso dell’orgasmo consiste proprio nel fatto che un’onda di
eccitazione e di movimento passa dal centro vegetativo, attraverso la testa, il collo, il
torace, l’alto e basso ventre, fino al bacino e poi fino alle gambe. Se questa onda viene
trattenuta in qualche punto, se viene rallentata e bloccata, allora il riflesso viene
«spezzato». Abitualmente i malati rivelano non uno, ma molti di tali blocchi e freni del
riflesso dell’orgasmo in diverse parti del corpo. In due punti si riscontra regolarmente il
freno: al collo e all’ano. Si può supporre, ma non affermare con certezza, che ciò dipenda
dalla natura embrionale dei due orifizi. Com’è noto, l’esofago e l’ano sono le aperture
terminali del primitivo intestino animale.
Bisogna trovare i singoli punti di freno del riflesso dell’orgasmo ed evidenziarli;
poi il corpo stesso trova la via indicatagli dal decorso dell’eccitazione vegetativa. È
sorprendente osservare con quanta logica il corpo compone l’intero riflesso. Quando, per
esempio, è stato sciolto un irrigidimento della nuca, o è stata evidenziata una contrazione
del collo o del mento, allora appare quasi regolarmente qualche impulso nel petto o nelle
spalle; dopo non molto anch’esso viene bloccato in quel punto da un freno
corrispondente. Se si scioglie anche il nuovo freno, compare allora qualche impulso
nell’addome, finché anche questo viene frenato a sua volta. In tal modo ci si convince che
un allentamento della mobilità vegetativa del bacino è impossibile prima di aver sciolto le
funzioni frenanti che si trovano nella parte superiore del corpo.
Ma questa descrizione non dovrebbe essere intesa troppo schematicamente. Certo,
ogni allentamento di un freno permette a una parte di impulso vegetativo di apparire «più
in basso». Ma, al contrario, una contrazione al collo spesso può essere sciolta solo
quando sono già apparsi impulsi vegetativi più forti, per esempio, nel ventre. Quando si
manifestano nuovi impulsi vegetativi, appaiono chiaramente freni rimasti ancora nascosti.
In certi casi si scoprono gravi contrazioni al collo soltanto quando l’eccitazione
vegetativa del bacino è arrivata a un certo sviluppo. L’aumentata eccitabilità mette in
moto anche i rimanenti meccanismi inibitori.
A questo proposito sono particolarmente importanti i movimenti sostitutivi. Molto
spesso un impulso vegetativo viene simulato laddove esiste soltanto un movimento
acquisito, semivolontario. L’impulso vegetativo di base viene liberato solo quando il
movimento sostitutivo è stato smascherato ed eliminato. Moltissimi malati soffrono, per
esempio, di una tensione cronica della muscolatura mascellare, che conferisce alla parte
inferiore del loro volto un’espressione «cattiva». Quando si tenta di spingere il mento
verso il basso, si sente una forte resistenza; se si invita il malato ad aprire e a chiudere la
bocca, egli esegue questo movimento solo dopo alcune esitazioni e con evidente sforzo.
Bisogna però che il malato si renda conto del modo artificioso con cui apre e chiude la
bocca, prima di riuscire a convincerlo che la mobilità del suo mento è frenata.
I movimenti volontari di certi gruppi muscolari possono quindi fungere da difesa
contro i movimenti involontari. Allo stesso modo certe azioni muscolari involontarie
possono manifestarsi come difesa contro altre azioni involontarie, per esempio un
movimento ritmico della muscolatura della palpebra («tic») può essere una difesa contro
un modo forzato di guardare. Azioni muscolari volontarie possono però anche avvenire
nella stessa direzione delle azioni involontarie; quindi l’imitazione cosciente di un
movimento pelvico può far scattare un movimento pelvico involontario, vegetativo.
Il principio fondamentale della liberazione del riflesso dell’orgasmo è:
1. La localizzazione dei freni e dei punti di frattura che impediscono l’unitarietà
del riflesso dell’orgasmo.
2. L’intensificazione dei meccanismi frenanti involontari e degli impulsi
involontari, come, per esempio, il movimento in avanti del bacino, che può liberare
l’intero impulso vegetativo frenato.
Il mezzo più importante per liberare il riflesso dell’orgasmo è una tecnica
respiratoria creatasi spontaneamente durante il trattamento. Non esiste alcun nevrotico
che sia in grado di espirare in un sol colpo, profondamente e regolarmente. Nei malati si
sono annidate tutte le pratiche immaginabili che impediscono la profonda espirazione.
Essi espirano a scatti oppure dalla posizione di espirazione tornano rapidamente nella
posizione di inspirazione. Alcuni malati descrivono il freno che avvertono con le parole
seguenti: «È come se un’onda si infrangesse contro uno scoglio. Non si riesce ad andare
avanti».
La sensazione di questo freno si trova nella parte superiore o nel centro
dell’addome. Espirando profondamente, nell’addome si verificano vivaci sensazioni di
piacere o di angoscia. Il compito del blocco della respirazione consiste proprio
nell’evitarle. Per prepararli alla liberazione del riflesso dell’orgasmo, faccio inizialmente
inspirare i miei pazienti perché «prendano un certo slancio nella respirazione». Se si
invitano i malati a respirare profondamente, di solito essi inspirano ed espirano in modo
forzato e artificiale. Questo comportamento volontario serve soltanto a impedire il ritmo
vegetativo naturale della respirazione. Viene smascherato come freno; si invita il malato a
respirare in modo «del tutto naturale», cioè a non fare esercizi di respirazione, perché è
proprio questo che egli vorrebbe fare. Dopo avere respirato 5-10 volte, il respiro di solito
diventa più profondo e appaiono i primi freni. Espirando profondamente in modo
naturale, alla fine la testa si sposta spontaneamente all’indietro. I malati non sono capaci
di lasciare cadere la testa all’indietro in modo spontaneo e naturale. La spingono in
avanti, per evitare il movimento all’indietro, oppure la spostano con uno scatto
improvviso da un lato; comunque la muovono in modo diverso da quello naturale.
Espirando profondamente in modo naturale, le spalle sono rilassate e si muovono
dolcemente e leggermente in avanti. I nostri malati tengono ferme le spalle proprio alla
fine dell’espirazione, le alzano, in breve compiono diversi movimenti con le spalle per
impedire il movimento vegetativo spontaneo.
Un altro mezzo per realizzare il riflesso dell’orgasmo è una lieve pressione sulla
parte superiore dell’addome. Appoggio le punte delle dita di entrambe le mani circa nel
mezzo tra l’ombelico e lo sterno del paziente, lo faccio inspirare profondamente ed
espirare altrettanto profondamente. Durante l’espirazione comprimo gradualmente e
dolcemente la parte superiore dell’addome; i diversi pazienti reagiscono in modo molto
diverso. In alcuni il plesso solare si rivela estremamente sensibile alla pressione; in altri si
verifica un movimento in senso contrario che consiste nell’arcuare la regione sacrale
della schiena. Sono gli stessi malati che reprimono ogni eccitazione orgastica nell’atto
ritraendo il bacino e arcuando la schiena. Ci sono casi in cui dopo un po’ di tempo, in
seguito alla pressione esercitata sulla parte superiore dell’addome, compaiono contrazioni
ondulatorie nel ventre. Qualche volta in questi casi si libera il riflesso dell’orgasmo. Dopo
una prolungata e profonda espirazione, la parete addominale, precedentemente molto
tesa, diviene più morbida. È più facile comprimerla; i pazienti dicono di «sentirsi
meglio», ma si tratta di un’affermazione che va accolta con riserva. Ho adottato una
formula che i malati comprendono spontaneamente. Li invito a «rilassarsi»
completamente. La posizione rilassata è uguale a quella di abbandono: la testa scivola
all’indietro, le spalle si spostano in avanti e in alto, il centro dell’addome si ritrae, il
bacino viene spinto in avanti e le gambe si divaricano spontaneamente. La profonda
espirazione comporta spontaneamente la posizione di abbandono (sessuale). Così si
spiega il freno dell’orgasmo nelle persone incapaci di abbandonarsi; esse trattengono il
respiro quando l’eccitazione sessuale sta raggiungendo l’acme.
Molti pazienti tengono la schiena arcuata, in modo che il bacino si sposti
all’indietro e la parte superiore dell’addome si sposti in avanti. Se si mette una mano
sotto il centro della regione sacrale e si chiede al paziente di spingerla indietro, si scopre
che egli oppone resistenza: la posizione rilassata del corpo equivale alla posizione di
abbandono nell’atto o nello stato di eccitazione sessuale. Quando il malato ha compreso e
assunto la posizione di abbandono, è stato fatto il primo passo per liberare il riflesso
dell’orgasmo. La bocca leggermente aperta favorisce il raggiungimento della posizione di
abbandono. Durante questa attività appaiono nuovi freni; per esempio, molti pazienti
aggrottano le sopracciglia, allungano le gambe e i piedi in modo spasmodico ecc. Non si
possono dunque prima eliminare i freni uno dopo l’altro per ottenere il riflesso
dell’orgasmo. Nel processo di riunificazione del ritmo organico spezzato di tutto il corpo
si rivelano piuttosto tutte le azioni e i freni muscolari che, durante la vita passata del
paziente, hanno impedito la sua funzione sessuale e la sua mobilità vegetativa.
Solo durante questo lavoro appaiono le pratiche che i malati hanno imparato da
piccoli per dominare i loro stimoli pulsionali e le loro «angosce nel ventre». Come un
tempo hanno battuto eroicamente il «diavolo» che stava in loro, il piacere sessuale, così
ora si difendono con assurdo coraggio contro l’acquisita capacità di piacere. Mi limito a
citare alcuni tipici meccanismi di rimozione somatica. Quando le eccitazioni nel ventre
diventano troppo forti durante il lavoro di liberazione, molti pazienti fissano con sguardo
assente un angolo della stanza o la finestra. Se si risale alle origini di questo
comportamento, i pazienti si ricordano che da bambini lo hanno praticato coscientemente
ogni qual volta si vedevano costretti a controllare la rabbia contro i genitori, i fratelli o gli
insegnanti. Riuscire a trattenere a lungo il respiro era considerato una prova eroica di
autocontrollo.
Lo stesso dicasi per la capacità di irrigidire la testa e le spalle. «Stringere i denti»
diventa una richiesta morale.
Il linguaggio riflette qui direttamente il processo somatico dell’autocontrollo;
certe frasi, di uso comune nell’educazione, rappresentano esattamente ciò che qui è
descritto come armatura muscolare.
«Un uomo deve sapersi controllare»; «un bambino così grande non piange»; «non
lasciarti andare»; «non far vedere che hai paura»; «non perdere la calma»; «stringi i
denti»; «fai buon viso a cattiva sorte»; «cammina a testa alta» ecc. Questi tipici
ammonimenti in un primo tempo vengono respinti dai bambini, poi vengono adottati con
riluttanza e in seguito applicati come propri. Danneggiano sempre la vitalità del bambino,
lo influenzano negativamente e distruggono la sua vivacità trasformandolo in un pupazzo
bene educato.
Una madre abbastanza istruita mi parlò della figlia che aveva undici anni; fino a
cinque anni le era stato severamente proibito di masturbarsi. All’età di circa nove anni
vide una rappresentazione teatrale per bambini in cui appariva un mago le cui dita erano
artificialmente allungate e di forma disuguale. Già allora rimase fortemente impressionata
dal suo indice enorme, e da allora la figura del mago riapparve in tutti i suoi stati di
angoscia.
«Sai» raccontò alla madre, «quando mi viene la paura comincia sempre dalla
pancia» (dicendo questo ella si piegò come se provasse dolore). «Allora non posso
muovermi. Non posso muovere nessuna parte del corpo. Posso giocare solo con quella
piccola cosa là in basso (si riferisce alla clitoride), la tiro pazzamente avanti e indietro. Il
mago mi dice: “Non devi muoverti, solo laggiù, quella la puoi muovere”. Quando la
paura diventa troppo grande voglio accendere la luce. Ma ogni grande movimento non fa
che accrescere la mia paura. Solo se faccio movimenti molto piccoli la situazione
migliora. Ma quando c’è la luce e ho tirato abbastanza là in basso, divento sempre più
calma e poi tutto passa. Il mago è come Nana; anche lei mi dice sempre: “Non muoverti,
stai ferma” (nel dire questo la sua faccia diviene seria). Anche quando avevo solo le mani
sotto le coperte, veniva e me le tirava fuori.»
Poiché teneva quasi per tutto il giorno la mano sul genitale, la madre le chiese
perché lo facesse. Ella non sapeva affatto di farlo tanto spesso. Poi descrisse le diverse
sensazioni che provava. «Qualche volta ho soltanto voglia di giocare, allora non ho
bisogno di tirare. Quando invece sono paralizzata dalla paura, devo tirare e strappare
violentemente. Quando tutti se ne sono andati e non ho nessuno con cui parlare di queste
cose, la paura ritorna più forte di prima e devo continuamente fare qualcosa là in basso.»
Poco dopo ella aggiunse: «Quando viene la paura, divento ostinata. Allora voglio
combattere contro qualcosa, ma non so contro cosa. Non pensare che io voglia
combattere contro il mago (la madre non lo aveva neppure menzionato), di quello ho
troppa paura. È qualcosa che non conosco».
Questa bambina fornisce una buona descrizione delle sue sensazioni addominali e
di come – ricorrendo alla fantasia del mago – cerca di controllarle.
Un altro esempio servirà a illustrare il significato che la respirazione ha per
l’attività dei gangli vegetativi addominali. In un paziente, durante ripetute, profonde
espirazioni, si manifestò un’accentuata sensibilità nella zona pelvica. Egli reagiva
trattenendo profondamente il respiro. Bastava sfiorargli le cosce o il basso ventre, perché
sussultasse. Se invece lo facevo espirare profondamente alcune volte, non reagiva quando
lo si toccava. Se tratteneva di nuovo il respiro, l’eccitabilità della zona pelvica riappariva
immediatamente. La cosa si poteva ripetere all’infinito.
Questo dettaglio clinico rivela molte cose. Inspirando profondamente, l’attività
biologica dei centri di eccitazione vegetativi viene bloccata e quindi si accentua la
reazione di riflesso. Dopo ripetute espirazioni il blocco scompare e con esso l’eccitabilità
angosciosa. Se la profonda espirazione viene bloccata, si crea quindi una contraddizione:
il blocco nasce dal bisogno di attutire le eccitazioni piacevoli dell’apparato vegetativo
centrale, ma proprio per questo crea una maggiore disposizione all’angoscia e una
maggiore eccitabilità di riflesso. Si riuscì così a comprendere maggiormente la
trasformazione in angoscia dell’eccitazione sessuale repressa. Comprendemmo anche il
risultato clinico che, quando si ristabilisce la capacità di piacere, si trovano inizialmente
riflessi fisiologici di angoscia. L’angoscia è il negativo dell’eccitazione sessuale. Sul
piano energetico esse sono identiche. La cosiddetta «irritabilità nervosa» non è altro che
una serie di corti circuiti nella scarica delle cariche elettriche dei tessuti; è causata dal
blocco dell’energia che non può scaricarsi orgasticamente. Si è come «elettrizzati».
Avevo un paziente la cui resistenza caratteriale centrale si manifestò per molto
tempo nel parlare molto. Nel parlare sentiva la bocca come «estranea» e «morta», come
«non appartenente a lui». Il malato si passava spesso una mano sulla bocca, come per
convincersi che essa ci fosse ancora. La gioia nel raccontare pettegolezzi si rivelò come
un tentativo di superare la sensazione della «bocca morta». Dopo aver eliminato questa
funzione di difesa, la bocca cominciò ad assumere spontaneamente l’atteggiamento
infantile della suzione, che si alternava a un’espressione cattiva e dura del volto.
Contemporaneamente la testa si inclinava a destra. Un giorno mi venne in mente di
toccare il collo al paziente, come per sincerarmi che tutto fosse in ordine. Con mia grande
sorpresa, il malato assunse immediatamente l’atteggiamento di un impiccato: la testa
penzolante da un lato, la lingua fuori e la bocca aperta e irrigidita. E tutto questo era
capitato solo perché gli avevo sfiorato il collo. In base al suo comportamento si poté
risalire direttamente alla sua infantile paura mortale di venire impiccato per i peccati
commessi (masturbazione). Questo riflesso si produceva solo quando tratteneva il respiro
e nello stesso tempo evitava di espirare profondamente. La reazione di riflesso scomparve
quando il paziente gradualmente cominciò a vincere la paura dell’espirazione.
L’attività respiratoria nevroticamente frenata costituisce dunque una componente
centrale del meccanismo nevrotico in generale, e questo sotto due aspetti: essa blocca
l’attività vegetativa dell’organismo e crea la fonte energetica per sintomi e fantasie
nevrotiche di ogni genere. Uno dei mezzi preferiti per reprimere l’eccitazione orgastica è
quello di parlare. Questo spiega il bisogno nevrotico di parlare. In questi casi impongo ai
pazienti di tacere finché mostrano segni di inquietudine.
Un altro paziente soffriva per il fatto di avere una «pessima opinione di se stesso».
Si sentiva un «maiale». La sua nevrosi consisteva essenzialmente nei suoi tentativi – che
regolarmente fallivano – di superare la cattiva opinione di se stesso comportandosi in
modo invadente. Il suo comportamento patologico finiva sempre per spingere la gente a
insultarlo. Ciò rafforzava e confermava la sua mancanza di fiducia in se stesso. A un certo
punto incominciò a rimuginare su cosa dicevano di lui, perché lo trattavano così male,
come poteva migliorare la situazione ecc. Sentiva allora una pressione nel petto che
diventava tanto più forte quanto più intensamente cercava di superare la sua sfiducia in se
stesso rimuginando in modo coatto. Ci volle molto tempo prima che scoprissimo il nesso
tra la coazione a rimuginare e la «pressione nel petto». Il tutto era preceduto da una
sensazione somatica di cui non era mai stato cosciente: «Nel petto comincia a muoversi
qualcosa, poi passa subito nella testa, e ho la sensazione che la mia testa stia per
scoppiare. È come se davanti agli occhi calasse una cortina di nebbia. Non riesco più a
pensare. Perdo il senso di ciò che accade attorno a me. Mi sembra di affondare, di
perdermi e di perdere tutto ciò che mi circonda». Questi stati si verificavano sempre
quando l’eccitazione non raggiungeva il genitale e veniva deviata «verso l’alto». Questa è
la base fisiologica di ciò che gli psicoanalisti chiamano lo «spostamento verso l’alto». In
seguito a questo stato nevrotico si manifestavano fantasie di essere un genio, sogni di un
glorioso futuro ecc.; erano tanto più grotteschi quanto meno si conciliavano con la realtà.
Ci sono persone che credono di non aver mai provato la nota sensazione di
struggimento nella parte superiore dell’addome. Si tratta quasi sempre di persone dure,
fredde e scontrose. Avevo due pazienti che, per reprimere le loro sensazioni addominali,
avevano sviluppato una coazione patologica a mangiare. Non appena provavano una
sensazione di angoscia o di depressione, si riempivano immediatamente lo stomaco fino a
scoppiare. Alcune donne (finora non ho potuto osservare lo stesso fenomeno negli
uomini), dopo un atto sessuale insoddisfacente, sentono il bisogno, come si è espressa
una di queste pazienti, «di spingere qualcosa nel ventre». Altre hanno la sensazione di
«aver qualcosa nell’intestino che non riesce a uscire».
5. La mobilizzazione del «bacino morto»

Il riflesso dell’orgasmo non si manifesta interamente in una sola volta, ma si


compone, per così dire, di parti dell’intera funzione. Inizialmente un’onda di eccitazione
passa dal collo, attraverso il petto e la parte superiore dell’addome, fino al basso ventre.
Durante l’azione il bacino rimane fermo. Alcuni pazienti descrivono questi processi nel
modo seguente: «È come se la contrazione venisse bloccata in basso in un certo punto». Il
bacino non partecipa all’eccitazione che ha un decorso ondulatorio. Se si risale alle
origini di questo freno, si scopre quasi sempre che il bacino viene tenuto in una posizione
ritratta. A volte questa ritrazione del bacino è accompagnata da una curvatura della spina
dorsale e quindi l’addome viene spinto in avanti. Si può facilmente infilare una mano tra
la regione sacrale e il divano. L’immobilità del bacino suscita un’impressione di «morte».
Nella maggior parte dei casi, a ciò si accompagna una sensazione di «vuoto nel bacino» o
di «debolezza nei genitali». Questo fenomeno è particolarmente evidente nei pazienti che
soffrono di stitichezza cronica. Comprendiamo meglio il nesso se teniamo presente che la
stitichezza cronica corrisponde a un’ipertonia del simpatico; lo stesso vale per la
ritrazione del bacino. I pazienti sono incapaci di muovere il bacino. Muovono ventre,
bacino e cosce contemporaneamente. Il compito dell’attività terapeutica è quindi quello
di suscitare nei pazienti la completa percezione dell’inaridimento dell’eccitazione del
bacino. Normalmente essi rifiutano energicamente di muovere il bacino da solo,
soprattutto in avanti e verso l’alto. Il confronto di vari casi di anestesia genitale mostra
che l’insensibilità nei genitali, il senso di vuoto, di debolezza ecc. sono tanto più intensi
quanto più il bacino ha perso la sua mobilità. Questi malati sono di regola gravemente
disturbati nell’atto sessuale. Le donne giacciono immobili, oppure superano il blocco
vegetativo del movimento del bacino con movimenti forzati del tronco e del bacino.
Negli uomini il disturbo si manifesta in movimenti rapidi, affrettati e volontari di tutta la
parte inferiore del corpo. In nessuno di questi casi si verifica la sensazione orgastica
vegetativa di corrente.
Alcuni dettagli di questi fenomeni vanno sottolineati in modo particolare. La
muscolatura genitale (bulbo cavernosus e ischio cavernosus) è tesa, di modo che non si
producono le contrazioni che dovrebbero risultare dallo sfregamento. Anche la
muscolatura nel sedere è tesa. Spesso i pazienti cercano di superare l’ineccitabilità
producendo contrazioni volontarie di questi muscoli.
La base pelvica è spinta verso l’alto. In tal modo viene impedita dal basso la
libera corrente vegetativa nel ventre, così come accade la stessa cosa dall’alto attraverso
la fissazione del diaframma, e dal davanti attraverso la tensione della muscolatura della
parete addominale.
La succitata posizione del bacino sorge regolarmente nell’infanzia, a causa di due
disturbi fondamentali dello sviluppo. Inizialmente essa è un prodotto della brutale
educazione alla pulizia, quando il bambino è stato incitato già molto presto a controllare
le sue evacuazioni. Allo stesso modo l’enuresi, se punita severamente, porta a una
contrazione del bacino. Ma molto più importante è la contrazione del bacino a cui il
bambino ricorre non appena comincia a combattere le intense eccitazioni genitali che
diventano la causa della masturbazione infantile.
Ogni sensazione di piacere genitale può infatti essere soffocata attraverso una
contrazione cronica della muscolatura del bacino. Ciò è provato dal fatto che le
sensazioni genitali di corrente cominciano a manifestarsi non appena si riesce a sciogliere
la contrazione pelvica. Per arrivare a questo è necessario prima di tutto «sentire» la
posizione del bacino, cioè il paziente deve avere la sensazione immediata di «tener
fermo» il bacino. Inoltre devono essere scoperti tutti i movimenti volontari che hanno lo
scopo di impedire il naturale movimento vegetativo del bacino. Il movimento simultaneo
del ventre, del bacino e delle cosce è probabilmente il mezzo più importante e frequente
per impedire che il bacino si muova da solo. È perfettamente inutile far eseguire al malato
esercizi con il bacino, come tentano in modo puramente intuitivo alcuni insegnanti di
ginnastica. Finché gli atteggiamenti e le azioni muscolari di copertura e di difesa non
sono stati eliminati, il movimento naturale del bacino non può verificarsi.
Quanto più intensamente si lavora sull’inibizione del movimento pelvico, tanto
più completamente il bacino sarà trascinato dall’onda di eccitazione. Comincerà a
partecipare alla vibrazione, muovendosi in avanti e in alto senza che il paziente debba
fare qualcosa. È come se una forza estranea lo attraesse verso l’ombelico. In pari tempo
le cosce rimangono ferme. È estremamente importante comprendere la differenza tra il
movimento pelvico di difesa e il naturale movimento pelvico vegetativo. Se l’onda passa
dal collo, attraverso il ventre, fino al bacino, si trasforma il carattere di tutto il riflesso. Se
finora è stato essenzialmente spiacevole, talvolta persino doloroso, ora comincia a
diventare piacevole. Se finora si erano manifestati movimenti di difesa – spingendo per
esempio il ventre in avanti e arcuando la schiena – ora l’intero tronco assume l’aspetto di
un pesce che si piega in avanti. Le sensazioni di piacere genitale e le sensazioni di
corrente in tutto l’organismo, che ora diventano sempre più intense, non lasciano alcun
dubbio sul fatto che abbiamo a che fare con il movimento naturale, vegetativo del coito.
Esso è completamente diverso da tutti i riflessi e da tutte le reazioni precedenti del corpo.
Più o meno rapidamente, scompare il senso di vuoto e di aridità genitale cedendo il posto
a una sensazione di pienezza e di desiderio. In tal modo si realizza spontaneamente la
capacità di vivere l’esperienza orgastica nell’atto sessuale.
Lo stesso movimento, se eseguito da singoli gruppi di muscoli, rappresenta
reazioni patologiche del corpo e serve alla difesa del piacere sessuale, nella sua interezza;
in quanto movimento ondulatorio di tutto il corpo, costituisce la base della spontanea
capacità vegetativa del piacere. L’arc-de-cercle dell’isteria, in cui il ventre e il petto sono
spinti in avanti, le spalle e il bacino sono tirati indietro, diviene ora comprensibile come
l’esatto opposto del riflesso dell’orgasmo.

 
Prima di conoscere questi fatti, ero costretto a far superare ai pazienti almeno in
parte l’inibizione del movimento pelvico facendo eseguir loro «esercizi». La parzialità
dei risultati mi spinse a rinunciare alle misure artificiali e a cercare le inibizioni della
mobilità naturale. La difesa contro il riflesso dell’orgasmo causa una serie di disturbi
vegetativi, come per esempio la stitichezza cronica, i reumatismi muscolari, la sciatica
ecc. In molti casi la stitichezza, anche se è durata decenni, sparisce con la comparsa del
riflesso dell’orgasmo. La sua piena realizzazione è spesso preceduta da nausea e da
vertigini, come pure da crampi al collo, contrazioni isolate della muscolatura addominale,
del diaframma, del bacino ecc. Tutti questi sintomi scompaiono però non appena il
riflesso dell’orgasmo si manifesta pienamente. Il bacino «rigido, morto, ritratto» è uno
dei più frequenti disturbi vegetativi dell’uomo. Esso è causa sia della lombaggine sia
delle affezioni emorroidali. Dimostreremo altrove il suo rapporto con un’altra malattia
molto frequente: il cancro ai genitali delle donne.
Il «far morire il bacino» ha quindi la stessa funzione del «far morire il ventre»,
cioè di evitare gli impulsi affettivi, in particolar modo le sensazioni di piacere e di
angoscia. Il «centro vegetativo» è chiuso tra gli organi che lo attorniano. La liberazione
avviene allentando la morsa che lo stringe.
Ora che le varie forme e manifestazioni degli atteggiamenti del corpo sono
diventate chiare in rapporto al riflesso dell’orgasmo e alla sua difesa, diventano
comprensibili nel lavoro terapeutico molti processi che in precedenza erano oscuri.
Mi ricordo3 di un tic al diaframma in una donna di quarantacinque anni che ho
avuto in cura circa quattordici anni fa all’Ambulatorio psicoanalitico di Vienna, che ho
parzialmente guarito rendendole possibile la masturbazione. Sin dalla pubertà, quindi per
oltre trent’anni, la paziente aveva sofferto di vibrazioni molto fastidiose al diaframma,
accompagnate da rumori. Il tic diminuì notevolmente quando la misi in condizione di
masturbarsi. Oggi comprendo chiaramente che tale miglioramento corrispondeva a una
soluzione parziale del blocco respiratorio del diaframma. A quel tempo potevo dire
soltanto, molto genericamente, che il soddisfacimento sessuale aveva eliminato una parte
dell’ingorgo sessuale, indebolendo in tal modo anche il tic. Non sarei però stato in grado
di dire nulla sulla forma in cui si era fissato l’ingorgo, sul punto in cui si era scaricato e
sul modo in cui il soddisfacimento sessuale aveva diminuito l’ingorgo.
Le esperienze odierne mi riportano alla mente i casi di epilessia in cui il corpo
viene scosso da convulsioni spasmodiche accompagnate da aura addominale, senza che
allora fossi in grado di dire in quale punto del corpo e con quale nesso rispetto al sistema
nervoso ciò avvenisse. Ora diveniva chiaro che gli attacchi epilettici sono convulsioni
dell’apparato vegetativo, in cui l’energia biopsichica ingorgata viene scaricata
esclusivamente attraverso la muscolatura, e non per via genitale. L’attacco epilettico è un
orgasmo extragenitale, muscolare.4
Allo stesso modo ora divennero chiari i casi in cui durante il trattamento si
possono osservare qualche volta «Bauchflattern», cioè contrazioni involontarie e non
coordinate della muscolatura addominale; esse rappresentano tentativi dell’organismo di
allentare la tensione addominale.
In molti casi avevo la sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di cattiveria
trattenuta senza che fosse mai esplosa. Del resto non sarei mai stato in grado di dire dove
fosse localizzata. Il trattamento del comportamento vegetativo permette di localizzare
somaticamente la cattiveria. Ci sono pazienti che con gli occhi e le guance esprimono
gentilezza, che però è in netto contrasto con l’espressione del mento e della bocca.
L’espressione della parte inferiore del viso è del tutto diversa da quella della parte
superiore. Lo smantellamento dell’atteggiamento della bocca e del mento libera un’ira
incredibile.
In altri casi si sente la falsità della cortesia convenzionale; essa nasconde il
contrario: una cattiveria perfida, che, per esempio, si manifesta in una stitichezza che
dura ormai da decenni. L’intestino è inattivo e la sua funzione dev’essere costantemente
stimolata con il ricorso a purganti. Questi pazienti da bambini hanno spesso dovuto
controllare la loro ira e «imprigionare nel ventre la loro cattiveria». Il modo in cui i
pazienti descrivono le proprie sensazioni corporee riproduce, quasi regolarmente, frasi
che sono state dette durante l’infanzia dai loro educatori. Per esempio: «La pancia è
cattiva quando fa “put”». Quando viene educato «molto correttamente», il bambino prova
una forte tentazione di reagire con un «put». Ma egli deve presto reprimere questa sua
tentazione, e lo può fare solo «imprigionando il “put” nella pancia». Per fare ciò, il
bambino deve reprimere ogni eccitazione che si manifesta nell’addome, quindi anche
l’eccitazione sessuale genitale, ritirandosi in se stesso, «facendo ritirare la pancia in se
stessa». L’addome diviene duro, teso e ha «imprigionato la cattiveria».
Varrebbe la pena di descrivere molto dettagliatamente, storicamente e
funzionalmente, i complicati sviluppi di tali sintomi di atteggiamento somatico dei diversi
pazienti. Mi limiterò per il momento ad accennare ad alcuni fatti tipici. È estremamente
istruttivo vedere come il corpo – che funziona come organismo unitario – sia in grado di
scindersi in parti, di cui una funziona nel senso del vago, l’altra nel senso del simpatico.
Avevo una paziente che in una determinata fase del trattamento era già completamente
sciolta nella parte superiore dell’addome; aveva le note sensazioni di corrente, la parete
addominale poteva essere facilmente schiacciata ecc. Tra la parte superiore dell’addome,
il petto e il collo non c’era più alcuna interruzione della sensazione. Ma il basso ventre si
comportava come se fosse nettamente separato da una linea di demarcazione.
Comprimendo la parete addominale si sentiva un gnocco duro, grande circa come la testa
di un bambino. Sarebbe oggi impossibile indicare anatomicamente con precisione come
si produce un simile gnocco, cioè quali organi partecipino alla sua formazione, ma lo si
può inequivocabilmente sentire al tatto. In una fase successiva del trattamento c’erano
giorni in cui il gnocco alternatamente appariva e spariva. Esso si formava ogni qual volta
la paziente combatteva per paura l’eccitazione genitale che stava sorgendo; scompariva
quando essa si sentiva in grado di permettere l’eccitazione genitale.
Le manifestazioni somatiche della schizofrenia, in particolar modo nella loro
forma catatonica, saranno più utilmente trattate a parte, sulla base di nuovo materiale. Le
stereotipie, le perseverazioni, gli automatismi catatonici di ogni genere devono essere
ricondotti all’armatura muscolare e all’esplosione di energia vegetativa; ciò vale in primo
luogo per gli attacchi di furore catatonico. Nella nevrosi semplice esiste soltanto un
irrigidimento superficiale della mobilità vegetativa che lascia spazio alle eccitazioni
interne e alle scariche nella «fantasia». Se l’armatura si estende in profondità, se blocca le
zone centrali dell’organismo biologico, se coinvolge completamente la muscolatura,
allora rimane soltanto la via d’uscita dell’esplosione violenta (furore che viene vissuto
come liberazione) o il progressivo inaridimento dell’apparato vitale.
In questo campo rientra anche la problematica di una serie di malattie organiche
come l’ulcera gastrica, il reumatismo muscolare e il cancro.
Indubbiamente, svolgendo la loro attività clinica, gli psicoterapeuti possono
osservare un gran numero di tali sintomi. Eppure essi non sono analizzabili isolatamente,
ma soltanto nell’ambito di tutte le funzioni biologiche del corpo e del loro rapporto con le
funzioni del piacere e dell’angoscia. È impossibile affrontare con successo la ricca
problematica delle espressioni e degli atteggiamenti somatici, se si considera l’angoscia
solo come causa, e non in primo luogo come conseguenza dell’ingorgo sessuale.
«Ingorgo» non significa altro che un freno dell’espansione vegetativa e un blocco
dell’attività e della mobilità degli organi vegetativi centrali. In tal caso la scarica
dell’eccitazione è bloccata e l’energia biologica è legata.
Il riflesso dell’orgasmo è una contrazione unitaria di tutto il corpo. Nell’orgasmo
noi non siamo altro che una massa di protoplasma che si contrae. Dopo quindici anni di
ricerche sull’orgasmo ero finalmente riuscito a individuare il nucleo biologico delle
malattie psichiche. Il riflesso dell’orgasmo si riscontra in tutti gli esseri viventi che si
accoppiano. In una serie di orgasmi biologici fra i più primitivi, per esempio nei protozoi,
esso esiste sotto forma di contrazioni del plasma. Lo stadio più basso in cui si verifica è la
divisione della cellula.
Non fu facile rispondere alla domanda di cosa si sostituisca alla contrazione in
forma sferica quando l’organismo non può più assumere la forma sferica come nei
protozoi. A partire da un certo stadio dell’evoluzione, i metazoi possiedono una struttura
ossea che li sorregge. Ciò impedisce la funzione, caratteristica dei molluschi e dei
protozoi, di assumere la forma sferica nella contrazione. Immaginiamo che la nostra
vescica biologica si sia trasformata in un tubo elastico. Introduciamo, per il lungo, un
bastone flessibile solo in una direzione, e immaginiamo che esso rappresenti la spina
dorsale. Facciamo sorgere nella vescica allungata l’impulso a contrarsi. Possiamo vedere
che alla vescica rimane soltanto una possibilità, se vuole contrarsi nonostante la sua
incapacità di assumere la forma sferica: essa deve rapidamente piegarsi alle estremità.
 
Sul piano biologico, il riflesso dell’orgasmo non è nient’altro che questo. Questo
atteggiamento somatico è caratteristico in molti insetti e soprattutto negli atteggiamenti
embrionali.
Negli individui isterici, si verificano crampi muscolari prevalentemente nelle parti
dell’organismo che hanno una muscolatura anulare, soprattutto nel collo e nel tratto
finale dell’intestino. Ma queste due parti, dal punto di vista ontogenetico, corrispondono
alle due aperture dell’intestino primitivo:

 
Altrettanto importante è la muscolatura anulare all’ingresso e all’uscita dello
stomaco. Qui si verificano spasmi isterici che hanno spesso gravi conseguenze per lo
stato generale. Queste parti del corpo, particolarmente predisposte a contrazioni croniche
e che corrispondono biologicamente a fasi di sviluppo molto primitive, sono molto spesso
la causa di contrazioni nevrotiche. Se il collo e il tratto finale dell’intestino sono bloccati,
la contrazione orgastica è impossibile. Il «ritrarsi» somatico si esprime nell’atteggiamento
opposto a quello del riflesso dell’orgasmo: la schiena è arcuata, la nuca è rigida, l’ano è
bloccato, il petto è spinto in fuori, le spalle sono tese. L’arc-de-cercle dell’isterico è
esattamente il contrario del riflesso dell’orgasmo ed è il prototipo della difesa contro la
sessualità.
Ogni impulso psichico è funzionalmente identico a una determinata eccitazione
somatica. La concezione secondo cui l’apparato psichico funziona isolatamente e
influenza l’apparato somatico – il quale funziona a sua volta isolatamente – non può
corrispondere alla situazione reale. Un salto dal campo psichico a quello somatico è
inconcepibile, poiché viene a mancare il presupposto dell’esistenza di due campi separati.
Allo stesso modo il contenuto di una funzione psichica – come, per esempio, la
rappresentazione di picchiare – non può assumere un’espressione somatica, se esso stesso
non è già espressione di un impulso vegetativo di movimento. La nascita di una
rappresentazione da un impulso vegetativo rientra nei problemi più difficili della
psicologia. In base alle esperienze cliniche, è accertato che sia il sintomo somatico sia la
rappresentazione psichica inconscia sono conseguenza di un’innervazione vegetativa
contraddittoria. Ciò non è contraddetto dal fatto che si può eliminare il sintomo somatico
rendendo cosciente il suo contenuto psichico, perché ogni modificazione nel campo delle
rappresentazioni psichiche a sua volta deve essere necessariamente funzionalmente
identica con le modificazioni dell’eccitazione vegetativa. Non è quindi solo il diventar
cosciente di una rappresentazione che guarisce, ma il cambiamento del decorso
dell’eccitazione.
Abbiamo quindi in campo somatico la seguente successione di funzioni mentre
agiscono le rappresentazioni psichiche:
a) L’eccitazione psichica è funzionalmente identica all’eccitazione somatica.
b) La fissazione di un’eccitazione psichica avviene attraverso la fissazione di un
determinato stato di innervazione vegetativa.
c) Il mutato stato vegetativo modifica la funzione dell’organo.
d) Il «significato psichico del sintomo organico» non è altro che l’atteggiamento
somatico in cui si esprime il «significato psichico». (La riservatezza psichica si esprime
in uno stato di contrazione vegetativa; l’odio psichico si esprime in un determinato
atteggiamento vegetativo di odio. Le due cose sono identiche e inseparabili.)
e) Lo stato vegetativo fissato si ripercuote sullo stato psichico.
La percezione di un pericolo reale funziona in modo identico a un’innervazione
simpatico tonica; questa accresce a sua volta l’angoscia; l’angoscia accresciuta esige
un’armatura che equivale a un legame di energia vegetativa nell’armatura muscolare.
Questa a sua volta disturba la possibilità di scarica e aumenta la tensione ecc.
La psiche e il soma funzionano vegetativamente come due sistemi unitari e nello
stesso tempo condizionantisi l’un l’altro.
Cercherò di rendere ancora più chiaro ciò che ho detto in base al seguente
concreto caso clinico:
Una paziente, estremamente carina e sessualmente attraente, si lamentava di
sentirsi brutta, poiché non sentiva il suo corpo in modo unitario. Descrisse il suo stato nel
modo seguente: «Ogni parte del mio corpo agisce indipendentemente. Le mie gambe
sono qui e la mia testa è là, e non so mai bene dove siano le mie mani. Non sento mai il
mio corpo tutto assieme». Essa soffriva quindi dei ben noti disturbi di autopercezione,
che si esprimono in modo particolarmente acuto nella spersonalizzazione schizoide. Ora,
durante il trattamento vegetoterapeutico si manifestò un rapporto molto strano tra le
diverse funzioni dei suoi atteggiamenti muscolari del volto. Sin dall’inizio del trattamento
notai l’espressione «indifferente» del suo viso. Gradualmente l’espressione di
indifferenza divenne così marcata che la paziente cominciò a soffrirne in modo
particolare. Anche quando si parlava con lei di cose molto serie, essa guardava con
un’espressione indifferente in un angolo della stanza o fuori della finestra. I suoi occhi
avevano un’espressione vuota. Dopo che tale espressione indifferente fu scomposta nelle
sue parti e smantellata, sul suo viso apparve un tratto nuovo di cui in precedenza si era
potuto vedere solo qualche traccia. La regione della bocca e del mento aveva
un’espressione diversa da quella degli occhi e dalla fronte. Dopo che l’espressione del
volto si era evidenziata, divenne chiaro che la bocca e il mento erano «cattivi», mentre gli
occhi e la fronte erano «morti». Queste parole rispecchiavano le sensazioni interiori della
paziente. Cominciai a separare gli atteggiamenti della bocca e del mento. Durante
l’intervento si svilupparono reazioni incredibilmente violente di impulsi a mordere, fino
allora trattenuti, che ella aveva sviluppati nei confronti del marito e del padre, senza per
altro aver mai dato loro libero sfogo. Gli impulsi di ira, che si manifestavano
nell’atteggiamento del mento e della bocca, erano stati coperti fino al momento del
trattamento da un atteggiamento di indifferenza su tutto il volto; infatti, soltanto
l’eliminazione dell’indifferenza aveva portato alla luce l’espressione di ira della bocca.
Per la paziente l’indifferenza aveva la funzione di non esporsi costantemente alla penosa
sensazione di odio sulla bocca. Dopo circa due settimane di trattamento della regione
della bocca, l’espressione cattiva scomparve completamente in seguito alla scoperta di
una violenta reazione di delusione. Uno dei suoi tratti caratteriali era la coazione a esigere
continuamente amore e ad arrabbiarsi quando le sue pretese insoddisfabili non venivano
soddisfatte. Dopo che l’atteggiamento della bocca e del mento fu sciolto, apparvero
contrazioni preorgastiche in tutto il corpo, dapprima sotto forma di movimenti ondulatori
serpentini che coinvolgevano anche il bacino. Ma l’eccitazione genitale veniva frenata in
un determinato punto. Durante la ricerca della funzione frenante, l’espressione della
fronte e degli occhi si fece via via più pronunciata. Apparve uno sguardo cattivo,
osservatore, critico e attento. Solo a questo punto la paziente poté rendersi conto che in
fondo non era mai capace di «perdere la testa»: doveva costantemente «stare in guardia».
Il modo in cui gli impulsi somatici vegetativi appaiono e divengono più evidenti è
forse uno dei fenomeni più singolari che si possono osservare nella vegetoterapia. È
difficile descriverlo, bisogna viverlo nell’esperienza clinica.
La fronte «morta» aveva quindi coperto la fronte «critica». La domanda
successiva fu quale funzione avesse la fronte «critica, cattiva». L’analisi della sua
funzione di eccitazione genitale rivelò che la fronte stava «attenta a ciò che faceva il
genitale». Storicamente, l’espressione severa degli occhi e della fronte risultava da
un’identificazione con il padre, un personaggio molto morale e ascetico. Sin da piccola
suo padre le aveva continuamente ripetuto che era pericoloso cedere ai desideri sessuali;
in particolare egli le aveva descritto soprattutto le distruzioni che il corpo subisce in
seguito alla sifilide. La fronte faceva quindi la guardia al posto del padre quando ella
voleva cedere a uno stimolo sessuale.
L’interpretazione secondo cui ella si era identificata con il padre non era
sufficiente. La domanda successiva era per quale motivo ella avesse compiuto
l’identificazione proprio sulla fronte e che cosa mantenesse attualmente operante tale
funzione. Dobbiamo fare una netta distinzione tra la spiegazione storica di una funzione e
la sua spiegazione dinamica attuale. Si tratta di due cose completamente diverse. Non si
elimina un sintomo organico limitandosi a spiegarlo storicamente. Non si può fare a
meno della conoscenza del rapporto attuale delle funzioni. (Da non confondere con il
«conflitto attuale»!) La deduzione dell’espressione attenta della fronte
dall’identificazione infantile con il padre critico non scuoterebbe minimamente il disturbo
orgastico.
Il successivo decorso del percorso di guarigione di questa paziente ha dimostrato
che questa concezione è esatta. Infatti, nella misura in cui l’espressione critica e
osservatrice si sostituì all’espressione «morta», in un primo tempo si accentuò tutta la
difesa contro la genitalità. Gradualmente, l’espressione severa si alternò con
un’espressione serena, un po’ infantile, della fronte e degli occhi, a seconda se la paziente
accettava o rifiutava il suo desiderio genitale. Con la sostituzione dell’atteggiamento
critico della fronte con quello sereno, scomparve anche il freno dell’eccitazione genitale.
Ho descritto questo tanto dettagliatamente perché è caratteristico di tutta una serie
di disturbi del processo di tensione-carica dell’apparato genitale. Il «non perdere la testa»
è, per esempio, un atteggiamento molto diffuso.
La nostra paziente aveva la sensazione di possedere un corpo diviso in varie parti,
disarticolato, sconnesso. Per questo motivo le mancava anche la coscienza e la possibilità
di percepire la sua grazia sessuale e vegetativa.
Com’è possibile che un organismo, che costituisce un tutt’uno, possa «scomporsi»
nella percezione? Il termine «spersonalizzazione» non ci dice nulla, poiché esso stesso
necessita di una spiegazione. Com’è possibile – dobbiamo chiederci – che parti organiche
possano funzionare da sole, staccate da tutto l’organismo? Qui le spiegazioni
psicologiche non ci sono di aiuto, perché la psiche nelle sue funzioni affettive dipende
totalmente dalle funzioni di espansione e di contrazione dell’apparato vitale vegetativo.
Per sua struttura, esso è un sistema non omogeneo. Le esperienze cliniche rivelano che il
processo di tensione-carica può cogliere tutto il corpo come pure singoli gruppi isolati di
organi. L’apparato vegetativo è in grado di essere ipertonico in modo vagale nella parte
superiore dell’addome e in modo simpatico nel basso ventre. È in grado di produrre una
tensione muscolare nelle spalle, e un allentamento o persino una mollezza nelle gambe.
Esso ha questa capacità soltanto perché non è un apparato omogeneo. Durante un’azione
sessuale, la regione della bocca può essere eccitata mentre il genitale può essere
completamente non eccitato, o persino negativo o viceversa.
Questi dati ci forniscono una solida base per valutare se una funzione è
sessuoeconomicamente «sana» o sessuoeconomicamente «malata». Indubbiamente la
caratteristica fondamentale della salute psichica e vegetativa è la capacità
dell’organismo vegetativo di seguire in modo unitario e totale la funzione di tensione-
carica. Per converso, dobbiamo considerare patologica ogni non-partecipazione di singoli
organi o persino di gruppi di organi alla totalità e all’unitarietà della funzione vegetativa
di tensione-carica, quando essa è cronica e disturba l’intera funzione in modo continuo.
L’esperienza clinica insegna inoltre che i disturbi dell’autopercezione scompaiono
realmente solo quando il riflesso dell’orgasmo è pienamente sviluppato in modo unitario.
In tal caso è come se tutti gli organi e sistemi di organi del corpo fossero raccolti
unitariamente in un’unica funzione della percezione, sia della contrazione sia
dell’espansione.
Da questo punto di vista la spersonalizzazione si rivela come non-carica, cioè
come disturbo dell’innervazione vegetativa di singoli organi o sistemi di organi, della
punta delle dita, delle braccia, della testa, delle gambe, del genitale ecc. La non unitarietà
nell’autopercezione è dovuta anche al fatto che la corrente di eccitazione nel corpo è
interrotta qua e là. Ciò vale soprattutto per due punti del corpo: uno è il collo, che a causa
della sua contrazione impedisce all’onda di eccitazione di passare dal torace alla testa; il
secondo è la muscolatura del bacino che, quando è contratta, interrompe il passaggio
dell’eccitazione dal ventre ai genitali e alle gambe.
In base alle ricerche compiute nel campo della psicologia analitica comprendiamo
la storia individuale di una nevrosi, le circostanze esterne che l’hanno causata, il motivo
interiore del conflitto psichico e infine le conseguenze della rimozione sessuale, come,
per esempio, i sintomi e i tratti caratteriali nevrotici. Ma non comprendiamo il
meccanismo per cui un episodio infantile, un trauma esterno o un conflitto psichico
interno vengono fissati cronicamente in una reazione patologica.
Vediamo donne che, pur vivendo nelle migliori condizioni sessuali ed
economiche, non si liberano dalla loro nevrosi. Vediamo bambini di tutti i ceti sociali che,
a volte nelle più favorevoli condizioni sessuoeconomiche, non solo diventano nevrotici,
ma rimangono anche tali. Vediamo inoltre la «coazione a ripetere», considerata finora una
manifestazione mistica e quindi descritta come tale, cioè la coazione caratteristica di tante
persone a mettersi ripetutamente in situazioni dannose. Nessuno di questi fenomeni può
essere spiegato con le concezioni finora note.
La funzione della fissazione di una nevrosi si manifesta in modo impressionante
alla fine di un trattamento, quando si tenta di realizzare la capacità orgastica di
abbandonarsi. Proprio nel momento in cui il paziente dovrebbe «acquistare» la salute, si
verificano le più violente reazioni contro di essa. La paura del piacere che domina il
malato è in netto contrasto con il principio di piacere.
La paura della punizione per azioni sessuali che il malato ha provato da bambino
si è ancorata cronicamente sotto forma di paura del piacere. Ricordiamoci che il piacere,
se viene frenato durante il suo decorso, ha la caratteristica di tramutarsi in dispiacere. Se
nonostante una fortissima eccitazione sessuale non si riesce mai a raggiungere il
soddisfacimento finale, gradualmente nasce la paura non solo del soddisfacimento finale,
ma anche della precedente eccitazione. Il processo piacevole dell’eccitazione diviene
fonte di dispiacere. La sensazione di piacere, normalmente sentita come corrente, viene
frenata da un crampo muscolare che può diventare estremamente doloroso e che inoltre
provoca un aumento dell’ingorgo. Il rifiuto dell’attività sessuale da parte di bambini e di
adolescenti si spiega con la fissazione di un crampo fisiologico nei genitali che trasforma
ogni eccitazione piacevole nel suo opposto, pur mancando una giusta predisposizione
intellettuale ed emotiva. Questo è collegato all’incapacità di sopportare la benché minima
eccitazione. La base fisiologico-strutturale della rassegnazione caratteriale e della
modestia va ricercata nel crampo muscolare che si produce durante l’aumento del
piacere.
Gli stati e sintomi psicopatologici sono quindi le conseguenze di un disturbo
dell’equilibrio energetico vegetativo (= sessuoeconomico).
Ogni disturbo della piena sensazione somatica riguarda contemporaneamente sia
l’autopercezione sia l’unitarietà della sensazione somatica. Nello stesso tempo esige una
«compensazione» del disturbo. La sensazione vegetativa della propria interezza, che è la
migliore base naturale di una forte percezione, è disturbata in tutti gli individui nevrotici.
Questo disturbo si manifesta nelle forme più svariate fino alla completa scissione della
personalità. Non esistono sostanziali differenze nelle manifestazioni che vanno dalla più
semplice sensazione di essere freddi e rigidi fino alla dissociazione schizofrenica, alla
mancanza di contatto e alla spersonalizzazione, ma solo differenze quantitative che si
esprimono anche qualitativamente. La sensazione di un immediato contatto con il mondo
è connessa con la sensazione della propria interezza. Con la realizzazione dell’unitarietà
del riflesso dell’orgasmo si ristabiliscono anche le sensazioni di profondità e serietà
andate perdute a suo tempo. In questo contesto i pazienti ricordano anche il periodo della
prima infanzia in cui l’unitarietà delle loro sensazioni somatiche non era ancora
disturbata. Raccontano commossi come da bambini si sono sentiti tutt’uno con la natura,
con tutto ciò che li circondava, come si sono sentiti «vivi», e come tutto ciò è stato
successivamente distrutto dall’educazione. Nella frantumazione dell’unitarietà della
sensazione somatica attraverso la repressione sessuale e nella costante aspirazione di
ristabilire il contatto con sé e il mondo, risiede la radice soggettiva di tutte le religioni
sessuonegative. «Dio» è la rappresentazione mistica dell’armonia vegetativa dell’Io con
la natura.
Lascerò ad altri studiosi, più esperti di civiltà indiana e cinese, il compito di
trovare i singoli nessi. I fatti clinici che ho cercato di descrivere aprono un’ampia
prospettiva alla comprensione di quelle civiltà umane in cui un rigido patriarcato
familiare, una severissima repressione sessuale, nei bambini piccoli e negli adolescenti, e
un’ideologia della «riservatezza e dell’autocontrollo» costituiscono un’unità in tutta
l’area culturale. Questo è innanzi tutto il caso degli indiani, dei cinesi e dei giapponesi. Se
un rigido patriarcato sessuonegativo vuole riprodursi, deve reprimere violentemente le
pulsioni sessuali dei bambini; da ciò nascono profonda paura e ira. Questo è in
contraddizione con la cultura familiare patriarcale e richiede l’ideologia
dell’autocontrollo, della capacità di rimanere impassibili anche di fronte ai più violenti
dolori; e ancora più, esige il superamento della vita affettiva in generale, sia del piacere
sia della sofferenza. Questo corrisponde pienamente all’ideologia buddhista dell’assenza
di dolore; e quindi diventano comprensibili anche gli esercizi di respirazione degli yoghi.
La tecnica respiratoria yoga è l’esatto contrario della tecnica respiratoria che applichiamo
ai nostri malati per liberare gli stimoli affettivi vegetativi. La pratica respiratoria yoga ha
lo scopo di combattere gli stimoli affettivi, di raggiungere la calma. Il rito ricorda le
azioni coatte e il loro dualismo. L’assenza di affetto a cui si tende, come mi è stato detto,
non è che l’arte di raggiungere uno stato di benessere, e persino di estasi, mediante una
determinata tecnica respiratoria. L’espressione rigida del volto, simile a una maschera di
un tipico indiano, cinese o giapponese, trova il suo limite estremo nella capacità di
sprofondare in un’estasi priva di conoscenza. Il fatto che la tecnica dello yoga abbia
potuto diffondersi anche in Europa e in America è dovuto alla necessità che gli uomini di
tutti i ceti sociali hanno bisogno di un mezzo per dominare i loro naturali stimoli
vegetativi e per eliminare contemporaneamente i loro stati di angoscia. Probabilmente
non sono troppo lontani dal sospettare in loro una funzione vitale orgastica.
Trascurando l’indispensabile meticolosità vorrei indicare qui un altro fenomeno
che svolge un ruolo distruttivo nel nostro attuale ordinamento sociale: si tratta del
prescritto «portamento militare» che viene propagandato e ottenuto dai fascisti. Il
«portamento rigido» militare è proprio il contrario della posizione naturale, sciolta e
mobile. La nuca deve essere rigida, la testa portata in avanti; gli occhi devono fissare
immobili e diritti il vuoto; il mento e la bocca possibilmente devono assumere
un’espressione «virile»; il torace deve essere spinto in avanti; le braccia devono aderire
strettamente al corpo; le mani tese devono toccare la piega dei calzoni. Probabilmente il
segno più tipico dello scopo sessuorepressivo di questa tecnica militare è la prescrizione
generale che il ventre e il bacino devono essere tirati «in dentro». Le gambe sono dure e
rigide. Immaginiamo per un momento la posizione assunta dai malati durante il
trattamento mentre combattono violentemente i loro stimoli affettivi sforzandosi di
dominarli. Le loro spalle sono rigide, la nuca tesa, bacino e ventre sono tirati in dentro, le
braccia aderiscono rigidamente al corpo, le gambe sono tese. L’identicità non consiste
solo in questo: le caviglie tese sono un tipico segno clinico che indica un’artificiale
repressione affettiva. La tensione delle caviglie viene anche severamente prescritta nel
passo di parata prussiano. Le persone i cui atteggiamenti somatici vengono educati e
addestrati in questo modo non sono capaci di avere naturali stimoli vegetativi. Esse
diventano macchine che eseguono, senza opporre la minima resistenza, gesti meccanici,
che senza battere ciglio dicono «Sissignore», che sparano meccanicamente sui propri
fratelli, padri, madri e sorelle: l’educazione a un rigido atteggiamento innaturale è uno dei
mezzi essenziali dell’ordinamento sociale dittatoriale teso a creare organismi che
funzionino automaticamente, che non abbiano una propria volontà. Non si tratta di un
«problema individuale» ma di un problema che riguarda la formazione strutturale
dell’uomo odierno nella sua essenza. Esso coinvolge vasti ambienti culturali, distrugge la
gioia di vivere e la capacità di raggiungere la felicità di milioni e milioni di persone.
Esiste così un diretto legame fra l’esercizio del bambino che trattiene il respiro per non
masturbarsi, il blocco muscolare dei nostri malati e l’atteggiamento militare dei
nazionalsocialisti e di tutti i militaristi fino alla distruttiva tecnica artificiale di
autocontrollo di vastissimi ambienti culturali.
Devo accontentarmi di questo breve abbozzo. Non vi è alcun dubbio che
l’importanza dell’atteggiamento del corpo per la riproduzione strutturale
dell’ordinamento sociale un giorno verrà affrontata su vasta scala e praticamente risolta.
I bambini, per quanto desiderino essere vivi vegetativamente e liberi, ne hanno
paura e reprimono volontariamente i loro stimoli se non trovano un ambiente adatto in cui
realizzare, relativamente con pochi conflitti, il loro fresco desiderio di vivere. È uno dei
grandi segreti della psicologia di massa il fatto che l’uomo medio, il bambino medio,
l’adolescente medio preferiscono di gran lunga rinunciare alla felicità quando la lotta per
la gioia di vivere produce troppi dolori. Propagandare la felicità senza comprendere e
realizzare le condizioni psichiche e sociali per una vita realmente «viva» significherebbe
quindi parlare a vanvera. Non è utile a nessuno se «caratteri particolarmente ribelli»
«tuonano» contro l’educazione; sono invece necessari:
1. Un’esatta comprensione dei meccanismi con cui viene realizzato il controllo
patologico degli affetti.
2. Una vasta esperienza di lavoro pratico con i bambini per comprendere come
essi stessi si comportano nei confronti dei loro naturali stimoli affettivi in determinate
circostanze.
3. Realizzazione delle condizioni educative per raggiungere l’equilibrio tra
vivacità vegetativa e socialità.
4. Creazione delle generali premesse sociali ed economiche per raggiungere
questo obiettivo.
L’uomo ha fatto passi da gigante nel costruire e nel controllare le macchine. Sono
appena quarant’anni che egli tenta di comprendere se stesso. La peste psichica che
affligge il nostro secolo non potrà essere eliminata senza pianificare l’energia biologica
umana. La via della ricerca e della soluzione scientifiche delle questioni vitali è lunga e
difficile, proprio il contrario dell’ignoranza e dell’arroganza dei politicanti. Ci sono
buone ragioni per sperare che un giorno la scienza riuscirà a dominare l’energia biologica
così come oggi domina l’energia elettrica. Solo allora la peste psichica degli uomini sarà
sconfitta.
6. Tipiche malattie psicosomatiche: conseguenze della simpaticotonia cronica

Ora siamo orientati a sufficienza sulla natura della simpaticotonia per poter avere
un’idea sommaria su una serie di malattie organiche che devono la loro esistenza
all’impotenza orgastica degli uomini. La paura dell’orgasmo crea la simpaticotonia
cronica, che a sua volta genera l’impotenza orgastica, che a sua volta, come in un circolo
vizioso, mantiene la simpaticotonia. La sua caratteristica fondamentale è l’atteggiamento
inspiratorio cronico del torace e la limitazione della piena espirazione (vagale).
L’atteggiamento di inspirazione simpaticotonico ha essenzialmente la funzione di
impedire il sorgere di sensazioni organiche e di affetti che l’espirazione normale
provocherebbe.
Dall’atteggiamento cronico di angoscia dell’organismo risultano:
1. L’ipertonia cardiovascolare. I vasi periferici sono costantemente costretti e
limitati nel processo di espansione e di contrazione cosicché il cuore deve
ininterrottamente compiere uno sforzo maggiore per pompare il sangue attraverso i vasi
irrigiditi. La tachicardia, un’alta pressione del sangue e la sensazione che manchi l’aria
nel petto, fino all’angoscia cardiaca, sono anche i sintomi del morbo di Basedow. Vien
fatto di chiedersi fino a che punto il disturbo della funzione tiroidea sia originario, o fino
a che punto sia soltanto un sintomo secondario di una simpaticotonia generale. Anche
l’arteriosclerosi, caratterizzata dalla calcificazione dei vasi sanguigni, si riscontra molto
spesso in individui che hanno sofferto per anni di ipertonia funzionale. È molto probabile
che persino certi disturbi delle valvole cardiache e altre forme di malattie cardiache
organiche costituiscano una reazione dell’organismo all’ipertonia cronica del sistema
vascolare.
2. Reumatismo muscolare. L’atteggiamento cronico di inspirazione alla lunga non
è sufficiente per dominare le eccitazioni bioenergetiche del sistema vitale autonomo. A
ciò si aggiunge la tensione cronica dei muscoli, l’armatura muscolare, per sorreggere
l’ipertonia vascolare. L’ipertonia della muscolatura, se dura anni e decenni, conduce a
una contrazione cronica e alla formazione di noduli reumatici come risultato della
sedimentazione di sostanze solide nei fasci muscolari. In quest’ultimo stadio il processo
reumatico è ormai irreversibile. Nella vegetoterapia del reumatismo si nota che esso è
tipico di quei gruppi di muscoli che hanno il compito di reprimere gli affetti e le
sensazioni organiche. Il reumatismo muscolare si concentra nella muscolatura della nuca
e tra le scapole, dove l’azione muscolare tipica è quella di tirare indietro le spalle, ciò che
in termini analitico-caratteriali significa «autocontrollo» e «riservatezza». Di preferenza
la malattia colpisce i due grossi muscoli del collo che vanno dall’occipite alla clavicola
(muscoli sternocleidomastoidei). Questi muscoli vengono a trovarsi in uno stato di
ipertonia cronica quando la rabbia viene inconsciamente repressa in continuazione. Un
paziente che soffriva di reumatismi definì i gruppi muscolari in questione con il termine
molto indicativo di «muscoli della caparbietà». A questi si devono aggiungere anche i
muscoli della mascella, la cui contrazione cronica conferisce un’espressione caparbia e
ostinata alla parte inferiore del viso.
Nella parte inferiore del corpo sono colpiti con particolare frequenza i muscoli
che ritraggono il bacino, generando in tal modo una lordosi. Sappiamo già che la
ritrazione cronica del bacino ha la funzione di non far sorgere l’eccitazione genitale. A
questo proposito la lombaggine merita un esame più approfondito. La si trova molto
spesso in pazienti la cui muscolatura del sedere è cronicamente tesa, per trattenere le
sensazioni anali. Un altro gruppo di muscoli spesso colpito da reumatismi è quello degli
adduttori superficiali e profondi delle cosce, che servono a «stringere le gambe». Essi
hanno la funzione, soprattutto nelle donne, di reprimere l’eccitazione genitale. Nella
vegetoterapia sono stati chiamati «muscoli della moralità». L’anatomista viennese Julius
Tandler usava chiamarli scherzosamente «custodes virginitatis». Nei pazienti affetti da
reumatismi muscolari ma anche in moltissimi nevrotici caratteriali, questi gruppi di
muscoli si presentano al tatto come grossi cordoni sensibili alla pressione che non si
possono allentare, nella parte superiore interna delle cosce. Alla stessa categoria
appartengono anche i muscoli flessori del ginocchio che vanno dall’osso inferiore del
bacino fino alla parte superiore della gamba. Essi si contraggono cronicamente quando si
vogliono reprimere sensazioni organiche nel pavimento pelvico. I grandi muscoli
anteriori del torace (pettorali) sono cronicamente tesi e duri quando l’atteggiamento di
inspirazione è cronicamente fissato. Le nevralgie intercostali derivano da ciò e possono
essere eliminate. 3. Ci sono buone ragioni per ritenere che l’enfisema polmonare, in cui il
torace si gonfia a forma di botte, sia una conseguenza di un cronico atteggiamento di
inspirazione. Non bisogna dimenticare che ogni fissazione cronica di un determinato
atteggiamento muscolare danneggia l’elasticità dei tessuti; nel caso dell’enfisema ciò
riguarda le fibre elastiche dei bronchi. 4. Asma bronchiale nervosa; i suoi rapporti
rispetto alla simpaticotonia non sono ancora chiari. 5. Ulcera gastrica. Secondo la tabella
di p. 249, la simpaticotonia cronica è accompagnata da un eccesso di acidi. Questa è la
causa dell’iperacidità dei succhi gastrici. L’alcalizzazione è ridotta. La mucosa dello
stomaco è esposta all’azione degli acidi. L’ulcera gastrica si trova normalmente circa nel
mezzo della parete posteriore dello stomaco, proprio nella regione dietro la quale si
trovano il pancreas e il plesso solare. Ci sono buone ragioni per ritenere che i nervi
vegetativi della parete posteriore nello stato di simpaticotonia si ritirino, diminuendo in
tal modo la resistenza della membrana mucosa agli attacchi degli acidi. L’ulcera gastrica
è così nota come manifestazione di un disturbo affettivo cronico che non si può più
dubitare della sua natura psicosomatica. 7. Spasmi di ogni genere dei muscoli anulari

6. a) Gli attacchi spastici alla bocca dello stomaco, il cardiospasmo, che genera la
cardialgia, e il pilorospasma all’uscita dello stomaco. b) La costipazione intestinale
cronica, causata dalla cessazione o dalla riduzione della funzione della tensione-carica
nell’intestino. Essa è sempre accompagnata da una generale simpaticotonia e da un
atteggiamento inspiratorio cronico. È una delle malattie croniche più diffuse. c) Le
emorroidi sono la conseguenza di uno spasmo cronico dello sfintere anale. Il sangue nelle
vene periferiche dello sfintere anale contratto è meccanicamente ingorgato, le pareti
vascolari in certi punti si dilatano e formano dei nodi. d) Il vaginismo è espressione di
una contrazione della muscolatura anulare della vagina. 7. Una serie di malattie del
sangue, come la clorosi e certe forme di anemia, in quanto malattie simpaticotoniche
vengono trattate da Müller nella sua nota opera Die Lebensnerven. 8. L’eccesso di
biossido di carbonio nel sangue e nei tessuti. In seguito agli studi fondamentali compiuti
dallo studioso viennese Warburg sull’eccesso di CO2 nei tessuti cancerosi, è apparso con
evidenza che l’espirazione cronicamente ridotta a causa della simpaticotonia svolge un
ruolo essenziale nella predisposizione al cancro. La respirazione esterna limitata ha come
conseguenza una respirazione interna insufficiente. Gli organi con una respirazione
cronicamente insufficiente e una ridotta carica bioelettrica sono più facilmente esposti
agli stimoli che generano il cancro, di quelli con una buona respirazione. Il nesso tra
l’inibizione espiratoria dei nevrotici caratteriali simpaticotonici e i disturbi respiratori
degli organi cancerosi, scoperto da Warburg, divenne il punto di avvio delle ricerche
sessuoeconomiche sul cancro. Questo tema non può essere più diffusamente trattato in
questa sede. In questo libro va soltanto sottolineato l’importantissimo fatto che il cancro
nelle donne colpisce prevalentemente gli organi genitali. Il rapporto con la frigidità è
evidente e noto a molti ginecologi. Inoltre, la costipazione intestinale cronica costituisce
molto spesso la base del cancro nel tratto intestinale.
Disordine sociale della vita sessuale
 
Funzione della tensione-carica
 
Atteggiamento inspiratorio cronico
Angoscia di piacere
Simpaticotonia cronica

 
  Malattie psichiche Malattie somatiche Impotenza e frigidità Nevrosi sintomatica
Nevrosi del carattere Perversione Psicopatia Psicosi Criminalità nevrotica Debilità
Disposizione al cancro (eccesso di C02) Ipertonia cardiovascolare Ipertiroidismo (morbo
di Basedow) Enfisema Reumatismo muscolare e artrite Stitichezza ed emorroidi Disturbo
generale
dell’equilibrio vegetativo Chorea Morbo di Parkinson Epilessia Morbo di Raynaud
Clorosi Ulcera gastrica Tic Obesità Schema delle cause sociali delle malattie in seguito
al blocco della funzione tensione-carica Questo elenco sommario non si propone affatto
di sostituire la necessaria elaborazione dettagliata che non potrebbe mai essere effettuata
da un singolo individuo, e che richiede invece la collaborazione di molti medici e
studiosi. Mi premeva soltanto indicare un grande campo della patologia organica che è in
stretto rapporto con la funzione dell’orgasmo. Questo schema ha solo lo scopo di
sottolineare nessi finora trascurati e fare appello alla coscienza dei medici, perché
prendano nella dovuta considerazione le malattie sessuali degli uomini e facciano sì che
gli studenti di medicina imparino correttamente la teoria dell’orgasmo e la sessuologia
generale, per metterli in condizione di soddisfare un bisogno enorme della popolazione. È
necessario che lo studioso di medicina non si fermi a ciò che vede sotto il microscopio,
ma sia in grado di collegarlo con la funzione vitale autonoma dell’organismo nel suo
insieme; egli deve dominare questa funzione complessiva nelle sue componenti
biologiche e psichiche, e infine comprendere che l’influenza che la società esercita sulla
funzione della tensione-carica dell’organismo e dei suoi organi ha un’importanza decisiva
per la salute e la malattia di coloro che egli deve curare. In tal caso la medicina
psicosomatica, di cui oggi si occupano specificamente appassionati e specialisti, potrebbe
essere presto ciò che essa promette di diventare: la cornice generale della medicina del
futuro. È ovvio che questa cornice generale non potrà essere raggiunta finché si
continuerà a confondere la funzione sessuale dell’organismo vivente con le
manifestazioni patologiche di individui nevrotici e con i prodotti dell’industria
pornografica.
9. Dalla psicoanalisi alla biogenesi

1. La funzione bioelettrica del piacere e dell’angoscia

Fino al 1934 mi ero limitato ad applicare la mia teoria clinica, sorta nel campo
della sessuoeconomia, al campo biofisiologico generale. Con ciò il lavoro non era affatto
concluso. Al contrario, ora più che mai tutto sembrava spingere in direzione della
dimostrazione sperimentale dell’esattezza della formula dell’orgasmo. Nell’estate del
1934 venne da me in Danimarca, per partecipare a un corso che tenevo a certi colleghi
scandinavi, tedeschi e austriaci, il dottor Schjelderup, direttore dell’Istituto di psicologia
dell’Università di Oslo. Egli voleva imparare la tecnica dell’analisi caratteriale. Poiché
non poteva proseguire il suo lavoro in Danimarca, accettai volentieri la sua proposta di
continuare i miei esperimenti all’Istituto di psicologia dell’Università di Oslo. Mi trasferii
a Oslo a insegnare all’Istituto dell’Università l’analisi caratteriale, e come contropartita
ebbi la possibilità di realizzare i miei esperimenti fisiologici.
Prevedevo di dover ricorrere inizialmente a ogni passo all’aiuto di specialisti
tecnici. Un primo colloquio con l’assistente dell’Istituto di fisiologia di Oslo mi persuase
che con lui ci si poteva intendere. La mia teoria lo convinse. Il problema di fondo era
quello se gli organi sessuali durante l’eccitazione avrebbero rivelato un aumento della
loro carica bioelettrica. In base alle mie indicazioni teoriche, il fisiologo elaborò il
progetto di un apparecchio. La grandezza dei fenomeni da misurare era ignota.
Esperimenti di questo genere non erano mai stati effettuati. Le cariche di superficie delle
zone sessuali sarebbero state di un millesimo o di mezzo volt? Nella letteratura
fisiologica non si trovava nessun punto di riferimento per rispondere a simili domande.
Non si sapeva nemmeno che esistesse una carica elettrica alla superficie dell’organismo.
Quando nel dicembre del 1934 chiesi al direttore dell’Istituto di fisiologia di Londra
come si potesse misurare la carica elettrica della pelle, trovò molto strana la mia
domanda. Ma già alla fine del secolo, Tarchanoff e Veraguth avevano scoperto il
«fenomeno psico-galvanico»: le eccitazioni psichiche si manifestano sulla pelle come
oscillazioni di potenziale. Il piacere sessuale non era mai stato misurato.
Dopo alcuni mesi di riflessione si decise di costruire un apparecchio costituito da
una serie di valvole elettroniche. Le tensioni elettriche del corpo avrebbero dovuto
disturbare la corrente normale delle valvole («corrente anodica»), avrebbero dovuto
essere trasmesse amplificate dall’apparecchio su un oscillografo elettromagnetico e rese
visibili in forma luminosa su una striscia di carta con l’aiuto di uno specchio. Nel
febbraio 1935 l’apparecchio era pronto. Gli esperimenti vennero effettuati su alcuni dei
miei amici e discepoli norvegesi e su me stesso.
Fu sorprendente vedere che le curve dell’azione elettrica cardiaca erano
estremamente piccole rispetto alle oscillazioni delle cariche di superficie. Dopo una serie
di esperimenti preliminari in cui si procedette a tastoni, cominciammo a vederci chiaro.
Non mi dilungherò ora sui particolari delle ricerche e degli errori, e parlerò solo dei
risultati più importanti. Gli esperimenti si conclusero dopo circa due anni. Alla fine del
1936 pubblicai i risultati in una monografia1 che potrà servire di orientamento a chi si
interessa dei dispositivi tecnici e degli esperimenti di controllo.
L’intera superficie dell’organismo costituisce una «membrana porosa». Questa
membrana rivela un potenziale elettrico rispetto a ogni parte del corpo in cui l’epidermide
è stata scalfita. In circostanze normali, l’epidermide intatta possiede una carica statica o
di base. Questa rappresenta il potenziale biologico statico della superficie del corpo. Esso
è simmetrico sulle due metà del corpo e ha approssimativamente gli stessi valori su tutto
il corpo. Tra un individuo e l’altro le variazioni sono minime (10-20 MV). Il potenziale
statico appare nell’elettrogramma come una linea regolare e orizzontale. A esso si
sovrappongono, a distanza regolare, le punte dell’elettrocardiogramma. Le punte
corrispondono a una variazione del potenziale statico dell’epidermide, causata dalla
pulsazione elettrica del cuore (tav. 4, p. 330).
Esistono determinate zone della superficie che nel loro comportamento si
differenziano fondamentalmente dal resto della superficie epidermica. Si tratta delle zone
sessuoerogene: le labbra, la mucosa anale, i capezzoli, la superficie del pene, la mucosa
della vagina, i lobi delle orecchie, la lingua, il palmo delle mani, e – stranamente – anche
la fronte. La loro carica può essere uguale a quella del resto della pelle, ma può anche
avere un potenziale statico molto più alto o molto più basso del resto della pelle. Negli
individui vegetativamente liberi il potenziale di una stessa zona sessuale è raramente
costante; in tali zone sessuali si possono osservare oscillazioni fino a 50 MV e più. Ciò
corrisponde pienamente al fatto che le zone sessuali sono dotate di un’intensità di
sensazioni e di una capacità di eccitazione eccezionali ed estremamente variabili.
Soggettivamente, l’eccitazione delle zone sessuali viene percepita come corrente, come
prurito, come ondate di sensazioni, come piacevole senso di calore o come sensazione
«dolciastra». Le zone epidermiche non specificamente erogene possiedono queste
caratteristiche in misura molto minore, oppure non le possiedono affatto.
Mentre la pelle normale rivela l’intensità della sua carica bioelettrica in una linea
orizzontale abbastanza regolare (tav. 3, p. 330), il collegamento dei diversi potenziali
delle zone erogene forma una linea dolcemente ondulata, che sale o scende più o meno
ripidamente. Chiamiamo «escursione» questo costante mutamento del potenziale (tav. 5,
p. 330).
Il potenziale delle zone erogene si sposta nella misura in cui non corrisponde al
livello del resto della pelle: può salire o scendere. Quando la curva ondulatoria sale indica
un aumento, quando scende, una diminuzione della carica di superficie. Il potenziale
delle zone erogene non aumenta se in quel determinato punto non viene percepito il
flusso di una piacevole sensazione di corrente. Per esempio, un capezzolo può trovarsi in
stato di erezione senza che si sia verificato un aumento di potenziale. L’aumento del
potenziale in una zona sessuale è sempre accompagnato da un aumento della sensazione
di piacere e, viceversa, la diminuzione del potenziale da un calo della sensazione di
piacere. Durante alcuni esperimenti riuscii a indicare in base alle mie sensazioni
organiche cosa registrava l’apparecchio nella stanza accanto.
Questo risultato sperimentale conferma la formula tensione-carica. Esso rivela che
l’afflusso di liquido o il turgore di un organo non sono sufficienti da soli a provocare la
sensazione vegetativa del piacere. Per rendere percepibile la sensazione di piacere,
all’afflusso meccanico di liquido nell’organo deve aggiungersi un aumento della carica
bioelettrica. L’intensità psichica della sensazione di piacere corrisponde alla quantità
fisiologica del potenziale bioelettrico.
Gli esperimenti di controllo effettuati su materia non vivente hanno provato che la
lenta «escursione» organica del potenziale è una caratteristica specifica della materia
vivente. La materia non vivente non reagisce affatto agli «stimoli», oppure, come nel
caso di corpi elettricamente carichi, per esempio una torcia elettrica, reagisce con salti
meccanicamente angolosi, discontinui e disordinati del potenziale (tavv. 8 e 9, pp. 331-
332).
Chiamiamo potenziale preorgastico il potenziale che aumenta durante
l’escursione. Esso varia in momenti diversi nello stesso organo sessuale. Esso varia anche
sullo stesso organo da individuo a individuo. Esso corrisponde all’eccitazione o alla
corrente preorgastica nell’organo vegetativamente attivo. L’aumento della carica è la
risposta dell’organo a uno stimolo piacevole.
Se una zona erogena, su cui l’elettrodo poggia regolarmente e senza esercitare una
pressione, viene sollecitata con un batuffolo di cotone asciutto in modo da provocare una
sensazione piacevole, il potenziale rivela un’oscillazione ondulatoria, il cosiddetto
«fenomeno del solletico» (da K a * nella tav. 10, p. 332). Il solletico produce una specie
di sfregamento sessuale. Lo sfregamento sessuale è un fenomeno fondamentale nel
campo della materia vivente. In questo campo rientra anche la sensazione di prurito;
infatti essa suscita automaticamente lo stimolo a grattare e sfregare. Questi ultimi sono
affini allo sfregamento sessuale.
Dall’esperienza clinica orgasmo-terapeutica noi sappiamo che non sempre le
sensazioni di piacere sessuale possono essere provocate coscientemente. Del resto,
neppure un’eccitazione bioelettrica di una zona erogena può essere provocata senz’altro
da stimoli piacevoli. Dipende esclusivamente dalla disposizione dell’organo se esso
risponde allo stimolo con un’eccitazione. Questa caratteristica va osservata attentamente
durante gli esperimenti.
Il fenomeno del solletico avviene in tutti i punti della superficie dell’organismo.
Esso non si verifica quando si sfrega un materiale inorganico inumidito con un batuffolo
di cotone asciutto. I lati ascendenti positivi dell’oscillazione del solletico sono quasi
sempre più ripidi di quelli discendenti. La linea ondulatoria del fenomeno del solletico in
zone non specificamente sessuali è più o meno orizzontale. Nelle zone sessuali,
l’oscillazione del solletico si sovrappone all’eccitazione elettrica in fase di spostamento,
proprio come le punte dell’azione cardiaca.
Ogni genere di pressione riduce la carica di superficie. Se la pressione diminuisce,
la carica torna esattamente al livello originario. Se un’«escursione» piacevole ascendente
del potenziale viene interrotta dalla pressione, il potenziale cala fortemente e l’escursione
continua, cessata la pressione, esattamente al livello in cui era stata interrotta (tav. 11, p.
333).
L’entità dell’aumento di un’eccitazione elettrica in una zona sessuale dipende
dalla dolcezza dello stimolo: quanto più è dolce, tanto più è ripida. Essa dipende inoltre
dalla disposizione psico-fisica a reagire allo stimolo. Quanto più grande è questa
disposizione, tanto più ripida, cioè veloce, è l’ascesa.
Gli stimoli piacevoli che provocano una sensazione di piacere producono
regolarmente un aumento del potenziale, mentre gli stimoli che provocano angoscia o
dispiacere riducono più o meno rapidamente e notevolmente la carica di superficie.
Naturalmente anche questa reazione dipende dalla reattività dell’organismo. Individui
effettivamente bloccati e vegetativamente irrigiditi, per esempio i catatonici, non
reagiscono affatto o solo molto debolmente: l’eccitazione biologica delle zone sessuali
rimane al livello della restante superficie epidermica. Per studiare questi fenomeni di
oscillazione elettrica bisogna quindi scegliere soggetti adatti. Reazioni negative di
angoscia sotto forma di una rapida diminuzione della carica di superficie sono state
constatate sulla mucosa della vagina, sulla lingua e sul palmo della mano. A questo scopo
lo stimolo migliore è costituito da un inatteso spavento suscitato con grida, facendo
scoppiare improvvisamente un palloncino o con un improvviso e violento colpo di gong
ecc.
Come l’angoscia e la pressione, anche la rabbia riduce la carica bioelettrica nelle
zone sessualmente eccitabili. Nello stato di angoscia di attesa tutte le reazioni elettriche
sono ridotte. Non si riesce ad aumentare positivamente la carica di superficie. Le reazioni
di angoscia sono normalmente più facili da ottenere delle reazioni di piacere. Più evidenti
di tutte sono le diminuzioni di carica provocate dallo spavento (tavv. 12 e 13, p. 333).
Il pene, quando è molle, può avere un potenziale molto minore del resto della
pelle. La compressione della radice del pene e la formazione di un ingorgo di sangue nel
pene stesso non producono un mutamento del potenziale. Questo esperimento di controllo
conferma che solo l’eccitazione piacevole è accompagnata da una carica.
Dopo uno spavento è molto più difficile provocare reazioni di piacere. È come se
l’eccitazione vegetativa fosse divenuta «prudente». Se una soluzione zuccherina
concentrata viene usata come liquido elettrolitico sulla lingua, il potenziale della lingua
aumenta rapidamente. Se subito dopo si usa una soluzione salina, il potenziale cala in
direzione opposta, negativa (tavv. 14 e 15, p. 334).
Se dopo l’esperimento con il sale, si ritorna allo zucchero, non si ottiene più un
aumento del potenziale. La lingua è diventata «prudente» o «delusa». Se si mette
ripetutamente sulla lingua di una persona solo zucchero, l’aumento del potenziale cala a
ogni nuovo esperimento. È come se la lingua si fosse «assuefatta» allo stimolo piacevole.
Gli organi delusi e assuefatti reagiscono pigramente anche agli stimoli piacevoli.
Se viene tolto l’elettrodo dalla zona sessuale in esame, facendo una derivazione
indiretta, si verificano gli stessi fenomeni. Se un soggetto maschile e uno femminile
intingono entrambi il dito di una mano in un liquido elettrolitico collegato con
l’oscillografo, il contatto delle labbra nel bacio rivela un forte aumento positivo del
potenziale (tav. 16, p. 334).
Il fenomeno è quindi indipendente dal luogo in cui si applica l’elettrodo. Se
invece una delle due persone esegue malvolentieri l’azione, il medesimo stimolo provoca
una reazione discendente di dispiacere invece della reazione ascendente di piacere. Si
perviene agli stessi risultati quando le due mani ancora libere dei soggetti si toccano. Se
le mani si accarezzano dolcemente, si verificano oscillazioni positive. La pressione o un
forte sfregamento del palmo delle mani provocano una diminuzione della carica.
In che modo l’energia bioelettrica si muove dal centro vegetativo alla periferia
vegetativa e viceversa? Secondo la concezione tradizionale, l’energia bioelettrica
dovrebbe seguire le fibre nervose; si presuppone che queste fibre nervose non siano
contrattili. Tutte le osservazioni fatte finora rendono invece necessaria l’ipotesi che lo
stesso plesso sinciziale dei nervi vitali sia contrattile, cioè capace di allungarsi e di
contrarsi. Questa ipotesi più tardi è stata confermata dall’osservazione microscopica. Si
possono osservare molto bene al microscopio movimenti di espansione e di contrazione
in piccoli vermi translucidi. Questi movimenti dell’apparato vitale autonomo avvengono
indipendentemente dai movimenti di tutto il corpo e li precedono. Secondo queste
osservazioni, l’ameba continua a esistere negli animali e nell’uomo, sotto forma del
sistema nervoso autonomo contrattile.
Se un soggetto inspira profondamente o spinge come andare di corpo, mentre ha
un elettrodo differenziale sopra l’ombelico al centro dell’epidermide addominale, il
potenziale di superficie cala in maggiore o minore misura durante l’inspirazione e
aumenta nuovamente durante l’espirazione. In un gran numero di persone il risultato era
sempre lo stesso, tranne che nelle persone fortemente bloccate affettivamente o
eccezionalmente irrigidite nei muscoli. Questo fatto, unitamente all’osservazione clinica
della riduzione degli affetti causata dall’inspirazione, condusse all’ipotesi seguente:
Durante l’inspirazione il diaframma si abbassa ed esercita una pressione sugli
organi addominali; esso restringe la cavità addominale. Durante l’espirazione, invece, il
diaframma si alza, la pressione sugli organi addominali diminuisce; la cavità addominale
si allarga. Durante la respirazione la cavità toracica e quella addominale si allargano e si
restringono alternativamente; questo è un dato di fatto che verrà trattato in altra sede.
Poiché la pressione diminuisce regolarmente il potenziale, il calo del potenziale
dell’epidermide durante l’inspirazione non ha nulla di particolare. È soltanto strano il
fatto che il potenziale cali, benché la pressione non venga esercitata in superficie, ma al
centro dell’organismo.
Il fatto che la pressione interna appaia sull’epidermide addominale si spiega
soltanto con l’esistenza di un campo continuo di eccitazione bioelettrica tra il centro e la
periferia. La trasmissione della bioenergia non può essere legata alle sole vie nervose;
essa segue piuttosto tutte le membrane e liquidi dell’organismo. Ciò si concilia
perfettamente con l’immagine della vescica membranosa che rappresenta l’organismo, e
conferma la teoria di Fr. Kraus.2
Questa ipotesi venne ulteriormente confermata quando dalle ricerche condotte su
alcuni malati disturbati affettivamente e con un’espirazione limitata, risultò che
l’oscillazione della carica sull’epidermide addominale era estremamente ridotta o
addirittura inesistente.
Riassumendo i dati descritti riguardanti il nostro problema centrale, possiamo
affermare quanto segue:
Solo e unicamente un aumento della carica bioelettrica produce il piacere
biologico, accompagnato dalla sensazione di corrente e di voluttà. Tutte le altre
eccitazioni, il dolore, lo spavento, l’angoscia, la pressione, la rabbia e la depressione
sono accompagnate da una diminuzione della carica di superficie dell’organismo.
In linea di massima esistono quattro tipi di diminuzione della carica alla periferia
dell’organismo:
1. Una riduzione della carica di superficie, prima di una forte carica intenzionale.
Questa reazione può, per esempio, essere paragonata alla tensione trattenuta di una tigre
prima del salto.
2. La scarica orgastica, contrariamente all’eccitazione preorgastica, rivela una
diminuzione del potenziale. La curva bioelettrica dell’orgasmo corrisponde alla curva
della percezione.
3. Nello stato di angoscia diminuisce la carica periferica.
4. Con la morte i tessuti perdono la loro carica; abbiamo reazioni negative. La
fonte di energia si estingue.
Carica di superficie
Aumento

Diminuzione

Piacere di ogni tipo

Tensione centrale prima


di un’azione

Scarica orgastica periferica

Angoscia, rabbia, pressione, dispiacere, depressione

Morte (estinzione
della fonte di energia)

L’eccitazione sessuale è quindi funzionalmente identica alla carica bioelettrica


della periferia dell’organismo. Il concetto freudiano della libido come misura dell’energia
psichica non è più soltanto una pura e semplice immagine. Esso riguarda processi
bioelettrici, reali. Soltanto l’eccitazione sessuale rappresenta la funzione bioelettrica in
direzione della periferia («verso il mondo – fuori di sé»).
Il piacere e l’angoscia sono le eccitazioni o gli affetti originari della materia
vivente. La loro funzione bioelettrica li inserisce in linea di massima nel generale
processo elettrico della natura.
Individui psichicamente non disturbati e capaci di sensazioni orgastiche, in altri
termini non inariditi vegetativamente, sono in grado di indicare in base alle loro
sensazioni soggettive durante il processo di eccitazione ciò che accade oggettivamente
sull’apparecchio. L’intensità della sensazione di piacere corrisponde alla quantità della
carica bioelettrica della superficie, e viceversa. La sensazione di «essere freddi», di
«essere morti», della «mancanza di contatto» dei malati psichici, è l’espressione di una
carenza nella carica bioelettrica periferica.
La formula della tensione-carica ha così ricevuto la sua verifica sperimentale.
L’eccitazione biologica è un processo che oltre al turgore meccanico (afflusso di liquido),
esige anche una carica bioelettrica. Il soddisfacimento orgastico è una scarica
bioelettrica seguita da una distensione meccanica di liquidi.
Il processo biologico dell’espansione, evidenziato nell’erezione di un organo o
nell’allungamento degli pseudopodi del plasma, è la manifestazione esteriore di un
movimento dell’energia bioelettrica dal centro alla periferia dell’organismo. Ciò che si
muove è – sia in senso psichico sia in senso somatico – la stessa carica bioelettrica.
Poiché soltanto le sensazioni vegetative di piacere sono accompagnate da un
aumento della carica sulla superficie dell’organismo, l’eccitazione di piacere deve essere
considerata come il processo produttivo specifico nel sistema biologico. Tutti gli altri
affetti, come il dispiacere, la rabbia, l’angoscia, la pressione, dal punto di vista energetico
sono antitetici e rappresentano quindi funzioni negatrici della vita. Il processo di piacere
sessuale è quindi semplicemente il processo vitale. Questa non è una façon de parler, ma
un dato di fatto sperimentalmente accertato.
L’angoscia, in quanto direzione fondamentale opposta a quella della sessualità,
coincide con quella della morte. L’angoscia non è identica alla morte, poiché nella morte
la fonte centrale di energia, l’attività di carica, si estingue, mentre nell’angoscia la fonte
di energia viene semplicemente accumulata nel centro attraverso il ritiro dell’eccitazione
dalla periferia, generando in tal modo la sensazione soggettiva dell’oppressione
(angustiae).
In base a questi dati di fatto, il concetto di «sessuoeconomia» acquista un concreto
significato scientifico. Esso esprime il modo in cui viene regolata l’energia bioelettrica o,
ciò che è lo stesso, il modo in cui viene regolata l’economia dell’energia sessuale
dell’individuo. «Sessuoeconomia» significa il modo in cui un individuo impiega la sua
energia bioelettrica, quanta ne accumula e quanta ne riserva alla scarica orgastica. Poiché
l’energia bioelettrica dell’organismo rappresenta il dato fondamentale di partenza, si
delinea una nuova comprensione delle malattie organiche.
A questo punto le nevrosi appaiono in una luce sostanzialmente diversa da quella
in cui appaiono nella psicoanalisi. Esse non sono affatto soltanto i risultati di conflitti
psichici irrisolti e di fissazioni infantili. Piuttosto, queste fissazioni e questi conflitti
psichici causano disturbi fondamentali nell’economia dell’energia bioelettrica, con una
conseguente fissazione somatica. Per questo motivo una separazione dei processi psichici
da quelli somatici è impossibile oltre che inammissibile. Le malattie psichiche sono
disturbi biologici che si manifestano sia nel campo somatico sia in quello psichico. Alla
base di questi disturbi si trova la deviazione del decorso naturale dell’energia biologica.
La psiche e il soma costituiscono un’unità funzionale con un rapporto che è nello
stesso tempo antitetico. Entrambi funzionano in base a leggi biologiche. La
modificazione di queste leggi biologiche è una conseguenza di influssi sociali del mondo
esterno. La struttura psicosomatica è il risultato dell’urto delle funzioni sociali con
quelle biologiche.
La funzione dell’orgasmo diviene l’indice del funzionamento psicofisico, poiché
in essa si esprime la funzione dell’energia biologica.
2. La soluzione teorica della contraddizione tra meccanicismo e vitalismo

Quando si scoprì che la formula della tensione-carica valeva per tutte le funzioni
involontarie della materia vivente, ci si pose la domanda se essa fosse applicabile anche
ai processi della natura inanimata. Né nella letteratura né nelle discussioni con i fisici si
riusciva a trovare una funzione inorganica in cui una tensione meccanica (dovuta
all’afflusso di liquido) si convertisse in una carica elettrica e quindi in una scarica
elettrica e in una distensione meccanica (attraverso lo svuotamento del liquido). Nella
natura inorganica si trovano effettivamente tutti gli elementi fisici della formula, ma solo
isolati e non nella particolare disposizione in cui si trovano nella materia vivente.
Esistono la tensione meccanica attraverso il riempimento, e la distensione attraverso lo
svuotamento; esistono anche la carica e la scarica elettrica.
La conclusione era che la particolare combinazione delle funzioni meccanica ed
elettrica doveva costituire il carattere specifico del funzionamento della materia vivente.
Ero ora in grado di fornire un contributo sostanziale all’antichissima disputa tra vitalisti e
meccanicisti. I vitalisti affermavano da sempre che la materia vivente è
fondamentalmente diversa da quella non-vivente. Per rendere comprensibile il
funzionamento specifico della materia vivente, adducevano sempre un principio
metafisico, per esempio l’«entelechia». I meccanicisti affermavano invece che sul piano
fisico-chimico la materia vivente non si differenzia affatto dalla materia non-vivente e
che semplicemente non è stata studiata a sufficienza. I meccanicisti negavano quindi una
differenza di fondo tra la materia vivente e quella non-vivente. La formula della tensione-
carica dava ragione a entrambe le tendenze, anche se in un modo diverso da quello che
avevano immaginato.
La materia vivente funziona effettivamente sulla base delle stesse funzioni fisiche
della materia non-vivente, come affermano i meccanicisti. È in pari tempo
fondamentalmente diversa dalla materia non-vivente, come affermano i vitalisti, perché
le funzioni della meccanica (tensione-distensione) e quelle dell’elettricità (carica-scarica)
sono disposte in un modo specifico che non si ritrova nella materia non-vivente. Questa
diversità non può però essere ricondotta – come credono i vitalisti – a un principio
metafisico esistente al di là della materia e dell’energia. Essa può piuttosto essere
compresa in base a leggi materiali ed energetiche. Nelle sue funzioni la materia vivente è
nello stesso tempo identica e diversa dalla materia non-vivente.
C’è da aspettarsi che i vitalisti e gli spiritualisti confuteranno questa constatazione
adducendo l’argomento che la coscienza e l’autopercezione rimangono tuttora inspiegate.
Questo è vero, ma ciò non giustifica l’assunzione di un principio metafisico; del resto si
può contare su una prossima definitiva chiarificazione della questione. Gli esperimenti
elettrici hanno provato che l’eccitazione biologica di piacere e di angoscia è
funzionalmente identica con la sua percezione. È quindi giustificato presumere che anche
gli organismi più primitivi abbiano sensazioni organiche di piacere e angoscia.
3. L’«energia biologica» è energia atmosferica (cosmica) orgonica

Sono giunto alla fine della mia esposizione della teoria dell’orgasmo.
Concludendo, mi limiterò a dare solo un breve cenno al vasto campo in cui hanno
condotto le ricerche sull’orgasmo. Gli esperimenti bioelettrici hanno sollevato un
problema inaspettato e straordinariamente importante: il problema della natura
dell’energia bioelettrica che si manifesta in questi esperimenti. Appare chiaro che non
poteva trattarsi di alcuna delle forme di energia note finora.
La velocità dell’energia elettrica elettromagnetica è pari a quella della luce, cioè
circa 300000 km al secondo. Osservando le curve e i tempi che caratterizzano il
movimento dell’energia bioelettrica, si è constatato che il carattere dei movimenti
dell’energia bioelettrica si differenzia fondamentalmente dai ben noti tempi e movimenti
dell’energia elettromagnetica. L’energia bioelettrica si muove con straordinaria lentezza,
ed è misurabile in millimetri per secondo. (La sua velocità è indicata dal numero delle
punte che appaiono sull’elettrocardiogramma; vedi per esempio tav. 10, p. 332.) La forma
del movimento è quella di una lenta ondulazione. Il carattere del movimento dell’energia
biologica assomiglia a quello di un intestino o di un serpente. Il movimento corrisponde
anche al lento sorgere di una sensazione organica o di un’eccitazione vegetativa. Una
spiegazione potrebbe essere quella che è la grande resistenza dei tessuti animali a
rallentare la velocità dell’energia elettrica nell’organismo. Ma essa è insoddisfacente.
Applicando al corpo uno stimolo elettrico,