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IL RITO DELL’ORDINAZIONE SACERDOTALE

a) PRESENTAZIONE dei candidati al Vescovo ed ELEZIONE


Nel dialogo inziale tra il Vescovo e il sacerdote responsabile della formazione dei candidati si intravede come alle origini
della Chiesa il conferimento degli ordini fosse legato alla previa scelta o almeno al consenso della comunità. Verso la
fine dell’VIII secolo a Roma le interrogazioni sull’idoneità dei candidati avevano luogo prima del rito di ordinazione
vero e proprio; il lunedì precedente i candidati dovevano giurare di non aver commesso delitti che impedissero l’accesso
ai sacri ordini; poi, durante le messe del mercoledì e del venerdì successivi, si chiedeva al popolo se qualcuno avesse
dei dubbi sulla loro idoneità. Nel Pontificale Romano Germanico (XII sec.) l’interrogazione venne inserita nel rito; a
rispondere erano due presbiteri, numero necessario per qualificare la testimonianza pubblica. Successivamente (XIII
sec.) a rispondere fu chiamato l’arcidiacono: tale prassi rimase per secoli, fino alla riforma liturgica del Concilio Vati-
cano II. L’elemento teologico da recepire è che nessuno può pretendere di diventare sacerdote: la scelta è frutto di un
discernimento ecclesiale, e la Chiesa deve riconoscere con scrupolo e rigore l’idoneità dei candidati ad assumere gli
obblighi connessi all’esercizio del ministero e le qualità necessarie ad assolverne dignitosamente gli uffici. La prassi
che escludeva dal ministero coloro che avessero imperfezioni fisiche (CJC 1917, can. 984) è stata superata dal CJC 1983,
che però richiede ugualmente ai candidati requisiti molto elevati: fede integra, retta intenzione, scienza debita, buona
stima, integri costumi, provate virtù, qualità fisiche e psichiche congruenti con il ministero (can. 1029). D’altro canto,
nessuno è pienamente degno della sublime dignità sacerdotale: tutti siamo “eletti per grazia” (cfr Ef 3,7; Rm 11,5).
L’elezione dei candidati è punto di arrivo simbolico di tutto il percorso formativo, che consa delle seguenti tappe deci-
sive: la dichiarazione dell’ordinando sulla sua volontà spontanea e libera di ricevere il sacro ordine e di dedicarsi per
sempre al ministero ecclesiastico (petitio ad ordines); l’ordinazione diaconale in vista di quella presbiterale; lo scrutinio
favorevole all’ordinazione presbiterale; la decisione dell’Ordinario di procedere all’ordinazione. La richiesta al Vescovo
di consacrare i candidati è fatta dal presbitero a nome della “Santa Madre Chiesa” (la Chiesa universale), anche se
l’ordinazione avviene su richiesta di uno specifico Ordinario e ciascun ordinato sarà incardinato in una chiesa locale:
ma non va dimenticato che i presbiteri sono sempre «al servizio del bene di tutta la Chiesa» (LG 28). La chiamata è
personale (per nome: cfr Ap 2,17), e altrettanto personale è la risposta: «adsum», «eccomi».
Diacono: Si presentino coloro che devono essere ordinati presbitero: Nome
Ordinando: Eccomi.
Presbitero: Reverendissimo Padre, la santa Madre Chiesa chiede che questi nostri fratelli siano ordinati
presbiteri.
Vescovo: Sei certo che ne siano degni?
Presbitero: Dalle informazioni raccolte presso il popolo cristiano e secondo il giudizio di coloro che ne
hanno curato la formazione, posso attestare che ne sono degni.
Vescovo: Con l’aiuto di Dio e di Gesù Cristo nostro Salvatore, noi scegliamo questi nostri fratelli per l’or-
dine del presbiterato.
Tutti: Rendiamo grazie a Dio.
b) OMELIA
L’omelia ordinariamente deve presentare la fisionomia del presbitero secondo la dottrina della Chiesa, come formulata
nel Concilio Vaticano II (ad es. LG 28; PO).
c) IMPEGNI dell’eletto
La promissio electorum si svolge in due fasi: nella prima gli impegni riguardano l’esercizio del ministero presbiterale e
l’unione con Cristo e sono assunti da tutti gli ordinandi insieme; nella seconda ognuno fa la promessa di obbedienza.
I candidati devono non solo manifestare la volontà di essere ordinati presbiteri, ma anche di svolgere con zelo il mini-
stero sacerdotale. Le richieste di impegno sono cinque. La prima si riferisce all’esercizio del munus pascendi o regendi:
è la cura d’anime, cioè la cura pastorale del popolo santo di Dio, da vivere per tutta la vita e incessantemente (il servizio
non ammette part-time). La seconda riguarda il ministero della Parola e dell’annuncio (munus docendi): è la predica-
zione del Vangelo e l’insegnamento della fede cattolica, da svolgersi in ossequio alla Verità e con sapiente competenza.
L’attuale rituale ha anticipato questa richiesta al secondo posto (era la terza interrogazione nel rituale del 1968) perché
l’annuncio della fede precede di norma la fruttuosa celebrazione dei sacramenti. La terza richiesta, infatti, concerne il
munus santificandi, ossia l’amministrazione dei sacramenti, da compiere “piamente e fedelmente”, secondo la tradi-
zione della Chiesa. La quarta petizione è stata aggiunta di sana pianta rispetto all’edizione del 1968: è la richiesta di
pregare incessantemente, insieme con il Vescovo, per il popolo di Dio. L’impegno del ministro non può limitarsi all’eser-
cizio di funzioni operative, ma include la preghiera assidua (ad es. la liturgia delle Ore), come comandato dal Signore
(Lc 18,1; 21,36) e raccomandato San Paolo (1Tess 5,17). La quinta interrogazione si riferisce alla nuova partecipazione
del presbitero all’unico sacerdozio di Cristo, partecipando del suo totale sacrificio e della sua consacrazione / santifi-
cazione al Padre (cfr Gv 17,19). La santificazione personale è opera della grazia, ma rappresenta anche l’impegno più
gravoso di ciascuno: per questo viene invocato esplicitamente l’aiuto di Dio («Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio»).
Il rito dell’ordinazione sacerdotale – Comunità del propedeutico – maggio 2020

A queste domande i candidati rispondono collettivamente, benché al singolare. La promessa di obbedienza viene invece
compiuta con rito individuale da ciascun candidato, il quale, in ginocchio, pone le sue mani giunte in quelle del Vescovo.
Si tratta del gesto con cui, soprattutto nella cultura germanica medioevale, il vassallo prometteva fedeltà al Re.
Gli eletti vengono interrogati dal Vescovo con queste parole:
Vescovo: Figli carissimi, prima di ricevere l’ordine del presbiterato, dovete manifestare davanti al popolo
di Dio la volontà di assumerne gli impegni.
 Volete esercitare per tutta la vita [indesinenter explere] il ministero sacerdotale nel grado di
presbitero, come fedeli cooperatori [ut probi… cooperatores] dell’ordine dei Vescovi nel servizio
del popolo di Dio [pascendo grege dominico], sotto la guida dello Spirito Santo?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo:  Volete adempiere degnamente e sapientemente [digne et sapienter] il ministero della parola
[ministerium verbi] nella predicazione del Vangelo e nell’insegnamento della fede cattolica?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo:  Volete celebrare con devozione e fedeltà [pie et fideliter] i misteri di Cristo secondo la tradi-
zione della Chiesa, specialmente nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconcilia-
zione, a lode di Dio e per la santificazione [ad… sanctificationem] del popolo cristiano?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo:  Volete, insieme con noi, implorare la divina misericordia per il popolo a voi affidato, dedi-
candovi assiduamente alla preghiera, come ha comandato il Signore [orandi mandato indesinen-
ter instantes]?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo:  Volete essere sempre più strettamente uniti [arctius in dies coniungi] a Cristo sommo sacer-
dote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stesso a Dio insieme
con Lui per la salvezza di tutti gli uomini?
Eletto: Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio.
Ciascun candidato si inginocchia davanti al Vescovo e pone le proprie mani congiunte nelle mani del vescovo.
Vescovo: Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?
oppure, se in Vescovo non è l’Ordinario:
Prometti al tuo Ordinario filiale rispetto e obbedienza?
oppure, per i religiosi:
Prometti al tuo Vescovo diocesano e al tuo legittimo Superiore filiale rispetto e obbedienza?
Eletto: Sì, lo prometto.
Vescovo: Dio che ha iniziato in te la sua opera la porti a compimento.
d) LITANIE dei Santi
Le litanie non conferiscono solamente solennità alla liturgia: esprimono la partecipazione di tutta la Chiesa – anche
quella trionfante – alla gioia per la costituzione di nuovi ministri. L’invito alla preghiera da parte del Vescovo sottolinea
che è Dio stesso a chiamare al presbiterato. Gli ordinandi si stendono a terra: è il gesto della prostrazione e della
preghiera. Durante il canto l’assemblea rimane in piedi nel tempo di Pasqua, altrimenti è invitata ad inginocchiarsi.
Vescovo: Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché colmi dei suoi doni questi suoi figli
che ha voluto chiamare all’ordine del presbiterato.
Le litanie si svolgono come di consueto: invocazioni a Dio, poi Maria, gli angeli, gli Apostoli e le altre figure dei Vangeli;
i martiri e le martiri, i dottori, gli altri santi e sante, santi e beati della chiesa locale; poi le intercessioni, la triplice invocazione
per gli ordinandi e le ultime invocazioni al Signore Gesù. Al termine il Vescovo, in piedi, conclude:
Vescovo: Ascolta, o Padre, la nostra preghiera: effondi la benedizione dello Spirito Santo e la potenza
della grazia sacerdotale su questi tuoi figli; noi li presentiamo a te, Dio di misericordia, perché
siano consacrati e ricevano l’inesauribile ricchezza del tuo dono. Per Cristo nostro Signore.
Tutti: Amen.
e) IMPOSIZIONE delle mani e PREGHIERA CONSACRATORIA
È la parte essenziale [ad validitatem] del rito. «Mediante l’imposizione delle mani del Vescovo e la preghiera di ordina-
zione viene conferito agli eletti il dono dello Spirito Santo per il ministero dei presbiteri». La rubrica spiega:
Quindi ogni eletto si avvicina al Vescovo, che sta in piedi alla sede con la mitra in capo, e si inginocchia davanti a lui. Il
Vescovo impone le mani sul capo dell’eletto senza dire nulla.

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Il rito dell’ordinazione sacerdotale – Comunità del propedeutico – maggio 2020

Dopo che il Vescovo ha imposto le mani, tutti i presbiteri presenti, indossando la stola, impongono le mani su ciascun eletto,
senza nulla dire.
Il rito deve svolgersi nel silenzio adorante dell’assemblea, dei ministri e degli eletti. Il gesto dell’imposizione delle mani
da parte del Vescovo, di origine apostolica, esprime la comunicazione del dono dello Spirito per la santificazione inte-
riore e come abilitazione a svolgere gli uffici propri dell’ordine. Il senso dell’imposizione delle mani da parte dei presbiteri
è invece espresso così nei Prenotanda: «Insieme con il Vescovo anche i presbiteri impongono le mani sugli eletti in
segno della loro aggregazione al presbiterio». Se il numero dei presbiteri fosse troppo elevato, per non prolungare
eccessivamente la celebrazione il Vescovo potrà sceglierne alcuni, in rappresentanza di tutto il presbiterio.
Segue la preghiera di consacrazione sacerdotale. Solo il Vescovo – non i sacerdoti – stende le mani in gesto epicletico
sugli ordinanti, e legge (o canta) la preghiera, che è composta di due sezioni. Nella prima sezione (anamnesi = memoriale
della storia della salvezza) il testo rievoca l’istituzione del sacerdozio sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Dap-
prima presenta le figure di Mosè con i settanta anziani (cfr Nm 11, 16-17.24-25), e di Aronne con i suoi figli (Es 29; Lv
8). Il paragone tra Mosè con i settanta anziani e il Vescovo con i suoi presbiteri è facilmente intuibile, come pure quello
tra Aronne e i suoi figli. La seconda parte della prima sezione fa memoria del sacerdozio di Cristo, unico mediatore
della Nuova Alleanza, di cui gli Apostoli portano l’annuncio e attuano l’opera di salvezza nel mondo.
La seconda sezione (epiclesi = invocazione dello Spirito Santo) si apre con la parola «nunc», “adesso”: si invoca l’inter-
vento diretto di Dio. La formula di consacrazione chiede per gli ordinandi: 1) la dignità del presbiterato; 2) la rinnova-
zione del dono dello Spirito Santo ricevuto nell’ordinazione diaconale; 3) la custodia nell’esercizio del secondo grado
del ministero; 4) una condotta esemplare che diventi testimonianza. Prosegue poi specificando in cosa consista la
condotta esemplare di un presbitero: essere degni collaboratori dei Vescovi. In concreto: 1) annunciare la Parola di Dio;
2) amministrare i sacramenti (si allude a battesimo, eucaristia, penitenza e unzione); 3) pregare per il popolo di Dio.
Vescovo: Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, artefice della dignità umana, dispensatore di
ogni grazia, che fai vivere e sostieni tutte le creature, e le guidi in una continua crescita: assistici
con il tuo aiuto. Per formare il popolo sacerdotale tu hai disposto in esso in diversi ordini, con la
potenza dello Spirito Santo, i ministri del Cristo tuo Figlio.
Culto AT Nell’antica alleanza presero forma e figura i vari uffici istituiti per il servizio liturgico. A Mosè e
ad Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo, associasti collaboratori che li
seguivano nel grado e nella dignità. Nel cammino dell’esodo comunicasti a settanta uomini saggi
e prudenti lo spirito di Mosè tuo servo, perché egli potesse guidare più agevolmente con il loro
aiuto il tuo popolo. Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre, perché
non mancasse mai nella tua tenda il servizio sacerdotale previsto dalla legge per l’offerta dei
sacrifici che erano ombra delle realtà future.
Culto NT Nella pienezza dei tempi, Padre santo, hai mandato nel mondo il tuo Figlio Gesù, apostolo e pon-
tefice della fede che noi professiamo. Per opera dello Spirito Santo egli si offrì a te, vittima senza
macchia, e rese partecipi della sua missione i suoi Apostoli consacrandoli nella verità. Tu aggre-
gasti ad essi dei collaboratori nel ministero per annunziare e attuare l’opera della salvezza.
Richiesta Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno
per l’esercizio del sacerdozio apostolico.
Consacrazione Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro
l’effusione del tuo Spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del
secondo grado sacerdotale da te ricevuto e con il loro esempio guidino tutti a un’integra
condotta di vita.
[Da, quæsumus, omnipotens Pater, in hos famulos tuos presbyterii dignitatem;
innova in visceribus eorum Spiritum sanctitatis;
acceptum a te, Deus, secundi meriti munus obtineant,
censuramque morum exemplo suæ conversationis insinuent].
Ministero Siano degni cooperatori dell’ordine episcopale, perché la parola del Vangelo mediante la loro
predicazione, con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini, e raggiunga i
confini della terra. Siano insieme con noi fedeli dispensatori dei tuoi misteri, perché il tuo popolo
sia rinnovato con il lavacro di rigenerazione e nutrito alla mensa del tuo altare, siano riconci-
liati i peccatori e i malati ricevano sollievo. Sia unito a noi, o Signore, nell’implorare la tua mi-
sericordia per il popolo a lui affidato e per il mondo intero. Così la moltitudine delle genti, riu-
nita in Cristo, diventi il tuo unico popolo, che avrà il compimento nel tuo regno. Per il nostro
Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Tutti: Amen.

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Il rito dell’ordinazione sacerdotale – Comunità del propedeutico – maggio 2020

f) RITI ESPLICATIVI
Quattro gesti simbolici esprimono visibilmente il mistero invisibile che si è compiuto e la dignità che è stata conferita.
1) Vestizione degli abiti sacerdotali
La stola presbiterale posta sul collo simboleggia il giogo soave di Cristo (cfr Mt 11,30); la casula è segno della funzione
di culto nella Chiesa. La vestizione è compiuta dai sacerdoti presenti, per esprimere la loro partecipazione al rito.
Alcuni sacerdoti rivestono ciascun neo-ordinato, disponendo la stola al modo sacerdotale (e non più diaconale) e facendogli
indossare la casula.
2) Unzione crismale
Mediante l’unzione delle mani viene significata la particolare partecipazione dei presbiteri al sacerdozio di Cristo. Il
rito riformato dopo il Concilio ha ripristinato le modalità originarie dell’unzione: con il crisma (non l’olio dei catecu-
meni), a forma di croce sul palmo della mano (non tutta la mano), e con una nuova formula che esprime meglio il senso
della consacrazione appena effettuata, ossia la santificazione del popolo di Dio. Dopo l’unzione sia il Vescovo che i
sacerdoti si detergono le mani: è abbandonata la tradizione di tenere giunte a lungo le mani dopo l’unzione.
Il Vescovo indossa un grembiule e unge con il sacro crisma le palme delle mani di ciascun ordinato, inginocchiato davanti a
lui, pronunciando le seguenti parole:
Vescovo: Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la
santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio.
3) Consegna del pane e del vino
Mediante la consegna del pane e del vino nelle mani dei novelli presbiteri si indica insieme il compito di presiedere il
sacrificio eucaristico (celebrationi eucharistiæ præsidendi) e la sequela del Cristo crocifisso. I più antichi sacramentari
non riportano questo rito: compare per la prima volta nel Pontificale Romano Germanico (XII sec.). Viene poi recepito
nel Pontificale Romano addirittura come gesto consacratorio principale. Questa opinione si diffuse anche grazie a S.
Tommaso (cfr Summa Theol., Suppl. q. 34, artt. 4-5), che individuò nella consegna degli strumenti per la celebrazione
eucaristica la materia del sacramento e nelle parole esplicative la sua forma. La tesi fu accolta dal Concilio di Firenze
nel 1439 (bolla di unione con gli Armeni Exsultate Deo 1). Il valore di questa bolla è stato più volte messo in discussione,
perché certamente fino al sec. IX era in uso consacrare mediante la sola imposizione delle mani, tanto nelle chiese
orientali – come ad es. quella armena – quanto in quelle occidentali. Coraggiosamente Pio XII (cost. Sacramentum
ordinis, 30 nov. 1947) risolse la questione, dichiarando che il rito essenziale è costituito dall’imposizione delle mani in
silenzio e dalla preghiera consacratoria. La formula esplicativa nel nuovo rituale omette ogni riferimento alla potestas
(già conferita con la consacrazione già effettuata) e chiarisce il significato della consegna di patena e calice. Il linguag-
gio è volutamente allusivo (“ciò che farai… ciò che tratterai…”: tractare mysteria o tractare divina è l’espressione tradi-
zionale per indicare la celebrazione dei divini misteri), perché le azioni proprie del sacerdote trascendono l’umano e
rimangono misteriose.
I fedeli portano in processione la patena con il pane e il calice con il vino per la celebrazione eucaristica. Il diacono li riceve,
infonde l’acqua nel calice e li trasmette al Vescovo, il quale a sua volta li consegna nelle mani di ciascuno ordinato, inginoc-
chiato davanti a lui, dicendo:
Vescovo: Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico.
Renditi conto di ciò che farai [agnosce quod ages], imita ciò che celebrerai [imitare quod tractabis],
conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore [vitam tuam mysterio dominicæ crucis
conforma].
4) Abbraccio di pace
Con quest’ultimo rito esplicativo il Vescovo pone quasi il sigillo all’aggregazione dei presbiteri come suoi nuovi coope-
ratori nel ministero; quindi i presbiteri salutano con il “bacio santo” (Rm 16,16; 1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Tes 5,26) i nuovi
ordinati accogliendoli come fratelli nel presbiterio diocesano.
Da ultimo il Vescovo dà il bacio di pace a ciascun ordinato. Lo stesso fanno tutti i presbiteri presenti, o almeno un certo
numero di loro.
Vescovo: La pace sia con te.
Ordinato: E con il tuo Spirito.
La messa prosegue come di consueto; i neo-consacrati offrono per la prima volta il sacrificio eucaristico.

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«Materia del sacramento è ciò la cui consegna conferisce l’Ordine. Così il presbiterato è trasmesso con la consegna del
calice col vino e della patena col pane. […] La forma è la seguente: “Ricevi il potere [potestatem] di offrire il sacrificio
della Chiesa, per i vivi e per i morti, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» [DENZINGER - HÜNERMANN 1326].

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