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Il Marchio Della Strega

Il documento descrive gli eventi che portarono all'accusa di stregoneria nei confronti di un ecclesiastico di nome Lorenzo Gaufri nel XV secolo. Una giovane donna di cui era confessore iniziò ad avere disturbi fisici e psicologici, accusandolo di averla affidata a un diavolo. Il corpo di entrambi venne esaminato alla ricerca di segni di colpa.

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Il Marchio Della Strega

Il documento descrive gli eventi che portarono all'accusa di stregoneria nei confronti di un ecclesiastico di nome Lorenzo Gaufri nel XV secolo. Una giovane donna di cui era confessore iniziò ad avere disturbi fisici e psicologici, accusandolo di averla affidata a un diavolo. Il corpo di entrambi venne esaminato alla ricerca di segni di colpa.

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Parte Prima.

INQUISITORI E STREGONERIA.

Prolusione.

“Malleus Maleficarum” - Antefatti.


INNOCENZO OTTAVO, IL PAPA DELLA NUOVA CACCIA ALLE STREGHE.
Fuochi d‟artificio e corruzione.
I mutamenti del Quattrocento e la congiura dei baroni di Napoli.
Il papa dei compromessi e delle indulgenze.
Riflessioni di un papa che aspirava all‟immortalità.
Una pesante eredità del passato: la peste e le eresie.
Il marchio della peste eretica.
Inquisizione ecclesiastica e politica.
Le crociate della fede: infedeli, idolatri, eretici.
La Bolla di Innocenzo Ottavo.
Investitura papale.
Vecchie nuovi inquisitori.
Incontro tra Sprenger e Kramer.

CHI ERANO GLI AUTORI DEL “MALLEUS”?


Jacob Sprenger.
Institoris Kramer, vero autore del “Malleus”.
“L‟ispiratore occulto del papa”.
Alla presenza del papa.
“L‟Apologia” di Jacob Sprenger.
L‟impianto generale del “Malleus”.
Esiste la stregoneria? Dio, diavolo e permesso divino.
Consigli del “Malleus” anche contro le obiezioni laiche.
La sacra investitura.
Approvazione ufficiale del “Malleus” da parte dei teologi di Colonia (1487).
Stampa del “Malleus”: un libro tra fiamme e ombre.

NOTE PARTE PRIMA.


Parte Seconda.
DIO, STREGA E DIAVOLO.

Permesso divino e patto diabolico.


IL “MALLEUS” E L‟USO DELL‟ERESIA IN FAVORE DELL‟ORTODOSSIA.
Come si manifesta la strega: luoghi di riunione e trasporto diabolico.
Il teatro demoniaco: sabba ed esba.
Il sabba diabolico attraverso un quadro fiammingo.
Volo e accoppiamenti infernali.
L‟incubo di Madeleine.

IMMAGINARIO COLLETTIVO, ESSERI ONIRICI E DIABOLICI.


Nemici assoluti della fede e dell‟ordine: la strega e il diavolo.

LA FONTE DIABOLICA.
Un‟inchiesta inquisitoria cui partecipò frate Fabrizius.
“L‟inchiesta parallela di frate Fabrizius”.
“Le tre sorelle”.
“Al di là di ogni dogma”.
“La prova dell‟acqua”.
“L‟acqua maledetta”.

STREGONE O LUPO MANNARO.


Un misterioso episodio di stregoneria maschile.
“Una trasformazione misteriosa”.
“Tra abbacinamento e tenebra infernale”.

CAUSARE FENOMENI SOVRANNATURALI.


Una grandine innaturale e magnificente.

MEDICINA, INQUISIZIONE E SCIENZA DEL DIAVOLO.


La donna, creatura impura e sospetta.
Lo stato dell‟arte.
Il sapere e l‟invisibile città delle donne.
La farmacopea del mondo occulto.
Streghe che producono catastrofi, malattie, impotenza e morte.
Storia di Cornelia, predatrice di virilità.

TRA CINQUECENTO E SEICENTO. L‟INQUISIZIONE FRA RIFORMA E


CONTRORIFORMA.
Giustizia divina e civile.
Nuovo ordine disciplinare, ristrutturazione giudiziaria e repressione del mondo rurale.
Trasformazione progressiva della repressione inquisitoria nel diciassettesimo secolo.
STREGHE IN GERMANIA.
Guaritrice ambulante, erborista e strega.

STREGHE CHE UCCIDONO I BAMBINI.


Gustave: madre infelice, ostetrica e strega.
“Tre volte strega e madre di dolore”.
“Dibattimento processuale”.

NOTE PARTE SECONDA.

Parte Terza.
SCHIAVE E AMANTI DI SATANA.

“Demoni, stregoneria e atti venerei”.


L‟adulterio spirituale.
Diavolo, giudizio e sessuofobia.
Il patto diabolico.
Sull‟enormità del peccato di stregoneria.
Incubi, succubi, demoni e streghe.
Incantesimi e rapporto sessuale.
Storia di Babette, perdutamente innamorata del diavolo.

NOTE PARTE TERZA.

EPILOGO.

Una giornata particolare.


Arrivano i “teschi di ferro”.
Vespe velenose contro archibugi.
Uccidere lo scorpione.
Un libro postumo.

NOTE EPILOGO.

Ringraziamenti.

°°°
IL MARCHIO DELLA STREGA.

A quanti rivendicano il diritto di indignarsi,ignorando la polvere del tempo, contro ogni iniquità
perpetrata nei confronti degli esseri e della natura. Quando si rovesciano i significati viventi,quando
la violenza è definita pace, e il totalitarismo democrazia, si insedia la lingua dell‟Inquisizione e del
demonio.

NOTA DELL‟AUTORE.

Le citazioni riferite al “Malleus Maleficarum” sono tratte da: Heinrich Institor (Kramer) - Jacob
Sprenger, “Il Martello delle streghe. La sessualità femminile nel transfert degli inquisitori.
Introduzione e traduzione di Armando Verdiglione”, Spirali, Milano 2003.
I brani inerenti l‟“Apologia” e l‟“Approvazione di Colonia” sono stati tradotti da A. Danet, “Le
Marteau des sorcières”, Millon, Grenoble 1990 e confrontati con il testo di M. Soulié - H. Miller,
“Les procès célèbres de l‟Allemagne”, Payot, Paris 1931. La traduzione della Bolla papale “Summis
desiderantes affectibus”, tratta dal testo francese di Danet, è stata confrontata con l‟originale latino.
Ogni citazione tradotta o adattata dall‟autore del presente testo è segnalata da una nota specifica.
Parte Prima.
INQUISITORI E STREGONERIA.

“L‟Istituto dell‟Inquisizione è stato abolito. E tuttavia, bisogna tornare ad esprimere pentimento


per l‟acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, verso metodi di intolleranza e persino di
violenza nel servizio della verità. Che la Chiesa si faccia carico del peccato dei suoi figli nel ricordo
di tutte quelle circostanze in cui, nell‟arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo
e del suo Vangelo”.
Papa Giovanni Paolo Secondo, 12 marzo 2000.

“In virtù della Nostra Autorità, Noi concediamo a questi Nostri figli la facoltà libera e globale di
proporre e predicare la parola di Dio al popolo fedele, all‟interno di tutte le chiese parrocchiali delle
suddette province, ogni volta che sembrerà loro opportuno.
Allo stesso titolo potranno assolvere liberamente e lecitamente le loro funzioni negli stessi luoghi,
mettendo ad esecuzione ogni intervento e tutti i mezzi che loro sembreranno più necessari e
opportuni. [...] E se qualcuno oserà contestare [il presente atto] sappia che ricadrà su di lui il castigo
di Dio onnipotente e dei santi apostoli Pietro e Paolo. Nell‟anno del Signore 1484, cinque dicembre,
del nostro primo pontificato”.
Riconoscimento di papa Innocenzo Ottavo agli autori del “Malleus”.

PROLUSIONE.

«Chi vuol diventare dannato deve farsi prete», sghignazzava il popolino, passando davanti a
certe ricche dimore ecclesiastiche.
Dei ragazzacci in stracci non esitavano a gettare cavoli marci e altri rifiuti sulle facciate corrose
dalla nobile patina del tempo, illuminate anche nelle ore tarde della notte da una luce che emanava
dai muri, come un riverbero lunare.
Molti si segnavano con paura, di fronte a quei palazzi protetti dall‟impunità della religione di
Stato e dalla complicità dei signori. Ma le voci corrono, si intersecano fra loro in maglie di accusa,
più pesanti dei titoli nobiliari.
Monsignor Lorenzo Gaufri viveva negli agi e nella libertà di costumi che l‟epoca gli concedeva,
come privilegio del rango e della giovinezza. Fino a quando una damigella, di cui era consigliere
spirituale, non iniziò a dare segni di squilibrio.
«Perturbata moralmente e fisicamente», dissero i medici, accorsi al capezzale della giovinetta
che non riusciva più a mangiare, e mescolava brani di preghiera con irose frasi in lingue
sconosciute.
Posta di fronte a una croce di legno e bronzo, cominciava a tremare in tutto il corpo e urlava come
se fosse stata bruciata con un tizzone.
«Ave Maria, mater dei, ascondalio, perignora, pater nostre, paures malei... dardaries, astariares...»
Dopo giorni di mutismo esclamò: «Ecce diabolus» indicando il confessore come «torturatore
dell‟anima mia».
L‟ecclesiastico fu convocato dall‟arcivescovo in segreto. Ammise che la fanciulla era forse
innamorata di lui, di un amore innocente e puro, ma negò qualsiasi rapporto carnale e si disse
estraneo a ogni opera diabolica.
Eppure, insisteva la fanciulla, il prete l‟aveva affidata a un diavolo in forma umana. «La
presenza nefasta mi segue ovunque, mi tenta, ma senza sfiorarmi, portando con sé un frutto
luminoso in forma di noce.»
«Dove lo tiene?», le chiese un frate esorcista.
«Nella propria tasca, ma solo io riesco a vederlo.»
Alcune ricerche effettuate sul corpo della giovane, per trovare il “sigillum diaboli”,
determinarono interpretazioni controverse fra i vari medici e cerusici, appollaiati come corvi intorno
al corpo nudo della ragazza.
Si passò quindi a esaminare il corpo del „principe dei maghi‟.
Prostrato e sfiduciato, Gaufri si abbandonò alle mani dei torturatori con una passività che poteva
sembrare ammissione di colpa. Anche sul suo corpo vennero cercati i marchi del diavolo. E dopo
aver sondato, piagando e lacerando i tessuti dell‟ano, lo scroto, i genitali, apparvero le stimmate del
Maligno. La loro topografia era inequivocabile. Un segno sulla coscia sinistra, un altro nella regione
lombare, un terzo nella zona cardiaca.
I sapienti dell‟arte esorcistica insinuano aghi senza pietà nella carne che non sanguina. Dalle
labbra dell‟inquisito escono solo flebili gemiti e un urlo soffocato quando lo specillo affonda nel
torace, sfiorandogli un polmone.
Interrogato sulla causa dei segni maligni, l‟inquisito risponde, avvolto dalla narcosi del dolore:
«Non so, non so nulla. Sono semplici nei che ho sempre avuto. Lasciatemi stare.»
Resistenza e diniego: sintomi di un legame con il Male, per alcuni. Prove di stigmatizzazione, forse
naturale, per altri. Per rendere la sentenza, il tribunale richiedeva una confessione completa, che
l‟ecclesiastico si ostinava a negare. Muto, estraniato, marciva nel pus delle ferite, nonostante le cure
spirituali di inquisitori, cerusici e frati cappuccini che gestivano la sua prigionia, divisa fra umidità,
ferri e oscurità.
Il giudizio a quell‟epoca non era formalizzato da procedure rigorose, come quelle che
seguiranno all‟approvazione teologica del “Malleus”.
Il collegio inquisitoriale, tuttavia, si era ispirato a un manuale altrettanto autorevole: il
“Directorium”, redatto da Nicolas Eymerich intorno al 1376 (1).
Innocenzo Ottavo, all‟epoca cardinale Cybo, aveva conosciuto l‟affascinante ecclesiastico Lorenzo
durante un banchetto o una festa mondana. Dopo il suo imprigionamento si era informato con
discrezione dell‟“affaire”. Che poteva fare di più? Si trattava di un tribunale canonico, accuse
gravi... Ma sperava, come altri, come Gaufri, che l‟accusa sarebbe caduta.
Certo quel prete aristocratico non era uno stinco di santo. Ma, aveva pensato con un certa
angoscia il dissoluto cardinale Cybo, anche Borgia, Piccolomini, della Rovere e lui stesso, insieme
ad altri elettori del conclave, non godevano di fama ascetica...

Eppure la Chiesa difendeva i suoi princìpi. Anche se i tempi, ahimè, erano mutati, da quando nei
tribunali della fede era stata introdotta l‟equivalenza fra eresia e stregoneria, e fra questa e il
commercio con il diavolo! Sisto Quarto non firmava un documento senza l‟approvazione di quel
teologo domenicano, Kramer. Un intrigante che si muoveva nella santa sede come se fosse casa sua.
Aveva labbra sottili e uno sguardo di santità raggelante.
Meglio averlo come alleato che come avversario!
Anni dopo, in cambio di una pesante borsa d‟argento, Innocenzo Ottavo aveva ottenuto da un
usciere corrotto i verbali relativi al processo di Lorenzo. Che, secondo la sacra procedura, avrebbero
dovuto essere bruciati con le sue spoglie, per raggiungere l‟infallibile tribunale divino.
Fu una lettura raccapricciante.
«L‟imputato ammette quanto sottoscritto dalla posseduta Luisa Baldovini di seguito
verbalizzato: „Lui era venuto a casa mia con il suo inquietante amico diabolico, che però solo
Lorenzo e io potevamo vedere e udire. A un tratto esplose con grande fragore una grandinata.
Fenomeno inusuale a Roma, lo ammetterete. Il personaggio invisibile scoppiò in una fragorosa
risata e cominciò a raccogliere nel suo cappello di velluto verde manciate di chicchi grossi come
uova‟? „Così avvenne?‟ „Sì‟.»
Innocenzo Ottavo continuò a leggere la confessione.
«E ancora: „Poi il diavolo, rivolto a me, disse con voce grave: Ora vedrete madamigella, in che
modo si diffonde nel basso mondo la nostra nobile stirpe. Strinse nel pugno destro un chicco di
ghiaccio, che presto si sciolse e dentro, orrore, Dio mio salvami, dentro guizzava una creatura
orrenda. Un enorme girino, no, un piccolo serpente con occhi gialli maligni e una voce acuta. Parlò,
rivolto al diavolo: Padre mio, padrone supremo, compiremo, oggi, la nostra missione. Ci
diffonderemo ovunque in questa città. Specie nei giardini, nelle fontane e nelle stanze lussuose del
tuo Antagonista.‟
„E il monsignore?‟
„Era terrorizzato e insieme affascinato da quello spettacolo. Forse aveva capito che tutto era
perduto. A chi confessarsi? Il male albergava nel cuore stesso della Chiesa, nella casa del Supremo.‟
„E voi ci credeste?‟
„Ho fatto penitenza e, come sapete, dopo l‟abiura ho accettato, col cuore aperto a Cristo, la pena
della reclusione. Per rientrare in seno alla Chiesa, anima e corpo.‟
„Sarete perdonata e salvata. Ma dite: il demonio è ancora tornato a trovarvi?‟
„No, ma quando grandina io mi ritiro nella cella e prego, tremante, inginocchiata su spine di ricci
e cocci di vetro, fino a che l‟estasi celeste mi pervade. Allora so che il pericolo è passato.‟
„L‟imputato conferma?‟
„Sì, tutto, ma basta coi tormenti. Voglio salire sul patibolo. Subito.‟»

Era stata l‟ultima espressione di orgoglio e di arroganza del sofisticato ecclesiastico. Il


monsignore zoppicava, mentre veniva scortato dai soldati verso il ponte Sant‟Angelo, dove sarebbe
stato giustiziato.
Era vestito di pantaloni e camicia di seta, come un nobiluomo, ma sul corpo smagrito dalle
sofferenze folleggiava ai refoli del vento una camiciola gialla fiammata che gli spagnoli, grandi
scenografi di autodafé, denominavano „sanbenito‟.
Cybo aveva osservato la scena dalla finestra del suo alloggio, che si affacciava sul luogo dei
roghi. Ogni tanto l‟aria veniva inumidita da scrosci di pioggia rada: più pulviscolo che acqua. Era
mattino presto, la folla non si assiepava, come al solito, intorno al patibolo. I cardinali, che si
sarebbero incamminati sulla stessa strada per raggiungere le sale confortevoli del Concilio,
dormivano ancora. Anche il boia era annoiato e sonnolento.
Il condannato, che per sommo privilegio sarebbe stato decollato prima di venire arso, si
rivolse ai radi passanti e a un giudice immaginario.
Che brulichio nella mente. Ragni, topi, scarafaggi e pipistrelli, ingombravano i suoi pensieri
devastati dalla prigione e dai tormenti.
«Voi sarete i prigionieri, i condannati di questo mondo, costruito nell‟imperfezione e nel
vizio del potere. Voi che possedete la verità putrida degli spettri, e non porterete che una manciata
di inutile oro nella vostra fossa. Voi adorate Satana, voi che strisciate sulla superficie immonda, di
lebbra e di fango e di sangue...»
Quindi porse il collo alla mannaia che calò fiacca due volte prima di spiccare la testa dal
busto. Il corpo ebbe una reptazione, lunga e impressionante. Le membra, appese sopra fascine
umide, bruciarono lentamente, fumigando.
Intanto Roma, risvegliata dal torpore notturno, coi suoi numerosi banchetti, gli infiniti
„servitori della Chiesa‟, i porporati e la miseria del popolo che non sfiorava gli scarpini di cortigiane
e cortigiani di ogni risma, si preparava a indossare un nuovo splendido vestito autunnale (2).

“Malleus Maleficarum”.
Antefatti.

INNOCENZO OTTAVO, IL PAPA DELLA NUOVA CACCIA ALLE STREGHE.

Innocenzo Ottavo (1432-1492), al secolo Giovanni Battista Cybo, fu eletto nel 1484 su
proposta dei cardinali Rodrigo Borgia e Giuliano della Rovere. Come papa e uomo visse il
tormentato crepuscolo del Quattrocento e i prodromi enigmatici del nuovo secolo. Frattura epocale
di entusiasmi luminosi e paure ancestrali che si riverberarono nelle sue scelte politiche come nella
sua esistenza dissipata. Amò il potere e la sua luce riflessa, al punto da identificarsi con la
grandezza della Chiesa di Roma, di cui si fece promotore ampliando i possedimenti feudali del
Vaticano, che Alessandro Sesto e Giulio Secondo portarono alla massima espansione
rinascimentale. Ma non fu solo un pontefice espansionista.
Benché Innocenzo Ottavo fosse senza dubbio il più libertino e il meno spirituale dei „Vicari
di Cristo‟, il terrore dell‟inferno, la superstizione religiosa, la fedeltà all‟ortodossia come
succedanea della fede, insieme all‟identificazione della propria infallibilità col volere divino, lo
resero un inflessibile difensore della Chiesa di Roma. Tanto da voler legare il proprio nome a
un‟opera trascendente, terribile e incancellabile: il “Malleus Maleficarum”, uno strumento
inquisitorio infallibile.
“Fuochi d‟artificio e corruzione”.

Il cardinale Cybo fu eletto papa dal conclave nella notte del 29 agosto 1484, come
successore di Sisto Quarto. Secondo il cerimoniere Giovanni Buccardo, per ottenere il potere
avrebbe firmato fino all‟ultimo momento promesse e incarichi a favore dei suoi sostenitori.
Lo appoggiò la nobile famiglia, originaria di Genova, che discendeva da Guido, feudatario
di Ottone Terzo. Riuscì a ottenere „l‟investitura divina‟, ridotta a una gara d‟appalto, grazie anche
all‟amico Rodrigo Borgia, maestro di intrighi e di festini.
Divenuto Innocenzo Ottavo regalò al popolo romano, non più plebe imperiale ma sudditanza
vaticana, giorni e notti di “panem et circenses”. Il papa-re, in ricordo dell‟allegro periodo
napoletano, quando suo padre era viceré di Napoli, volle ipnotizzare il popolo anche con la magia
pirotecnica dei fuochi artificiali. Girandole policrome, fiori celesti, cascate di luce e di fiamme,
petali di topazi, onde di carminio, squarciarono il cielo: una vera manifestazione del potere divino!
Lo sperpero e la prole colmarono il suo segno araldico.
La saggezza popolare, anticipando la graffiante ironia di Pasquino, scrisse e affisse con
mano anonima:

«Lode a Innocenzo rendere, o quiriti, si debbe, / che dell‟esausta patria la prole ei stesso accrebbe.
Otto bastardi ed otto fanciulle ha generato / Nocente e della patria padre sarà chiamato.»

La “vox populi”, certo, esagerò la potenza dei lombi papali, ma sembra storicamente
accertato che Cybo avesse almeno sette figli, procreati da amanti diverse. Fra essi riconobbe
ufficialmente Franceschetto e Teodorina, mentre gli altri vennero accreditati alla corte papale come
„nipoti‟. Ricerche recenti sostengono che fu suo figlio anche Cristoforo Colombo, concepito con
una dama napoletana (3).
Nonostante la scarsa vendemmia di stima, raccolta presso gli storici e i contemporanei,
Innocenzo Ottavo fu caratterizzato, oltre che dal timore del peccato e dalla fede superficiale e
paganeggiante, anche da una tensione profetica e apocalittica. Per questo motivo non si può negare
al suo regno pontificale il carattere di un preveggente „mecenatismo‟, che lo portò a finanziare la
prima spedizione di Colombo e a dar vita alla nuova crociata contro le streghe, che rafforzò il potere
universale della „sua‟ Chiesa.

“I mutamenti del Quattrocento e la congiura dei baroni di Napoli”.

Il quadro politico dell‟Italia negli anni del pontificato di Innocenzo Ottavo è tutt‟altro che
tranquillo. Nel 1454 la pace di Lodi aveva imposto ai vari ducati e signorie di deporre le armi dopo
più di un trentennio di guerre, tradimenti, matrimoni d‟interesse, il tutto nel nome
dell‟espansionismo. Erano stati anni di incertezze e di colpi bassi dai quali solo le compagnie di
ventura avevano tratto un reale vantaggio. Da Milano a Venezia a Firenze non ci fu città che non
ricorse a loro. Alcuni capitani, come Francesco Bussone detto Carmagnola, o Erasmo da Narni,
soprannominato il Gattamelata, acquisirono una enorme notorietà e potere, divenendo spesso l‟ago
della bilancia di situazioni sempre più precarie.
Poi, complice Maometto Secondo che, nel 1452, conquistò Costantinopoli portando il
pericolo musulmano a due passi dall‟Italia, minacciando in particolare gli interessi di Venezia e
creando un divergo alle questioni interne, gli Stati italiani in lotta si decisero a deporre le armi e a
stipulare la pace.
Ma si trattava di un equilibrio fragile, dato che nessuna fazione aveva rinunciato veramente
a conquistare il predominio sulle altre. Infatti, a partire dagli anni settanta del Quattrocento, la
destabilizzazione di Milano, Venezia e del comune di Firenze, controllato dai Medici, si fece
endemica. E il papato non perdeva occasione di interferire con una situazione perennemente in
bilico.
Nel 1478, infatti, Sisto Quarto si inserì in una congiura nobiliare fiorentina, nota come
congiura dei Pazzi, per sostenere le correnti antimedicee. Lorenzo il Magnifico, che doveva essere
la vittima, si salvò, mentre venne ucciso il fratello, Giuliano de‟ Medici. Il conflitto fra Roma e
Firenze esplose allora violento e terminò nel 1480, con i mercenari alle porte di San Pietro, il papa
arroccato, ma nessun decisivo mutamento dei tracciati confinali.
Dato l‟imponente lascito temporale di Sisto Quarto, Innocenzo Ottavo fu costretto a
confrontarsi con alcuni dei problemi politici più scottanti dell‟epoca, a cui si aggiunsero quelli
creati dalle sue personali mire espansionistiche.
Fra queste, è esemplare l‟ingerenza dello Stato della Chiesa negli affari del regno di Napoli, durante
la „guerra dei baroni‟.
Nel 1485, Ferrante di Aragona ereditò lo scettro di Alfonso il magnanimo. Il regno di
Napoli, conteso fra i sovrani aragonesi e la monarchia francese, era il punto debole del sistema
italiano. I baroni si ribellarono al potere centrale per riaffermare i loro antichi privilegi. Innocenzo
Ottavo si schierò dalla parte dei ribelli in cambio di alcuni territori nell‟Aquitano. Ferrante chiese
l‟intervento di Milano e Firenze, resistette alle truppe pontificie e schiacciò nel sangue la rivolta dei
suoi feudatari.
Innocenzo subì una dura umiliazione come monarca e come supremo principe della
cristianità.
Gli Aragona avevano inseguito il suo esercito in rotta fino alle porte della città santa. Per la
seconda volta nel secolo, il Vicario di Cristo dovette fare ricorso all‟intoccabilità della tiara per
impedire ritorsioni da parte della coalizione vittoriosa.
Fu sottoscritto un armistizio, ma la sconfitta dello Stato della Chiesa si espose come
ulteriore sintomo dell‟instabilità e della crisi politico-sociale.

“Il papa dei compromessi e delle indulgenze”.

Innocenzo compensò l‟insuccesso militare con la diplomazia mondana, arte in cui invece
brillava, legandosi ai Medici tramite il matrimonio di interesse tra il figlio Franceschetto e
Maddalena de‟ Medici.
Se non ebbe tempo di seguire e organizzare „spiritualmente‟ le tradizionali crociate contro i
Turchi, senza dubbio fu uno dei pochi, se non l‟unico pontefice, ad assegnare la porpora cardinalizia
a un tredicenne. Beneficiario di tale familismo benedetto fu Giovanni de‟ Medici, nominato all‟età
di sette anni „protonotaro apostolico‟. Le vocazioni religiose, si sa, iniziano presto! E quello era solo
uno dei suoi parenti o affini dotati di una carica dallo zelante papa. Ancora una „pasquinata‟
stigmatizzò l‟inqualificabile atteggiamento del capo della Chiesa, che aveva trasformato la Santa
Sede in un mercato di commende, benefici e prebende.
«Per congiungere la Medici / al figlio Franceschetto, / la porpora donava a un ragazzetto. / Se è ver
che il Santo Spirito / fa il papa sovrumano, / in questa il Santo Spirito / l‟ha fatta da mezzano.»

Probabilmente il papa non teneva in gran conto la “Divina Commedia”. O non l‟aveva letta
e non conosceva il significato del termine „simonia‟. Oppure contava di potersi pagare l‟indulgenza
divina con i soldi accumulati mediante la vendita delle innumerevoli indulgenze papali. Lo
dicevano i bravi teologi: altri erano gli eretici, i satanici, le streghe e gli stregoni, che avrebbero
provato su questa terra i tormenti dell‟inferno ultraterreno. Lui, fino a prova contraria, godeva
dell‟impunità secolare e divina!
Alla sua corte si verificò persino un giallo finanziario, nel nome della „fede bancaria‟. Per
ripianare le casse dello Stato, provate dal suo stile di vita fastosissimo e dagli scarsi risultati
dell‟espansionismo, Innocenzo istituì, tra porporati corrotti e curia servile, un nuovo ufficio che
cadde in mano ai laici.
Il collegio si mise in competizione con l‟avidità pontificia e iniziò a falsificare varie Bolle e
concessioni, creando una inflazione di titoli sacri. La banca dello spirito giunse al fallimento, molti
secoli prima che si manifestassero „i banchieri di Dio‟.
Forse l‟Onnipotente, come nel Vecchio Testamento, si era adirato contro gli idolatri. O, più
realisticamente, qualche pio e interessato religioso aveva scoperto l‟inganno dei falsi. I disonesti,
che vendevano benefici papali senza il suo sacro sigillo, finirono sul patibolo.

Molti degli sperperi del papa erano destinati ai ludi che, come i più grandi imperatori
romani, offriva al popolo a celebrazione delle vittorie militari altrui. Fastosi festeggiamenti
semipagani si alternavano alle dispiegate processioni cristiane.
Nell‟anno della „scoperta‟ delle Americhe, nel 1492, poco prima di morire, Cybo celebrò e
benedisse come „crociata della fede‟ la conquista di Granada, ultimo baluardo islamico, da parte dei
cristianissimi re spagnoli. Al contempo, nell‟ombra, continuava ad aizzare contro l‟Inquisizione
iberica, troppo politica e indipendente dal Vaticano, i suoi cani inquisitoriali.
Furono giorni di festa, dicono i cronisti, che persino i più opportunisti e inetti imperatori romani,
come Caligola o Nerone, gli avrebbero invidiato. Giochi in piazza Navona - persino una
spettacolare naumachia: non proveniva forse Cybo dalla patria dei grandi navigatori? - poi cacce al
toro nell‟anfiteatro e rappresentazioni sceniche, non certo castigate, con cortigiane ed eunuchi.
Una teatralizzazione a dimensione della città eterna, per ingraziarsi la plebe, con la
sovrintendenza del cardinale Raffaele Riario, il massimo responsabile dell‟erario vaticano.
Nonostante questa fosse l‟effimera e superficiale „politica interna‟ di Innocenzo Ottavo, il
suo capolavoro lungimirante e tutt‟altro che effimero fu la Bolla che ispirò il “Martello delle
Streghe”, e la nuova terribile caccia alle streghe. A partire dalla laica e antropocentrica epoca
rinascimentale la persecuzione divampò in Europa e oltre Atlantico, attizzando una psicosi che
individuava nelle streghe e nel diavolo la causa di tutti i mali del mondo.
Questo papa scialbo e traffichino cercò forse una rivalsa e una compensazione ambiziosa,
per sé e il potere temporale, nel libro nero dell‟Inquisizione. E le trovò.
Poco prima della morte, sopraggiunta nel luglio del 1492, il papa ebbe prime frammentarie
notizie del misterioso continente che il presunto figlio Cristoforo avrebbe scoperto di lì a poco.
Al contempo poté contemplare i mille patiboli e roghi, innalzati dai suoi fedeli „figli‟
domenicani, Sprenger e Kramer, che avevano scritto e applicato con zelo il “Malleus Maleficarum”.
Con la sua benedizione. A maggior gloria della Chiesa (4).
“Riflessioni di un papa che aspirava all‟immortalità”.

A metà del pontificato, Innocenzo, poco versato in teologia ma timoroso dei guardiani della
ortodossia, rifletté, col consueto pragmatismo, sul potere temporale e sul destino della Chiesa.
Aveva tratto una severa lezione dall‟avventura napoletana. E desiderava legare indissolubilmente il
suo nome e quello dei figli e dei sedicenti „nipoti‟ a un‟iniziativa indelebile.
Dio era una presenza lontana, assente, che le invocazioni della fede non riuscivano a risvegliare dal
silenzio millenario. Non era forse vero che quando la Chiesa, solo un secolo prima, era stata preda
dello scisma interno, nessuna spada fiammeggiante era venuta in suo soccorso? (5)
Era giovane, all‟epoca, il cardinale Cybo, ma ancora più spregiudicato, in ogni campo, nonostante
la porpora della spiritualità.
Un suo fedele, appartenente all‟ordine francescano, gli aveva recato dalla Francia dei rari,
conturbanti documenti sul papato avignonese.
Si mormorava che questi rappresentanti divini in terra, infeudati alla monarchia, nascondessero a
corte maghi e negromanti, celebrassero riti scaramantici, e adorassero pietre e idoli, posti sul
medesimo altare dell‟ostia. L‟architettura stessa del palazzo papale di Avignone sembrava dovuta
più che all‟ingegno umano, a una volontà sovrannaturale equivoca.
La Chiesa - pensava Innocenzo - aveva saputo superare anche quelle tragiche vicende da
molti bollate come „l‟epoca dell‟Anticristo‟.
Ma, anche dopo la riunificazione delle tiare, il popolo era inquieto: troppe catastrofi,
malattie e conflitti politici spingevano le masse verso l‟apatia, l‟eresia e la sfiducia nel Dio unico.
Dunque ribolliva lo scontento, la diffidenza nei confronti della sua istituzione terrena: la Chiesa
universale.
Il santo cuore di Cristo doveva essere risuscitato prima del giudizio universale. La fede
andava innalzata al rango di potere infallibile, dall‟annientamento di ogni tarlo e dubbio maligno.
Ma con quali mezzi: la preghiera o il terrore? Salvare la Chiesa - pensava - significava salvare se
stesso, la trascendenza, l‟anima.

Cybo, nonostante la natura mondana, trascorreva ore solitarie nel giardino del Belvedere,
che sarebbe diventato in pochi anni un corpo solo con la sacra dimora vaticana. Di qui amava
recarsi nella galleria delle carte geografiche, dove contemplava numerosi mappamondi e arazzi con
uno stupore e una gioia quasi infantile.
Attraversata la sala degli animali, scivolando di fronte allo splendore pagano delle statue
nude che adornavano l‟epicentro della cristianità, giungeva in una saletta contenente i ritratti dei
suoi predecessori.
Un giorno ci sarebbe stata anche la sua effigie. Lo avrebbero ritratto con la tiara d‟oro, come
amava mostrarsi in pubblico, o con l‟umile berretto del penitente? Chi sarebbe stato l‟artista? Il suo
protetto, Pinturicchio? O lo schivo Mantegna? Forse il Perugino, oppure il lunatico Lippi...
Camminando, sfiorava ora un‟angoliera, ora un orologio o una cartagloria. Avrebbe dovuto
decidere chi munificare, per l‟incarico, mentre era ancora vivo. Lunga vita al papa!
Oggetti preziosi, frutto del regno romano e della restituzione avignonese. Cammei più costosi di
castelli, perché Cybo amava le cosiddette arti minori al pari dell‟architettura. Aveva attinto al tesoro
privato e a quello pubblico non solo per concorrere con la magnificenza del predecessore Sisto
Quarto, ma per imprigionare la certezza che la bellezza assoluta non era solo una prerogativa dello
sguardo divino.
«L‟arte, la fede», pensava. «Due possibili estremi, un solo ponte: l‟immortalità. Una
creazione, quella umana, che fa rabbrividire per la sua affinità, in perfezione e bellezza, con il
divino. Il mondo sensibile e l‟altro, invisibile.»
Dov‟era la risposta, per il credente, in un universo così complicato? La negromanzia, la
chiromanzia e le altre arti dell‟occulto lo tentavano perché cercavano di offrire un‟altra risposta.

“Una pesante eredità del passato: la peste e le eresie”.

Il Rinascimento, pur essendo un secolo laico e antropocentrico, sentì fortemente la caducità


della vita, la precarietà dei piaceri e il senso effimero della bellezza. L‟uomo del Quattrocento e del
Cinquecento, da un lato incline al classicismo, dall‟altro attratto dalla nascente tecnologia, fu
impregnato soprattutto dai timori della cultura apocalittica del Medioevo. La morte spiava „l‟uomo
nuovo‟ con mille occhi tenebrosi, incombendo sulla sua effimera palingenesi. Malattie, contagi,
guerre, carestie, catastrofi, erano retaggio di un passato che si proiettava sul debole futuro umano.
La peste nera, che si era diffusa dalla Cina alla Norvegia nel quattordicesimo secolo, tra il
1346 e il 1358, aveva lasciato uno strascico infinito di terrore e superstizione. La piaga veniva
considerata un flagello divino, una punizione inviata da Dio contro i peccati umani.
Per contrastare o mitigare il „castigo‟ si costituirono compagnie di religiosi fanatici, come i
flagellanti. Alcune minoranze etniche e gli ebrei, come spesso accadde nella storia, furono tra i
primi accusati in quanto uccisori di Cristo e vennero sterminati a migliaia. Oltre 25 milioni di
persone morirono direttamente o indirettamente sotto la falce spietata dell‟epidemia e della follia
superstiziosa che essa determinò. La campagne si spopolarono e la popolazione delle città quasi si
dimezzò. Ciò produsse una diminuzione evidente della produzione agricola e nuove morie. Ancora
nel sedicesimo secolo, nella maggior parte dei paesi europei il calo demografico era impressionante,
e la loro popolazione risultava inferiore ai livelli precedenti alla grande peste del 1348. Per contro, i
servi della gleba furono ulteriormente penalizzati dai bassi salari e dalle ammende, comminate dai
signori ai contadini dopo il tragico collasso.
L‟insieme delle calamità e del giogo imposto mutò profondamente la mentalità della gente,
il loro rapporto con la religione, i poteri ecclesiastici e civili. Perché Dio lasciava che fossero colpiti
innocenti, e bambini senza colpa?
Si modificò il rapporto con la morte e il significato attribuito all‟aldilà.
La morte di massa, inspiegabile e orrifica, trasformò un fenomeno naturale, accettato senza
traumi nel Medioevo, nel castigo terribile del Cielo, o nella manifestazione del Male assoluto (6).

“Il marchio della peste eretica”.

Un lamento di guerra, di fame e di morte, si levava dal popolo come una nenia agonizzante,
fra miasmi e corpi imputriditi. Anche il papato di Innocenzo Ottavo non fu risparmiato da calamità
e patologie, che non trovarono spiegazione e presidi se non dopo il 1600, quando i tentativi di
maggiore igiene e la segregazione dei malati iniziarono a smorzare gli assalti del bacillo pestifero.
Da questa situazione sociale, patologica e allucinata, nacque l‟esigenza per la dottrina
religiosa di trovare un capro espiatorio. Di costruire una nuova „cosmogonia inquisitoriale‟.
Occorreva una concezione del mondo in grado di inglobare il male nell‟imperscrutabile „disegno
del permesso divino e del libero arbitrio‟, senza che l‟ortodossia inciampasse nell‟eresia del
manicheismo, perseguitata da secoli dalla Chiesa dominante.
Ma non c‟erano solo malattie e pestilenze ad assediare il cristianesimo e la Casa di Dio con i
suoi sommi rappresentanti.

Innocenzo Ottavo, chiuso nel suo studio privato, si lasciò scivolare su una poltroncina di
velluto e appoggiò con un sospiro di piacere le gambe doloranti sul divanetto di fronte. La gotta lo
tormentava spesso dopo qualche banchetto. Ma che fare? Non poteva sottrarsi ai suoi doveri
pastorali!
Con un secondo sospiro, questa volta di penitenza, squadernò un pesante in folio che recava
sul frontespizio la semplice scritta: «Crociate, eresie e sante inquisizioni del passato».
Il libro gli era stato donato da un intraprendente predicatore domenicano renano, che era stato in
passato consigliere personale di papa Sisto.
«Vi prego di leggerlo, Santo Padre, perché sta a Voi fugare i dubbi di fede dell‟umanità e
vivificare l‟ortodossia», aveva aggiunto il severo ed elegante domenicano (7).

“Inquisizione ecclesiastica e politica”.

Cybo leggeva, preso da un improvviso entusiasmo, quasi uno slancio di fede.


Iniziava a intravedere le fondamenta della sua opera duratura. Ecco sulla pagina serpeggiare la nera
traccia del demonio, che continuava a bruttare i secoli. Ora cominciava a capire le intenzioni del
domenicano.
Fu papa Giovanni Ventiduesimo, non si sa se animato dalla paura o dalla ortodossia, a
promulgare la Bolla “Super illius specula” che trasformò credenze e riti popolari e post pagani in un
teatro diabolico da perseguire con i roghi.
La prima Inquisizione episcopale contro gli eretici fu creata da Gregorio Nono nel 1229 per
distruggere gli Albigesi. Giudici insindacabili di questo tribunale della fede furono inizialmente i
domenicani, cui, a partire dal 1246, vennero affiancati i francescani (8).
Nel 1262 Innocenzo Quarto formulò regole precise per l‟operato degli “inquisitores” e
autorizzò la tortura dei sospetti inquisiti. Molti furono i religiosi a essere mandati al rogo perché
considerati eretici. Tra di essi, nel 1307, Fra Dolcino, capo degli Apostolici, colpevole di aver
predicato un ideale di totale condivisione di tutti i beni e delle donne all‟interno della comunità
spirituale. Altri papi, da Eugenio Quarto nel 1437 a Pio Secondo nel 1459, spesero buona parte del
loro potere per dichiarare guerra alle ombre infernali e alle deviazioni religiose, tenendo salde nelle
proprie mani le redini del dogma.
Ma il controllo sul pensiero e sulle trasgressioni era un potere che faceva gola anche ai laici;
infatti, già nel 1289, a Venezia, l‟Inquisizione divenne un‟istituzione politica, di fatto laica. La
stessa trasformazione avvenne in Francia dove i regi tribunali assorbirono e distrassero il prepotere
ecclesiastico.
Persino nella cattolicissima Spagna, i sovrani Ferdinando e Isabella nel 1479 trasformarono
l‟Inquisizione in un tribunale politico, al servizio della Corona. Sisto Quarto, che ne aveva
autorizzato l‟istituzione, diventò il primo oppositore della ferocia degli inquisitori spagnoli (9).
Dopo di lui altri papi, come Alessandro Sesto e Leone Decimo, stigmatizzarono il
comportamento arbitrario e la degenerazione dell‟Inquisizione spagnola. Ma fu una reale scomunica
della prassi inquisitoria, oppure la reazione del papato allo spodestamento da parte di tribunali
sottomessi agli interessi politici della monarchia?
La „pulizia etnica‟, e la conseguente requisizione dei beni di persone abbienti, imputate e
condannate dal tribunale religioso, risultarono infatti il mezzo privilegiato dalla monarchia spagnola
per rafforzare la pantocrazia e impinguare le casse dello Stato, all‟ombra della fede.
Ora papa Innocenzo Ottavo iniziava a capire il suo dovere storico: togliere il potere di dirimere
questioni di fede a quel Torquemada e al suo re ambizioso e, al contempo, promulgare una Bolla
che restituisse allo Stato della Chiesa l‟autorità inquisitoriale assoluta, da cui era stato defraudato.
Non poteva certo immaginare, Innocenzo Ottavo, quali metamorfosi avrebbe conosciuto nel
corso degli anni futuri quel potere che lui stava iniziando a raccogliere nelle mani del papato.
Quell‟istituzione che, ancor più dal 1542, anno in cui Paolo Terzo istituì l‟Inquisizione romana
(detta Santo Uffizio) avrebbe esercitato un enorme controllo sulle coscienze, sulle anime, sulle
persone e i beni dei sudditi sottoposti a poteri temporali eterogenei, spesso contrastanti. Ma era
questa la strada maestra.
Crociate ed eresie, da cui era illustrato il regesto che Innocenzo teneva fra le mani, erano
forse anelli paralleli, confluiti nel dovere dell‟Inquisizione. Il culto di Diana, Oriente, Erodiade, o
della Domina ludi, era stato affiancato da decine di sette eretiche e si era perpetuato, sotto altre
forme, dopo l‟apparizione di Cristo. Un lungo elenco, riga dopo riga.
Doceti e Montanisti nel secondo secolo, Manichei nel terzo, Cerintiani, Donatisti e Ariani,
Pelagiani, Nestoriani nel quinto, Monoteliti nel settimo. E poi Berengario l‟eresiarca
nell‟undicesimo, Bogomili, Valdesi e Catari nel dodicesimo.
E che dire degli Albigesi che ancora nel tredicesimo secolo sostenevano che il battesimo è
solo un rituale e che il Nuovo Testamento l‟ha scritto il diavolo?
Era forse quello il tratto comune: infedeli-eresia-stregoneria-diavolo?
Nel 1320 erano nati ufficialmente, riconosciuti anche da esorcisti e repressori, i malefici, gli
indemoniati, le streghe e la multiforme schiera di adepti demoniaci. La Chiesa li avrebbe condannati
e annientati, a partire dal quattordicesimo secolo, usando l‟acqua benedetta e il fuoco purificatore,
utilizzando una repressione ancora più forte che contro apostati, pagani ed ebrei. L‟anonimo
estensore del testo sottolineava più volte, nel corso della sua trattazione, la presenza occulta di
un‟unica linfa eretica: lo gnosticismo (10).

La Chiesa era riuscita a trionfare, nonostante il silenzio di Dio e le armate infernali.


L‟Inquisizione al servizio della fede, aveva sempre difeso con il suo braccio secolare lo status quo e
il potere temporale.
Ora occorreva che gli inquisitori, agenti di un potere sovranazionale emanato dal papa,
servissero l‟autocrazia vaticana, che rivaleggiava con monarchie cattoliche come quella spagnola e
quella portoghese, oppure con le Repubbliche oligarchiche di Venezia e Genova. Occorreva
coagulare la magmatica realtà politica cristiana intorno al nucleo cattolico romano. Avocando al
papa, nel vuoto lasciato dall‟impero romano, il titolo di difensore assoluto della “societas
christiana”.
Cybo si versò un cordiale, senza chiamare il valletto, e ignorando i consigli del suo medico
menagramo. Sperava che nessuno lo disturbasse.
Chi se non il papa ha diritto a un giusto ritiro spirituale? Si assopì o fu un dormiveglia
fantasmagorico, animato come un‟immensa scacchiera vivente. Arazzo. Anfiteatro. Campo di
battaglia. Mondo rotondo. Piatto. Rovesciato.

“Le crociate della fede: infedeli, idolatri, eretici”.

Arrivavano a ondate. Gruppi di crociati. Pellegrini col bordone. Guerrieri senza insegne. Gli
venivano incontro. Dalla notte dei tempi. A piedi. A cavallo. Brandendo spadoni, mazze e picche.
Catafratti di armature sanguinanti. Volti dimezzati da fendenti terribili, il cranio aperto. Mani
mozze. Tuniche templari. Scudi rossi e bianchi. Corpi leggeri come angeli levitavano nell‟aria,
tenendosi per mano come nubi fluttuanti.
Poi vide un coacervo di corpi smembrati, gettati l‟uno sopra l‟altro in pire di arti confusi.
Infedeli e guerrieri di Cristo, giovani e anziani, neri e bianchi, francesi e bizantini, italiani e
maomettani. Non c‟erano sarcofagi né bare ad attenderli e neppure la benedizione e le lacrime dei
fratelli.
Uno squarcio: la guerra spaventosa ed esaltante della fede garriva su stendardi animati dal
vento del deserto, schizzati del sangue di Cristo e dei suoi fedeli.
Rivide il Santo Sepolcro di Gerusalemme, costruito da Costantino per ospitare la Vera Croce di
Cristo, e la Basilica della Resurrezione, trionfo di ori e di marmi, di cuspidi e luci architettoniche,
che celebravano l‟uomo-Dio morto nell‟ombra e nella desolazione. Gerusalemme non era solo la
sede delle reliquie, ma una reliquia risplendente come una stella.
D‟improvviso tutto il sangue versato nelle eterne lotte contro gli infedeli, le crociate, le
vendette, gli si riversò addosso e Innocenzo Ottavo, ancora affogato nell‟incubo del sangue di
martiri e idolatri, si svegliò in preda a un‟agitazione febbrile. Chiamare qualcuno? Il palazzo
brulicava di servi e cortigiani pronti a baciargli la pantofola in cambio di un favore.
No, doveva ancora riflettere, da solo. Sentiva che, fra vecchie e nuove eresie, il libro - magico? - lo
aveva condotto su un sentiero di premonizione.

Allora un ricordo terrificante si arrampicò con unghie affilate sulla sua ricca stola orlata di
ermellino. Era in preda alla febbre e al delirio, o stava sperimentando la vera fede inviata da Dio?
Una voce flebile: «Giovanni, Giovanni Battista, aiutami... Un obolo, ti prego, sono io, Lorenzo».
Era questa dunque l‟espressione del mondo invisibile? Un‟apparizione o un miraggio? «Sono
Lorenzo Gaufri, ricordi? Un obolo per la mia pace. Sono in un avello scuro e non posso viaggiare,
prigioniero del limbo, se una buona anima non mi aiuta...» Riconosceva la voce e ricordava,
rabbrividendo, quell‟episodio incancellabile della sua vita. Una delle rare volte in cui la Chiesa
aveva sollevato la spada contro uno dei suoi principi. Contro se stessa.
«Amico Cybo» la voce non taceva ancora. «Dammi la tua parola. Fammi restituire la testa in
queste tenebre, in modo che io possa avere una sepoltura cristiana. E andare integro, benché
incenerito, verso il giudizio di Dio e partecipare alla comunione del Cristo. Ti prego, Giovanni
Battista.»
Il papa con gli occhi esorbitati, la stanchezza e il male alle gambe che salivano, salivano,
fino ad arpionargli il cuore, temette di cadere in deliquio. Si ricordava eccome del suo amico
Lorenzo, delle accuse della ragazza, della sua prigionia, della tortura, del rogo, e adesso rivedeva
tutto in sogno. Scosse più volte il campanello papale con le forze residue. Sapeva, ora, qual era il
suo compito. Nessuno poteva toccarlo o accusarlo d‟eresia, in terra. Ma se c‟era un inferno, e
quando si sarebbe trovato di fronte a Dio, cosa avrebbe potuto dire a sua discolpa? Quale amico,
angelo o demone, lo avrebbe aiutato a trovare la pace eterna?
Fu martoriato da una paura che lo bruciava come il fuoco di sant‟Antonio. Doveva agire
subito. Vergare subito l‟editto che avrebbe salvato la sua anima. Non voleva finire come Lorenzo. E
neppure poteva continuare a udirne la voce che gli martellava il cervello.
«Presto, presto...» Quando lo stuolo di valletti, cortigiani e guardie fu al suo cospetto, tutti
inchinati fino al suolo, di fronte a un uomo terrorizzato che stentava a parlare, Innocenzo Ottavo,
con voce stridula pronunciò alcuni nomi: Piero Martini, il cardinale della Rovere, Porzio e Melato.
«Subito. Mandate le carrozze a prenderli.»
I consiglieri del pontefice si sogguardarono. Melato era uno dei più noti tagliaborse di
Roma. Aveva rischiato due volte la testa. Ma il papa l‟aveva salvato, per un suo imperscrutabile
disegno. Ed era divenuto il suo cane più fedele, il suo uomo di mano infallibile. «Ecco cosa devo
fare» pensò il pontefice, calmando l‟orgasmo con il cordiale tiepido che il valletto gli versava in una
larga coppa d‟argento. «Primo: ordinare al cardinale una messa solenne per l‟anima di Lorenzo, da
celebrarsi nella mia cappella privata di Santa Maria del Popolo. Secondo: cercare dappertutto, fosse
anche nelle fogne, la testa di Lorenzo, o quel che ne resta.»
Bevve una sorsata del liquido ambrato, per scacciare l‟orrore, poi riprese a elencare: «Terzo:
scoprire dove si trovano le sue ceneri. A costo di mettere in ceppi il boia. Quarto: dare sepoltura ai
miseri resti, senza che l‟occhiuta Curia ne venga al corrente. Ognuno degli esecutori deve e può
rispondere solo a me. Pena la scomunica. Quinto e ultimo: ritrovare finalmente la pace, dopo avere
pagato il debito di amicizia con Lorenzo, e avere assolto al dovere evangelico, che mi aveva
suggerito, mediante quel testo orribilmente „evocativo‟, il domenicano: „Soprattutto tra le montagne
e in Germania, fra tane di lupi e comunità non ancora cristianizzate, alligna il seme dell‟eresia e del
demonio‟».

“La Bolla di Innocenzo Ottavo”.

In seguito alla notte di incubi del 1484, popolata da rimorsi, paure e ricordi terrificanti,
mentre intorno alla cupola di San Pietro si scatenava una tregenda di fulmini e presenze eoliche,
scaturì da uno sgocciolio di inchiostro rosso come sangue, la Bolla papale di Innocenzo Ottavo
“Summis desiderantes affectibus”.

«Abbiamo appreso recentemente con grande dolore, che in certe regioni dell‟Alta Germania,
in territori e diocesi di Mayance, Cologna, Treve, Salisburgo e Breme, persone appartenenti all‟uno
e all‟altro sesso, dimentichi della loro salvezza e della fede cattolica, [...] compiono atti infami
posseduti da demoni incubi e succubi, mediante i quali con incantesimi, sortilegi, crimini [...]
distruggono e uccidono il frutto nel ventre delle donne, del bestiame e di altri animali. Inoltre [i
posseduti] distruggono i raccolti, le vigne, i giardini, i pascoli [...].
Questi stessi indemoniati affliggono con dolori e malattie atroci, sia interni che esterni, al
contempo, uomini, donne e bestie. Impediscono alle donne di concepire e di compiere i doveri
coniugali. Ed esse rinnegano con bocca sacrilega la fede ricevuta col santo Battesimo. [...]
Di poi non temono di commettere e perpetrare, dietro istigazione del nemico del genere umano,
ogni sorta di eccesso e di crimine abominevole, mettendo in pericolo la loro anima...» (11).

Innocenzo era certo di avere gettato le fondamenta del riscatto e della propria assoluzione
celeste. Voci e ansia tacevano. Scrisse una lettera che convocava in udienza privata i teologi
domenicani, Sprenger e Kramer. In un‟altra domandò a un giovane e talentuoso francescano, di
origine provenzale, frate Fabrizius, di raggiungerlo immediatamente.
I corrieri a cavallo si sparpagliarono al galoppo, per portare a destinazione i suoi messaggi segreti.

“Investitura papale”.

Il papa aveva convocato i teologi domenicani per affidare loro un compito terribile ed
edificante. Ridare fiducia all‟umanità cristiana. Predicare la voce della Verità. Tacitare i dubbiosi
(ma lui non lo era?). Elevare i buoni credenti. Spiegare le radici del male agli spiriti eruditi come a
quelli semplici.
E, soprattutto, fare abbassare le teste coronate sotto il peso dello sguardo divino,
rappresentato dal pontefice. Contenere la cultura laica che infiltrava il secolo, lo infradiciava,
trasformando sapienti e scienziati in miscredenti, atei.
Non era certo una missione da poco...

“Vecchi e nuovi inquisitori”.

Alla fine del 1300 non esisteva un vero riconoscimento, da parte dei colti e degli uomini di
fede, nei confronti di racconti superstiziosi e popolari concernenti le orge delle streghe, il diavolo -
capro o gentiluomo caudato, vestito di verde - o il volo notturno di donne nude, bellissime.
I nuovi inquisitori del Quattrocento si avventurano, viceversa, in un mondo di tenebre, malefici e
sortilegi, la cui origine diabolica divenne „oggetto di fede‟ e di indottrinamento. Gli inquisitori
moderni coniugano in sé - nella loro identità come nel loro ruolo - figure diverse. Sono, al
contempo, confessori, poliziotti, teologi, procuratori di tribunali speciali, come scrive Duby.
Spesso la loro „funzione teleologica‟, che passa dall‟oratoria della Chiesa alla benedizione dei
roghi, è finalizzata ad acculturare il popolo, le cui credenze sono considerate eretiche e demoniache,
ma funzionali allo status quo, una volta „canonizzate‟. Una nuova acculturazione, quindi, attraverso
la pedagogia della paura. Una nuova ortopedia dei sudditi e dei cittadini, mediante la liturgia della
dottrina.
Al termine di un percorso accidentato e contraddittorio la meta è il progresso sociale,
l‟inurbamento, il commercio, la „globalizzazione religiosa‟.
La lotta fra il localismo rinascimentale, caratterizzato da principati, signorie, repubbliche, comuni, e
l‟idea universale di un mondo plasmato secondo principi di laicità ed evoluzione, trovò
paradossalmente il centro di gravità nella Chiesa totalizzante. Punto di coagulo: gli ordini militanti e
missionari, gli inquisitori „guerrieri della fede‟. La mondializzazione cui aspirava la nuova tensione
ebbe nell‟Inquisizione il principale vettore che, per caratteristiche e capacità, riuscì a trascendere un
mondo diviso, segmentato e „granulare‟.
L‟Inquisizione fu il primo „Stato sovranazionale‟, pervasivo, che, attraverso il discorso
unificante della fede, riuscì a imporre (anche dopo la Riforma) un ordine epicentrico, agglutinato
dalla lingua del dogma e della sottomissione a Dio e alle sue emanazioni. La sua funzione fu
determinante. Soprattutto in Germania, dove l‟impero elettivo disponeva di poteri limitati ed era
sottoposto alla Dieta (Reichstadt), composta da tre camere che rappresentavano i prìncipi elettori, i
non elettori e le città. Le istituzioni sociali, i centri di potere, in grado di coalizzare forze residue
della costruzione feudale romanica e controllare i sismi dell‟ordinamento in formazione, risultavano
deboli, pericolanti.
L‟ultimo imperatore incoronato a Roma nel 1452, Federico Terzo, era simbolo di un passato
ormai sepolto. L‟ultimo dei cavalieri, Massimiliano Primo di Asburgo (1486), re dei romani e
arciduca d‟Austria, non a caso onorerà con la sua patente i servigi degli inquisitori renani.
Il „revanscismo tedesco‟ che confluì nella Riforma protestante forgiò, attraverso l‟opera di Sprenger
e Kramer, la punta di lancia di un pensiero totalitario, „demonocentrico‟ che attraversò il mondo, e
fu adottato anche dalla predicazione luterana (12).
Sarà scritto nel “Malleus”:

«I nomi dei diavoli stanno a dimostrare che c‟è un ordine anche per quanto riguarda le loro
funzioni esterne. Infatti, per quanto un solo e identico nome, ossia diavolo, sia espresso nelle
Scritture in molteplici modi, appunto per le loro diverse proprietà, tuttavia si tramanda nelle
Scritture che uno solo presiede a queste opere immonde e a certi altri vizi, punto per le loro diverse
proprietà.
L‟uso della scrittura e del parlato è quello di chiamare diavolo qualsiasi spirito immondo, da
“diá”, che significa „due‟, e “bolus” che significa „morsa‟, appunto perché uccide due cose, il corpo
e l‟anima. Invece, secondo l‟etimologia, in greco diavolo s‟interpreta come „recluso all‟ergastolo‟ e
ciò gli si adatta perché non gli è permesso di nuocere quanto vorrebbe. Diavolo s‟interpreta anche
come „defluente‟, perché scivolato giù, cioè caduto.»

“Incontro tra Sprenger e Kramer”.

Raggiunti dall‟ordine papale, Sprenger e Kramer si incontrarono, prima di partire per Roma.
Entrambi conoscevano le intenzioni e la Bolla di Innocenzo Ottavo contro le streghe, peraltro
ispirata da Kramer. Institor portava con sé un voluminoso brogliaccio. Sprenger aveva già
pubblicato la sua “Apologia”.
Si abbracciarono con freddezza. I loro abiti identici avevano sentore di sagrestia e di cella. I loro
volti erano emaciati, stanchi. Entrambi erano noti nella cerchia degli eruditi, dotti e teologi della
Germania.
«Si annunciano tempi terribili», esordì Kramer, il cui sguardo pungente aveva trafitto più di
un inquisito. «Il papa desidera un‟altra crociata. Questa volta non sarà contro i Turchi, ma contro la
nostra stessa civiltà. E contro la falsa Inquisizione che interroga le anime al di là del limite
invalicabile della Chiesa di Roma.» Ebbe un sorriso sbieco.
«Mi sono limitato, fratello,» rispose Sprenger «a scrivere un‟apologia di lode all‟emanazione
papale.»
«Ben fatto, ma non basterà ad estirpare le male erbe. Fatti straordinari illumineranno il
futuro. Non semplici fantasie e narrazioni. Non voli di donne ignude e di angeli peccatori. So per
certo che la Cristianità sarà spezzata da una catastrofe tellurica senza uguali.»
«Un nuovo scisma. Tu bestemmi fratello Heinrich,» soggiunse Sprenger «noi siamo
guardiani della fede, non profeti di un nuovo incendio.»
«La dottrina ortodossa ci schiuderà la strada; la volontà di Dio o il destino faranno il resto.
Non sai dunque quanta superstizione alligna tra i predicatori del rappresentante di Dio in terra?
Quanto spurgo, quanto sconcio lordi le sacre stanze? Il papa vuole una nuova crociata contro le
streghe. In realtà desidera difendersi, con uno scudo invulnerabile, dai nemici di sempre.»
«Non comprendo a chi alludi.»
Kramer fiammeggiava dagli occhi chiari, profetici.
«Noi stiamo per costruire un mondo nuovo, per sempre mondato da chi attenta all‟ordine
temporale e divino.»
«Chi?» avanzò con circospezione Sprenger.
«Gli gnostici. Sempre loro, per secoli annidati tra le pieghe, i velari, i parati e le preghiere.
Gli gnostici. Mai sconfitti, insieme al loro dio rovesciato. Ai loro profeti come Marcione. Hai mai
pensato, fratello Jacob, che le streghe non siano che una metafora per i grandi della terra, e uno
schermo illusorio, pagano, per gli infimi, i miseri, i perdenti?»
«Tu... dunque» balbettò Sprenger, «vorresti combattere la tua crociata contro il nemico
occulto, il vero?»
«Il più sottile, il più subdolo, quello che ha fatto della sua fede la fede dominante; colui che
più del serpente tenta di insidiare i gradi sommi dell‟imperio religioso.»
«Bestemmia!»
«Ah sì? Non fu forse tentato da Satana Cristo nel deserto?» continuò Kramer: «e intanto
semina il disordine, pone ai posti di comando infedeli ed ebrei, permette che i musulmani abbiano
un regno. Che gli impuri schiaccino i puri...»
Sprenger abbassò la fronte, bianca e traslucida come marmo antico.
«Noi schiacceremo il Male con la forza del pensiero e della volontà» esclamò ispirato
Kramer. «Scrivendo in un unico libro l‟inizio e la fine di ogni eresia. Il superuomo risulterà infine a
„immagine e somiglianza di Dio‟, e le razze inferiori saranno sottomesse al suo potere, per il tramite
della Grazia e della Dottrina.»
Nei suoi occhi brillava una fiamma di fanatismo che spaventò e ipnotizzò Sprenger.
«Sarò con te, fratello. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» pronunciò
Sprenger, vinto.
«Amen.»
Heinrich cadde in ginocchio.
CHI ERANO GLI AUTORI DEL “MALLEUS”?

Due nomi spiccano, attraverso i secoli, sul frontespizio del fortunato testo demonologico,
che ebbe un‟edizione quasi ogni anno. Dal 1487 fino al 1669 editori importanti, dislocati fra Parigi,
Colonia, Strasburgo, Lione, Francoforte, Friburgo, Norimberga, impressero a torchio migliaia di
copie del libro che aveva sconfitto l‟oblio dei secoli, l‟infedeltà dei lettori. Un‟aura di mistero si
addensò attorno al “Malleus”.
Era un testo segreto, esoterico, che andava al di là della superficie letterale? Chi erano
realmente i suoi autori?
Sulla paternità del “Malleus” è sorta più di una leggenda.
Qualche prefatore è giunto a mettere in dubbio la stesura „a quattro mani‟ del testo.
Tra le varie controversie che vedono ora Sprenger, ora Heinrich Kramer (o Institor), come
autore dell‟intero manuale, è stata scelta una versione intermedia. In base a essa, Sprenger fu
essenzialmente autore dell‟“Apologia”, che introduce il manuale, mentre Kramer redasse, con
l‟autorevole approvazione teologica del confratello, l‟intero “corpus” del libro (13).

“Jacob Sprenger”.

Risulta da testi storici che nel 1486 Jacob Sprenger fu il redattore dell‟“Apologia”, testo che
probabilmente era già stato pubblicato all‟epoca dell‟emanazione della Bolla papale.
Quando venne composto il “Martello” (1486 ca.) il domenicano era un predicatore renano di
circa 50 anni. Nato vicino a Bâle (Rheinfelden) tra il 1436 e il 1438, morì a Strasburgo nel 1495 o
1496. Il Renano divenne nel 1467 un superiore della riforma domenicana, ottenendo nel 1472 il
dottorato presso l‟università di Colonia. Nel 1478 fu nominato professore titolare presso la stessa
università (a cui tanto dovranno per la loro investitura ufficiale i due domenicani). Ma la vera
carriera iniziò nel 1474, quando fu nominato priore del convento Sant‟Andrea di Colonia. Più tardi
pubblicò un libretto spirituale sulla nuova fraternità dei Fedeli del Rosario, in quanto discepolo di
Alain de la Roche, suo fondatore. Seguace operoso, Sprenger si dedicò, specie negli ultimi anni di
vita, a questa “devotio moderna” che raccoglieva la mutualità della preghiera. Ma che, al contempo,
univa l‟ossessione misogina di la Roche con l‟esaltazione quasi feticistica del corpo e del latte della
Vergine Maria. Una contraddizione quasi patologica, analizzata dagli storici Johan Huizinga
(“L‟autunno del Medioevo”) e Joseph Hansen.
Nel frattempo, nel corso di un decennio, l‟ecclesiastico, considerato un abile manovriere,
continuò a collezionare cariche e onori, estendendo la propria influenza „spirituale‟ fino a Brema.
La sua fama di predicatore fu magnificata in seguito a un‟impresa di straordinaria pietà. Riuscì a
ricondurre a Colonia una reliquia di incalcolabile valore confessionale: il dito di Sant‟Anna,
venerata dal popolo per il suo potere taumaturgico.
Pur essendo inquisitore (tra il 1479 e il 1492 divise la sua attività di teologo operativo fra
Treviri, Colonia e Ratisbona) Jacob Sprenger si distinse soprattutto come riformatore instancabile
dell‟ordine domenicano e nel 1488 fu confermato «padre provinciale di tutta la provincia
teutonica».
Ma, dopo la morte di Innocenzo Ottavo, suo protettore, venne accusato dagli oppositori di
essere un mestatore, un intrigante che seminava zizzania tra il clero. I suoi ultimi anni furono amari.
Subì un‟ammonizione da papa Alessandro Sesto e morì improvvisamente, circondato dalla
malevolenza, nel convento domenicano di Notre-Dame, a Strasburgo. Riabilitato “post mortem”, il
teologo-inquisitore fu considerato nel sedicesimo secolo una sorta di santo senza aureola, e la sua
“Apologia auctoris” ne fece, secondo alcune lezioni, il vero responsabile redazionale e morale del
“Malleus”. In realtà, come scriverà il domenicano Sylvestre Prierras (morto nel 1520) nel suo
“Trattato sui demoni e le streghe”: «la paternità del “Malleus” è incontestabilmente attribuita a
Kramer».
Lo stesso J. Hansen nel 1900 affermava che se «Jacob Sprenger ha partecipato
all‟elaborazione del testo, dando il suo accordo globale al contenuto [...] bisogna dire che il suo
nome è stato posto fra i responsabili del libro per motivi estrinseci, soprattutto per convalidare
l‟autorità dell‟opera. Ma è stato messo in primo piano, forse dal suo stesso collega Heinrich
Institoris, occupando una posizione più importante di quella che avrebbe richiesto la sua effettiva
partecipazione alla stesura del testo.»
In conclusione, come afferma Amand Danet «è Institor - l‟inquisitore, non gli inquisitori - che
dobbiamo cercare in fondo al libro».

“Institoris Kramer, vero autore del «Malleus»“.

Heinrich Kramer Institor (Institoris), nato nel 1430 a Selestat e morto nel 1505, si formò,
secondo lo storico Joseph Hansen, nel convento domenicano di Selestat.
Tra la fine degli anni 1450 e il 1470 ebbe un‟esistenza avventurosa, punteggiata da numerosi viaggi
a Roma.
Nel 1458, quasi un presagio, presenziò a Strasburgo all‟esecuzione inquisitoriale del
vescovo valdese Frederic Reiser.
Fu un‟illuminazione: tra fiamme e fumi infernali, brillava la luce di un crepuscolo malato. Forse era
l‟anima che si allontanava dal corpo del reprobo. O il lucignolo della “Grazia” che attendeva
l‟essenza immortale di quel disgraziato...
«Reiser», egli pensò con un brivido, «moriva come seguace di Valdo, ma la dottrina valdese
continuava a brillare oltre il suo rogo.»
Il manicheismo di Basilide, Valentino, Marcione si sarebbe fuso con una nuova religione
che, nel secolo imminente - di cui Kramer intravedeva gli inquietanti prodromi - avrebbe colpito al
cuore il cattolicesimo romano. Avrebbe scisso in fazioni contrapposte il corpo di Cristo,
frantumando l‟ostia e i suoi più inviolabili sacramenti.
La vita del focoso predicatore non si limitò ai viaggi frenetici e a una contraddittoria ricerca
religiosa. Tuttavia, le gesta turbolente di Kramer, su cui si sofferma C. Wittmer (“Quelques
dominicains de Selestat aux XIV et XV siècles”, 1951), non impedirono al predicatore di continuare
la carriera ascendente. Pur essendo stato condannato alla prigione nel 1474 e sospeso dall‟incarico
di Institor, a causa di una infelice frase pronunciata contro l‟imperatore Federico Terzo, nel 1474
vediamo il combattivo Heinrich a capo dell‟Inquisizione, nella Germania Superiore. Fu il papa Sisto
Quarto a promuoverne l‟incarico.
Il domenicano „proscritto‟ ricevette quindi ufficialmente il titolo di dottore in teologia, a Roma, il
13 dicembre 1479.
Non solo i detrattori, ma anche i vaticanisti posteriori, considereranno il rapporto
privilegiato tra il predicatore renano e il papa come premessa importante per le udienze e le
approvazioni accordate dal successore, Innocenzo Ottavo, ai due domenicani.
Incaricato di missioni delicate e pericolose da papa Sisto, Institoris nel 1482 attraversò l‟Europa
come agente segreto, raccogliendo finanziamenti per la guerra contro i Turchi, ignorando scandali e
beffando le minacce di castigo, con cui lo colpì il maestro del suo ordine. Da quale fonte gli
provenivano tanta sicurezza e protervia? (14)
Si ritiene che „l‟inquisitore canaglia‟ godesse di un formidabile „sdoganamento‟. Papa Sisto
Quarto, gran protettore del domenicano ribelle e mestatore, aveva accordato al suo convento di
Selestat un‟indulgenza plenaria per tutti i visitatori. Ovviamente paganti.
Si dice che il papa avesse contratto un debito segreto con il predicatore militante per la sua fervente
campagna contro il vescovo della Bosnia, André Zamométic, scacciato dai Turchi, e inviso a Roma
per la campagna in favore di un nuovo Concilio.
Il convento accumulò, con la protezione del papa declinante, grandi ricchezze, ché
l‟autorizzazione indulgenziale implicava introiti economici cospicui.
Tutti i peccatori, in cambio di ingenti doni monetari o immobiliari, avrebbero potuto usufruire
dell‟assoluzione divina.
Dettaglio: un terzo dell‟elemosina spettava all‟inquisitore (ovvero Kramer), un terzo alla
Chiesa domenicana, e un terzo all‟erario apostolico.
Come gli aveva predetto un veggente «fra non molto, il mercato delle indulgenze verrà affisso con
vituperio sulle porte delle chiese, i fedeli scacceranno gli elemosinieri del papa, e le sacre stole
d‟oro e d‟argento acquistate coi soldi dei potenti in peccato mortale e col sangue dei poveri,
verranno gettate nella polvere».
Nonostante le molte, tortuose e favorevoli congiunture della sua carriera, Kramer subì anche
schiaccianti sconfitte. Non sempre i roghi, benché preparati ad arte dall‟inquisitore, ardono.
Nel 1485, il controverso teologo domenicano incontrò sulla sua strada un altro arcivescovo: Golzer.
L‟alto prelato impedì, per mancanza di prove, l‟esecuzione di cinquanta presunte streghe,
condannate da Kramer a Innsbruck alla „pena suprema‟. Per Kramer fu una bruciante sconfitta
personale.
Ma non si arrese.

- L‟ispiratore occulto del papa.

Nel corso dell‟intenso anno 1484, tra la inumazione di Sisto Quarto e l‟intronizzazione di
Innocenzo Ottavo, Institor fece un viaggio lampo a Roma per omaggiare il nuovo Vicario.
Dopo un‟udienza privata, durata alcune ore, il papa concepì una nuova crociata per la fede,
contro streghe e diavoli.
Come visto, in seguito al colloquio intimo col papa ebbe forse un alterco con Sprenger, nel
1487, ma ormai il teologo riformatore era stato doppiato dal successo mediatico di Institor. Infatti,
secondo Joseph Hansen, il previdente e inscalfibile domenicano portò a termine il libro che avrebbe
dovuto coronare le sue ambizioni in cielo e in terra.
Kramer ottenne dal principe-vescovo di Salisburgo la nomina a predicatore ordinario della
cattedrale (1493 ca.), sottraendo a un altro domenicano, Nicolas Gundenfinger, l‟ambito posto.
Negli anni successivi, il domenicano indomabile impugnerà più volte la penna, come una
spada, per difendere con infiammati opuscoli la sua idea della fede, analoga a quella esposta nel
“Malleus”. In particolare si farà notare per un duello all‟ultima citazione con un canonista
padovano, Antonio Rosselli, che aveva scritto un “Trattato sulla monarchia” in cui veniva
contestato il primato assoluto del papa sulle altre corone. Il libro, condannato al rogo nel 1491, fu
affossato dalle argomentazioni stringenti di Heinrich che pubblicò a Venezia, nel 1499, un pamphlet
al vetriolo sugli “Errori del trattato della monarchia”.
Il teologo tedesco difende con le armi della dialettica estremista il diritto temporale del papa,
riesumando “ad hoc” la sedicente „donazione di Costantino‟, considerata da numerosi storici un
falso storico.
Dopo questa intensa „propaganda papista‟, chi più del dottor Kramer possedeva le
credenziali per divenire il faccendiere di Dio e del suo rappresentante in terra? Nel 1500 fu inviato
da Alessandro Sesto in Boemia-Moravia per inquisire i Valdesi. Era la sua specialità. A Lione e
nelle Fiandre le donne dedite al male erano ancora definite “waudenses” e i loro convegni
„valdesia‟.
La parola dell‟inquisitore doveva privare il serpente del suo veleno diabolico.
Vennero bruciati libri eretici e il flagellatore d‟eresie pubblicò, nel 1501, con i nitidi caratteri della
stampa moderna, “L‟opera preziosa dei sermoni contro i valdesi eretici”. Seguirà l‟anno successivo
un libro contro i Valdesi e i “Pickards”, accusati di negare l‟esistenza della stregoneria eretica e di
intaccare l‟autorità del clero.
Instancabile, Kramer continuerà a operare soprattutto nella zona del Reno, ma si sposterà spesso
oltre le Alpi, percorrendo le vallate schierate con i Valdesi. Sarà a Innsbruck, in Austria, in Boemia
e, in Italia, a Roma, Milano, Como, Venezia. Ombra onnipresente, ovunque fosse richiesta la sua
acribia inquisitoriale. La morte lo colse nel 1505, brumosa e ordinaria, mentre iniziava a declinare il
suo astro, fra Olomutz e Brno.
Il “Malleus” assunse sempre di più un significato trascendente, fondato su un potere
dottrinale, consolidato dalla funzione politico-ideologica.
Usato dai cattolici contro gli ugonotti, dai protestanti contro i „petrini‟ in Europa; dai
conquistatori contro gli indios „creature del diavolo‟ in America; dagli ugonotti contro i „diavoli
papisti‟ in Guyana; fu l‟arma preferita di „distruzione e purificazione‟ impugnata dall‟intolleranza
religiosa.
Le parole strappate al demonio si proiettavano in una dimensione di rivelazione messianica,
punitiva.

“Alla presenza del papa”.

I domenicani si inchinarono, eleganti, ieratici, nel loro abito nero e bianco.


Apparve allora una figura magra, disincarnata, avvolta in un umile saio marrone. I piedi nudi
calzavano sandali sdruciti ed erano bianchi come cera. Un cinto di canapa cruda gli cingeva i
fianchi, come un cilicio.
«Frate Fabrizius» disse il papa, indicandolo ai domenicani, «vi seguirà ovunque, sarà la
vostra ombra, la vostra coscienza, e il mio indice. E‟ molto giovane,» aggiunse dopo una pausa
eloquente «per questo lo affido al vostro sapere. Ma ha studiato ad Avignone, e conosce non pochi
segreti della nostra Chiesa.»
Il frate si inchinò leggermente ai presenti, ma nel gesto dovuto sembrava esprimere più curiosità che
umiltà.
«Ho scritto una Bolla apostolica» riprese il papa, «che spero abbiate letto.»
«E‟ stato il nostro primo dovere.»
Iniziò Sprenger, a recitare con voce grave:

«Noi, Innocente, Vescovo, Servitore dei servitori di Dio. Al fine che sia tramandata
eternamente la nostra memoria. Desiderando con ardore supremo, come viene richiesto dalla
sollecitudine pastorale, che la fede cattolica sia accresciuta e fiorisca il più possibile e ovunque nella
nostra epoca, e che ogni misfatto eretico venga bandito e respinto lontano dalle frontiere dei fedeli,
noi decretiamo volentieri e statuiamo nuovamente perché il nostro pietoso e santo desiderio possa
avere l‟effetto voluto e tutti gli errori vengano estirpati dal nostro Ministero, come il sarchio del
saggio coltivatore; così lo zelo e il rispetto della fede si imprimerà più fortemente nel cuore dei
fedeli.»

Continuò Kramer, congiungendo le mani, fissando un‟aureola immaginaria dietro la figura del papa.

«Nefande persone affliggono e torturano gli uomini come le donne, le bestie da soma, le
greggi di bestiame, scagliando malanni e tormenti crudeli, interni ed esterni. Impediscono agli stessi
uomini di essere fecondi, alle donne di concepire progenie, ai mariti di consumare con le mogli e
alle mogli di consumare coi legittimi mariti l‟atto coniugale.»

«Ebbene: da questo Breve noi pensiamo di trarre, col vostro aiuto e il talento donatovi da
Dio, un testo che sradicherà il dubbio, ogni dubbio di fede.»
I domenicani si inchinarono. Le labbra di Heinrich Institor erano tirate e tradivano un leggero
tremito.
«Se vostra Santità permette, vorrei recitare la mia “Apologia”», disse Sprenger.

“L‟«Apologia» di Jacob Sprenger”.

Con una professione di grande modestia, che collide con la sicumera del “Malleus” e delle
sue proposizioni, Sprenger intende avallare l‟immagine degli inquisitori, „semplici servitori‟ di una
vocazione e missione benedette dal Supremo, impregnate di pessimismo apocalittico. L‟“Apologia”
sottolinea, fra altri importanti fattori sviluppati dal “Malleus”, che le streghe provocano, col
permesso divino e in connubio con il demonio, infiniti flagelli e mali nel mondo umano e terreno.
La misoginia e sessuofobia degli inquisitori risulta un argomento strategico per dimostrare
come, tramite la donna e il sesso infernale che „insuccuba‟, sia possibile giustificare i mali del
mondo, l‟esistenza di Satana e il libero arbitrio. L‟eresia d‟Oriente, in particolare, preoccupa il
teologo, che nel suo testo sottolinea lo stretto legame tra passato e presente, antico e moderno,
brevità e lunghezza del „testo soteriologico‟. Il tempo e lo spazio, suggerisce la sua introduzione
sono, nelle mani dell‟inquisitore, coordinate di un mondo in formazione. Col permesso di Dio e
contro l‟Apocalisse.
«Al centro delle calamità di un secolo che sprofonda, come sappiamo più da esperienze
reiterate che dai libri, il vecchio Oriente, decaduto sotto il giudizio irrimediabile della propria
rovina, a partire dall‟origine non ha mai smesso di infettare, mediante la peste di diverse eresie, la
Chiesa che il Nuovo Oriente, l‟uomo Gesù Cristo, ha fecondato con il versamento del suo sangue.
[...] Il mondo che giunge al suo declino, mentre la malizia degli uomini ingigantisce, come
testimonia Giovanni nella “Apocalisse” (12,12), ha ormai poco tempo. Una perversione eretica
sorprendente è entrata nel campo del Signore: „L‟eresia delle streghe‟, caratterizzata dal sesso, a
causa del quale soprattutto infierisce. Attaccando [il mondo] con innumerevoli assalti, tale eresia
realizza in ciascuna delle sue opere la sua incarnazione globale - il che è spaventoso a pensarsi,
abominevole agli occhi di Dio, e detestabile per tutti i fedeli. In effetti a causa di un patto con
l‟Inferno e di un‟alleanza con la morte, per realizzare i loro disegni depravati queste donne si
sottomettono alla schiavitù più vergognosa. A ciò si aggiungono dei mali quotidiani che colpiscono
con il permesso di Dio e la potenza del diavolo, uomini, bestie e frutti della terra. In mezzo a questi
mali Noi Inquisitori, il sottoscritto Jacob Sprenger e il suo caro collega, delegato dal Seggio
Apostolico [...] abbiamo cercato con cuore pietoso e afflitto di trovare quel rimedio, quel sollievo
che occorrerebbe amministrare ai mortali e prima di ogni altro rimedio abbiamo ritenuto giusto
intraprendere umilmente la stesura di questo libro [...].
L‟opera in sé risulta al contempo nuova e antica, breve e lunga. Antica, in effetti, in rapporto
alla materia trattata e alle autorità citate; nuova per le modalità delle parti compilate e la loro
elaborazione; breve per la contrazione minima di molti autori; lunga tuttavia per l‟immensità
plurima della materia trattata e la malizia incomprensibile delle streghe. Non affermiamo questo per
minimizzare presuntuosamente gli scritti degli altri autori ed esaltare, con iattanza, la nostra propria
opera; al contrario la sommatoria dei nostri contributi risulta poco numerosa e quasi nulla. [...] Noi
abbiamo lavorato come dei segretari col compito di illustrare a gloria della somma Trinità
dell‟Indivisibile Unità, i tre punti che rappresentano l‟origine, la proliferazione e lo scopo [dei
malefici].
Ed ecco la nostra opera, a cui abbiamo dato il nome di “Martello delle Streghe” il cui piano
generale è di seguito allegato. [...] Quanto alla Bolla emanata recentemente da Innocenzo Ottavo
sull‟eresia delle streghe, si discuteranno in proposito 48 questioni, per chiarificare principalmente
tre ordini di cose. In primo luogo l‟origine; in secondo lo sviluppo, in terzo l‟ultimo rimedio.
L‟origine [considerata] come moltiplicazione e l‟ultimo rimedio come sterminazione di questa
eresia» (15).

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“L‟impianto generale del «Malleus»“.

Il “Malleus” si compone di tre parti, interrelate a quelle che sono considerate le tre realtà che
concorrono all‟effetto malefico: il diavolo, la strega o lo stregone e, infine, il permesso divino.

LA PRIMA PARTE, che riguarda i fenomeni di stregoneria, colpisce per la sua stretta attinenza con
la preoccupazione corrente, evidenziata dal papa Innocenzo Ottavo, riguardante la fecondità e la
possibilità, da parte dei diavoli e delle streghe, di impedire amplessi leciti o addirittura di evirare gli
uomini. Su questo aspetto, si è concentrata la psicoanalisi, secondo ottiche diverse.
LA SECONDA PARTE, casistica, descrive in che modo si possono manifestare i sortilegi delle
„malefiche‟ e con quali mezzi è possibile combattere le loro nefandezze. Molti esempi citati
provengono da Nider e da altri inquisitori tedeschi o austriaci.
Sprenger e Institor sembrano convinti che tutte le streghe e gli adepti facciano parte di sette dedite
al culto del demonio. In questo senso „storicizzano‟ il fenomeno, partendo anche da credenze e
superstizioni che erano nell‟aria, o da „racconti‟ fantastici di molti accusati e „succubi‟. Insomma:
venne concepita una rappresentazione diabolica a canovaccio fisso, su un palcoscenico drammatico
di torture e di morte. Dovendo, tuttavia, ammettere che nulla potevano contro l‟Inquisizione le
persone imputate di magia, stregoneria, o commerci diabolici.

LA TERZA PARTE, forse più conosciuta e utilizzata dai „difensori della fede‟, riguarda la
procedura e le fasi consequenziali del processo.
In questa ultima sezione è evidenziato il meccanismo penale che, partendo da accuse spesso
anonime o anodine, porta direttamente l‟imputato di fronte al giudice. A volte è sufficiente il
„rumore pubblico‟ a trasformare una calunnia in prova. Il giudice ha pieni poteri e il suo compito
consiste nel chiudere il caso il più rapidamente possibile.
Mediante la costante „deduzione tautologica‟ e la „maieutica del peccato‟, che non arretrano di
fronte alla tortura e alla negazione di ogni diritto dell‟imputato, si „estrae‟ dall‟inquisito „la verità‟
enunciata a priori.
Il più delle volte la condanna si risolve nella pena di morte, senza transitare attraverso l‟ordalia, il
giudizio di Dio, considerato „ingannevole‟ poiché inficiabile dall‟arte diabolica.
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Iniziò, fra Sprenger e Kramer la lettura alternata del testo mediante la quale, come se
duettassero in una sacra rappresentazione, ciascun teologo si calava in un ruolo diverso. Nel corso
della disamina percorreva il ponderoso stampato, come un plettro d‟argento che pizzica corde
invisibili, suscitando note inattese, accordi inediti. Ora affermava, ora confutava, ora interrogava,
ora rispondeva alle questioni più delicate e comuni di fede e dottrina.
Kramer presentava apparenti contrasti canonici, contraddetto da Sprenger, che subito dopo si
trasformava in lingua dubbiosa, per poi riaffermare l‟ortodossia del “Malleus” di fronte alle
contestazioni del cangiante Institor. In un susseguirsi di domande e risposte sempre più affilate e
rastremate verso la cuspide dogmatica del libro. Il teatro della fede e della verità si animava di
figure maledette, streghe volanti, pipistrelli, peccatori libidinosi, raggi divini, sabba, colpe ignobili e
punizioni sublimi.
Il papa ascoltava attentamente. Rughe di concentrazione solcavano la giovane fronte di frate
Fabrizius.

“Esiste la stregoneria? Dio, diavolo e permesso divino”.

«Secondo il “Canone Episcopi”: „Colui che crede possibile che una creatura sia tramutata in
meglio o in peggio o sia trasformata in una specie o apparenza diversa da quella che proviene dallo
stesso creatore di tutte le cose, è peggiore di un pagano o di un infedele‟.»
(Graziano, “Decreto”, II, 26. 5. 12)
[Kramer] D.: «Esiste la stregoneria? Affermare l‟esistenza degli stregoni è così cattolico al
punto che affermare ostinatamente l‟opposto sia affatto eretico? E si deduce che non è cattolico
affermare qualsiasi cosa a questo proposito. [...]»
[Sprenger] R.: «Non c‟è nel mondo alcun effetto di stregoneria. Eccone la prova: se ci fosse,
si verificherebbe per opera dei diavoli. Ma non sembra cattolico affermare che i diavoli possano
impedire o effettuare trasformazioni corporee poiché, se così fosse, essi potrebbero distruggere il
mondo intero. [...]
Inoltre, come l‟opera di Dio è più forte di quella del diavolo, tale è anche quello che fa. Ma
se nel mondo ci fosse la stregoneria, sarebbe opera del diavolo contro quello che fa Dio: dunque,
come è illecito affermare che la superstiziosa fattura del diavolo superi l‟opera di Dio, allo stesso
modo è illecito credere che le creature e le opere di Dio possano essere viziate dalle opere del
diavolo negli uomini e nelle bestie. [...]»

D.: «Ma in senso contrario si legge nel “Decreto”: „Se talvolta tramite arti di stregoneria,
con il permesso del giudizio divino occulto e giusto e la preparazione del diavolo, si parla
dell‟impedimento dell‟atto coniugale ottenuto con la stregoneria cui concorrono tre fattori: la strega,
il diavolo e il permesso divino. Inoltre esso può avere un‟azione più forte su quello che è meno
forte‟. [...]»
R.: «In risposta qui occorre impugnare tre errori eretici, respinti i quali si manifesterà la
verità. Infatti, secondo la dottrina di Tommaso, nel commento alle Sentenze, dove tratta
dell‟impedimento ottenuto con la stregoneria, si dice che c‟è chi ha tentato di affermare che nel
mondo non esiste nessuna stregoneria se non nella credenza degli uomini che attribuivano alla
stregoneria quegli effetti naturali la cui essenza è occulta. Altri ammettono l‟esistenza degli
stregoni, ma affermano che questi possono soltanto immaginare con la fantasia di concorrere a
effetti di stregoneria. Una terza categoria di persone sostiene che gli effetti di stregoneria siano del
tutto fantastici e immaginari, benché il diavolo collabori realmente con la strega. Ecco come si
denunciano e si confutano questi errori. Innanzitutto vengono bollati categoricamente come eretici
nei Dottori, in particolare in Tommaso quando dice che tale opinione è del tutto contraria
all‟autorità dei santi e deriva radicalmente dall‟infedeltà. Infatti l‟autorità della Sacra Scrittura dice
che i diavoli hanno potere sulle cose corporee e sull‟immaginazione degli uomini quando è Dio a
consentirlo. [...] Gli altri due errori, pur non negando l‟esistenza dei diavoli e la loro naturale
potenza, tuttavia sono in disaccordo a proposito dell‟effetto di stregoneria e della stessa strega, in
quanto l‟uno ammette che la strega collabori realmente all‟effetto benché questo non sia vero, ma
fantastico; il secondo, invece, ammette la realtà dell‟effetto nella vittima, ma ritiene che la strega
collabori solo in modo fantastico. Il fondamento di questi due errori si trova in due passi del Canone
in cui, in primo luogo, vengono condannate quelle donne che credono di cavalcare nottetempo con
Diana e con Erodiade. [...] Ma questi due errori puzzano di eresia e sono contrari a una sana
comprensione del Canone e lo si dimostra innanzitutto attraverso la legge divina come pure
attraverso la legge ecclesiastica e civile. Infatti la legge divina prescrive in più punti non solo di
evitare le streghe, ma anche di ucciderle e non imporrebbe pene di questo genere se le streghe non
collaborassero veramente con i diavoli nel provocare effetti e danni reali. Non si infligge infatti la
morte corporale senza un grave peccato corporale, diversamente da quanto accade per la morte
dell‟anima che può derivare da un‟illusione fantastica o anche dalla tentazione. Questo è anche il
parere di Tommaso nella questione in cui si chiede se il male avvenga con l‟ausilio dei diavoli.
Infatti il “Deuteronomio” prescrive di uccidere tutti coloro che operano stregonerie o incantesimo e
questo è detto anche nel “Levitico”:
„Se un‟anima si rivolgerà agli incantatori e agli indovini e fornicherà con loro, io volgerò la mia
faccia contro costui e lo farò sparire dal mio popolo. [...] Chiunque, uomo o donna, se in lui alberga
lo spirito divinatorio o della magia, morirà lapidato. Si chiamano pitoni coloro in cui il diavolo
opera prodigi. [...]‟
Che cos‟altro dicono i commentatori dei sacri testi trattando nei loro scritti del potere dei
diavoli e delle arti magiche? Lo si vede nel commento alle Sentenze. Consultando i loro scritti e
quelli di qualsiasi Dottore si troverà che tutti senza eccezione affermano che i maghi e gli stregoni
grazie alla capacità dei diavoli e con il permesso di Dio possono produrre effetti stupefacenti e non
fantastici. Per non parlare di svariati altri passi in cui Tommaso parla diffusamente di questo genere
di opere, come per esempio nella “Summa contra Gentiles” o nella “Summa theologiae”. Si vedano
poi gli autori di postille e di glosse sul settimo capitolo dell‟Esodo e anche le parole di Agostino nel
“De civitate Dei” e nel “De dottrina christiana”. Allo stesso modo ne parlano altri Dottori ed è
davvero assurdo contraddirli tutti: in questo caso non si può essere giustificati dalla colpa di eresia.
Anzi, secondo il diritto è ritenuto eretico chiunque erri nell‟esposizione della Sacra Scrittura e
chiunque in materia di fede sia di parere diverso da quello della Chiesa romana. [...]»

D.: «E‟ eretico affermare l‟esistenza degli stregoni? E‟ eretico, ci si domanda, se costoro
debbano essere giudicati come se fossero stati colti in flagrante difetto di eresia o solo come se
fossero fortemente sospetti di eresia. Sembra giusta la prima risposta. Infatti Bernardo spiega nella
sua “Glossa sulle Decretali”: „Con la presente disposizione si sancisce che chiunque sia stato colto
in flagrante eresia è stato ritenuto manifestamente colpevole di eresia in tre maniere: con l‟evidenza
del fatto che si ha quando afferma pubblicamente l‟eresia, in seguito a regolare prova ricavata da
testimonianze o per sua stessa confessione. Costoro vanno predicando pubblicamente e
temerariamente e si oppongono a quanto si è detto finora, affermando che le streghe non esistono o
non possono in alcun modo nuocere agli uomini‟. In altri passi, Bernardo dice cose analoghe.»
R.: «Noi rispondiamo che è nostra intenzione scusare anziché accusare di eresia chi sostiene
tali cose e, come abbiamo già raccomandato, non vogliamo che siano condannati per un crimine
così grave a causa di un semplice sospetto. Si può procedere contro una persona che dia proprio
adito a un simile sospetto, ma bisogna poi giungere a condannarla solo quando il sospetto è
violento. Tuttavia, non possiamo escludere il sospetto a causa delle affermazioni frivole di costoro
contro la verità della fede. Il sospetto può essere di tre tipi: lieve, forte, violento, secondo il testo
delle “Decretali”. Perciò bisogna cercare in quale categoria di sospetto rientri chi afferma tali cose.
[...] Quindi, adoperiamoci sopra tutto a respingere ogni ignoranza in tempo per porre riparo ai
pericoli che corrono le anime, avendo sempre davanti agli occhi il severissimo giudizio che
incombe sopra la nostra ragione esitante e il talento che ci è stato elargito, affinché non sia
qualificata crassa e supina anche la nostra ignoranza, secondo quella metafora di quegli uomini
crassi e supini che non vedono nemmeno quello che sta sotto il loro naso.»

D.: «Il diavolo collabora con lo stregone? E‟ cattolico affermare che per ottenere un effetto
di stregoneria il diavolo debba sempre collaborare con lo stregone o che possano invece produrre
tale effetto l‟uno senza l‟altro, il diavolo senza lo stregone o viceversa? [...]»
R.: «A nostro avviso, invece, il diavolo non può causare alcun danno a coloro che sono
inferiori a lui senza gli stregoni. Innanzitutto, nell‟ordine della generazione, ogni azione avviene per
contatto. E poiché non c‟è alcun contatto diretto del diavolo con i corpi, dato che non ha niente in
comune con essi, allora si serve di uno strumento facendo affluire in esso la capacità di fare del
male per contatto.
Accanto a questo si dimostra anche che le stregonerie possono avvenire senza l‟intervento
dei diavoli, basandosi su un passo della “Glossa alla terza Epistola ai Galati”.»

D.: «Tuttavia, come abbiamo già detto, la sostanza spirituale non può imprimere nessuna
forma se non con l‟aiuto di un altro agente, come si è accennato sopra. Per questo Agostino dice:
„Non bisogna pensare che la materia delle cose obbedisca a un cenno di questi angeli trasgressori,
perché essa obbedisce a Dio solo‟.
A maggior ragione, quindi, l‟uomo non può compiere effetti di stregoneria per un potere naturale.»
R.: «Rispondiamo che non mancano coloro che si sbagliano su questo argomento e scusano
le streghe e incolpano soltanto i diavoli o ascrivono quello che fanno a qualche trasformazione
naturale. Perciò se ne può mostrare la falsità innanzitutto con la descrizione delle streghe fatta da
Isidoro: sono detti stregoni [malefici] per la grandezza dei loro delitti, cioè perché fanno il male più
di tutti gli altri malfattori; essi sconvolgono gli elementi, per scatenare cioè grandinate e tempeste
con l‟opera dei diavoli. Dice anche che turbano le menti degli uomini sino alla demenza, all‟odio e
all‟amore disordinato. Perdono le anime senza far sorbire alcun veleno, ma con la sola violenza
delle formule.
Uguali sono le parole di Agostino quando, nel “De civitate Dei”, parla dei maghi e degli
stregoni, ossia di coloro che dal volgo sono chiamati stregoni [malefici] per la grandezza dei loro
delitti. Infatti con il permesso di Dio, sconvolgono gli elementi e turbano le menti degli uomini che
hanno meno fede in Dio, e rovinano gli uomini senza far sorbire alcun veleno ma soltanto con la
violenza del carme. Da qui dipendono le parole di Lucano: „La mente perisce senza essersi
inquinata per aver sorbito il succo incantato di un veleno‟.
Infatti essi osano chiamare i diavoli e procurare tormenti e anche far perire tutti i loro nemici
con le male arti. Se ne conclude dunque che in siffatte opere i diavoli devono sempre collaborare
con gli stregoni. [...]
Da qui si deduce la verità cattolica, ossia che per un effetto di stregoneria, per quanto non nocivo, lo
stregone deve sempre collaborare con il diavolo. Da questo sorge la risposta alle argomentazioni.
[...]
Tommaso dice ancora che con il permesso divino o in base a qualche fatto occulto, è
possibile che a ciò contribuisca la malignità dei diavoli, ai quali le vecchie streghe sono vincolate da
un patto.»

«Continuate, figli miei» disse il papa ai due predicatori che avevano cessato la lettura del
“Malleus”. «Per la nostra edificazione gradiremmo udire altri virtuosi contraddittori di ortodossia e
fede.»
«Santo padre» si inchinò Kramer, «ci preme più di ogni altra cosa la vostra approvazione
sulla questione riguardante Dio e il Maligno e, inoltre...» fece una pausa, «sui consigli che
immeritatamente vorremmo consegnare ai guardiani della fede.»
Innocenzo Ottavo annuì.
Riprese sul proscenio sacro-profano la lettura recitativa del libro che avrebbe consegnato a
Dio le chiavi dell‟onnipotenza imperscrutabile, al diavolo la serratura del mondo, e al papa la
combinazione per aprire le porte dell‟occulto.
Frate Fabrizius, le mascelle contratte, recitava nella sua mente il Cantico di san Francesco: «Ad te
solo, Altissimo, se konfano et nullo homo ene dignu te mentovare».

[Kramer] D.: «Se Dio lo permettesse, il diavolo distruggerebbe tutto per la grande invidia
che prova nei confronti dell‟uomo?»
[Sprenger] R.: «Il fatto che Dio gli permetta certe cose e altre no, va a maggior umiliazione e
dispiacere del diavolo, perché Dio si serve sempre di lui contro la sua volontà, per manifestare la
propria gloria.
E‟ cattolico affermare che anche tra i diavoli esiste un ordine delle azioni interiori e esteriori
attraverso un certo privilegio. Quindi taluni diavoli inferiori perpetrano certe sporcizie dalle quali si
tengono fuori per la nobiltà della loro natura quelli superiori. Questo si dichiara in primo luogo a
partire da una triplice concomitanza, ossia della loro natura, della divina sapienza e della propria
malvagità.
Più precisamente e in special modo a partire dalla loro natura. Risulta infatti che fin dal
principio della creazione alcuni sono stati sempre superiori ad altri per natura poiché differiscono
fra loro per la specie e non esistono due angeli della medesima specie, se si segue l‟opinione più
comune che concorda anche con quello che dicono i filosofi: e Dionigi postula che nel medesimo
ordine ci siano i primi, i medi e gli ultimi; ed è importante essere d‟accordo con lui per quel che
riguarda sia la loro immaterialità sia la loro incorporeità. Chi vuole vada a vedere quel che dice il
Dottore.
E poiché il peccato non toglie la natura, i diavoli dopo la loro caduta non persero i loro
attributi naturali, come si è detto sopra, e le operazioni seguono le loro condizioni naturali, per cui i
diavoli sono vari e molteplici sia in natura sia nelle operazioni. Questo si accorda con la sapienza
divina, affinché ciò che viene da Dio, da Dio stesso sia ordinato. [...] D‟altra parte, se gli uomini
subiscono stregonerie con il permesso divino, si domanda perché la stregoneria cada sull‟uno
piuttosto che sull‟altro. E se si risponde che è a motivo dei peccati che abbondano più nell‟uno che
nell‟altro, la cosa risulta falsa perché allora i peccatori più accaniti sarebbero fra i più colpiti da
stregoneria, mentre invece risulta il contrario, cioè che al mondo sono fra quelli puniti di meno -
anzi, le cose vanno bene a tutti coloro che prevaricano - e meno colpiti da stregoneria. Risulta
persino che vengono stregati sopra tutto bambini innocenti e altri giusti. [...] Eppure d‟altra parte
Dio, sebbene non voglia, permette che il male sia fatto e questo proprio per la perfezione
dell‟universo.»

D.: «Perché è erroneo dire che Dio vuole che il male ci sia o sia fatto per il bene
dell‟universo?»
R.: «Perché, come dice san Tommaso, niente può essere giudicato un bene se non in base a
ciò che lo concerne in sé e non accidentalmente. [...] La questione risulta tanto utile da predicare
quanto difficile da capire. Fra le argomentazioni c‟è infatti un principio, non tanto dei laici quanto
di certi eruditi, che stregonerie orribili come quelle menzionate non sarebbero permesse da Dio: essi
ignorano infatti le cause di tale permesso divino. Ma è anche per questa ignoranza che le streghe
non vengono soppresse con le dovute vendette e si vede ormai come devastino l‟intera cristianità.
Occorre quindi rispondere in due direzioni, in modo da soddisfare sia il dotto sia l‟ignorante,
secondo la sentenza dei teologi, mediante la disamina di due difficoltà.
La prima è che il mondo è sottomesso alla divina provvidenza cosicché Dio stesso in modo
immediato provvede a tutto. La seconda è che tutto il male che viene fatto sia con la colpa sia con la
pena sia con il danno, Dio lo permette giustamente in seguito a due permessi accordati per la caduta
degli angeli e per la caduta dei progenitori. Per cui risulterà che sa di eresia rifiutare ostinatamente
di credere a questi punti: costoro restano implicati negli errori degli infedeli.»

“Consigli del «Malleus» anche contro le obiezioni laiche”.

«Quanto ai consigli che vorremmo dare, con tutta umiltà, ai predicatori, questa è la nostra
umile riflessione» disse Sprenger.

«Infine il predicatore deve essere avveduto a proposito di certe argomentazioni dei laici e
anche di certi esperti, che negano l‟esistenza delle streghe in questi termini: pur ammettendo la
malignità del diavolo e il suo potere di infliggere secondo il suo desiderio tali mali, negano che Dio
accordi il suo permesso e non accettano che Egli permetta tali cose. [...] Nonostante tutto questo, le
argomentazioni vanno desunte dalla nostra precedente questione, a proposito del terzo punto
principale di questa prima parte e vanno proposte quelle che sono più adatte al popolo: come Dio
permette che sia fatto il male, anche se non lo vuole, perché il suo permesso contribuisce alla
mirabile perfezione dell‟universo, che si manifesta nel fatto che il bene è più raccomandabile e più
piacevole e più lodevole se paragonato al male: a questo proposito ci sono affermazioni autorevoli.
Inoltre così risplendono la profondità della sapienza, della giustizia e della bontà divina, che
altrimenti resterebbero occulte. In breve, per decidere in merito alla questione, fra le testimonianze
cui si accennava si può raccogliere una vasta documentazione per informare il popolo: per esempio
come giustamente Dio abbia permesso le due cadute, quella degli angeli e quella dei progenitori
perché queste sono più grandi di tutte le altre cadute e non c‟è quindi da meravigliarsi che se ne
permettano di minori; e inoltre come queste cadute siano più gravi per la loro causalità ma non per
le altre circostanze, in base alle quali, come si è visto nella questione quattordicesima, i peccati
delle streghe superano il peccato degli angeli cattivi e quello dei progenitori; nella questione
tredicesima, inoltre, si indica come giustamente Dio abbia permesso queste prime cadute. Dalle due
questioni si possono raccogliere e sviluppare molti temi a piacere.
In terzo luogo giustamente Dio permette che si faccia proprio quel male da cui anche il diavolo sia
pur indirettamente subisce la più grave tortura e il più profondo dispiacere. Anzi, attraverso quel
male che fanno le streghe per intervento diabolico, il diavolo si trova indirettamente molto torturato
perché contro la sua volontà Dio utilizza tutto questo male a gloria del proprio nome, a incremento
della fede, a purificazione degli eletti e per l‟aumento dei loro meriti. E‟ certo, infatti, che fra tutti i
dispiaceri che il diavolo può subire per la sua superbia, sempre rivolta contro Dio (secondo quel
passo della Scrittura: „La superbia di coloro che ti odiano s‟innalza sempre più‟), questo è il più
intenso perché gli dispiace che Dio volga a propria gloria tutte le sue macchinazioni. Dunque,
giustamente Dio permette tutto questo. [...]
L‟altro punto cui bisogna rispondere è il seguente: perché Dio permette che si facciano
stregonerie sulla forza generativa più che su tutti gli altri atti umani? Abbiamo già toccato questo
argomento a proposito del permesso divino, sotto il titolo: “Gli stregoni possono impedire la
potenza generativa o l‟atto venereo?” Questo dipende dalla sconcezza di quell‟atto. Infatti il peccato
originale, inflitto per la colpa dei progenitori, si trasfonde attraverso questo atto ed è esemplificato
con il serpente che fu il primo strumento del diavolo, eccetera.
Alla terza argomentazione bisogna rispondere che l‟intendimento e l‟appetito del diavolo sono
maggiori nel tentare i buoni che nel tentare i cattivi sebbene, per quanto riguarda chi è tentato, il
diavolo tenti più i cattivi che i buoni, poiché i cattivi sono più abili dei buoni a ricevere la sua
tentazione. Desidera quindi colpire più i buoni che non i cattivi nonostante che nei cattivi ci sia una
maggiore abilità a fare il male. Secondo Gregorio la ragione di questo sta nel fatto che quanto più
frequentemente qualcuno si sottomette al diavolo tanto più gli diventa insostenibile resistere a lui.
Dato che i cattivi si sottomettono più frequentemente al diavolo, la tentazione diventa per loro più
irresistibile e più frequente perché non hanno lo scudo di una fede salda per proteggersi.
Si legga a questo proposito l‟Apostolo: „Ma sopra tutto impugnate lo scudo della fede con cui
rintuzzerete tutte le frecce infuocate del Maligno‟.
Eppure egli assale a preferenza e più aspramente i buoni proprio perché i cattivi sono già in suo
possesso e quindi con la tribolazione tenta di trarre in proprio potere sopra tutto i giusti che, a
differenza dei peccatori, ancora non sono da lui posseduti. Così fa un principe della terra, che si leva
contro colui che usurpa di più i suoi diritti e nuoce di più al suo regno che non contro chi non lo
contrasta.
A proposito della quarta argomentazione, per cui Dio non vuole che il male sia fatto eppure
lo permette, oltre a ciò che si è già esposto, il predicatore può dare una spiegazione partendo dai
cinque segni della volontà divina che, secondo Tommaso sono il precetto, la proibizione, il
consiglio, l‟operazione e il permesso. Infatti, benché in Dio non ci sia che una sola volontà, che è
Dio stesso. [...]»

«Quanto all‟ultima argomentazione, si pongono varie domande: perché le streghe non si


arricchiscano; perché, pur avendo il favore dei principi, non collaborino alla rovina di tutti i loro
nemici; perché siano incapaci di nuocere ai predicatori e agli altri loro persecutori.
Riguardo al primo punto si risponde che generalmente le streghe non si arricchiscono perché il
diavolo si compiace di oltraggiare il creatore comprando le streghe al più basso prezzo possibile; e
poi perché non si facciano notare a causa delle ricchezze.
Riguardo al secondo punto, la causa è palese: esse non nuocciono ai principi perché, per quanto sta
in loro, fanno di tutto per conservarseli amici. E se si domanda perché non nuocciano ai loro nemici,
bisogna rispondere che l‟angelo buono, da parte sua, impedisce tali stregonerie. Si veda a questo
proposito Daniele: „Il principe dei persiani ha resistito dinanzi a me per ventun giorni‟.
Si legga il Dottore quando si domanda se ci sia contesa fra gli angeli buoni e quale sia.»

«Sul terzo punto infine bisogna dire che esse non possono nuocere né agli inquisitori né ad
altri ufficiali perché essi usano la pubblica giustizia: a questo proposito si potrebbero addurre
esempi, ma l‟esposizione estesa non lo consente» (16).

Terminata la lettura recitata Innocenzo si sollevò, con fare gioviale, dalla poltrona di velluto. Tese
le mani ai presenti.
«Noi giubiliamo, miei cari figli, per il risultato finora raggiunto dalla vostra umiltà e
saggezza. E, ascoltando le vostre dotte disquisizioni riteniamo di avere posto le nostre più alte
aspettative nei cuori e nelle qualità che vi contraddistinguono, teologo Kramer, teologo Sprenger e
anche voi, mio giovane figlio, frate Fabrizius.»
I suoi occhi vagarono nella luce della stanza, resa corpuscolare dalla molatura dei vetri cattedrali.
Sembrava che migliaia di entità invisibili si fossero date appuntamento nel suo appartamento per
vedere, inosservate; per ascoltare, inudite, quali segreti ronzavano nella mente del Vicario di Cristo
e dei suoi fedeli emissari. Poi, nel silenzio della sala, impregnato di sacra complicità, risuonò la
voce del Pontefice.

“La sacra investitura”.

«Desiderando dunque Noi, come si impone al Nostro Incarico, allontanare dal cammino di
questi cari figli ogni ostacolo che sia di impedimento alla loro funzione di inquisitori, in modo che
possano perseguire con i mezzi opportuni lo sconcio della perversione eretica e impedire che altri
eccessi di questo genere possano diffondersi, attraverso il loro veleno contagioso, a scapito di molti
altri innocenti; e inoltre spingendoci lo zelo della fede fino al più alto culmine, alfine di evitare che
province, città, diocesi distretti e località della suddetta Germania superiore manchino del
necessario ministero dell‟Inquisizione; in virtù dunque della Nostra Autorità Apostolica, con le
presenti lettere stabiliamo che è lecito ai detti inquisitori esercitare il ministero inquisitoriale e che
essi devono essere accolti per la correzione, l‟incarcerazione, e la punizione delle persone incolpate
degli eccessi e dei crimini suddetti. [...]»

Il pontefice fece una pausa. Un colombo si posò, bianco come un angelo, sulla cornice
sbalzata in oro della piccola cupola interna. Un batter d‟ali discreto. Un palpebrare sorpreso e
immaginifico. Il pontefice porse due pergamene identiche ai teologi, i cui profili erano giustapposti
nella rigida tonaca bianca e nera, immersa nella penombra. Scritta a mano, e suggellata dall‟anello
pontificio la seguente dichiarazione:

«Inoltre, in virtù della Nostra medesima Autorità, Noi concediamo a questi Nostri figli la
facoltà libera e globale di proporre e predicare la parola di Dio al popolo fedele, all‟interno di tutte
le chiese parrocchiali delle suddette province, ogni volta che sembrerà loro opportuno.
Allo stesso titolo potranno assolvere liberamente e lecitamente le loro funzioni negli stessi luoghi,
mettendo ad esecuzione ogni intervento e tutti i mezzi che loro sembreranno più necessari e
opportuni. [...]
Qualora sarà necessario la Nostra Autorità suprema potrà aggravare ulteriormente le giuste
condanne irrogate, ricorrendo, se necessario, al soccorso del braccio secolare. E se qualcuno oserà
contestare [il presente atto] sappia che ricadrà su di lui il castigo di Dio onnipotente e dei santi
apostoli Pietro e Paolo. Nell‟anno del Signore 1484, cinque dicembre, nel nostro primo
pontificato.»

Il papa aggiunse, con viso serio: «Questo giovane frate, padre Fabrizius, vi seguirà ovunque sarà
possibile. Rappresenterà il mio sguardo e la mia tollerante inflessibilità».

“Approvazione ufficiale del «Malleus» da parte dei teologi di Colonia (1487)”.

Il papa raccomandò la propria Bolla e il “Malleus” ad altri validi protettori. Oltre al re dei
Romani, Massimiliano Primo, il suo sigillo raggiunse Sigismondo d‟Austria e di Tirolo, nonché il
principe-vescovo di Strasburgo, Alberto di Baviera. Tra le istituzioni a guardia dell‟ortodossia la
più importante risultava l‟università di Colonia. La città denominata „Roma tedesca‟ per la sua
fedeltà al papato ospitava la prestigiosa scuola di teologia, alla quale papa Sisto Quarto aveva
concesso il privilegio di censurare libri, autori ed editori nocivi o in odore di trasgressione. Dopo la
diffusione della stampa a caratteri mobili, infatti, la Chiesa sentì l‟esigenza di preservare la nascente
produzione editoriale di massa dai demoni dell‟eresia e dell‟immoralità.
Per questo motivo era fondamentale per Institor ottenere a ogni costo l‟approvazione dei dottori
della fede di Colonia (17).
Il collegio dei censori fu unanime ed entusiasta, rispetto al testo da approvare. Le illustri
raccomandazioni avevano raggiunto lo scopo.
L‟università, per mano del notaio Arnold, ratificò l‟importante riconoscimento e l‟approvazione
comune dei dottori, chiamati a valutare «la conformità dottrinaria del testo di Heinrich e Jacob alla
verità cattolica». Tra gli accademici che apposero la loro firma al trattato, spiccavano: Lambert de
la Montagner, Jacques de Stralen, Thoùmas d‟Ecosse, Corneillme de Breda.
Nello stesso documento venne sottolineata l‟approvazione da parte del re dei Romani, per grazia
celeste, Massimiliano Augusto, arciduca di Austria, Duca di Borgogna, Lorena, Brabante, conte di
Fiandra...

«Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Amen. [...] Nell‟anno del Signore 1487, nel
giorno di sabato 19 maggio alle ore cinque del pomeriggio, durante il terzo anno di pontificato del
nostro santo padre e Signore dal Cristo Innocenzo Ottavo; in mia presenza, come notaio, si
presentano in persona [...] venerabilis et religiosus frater Henricus Institoris sacre theologie
professor [...] su venerabili et religioso fratre Jacobo Sprenger [...]. Mediante una Bolla autentica il
Sacro pontefice, Innocenzo, ha rimesso ai detti inquisitori Heinrich e Jacob dell‟ordine dei
Predicatori e professori di sacra teologia, la facoltà di svolgere inchieste, per conto dell‟autorità
Apostolica, su tutte le eresie, ma principalmente sull‟eresia delle streghe che attualmente infierisce
[...] fino alla loro sterminazione totale. [...] Il serenissimo re dei Romani, in quanto principe
cristianissimo, ha inteso e intende difendere e proteggere la Bolla Apostolica prendendo
integralmente sotto la sua protezione gli stessi inquisitori. Perciò egli ordina e prescrive a tutti e a
ciascun suddito dell‟impero romano di fornire agli inquisitori ogni appoggio e assistenza
nell‟esercizio di queste pratiche della fede, e inoltre, di non compiere alcun atto in senso contrario
alla sua volontà, come afferma più lungamente nella lettera. [...]» (18).

La lettera del principe-re, scritta su pergamena, con data 6 novembre 1486, risulta
autenticata dal sigillo reale: un cerchio rosso impresso sul fondo di ceralacca verde.
Tra l‟apparizione della Bolla di Innocenzo e l‟investitura teologica accademica e reale degli
estensori del “Malleus” erano trascorsi circa 3 anni.

“Stampa del «Malleus»: un libro tra fiamme e ombre”.

La vecchia Strasburgo, nella gelida stagione invernale fra il 1486 e il 1487, vide nascere tra i
gemiti dei torchi alla Gutenberg, i primi volumi in folio del “Malleus Maleficarum”, stampati da
Jean Pruss.
Considerato inizialmente come fedele manifesto esplicativo della Bolla di Innocenzo Ottavo
(“Summis Desiderantes Affectibus”), il libro brillerà poco a poco di luce propria. Stagliandosi, in
seguito all‟approvazione dell‟università di Colonia, come il testo per eccellenza contro l‟eresia e la
stregoneria satanica. Da quel momento il “Malleus” influenzerà i cattolici e più tardi i protestanti.
Anche Jean Wier, noto contestatore dell‟ermeneutica diabolica, farà riferimento al celebre testo
almeno una dozzina di volte nel suo “Cinq livres de l‟imposture et tromperie des diables” (Paris,
1567). Lo stesso Jules Michelet (“La sorcière”, Paris, 1964; Einaudi, Torino 1980) scrisse
un‟apologia involontaria del “Malleus”, affermando che ogni inquisitore, a partire dall‟apparizione
del libro, lo terrà vicino a sé, in ogni processo, consultandolo con la coda dell‟occhio, come un
manuale insostituibile.
Nell‟edizione parigina del 1517 (Jehan-Petit) il sottotitolo conferisce al libro un significato
distintivo rispetto ad altre opere inquisitoriali.
Il “Malleus”, in quanto „martello‟, divenne simbolo, specie per gli autori, inquisitori di origine
renana, dell‟arma assoluta che frantuma e taglia una specifica e inedita eresia: «Maleficas et carum
haeresim ut phramea potentissima conterens».
Come genere letterario, nel panorama della demonologia, non fu considerato inizialmente dagli
„addetti ai lavori‟ una novità rilevante. Il “Martello”, col suo prevedibile labirinto di domande e
risposte, fu definito dallo storico Montague Summers «un gioco a mosca cieca», «una griglia di
parole crociate per eruditi di questioni scolastiche».
Ci si domanda se il suo successo, o il suo mistero, non sia derivato anche da questa „semplicità
dottrinaria‟.

«Se [le streghe] vogliono sapere dal diavolo cose occulte sia per sé sia per altri, allora
vengono messe al corrente, in sogno, dai diavoli, per un patto stretto con loro esplicitamente. [...]
Per esempio con il sacrificio di un animale, con una preghiera sacrilega, col culto idolatrico,
l‟offerta di se stesse, anima e corpo, il rinnegamento della fede, o l‟offerta ai diavoli di bambini
propri o altrui e con la loro uccisione. [...]»

NOTE PARTE PRIMA.

N. 1. L‟origine dell‟eresia stregonesca fu fatta risalire a Zoroastro, ma in quanto eresia criminale,


demoniaca, risulta una novità dell‟età moderna. Nel “Malleus”, in specifico, la stregoneria assume i
contorni del massimo crimine contro lo Stato.
Non si può tuttavia ignorare che, sia prima sia dopo l‟apparizione del “Malleus” quale „manuale
ispiratore degli inquisitori‟, ebbe molta diffusione, in Spagna come a Roma e Venezia, soprattutto il
“Directorium” dovuto a Eymerich (1376, Avignone).
Tra gli altri autori di „libri neri‟ si ricordano: J. Nider, “Formicarius”, 1434; “De lepra morali,
Praeceptorum divinae legis”. Di Jean Vineti (o Viveti), inquisitore di Parigi morto nel 1470, fu
pubblicato, postumo, un “Tractatus contra daemonum invocatores”, Paris 1483. Bernardo di Como,
domenicano francese morto nel 1511 che fu predicatore dal 1474 al 1489 e inquisitore a Como nel
1505, pubblicò nel 1510 il “Tractatus de strigis”.
Il “Directorium” venne fatto ristampare da Torquemada nel 1484, a Siviglia, poi nel 1503 a
Barcellona, in seguito conobbe molta diffusione ancora a Roma nel 1578 e a Venezia nel 1607. Nel
1494 toccò a un Anonimo compilare il “Repertorium”, che comprende il “Directorium” e ignora il
“Malleus”. Non si può quindi affermare che non ci fu concorrenza editoriale ed ermeneutica fra il
testo di Eymerich, dell‟Anonimo e il “Malleus” di Kramer e Sprenger. Si veda, fra l‟altro, L. Sala-
Molins, “Le dictionnaire des inquisiteurs”, Galilée, Paris 1976; L. Sala-Molins, “Nicolas Eymerich,
Le manuel des Inquisiteurs”, Mouton, Paris 1973, nonché l‟ampia bibliografia di A. Danet, “Le
Marteau des sorcières”, Millon, Grenoble 1990 e L. Parinetto, “La traversata delle streghe nei nomi
e nei luoghi e altri saggi”, Cooperativa Colibrì, Milano 1999. Conf. anche B. P. Levack, “La grande
chasse aux sorcières en Europe aux débuts des temps modernes”, Champ Vallon, 1991. Tra i
maggiori „cacciatori di streghe‟ fra Cinquecento e Seicento si annoverano Hopkins (1645), Nicolas
Remy (1595), Martin del Rio, Francesco Guazzo (1608), Henry Bouguet.
N. 2. Il racconto è liberamente tratto da S. Iacomuzzi, “Le storie dell‟ultimo giorno”, Garzanti,
Milano 1993; J. Raymond, “La fontaine obscure”, Seuil, Paris 1976; J.-M. Sallmann, “Les sorcières
fiancées de Satan”, Gallimard, Paris 1989.
N. 3. Sulla biografia di papa Innocenzo Ottavo si veda in particolare C. Rendina, “Le grandi
famiglie di Roma”, Newton & Compton, Roma 2004; C. Rendina, “I papi. Storia e segreti”, Newton
& Compton, Roma 2004. Sulla presunta paternità di Cristoforo Colombo, si veda R. Bianchin,
“Colombo figlio di un papa?” in «la Repubblica», 3 gennaio 2004; F. Rampini, “Zheng He,
l‟Anticolombo”, in «la Repubblica», 2 settembre 2004.
N. 4. La Chiesa, tramite l‟Inquisizione e i guardiani della fede, tentò di difendersi da se stessa,
dall‟involuzione che la minava dall‟interno, in quanto istituzione temporale, autocratica,
spiritualmente autolegittimata.
Trasferire sull‟eretico, il demoniaco e il diverso, il fardello delle proprie colpe fu un modo di
esorcizzarle, assicurando la propria perpetuazione. L‟Inquisizione peraltro fu anche un monito
incombente e una minaccia latente per le gerarchie ecclesiastiche, che tuttavia vennero punite
raramente.
Al contempo la Chiesa tentò di difendersi politicamente, a livello secolare, dalle aggressioni esterne
di altre potenze, Stati, regni o imperatori, che miravano, specie dopo la Riforma, a prevaricare e
sostituire l‟autorità assoluta della Santa Sede con il potere laico.
Secondo la tesi di H. R. Trevor-Roper, (“La caccia alle streghe in Europa nel Cinquecento e nel
Seicento”, in Id., “Protestantesimo e trasformazione sociale”, Laterza, Bari 1975), l‟Inquisizione fu
anche necessaria per controllare e reprimere le ricorrenti sollevazioni sociali e l‟antagonismo delle
classi contrapposte all‟immenso potere della Chiesa. Una tesi analoga si può riscontrare in R.
Muchembled, “Sorcières, justice et societé aux XVI et XVII siècles”, Imago, Paris 1987, secondo il
quale la caccia alle streghe fu una guerra contro la devianza, i diversi, le sacche rurali, per
stabilizzare un nuovo ordine.
N. 5. Nel 1309 papa Clemente Quinto, eletto quattro anni prima col favore del re di Francia Filippo
il Bello, venne costretto dal sovrano a trasferire la sede papale ad Avignone. Ebbe inizio così la
„cattività avignonese‟, che sarebbe durata fino al 1377, quando la sede fu riportata a Roma da
Urbano Sesto. Fu un lungo periodo di assoggettamento della Chiesa al potere politico francese.
Benché Clemente Sesto nel 1348 avesse comprato da Giovanna di Sicilia, contessa di Provenza, la
città di Avignone - che resterà di proprietà pontificia fino al 1791 - durante il suo pontificato (1342-
1352) i beni della Chiesa vennero contesi dalla nobiltà feudale.
Il papato avignonese divenne una sorta di feudo a parte, con un complicato sistema di esazione delle
decime e dei tributi, non certo volto alla spiritualità.
La reazione a questa „mercificazione della Chiesa e della fede‟ fu incarnata anche dai francescani
spirituali e dai movimenti pauperisti che rappresentarono il nuovo volto delle eresie medievali del
tredicesimo secolo. Con essi si diffuse l‟idea della necessità di una riforma della Chiesa, come della
società.
In seguito al ritorno a Roma della sede papale, con l‟elezione nel 1378 del nuovo papa Urbano
Sesto e la concomitante nomina di un altro papa, Clemente Settimo, da parte della curia avignonese,
si aprì lo scisma d‟Occidente. Lo scandalo della cristianità lacerata si concluderà nel 1417 in seguito
all‟opera del Concilio di Costanza che decretò la deposizione dei due papi allora in carica e
l‟elezione di Martino Quinto. Negli anni dello scisma regnarono costantemente due pontefici, uno a
Roma e l‟altro ad Avignone, il primo sostenuto dall‟Impero germanico, dall‟Inghilterra, dalla
Scandinavia e dall‟Ungheria; il secondo da Francia, Scozia, Lorena e Aragona.
Su questa tematica vedi oltre a C. Rendina, “I papi...”, cit., l‟articolo di G. Bosetti, “La leggenda dei
templari”, in «la Repubblica», 3 gennaio 2005 e i documenti contenuti in A. M. Lumbelli e G.
Miccoli, “La storia medievale attraverso i documenti”, Zanichelli, Bologna 1974. Quanto al
(mal)costume, diffuso fra molti papi e religiosi rinascimentali, documentato, fra l‟altro, da C.
Rendina, è opinione di chi scrive che fra i vari motivi di lassismo tre almeno siano stati
determinanti.
1) Gli alti prelati e la gerarchia cattolica provenivano da famiglie aristocratiche e spesso
intraprendevano, già in età matura, la „carriera ecclesiastica‟. Più che dalla vocazione erano dunque
spinti verso l‟altare da interessi personali e dinastici, consustanziali alla loro cultura superficiale e
mondana. Molti fra essi avevano concepito dei figli e vivevano, “more uxorio”, con amanti e
cortigiane riconosciute. Il papato, specie prima della Riforma, e dello scisma, si riteneva ed era
ritenuto un presidio divino in terra. Nelle vesti di vicario di Cristo, il papa si innalzava in quanto
„monarca-Dio‟ al di sopra di ogni altro potere. Non essendovi al di sopra del papa alcuna autorità,
né mondana né spirituale, se non quella di Dio padre, questa era interpretata spesso dal suo
„sostituto‟ con durezza, amoralità e crudeltà, molto più simili all‟arbitrio accigliato del Dio del
Vecchio Testamento, che alla mansueta pietà del Cristo. Molti papi rinascimentali interpretarono il
loro ruolo con l‟arroganza e la mancanza di scrupoli di un Dio imprevedibile e minaccioso, che non
si arrestava di fronte all‟omicidio, alle condanne crudeli dei sudditi o a una vita dissoluta, priva di
freni morali. Pantocrate e confessore di se stesso, venne spesso giudicato da vari gruppi „ereticali‟ il
vero eresiarca, annidato come una serpe nel cuore della Chiesa e della religione autentica.
2) Anche tra i preti comuni, specie negli Stati, come la Spagna, in cui coesistevano almeno tre
religioni (cattolica, ebraica, islamica), il basso clero aveva contratto abitudini non certo consone al
voto di castità. La Chiesa da un lato tollerava, dall‟altro perseguiva con discrezione i comportamenti
che potevano maggiormente nuocere alla sua immagine. L‟ipocrisia, d‟altra parte, non fu mai
foriera di santità. Il conflitto non solo teologico contro „mori‟ ed „ebrei‟ - promosso dalla monarchia
spagnola e dal suo braccio inquisitoriale - ebbe anche lo scopo di riportare „alla decenza‟ migliaia di
preti, di fatto ammogliati e immersi più negli affari terreni che in quelli spirituali.
3) Fino all‟attacco sferrato da Lutero contro la Chiesa di Roma e i „papisti‟, la religione cattolica e
le sue istituzioni temporali, non furono costrette a confrontarsi con un codice morale, una vera
coerenza fra parole e fatti, riparandosi, come casta, dietro la liturgia autoritaria, inaccessibile ai
fedeli. Dopo lo scisma luterano, la Chiesa cattolica fu obbligata dalle circostanze ad applicare con
maggiore rigidità e rigore sacramenti e voti. Pena il giudizio sfavorevole, verso la gerarchia, dei
credenti cristiani, che avrebbero potuto infoltire le file protestanti o neoeretiche.
N. 6. Conf. G. Duby, “L‟économie rurale et la vie des campagnes dans l‟Occident médiéval”,
Aubier, Paris 1962.
Quanto alla peste, nell‟ignoranza dell‟epoca nessuno poteva individuare la causa reale della
pandemia in un agente patogeno, nella fattispecie il bacillo “Yersinia”, scoperto nel 1894 da Yersin
e Kitasato, trasmesso dalle pulci “xenopsylla”, parassiti umani e dei ratti che proliferavano a milioni
nelle città fra condizioni antigieniche. La malattia è ancora, e resterà per secoli, un fattore scatenato
dalla natura o, in caso di contagi, un segnale divino di potenza corrucciata contro il genere umano.
Non è possibile dunque sottovalutare, nella storia della Chiesa, della teologia, della repressione di
eresie e stregonerie, l‟influenza che ebbe la malattia (umana e animale) inspiegabile e incurabile
all‟epoca, sulla emanazione di editti, Bolle e condanne, nei confronti di „untori‟ e seguaci di Satana.
N. 7. Queste e altre considerazioni sull‟Inquisizione in “L‟Inquisizione. Atti del simposio
internazionale (Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998)”, a cura di A. Borromeo, Biblioteca
apostolica vaticana, Roma 2004. Un resoconto sintetico del testo di 771 pagine si trova nell‟articolo
di M. Politi, «la Repubblica», 18 giugno 2004.
N. 8. FRANCESCANI.
Nel 1209 Giovanni di Pietro Bernardone dei Moriconi si spogliò di ogni bene e fece i tre voti
monastici con altri tre discepoli, assumendo il nome di Francesco. L‟ordine minore dei francescani
fu riconosciuto nel 1216 e confermato nel 1223 da Onorio Terzo.
Nel 1216 Francesco formò un ordine femminile con Chiara d‟Assisi. Nello stesso anno fondò un
terzo ordine per penitenti laici che intendessero praticare le virtù monastiche. Francesco fu anche
missionario in Egitto dove, con 13 compagni, predicò la fede in Cristo. Tornato in Italia si ritirò sul
monte della Verna, negli Appennini, dove, in seguito a 40 giorni di digiuno ricevette le stimmate.
Morì nel 1226 nel convento della Porziuncola in Santa Maria degli Angeli. Egli richiamò la fede
popolare alla pratica dei vangeli, alla povertà originaria. Ebbe una concezione mistica e pauperista
per il suo movimento di rinnovamento spirituale. Tra le regole fondamentali dei francescani la
povertà assoluta e l‟obbligo di vivere d‟elemosina, manifestati dal rozzo saio, dai piedi scalzi, dal
tascapane e da un cordone molto simile al cilicio. Gregorio Nono lo canonizzò due anni dopo la
morte.
Riforme posteriori fecero nascere dal rigorismo l‟ordine dei conventuali e dei cappuccini, meno
rigidi rispetto all‟obbligo della povertà individuale e collettiva. A partire da Perugia, nel 1260, si
diffuse in tutta Italia il movimento detto dei flagellanti, che qualcuno considerò ispirato alla
predicazione dell‟abate Gioacchino, che preconizzava la fine del mondo.
Il francescanesimo restituì vigore all‟ideale di un cristianesimo disinteressato e testimoniato dalla
Chiesa come dal popolo dei fedeli. Ma, dopo lo scisma d‟Occidente, si ebbe una profonda
compenetrazione fra il potere politico, organizzato prevalentemente in una forte monarchia e il
potere ecclesiastico.
La curia avignonese, nella persona del papa Giovanni Ventiduesimo, condannò i cosiddetti rigoristi,
una branca dell‟ordine francescano che predicava l‟applicazione letterale del voto di povertà. Questi
adepti, definiti Spirituali, furono quindi condannati come eretici, e anche eretica venne definita la
predicazione che sosteneva la povertà assoluta del Cristo e dei suoi Apostoli. Un gruppo, detto dei
Fraticelli, si scisse ulteriormente dal movimento e venne perseguitato come eretico, fino alla sua
scomparsa.
Benché incaricati, durante le prime battaglie contro gli eretici nel tredicesimo secolo, di organizzare
l‟Inquisizione insieme ai domenicani, i francescani furono sempre considerati sospetti dalla Chiesa
e da alcuni papi, per la loro predicazione pauperista.
DOMENICANI.
L‟ordine dei predicatori, “fratres praedicatores”, è un ordine monastico fondato da san Domenico di
Guzman a Tolosa, nel 1215. Fu approvato da papa Innocenzo Terzo e confermato nel 1216 da papa
Onorio Terzo. Il fondatore fu sostituito nel ruolo di Maestro generale da Giordano di Sassonia.
Severa ed elegante la tonaca, in tessuto di lana bianca come lo scapolare, mentre il mantello e il
cappello sono neri. Il cingolo è di pelle con appeso un rosario, la testa del frate era rasata quasi del
tutto, in segno di umiltà, da un‟ampia tonsura circolare. Nel Medioevo, in concorrenza con i
francescani, i membri dell‟ordine ottennero numerose cattedre di teologia nelle università e, a
partire dal 1232, acquisirono da Gregorio Nono l‟esercizio dell‟Inquisizione, insieme ai francescani.
I domenicani avevano perseguito, a partire dal papato di Alessandro Quarto nel 1257, lo scopo di
essere nominati unici detentori dei poteri inquisitivi contro eresie e stregoneria.
A partire dai papi di Avignone, ebbero l‟esclusiva di questo tribunale. A pagarne le spese furono,
specie sotto Giovanni Ventiduesimo, i francescani. L‟ordine dei poverelli di Assisi, infatti, a causa
della loro predicazione rivolta anche contro le gerarchie ecclesiastiche e il centro temporale del
cristianesimo, venne assimilato dal ricco papato francese alle sette albigesi e valdesi. Nel 1326 con
la Bolla “Super illius specula” lo stesso papa Giovanni, di cui erano note la superstizione e la paura
patologica delle streghe, autorizzò il primato domenicano nella lotta contro la stregoneria.
Più tardi i francescani, riabilitati, anche se sospetti per il loro pauperismo contestatario, divennero la
componente morale integerrima di una più estesa Inquisizione teologica. Su di essi si appoggeranno
molti papi, non per il loro credo rigorista, ma per l‟incontestabile affidabilità morale e teologica.
N. 9. Sulle atrocità dell‟Inquisizione si veda anche Ph. Brunet, “Torquemada et les atrocités de
l‟Inquisition”, Pygmalion, Paris 1976; B. Bennassar, “Storia dell‟Inquisizione spagnola”, Rizzoli,
Milano 1980.
Da sottolineare che l‟Inquisizione spagnola fu meno severa verso i reati di stregoneria, denunciati o
ammessi dalla suggestione popolare, che nei riguardi di ebrei e „convertiti‟ (“marrani” e
“moriscos”).
I dati dell‟eccidio perpetrato dalla „caccia alle streghe‟ nel corso dei secoli sono stati ridimensionati
dagli “Atti del simposio internazionale...”, cit.). Diverso il giudizio quantitativo presente in testi
classici, quali: A. S. Turberville, “L‟Inquisizione spagnola”, Feltrinelli, Milano 1965; B. Bennassar,
“Storia dell‟Inquisizione spagnola...”, cit. Si confronti inoltre il testo di V. De Angelis, “Le
streghe”, Piemme, Casale Monferrato 1999, con la bibliografìa acclusa, nonché F. Max,
“Prisonniers de l‟Inquisition”, Seuil, Paris 1989; N. Benazzi - M. d‟Amico, “Il libro nero
dell‟Inquisizione”, Piemme, Casale Monferrato 1998. Si veda anche H. R. Trevor-Roper, “Caccia
alle streghe in Europa...”, cit. Sui tribunali medievali contro l‟eresia si veda M. H. Vicaire, “Bernard
Gui et son monde”, in «Cahiers de Fanjeaux», Toulouse 1981. Conf. in proposito anche L. von
Pastor, “Storia dei papi”, Editori Pontifici, Roma 1961.
N. 10. All‟opposto del mito prometeico e della mentalità classica, lo gnosticismo, religione eretica
con radici filosofiche ed esoteriche profonde, diede impulso alla tensione demiurgica dell‟uomo,
attratto da una nuova creazione ribelle.
Caratteristica fondamentale dello gnosticismo è il dualismo, la contrapposizione fra uomo e mondo,
mondo e Dio.
Furono i Padri della Chiesa gli accusatori più accaniti di questa „eresia interna‟ che, considerando
solo le deviazioni più famose (i valentiniani e il manicheismo), rappresentò fino al sesto secolo d.C.
un pericoloso tarlo eversivo nel corpus teologico della Chiesa cristiana. Secondo Basilide, dal dio
sconosciuto e inaggettivabile nacque “Nun”, che generò “Logos” e “Fronesis”. Dagli “Eoni”
successivi, “Sofia” e “Dinamis”, scaturirono i “Principali” e altre emanazioni che formano il
“pleroma” in cui risiedono tutte le esistenze spirituali. Per alcuni seguaci gnostici il nostro creatore
fu “Achamoth”, eone solitario e malinconico, dio minore dalle cui lacrime nacquero i mari, le fonti,
i fiumi e ogni materia umida. Tra mondo materiale e spirito non può che esistere conflitto, iato
incolmabile.
Gli gnostici - o pneumatici, come definivano se stessi i seguaci di Menandro, Basilide, Valentino,
Marcione - leggevano nell‟ordine del mondo il reticolo coercitivo, imposto da divinità ostili alle
creature terrene.
L‟universo, governato da sette “Arconti”, viene concepito dagli “gnostikoi” come una immensa
gabbia, la cui cavità interna è costituita dalla terra. Il mondo-prigione in cui è segregato l‟essere
umano, appare al trasgressivo gnostico come un immenso campo di concentramento in cui l‟uomo
comune è schiavo della propria ignoranza e della tirannia arcontica. Per tale motivo gli eletti,
detentori della conoscenza, stanno appartati dalla realtà, ne disprezzano le regole e i legami di
segregazione, in quanto giusti.
Lo gnostico (essere spirituale e predestinato che si autodetermina) si considera svincolato da ogni
legge morale, affrancato dal „tu devi‟ promulgato dalla tirannia cosmica e predicato dalla religione
volgare. Egli disprezza apertamente i cosiddetti “ilcozoisti”, schiavi della materia, incapaci di
evadere dalla reclusione fisica e di creare realtà altre.
L‟‟ascetismo‟ degli gnostici si sostanzia di libertinismo e trasgressione: più le leggi autoritarie
dell‟universo sono negate e contestate e più gli „spirituali‟ si avvicinano alla salvezza.
Come sottolineava Ireneo, gli adepti di questa setta si sentivano talmente estranei al mondo che
nulla poteva bruttarne l‟essenza.
«Come l‟oro immerso nella sporcizia non perde la sua bellezza, ma conserva la natura propria, così
nulla può recare loro danno [...]. Il più perfetto di loro compie senza vergogna tutte le cose proibite.
Altri servono con intemperanza i desideri della carne e dicono che bisogna dare carne alla carne e
spirito allo spirito. Non conoscono lo scandalo, chiamano virtù il vizio e capovolgono ogni regola.»
Nella setta dei „cainiti‟, fra le più estremiste, si giunse a teorizzare quale massima virtù lo scandalo.
Il peccato veniva considerato una sorta «di debito, che andava pagato come prezzo per ottenere la
libertà definitiva».
Lo gnosticismo eretico, nella confusione di luce e tenebre, ha attraversato, come un filone carsico,
la storia della religione cristiana e delle sette esoteriche, fino ai nostri giorni, influenzando filosofie
come l‟esistenzialismo e il nichilismo.
Tra i testi più significativi si possono consultare i seguenti studi: H. Jonas, “Lo gnosticismo”,
Società Editrice Internazionale, Torino 1973, con bibliografia allegata; G. De Ruggiero, “Gnostici e
apologisti”, in “La filosofia del cristianesimo”, Laterza, Bari 1964.
N. 11. La traduzione è stata fatta dall‟autore a partire da A. Danet, “Le Marteau des sorcières”, cit.
Il testo è stato confrontato con un‟altra traduzione, in francese, contenuta in M. Soulié - H. Muller,
“Les procès célèbres de l‟Allemagne”, Payot, Paris 1931. Presentando le due versioni alcune
differenze formali, l‟autore ha integrato i due testi, per renderne più chiaro il contenuto. Inoltre è
stata consultata, sia per quanto riguarda la Bolla papale, sia per quanto concerne l‟“Approvazione di
Colonia”, la riproduzione anastatica, in latino, del “Malleus Maleficarum” del 1487. La ristampa è
dovuta all‟edizione tedesca Kummerle Verlag, Goppingen 1991, a cura di A. Schnyder.
N. 12. Opere come il “Malleus”, da testi religiosi-inquisitoriali si trasformeranno in pilastri
ideologici.
Su questa interpretazione si veda, in specifico, l‟introduzione di A. Danet in “Le Marteau des
sorcières”, cit. Dalla metà del Cinquecento la reclusione di massa (Foucault) di diversi, mendicanti,
prostitute, „inutili‟, risulterà speculare alla segregazione dei „diavoli‟ sfruttati con sistemi
capitalistici nel Nuovo Mondo. Il saio e la tonaca dei missionari si involano sinistri su moltitudini di
schiavi e reietti. Lavoro e sottomissione vennero giustificati con la motivazione che molti sciamani
locali potevano tentare, con forme di resistenza violenta, di indebolire o addirittura spezzare il
dominio dei conquistatori ovvero del Cristo. L‟eliminazione del diverso attuata qui, in terre
sconosciute, avrà rigurgiti di crudeltà anche nel vecchio continente, specie nel corso delle lotte tra
Riformati e aderenti alla Controriforma. L‟accusa di cannibalismo, già ereditata dalla leggenda
degli ebrei che uccidevano i bambini cristiani per usare il loro sangue nell‟impastare il pane azzimo,
poi rivolta contro le streghe che consumavano, in sabba ed esba, il tenero corpo dei neonati, venne
fatta ricadere sui „selvaggi‟ come sugli ugonotti. Su questa complessa tematica si veda, tra l‟altro,
L. Parinetto, “La traversata delle streghe...”, cit.; L. Parinetto, “I Lumi e le streghe. Una polemica
intorno al 1750”, Cooperativa Colibrì, Milano 1998. Conf. poi R. Muchembled, “Une histoire du
diable, XII-XX siècle”, Seuil, Paris 2000; E. Langton, “La démonologie”, Payot, Paris 1951.
Quanto a una disamina degli inquisitori in epoca moderna, conf. F. Bethencourt, “L‟inquisition à
l‟époque moderne. Espagne, Italie, Portugal, XV-XIX siècle”, Fayard, Paris 1995.
N. 13. Secondo la bibliografia riportata da A. Danet, (“Le Marteau des sorcières”, cit.), Sprenger
venne distorto in Springer e la sua “Apologia” introduttiva assunse il titolo di “Apologia auctoris”
(non “auctorum”). A parte il probabile refuso, dovuto a L. Febvre - che giunse a parlare di
„Malleolus‟ (sic!) nel testo “Au coeur religieux du XVI siècle”, Paris 1956 - si è fatta anche l‟ipotesi
opposta che i domenicani citati come autori fossero „il nome di penna‟ di un nutrito gruppo di
teologi. Secondo J. Bodin (“De la démonomanie des sorciers”, Paris 1580) fu „un libro di cinque
inquisitori‟. Quasi uno schermo dell‟intera Inquisizione dell‟epoca. Nel presente testo si privilegia
l‟ipotesi suesposta, che ridimensiona il ruolo quantitativo di Sprenger nell‟elaborazione del testo. Al
contempo, è rivalutata la sua funzione in rapporto all‟approvazione teologica (di Colonia) e
all‟investitura papale.
Quanto alle edizioni del “Malleus”, a partire da quella di Strasburgo del 1486/87, seguirono fino al
1669 ben 34 edizioni principali, in folio, in ottavo e in quarto. Fra queste, 15 vennero stampate nel
1400, utilizzando torchi alla Gutenberg, 15 nel 1500 e dieci nel 1600. Fra le città che ebbero l‟onore
di rieditare il „libro nero‟ ricorrono: Spira, Parigi, Colonia, Venezia, Francoforte, Lione,
Norimberga. Le attuali edizioni reperibili sono “Il martello delle streghe. La sessualità femminile
nel transfert degli Inquisitori”, “Introduzione” di A. Verdiglione, Marsilio, Padova 1977; Spirali,
Milano 2003. Da questo testo sono tratte le citazioni essenziali del presente libro.
L‟edizione francese di riferimento è stata curata da A. Danet, “Henry Institoris Kramer - Jacques
Sprenger, Le marteau des Sorcières”, Plon, Paris 1973; Ed. Jérôme Millon, Grenoble 1990. Fra le
edizioni degli originali giunte fino a noi si annovera il testo in latino del 1487, rieditato in
impressione anastatica a cura di A. Schnyder, Verlag, Goppingen 1991. Fra le traduzioni tedesche,
J. W. R. Schmidt, 1906, 1922, 1923. In inglese, a cura del reverendo M. Summers, il testo
pubblicato dall‟editore Rocker, London 1928, poi ripubblicato nel 1948, 1951, 1979. Nonché
un‟edizione tascabile, a cura delle edizioni Arrow-Books, London 1971. Nel Nord-Italia esistono
copie del “Malleus” in latino nelle seguenti conservazioni: Biblioteca Peterson di studi teologici,
Torino; Biblioteca vescovile di Asti, che possiede un‟edizione del 1519; Biblioteca storica
dell‟università di Torino.
N. 14. Sisto Quarto fu, al secolo, Francesco della Rovere (1414-1484). Generale dei francescani
venne nominato cardinale di San Pietro in Vincoli da Paolo Secondo nel 1467. Diventato papa nel
1471, dichiarò la guerra contro i Turchi e decretò che il giubileo secolare fosse celebrato ogni 25
anni. Promosse anche le arti e le lettere e fece costruire il ponte sul Tevere che porta il suo nome.
Considerato mondano e nepotista, avversò i Medici e Firenze, con cui venne in conflitto, dopo la
congiura dei Pazzi. Fu costretto a negoziare con i Medici dopo essere stato abbandonato nel 1481
dall‟alleato, il re Ferrante di Napoli.
Fece edificare la Cappella Sistina da Giovanni de‟ Dolci (1473-1481). La sua propensione per i
domenicani inquisitori celò forse il desiderio di incrementare l‟attività inquisitoriale, ponendo
questo ordine in concorrenza con i francescani.
Si veda, tra i testi di riferimento, anche R. Aubenas - R. Ricard, “L‟Église et la Renaissance”, Bloud
et Gay, Paris 1951.
N. 15. La traduzione dell‟“Apologia” è stata fatta dall‟autore a partire dal testo in francese riportato
da A. Danet, “Le Marteau des sorcières”, cit. Quanto al numero delle Questioni trattate, Danet
afferma nel suo testo (nota 3, p. 112) che esse sono „plutôt soixante-dix-huit‟. Tale discrepanza è
dovuta alle diverse interpretazioni metodologiche del “Malleus”. La partizione comunemente
accettata, e adottata dalla versione in italiano (cit.), comprende: 18 Questioni (Prima Parte) - 2
Questioni (Seconda Parte), suddivise rispettivamente in 16 e 7 capitoli - 35 Questioni (Parte Terza).
N. 16. Il presente montaggio è stato effettuato dall‟autore, utilizzando solo brani dell‟edizione
italiana tratti dal “Martello delle streghe...”, Prima Parte, cit.
N. 17. Conf., tra l‟altro, C. J. Pinto de Oliveira, “Information et propagande. Responsabilités
chrétiennes”, Cerf, Paris 1968; L. Febvre - H. J. Martin, “L‟apparition du livre”, Albin Michel,
Paris 1971.
N. 18. La traduzione dell‟“Approvazione di Colonia” è stata fatta dall‟autore usando il testo di A.
Danet, “Le Marteau des sorcières”, cit., e confrontando alcuni passaggi con il testo latino originale
(del 1478), riprodotto in edizione anastatica dall‟edizione tedesca di Goppingen.
Parte Seconda.
DIO, STREGA E DIAVOLO.

Permesso divino e patto diabolico.

IL “MALLEUS” E L‟USO DELL‟ERESIA IN FAVORE DELL‟ORTODOSSIA.

Il Maligno è stato spesso considerato, in quanto inestirpabile, più forte di Dio. Eresia! Se il
diavolo potesse contrapporsi autonomamente alla volontà e alla natura di Dio, rappresenterebbe una
dicotomia insanabile dell‟universo. Sarebbe da considerare un „secondo creatore‟, sulla scia
dell‟eresiarca Manes (Paracleto), la cui stella nera prolungò lo gnosticismo fino al 381 d.C.
La deviazione manichea, professata anche da sant‟Agostino, risorse attraverso la setta dei Catari e
degli Albigesi, nel dodicesimo-tredicesimo secolo, e venne „cancellata‟ dalla sanguinosa
repressione della Chiesa.

Il compito salvifico di Kramer e Sprenger - innalzare la vera fede cattolica e guidare le


anime verso l‟Onnipotente - origina da un‟apparente aporia.
Il “Malleus” deve inverare l‟esistenza del demonio e contemporaneamente dimostrarne la
subalternità a Dio.
Una semplice questione teologica? Per oltre tre secoli i pilastri del mondo cattolico, spirituale e
temporale, si ressero su questo precario equilibrio. Sulla lotta sempiterna e irrisolta fra Bene e Male.
Citando a piene mani il “De civitate Dei” di Agostino, i “Salmi”, le sacre Scritture, senza
risparmiare semi dottrinali e luoghi canonici, gli inquisitori ribadiscono che fra diavolo, stregoneria
e riti magici può esistere connessione, anche a livello materiale. Ma sempre „col permesso di Dio‟.
Spesso sono i laici, con il loro scetticismo, il bersaglio della predicazione inquisitoria. Essi
vogliono, infatti, provare che „Dio non permetterebbe al diavolo e alle streghe tanto potere
nell‟infliggere le stregonerie‟. Ma se così fosse, come spiegare il mondo, se non attraverso il suo
lato più oscuro ed eretico? Si legge nel “Malleus”:

«Eppure d‟altra parte Dio, sebbene non voglia, permette che il male sia fatto e questo
proprio per la perfezione dell‟universo. Dice Dionigi: „Ci sarà del male in tutti e questo concorre
alla perfezione dell‟universo‟.
E Agostino nell‟“Enchiridion”: „La mirabile bellezza universale è fatta di tutti i beni e di tutti i mali
in quanto ciò che è detto male, una volta bene ordinato e collocato al suo posto, impone ancora di
più il bene in modo che, a paragone del male, piaccia maggiormente e sia più degno di lode‟. Allo
stesso modo san Tommaso respinge l‟opinione secondo la quale Dio, benché non voglia il male (in
quanto nessuna cosa creata tende al male né per un appetito naturale né per un appetito animale né
per un appetito intellettuale, ossia per la volontà che ha quale oggetto il bene), vuole tuttavia che il
male ci sia e sia fatto. Dice infatti che è falso perché Dio né vuole che il male sia fatto né vuole che
non sia fatto ma vuole permettere che il male sia fatto e questo è un bene per la perfezione
dell‟universo.
Perché è erroneo dire che Dio vuole che il male ci sia o sia fatto per il bene dell‟universo? Perché,
come dice san Tommaso, niente può essere giudicato un bene se non in base a ciò che lo concerne
in sé e non accidentalmente. Perciò l‟uomo virtuoso è giudicato buono in quanto creatura
intellettuale e non animale. Il male, invece, non viene ordinato al bene in sé ma accidentalmente: il
bene infatti ne risulta al di là dell‟intenzione di chi opera il male; allo stesso modo, va al di là
dell‟intenzione degli stregoni e al di là di quella dei tiranni che dalla loro persecuzione risplenda la
pazienza dei martiri. Segue la risposta. La questione risulta tanto utile da predicare quanto difficile
da capire. Fra le argomentazioni c‟è infatti un principio, non tanto dei laici quanto di certi eruditi,
che stregonerie orribili come quelle menzionate non sarebbero permesse da Dio: essi ignorano
infatti le cause di tale permesso divino. Ma è anche per questa ignoranza che le streghe non
vengono soppresse con le dovute vendette e si vede ormai come devastino l‟intera cristianità.
Occorre quindi rispondere in due direzioni, in modo da soddisfare sia il dotto sia l‟ignorante,
secondo la sentenza dei teologi, mediante la disamina di due difficoltà. La prima è che il mondo è
sottomesso alla divina provvidenza cosicché Dio stesso in modo immediato provvede a tutto. La
seconda è che tutto il male che viene fatto sia con la colpa sia con la pena sia con il danno, Dio lo
permette giustamente in seguito a due permessi accordati per la caduta degli angeli e per la caduta
dei progenitori. Per cui risulterà che sa di eresia rifiutare ostinatamente di credere a questi punti:
costoro restano implicati negli errori degli infedeli. [...]

«Dio in quanto è la provvidenza universale del mondo intero, può trarre molto bene dai mali
particolari, per esempio la pazienza dei martiri dalla persecuzione dei tiranni o una purificazione e
una dimostrazione di fede dei giusti dalle opere di stregoneria. Perciò Dio non ha bisogno di
impedire tutto il male perché non accada che l‟universo sia privo di molti beni. Dice infatti
Agostino nell‟“Enchiridion”: „Dio onnipotente è misericordioso per cui non tollererebbe il male
nelle proprie opere se non fosse onnipotente e buono al punto di fare del male un bene‟.

«Ho esposto a lungo tutto ciò con uno scopo: infatti, considerando questo sorprendente
permesso divino accordato alle più nobili creature per un solo peccato di ambizione, come non
ammettere i permessi particolari accordati alle opere degli stregoni per peccati che in certe
circostanze sono anche più gravi? I peccati degli stregoni infatti in certe circostanze superano i
peccati degli angeli e dei progenitori, come risulterà evidente nella seconda parte di questa
questione. Il fatto che la provvidenza di Dio giustamente abbia permesso la tentazione e il peccato
del primo uomo può risultare abbastanza evidente dopo ciò che si è detto a proposito degli angeli
trasgressori. Infatti, sia l‟uomo sia l‟angelo erano stati creati per lo stesso scopo e lasciati alla loro
libertà d‟arbitrio, perché non senza merito ricevessero il premio della beatitudine. Perciò, come
l‟angelo non fu preservato dalla caduta affinché [...] per il decoro dell‟universo, si manifestassero
sia il suo potere di peccare sia il potere della confermazione della grazia, occorreva che anche
l‟uomo non ne fosse preservato.
Dice infatti san Tommaso: „Ciò per cui Dio appare degno di lode non deve essere
completamente impedito. Ora, nel peccato, Dio appare degno di lode, perché perdona con la sua
misericordia e punisce con la sua giustizia. E dunque non deve certo impedire il peccato‟.
Perciò ritorniamo brevemente alla nostra proposizione e, riassumendo, diciamo che per la giusta
provvidenza di Dio all‟uomo è stato permesso questo per più ragioni: la prima è che sia dimostrata
la potenza di Dio, poiché Egli solo è invariabile, mentre ogni creatura è mutevole. La seconda è che
sia dichiarata la sapienza di Dio che sa trarre il bene dal male, mentre ciò non potrebbe accadere se
Dio non avesse permesso alle creature di peccare. La terza è che sia resa manifesta la clemenza di
Dio per cui Cristo, con la sua morte, ha liberato l‟uomo dalla perdizione. La quarta è che sia
dimostrata la giustizia di Dio che dà non solo premi ai buoni ma anche supplizi ai cattivi. La quinta
è che l‟uomo non è in condizione peggiore rispetto alle altre creature, e siccome Dio le amministra
tutte in modo da lasciarle agire secondo i loro costumi, dovette lasciare anche l‟uomo al suo
arbitrio. La sesta consiste nella lode dell‟uomo, ossia la lode del giusto che poteva trasgredire ma
non lo ha fatto. La settima è il decoro dell‟universo perché, come vi si trova il triplice male della
colpa, della pena e del danno, così, all‟opposto, esso porta il decoro del triplice bene, ossia
dell‟onesto, del dilettevole e dell‟utile. Infatti all‟onestà di decoro la colpa, al dilettevole la pena,
all‟utilità suprema il danno. Da questo emerge la risposta alle argomentazioni.
Soluzioni alle argomentazioni.
Alla prima argomentazione, in cui si dice che è eretico asserire che al diavolo è accordato il potere
di nuocere agli uomini, risponderemo che risulta invece il contrario, così come è eretico osservare
che Dio non permette all‟uomo di peccare quando vuole, proprio per il libero arbitrio. Quanto
all‟asserzione che Dio rimetta quell‟enorme peccato, questo accade per il potere che ha il diavolo di
nuocere agli uomini per vendetta sul male e per il decoro dell‟universo. Si veda a questo proposito
sant‟Agostino nei “Soliloquia”: „Tu ordinasti, o Signore, e così è, affinché l‟indecorosa colpa non
resti senza il decoro della vendetta‟.»

La storicizzazione demonologica degli inquisitori sottolinea che il patto sacrilego fra umani
e inferi è di natura recente. «Giobbe fu colpito dal diavolo con un effetto nocivo, senza ricorso agli
stregoni e ciò avvenne per il fatto che quel genere di superstizione non era ancora stato inventato.»
E tuttavia «la divina Provvidenza volle che fosse rivelato al mondo il potere del diavolo perché ci si
guardasse dalle sue insidie a maggior gloria di Dio».
Occorre, quindi, una cosmogonia datata di Satana, quasi una „seconda creazione‟ che ci rimanda
alla ricorrente predicazione gnostica, antiadamitica.
La divinazione e la magia nera non vennero „inventate‟ - secondo il “Malleus” - nella prima età del
mondo, dal momento che non c‟era ancora idolatria, «essendo troppo vicino il ricordo della
creazione del mondo» come dice san Tommaso. Secondo Vincenzo di Beauvais, autore de “Lo
specchio”, l‟inventore della magia nera fu Zaratustra/Zoroastro (ovvero Cam, figlio di Noè). Egli
fondò la religione iranica antica, su base monistica e manichea, ispirato dal dio Mazda, e influenzò
il buddismo e il giainismo in India, nel 600 a.C.
Da allora la magia, rafforzata da Nembrotte e dall‟ingresso degli uomini nella seconda età del
mondo, provocò il primo genere di superstizione: l‟idolatria. Seguita a un palmo dalla divinazione
e, in terzo luogo, dai riti demoniaci.
Il Maligno, che non esisteva nella prima età del mondo, ancora considerata „edenica‟, appare nella
seconda età per volere divino. In particolare l‟idolatria, la superstizione, la divinazione trigenica e
l‟evocazione demoniaca infettano la realtà umana. La fine dell‟universo numinoso e l‟inizio della
nuova famigerata alleanza fra demoni e umani sancì, secondo il “Malleus”, l‟apparizione del mondo
dolente e devastato (ma non addebitabile a Dio), che ciascuno vede e sperimenta. Una nuova
cacciata dal Paradiso. Ecco il groviglio di serpi che diventerà la stregoneria! Tra Riforma,
Controriforma e propaggini dell‟era posteriore.

La grande eclisse del 1485 aveva terrorizzato uomini comuni, contadini, potenti, nazioni ed
ecclesiastici. Aveva stretto il mondo occidentale in una tenaglia di gelo. Ogni delitto, catastrofe,
timore, malattia, miseria, patiti dall‟essere umano indifeso, strisciante, più caduco ed effimero di
una branca primaverile, ha vibrazioni misteriche nel mondo oscuro, „che non esiste a detrimento,
bensì a maggior gloria di Dio‟ (1). Arbitro assoluto nella palude del mondo - in cui ogni passo falso
potrebbe fare scivolare nelle sabbie mobili dell‟errore o scaraventare nella geenna dell‟eresia - è
l‟inquisitore, inviato di Dio in terra.

“Come si manifesta la strega: luoghi di riunione e trasporto diabolico”.

Una volta dimostrata con certezza, secondo il protocollo del “Malleus”, l‟esistenza della
stregoneria, risulta indispensabile individuare lo scenario del „commercio diabolico‟.
Spazzato via ogni dubbio sull‟esistenza e i poteri delle streghe, diventa eretico il non credervi. Il
Canone, raccolto nel “Decreto” dal monaco Graziano nel 1142 a Bologna, tendeva a minimizzare il
volo delle streghe e l‟amore diabolico.
Ora si afferma, invece, che Satana e i suoi affiliati usano raduni e accoppiamenti infernali per
trasformare eretici e non credenti in streghe e stregoni. La credenza popolare è diventata dogma di
fede, e l‟immaginario viene codificato in atti e peccati contrari alla vera fede e alla Chiesa.

«Adesso bisogna affrontare le cerimonie delle streghe e il modo in cui compiono le loro
opere e in primo luogo quello che fanno di se stesse e della loro persona. Il trasferimento da un
luogo all‟altro è una delle loro azioni più salienti, come il fatto di abbandonarsi alle sporcizie
carnali con i diavoli incubi; tratteremo ciascuno di questi punti, cominciando dal trasporto del
corpo. A questo proposito è opportuno notare che questo trasporto, come si è detto più volte,
costituisce problema, almeno secondo un certo filone della Scrittura. Si veda ad esempio il Canone,
al punto in cui si dice che non si può ammettere che alcune scellerate, pervertite da Satana e sedotte
dalle illusioni e dai fantasmi del diavolo, credano e sostengano di andarsene nottetempo con la dea
pagana Diana o con Erodiade e con una moltitudine innumerevole di altre donne, cavalcando certe
bestie, percorrendo lunghe distanze nel silenzio della notte e obbedendo in tutto e per tutto a questa
dea come a una padrona. [...]
Non è necessario aggiungere ancora altre prove, dato che la fama di questo genere di trasporti
(diabolici) si diffonde continuamente anche tra il popolo.
Ci auguriamo che quanto abbiamo detto sia sufficiente a contraddire coloro i quali negano
categoricamente questo genere di trasporti o tentano „di affermare che avvengono solo con
l‟immaginazione e con la fantasia‟» (2) [“Malleus”].

“Il teatro demoniaco: sabba ed esba”.

«L‟opinione [che il volo delle streghe sia illusorio] è stata confutata come eretica: è infatti
contraria a quanto Dio permette alla potenza del diavolo, che può arrivare a cose anche più notevoli.
Inoltre è contraria anche allo spirito della Scrittura e causa un danno intollerabile alla Santa Chiesa,
in cui molte streghe, a causa di questa opinione pestilenziale, che amputa al braccio secolare del
potere la capacità di punirle, sono state lasciate indisturbate. Ed esse sono aumentate così
smisuratamente che ormai non è più possibile sradicarle.» [“Malleus”]
La conferma ufficiale del sabba si ebbe in seguito alla confessione di alcune presunte
streghe, torturate dopo la promulgazione della Bolla di Giovanni Ventiduesimo “Super illius
specula”, nel 1320. Il raduno, o tregenda, cui avrebbero partecipato diavoli e succubi, portò a una
sequenza di processi e roghi, accesi fra Tolosa e Carcassonne. Si innescò una intensa polemica
canonica e demonologica che, passando attraverso il “Malleus”, sfociò nel celebre testo di Ulrich
Molitor, del 1500, “De Lamiis et Phitonicis mulieribus”.
Che le streghe potessero volare con i poteri loro accordati dal diavolo e col permesso di Dio, fu
decretato ufficialmente dal “Malleus”, mentre il canonico Molitor asseriva che «le streghe volano
solo in sogno» e che, dunque, il trasporto fisico dei corpi è solo opera del diavolo.
Controversie a parte, la conoscenza delle congreghe di streghe e le loro modalità di trasporto e
riunione erano divenute, ormai, di dominio pubblico.
Il sabba era una forma di “rendez-vous” comunitario cui potevano partecipare anche non affiliati e
bambini. Mentre l‟incontro intimo fra iniziati venne definito „esba‟. La distinzione fondamentale fra
riti „essoterici‟, manifesti, ed „esoterici‟, iniziatici, trovò riscontro nello specchio oscuro della
stregoneria. Si legge nel “Malleus”:

«Per quanto riguarda le modalità del trasferimento, esso avviene così: le streghe, per
istruzione del diavolo, fanno un unguento con le membra dei bambini, sopra tutto di quelli uccisi da
loro prima del battesimo, spalmano di questo unguento una seggiola o un pezzo di legno e fatto
questo si levano per aria sia di giorno sia di notte, visibilmente o anche, se vogliono, invisibilmente,
perché il diavolo può occultare un corpo frapponendone un altro, come si è detto nella prima parte,
quando si parlava dell‟apparizione prodigiosa per opera del diavolo. In verità, benché il diavolo si
serva di questo unguento per lo più con il fine di privare i bambini della grazia battesimale e della
salvezza, tuttavia lo si è visto parecchie volte compiere le stesse cose senza l‟unguento. Talvolta
trasporta le streghe servendosi di animali che non sono veri animali, ma diavoli che assumono
queste forme, oppure, talora, esse vengono trasferite senza alcun aiuto esterno, semplicemente
mediante la capacità del diavolo che opera visibilmente.»

Il termine sabba è molto antico. Per alcuni studiosi deriverebbe dall‟ebraico “sabbath”. Il
sabato, per i cristiani del Medioevo, era considerato, come altre usanze semitiche, l‟origine di tutte
le perversioni. Ma sabba venne fatto derivare anche da “sabae”, capre, l‟animale maledetto in cui si
incarnava, secondo la credenza popolare, il capro demoniaco. O sotto la cui pelle si nascondevano
le baccanti, duranti i riti orgiastici. Positiva invece l‟origine etimologica, derivata dall‟astrologia
egiziana e babilonese, che attribuiva al numero 7 una posizione privilegiata fra le costellazioni
celesti.
Seconda la tesi di M. Murray „sabba‟ risalirebbe al gaio verbo “s‟esbattre”, divertirsi. Sabba come
festa globale, “rave” di popolo per gioire, mangiare, copulare, mettendo sull‟altare del piacere
Satana: dio licenzioso dei reietti e dei servi della gleba. Si veda in proposito il rito dei Benandanti -
esteso dal Friuli alla Svizzera, dalla Baviera alla Lituania - che, dopo il 1570, da credo pre-cristiano
della fertilità e fecondità, fu demonizzato e perseguito in quanto „setta satanica‟ (3).

“Il sabba diabolico attraverso un quadro fiammingo”.


«Il fatto che le streghe possano trasferirsi con il corpo si può mostrare in maniere diverse.
Innanzitutto a partire dalle altre operazioni dei maghi. Infatti, se esse non potessero trasferirsi, ciò
accadrebbe perché Dio non lo permetterebbe, oppure perché il diavolo non potrebbe farlo [...]. Ecco
una storia di un trasporto visibile, avvenuto di giorno. Nella città di Waldshut sul Reno, nella
diocesi di Costanza, c‟era una strega, così odiata dalla gente della città che non era stata invitata a
un matrimonio. Tuttavia, poiché quasi tutti gli abitanti sarebbero stati presenti, indignata, giurò di
vendicarsi. Invocò il diavolo, gli espresse la causa della sua tristezza e gli domandò di suscitare una
grandinata per disperdere tutti coloro che danzavano. Il diavolo acconsentì, la sollevò da terra e la
trasportò per aria su una collina vicino alla città, sotto gli occhi di alcuni pastori.» [“Malleus”]

Benché „residuali‟, rispetto alla nuova demonologia del “Malleus”, il volo delle streghe e la
loro traslazione demoniaca risultano essenziali per saldare credenze arcaiche alla moderna
persecuzione del diavolo. Pertanto il sabba, anche per gli autori del “Malleus”, risulta „luogo
privilegiato‟ dell‟incontro fra i coprotagonisti del teatro e dei rituali satanici.
Tanto più grande e incredibile è l‟esecrazione allucinatoria che gravita intorno alle donne
«immorali, ignobili e perverse», tanto più credibili saranno l‟accusa e la punizione comminategli
dall‟inquisitore.
Un copione raccapricciante, siglato con la confessione forzata e la tortura, dagli zelanti servitori
della fede e dell‟ortodossia.

1459. Il vecchio pittore Labitte aveva al posto del viso un encausto di rughe e di geroglifici
che trasformavano la sua pelle in una straordinaria mappa del mondo antico. Ad Arras tutti lo
conoscevano, non solo per la sua opera e la figura inconfondibile, ma soprattutto per i suoni che
uscivano dalla sua bocca esangue con la magia di forme e colori preziosi. Non parole e discorsi, ma
segni, pennellate, e figure cangianti, inafferrabili come disegni tracciati nell‟acqua. Veniva accolto
volentieri nei migliori salotti della città, dove il vino ambrato spingeva a volte la sua visione oltre
cime inesplorate. Specie quando un ospite ingenuo pretendeva di interloquire con la sua insondabile
ispirazione.
«Ma se una pietra enorme e inutile cadendo facesse un buco nel cielo, sarebbe più che un
miracolo», lo interruppe il giovane conte Federico.
«Oh ragazzo mio. Tutto è miracolo. Nulla è miracolo. Le acque simpatizzano con l‟aria dalla
quale differiscono solo per forma interiore. Eppure potete voi respirare l‟acqua? E la collana di
rugiada, consistente come frutti trasparenti, è in grado di nutrirvi?»
«Tutto ciò a misura di un disegno superiore, Monsieur.»
«Ah sì, certo! La terra informe e inerte, lavorata da forze estranee e cieche, ha scoperto la
sua nuova essenza. Madre di piante e di erbe e di fiori, nel suo seno, ma eruttrice di corna perverse
all‟esterno. Cime inviolabili di montagne esplose come capricci dai suoi visceri abissali. E altri
misteri apparvero: fino alla corona delle nuvole la roccia rugosa si ricoprì di verde e di speranza.
L‟amore aveva seminato una nuova vita, anche sulle vette del mondo. Ma a quale scopo? Perché il
credo si estenda ben oltre l‟acqua, l‟aria, la terra, il fuoco, che pure ci sono così necessari...»
Il vecchio pittore bevve un sorso di “muscat”, che il suo palato delibò con soddisfazione.
«Perché» continuò «fosse chiaro a tutti che esistono pietre aeree e buchi nel cielo, e castelli
volanti che possiamo costruire su questi massicci in sospensione.»
«Avete una visione singolare del mondo», commentò Federico.
«Attraverso i miei pennelli, evidentemente, rispetto ai quali la parola non è che una pallida
espressione. Sono ormai vecchio e ingobbito. Ma a tratti mi sembra ancora che la mia intelligenza
brilli come una immensa stella, finché non mi viene da starnutire. E allora io, che mi sentivo pari al
mio amico Jean d‟Eyck, non vedo più sulla tela che dei tratti di olio grasso e colorato. Il mio genio,
che pure esiste, scompare assorbito dalla banalità e dalla noia. Solo Belzebù, signore delle mosche,
può inviare uno di quei piccoli animali alati per riannodare il filo della genialità interrotto.»
«Sono discorsi pericolosi» disse un anziano signore, sollevandosi a fatica sulle magre
ginocchia. «Vi auguro, comunque, maestro, di poter realizzare appieno il vostro talento.»
«Già», sussurrò il pittore, mentre il vegliardo usciva. «Gli uomini sono sempre ragionevoli.
E per quale motivo? Pensano che ciascuno dei loro organi sia stato creato per una funzione utile.
Quale sciocchezza! La bocca che parla, mangia. E canta. E stata fatta per cantare? E le labbra che
delibano il vino e sono il calice delle parole, si tacciono e si tendono verso il bacio: un atto inutile,
irragionevole. Non c‟è regola né legge in questo afflato.» Il vecchio pittore si rivolse alle dame
presenti che arrossirono. «Il desiderio è il disegno muto e insensato della maggior parte dei nostri
atti. Eppure... Non è forse anche questo lo scopo della creazione? Ma di quale creazione?»
«Perché ora non ci parlate del Signore delle mosche, maestro?» lo sollecitò il giovane
Federico.
«Ah, ragazzo mio, sai dove ti porta il genio? Oltre lo schermo che definiamo: realtà, ragione,
fede, virtù.... Se chiudete gli occhi vedrete minuscoli spiriti di tutti i colori volteggiare nell‟aria.
Sfere rosse, bianche, blu, gialle. Granelli di sabbia multicolori. Gocce, che danzano nell‟aria e sulle
note come funamboli su corde tese.»
«Sì, e poi?» esclamarono i presenti in coro.
«Bisogna seguire l‟orda, il tumulto della follia. Il disordine si trasforma in melodia, senza
cambiare la propria natura. Solo lui è padrone dell‟equilibrio che non conosce né misura, né
cadenza. Lui: “il diavolo”.»
«Ne parlate come se lo conosceste personalmente» disse una voce.
«Certo, conosco questo insopportabile mostro. Sono stato da lui, nel profondo del bosco, per
presentargli i miei rispetti e il mio sdegno. E‟ il nemico, l‟avversario ridicolo, ma quanto potente nel
suo silenzio assordante.»
«Descrivetecelo, allora!»
«Beh, laggiù fra gli alberi, nel cuore della foresta, tiene spesso dei sabba. Lui era seduto su
tre vecchi rospi bavosi, la corona formata da un ripugnante pipistrello, ragni per mantello e la chela
di un immenso astice al posto dello scettro. Intorno a questo viscido trono si inchinava una
moltitudine di rane, blatte, ragni e altri disgustosi animali. Per onorare questo ridicolo re una
dozzina di vecchie donne andavano e venivano sulle loro scope diaboliche. In mezzo alla sua corte
lubrica il personaggio gioiva del potere, si gonfiava di orgoglio. Degli spiriti maligni, in forma di
pigmei gibbosi, frustavano l‟aria, mentre cavallette e istrici suonavano timpani e tamburi, ma nella
più assoluta disarmonia. La luna guardava di traverso questa scena ributtante e io, nascosto dietro
un albero, disegnavo rapidamente su un quaderno ciò che i miei occhi vedevano.»
«E‟ esattamente il contenuto del vostro quadro di cui si è parlato anni fa» esclamò Federico.
«Il quadro che scandalizzò il pubblico e fu criticato come blasfemo da Jean d‟Eyck.»
«Già», replicò amaramente il vecchio pittore. «Quella fu la scena che avrei dovuto
censurare. E che invece volli riprodurre per ridicolizzare quello stupido diavolo, così inutile e
potente. Quel diavolo che ora continua a tormentarmi...»
Il diavolo riuscì a vendicarsi, in modo trasversale. Qualche mese dopo questo incontro salottiero
vennero arrestati, insieme a Labitte, madame Catherine, padrona di casa, Beaufort, Tacquet, e altri
ospiti. Labitte fu considerato eretico e discepolo di Lucifero. Nello stesso periodo, con l‟accusa di
essere adepte valdesi o albigesi, eretiche o indemoniate, furono messe ai ferri nella città di Arras
numerose giovani prostitute. Per la maggior parte degli accusati fu chiesta e ottenuta la pena
suprema.
Il processo, istruito dal vescovo di Baruth, secondo le memorie di Duclercq fu sostenuto con grande
zelo dal decano Dobois, fedele seguace del “Malleus”. I processi si moltiplicarono, sotto la
protezione del conte d‟Etamps, che fece confiscare i beni di tutti i condannati, a vantaggio del Duca,
serbando per sé e il vescovo una parte del bottino.
Nel 1491, la sentenza del processo, celebrato nel 1489, fu annullata dal tribunale di Parigi. Tutti i
condannati vennero riabilitati „post mortem‟ e sulla piazza di Arras, che era stata arroventata dai
„fuochi purificatori‟, si sbrigliarono danze e commedie buffonesche. Nel frattempo una nuova figura
di eretico-stregone e un nuovo profilo diabolico si erano insediati nei tribunali e nell‟immaginario
collettivo.

“Volo e accoppiamenti infernali”.

«I nostri avversari non si possono basare nemmeno sulla [...] obiezione che dice che il
diavolo non può fare queste cose. Infatti, come si è visto sopra, questi ha una potenza superiore a
qualunque cosa corporea e di natura tale che non può essere paragonata a nessuna capacità terrena,
secondo il brano della Scrittura: „Non c‟è potere sulla terra...‟ Anzi, lo stesso Lucifero ha un tale
potere naturale che non ne esiste uno più grande nemmeno tra gli angeli buoni che stanno in cielo.
Così supera tutti. [...]
Coloro che asseriscono che al mondo non ci sarebbero stregonerie contestano le
affermazioni di tutti i Dottori e delle Sacre Scritture, che dichiarano che i diavoli esistono e hanno
potere sui corpi e sulle immaginazioni degli uomini, qualora Dio lo permetta. [...]
I diavoli possono sempre, con il permesso di Dio, nuocere agli uomini veramente e realmente o
anche con l‟arte del prodigio.» [“Malleus”]

Di fronte alla descrizione del sabba che si legge nel prossimo paragrafo, che trasuda
sessuofobia e sessuomania, ci si chiede cosa sia cambiato, nel meccanismo inquisitorio, a partire dal
quindicesimo secolo. Le migliaia, forse milioni di inquisiti e condannati per stregoneria (secondo
Gerald Gardner in “Witchcraft Today” le vittime furono nove milioni), a partire dal “Malleus” non
vennero più ritenuti semplici eretici. L‟eresia valdese, albigese, catara, dolciniana eccetera, era
basata sul concetto di setta e apostasia. Si trattava di un „contagio interno‟, propagato
essenzialmente da credenze e atti umani devianti.
Ora il seme satanico e il contatto venereo fra diavoli, succubi, streghe e stregoni creano una
simultaneità, una velocizzazione del „morbo diabolico‟ molto più esteso e radicato.
Tutte le argomentazioni svolte dal “Malleus” tendono a dimostrare che il contatto sessuale è
il veicolo privilegiato dal demonio per asservire gli umani, ridurli a strumento di distruzione contro
se stessi, i propri simili e il mondo naturale. La „via venerea al male‟ - viene spiegato dal “Malleus”
- è stata scelta da Satana poiché le donne sono le più lussuriose, e quindi facili da contaminare e
„succubare‟. In secondo luogo c‟è una predisposizione fatale alla caduta, che risale al peccato
originale. Eva la tentatrice, il serpente, la strega, non sono forse parte di un unico quadro sacrilego,
di un unico consenso peccaminoso?

“L‟incubo di Madeleine”.

«La grandezza dei delitti [delle streghe] è tale da superare i peccati e la caduta degli angeli
cattivi. E se è così per le colpe, perché non dovrebbe essere così anche per i supplizi infernali? [...]
La colpa dell‟angelo, sotto molti aspetti, è modesta rispetto a quella deplorevole delle streghe. [...]
Esse non si danno a piccoli peccati mortali come gli altri peccatori che peccano per debolezza. [...]
Quelle che cadono ancora più giù sono le streghe, come dimostrano i loro scempi. [...] Peccando noi
andiamo contro un Dio che muore per noi e che, come abbiamo già detto, sopra tutto le streghe
riescono a offendere, infamandolo.
Abbiamo mostrato che innumerevoli effetti di stregoneria possono accadere davvero e realmente, se
c‟è il permesso di Dio. Si è mostrato anche che Dio lo permette nei confronti della forza generativa
più che nei confronti di altri atti umani, proprio a motivo della sua maggiore corruzione.»
[“Malleus”]

La giovane, mentre parlava, teneva gli occhi abbassati, per pudore o per meglio raccogliere i
ricordi. Si stringeva a se stessa e cercava l‟angolo più oscuro della stanza, là dove le ombre non
riuscivano a penetrare, se non stingendosi nella neutralità del buio. Eppure di fronte ai suoi occhi
semichiusi dovevano continuare ad agitarsi forme raccapriccianti.
«Sì, più volte mi ha condotto al sabba, l‟abate Louis. Alla balma di Loubières, e un‟altra volta a
Roland. A Loubières è stato lungo, orrendo. Ci recammo a cavalcioni di una scopa che aveva
preparato; era molto potente, il diavolo non gli negava nulla, credo.»
Tacque, si rigirò per un istante i boccoli biondi tra l‟indice e il medio della mano sinistra. Poi
accennò un sorriso, ma senza malizia.
«Era notte, eppure si vedeva tutto: le rocce, il fiume, i pascoli che scorrevano sotto di noi. Era
pauroso e fantastico. Volare, no, non capita tutti i giorni o tutte le notti. Arrivammo al luogo
stabilito insieme a un nugolo di streghe e di fattucchiere, che turbinavano nell‟aria a una velocità
incredibile. Il giorno stava per sorgere, scintillante, e ci riparammo nelle grotte, per proteggerci dal
suo sguardo. Come falene, pipistrelli, o lupi mannari. Eravamo parte di un popolo abissale. La festa
durò molti giorni. Il diavolo ci attendeva tutti e si era incarnato in un enorme capro. Puzzava, era
disgustoso. Ma tutti gli toccavano le corna e lui rideva, bianco e nero, fra le pozze di luce sparse
dalle torce resinose. Molti si inginocchiavano e gli baciavano le terga. Fu mostruoso. Una donna
giovane e bella si inarcò formando un altare, il seno e il ventre rivolto al demonio. Gli assistenti
avevano impastato della farina sulle sue reni, sulle sue anche, mescolandola al seme del diavolo,
che è gelido, come sanno tutti quelli che l‟hanno ricevuto. E mentre l‟impasto friggeva, il demonio
confezionava delle ostie blasfeme che distribuiva a tutti i presenti, posandole sulle loro lingue
mostruosamente lunghe e violacee.»
Madeleine tacque, parve riflettere, mentre il suo corpo diventava più minuto, vulnerabile.
«Com‟era assurda, ripugnante, quella scena. Eppure nessuno vi era obbligato. Neppure io. O così
pensavo. Anche se, a un certo punto, iniziò a circolare di mano in mano una coppa sempre colma di
una bevanda calda, dolce, inebriante. Da quel momento uomini e donne si trasformarono in bestie
scatenate, senza più inibizione e ritegno per alcun istinto.»
Si coprì gli occhi e il volto con le mani ceree, affusolate.
«Bestie, peggio di bestie.» Si riprese. «Ma devo raccontare tutto, vero? Ancora penso:
„Forse erano solo incubi, immaginazioni suscitate da vecchi corvi, eppure io vedevo, sentivo,
toccavo‟. Lui, il diavolo stava in piedi. Il torso e il muso di un capro, ma le gambe e i piedi da
uomo. L‟abate mi aveva svestita completamente, e gettata al centro della grotta. Poi tra le
contorsioni oscene dei presenti si era segnato, facendo la croce al contrario e aveva pronunciato
parole che rosseggiavano: „Abrac, Amon, Silon‟.
Dopo una preghiera confusa, Louis aveva gettato dello zolfo sul fuoco. Come a un segnale
convenuto tutte le donne si erano spogliate ed era iniziata l‟orgia. Ballavano con frenesia. Si
contorcevano. Offrivano il loro sesso alle protuberanze della roccia. E il diavolo, camminando sulle
sue gambe umane, le possedeva sodomizzandole, una dopo l‟altra. E quando incontrava un uomo
sodomizzava anche quello. Era una danza infernale, un baccanale senza fine. Louis, l‟abate, dopo
aver preso parte a quell‟orgia mi venne accanto e senza dire nulla mi possedette davanti e dietro.
Il diavolo salito sul suo trono di pietra vedeva tutto, e pareva gioire delle voci lamentose che
invocavano Baroch, Astaroth, Droch e altri orrendi demoni... Ma non fu tutto.»
La giovane ebbe un sussulto, come se il racconto appena fatto le incendiasse la ragione. Fu sul
punto di urlare. Ma voleva dire tutto. Fino alla fine. Sogno o realtà, si sentiva insozzata persino
dalle parole. Come in confessione chinò il capo e proseguì.

«Non fu tutto... Un uomo coi capelli bianchi, gli occhi rossi, allucinati, prese un rospo e gli
tranciò la testa con un morso. Una schiuma schifosa si sparse dappertutto, una puzza infernale ci
investì. Allora una donna cominciò a ingurgitare manciate di ragni rossi e neri grossi come granchi,
che si agitavano e colavano fra i suoi denti, le sue labbra. A questo punto il diavolo assunse
l‟aspetto di un grosso cane, e si mise a leccare avidamente le ostie, mentre i partecipanti al sabba
continuavano ad accoppiarsi freneticamente. E intanto si mangiava e si beveva. Mostri! Non c‟era
più un viso umano, vino e sangue colavano ovunque e il pavimento della grotta era ricoperto da
scarti di cibo, vomito, umori viscidi.»
La giovane tacque. Si vide in uno specchio nero: ultimo tassello di una notte abominevole.
Tremava, al centro della grotta, Madeleine. E danzava, allucinata. E rideva, folle, mostruosa, mentre
il Capro la possedeva, stando su di lei, soffocandola con il suo puzzo e il suo peso.
In un angolo l‟abate, Louis, tracciava col piede sinistro infiniti cerchi concentrici. La luce della luna
occhieggiava indifferente attraverso il varco della grotta.
Se l‟inferno esiste, Madeleine l‟aveva conosciuto fin nelle viscere (4).

IMMAGINARIO COLLETTIVO, ESSERI ONIRICI E DIABOLICI.

L‟Occidente, a partire dagli ultimi decenni del quindicesimo secolo, scivola nella “rêverie”,
che trasfigura paesaggi, mari, continenti rivelati dalle narrazioni e scoperte di grandi viaggiatori e
avventurieri come Marco Polo, Colombo, Magellano, Vespucci. La stampa a caratteri mobili, con la
rapidità della „riproduzione tecnica‟ a basso costo, contribuirà a diffondere fra i ceti borghesi
conoscenze prima appannaggio esclusivo di nobili, studiosi e clerici.
Questo mondo - dove si mescolano sogni e paesaggi fantastici, animali chimerici e perle - sconvolse
la mentalità torpida e grigia del Medioevo. L‟immaginazione popolare fu suggestionata dallo
scenario, animato da un bestiario e da una teratologia ipnotici, in cui ogni creatura era favolosa. Dal
grifone alla sfinge, dal leucroca - un po‟ leone e un po‟ cavallo - alla manticora - antropofaga belva
dal viso umano - fino al trepido liocorno, o all‟albero parlante, l‟intera natura raccontava un mondo
occulto, privo di qualsiasi morale.
L‟ignoto poneva l‟Occidente di fronte alla povertà delle sue campagne, alle misere
condizioni della vita di massa, ogni giorno „patteggiata‟ con signori, ecclesiastici, bargelli, balzelli e
distruzione. Dove stavano il paradiso, la verità, la luce calda e amorevole di Dio?
L‟Oriente e l‟orizzonte sembravano possedere, al contrario, tutto ciò che mancava
all‟Europa, di colpo avvizzita e declinante. Forse solo alcune città moresche, in Spagna, erano
comparabili alla meraviglia delle metropoli aeree, dei giardini pensili e dei laghi incastonati nelle
vette, che ingioiellavano i territori andini.
Le descrizioni che venivano dai nuovi mondi, di steli, piramidi, civiltà sconosciute, crearono uno
choc universale.
Anche il ceto dominante iniziò a domandarsi qual era il mondo reale e quale l‟universo
immaginario. Le mentalità erano turbate da „testimonianze‟ che ispireranno a Jonathan Swift, secoli
dopo, “I viaggi di Gulliver”. Persino nelle gravose armature del Rinascimento si riflette con sfarzo
la chimerizzazione umana. La panoplia del guerriero, scolpita nell‟acciaio, unta di invulnerabilità,
sarà forgiata a imitazione di liocorni, leonserpi e pantercervi. Levità del sogno trasmutante! I
cimieri simulano minacciosi becchi d‟aquila e implacabili grifoni. Le gomitiere sono artigli
avvelenati. Il passo del cavaliere siderale imprime impronte ferine, prima di arcionare il suo
ippogrifo catafratto di scaglie d‟argento.
Accanto alle crociate e alle mattanze inquisitoriali, proprie di un‟Europa sfiancata da
epidemie e carestie, ecco l‟Eldorado caleidoscopico del nuovo mondo. Al viaggiatore instancabile,
al navigatore inesausto o al filosofo ispirato, si rivelò una cruna utopistica, attraverso cui
raggiungere il nuovo paradiso terrestre, che lambiva il volo allucinogeno, e sfiorava la visionarietà
eretica della strega.
Ancora insanabili contraddizioni e ambiguità, sviluppatesi negli interstizi del secolo, che
esalta la Natura policroma, la laicità e il piacere, ma sanguina fra gli artigli dell‟ordine disciplinare,
religioso e politico.
Le „Indie‟ inseguite da Colombo e i mondi che, nell‟ignoranza geografica, vengono agglomerati al
continente sontuoso e onirico - più vicino al paradiso islamico che all‟aldilà punitivo dei cristiani -,
sono un crocevia di fertilità e di vita preadamitica.

Come vene e arterie sacre pulsano i grandi fiumi misteriosi. Gange, Tigri, Eufrate, Nilo, Rio delle
Amazzoni rappresentano la scaturigine dell‟esistenza improsciugabile, di fronte alla quale precetti,
dogmi, preghiere, vie d‟acqua e di terra che solcano l‟Occidente, risultano miseri alvei esangui.

«Chi vuol esser lieto sia, di doman non c‟è certezza.»

“Nemici assoluti della fede e dell‟ordine: la strega e il diavolo”.

Nella frattura epocale che si proietterà ben oltre il sedicesimo secolo, occorreva individuare
un nemico esterno e interno, su cui scaricare, come capro espiatorio, la responsabilità di tutti i mali
del mondo. Il nemico interno, visibile, fu la strega; il nemico esterno, invisibile ma pervasivo, fu il
diavolo. Fra queste entità, che intrecciano l‟alleanza fra visibile e invisibile, fu posta „l‟assenza di
Dio‟, definita „permissione e libero arbitrio‟. Il freddo e la carestia avevano stretto in una morsa
crescente il vecchio continente. Le conseguenze striscianti della peste e dei conflitti - fame,
sottopopolazione e miseria, insieme al timore dei Turchi e delle soldataglie allo sbando, che
rodevano l‟Europa per un miserabile bottino - rendevano sempre più insicure le persone. E le
istituzioni. Magia, superstizione, amuleti, reliquie invadevano anche l‟orizzonte dei credenti-
potenziali corruttori della vera fede. Gli inquisitori, in quanto membri di una casta, di un‟istituzione
professionale, furono chiamati a intervenire. Occorreva trovare un responsabile universale di questi
„tempi oscuri‟. E questo sarà la strega o lo stregone. Il “Malleus” lo plasmò e gli diede un volto.

«Come [la strega] disse in seguito, non aveva l‟acqua da versare in una fossa (si vedrà che
questo è il metodo di cui si servono per suscitare le grandinate); allora scavò una piccola fossa in
cui al posto dell‟acqua versò l‟urina, poi, secondo la consuetudine, la mescolò con un dito al
cospetto del diavolo e subito il diavolo, lanciando in alto il liquido, scatenò una violenta grandinata
che cadde solamente sui danzatori e sui cittadini. Quando tutti si furono dispersi e discutevano fra
loro della causa di quella tempesta, poco dopo videro la strega entrare in città. Questo aggravò
molto i loro sospetti, ma quando i pastori raccontarono quello che avevano visto, i sospetti che
erano già forti divennero violenti. Si arrestò la strega ed essa confessò che l‟aveva fatto perché non
era stata invitata. Per questo e per le altre numerose stregonerie da lei perpetrate fu bruciata» (5).

«Sul modo in cui le streghe sono solite arrecare danni vari agli animali.
Sul modo in cui i maghi uccidono gli animali e gli armenti, bisogna dire che le stregonerie e gli
strumenti della stregoneria si rivolgono verso gli uomini, come verso gli armenti, o con il tatto e lo
sguardo, oppure solamente con lo sguardo, sia sulla soglia della stalla, sia dove sogliono
abbeverarsi. Sopra tutto perché l‟Apostolo dice „non spetta a Dio la cura dei buoi‟, volendo
accennare, con ciò, che è necessario che tutto sia sottomesso alla divina provvidenza sia gli uomini
sia gli animali, e che essa si occupa degli uni e degli altri secondo le modalità proprie a ogni genere,
come dice il Salmo: se, io dico, gli uomini con il permesso divino, che siano innocenti, giusti o
peccatori, e persino i genitori nei figli, sono colpiti dagli stregoni, queste cose li riguardano. Dal
momento che gli animali e i frutti della terra esistono alla stessa stregua delle cose degli uomini,
certamente nessuno può dubitare che, con il concorso del permesso divino, danni di varia natura
possono essere arrecati loro dagli stregoni.
[...] Fu per questo che alcune donne furono bruciate a Ratisbona. Apparirà chiaro più sotto che,
sempre su istanza dei diavoli, erano solite fare stregonerie quando i cavalli erano migliori, gli
armenti più grassi. E quando furono interrogate sul modo in cui facevano queste cose, una, di nome
Agnese, rispose che nascondeva certe cose sotto la porta della stalla. Quando le si chiese di che cosa
si trattasse, rispose che erano gli ossi di diverse specie di animali, aggiungendo, se le si chiedeva in
nome di chi facesse queste cose, che lo faceva in nome del diavolo e di tutti gli altri diavoli.
Un‟altra, di nome Anna, aveva fatto stregonerie a ventitré cavalli di seguito, di una sola persona,
che faceva il postiglione. Quando costui ridotto ormai a estrema povertà, fu costretto a comprare il
ventiquattresimo, stando sulla porta della stalla, disse alla strega che stava sull‟uscio della sua casa:
„Ecco, ho comprato un cavallo e prometto a Dio, e a sua madre che se questo cavallo morirà ti
ucciderò con le mie mani‟. La strega così spaventata gli lasciò in vita il cavallo. Quando fu catturata
e interrogata sul modo in cui aveva fatto queste cose, rispose che non aveva fatto altro che fare una
fossa in cui il diavolo aveva posto certe cose che a lei erano ignote. [...]
Nella diocesi di Strasburgo, tra le città di Fiessen e il monte Ferrerio, un tale, ricchissimo, asserì che
gli erano stati stregati quaranta capi di bestiame, tra buoi e vacche, nell‟arco di un anno, non certo
per la peste o per una qualche altra malattia precedente. E per rafforzare l‟accusa disse che di peste
o di qualche altro morbo non muoiono subito, ma a poco a poco e uno dopo l‟altro. Quella
stregoneria, invece, aveva loro tolto ogni forza improvvisamente cosicché a giudizio di tutti, erano
state uccise a opera di una stregoneria. [...] E‟ tuttavia verissimo che in alcune regioni, e sopra tutto
nelle Alpi, moltissimi danni che sono stati riportati dagli armenti sono dovuti a stregoneria e che il
genere della stregoneria, diffuso ovunque, è ben noto» (6).

LA FONTE DIABOLICA.

“Un‟inchiesta inquisitoria cui partecipò frate Fabrizius”.

«I topi sono grandi, mostruosi, e hanno uno sguardo diabolico, rossastro, che osserva, a
partire dallo specchio acquoreo, verso il basso del mondo, che è la luna pelvica del mondo
sommerso.»
Ulrigh, il principale accusato, era un uomo senza età, senza statura, senza sguardo. I capelli rossicci,
radi, erano appiccicati sulla sua testa, il naso aveva radice ma non contorni. Gli occhi chiari erano
torbidi come un laghetto senza luce. Lo chiamavano, nel paese e nei dintorni, “saft” („sugo‟). Pur
essendo benestante, i suoi abiti erano sempre riccamente decorati di macchie eterogenee. In lui tutto
sembrava sverso, innaturale. Anche il cappello non lo portava come gli altri contadini, con la tesa
sugli occhi, bensì schiacciato sul lato sinistro, come se dovesse riparargli l‟orecchio dagli
improbabili dardi del sole, che raramente lambiva quegli alpeggi alti e nuvolosi.
Non si ubriacava mai, a detta del popolo, ma beveva sempre. Appena poteva, scappava nella
taverna. Le sue tre sorelle brontolavano, ma non potevano impedirglielo. Molti altri - più giovani e
gagliardi - quante volte venivano trascinati in slitta o caricati sulle carrette del fieno, ubriachi fino al
delirio.
Lui no. Parlava, col vino in corpo, come un predicatore e un visionario incomprensibile. Ma le sue
parole, poco a poco, invece di diventare impastate, soggiogavano l‟uditorio, lo plasmavano come
cera, lo tacitavano in una sorta di estasi. Alla fine era ascoltato più di un prete, più di un profeta.
Così il soprannome fu trasformato in “schweflig” („sulfureo‟) nella sua più totale indifferenza.
Parlava, assente e concentrato, come un oracolo.
Un giorno disse, mentre ingollava l‟ennesimo boccale di birra spessa, untuosa: «Le alluvioni
saranno più frequenti. Il caldo e il ghiaccio creeranno un riscaldamento globale di tutto il mondo».
«Ma qui non piove quasi mai, i ghiacci sono eterni e bisogna difendersi dal freddo, non dal caldo»,
disse uno straniero, con un tono di derisione.
«Voi vedete solo i vostri piedi, che non sono l‟interezza terrestre. E comunque tutto ciò lo
dimostrano i topi. Osservate i topi...»
Così era Ulrigh lo sverso, fino a quando qualcuno, sobrio o ubriaco, non decise di denunciarlo al
prete della più vicina città con sede vescovile, come presunto stregone e seminatore di zizzania
diabolica. Lui e le sue tre sorelle, perché «una famiglia è come un unico vaso, a meno che non si
rompa, e dentro bolle e ribolle la stessa zuppa».
Da tempo, nel paese, gli animali si riproducevano con fatica. E i vicini di casa degli Ulrigh avevano
subito la perdita di due vacche da latte e di un giovane toro. Il bestiame si era abbattuto al suolo,
come colpito da un fulmine, il muso dei bovini era diventato verde e schiumante prima che si
schiantassero, bramendo di dolore e di incredulità. I proprietari erano prossimi alla rovina.
Per giunta sulle Alpi, sotto la lente algida del mezzogiorno che assomiglia alla luna tracciata da uno
scultore di ghiacciai, l‟eredità dei beni - considerata sacra e inalienabile - veniva messa in dubbio
con mezze parole, proposte sussurrate...
«Perché non vendete il bosco a est? Perché non mettete a pascolo collettivo il terreno più adatto alla
pastura?»
C‟erano ancora greggi e armenti e malghe sui pascoli alti, e gente disposta a comprare la terra. Il
fontanile, soprattutto, da tempo immemorabile monopolio di questa famiglia, era molto ambito per
l‟irrigazione e l‟abbeveraggio.
Si affermava che tra i maggiori interessati ci fosse proprio Ulrigh. E i soldi? Indubbiamente doveva
esistere una pentola d‟oro, sotterrata dai diavoli, o fornita dalle sorelle, probabili streghe.
I vicini, che si chiamavano Hastal, ebbero una idea che molti rimuginavano in quei tempi lugubri.
Così arrivarono gli inquisitori, mentre sulla montagna i tempi erano sempre più duri e già si parlava
di carestia. Le castagne erano vizze, le mammelle delle mucche flosce e l‟erba per la pastura
fradicia. Brutto segno! Qualcuno doveva pur essere responsabile di tanta penuria...
Ulrigh si recava ogni giorno alla taverna, cianciante e assente, lucido e visionario, come se i suoi
occhi vedessero al di là della coltre di nebbia. E mille presenze invisibili lo ispirassero nel suo
parlare continuo, magnetico, che diceva tutto senza dire nulla. Non potevano che essere i diavoli a
ispirarne la vena inesauribile. Oppure lui stesso era un diavolo, per quanto di aspetto meschino...
«I topi, dunque?» gli chiese l‟inquisitore che aveva fatto sequestrare una baita, nella quale ora
teneva sotto chiave il sospetto, incatenato mani e piedi ma non “ad muros”, e rifocillato
giornalmente, «come gli permetteva il suo stato di abbiente».
Una misura di acqua, due misure di minestra di farro con grasso, due litri di vino o birra, una misura
di pane con segala, mezza misura di formaggio. Le sorelle non gli facevano mancare nulla, anche se
la stagione, come visto, era matrigna per tutti. Quanto all‟inquisitore, ai famigli e al frate si erano
sistemati nella locanda, prevedendo che l‟istruttoria non sarebbe stata breve.
«Quali topi?» tornò a chiedergli l‟inquisitore che parlava coperto dal tenebroso cappuccio. «Topi
particolari, con occhi diabolici?»
«No, eccellenza, qui i topi scavano nei granai, nuotano fra diaframmi umani, sono nella malattia,
come nella paglia. In città portano la morte, qui, sopra i millecinquecento metri, scaldano i gatti e
formano un quadrante. Eh sì, i sapienti non ci dicono nulla, ma il mondo ruota sopra il proprio asse
anche adesso: un momento siamo a testa in giù, adesso per esempio», rise mostrando denti radi.
«Ma non ce ne accorgiamo, vero? E‟ come fare ruotare velocemente la secchia del latte sfruttando
la forza centripeta. Non ne uscirà una sola goccia: non è straordinario?»
L‟inquisitore, nonostante le osservazioni eccentriche dell‟imputato, sembrava seguire un suo
tracciato mentale, dal quale non deviava, come se fosse l‟unica via retta da seguire.
«Ma perché i topi?» continuò. «Non ci saranno anche ramarri e gufi e rospi? Quelli grigi e grossi,
con occhi tondi e neri, che esplodono nell‟aria se gli avvicinate un tizzone? Dite: li vedete in sogno,
o vi sono apparsi insieme ad altri ripugnanti animali in qualche raduno notturno?»
L‟uomo guardava con calma l‟ombra sinistra del giudice: «Ma no, vedo solo topi, sono qui, nella
paglia, sotto i vostri piedi, corrono sul piancito della baita di notte, e segnano il tempo.» Bevve una
lunga sorsata di birra calda. «I topi sono l‟esercito che sta dietro la barriera umana e il suo sguardo
notturno. Altrove possono essere i pesci, o le libellule o i ragni o le conchiglie a misurare l‟età della
terra, la sua curvatura e il suo peso. Ogni essere ha una funzione. Persino voi.»
Frate Fabrizius sorrise. Il giudice corrugò ulteriormente la fronte.
«Libellule?» si limitò a sottolineare. (Con la loro grazia ambigua potevano essere emanazioni del
Maligno; il sospetto iniziava dunque a tradire il demone che era in lui?)
«La natura conosce la natura» alzò le spalle il montanaro «se non lo sapete voi che conoscete il
latino e chissà quante altre lingue! Tutti gli animali non sono che sensibili lancette della
trasformazioni del cosmo. Esiste un nastro trasportatore, l‟oceano, e la sua corrente principale, che è
calda, in cui vive una quantità di specie animali e umane, fino alle isole della Bretagna e oltre e
senza il nastro moriremmo improvvisamente di freddo o di caldo. Ma anche così esistono montagne
di ghiaccio e deserti infuocati, posti su un‟altra linea curva che le navi inseguono come un miraggio
mentre è reale, perché l‟equilibrio stesso è una linea sottile come l‟orizzonte, che vediamo
precipitare e inghiottire il sole. E su questa linea danzano le visioni, i misteri, il solco fra le due vite
e le mille razze umane. Senza contare che nulla è staticamente posto, ma tutto evolve.»
Il giudice ebbe un sobbalzo. «Bestemmia di fede!»
Il giovane frate inquisitore fece un gesto leggero, ma imperioso, che la sua bellezza solare colmò di
regalità. Nessuno si mosse.
«Sembrate avere viaggiato molto e conoscete diversi argomenti. Perché non spiegate la vostra
teoria, buon uomo?»
Gli era simpatico quel montanaro dalla eloquenza dotta e involuta. Non vedeva in lui il segno di
Satana, piuttosto il marchio di una creazione bizzarra. Perché il sapere doveva essere appannaggio
solo dei monaci e degli accademici?
«Non avete freddo?», gli chiese l‟uomo originale, osservandolo con occhi improvvisamente acuti.
«No.»
«Lo so, voi venite da un paese freddo e caldo. I gradi di temperatura si eliminano nel vuoto, che
crea una distanza. I corpi si dilatano o si restringono al loro interno in modo da mantenere il calore
costante al punto che anche la neve che pure è fredda, può diventare rifugio per l‟uomo o l‟animale,
posto che le sue energie non vengano disperse ma conservate nell‟intercapedine, che l‟aria riempie
di strati costanti e tiepidi.»
Gradi, vuoto? Chi mai avrebbe potuto nominare con tanta sicurezza concetti così astratti e poco
conosciuti?
«Può darsi che sia come voi dite» si limitò a rispondere Fabrizius, a mezza voce, mentre
l‟inquisitore (Institor) li folgorava entrambi col suo sguardo senza pietà.
«Solo Dio ha comprensione dei fenomeni che ha creato: Egli ha fatto il caldo e il freddo, come ha
creato il leone e l‟aquila. Ed è il solo vaso della sapienza.»
«Ma la scienza è mutata e muterà» gli rispose con sicurezza il montanaro. «Essa si muove come la
volta celeste e la terra e il sole...»
«Basta!» urlò il giudice. «Sono astruserie pericolose le vostre. Tutto accade da sempre,
eternamente, solo nel rispetto del Suo ordine supremo e della Sua Provvidenza.»
«Questa è una verità di fede, io credo, il pensiero, tuttavia...»
«Siete forse gnostico?» Il frate vide il labbro sottile dell‟inquisitore tremare leggermente di rabbia.
„Brutto segno‟, pensò. Conosceva bene il “Malleus” che l‟inquisitore citava a memoria con non
celato orgoglio.
Secondo la terza parte del testo, avendo «fatto arrestare il sospetto senza avere però comunicato le
accuse, né chiamati gli accusatori e i testimoni, era possibile anche un interrogatorio più rude da
parte dell‟inquisitore che poteva, per accertare la verità, infliggere i tormenti alternandoli con
minacce e promesse di salvaguardia della vita».
Pareva che Institor non avesse ancora deciso quale atteggiamento adottare con il sospetto, tanto più
che era un uomo, non una donna, ovvero una strega più facilmente catalogabile dalla procedura.
«Voi dunque Messer Ulrigh, a parte topi non avete mai visto nulla, vero, neppure pipistrelli.»
«Oh quelli si possono notare qualche volta d‟estate attorno ai fuochi delle malghe. Mai quando il
freddo è intenso: allora vanno in letargo, sapete.»
Institor annuì prima di sferrare il colpo che aveva in serbo da ore. «E dite, Ulrigh, potreste giurare
di non essere mai stato trasformato in animale, magari un topo, che ne dite, e di non avere mai
trasformato o tentato di trasformare altri, qui o altrove, in forme bestiali?»
L‟uomo scosse la testa, come se avesse udito la farneticazione di un pazzo. L‟inquisitore, allora,
fece un cenno al boia. Dal nulla apparvero dei massicci stringi-pollici a vite. All‟imputato furono
applicati sul pollice destro e sinistro i morsetti.
La carne e l‟unghia, sotto la pressione dei ferri che mordevano, divennero prima rosse poi bluastre.
L‟uomo fece una smorfia di sofferenza.
«Eccellenza, quello che dite non è possibile e se lo fosse come potrei io trasformarmi o trasformare
altri in forme bestiali e poi farmi o farli ritornare alla loro vera natura?»
«Ignorate dunque ciò che scrisse sant‟Agostino nel “De civitate Dei”, XVIII, 17. E ignorate ciò che
vedemmo noi stessi e udimmo a Rodi, nelle zone orientali. Fatti veritieri raccolti da frati dell‟ordine
di san Giovanni Gerosolomitano.» Gli occhi dell‟inquisitore erano spiritati e in mano brandiva il
suo libro come un ferro infuocato.
«Capitolo Quarto» recitò con voce rauca. «Le ostesse trasformavano gli ospiti in giumenti adatti a
portare pesi. E il padre di Prestanzio raccontò di essere stato un cavallo da tiro e un asino, e di avere
portato i bagagli insieme ad altri animali.»
L‟uomo strinse i denti per il dolore.
«Per me sono leggende e basta.»
«Due giri stretti», sibilò l‟inquisitore, e il boia strinse ulteriormente i morsetti finché il sangue
cominciò a sprizzare da sotto le unghie spappolate.
L‟uomo non riuscì a trattenere un urlo. Il frate teneva il capo chino, le sue labbra esangui
pregavano.
«E il giovane marinaio, che citammo sempre nel nostro libro, fu trasformato in asino, dopo aver
mangiato delle uova che una strega gli aveva dato. Anche questa è una leggenda? Voi non sapete
dunque che con la benedizione del papa e le testimonianze di dotti e santi e padri della Chiesa, si
afferma in questo libro che chi non crede all‟esistenza di fatti diabolici, da voi definiti „leggende‟ è
innanzitutto un eretico, o un seguace di eresia, oppure...» tenne in sospeso la parola terribile
«oppure egli stesso è un seguace del Maligno, è uno stregone.»
La testa dell‟uomo ciondolava tra i gemiti. Il giudice, come se non lo vedesse, ordinò al famiglio di
calzargli lo stivaletto. Il boia gli strinse intorno alla caviglia una sorta di anello che veniva serrato
progressivamente da una chiusura a vite.
«Mezzo giro» ordinò il giudice, e il ferro incise la carne. Aggiunse: «Il fatto che l‟imputato non
gridi o chieda pietà o confessi non significa sempre ciò che sembra».
Per la prima volta frate Fabrizius assisteva a un esempio concreto di „deduzione tautologica‟.
L‟imputato poteva confessare sotto i tormenti, e ciò avrebbe dimostrato, inconfutabilmente, la sua
colpevolezza. Oppure poteva professarsi innocente nonostante la tortura, ma questa resistenza
avrebbe comprovato solo la complicità diabolica!
Il torturato mormorò: «Non so nulla». Poi svenne.
«Togliete i ferri», ordinò il giudice al boia. «Rianimatelo. Deve essere senziente, secondo la
procedura legale.»
Poi come parlando a sé: «Forse ci troviamo di fronte a una setta malefica ben più vasta e potente. La
morìa del bestiame è solo un sintomo di malefizi.»
«E se fosse solo un fatto naturale?» azzardò il frate con impeto giovanile. L‟inquisitore lo osservava
in silenzio, lo sguardo immobile, distante, senza battere ciglio.
«Dove ho studiato io, in Francia», continuò il fraticello, «un‟estate, a Montpellier, accadde un fatto
straordinario: decine di mucche morirono in un solo giorno muggendo di dolore. Si pensò a
un‟epidemia e anche al fattore diabolico. Ma un abile cerusico affermò che gli armenti avevano
mangiato troppa erba cattiva, che cresceva solo in quella zona e che fermentando innaturalmente nel
loro stomaco le intossicava a morte.»
L‟inquisitore fece il segno della croce. «Spero anch‟io che la nostra santa istruttoria non ci conduca
su altre fosse infette. Convocherò presto le sorelle dell‟imputato.»
«No, le mie sorelle non c‟entrano» gemette l‟imputato che si era ripreso dallo svenimento e con le
mani doloranti e tremanti tentava di afferrare la brocca di birra. Con un gesto di umana pietà frate
Fabrizius gli avvicinò alle labbra il recipiente. In quel momento un‟ombra terribile, grondante
dolore e sangue, scese davanti ai suoi occhi. Dietro un rosso squarcio vide nel reietto un‟immagine
del Cristo battuto, sanguinante, le spalle slogate dalla croce e le labbra spaccate dalla sete.
«Aqua vitae sed igitur aqua mortis», sussurrò il torturato. «Due sono le fonti e non sempre le bestie
bevono al fontanile giusto, ma gli uomini sì, a meno che non sappiano...»
L‟inquisitore ebbe un ghigno. «Andate pure, giovane collega, parlate con chi volete, investigate
come meglio credete.»

- L‟inchiesta parallela di frate Fabrizius.

„Dunque le fonti sono due‟, continuava a pensare Fabrizius, mentre camminava veloce, incurante
dei rovi e dei sassi che gli graffiavano i piedi e le caviglie, nude dentro i poveri sandali da penitente.
„Ma perché, dunque, solo quelle sventurate vacche e non altri animali, o esseri umani, vi hanno
trovato la morte? E dove sta la seconda fonte? E che cosa significa che esiste anche dell‟acqua di
morte?‟
„Per prima cosa - decise fra sé - devo andare a casa dell‟imputato, e portare conforto alle brave
sorelle. Forse da loro potrò sapere qualcosa di importante.‟
Rabbrividì. „Prima che dei sinistri figuri strazino loro la carne. „
Si fermò a osservare il cielo che era freddo e indifferente, disseminato di piccoli bottoni di
madreperla.

1492. Sua santità lo aveva eletto fra mille, ma ora la sua missione in terra stava per
compiersi.
Le notizie non si propagano con la celerità della luce, ma attraverso le voci anche lo spazio vuoto
(vuoto, come sosteneva Ulrigh) può diventare una campana, che vibra e rintocca. Voci come piume
e sassi volanti giungevano da lontano, magicamente corali, per poi disciogliersi nell‟amalgama dei
boschi, della terra grassa e verminosa o del silenzio che aggredisce il viandante solitario come un
crudele razziatore. Il francescano sentì che colui che l‟aveva chiamato „figlio prediletto‟ stava per
spegnersi. Sapeva anche che la malignità umana attribuiva a una qualche pozione venefica il suo
doloroso trapasso.
Chi sarebbe succeduto al nobiluomo genovese? Si mormorava il nome del Borgia. E lui che
cosa avrebbe fatto, allora, in quel mondo vasto e gelato?
Con lo sguardo della vera fede, Fabrizius vide che la notte si apriva come un sipario, dischiudendo
una visione di colori che si rincorrevano a folle velocità. Erano isole immaginarie e terre sconfinate,
montagne alte come il cielo, ed esseri piumati dall‟aspetto fiero. Fu un attimo: una visione inviata
da Lucifero o una premonizione? Serrò la mente, come gli aveva insegnato il suo maestro, Priore di
Montluc. Sentì dentro di sé un sorriso di pace. „Se il pensiero interiore è dolce e appagato dal
semplice soffio vitale, non devi temere nulla. Il Bene è in te.‟
Chiuse gli occhi e recitò grato il Cantico di san Francesco:

«Altissimo onnipotente bon signore,


tue so le laude la gloria
e l‟honore et onne benedictione.»

- Le tre sorelle.

Quando riaprì le palpebre, gli apparve di fronte la casa di Ulrigh. Una costruzione con un solo
piano, solida, in mattoni calcinati e travature di pino, che disegnavano arboree geometrie sullo
sfondo bianco dei muri. Fabrizius era un sognatore, forse per questo era entrato nell‟ordine del
visionario san Francesco. La montagna, più del mare, sa impregnare la curiosità umana di
malinconici interrogativi sul divenire, il passaggio aereo di un filo di fumo o il gregge di nubi che
all‟improvviso solcano il cielo.

«Laudato si‟ mi‟ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l‟ài formate clarite et pretiose et belle.»

La porta si spalancò davanti a lui. Una stanza enorme, rispetto alla cella del suo convento di
Avignone, e alla stanzetta soffocata della trattoria, ma in ogni spazio (il vuoto?) c‟era un accumulo
denso di sapori, di odori, di pensieri. Sì, anche di pensieri.
«L‟aspettavamo», disse una voce di donna, matura e materna.
«Ma io conosco appena il paese, e poi sono venuto d‟impulso» rispose sorpreso il giovane. Frasi del
genere sarebbero state sufficienti all‟inquisitore per fare sospettare le pie donne di essere pericolose
pitonesse.
«Qualcuno si sarebbe fatto vedere, è normale» disse una voce d‟ombra, più bassa e argentina.
«Abbiamo apparecchiato per lei, ogni sera, un piatto» aggiunse una voce quasi infantile.
Seguì una risata serena, come se la casa fosse una fronda verde su cui cinguettavano molti passeri,
felici per il solo fatto di essere al mondo.
«Non siamo streghe, signor teologo, anche se le ciance a questo vorrebbero convincere la vostra
Inquisizione...»
«Ma sedetevi, prego. Questa sera dovrete accontentarvi di un semplice vitto delle nostre alpi.
Polenta, fagioli, insaccato di manzo e miele. Formaggio, se vi aggrada, e vino aspro. Acqua di
fonte, naturalmente.»
«Acqua!?»
Fabrizius fu circondato nella penombra da tre presenze quasi identiche, scontornate dal fumo del
camino, che si muovevano come in un ballo senza musica, seguendo un ritmo interiore, misterioso.
Non c‟era nulla di mondano nei loro gesti, eppure la semplicità con cui lo accolsero era più che
principesca.
«Tra ciascuna di noi ci sono circa cinque anni di distanza, monsignore», disse la voce più posata.
«Io sono Astrid, lei è Astrud, e la nostra bambina si chiama Astred. Non ha ancora 25 anni. Ma
forse è la più saggia della famiglia, escluso Ulrigh, s‟intende. Che pur essendo maschio, ci ha
sempre consultate per ogni cosa, non ci ha mai battuto e come capofamiglia ci ha consigliate anche
nei momenti più difficili.»
«Perché non vi mostrate, sorelle, affinché possiamo spezzare insieme il pane, e dividere il vino che
anche oggi ci offre nostro signore Gesù Cristo? In nomine Patris et filli et spiritus sancti.» Il frate
scostò il cappuccio, mostrando il volto bellissimo alle tre donne.
«Eccoci presenti al vostro santo sguardo» dissero tre voci all‟unisono. Il frate vide, in contrasto con
le vampe del camino, tre volti bianchi, quasi identici su cui il tempo aveva scritto nomi diversi.
Petali di magnolia, sempre uguali, caduti da stagioni diverse. Bevve un sorso di vino, leggermente
turbato. «Perché non sedete e non mangiate e perché non mi raccontate della vostra famiglia?»
«Noi abbiamo già desinato, monsignore, quanto al resto non ci sono segreti.»
«Noi siamo tutti Ulrigh» disse la prima donna a destra. «Il nome del capofamiglia è il nostro
patronimico.»
«Siete dunque nobili?»
«La nostra famiglia ha avuto pascoli, proprietà, forse un castello» disse la seconda voce. «Nostro
nonno, Ulrigh primo, aveva fabbricato un mulino per le macine che il principe o l‟imperatore
utilizzarono in molti opifici. Ottenne persino un feudo, pare. Ma poi le guerre, le invidie della gente
e un certo carattere - „il carattere degli Ulrigh‟ - fecero sì che molti privilegi fondessero al sole,
come neve. Le guarentigie sono finite, è rimasta però la gelosia di molte persone. Qui siamo
considerati signori, anche senza simboli araldici. Il che non è un fardello facile da portare. Nostro
padre ha costruito carri e mulini, e persino una vela che girava giorno e notte, a seconda del vento,
senza mai diminuire il moto della macchina... I disegni sono nel granaio. Abbiamo ancora due
fattori e gente a giornata e molti pascoli alti. Solo l‟acqua ci manca, vedete, forse per questo è
accaduta questa disgrazia.
«Già, l‟acqua» la interruppe Fabrizius, meditabondo.
«Per gli altri noi siamo una famiglia maledetta. La nostra somiglianza, nonostante la differenza
d‟età» disse la sorella dalla voce più profonda. «E poi il fatto che i nostri genitori siano morti di una
malattia sconosciuta a poche ore di distanza. E infine l‟aspetto e i modi del nostro signor fratello»,
aggiunse la voce da adolescente.
«Lo stesso prete che viene una volta alla settimana nel borgo ci guarda con certi occhiacci, come se
fossimo bestie cattive» precisò Astrud.
Frate Fabrizius addentò un pezzo di pane, che gustò insieme alla delicatezza della polenta impastata
col sesamo. In quel momento, un pensiero trasversale attraversò il suo benessere: „L‟avrebbero
avvelenato? Erano streghe?‟. Ma era un pensiero scherzoso. Non riusciva a ragionare con le
categorie del libro nero. Anche i suoi occhi vedevano in modo diverso.

«Laudato si‟, mi‟ Signore, cum tucte le tue creature.»

Chiese, soprappensiero: «Voi pensate che la fonte sia all‟origine di tutto, anche della morte?».
I tre volti perfetti come cammei annuirono, abbassando leggermente il mento.
«Ma non il fontanile comune, non quello.»
«Nostro fratello è stato molto male» disse Astred. «Successe dopo la morte dei genitori. Eppure
all‟epoca non beveva ancora all‟osteria. Appena ristabilito partì e tornò dopo tre giorni, stanco e
infangato come se avesse camminato nei boschi come un lupo.»
«Un lupo!» trasalì il frate inquisitore.
«E‟ solo un modo di dire», lo rassicurò Astrid. «Recava con sé due fiaschi, il cui liquido cristallino
e trasparente pareva in tutto e per tutto acqua di fonte.»
«E poi?» incalzò il frate, intrigato.
«Ci vietò di toccare per qualsiasi motivo quelle fiasche, che anzi chiuse nell‟armadio, a chiave, per
timore che la piccola Astred, per curiosità, le toccasse. Chissà cosa contenevano...»
«Ogni tanto si ritirava nella sua stanza con quel recipiente e un misurino di vetro e stava infermo, a
letto, per molte ore. A volte restava chiuso per tre giorni. Senza mangiare.»
«Io lo sentii urlare più volte, nella sua stanza sbarrata, come se soffrisse di un male terribile, ma non
disse mai nulla, non chiese mai di essere visitato dal medico né volle dei medicamenti. Poi dopo
alcune settimane iniziò a bere. Birra, vino, acquavite. Sembrava guarito da un male, ma aggredito
da un altro.»
Il francescano annuì.
Un pensiero bizzarro gli solleticava la mente: l‟acqua cambiava colore, mutava di sostanza. L‟acqua
era il veleno o il „trasportatore‟? Non parlava spesso di oceani e correnti, l‟imputato? Quella
fiaschetta conteneva un filtro o un rimedio?
«Madamigelle» si risolse a chiedere, dopo un lungo tormentato silenzio. «Perdonate la mia
domanda forse sciocca, ma voi, ecco, siete molto diverse nell‟aspetto da vostro fratello.»
Forse arrossì, ma continuò: «Potete dirmi per certo che è stato sempre così, di colorito grigiastro,
labbra violacee, la pelle del volto e delle mani grinzose e quegli occhi che a parte rari momenti sono
come smorti...»
Astrid stava per replicare, certo in favore del signore fratello, intoccabile. Ma fu Astrud a parlare
con tono pacato, persuasivo: «Dopo la morte dei nostri genitori, e la terribile malattia che lo portò
sull‟orlo della fossa nostro fratello ebbe un cambiamento repentino. A volte sembrava verde, a volte
grigio come la cenere, specie durante il periodo in cui si chiudeva in camera con la sua fiaschetta.»
«Non fu l‟eccesso di bevande alcolizzate?»
«Non certo all‟epoca», rispose con voce piatta Astrid. «In seguito chi può dirlo?»
„Che fosse un alchimista?‟ rifletté il saggio frate. Ne aveva il linguaggio, se non l‟aspetto. O uno
stregone, che si tramutava in belva notturna, in licantropo, come suggeriva il libro dell‟inquisitore?
La “vox populi” gli attribuiva fra l‟altro poteri paranormali, o prerogative magiche, a partire dalla
sua straordinaria facoltà di bere barili di birra, damigiane di vino, senza mai ubriacarsi. Una mente
che non poteva essere obnubilata dai fumi alcolici non era normale... Si rivolse pensoso alle sorelle:
«La fonte a cui attingete acqua, questa per esempio» indicò la brocca «è uguale per tutto il paese? Il
fontanile che l‟alimenta è l‟abbeveratoio comune delle bestie? E la strana malattia dei vostri genitori
e la strana trasformazione di vostro fratello potrebbero derivare dal medesimo liquido?». Astrud
rispose: «L‟acqua è la stessa, non c‟è dubbio, i nostri vicini sono proprietari del terreno da cui
sgorga la fonte e per diritto feudale, vescovile, percepiscono tuttora un balzello sull‟acquatile. Poi
esiste anche qualche deposito individuale di acqua piovana, noi abbiamo una cisterna dietro il
fienile, e, a seconda del bisogno, l‟acqua di neve sciolta può venire usata per l‟orto, a volte anche
per le bestie».
Il frate annuì. «Ma le bestie morte, di cui si sospetta l‟intervento diabolico di vostro fratello, dove si
sono abbeverate?»
«Penso al fontanile. Dove altro se no... Tutti noi usiamo quell‟acqua, anche per lavare i panni. C‟è
un lavatoio annesso che raccoglie l‟acqua della stessa sorgente.»
«Ma qualcuno non avrebbe potuto avvelenarla temporaneamente, per fini maligni?»
«Eccellenza, siamo persone di buona fede e di buon senso... Quando un topo cade nell‟acqua, per
esempio, viene subito eliminato e si sospende per il tempo necessario la distribuzione delle acque.
Tutti rispettano questa regola.»
„Già‟, rifletté il frate, mentre due parole gli correvano sotto pelle: acqua, topi.
«Ma non vi risulta, madamigelle, che esista una seconda fonte, nel circondario?»
«Forse sulle montagne, ad alta quota, di origine nevosa, e precaria, ma l‟acqua non arriva a valle;
diversamente non dovremmo contenderci una polla e un fontanile, tante anime quante siamo in
paese, più le bestie.»
«E se fosse un segreto che pochi conoscono, o una trappola sulfurea?»
«Questo allora dipende da Dio e da voi, scoprirlo...»

- Al di là di ogni dogma.

La situazione precipitò in poche ore. Quella sensazione da nulla che durante la notte aveva
graffiato Fabrizius, come una spina introvabile, si materializzò. Non era ancora spuntata l‟alba e
due bargelli, armati di picca e di spada, strapparono bruscamente il francescano al suo sonno
innocente. «L‟inquisitore vi domanda» si limitarono a comunicargli.
Il giudice sembrava più accigliato che mai: senza dubbio aveva saputo della sua visita serale alle tre
sorelle e temeva che un indizio importante gli stesse sfuggendo di mano.
Chissà che cosa aveva scoperto quel giovane strano, che gli stessi valligiani guardavano con
reverenza, come se fosse una specie di reincarnazione del santo di Assisi i cui tratti smunti, il cui
sorriso beatifico, circolavano su molte immaginette religiose.
Le tre sorelle avevano assicurato al francescano che, in giornata, sarebbe giunto al villaggio un
medico amico, molto competente nel diagnosticare le cause di morte di uomini e animali. E che
alcuni paesani, tra cui i loro famigli, avevano già pronte le vanghe per dissotterrare le vacche morte.
Fabrizius, scortato dai birri, giunse al capanno che fungeva da prigione. Salutò umilmente il primo
inquisitore, che subito lo mise al corrente che «il Pontefice Innocenzo Ottavo, Nostra Santità, ha
abbandonato questo mondo illusorio, e il conclave, prontamente adunato, lavora alacremente, sotto
lo sguardo ispiratore di Dio».
„E‟ iniziato un interregno e l‟unica legge valida, adesso, sta scritta nel “Malleus”.‟ Questo pensò il
frate con i calzari consunti, la pianta dei piedi escoriata, e gli occhi azzurri affondati nella
disumanità che lo circondava.
«Noi oggi proveremo una grande verità di fede, che va oltre i vari Stati e i vari interessi particolari»
disse Institor. «La verità che conosce solo l‟Eterno, di cui noi siamo umili esecutori.»
Le tre sorelle erano state rinchiuse in un capanno meno confortevole della „cella‟ in cui avevano
ristretto Ulrigh.
Le tre donne erano sospese a corde tirate da argani che cigolavano a ogni minimo spostamento
d‟aria.
„Astrid, Astrud e Astred‟, le nominò senza incertezza lo sguardo azzurro di Fabrizius. Erano
sollevate da terra per almeno cinque piedi: le loro forme graziose sembravano innaturali, fluttuanti
nello spazio come membra dissociate, corpi deformati da un pennello acquatico. Certo soffrivano.
«Le conoscete, vero?» chiese con un ghigno l‟inquisitore.
«Sono la famiglia dell‟imputato.»
«Forse sono anche il bandolo della spola diabolica.»
Si guardarono, il domenicano e il francescano, come il fuoco guarda il fuoco, senza decidersi ad
abbandonare la propria brace materna.
Poi, Kramer fece un passo: «Ora leggerò loro delle pagine edificanti, e vedremo come reagiranno i
loro spiriti».
«Ma non potete lasciarle appese con tre tratti di corda. Questa non è la camera di tortura!»
«No, di certo, fratello, solo un interrogatorio preventivo a cui mi autorizza la gravità del caso.»
«E se vi dicessi che state sbagliando tutto, Institor! Riferirò al generale del mio ordine. Anch‟io
partecipo a questa inchiesta!»
L‟inquisitore parve riflettere poi ordinò al boia: «Che i loro piedi tocchino terra.»
La voce di Astred si fece sentire attraverso una risata sarcastica e infantile. Il frate uscì di corsa,
sbattendo la porta della baita. Seduto su un rozzo scranno l‟inquisitore iniziò a leggere alle donne,
inarcate fra il pavimento di terra battuta e la travatura del capanno, il capitolo quindicesimo del suo
libro.
«Per la vostra elevazione spirituale, ecco come noi consideriamo: „La continuazione dei tormenti:
cautele e segni da cui il giudice può conoscere la strega e come deve premunirsi dalle loro
stregonerie‟» (7).

- La prova dell‟acqua”.

Fabrizius raggiunse il centro del paese, dove era collocata la vasca di decantazione della
fonte comune. A qualche metro si trovava il fontanile che snodava nell‟abbeveratoio una spessa
corda di acqua limpida. Più distante, sotto una tettoia, c‟era il lavatoio. Un sistema idraulico,
semplice ed efficace. In quel momento buona parte dei paesani era adunata sul posto, come se un
araldo li avesse strappati alle loro occupazioni quotidiane. Cosa stava per accadere?
La risposta si materializzò in un carretto trainato da un mulo sul quale sedevano a cassetta un
ometto dal largo cappello nero e dai lunghi capelli bianchi. Accanto a lui un giovane robusto, dai
tratti marcati, stringeva le redini.
«Ecco il cerusico preannunciato da Astrid!»
Fabrizius senza tanti complimenti lo avvicinò: «Avete portato il necessario, immagino.»
L‟uomo lo squadrò con uno sguardo curioso e divertito.
«Come frate non appartenete certo alla norma» disse poi, valutandone la statura e la corporatura
robusta e slanciata in una ascetica magrezza.
«Mi chiamo padre Fabrizius e sono un teologo francescano» scandì il religioso, per ribadire davanti
ai paesani il suo ruolo ufficiale.
«Già» disse il medico con aria distaccata, come se fosse lontano chilometri, «siamo qui per i pesci,
l‟acqua, la prova della morte e i topi. Tre prove fra Dio e il diavolo.»
Fabrizius lo guardò esterrefatto.
«Per cominciare» disse con sicurezza il medico, «questa fonte non può essere avvelenata, neppure
temporaneamente, e così pure l‟abbeveratoio. Vedete laggiù quella vasca circolare? Funge da
bacino di decantazione. Dentro ci sono sempre decine di avannotti, i „girini‟ della trota. Se
morissero, immediatamente si saprebbe che l‟acqua possiede impurità o è stata inquinata.
Guardate.» Gettò una manciata di polvere nel bacino. «E‟ cenere. Neppure nociva all‟uomo, eppure
letale per questi „girini‟.» In pochi minuti, infatti, dopo aver compiuto una giravolta di guizzi
impazziti, gli avannotti galleggiavano immobili sul pelo dell‟acqua.
«Ora l‟acqua, continuando a scorrere, in pochi minuti si autodepurerà» disse il medico, mentre
rimescolava il fondo del bacino, per favorire la fuoriuscita degli invisibili residui di cenere.
Fece un cenno e l‟assistente versò il contenuto di un boccale nella vasca. Decine di piccoli pesci
precipitarono nel depuratore bonificato.
Dopo un attimo di indecisione presero a nuotare con guizzi allegri e irregolari. I presenti
manifestarono la loro approvazione, battendo le mani sulle ginocchia.
«Niente Maligno, dunque, da queste parti» asserì il dottore. «E adesso andiamo a osservare quelle
povere bestie morte.» Dei robusti boscaioli avevano disseppellito i corpi delle mucche che, secondo
gli accusatori, erano state fulminate da un maleficio.
Il dottore le osservò. I corpi erano intatti come se fossero state interrate da poche ore. Il medico
introdusse nella pelle e nelle zampe degli animali uno specillo che annusò con cura. Fabrizius
osservava con estrema attenzione ogni gesto del cerusico. Alla fine questi si inginocchiò, per
osservare da vicino il muso di una bestia e ne sollevò le palpebre.
«Avvelenate, e con una dose abbondante anche», diagnosticò con sicurezza.
«E‟ chiaro che si tratta di un‟opera di stregoneria» disse il capo degli Hastal. «La pelle degli animali
è ancora intatta e...» In quel momento si avvicinò ai cadaveri un cane randagio. Li annusò e si
allontanò, mugolando. Sembrava spaventato a morte da ciò che aveva percepito col suo
straordinario olfatto.
«Non è anche questa una prova della natura diabolica del delitto?» insistette il rude Hastal. La gente
intorno cominciava a dargli ragione, sempre più numerosa e rumorosa. Il rappresentante della
scienza scuoteva la testa, incredulo e confuso. Non riusciva a trovare una spiegazione a quel caso
anomalo.

- L‟acqua maledetta.

Dopo qualche istante di silenzio, come ispirato dal Signore, Frate Fabrizius iniziò a parlare.
Lì, sulla piazza, gridò in faccia a tutti, con lo sguardo fisso su quell‟Hastal: «Un uomo è sottoposto
ai tormenti, tre donne sono appese alla fune e Dio sa se qualcuno non avrebbe interesse a estendere
questa istruttoria. Magari per giungere al sequestro dei beni degli imputati o di altri abbienti. Non
tutto ciò che è malattia e morte viene dagli inferi o dipende dalla volontà divina, dal suo permesso,
come afferma il libro degli inquisitori. Esistono anche congiunture naturali».
«Questo è parlare giusto» confermò con entusiasmo lo scienziato, non certo seguace di facili
superstizioni.
Molti dei presenti lo guardavano come fosse un invasato.
«Dov‟è la seconda fonte su questi alpeggi?»
«Non c‟è altra fonte salvo questa» rispose calmo Hastal, e tutti annuirono.
«Non è vero» ribatté Fabrizius. «Dottore, lei e il suo assistente e quanti vogliono appurare la verità
mi seguano. Ulrigh conosce il segreto dell‟acqua che uccide. Ci condurrà a quella fonte, con le
buone o con le cattive.»
Insieme ad altre persone, fra cui il cerusico e il suo assistente, il frate francescano fece irruzione
nella prigione di Ulrigh.
Institor divenne livido. Nell‟udire le parole del frate, che lo mise al corrente delle sue convinzioni,
scosse la testa.
«La spiegazione è solo demoniaca. Ma se intendete insistere sui fattori naturali fate pure. Le tre
sorelle, in ogni caso, rimarranno qui, in residenza cautelare, a garanzia delle indagini. Fate
attenzione, fratello. Vi ritengo responsabile, in nome dell‟autorità e del mandato conferitimi
dell‟Ordine di cui sono un indegno rappresentante, nonché della testimonianza dei presenti, di ogni
e qualsiasi illegalità e turbativa che possa essere causata dalla vostra iniziativa.»
Fabrizius e gli altri uscirono prima ancora che l‟inquisitore finisse di parlare.
«Portateci, dunque, dove sapete voi» disse Fabrizius a Ulrigh, che aveva sempre le mani incatenate.
«I topi, portate dei topi» ripeté con voce spezzata l‟uomo che era molto provato dalle torture e dai
maltrattamenti subiti.
«Ho delle cavie sul carro» confermò il medico.
«Siamo arrivati» disse a un certo punto Ulrigh, che fino a quel momento si era murato in un
doloroso mutismo. «Laggiù, quelle rocce sulla scoscesa.»
Nascosta tra le foglie e le pietre, videro una sorgente. L‟acqua non era copiosa, si raccoglieva in uno
sbalzo di roccia a forma di coppa. Anche per il bestiame era facile attingere a quel ruscelletto
stillante.
«Attenti» disse Ulrigh, che guardava con occhi spiritati la pozza, come se fosse un nemico mortale.
«Non la toccate.» Poi con gesti rigidi, quasi rituali, immerse le mani nell‟acqua e si portò alla bocca
le palme gocciolanti. Bevve lentamente, con gli occhi chiusi. Subito dopo si verificò un tremito in
tutto il suo corpo e tutti ebbero la sensazione che i capelli e i peli della barba gli si rizzassero, come
per un improvviso colpo di vento. Dopo questa scossa subitanea e impressionante, Ulrigh si sedette
sulla roccia, guardò il vuoto.
«Solo io posso bere quell‟acqua maledetta. Come vi ho dimostrato. Ora la parola alla scienza.
Prendete i vostri topi e immergeteli nella pozza. Vedrete cosa succederà.»
Il dottore, senza fiatare, prese dal cassone due gabbie che contenevano dei topi, alcuni più grossi,
altri più piccoli. Li immerse nell‟acqua. Annasparono disperatamente e dopo pochi minuti erano
immobili.
«Morti» diagnosticò il dottore, mentre sulle zampette e sul muso delle cavie si stendeva una
minacciosa patina scura.
Il cerusico osservò la rapida trasformazione “post mortem” dei ratti, li annusò e sostenne con
autorità: «Per la mia esperienza direi che si tratta di arsenico, sotto forma di sali arseniati o acido».
«Arsenico?» esclamarono stupiti i paesani.
«Già» sottolineò lo scienziato. «E‟ raro trovarne in questa concentrazione, altamente tossica, ma
non conosciamo l‟origine della vena d‟acqua. A una certa profondità, nella terra, si trovano sali di
arsenico stratificati. Per questo i pozzi artesiani devono essere controllati accuratamente. Vedete»
continuò, «assunta in piccole quantità quest‟acqua non dovrebbe essere mortale, ma se le bestie ne
hanno bevuto abbondantemente, sono rimaste avvelenate. Non esiste antidoto.»
«Vi sbagliate!» Era la voce sicura di Ulrigh che osava contraddirlo. «L‟acqua è l‟antidoto all‟acqua,
come avete ben visto.»
«In effetti il vostro aspetto è singolare, guardandovi meglio. Il colorito, la postura... E‟ come se
foste sopravvissuto a un forte male interno.»
«Sì, mi sono quasi avvelenato a questa fonte, ma sono sopravvissuto e allora ho tentato di penetrare
il segreto dell‟acqua maledetta, bevendone piccoli sorsi, fino a quando per me è diventata innocua.»
«Vi siete autoimmunizzato. Questo si chiama mitridatismo.»

Dopo la dimostrazione, fu accertato senza fallo che Ulrigh aveva bevuto l‟acqua arsenicata,
dopo la morte dei genitori, forse avvelenati tempo prima dalla stessa polla.
L‟uomo non aveva raccontato niente all‟inquisitore perché era un uomo strano, non per niente lo
chiamavano „sulfureo‟. Non si sentiva parte della comunità. E quando parlava, sembrava che
profetizzasse! Inoltre, si sentiva una specie di miracolato per il fatto di avere „esorcizzato‟ l‟acqua
di morte.
L‟inquisitore non poteva accusare di stregoneria quel poveruomo. I fatti erano chiari. Anche il
paese, ormai, stava dalla parte di Ulrigh e la famiglia degli accusatori ritirò la denuncia. L‟istruttoria
fu trasferita a un tribunale civile. L‟uomo venne condannato a pagare un‟ammenda per non avere
comunicato tempestivamente al balivo l‟esistenza di una fonte probabilmente inquinata. Venne
inoltre obbligato a sostenere le spese necessarie a murare la fonte maledetta.
Riguardo alle sorelle, Institor non ebbe interesse a continuare l‟istruttoria contro di loro. Avrebbe
dovuto iniziare una nuova procedura per la quale non aveva alcun elemento o indizio, al massimo
poteva ordinare una purificazione canonica, con i “compurgatores”, trattando le sorelle come
persone diffamate, secondo la procedura del “Malleus”.
Fabrizius non mancò in seguito di riflettere che, data l‟inquietante somiglianza delle tre sorelle,
quasi a confondersi in un solo essere, e dati i numerosi segni di stranezza da loro dimostrati, sarebbe
stato facile accusarle di stregoneria. Un‟ombra allora passò sul viso del frate, insieme a un vago
sorriso.

STREGONE O LUPO MANNARO.

“Un misterioso episodio di stregoneria maschile”.

«A livello sociale la ragion d‟essere della stregoneria sta nel fatto che può essere identificata
come la causa della disgrazia. La figura dello stregone, il sistema simbolico della stregoneria, è
rapportato all‟immaginario dello stregone, al desiderio - che gli si suppone proprio [...] - di
infrangere le interdizioni, di trasformarsi in animale, di decidere della vita e della morte, di credersi
un re. [...] Forse re, ma per un istante. [...] Si uccide lo stregone per non morire e perché egli non è
re [...] perché il re regni e gli stregoni possano ancora servire, quando giungeranno la disgrazia e la
morte, a dare loro un volto e l‟aspetto di una ragione.» (Marc Augé)

Una figura assimilata alla stregoneria, o che in parte ne surrogò i connotati diabolici, a
livello di immaginario popolare, fu quella dell‟uomo tramutato in bestia: lo stregone e la strega in
grado di trasformarsi in belva terrorizzante, assetata di sangue umano.

«Inoltre le streghe in virtù dei diavoli trasformano gli uomini in forme bestiali, appunto perché tali
trasformazioni vengono fatte principalmente. Tuttavia nella prima parte dell‟opera si è ricercato se
le streghe sappiano fare tali cose; ed è stato dimostrato abbastanza chiaramente. Nondimeno tale
questione potrebbe apparire ancora troppo oscura nelle sue argomentazioni e soluzioni,
specialmente se non vengono riferiti atti ed episodi a questo proposito [...].
E‟ che gli uomini sembrarono mutati in bestie per l‟arte dei prodigi e che quella trasformazione
venne fatta nel modo descritto in precedenza. Il secondo è che qui fardelli troppo pesanti per le
forze di coloro che li portavano, furono portati invisibilmente dai diavoli. Il terzo è che coloro che
sembravano agli occhi degli altri mutati in bestie lo sembravano anche ai loro stessi occhi, come
accadde a Nabucodonosor che, per i sette anni durante i quali fu trasformato, mangiava fieno come
un bue. [...] Come si può dimostrare a partire da quanto dice Alberto nel suo “De animalibus”,
quando si domanda se i diavoli possono fare veri animali e risponde affermativamente, ma solo se si
tratta di animali imperfetti. E‟ inoltre con questa differenza che il diavolo non opera
istantaneamente come Dio, ma attraverso un movimento in certo qual modo improvviso come lo si
vede a proposito degli stregoni nel libro dell‟Eco. [...]
Sopra tutto da ciò che ci viene riferito da Agostino nel “De civitate Dei” su certi fatti che dichiara
con diversi argomenti. Fra le altre trasformazioni dovute a prodigi egli riferisce quella della
famosissima maga Circe che aveva mutato in bestie i compagni di Ulisse. Allo stesso modo certe
locandiere avevano mutato i loro ospiti in bestie da soma. Ricorda ancora i compagni di Diomede
che, mutati in uccelli, avevano lungamente svolazzato intorno al suo tempio. Ricorda quel che
Prestanzio ci aveva raccontato di suo padre in modo verace: suo padre diceva di essere stato un
cavallo e di aver trasportato sul dorso le derrate con gli altri animali.» [“Malleus”]

«Dio punisce un popolo per i suoi peccati, secondo le parole del “Levitico”: „Se non
eseguirete i miei ordini manderò contro di voi le belve del campo che distruggeranno voi e il vostro
bestiame‟. O quelle del “Deuteronomio”: „Le fauci delle fiere manderò contro di loro con furore‟.
Quanto alla questione se essi siano veri lupi o diavoli che assumono tale forma, diremo che sono
veri lupi, ma ossessi o posseduti dai diavoli, e questo può verificarsi in due modi. Nel primo caso,
accade senza l‟opera degli stregoni, come successe ai quarantadue bambini che furono sbranati da
due orse, che uscirono da un bosco perché si erano beffati del profeta Eliseo dicendogli: „Vieni su,
testa pelata‟, o nel caso del leone che uccise il profeta che aveva disobbedito all‟ordine di Dio. O
come nella storia del vescovo di Vienna, che aveva istituito litanie minori prima dell‟Ascensione
del Signore perché alcuni lupi erano entrati nella città e avevano divorato gli uomini pubblicamente.
Ma questo può avvenire anche in un altro modo, per un‟illusione degli stregoni. Così Guglielmo
racconta di un uomo che credeva di essere stato tramutato in un lupo e in certi periodi si nascondeva
nelle caverne. Vi andò per un certo periodo di tempo e, mentre stava lì, gli sembrava di essere
diventato un lupo e di andare a divorare i bambini. In realtà era il diavolo che faceva questo, avendo
assunto la forma di un lupo, e lui a torto pensava sognando di divorarli. E fu a lungo demente,
finché un giorno lo si trovò mentre delirava nella foresta. Il diavolo si diletta a fare questo genere di
cose per diffondere l‟errore dei pagani, che pensavano che gli uomini e le vecchie si mutassero in
bestie. Si capisce quindi che queste cose avvengano, con un particolare permesso di Dio, per opera
dei diavoli e non per qualche difetto naturale, perché non c‟è arte o potenza che valga a colpirli o a
catturarli. Vincenzo di Beauvais così racconta nel suo “Specchio”: „In Gallia, prima
dell‟incarnazione di Cristo e prima della guerra punica, un lupo portò via dal fodero la spada di una
sentinella‟.» [“Malleus”]
Nei dintorni tutti lo indicavano sotto voce come „lo stregone di Chaturanges‟. Ma davanti a lui,
anche le persone benestanti facevano un leggero inchino e mormoravano: «Monsieur Pavane, mes
compliments».
Era un vecchio contadino che viveva in solitudine quasi totale nella sua grande masseria e che si
diceva possedesse un‟enorme fortuna. Non solo terra, armenti, cavalli, un carretto e una carrozza
padronale, ma anche cassapanche colme d‟oro e argenti sacri. Nessuno era mai stato a casa sua, ma
tutti sembravano conoscere i segreti innominabili della sua vita. E le ragioni inconfessate della sua
ricchezza.
Quando gli altri contadini della zona, afflitti dalla siccità e costretti a vivere su terreni
screpolati e duri come roccia, faticavano a fare spuntare qualche filo d‟erba o a portare a
maturazione i vitigni bruciati dal sole, Pavane percorreva ettari di terreno lussureggiante, in cui
cresceva di tutto, anche foglie d‟oro, dicevano gli invidiosi.
Senza dubbio c‟era qualcosa di abominevole in quell‟uomo. Come minimo aveva stretto un patto
col diavolo, che gli aveva fatto trovare fonti e pozzi di acqua potabile, a un palmo sotto terra. In
questo modo più i suoi concittadini si impoverivano e più egli si arricchiva.
Per rendere più misteriosa e agiata la sua esistenza, reclutava il personale di casa, soprattutto
governanti e giovani cameriere, in zone lontane dal paese.
Già due preti e un prevosto si erano avvicendati all‟altare della piccola chiesa, edificata in uno stile
romanico stratificato da diverse generazioni di devoti. Ma nessuno di questi servitori di Dio, l‟aveva
mai visto presenziare alle funzioni religiose, né aveva ricevuto da lui un solo obolo per i poveri o
per i restauri necessari alla Sacra Casa.
Le voci erano diventate un rumore assordante: «Ha partecipato ai riti pagani, in gioventù, quando
nelle campagne si propiziava la fertilità con raduni pagani, orge priapesche, e cavalcate sataniche in
onore di divinità femminili oscene, come Perchta, Holda e Diana».
«Era il capo di una setta crudele, che uccideva soprattutto giovani vittime, per offrirne i corpi
smembrati ai demoni della terra e dell‟aria.»
«Il suo fisico, nonostante l‟età avanzata, continua a sembrare prodigiosamente giovanile come se un
incantesimo lo avesse preservato dalle malattie e dagli inevitabili graffi del tempo.»
«I suoi occhi li avete notati? A volte sembrano lanciare scintille di cattiveria infernale.»
«Un cacciatore ha seguito sulle sue terre strane tracce di zoccoli biforcuti. E c‟è chi è pronto a
giurare che resti di vestiti femminili, insanguinati, sono stati recuperati su una pira abbruciacchiata a
forma di piramide. Reliquie blasfeme!»
«Bisogna correre ai ripari. Chiamare i bargelli. Andare in città. Mettersi in contatto col balivo. O col
vescovo: meglio un porporato.»
«Agire. O la maledizione si abbatterà sulle nostre anime immortali, dopo avere distrutto come un
fulmine le nostre case e i nostri campi già provati dalla sfortuna, o dal malocchio.»

Il prevosto, uomo di pace e di sagge parole, aveva promesso che si sarebbe recato di persona
dal vescovo. «Ma prima, fedeli parrocchiani, dobbiamo, come ogni anno, onorare il Supremo,
innalzando l‟albero della Chiesa.»
Questo rito che veniva preceduto da una processione, cui partecipava l‟intero paese, e a cui
assistevano forestieri e pellegrini, era nato oltre un secolo prima. Che ci fosse in esso qualche
residuo pagano era evidente; ma anche gli alti prelati, di fronte «a tanta manifestazione di fede da
parte del popolo», vedevano in questa tradizione essenzialmente il potere propiziatorio della
preghiera, «la più pura e spirituale, capace di volare direttamente fino a Dio».
Le origini della processione, sospesa fra magia e fanatismo, erano ormai coperte dalla patina del
tempo che tutto perdona e trasforma.

Il tetto della Chiesa, durante una notte di tempesta, aveva preso fuoco. Era costruito con
travi e tavole di legno stagionato, camolato dalle piogge ed essiccato dal sole.
Forse fu un fulmine vagabondo, forse un demone insonne.
Qualcuno pensò a un miracolo. Ma una chiesa che brucia «non è mai un miracolo»; al contrario,
spiegò il parroco dell‟epoca, «anche se può apparire tale, è un segno sicuro della malvagità e della
malizia di Lucifero».
Si era alla fine del 1400 e il buon sacerdote, dotato di una certa cultura, aveva letto diversi libri sul
diavolo, estratti del famoso “Directorium” e dal “Malleus Maleficarum”.
Una volta spente le fiamme con l‟aiuto - questo sì miracoloso - di un improvviso acquazzone, si
vide che la chiesa non aveva subito gravi danni, a parte lo squarcio aperto al di sopra della navata.
Boscaioli e carpentieri si misero all‟opera con zelo. In poche settimane il tetto era stato ricostruito,
con una robusta copertura di tegole cotte, che attrassero subito alati messaggeri del cielo: tortore e
colombe.
Aveva vinto il Bene! Il collegio del villaggio riunito in assemblea plenaria, pose all‟ordine
del giorno la mozione di operai e muratori che chiedevano di innalzare „il fiocco‟ sul tetto della
Chiesa, come usava quando una casa era terminata.
Un giovane pastore, noto per la dirittura morale e la qualità dei suoi formaggi di capra chiese la
parola.
«Come il fulmine o altra forza negativa ha tentato di distruggere la casa di Dio e con essa il
ricetto delle nostre preghiere, io propongo umilmente alla comunità che il detto fiocco sia issato
ogni anno su un tronco di altezza pari alla chiesa stessa, portato in processione, e benedetto, come
protezione e alleato fra la natura amica, la fede del nostro popolo e la magnanimità divina. Esso
tronco dovrà essere piantato nella terra, come un vero albero, e appoggiare simbolicamente la nostra
chiesa per tutto il tempo che è stato necessario alla sua riattazione.»
La proposta del giovane fu accolta con entusiasmo. A nessuno venne in mente che il rito dell‟albero
sacro era in vigore da tempo, in diverse regioni iperboree. Né si dubitò che lasciare immerso il
tronco nella corrente, per la durata di un anno, trasportarlo a spalle come un pilastro e issarlo a forza
di braccia, con il fiocco arboreo svettante, avesse a che fare con pratiche della fecondità non
propriamente cristiane. O addirittura con celebrazioni falloforiche.
Da allora, con la benedizione ecclesiastica, l‟albero della fede fu tagliato, irrigato e indurito dal
fiume, trasportato, issato e venerato ogni anno accanto al simbolo della presenza divina.
Al tramonto, anche in quell‟anno che si approssimava alla metà del 1500, i giovani più validi del
villaggio stavano trasportando la stele lignea, alta più di 20 metri e talmente grossa che un bambino
non riusciva ad abbracciarla. Era l‟albero maestro di una nave inesistente, che non avrebbe mai
conosciuto il mare.
Un attimo prima della sua erezione, incoronata dalle ramaglie verdi, qualcuno, guardando il cielo
che virava al blu di Prussia, gridò: «E‟ lui, lo stregone, lassù, vola sui tetti...»
Molti videro o furono convinti di scorgere una figura coi capelli al vento, un sorriso satanico aperto
su denti belluini in un volto senza età. Monsieur Pavane a cavalcioni di un capro.
Molti ne udirono la risata agghiacciante e una donnetta gridò: «Il capro, Iddio mi perdoni, ha
urinato più volte, sulle sacre tegole, e sull‟albero sacro, prima di lanciarsi verso l‟orizzonte.»
Il rito fu egualmente compiuto, ma la tensione nel villaggio crebbe ogni giorno di più.
Qualche giorno dopo un pastore arrivò trafelato nella piccola e strapiena bettola del villaggio, dove i
lavoratori bevevano quattro soldi di vino leggero, magari provenienti dalla seconda o terza pigiatura
delle uve di Pavane, lo stregone.
«Ora non è più possibile attendere» urlò il brav‟uomo, conosciuto da tutti per il fatto di lavorare
sodo, bere poco e parlare ancora meno.
Gli avventori si accostarono, incuriositi, fino a circondarlo.
«Che cosa è accaduto di tanto drammatico, Mathieu?» lo interrogò un produttore di formaggio che
gli comprava in blocco il latte delle sue capre.
«Non so. Lupi, direi. O un solo lupo, ma di dimensioni enormi. Feroce, e vizioso...»
«Vizioso?»
«Sì, mi ha sgozzato due agnelli, per berne il sangue, e ha morsicato in più parti il mio capro, per il
gusto di fargli del male. E‟ quello stregone, vi dico, la causa di tutto. O qualche succuba insieme a
lui.»
«In effetti» intervenne un bevitore, «i lupi da queste parti si sono visti di rado; sulla montagna,
forse, ma in questa stagione non scendono a valle, vicino a un paese poi...»
«E i tuoi cani?» domandò intrigato un altro.
«Niente, non hanno neppure abbaiato, eppure quelli non temono il diavolo.»
«Il diavolo?» Un uomo vestito di nero, che nessuno conosceva nel villaggio, si avvicinò.
Indossava stivali da cavaliere e ostentava al panciotto un orologio inanellato da una catena
d‟argento.
«Forse proprio lui, il diavolo, hanno sentito i vostri cani.»
«Vi dico, è lo stregone maledetto» ribadì agitato Mathieu, bevendo in due sorsi una misura intera di
vino.
«Offro io» disse all‟oste il commerciante. «Mescete ancora: non tutti i giorni capita di avere a che
fare col diavolo.»

Quella notte il paese si preparò ad assistere a una tregenda. Molti si recarono in chiesa, per
raccogliersi insieme al prete in una veglia di preghiera.
Altri batterono il limitare delle campagne buie, impugnando forconi, badili e rudimentali alabarde.
Si sentì l‟ululato di un lupo o forse di più lupi.
Ma nessuno, appena sorta l‟alba, riuscì a trovarne le tracce. Neppure un resto di sterco. Anche i cani
sguinzagliati sul terreno, fino alle mura che circondavano la proprietà dell‟ormai innominabile
Pavane, tornarono sfiancati e muti.
Fu lo straniero, vestito di nero con l‟orologio d‟argento, a fare una proposta agli uomini del
villaggio che presidiavano la croce, trascorrendo più ore nella bettola che nelle masserie o nei
campi. Con grande soddisfazione dell‟oste. La voce che nel villaggio ci fossero dei lupi maledetti, o
addirittura dei demoni con fattezze lupine, si era propagata velocemente nella regione. Sfaccendati,
avventurieri e soldati di ventura senza ingaggio marciavano sul villaggio stregato, pronti a mettersi
al servizio, che speravano ben ricompensato, dei bravi paesani e della loro chiesa.
Era sorto, immediatamente, un nuovo mercato all‟aperto, e il furbo taverniere aveva requisito a
parenti e amici tutte le stanze reperibili per poter mettere i forestieri a pensione. Non si era vista una
tale sarabanda negli ultimi venti anni e molti paesani provavano la vertigine, circondati da giostre di
cavalli, mulinelli di soldati con l‟armatura, cacciatori di lupi armati di frusta e accompagnati da
molossi feroci. Lo straniero teneva testa a tutti, bevendo le sue birre, una dopo l‟altra. Sembrava che
le sue tasche, come la sua sete, non avessero fondo. «Oltre il limitare» il termine gli piaceva e lo
usava appena possibile «non c‟è altro che notte e geenna, turpitudine, crimini inimmaginabili.
Bisogna riuscire a seguire quella belva, uomo o demone che sia. Coglierla nel delitto.
Immobilizzarla e ucciderla. Subito. Solo così tornerà la pace nel nostro territorio.»
Molti annuirono. «Per il momento basta un testimone. Andrò io solo, concluse il cacciatore di
streghe. E se lo prendo mentre si trasforma in belva, o compie uno dei suoi efferati delitti, ve lo
riporterò qui in catene, sicuro come mi chiamo Andrà», affermò l‟uomo senza paura. Rimase via
per due giorni e due notti.

- Una trasformazione misteriosa.

Il cavallo saettò a briglia sciolta oltre il cancello della fattoria, montato a pelo da un aitante
cavaliere.
Poteva essere il suo uomo: lo avevano prevenuto che Pavane, pur essendo anziano, aveva il potere
diabolico della metamorfosi. L‟apparente giovanotto, dopo avere fatto qualche giro intorno
all‟edificio entrò nel bosco.
Qui, smontato agilmente, si spogliò del tutto, poi si avvicinò guardingo a una grossa pianta secolare.
Dopo aver bussato sul tronco, fece ruotare un pezzo di corteccia, spessa e mimetizzata come una
porta segreta. Uscito dal nascondiglio vegetale era irriconoscibile. Una immensa pelle di lupo,
fissata al collo da un fermaglio, lo copriva interamente, mentre la chiostra paurosa della belva gli
nascondeva il volto.
In quel momento una fanciulla dalla bellezza solare, cavalcando discinta come un‟amazzone,
impennò il suo stallone e con un balzo scivolò accanto all‟uomo lupo. Si abbracciarono e si unirono
sotto l‟albero cavo, mentre in lontananza si udiva un coro di latrati e ululati.
Dopo molti amplessi, la fanciulla fischiò. Il suo cavallo si avvicinò docile, nero nel nero della sera.
L‟uomo tornò all‟albero cavo, e fu allora che il cacciatore gli piombò addosso, brandendo una daga
affilatissima.

Nel centro del paese subito la folla li sommerse.


«Ecco la prova» disse l‟uomo nero, agitando la pelle di lupo, immensa, che prima ricopriva
la sua preda.
L‟uomo, i cui occhi fiammeggiavano di rabbia, disse: «E‟ roba mia, ridatemela.» Rivestito alla
meglio con brache grossolane e una corta tunica di lana, l‟uomo lupo fu condotto nella casa di un
pio cristiano, che faceva il panettiere.
Il prete, visibilmente emozionato, giunse poco dopo facendosi largo tra la folla, i parrocchiani e i
curiosi.
«Eccolo, è lui» gridavano i presenti, stipati nella stanza e nel forno del panettiere. «Aveva la pelle
addosso. Fate parlare il cacciatore di streghe che l‟ha catturato.»
«Questa è la sua pelle quando si trasforma in lupo» disse l‟uomo vestito di nero. L‟ho visto
fornicare con una donna che si era trasformata in lupa, mentre decine di ululati demoniaci
sembravano festeggiare le sue nozze depravate.»
«Ma... ma» il prete aveva il doppio mento che gli tremava per l‟emozione «Era davvero diventato
un lupo, voglio dire, con le zanne e tutto il resto?»
«Assolutamente» rispose l‟uomo in nero. «Ora sta a voi interrogarlo e deciderne la sorte, o
consegnarlo alla giustizia civile.»
«Dunque voi siete Monsieur Pavane» lo squadrò con incredulità il prete, valutando rapidamente che
i capelli gli occhi e la pelle di quell‟uomo erano più congeniali a un trentenne che a un settantenne.
«Così dicono» rispose il presunto licantropo.
«E dite, questa pelle è vostra?»
«E‟ la mia, diamine. E adesso la rivoglio indietro.»
«Questa poi.» Scese un silenzio di piombo su quella bestemmia.
«Fuoco, fuoco» gridò qualcuno. «Purificazione.»
«Giusto.» Il fornaio accese rapidamente il camino dove metteva a cuocere i pani, un vano grande
all‟incirca come un doppio loculo.
«Sì, bisogna incenerire il male.»
«Miei cari fedeli, non possiamo fare nulla, così sui due piedi. Occorre istruire un processo e
avvertire l‟autorità» ribatté il prevosto.
«Ma è un diavolo» disse una vecchia devota. «Se facciamo passare ancora del tempo lui svanirà nel
nulla; non è neppure legato con catene benedette.»
«Ha ragione, non è un essere come noi» affermarono in coro decine di voci. «Bisogna che
decidiamo la sentenza, prima che il suo padrone cornuto o qualche altra potenza sulfurea venga a
liberarlo.»
«Ma non abbiamo l‟autorità e io stesso non sono giudice...»
«Bruciamo la sua pelle, intanto» disse il cacciatore di streghe. L‟uomo chiamato Pavane tentò di
afferrarla mentre volava sopra la sua testa. Ma la pelliccia in un attimo fu tra le mani del panettiere
che disse, come se stesse per compiere un rito sacro: «Il mio forno purificherà ogni cosa.» E gettò la
pelle maledetta nel forno.
L‟uomo lupo ebbe uno spasimo, il suo viso si contrasse come se fosse stato colpito da una frustata.
A quella vista molti esclamarono: «Stregoneria, stregoneria certa.»
Il prete, che si chiamava Don Mulin, pregando, trasse dalla tasca profonda del suo abito talare, un
libro a stampa, con la copertina nera.
«In effetti» disse, «secondo questo testo ortodosso e ispirato, non solo streghe ma stregoni possono
assumere forme bestiali. Però chi può sapere se il succubo del diavolo sia lui, o la lupa.»
L‟uomo in nero alzò le spalle: «E perché non tutti e due? Adesso teniamo lui, lei la prenderemo
dopo: è solo questione di tempo.»
Un mormorio di approvazione corse tra la folla. «Può darsi», continuò il prete, procedendo nel suo
intento cristiano di calmare gli animi e di giudicare con tutti i crismi della legalità e dell‟ortodossia.
«Ma ci vogliono i testimoni, le prove, le accuse, la confessione. Il libro parla chiaro sul modo di
emettere sentenza. Anche se la materia è complessa. Dunque: „Come quarta pena, se qualcuno
sorpreso nel delitto di eresia, non voglia rivolgersi immediatamente alla fede e abiurare, bisogna
bruciarlo subito‟.»
«Visto?» esclamò con grande soddisfazione il panettiere. «Bruciare!»
«Un momento. Qui è anche scritto: „Tuttavia si agisce in maniera più mite con loro dopo l‟abiura,
come si dirà nella terza parte di quest‟opera‟.»
«Chiacchiere teologiche, bisogna venire al punto», replicò il cacciatore di streghe.»
Il prete si grattava perplesso la testa calva: «Ma, signori, devo sottolineare per scrupolo» continuò il
religioso, «che nel libro degli inquisitori si parla soprattutto della strega donna.»
«Dettagli» sentenziò il cacciatore in nero.
«E‟ tutto in regola, padre» aggiunse il panettiere che si sentiva investito, in quel momento, di un
potere sovrannaturale, infallibile. «Noi siamo testimoni e giudici. Lui si è accusato da solo col
proprio comportamento. Senza contare ciò che ha visto e riferito il signore rispetto alla strega, al
loro contatto lussurioso e alle trasmutazioni fisiche...»
«Andrà Adams, questo è il mio nome» disse compito l‟intrepido cacciatore di streghe.
«Dicevo, messer Adams, ora che è stata bruciata la pelle bestiale di questo demonio, non resta che
emettere la sentenza. E comminare la pena.»
«No» gridò il prete, «non potete!»
«La mia pelle, ridatemi la pelle» ripeteva come un ossesso l‟uomo chiamato Pavane, che forse era
un licantropo o forse uno stregone.
Ma nessuno poté appurarlo realmente perché decine di braccia lo afferrarono, lo sollevarono come
un fuscello e lo gettarono nel forno, insieme alla sua pelle diabolica. Una fiammata, un odore
pungente di grasso bruciato. E un po‟ di fumo.
«Il mio è il miglior forno della regione» disse il panettiere ai presenti, che annuirono, soddisfatti.

- Tra abbacinamento e tenebra infernale.

„Sarà forse un eccesso di scrupolo‟, pensava Don Mulin, „ma per avere la coscienza netta, io
e la mia comunità di fedeli dobbiamo andare a fondo di questa vicenda. Stendere un rapporto da
inviare all‟autorità vescovile. O non fare nulla, dato che la giustizia umana ha già compiuto il suo
corso.‟ Si segnò. „Ma almeno di fronte a quella divina bisogna rendere conto delle proprie azioni‟.
Venne organizzata una spedizione, formata dal parroco, da alcuni robusti paesani e dall‟uomo in
nero.
Appena oltre la cinta, il cui cancello venne forzato dal fabbro, la dimora del „fu Pavane‟ apparve in
una luce diversa. Non più fattoria ma maniero, con una doppia scalinata che conduceva all‟ingresso
piastrellato di marmo.
«Però, sembra un castello», commentarono i paesani, un po‟ intimiditi. Il prete si pose alla
testa del gruppo brandendo un aspersorio, con cui faceva cadere a destra e a manca una pioggia
sottile di acqua benedetta. Gli altri, si tenevano allineati al suo passo grassoccio.
Giunti alla porta non dovettero neppure forzarla: era aperta.
Dentro, rimasero abbacinati dai saloni ornati da stucchi dorati e da scalinate di marmo. Tendaggi di
velluto pesante coprivano finestre a crociera, i cui vetri di fattura perfetta splendevano come
brillanti.
Rimasero tutti a bocca aperta, specie perché, come fu notato dall‟uomo in nero, si trattava di
una dimora fastosa ma non c‟era un solo mobile, quasi fosse disabitata da sempre. «Per altro verso»
notò il barbiere, «non si vede in giro un pelo e neppure un briciolo di polvere...»
Che fosse questa una delle molte dimore di Satana? Il prete sperava di no. Non avrebbe saputo
come comportarsi se lo avessero incontrato. Si limitò a esorcizzare la casa con l‟acqua benedetta
mentre pregava, agitando le labbra e il doppio mento e rivoli di sudore freddo gli scendevano dalle
ascelle.
Ciascuno pensava a come avrebbero dovuto comportarsi. Poi, tra l‟assordamento mentale e
gli sguardi paurosi, udirono, ravvicinato, un ringhio seguito da un ululato rabbioso e tremendo.
Anche i più coraggiosi sentirono rizzarsi i capelli in testa. L‟uomo in nero mise mano alla daga. Gli
altri, per rassicurarsi, impugnarono i diversi utensili del mestiere che avevano con sé. Il prete si
aggrappò alla croce che gli pendeva sul petto, e mormorò il primo scongiuro che gli venne in mente.
Una preghiera che veniva scandita in processione per proteggere la comunità dalla folgore e i
raccolti dalle tempeste:

«Sainte Barbe, Sainte Fleur / La croix de mon Seigneur, / Quand le tonnerre tombera, / La sainte
Vierge nous gardera».

Quindi, come un solo uomo, quasi si fossero accordati telepaticamente, i coraggiosi


esploratori si slanciarono verso la porta, nell‟aria luminosa del mattino. Temevano, forse, di essere
avvampati, da un istante all‟altro, da qualche fiammata infernale.
Nel cortile uno spettacolo agghiacciante li bloccò.
Una lupa enorme leccava con affetto amorevole un lupetto fulvo, dagli occhi appuntiti e
fiammeggianti. Guardando gli estranei le due belve digrignarono i denti ed emisero ringhi
eloquenti. Poi, mentre il sole balzava in mezzo al cielo, sopraggiunse una carrozza padronale nera,
trainata da due cavalli bai.
A cassetta un uomo vestito di bianco, il cui volto era quello del cosiddetto Pavane. L‟uomo li fissò
con uno sguardo magnetico. I paesani si sentirono attraversati a uno a uno da una lama
incandescente.
L‟entità inverosimile si tolse il cappello, ridendo, e gridò al suo tiro e ai suoi lupi - ma erano
davvero lupi? - «Ahiò, ahiò.»
In un lampo il mirabolante equipaggio scomparve in una bolla di luce (8).

CAUSARE FENOMENI SOVRANNATURALI.

Ogni fenomeno inspiegabile, o apparentemente sovrannaturale, poteva diventare oggetto di


inchiesta inquisitoria. Trasformarsi in processo, tortura e „questione razionalmente demonologica‟.
Mandelbrot, scopritore della „geometria dei frattali‟, può ispirare con la sua teoria
„dell‟autosimilarità di oggetti che mantengono le stesse caratteristiche pur su scale diverse‟ una
visione „frattale‟ della storia e della „psicologia di massa‟. Pur nelle mutate dimensione
geometriche, un sasso è „simile‟ a una montagna. (B. B. Mandelbrot, “Gli oggetti frattali”, Torino,
Einaudi 1987)
Così una „piccola strega‟ può essere simile al „Male assoluto‟.

“Una grandine innaturale e magnificente”.

«Sul modo in cui [le streghe] suscitano grandinate e tempeste e sono solite produrre fulmini
sugli uomini e gli animali.»
«E‟ noto che fanciulle impuberi, di otto o dieci anni, hanno suscitato tempeste e grandinate, e ciò
non sarebbe possibile se le bambine non fossero state consacrate al diavolo dalla madre strega con
l‟offerta sacrilega di un tale patto. Infatti, di per sé, le fanciulle non potrebbero fare cose tali, che
comportano il rifiuto della fede, come streghe adulte, dal momento che non hanno forse conoscenza
di alcun articolo di fede. Di queste imprese dovremo fare qualche esempio. In una regione della
Svevia, un contadino decise di andare a sorvegliare i campi seminati con la piccola figlia di appena
otto anni, riflettendo fra sé sulla necessità della pioggia, a causa della siccità della terra, e poiché ne
desiderava la caduta, disse: „Ahimè, quando verrà la pioggia‟. La fanciulla, ascoltate le parole del
padre, disse, con la semplicità del suo animo: „Padre, se tu vuoi la pioggia, farò in modo che essa
venga al più presto‟. E il padre: „Da dove hai appreso a procurare la pioggia?‟. La bambina rispose:
„So suscitare non solo la pioggia ma anche le grandinate e le tempeste‟. Il padre allora le chiese:
„Chi ti ha insegnato?‟. „Mia madre‟, rispose, „ma in verità mi ha proibito di dirlo a qualcuno‟.
Allora il padre nuovamente: „E come t‟insegnò?‟. Rispose: „Mi ha mandato da un maestro che ogni
ora posso avere a disposizione per ogni richiesta‟. E il padre: „L‟hai mai visto?‟. „Ho visto alle volte
uomini che entravano e uscivano da mia madre e, quando le chiesi chi erano, mi rispose che erano i
nostri maestri, grandi e preziosi sostenitori, ai quali aveva offerto e affidato anche me‟.
Il padre, atterrito, le chiese se poteva sul momento provocare la pioggia e la fanciulla: „Lo farò se
ho un po‟ d‟acqua‟. Allora il padre condusse per mano la bambina al torrente: „Sì‟, disse, „ma solo
sopra la nostra terra‟. La bambina allora mise la mano nell‟acqua e l‟agitò pronunciando il nome del
suo maestro, secondo gli insegnamenti della madre. Ed ecco allora che la pioggia bagnò quel
campo. Dopo aver visto ciò, il padre le disse di far grandinare, ma solo su uno dei loro campi.»
[“Malleus”]

La chiamavano Lapine, senza cattiveria. Il suo labbro leporino, anzi, piaceva molto ai
bambini, perché quando sorrideva era identica a un coniglietto biondo. Sempre gentile e allegra, la
giovane faceva la lavandaia, la cucitrice e coltivava nel suo orto molti vegetali e fiori dall‟aspetto
inconsueto. Crescevano pomodori piccoli come ciliegie e cavolfiori bianchi, grandi come cespugli.
La fanciulla leporina dedicava particolari attenzioni a un praticello di camomilla, che chiamava
affettuosamente “Anthemis”, „fiorellino‟, secondo il vezzeggiativo greco. Ogni tanto collocava
accanto all‟erba altre piante e anche dei cavoli, perché, sosteneva di fronte al suo piccolo uditorio:
«La camomilla ha molte proprietà terapeutiche. Ma sa consigliare, anche, il matrimonio giusto. Il
cavolo è molto timido, e non sa mai chi sposare. Così la „matricharia‟» rideva maliziosa come un
leprotto, «gli fa da madrina. E tutti sono felici».
A volte distribuiva ai bambini delle fiale, contenenti l‟olio estratto dalla generosa camomilla.
«Portatelo a casa, se qualche anziano ha dolori alla testa e alle giunzioni. O soffre di coliche. E
qualche giovane mamma prova i crampi. Andate, ora» li salutava gentile, «ho molto da fare.»
Tra i suoi amati vegetali i più stupefacenti erano alcuni fiori che chiudevano, scontrosi, i petali,
appena li toccavi. E una pianta dal lungo collo oscillante, che spalancava la corolla fiammeggiante
di stami come una bocca insaziabile. I bambini passavano ore a osservare la rapidità con cui la
pianta carnivora imprigionava e inghiottiva, zac-zac, moscerini, mosche e vespe che avevano la
sventura di passare accanto al suo cono vorace.
Lapine amava gli esperimenti, gli incroci dei frutti, gli innesti dei fiori, l‟ibridazione delle
piante, i numeri infiniti, le corde che saltano, e gli astri ammiccanti. Aveva sempre una storia
fantastica in serbo per chi intendeva ascoltarla.
Pur essendo considerata una ragazza affidabile, e lavoratrice, la popolazione del piccolo villaggio la
vedeva come un essere „bizzarro‟. Quando successe il „fatto inspiegabile‟, molti si fecero il segno
della croce, per esorcismo. Ma la maggior parte si limitò a dichiarare: «Un altro scherzo di quella
matta!».
Tuttavia, un contadino zelante andò dal prete e insinuò che la ragazza poteva fare „miracoli‟.
«Pensate, le sue galline bianche e anche quelle nere - mai viste delle bestie così perfette dalle nostre
parti - hanno cominciato a depositare delle uova incrostate.»
«Incrostate, di cosa?»
«Beh, vi sembrerà impossibile, ma non parlo di quello che si immagina. Incrostate d‟argento, dico.
Al sole brillano come gioielli. Le ho viste coi miei occhi, mentre Lapine le contava in un cesto
foderato di velluto. Velluto, pensate!»
«La luce a volte fa strani scherzi, ma se esistono queste uova preziose, bisognerà controllare la
faccenda da vicino.»
«Non è tutto, signor prevosto» sembra abbia confidato il delatore. «La giovane, che è molto
giudiziosa e risparmiatrice, ha anche un asino. Che usa per la raccolta della legna e ogni tanto affitta
a pagamento per piccoli trasporti.»
«E allora, non mi direte che anche lui è „sbalorditivo‟!»
«Non ho visto coi miei occhi, ma si mormora che dentro le sue budella ci sia dell‟oro. Sapeste come
gli parla la ragazza! E come lo tratta: ancora un po‟ lo riveste di damasco! E‟ normale? Voi che
siete colto, non pensate che potrebbe essere una forma demoniaca?»
Il vecchio prete, poco ferrato in questioni teologiche, borbottò qualcosa, poi licenziò il
parrocchiano, pensando „Rogne e basta. Ma cosa va a pensare la gente! Uova d‟argento e budella
d‟oro... Magari portassero qualche elemosina in più alla Chiesa! „
Non erano trascorsi cinque giorni che un nuovo straordinario fenomeno si verificò nel piccolo
villaggio, sperduto tra campi poveri e radi alberi da frutto.
«Una grandinata, sissignore, accadde all‟improvviso, quasi senza nuvole e col cielo acceso dai
riflessi del sole.»
«Non è poi un fenomeno inspiegabile.»
«No, anche se affattura le poche vigne, le sementi, e rattrappisce i cristiani. Ma la cosa più
straordinaria fu che nel cortile della Lapine cadde, oltre al ghiaccio, una coltre di piccoli frammenti
d‟argento, che si mischiarono al terriccio. Tutti accorsero, i bambini in primo luogo. Raccoglievano
manciate di scaglie, si riempivano le tasche, le mettevano sulla lingua. Lapine rideva e si dava
grandi manate sulle cosce come fosse pazza, o ubriaca. Anche l‟asino, mi hanno detto, rideva.»
«Insomma: grandinate di argento, uova d‟argento, sterco d‟oro...»
Il prete si sentì in dovere di mettere al corrente un superiore degli accadimenti „inspiegabili e
mirifici‟ che gli avevano riferito. „La ragazza doveva essere convocata e interrogata, anche se
poteva trattarsi di semplice diffamazione, come asserisce il “Malleus”,‟ pensò il giudice del
vescovato, un domenicano che si occupava anche di esorcismi. Così fu fatto. La ragazza, a parte il
labbro leporino, che non era considerato diabolico in alcun testo, e le conferiva una graziosa aria
faunesca, parve al dottore sensata e intelligente.
«Vede, eccellenza» disse «io studio i fiori, le stagioni e la natura. Per questo posso apparire
„lunatica‟, ma sono così fin da bambina. Da allora bado a me stessa perché la mia famiglia è andata
in cielo. Quanto alle voci che circolano sul mio conto, „incantesimi e malocchio‟, ebbene posso
spiegarvi tutto. Trovai tempo orsono un giacimento di scaglie argentate vicino al torrente. Ne portai
due sacchi a casa e vidi che le mie galline di razza le becchettavano volentieri, perché quella
sostanza, passando per gli intestini, rende le uova più robuste e anche più belle. Ne ho tenute
diverse, dopo averle svuotate del contenuto con un chiodo. Se volete posso offrirvene uno...»
«Magari le vedremo» rispose con tono gentile l‟esorcista. «Ma parlatemi, ora, della grandine
argentata.»
«Della grandine non so. Quanto ai „lustrini‟ mescolati ai chicchi di ghiaccio si trattò di un semplice
gioco. Quando cominciò a grandinare mi prese il ghiribizzo e lanciai nell‟aria che vorticava
manciate di quella sostanza lucente. Fu uno spettacolo molto divertente. Il giorno dopo sono tornata
al fiume, ma non ho più trovato traccia del giacimento, come se l‟acqua avesse spazzato via tutto.»
«Ritenete che fosse argento?»
«Non lo so, eccellenza, ma non credo. Ho visto nella città di Avignone, in un grande mercato, del
minerale analogo e il venditore, che lo commerciava per due soldi, mi disse che il suo nome è
„mica‟. Si tratta di un cristallo a strati, usato dai vasai per impreziosire i boccali, o anche i muri.
Ebbene, io penso che la „grandinata‟ e le mie „uova d‟argento‟ siano stati un‟illusione, generata da
questo minerale raro ma non prezioso.»
«Uhmmm, forse avete ragione. In ogni caso» disse severo il domenicano, «per provare la vostra
buona fede, e fare tacere le chiacchiere della brava gente, dovrete fare pubblica abiura, nella chiesa
e in piazza, giurando di non avere mai suscitato grandini tempeste o altri sortilegi. E, soprattutto, di
non conoscere il segreto dell‟argento e dell‟oro filosofale.»
«Lo farò, buon padre» giurò Lapine.

Dopo la cerimonia di purificazione i paesani dimenticarono i fatti mirabolanti e sospetti che


avevano colorato il grigiore della loro esistenza. Vecchie madri e puerpere, tornarono ai benefici
della generosa camomilla, ringraziando la fortuna di avere tra loro una guaritrice come Lapine.
Fiori e frutti xerofiti, nascosti da un‟alta siepe, continuarono a prosperare nel suo favoloso orto
botanico. Mangiavano insetti, parlavano tra loro, consigliavano matrimoni ibridi e cantavano con
Lapine. Mentre l‟asino ogni tanto scoppiava a ridere, indisturbato.

MEDICINA, INQUISIZIONE E SCIENZA DEL DIAVOLO.

L‟inquisitore, come la strega, appartiene all‟età magica dell‟umanità! Ma l‟inquisitore è un


sapiente, e persegue la acculturazione di credenze e paure popolari, per assoggettarle alla „fede
disciplinare‟. Anche l‟aneddotica che usa è „dottrina didascalica‟.
Le malattie incurabili, di uomini, animali e vegetazione, in particolare la mortalità elevata dei
neonati e la scarsa natalità, furono attribuiti per secoli alle pratiche malefiche delle ostetriche e ai
sortilegi delle levatrici.
Da un lato la medicina, ancora invischiata in dogmi chiesastici e in riti semi-pagani, non era in
grado di affrontare con presidi scientifici i „fenomeni sovrannaturali‟.
Dall‟altro la scienza larvale, infeudata a preti e teologia, considerava spesso „miracoli invertiti‟,
dunque malefici, alcune conoscenze curative di donne «che non parlano latino, non hanno
frequentato l‟università, ma sanno guarire». Dunque sono streghe.

«E inoltre non c‟è nessuna malattia corporea, che non possa essere inflitta dalle streghe con
il permesso di Dio, persino se vogliono giungere alla lebbra o all‟epilessia. Può essere provato dal
fatto che i Dottori non fanno eccezione per nessun genere di malattia. [...]
Ma anche questo orrendo delitto non deve essere taciuto per l‟esecrazione di un così gran crimine.
Infatti, quando i neonati non muoiono li offrono in questo modo ai diavoli esecrandoli. Nato il
bambino, dunque, l‟ostetrica, quando la madre non sia di per sé una strega, come se stesse dandosi
da fare per rifocillare il neonato, lo porta fuori dalla camera, e sollevandolo in cucina, sopra il
fuoco, lo immola a Lucifero, cioè al principe dei diavoli e a tutti i diavoli. [...] Infine, nella diocesi
di Costanza, fra Brisach e Friburgo, una donna lebbrosa soleva narrare [...] come fosse cominciata
una cosa simile a causa di un litigio tra lei e un‟altra donna. [...] L‟altra donna, situata di fronte, le
soffiò improvvisamente sul viso. Perciò lei affermò che subito da allora era caduta nella lebbra, di
cui era afflitta.» [“Malleus”]

Nell‟antichità la medicina era esercitata a pari merito e titolo, dalle donne e dagli uomini.
Nella Roma del secondo secolo d.C. si può assistere alla liberazione femminista e scientista che
Giovenale esalta insieme ad altri autori. Solo più tardi Roma, divenuta attraverso lo sguardo
cristianista una „babilonia impura‟, vedrà nella donna liberata e senza regole, l‟inizio della
decadenza familiare e morale. Tuttavia, ancora i padri della Chiesa celebrarono il talento medico di
Teodosia, che fu perseguitata da Diocleziano perché cristiana, non in quanto guaritrice e chirurgo.
Leggenda e martirio si fondono nella persona di santa Irene, che la patristica considera guaritrice di
san Sebastiano. Con la sua arte medica, la donna espianta le frecce dal corpo martoriato del
coraggioso catecumeno, lo cura e lo guarisce. Così pure Fabiola viene innalzata sugli altari per
avere fondato nel 380 un celebre ospedale a Ostia, dove curava personalmente i poveri e i malati.
Altrove, in Oriente, Cleopatra, sarà considerata una guaritrice divina...

“La donna, creatura impura e sospetta”.

«Infine nella stessa diocesi, nel territorio della Foresta nera, una strega disse al boia, mentre
la issava sul mucchio di legna, preparato per il suo rogo: „Io ti darò la ricompensa‟ e così gli soffiò
sul viso e subito colpito da una orrenda lebbra su tutto il corpo, non sopravvisse che alcuni giorni.
[...] Abbiamo spesso constatato che l‟epilessia (o morbo caduco) aveva afflitto certe persone a causa
di uova sotterrate insieme a corpi di morti. [...] E da quelle [streghe] dissepolte con altre cerimonie
che non sono da raccontare, erano somministrate a qualcuno talora nelle bevande, talora nel cibo.»
[“Malleus”]

Pochi secoli dopo la medicina declinata al femminile - come testimoniano molte iscrizioni
riportate alla luce dal dottor Doucet nel 1885 - venne non solo perseguita dai magistrati e
inquisitori, ma bruciata sui roghi. La donna medico, la donna chirurgo viene trasformata, nel
Medioevo, in strega. La predicazione di Cristo che non discriminava tra uomini e donne, soprattutto
nell‟aiuto ai poveri, ai malati, ai moribondi, viene crocifissa in ogni donna ostetrica, guaritrice,
sapiente.
Perché questa metamorfosi?
Il concilio tenutosi a Macon, nel 581, si interroga, tramite la Chiesa cristiana, se la «donna è
un essere ragionevole; se ha un‟anima; se può essere considerata parte dell‟umanità».
La donna del Medioevo rappresenta, nell‟immaginario cavalleresco e letterario, la purezza di un
diamante che riflette lo spettro solare senza ombre. L‟amore cortese ne celebra la castità, la diafana
bellezza. Anche se la donna medievale dei castelli e delle città coltiva segreti d‟alcova che solo
l‟alchimia shakespeariana oserà indagare. La sua sensualità sbrigliata è forse causa della cintura di
castità che le viene imposta da un sistema famigliare e religioso che reprime la libertà, i sensi e le
estasi erotiche. Il matrimonio o il convento sembrano essere gli unici approdi della femminilità. Ma
il 90% delle donne che vivono in campagna non hanno neppure questo „privilegio‟. Non sono
innamorate platoniche, donne dello schermo, né virtuose e penitenti spose di re Artù.
Portano fardelli quotidiani, paure, embrioni di figli che la miseria uccide nell‟utero o non permette
di mettere al mondo. Le “sagas” o “sages-femmes” continuano, in questo mondo crepuscolare
obnubilato dall‟ignoranza, dalle epidemie e dal terrore ancestrale, a essere „mediche‟ di sé e degli
altri. In primo luogo le ostetriche, le „mammane‟, le erboriste e le guaritrici.
«L‟unico medico del popolo», scrisse Michelet, «fu per oltre mille anni la strega.»

“Lo stato dell‟arte”.

«A uno di noi è stata notificata un‟impresa di questo genere: uno dei cittadini più
ragguardevoli della città di Spira aveva una moglie testarda [...] che faceva di tutto per molestarlo
con parole oltraggiose. [...] Lui a queste gravi parole stese la mano, senza l‟intenzione di colpirla,
ma, come la sfiorò con la mano aperta sulla spalla, subito cadde per terra e perse i sensi, e per più
settimane giacque a letto, affetto da una malattia molto grave. Si può ben vedere come quella
malattia non sia capitata per un difetto naturale ma per una stregoneria della moglie.» [“Malleus”]

La medicina ufficiale possedeva pochi rimedi naturali, alcuni prodotti galenici, scarsi
protocolli, ricette ereditate dall‟epoca classica, dagli arabi dell‟undicesimo secolo, o da una
„panacea‟ esorcistico-religiosa. La ricerca si era ritirata tra le mura dei conventi.
L‟accesso a questi preziosi segreti era impedito alle donne. Gli stessi monaci cristiani
maneggiavano come testi al limite dell‟eresia i trattati, tradotti dagli arabi a Damasco e Bagdad, di
Ippocrate, Galeno, Aristotele. Gli Arabi avevano introdotto la pratica delle cliniche di cura, e della
diagnostica. Il mondo musulmano già all‟epoca, aveva conoscenze specifiche su come operare la
cataratta, analizzare la circolazione del sangue, distillare piante e altre sostanze per ottenere i
princìpi attivi di una estesa farmacologia. A Bagdad, nel dodicesimo secolo, si opera, si cauterizza,
si studiano i fenomeni dell‟ostetricia e della ginecologia.
Solo nel tredicesimo secolo il sapere terapeutico, tornerà nelle università europee tradotto in latino
(9).
In Occidente si continua a distinguere fra malattie ordinarie e patologie diaboliche.

«Ci sono taluni che, partendo da un‟esperienza pratica riconoscono la cosa nel modo
seguente: tengono del piombo fuso al di sopra del malato e lo versano in un catino pieno d‟acqua: se
all‟indurirsi del piombo si scorge un‟immagine, allora giudicano che si tratti di stregoneria. [...] I
medici possono indicare a seconda delle circostanze, cioè in base all‟età o alla complessione sana
ma poi improvvisamente mutata, che la malattia non capita per un difetto naturale, ma per qualcosa
di estraneo; e se questa causa esterna non è un‟infezione venefica, che riempia il sangue e lo
stomaco di umori maligni, allora, per esclusione, hanno elementi sufficienti per indicare che si tratta
di stregoneria. In secondo luogo si ha stregoneria quando il male risulta incurabile, al punto che il
malato non può essere alleviato da alcuna medicina ma, anzi, si constata che va peggiorando. In
terzo luogo quando talvolta capita così all‟improvviso che lo stesso giudizio dell‟inferno orienta
verso la stregoneria.» [“Malleus”]

La Chiesa sorveglia e punisce, sia le donne che praticano illegalmente la medicina, sia i
„barbieri-chirurghi‟ che versano il sangue e sono considerati volgari praticoni. Ma soprattutto a
monaci e religiosi sarà interdetta la pratica medica e chirurgica con una decisione conciliare del
1130. Molti conventuali, infatti, forti delle conoscenze apprese dai testi classici e arabi,
abbandonavano il chiostro e la preghiera per intraprendere la remunerativa professione di guaritori.
Bisognò attendere il 1220 e il 1253 perché la complessa disciplina medica venisse
regolamentata, a livello amministrativo e universitario, mediante la fondazione della facoltà di
Montpellier e di Parigi. Da questo momento un editto impedirà di esercitare l‟arte «a chi non è
laureato».
In Francia non solo le donne furono escluse dagli studi scientifici, ma anche gli uomini sposati,
considerati impuri perché «hanno rapporti carnali con le donne».
Sfugge a questa falce di pregiudizio e persecuzione, nella Francia del 1484, solo la figura della
vedova di un medico, autorizzata a esercitare per diritto ereditario. Questa bizzarra prerogativa sarà
abolita nel 1694.

“Il sapere e l‟invisibile città delle donne”.

Un‟eccezione importante all‟esclusione delle donne dal sapere medico fu rappresentata


dall‟università di Salamanca, fondata nel 1243, che raccoglieva studiosi e allievi provenienti da
ogni parte d‟Europa. Nella Spagna del “siglo de oro”, tra 1400 e 1600, oltre a Salamanca,
esistevano le università rinomate di Valladolid e Alcalà. Quest‟ultima contava oltre 2000 studenti.
Tanti immatricolati fecero scrivere a Cervantes: «O questi 2000 studenti dovranno trovare dei
pazienti da guarire, il che sarebbe una grande disgrazia per la nazione, oppure dovranno morire di
fame».
A Salamanca, non solo le donne avevano libero accesso ai corsi di medicina, ma anche il divieto
religioso di dissecare i cadaveri era stato aggirato da un regio decreto. La possibilità di sezionare e
notomizzare i corpi sviluppò in breve tempo una conoscenza unica della „macchina umana‟. La
conoscenza anatomica sconfisse il pregiudizio del simulacro intoccabile. Senza dubbio
contribuirono alla spregiudicatezza scientifica di Salamanca tre fattori: l‟influenza intellettuale
araba, le esperienze del teatro anatomico di Vasalio e i nuovi rimedi vegetali importati
dall‟America.
Tra le maggiori scoperte, codificate dalla medicina-chirurgia spagnola, si segnalò in campo
urologico l‟estrazione dei calcoli vescicali. L‟operazione lititomica comportava diversi interventi di
chirurgia e l‟uso di strumenti avanzati come il luncino, il catetere e il bisturi. Anche il trattamento
delle lussazioni o della difterite, tra Quattrocento e Cinquecento, vide la Spagna all‟avanguardia.
Un‟altra eccezione nel deludente panorama d‟epoca fu rappresentata dall‟Inghilterra dei Tudor
(1485-1603) che, per cause belliche e per l‟indiscussa superiorità navale, sviluppò una „medicina
militare‟ che fu obbligata a confrontarsi soprattutto col „corpo vile‟ di malati e feriti. Diversamente
dalla maggior parte dei medici confessionali, che apprendevano dai libri o da teorie eccentriche,
come i dotti di Laputa, nozioni astratte e astruse, i dottori inglesi si formarono empiricamente negli
ospedali da campo e sulle navi. Per questo motivo, si sviluppò nella grande isola una scuola
dinamica e precoce di chirurghi e anatomopatologi (10).
Nel resto d‟Europa, tuttavia, i diplomati sono scarsi e piuttosto ignoranti e la popolazione, a parte le
classi privilegiate, non può beneficiare del sapere di pochi medici e “miresses”. Il dottore veniva
infatti definito in tal modo per la sua capacità di „„mirare‟ la qualità delle urine attraverso una fiala
trasparente.
Non mancano trasgressioni, ma sono rari i casi di donne che si applicano, nonostante l‟interdizione,
all‟arte medica. Sarah du Saint-Gilles, a Marsiglia, pur fra l‟ostracismo generale, aprirà una scuola a
metà del 1300.
Uno dei capitoli più misteriosi della medicina occidentale è rappresentato dallo studio della
gravidanza, del parto, e dei fenomeni concernenti la riproduzione umana. Fino al sedicesimo secolo
non esiste un solo ostetrico o ginecologo ufficiale in Europa.

Tuttavia molte informazioni sul parto, e persino un trattato “Pratica secundum Trotum”,
circolano già nel Medioevo, dimostrando la conoscenza perfetta del perineo, della sua possibile
lacerazione nel travaglio e dei metodi per ricucirlo. Che le donne-ostetriche, “sages” o „streghe‟,
abbiano, specie in Italia, guidato la battaglia della scienza chirurgica contro il torpido passatismo
religioso? Qualche caso di donna-medico sfugge alla repressione, forse alla forca, come ricordano
le cronache del 1200-1300. A Padova, Adelmote, moglie del primo nobile della città, eccelle come
„medica‟. A Bologna, Alessandra Gilliani, si esibisce in spettacolari autopsie pubbliche. Il successo
plateale, anche in virtù della sua bellezza, ricorda lo storico Tozzetti, fu tale da indurre la Chiesa a
ignorare il crimine pubblico, rinunciando a perseguire la fascinosa „medica‟.

“La farmacopea del mondo occulto”.

«Nel tempo in cui avveniva l‟Inquisizione sulle streghe nella città di Innsbruck, ci fu riferito
tra gli altri questo caso. Una persona onesta, sposata con uno dei domestici dell‟arciduca, depose
davanti al notaio [...] che al tempo della sua giovinezza era stata a servizio presso uno dei cittadini.
Ora accadde che la moglie di quest‟uomo soffrisse di un forte dolore di testa e che una donna,
presentatasi per la sua guarigione, volesse mitigare il dolore con le sue preghiere e certi riti. „Io‟,
disse, „osservavo attentamente le sue pratiche e notai che, contrariamente alla natura, l‟acqua
versata in una bacinella, passava in un‟altra pentola e tutto ciò con cerimonie che qui non è il caso
di raccontare. Ma vedendo che con queste pratiche non era mitigato il dolore di testa nella signora,
piuttosto adirata dissi alla strega: Io non so di che cosa vi occupiate, ma certo non fate altro che cose
superstiziose e ciò per il vostro tornaconto‟. [...] Ciò che seguì lo provò. Il mattino del terzo giorno
[...] un forte dolore invase il mio corpo [...] quindi mi pareva come se mi fossero versati
continuamente sulla testa carboni ardenti. Infine, sulla pelle del corpo, dalla testa alle piante dei
piedi, non c‟era spazio, quanto una punta di spillo in cui non vi fosse una pustola piena di pus
bianco.»

Dopo effimere parentesi, la donna della medicina torna nell‟ombra. E i suoi saperi e
strumenti scientifici vengono demonizzati. Michelet non è fra gli unici ad affermare che „all‟epoca
dei sabba‟ le ostetriche provocavano aborti mediante bevande particolari e abluzioni di acqua
gelida. Le uniche contraccezioni conosciute e accettate erano offerte da donne ad altre donne. La
„strega‟ si interponeva fra la vita e la morte.
Il “Malleus” pontifica: «Nessuno arreca più danni alla Chiesa delle ostetriche». E‟ la levatrice di
campagna, la „medica‟ del villaggio, la guaritrice dei poveri, che conosce l‟uso, le dosi e gli effetti
dell‟atropina, che può essere droga allucinogena, medicina antispasmodica o rimedio oftalmico.
Manipola la digitale purpurea, che regola e altera le funzioni cardiache, ma può anche avvelenare o
produrre visioni. Distilla il laudano che addormenta e calma i dolori.
Tra i rimedi alternativi delle levatrici si annoverano: cataplasmi di patata grattata per guarire le
bruciature, mentre impacchi di ragnatele mescolate al grasso di un vecchio cappello sono miracolosi
per cicatrizzare piaghe e ferite. Contro le intossicazioni è ottima l‟acqua proveniente da neve fusa,
raccolta in inverno. Per sconfiggere l‟etilismo è sufficiente fare bere ripetute volte del caffè
mescolato a sale grosso. Esistono poi medicamenti a base di erbe e composti vegetali per guarire le
contusioni, lenire le punture di insetti e tafani. Anche in campo neurologico la guaritrice popolare
surclassa la medicina accademica. Alcol canforato e tisane di valeriana guariranno le nevralgie più
tenaci. Nel caso di choc emotivo e di panico inspiegabile (molto diffuso peraltro nella nostra epoca
di stress), occorre fare bollire in un litro di vino i seguenti composti, purtroppo di non facile
reperimento: “tamaride hysope marrue genet”. Molte altre ancora sono le ricette, usate per secoli da
ostetriche e levatrici per curare puerpere, guarire i contadini da otiti, congiuntiviti, vomito, coliche,
diarrea. Al punto che il loro sapere terapeutico abbraccia ogni dimensione corporale e psichica,
affermandosi come una medicina di base che compendia in sé molti rami specialistici. Dalla
stomatologia alla oftalmologia, dalla neurologia alla ginecologia. Tali conoscenze, tramandate da
misteriose filiere orali attraverso donne che non avevano mai visto l‟università ed erano spesso
analfabete, non potevano che suscitare due opposti sentimenti. Gratitudine e ammirazione da parte
di pazienti „miracolati‟; invidia, sospetto e odio da parte di medici titolati e della classe sedicente
colta. Molière sosteneva: «Ciò che mi piace nel medico è che si aggrappa ciecamente alle opinioni
dei nostri avi, non volendo comprendere né ascoltare alcuna ragione in merito alle scoperte della
circolazione del sangue o altre opinioni» (11).

Se la guaritrice può dunque essere popolare - come testimonia Bruegel nei suoi quadri intrisi
di realismo onirico - di colpo può trasformarsi in strega, assassina diabolica, „vituperata da tutti‟.
«Una curatrice che non ha guarito uno dei vostri parenti diventa una donna condannata», tuona il
“Malleus”.
Il risultato di questo verdetto inappellabile, pronunciato in molti casi dalla “vox populi”, viene
evocato in termini drammatici da Michelet: «A Treves sono state bruciate settemila donne accusate
di stregoneria, cinquecento in tre mesi a Ginevra, ottocento a Würzburg, in una sola giornata, e
millecinquecento a Bamberg».
Tutte donne della medicina, che avevano fallito il loro scopo, che avevano deluso l‟aspettativa
popolare di un „miracolo medico‟?

La Chiesa, come scrisse Michelet: «Gradualmente divise in due il regno di Satana, e armò
contro la sua amante, la strega, suo figlio, il medico».
In questa temperie, ben oltre il diciottesimo secolo, secondo i manuali dell‟Inquisizione, “Malleus”
in testa, «ogni persona di sesso femminile, che esercita la medicina, deve essere considerata una
strega e trattata alla pari di un‟organizzatrice di sabba».

“Streghe che producono catastrofi, malattie, impotenza e morte”.

Per alcuni autori si trattò soltanto di una psicosi collettiva, di follia, o delirio, come scrisse
Wier rispetto al sedicesimo secolo. Per altri, la stregoneria fu un fenomeno sociale. Il “Malleus”
dimostra, prima e dopo la Riforma, che la stregoneria rivestì diverse funzioni, utili allo status quo,
non solo della Chiesa. Spostando l‟ago dell‟eresia si spostava l‟ago della giustizia umana, inclinata
verso il buio della paura insondabile e della sudditanza profonda.
Nei sette capitoli della seconda parte del “Malleus”, si insiste particolarmente sui «rimedi per coloro
che sono stregati nella potenza generativa» o «per quegli uomini cui vengono portati via i membri
virili con l‟arte dei prodigi» o per «gli stregati per un amore o un odio disordinati».

“Storia di Cornelia, predatrice di virilità”.

«Le streghe possono operare tali prodigiose illusioni per cui sembri che il membro venga
completamente staccato dal corpo. [...] E non ci si deve stupire che i diavoli possano fare simili cose
[...]. Infine che cosa bisogna pensare di quelle streghe che raccolgono membri virili, talora anche in
numero considerevole, anche venti o trenta, e li mettono nei nidi degli uccelli o in uno scrigno, in
cui essi si muovono come membri vivi, mangiando avena o altre cose? [...] Un uomo ha riferito
infatti che aveva perduto il suo membro e che per recuperare la propria integrità era andato da una
strega. Questa ordinò all‟infermo di arrampicarsi su un albero e gli consentì di prendere quello che
voleva da un nido in cui si trovavano molti membri. E poiché lui aveva messo le mani su uno
grande, la strega gli disse: „Non prendere quello!‟ e aggiunse che apparteneva a uno del popolo.»

«Immergevano nella notte i loro rami oscuri. Questo era forse il sortilegio. I rami
giungevano dappertutto. Crescevano come edera, avvolgevano il corpo, penetravano in ogni
orifizio. Nessuno poteva sfuggire a quell‟abbraccio vegetale, lascivo. Ma io non so altro. Succedeva
dopo che le ombre erano cadute come pesanti cortine sulle finestre della mia stanza e io venivo
abbracciata da un sonno profondo. E‟ questa la verità. Questa la mia unica colpa. Il sonno e quel
sogno.»
Cornelia abbrancava le sbarre della cella murata. Uno spioncino che poteva appena mostrare il suo
volto, corroso dall‟ombra e dalla sofferenza, a qualche pietoso viandante che si chinava per
osservare il breviario fissato, con una catenella, al suo spiraglio. «E‟ la verità», aveva gridato per
anni. «L‟unica verità. Io non sono una strega. Non ho impedito la potenza generativa di mio
marito.»
Cornelia sapeva ancora piangere nei primi anni della sua costrizione nella prigione
sotterranea dove l‟avevano sepolta viva, risparmiandole la morte e il rogo.
Poi, col passare delle foglie e dei viandanti indifferenti, aveva cominciato a legarsi al silenzio, e a
uno strano sorriso. I suoi capelli che erano stati dorati si trasformarono in fili bianchi, lunghi e radi.
Non aveva uno specchio per osservarsi, se non quello interiore che le rimandava all‟infinito
l‟immagine di una giovane serena, bella, leggiadra. Una giovane che era stata felice. Ma era ancora
lei? Non importava: in quello specchio, un raggio di sole carezzevole fissava per qualche ora
l‟immagine che lei voleva vedere e nella quale si cullava, tra sogni e incubi.
Il resto non era che letame e residui di cibo avariato, che fermentava insieme alle sue deiezioni in
un angolo della cella.
Ogni tanto una religiosa velata veniva a raccogliere, attraverso la finestrella, la sporcizia del suo
corpo, che doveva ricordarle in ogni attimo di coscienza, la bruttura della sua anima, e sostituiva la
paglia fradicia con fieno fresco. A volte vi aggiungeva anche fiori profumati!
Cornelia, allora, elevava il pensiero a Dio, ringraziandolo per la sua misericordia.
Il corpo ormai si era staccato dalla sua mente e si corrompeva come la paglia fradicia, senza che lei
vi badasse.
Dalla finestrella crociata entrava un refolo di vento, qualche goccia di pioggia, l‟ombra di una nube,
il rumore di un passo, il riso di un bambino, un piatto di minestra, una caraffa d‟acqua, raramente un
bicchiere di vino.
Ma da quando la reclusa aveva cessato di reclamare e urlare la sua innocenza, i „visitatori‟ si erano
diradati. Ciò aveva rassicurato il clero, la famiglia e, soprattutto, suo marito.
Cornelia aveva smesso di pensare a se stessa, e si concentrava su quel punto di luce attraverso il
quale sarebbe passata, senza dubbio, un giorno non lontano. La cruna dell‟ago terrestre.
Per questo non si occupava più del suo corpo e anche il nutrimento le era indifferente. Spesso
lasciava il cibo fuori della finestra, a disposizione di piccioni, topi e mendicanti. Solo l‟acqua le era
necessaria, per bere ogni tanto come un passero impaurito, o per lavarsi, col rispetto di sé ereditato
dal passato, le parti intime del corpo. Per il resto era disincarnata.
Le era capitato durante l‟adolescenza di osservare spiragli di vita e di morte, simili al suo,
disseminati in altre zone di Parigi.
«Donne perdute. Streghe graziate. Monache penitenti. O sante» le aveva mormorato la governante,
mentre la sua gonna di seta frusciava contro la grata maleodorante.
Menilmontant, Rue des Capucines, Montmartre... In quel periodo, a Parigi, nel Quattrocento e
Cinquecento, la segregazione muraria all‟interno della città era assai diffusa.
Il cimitero dei vivi, lo chiamavano.
Ovunque andassero c‟era una bocca di lupo dietro la quale una reclusa, murata viva, espiava e
delirava.
Cornelia non trovava il coraggio di avvicinarsi a quelle fosse disumane. Mentre la sua
governante, Madame Ariette, sembrava eccitata dall‟orribile visione.
«Non escono mai» diceva, «e alcune vivono anche venti anni in quelle condizioni. Spesso sono
dimenticate. Ne trovano solo più le ossa. E i topi, pensa. E per le funzioni corporali, come faranno?
Ma alcune, dicono, sono riuscite ad avere amanti anche in quella tomba. Che nequizia! Si racconta
anche che qualcuna delle dannate sia riuscita a fuggire, le sbarre segate dalla mano del diavolo.»
Così era cresciuta Cornelia: tra pietà, orrore e superstizione. La sua governante non sembrava mai
sazia di storie morbose. Un giorno la condusse fino al cimitero «per insegnarle l‟umana pietà». Fra
tombe maleodoranti e fiori marcescenti, cadaverici nella canicola estiva che il sole ribatteva col suo
spietato mazzuolo, dopo un lungo giro fra i sentieri inghiaiati, Ariette le mostrò una „tomba
vivente‟.
«Ce ne sono molte altre in giro, basta cercarle» le sussurrò. «Ma questa è la più interessante.
In un certo senso la segregata è mia amica» le disse con aria di complicità.
Una tozza torretta sormontata da una croce d‟ottone. Niente porta. Solo una finestrella sbarrata,
attraverso la quale poteva passare un piatto o un braccio.
«Claude» disse la governante, «sono io, vengo a trovarti con la mia bambina... Te ne avevo parlato,
vero?»
«Oh, sei tu Ariette, che Dio ti benedica.»
Guardandosi intorno furtivamente, anche se non c‟era nessuno nei dintorni, la governante porse,
attraverso l‟inferriata, alcune pesche e un trancio di torta a una mano adunca, dalle unghie ritorte, da
rapace.
«Pregherò per te» disse una voce catacombale. «Grazie, Claude. I tuoi pensieri sono più vicini a
Dio. Tornerò la prossima settimana con del budino.»
«Non vorrei peccare con la gola» disse la voce lontana. «Solo un assaggio.»
«Amen» disse la voce prima di spegnersi. Cornelia sentì, in quel momento, una tempesta di pianto
spezzata dagli scogli del pudore. La stessa tempesta che aveva provato dopo la prima audizione
ecclesiastica.
Accasata con un nobiluomo del suo rango da tre anni, ormai, entrambe le famiglie attendevano
l‟erede prescritto.
A lei non importava molto se fosse arrivato in primavera o in inverno. Aveva solo 17 anni. Amava
giocare con le ancelle, uscire con la governante ormai anziana, pur evitando i luoghi lugubri e
macabri dell‟infanzia.
Le piaceva suonare il pianoforte e cantare, curare il giardino. Gli obblighi matrimoniali le
sembravano un dovere, nel momento in cui aveva accettato il contratto sottoscritto dalla famiglia.
Ma lo sposo era impaziente: voleva un erede, subito. Inoltre, doveva ben dimostrare la propria
virilità al mondo. Ma la creatura non arrivava... Dopo essere stata costretta a numerose visite
mediche, prive di ogni scientificità, Cornelia cominciò a essere osservata con uno sguardo
sospettoso, da parte della sua famiglia, ma soprattutto dallo sposo e dai suoi genitori. Che un
Armand non potesse avere progenie era privo di senso, dopo che il capostipite ne aveva sfornati sei
nell‟alcova legittima e altri qua e là nei pagliai.
Se c‟era una maledizione si trovava in quella donna. Che polsi sottili! Che mani arboree! Che
sorriso ammaliante! E perché parlava con le piante? Perché accarezzava i fiori che sembravano
fiorire di piacere sotto le sue dita?
Amabilmente un parente stretto dello sposo, che vestiva il rispettato abito di Monsignore, e vegliava
sul bene spirituale di un‟abbazia e di numerose parrocchie con fittavoli e stalle redditizie, si assunse
il delicato compito di interrogare la graziosa Cornelia.
«I fiori, dunque» disse alla fine l‟ecclesiastico. «Voi amate la purezza dei fiori, è così?»
«Ma certo» asserì sorridendo Cornelia. «Sono incontaminati, non hanno peccato originale, la loro
stessa riproduzione è misteriosa.»
«Già», annuì pensieroso l‟ecclesiastico.
«Il loro incontro non è carnale: questo volete dire? E cosa pensate della potenza generativa degli
uomini?»
La giovane tacque. Non sapeva che il canonico conosceva alla perfezione il trattato del “Malleus”
che aveva ancora consultato prima dell‟udienza. «Non sapete dunque che è in potere di certe
persone, donne particolari, impedire la potenza dell‟uomo? Voi siete forse „una donna-fiore‟, che
rifiuta di essere inseminata dall‟uomo?»
Cornelia impallidì, udendo quelle parole villane.
«Assolvo ai miei obblighi come ogni buona moglie» sussurrò.
«Non basta, figliola mia, non basta. I casi sono due» farfugliò «o voi o lui. E in quanto donna,
derivante da Eva, siete la principale sospettata.»
Il canonico la consegnò nelle mani della gerarchia superiore. Il suo grado e la sua famiglia gli
imponevano di portare a termine l‟inchiesta.
«Tra la vegetazione avete mai visto un serpente?» chiese alla fanciulla un inquisitore.
«Non so, forse una biscia...»
«E vi ha parlato?»
«Ma no, signore, come potrebbe...»
«Eppure abbiamo scoperto più di una volta che in casi come il vostro, l‟impedimento virile era stato
arrecato per mezzo di serpenti e di altre cose di questo genere.»
Cornelia si mise a ridere, con la filigrana sottile della sua voce pura. Fu questo atteggiamento a
perderla.
Non c‟erano prove sufficienti di stregoneria, ma il demonio ride quando la mano divina tenta di
esorcizzarlo, questo è certo, decisero gli ecclesiastici.
Non era il caso di trasformare una vicenda intima, tra famiglie importanti, in un caso di dominio
pubblico. Ma occorreva giungere, comunque, a una soluzione esemplare.
Se la bella Cornelia non era una strega si sarebbe ravveduta, espiando. E se lo era sarebbe stata
messa in condizione di non esercitare più le sue arti malefiche.
Fu deciso, senza opposizione, se non da parte dell‟interessata, che la famiglia l‟avrebbe murata in
una cella, occupata poco prima da una religiosa in odore di santità.
In questo modo il matrimonio sarebbe stato considerato „non consumato‟ e il rampollo della dinastia
Armand avrebbe potuto dare prova dei suoi lombi con un‟altra sposa... Al contempo giustizia
veniva compiuta, senza offendere la nuova concezione della morte e dell‟aldilà, che privilegiava la
purificazione alla vendetta terribile.
Come scrisse Jules Michelet: «L‟idea dei diavoli torturatori, che infliggono alle anime dei morti
torture fisiche fu, per la Chiesa, una miniera d‟oro. I vivi, affranti dalla pietà, dal dolore, si
chiedevano: „Si potrebbe, da un mondo all‟altro, riscattarle queste povere anime, applicargli
l‟espiazione per ammenda e composizione che si pratica sulla terra?‟. Da quel momento le colonne
del cielo affondano nell‟abisso» (12).
«Così sarò destinata a stare lontana dalle mie amate piante per molto tempo», sospirava all‟inizio
della prigionia la giovane reclusa, ai pietosi passanti che si fermavano ad ammirare la sua bellezza
attraverso la finestrella. Poi il tempo divenne un muro nero, solcato dai graffi delle sue unghie e
dalle lacrime di salnitro. Una tomba che si stringeva intorno a un corpo senza più forma, né peso.
L‟ultima persona a cui parlò Cornelia fu un uomo che si inginocchiò di fronte al suo avello, per
sfogliare il breviario su cui aveva scritto un nome e alcuni pensieri volatili: «Le piante
immergevano nella notte i loro rami oscuri», compitò l‟uomo a fatica.
«Sì è così» gli rispose la donna, uscendo dalla sua nicchia di oblio. «Ma le piante non possono
essere diaboliche, sono così pure.»
«E chi lo sa» rispose l‟uomo. «Anche questo è un mistero. Purificate la vostra anima, e pregate per
me.» La sua voce si allontanava. «Sono l‟aiutante del boia, sapete.»

TRA CINQUECENTO E SEICENTO.


L‟INQUISIZIONE FRA RIFORMA E CONTRORIFORMA.

Lutero credeva nel diavolo. Considerava le mosche una sua incarnazione, al punto di svenire
quando vedeva un nugolo di ditteri dirigersi verso di lui... D‟altro canto il monaco riformatore era
sfuggito per caso a un fulmine (demoniaco?) che aveva squassato un albero centenario e ucciso un
amico che gli stava accanto. Lutero «era terrorizzato dalla dannazione eterna e odiava gli ebrei».
Predicava inoltre la purificazione e l‟annientamento delle donne infernali.
Come non vedere il travaglio della superstizione in questa religione, emancipatasi dalla Chiesa
romana, che trasuda pessimismo umano e rifiuta il dogma della salvezza? Il concetto di fede
salvifica, predestinazione dei puri e di sacerdozio universale, inoltre, richiama da vicino alcune tesi
eretiche, comuni a gnostici e manichei dei primi secoli post cristiani.
Tuttavia la persecuzione della stregoneria, in Germania, iniziò prima della Riforma, quando papa
Innocenzo investì ufficialmente Sprenger e Kramer dell‟uffizio inquisitorio. Più tardi, consumato lo
scisma religioso, tra il 1521 e il 1525, Carlo Quinto incontrerà Lutero a Worms. Nel 1524-25 fu
repressa dagli stessi luterani la rivolta dei contadini, guidati da Müntzer. Nel 1525, Alberto di
Hohenzollern divenne luterano e secolarizzò i beni dei Cavalieri Teutonici. La rivolta religiosa di
Lutero coalizzò i principi tedeschi contro la Corona imperiale, sancendo l‟autonomia dei principi
assoluti con la pace di Augusta del 1555. Nel 1608 la Dieta del duca di Baviera si oppose ai principi
protestanti. Dieci anni dopo scoppiò la guerra dei Trent‟anni.
Il pontificato, a partire da Leone Decimo (1513-1521), seguito da Adriano Sesto, Clemente Settimo
e Paolo Terzo, raggiunse, nonostante le perturbazioni, i conflitti religiosi e l‟apocalittico sacco di
Roma, un grande splendore fino a metà del Cinquecento. Quel potere materiale e quella ricchezza
fastosa, esecrata da Lutero e dai suoi seguaci, sembravano rivitalizzati dall‟anatema protestante.
L‟età di Leone Decimo fu caratterizzata da un afflato architettonico e artistico che sfidava cielo e
terra.
Raffaello, Bramante, Michelangelo tradussero l‟architettura vaticana in slancio mistico.
Ariosto, Bembo, Trissino, Machiavelli elevarono la lingua italiana „volgare‟ a canoni di classicità.
Nel 1519 Carlo d‟Asburgo, con l‟aiuto finanziario dei banchieri Fugger, fu eletto Imperatore del
sacro Romano Impero. Un coacervo di popoli e di territori frantumati, cui era difficile trovare un
simbolo di universalità guardava alla città santa come al simulacro di un mondo in disfacimento. Il
sacco di Roma (1527) fu considerato una punizione di Dio. La superstizione vi lesse il sacrilegio di
Clemente Settimo e del suo entourage che occupava il potere ecclesiastico. Ancora le ali uncinate
dell‟Anticristo!

I protestanti sembrarono vedere un simbolo fatale in quella sbandata di soldatesche brutali, e


negli appetiti imperiali illimitati.
Firenze approfittò della situazione per cacciare i Medici e ristabilire la repubblica nel nome di
Cristo nudo, profetizzato da frate Savonarola.
Ma ben presto, nel 1529, il papa prigioniero fu „riabilitato‟, e depose personalmente la corona aurea
sul capo di Carlo Quinto.
Il Guicciardini fu cronista attento e sobrio di quegli avvenimenti, durati fino alla morte di Clemente
Settimo nel 1533. Ma questi sono solo alcuni episodi che fecero da contorno agli avvenimenti
inquisitoriali.
L‟Inquisizione e il “Malleus” non cessarono di rinfocolare le grandi cacce alle streghe, superando la
trincea teologica che avrebbe dovuto separare confessioni antitetiche. I loro roghi puzzavano della
stessa carne umana, bruciata. Calvino esortava a distruggere le streghe e introdusse nel 1563 una
legge contro la stregoneria, affermando che Dio comandava di bruciare le streghe, senza pietà. A
Ginevra in tre mesi furono messe a morte cinquecento streghe. La Controriforma non fu da meno. I
Gesuiti, ripreso in pugno il potere dell‟Inquisizione nei territori tedeschi strappati ai protestanti,
ristabilirono il loro „ordine teologico‟. Principi protestanti e cattolici rivaleggiarono fra loro, nel
Cinquecento e Seicento, mediante tribunali ecclesiastici e civili per „ripulire‟ i territori dinastici
dalla „genia delle streghe‟. Non fu una pulizia sociale ed etnica ante litteram?
Foucault sostiene che la recrudescenza dei processi di stregoneria non fu un effetto della
Controriforma, l‟esasperazione della coscienza religiosa trionfante contro il protestantesimo. Ma, al
contrario, un‟esasperazione del conflitto tra Chiesa e Parlamento. Lo studioso cita il caso della corte
d‟Angers, nel 1598, che era stata incaricata di giudicare il caso di un giovane accusato di licantropia
e antropofagia, poi rilasciato dalla Corte di Parigi. Qualche anno dopo un caso analogo investì la
corte laica di Bordeaux e l‟imputato, autoaccusatosi, venne segregato dai magistrati in un convento,
ma non ucciso.
Dopo il sinodo di Reims del 1583 - che aveva indicato le precauzioni da prendere prima di
esorcizzare le persone sospette di essere stregate - la situazione giudiziaria fu invertita.

“Giustizia divina e civile”.

«Punizioni di questo genere non sembrano essere sufficienti per le streghe che non sono
semplici eretici. E‟ probabile che, per quanto facciano penitenza e tornino alla fede, non debbano
essere sottoposte al carcere perpetuo, come gli altri eretici, bensì essere punite con l‟estremo
supplizio. Del resto questo è prescritto dalle leggi anche per i danni temporali causati in vario modo
agli uomini e agli animali (“Corpus juris civilis”) [...].
Inoltre è simile la colpa prevista per chi impara e insegna cose proibite. [...] Se qualcuno indurrà
con arti stregonesche una donna alla lussuria o viceversa venga esposto alle fiere.
[...] Tali leggi, infatti, si esprimono in questi termini: la divinazione non è permessa a nessuno, pena
la decapitazione. Aggiunge poi che a causa di altri che sono inariditi dalla magia viene insidiata la
vita degli innocenti e l‟animo delle donne viene piegato alla libidine: che siano gettati alle fiere. Le
leggi decretano anche che sia ammesso come accusatore chiunque, come dice anche il Canone nel
caso della difesa della fede. A tale accusa viene ammesso chiunque, come per il crimine di lesa
maestà: infatti gli stregoni offendono in modo analogo la maestà divina.
Prescrive inoltre che siano sottoposti a un interrogatorio con tortura senza riguardo per la carica e
aggiunge anche che chiunque sia sottoposto a tortura e dichiarato colpevole, anche se non confessa
il suo crimine, dovrà essere torturato al cavalletto e gli saranno scavati i fianchi con le unghie di
ferro e dovrà sopportare pene degne del suo crimine. [...] Si proibisce anche che si frequenti [le
streghe], pena il supplizio; e inoltre non deve essere loro permesso di recarsi a casa di nessuno,
altrimenti vengono bruciati anche i beni, e nessuno deve riceverle e consultarle, altrimenti è
deportato in un‟isola e i suoi beni sono confiscati. Qui viene prescritta la pena dell‟esilio unitamente
alla perdita di tutti i beni per coloro che le consultano o le ricevono. Quando i predicatori rendono
note queste pene ai popoli e ai governanti della terra, lottano più efficacemente contro le streghe di
quanto non farebbero con le argomentazioni delle Scritture.
Inoltre le leggi civili lodano quanti si oppongono alle loro stregonerie. Inoltre, meritano non la pena,
ma il premio coloro che fanno in modo che le opere degli uomini non siano distrutte dalle tempeste
di grandine o di vento. [...] In che modo possono essere esenti dal dubbio di malvagità eretica
coloro che negano invece con leggerezza l‟esistenza di tali fatti? Giudichi ciascuno, a meno che
forse non trovi come scusante l‟ignoranza.
Concludendo, da tutte le premesse risulta cattolica e verissima l‟affermazione secondo cui esistono
gli stregoni, i quali, con l‟aiuto dei diavoli e mediante un patto stretto con loro, possono procurare
effetti reali di stregoneria, con il permesso di Dio.» [“Malleus”]

Come dimostra Robert Mandrou, nel 1600 esisteva ancora in Francia una certa anarchia
nell‟amministrazione della giustizia. La tendenza di ogni parlamento locale all‟indipendenza creava
forze centrifughe che ostacolavano la centralizzazione reale della magistratura. Montaigne e
Malebranche, pur da angolazioni diverse, mediante “Les essais” e “La recherche de la verité”
tentarono con la forza della ragione di piegare il pregiudizio contro le streghe, ancora vigente, di un
Pierre de Lancre, inquisitore, di un Jean d‟Espagnet o dello stesso “Malleus”. Non al boia, ma a
qualche medico onesto e competente, si sarebbero dovute affidare - secondo questi razionalisti - le
donne „ossesse‟ e succube, pronte a confessare i più infamanti peccati e delitti consumati con e sotto
il potere del diavolo!
Tuttavia è proprio il ritorno della magistratura francese alla normalità, all‟autonomia, a
indicare la piaga, aperta in precedenza nel sistema giudiziario infettato dalla superstizione
stregonesca. Non fu solo il riflusso della stregoneria, la negazione illuminista della veridicità di
molte confessioni, a fare recedere i tribunali dalle condanne, ma soprattutto il ritorno a una sana
distinzione fra naturale e sovrannaturale, diritto laico e procedure ecclesiastiche.
Il patto, questo sì diabolico, fra teologi e medici, inquisitori e giudici laici, venne gradualmente
spezzato. Ma intanto il “Malleus” aveva regnato per secoli con la sua procedura dettagliata e
rozzamente meticolosa, riguardante «l‟azione giudiziaria, sia nel foro ecclesiastico, sia nel foro
civile, contro gli stregoni e tutti gli eretici».
Il fatto di avere considerato la stregoneria come un‟eresia criminale aveva unificato per lungo
tempo i tribunali laici con quelli religiosi; in base al dispositivo enucleato dal “Malleus”, infatti, la
giurisprudenza aveva assimilato la sorcellerie al crimine di „lesa maestà‟ divina e temporale.

“Nuovo ordine disciplinare, ristrutturazione giudiziaria e repressione del mondo rurale”.

Secondo uno studioso avvertito, quale Robert Muchembled, l‟interpretazione sociale e


politico-giuridica della stregoneria - e della sua persecuzione - non può essere ignorata. L‟orizzonte
di secoli fu occupato dalla crisi del ruralismo europeo, la decadenza sociale del ruolo femminile, la
distruzione della cultura popolare o l‟affermazione repressiva del cristianesimo su credenze
preesistenti.
La liturgia della paura e l‟acculturazione sono, insieme alla pedagogia del terrore che si sprigiona
dal fumo dei roghi, le armi di „convinzioni di massa‟ usate dall‟Inquisizione per ristrutturare
dall‟alto la società, attraverso un uso spregiudicato quanto minaccioso del sacro. Occorre imporre
un nuovo ordine disciplinare. Una nuova mentalità.
La familiarità con la morte che, nel Medioevo, attraverso „le danze macabre‟ e i giochi nei cimiteri
[...] permetteva di «esorcizzare la paura del trapasso» venne anch‟essa trasformata profondamente
dai processi per stregoneria.
La confessione, il supplizio, l‟esecuzione, diventano fasi di un‟onta trascendente. Non solo il
condannato ma la sua famiglia, il suo nome, subiranno il marchio della vergogna. La persona
considerata stregata o succuba verrà dispersa in cenere dopo la morte abominevole; i suoi beni
come la sua memoria saranno sequestrati dal tribunale insindacabile dell‟Inquisizione.
Nasce il sospetto, che intossica i pori della società, i suoi capillari sanguigni. Come sottolinea
Muchembled, a proposito delle „streghe di Cambrésis‟, molti processi di metà Cinquecento
rappresentano anche un‟evidente paura sociale dei vincoli famigliari. La delazione, che serpeggia
tra donne e bambini, guaritrici e donne libere, crea fratture familiari e comunitarie insanabili,
laceranti. E‟ il 1984 di Orwell, anticipato di 500 anni!
Al contempo, nota Roland Villeneuve, signori e laici, i Medici a Firenze o gli Asburgo di Spagna,
sono „tanatofili‟, celebrano un‟inedita visione estetica della morte.
Nelle grandi sale, pesanti di argenti e drappeggi, come nelle alcove dai baldacchini intarsiati,
l‟elogio della morte regna incontrastato. Nelle nobili case tibie incrociate, costati e mani scarnificate
sono spesso trasformati in oggetti preziosi, in gioielli che risplendono nei funerali grandiosi.
Predomina il topazio, setato come il miele, iridescente come l‟occhio di un gatto. Proveniente
dall‟isola di Topazos, sul mar Rosso, esso favoleggia il fuoco e la distanza. Reliquie pagane,
tempestate di pietre preziose, sposano gioia e futilità della vita col dolore formale della morte di
amanti e parenti...
E‟ una trasformazione epocale che traccia uno iato nella concezione tanatologica, scriverà
Ariès. Le classi ricche, la borghesia come la nobiltà mercantile, hanno deciso che l‟immaginario
cristiano della morte, popolato di fiamme roventi, di sofferenze atroci e di ceppi ardenti, deve
colpire la plebe, il diverso, il deviante, la donna libera, il „lebbroso sociale‟.
Esattamente come lo spettacolo pubblico, esemplare, e gli „effetti speciali‟ della „pena suprema‟, il
rogo, devono terrorizzare le classi subalterne, evidenziando l‟immunità dei potenti rispetto al
castigo.

“Trasformazione progressiva della repressione inquisitoria nel diciassettesimo secolo”.

«Se qualcuno è sorpreso nel delitto di eresia, non voglia rivolgersi immediatamente alla fede
e abiurare bisogna bruciarlo subito, se è laico. [...] Se invece è un clericale, dopo la solenne
degradazione dev‟essere consegnato al potere secolare perché lo uccida. [...] Tuttavia si agisce in
maniera più mite con loro dopo l‟abiura che devono fare dietro disposizione del vescovo e degli
inquisitori, come si dirà nella terza parte di quest‟opera, dove si tratta delle diverse maniere di
giudicare simili persone e nella distinzione fra chi viene detto „colto‟, chi „convinto‟ e chi
eventualmente „recidivo‟.» [“Malleus”]

I parlamenti laici iniziarono dunque a essere guidati da un‟estrema severità giudiziale, mentre, al
contrario, la Chiesa iniziava a manifestare una certa tolleranza verso i posseduti. Perché?
I preti diventeranno sempre più spesso la causa principale della stregoneria e della possessione. E‟
per questo motivo che il parlamento e le corti civili diventano più rigorose, mentre il potere
ecclesiastico si dimostra meno rigido?
La demonomania nel 1600 sembra più appannaggio dei magistrati laici che degli inquisitori.
Le stesse autorità ecclesiastiche, sul finire del 1600, sempre di più faranno appello a diagnosi e
consultazioni di esperti medici, per definire „scientificamente‟ le cause dei cosiddetti posseduti.
Ma già nella procedura del “Malleus” la bilancia giudiziaria favoriva, in particolare, la gerarchia
ecclesiastica, suggerendo tolleranza nei confronti di religiosi deviati dal peccato.
Secondo Foucault ci sono state fasi distinte e ben visibili nell‟amministrazione della giustizia, in
Francia. La prima, tra fine Cinquecento e inizio Seicento, ha visto il potere reale sostenere i processi
di stregoneria, per ragioni di opportunità, specie contro i preti. In seguito, dopo i grandi conflitti
secolari, ha fatto in modo che la Chiesa recedesse da tale atteggiamento, anche nei confronti di laici
e accusati comuni.
Il re interviene in materia di sortilegi e malefici, per ripristinare il potere centrale, il potere
del parlamento e della magistratura laica e civile. Una terza fase si aprirà, dice Foucault, alla fine
del diciassettesimo secolo, quando le minoranze religiose in Francia, tra cui giansenisti e
protestanti, vengono repressi a volte duramente.
Come rivalsa, da parte di sette e gruppi perseguitati, sarà rilanciata l‟esaltazione mistica,
l‟estasi, la predicazione dei miracoli.
A questo punto le stesse autorità religiose faranno ricorso ai medici e ai loro pareri scientifici,
affinché le persone accusate sfuggano da un lato all‟indulgenza „probabile‟ del parlamento, e
dall‟altra siano catalogate come fanatiche, folli.
Fantastico e insensato diviene l‟eretico, il mago, la strega o colui che „causa il malocchio‟.
L‟influenza demoniaca non viene più invocata, specie nei confronti di persone di cultura, di fede o
di organizzazioni religiose.
Alla spiegazione sovrannaturale, demoniaca, si preferisce la causa naturale di tali fenomeni
esaltatici e devianti.
Brueys dirà nel 1692 che «si possono scambiare fenomeni di fanatismo per cose sovrannaturali ma
in realtà si tratta solo di malattia». La malattia al tempo del grande internamento, dell‟ospedale
generale. Come scriverà Foucault nella “Storia della follia nell‟età classica” la follia sostituirà la
morte e la sua serietà. La follia rappresentò in sé l‟attualità della morte.
Altre istituzioni totalizzanti, quali l‟ospedale generale, la nave dei folli, la prigione, la clinica,
disciplineranno la vita sociale, reprimendo con altri mezzi di contenzione esemplari le forme di
anomia, le trasgressioni, il rigetto dello status quo.
Non fu tuttavia una trasformazione rapida. La follia attese a lungo prima di diventare erede, a livello
naturale «di tutto un mondo di trascendenze che prima avvolgevano l‟esperienza religiosa» (13).

«Perché i canonisti hanno promulgato con tanto zelo pene diverse, distinguendo tra peccato
occulto e peccato manifesto di stregoneria, o piuttosto di divinazione? Infatti tale nociva
superstizione è di vari tipi, e dev‟essere noto che viene rifiutata l‟eucaristia. Se il peccato è occulto
s‟impone una penitenza di quaranta giorni se si tratta di un diacono. [...]
Se si tratta di un clerico lo si rinchiude in un monastero. Se è un laico deve essere scomunicato.
Così pure tali persone e i loro complici devono essere ritenuti infami, e nessuno di loro può essere
ammesso alla discolpa pubblica [“Corpus juris civilis”, IX, 16; IX, 18,3-7).
Ma questo è evidente anche dalla legge civile.
Dice infatti Azzo nella sua “Summa”: «Si sappia che tutti coloro che il popolo chiama stregoni e
anche coloro che conoscono l‟arte della divinazione sono passibili di pena capitale» (“Summa”
Codicis, IX, 18). [“Malleus”]

STREGHE IN GERMANIA.

La borghesia e il mercantilismo avanzato necessitavano di una nuova procedura e di una


nuova ideologia religiosa, che, soprattutto dopo Lutero (come sostiene Max Weber), non
penalizzasse più il „peccato economico‟. Si avrà allora, da un lato, l‟esaltazione protestante della
ricchezza e del capitalismo; dall‟altro lo stornamento dell‟attenzione pubblica dall‟immiserimento e
sfruttamento progressivo dei subalterni a opera delle classi dominanti. Anche le ingiustizie
economico-sociali sempre di più verranno attribuite all‟influsso diabolico!
La strega è la belva che può mangiare il tenero neonato, succhiare la virilità allo sposo fedele,
dissanguare come un vampiro bambini e vergini.
E‟ dunque un simbolo cannibalico, polivalente, che per essere cancellato dall‟ordine sociale e
divino deve essere a sua volta „mangiato‟ e assimilato. Questa è la comunione del corpo sociale
sano, celebrata da giudici ecclesiastici ed esecutori secolari.

“Guaritrice ambulante, erborista e strega”.

«Sul modo in cui le streghe sono solite affliggere agli uomini altre malattie particolari.
Il diavolo può effettuare questa trasformazione, in quanto con il permesso di Dio introduce in un
corpo malattie cagionatesi o qualche forma accidentale, come per esempio quando un viso appare
lebbroso o qualcosa di simile. [...]
Riguardo alla morte si sa che i diavoli possono privare qualcuno della vita. [...] Da ciò si può
concludere che, in quel che il diavolo, da solo, è in grado di nuocere, ancor più lo può attraverso le
streghe nei confronti di tutti gli uomini, nessuno escluso. In verità quando si chiede se lesioni di
questo genere siano da imputarsi maggiormente ai diavoli o alle streghe, si risponde che come i
diavoli operano con un‟azione propria e immediata, per infliggere malattie, così queste lesioni sono
attribuibili sopra tutto a loro, ma quando essi cercano di operare per mezzo delle streghe, per
disprezzo e offesa del creatore, e nello stesso tempo per la perdizione dell‟anima, consapevoli del
fatto che Dio, in questo modo maggiormente irritato, lascerà loro maggiore potere di fare il male.»

L‟inquisitore esibiva sfacciatamente il “Malleus”, di fronte al tribunale e agli imputati. Non


erano forse Sprenger e Kramer, pace all‟anima loro, due tedeschi del Reno?
Fabrizius, inquisitore inviato, come accadeva da anni, con funzioni marginali, di osservatore,
doveva suggellare il giudizio con la sua conoscenza dell‟ortodossia.
„Le regole, il codice, non il cuore e la comprensione cristiana sono giudici assoluti in questi
processi, sempre più sinistri.‟ Così pensava, osservando il comportamento sicuro, sprezzante, del
vecchio magistrato laico che attingeva volentieri alla teologia per rafforzare i princìpi del diritto
romano e per tornire a fondo il reato di lesa maestà (divina e temporale). Il crimine più grave
dell‟eresia diabolica, in quegli anni.
I grandi della terra più dell‟Unico nei cieli avevano preso in mano i destini dell‟umanità, e
disponevano del creato come se fossero beni loro, parte dei loro titoli araldici.
«Insomma: come ho già detto al signor usciere, che ha tutto scritto, mio marito era appena morto.
Mio figlio unico mi aveva abbandonata, prendendo tutto ciò che avevo in casa. Anche i risparmi che
tenevo nella vecchia pentola... Beh, in fondo era anche roba sua, non credo volesse derubarmi, no....
Ora sono vecchia ormai, vicina ai quarant‟anni. Le mie forze sono estenuate. Zappo il campo,
faccio servizi ai vicini, lavo la biancheria, raccolgo gli arbusti nel bosco. Ma non basta mai, signori.
Riesco appena a mangiare e sembra che qualche mano diabolica mi voglia togliere anche il fiato. La
malasorte, pensavo. Poi mi sono resa conto che si trattava di un maleficio, una fattura,
probabilmente.»
«Potete confermare qui in pubblico ciò che avete detto al cancelliere, signora Mesler?»
«Indubbiamente: siete così gentile, monsignore, e la minestra di cavolo che mi hanno offerto aveva
anche dei pezzi di grasso d‟oca dentro, una delizia. La birra tiepida, poi...»
«Non perdiamo tempo» si intromise il secondo cancelliere. «Abbiamo ancora molti testimoni da
ascoltare. Persone che dovranno passare attraverso interrogatori, capite?»
La donna abbassò lo sguardo.
«Beh, mi trovavo al crocevia e stavo per recarmi dalla fattucchiera del villaggio, Anna Petre, per
chiederle un consiglio. Le avrei donato anche un pollo, purché mi aiutasse nella mia situazione.»
«Dunque questa Anna Petre nel vicinato ha fama di indovina, cioè di guaritrice, magari di strega.»
«Ehm, diciamo che molti ricorrevano a lei, come prima al prete, scusate eccellenze, io sono nata
nello scorso secolo e sono una povera contadina ignorante.»
«O forse siete fattucchiera anche voi?» disse con voce temibile un teologo, assistente del Primo
giudice.
«No, io mai. Ho sempre lavorato duro, fin da bambina.» Mostrò le mani callose, deformate dal gelo.
«E adesso sono vecchia. Vorrei solo giustizia e una minestra buona come quella che mi avete
servito.»
«Abbiamo capito» tagliò corto un domenicano. «Proceda nella sua testimonianza.»
«Ecco, vossignoria: mentre mi domandavo come raggiungere la catapecchia della signora Petre, che
conoscevo solo di nome, mi apparve di fronte un giovanotto, tutto azzimato e col pennacchio. Mi
propose uno strano scambio: il mio pollo contro una manciata di monete d‟oro. Le tirò fuori dalla
tasca della giubba con noncuranza, come se fossero sassolini.»
«E poi?» Il giudice ascoltava con curiosità crescente.
«Beh, fu allora che notai le sue unghie lunghe e arcuate. Ma sa, sul momento non ci feci caso. Una
piccola deformazione, una mania, può accadere anche ai ricchi. Così presi le monete e gli diedi il
pollo.»
«E dite, imputata» domandò un assistente, «non vi ha proposto un qualche rapporto... sessuale
questa strana apparizione?»
«A me? Quel giovanotto bello ed elegante: ma mi avete guardata?» rise sdentata.
La corte giudicante, avvolta nei mantelli laici, simili a tonache religiose, annuì. Solo qualche
assistente dichiarava la sua fede protestante, esibendo un berretto floscio alla Lutero.
«Ma poi, giunta a casa, aprii la scarsella in cui avevo deposto quella insperata fortuna e...»
«E?» si protesero i giudici.
«Non c‟era dentro più nulla. Solo aria.»
«Aria?»
«Esatto: uno sbuffo d‟aria puzzolente come zolfo. E io che gli avevo dato il mio pollo migliore!»
«Ne siete certa, imputata Mesler da Ulm?»
«Certissima. Per questo pensai che era il diavolo. Solo il diavolo può compiere simili incantesimi,
anche se ora, dicono, il diavolo è cambiato.»
«Lasciate ai teologi il compito di discettare su questo argomento» disse bonario il primo giudice.

«Le affermazioni di tutti i dottori e delle Sacre scritture dichiarano che i diavoli esistono e
hanno potere sui corpi e sulle immaginazioni degli uomini, qualora Dio lo permetta. Per questo
coloro che sono appunto gli strumenti del diavolo e con le loro invocazioni li fanno intervenire a
danno delle creature, sono chiamati „stregoni‟.»

«Allora, io non ho fatto niente, eccellenze» sorrise sollevata la donna. «Io ho solo subito un
danno, il pollo e l‟illusione, e poi sono accorsa subito a denunciare quel diavolo e quindi...»
«Ma non pensate» insinuò il togato, «che anche la suddetta Petre possa avere messo in atto la
diabolica fattura?»
«Questo non posso affermarlo, però circolano certe voci... A lei non è mai mancato il legno per il
camino e anche il carbone, e dicono che organizzi dei festini nella radura dove si odono risate e
arrivano persone su carrozze senza cavalli... Scorre a fiumi la birra e c‟è vino del Reno a volontà...
E poi cosciotti di pecora, galletti arrostiti, salsicce di maiale...»
La donna sembrava perdersi in un suo sconfinato paradiso gastronomico.
«Ma avete anche detto che la suddetta Petre può operare guarigioni e malie» la riscosse il giudice.
«Oh sì, molti ne tornano soddisfatti e guariti, ma bisogna regalarle monete pesanti.»
«E vi risulta, signora Mesler, che agisca da sola o in concorso con altre fattucchiere?»
«In concorso, signore?»
«Voglio dire insieme, con la complicità, di altre donne?»
«Questo è certo. Quando si allevano rospi, si raccolgono bacche magiche e si tengono in casa
animali con due teste... ci vuole pure un aiuto.»
«Sapreste fare dei nomi, imputata?»
«Ne ho sentito parlare. Dunque, amiche della Petre: la vecchia Cather, sua figlia Rose, e poi, sì,
Susan la guercia.»
«Potreste sottoscrivere a verbale la vostra testimonianza?»
«Non so scrivere, ma faccio la croce.»
«Va bene» disse il primo giudice con un sorriso, «potete ritirarvi, per ora. Accerteremo quanto detto
da voi.»

«Come il giudice che ha cura della comunità può permettere mali minori, può evitarne di
peggiori, [...] può dunque anche usare il giudizio del ferro rovente [...] quando qualcuno può essere
liberato dagli insulti e dalle ingiurie di una comunità in una causa penale o civile. Lo stesso accade
per le meretrici nelle città, affinché non sia turbata ogni cosa dalle libidini, come dice
sant‟Agostino.»

La povera donna uscì con aria turbata. Il presidente ordinò che fosse riunito il Consiglio, nel
quale Fabrizius aveva il diritto di esprimere il suo punto di vista, ma non di votare.
«Potrebbero essere tutte ubbie» esordì il francescano. «Ho già udito storie del genere infinite volte.
Molto spesso sono frutto di suggestione, o di invidie.»
«Però» obiettò un gesuita, «questa donna si è in pratica autoaccusata e sono certo che
confermerebbe la sua testimonianza anche sotto i tormenti.»
«Non sarà il caso» ribatté il primo giudice. «Le credo, per lo zelo con cui ha indicato le maligne e
l‟ingenuità con cui ha ammesso di avere incontrato il diavolo, e di avere accettato, per cupidigia, lo
scambio fra il suo pollo e la borsa di monete illusone. Diverso il caso delle donne gravemente
sospette: le fattucchiere.»
Indicò il “Malleus” e lesse: «Sul modo in cui le streghe possono in generale infliggere ogni genere
di malattia anche fra le più gravi».
«Nel loro caso possiamo applicare due modi di emettere la sentenza.»
«Quando si trova l‟imputata di eresia fortemente sospetta [...] sussistono a suo carico indizi
numerosi e gravi, provati e indicati dal Consiglio. In tal caso» continuò, «la persona, in quanto
fortemente sospettata di eresia, assolutamente deve abiurare.»

Fabrizius tirò un sospiro di sollievo. Ma il presidente, nel silenzio pesante della giuria, che
lo avvolgeva come un tenebroso mantello continuò: «Esiste però anche la questione dodicesima, per
cui se il comparso non avrà acconsentito ad abiurare sarà trascinato come vero eretico impenitente
al braccio secolare».
«Ciò significa il rogo?» domandò il frate. «In questa ipotesi sarà il braccio secolare a decidere, il
tribunale civile emette la sua sentenza. Bruciarle come streghe certe e recidive, o incarcerarle a vita
a pane e acqua. La Giuria si limita a elaborare su basi ortodosse il proprio verdetto.»
«Ma nessuno ha dimostrato che le quattro donne siano colpevoli di stregoneria» ribatté Fabrizius.
«Per natura sono streghe» rispose stancamente l‟accusatore. «Sibilla nell‟esaltazione. Maga per
amore. Malefica con le sue fatture... Via, padre, non mi direte che la vostra esperienza inquisitoria
non confermi questa affermazione.»
«Vedete» continuò, «le sospettate dopo l‟incarcerazione sono state spogliate secondo la questione
quattordicesima esposta dal Libro: „Questo per il motivo che qualche stregoneria potrebbe essere
cucita nei loro vestiti‟. Poi „interrogate con moderate torture‟. E poi c‟è stata la lesione delle mani
col ferro. Intanto viene tenuto presente che „se confessa ci sarà la punizione dell‟estremo supplizio‟.
Comunque „le è stata promessa salva la vita‟, ma senza fare menzione al carcere a vita a pane e
acqua. E inoltre sarà il tribunale civile a decidere in questo senso.»
«Volete dire che hanno confessato?»
«Tutte: Petre, la madre, la figlia e la guercia. Praticavano i sortilegi della medicina illegale. E hanno
fatto altri nomi. Pare che ci siano molte donne e anche uomini che possono infliggere malattie nella
regione.»
«Ma anche guarire.»
«E‟ lo stesso, padre, si tratta sempre di arte diabolica.»
Gli altri giurati annuirono.
«E la disgraziata accusatrice, Cathie Mesler?»
Il giudice citò il libro nero:

«Alcune donne, in verità, non subiscono vessazioni attraverso l‟incubo, ma ritengono di


subirle. Guglielmo riferisce, ancora: Molte apparizioni fantastiche si producono per il morbo della
malinconia, soprattutto nelle donne. [...] La stessa natura muliebre è più facilmente
impressionabile.»

«Chiederemo dunque per lei un esorcismo, e delle regole di penitenza. Se poi incorrerà nella
recidiva, allora il nostro atteggiamento sarà ben diverso.»
«Ma perché non applicare lo stesso criterio medico e scientifico alle altre imputate, se il libro che
considerate un‟appendice delle sacre scritture lo afferma?»
Il giudice rispose con atteggiamento insofferente: «Non vedete la differenza tra modus operandi
diabolico, certificato dalla giuria e ammesso dalle stesse fattucchiere e streghe, e la spontanea
cristiana confessione della sfortunata Cathie?».
«Ma è stata lei ad accusare tutta questa gente probabilmente innocente. O colpevole solo di
esercitare la medicina delle erbe e dei semplici, condita con qualche presunta parola magica...»
«Avete esposto il vostro parere in piena coscienza, padre Fabrizius. Vi ringraziamo» ribatté gelido
l‟inquisitore.
La seduta fu tolta.
„Con il permesso divino e lo zampino del diavolo‟, pensò il frate, „da una parte come dall‟altra della
barricata della fede, continuano a essere uccise persone innocenti. Mentre la delazione di massa,
questa sì, è diventata una pestilenza inarrestabile che il fuoco, anziché contrastare, attizza di
processo in processo, di anno in anno.‟
STREGHE CHE UCCIDONO I BAMBINI.

Il dolore, la sofferenza, l‟ingiustizia sociale del mondo, ebbero nel calo della natalità e
nell‟elevatissima mortalità infantile, uno dei nodi più controversi della stregoneria e del permesso
divino. Il “Malleus” fece leva su questi inspiegabili fenomeni di malvagità assoluta, per accusare le
ostetriche di stregoneria, confortando e rafforzando i propri enunciati, congeniali all‟architettura
inquisitoria:

«Sul modo in cui le streghe ostetriche arrecano i danni peggiori: o quando uccidono i
bambini o quando, esecrandoli, li offrono ai diavoli.
Non si devono passare sotto silenzio i danni arrecati dalle streghe ostetriche ai bambini. In primo
luogo perché li uccidono, in secondo luogo perché li esecrano offrendoli ai diavoli. [...]
A proposito di questa setta eretica delle streghe i danni maggiori per la fede erano inferti dalle
ostetriche, come dimostrò con chiarezza ancora maggiore la confessione di quelle che furono
bruciate. [...] Nella diocesi di Basilea e nella città di Thann era stata bruciata una strega dopo che
aveva confessato di avere ucciso più di quattro bambini nello stesso modo: quando uscivano
dall‟utero conficcava loro uno spillone nel capo, dalla sommità fino al cervello. In tal modo fu
sorpresa un‟altra nella diocesi di Strasburgo, che confessò di averne uccisi tanti che aveva perduto il
conto. Era stata chiamata da una città all‟altra per assistere come ostetrica una donna partoriente.
[...] Nel momento in cui usciva dalla porta della città, per caso, il braccio di un bambino appena
nato le cadde a terra dal mantello che la ricopriva e in cui era stato avvolto il braccio. [...]
Scoprirono che un bambino che era deceduto prima del battesimo mancava di un braccio. [...]

QUESTIONE UNDICESIMA - PARTE PRIMA.


Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell‟utero i concepiti, provocano l‟aborto e,
se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati.
La verità esposta sopra viene provata al tempo stesso da quattro orribili atti compiuti sia sui bambini
ancora nell‟utero materno sia sui neonati. Siccome i diavoli devono eseguirli per mezzo delle donne
e non degli uomini, quell‟omicida si dà da fare per trovare alleati fra le donne più che fra gli
uomini. E di tal fatta sono le opere. I canonisti, che trattano dell‟impedimento ottenuto per
stregoneria più di quanto non facciano i teologi, dicono che la stregoneria fa sì non solo che
qualcuno, come è già stato detto, non riesca a compiere l‟atto carnale, ma anche che la donna non
concepisca o, qualora concepisca, in seguito abortisca. A questi si aggiungono un terzo e un quarto
modo: qualora non riescano a provocare l‟aborto, uccidono poi il bambino oppure lo offrono al
diavolo. Intorno a questi primi due metodi non sussiste alcun dubbio perché l‟uomo con mezzi
naturali e senza l‟aiuto dei diavoli, per esempio con erbe o altri impedimenti, può fare in modo che
la donna non possa generare o concepire. Ma di questo si è già trattato. A proposito degli altri due
metodi occorre esaminare se possano essere praticati anche dalle streghe e certo non sarà necessario
dedurre argomentazioni qualora i giudizi e gli esperimenti di estrema evidenza rendano le cose più
credibili» (14).

«Tenaglie, pinze, larghi vomeri ingombravano l‟interno del forno e si arroventavano alla rinfusa
sulla brace. Il sanguinoso lucore della fornace non faceva che illuminare in tutta la stanza un
ammasso di orribili arnesi. Quel Tartaro si chiamava semplicemente la camera dell‟interrogatorio.»
(V. Hugo)

“Gustave: madre infelice, ostetrica e strega”.

«Certe streghe, che vanno contro l‟inclinazione della natura umana, anzi contro le condizioni
proprie di tutte le bestie, eccettuata solo la specie del lupo, sono solite divorare e mangiare i
bambini. [...] L‟inquisitore di Como ci ha raccontato [...] che un tale, mentre spiava un convegno
notturno di donne, aveva visto e constatato che il bambino veniva ucciso e divorato, dopo che ne era
stato bevuto il sangue. [...] Mandò al rogo quarantuno streghe, mentre altre si erano rifugiate presso
l‟arciduca di Austria, Sigismondo. A conferma di questo vi sono alcuni scritti di Giovanni Nider nel
suo “Formicarium”.
[...] Il ricordo del recente libro e di ciò che egli scrisse è ancora vivo, per cui non risulta incredibile
come può sembrare. Sono proprio le streghe ostetriche a causare i danni peggiori, come hanno
raccontato a noi e ad altri le streghe pentite, le quali dicevano che nessuno nuoce alla fede cattolica
più delle ostetriche. Infatti quando non uccidono il bambino, lo portano fuori dalla camera come se
dovessero fare qualcosa, ma sollevatolo in aria lo offrono ai diavoli. Nella seconda parte del settimo
capitolo si parlerà dei metodi che osservano le streghe in queste cose vergognose. Ma prima di
affrontare questo argomento occorre una premessa a proposito del permesso divino. Infatti fin
dall‟inizio è stato detto che tre cose concorrono necessariamente all‟effetto stregonesco: il diavolo
insieme con la strega e il permesso divino.» [“Malleus”]

Gustave Mandrieu era stata accusata pubblicamente da più testimoni. L‟inquisitore l‟aveva
imprigionata per pratiche diaboliche e omicidio. E aveva iniziato l‟azione giudiziaria secondo i
criteri dettagliati dal “Malleus”.

«La strega, che stava in mezzo fra le altre due, proferì queste parole: „Ecco la peggiore delle donne,
che non mi volle accettare come ostetrica, non se la passerà liscia‟ [...]. I danni maggiori per la fede
erano inferti dalle ostetriche, come dimostrò con chiarezza ancora maggiore la confessione di quelle
che furono bruciate.»

Frate Fabrizius continuava a stringersi, ogni giorno di più, il cilicio che da 15 anni gli
torturava i fianchi.
„Viviamo, o Signore, in una rappresentazione illusoria, dove il potere ha ormai occupato ogni
interstizio? E noi chi siamo: agenti del demonio, o impotenti farfalle inviate da Dio?‟
Il continente sotto i suoi piedi veniva squassato da un sisma tellurico senza precedenti, e gli oceani
colmavano lo spazio vuoto fra mondi prima sconosciuti. Era questa l‟apocalisse, o piuttosto l‟alba
annunciata di un mondo occulto?
«Maestro, maestro, come vi sentite?»
Il giovane allievo, un cappuccino che aveva assunto il nome di Otto, lo riscosse dalle sue dolorose
riflessioni.
«Una visione, figlio mio. Chi siede sul trono della fede: Cristo o Mammona?»
«Maestro, se vi udissero...»
«Accadrà, prima o poi... Ma sono pur sempre un inviato vaticano, in questo processo.»
«E‟ ciò che vi turba?»
«L‟imputata si professa innocente, ma è accusata di almeno tre infanticidi compiuti con modalità
differenti, benché di uguale natura eretica e satanica.»
«Siete voi il difensore.»
Fabrizius alzò le spalle: «Sì, nel gioco processuale. Ma il presidente è un giudice regio, attorniato da
tre assistenti domenicani, più il segretario, e un arcidiacono. Senza contare il parere dei medici, che
non vedono l‟ora di appiccare il fuoco a qualche levatrice, per dimostrare che l‟epidemia infantile
non è colpa loro. O per negare che non hanno la più pallida idea delle sue cause naturali».
«Non c‟è Maligno, dunque, maestro Fabrizius?»
L‟allievo lo osservava dritto negli occhi, non osando respirare, in attesa della risposta. «Vedi,
fratello Otto», rispose con gravità il francescano, «il nostro santo fratello Francesco ci ha insegnato
che nella natura coesiste ogni risposta, e la natura, per qualche suo imperscrutabile motivo, ha
ragione sui fatti di ogni genere. Anche la morte è nostra sorella. Se ci fosse il Maligno lo chiamerei
„fratello diavolo‟», sorrise Fabrizius.
«Parlate piano», sussurrò preoccupato Otto. «Non vorrete essere sospettato di eresia.»
«La povertà è eresia, la verità è eresia, i nostri piedi scalzi sono eresia. Noi francescani siamo
l‟eresia inglobata nella Chiesa prima di tutte le eresie. Forse, per lo stesso disegno divino, veniamo
tollerati, per impedire che crolli, miseramente, ogni potere spirituale della Chiesa fondata dal Cristo.
Insieme ai suoi pilastri temporali scricchiolanti.»
«Ma siete pur sempre un inquisitore.»
«E‟ vero; per quanto sorreggere la fede con la persecuzione mi dispiaccia.»
Concluse, sotto lo sguardo attonito del giovane allievo: «La religione, ogni credo sincero, nasce
come rivoluzione dell‟anima, non come repressione dei corpi donati da Dio. Il misticismo è
rivoluzione», mormorò Fabrizius «fra estasi e dolore.»
«E tuttavia, maestro, esiste anche l‟omicidio del piccolo Petrus. In questo processo la madre nega
ogni responsabilità, ma è stato orribile come fu massacrato.»
Si stava avvicinando qualcuno. Fabrizius restò in silenzio, Otto tacque e nascose il volto nell‟ampio
cappuccio.
«Dopo l‟interrogatorio deciso dal primo giudice», disse un famiglio, «la prevenuta Gustave,
accusata di stregoneria, torna in sala di consiglio. Se volete controinterrogarla...»
«Sì», annuì Fabrizius.
E aggiunse tra i denti: «L‟hanno torturata, ma spero che non abbia ceduto ai loro ferri maledetti. I
boia sono diavoli!».
Otto trasalì.

- Tre volte strega e madre di dolore.

«Sì, mi chiamo Gustave Mandrieu, detta Gusta. Accusata di stregoneria dall‟ostessa


dell‟Aquila Nera.»
«Donna pia, l‟ostessa», sottolineò il giudice che si stuzzicava l‟unghia del pollice con un pennino
d‟oca. «Confessò le vostre fatture al nipote sacerdote, per liberarsi dalle pene che le avete procurato.
E che hanno causato l‟aborto di un suo figlio.»
«Non vedo alcun rapporto», rispose a voce bassa l‟accusata. «Sono fantasie, calunnie.»
«Dite?» Il primo giudice lesse su un foglio:
«Ero devotissima alla vergine, pensai dunque di liberarmi del malocchio gettatomi dalla ostetrica
Gustave, digiunando a pane e acqua tutti i sabati. [...] Poi un giorno mentre soddisfacevo un bisogno
naturale, uscì dal mio corpo tutta la schifezza della sua fattura. Chiamai mio marito e mio figlio e
mostrai loro quell‟orrore: ho forse mangiato io spine, pezzi di ossa e di legno. Sono fantasticherie?»

La levatrice scosse la testa: «Ho sentito di peggio, nella mia vita di guaritrice. Sapete, a volte
la mente si infiamma...».
«Illusione, dite? Eppure altre streghe della vostra setta di ostetriche hanno già confessato da tempo.
Quaranta bambini uccisi, e una strega è stata bruciata dopo una confessione personale, nella diocesi
di Basilea. Conficcava loro uno spillone nel capo quando uscivano dall‟utero della madre. Non ne
siete forse al corrente?»
Il magistrato sfogliò il libro nero. «Uccidete in dato modo come lupi.»

«L‟inquisitore di Como, di cui si fa menzione, altrove racconta che „mentre si svolgeva un


convegno notturno di donne, aveva visto e constatato che il bambino veniva ucciso e divorato, dopo
che ne era stato bevuto il sangue. [...] Così mandò al rogo 41 streghe‟. [...] A conferma di questo ci
sono alcuni scritti di Giovanni Nider nel suo “Formicarium”.»

Gustave si prese il volto minuto fra le mani, mentre piangeva. «Eccellenza, e voi giudici
illustrissimi, perché accanirvi contro una povera donna come me? Io sono solo una madre sfortunata
e una guaritrice che risana per amore del prossimo e per qualche moneta donata dai benefattori. Ma
perché strega? Forse perché c‟è stata a Strasburgo una febbre che ha ucciso donne e nascituri?»
«Febbre, osate dire? Era una fattura vostra e delle vostre coimputate streghe, molte delle quali
hanno confessato.»
«Primo inquisitore», intervenne con calma straniata frate Fabrizius, «mio dovere è garantire i diritti
dell‟imputata fino alla sentenza.»
«Lo sappiamo», ribatté con sufficienza l‟accusatore.
«Chiedo dunque che le sia concesso il diritto di parlare, dopo essere stata sottoposta alla
continuazione dei tormenti.»
«La malattia esiste, condanna puerpere e infanti», continuò la donna, come parlando a se stessa.
«Basilea, Brema, Como, ovunque, sono diventati cimiteri di povere anime, non ancora battezzate.»
Fabrizius si avvicinò alla donna e, osservandola da vicino, si accorse che era molto più giovane di
quanto apparisse a prima vista. Non fosse stato per i capelli scomposti e appiccicati dalla sporcizia e
dal sangue coagulato, o per alcune tumefazioni delle labbra, mostrava un viso infantile, degli occhi
sereni, scuri e sinceri. Il corpo era slanciato, più alto della media, e armoniosamente plasmato dalla
mano divina. Un disegno fragile e composito che pareva armonizzare i tre regni della natura.
Scolpito nel marmo il busto, arboree le braccia, cesellati il naso e le orecchie, selvaggi gli occhi
sotto le folte sopracciglia.

Si guardarono negli occhi il maturo frate e la giovane donna accusata di colpe ignominiose.
Gustave comprese che l‟uomo non voleva accanirsi contro di lei.
«Avete subito maltrattamenti?» le chiese senza perifrasi il religioso.
«I tormenti, sapete...»
Fabrizius rivolse il bel volto, solcato da profonde rughe di sofferenza, verso il giudice accusatore.
«Questo lo so. Parlo di altre violenze, non ammesse dalla procedura.»
«Non so, a un certo punto svenni... e allora non saprei dire... è come se il mio corpo fosse stato
preso a mia insaputa e usato.»
«Possessione?» inarcò le sopracciglia il francescano.
«No, una violenza più terrena.»
«Da parte di chi?»
«C‟erano molte persone nella camera di tortura: famigli, medici. Sono svenuta, credo.»
«Volete dire che siete stata stuprata dagli stessi inquirenti?»
«E‟ possibile, dopo che mi hanno rasato il pube per individuare i punti satanici, e hanno usato la
tenaglia sul mio seno, sono stata sdraiata sul cavalletto, sapete...»
Fabrizius conosceva a memoria quella procedura disgustosa. Il difensore non era ammesso, se non
in casi eccezionali, nella camera di tortura. Solo inquisitori, famigli, un medico e il boia.
Lui sapeva che molti fra gli inquisitori più sprezzanti si erano approfittati di presunte streghe
avvenenti per soddisfare i loro appetiti e spesso le avevano mandate al rogo, dopo, per salvare la
loro reputazione di uomini intemerati.
«Potete provare la violenza, ricordare un volto?» chiese in un sospiro di cristiana disperazione.
«No davvero, padre, sono venuta meno, forse per grazia del cielo.»
«Testimoni della vostra versione?»
«Guardateli!»
„In effetti‟ pensò il frate, „non erano che un blocco gelido di mantelli e cappucci, poggiati su
scheletri senza pietà. La stessa paura che vogliono insinuare nel popolo, nei nemici, negli altri, li ha
pietrificati.‟
L‟inquisitore precedeva il proprio cadavere mummificandolo in vita, con la paura dell‟aldilà, perciò
condannava tutti i peccati presunti, sospetti negli altri e spesso verificati in se stesso.
Fece un cenno a Otto, il suo assistente, che aveva nozioni dotte di medicina. Questi osservò
l‟imputata, sotto lo sguardo indifferente dei „dottori del tempio‟, poi affermò: «Ha subito molte
violenze, ma nessuna grave, a quanto vedo. Per quanto riguarda la parte interiore e le viscere non
posso pronunciarmi, a meno che non ci sia emorragia o versamento di umori maligni».
Fabrizius annuì, poi parlò lentamente, con una voce bassa che l‟acustica dell‟aula amplificava in un
giudizio terribile: «Qual è la differenza tra noi e l‟Islam, che combattiamo pervicacemente; tra la
Chiesa e gli scismatici, quando la tortura e l‟abuso sono le armi precipue della nostra cosiddetta
fede? Si dice che infedeli e traditori di Cristo leghino a cadaveri umani e a carcasse di bestie gli
imputati vivi. Per indurii alla pazzia o a una confessione estorta. Noi leghiamo a chi è salito sul rogo
o sceso nell‟inferno della menzogna, persone viventi che non possono difendersi.»
«Non è pertinente con il processo la vostra digressione, legato francescano», rispose con calma
affettata il presidente inquisitore.

- Dibattimento processuale.

«Sì, sono stata io, Anna D‟Assias, ad accusare la prevenuta Gustave.»


L‟ostessa, imponente nel vestito della festa e nella carne esuberante, indicava con l‟indice
grassoccio Gustave, relegata nel suo angolo mentale. Incredula e prigioniera.
«Lei mi ha fatto abortire con le sue fatture e le sue erbe maledette.»
«Signora,» la interruppe con gentilezza frate Fabrizius «siete certa di non avere richiesto voi stessa
delle cure o degli interventi ostetrici che possono avere avuto un decorso sfavorevole? Non è un
mistero che centinaia di donne, forse migliaia, sono morte nel dare alla luce dei neonati, che molto
spesso i prematuri non sono sopravvissuti o addirittura sono stati espulsi in feto.»
«Certo: ma di chi è colpa? Della luna, forse?» esclamò l‟ostessa. «Sono loro, le streghe, amanti del
diavolo, a compiere questi misfatti. Ho già deposto al giudice e potrei ripetere mille volte la mia
convinzione. Quella donna mi ha fatto il malocchio perché non la volevo come ostetrica. Non l‟ho
pagata. E si è vendicata sulla vita del mio piccolo Hans.»
«Come avete tale certezza?» replicò il difensore.
«E‟ semplice, frate. Un giorno passò davanti a casa mia e pronunciò queste parole: „Aci èro sira!
Aci èro, aci sira!‟».
«Bastano dunque poche parole incomprensibili a causare la morte?»
La donna guardò incredula l‟emiciclo del tribunale e gli occhi azzurri, impenetrabili, del religioso
che l‟interrogava.
«Le negai la ricompensa, pensava di sapere tutto lei; chiedeva e pretendeva: soldi e olio, e persino
un gallo. Mi fece paura. Mi disse anche che la mia gravidanza era difficile, che forse avrei abortito
naturalmente, e lei poteva solo tentare un rimedio estremo...»
Il difensore guardò prima il giudice e la sua corte di incappucciati, poi rivolse il suo sguardo celeste
all‟imputata: «E‟ vero ciò che asserisce la vostra accusatrice?».
«Sì, è vero.» Si alzò congiungendo le mani, e la sua postura ricordò a molti presenti un‟immagine
blasfema ma bellissima della Madonna piangente. «Ho fatto nascere molti bambini e bambine sani,
ma a volte anche l‟ostetrica più abile si trova di fronte a insormontabili difficoltà della natura.»
«Dunque voi asserite che i molti casi di nascituri morti improvvisamente e di puerpere decedute
senza ragioni apparenti siano di origine naturale. Non le streghe, non i demoni?»
Gustave sorrise, o parve sorridere. «Noi ostetriche sappiamo da sempre che esistono molti
corpuscoli, più piccoli di granelli di sabbia, invisibili a occhio nudo, che aggrediscono il corpo nelle
sue funzioni vitali, essendo più mortali di una spada. Non riuscendo a individuare questo mondo
invisibile si parla di arti magiche.»
«Volete dire che non sono malefici inviati dal diavolo?», insorse l‟inquisitore.
«Se volete chiamarli con questo nome», alzò le spalle Gustave. «Noi sappiamo che è più importante
per la puerpera l‟igiene, un buon nutrimento e la costituzione sana, piuttosto che le preghiere.»
«Bestemmia», stigmatizzò un domenicano. «Ecco la prova della strega.»
«Lasciatela parlare, se in ogni caso avete intenzione di bruciarla», disse con voluto cinismo il frate
difensore.
«Ebbene, io potevo applicare solo alcuni cataplasmi in grado di allargare la natura della signora,»
continuò Gustave, «evitarle il vomito e massaggiarle il ventre. Potevo anche, con il suo consenso,
farla partorire in una vasca d‟acqua, per favorire le doglie e le spinte. Ma l‟ho messa in guardia
prima, per onestà.»
«Dunque voi avreste saputo fare tutte queste pratiche. Siete forse laureata in medicina a Parigi?»,
soffiò un domenicano con ironia.
«Sono i laureati che non sanno farlo», rispose umilmente l‟ostetrica. «Gli uomini non sanno fare
nascere i bambini. Voi sapreste farlo?»
«Sfacciata, strega provocatrice!» rispose l‟aiutante inquisitore.
Fabrizius fece un cenno che significava: „Tutto è ancora da dimostrare‟. Il difensore si rivolse
quindi con estrema gentilezza all‟imputata: «Potreste spiegare a questa corte la terapia che avreste
usato?».
«Certo: per i problemi uretrali che possono intervenire, con complicanze, in caso di grossezza da
parto, io somministro 10 grammi di fiori di camomilla, 10 grammi di radici del geranio, 10 grammi
di rosmarino in fiore, il tutto macerato.»
«E funziona?» chiese il difensore.
«Ma certamente, a volte bisogna cambiare la dose o aggiungere pino e ginepro, ma è una tisana
efficace.»
«Volete dire magica?», strillò il presidente accusatore.
«Tutto è magico in natura, ma bisogna sapere scegliere ed elaborare ciò che è donato dall‟Infinito.»
Fabrizius assentì.
Un frate domenicano, che verbalizzava con zelo ogni parola, alzò il volto dal tavolo e, a un cenno di
assenso del presidente, disse con voce acuta: «E che mi dite, imputata, della pratica usata contro la
febbre, che consiste nel cospargere di sale la radice di un arbusto, posare un pane su un ramo e
ripercorrere di spalle il sentiero, mormorando questa formula: „Espinas blanc, te porti sai e pa, e la
fiebre per dema...‟».
«Eminenza,» rispose umilmente la donna, «queste sono pratiche volgari, che forse esistono, ma
servono solo a colpire la fantasia popolare. Non hanno consistenza terapeutica. Non le ho mai
usate.»
«Ah sì?» incalzò il religioso. «E che mi dite di quest‟altra formula magica?» si soffermò
sull‟aggettivo, arrotandolo fra le labbra aride.
«Rifiutiamo ogni considerazione non pertinente», lo interruppe Fabrizius.
«Bene», disse il domenicano accusatore. «Di fronte a questo tribunale amministrativo domando alla
prevenuta cosa significano queste parole, trovate nella vostra casa: „Radici di luna campana, erba di
vermi, tanaride, polvere di ceroste‟? Dove avete trovato la formula se non in un sabba?»
«Si tratta di appunti, eccellenza. Gli ingredienti vanno reperiti in luoghi diversi, a volte non bastano
i mesi di un anno per preparare la ricetta. Per questo alcuni medicamenti sono cari.» La donna
sembrava dispiaciuta di non potere donare i suoi rimedi a tutti i malati.
«Sostenete che sarebbe possibile curare tutto, dal gozzo al raffreddore, ai calli, con i vostri
medicamenti?» chiese sprezzante il presidente.
«Non tutto, eccellenza» rispose Gustave, «ma anche se i risultati variano da soggetto a soggetto, la
mia farmacopea è molto ampia e conosco certi libri.»
«Libri?»
«Sì, libri, eccellenza. Testi provenienti dall‟antichità e dal sapere degli arabi, ci insegnano molte
cose.»
«Arabi, avete inteso? Infedeli. Musulmani, che dovrebbero insegnare a noi cristiani in che modo
guarire, quando solo la parola di Dio è salvifica!» strillò l‟accusatore.
Fulminò con lo sguardo frate Fabrizius. Il difensore osservò il soffitto di pietra della sala del
giudizio. „Mio Signore supremo‟ pensò „anche tu sei stato giudicato dal pregiudizio e
dall‟ignoranza.‟
Poi sollevò la testa fiera sul lungo collo e rivolgendosi al tetro emiciclo disse: «Chiedo a nome della
mia patrocinata che vengano formalizzate tutte le accuse. E che a esse si risponda con la ragione
della fede ma anche con la fede della ragione».
«Un rito abbreviato, chiedete? Se il consesso dei giudici è d‟accordo, lo concedo» dichiarò il
presidente.
Laici ed ecclesiastici annuirono in silenzio.
«Avere causata volontariamente la morte del nascituro dell‟accusatrice, reato di aborto. Pratica
demoniaca», lesse monocorde il presidente.
«Avere procurato su di sé, per mezzo di pratiche illegali, la morte del proprio figlio. Aborto, con
sacrificio al demonio.»
«No, questo è infame. Nessuna madre uccide il proprio figlio», insorse la donna.
«Siete pregata di non interrompere o farò liberare la sala d‟udienza dalla vostra presenza
perturbatrice», sibilò gelido il presidente.
«Avere causato morte e aborti in numero indeterminato con la vostra pratica di levatrice e guaritrice
votata al demonio.»
La donna si afflosciò.
Fabrizius sentì il desiderio istintivo, umano, di accarezzare Gustave sulla fronte sbiancata: donna
forte e fragile come ogni mirabile e indifesa opera del creato.
Poi riacquistò la freddezza del difensore: «Avete finito con le accuse?».
«Noi sì, ora spetta all‟accusatrice e alle testimoni completare il quadro processuale», disse con
distacco il giudice.
L‟accusatrice principale si sollevò dallo scranno, appoggiandosi con le mani. Una mezza dozzina di
donne, per lo più popolane, forse serve o cameriere dell‟ostessa, si alzarono facendo la riverenza al
presidente.
«Parlate, dunque, invece di perdervi in salamelecchi», sbottò il frate difensore.
«Presidente, qui, di fronte a tutti e con l‟approvazione delle presenti testimoni...»
«Presidente, avete verificato le loro testimonianze con qualche tratto di corda? Il manuale lo
prevede», disse Fabrizius con scherno (15).
«Solo se ci fossero contestazioni verificabili.» Le sue dita tamburellavano sulla nera copertina del
“Malleus”.
«Posso continuare, eminenze?» si inserì l‟accusatrice. «Ecco come avvenne. Il mio bambino era già
vivo e parlante nel mio ventre, ma la presente Gustave disse che non sarebbe uscito.»
«E perché mai?» chiese Fabrizius.
«Senza alcun dubbio era stato colpito da una fattura diabolica.»
«Dunque un feto può parlare e decidere di non nascere o scegliere di nascere morto...» Il frate
scosse tristemente la testa. «Neanche nei papiri dei maghi egizi o dei negromanti siriaci si leggono
tali sciocchezze!»
«Eppure è accaduto, per intervento diabolico» si limitò a ribadire il presidente. «Dovrete pur
ammetterlo, legato! Non siete anche voi un inquisitore?»
«Qui in veste di difensore», precisò Fabrizius.
Il presidente tornò a rivolgersi all‟imputata: «Dunque dicevate del vostro bambino che parlava, si
agitava e non voleva uscire».
«E‟ così, eccellenza. Feci intervenire anche un religioso, poi mi giunse all‟orecchio la fama di
quella donna.»
«Cosa faceste?»
«Mandai a chiamare la presente Gustave. Ma lei mi raccontò un sacco di storie. Mi disse anche che
il suo bambino era morto di febbre, e poi che erano tempi terribili. E per affrontare il mio caso in
modo efficace bisognava spendere molti denari, nella ricerca degli ingredienti medicali. Insomma:
fu un ricatto.»
«Perché ora voi e le vostre cosiddette testimoni la accusate di stregoneria?» chiese semplicemente
Fabrizius.
«Fu lei a minacciarmi, dato che non volevo sborsare tutto quel denaro, per un esito incerto. E
intanto il mio bambino cresceva nel ventre e la sua voce nella notte mi diceva: „Mamma, non
nascerò, non posso uscire. Qualcuno me lo impedisce‟. Capite? E‟ stata una sofferenza inaudita.»
«Qualcuno oltre voi ha sentito questa voce?» continuò il frate.
«Non so; ma tutte le brave donne che sono venute qui a testimoniare conoscono il mio tormento. E‟
un miracolo se sono ancora viva e quella strega è l‟unica responsabile del mio destino. Ne sono
certa.»
«Andate pure, ora» la licenziò il presidente.
E rivolto all‟imputata: «Basterebbe questa testimonianza per inchiodarvi». Accennò un mezzo
sorriso. «Un bambino che parla nel ventre della madre, e morirà poco dopo. Lo avete sacrificato al
diavolo?»
Gustave scosse la testa, non aveva più alcuna fiducia nella parola e nel buonsenso dei giudici. Solo
quel frate gli sembrava un essere raziocinante tra i fanatici incappucciati.
«Ma se ciò non bastasse ancora per considerarvi eretica e strega, abbiamo anche un‟altra
testimonianza. Più importante. Che voi stessa avete reso, durante i tormenti. Dunque indubitabile.»
«E se fosse il contrario?» ironizzò il difensore.
Il presidente lo ignorò e fece un cenno al domenicano che verbalizzava.
L‟uomo sfogliò un libro spesso, ricoperto di cuoio.
«Pagine dieci e undici», recitò. «La presente Gustave Mandrieu, non maritata, di professione
venditrice ambulante, accusata di commercio diabolico, ha dichiarato quanto segue: „Dopo la morte
del mio amato bambino, che non riuscii a guarire, nonostante ogni sforzo, una notte mi apparvero,
non so se in sogno o nella realtà del buio, un braccio e una mano. Erano membra infantili che
bruciavano senza fuoco e si muovevano nell‟aria, orbate del corpo. Venivano senza dubbio
dall‟altrove e io sentii che qualcuno mi inviava quel messaggio di luce, per sollevarmi dalla
sofferenza, e dal complesso di colpa che mi rodeva. Cercai di stringere la manina luminosa, ma mi
scottai e quella si sottrasse subito dopo‟.»
Lo zelante segretario continuò a leggere, senza emozione. «A domanda risponde: „La rivedeste
ancora?‟. „Sì, in circostanze diverse e anche in feste comandate. Vagava nella mia stanza, come una
reliquia fiammeggiante, sospesa nel vuoto. Finché una notte gli dissi: ti prego, torna da chi ti ha
inviato e riposa in pace‟.»
«E cosa successe dopo?» domandò il frate.
«Udii una risata terribile, sentii puzza di fumo, intravidi occhi di gatto e scorsi frattaglie che
esplodevano nell‟aria. L‟apparizione miracolosa scomparve per sempre.»
Frate Fabrizius guardò la donna.
«Come spiegate questo fenomeno?»
«Non so. La creatura sussurrò che apparteneva ai tre regni della natura. Forse il male esiste davvero.
O io ebbi un‟allucinazione generata dal dolore.»
Il presidente ignorò le ultime parole.
La donna aveva firmato la propria condanna a morte. Fabrizius lo vide nello sguardo di trionfo del
giudice e dei domenicani, prima di udire la loro sentenza.
Il presidente, secondo il dettato giuridico del “Malleus”, decise di applicare la sentenza «in sé
definitiva», alla prevenuta Gustave Mandrieu, «per sortilegio, aborto, esecrazione e sacrificio
diabolico d‟infanti».
Fabrizius e Otto si trovavano, in una grigia serata, attorno a un disadorno tavolo di osteria.
Mancavano due giorni all‟esecuzione.
«L‟hanno torturata ancora?» domandò con voce rotta Fabrizius.
«Non sembra, almeno da quanto mi ha raccontato il cappuccino che è il suo padre spirituale. Ma
quando verrà il momento, sul rogo», sembrò inghiottire sale e spine «non sarà un passaggio facile...
attraverso le fiamme.»
«Che Dio l‟aiuti. Dio aiuta tutti i suoi fedeli», affermò Fabrizius, cercando di scacciare la visione
insistente delle piaghe e della corona di spine del Cristo.
«Anche la mano umana può diventare a volte un lenimento del Supremo» affermò Otto.
«E come?»
«Facendo cessare la sofferenza del corpo prima che vengano incendiate le fascine del rogo. L‟anima
di quella donna è pura come una colomba. Lui l‟accoglierà fra le sue braccia. Gli altri sono solo
corvi.»
Fabrizius annuì.
«E come accadrà?»
Otto parlò a voce bassa, come un congiurato. «Una pozione che spegne la coscienza senza dolore,
rapidamente. Il mio fratello cappuccino si incaricherà di somministrarla alla condannata poco prima
dell‟esecuzione.»
«Ma è omicidio anche questo» tentennò Fabrizius.
«Omicidio? Donare una dolce morte all‟innocente è omicidio, maestro?»
«Per la legge sì, anche se un attimo dopo sarà comunque uccisa. Ma per me no. Non più.»
Otto chinò il capo, la cui folta capigliatura era mortificata da un‟ampia tonsura.
«Ego te absolvo», disse Fabrizius.

«Laudato si‟, mi‟ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et
tribulazione [...].»

NOTE PARTE SECONDA.

N. 1. Si veda, in particolare, rispetto al „dualismo cosmologico‟ la nota 10, nella parte prima del
testo. In relazione alle profezie catastrofiste del secolo quattordicesimo-quindicesimo, va
sottolineato che, nel Quattrocento, Antonino, Angelico e Savonarola furono i predicatori
dell‟apocalisse prossima ventura.
Nel secolo successivo l‟uomo nuovo scoprì un ulteriore „equilibrio precario‟, a causa delle
sconcertanti coordinate spazio-temporali determinate dalle scoperte geografiche.
I viaggiatori, gli oceanonauti, si avventurarono in un cosmo impensabile, proteso verso la
modernità. All‟opposto, quasi una pesante zavorra della trasformazione in atto, l‟eredità medievale
esasperava tradizioni e valori consolidati, mantenendo un baricentro passatista, che non escludeva
paure, violenze e ignoranza superstiziosa.
Due aspetti della „continuità nella trasformazione‟ sono evidenziati da analisi approfondite come
quella di Philippe Ariès (“Images de l‟homme devant la mort”, Seuil, Paris 1983) ed Emmanuel Le
Roy Ladurie (“Tempo di festa, tempo di carestia. Storia del clima dall‟anno mille”, Einaudi, Torino
1982). L‟avanzata dei ghiacciai e i lunghi inverni freddi, umidità, carestia e fame, devastarono gran
parte dell‟Europa fino al 1600.
Al contempo, un nuovo incerto „traghetto carontico‟ sconvolse la mentalità tanatologica di questi
secoli. Il balzo epocale fu travagliato e buio. Ciò spiega, almeno in parte, l‟operato amorale del papa
che seguì Innocenzo sul trono pontificio. Esorcizzare l‟ignoto, con un cinismo del potere ereditato
dal passato e pronto a soggiogare il futuro politico a ogni costo.
Il regno temporale di Alessandro Sesto (Borgia) fu relativamente breve (1492-1503), ma ebbe la
particolarità di influenzare il Cinquecento ben più dei suoi successori: Pio Secondo (1503), Giulio
Secondo (1503-1513), Leone Decimo (1513-1521). Pontefici, questi, che, dopo la crisi di Agnadello
e la spaccatura determinata dalla Riforma luterana, posero il mondo di fronte a interrogativi non
solo teologici. Papa Alessandro, oltre a esprimere la continuità del pontificato rinascimentale,
ridondante di ricchezze, fasti e piaceri terreni, espresse con perizia e senza ambagi la volontà
espansionista dello Stato della Chiesa e tramite il figlio Cesare Borgia, detto il Valentino, iniziò
l‟unificazione dell‟Italia centrale e delle Romagne, in nome della sua dinastia. La sua opera venne
ampliata da Giulio Secondo, papa condottiero, che pur essendo nemico dei Borgia ne raccolse
l‟eredità politica e militare.
Frattanto nel ventennio che va dalla morte di Innocenzo Ottavo all‟intronizzazione di Alessandro
Sesto e Giulio Secondo, l‟Inquisizione aveva perso alcuni dei suoi rappresentanti più significativi,
come Sprenger e Kramer. Altri inquisitori, tuttavia, ne avevano preso il posto. Altri interpreti ed
esegeti del “Malleus” e dei „libri neri‟ si erano messi all‟opera, per continuare l‟opera di
„acculturazione‟ e protezione della fede iniziata dai predecessori. Conf.: L. Sala-Molins, “Le
dictionnaire des inquisiteurs”, cit; R. Muchembled, “Les derniers bûchers”, Ramsay, Paris 1981.
N. 2. Nella seconda parte del “Malleus” sono considerate due questioni suddivise, rispettivamente,
in sedici e sette capitoli. Importanti, rispetto alla tradizione canonista anteriore il cap. 3, “Come si
trasferiscono da un luogo all‟altro le streghe”, e i capitoli dal 6 al 16, sul “Modo in cui (le streghe)
compiono le loro opere”. In questa seconda parte della prima Questione, infatti, gli inquisitori
espongono la causa diabolico-stregonesca dei mali che affliggono il mondo.
N. 3. Si veda sull‟argomento: M. Murray, “Il dio delle streghe”, Ubaldini, Roma 1972; V. De
Angelis, “Le streghe”, Piemme, Casale Monferrato 1999, con bibliografia allegata. Conf.: G.
Procacci, “Storia degli italiani”, Laterza, Bari 1969. Si veda, inoltre, rispetto a millenaristi
rivoluzionari, anarchici e mistici nel Medioevo: N. Cohn, “Les fanatiques de l‟apocalypse”, Payot,
Paris 1983. Quanto ai riti arcaici precristiani: C. Ginzburg, “I Benandanti. Stregoneria e culti agrari
tra cinquecento e seicento”, Einaudi, Torino 1979.
N. 4. Nelle rappresentazioni del sabba, ricostruite sulla base di documenti posteriori o
contemporanei al “Malleus”, viene evidenziata la presenza fisica ripugnante del diavolo. Il rapporto
sessuale, anche sodomitico, è considerato spesso suggello tra demoni, succubi e streghe. Il
“Malleus” in particolare [Prima Parte, p. 67] afferma che il «vizio contronatura», non solo la
sodomia, [...] rappresenta l‟enormità di peccati, perché «tutti i diavoli indifferentemente e di
qualsiasi ordine hanno orrore di commetterli e li ritengono vergognosi». Tuttavia in interrogatori e
„testimonianze‟ si accenna spesso a queste pratiche, come a comportamenti indotti dal demonio.
Si può dunque ritenere tale „peccato non emendabile‟ - secondo il “Malleus” - come un peccato
compiuto per interposta persona: uno stregone, un succubo, un adepto del diavolo, che ne incarna lo
spirito infernale. Oppure «non è sconveniente asserire - afferma ancora il “Malleus” - che sono i
diavoli del coro più basso, anzi quelli che in esso stanno più in basso, a essere deputati e addetti a
queste altre sporcizie».
La descrizione del sabba, come il precedente racconto, è liberamente tratto dal testo di J. Raymond,
“La fontaine obscure”, Seuil, Paris 1976; e, a cura di N. Jacques-Chaquin e M. Préaud, “Les
sorcières du Carroi de Marlou”, Millon, Grenoble 1996; sull‟interpretazione sessuofobica si veda
anche: J.-M. Salmann, “Les sorcières fiancées de Satan”, Gallimard, Paris 1989; K. Baschwitz,
“Procès de sorcellerie”, Arthaud, Paris 1973.
N. 5. Conf.: l‟“Introduzione” di A. Verdiglione a “Il martello delle streghe. La sessualità femminile
nel transfert degli inquisitori”, cit.
A proposito di sessualità diabolica e misoginia ne “Il martello delle streghe...” cit., moltissime sono
le citazioni. Tra esse si veda: p. 67 q. IV; p. 85 q. V; p. 86 q. VI; p. 86 q. VI; p. 90 q. VI; p. 91 q.
VI; p. 94 q. VI; p. 95 q. VI; p. 96 q. VI; p. 96 q. VI; p. 107 q. VIII; p.p. 108 e 109 q. VIII; p. 110 q.
VIII; p. 113 q. IX; p. 114 q. IX; p. 114 q. IX; p. 115 q. IX; p. 119 q. IX; p. 118 q. IX.
M. Harris, nel libro “The riddles of Culture”, afferma che ci fu persecuzione di streghe e stregoni,
fra quattordicesimo e sedicesimo secolo solo a causa di una sorta di autosuggestione di massa da
parte di inquisiti e inquisitori, per cui i giustiziati non superarono il mezzo milione. Per altro verso
G. Gardner nel suo trattato “Witchcraft Today”, del ventesimo secolo, afferma che le vittime furono
ben nove milioni! L‟improvviso inasprimento della caccia alle streghe fu determinato, a suo avviso,
dal superamento di “Canoni”, “Trattati”, “Decreti”, da parte di una nuova dottrina stregologica. Si
veda anche: H. R. Trevor-Roper, “Caccia alle streghe in Europa...”, cit.
N. 6. Si veda “Malleus”, in particolare la Seconda Parte, prima Questione.
N. 7. Conf. “Il Martello delle streghe...”, cit., pp. 259-263: “Sul modo in cui (le streghe) suscitano
grandinate e tempeste e sono solite produrre fulmini sugli uomini e sugli animali”. Inoltre,
Questione quindicesima, terza parte, p. 385 e segg.
N. 8. Il racconto è tratto da alcune narrazioni raccolte da G. Laconche, “Légendes et diableries de
Haute-Loire”, Editions Verso, Creuse 1996. Si veda, inoltre Autori vari, “Mal di luna”, a cura di G.
Pilo e S. Fusco, Newton & Compton, Roma 1994. Sui riti della fertilità conf.: C. Ginzburg, “I
Benandanti...”, cit.
N. 9. Ne “Il Martello delle streghe...”, cit., su “Streghe e medicina”, V, p.p. 238, 248, 255. Inoltre:
H. Caprez, “Medicina monastica”, Milano 1952.
Intrecciata strettamente con la cultura e la società iberica fino al 1492, quando cadde l‟ultimo Stato
moresco di Granada, la cultura araba lasciò profonde tracce specie in campo medico e
farmacologico. Sull‟argomento, si veda in specifico lo studio di M. Meyerhof, “I fondamenti
letterari della farmacologia araba”, CIBA, Basilea 1948. In esso si evidenzia, tra l‟altro, che già nel
650, dopo la conquista dell‟Asia minore e dell‟Africa settentrionale, gli Arabi erano a conoscenza di
molti farmaci importanti. Oltre a fornire fondamentali traduzioni di Galeno e Dioscoride (“La
materia medica”) e di altri medici greci, come Oribasio, Paolo d‟Egina, e a divulgare il “Corpus
hippocraticus”, gli arabi si specializzarono anche in oftalmologia.
Essi compilarono una farmacopea che comprendeva farmaci e medicamenti, usati in numerosi
paesi, fra cui l‟India. Per questo la cultura araba brillò in campo farmacologico, e già nel decima
secolo esisteva un‟enciclopedia, contenente in ordine alfabetico l‟elenco di 584 droghe, ciascuna
delle quali descritta con le sue proprietà terapeutiche. Conf. tra l‟altro W. Krenger, “La medicina e i
medici nella Spagna dell‟età d‟oro”, Milano 1950; L. Sterpellone, “Dagli dei al D.N.A.”, Delfino,
Roma 1989-1996; “Storia illustrata della medicina”, a cura di M. T. Malato, Delfino, Roma 1984.
Per ciò che concerne la medicina indiana del Gran Mogol, a partire dal 1526, conf. E. Burgham, “I
Gran Mogol e i loro medici”, CIBA, Basilea 1947.
N. 10. Sull‟argomento: I. Fischer, “La medicina in Inghilterra all‟epoca dei Tudor”, Milano 1949.
N. 11. Sull‟efficace e varia farmacopea utilizzata dalle guaritrici popolari per curare animali e
umani, si veda, tra l‟altro, S. Oddo, “La medicina popolare nell‟Alta Valle Argentina”, Pro Triora
Editore, Arma di Taggia, 1997; Autori vari, “Il ruolo della medicina nella repressione della donna”,
Roma 1980; V. De Angelis, “Le Streghe”, cit. Si segnala, in particolare, per la documentazione
riportata, il testo di R. Jalby, “Sorcellerie, médecine populaire et pratiques médico-magiques en
Languedoc”, Editions de l‟Aygues, Nyons 1974. Si veda anche, a livello teorico, J. Attali, “Vita e
morte della medicina. L‟ordine cannibale”, Feltrinelli, Milano 1980. Inoltre: J. C. Baroja, “Le
streghe e il loro mondo”, Pratiche, Parma 1994; J. Hansen, “Credenze magiche, eresia e
Inquisizione”, in M. Romanello, “La stregoneria, (1450-1650)”, Il Mulino, Bologna 1975. Sulla
medicina, in particolare, M. Foucault, “Médecins, juges et sorciers au XVII siècle” in ID., “Dits et
écrits”, Gallimard, Paris 1994; S. Houdard, “Les sciences du diable. Préface d‟Alain Boureau”,
Cerf, Paris 1992. Sul diavolo e le streghe, nel contesto popolare, il classico di G. Cocchiara, “Il
diavolo nella tradizione popolare italiana”, Editori Riuniti, Roma 2004.
N. 12. Si veda “Il Martello delle streghe...”, cit., p. 212, “Come le streghe sono solite impedire la
potenza generativa”. Inoltre conf. V. Hugo, “Notre-Dame de Paris”; F. Max, “Prisonniers de
l‟Inquisition”, cit.; K. Baschwitz, “Procès de sorcellerie”, cit.; Conf. inoltre, H. Wire, “Progenie di
strega”. Sul mutamento di mentalità e di atteggiamento della Chiesa, rispetto all‟aldilà, si veda
l‟opera di J. Le Goff, “La nascita del Purgatorio”, Einaudi, Torino 1996, che colloca la „creazione‟
del purgatorio nel dodicesimo secolo. A suo avviso fu una realtà spaziotemporale intermedia, tra
inferno e paradiso, determinata anche dai mutamenti sociali. Il mercantilismo e la borghesia
afferivano una nuova visione del peccato economico. Ai mutati rapporti di produzione, doveva
corrispondere una sovrastruttura religiosa meno rigida, in grado di garantire a forme di
accumulazione della ricchezza, spesso considerate „peccato mortale‟, un accomodamento spirituale.
Su questa questione si veda anche G. Godio, “Purgatorio in bottiglia”, in «La Repubblica delle
donne», 13 novembre 2004. Sul mondo in parte sconosciuto dei cattolici conf. M. Politi, “Il ritorno
di Dio”, Mondadori, Milano 2004.
N. 13. Conf. “Il Martello delle streghe...”, cit, p. 335 e segg.
Si veda, fra gli altri, R. Muchembled, “Le roi et la sorcière”, Desclée, Paris 1993; R. Muchembled,
“Sorcières, justice et società aux XVI et XVII siècles”, cit., p. 67; A. Soman, “Sorcellerie et justice
criminelle: le parlement de Paris (16e et 18e siècles)”, Variorum, Hampshire-Brookfield 1992.
Sul rapporto fra magistratura e stregoneria, si veda, in particolare, R. Mandrou, “Magistrats et
sorciers en France au XVII siècle”, Seuil, Paris 1980; “Possession et Sorcellerie au XVII siècle.
Textes inédits”, a cura di R. Mandrou, Fayard, Paris 1978. Troppo specialistico per avere una
trattazione esaustiva in questo contesto, il libro di R. Mandrou, “Magistrats et sorcières en France
au XVII siècle”, va comunque sottolineato per l‟analisi concernente sia gli „interventi reali‟ in
materia di stregoneria, sia le „streghe diventate fasulle‟. Nei capp. 8 e 9, Mandrou, facendo
riferimento a giuristi come A. Esmein, afferma che tra i vari „apparati giudiziari‟ - da quello
ecclesiastico e reale, passando per i „presidi‟ signorili - si era stabilita una concorrenza vischiosa
che alimentava il conflitto fra procuratori e parlamenti. L‟accentramento politico della monarchia
assoluta determinò, quindi, anche la progressiva (e lenta) dissoluzione delle autonomie locali e
nominali di apparati giudiziari, istanze e agenzie repressive. Così, mentre nel 1647 la “Court
normand” pretendeva di perseguire „in quanto strega‟ la religiosa Simon Gaugain, il parlamento di
Parigi tacciava di „abuso di potere‟ questo tribunale, impedendo l‟avocazione del processo e
invocando la „buona riputazione‟ della madre badessa. Strega per gli uni, santa per gli altri! Risulta
anche solo da questo “affaire” come le „autonomie giudiziarie‟ difendessero con i denti
indipendenza e privilegi locali. Diversi i motivi: tra questi, come si è visto, nel caso di persone
benestanti condannate, la pena passata in giudicato poteva significare un congruo sequestro e
incameramento di beni da parte dell‟apparato giudicante.
N. 14. Sull‟infanticidio diabolico si veda “Il Martello delle streghe...”, cit., p.p. 248 e 249 e i
riferimenti alle p.p. 127 e 128.
Il “Malleus” dedica, nella seconda parte, i capp. 12 e 13 ai seguenti argomenti strategici: “Sul modo
in cui le streghe sono solite infliggere agli uomini certe altre malattie particolari”; “Sul modo in cui
le streghe ostetriche arrecano i danni peggiori, o quando uccidono o bambini o quando, esecrandoli
li offrono ai diavoli”. Crimini orrendi, tuttavia perpetrati sempre con il permesso divino. Conf. E
von Spee, “I processi contro le streghe (Cautio criminalis)”, Salerno Editrice, Roma 2004; M.
Soulié - H. Muller, “Les Procès célèbres...”, cit. Sulla febbre puerperale conf. E. Gallo, “Geni
incompresi”, Piemme, Casale Monferrato 2004. Riferimenti alla tematica generale sono presenti in
H. Wire, “Progenie di strega”, E Max, “Prisonniers de l‟Inquisition”, cit. Inoltre R. Villeneuve, “Les
procès de sorcellerie”, Payot, Paris 1979; L. Santucci, “Il bambino della strega”, Mondadori,
Milano 1981.
N. 15. L‟episodio narrato è stato suggerito da un aneddoto, riportato da “Il Martello delle
streghe...”, cit., cap. 13, seconda parte, Questione principale, p. 248 e segg.
Rispetto alla procedura processuale si fa riferimento alla meticolosa efferatezza con cui il
“Malleus”, nella terza parte, regolamenta «l‟azione giudiziaria, sia nel foro ecclesiastico sia nel foro
civile», dilungandosi sulle «avvertenze che deve avere il giudice prima degli interrogatori, da
allestire in carcere e in camera di tortura»: conf. “Il Martello delle streghe...”, cit., p.p. 379-382.
Parte Terza.
SCHIAVE E AMANTI DI SATANA.

Demoni, stregoneria e atti venerei.

“L‟adulterio spirituale”.

La stregoneria contemporanea, specie in Europa, è stata considerata a lungo un „soliloquio


segreto‟, o un codice occulto. A parlarne sono stati soprattutto coloro che vi credevano o si
ritenevano posseduti e venivano condannati dall‟Inquisizione in seguito alle loro ammissioni. Una
sintassi circoncentrica, uno stereotipo di confessioni anchilosate, quasi sempre identiche (1).
Analizzando un testo come il “Malleus”, insieme alla “Demonomania delle streghe” di Jean Bodin
(1580), al “Discorso esecrabile delle streghe” (1602) di Henri Boguet e al “Tableau de l‟inconstance
des mauvais anges et démons” (1612) di Pierre de Lancre, Sophie Houdard nota che «nonostante le
differenze fra i testi, si rileva in essi una quantità metodica di compilazione di saperi giuridici
religiosi e filosofici».
L‟autrice indica nel diavolo una costante che li attraversa con il suo volo, a tratti invisibile a tratti
terrorizzante, che durerà oltre due secoli. Il demonio è il “point de chute”, centro di riferimento e
coagulo, di molteplici paure che si incarnano in figure maledette: idolatri, maghi, sodomiti satanici,
infanticidi (2).
„Egli‟ incarna lo specchio che riflette il buio della paura, nata spontaneamente o instillata in
uomini e donne sottomessi al dominio del potere irrazionale, sprezzante e cinico.
La crociata contro le streghe, suggellata da Innocenzo Ottavo e rappresentata dal “Martello”,
individuando nella stregoneria un crimine spirituale e temporale, assicurò la coesione, subalterna al
papa, di autorità civili e religiose. Ma potenziò anche il controllo, da parte dell‟Inquisizione e della
sua autorità, sui beni dei sospettati e dei condannati.
Il corpo sociale e quello mistico devono identificarsi. Il corpo della preghiera è metafora di coloro
(gli inquisitori) che perseguono le membra malate della società per amputarle, affinché non infettino
la comunità sociale e religiosa. La diffusione del supplizio e l‟ostentazione dei condannati non
rappresentano solo il castigo, né il diavolo ha una funzione simbolica. L‟espiazione, mediante i
processi, è collettiva: una sublimazione punitiva accettata e giustificata in nome della stregoneria,
definita „eresia criminale‟ di massa.
Si inaugura una nuova tecnologia disciplinare, propiziata da un‟inedita triade: la Chiesa, il braccio
secolare (o potere giudiziario riformato), i medici.

Il cosiddetto „patto col diavolo‟, che attraversa tutto il libro nero dell‟inquisitore, è
impregnato, com‟è noto, di misoginia. La paura della donna, o addirittura del femminino, che
individua nella donna libera, nella guaritrice o nella prostituta, la strega (e viceversa) determina, al
contempo, una trasformazione epocale di mentalità. Soprattutto nelle zone rurali, nelle campagne, la
figura della donna viene mortificata e definitivamente sottomessa all‟ideologia patriarcale.
La donna rurale - spesso in alcune regioni „capofamiglia‟ e matriarca a causa delle lunghe
assenze migratone degli uomini e dei mariti, come accadeva nei paesi baschi, inquisiti da de Lancre
- fu stigmatizzata e vilipesa.
L‟antitesi imposta dall‟ordine costituito è spietata: o sposa e madre, oppure fidanzata del diavolo e
strega.
La libertà sempre più ristretta che il “Malleus” concede alle attività femminili extraconiugali va di
pari passo con l‟imborghesimento maschilista della famiglia e con la subalternità della donna al
marito-padrone.
Ogni altra manifestazione di femminilità, sia essa sessuale o sociale, sarà considerata demoniaca e
deviante.

«Ecco la donna di cui si lamenta l‟“Ecclesiaste”, come pure la Chiesa, a causa dell‟ingente
numero di streghe: „Ho trovato la donna più amara della morte, perché è una trappola, il suo cuore
una rete, le sue mani catene. Chi piace a Dio la fugge, chi è peccatore è catturato da lei‟. Più amara
della morte vuole dire che è più amara del diavolo. Dice, infatti, l‟“Apocalisse”: „Il suo nome è
morte‟. (“Apocalisse” 6, 8) Inoltre attirano innumerevoli uomini e animali con stregonerie. Il loro
cuore è una rete, cioè imperscrutabile è la malvagità che regna nel loro cuore.»

“Diavolo, giudizio e sessuofobia”.

«Perché nel sesso tanto fragile delle donne si trova un numero di streghe tanto maggiore che
fra gli uomini? [...] Per quanto riguarda l‟intelletto e la comprensione delle cose spirituali le donne
sembrano appartenere a una specie diversa da quella degli uomini, e questo viene richiamato
dall‟autorità e dalla ragione con vari esempi della “Scrittura”. Terenzio dice: „Le donne sono deboli
d‟intelletto, quasi come i bambini‟. E Lattanzio: „Tranne Temistia, nessuna donna ha mai saputo di
filosofia‟. [...] In quanto animale imperfetto la donna inganna sempre. [...] E tutto questo è già
dimostrato dall‟etimologia del nome. Infatti femmina viene da „fede‟ e „meno‟, perché ha sempre
minor fede e la serba di meno. La conclusione, comunque, è già sicura: san Tommaso infatti,
trattando dell‟impedimento stregonesco mostra perché Dio permette al diavolo di avere sugli atti
venerei dell‟uomo un potere maggiore che sugli altri atti. Bisogna anche dire, però, che sono più
infestate le donne che maggiormente si dedicano a tali atti. [...] Alla domanda perché sia permesso
al diavolo esercitare stregonerie preferibilmente nell‟atto e sull‟atto venereo, piuttosto che negli altri
atti umani, si risponde che a questo fatto sono dai Dottori attribuite molte ragioni. [...] Per il
momento basterà una causa di cui si è già parlato: la potenza del diavolo è sui reni dell‟uomo. [...]
Ma non si può dire che l‟opera del diavolo sia più forte di quella di Dio [...] visto che non si può
dare nessuna stregoneria se non con il permesso divino.»

La sessuofobia o misoginia degli inquisitoti risulta sovraesposta e necessaria, ma


subordinata agli effetti speciali della demonizzazione. La strega, succuba del demonio mediante la
schiavitù sessuale, è il tramite che fa funzionare il rapporto triangolare fra Dio (permesso divino) -
mondo (malattie e calamità) - diavolo (causa prossima e subalterna). La strega, schiava o „fidanzata
del diavolo‟, come verrà definita romanticamente, diviene l‟assunto causale di ogni procedura volta
a individuare ed estirpare la „radice malefica‟.
“Il patto diabolico”.

«Al diavolo non sarebbe permesso compiere [certi malefici], se volesse colpire gli uomini da
solo e tuttavia sono permessi attraverso le streghe, secondo un giusto e occulto giudizio di Dio, a
causa della loro perfidia e del rinnegamento della fede cattolica. Allora tali cose per un giusto
potere sono attribuibili in modo indiretto alle streghe, anche se il diavolo resta l‟autore principale.
Così quando una donna immerge una scopa nell‟acqua per fare piovere e quando getta dell‟acqua
per aria, benché in realtà essa non sia la causa della pioggia e non ci sia che rimproverarla, tuttavia,
dato che essa fa ciò per un patto stretto con il diavolo, sebbene sia il diavolo a causare la pioggia,
così la donna è incolpata a ragione solo perché si trova in cattiva fede e serve il diavolo,
sottomettendosi alla sua obbedienza.»

Scrive Houdard (“Les sciences du diable...”, cit.) che i principali nemici degli autori del
“Malleus” divennero «coloro che osano negare l‟esistenza della stregoneria». Questo
capovolgimento rispetto al Canone e agli inquisitori dell‟eresia medievale è fondamentale per
comprendere il dispositivo del libro.
La „causa occulta‟ dei mali nel mondo occupa buona parte della disamina demonologica di
Sprenger e Kramer. La novità teologica consiste nel fatto che viene proposta una sorta di
isomorfismo tra azioni divine e diaboliche.
Dio autorizza i malefici - dalle inondazioni alle pestilenze, dalle guerre alle carestie - poiché si è
abbandonato il cammino della grazia. Il diavolo, che si insinua in questa frattura della fede,
cristallizza nel mondo la malvagità, stringendo un patto, di origine sessuale, con le donne, e a volte
con gli uomini, che diventano suoi succubi e schiavi.
Il patto diabolico inscrive dunque tre entità diverse e differite in un unico cerchio divino e magico-
satanico. Dio, diavolo e strega sono coprotagonisti delle tragedie umane.
I due autori discutono con il loro metodo, ora scolastico ora apparentemente aneddotico e
dispersivo, di una dicotomia fondamentale, che parte dalla possibilità di distinguere il vero dal
falso, il miracolo dai poteri diabolici ratificati dal patto, fino al permesso divino e alla subalternità
satanica. Il compito ermeneutico oltre che esorcistico dell‟inquisitore consiste nel dividere il mondo
visibile da quello invisibile. Tale divisamento non è semplice, ma in esso consiste la potenza
disvelatrice del “Malleus”.
Una lama di luce abbacinante, un giudizio inappellabile. Così si può distinguere il miracolo dal
patto diabolico, poiché il miracolo riguarda la comunità dei fedeli: il patto è un contratto individuale
fra diavolo e adepti.
E le streghe? Per quanto questi esseri siano solo „complici‟ del demonio non possono venire
considerate persone deboli e plagiate, non punibili.
Il diritto canonico e romano, rivisitato, conferisce alle creature del male e dell‟orrore, una precisa
responsabilità, determinata dal contratto cosciente stipulato con il demonio. Il diavolo, per svolgere
la sua turpe opera di reclutamento fra gli umani, si serve di fantasmi diabolici, di „simulacri‟ che si
installano nella mente e nel corpo dei suoi seguaci, con riflessi demoniaci.

“Sull‟enormità del peccato di stregoneria”.


Nel “Malleus” la strega e lo stregone sono posti sotto i riflettori della magia nera e
dell‟influsso diabolico.
Il loro operato sopravanza ogni altro crimine, per quanto ignobile e raccapricciante, assurgendo alla
definizione assoluta di peccato ed eresia. Persino peggiore del peccato originale di Adamo,
compiuto in stato di grazia. Più iniquo del comportamento di pagani, apostati, eretici ed ebrei!
Le loro colpe incommensurabili gridano vendetta, sono crimini contro i quali l‟inquisitore officia
davanti all‟Altissimo, pronunciando un solo verdetto, un solo castigo: la pena suprema.

«Le streghe rinnegano la loro fede, uccidono bambini innocenti. Pertanto le sostanze
separate che muovono le sfere non intervengono in appoggio di queste stregonerie a motivo della
loro bontà.
Per concludere, tali atti non possono avere origine né dai corpi celesti né dai motori di tali corpi e
devono necessariamente avere origine dalla capacità di una creatura connivente che non può essere
buona per volontà, anche se lo è per natura. Ma creature siffatte non possono essere che diavoli: le
stregonerie non possono farsi se non per la capacità di costoro. A meno che a questo si voglia
opporre la considerazione quanto mai frivola che la stregoneria proverrebbe, anche per una certa
virtù delle stelle, dal concorso della malizia umana dinanzi alle parole di minaccia degli stregoni.
[...] Si dimostra qui come i peccati degli stregoni siano più gravi del peccato degli angeli cattivi e di
quello dei progenitori. Per cui, come gli innocenti vengono puniti per la colpa dei genitori, anche
numerosi innocenti vengono dannati e stregati per i peccati degli stregoni. (Sum. theol., I, 22, 2;
Salmi, 15, 4). [...] Si considera l‟enormità delle streghe. C‟è qui tutta la materia predicabile. Quanto
all‟enormità dei crimini, c‟è da chiedersi se le deplorevoli azioni delle streghe superino, tanto per la
colpa quanto per le pene e i danni, tutti gli altri mali che Dio lascia accadere e che ha permesso
dall‟inizio del mondo fino a oggi. E sembra di no, soprattutto riguardo alla colpa: infatti, il peccato
che si commette quando si sarebbe potuto facilmente evitarlo supera il peccato che si commette
invece quando non si sarebbe potuto evitarlo altrettanto facilmente. Questo risulta evidente dalle
parole di Agostino nel “De civitate Dei”: „Grande è l‟iniquità del peccato dove è così grande la
facilità di non peccare‟.
Ma Adamo e gli altri che hanno peccato quando erano in uno stato di perfezione o anche di
grazia, soprattutto Adamo che era stato creato in stato di grazia, avrebbero potuto evitare di peccare,
con l‟assistenza della grazia, più facilmente della maggior parte delle streghe, che non hanno
ricevuto doni di questo genere; dunque i loro peccati superano le deplorevoli azioni delle streghe.
[...]
Tuttavia si può obiettare che quanto include parecchie ragioni di male è maggiormente male, e i
peccati delle streghe sono di tal fatta. Infatti essi possono causare tutti i mali in ciò che è buono per
natura e per forma, con il permesso di Dio, come si deduce dalla “Bolla Papale”. Inoltre, Adamo
peccò facendo il male sotto uno solo dei due aspetti, perché era proibito, non perché fosse male in
sé, ma gli stregoni e gli altri peccatori peccano facendo il male sotto due aspetti, perché è male in sé
e perché è proibito, come avviene negli omicidi e in molte altre cose proibite. [...]
Come si è detto nel titolo, i mali operati dalle streghe moderne superano tutti gli altri mali che Dio
abbia mai permesso per quanto riguarda i peccati attinenti alla perversione morale, anche se è
diverso il caso dei peccati che si oppongono alle altre virtù teologali. Lo si può provare in tre modi:
primo, in generale, paragonando tutte le loro opere indifferentemente a qualunque altra infamia del
mondo; secondo, in particolare, paragonandole a tutte le altre specie di superstizioni basate su un
patto stretto con i diavoli; terzo, paragonandole ai peccati degli angeli cattivi o al peccato dei
progenitori. [...] Appare così che la colpa delle streghe supera tutti gli altri peccati.
Infatti, secondo la dottrina di san Tommaso, bisogna considerare molte cose da cui può derivare la
gravita e la leggerezza di un peccato e da questo deriva che uno stesso peccato che per un verso è
grave, da un altro punto di vista appare leggero. Così si può dire che nella fornicazione il giovane
pecca e il vecchio si comporta come un folle. [...]
Possiamo dire quindi che, sebbene il peccato di Adamo sia più grave di tutti gli altri rispetto a certe
circostanze, [...] tuttavia, per quanto riguarda la specie e la quantità del peccato e anche le altre
circostanze aggravanti, come il fatto che dai loro peccati derivino altri peccati molto più gravi, i
peccati delle streghe sono superiori a tutti gli altri. [...]
Un peccato, infatti, è detto più grave di un altro sia per la portata causale, come il peccato di
Lucifero, sia per la portata generale, come il peccato di Adamo, sia per la deformità, come il
peccato di Giuda, sia per la difficoltà di rimetterlo, come il peccato contro lo Spirito Santo, sia per il
pericolo, come il peccato d‟ignoranza, sia per l‟inseparabilità, come il peccato di cupidigia, sia per
la propensione al male, come il peccato della carne, sia per l‟offesa alla maestà divina, come il
peccato d‟idolatria e d‟infedeltà, sia per la difficoltà di vincerlo, come la superbia, sia per la cecità
mentale, come l‟ira. Così, anche dopo il peccato di Lucifero, l‟operato delle streghe supera tutti gli
altri peccati, sia per la deformità, perché rinnegano il crocefisso, sia per la propensione al male,
perché compiono le sporcizie della carne con i diavoli, sia per la cecità mentale, manifestata nel
danneggiare in tutti i modi tanto le anime quanto i corpi, gli uomini come gli animali, nelle orge cui
si abbandonano in totale malvagità di spirito, come risulta da quanto si è detto sopra.
[...] Ora, siccome principalmente per infedeltà l‟uomo si allontana da Dio, la stregoneria per
infedeltà è il più grande di tutti i peccati. Lo si esprime con il nome di eresia, che è anche apostasia
di fede e fa di tutta la loro vita un peccato. [...] Da cui si deduce che l‟eresia delle streghe è la più
grave delle tre specie di infedeltà e questo è provato anche dalla ragione e dall‟autorità. Si dice
infatti nella seconda “Epistola” di Pietro: „Sarebbe stato meglio per loro che non avessero
conosciuto la via delle verità, anziché, dopo averla conosciuta, distogliersi da essa‟. E in base alla
ragione: pecca più gravemente colui che non mantiene quanto ha promesso di colui che non
mantiene quanto non ha mai promesso. Perciò gli eretici, che professano la fede del “Vangelo” e
tuttavia oppongono resistenza a essa e la guastano, peccano più gravemente per infedeltà degli ebrei
e dei pagani.
E a loro volta gli ebrei peccano più gravemente dei pagani perché hanno ricevuto la figura
della fede cristiana nella “Legge Antica”, che corrompono interpretandola male, cosa che i pagani
non fanno: perciò la loro infedeltà è un peccato più grave dell‟infedeltà dei Gentili che non hanno
mai ricevuto la fede del “Vangelo”. Sul secondo punto, il fatto cioè che vengano chiamati apostati,
secondo Tommaso l‟apostasia comporta un certo ritiro da Dio e dalla religione, che avviene
conformemente ai diversi modi in cui l‟uomo si unisce a Dio: o con la fede, o sottomettendo a Lui
la volontà nell‟obbedienza, o con la religione e il elencato.
[...] L‟apostasia, di cui parliamo a proposito dell‟apostasia delle streghe, è detta apostasia dovuta a
perfidia, che è tanto più grave in quanto si compie sulla base di un patto esplicito con il nemico
della fede, della ragione, della salvezza. [...] Noi inquisitori ne abbiamo trovate certune che avevano
rinnegato tutti gli articoli della fede, e altre che ne avevano rinnegati solo alcuni, ma tuttavia esse
dovevano sempre rinnegare la confessione vera e sacramentale. Per cui sembra che la perfidia di
Giuliano l‟Apostata non fosse altrettanto grande, benché certamente abbia fatto cose più gravi
contro la Chiesa. [...] Si afferma che le infamie delle streghe superano tutti i peccati degli altri per
quanto riguarda la colpa e la pena. E lo si spiega considerando in primo luogo la pena che si deve
infliggere agli eretici, in secondo luogo quella cui vanno sottoposti gli apostati. Infatti gli eretici,
secondo Raimondo, sono passibili di una duplice pena: la scomunica con la deposizione e la
confisca dei beni oppure la pena corporale. Inoltre incorrono in pene gravissime anche coloro che
credono in loro, coloro che li accolgono, li sostengono o li difendono. Oltre a essere colpiti dalla
pena di scomunica, gli eretici con i loro fautori e difensori e coloro che li accolgono e i loro figli e
discendenti fino alla seconda generazione in linea paterna e alla prima in linea materna non sono
ammessi ad alcun beneficio o carica ecclesiastica. Come terza pena, se gli eretici hanno figli
cattolici, questi vengono privati dell‟eredità paterna perché sia detestato tale crimine.
Come quarta pena, se qualcuno, sorpreso nel delitto di eresia, non voglia rivolgersi immediatamente
alla fede e abiurare, bisogna bruciarlo subito se è un laico (se i falsari di monete vengono
immediatamente giustiziati, a maggior ragione devono esserlo i falsari della fede); se invece è un
clericale, dopo la solenne degradazione dev‟essere consegnato al potere secolare perché lo uccida.
Se invece si rivolgono alla fede, devono essere cacciati in carcere a vita e scomunicati in entrambi i
casi. Questo se ci si attiene rigorosamente al diritto.
Punizioni di questo genere non sembrano essere sufficienti per le streghe, che non sono semplici
eretiche, ma apostati e anche peggio, dato che nell‟apostasia non rinnegano la fede di fronte agli
uomini per paura o per gli allettamenti della carne, come si è detto sopra, ma oltre a rinnegare la
fede si danno addirittura ai diavoli offrendo loro in omaggio il corpo e l‟anima. Con questo sembra
probabile che per quanto facciano penitenza e tornino alla fede, non debbano essere sottoposte al
carcere perpetuo come gli altri eretici, bensì essere punite con l‟estremo supplizio.»

“Incubi, succubi, demoni e streghe”.

La presunta stirpe generata dal rapporto fra incubi, succubi, demoni e streghe era considerata
fondamentale per la diffusione del contagio diabolico. Le domande inquietanti formulate dal
“Malleus” riguardano la possibilità e le modalità reali della procreazione diabolica, nonché le
caratteristiche della progenie che ne deriva. Nulla viene escluso: dalla geminazione agli ibridi
infernali, dal connubio succube a una macchinosa tecnica di „inseminazione artificiale‟ (3).

«Quanto agli atti carnali e circa il fatto che i diavoli li compiano come incubi con le streghe
nei corpi da loro assunti, non sussiste nessuna difficoltà in base a quanto si è detto fin qui. Può forse
restare un dubbio: le streghe dei nostri giorni praticano queste sporcizie? Le streghe sono state
originate da queste sporcizie? [...]
Per quanto riguarda le antiche streghe vissute circa millequattrocento anni prima dell‟incarnazione
del Signore [...] non si sa, perché la storia non ha mai parlato di quello che ci ha insegnato
l‟esperienza. [...] [Tuttavia] nessuno può dubitare che gli stregoni siano sempre esistiti e che le loro
opere abiette abbiano procurato numerosi danni agli uomini, agli animali e ai frutti della terra e così
pure non si può dubitare che siano sempre esistiti i diavoli incubi e succubi. Le tradizioni del
canone e dei santi Dottori hanno tramandato da molti secoli molte cose su questo argomento. Ma
nel passato i diavoli incubi molestavano le povere donne contro la loro volontà, come riferisce
Nider. [...]
Quanto all‟opinione che afferma che le streghe del giorno d‟oggi si siano infettate di queste
sporcizie diaboliche, essa è ben salda non tanto per la nostra convinzione, quanto in base alla
testimonianza vissuta delle streghe; [...] sottoponendosi volontariamente a questa miserevole
schiavitù [...] sempre con un rinnegamento totale o parziale della fede. [...] Il nostro collega,
l‟inquisitore di Como, nella contea di Burbia nello spazio di un anno, il 1485, fece bruciare
quarantuno streghe, che, come si diceva, affermavano tutte pubblicamente di essersi date a queste
sporcizie diaboliche. Tutte queste cose, dunque, risultano dalla nostra esperienza di quanto si è visto
o scritto, o dalle relazioni di testimoni degni di fede. [...] Alla questione se coloro che sono stati
generati in seguito a questo genere di pratiche diaboliche siano destinati ad avere facoltà superiori
rispetto ad altri uomini, [si] risponde che è vero, non solo in base al testo della “Scrittura”, „questi
sono i potenti fin dai tempi antichi‟, ma anche perché i diavoli possono sapere la capacità del seme
separato da qualcuno. [...]
I diavoli si dedicano a questa attività ai fini non del godimento ma della corruzione. Le cose si
svolgeranno in questo ordine: un diavolo succubo prende il seme di un uomo scellerato, e se si tratta
di un diavolo assegnato in particolare a quell‟uomo e non vuole rendersi incubo di una strega, allora
da questo seme a un altro diavolo assegnato a una donna o a una strega, e questi, sotto una
costellazione che gli è favorevole per generare un uomo o una donna vigorosi, per perpetrare
stregonerie, si farà succubo della strega. [...]
Alla domanda di chi sia figlio chi nasce per opera di questi diavoli, risulta evidente che non è figlio
del diavolo ma dell‟uomo da cui proviene il seme.
[...] Se si deduce che il diavolo può prendere e infondere il seme invisibilmente, diciamo che è vero,
ma che esso lo fa, di preferenza, visibilmente come succubo e incubo, per macchiare con tale
sporcizia il corpo e l‟anima dell‟uno e dell‟altro uomo, ovvero tanto della femmina quanto del
maschio nel corpo, come è stato detto.
Potrebbe infine succedere che un altro diavolo ricevesse la semenza al posto del diavolo
succubo, il quale a sua volta si rendesse incubo al posto dell‟altro e questo per tre giorni: un
diavolo, attaccato a una donna, riceve il seme da un altro diavolo, attaccato a un uomo, e così
ciascuno può esercitare la stregoneria affidatagli dal principe dei diavoli, dato che anche dal
Maligno è stato affidato a ciascuno il proprio angelo, oppure ciò accade per la sozzura dell‟atto. [...]
Oppure infine il diavolo, prendendo invisibilmente il posto del seme dell‟uomo, introduce,
frapponendosi alla donna, il suo seme, cioè quello ricevuto invisibilmente come incubo. Bisogna
dire che affermare che talvolta gli uomini sono procreati da questi diavoli è un‟affermazione così
cattolica che l‟affermazione opposta è contraria non solo alle parole dei santi ma anche alla
tradizione della “Sacra Scrittura”. [...] I diavoli sanno quale sia la migliore complessione da
conferire al neonato perché gli effetti siano proporzionati a lui. Si conclude allora dalla
concomitanza di questi elementi che coloro che sono generati in questo modo hanno una
corporatura robusta e grande. [...]
Se ci si chiede se le streghe siano state originate da tali sporcizie diciamo che è vero, hanno avuto
senz‟altro origine da questa pestifera mutua società. [...]
Valga da sommaria conclusione che, nonostante quanto dicono certuni, che i diavoli non
possano in alcun modo generare con i corpi da loro assunti, perché per figli di Dio si intendono i
figli di Seth, e non gli angeli incubi, e per figlie degli uomini le discendenti della stirpe di Caino,
tuttavia, come risulta, viene addotto il contrario da parte di molti e sembra che questo non possa
essere del tutto falso, secondo il Filosofo [Aristotele] nel “De somno et vigilia”. Infatti ai nostri
tempi si trovano attestati fatti e detti di streghe che fanno veramente e realmente tali cose.»
“Incantesimi e rapporto sessuale”.

«Dice san Tommaso che la prima corruzione del peccato a causa di cui l‟uomo è diventato
servo del diavolo è sopraggiunta in noi a causa dell‟atto generativo e per questo Dio permette al
diavolo di esercitare su questo atto un potere di stregoneria più forte che sugli altri atti. Inoltre la
capacità delle streghe è più evidente sui serpenti che sugli altri animali, perché appunto usando
come strumento il serpente il diavolo ha tentato la donna. E ancora san Tommaso aggiunge:
„Sebbene il matrimonio sia opera di Dio, in quanto è stato istituito da Lui, tuttavia esso talvolta
viene distrutto a opera del diavolo, non per violenza, altrimenti si dovrebbe pensare che il diavolo
sia più potente di Dio, ma con il permesso divino, mediante impedimento temporaneo o perpetuo
dell‟atto coniugale‟. [...]
Nella “Bolla” si parla di sette metodi per colpire con stregonerie di vario tipo, l‟atto venereo e il
feto concepito nell‟utero; il primo si compie spingendo l‟animo degli uomini a un amore
disordinato, il secondo bloccando la loro forza generativa, il terzo portando via il membro che serve
per tale atto, il quarto trasformando gli uomini in forme bestiali, il quinto compromettendo la forza
generativa nelle donne, il sesto procurando l‟aborto, il settimo offrendo i bambini ai diavoli.»

In molti casi di „possessione‟ - citati dal “Malleus” - è evidente sia il maleficio, sia il danno
venereo o riproduttivo causato dalla stregoneria. Non si tratta tuttavia, come già sottolineato, di
mera sessuofobia inquisitoria, al servizio della croce e del rogo.
Il sesso risulta, nella mentalità magica e fanatica dei cacciatori di streghe, una sorta di interfaccia fra
mondo conosciuto e sconosciuto, vita e morte. E‟ una porta misteriosa, un mezzo di comunicazioni
tra potenze del bene e del male. Attraverso l‟unione sessuale si stabilisce il rapporto con la vita, la
riproduzione, il miracolo della continuità. O, all‟inverso, si prospetta lo schermo nero della
perdizione. Perciò il seme gelido del diavolo, i rapporti perversi, contro natura o non finalizzati alla
riproduzione ma alla lussuria, sono considerati il passante per l‟inferno.
Il corpo e i suoi organi genitali diventano un tormentato edificio di peccato e virtù, in cui il membro
maschile e l‟organo femminile assumono una funzione metafisica e creazionista. Oggetti
dell‟interdizione e condanna di fede al contempo, simboli paganeggianti dell‟utero e del fallo
cosmico che hanno generato l‟universo (4).

“Storia di Babette, perdutamente innamorata del diavolo”.

«Procedete.»
«L‟assistente girò l‟impugnatura del martinetto, lo stivaletto si strinse e la povera disgraziata lanciò
uno di quegli orribili gridi che non hanno ortografia in alcuna lingua umana.» (V. Hugo)

«E‟ accennato prima, riguardo ai peccati dei padri, che Dio punisce nei figli fino alla terza e alla
quarta generazione, e ciò come s‟è detto si capisce dagli imitatori dei delitti paterni. Ma questo
criterio si conclude con la punizione dei figli al posto dei padri, quando non si imitano i delitti
paterni mettendoli in opera in cattive azioni, ma solo nell‟abito. Come accadde infatti al figlio nato
a Davide, per adulterio, che subito morì. E si ordinò che gli animali degli Amaleciti fossero uccisi,
sebbene la ragione di ciò debba considerarsi mistica. [...] Da tutte queste cose non è fuor di luogo
dire che i bambini di questa natura, sempre, alla fine della vita, inclinano a perpetrare stregonerie.
Così infatti Dio santifica le offerte fatte a Lui, come dimostrano le imprese dei santi, qualora
i genitori consacrassero la prole da loro procreata a Dio; così anche il diavolo non cessa di
corrompere ciò che gli è offerto, come si può ricavare da numerosi fatti nel “Nuovo” e nel “Vecchio
Testamento”. Così dicono parecchi patriarchi e profeti come Isacco, Samuele e Sansone. Così anche
Alessio, Nicola e innumerevoli altri che giunsero con moltissime prove d‟amore alla santità della
vita. [...]
L‟esperienza infine dimostra che sempre le figlie delle streghe hanno fama con simili
argomenti di essere le imitatrici dei delitti materni e che quasi tutta la progenie è infetta. La ragione
di ciò e di tutte le cose precedenti è data dal fatto che hanno sempre cura di lasciare un superstite e
cercano di farlo crescere, stretto il patto con il diavolo, con enormi sforzi di perfidia. [...] La ragione
naturale è che la donna è più carnale dell‟uomo, come risulta in molte sporcizie carnali. Si può
notare che c‟è come un difetto nella formazione della prima donna, cioè una costola del petto
ritorta, come se fosse contraria all‟uomo.»

«Visione diabolica!» esclamò il Primo giudice. «Babette Guilleme ha sostenuto nei tormenti
che il mondo è popolato da piccoli esseri luciferini. Polvere trasparente e mobile, che si agglutina e
si separa come un universo di anime, oggetto di diaboliche attenzioni» (5).
L‟inquisitore stava seduto al centro del tribunale, su uno scranno rialzato che doveva ricordare il
pulpito. Ma un pulpito costruito non sulla parola divina, bensì sul potere terreno di armigeri, famigli
e assistenti che lo circondavano, poggiati su scomodi seggi senza schienale e muniti di leggìo.
Il giudice dalla sua altezza irraggiungibile leggeva sortilegi, dettagliava peccati ed eccessi che non
esistevano nel linguaggio umano, neppure in quello più abietto delle taverne e dei postriboli. Si
concretava in quella sordida aula un‟accusa di turpitudini che si abbattevano sull‟imputata con la
violenza del castigo preventivo, con la ripugnanza di esseri volanti, neri e puzzolenti.
«La prevenuta si offriva, in cambio di moneta, a più uomini contemporaneamente,
concedendo ai loro istinti bestiali ogni orifizio del suo corpo... La sua lussuria era mercato di
pratiche orgiastiche che officiava come una messalina diabolica. Ridendo applicava la sua rosea
bocca al membro virile. Offriva il suo deretano alle carezze più lascive... Masturbava
contemporaneamente due amanti, mentre un terzo la possedeva seduto sulle sue ginocchia... Si
concedeva alla sodomia mentre contemporaneamente un altro amante la penetrava, Più che
un‟Afrodite pagana, iniziata alle arti depravate dell‟amore, pareva un‟invasata mai sazia di piaceri
proibiti...»
Ed ecco la grande peccatrice, la Diana scandalosa del patto sessuale diabolico.
La giovane bionda, dallo sguardo assente, che sedeva in fondo alla sala, incatenata, era la portatrice
del “peccus” che, come sostenevano gli antichi, è un difetto del piede - sintomo di occulte verità.
Specie ora che il boia l‟aveva storpiata con il martinetto e i ceppi, la sua graziosa caviglia era un
evidente atto di accusa. Ma dopo quanto aveva raccontato e confessato, non era quello il segno più
rilevante della colpa. Non c‟erano dubbi: in quell‟abito estraniato e ammaliante dimorava una
strega, amante del diavolo, che aveva stregato e insozzato sessualmente molti giovani e amanti
occasionali, in virtù del patto carnale stretto con Satana. Donna pubblica, prostituta, meretrice, ma
soprattutto ispiratrice di malefici che, con l‟aiuto del diavolo, corrodevano le menti e i corpi delle
sue vittime. Forse mirava a privarli della virilità, della potenza seminale, per gettare sul mondo un
ennesimo maleficio venereo. Non era forse lei stessa sterile, per potersi abbandonare alla più
rivoltante libidine, senza rimanere gravida?
Il giudice, leggendo il “Malleus” aveva asserito, in forma di inconfutabile conclusione: «Le mani
[della donna] sono vincoli che imprigionano perché, dove mettono mano per stregare una creatura,
con la complicità del diavolo ottengono quello che vogliono. In conclusione tutte queste cose
provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile. Secondo i “Proverbi”, infatti [...]
tra le cose insaziabili c‟è la bocca della vulva, per cui esse si agitano con i diavoli per soddisfare la
loro libidine.»
Frate Fabrizius la osservava e intanto si domandava in cosa consistesse veramente il
“peccamen” per la Chiesa, che aveva costruito l‟edificio del peccato sugli impulsi normali del cuore
e del corpo, fondamentali per ogni creatura. L‟amore senza il quale non ci sarebbe creatura vivente,
era stato bandito per sempre dalle contrade terrestri, disertate dalla gioia e dal piacere.
«Voi dunque ammettete di avere incontrato “de visu”, cioè di persona, il diavolo, sotto le sembianze
di un giovane bellissimo», continuò il giudice.
La „strega‟ annuì per l‟ennesima volta.
«E avete ammesso - dopo avere tenuto con lui per mesi uno scandaloso commercio sessuale - che
„una volta scomparso, siete diventata melanconica, apatica. Lo avreste seguito ovunque, e non
potevate più vivere senza di lui‟. Sono queste le vostre parole?»
«E‟ così. Senza Barthelemy - è il suo nome - posso anche morire subito; lui è il diavolo, mi farà
rivivere altrove, fra le sue braccia sante, o le sue ali angeliche.»
«Sante, angeliche?» insorse un aiuto-inquisitore. «Questa è la bestemmia che la segna più dei
numerosi punti diabolici trovati sulle sue carni sacrileghe.» Sottolineò con compiacimento: «Fra le
cosce e sulla vulva, intorno al capezzolo sinistro e sul gluteo, accanto al...»
L‟inquisitore lo interruppe con un cenno, e ridiede la parola all‟accusata.
«Sì, lui mi ha detto: „Sono un diavolo‟, e intanto rideva con le sue labbra rosse e i denti perfetti. Ma
io ho pensato che forse i santi e gli angeli e i demoni sono di uguale natura. Se possono tutti donare
l‟estasi nell‟amplesso...»
„Sono venuto a Poitiers‟, rifletteva fra sé e sé Fabrizius, „su ordine del generale dell‟ordine. Come
uditore e consigliere anziano. Non ho potere né di difesa, né di procedura. Posso solo interrogare e
fare richiami all‟ortodossia. Ma cosa c‟è di più ortodosso del “Malleus”, che questo giudice invoca
a ogni passo come un complemento delle Sacre Scritture? E questa giovane? Avrà forse peccato con
la carne, ma non si abbandonano anche le foglie alla carezza dell‟acqua, e i volatili al soffio
scherzoso di sorella aria? Come avevo già avuto occasione di sperimentare, credenze e credulità
sono sorelle partorite da un‟unica madre. La paura? L‟ignoranza? La miseria? O l‟illusione di un
mondo migliore? Viviamo in una nuova epoca con due soli, due cieli, due mondi. E due religioni.
Non è questa la fenditura del diavolo? Si dice, infatti, che per produrre l‟eresia più terribile e diffusa
sulla terra (il protestantesimo con le sue molteplici branche), il diavolo ingravidò una certa
Margherite, da cui nacque né più né meno Martin Lutero.‟
Il frate si riscosse. La frequentazione con la falce e la morte, i carboni ardenti e i riti disumani della
purificazione, gli erano sempre più invisi e insopportabili.
«Dunque Babette Guilleme, qui accusata, siete convinta di essere stata amante del diavolo?»
«Tutto, confermo tutto. Ero sua corpo e anima.»
«E, nonostante la punizione già inflittavi con i tormenti, lo rifareste ancora?»
«Senza dubbio. L‟amore è più forte del dolore... Venere Arianna, Diana, Leda... si innamorarono di
eroi straordinari. Anch‟io ho avuto questo privilegio, e ho volato.»
Sembrava a tratti che la giovane recitasse un ruolo autodistruttivo, ascoltato mille volte. Eppure, i
giudici erano affascinati dal “cupio dissolvi” che assomigliava a un delirio mistico, e dalla „volontà
di martirio‟ prorompente da un corpo tanto giovane e bello.
«Dunque siete rea confessa», sottolineò il giudice. «Dopo questa vostra confessione spontanea, che
tuttavia si verificherà con mezzi opportuni, passiamo quindi, a esaminare le testimonianze che
riguardano la vostra nascita e la prima giovinezza.»
„Una strega‟ che affermava semplicemente il suo amore per il diavolo, con sincerità disarmante,
considerando il suo amante un santo o un angelo, Fabrizius non l‟aveva mai conosciuta. La sua voce
era sottile, serena. Tutto in lei pareva disincarnato, come se non le importasse più nulla del dono
della vita. Senza di lui.
„Ci vuole un grande coraggio‟, pensò, „e una minima presunzione, per parlare, scrivere, pensare.
Vivere anche. Per questo, forse, i presuntuosi sembrano incarnare la piccola, tranquillizzante verità.
E gli altri il peccato supremo.‟
La lettura della vita di Babette fatta dal giudice lo distolse da una folla di pensieri laterali. Babette
era nata a mezzanotte del 13 dicembre. Congiuntura fatidica. Faceva molto freddo. Il fiumiciattolo
Clain spaccava sponde e legni come fossero carni lebbrose. Sua madre Radegonda l‟aveva partorita
senza doglie, senza un grido. Tra i sortilegi e i marchi infernali, imputati alla piccola Babette, si
ricordava un rospo enorme che, saltellando intorno alla sua culla, fece un balzo più lungo del
previsto e finì nel fuoco del camino. Ma non fu bruciato.
«Affatto» commentò con la fronte corrugata il Primo inquisitore. «Anzi, dopo essere uscito dalle
fiamme, il ripugnante batrace orinò sul pavimento e sputò dalla gola questa sentenza: „Prendo la
piccola e ringrazio. Ne farò la mia regina e il mio profitto‟.»
„Avevo già letto nelle favole di Esopo che gli animali parlano, ma forse a quei pagani, più saggi di
noi, non era mai venuto in mente che fosse il diavolo in persona a ispirarli. Più facile pensare a un
ventriloquo! Che fratello sole non sia obnubilato ancora a lungo, santo Francesco!‟, pensò
Fabrizius.
«Pertanto si può considerare la presente Babette come creatura procreata da rapporti diabolici»,
sentenziò il giudice. Una speciale recidiva del peccato originale. E, rivolto all‟imputata: «Non
ricordate fenomeni sovrannaturali intorno a voi, nella vostra stanza, nella culla, a parte l‟episodio
del rospo infernale?».
«Non mi sembra, solo occhi che mi osservavano, come tanti gatti attenti e fedeli.»
Il giudice osservò Fabrizius, più vecchio di lui, che non pronunciò motto. Poi si schiarì la voce.
«Osserviamo sui documenti che, raggiunti i quindici anni, secondo testimonianze raccolte nel
vicinato, voi, Babette, avevate già uno stuolo di corteggiatori, e conoscevate, ehm, la faccia
nascosta della luna femminile. Con il tempo avete donato le vostre grazie a tutti e a ciascuno.
Venivano, è scritto, anche dai paesi vicini, per vedervi e giacere con voi.»
«Furono mia madre e il suo uomo a costringermi. „Vedi‟ mi dissero, „viviamo in povertà, ma il
buon Dio ti ha regalato questa bellezza e un giorno un magnifico cavaliere verrà e si innamorerà di
te. Basta saperlo attendere e il tuo destino cambierà totalmente. Nel frattempo che male possono
farti questi giovani gagliardi, innamorati di te, che vogliono godere di te, come l‟ape di un nettare
zuccheroso?‟ Fu così» continuò senza imbarazzo la giovane, «che appresi molte arti amorose: baci,
carezze, amplessi diversi. Ma era solo un gioco. Anche se mi chiamavano „cortigiana, meretrice,
puttana da pagliaio‟. Non sentivo amore; il piacere del sangue risvegliato, sì, la gioia di vedere quel
denaro tintinnante, che mi davano commercianti e signorotti, sì. Ma l‟amore non era ancora entrato
nel mio ventre.»
«Ma come, non sentivate vergogna? Eravate ancora una ragazza e già vi comportavate da
consumata prostituta!» esclamò l‟inquisitore.
«Mantenevo la mia famiglia e donavo alla Chiesa, e facevo elemosina ai poveri. Per me non c‟era
mai nulla, se non l‟essenziale e gli abiti che mi aveva donato qualche possidente, per rendermi più
desiderabile al suo sguardo...»
«E non pensaste mai di avere commesso peccato mortale, con la carne, con il pensiero.»
Quasi sorrise, nella piega amara delle sue labbra infantili e antiche: «Venivano anche ecclesiastici,
sapete, nel mio letto, e quante croci ho visto volare insieme alle mie gonne».
«Non si possono ascoltare simili insulti alla santità», gridò un giovane uditore gesuita.
„Bisognerebbe ascoltarle ogni giorno, invece‟, pensava Fabrizius, „se si vuole comprendere dov‟è il
male.‟
«Siete stata denunciata per avere stregato un giovane; asservito amanti; trasformato un altro
spasimante in asino e scandalizzato i pii cristiani davanti alla chiesa del villaggio con il vostro
comportamento scostumato. Avete persino sollevato le vesti fino alle pudenda.»
La giovane si limitò ad alzare le spalle. «Ero vergine nello spirito, queste accuse bigotte non mi
toccano.»
«E perché mai partiste dal vostro borgo per andare a servire in una masseria, come donna di cucina
e di stalla?»
«Volevo lasciarmi alle spalle tutte le chiacchiere. Anche se il mio padrone si dimostrò una specie di
porco.» Rise: «Ma io ero vergine. E non mi concessi mai. Chiedetelo a lui».
Secondo gli atti, quella giovane donna, che sembrava indemoniata, si era votata alla castità, per
anni. Contro il suo proprio interesse materiale e le sue „perverse inclinazioni‟, come sosteneva
l‟accusa. „Ma perché‟, si chiedeva Fabrizius. „Forse non voleva ricadere nella nassa diabolica che le
aveva teso la famiglia, questa sì colpevole del suo sfruttamento. O forse era davvero un animo
vergine. Che attendeva il segno benedetto.‟
«Forse però», aggiunse la ragazza uscendo dal suo trasognato silenzio «forse la mia anima è
davvero diabolica e io aspettavo il mio sposo annunciato, bello e desiderabile come un arcangelo. E
infatti, al mio ritorno, lo incontrai. Era lui il principe tanto atteso.»
Fabrizius avrebbe voluto fare di più per quell‟anima e la sua giovane vita, ma nel processo aveva la
prerogativa di porre domande, non di difendere. Il francescano cercava inutilmente segni di pietà sul
volto dei giurati che formavano il Consiglio o sulle facce brutali del pubblico. E neppure compariva
una vaga ombra di pentimento sotto le lunghe ciglia di Babette. Alla fine intervenne.
«Babette, dite, non foste oggetto di odio da parte di altre donne, per la vostra avvenenza? Non è
forse vero che a volte, la bellezza del corpo, specie in una donna, viene considerata il marchio del
diavolo?»
La giovane rispose: «Non so, monsignori. Se ho avuto un comportamento lascivo e ho tentato di
sedurre dei giovani di bell‟aspetto, non è per la lussuria dei sensi. Mi hanno accusato di avere
gettato il malocchio su tutti i giovani che incontravo. Di concedermi a loro, di intrecciare le mie
gambe alle loro, la mia lingua alla loro, di averli stregati attraverso il mio sesso insaziabile. Di
risucchiarne l‟anima nelle mie viscere, di avere cancellato ogni pudore, ogni cristiana vergogna con
il mio comportamento immorale e imperdonabile. Ma ciò accadde intenzionalmente, dopo che lui
partì all‟improvviso. Allora io, Babette Guilleme, tornai a essere una donna pubblica, la puttana da
possedere nei granai, negli angoli bui delle strade.»
Tacque. Il pubblico, eccitato e scandalizzato, mormorava guardando il soffitto quasi a cercare nel
cielo una risposta a tanta impudicizia femminile.
«Riportatemelo», esclamò in un singhiozzo, «e io sarò la sua donna, solo la sua donna. Per sempre.»
«Ma dunque, di chi parlate, esattamente, Babette?» le chiese Fabrizius con voce persuasiva.
«Di lui, è evidente. Del solo, l‟unico che ho mai amato, amo e amerò. Il mio Barthelemy: il
diavolo.»
A questa affermazione reiterata di amore indissolubile per il diavolo, i presenti
cominciarono a rumoreggiare. Qualcuno, più coraggioso, fra quella marmaglia oziosa, che
frequentava i tribunali dell‟Inquisizione come in altri tempi la plebe frequentava il circo massimo,
iniziò ad agitare nell‟aria puzzolente un fazzoletto rosso, gridando: «E‟ una strega confessa,
bruciatela, subito. Purifichiamo il nostro villaggio. Sacrifichiamo a Dio questo essere malefico,
immondo. Prima che sopravvenga l‟eclisse. Il buio ci sommerga. I cuori muoiano di terrore. E le
bestie stramazzino ai piedi della folgore cieca».
«Bravo, bravo», gli fecero coro altri sfaccendati. Tra di essi c‟erano alcuni rampolli di famiglie
facoltose. I loro occhi non si staccavano dal corpo e dal collo di Babette, carezzandola con la
concupiscenza di mille mani lascive...
Il presidente si sentì in dovere di fare una precisazione canonica: «Nell‟ortodosso libro del
“Martello delle streghe”, alla questione decima si spiega come i diavoli possano abitare
sostanzialmente gli uomini: „Su istanza delle streghe, e con il permesso di Dio, i diavoli possono
talvolta prendere possesso di qualcuno‟. Questa giovane donna può essere posseduta dal diavolo e
noi dobbiamo accertare, prima della sentenza, con tutti i mezzi a nostra disposizione, le sue reali
responsabilità e in che modo si sia realizzato il patto diabolico. Inoltre è necessario leggere con
attenzione i possibili rapporti fra uomo, donna e diavolo e le obiezioni alla riproduzione.»
A quel punto Fabrizius le chiese a bruciapelo: «Volete sostenere dunque, imputata, che concedevate
i vostri favori su istigazione diabolica, o per altro motivo, noto a voi sola, o per naturale istinto
fisico?»
Babette, come se ignorasse il luogo in cui si trovava, sbuffò. «Hanno detto che sono stata concepita
da una strega. Hanno detto che mio padre era il diavolo. Hanno detto che sono stata iniziata ai vizi
della carne da un vicino che mi ha deflorata. Aggiungete dunque anche questo ai vostri verbali. Mi
sono data a molti, è vero, ma il mio fiore è solo per lui. E questa mia vita, infame, come dite voi, è il
mio grido d‟amore. Perché il mio Barth mi ha lasciata da un giorno all‟altro? Perché mi ha
abbandonata in questa vita grigia, senza sapore? Perché non viene almeno a prendermi? Quale
pensate che sia l‟unica strada per raggiungerlo, se non le fiamme del rogo?»
Tutti restarono esterrefatti, di fronte a una confessione che invocava il martirio.
«Volete dire, Babette, che intendevate richiamare il vostro amato con un comportamento
scandaloso?»
«Il mio corpo, il mio cuore, senza di lui era nulla.» Ora piangeva. «Potevo umiliarmi, regalando, o
vendendo il mio sesso al primo venuto. A volte mi illudevo di riconoscere in qualche giovane ben
fatto, il suo volto, il suo sorriso. Ma non era lui. Tutto era rivolto solo a lui, Barth, e non c‟erano più
stelle nella mia notte.»
«Ma se fosse stato un impostore», tuonò improvvisamente il frate, «se fosse stato un giovane
qualunque, un vagabondo? E se noi lo trovassimo, tutto quanto andate raccontando si ridurrebbe a
fole, suggestioni della vostra mente eccitata.»
«E i giovani Carl, Joseph, Manten e gli altri con le convulsioni, la bava alla bocca, che ripetono
come ossessi il nome di questa cagna» gridò dal pubblico un energumeno assetato di sangue. «Con
questa pitonessa in giro i nostri ragazzi non hanno più pace! E‟ il serpente, il vampiro maledetto!»
«Silenzio, o faccio sgomberare l‟aula», il martello del giudice calò come una mazzata sul tavolo di
quercia.
«Riconoscete infine, imputata, di avere stregato con il sesso questi giovani, dopo avere stretto un
patto sessuale con il diavolo, che chiamate Barthelemy?»
La fanciulla si asciugò le lacrime e rispose con una voce soffocata dalla pena: «Come volete, ma io
non ho irretito nessuno, e se c‟è stato un patto diabolico con il mio Barth fu solo un patto d‟amore.
Non di odio, come l‟odio che leggo nei vostri occhi. Ma che sapete voi dell‟amore?».
I teologi tossicchiarono. «Faremo altri accertamenti, secondo la procedura», sentenziò il giudice,
guardando il boia, coperto da una maschera.
„La tortura, stanno pensando a un supplemento di tormenti‟ pensò Fabrizius osservando gli occhi
iniettati dei giudici. „Il loro piacere segreto. Quale perversione, nel nome della croce! Chiunque sia
sottoposto a tortura e dichiarato colpevole, anche se non confessa il suo crimine, dovrà essere
torturato al cavalletto e gli saranno scavati i fianchi con le unghie di ferro e dovrà sopportare pene
degne del suo crimine, dice il “Malleus”.‟
Babette, che già aveva ammesso ogni responsabilità fu ricondotta al supplizio. „Amante del
diavolo‟, secondo le sue esplicite parole, rivendicò fino alla fine l‟amore assoluto per il bel
demonio. L‟avrebbe cercato ovunque. E così fu. La giovane „strega‟ salì sul rogo per «eresia
confessa, recidiva e impenitente», secondo la definizione del giudice e del “Malleus”.

«C‟è da notare che un tempo le streghe erano colpite da una duplice pena: la pena capitale e
il laceramento di tutto il corpo per mezzo di unghie ferrate, oppure venivano gettate in pasto alle
belve. Oggi vengono bruciate, forse per il loro sesso femminile.
Condannandoti giudichiamo che sei veramente eretica impenitente recidiva e tale da consegnarti al
braccio secolare.»

Radiosa, riferirono gli spettatori dell‟immondo spettacolo. Fluttuante, nonostante trascinasse


le gambe spezzate, con fratture esposte, e le sue dita sanguinanti, a cui avevano strappato le unghie,
fossero anchilosate.
Morì, sorridente come una stella cadente, senza soffrire, soffocata quasi subito dal fumo acre, e
scomparve tra le fiamme. Forse, aggiunse qualcuno, quel suo Barth era davvero il diavolo che
venne a riprendersela, cogliendola come una rosa tumida fra le ceneri incandescenti.
I demonologi ebbero di che discutere a lungo. Si trattava forse di Asmodeo, un nobile demonio del
“Grand Grimoire”, maestro di lussuria e orribilmente tricefalo? Oppure l‟amante infernale era
l‟azzimato e bellissimo Abigor? Stando alla descrizione della ragazza, non poteva che trattarsi del
tenebroso „cavaliere nero‟, attorniato da un esercito di fanatiche adoratrici. Spentosi il rogo,
qualcuno raccolse davanti al patibolo un pezzo di carta bruciacchiata su cui, giurò, si leggevano
ancora queste parole: «Addio amore bramato / mai cominciato già finito / due perle di fiamma nello
sguar [...] pensieri [...] nubi cangian [...] / volare fino al sole [...]. Vieni amo [...] / cogli il mio fiore
[...] brace [...] per sempre / sul mio cuore...»

Frate Fabrizius prese la sua bisaccia di povero frate e decise. Sarebbe partito per le Indie,
come comunemente venivano definite le Nuove Americhe.
Portava con sé il “Malleus”, il suo libro di appunti e la fede nel futuro. Non sapeva dove sarebbe
approdato, né cosa avrebbe trovato.
Sapeva però, come sostenevano molti eccelsi teologi, che il diavolo, mille diavoli, lo
avevano preceduto in quel continente, dove il ghiaccio e le fiamme si toccano come estremi di un
teorema irrisolto (6).

«Beati quelli ke [sora nostra morte] trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no „l
farrà male.»

NOTE PARTE TERZA.

N. 1. Si veda tra l‟altro A. Soman, “Sorcellerie et justice cuminelle...” cit.


N. 2. Oltre alle citazioni del “Malleus”, „Consigli ai predicatori‟, si veda, sull‟argomento: S.
Houdard, “Les sciences du diable...”, cit. Conf. inoltre A. Soman, “Sorcellerie et justice
cuminelle...”, cit. Inoltre si veda E. Langton, “La démonologie”, cit.; K. Baschwitz, “Procès de
sorcellerie”, cit.; B. Levack, “La caccia alle streghe”, Laterza, Bari 1988. Conf. anche M. Augé,
“Stregoneria” in “Enciclopedia Einaudi”, vol. 3, Einaudi, Torino 1981, a proposito delle tesi di I. C.
Baroja, “Le streghe e il loro mondo”, cit. Sull‟Anticristo e Satana si veda la tesi di N. Cohn,
riportata nella citata voce “Stregoneria”, dal titolo “Il seguito del millennio”. Tra i testi di
riferimento R. Muchembled, “Une histoire du diable, XII-XX siècle”, cit.; G. Minois, “Piccola
storia del diavolo”, Il Mulino, Bologna 1999. Inoltre: E. Langton, “La démonologie”, cit.
Nell‟“Antico Testamento” l‟identità del Maligno viene rappresentata secondo due forme diverse: il
serpente tentatore (“Genesi”), nemico di Dio; oppure l‟angelo che ha sfidato il creatore. Conf. i libri
di Giobbe, Zaccaria, Ezechiele, Isaia. Quest‟ultimo sottolinea come Lucifero pensasse: «Mi farò
uguale all‟Altissimo». Nel “Nuovo Testamento” sono i Vangeli di Marco e Matteo che parlano del
rapporto seduttivo tentato dal diavolo nei confronti di Gesù. Da notare come questa narrazione
evangelica abbia molti punti di contatto con una visione cosmologica di tipo dualistico, propria di
altre religioni. Il Male e il Bene sono considerati entità contrapposte, anche se nella religione
cristiana cattolica, il Male viene subordinato - pur esercitando un‟azione effettiva nel mondo
sensibile - alla volontà e al permesso divino. Come sottolineato in vari passi e questioni del
“Malleus”, il Male potrebbe essere abolito da Dio, ma se ciò avvenisse verrebbe meno la libertà
umana e anche la scelta del diabolico. Ma, in tal modo - ed è questo il tratto fondamentale del
“Malleus” - la presenza tangibile di Lucifero, tramite il male e il peccato, diviene un segno forte
dell‟esistenza silenziosa e onnipotente di Dio. Per quanto concerne l‟Apocalisse si veda “La Bibbia
di Gerusalemme”, E.D.B., Bologna 1974. Attribuita a un eretico, Cerinto, l‟“Apocalisse” di S.
Giovanni venne poi introdotta nel canone delle Scritture, collocandone la stesura fra il 70 e il 96
d.C, epoca di Nerone e Domiziano.
N. 3. Secondo il dizionario “Palazzi”, l‟etimo di incubo deriva dal tardo latino “incubus”, ovvero da
“incumbo”, „gravo sopra‟. L‟incubo era considerato uno spirito che, presa forma umana, si posava
sul dormiente. Nella stessa voce si cita il „succubo‟ quale femminile del „fantasma maschile che
appare in sogno‟. Secondo un‟altra versione “incubus” deriverebbe da “incubare”. Presso i Romani,
in tal modo veniva designato anche il dio Fauno, che si introduceva nottetempo nelle case per
spaventare la gente con sogni tormentosi. Incubi erano considerati anche dei geni libidinosi, o numi
rusticani, che si diceva amassero abusare delle donne addormentate. I Greci, pare, li denominarono
„efialti‟.
Quanto al succubo, la credenza popolare ha attribuito a questo spirito notturno una carica erotica
ambivalente. Per i teologi medioevali il demone, detto succubo, rappresentava solo il 10% della
diavoleria tentatrice. Il fatto che „indossasse‟ un corpo femminile non elimina l‟ambiguità del suo
adescamento, evidente nella doppia declinazione: succubo/succuba. Nella storia del mondo la
capostipite dei succubi fu considerata Lilith, già nota agli Assiri con il nome di Lilitu (vedi V. De
Angelis, “Le streghe”, Piemme, Casale Monferrato 1999). Questo spirito dispettoso venne associato
da una cosmologia eretica allo stesso Adamo, che sarebbe stato abbandonato dalla diabolica sposa,
rifugiatasi con la sua corte di diavoli lascivi sulle coste del mar Rosso.
La prima parte del “Malleus”, in specifico, si occupa della questione: «Quali diavoli diventano
incubi o succubi? Se sia cattolico affermare che gli atti dei diavoli incubi e succubi si addicono a
tutti gli spiriti immondi indifferentemente e in modo uguale. Sembra in effetti di sì, perché
affermare l‟opposto sarebbe sostenere che esiste tra loro un certo ordine buono. E lo si prova. Come
alla gestione del bene sono pertinenti la misura e l‟ordine, così alla gestione del male è pertinente il
disordine. [...]
Parimenti in Giobbe si dice che le squame del Leviatano stanno a significare le membra del
Diavolo, che aderiscono l‟una all‟altra, per cui fra loro c‟è diversità d‟ordine e d‟azione. [...]»
N. 4. Per una disamina del fenomeno satanico in epoca contemporanea, conf. R. Grillo, “Il principe
di questo mondo. Il diavolo nella storia, nelle religioni, nei documenti, nella testimonianza”, Ares,
Milano 2004; T. Mezzetti, “Come leone ruggente”, vol. 2, Elledici, Leumann (Torino) 2004. Si
veda inoltre l‟intervista di L. Mora al teologo Georges Cottier in: «Avvenire», 28 luglio 2004. Libro
di riferimento della disamina psicanalitica è L. de Urtubey, “Freud et le diable”, PUF, Paris 1983.
Sull‟attuale satanismo e i moderni esorcisti (sacerdoti del Gris) conf. l‟articolo di M. Smargiassi, “I
grandi paladini del maligno. Ricchi, colti, insospettabili”, in «la Repubblica», 10 giugno 2004. Altri
riferimenti bibliografici in R. Muchembled, “Une histoire du diable”, cit. e G. Laconche, “Légendes
et diableries de Haute-Loire”, cit.
N. 5. La vicenda di Babette è liberamente ispirata a un processo del 1564, raccontato da M. Garçon,
“La vie exécrable de Guillemette Babin”, Fayard, Paris 1946. La donna fu bruciata come strega e
amante di Satana a Poitiers nel 1564. Bodin pubblicò nel 1580 la sua “Demonomania”, in cui
parlava dell‟episodio, senza citare il nome dell‟accusata.
N. 6. Sulle interpretazioni diverse della “Demonomania”, riferita al Nuovo Mondo: il „continente
trovato‟ diviene (agli occhi dei conquistatori) la terra maledetta, dai contorni perversi. In essa si
sarebbero trasferiti - cacciati dall‟Europa - migliaia di diavoli. Jean Bodin, assertore delle qualità
sovrumane di Satana, fece nel Cinquecento un censimento demografico del mondo sotterraneo. Gli
risultarono, per difetto, 7 milioni 500 mila demoni. Come non supporre che molti avessero
traslocato oltreoceano? Si veda, a questo riguardo, l‟“Epilogo” che segue. Per altro verso, gli
autoctoni considerano i feroci invasori degli spiriti malvagi, distruttori. La visione demoniaca-
apocalittica risulta in tal modo speculare. Chi sono i demoni devastatori e da dove provengono?
Montezuma vede negli invasori l‟avvento della fine del mondo. Il mantenimento dell‟energia
universale è incrinato, il re-dio (nonostante i numerosi sacrifici umani che sempre di più gli
alieneranno le popolazioni sottomesse all‟impero e gli attireranno da parte degli europei l‟accusa di
antropofagia eccetera) non è più in grado di reggere gli equilibri del mondo. L‟energia gli sfugge e,
se Montezuma, dio-vivente, si piega e si ammala, tutto il suo popolo va incontro alla catastrofe. E‟
l‟organicismo sacrale del potere che gli invasori, come un retro-virus implacabile, hanno intaccato,
svuotando dall‟interno l‟intero sistema precolombiano.
Si sottolinea l‟opera di L. Parinetto, “I Lumi e le streghe...”, cit.; “La traversata delle streghe...”, cit.
Inoltre si segnalano autori quali A. Metraux, “Gli Inca”, Einaudi, Torino 1969; C. Duverger, “Il
fiore letale: economia del sacrificio azteco”, Mondadori, Milano 1981.
EPILOGO.

Frate Fabrizius pensò che fratello sole era stato generoso, negli ultimi giorni, con la loro
comunità. E che sorella pioggia li aveva colmati di una ricchezza incommensurabile: l‟acqua.

«Laudato si‟ mi‟ Signore, cum tucte le tue creature, [...] per frate vento, et per aere et nubilo
et sereno et omne tempo [...] per sora aqua, la quale è molto utile et humile.»

I nativi avevano imparato a realizzare, secondo un suo progetto, dei grandi recipienti di rami
intrecciati, resi impermeabili da un impasto di argilla e foglie triturate. I rudimentali serbatoi
permettevano di raccogliere grandi quantità di acqua piovana, a cui tutti potevano attingere per bere,
lavarsi e cucinare. Era un liquido purissimo, come aveva confermato frate Otto. Con la proprietà di
prevenire molte malattie intestinali, tipiche di quei luoghi, dove solo tre sorgenti, lontane dal
villaggio e intorbidate dal terreno e dai parassiti, servivano al fabbisogno di duecento anime. Otto
era un buon medico, ma soprattutto un compagno insostituibile. Da tre anni Fabrizius e Otto, dopo
avere vissuto insieme alcuni processi inquisitori nel vecchio Mondo, vivevano sulle pendici di
quella montagna, in una regione chiamata Perù (1). Entrambi avevano chiesto al generale del loro
ordine francescano di venire sollevati dal compito di inquisitori e di trasformarsi in missionari.
Fabrizius aveva più di sessant‟anni ma ne dimostrava di meno, specie ora che aveva smesso il saio,
e da anni non tagliava più barba e capelli. A vederlo, abbronzato e muscoloso, una croce di legno
sospesa al collo e le brache di cotone legate in vita da una corda, poteva sembrare uno dei tanti
avventurieri bianchi, alla ricerca di un sogno o di un tesoro introvabile. Frate Otto preferiva
difendersi dal calore e dalle piogge improvvise indossando una lunga tunica leggera, tessuta dalle
donne del villaggio, che copriva fino ai piedi le rotondità della incipiente pinguedine. Sempre
sorridente, era molto amato dai bambini e dagli anziani, a cui faceva spesso dei „giochi di magia‟
che li lasciavano stupefatti. Anche gli sciamani locali lo consideravano con rispetto, pensando che
detenesse poteri molto forti. Aveva, infatti, curato e guarito diversi bambini da una forma di
difterite che poteva diventare cronica. Trascorreva lunghi periodi nei campi e sulla montagna, alla
ricerca di erbe speciali, che poi usava nei suoi decotti e impacchi dalla formula misteriosa.
Ogni tanto chiedeva all‟amico Fabrizius: «Un uomo di fede può anche essere un uomo di scienza?».
Poi, come ricordando per caso la loro differenza di età e il fatto che era stato allievo e aiutante
dell‟ex inquisitore, aggiungeva: «Ma se voi, maestro, ritenete sconveniente la mia opera di
guaritore, tornerò alla sola preghiera...»
Frate Fabrizius rideva a quelle parole, pronunciate da Otto con il tono che avrebbe usato un
bambino, dopo che lo avevano scoperto a rubare la marmellata.
«Le preghiere può pronunciarle anche un povero inutile frate come me. Voi che avete l‟arte della
medicina, usate al meglio questo talento che vi viene da Dio. Certo» aggiungeva fingendosi burbero
«se non teneste per voi i segreti della vostra arte, ma vi decideste a scriverli, un giorno o l‟altro,
altre brave persone potrebbero usufruire delle vostre scoperte, altrove e in un tempo che supererà la
nostra effimera esistenza.»
«Altri chi, maestro? Forse i dottori o quei barbieri alla moda, in Europa, che curano dal mal di testa
all‟isteria, dissanguando con le loro maledette lancette i poveri pazienti... Mi diverte solo il fatto che
tra i poveri malati ci siano anche nobili e principi, che si fanno salassare la borsa oltre che le vene.
Non dovete pensare che io sia geloso delle mie scoperte. E non giudicate, vi prego, che sia
avvelenato dalla presunzione o dall‟orgoglio. Ma, vedete, quando penso a quella gente, con o senza
rasoio, con o senza maschera da uccellaccio, non riesco a fare a meno di rivedere i personaggi
sinistri che abbiamo frequentato per anni, nei tribunali dell‟Inquisizione. L‟assenza di ogni pietà, la
viltà e l‟ipocrisia armata di catene, tenaglie, martelli, corde, divaricatori.»
«Capisco» annuì Fabrizius. «Ma anche questa epoca del mondo sarà pure superata un giorno...»
«Ne siete certo? Da quando Lutero ha inchiodato la sua nuova religione sul portale anticattolico, c‟è
guerra anche tra i cristiani. Presto scorrerà il sangue tra i fratelli. Se fossimo ancora in quell‟inferno
che chiamano civiltà, passeremmo il tempo a torturare e a bruciare streghe e presunti indemoniati,
da una parte come dall‟altra della trincea teologica scavata dai protestanti. Adesso non solo il papa,
i vescovi, i tribunali secolari, ma anche quel Calvino e quel Lutero, accendono roghi, in nome della
vera fede, come se fossero fuochi per riscaldare la fede. Nel mentre si accusano a vicenda di
rappresentare l‟Anticristo, di volere lo scisma, e di commerciare con il diavolo (2). Oh, maestro, io
ringrazio il Signore e il santo Francesco a cui ho consacrato la vita, di avermi permesso di essere
qui. Con voi.»
«Anch‟io, amico Otto. Ti capisco profondamente.»
«Eppure, Maestro, dato che vi ho sempre considerato la mia guida spirituale, vorrei confessarmi.
Perché sento un peso, qui sul cuore.»
«Non credo Otto, che tu abbia avuto l‟occasione di compiere molti peccati capitali in questo luogo»,
gli sorrise Fabrizius. «A meno che tu non venga a raccontarmi che hai peccato con la gola
mangiando troppo stufato di tapiro.»
«E‟ vero: sono portato ai piaceri della tavola, ma non è questo il più grave dei miei peccati.»
«Ne sono certo», rise Fabrizius scrutandolo con i suoi occhi di un azzurro insostenibile. «Vorrai
magari confessarmi che sei stato tentato dai corpi nudi che si bagnano nel ruscello?»
«Anche questo sarebbe un peccato veniale», mormorò Otto. «Non è tutto ciò, anche se la nostra
missione è forse l‟unica che permette ai nativi di perpetuare i loro usi e costumi. Perché, come voi
avete sostenuto fin dal primo giorno, non c‟è peccato quando non c‟è malizia, come ci ha insegnato
Nostro Signore. So che è vero. Anche se non posso fare a meno di girarmi dall‟altra parte, quando
una giovane coppia gioca il gioco dell‟amore, incurante della presenza mia o di altri.»
«Ma suvvia, fratello, sono fatti così. E‟ questo il segno della loro purezza. Saranno senza dubbio
salvati perché per essi non esiste il concetto del peccato. Peccato nella loro cultura è mentire,
abbandonare gli anziani, tradire la tribù, non condividere il cibo con la comunità. E non è forse
questo l‟ideale della bontà e della perfezione cristiana? Inoltre poco per volta, fortificheremo le loro
anime con il battesimo e diventeranno immortali come te e me.»
«Non abbiamo mai affrontato una discussione teologica in merito», ribatté frate Otto. «Ma non era
di questo che intendevo parlarvi, maestro.»
«Di cosa, allora?»
«E‟ il peso del peccato che mi duole, un macigno sul petto...»
«E allora liberatevi la coscienza. Vi ascolto.»
«Ebbene padre, volevo che sapeste...» Si schiarì la gola, visibilmente a disagio, «Ricordate il
processo celebrato vicino a Magonza? La donna accusata di avere ucciso quei bambini?»
«Gustave, dite? Sì. E‟ stata un‟esperienza terribile. Anche se sono passati più di quindici anni, come
l‟esecuzione di Babette», sospirò l‟anziano ex inquisitore. «Non le dimenticherò mai. Povere
creature, che riposino tra le braccia di Dio.»
«Ebbene, maestro, fui io a preparare il veleno che la uccise in pochi minuti prima che il suo corpo
bellissimo venisse ridotto in cenere dalle fiamme.»
«Lo so, ti ho già assolto per questo.»
«Ma io ho mentito.» Abbassò lo sguardo. «Il fratello cappuccino che aveva il diritto di entrare nella
sua cella per offrirle l‟ultimo sollievo spirituale mi cedette il suo abito. Insomma: fui io a entrare al
suo posto e a spiegarle come e quando assumere il veleno.»
Fabrizius annuì.
«Non è tutto, maestro. Io non so come dirlo... Io l‟amavo. Era una creatura speciale. Se non fosse
che sono solo un povero frate grasso, forse vile, l‟avrei fatta fuggire, o avrei tentato di farlo a costo
della mia vita. Invece mi limitai a portarle la pozione, per accorciarle la sofferenza. Ma prima...
Quando ci guardammo, nei suoi occhi brillava una specie di gratitudine radiosa. E io non so
perché...»
Otto si tormentava la capigliatura cespugliosa, come gli accadeva nei momenti di massima tensione
emotiva. «Io, infimo essere, osai avvicinarmi al suo viso bellissimo. Sembrava una madonna. Lei
mi sorrise e mi porse le labbra. Forse intendeva ringraziarmi per ciò che facevo, rispetto alla sua
sofferenza, voglio dire. E io fui abietto, capite? Era così forte il desiderio: quelle sue mani, quel
volto splendente, e le spalle, il seno... Non conoscevo la donna, se non per sentito dire; sapete,
anche in convento i giovani parlano di certe cose... Rimasi folgorato dalla perfezione del suo corpo,
dal calore del suo abbraccio, dal suo sesso che sembrava un fiore di grano.»
Il frate sembrava perso in una visione estatica e tormentosa. «E le sue gambe lisce, lunghe, la
rotondità delle natiche come frutti. Era una statua, mio Dio. Non potrò mai dimenticare, mai. E lei,
mentre penetravo il suo santuario con la mia carne ignobile, e singhiozzavo per il piacere e per il
dolore di perderla, mi disse: „Ti amo‟. A me: un povero frate, un verme, un peccatore; io che avevo
ripudiato i voti e che, forse inconsciamente ma comunque con desiderio, avevo approfittato della
situazione per possederla. E‟ questo, maestro, il mio peccato mortale; il ricordo da cui non sono mai
guarito, anche se sembro allegro e spensierato. Perché non l‟ho fatta fuggire? Perché non ho avuto il
coraggio di cambiare vita, di gettare il saio, di costruire forse una famiglia, avere dei figli?»
Ora Otto, dal viso rotondo dalla barba chiara e dalle labbra sorridenti, piangeva sulla spalla nuda di
Fabrizius, che gli accarezzava i capelli come se fosse un bambino.
«Basta ora, fratello. Dio ha voluto così. E così sia. Anche Francesco ha senza dubbio amato santa
Chiara, ma non sappiamo se è passato attraverso quel tormento dell‟anima e quell‟estasi del corpo
che tu hai avuto il privilegio di attraversare. Ti hanno purificato: oggi tu sei un essere completo, hai
conosciuto l‟amore nella sua pienezza e nei suoi morsi. Non avere rimorsi. Distribuirai agli altri
questa tua ricchezza interiore, che non è peccato, ma grazia. E quando sentirai ancora le fauci del
rimorso, per ciò che non hai fatto, per la tua pochezza umana, saprai riscattare, ne sono certo, la
debolezza di cui ti accusi. Ora vai in pace. Hai già espiato.»
Frate Otto portò le labbra alla mano dell‟amico, maestro e confratello. Ma Fabrizius si ritrasse di
scatto. «Io ti ho parlato nel segno della giustizia, non del potere. Questa reverenza si usa alla corte
ecclesiale, non qui.»

“Una giornata particolare”.


Otto si allontanò pensoso, un po‟ curvo, ma poco dopo stava facendo un gioco di prestigio
davanti a un capannello di anziani accovacciati al centro dello “shabono” [villaggio circolare]. Il
buonumore sembrava essere tornato in lui.
Ed ecco che un drappello di giovani guerrieri fra gli otto e i tredici anni, si recò alla capanna dove
viveva frate Fabrizius, attorniato da carte geografiche e libri sparsi. Posto sull‟unico tavolo
zoppicante, un rudimentale mappamondo di cartapesta, al quale lavorava da tempo.
«Chef Fabrice, nos etre prenti». Gli disse serio il ragazzo più alto, che portava una piuma annodata
ai capelli lunghi e neri. A parte un minuscolo perizoma il suo corpo slanciato era completamente
nudo.
«Ah sì, la nostra lezione di tiro con l‟arco», gli sorrise il frate. «Spero che vi siate allenati.»
«Perché non ci donnete le points a frescie», gli rispose il ragazzino, con uno strano linguaggio che
mescolava il francese all‟idioma locale. Il frate scosse la testa. Stava tentando di insegnare alcuni
rudimenti della sua lingua a quei giovani, per poi riuscire a leggere loro dei brani dei “Vangeli” che
aveva tradotto dal latino. „Già‟, pensò, „ma chissà quanto tempo ancora, per fargli entrare in testa
qualche parola di francese...‟
«Le frecce vanno bene così per il momento.» «Ma non pueder chasser les uasò né il lapine
selvatiquo, mui bon» replicò il ragazzo. «Anche sciamane sage, dit.»
«Verrà il momento delle frecce con la punta per uccidere» disse fra sé il frate, attraversato da una
sorta di premonizione. Poi tutto il gruppo, serrato nella formazione tipica dei guerrieri andini, si
recò nella radura di tiro. Davanti il capo dei capi, Fabrizius, dietro il giovane bellicoso, Quieclo, e
poi tutti gli altri, fino a formare la base di un triangolo perfetto. Ognuno di loro portava un arco, una
faretra e delle frecce piumate prive di cuspide.
Era stato Fabrizius, che chiamavano chef Fabrice, a insegnargli la costruzione delle armi e il modo
di tirare a turno, in piedi e inginocchiati, contro il bersaglio circolare giallo, nero e verde, impastato
con foglie e argilla.
Chi faceva centro veniva promosso sul campo e passava dai ranghi arretrati a quelli più
avanzati. I primi guerrieri. I più esposti al sole, al nemico e alla vista del Dio. Un privilegio che i
ragazzi apprezzavano, addestrandosi con grande serietà. I loro giochi di guerra abituali consistevano
nel costruire lunghe cerbottane nelle quali inserivano freccette di legno o palline di argilla. Era un
passatempo innocuo, anche se Fabrizius sapeva che gli sciamani possedevano il segreto delle frecce
che uccidono. Erano depositari di un veleno con cui a volte paralizzavano la selvaggina nelle battute
di caccia. In un libro, scritto da un padre missionario, veniva denominato “curaro”, ma Fabrizius
non aveva mai discusso questa questione con i cacciatori, i guerrieri adulti e tanto meno gli
sciamani. Per grazia di Dio, la morte da molto tempo era rimasta lontana dal villaggio e dalla
missione. Certo la natura reclamava i suoi diritti: era morto un bambino nato precocemente, qualche
vecchio se ne era andato durante il sonno e un cacciatore era caduto in uno strapiombo durante
l‟inseguimento della selvaggina. Ma la violenza non aveva più infestato il villaggio circolare che
viveva nell‟armonia e in un discreto benessere.
Fabrizius e Otto, oltre a insegnare la loro lingua europea, a mostrare disegni e immagini di santi e
religiosi, che spesso facevano ridere i nativi per i buffi vestiti, avevano insegnato a quelle creature
innocenti a tenere pulite le loro capanne di legno e fango; a preservarsi da insetti e parassiti; a
raccogliere l‟acqua del cielo; a lavarsi nel torrente non lontano; a tentare qualche esperimento di
agricoltura, dissodando il terreno. Li avevano abituati a rispettare la croce e avevano battezzato
qualche bambino appena nato e la madre consenziente, con il rito dell‟acqua benedetta. Nel nome
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per quanto riguardava i vestiti e le loro tradizioni
ataviche, tuttavia, ogni sforzo per mutare la loro mentalità sembrava inutile.
Fabrizius sapeva che, se fosse arrivata un‟ispezione alla missione, avrebbero ricevuto una dura
reprimenda, perché uno dei princìpi fondamentali insegnato dalla Chiesa „ai selvaggi‟ consisteva
nel vestirsi, nell‟evitare la promiscuità sessuale e nell‟impedire che si consumassero rapporti carnali
prima che venisse celebrato almeno formalmente il matrimonio.
Su altre pratiche „innominabili e perverse‟, secondo i colonizzatori - che tuttavia non venivano
condannate affatto dagli indios - si preferiva tacere.
Ma Fabrizius sapeva che erano stati bruciati in molti luoghi, dai conquistatori, presunti stregoni e
sciamani accusati di sodomia e pratiche contro natura e che da tempo si era affermata, in Europa
come nelle missioni, la convinzione che tutti gli indios, tranne i convertiti, fossero spiriti diabolici,
cannibali, emanazione dell‟inferno. Da Cortez in poi, dunque, i bianchi sempre di più erano
autorizzati dalla religione e dalla morale corrente a sfruttare fino alla morte questi „esseri inferiori‟ e
„perversi‟. La loro schiavitù non era considerata un peccato dai teologi e non veniva neppure
rimproverata dagli spiriti illuminati (3).
«Chef Fabrice, oggi aviere promu dos nueves archieres», disse con fierezza Quieclo. I due ragazzini
ricevettero una piuma rossa e si spostarono con orgoglio dalla quinta alla seconda fila.
«Bravi guerrieri», disse al giovane esercito, che attendeva istruzioni dal suo comandante in capo.
Scrutandone gli occhi azzurri come il cielo, i capelli biondi come paglia e bianchi come semi di
luna. Era evidente che ognuno di quei bambini si sarebbe fatto uccidere per chef Fabrice, che
consideravano un dio guerriero bianco sbarcato da una nave del cielo per renderli invincibili.
C‟era forse qualcuno, come lui, capace di infilare tre frecce, una dopo l‟altra, nel piccolo centro
rosso del grande bersaglio, tranne forse lo sciamano, che però usava la cerbottana magica?
«Bene, ragazzi miei», rifletté il frate, osservando con una mano sugli occhi fratello sole che si era
spostato nel centro della volta celeste, formando un gioiello abbacinante montato su una corona
aerea. «Se qualcuno di voi lo desidera, si faccia avanti. Da oggi dobbiamo controllare ogni giorno e
ogni ora, anche di notte, l‟ingresso sulla valle. Per vedere se arrivano degli stranieri. Per prepararci
a nuovi incontri.»
Tutti avanzarono, compatti.
«Siete troppi» sorrise. «Allora stabiliremo dei turni. Tre per volta. E la vedetta, appena noterà
qualcuno, avvertirà il villaggio attraverso le staffette e mediante questo.»
Tese a tre di loro un fischietto intagliato nella canna lacustre. Lo guardarono con occhi perplessi e
curiosi: non avevano mai visto un fischietto. Fabrizius lo portò alle labbra e vi soffiò dentro. Si udì
una nota acuta. I più piccoli sorrisero felici, dimenticando per un attimo di essere guerrieri. Il loro
capo li richiamò all‟ordine con un‟occhiata. Prese il fischietto e provò due, tre volte fino a ottenere
quel sibilo acuto, che attraversava le montagne e faceva rizzare le orecchie agli animali.
«Sera fet, chef Fabrice.»
Il drappello si allontanò di corsa, senza spezzare le file. Gli indigeni, non avendo mezzi di trasporto,
si abituavano fin da piccoli alla corsa, riuscendo a superare distanze incredibili a velocità sostenuta,
portando pesi notevoli sulle loro fragili spalle. Ma né il fischietto, né le staffette servirono a
prevenire la tragedia.

“Arrivano i „teschi di ferro‟“.


I soldati giunsero al villaggio senza prendere alcuna precauzione. Si sentivano troppo sicuri
di sé e della loro superiorità militare. E poi non c‟era una missione religiosa, in quella terra
sperduta? Nessuno avrebbe reagito. Avevano l‟ordine di portare a valle il maggior numero di
giovani robusti e di adulti in buone condizioni fisiche, per impiegarli a forza in un opificio di
tintura.
Erano spagnoli.
Otto li vide arrivare, mentre trascinavano i loro spadoni e archibugi sul sentiero scabro.
Corse dal capo del villaggio e poi andò ad avvertire Fabrizius. Aveva il fiatone: «Uomini armati,
con le armature, saranno almeno cinquanta».
Fabrizius osservò la scia di formiche velenose che stava risalendo lentamente il pendio.
«Già. E‟ la soldataglia che impesta e schiavizza queste buone anime. Avverti donne, vecchi e
bambini di raggiungere la capanna invisibile nel bosco, vicino al torrente. Portate cibo, tutto il
bestiame radunabile e i machete. Gli adulti e i miei giovani guerrieri si tengano pronti dietro lo
steccato, nascosti alla vista. Lo sciamano distribuirà a tutti le punte di freccia. Per archi e
cerbottane. Lui sa.»
Otto annuì, ma borbottò tra sé: «Cerbottane contro corazze e archibugi...»
«Io intanto proverò a trattare; in fondo sono un uomo di pace.» disse Fabrizius sorridendo di
traverso. «Se non avrò successo è nostro dovere agire. Per salvare questa gente innocente dagli
artigli infernali dei mercenari...»
Otto raddrizzò la schiena. Non era molto sicuro di sé e delle sue risorse strategiche. Non era tagliato
in un blocco di selce come Fabrizius, ma sentì dietro le parole dell‟amico che quella circostanza
inaspettata avrebbe potuto rappresentare il riscatto morale che attendeva da tempo. Il sorriso di
Gustave lo sfiorò, mostrandosi dietro una cortina di vapori azzurrognoli.
«Eseguirò ogni cosa», si limitò a dire.
«Bene ma affrettati, le formiche mortali saranno nella cinta dello “shabono” fra cinque minuti.»
Otto corse fuori con la maggiore velocità possibile, dimenticando l‟impaccio della corpulenza.
Fabrizius continuava a osservare la traccia polverosa che lasciavano i piedi dei soldati spagnoli,
chiamati dagli indigeni „teschi di ferro‟.
Si avvicinavano alla cinta del piccolo villaggio, lentamente, quasi con indolenza: non c‟erano
ostacoli sul loro percorso. Silenzio ovunque. Qualche cane camminava pigramente. Dei fuochi
erano accesi. Una scena quotidiana, scolpita nell‟abitudine. Ma dietro lo steccato Fabrizius sapeva
che un centinaio di guerrieri stava preparando frecce micidiali. Lo sciamano intingeva le punte nella
coppa di legno ornata di spirali rosse e verdi, che conteneva il liquido mortale. Era anche quella una
forma di comunione. Dare la morte per proteggere la vita. «Il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo.
“Corpus Christi. Corpus Christi”. L‟eucaristia della morte, per proteggere la vita.»
Ora erano in pericolo. Tutti. “Corpus Christi”: eccovi la punta avvelenata delle frecce. Ricevere
come un‟ostia consacrata la saetta di morte. Lo sciamano, inginocchiato a terra, aveva compiuto la
magia delle pietre. Aveva sparpagliato con la mano sinistra una manciata di pietruzze colorate e ora
ne considerava attentamente la disposizione e gli accostamenti. Finito l‟esame si rivolse agli uomini
e ai guerrieri bambini che lo circondavano in religioso silenzio.
«Tutti i „teschi di ferro‟ devono morire. Perciò mirate dove non sono difesi dalle loro scaglie. Al
collo, alle mani, alle gambe, ovunque vedete la loro carne non protetta. Pensate di dovere uccidere
una testuggine o un armadillo che si nasconde nella corazza.» I presenti annuirono.
«Qualcuno di loro tenterà di fuggire, dunque contateli attentamente, e non lasciate che qualcuno
sopravviva. Chiamerebbe altri compagni e saremmo sgozzati tutti. Lo sparviero non deve udire il
grido di altri sparvieri in pericolo.»
Fratello sole si spostò bruscamente, incendiando gli occhi dei soldati che rimasero abbagliati.
„Forse è un buon segno della sorte‟, pensò il frate.

«Messer lo frate sole, lo quale è iorno et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande
splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.»

Uscito dal suo cono di invisibilità Fabrizius comparve agli armati, all‟improvviso. Tra
l‟abbacinamento e l‟ombra, quasi un‟apparizione. Solo, seminudo, cosparso di polvere luminosa, di
fronte a cinquanta soldati pesanti di ferro, sudati, assetati, puzzolenti di fatica e sonno. Ma non si
sentiva solo, sapeva che dietro le quinte si celavano presenze invisibili, propizie. „Che i miei
guerrieri abbiano la mano ferma, all‟occorrenza‟, pensò tra sé. Poi, rivolto agli intrusi: «Salute a
voi, pellegrini, questa è una missione. Io sono frate Fabrizius, francese».
«Francese?» disse con sarcasmo un armato che doveva essere l‟ufficiale del gruppo.
«Sì, sono francese, ma parlo un po‟ lo spagnolo. Se volete fermarvi per riposare c‟è acqua a
volontà, e arrosto di tapiro, abbiamo anche serpenti e cavallette e pane di manioca. Datemi solo il
tempo di avvertire qualche anziana, sapete: gli altri sono andati a una riunione sulla montagna.»
«Ah sì?» L‟uomo lo osservava con curiosità ostile. «E voi sareste un religioso, un frate, un padre?»
«Certamente», rispose sereno Fabrizius, mostrando la semplice croce di legno appesa al collo.
«Rispondo io della missione, nel nome di Cristo.»
«Ma siete francese, avete detto.»
«Certo; che differenza fa?»
«I francesi sono tutti ugonotti, diavoli. E difendono questi altri diavoli di selvaggi, nudi e senza Dio,
che non vogliono pregare né lavorare, né imparare a leggere le giuste leggi divine...»
Frate Fabrizius trattenne la risposta, serrando le labbra.
«Forse avete fatto esperienze negative, fratello. Qui regnano la pace, l‟armonia e la legge divina.»
«Ah sì?» L‟armigero gli si era avvicinato, sovrastandolo con il suo cimiero di ferro: «E voi, in
questo stato, sareste un frate e un padre spirituale? Senza tonaca, senza tonsura, magari con tre
mogli e dieci figli.» Si rivolse alla truppa che rise in modo volgare.
«Voi vedete ciò che intendete vedere, signore. Questa è malizia e menzogna.»
«Va bene frate, siamo stanchi. Vogliamo subito cibo, acqua, uomini e donne, qui, nel recinto del
villaggio. Noi non siamo predicatori, ma soldati. Non abbiamo tempo da perdere in chiacchiere.»
«Avrete ciò che vi tocca», disse Fabrizius.
«Ma in fretta, frate diavolo, perché le baracche bruciano facilmente; anche quella vostra missione e
la chiesa laggiù sono fatte di legno e di erba secca.»
Fabrizius si allontanò in direzione della chiesa. Allora si udì il sibilo di un fischietto. Un cane passò
di corsa. Un uccello colorato attraversò la diagonale del cielo. Un pappagallo giallo, con una cresta
trasparente, parlò in una lingua sconosciuta.

“Vespe velenose contro archibugi”.


I soldati spagnoli si sdraiarono in terra. Qualcuno, posata la corazza, andò a curiosare nelle
capanne vuote, sorpreso dalla loro pulizia e dai colori che facevano apparire l‟interno del villaggio
deserto come la scenografia di un teatro fantastico. Fondali o visioni che scavavano la loro
ignoranza superstiziosa.
In quel momento cinquanta archi incoccarono le frecce con la punta avvelenata. Altri cinquanta
uomini equipaggiati di machete e di lunghe cerbottane si schierarono dietro lo sciamano, armato di
un ferro acuminato e del suo arco magico. Amuleti apotropaici gli proteggevano il petto, gli occhi e
i polpacci. Tutti aspettavano solo un cenno del frate, comandante indiscusso, che tuttavia era
scomparso.
Gli spagnoli, dopo avere bighellonato lungo la cinta e avere messo la testa dentro la piccola chiesa
che odorava di resina, cominciarono a innervosirsi. Caricarono i loro archibugi e le pistole a
trombone, lentamente, pensosi.
A loro non piaceva quel villaggio fantasma, quel silenzio, quel prete che sembrava un eretico.
«Non arriva nessuno» disse l‟ufficiale. «Forse si sono nascosti. Forse ci aspettavano.» La parola
terribile gli rimbalzò in quel momento nella mente: „Un‟imboscata?‟.
Avevano vinto gli eserciti incas e aztechi, sottomesso popolazioni mille volte superiori per
numero. Non sarebbero stati quattro pagani pidocchiosi a fargli paura. Ma non gli piaceva aspettare.
Inoltre, davanti ai suoi soldati, non poteva mostrarsi tentennante o debole. «Frate» gridò, nel
silenzio irreale, appena lacerato dal chiacchiericcio delle sconcertanti creature parlanti, appollaiate
sugli alberi e sui tetti delle capanne. «Frate diavolo, il tempo di arrivare alla vostra chiesa eretica e
se non ci avrete fatto portare quello che ho chiesto, inizierò la rappresaglia. Avete sentito?»
Fu allora che arrivò la prima freccia. E poi una seconda e una terza. Centinaia di raggi mortali. Il
cielo si coprì di punte riunite in uno sciame di insetti micidiali. Le punture al curaro colpivano con
precisione chirurgica i soldati nelle zone più vulnerabili del corpo. Si udirono spari come boati. Ma
i pallettoni colpivano le pareti delle case e il vuoto. Già dieci armigeri giacevano al suolo, fra le
convulsioni.
L‟ufficiale, avvolto dalla morte invisibile, ordinò in preda al panico: «Bruciate tutto e
uccidete tutto ciò che si muove. E catturate frate diavolo. Lo voglio impalare sul falò della sua
chiesa dannata.»
Quando esplosero i primi colpi di arma da fuoco, Fabrizius stava raggiungendo la sua stanza per
raccogliere in una bisaccia gli oggetti più preziosi: dei libri, il suo trattato, le lenti per guardare a
distanza. Fu allora che una palla perduta, grossa come una noce, lo colpì alla spalla destra,
spiaccicandolo contro la parete di legno e fango, spappolandogli carne e ossa. Cadde come se fosse
morto.
Gli spagnoli, ubriacati da un terrore distruttivo, avevano appiccato il fuoco alle case del villaggio,
alla dipendenza della missione e alla chiesa.
In pochi minuti si sollevò nell‟aria, trasparente come acqua, una nube di fumo acre.
Frate Otto vide il rogo divampare, mentre scrutava dalla casa invisibile l‟andamento dello scontro.
Dov‟era Fabrizius? E i ragazzi? Affidò a un uomo anziano la casa invisibile, sfiorandogli la mano
destra: «Che il divino ti ispiri».
L‟esercito indio, capitanato dallo sciamano, reso invulnerabile dagli amuleti e organizzato in
perfetta geometria di attacco, si spostò per mettere sotto tiro „i teschi di ferro‟ che, urlando come
ossessi, eccitati dalla paura e dal fuoco, stavano distruggendo tutto ciò che trovavano sul loro
cammino. La struttura circolare del villaggio, in cui tutte le capanne bruciavano come zolfanelli,
sembrava una corona fiammeggiante. Un altro martirio si consumava in quel mondo sotto l‟occhio
indifferente del cielo.

Le frecce continuavano a cadere implacabili sugli armigeri che vedevano aumentare,


terrorizzati, il numero dei corpi esanimi. Venti, venticinque, trenta. Lo sciamano tirava e contava.
Nessuno, nessuno degli invasori doveva sfuggire alla strage che aveva provocato con la sua
malvagità.
Otto giunse sul campo di battaglia con gli occhi iniettati di sangue, facendo roteare lo spadone
arrugginito, come un frate Tuc inesorabile. Aveva visto il corpo di Fabrizius a terra, e lo aveva
ritenuto morto. Aveva visto lo scheletro della loro chiesa, i moncherini di legno del villaggio
circolare.
No, quei barbari assatanati che avevano portato la distruzione in un luogo di pace e di santità
e ucciso uno degli uomini migliori del mondo, non meritavano alcuna pietà. Si autoassolse: «Anche
l‟arcangelo del Signore, con il permesso di Dio, seppe essere terribile con i profanatori».
Poi si gettò contro un gruppo di armati che, non sapendo contro chi accanirsi, avevano cominciato a
sparare sui cacathua parlanti. Erano ancora una ventina. Troppi per un solo spadone. Ma ormai Otto
conosceva il suo destino.
Riuscì a colpire malamente due soldati, ne sgozzò un terzo. Infilò come una furia la spada nel
ventre scoperto di un archibugiere e poi cadde, sopraffatto da dieci spade e da tre enormi frecce
scagliate a distanza ravvicinata da balestre da guerra.
Pronunciò due nomi: Francesco e Fabrizius, poi morì con un sorriso mentre pensava con gioia che
avrebbe raggiunto tra poco la sua splendente Gustave.

Archibugi e temibili balestre all‟avanguardia, alabardieri sui lati, spade sguainate, l‟ufficiale
zoppicante in testa al gruppo ridotto a dodici persone, gli spagnoli avanzavano guardinghi verso il
nido di vespe che continuava a lanciare piccole frecce contro i loro volti, le loro mani, i loro
polpacci scoperti. Caddero altri sette uomini. Tremavano, morendo, come spellati da scudisciate e
poi si irrigidivano, epilettici, la bava alla bocca. La morte senza volto, che giungeva dal nulla, con
un sibilo impercettibile ed effetti sovrannaturali, turbava i superstiziosi spagnoli.
Il capitano sparò a casaccio contro la staccionata, prima di abbattersi al suolo: una freccia non più
grande di un ago gli era penetrata nell‟occhio destro e, dopo avere paralizzato il suo sistema
nervoso, lo stava soffocando.
«Ancora sei,» contò lo sciamano. Ma le loro armi che lanciavano tuoni e fulmini erano molto
vicine.
Non potevano rischiare un corpo a corpo. I guerrieri incas avevano subito finora scarse perdite: due
morti e qualche ferito di striscio. Le armi dei „teschi di ferro‟ molto spesso non uccidevano, non
erano implacabili come il veleno. Bisognava però tenersi a distanza dai loro proietti micidiali.

Lo sciamano con un gesto imperioso fece scivolare una parte del piccolo esercito, protetto
dal fumo e dai ceppi delle capanne, dietro le spalle degli invasori. Li avrebbero chiusi in una morsa
implacabile.
Con un altro gesto mandò due ufficiali dei giovani guerrieri a cercare i frati, e a controllare la
situazione nella casa invisibile. Era inquieto per la loro assenza.
Poi, sempre senza parole, fornì agli arcieri più abili, giovani e adulti, delle frecce magiche. Erano
più lunghe delle altre, avevano la punta avvelenata ma recavano intorno all‟asta un involto morbido,
formato da liane secche e cera di api. La tecnica dei dardi incendiari gliel‟aveva insegnata frate
Fabrizius, ricavandola dalle armi ustorie degli antichi, spalmate di olio e pece.

“Uccidere lo scorpione”.

Le frecce furono incoccate da trenta arcieri, lo sciamano le incendiò con il sacro fuoco. Un
attimo dopo dei piccoli soli precipitavano sui corpi degli ultimi spagnoli vivi e sul terreno cosparso
di foglie secche.
Chi non morì subito fu circondato da un anello di fuoco. Si sollevò un grido terribile, mentre i pochi
sopravvissuti, due o tre, cercavano di varcare la cortina di fiamme per sfuggire all‟inferno. Altre
frecce continuavano a cadere. Altri dardi incendiari, precisi come folgori celesti. Lo scorpione
stretto nel cerchio di fuoco o impazzisce e si getta nelle fiamme o si uccide con il suo pungiglione.

Uno solo degli archibugieri, dopo avere scaricato inutilmente il fucile contro i mostri
nascosti nell‟aria, nelle piante, nell‟erba, facendosi scudo con i cadaveri dei compagni morti riuscì a
uscire da quell‟inferno, abbrustolito. Zoppicava, si trascinava, ma era vivo. Gli sarebbe bastato
raggiungere il sentiero senza farsi vedere e in qualche ora avrebbe raggiunto il forte. Quei maledetti
selvaggi sarebbero stati bruciati vivi, uno a uno. Dopo averli impalati. Ci avrebbe pensato lui. Già
pregustava lo spettacolo.

Fabrizius aveva riaperto gli occhi, il dolore causato dalla ferita era terribile. Quieclo lo trovò mentre
gemeva, immerso nel suo sangue.
«Siete salvi?» mormorò.
«Quasiment.»
«E Otto?»
«Frere Huitto non sache.»
«Le donne e i bambini?»
«Tusti sauves.»
«Bene, amico mio, ti sei battuto come un leone.»
«Mersì», rispose con malcelata fierezza Quieclo. «Et vous, mantenante, chef, soignare votra
blessure.»
«Ci sarà poco da fare, ormai. Vorrei solo avere il tempo di dettare le mie ultime volontà...»
Il giovane guerriero inclinò con tristezza la piuma che gli ornava la capigliatura.

Lo sciamano con la bacchetta apotropaica stava contando gli uomini morti, ammucchiati
oltre il limite del villaggio.
Gli sembravano cinquanta, a meno che i suoi occhi non l‟avessero ingannato. Ora occorreva scavare
delle grandi fosse nella foresta e seppellire i cadaveri, nel caso fossero venuti altri „teschi di ferro‟ a
cercarli. E poi ricostruire le case e un po‟ di felicità. Incominciò a dare disposizioni al suo popolo.
In quel momento Quieclo sopraggiunse di corsa e gli mormorò la terribile verità: frate Fabrizius era
stato colpito e stava morendo. Frate Otto era scomparso.
Lo sciamano fece il buio nei suoi occhi per vedere meglio. Osservò le sue viscere, il suo cuore. E
guardò dietro di sé con lo sguardo del tempo. Inutile fare la magia delle pietre o delle foglie che
galleggiano.
«Ricontiamo i cadaveri, presto» ordinò. Erano sempre cinquanta, ma rivoltando i corpi vide
finalmente la tunica sanguinante di Otto. Ecco dov‟era il buon frate. Ma questo significava che
c‟era un „teschio‟ ancora vivo.
Parlò brevemente a Quieclo, che lanciò ordini veloci come il vento al suo drappello. Il primo che
avesse trovato l‟assassino bianco doveva fischiare o inviare una staffetta o ucciderlo sul posto, se
era possibile.

“Un libro postumo”.

Fabrizius giaceva sul letto di foglie della stanza. Aveva appreso della morte di Otto. «Si è
riscattato, liberandosi da se stesso», sorrise. «In fondo non era questo che cercava da tempo?»
Apprese anche la distruzione del villaggio e della chiesa. Fu una fitta terribile al costato. «Era stato
tutto inutile? Ma se la provvidenza divina ha deciso in questo modo c‟è un disegno. Non sta a me
giudicare. Anche se quelle buone anime lasciate a se stesse e agli schiavisti cosa potranno subire?»
Non gli restava che benedire il suo popolo e impartire alcuni consigli.
La ferita gli doleva di meno. Una vecchia donna lo aveva medicato con un impacco di erbe, e gli
aveva dato da masticare le foglie di coca che alleviano il dolore. La donna le impastava con cenere
e polvere grigia e poi lo imboccava.
«Che fosse un peccato grave? Ma no, è una medicina» si rispose con le parole di Otto.

L‟archibugiere si era tolto la corazza, portava solo le gambiere e aveva infilato l‟elmo sulla
canna del fucile, avanzando con fare baldanzoso. Sembrava una formica guerriera scorticata. Era
l‟unico sopravvissuto; ma aveva bruciato un villaggio intero di diavoli, e le sue ferite
testimoniavano che si era battuto da eroe. Forse gli avrebbero dato i gradi.
Un bel vestito, stivali nuovi, lucidi, una camicia di pizzo e un giustacuore di velluto. Le ragazze lo
avrebbero guardato finalmente con occhi diversi. Fischiettava. Sì, la vita è bella!
Fu in quel momento che li vide, su un‟altura. A cento metri, in linea d‟aria. Aveva appreso a
calcolare automaticamente la distanza dall‟obiettivo, attraverso le prove di tiro. Erano in cinque,
troppo distanti per poterli raggiungere con armi pesanti. E irraggiungibili dalle lame.
Lo fissavano: pensò che fosse un‟allucinazione, vedendoli così piccoli e sfocati.
Aveva ancora del fumo negli occhi, forse... No, era proprio un drappello di indios, anche se molto
piccoli. Piccoli diavoli. Con piume colorate e archi e cerbottane appese alla stringa che fungeva loro
da vestito.
«Selvaggi» urlò. «Non la passerete liscia. Tutti nel fuoco finirete e io diventerò capitano. Avete
capito? Basta che spari un colpo e arriveranno molti armati a cavallo. Molti. Io e i miei compagni
saremo vendicati.»
Si udì il sibilo lancinante di un fischietto. Il gruppo lentamente si sciolse. Sei archi si tesero,
sei frecce avvelenate, da angoli diversi, raggiunsero il volto e gli occhi dell‟uomo prima che potesse
rendersene conto.
«Buttatelo nel burrone, insieme alle sue armi» ordinò Quieclo. «Là dove nessuno potrà mai
trovarlo.»
Frate Fabrizius sapeva che il tempo a sua disposizione scorreva rapido nella clessidra della vita,
anche se non sentiva alcun dolore. Aveva perso molto sangue e solo un miracolo avrebbe potuto
salvarlo.
Ma ogni vita, come una stella o una cometa, ha la sua orbita prestabilita. Perché tentare di
ostacolarla o interromperla?

«Laudato si‟ mi‟ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò
skappare.»

Parte del villaggio si era radunato davanti alla casetta della missione, che era stata
risparmiata dalle fiamme: questo sì un miracolo. Frate Fabrizius fece cenno allo sciamano,
indicando con lo sguardo un libro spesso, dalla copertina nera. «Questo è il libro degli inquisitori,
mediante il quale si sono perpetrati non pochi misfatti di fede. Persecuzioni, condanne di persone
innocenti. O forse erano tutti innocenti.» Sospirò. «Seppellitelo dove volete. Ma non bruciatelo.
Solo chi si considera detentore della verità assoluta brucia gli oppositori e i loro libri.»
Lo sciamano, che capiva un po‟ la sua lingua e molto i suoi gesti, fece un cenno di assenso e prese
dalle mani dell‟uomo bianco il libro malvagio. Fece una pausa per raccogliere le ultime energie. Si
rivolse al giovane guerriero che stava in piedi accanto al suo capezzale, con un‟espressione di
dolore infantile sul volto apparentemente impassibile. «A te che sarai capotribù e saggio, voglio
donare questo altro testo.» Gli porse un volume. «L‟ho scritto io, durante questi anni in cui ho
viaggiato, pensato, e giudicato indegnamente delle persone. Quando incontrerai un uomo giusto,
saggio e buono, in grado di comprendere questa lingua e queste parole, dagli questo libro, frutto di
tutta la mia vita. Forse lui saprà come usarlo. Per impedire che si ripetano l‟orrore e l‟odio che
hanno armato la mano dell‟uomo contro l‟uomo, sprezzando ogni insegnamento divino e il
sacrificio di Cristo, che si è immolato per tutti noi.»
Chiuse gli occhi. La sua anima navigava serena verso un sogno liberato dagli orrori del mondo.

«Beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati...»

Il ragazzo strinse fra le dita il libro scritto da padre Fabrizius, con la delicatezza e
l‟ammirazione con cui avrebbe colto un fiore volante del grande fiume.
Sulla copertina nera era stampato in lettere rosse: “Malleus Maleficarum. Misfatti e riflessioni sul
libro nero degli inquisitori e del diavolo”.

NOTE EPILOGO.

N. 1. Sul mito della scoperta dell‟America, si veda il testo „controcorrente‟ di E. Michelone, “Il
mito di Cristoforo Colombo”, Varani, Milano 1985. Quanto al ruolo dei conquistatori nelle
Americhe si confronti, fra l‟altro: A. Metraux, “Gli Inca”, cit.; T. Todorov, “La conquista
dell‟America”, Einaudi, Torino 1984; M. Leon Portilla, “Il rovescio della conquista”, Adelphi,
Milano 1974. Quanto alla demonizzazione pianificata, e comunque strumentale, degli indios si
veda, fra l‟altro, B. de Las Casas, “La leggenda nera”, Feltrinelli, Milano 1959 e J. Delumeau, “La
paura in Occidente”, SEI, Torino 1979. Si veda, inoltre, circa l‟iniziazione degli indios, P. Gogan,
“La melodia dell‟alba”, Frassinelli, Milano 2002. Sugli indios imprigionati e sfruttati, L. Parinetto,
“La traversata delle streghe...”, cit. con bibliografia. Sulla storia dei Maya e di altre popolazioni
distrutte dai conquistatori: D. Freidel - L. Schele, “Una foresta di re”, Corbaccio, Milano 2002; A.
Metraux, “Religioni e riti magici indiani nell‟America meridionale”, il Saggiatore, Milano 1971.
N. 2. Gli ugonotti (protestanti francesi) furono perseguitati tra il 1562 e il 1569 e decimati nella
notte di S. Bartolomeo del 1572. Nel 1565 in Florida fu perpetrato l‟eccidio di migliaia di francesi
(„diavoli protestanti‟) da parte degli spagnoli. Ancora alla fine del 1600 in America, l‟intolleranza
religiosa contrapponeva quaccheri a cattolici, puritani a papisti, e più tardi mormoni ad altri gruppi
protestanti e cattolici. Tutti i coloni, poi, continuavano a considerare gli indiani e il loro mondo
selvaggio, popolato di lupi, come il „regno del diavolo‟.
N. 3. Il nuovo continente divenne l‟antinomia del bene, l‟antitesi della creazione divina. I suoi
abitanti si trovarono alla mercé di preti, avventurieri, governatori, schiavisti, mercanti e capitalisti.
Luciano Parinetto afferma chiaramente che «le vicende del capitalismo colonialistico originario,
come si dispiegarono nel Nuovo Mondo appena conquistato, paiono mettere in evidenza il rapporto
streghe - lavoro capitalistico». (“La traversata delle streghe...”, cit.).
Anche l‟iconografia del Male mutò, dopo le scoperte atlantiche. La nudità, i riti della virilità, i
sacrifici umani, il cannibalismo ossessionarono l‟immaginario europeo. L‟indio aveva la coda, gli
zoccoli, era più scuro della fuliggine infernale, viveva nei precipizi o su montagne inaccessibili,
conosceva droghe potenti, cibi che inducevano la follia, bevande che dissociavano le membra. Così
si manifestarono i prodromi del genocidio, attraverso un bestiario e una teratologia del male,
deformata da racconti e credenze allucinatone, o predisegnati da un‟interessata campagna di
demonizzazione dell‟ignoto.
Nel Nuovo Mondo i precursori del lavoro coatto globale, applicato ai vinti e ai diversi, non ebbero
alcun limite alla coercizione di massa. In particolare la „mita‟, cioè il lavoro obbligatorio in miniera,
fu uno dei sistemi più usati dagli spagnoli per sfruttare una moltitudine non pagata di forza-lavoro
indigena. Milioni di persone, che erano nate libere, vivevano di caccia, di raccolta e di libero amore,
si trovarono incatenate e sepolte vive nelle miniere scavate o rubate agli inca dagli imperi europei.
Gran parte dell‟America centrale si trasformò in un‟immensa prigione a cielo aperto.
RINGRAZIAMENTI.

A Elsa, Geraldina, Pino, Reine, che mi hanno aiutato nella realizzazione di questo libro,
facilitandomi ricerche bibliografiche e operazioni tecniche.
Amparo Ibanez mi ha ispirato la 'neolingua', usata dai giovani guerrieri incas con frate Fabrizius.
Alla gentile Chicca Petz devo il prestito di numerosi volumi di storia, ormai introvabili.

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