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LORD GEORGE GORDON BYRON - IL CORSARO

CANTO PRIMO

"... nessun maggiore dolore,


Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria,.,.".

Dante

Sulle serene onde del mar azzurro cupo


I nostri pensieri e i nostri cuori liberi e sconfinati al par di quello,
Dovunque ci conduca il vento e il flutto spumeggiante,
Un impero posseggono e una patria!
Questo è il nostro dominio illimitato,
E nostro scettro è quel vessillo che tutti fa tremare.
Qui è l'irrequieta nostra vita, che divisa è sempre
Fra gli affanni e l'ozio, sempre gioiosa al mutar della sorte.
Chi può dir questo come noi?
Non certo tu che schiavo di mollezze Cadere il cuor ti sentiresti
All'agitarsi primo delle onde.
Né tu, fatuo signor di agi e di lascivie
Cui più riposo non arreca il sonno che il piacere più non sazia.
Oh, chi può dir, se non colui che ha sperimentato nel suo cuore,
In trionfo danzando sull'oceano vasto,
Il senso pieno della vita, il folle battere del polso,
Il fremito che coglie chi solca queste vie senz'orma?
Dirlo può sol colui che ama l'approssimarsi della mischia
E vede volgersi in piacere quel ch'è minaccia per altrui;
E che zelante cerca quel che rifuggono i codardi
E là dove il debole cadrebbe, soltanto lui,
Soltanto lui può sentirsi il cuor balzare in petto
E spiriti e speranze ridestarsi.
Tema di morte non abbiamo, se pur con noi cade il nemico;
Essa non è per noi altro che un sonno più pesante;
E venga quando vuole, la vita della vita noi cogliamo.
Perduta ch'essa sia, che importanza può aver
Che ne sia stata causa un morbo o uno scontro in battaglia?
Chi del proprio disfacimento si compiace
Trascini pur per lungo corso d'anni un'esistenza di malato;
Tra il penoso ansimar e il ciondolar del capo paralitico:
A noi toccherà la fresca zolla e non un letto reso ardente dalla febbre
A lui tra i rantoli a fatica dal petto l'anima uscirà,
A noi quasi d'un balzo, in un ansito solo, si scioglierà dai lacci.
Vada pur fiera la sua spoglia d'un'urna o d'un'esigua fossa,
E chi lo dileggiò durante la sua vita
A onoramela tomba si disponga.
Le nostre lacrime, al contrario, pur se scarse, son sincere
Quando l'oceano copre d'un liquido sepolcro il nostro estinto.
Per noi anche il convito offre caldo rimpianto
Nella coppa rossa che la memoria nostra onora
E un succinto epitaffio nel periglioso giorno
Allorché i vincitori si spartiscono il bottino
E gridan, mesta la fronte oppressa dal ricordo,
"Come avrebbe esultato in tal momento il valoroso che è caduto!".

II

Nell'isola del Pirata è questo il coro


Che si leva intorno ai fuochi della veglia,
Queste le note che riecheggian per le rupi,
Che a quelle orecchie rozze risuonan come un canto!
In gruppi sparsi sulla bionda sabbia
Si sfidano, o trincano, o conversano, o affilano la spada,
Scelgono l'armi e a ciascuno assegnano una lama,
E indifferente è l'occhio al sangue che ne offusca il baglior.
Chi ripara gli scafi, chi il timone aggiusta o il remo,
Chi meditando vaga lungo il lido;
Chi solerte prepara lacci per gli uccelli,
Chi al sole stende le stillanti reti;
Se lontano nel mar almeno un segno possa apparir di vela
Con occhio avido d'imprese vanno tutti cercando.
Narra ciascun dei molti e molti pericoli notturni
E già si chiede dove sarà il prossimo bottino:
Dove, non ha importanza, ché a questo pensa il Capo.
E quel che tocca a br è non fallire il colpo.

Ma chi è mai questo Capo? Per ogni lido il nome suo


Fama ha tremenda: altro quelli non chiedono né sanno.
Egli si unisce a br solo per comandare;
Rare le sue parole, ma acuto è l'occhio e pronto è il braccio.
Mai condisce con gioia quei gioviali conviti,
Ma quel silenzio gli perdonan in virtù delle sue gesta.
Giammai per il suo labbro la purpurea coppa van colmando,
E il nappo passa innanzi a lui non degustato;
E di tal sorta è il pasto suo che il più rude uom della sua ciurma
Di assaggiare perfin disdegnerebbe;
Il pane più comune che vi sia, del domestico orto le radici,
E qualche frutto che dell'estiva stagion è la ricchezza,
Quella mensa frugale riforniscon
Di ciò che un eremita non potrebbe rifiutare.
Ma nel fuggir dei sensi le gioie grossolane,
Par che di tale astinenza il suo spirito nutra.
"A quel lido drizzate!". Ed essi vanno. "Fate così". E presto è fatto.
"E ora dietro a me in compatta schiera!".
E il saccheggio è compiuto.
Pronti sono i suoi detti e pronti gli atti,
E ciascun vi obbedisce e i pochi che ardiscon far domande
Breve risposta e disdegnoso sguardo
Da lui ricevon qual unica rampogna.

III

"Una vela, una vela!". Ecco il premio promesso alla Speranza!


E la nazione? La bandiera? Che mostra il telescopio?
Ahimé, no, non c'è premio, eppure benvenuta sia la vela:
Vermiglio come il sangue freme al vento il vessillo.
Sì, un vascello è dei nostri che ritorna,
Soffia prospera o brezza! L'ancora getterà prima di sera.
Di già doppiato è il capo, di già la baia
Tra le spume dei flutti quella superba prora accoglie.
Vedi con qual baldanza esso procede!
Con l'ali bianche dispiegate, mai tuttavia per fuggir l'avversario,
Come vivente creatura solca l'onde,
E pare che allo scontro gli elementi sfidi.
Chi non ardirebbe affrontar d'una battaglia i fuochi,
D'un naufragio i disastri,
Pur di farsi signor della sua tolda popolosa?

IV

Rauca lungo il suo fianco la gomena discende;


Si ammainano le vele, al calar dell'ancora il vascello ondeggia,
E già vedon gli oziosi accorsi sulla riva
Il battello che scende dalla poppa robusta:
D'uomini è tutto pieno, con i veloci remi si avvicina
E la chiglia la secca va sfiorando.
S'alza un coro d'evviva e d'amichevoli saluti!
Per tutto il lido la mano l'uno all'altro stringe;
Risa, domande, sollecite risposte,
E attesa di gran festa in tutti i cuori!

Rapida si diffonde la notizia, una gran folla accorre sulla spiagga;


Tra un frastuono di voci e grida che si alzan risonanti
S'odon di donne ansiose i più gentili accenti,
E d'amico, di sposo, ovver d'amante ogni amoroso
Labbro dice il nome.
"Son dunque salvi? Nulla c'importa dell'impresa.
Quando vederli si potrà? E ci daran conforto i loro detti?
Là dove infuria la battaglia e dove il flutto più s'adira
Per certo si comportarono da prodi, ma chi di br scampò?
Corrano dunque a rallegrarci
E con un bacio a dissipar il dubbio dagli occhi nostri deliziati!".

VI

"Dove si trova il nostro Capo? C'è per lui un messaggio,


Forse breve è la gioia per il nostro ritorno
E tuttavia sincera; è pur sempre una festa anche se rapida dilegua!
Or dunque, Juan, portaci rapido dal Capo:
Dopo i saluti doverosi la festa si farà per il ritorno,
E ascolteremo tutti quel che ciascun desidera sapere".
Lenti si avviano su per l'erta rocciosa
Alla torre di guardia che la baia sovrasta,
Fra cespugli di felci e di silvestri fiori,
Tra le argentine e fresche polle
Che scaturiscon dalla roccia di granito
E allettan con le chiare e fresche spume
L'assetato viandante.
Di dirupo in dirupo van salendo; lassù presso la grotta,
Che guarda mai quell'uomo solitario verso il mare?
Pensosamente egli si appoggia al brando
Che non fu mai per quell'ardito braccio bastone da riposo.
"E lui, è Conrad, secondo il suo costume, solo;
Va' dunque, Juane fa' che il nostro piano egli conosca.
Il nostro legno egli scorto ha di già, digli che presto
Ascolterà da noi notizie urgenti:
Ancora non osiamo avvicinano, tu ben sai quanto egli s'adombri
Se a lui s'accosta persona sconosciuta o non gradita".

VII

Juan è da lui e tutto il piano espone;


Egli tacito ascolta e sol col capo assente.
Juan chiama i suoi compagni, essi son là, al lor saluto
Egli appena s'inchina e non fa motto.
"Queste lettere, Capo, vengon dal Greco che spiando
Sempre ci avvisa se prossimi son conquiste o rischi:
Quali che siano le sue nuove noi ti riferiamo,
Or si potrebbe...". "Basta così", dice troncando quei discorsi.
Pieni si fan di meraviglia e confusione, e intanto che all'orecchio
L'uno all'altro sussurra congetture,
Van spiando il suo volto con furtive occhiate
Per coglier nel suo sguardo l'effetto del messaggio.
Come se questo avesse immaginato, egli le spalle volge,
Per emozione non tradir o dubbio, o per orgoglio,
E il plico legge, "Le tavolette mie, Juan, ascolta,
Consalvo dov'è mai?".
"Nei legno ch'è ancorato"
"E che resti colà, quest'ordine a lui tu porterai.
E voi al dover vostro, per allestire la partenza:
Io stesso questa sera sarò al comando dell'impresa".
"Signore, questa sera stessa?".
"Certo, al calar del sole:
Quando sarà il tramonto anche la brezza più fresca si farà.
Il corsaletto mio, il mantello, un'ora sola e già saremo andati.
Il corno alla tua spalla appendi, senza ruggine alcuna
Fa' che la carabina non tradisca le mie attese.
Fa' che ben affilato sia il mio brando
E che più ampia l'elsa sia e adatta alla mia mano.
Questo esegua rapido l'armiere,
Da ultimo essa il mio braccio affaticò molto più del nemico:
Provvedi che il segnai del fuoco venga dato in tempo
Per annunciar a noi che l'ora di sostar è terminata".

VIII

Obbediscono tutti e in fretta se ne vanno,


Pronti a solcar ancora, e così presto, la distesa marina:
Né alcuno sa rammaricarsi perché è Conrad il capo dell'impresa,
E chi mai contrastar oserebbe le decisioni sue?
Quell'uomo solitario e misterioso,
Raro al sorriso e raro anche al sospiro,
Il cui nome anche i più fieri della ciurma fa tremare,
E quei volti abbronzati rende smorti,
E su di lor sa imporsi con quell'arte dell'imperio
Che confonde, domina e ogni cuor raggela.
Che cos'è mai questa malia che la sua gente senza legge
Riconosce e invidia e tuttavia contrasta invano?
Che cos'è mai questa malia che fedeli a lui tutti li piega?
E il poter del Pensiero, è della Mente la magia!
Essi son vincolati dal successo, E più sicuri son fatti dall'astuzia
Che l'altrui debolezza modella a piacer suo.
E ver, egli si serve della forza dei suoi, ma all'insaputa loro,
E di quelli le imprese più gagliarde fa apparir come sue.
Sempre così è stato sotto il sole, così sarà per sempre,
Sempre per uno solo s'affaticano i più!
Tale è la legge di Natura, ma l'infelice che s'affanna
Non deve maledir, non deve odiare chi trionfa per lui.
Se delle fulgide catene il peso conoscesse
Oh, quanto gli parrebbe lieve
Il gravar del suo umile travaglio!

IX

A differenza degli eroi degli evi antichi


Demoni agli atti ma angeli nel volto,
Poche attrattive ha Conrad nell'aspetto,
Pur se sguardi di fuoco adombra il bruno ciglio;
Egli è possente, eppur un Ercole non è,
Gigantesca non è la sua statura;
Eppur chi lo guardasse nel complesso,
Vi scorgerebbe il tratto che dai più lo distingue.
Si meraviglia chi lo vede e tuttavia confessa
Che così è, ed il perché si chiede.
Dal sol brunita è la sua guancia; la fronte sua pallida e alta
Ricopron scompigliate nere ciocche;
E spesso, involontario, rivela un moto del suo labbro
Il superbo pensier ch'egli raffrena
E tuttavia non sa celare.
Pur se pacata è la sua voce e placido l'aspetto,
Par sempre ch'egli provi un turbamento
Che non desideri mostrare.
I profondi solchi che segnano quel volto e il mutar del colore
Attirano lo sguardo e insieme lo confondono
Come se in quegli oscuri recessi della mente
Forma prendesser passioni tempestose, quantunque indefinite.
Forse è proprio così, ma chi può dirlo con certezza?
L'indiscreta domanda si spegnerebbe al gelo del suo sguardo.
Ben pochi ardiscono sfidar da pari a pari
L'occhio suo inquisitore.
Egli possiede l'arte, quando uno sguardo accorto vuol cercare
Di scandagliar quel cuore e del volto spiarne i mutamenti,
Di spiar a sua volta chi l'osserva...
Per farlo meditar sopra se stesso
E farlo timoroso di rivelar al suo signor
Un segreto pensiero piuttosto che sondar quello di Conrad.
C'è nel suo riso il ghigno d'un demonio,
Che suscita emozioni miste di rabbia e di paura,
E là dove egli volge il rabbuiato suo cipiglio
Gemendo per sempre se ne vanno e Speranza e Pietà.

Ma del malvagio suo pensier son lievi i segni,


Solo nell'intimo, solo nell'intimo del cuore lo spirito s'infiamma!
Amor palesa tutti i mutamenti,
Odio, al contrario, Ambizione e Inganno
Non più che un amaro sorriso san mostrare.
Un fuggevol moto del suo labbro, il più lieve pallor che si diffonde
Sull'impassibile suo aspetto, di profonde passioni
Parlano da soli, e chi volesse l'effetto misurarne
Deve osservar senza esser visto.
Allor, precipitoso il passo, l'occhio levato al cielo,
Strette le mani come in pausa d'agonia,
Tende l'orecchio, all'improvviso balza, nel timor che troppo
L'intruso si avvicini a spiar quegli istanti di terrore.
Ogni tratto del volto, del cuor mostra il tumulto,
Libere le passioni si fanno più violente, né possono placarsi
Allor ch'erompon nel confuso contrasto che la gota
Fa gelar o avvampar, o rende madida la fronte.
Allor soltanto, o stranier, se pur ne hai l'ardire
Vieni a mirar l'anima sua e la tranquillità che gli è donata in sorte!
Vieni a veder quel fosco e solitario cuore
Quanto arda al pensier del maledetto suo passato!
Vieni a veder; ma chi ha mai visto o mai potrà vedere
D'un uomo tal lo sfogo delle segrete cure?

XI

Eppur non era Conrad da Natura fatto


Per guidar chi si macchia di colpe,
Era lui stesso strumento terribile di colpa;
L'animo suo era mutato e molto tempo prima
Che gli atti suoi lo inducesser a portare guerra al mondo
E a ripudiare il cielo.
Appreso aveva la lezion del Disinganno:
Esser saggio a parole e inetto al fare;
Saldo troppo per ceder, troppo orgoglioso per piegarsi,
Dalle sue arti frodolente sopraffatto,
Quell'arti stesse come causa del suo mal malediceva
E non il traditor che sempre lo tradiva;
Né stimava che conceder favori a più degna persona
Gioia dargli potesse o mezzo per concederne ancora.
Temuto, schivato, calunniato,
Così trascorse il fior della sua prima giovinezza;
Troppo gli uomini odiava per provar rimorso
Ed era certo che della collera la voce
Come una forza sovrumana lo chiamasse
A vendicar su tutti le offese d'uno solo.
D'esser ribaldo non ignora, ma di sé migliore
Il prossimo suo egli non stima.
Disdegna il buono e l'ipocrita disdegna
Che occulta quel che l'ardimentoso compie in piena luce.
Ben sa d'esser odiato, e tuttavia sa bene
Quanto chi lo detesta tremi vilmente al suo cospetto.
Solitario, selvatico, bizzarro, egli vive così
Senza provar né moto di passione né moto di disprezzo.
Il suo nome contrista, sorprendon le sue gesta
Eppure chi lo teme di dileggiano non ardisce.
Dispregia l'uomo il verme, e tuttavia si guarda bene
Dal ridestare dell'attorto serpe l'assopito veleno.
L'uno può rivoltarsi senza poter peraltro vendicare il morso;
Muor l'altro, ma alla morte trascina il suo avversario;
Veloce esso s'avvinghia a chi l'assale;
Schiacciar si può ma non domar finch'esso può colpire!

XII

Nessuno tuttavia è malvagio del tutto, egli ha nei cuore


Un dolce affetto che non lo abbandona.
Spesso egli spregia chi si fa fuorviare
Da sentimenti degni di uno sciocco o di un fanciullo,
E di lottare tuttavia si sforza invano
Contro una passione che anche per uno come lui
D'Amore ha nome!
Sì, è vero Amor, immutabile, immutato,
Per una donna da cui giammai si vuol diviso.
Benché le più leggiadre prigioniere vogliano attrarlo
Con lo sguardo,
Egli le sfugge e non le cerca, ma freddo passa
Innanzi a lor.
Ancor che numerose beltà giacciano schiave nel Serraglio,
Nessuna mai di ion ha reso liete le ore sue più oziose.
Sì, per certo è Amor, se teneri pensieri
Pur duramente messi a prova, più forti son fatti
Dalle angustie,
Ancor più fermi dalla lontananza,
Invariati a ogni mutar di cielo,
E quel che è più, dal tempo non consunti!
Pensieri che né speranza delusa né d'inganno l'infamia
Posson indebolir s'ella sorride;
Né vampa d'ira né acerbissima pena
Può palesar accanto a lei il minimo scontento.
Sempre egli vuoi incontrarla con gioia e lasciarla serena
Nel timor che un ansioso suo sguardo non le sconvolga il cuore.
Un tal affetto che nulla può strappare
Se amore ai mortali è dato in sorte, altro non è che amore!
Ah, sì, egli è un ribaldo!
E mille e mille accuse
Ricadon su di lui, empia non è però la sua passione
Che indomita egli sente; svanita ogni altra sua virtù,
Neppure la sua colpa estinguer può quel sentimento
Che fra tutti è il più dolce!

XIII

Sostò un momento, finché gli uomini suoi, veloci,


Superato il tornante, si diressero al piano.
"Ben strane nuove! tanti rischi ho affrontato,
Ma non saprei perché, questo mi appar l'ultimo mio!
Eppur così predice il cuor; timor non voglio avere, tuttavia,
Ché trovarmi non deve la mia ciurma
Nel dubbio vacillante.
Affrontare la morte è temerario,
Ma più mortal ancora è aspettare
Che all'inesorabile destino il nemico ci spinga.
Se il mio piano fallisse e se contraria fosse la Fortuna,
In molti saranno a lagrimar sul nostro rogo.
Ah, sì, dorman pur costoro e pacifici siano i loro sogni!
Mai li risveglierà il giorno con raggi più splendenti
Di quelli che arderanno questa notte, purché il vento spiri,
Per rianimar questo infiacchito vendicator dei mari.
E ora da Medora! oh mio oppresso cuore!
Per sempre possa il cuor di lei più lieve esser di te!
Eppur son prode; grande vanto davvero fra tanti prodi!
Gli stessi insetti del pungiglion fan uso
A difesa di ciò che hanno più caro.
Questo coraggio che l'infima creatura mostra al pari di noi,
Poco merito accampa, ma degno fu il mio intento
Nell'addestrar i pochi miei seguaci a scontrarsi coi molti.
Sempre io dissi br di non versare sangue inutilmente:
Or non c'è scelta, si perisca o si vinca!
E così sia, di morir non m'incresce,
Bensì d'inviarli là dove per loro non c'è scampo.
Da tempo ormai della mia sorte ho poca cura,
Ma il mio orgoglio freme nel vedermi preso in questa rete.
E tutta qui l'intelligenza mia, questa è la mia abilità
Se in una sola impresa la speranza e le forze pongo in gioco?
Ah, qual destino! La tua follia devi accusar, non il destino,
Ella può ançor salvarti; purché non sia già tardi!".

XIV

Nei suoi pensieri stava così raccolto,


Allorché giunse in vetta al monte che una torre corona:
Presso il portal si soffermò, ponendosi all'ascolto
Di quelle dolci note che udiva raramente;
Di tra l'alta inferriata il soavissimo canto si levava,
E dell'usignolo suo leggiadro eran questi gli accenti:

"Profondo nel mio cuor riposa un tenero segreto,


Gelosamente custodito e a tutti sconosciuto,
E sol si svela quando il mio cuor col tuo batte in accordo,
E quindi a palpitar ritorna nel silenzio.

Qui entro, qual funereo lume


Arde di lenta, eterna, invisibil fiamma
Ch'estinguer non può disperazione cupa
Pur se come non mai è flebile il suo raggio.

Ricordati di me! Oh, non passar sulla mia tomba


Indifferente alle reliquie ch'essa cela:
La sola pena che il mio cuor non regge
E quella di trovar oblio dentro al tuo cuore!

Ascolta le mie parole appassionate, flebili ed estreme:


Non biasima Virtù il pianto per l'estinto;
Una lacrima sol è quanto io ti chiedo,
La ricompensa prima, ultima e sola di questo mio immenso amore!".
Egli varcò la soglia, l'andito percorse
Ed entrò nella stanza al terminar del canto:
"Oh, mia Medora - esclama - quanta tristezza c'è nelle tue note!".

"Se Conrad è lontano, potrei dunque gioir?


Se tu non sei con me ad ascoltarmi,
Sempre col canto mio s'effonde dell'animo la pena:
Sempre ogni accento è l'eco del mio cuore,
Del mio cuore in tumulto, benché sia muto il labbro!
Oh quante notti nel mio giaciglio solitario
Temevo in sogno che il vento tempeste scatenasse,
O che la brezza che fremer faceva dolcemente la tua vela
Fosse preludio mormorante di soffio più violento.
Era pur lieve quella brezza, eppur sembrava
Cupo profetico lamento che te piangesse
Preso in balia dall'infuriata onda.
Allor balzar dal letto io volevo
Per riattizzar la fiaccola del faro
Nel timor che per negligenza di guardiani
Estinguer si potesse.
E quante ore inquiete ho passato a osservar le stelle a una a una,
E giungeva il mattino, ma tu non c'eri ancora.
Oh, come gelida soffiava sul mio cuor la brezza,
Come funesto irrompeva il giorno sugli sconvolti miei pensieri,
E io ero sempre là con gli occhi fissi al mare,
Ma non c'era prora che al mio pianto, alla mia fede e ai voti
Un conforto portasse!
Alfin, sul mezzogiorno, scorsi una vela che salutai e benedissi,
S'avvicinò, o me infelice, e passò oltre!
Ne giunse un'altra, gran Dio, e quella era la tua!
Mai più vivrei giorni così affannati
Se tu imparassi a divider con me le gioie del riposo!
Tu sei già più che ricco e tanti altri luoghi
Ameni al par di questo invitarti potranno
A lasciar questa vita raminga.
Non è il pericolo, tu lo sai, che mi spaventa,
Io tremo solo se tu sei lontano;
Né tremo per la vita mia ma per la tua
Di gran lunga più cara,
Che sempre per amore di uno scontro
Dall'amor mio rifugge.
Strano davvero è questo tuo cuore, con me pur tanto dolce,
Con la natura sempre in guerra e con quel che desidera più forte!".
"Strano davver è questo cuore, mutato da gran tempo;
Schiacciato come il verme, s'è vendicato come un aspide,
Senza speranza alcuna sulla terra che non fosse il tuo amore,
E solo in cenno di pietà dal cielo.
Questi miei sentimenti che pure tu condanni,
Il mio amor per te che odio è per gli altri,
Son tanto strettamente avvinti che se fosser disciolti,
L'uman genere amando, cesserei d'amarti.
Ma non temer, tutto il passato è prova
Che il mio amore per te non può finire.
Coraggio, ordunque, o mia Medora!
Pur se per breve tempo, per una volta ancora dobbiamo separarci".

"Separarci adesso? Me lo diceva il cuore:


Sempre così dilegua d'ogni mia gioia il più bel sogno.
Lasciarci adesso! Ah, non può esser vero!
Or ora quel vascello nella baia l'ancora ha calato:
L'altro è lontano, e alla sua ciurma occorre
Un poco di riposo prima di affrontar nuovi cimenti.
Amore mio, della mia debolezza tu ti burli,
E, prima di ferirlo, più forte ancor vuoi rendere il mio cuore.
Or non giocare più con la mia ambascia,
Sono per me i tuoi scherzi più amari che gioiosi.
Ora taci, mio bene, vieni con me a divider il festino
Ch'io stessa con mano trepidante ti allestii.
Lieve fatica, inver, fu il prepararti questo pasto frugale!
Guarda, ho raccolto la frutta che pareva più matura,
O comunque a te la più gradita, cercando sempre
Quella che giudicavo la più bella: per ben tre volte
Mi son ferita il piede salendo la collina
Per trovar freschissima sorgente.
Sì, stasera gusterai un dolcissimo sorbetto:
E là, nella coppa di ghiaccio, scintillante!
Del grappolo il gioioso liquor giammai non ti rallegra;
Quando sul desco appare il nappo,
Più musulmano sei d'un musulmano.
Ma non pensar che te ne faccia colpa, ché anzi mi rallegro
Che sia per te una scelta quel ch'è rinuncia per altrui.
Deh vieni, allestita è la mensa e accesa è già
La lampada d'argento che non teme vento di Scirocco.
T'intratterranno intanto le mie ancelle
E io con lor potrò danzare, oppur sulla chitarra
Quegli accordi trarrò che sono a te più grati
Per l'animo placarti o indurti al sonno,
O se questo l'orecchio t'affliggesse,
Si leggera la storia, dall'Ariosto narrata,
Di Olimpia la bella che in epoca remota
Dal suo amante venne abbandonata.
Se tu crudel più fossi del traditor della misera fanciulla,
Avresti cuore di lasciarmi ancora,
O più crude! persino di quell'infame traditor (tu ne sorridevi)
Quando al chiaror del cielo appariva l'isola d'Arianna,
Che t'indicavo qui da questi scogli,
E intanto, un poco per scherzar un poco per timore
Che il tempo trasformasse in certezze i miei dubbi,
Così dicevo: come quel traditor,
Conrad mi lascerà per l'alto mare:
Ma egli mi smentiva perché tornava ancora!".
"Ancora, ancora e sempre ancora, amore mio!
Se vita avrò quaggiù e in ciel speranza
Conrad ritornerà, ma adesso con l'ala sua veloce
Il tempo ci reca il momento dell'addio:
Perché egli vada e dove, or non importa dire,
Dacché tutto finisce nella fatal parola: addio!
E tuttavia di più vorrei svelarti, ma il tempo non ci è dato,
Tu non temer, questi non son terribili nemici;
E qui io lascerà un presidio più forte del consueto,
Pronto a improvvisi assedi e a una lunga difesa.
Né tu sola sarai, pur se lontano è il tuo signore,
Le nostre donne e le tue ancelle al fianco ti saranno;
E ti sia questo di conforto: al nostro nuovo incontro
La sicurezza ancor più dolce renderà la quiete.
Ascolta, questo è il corno di Juan che acuto squilla,
Un bacio, un altro, un altro ancora, addio!".
D'un balzo si levò, si strinse alle sue braccia,
Al petto di Conrad premette il volto
Fino a sentir i battiti del cuore.
Far sì che fino ai suoi si levino quegli occhi egli non osa,
Quegli occhi azzurro cupo volti in basso in un dolore senza pianto.
Ondeggia sulle braccia di lui la bionda chioma di Medora,
Che è tutta sciolta e con grazia scomposta;
Il batter del suo cuor è tanto fioco, pieno com'è dell'immagine di lui,
Che per troppo sentir quasi non sente!
Ascolta! Ecco rimbomba il segnale di fuoco
Che il calar del sole annuncia; egli quel sole maledice.
Più volte quella bella persona egli abbracciò,
Che muta a sé lo strinse implorando i suoi baci!
Con passo vacillante la condusse al letto,
La contemplò per un momento, come se più non la potesse contemplare.
Capì che al mondo altra donna non c'era se non lei;
Sulla fredda fronte un bacio le depose, si volse; e Conrad più non c'era.

XV

"Se ne è dunque partito?". Nella sua solitudine improvvisa


Quante volte, angosciata, si porrà questa domanda?
"Solo un istante fa egli era qui con me, e ora?".
Varcò il portal di corsa e nel portico giunta,
Sgorgò la piena delle lacrime sue,
Grandi, lucenti e copiose come mai ne versò.
Mai tuttavia quel labbro pronunciò "Addio!",
Perché in quella parola, in quella fatal parola,
Ancorché si prometta speranza o fedeltà,
Della disperazion v'alita il soffio.
Su ogni tratto del pallido, immobile suo volto
Impresso ha già il dolor quello che il tempo non
Potrà mai cancellare.
Il tenero azzurro dei suoi occhi grandi, appassionati
Si raggelava nel suo sguardo errante,
Finché lontano, ohimè quanto lontano, ella non scorse
La balenante immagine di lui, già subito perduta,
Allora come folle parve errar quello sguardo,
Fra le lunghe, brune ciglia di rugiadoso pianto scintillanti,
Che la tristezza non asciuga mai.
"Se ne è andato!". Al cuor la mano si portò
Con gesto rapido e convulso, poi dolcemente verso il ciel l'alzò.
Fisso lo sguardo tenne al mar e vide sollevarsi l'onda,
La bianca vela già salpata: più cuor non ebbe di guardare ancora;
Affranta fece ritorno alle sue stanze:
"Ah, che un sogno non è, me dereitta!".

XVI

Di balzo in balzo il fiero Conrad rapido discese,


Senza mai alla cima volger l'occhio,
Se non che gli angusti tornanti del sentiero
Gli mostravan per forza quel che di rivedere rifiutava:
Il solitario e dolce asilo a picco sulla roccia,
Che lui, di ritorno dal mar, salutava per primo,
E Medora, pallida e malinconica sua stella,
Che con l'amabil raggio di lontan lo raggiunge,
Lei non deve veder, a lei pensar non deve,
Se con lei rimanesse, sull'orlo della sua rovina rimarrebbe;
E tuttavia una volta almeno si arrestò, quasi a gettar
Tutto se stesso al fato e i suoi progetti al vento.
No, non si può, un capitano valoroso
Può commuoversi al pianto d'una donna
Ma tradir non deve i suoi compagni.
Scorge la barca, sente ch'è favorevole la brezza,
E fieramente tutti gli spiriti raccoglie.
Di nuovo egli s'affretta, e nell'udir
Il tumulto che nell'orecchio gli risuona,
Le affannose voci lungo la riva strepitanti,
Il grido, il segnaI e il percuotere dei remi,
Nel veder il mozzo in cima all'albero maestro,
Dell'ancora il levarsi, il dispiegarsi frettoloso delle vele,
E l'agitarsi dei berretti della gente
Che saluta in questo modo silenzioso
Chi a domar l'onda s'appresta;
Ma ancor di più, nel veder la vermiglia sua bandiera
Stupisce che il suo cuor sia stato così fiacco.
Pieni di fiamme ha gli occhi e di furore il petto:
Tutta ritrova in sé la sua baldanza.
Corre veloce, o meglio vola, e alfine arriva
Là dov'è l'estremo lembo dell'altura e incomincia la spiaggia.
Qui frena la sua corsa, non tanto per goder della frescura
Che si leva dal mar, quanto per dar al passo maggiore dignità,
Ché non convien apparir troppo frettoloso alla turba dei suoi.
Aveva Conrad ben appreso a dominar la gente
Con quell'arte che d'un velo ricopre l'orgoglioso, e spesso lo difende.
Altero il portamento, sprezzante era il suo volto
Sì che gli sguardi altrui tutti evitava o li rendeva timorosi.
Fiero l'aspetto, superbo aveva l'occhio
Che, pur cortese, ogni gioia volgare raffrenava.
Ogni suo moto sapeva controllar
Pur d'imporre il suo imperio.
Ma se voleva qualcuno accattivarsi, tanto mansueto si faceva
Che la sua cortesia l'ascoltator rendeva fiducioso
E tale da giudicar meno preziosi i doni altrui
D'una qualsiasi sua parola,
Quando risuonava nel cuor, mossa dal cuor di lui,
Quella profonda e dolce melodia d'accenti.
E tuttavia inconsueti gli sono questi modi:
Di compiacer gl'importa poco, sol soggiogare vuole;
Della sua gioventù le ne passioni
Tale lo han reso da stimar molto più chi lo teme che chi l'ama.

XVII

Pronta per la rassegna sfila la guardia sua.


E Juan gli sta di fronte, "Son tutti preparati?".
"Oh, sì, lo sono e sono già imbarcati:
L'ultimo battello non attende che te, o mio signore".
"La mia spada, dunque, il mio mantello".
Tosto salda gli pende al fianco l'arma e le sue spalle il mantello ricopre.
"Pedro chiamate qui!" E quegli arriva. E Conrad lo riceve
Con quella cortesia che usa solo con gli amici.
"Prendi le tavolette e leggile con cura,
Inciso vi è un messaggio ben degno di fiducia;
Or raddoppia la guardia e quando arriva Anselmo,
Fa' che lui pur, questi miei ordini rispetti.
Di qui a tre giorni, se ci soccorre il vento,
Il sole ci vedrà fare ritorno; e or va' in pace!".
Detto così, la mano strinse del fratello suo pirata,
Quindi con passo altero al suo battello si recò.
Il remo immerso scintillava, spargendo tutt'intorno a ogni colpo
Dell'onde le fosforiche fiammelle.
Raggiungon il vascello e Conrad sale a bordo;
Stride l'acuto fischio e indaffarati sono tutti;
Contento vede come docile il legno al timone obbedisca,
Come leale sia tutta la ciurma e meritevole di lode.
Orgoglioso si volge al giovane Gonsalvo:
Ma perché mai trasale all'improvviso,
E perché mai da un'intima tristezza è travagliato?
Ah! I suoi occhi han rivisto la torre sulla roccia,
Per un istante ha rivissuto il momento dell'addio!
Avrà la sua Medora di lassù di già scorto il naviglio?
Mai egli ha amato tanto come ora!
Ma troppo resta da far ancora prima del sorgere dell'alba;
Di nuovo in sé ritorna e dalla torre lo sguardo suo distoglie.
Con Gonsalvo discende nella cabina della nave
E là tutto il suo piano espone, i suoi mezzi e gli scopi.
Una lampada arde innanzi a loro, si dispiega la carta
E pronti sono gli strumenti al viaggio necessari.
Rimangon a confabular fino alla mezzanotte,
Ma quale ora mai può dirsi tarda per una mente ansiosa?
Calma la brezza intanto spirava dolcemente
E il vascello filava quasi le ali del falco avesse,
I promontori superando di quelle mille isole
Per guadagnar il porto ben prima assai, ben prima
Che sorridesse la luce del mattino.
Quand'ecco a un tratto scorgono al lume della luna
L'angusta baia dove stan le gale e del Pascià.
Contan allor le vele a una a una
E van notando come inutili splendano le fiaccole
Per i musulmani che della baia han poca cura.
In tutta sicurezza, senz'esser vista, di Conrad s'inoltrò la prora
Laddove tender disegnò l'agguato, l'ancora gettò
Protetto dalla roccia che eleva il suo erto profilo poderoso.
Quindi al dovere, non dal sonno, richiamò la sua ciurma,
Pronta sempre all'azione per terra ovver per mare.
Mentre fissava Conrad il fremere del flutto,
A lor calmo parlava, pur parlando di morte!
CANTO SECONDO

"Conosceste i dubiosi desiri?"


Dante

Piena è la baia di Corone di galee veloci,


E nel Palazzo di Corone risplendono le faci,
Perché stasera è festa da Seyd Pascià:
Questa è una festa che anticipa il trionfo
Che vi sarà per la cattura dei pirati;
Così giurò Seyd per la sua spada e per Allah;
Fedeli a tale giuramento,
Lungo la costa si raccolgon le galee
E da tutta la ciurma alto si leva il grido d'esultanza,
Ché già ciascun divisi vede bottini e prigionieri,
Benché sia ancor lontano lo spregiato avversario.
"Non resta che far vela, e per certo l'alba di domani
Vedrà la sconfitta dei pirati e deserto il br covo!
Intanto la guardia può dormir, se vuole,
Ché tutti son capaci di scontrarsi anche nel sonno.
E tuttavia chi può vaga sul lido
Per sfogar sui greci l'impetuoso valore:
Bella impresa davvero per quei prodi ch'hanno in testa il turbante
Snudar la spada contro uno schiavo inerme!
Degli schiavi devastan le dimore, eppur non fanno stragi,
Oggi il gagliardo braccio han generoso
E sdegnano colpir sol perché son più forti
A meno che un capriccio non ne ispiri il colpo
Sol per meglio affrontar il nemico in arrivo.
L'ore notturne ingannan fra chiassose gozzoviglie,
E chi ha cara la vita deve far buon viso,
Offrire il meglio agli affamati musulmani,
E trattener le imprecazioni, finché la costa è sgombra".

II

Con la testa cinta dal turbante il superbo Seyd riposa nel palazzo,
Gli stanno intorno i suoi barbuti capitani.
Al levar delle mense, terminato il pilaff,
Osa brindar, così come si dice, col proibito liquor
Mentre alla scorta sua il frutto del più sobrio caffè
Versan gli schiavi come vuol di Allah la dura legge.
Densa è l'aria del fumo delle lunghe pipe
E intanto al suono di scomposte note van danzando le Almah.
Al sorgere dell'alba salperanno i capi,
Ché nell'oscurità l'onda è talvolta infida,
E chi nell'orgia le ore ha consumato
Più sicuro riposa su serici cuscini
Che sul flutto in tempesta.
Chi può, alla festa si attardi, né combatta finché il momento non è giunto,
E più confidi nel Corano che nelle armi sue,
Seppur consentan le numerose e forti schiere
Di sperar più di quanto non ambisca il Pascià.

III

Reverente e cauto, a lenti passi


Entra lo schiavo guardiano della porta;
Il capo inchina e con la mano il pavimento sfiora
Prima di riferir questo messaggio:
"Qui fuori c'è un Derviscio prigioniero,
Ch'è sfuggito dal covo dei pirati,
Egli stesso, se vuoi, potrà narrarti il resco".
Avuto assenso dallo sguardo di Seyd,
Entrare fa il sant'uomo che avanza silenzioso.
Incrociate ha le braccia sopra la veste verde-cupo,
Incerto ha il passo e umile lo sguardo
E par consunto più dai travagli che dagli anni;
Per le astinenze pallido è il suo volto e non per la paura.
In voto del suo Dio, porta lunghe e somposte le sue nere chiome
Che un superbo cappuccio con dignità ricopre.
Lenta gli avvolge la persona una tunica lunga
Su quel petto chiusa, che solo al cielo è consacrato.
Sottomesso all'aspetto, eppur di sé padrone,
Calmo sostien lo sguardo indagatore
Di chi vorrebbe domandar il perché di sua venuta
Ben prima che il Pascià ne dia il permesso.

IV

"Donde vieni Derviscio?".


"Dal covo dei banditi, Io son fuggiasco".
"Dove venisti catturato e quando?".
"La saica salpò da Scalanova diretta all'isola di Chio,
Ma non arrise Allah al nostro viaggio,
Ché i guadagni tutti del mercante musulmano
Furono preda dei pirati, e noi fummo in catene.
Per la mia vita no, io non tremavo,
Né per ricchezze che potessi vantar,
Ma perché già perduta mi vedevo
La libertà di andarmene ramingo.
Alfin d'un pescator l'umile legno che arrivò di notte
La speranza riaccese e mezzo offri di fuga:
Colsi al volo il momento, e trovo qui la mia salvezza;
Accanto a te, sommo Pascià, chi mai tremar potrebbe?".
"Che stanno macchinando quei banditi? Son sempre all'erta
Per difender le ricchezze depredate e del pirata l'antro?
Sospettan forse che noi già siamo pronti
A sgominar col fuoco quel nido di scorpioni?".
"Pascià Il mesto occhio del prigioniero incatenato,
Ch'è solo intento a cercarsi uno scampo,
Ben poco è adatto a far da spia.
Soltanto udivo l'incessante ruggito delle onde,
Di quelle onde che pur dal lido non mi volevano strappare;
Sol contemplavo lo splendor del sole e il cielo,
Per i miei ceppi troppo luminoso e troppo azzurro;
Allor provai che tutto quel che ama il cuor in libertà
Ancor prima di asciugarmi il pianto
Deve spezzar le mie catene.
Ma questo almen dalla mia fuga puoi capire
Che scarsa o nulla stima essi fanno del rischio:
Vani i miei voti, e vane le ricerche
Di un qualche mezzo che qui mi conducesse
Se fossi stato in sorveglianza posto.
La disattenta guardia che fuggir non mi vide sarà del pari malaccorta
Quando le navi tue saran vicine.
Pascià! Il mio corpo è stremato e la natura
Per la mia fame implora nutrimento
E, dopo la tempesta delle onde, implora quiete.
Or fa' ch'io mi ritiri, e pace sia a te
E pace a tutti i tuoi! A me concedi
Il riposo e il ristoro delle membra!".
"Resta, Derviscio! Ancor per te ho una domanda, resta!
È un ordine, lo intendi? Siedi e obbedisci!
Ancor io debbo interrogarti, porteran gli schiavi i cibi,
Ché dove tutti stanno banchettando, tu non dovrai languir;
Terminata la cena, sii pronto alla risposta
E che sia chiara e piena, perché gli enigmi io non amo".

Vano sarebbe indovinar quel che agita il cuore del sant'uomo


Che tutto ostile a sé sente il Divano,
Né par che apprezzi molto quel convito
E meno ancor tutti quei convitati.
Per un attimo solo sul suo volto
L'ombra trascorre dello sdegno e subito dilegua:
In silenzio si siede e nell'aspetto
Riprende quella calma poc'anzi abbandonata.
Il convito incomincia ma i sontuosi piatti
Quasi a velen commisti, egli tutti allontana.
Per uno costretto tanto a lungo a triboli e a digiuni,
Va pensando il Pascià.
Ben strano è rifiutar un pasto così ricco.
"Qual pena, Derviscio, ti tormenta? Or dunque mangia;
Sospetti forse esser questo un convito di cristiani?
Oppure temi che gli amici miei ti sian nemici?
E perché mai rifiuti il sale? Quel sacro pegno
Che, se condiviso, spunta la spada più affilata,
Riduce in pace le tribù più ostili
E fa apparir fratelli i nemici più fieri?".

"Il sale condisce pasti raffinati,


Mio cibo è sempre la più umile radice
E mia bevanda l'acqua più pura di una fonte.
I miei voti solenni e del mio ordine la legge
Mi fan divieto, con amici o nemici,
Di spezzar e di spartire il pane.
È ver, ti può sembrare strano, se tuttavia per questo
Ho da temere qualche cosa,
Penda pur la minaccia sul mio capo,
Perché per tutto il tuo poter, per il trono stesso del Sultano,
Pane io non assaggerò né altro cibo:
Sol che la santa regola infrangessi,
Più non potrei andar, per l'ira del Profeta,
Pellegrino al santuario della Mecca".

"Poiché sei tanto ascetico, sia pure come vuoi;


Rispondi tuttavia a una domanda e poi vattene in pace.
Quanti sono i pirati? Ah, esser non può già l'alba!
Qual astro mai, e quale sole dardeggia sulla baia?
Come un lago di fuoco essa risplende!
Ah, tradimento! Olà, mie guardie, a me la scimitarra!
Ardon le mie galee e io ne son lontano!
Maledetto Derviscio! questo era dunque il tuo messaggio?
Infame spia! Prendetelo, colpitelo, finitelo all'istante!".

Balza in piedi il Derviscio come vede il fuoco


E nel mutar dell'aspetto appar tremendo;
Balza in piedi il Derviscio e più non pare un santo
Ma un guerrier che monti in groppa al suo destriero.
Getta indietro il cappuccio e si strappa il mantello,
Splende il suo petto ricoperto dalla cotta,
E della sciabola sua sfavilla il raggio!
L'elmo scintillante dalla nera piuma,
L'occhio più scintillante ancor
E del suo nero ciglio l'ombra ancor più fosca
Abbaglian i musulmani come visione di uno spettro Afrita
Che con i colpi suoi mortali
Speranza di lottare più non lascia.
Il selvaggio tumulto delle fiamme lassù,
Delle torce quaggiù la tetra luce,
Le voci di terror e la confuse urla,
Ché già i brandi cominciano a cozzare, e il grido di guerra si fa alto,
Fan di quest'angolo di terra un vero inferno!
Dispersi, or qua or là, gli schiavi van fuggendo,
Altro non vedon che il lido insanguinato e il mare in fiamme,
Né fanno caso all'infuriato grido del Pascià:
"Prendete quel Derviscio! Prendete quel demonio!".
Il Corsaro li vede tremebondi e quell'ardor controlla
Che lo spingeva a cercar la morte in campo,
Ché troppo presto, forse con troppo zelo,
Il fuoco è stato aperto prima del segnale.
Tremebondi li vede, il corno trae dalla cintura,
Il soffio è breve eppure ha un suono disperato:
Risponde un altro corno, "Miei valorosi, avanti!
E dubitar potevo che non fosser solerti?
E potevo pensar che mi lasciasser solo?".
Protende il braccio roteando la possente spada,
E sangue versa per espiar il primitivo indugio;
E quel che il loro spavento ha incominciato
La sua furia conclude,
Così che un uomo solo una turba di vili volge in fuga.
Gli spezzati turbanti volan alti
E quasi non c'è braccio che, a difesa della testa,
Osi levarsi; e lo stesso Seyd, che è colto di sorpresa,
Stravolto, dall'ira sopraffatto, pur continuando a minacciar,
Arretra innanzi a lui.
Non è un vile Seyd, e tuttavia teme il disastro:
Un sì grande tumulto più forte gli fa parer il suo nemico!
Gli distolgon lo sguardo le sue galee in fiamme,
Si strappa la barba e schiumando di rabbia
Veloce dalla mischia s'allontana.
Già i pirati han varcato la porta del Serraglio,
Ecco, v'irrompon: se restare lì dovesse
Resterebbe in attesa della morte.
Tra urla disperate di sgomento, prostrati sono i musulmani,
Invan gettan le spade, il sangue scorre a fiumi!
Incalzano i corsari, si affrettano all'interno,
E Conrad stesso a spronarli col suo corno,
E dei morenti il gemito,
Le grida disperate che implorano salvezza,
Dimostran quanto egli s'impegni nella lotta.
Urlano nel vederlo torvo e solo
Pari a famelica tigre che rabbiosa s'aggira nella tana!
Brevi sono i discorsi dei corsari,
Più breve ancor è la risposta sua:
"Bene, miei prodi, eppur Seyd è in fuga,
Ed è Seyd che uccidere si deve!
Già molto è stato fatto, ma ancora più resta da fare:
Le loro navi sono in fiamme,
Perché non arde ancor la città stessa?".

Rapidi al detto impugnano le torce:


Il Palazzo è incendiato,
Dal minareto al portico si levano le fiamme.
Un feroce baglior lampeggia negli occhi del Corsaro,
E subito si spegne, perché gli giungon all'orecchio
Grida di donne che come tocchi di campana a morto
Risuonan nel suo cuor al clamore della guerra indifferente.
"Presto, entrate nell'Harem, che non sia fatto torto a quelle donne,
Ne andrebbe della vostra vita stessa,
Ricordate, noi pure abbiamo spose
Che per un tale oltraggio colpir potrebbe la Vendetta:
Nostro nemico è l'uomo, è l'uomo che uccidere dobbiamo;
Le creature indifese sempre risparmiammo,
E tuttora dobbiamo risparmiare.
Oh, io l'ho dimenticato, ma il Cielo perdonare non potrà
Se il debole muore per mia colpa.
Chi vuoi mi segua, io vado, ora ci è dato
Di sollevar l'animo nostro almeno da un delitto".
Sale Conrad la scala vadilante, quindi abbatte la porta,
Ne sente ardere il piede sull'infuocato pavimento:
Spire di denso fumo gli chiudono il respiro
E tuttavia di stanza in stanza egli un varco si apre.
Cercano, trovano, e alfin traggono in salvo;
Ciascuno regge con le vigorose braccia Una creatura dalle neglette grazie,
Ne calmano i timori, ne rinfrancano il cuore che vien meno
Con tutta quella cura ch'è dovuta a una beltà indifesa.
Così Conrad quei feroci corsari sa domare
E frenar quelle mani che ancor grondano sangue.
Ma chi è costei che Conrad trae in salvo
Da fumanti rovine e dai disastri della mischia?
Ella è la favorita di colui che Conrad vuole morto,
Ella è dell'Harem la regina, ma pur sempre la schiava di Seyd!
VI

Poco tempo ha Conrad di riverir Gulnare,


Brevi son le parole ch'egli dice
Per rinfrancar la bella ansiosa,
Perché in quella sosta in cui pietà lo distraeva dallo scontro,
Il nemico che dianzi lesto e lontano già fuggiva,
Con meraviglia scopre di non esser inseguito,
La corsa allor rallenta, le file ricompone e poi fa fronte.
Se ne accorge Seyd, e vede quanto misere sian,
Paragonate con le sue, del Corsaro le forze.
Per il suo errore avvampa nel contemplare la rovina
Che panico e sconcerto han provocato.
"Allah il Allah!" Alto si leva il grido di Vendetta:
In furor si tramuta la vergogna, non resta che estinguerla o morire
E ripagar fiamme con fiamme e il sangue' con il sangue;
Or rifluisce l'onda del trionfo che s'innalzava minacciosa
Giacché la collera ritorna a riaccender la mischia,
E chi per la conquista combatteva, ora si batte per la vita.
Vede il pericolo il Corsaro e vede i suoi
Schiacciati e volti in fuga dal nemico che accorre imbaldanzito:
"Uno sforzo ancora, uno soltanto,
Che valga a sgominar il nemico che ci stringe!".
Si stringon, serrano le file, si lanciano all'assalto:
Essi vacillano, e or tutto è perduto!
Chiusi da un cerchio sempre più ristretto,
Senza speranza, ma non senza cuore, essi combatton tuttavia,
Ora, però, combattono allo sbando!
Circondati, divisi, sopraffatti, a terra pesti,
Ora ciascun combatte solo e silenzioso, eppur tenace,
E cade vinto da stanchezza più che dai colpi del nemico,
Rendendo l'ultimo suo pegno con la vita,
Finché la spada non sfavilli nella stretta della morte!

VII

Ma prima che il nemico all'assalto tornasse


E a opporre schiera contro schiera e uomo contro uomo,
Gulnare con le sue ancelle liberate
Era al sicuro, per voler di Conrad,
Nella casa di uno che professava la sua fede,
E là s'era asciugata il pianto versato per la vita e per l'onore.
Quando la giovane Guinare dall'occhio bruno
I suoi pensieri raccoglieva, dispersi dal timore,
Grande stupor sentiva per la cortesia
Che addolciva gli accenti del Corsaro
E tenero lo sguardo ne rendeva:
Che strano! Quel bandito che ancor grondava sangue
Ben più genti! assai le parve
Dello stesso Seyd nelle effusioni sue più dolci.
Sì, l'amava il Pascià, ma egli era convinto
Che una schiava potesse esser felice
Sol per il dono che le faceva del suo amore;
Il Corsaro, al contrario, le offriva protezione,
Ne placava i timori, come se tale omaggio
Alla donna spettasse per diritto.
"Folle è questo mio desiderio, e per un cuore femminile
Ancora più che folle è vano:
E tuttavia vorrei veder ancor quell'uomo
Non fosse che per dirgli grazie, me l'ha impedito prima lo spavento,
Per questa vita che l'amante mio Pascià
Sembrò tener in così scarsa cura!".

VIII

Ella lo vede là dove la strage è più cruenta,


A raccoglier l'ultimo respiro
Di chi, più fortunato, ha trovato la morte.
Separato dai suoi, contro un nemico
Che stima conquistato a caro prezzo
Il campo perduto dal Corsaro;
Gettato a terra, sanguinante, beffato dalla morte
Cercata inutilmente,
A espiar costretto tutte le sue colpe,
Condannato a languir e a viver giorni vani,
Mentre Vendetta escogita torture sempre nuove
E ristagnare fa quel sangue ch'essa ha risparmiato
Sol perché a goccia a goccia ancora stilli,
Perché l'avido occhio di Seyd
Lo vuoi veder per sempre in agonia e morto mai!
Questo è dunque il Corsaro? Or ora ella lo vide
Agitar imperioso la spada insanguinata;
Questo è il Corsaro! Disarmato ma non senza coraggio;
Il solo suo rimpianto è il viver che gli resta;
Il solo suo rimpianto
Le sue ferite troppo lievi
Cercate tuttavia con tanto ardore
Da baciar la mano portatrice di morte.
Oh, perché mai fra tanti
Non c'è uno solo che l'anima sua invii al cielo,
O all'inferno, per lui non ha importanza?
Proprio soltanto lui ha da viver ancora,
Che più d'ogni altro s'è battuto per cercar la morte?
Egli sente quello che sente il cuore dei mortali,
Quando schiacciato dall'infedele ruota di fortuna,
Il peso avverte dei delitti commessi
E insieme del vincitore la minaccia
Che fa scontare il fio con torture efferate;
E una profonda, oscura sensazione,
Ma l'orgoglio feroce che a tutto lo spingeva
Ora gli serve per celare tutto.
Eppur nel fiero e inalterato aspetto
Più trionfator appar che vinto.
Pur se è stremato dallo scontro
E soffre assai per le ferite,
Nessuno come lui con tanta calma gli occhi rivolge intorno.
Da lontano si leva il grido della folla,
Resa insolente quand'è passata la paura,
Ma i valorosi che lo vedono dappresso
Non sanno offender un nemico
Che a temere hanno imparato,
E i truci sgherri che lo portano in cella
Lo guardan muti in preda a un indicibile sgomento.

IX

Gli mandano un chirurgo, non certo per pietà,


Ma so! per controllare quanto ancora da vivere gli resti.
E il chirurgo, già pregustando il piacer della tortura,
S'avvede che di vita gliene resta assai
Per caricarlo di catene ancor più gravi.
Domani, si, domani, il sole al suo tramonto
Al supplizio del palo assisterà,
E risorgendo con le consuete rosseggianti tinte dell'aurora,
Constaterà se quei tormenti
Abbiano o no prodotto il loro effetto.
Ma di tutte le pene la più feroce e la più lenta
E quella che la sete aggiunge all'altre sofferenze,
Sicché questo protrarsi della morte
Non consente nemmeno di morire,
Mentre fameico volteggia intorno al palo l'avvoltoio.
"Un sorso d'acqua, un sorso d'acqua!".
E con un ghigno la Vendetta
Irride dell'infelice la preghiera,
Perché placando la sua sete, quell'infelice può morire.
Questo è il destino del Corsaro: parte il chirurgo, partono gli sgherri
Lasciando il fiero Conrad incatenato e solo.
X

Vano sarebbe raccontare del Corsaro la piena degli affetti,


Né d'altronde e certo s'egli stesso ne abbia conoscenza.
Nasce nella mente un conflitto e si produce un caos
Quando tutte le sue parti si confondono convulse e tenebrose
Per contendere tra loro con impeto tremendo,
Fieramente lottando contro l'irriducibile Rimorso,
Quel beffardo demonio che muto è sempre prima che avvenga il fatto,
E che sempre esclama "Ben ti avevo avvertito" quando il fatto è compiuto.
Vane parole! Colui che arde di passioni eppure, non si piega,
Può al modo di un ribelle torturarsi,
Ma non si può pentire come un vile!
Anche in un'ora deserta come quella
Allorché l'anima più soffre e tutto, tutto a sé di sé rivela.
Non c'è passione, non c'è pensiero dominante che le lasci tregua;
Bensì soltanto la terrifica visione di passioni e pensieri
Che nell'anima irrompono dalle infinite loro strade.
L'infrangersi dei sogni più ambiziosi, d'un amore il rimpianto,
La gloria minacciata, la stessa vita in forse,
La gioia non gustata, l'odio rabbioso
Contro colui che vanto trarrebbe dalla nostra morte.
L'irrevocabile passato, e l'incalzar tanto veloce del futuro
Da non permetter di vedere se inferno porti o paradiso;
Fatti, pensieri, parole, nella memoria sempre vivi,
Mai come in quell'ora son ricordati con affanno.
Quel che a suo tempo parve un'inezia o una piacevolezza,
Al ripensano ora con animo severo, altro non è che colpa.
Il pensiero straziante di un delitto occulto,
Che pur se a tutti è ignoto non dà minore angoscia,
In breve, tutto quello che l'occhio non può vedere senza un brivido,
Un sepolcro scoperchiato, un cuore messo a nudo
Con tutte le miserie sue sepolto, finché Orgoglio si desta
Per strappar all'anima il suo specchio e mandano in frantumi!
Ah, sì, Orgoglio tutto può celare e tutto può sfidar Coraggio
Anche correndo incontro al rischio più mortale.
Prova ciascun qualche timore, e chi è più abile a celano,
L'ipocrita, cioè, merita lode:
Non il codardo che con animo meschino
Le sue prodezze vanta e quindi fugge;
Coraggioso è colui che sa affrontar la morte a viso aperto
E che in silenzio muore.
Forte così di sue passate imprese
Egli ardisce sfidar chi lo minaccia!
XI

Nell'alta cella della torre più alta


Giace il Corsaro incatenato, in balia del Pascià.
Il Palazzo è crollato tra le fiamme, e or nella fortezza
Tiene Seyd col prigioniero la sua corte.
Non biasima il Corsaro il castigo voluto dal Pascià,
Perché il nemico suo, se fosse stato soggiogato,
La medesima sorte avrebbe avuto.
Ora egli è solo e in quel deserto
Tutte le colpe del suo cuor va misurando, eppure si dà forza:
Solo un pensier, uno soltanto egli affrontar non osa.
"Ah, come potrà conoscer Medora queste nuove?".
Allora, e solo allora alza le mani incatenate al cielo
E con gran rabbia scrolla le catene su cui posa lo sguardo.
Tosto egli tuttavia trova conforto, O finge, o sogna di trovarlo
Irridendo, beffardo, il suo dolore.
"Venga pur la tortura, quando e come vorrà,
Ora mi occorre il sonno che più forte mi renda a sopportarla".
Ciò detto al suo giaciglio lentamente si trascina
E, quali che siano i fantasmi che l'opprimono,
Rapido s'addormenta.

Non era ancor la mezzanotte quando la mischia aveva inizio,


Ed era tempo che il piano del Corsaro andasse in porto.
Strage non vuole che si perda tempo
Né consente che incompiuto rimanga alcun delitto.
Nell'ora trascorsa dal suo sbarco
Lo si è visto mascherato, scoperto, vincitore e vinto.
Nello spazio di un'ora, quel capitano in terra, quel corsaro dei mari,
Ha portato la morte e la salvezza,
E finito in catene e in preda al sonno!

XII

Dorme il Corsaro e par che il sonno sia dei più sereni,


Tanto calmo e profondo è il suo respiro:
Ah, ben felice sarebbe se quello fosse il sonno della morte!
Dorme il Corsaro, ma di chi è mai quella figura
Che si china sul suo placido sonno?
Son già andati i nemici e gli amici non sono accanto a lui.
E forse un angelo del cielo, inviato a lui
Per portargli la grazia?
No, è creatura terrena con angeliche sembianze!
Con il candido braccio regge un lume
Velato un poco sì che il troppo vivo raggio
All'improvviso non abbagli
Quegli occhi chiusi che s'apron solo per soffrire,
Che s'aprono soltanto per richiudersi ancora.
Quella creatura che ha l'occhio così nero e il viso tanto bello,
Le onde brune dai riflessi d'oro delle ingemmate trecce,
Che come fata appar leggera, e che nudo ha il piede
Al par di neve bianco, e al par di neve silenzioso al passo,
Come è potuta giungere fin qui
Fra tanti sgherri e nella notte fosca?
Ah, perché non chiedere piuttosto Che cosa una donna osar non sappia,
Una donna spronata come te, Guinare, da giovinezza e da pietà!
Gulnare dormire non poteva, e intanto che il Pascià nel sonno immerso,
Vedeva ancor nei suoi turbati sogni il suo pirata prigioniero,
Ella il letto lasciò e prese del suo signor l'anello
Col quale suol talvolta la propria mano ornar per gioco,
E andò senza che le ponessero domande, Tra quegli sgherri insonnoliti,
All'anello regale reverenti.
Stremati dalla mischia, sfiniti dai colpi ricevuti nello scontro,
Invidiosi del sonno del Corsaro,
Hanno gli sgherri chiuso gli occhi
E ciondolando il capo inerte,
Presso la porta della torre, pigri han disteso le membra
Senza curarsi d'altro.
Solo si son riscossi deferenti alla vista dell'anello,
Ma non han chiesto chi lo portasse né perché.

XIII

Ella lo guarda piena di stupore,


"Come può mai dormir così tranquillo
Se altri occhi piangon la sua morte
O la rovina che ha prodotto,
E gli occhi miei lo vanno qui cercando senza posa?
Quale incantesimo improvviso mi ha reso quest'uomo tanto caro?
È vero, a lui debbo la vita, molto più che la vita,
E me e le ancelle mie egli scampò da uno strazio peggiore della morte:
Questo non è il momento di pensarvi. Piano!
Ecco il sonno si rompe, com'è profondo il suo respiro,
Egli si agita, ed è sveglio!".
Egli alza il capo e il lume lo sconcerta,
Ne sa se quel che vede è vero:
Muove le mani e il fragor della catena
Crudelmente gli dice che egli è vivo ancora.
"Che creatura è mai questa?
S'ella non è una visione celestiale, Per certo, il carceriere che m'han dato
Meravigliosamente bello ha il volto!".
"Corsaro, tu non sai chi io sia, io son colei Che è grata a te per quelle imprese
Che troppo raramente tu hai compiuto.
Guardami e rivedrai in me colei
Che la tua mano dalle fiamme scampò
E dalla furia, più temibile ancor, dei tuoi pirati.
Vengo a te nella notte, e a malapena saprei dir perché,
Non per nuocerti, certo, ch'io non vorrei vedere la tua morte".
"Se quanto dici è vero, mia cortese Signora,
L'occhio tuo è il solo che qui non brilli di gioiosa speranza:
Il mio nemico ha la fortuna dalla sua,
Che usi pure il suo diritto.
Tuttavia io son grato a questa cortesia,
Sia essa del nemico o sia la tua,
Che mi concede un confessor tanto leggiadro".
Può apparir strano, eppur con un'estrema pena
Una gioia si lega, senza portare tuttavia conforto.
La celia del Dolor mai non inganna,
Sorride amara, ma pur sempre sorride.
Tavolta anche il patibolo risuona
Delle celie dei più saggi e dei più forti!
Ma quella gioia che a tale celia sembra affine
Ogni cuor può ingannare salvo il proprio.
Come che sia, sul volto del Corsaro or brilla un lampo,
Ora un indefinibile sorriso che la sua fronte spiana:
Hanno un suono di gioia i suoi accenti,
Gioia estrema per lui su questa terra,
E tuttavia contrario questo a sua natura,
Perché nel corso di sua breve vita
Pochi pensieri egli ebbe
Che non fosser di tenebra e di guerra.

XIV

Corsaro, di già è segnato il tuo destino!


E tuttavia io posso addolcire il cuore del Pascià
Quando più debole lo rende tenerezza.
Vorrei salvarti, oh si, vorrei salvarti ora,
Ma né tempo, né speranza, né le tue forze stesse
Posson conceder tanto;
Ma tutto quel che posso io lo farò:
Quanto meno rinviare la sentenza
Che un giorno appena di vita ti concede.
Fare di più ora sarebbe rovinoso,
Tu stesso condanneresti un tentativo vano
Che solo morte recherebbe a entrambi".
"Certo, sarebbe una iattura: l'animo mio a tutto è pronto;
Troppo in basso è caduto per temer una caduta anche più grave.
Non tentare te stessa con il rischio,
Né me con la speranza di scampar da un nemico
Con cui non potrei battermi.
Incapace di vincer, dovrò forse fuggire come un vile,
Il solo fra tutta la mia ciurma a non saper morire?
E tuttavia c'è una persona
A cui sempre ricorre il mio pensiero,
Che con la dolcezza sua profonda
Può far sgorgare il pianto dai miei occhi.
I miei soli sostegni nelle vie ch'io corsi
Furon il mio vascello, la mia spada, il mio amore, il mio Dio!
E questo Dio che in gioventù io abbandonai
Adesso mi abbandona e l'Uomo che vuole la mia morte
Altro non fa che il suo volere.
Io la maestà divina beffare non vorrò con la preghiera
Che solo può disperazion servile
Estorcere al codardo.
Basta così, io vivo ancor e ancor posso soffrire.
La mia spada fu strappata a questa indegna mano
Che ben poteva conservar un brando tanto fido;
Il mio vascello è in fondo al mar o catturato;
Ma il mio amore! Solo per lei la voce mia
Al cielo può levar gli accenti suoi più dolci:
Ella è tutto quello che ancor alla terra mi lega,
Or la mia morte spezzerà quel cuore così tenero
E turberà quel volto che, prima che apparisse il tuo, Gulnare,
Agli occhi miei pareva senza dubbio alcuno Il più bello del mondo".

"Dunque tu ami un'altra? Ma questo a me che importa?


Nulla, davvero, e nulla mai:
E tuttavia, tu ami, e io ho invidia
Per chi può posare il proprio cuore
Su un cuor che gli è fedele,
Né mai conosce il vuoto quell'errante pensier
Che, come il mio, coi fantasmi si strugge".
"Signora, io mi credevo che tu amassi colui
A cui da dura morte io salva ti rendevo".
"Io amare il fiero Seyd? No, non è lui il mio amore;
E tuttavia questo mio cuore una volta tentò
Di ricambiar la sua passione, ora non più.
Sentivo allor e sento ancora che amor vive soltanto
Se vive in libertà.
Sono una schiava, sia pure una schiava favorita,
Per divider con lui i suoi splendori, per apparir la più felice!
Tante volte debbo subir questa domanda:
<Mi ami tu, Gulnare?> e io dal desiderio ardo
Di rispondere: <No, non t'amo!>.
Oh, ben dura cosa è sopportare la passione di Seyd,
Lottando invano per non sentirne ripugnanza!
Ma ancor più dura cosa è sopportare
I palpiti del cuore senza mostrar che forse già per un altro batte.
Egli prende la mano ch'io non gli porgo e che neppur ritraggo,
E il polso mio freddo e tranquillo
Né i suoi battiti frena né li affretta:
Quando la mano egli abbandona, questa ricade come cosa morta
Dalla man di colui ch'io non ho amato a sufficienza per poterlo odiare.
Senza calore queste labbra ricambiano il suo bacio,
E un brivido m'assale al ricordare il resto!
Oh, avessi io mai provato quell'ardore
Che almeno fa sentir il mutarsi in odio dell'amore!
Sempre egli da me si parte senza che io ne soffra,
Sempre senza che io lo desideri, ritorna:
Quando è presente, dai miei pensieri è assente.
Se a lui io penso, e a lui pur debbo pensar,
Temo che ormai non sia che per provar ribrezzo.
Sono la schiava sua, ma contro ogni vanità,
Peggio sarebbe ancor se fossi la sua sposa.
Oh, se mai fine potesse aver questo capriccio del suo cuore
O si cercasse un'altra e a me ridesse libertà!
E se soltanto ieri questo fosse accaduto,
Avrei pur detto: così sia.
Sì, se adesso fingo un'inconsueta tenerezza,
Ascolta, prigioniero, è solo per spezzar la tua catena.
Per ripargarti della vita che ti devo,
Per ridonarti a quella che ti è quaggiù più cara,
Che ti ricambia d'un amor ch'io mai conoscere potrò.
Addio, già si leva il mattino e io debbo lasciarti:
Caro mi costerà, ma non temere
Questo non è per te giorno di morte!".

XV

Gulnare le mani del Corsaro incatenate preme sul suo cuore,


A capo chino si volge per andare
E silente come un sogno incantevole dilegua.
Ella dunque era qui? E ora egli è solo?
Ma che gemma è mai quella che splende sulle sue catene?
La lacrima più sacra, versata per la pena altrui,
Che spunta all'improvviso, splendente, pura,
Estratta dalla miniera di Pietà,
E levigata già dalla celeste mano!
Oh, troppo eloquente e fatalmente cara
E così disarmante è la lacrima che sgorga dagli occhi di una donna!
Dell'arma stessa di sua fragilità ella si serve
Per portar la salvezza e conseguir vittoria,
E se ne fa una lancia e uno scudo al tempo stesso.
Fuggila dunque, ché Virtù vacilla e Saggezza traligna
Se con troppa passione sulle pene di lei posi lo sguardo!
Che cosa infatti mai fece a un eroe perdere un mondo,
Che cosa mai lo costrinse alla fuga?
La timida lacrima nell'occhio di Cleopatra.
Ma si perdoni il fallo del debole triumviro,
Quanti non perdon per una lacrima soltanto
Nonché la terra il cielo?
L'anima essi consegnano al demonio
Dannandosi per sempre per consolar le pene d'una amante lasciva!

XVI

E l'alba e sul viso sconvolto del Corsaro


Brilla un raggio ch'è privo di speranza;
Che sarà mai di lui prima di sera? Egli sarà un resto miserando
Su cui l'ala funesta agiteranno i corvi.
Gli occhi suoi chiusi il tramonto del sole non vedranno
E dell'umida sera la rugiada Come nebbia si poserà sulle rigide sue membra
Rinfrescando la terra e tutto ravvivando tranne il Corsaro solo!

CANTO TERZO

"Come vedi ancor non m'abbandona".


Dante

Lento e più dolce prima di sparir del tutto,


Dietro le alture di Morea tramonta il sole;
Non cinto da caligine come nei nordici paesi
Ma luminoso e vivido come lama splendente!
Sul tranquillo mare dardeggia un biondo raggio
E indora il verde flutto che al tremolar scintilla.
All'antico scoglio di Egina e all'isola di Idra
Manda il dio della gioia l'estremo suo sorriso,
E pur se qui ormai non ha più altari,
Grato gli è ancor indugiar col suo splendore.
Le ombre che veloci discendono dai monti
Baciano il tuo glorioso golfo, invitta Salamina!
Quegli azzurri profili per lungo tratto estesi
Incontrano il suo languido sguardo
Fatto di porpora più accesa;
E le più tenui tinte, sfumanti sulle cime,
Segnano il lieto suo percorso
E del cielo rivelano i colori,
E quando alfin l'ombra la terra e il mare invade,
Il sole, dietro il suo scoglio Delfico, nascosto si riposa.
In una sera come questa il sole mandava il raggio suo più pallido,
Che era anche l'estremo per l'uomo tuo più saggio, Atene!
Ah, quanto affranti i tuoi figli migliori
Mirarono lo spegnersi del raggio
Che chiudeva gli occhi del Maestro loro tratto a morte!
Non ancora sparisce, non ancora: il sole indugia sulla cima,
L'ora preziosa dell'addio rinviando,
Ma mesta è la sua luce agli occhi del morente
E cupi son dei monti i colori un tempo lieti
E par che Febo di tristezza veli quella terra
Che prima d'ora mai non offuscò.
Ma prima che s'immerga sotto il Citerone,
La funesta coppa è già vuotata, e l'anima s'invola;
L'anima di colui che la pavida fuga ebbe a disdegno,
Che visse, morì come nessuno sa vivere e morire!
Ma guarda! Dall'alto dell'Imetto al piano
Regna silente la regina della notte.
Non c'è nebuloso vapor, foriero di tempesta,
Che ne celi il bel volto o cinga d'un alone il suo lucente aspetto.
Scherza la luna scintillando con i fregi
E il suo raggio saluta la candida colonna.
E tremula luce diffondendo intorno,
Brilla la luna sul suo emblema in cima al minareto.
Gli estesi boschetti di ulivi scuri e folti
Che con sue scarse acque attraversa l'umile Cefiso,
Il cipresso che con mesta ombra si leva presso la moschea,
La sfavillante torre dell'ameno chiosco,
E la solenne e fosca palma che solitaria s'erge nella santa quiete
Accanto al tempio di Teseo,
Tutta la variopinta scena attrae lo sguardo
E stolido sarebbe colui che qui passasse con occhio indifferente!
Torna l'Egeo che s'ode non lontano,
A placar dalla furia dei venti l'incollerito grembo,
Tornan le onde sue a dispiegar nelle tinte più dolci
La loro lunga veste di zaffiro e d'oro,
Screziato dall'ombra delle isole lontane,
Che s'infoscan laggiù dove par che l'oceano
Sorrida ancor più dolcemente.

II
Questa non è materia del mio canto, perché mai a te si volge il mio pensiero?
Oh bella Atene! Chi può solcare il tuo nativo mare
Senza indugiare sul tuo nome (qualche che sia la storia),
La cui magia è tale da prevaler su tutto?
E chi quel sole ha visto su di te tramontar,
Come scordar potrebbe il tuo volto nella sera?
A colui che né tempo né distanza posson scioglier
Dall'incanto che alle fitte Cicladi ancor lo tiene avvinto,
Non sembra certo estraneo al suo racconto l'omaggio che ti deve.
L'isola del suo Corsaro fu un tempo di dominio tuo:
Volesse il cielo che al ritornar di libertà Tornasse ancora tua!

III

Il sole è tramontato, e al cader del suo raggio,


Ancor più fosco della notte vien meno il cuore di Medora,
In attesa lassù, in cima al faro.
Già si è levato il terzo giorno e già è trascorso,
Ma egli non ritorna, né di sé dà notizie, l'infedele!
Favorevole fu il vento ancorché lieve, né ci furono nembi.
La barca di Anselmo è tornata ieri sera,
Altro questi non dice se non di non averlo visto mai.
Benché tristi sian queste parole, triste più ancora
Sarebbe la notizia se quella solitaria vela
Si fosse posta alla ricerca del Corsaro.
Fresca è la brezza della notte; per tutto il giorno
Stette Medora con lo sguardo fisso su ogni cosa
Che Speranza apparir le facesse simile a una vela.
Mesta sedeva sulla cima della torre,
Quando, giunta la mezzanotte, Impazienza
Condusse i passi suoi lungo la riva;
E là essa vagava incurante del flutto
Che, come se respingerla volesse, la veste le bagnava.
Medora non vedeva, Medora non sentiva,
Non osava partirsene di là, insensibile al freddo,
Ché tutto il gelo era dentro al suo cuore.
Da tanta angoscia nacque una tal certezza
Che la comparsa stessa del Corsaro
Tolto le avrebbe la vita e la ragione!

Giunge alfine un mesto e sconquassato legno,


E gli occupanti colei vedon per prima che per prima han cercato.
Feriti sono alcuni e derelitti tutti; son questi i pochi
Che a malapena san come sono scampati,
E oltre a questo, niente sanno.
Silenzioso, cupo, ciascuno par che attenda dal compagno
Un indizio ferale sulla sorte del Corsaro:
E qualche cosa forse si son detti,
Temendo tuttavia di confidar quelle parole all'orecchio di lei.
All'istante ella tutto comprende e tuttavia non sviene, e tuttavia non trema.
Nel suo dolore, nel suo destino desolato,
Sotto quel dolce e delicato aspetto nutriva alti sentimenti
Di cui tutto il vigor ella stessa ignorava.
Finché c'era Speranza eran quei sentimenti
Languidi vacillanti e teneri,
Allorché tutto fu perduto, la tenerezza non morì ma rimase assopita
E sul suo sonno si levò quella Forza per parlare così:
"Quando non c'è da amar più nulla, non c'è più nulla da temere".
E questa Forza sovrumana che al pari del delirio
Più violenta si fa col crescer della febbre.
"Voi ve ne state silenziosi, né io vorrei udir da voi...
Ah, non parlate, non fiatate, ché già tutto io so.
Eppur io chiedere vorrei ma il mio labbro ricusa...
Ma presto, ditemi presto, dove giace il Corsaro?".
"Non lo si sa, Signora, a stento ci salvammo;
Uno dei nostri tuttavia afferma ch'egli morto non è:
In catene l'ha visto e sanguinante, ma pur sempre in vita".
Ella più non ascolta; vano lottar sarebbe
Nel tumulto del cuore e dei pensieri; ella più non resiste,
Quelle parole l'han tanto sopraffatta
Ch'ella vacilla e cade e l'infuriata onda
La strapperebbe sol da un'altra tomba,
Se queffi che hanno lacrime negli occhi,
Ancorché rozze mani, non le offrissero il soccorso
Che la Pietà sollecita fornisce:
L'acqua del mar le spruzzano sul volto
Ch'è pallido al pari della morte;
La fanno alzare e le fan vento, la sostengon finché riprende vita;
Svegliano le ancelle e alle matrone affidano
La creatura in deliquio che contemplano affranti.
Alla grotta d'Anselmo vanno poi
Per raccontar del troppo triste evento e del breve trionfo.
In quel fiero concilio nascon strani e infuocati discorsi;
Si fanno piani di riscatto, di soccorso, di vendetta;
A tutto sono pronti, fuorché a fuggire, fuorché a restare inerti,
E par che aleggi in mezzo a loro io pfrito di Conrad
Per vietar che si disperi.
Qual che sia la sua sorte,
Quei prodi ch'egli ha forgiato per farne suoi seguaci,
Se vivo è ancor lo salveranno
O ne placheranno l'anima se è morto.
I suoi nemici stiano in guardia!
I pochi che gli restan sono altrettanto audaci che fedeli.

Nella stanza segreta del Serraglio Siede il fiero Seyd e ancor sta meditando
Sulla sorte che tocca al Prigioniero;
Il suo pensier s'attarda or con l'amore ora con l'odio,
Ora è lì con Guinare, or nella cella del Corsaro.
Ai suoi piedi vede giacer l'amata schiava,
Ch'è del suo turbato spirito il conforto,
Gli occhi di lei scuri e profondi
Vanno ansiosi cercando un benevolo segno sul volto del Pascià.
Invano! Egli par tutto intento soltanto ai grani del rosario;
Sta meditando, invece, nel suo cuore
I più crudeli modi per torturar quell'infelice.
"Pascià, questo per te è giorno di vittoria,
E il trionfo corona la tua fronte;
Giace in catene Conrad e tutti gli altri suoi sono caduti!
Segnata è la sua sorte: egli morrà,
E bene ha meritato un tal destino;
E tuttavia mi par che troppo indegna cosa
Per la vendetta tua sarebbe la sua morte.
Una breve libertà in cambio di tutti i suoi tesori
Sarebbe, ne son certa, un accorto mercato.
Grande è la fama intorno ai suoi bottini di pirata
E io vorrei che ne fosse signore il mio Pascià!
Ingannato, stroncato dal fatale scontro,
Preso di mira, stretto dappresso,
Sarebbe per te facile preda;
Ma quando fosse morto, il resto della banda
Tutti gli averi imbarcherebbe
Per far vela su un lido più sicuro".

"Guinare! Se per ogni goccia del suo sangue


Mi fosse data una gemma sontuosa come il diadema d'Istambul;
Se per ogni capello del suo capo
Una miniera mi si offrisse d'oro purissimo e splendente;
Se tutti quanti i tesori, di cui si narra o si fantastica
Nei racconti d'Arabia, fossero qui ai nostri piedi,
Non una di quelle meraviglie gli varrebbe salvezza;
Neanche un'ora di vita gli risparmierebbe!
So bene ch'è incatenato in mio potere,
Eppur nella mia sete di vendetta vado pensando ancora
Al supplizio che più a lungo lo torturi E più lento lo uccida".

"Ah, no, Seyd, non voglio certo raffrenar la tua ira,


Troppo essa è giusta perché a pietà s'indulga.
Pensavo solo di assicurar per te le sue ricchezze:
Se tu lo rilasciassi, libero per certo non sarebbe;
Rovinato com'è, senza potere e senza ciurma,
Sol con un cenno potresti catturano".
"Potrei catturarlo, dici? E dovrei forse conceder
Un giorno di vita, sia pure uno soltanto,
A un miserabile che è già nelle mie mani?
Rilasciare il mio nemico! E proprio tu lo chiedi?
Oh bella supplice! Alla virtuosa gratitudine tua
Che così ripaga la generosità di quel Giaurro
Che te dalle fiamme salvò e le tue ancelle
Senza badar, ah non lo metto in dubbio, alle bellezze vostre,
Vadano il mio grazie e le mie lodi.
Ma ora ascolta! Giunga al tuo amabile orecchio questo avvertimento:
Donna, di te io non mi fido e ogni tua parola
Che pur sembra sincera io con sospetto ascolto.
Dalle sue braccia tratta in salvo, nel mezzo dell'incendio,
Fuori del tuo Serraglio, dimmi,
Bramavi forse di fuggir con lui?
Risponder non ti serve, già manifesta confessione
E il rossor della colpa sul tuo volto.
Dunque, mia bella dama, bada a te!
Non è soltanto alla vita del Corsaro
Che tu devi pensare!
Ancora una parola: no, altro non voglio.
Maledetto il momento in cui fosti salvata dalle fiamme;
Meglio sarebbe stato... ma no,
Che allora io t'avrei pianta con lacrime d'amante,
Ma ora, o sleale creatura, chi t'ammonisce è il tuo Signore.
Ignori forse che io posso tarpar
Queste tue ali licenziose?
La mia collera fatta non è soltanto di parole,
Or bada a te e troppo non ti fidar dei tuoi inganni!".

Si alza e a passi lenti, solenni, si ritira;


C'è ira nel suo sguardo e c'è minaccia nel suo addio.
Ah, ben poco sa questo Signor di donne:
Collera non le frena né soggioga minaccia;
Né stima assai quel che il tuo cuor, Gulnare
Può provar se intenerito,
Quel che può osare nell'offesa.
Di Seyd i sospetti le appaiono un insulto,
Ché non conosce ancora quanto profonda la radice sia
Da cui germoglia la pietà.
Ella è una schiava e quindi un prigioniero
Può ben pretender un sentimento solidale,
Un sentimento che di diverso ha solo il nome.
Ancora inconsapevole e incurante dell'ira del Pascià,
Di nuovo s'avventura sul periglioso suo cammino,
Di nuovo la fa arretrar l'ira di lui,
Finché non si scatena quella tempesta della mente
Che per la donna è causa di rovina!

VI

Frattanto, carico d'ansie e di tormenti,


Trascorso è il giorno e la notte simile al giorno sta giungendo;
L'animo del Corsaro il terror ha domato:
E un atroce intervallo di dubbio e di paura,
Quando ogni ora potrebbe condannarlo
Ancor peggio che a morte,
Quando ogni passo che alla porta s'avvicina
Può condurlo là dove l'attende la mannaia o il palo,
Quando ogni voce che al suo orecchio arriva
Può esser l'ultima per lui.
Il terrore ha potuto domar quello spirito fiero
Che, suo malgrado, ha visto
Di non esser capace di morire.
Stremato, forse già prossimo alla fine,
In silenzio sostiene, tuttavia,
Un conflitto che è fra i più ferali.
L'ardore della lotta e l'infuriar della tempesta
Non consenton di rimanere nella paura inerti;
Ma incatenato, solitario, in una cella,
Sei in balia d'ogni alterno volere,
A languir costretto, a scrutar nell'intimo del cuore,
A meditar su colpe irrevocabili e sul fato imminente
Senza che resti tempo per stornano,
Senza che resti tempo per cancellar le colpe.
Contar le ore che affrettan la tua fine
Senza un amico che ti dia conforto
E ad altri dica che la morte affrontasti con coraggio;
Intorno a te solo nemici pronti nel tramar menzogne
Con la calunnia deturpando l'ultima scena della vita.
Davanti a te torture che può sfidar lo spirito
Ma che la carne, forse, presa da tanto orrore,
Sopportar non potrebbe.
Nell'intimo del cuor senti che un sol lamento
Sminuir potrebbe il pregio del tuo valore,
Estremo e preziosissimo diritto:
La vita che quaggiù tu lasci,
Negata ti è lassù da chi, soave,
Detiene il celestiale amore,
E ancor di più di un incerto paradiso,
Il tuo cielo di speranza terrestre,
L'amata tua da te è disgiunta.
Questi i pensieri che il Corsaro deve sostenere,
Queste le pene d'ogni mortal pena più gravi:
Tutto egli affronta, se bene o male poco importa,
Ed è già tanto se non si sente sopraffatto.

VII

Trascorso è il primo giorno, ma Guinare non si è vista,


Passa il secondo e passa il terzo
Ed ella ancor non giunge.
Eppur devon le sue grazie aver compiuto
Quel che il labbro promise,
Perché altrimenti Conrad non rivedrebbe un altro sole.
Volge alla fine anche il quarto giorno
E con la notte giungono insieme tenebre e tempesta.
Tende l'orecchio Conrad all'infuriar dell'onda
Che mai turbò il suo sonno come ora
E il cuor suo disperato esprime voti più disperati ancora,
Scosso com'è dall'infuriar dei suoi stessi elementi!
Spesso aveva solcato questa alata onda
E ne aveva amato l'irruenza
Che più veloce gli rendeva il viaggio;
Ora risuona nel suo orecchio l'impeto del mare,
Voce ben nota e ahimè, invan troppo vicina!
Forte soffia il vento lassù
E doppiamente forte romba il tuono
Sopra la torre della cella;
Tra l'inferriata guizza il lampo
Gradito a lui più che raggio di stella.
Trascina la catena alla fioca luce della grata,
Sperando che il rischio non sia vano.
Alza le mani incatenate al cielo
E prega che una folgore pietosa incenerisca
La sua persona che dal ciel fu creata.
La cruda ed empia sua preghiera
Come ferro quella folgore attira,
Ma la folgore innanzi gli balena
E non si degna di colpirlo.
Lo strepito della bufera si fa flebile, e cessa poi del tutto;
Egli si sente solo come se un nemico infido
Disprezzato avesse il suo dolore!
VIII

Trascorsa è mezzanotte e alla massiccia porta


Arriva un passo lieve, s'arresta, avanza ancora;
Lento si volge il chiavistello con l'arrugginita chiave:
Il cuor lo presagiva: è la creatura bella!
Forse è una peccatrice, ma a lui pare un angelo celeste
E tanto bello quale mai speranza dipinse ad eremita.
Eppur ella è mutata da quando venne la prima volta nella cella:
Più pallido è il suo volto, più trepidante è tutta la persona.
Su di lui getta uno sguardo ansioso e fosco
Che prima ancor che lo pronunci il labbro, dice: "Morir devi!
Sì, devi morire, non c'è che un espediente,
L'ultimo, il peggiore, se peggior non fosse la tortura".
"Signora! Scampo non cerco già,
Di nuovo affermo quel che già ti dissi: Conrad non è cambiato.
E perché mai vorresti tu risparmiar la vita di un corsaro
Mutando la condanna che giustamente meritai?
Ben ho io meritato, e non soltanto qui,
Il premio della vendetta di Seyd,
Per le mie tante imprese senza legge".

"Perché mai cerco di salvarti? Perché...


Non m'hai tu forse salvata da una sorte
Che è peggiore della stessa schiavitù?
Perché mai cerco di salvarti? La tua sventura ti ha forse reso cieco
Agli affetti che vivon nel cuore di una donna?
E te lo debbo dire? Ancorché il mio cuor contrasti
Con tutti i sentimenti femminili, non posso non parlar
Perché, malgrado i tuoi delitti, il mio cuore è turbato.
Questo mio cuore ti temeva e ti era grato,
Per te pietà sentiva e per amore delirava.
Ah, non ridirmi, non raccontarmi ancora la tua storia,
Che un'altra donna ami e che io amo invano.
Sia pure ardente quanto il mio il suo cuore,
E assai più bella sia la sua persona,
Io oso per te affrontar un rischio
Ch'ella non oserebbe affrontar mai.
Oh, se il tuo affetto caro le fosse per davvero,
E fossi io la sposa tua, tu non saresti qui da solo:
Come può mai la sposa d'un corsaro
Abbandonar il suo signore alla ventura?
Quali mai cure trattengon quella gentildonna in casa?
Ma ora taci; sul capo tuo e sul mio
Pende da un solo filo l'affilata spada.
Se ancora in te resta coraggio e ami libertà,
Prendi questo pugnale, alzati e vieni dietro a me!".

"Come potrei, incatenato come sono?


Con simili ornamenti davvero lieve
Il mio passo sarà su quelle guardie addormentate!
Pensi forse che questo abbigliamento
Adattarsi si possa ad una fuga?
E questi arnesi ti paion forse adatti a sostener lo scontro?".

"Corsaro diffidente! Già comprato ho i guardiani,


Alla rivolta pronti, avidi di ricompensa.
Un cenno mio soltanto basta a slegar la tua catena:
Come potrei senza un aiuto restare qui con te?
Dal nostro incontro ben ho speso il mio tempo
E se l'ho speso in qualche mala azione,
Fatto io l'ho per amor tuo;
Ma delitto non è punir di Seyd i delitti;
Oh, Conrad! Deve morir quell'odioso tiranno!
Rabbrividir ti vedo, l'animo mio è tuttavia mutato;
Oltraggiata e vilipesa ora mi appresto alla vendetta,
Accusata di ciò che fino ad ora disdegnavo;
Benché in odiosa servitù costretta,
Anche troppo fedele sono stata.
Ah, tu sorridi! Colui aveva torto a disprezzarmi,
Non lo ingannavo ancora, né tu mi eri tanto caro
Ed egli mi accusò di tradimento!
Questi tiranni che con la loro gelosia tentano alla rivolta
Ben meritan la sorte che preannuncia il crucciato loro labbro.
Io non l'ho amato mai;
A caro prezzo egli m'ha comperata,
Giacché io gli portavo un cuore ch'egli comprare non poteva.
Una docile schiava sono stata:
Egli ha detto ch'io sarei con te fuggita
Non avessi temuto il suo intervento;
Che questo fosse falso non lo ignori tu certo;
Gli sia amaro dunque quell'auspicio,
Le sue parole son presagi che Offesa sa tradurre in realtà.
Non fu la mia preghiera a ottener il rinvio del tuo supplizio,
Quest'effimera grazia concessa fu soltanto
Per macchinar nuovi tormenti a te e al cuor mio disperato.
Anche la vita mia egli minaccia,
Ma nel suo vaneggiar pur mi vorrebbe salva per i suoi capricci di padrone.
Quando stanco sarà di queste effimere mie grazie,
Allora il sacco si aprirà e negli abissi del mar sprofonderò.
E che? Son io forse il trastullo d'un vecchio rimbambito
Da usar fintanto che non sia consunto lo splendor dei miei vezzi?
Ti ho visto, ti ho amato, tutto io devo a te
E ti vorrei salvare non fosse che per dimostrarti quanto grato
Possa esser il cuore di una schiava.
Non avesse colui minacciato così il mio onore e la mia vita
(egli mantiene sempre i giuramenti formulati nell'ira),
Avrei salvato te e risparmiato la vita del Pascià.
Ora io son soltanto tua, e a tutto pronta;
Tu non mi ami e di me nulla conosci, forse conosci solo il peggio.
Ahimé! Quest'amore e quell'odio sono i miei soli sentimenti.
Se tu potessi credermi, tu non tremeresti,
Né timor avresti del fuoco ch'arde nel cuor d'una donna orientale:
E questo ora il faro della salvezza tua;
Una prora Mainota è già nei porto,
Ma in una stanza, ch'è sul nostro cammino,
Dorme per non risvegliarsi il tiranno Seyd!".
"Gulnare, Guinare! Io non sapevo prima d'ora
Quanto indegna fosse la mia sorte,
Quanto spregiata fosse la mia fama.
Seyd è mio nemico, ha eliminato i miei compagni
Senza pietà eppure a viso aperto.
Per questo su un vascello da guerra son venuto
Per aggredire l'aggressor con la mia scimitarra:
E questa l'arma di cui faccio uso,
Non l'occulto pugnale che risparmia la vita di una donna
E attenta alla vita di chi nel sonno è immerso.
Con gioia, Signora, io ti ho salvato.
Ma non far che la mia pietà io stimi mal riposta.
E ora addio! E pace abbia il tuo cuore.
La notte rapida consuma l'estremo riposo mio terreno".

"Riposo, riposo! Al sorgere del sole,


Tu, legato al palo, avrai i nervi scossi,
Avrai le membra lacerate.
L'ordine udii, io vidi, io non vedrà,
Se tu vorrai perire, con te io stessa perirò.
La mia vita, il mio amore, il mio odio,
Corsaro, tutto io pongo in gioco!
Non resta che un colpo di pugnale,
Senza questo fuggir sarebbe vano;
Ora io son soltanto tua, e a tutto pronta;
Tu non mi ami e di me nulla conosci, forse conosci solo il peggio.
Ahimé! Quest'amore e quell'odio sono i miei soli sentimenti.
Se tu potessi credermi, tu non tremeresti,
Né timor avresti del fuoco ch'arde nel cuor d'una donna orientale:
E questo ora il faro della salvezza tua;
Una prora Mainota è già nei porto,
Ma in una stanza, ch'è sul nostro cammino,
Dorme per non risvegliarsi il tiranno Seyd!".
"Gulnare, Guinare! Io non sapevo prima d'ora
Quanto indegna fosse la mia sorte,
Quanto spregiata fosse la mia fama.
Seyd è mio nemico, ha eliminato i miei compagni
Senza pietà eppure a viso aperto.
Per questo su un vascello da guerra son venuto
Per aggredire l'aggressor con la mia scimitarra:
E questa l'arma di cui faccio uso,
Non l'occulto pugnale che risparmia la vita di una donna
E attenta alla vita di chi nel sonno è immerso.
Con gioia, Signora, io ti ho salvato.
Ma non far che la mia pietà io stimi mal riposta.
E ora addio! E pace abbia il tuo cuore.
La notte rapida consuma l'estremo riposo mio terreno".

"Riposo, riposo! Al sorgere del sole,


Tu, legato al palo, avrai i nervi scossi,
Avrai le membra lacerate.
L'ordine udii, io vidi, io non vedrà,
Se tu vorrai perire, con te io stessa perirò.
La mia vita, il mio amore, il mio odio,
Corsaro, tutto io pongo in gioco!
Non resta che un colpo di pugnale,
Senza questo fuggir sarebbe vano;
Come scampare si potrebbe, infatti,
Al suo sicuro inseguimento?
Gli errori miei senza riscatto, la giovinezza mia consunta,
I lunghi, lunghi anni spesi invano,
Un colpo solo di pugnal cancellerà, tutti i timori cancellando.
Ma poiché a te la daga si addice men che il brando,
Ti proverà quanto sia ferma la mano di una schiava.
Ho comprato i guardiani e docili li ho resi in un istante.
Presto, Corsaro, ci rivedremo in salvo
O più non ci vedremo!
Se dovesse fallir quel colpo la debole mia mano,
Ora io son soltanto tua, e a tutto pronta;
Tu non mi ami e di me nulla conosci, forse conosci solo il peggio.
Ahimé! Quest'amore e quell'odio sono i miei soli sentimenti.
Se tu potessi credermi, tu non tremeresti,
Né timor avresti del fuoco ch'arde nel cuor d'una donna orientale:
E questo ora il faro della salvezza tua;
Una prora Mainota è già nei porto,
Ma in una stanza, ch'è sul nostro cammino,
Dorme per non risvegliarsi il tiranno Seyd!".
"Gulnare, Guinare! Io non sapevo prima d'ora
Quanto indegna fosse la mia sorte,
Quanto spregiata fosse la mia fama.
Seyd è mio nemico, ha eliminato i miei compagni
Senza pietà eppure a viso aperto.
Per questo su un vascello da guerra son venuto
Per aggredire l'aggressor con la mia scimitarra:
E questa l'arma di cui faccio uso,
Non l'occulto pugnale che risparmia la vita di una donna
E attenta alla vita di chi nel sonno è immerso.
Con gioia, Signora, io ti ho salvato.
Ma non far che la mia pietà io stimi mal riposta.
E ora addio! E pace abbia il tuo cuore.
La notte rapida consuma l'estremo riposo mio terreno".

"Riposo, riposo! Al sorgere del sole,


Tu, legato al palo, avrai i nervi scossi,
Avrai le membra lacerate.
L'ordine udii, io vidi, io non vedrà,
Se tu vorrai perire, con te io stessa perirò.
La mia vita, il mio amore, il mio odio,
Corsaro, tutto io pongo in gioco!
Non resta che un colpo di pugnale,
Senza questo fuggir sarebbe vano;
La nebbia mattutina stenderà il suo velo
Sul patibolo tuo e sul mio sepolcro".

IX

Si volge e prima ancora che Conrad possa replicar, sparisce.


Con sguardo ardente egli la segue
E raccogliendo, come può, quelle catene che stringono il suo corpo,
Le attorce per farle meno lunghe, per smorzarne il fragore;
Giacché non sbarra, non chiavistello si oppongono al suo passo,
Rapido per quanto lo consente il peso che trascina, egli segue GuJnare.
È un tenebroso labirinto, né egli può saper
Dove conduca quel passaggio: lume non c'è, non c'è guardiano;
Un fosco baglior vede d'un tratto:
Deve forse seguir, deve forse evitar
Quel raggio tanto debole e indistinto?
Procede a caso, una fresca brezza come d'aria mattutina
Sembra alitargli sulla fronte;
Raggiunge un aperto loggiato;
Vede brillar l'ultima stella della notte e rischiararsi il cielo;
Egli vi bada appena, un'altra luce
Che filtra da una silenziosa stanza attira gli occhi suoi.
A quella si dirige: l'uscio socchiuso
Rivela il lume che v'è dentro, null'altro.
Esce di corsa una figura, s'arresta, si volge, poi s'arresta ancora.
E lei! Non ha il pugnale in mano,
Né segno alcuno che rechi traccia di delitto:
Un cuor tanto soave non può per certo avere ucciso!
Egli guarda di nuovo, ella è stravolta
E sobbalza atterrita all'improvvisa luce del mattino.
Ella si ferma e indietro getta la bruna sua chioma fluente
Che le velava il volto e il dolce seno, Quasi che dianzi curvato avesse il capo
Su qualche cosa che dubbio le ispirasse ovver timore.
Si vedono: sulla fronte di lei, a sua insaputa, O per dimenticanza, la mano
frettolosa
Non ha lasciato che una macchia.
Tutto quel ch'egli vede è il suo colore:
Per poco non vien meno: ah, questo è sangue,
Lieve ma indubitabil segno d'omicidio!

Egli ha visto battaglie, ha meditato in solitudine


Sulle pene dovute alle sue colpe.
È stato provocato, ha subito tormenti,
E rischia ancora di rimanere prigioniero:
Eppur né per fuoco di guerra, né per prigionia, né per rimorso,
Né per le sofferenze più spietate,
Mai tanto ogni sua fibra fremer poté e rabbrividire come ora,
Per quella rossa macchia raggelata.
Quella stilla di sangue, quella lieve goccia che pur di colpa è segno,
Ha cancellato ogni beltà dal volto di Guinare!
Sangue egli tante volte ha visto con impassibil sguardo,
Ma allora il sangue scorreva nel pieno della mischia
O si versava per mano di guerrieri!

XI

"Tutto è compiuto, stava Seyd per ridestarsi, ma tutto è compiuto.


Corsaro, morto è il tiranno e io ti ho conquistato a caro prezzo.
Vano sarebbe ora ogni discorso; presto si vada!
Già la barca ci attende e ormai è giorno.
Quei pochi che ho reso a me fedeli sono tutti con me,
Potran costoro unirsi a quanto resta della ciurma tua:
Le mie parole discolperanno la mia mano
Quando la nostra vela avrà lasciato questa odiosa terra".

XII
Ella batte le palme e per il loggiato
Giungon, pronti alla fuga, i suoi fedeli, Greci e Mori.
Taciti e lesti si chinan per scioglier le catene del Corsaro:
Le membra sue libere son di nuovo come vento montano!
Ma il suo cuor tanto gravato è di mestizia
Come se avesse assunto delle catene il ferreo peso.
Tacciono entrambi: a un cenno di Guinare
S'apre una porta ch'è passaggio segreto verso il lido.
Già la città è lontana; essi raggiungono veloci
Le onde che scherzano danzando sulla bionda spiaggia;
Conrad obbedisce con gli altri ai cenni suoi,
Né più si cura se può dirsi in salvo per davvero;
Oppure se è ingannato;
Opporsi ora inutile sarebbe, pur se Seyd vivesse ancora
Per assister alla condanna che la sua stessa ira ha decretato.

XIII
Imbarcati son già, dispiegata è la vela,
Lieve soffia la brezza
E quante immagini si destan nel cuore del Corsaro!
Siede egli assorto finché non vede il luogo
Dove ancorato aveva il suo vascello,
E quello scoglio che s'erge in tutta la sua mole.
Ah, da quella fatal notte, sia pure in breve tempo,
S'è consumata un'era di terrore, di pena, di delitti.
E quando l'ombra del promontorio oscura la sua barca,
Egli si copre il volto e affranto ripensa al suo passato;
A tutti pensa: a Gonsalvo e agli altri suoi corsari,
Al trionfo fugace e all'error della sua mano;
Pensa alla sua lontana e dolce sposa:
D'improvviso si volge e vede lei, Gulnare, l'assassina!

XIV

Ella lo fissa in volto finché più reggere non può


Il gelido suo aspetto e il suo sguardo lontano;
Allor, a una fierezza per lei così inconsueta,
Ella prorompe in un pianto senza freno.
Accanto a lui s'inginocchia Guinare e la mano gli stringe:
"Tu devi perdonarmi pur, se Allah mi condanna;
Dove saresti tu, non avessi io compiuto
Quel gesto delittuoso?
Condannami se vuoi, ma non adesso,
Oh, adesso abbi pietà di me!
Io non son quel che sembro: questa tremenda notte
La mente m'ha sconvolto, non far però ch'io impazzisca del tutto!
S'io non avessi mai amato e più lieve fosse la mia colpa,
Tu non vivresti per odiarmi, se pure odiar mi puoi"

XV

Ella fraintende i pensieri del Corsaro


Che più a se stesso che a lei muove rimprovero
Per averla, sia pure senza intento, resa tanto infelice;
Ma ogni suo pensiero resta muto, Cupo e profondo dentro al cuore,
Sanguinante nella tacita cella del suo petto.
Procede il viaggio, dolce è la brezza, placido è il flutto
Scherzan le azzurre onde urtando contro la carena.
Lontano, lungo la linea d'orizzonte,
Appare qualche cosa d'indistinto,
Una macchia, un albero maestro, una vela, una nave in assetto di guerra!
Gli uomini di vedetta scorgono quel legno
E più ampia la vela alla brezza si gonfia.
Superba gli si accosta con la prora veloce e col possente fianco;
Balena un lampo; la palla che si scaglia ha un innocuo rimbombo
E sibilando s'inabissa in mare.
Il fiero Conrad si ridesta dal suo assorto silenzio
E negli occhi ha una gioia da troppo, troppo tempo assente.
"E una nave dei miei, ecco il vessillo rosso sangue,
Allora, non son io dunque del tutto abbandonato!".
Riconoscon il segnale, rispondono al saluto,
E ,tosto issano il battello e sciolgono le vele.
"E Conrad, è Conrad!" si grida dalla tolda;
Nulla potrebbe raffrenar l'esultanza dei corsari!
Agile e fiero nello sguardo
Essi lo vedono di nuovo salir sul suo vascello.
Quei rozzi volti son rischiarati da un sorriso
E a stento essi trattengono un abbraccio.
Conrad, più non pensando quasi al rischio e alla disfatta,
Le accoglienze ricambia con la fierezza che si addice a un capo,
Con stretta cordiale stringe la man di Anselmo,
Pronto a nuove vittorie e a comandare ancora!

XVI

Cessate le accoglienze, placata la piena degli affetti,


Soffrono, tuttavia i corsari ch'egli ritorni invendicato;
Per vendicarlo, appunto, s'erano messi in mare.
Sapesser che una donna con la sua stessa mano
Già compiuto ha l'impresa,
Costei proclamerebbero regina;
Meno scrupoli hanno, per raggiunger lo scopo, dell'austero Corsaro.
Con un sorriso che accenna a una domanda,
Con uno sguardo pieno di stupore,
Bisbigliano tra br, l'occhio fisso a Guinare;
E lei che prima, più forte d'ogni donna
Non atterriva il Sangue,
Ora, come più deboi fosse d'ogni donna,
Sconvolgon quegli sguardi.
Languida volge a Conrad l'occhio suo implorante,
Si toglie il velo e silenziosa gli si pone accanto;
Mansuete le sue braccia si posan su quel petto;
Ora che lui è salvo, al destino tutto il resto affida.
Il cuore di Gulnare, che par pervaso da furore estremo,
Così nell'amor come nell'odio,
Nel bene altrettanto che nel male,
Non ha perduto tenerezza di donna
Neppur con il più orrendo dei delitti.

XVII

Il Corsaro lo sa e prova odio per quel delitto


- come potrebbe non provarne? -
E compassione per l'angoscia di lei.
Quel delitto nessuna lacrima potrà purificare,
Sarà punito dalla collera del cielo.
Compiuto è tuttavia il misfatto,
Conrad sa bene che, per quanto grave sia la colpa,
Solo per lui quel pugnale colpì,
Solo per lui quel sangue fu versato;
Libero è Conrad: per lui Gulnare tutto ha perduto sulla terra
E, più di tutto, in cielo!
Ora si volge a quella schiava dai bruni occhi profondi.
Ed ella china il capo sotto io sguardo del Corsaro.
Ora appare mutata nell'aspetto: umile, languida e soave,
E, pur trascolorando spesso il volto Nelle ombre di un intenso pallor,
Vermiglia ancor resta la macchia ch'è segno del delitto!
Egli le stringe quella mano che solo ora, ah troppo tardi, trema,
Quella mano tenera nell'amore e nell'odio spietata;
Quella mano stringe e la sua mano stessa or più salda non è,
Ne or più ferma è la sua voce.
"Gulnare!". Ma ella tace. "Cara Gulnare!".
Ella leva lo sguardo ed è la sola sua risposta
E all'improvviso si abbandona al sospirato abbraccio.
Se egli l'avesse scostata dal suo petto,
Sarebbe stato più che umano, e al tempo stesso men che umano.
Ma, bene o male che sia, non vuoi ch'ella si sciolga dal suo abbraccio.
E forse, non fosse per il presagio del suo cuore,
Con tutte l'altre se ne andrebbe l'ultima sua virtù.
E, tuttavia, Medora stessa potrebbe perdonar quel bacio,
Un bacio solo che una creatura tanto bella implora,
Il primo bacio e l'ultimo che Debolezza ruba a Fedeltà.
Bacio posato su quelle labbra palpitanti,
Su quelle labbra che Amore dolcemente con le sue ali ha accarezzato
Tanto fragranti ne erompono i sospiri!

XVII

Al crepuscolo l'isola solitaria è già raggiunta


E agli occhi dei corsari le rocce stesse par che salutino festose.
L'onda s'infrange nel porto con lieto mormorio,
I fari volgono intorno il loro raggio,
Sulla sinuosa baia veloci corrono le barche
E vacillar le fanno i delfini che scherzano tra i flutti;
Della rauca rondine marina anche l'acuto dissonante strido
Par che dia il benvenuto col suo sgraziato suono.
Alla luce delle lampade che filtra da ogni imposta
Vedon i corsari con la fantasia
Gli amici che accendono quei lumi.
Oh, che cosa mai può render sacre le gioie della casa
Se non il lieto sguardo di chi ha speranza di tornar dall'oceano in tempesta!

XIX

Alta splende la luce sulla torre del faro e sulle rocche tutte;
Cerca fra queste Conrad la torre di Medora, e cerca invano.
E cosa strana, eppure balza agli occhi,
Solo la torre di Medora è spenta!
Strano davver, mai quel lume in passato mancò di salutano:
Forse spento non è, è soltanto velato.
Con il primo battello si dirige rapido alla spiaggia
E mal sopporta il troppo fiacco remo.
Ah, che cosa mai il Corsaro non darebbe
Per aver ali più veloci del falco,
Per volar come una freccia al sommo della rocca!
Appena i rematori sostano un poco per concedersi riposo,
Egli più non aspetta, e più non guarda,
Si getta in mar, lotta coi flutti, supera la spiaggia
E sale quel sentiero a lui ben noto.

S'arresta presso la porta della torre;


Neppure un suono proviene dall'interno, buio profondo è intorno.
Batte, e batte con forza,
Passo non s'ode né risposta che sia segno
Che qualcuno di sua presenza si sia accorto.
Bussa ancora una volta, ma ora debolmente,
Perché par che ricusi la mano sua tremante
D'assecondar l'irruente richiesta del suo cuore.
S'apre alfine la porta, un viso appar ben noto,
Ma non è quello che anela di baciare.
Il labbro della donna è muto:
Per due volte tenta il Corsaro invano
Di formulare la domanda fin troppo differita;
Di man le strappa il lume che risposta darà all'ansia sua;
Sfugge la lampada alla presa, cade e si spegne.
Conrad non può aspettar che si riaccenda,
Ché sarebbe per lui quasi aspettar che si riaccenda il sole;
Ma un altro fioco lume lungo l'andito buio
Getta tremuli sprazzi sul nero pavimento.
La camera raggiunge e vede quello
Che il suo cuor non credeva eppure presagiva!

XX

Non si volge, non parla, non vien meno,


Fissa lo sguardo e il tremito raffrena che testé io colse:
Guarda - ah, quanto a lungo si guarda, nonostante il dolor,
Sapendo ma non osando confessar che il nostro sguardo è vano!
Medora in vita era così soave e bella
Che la morte la rende anche più bella;
Freschi fiori stringe la gelida sua mano,
E con tanta grazia come se di dormir fingesse
E si facesse gioco dei compianto.
Il velo delle lunghe brune ciglia orla le palpebre di neve,
Ma il pensier si ritrae rabbrividendo da ciò che in esse si nasconde!
Oh, su quegli occhi morte esercita il suo potere più assoluto
E lo spirito scaglia dal suo trono di luce!
Affonda quelle azzurre pupille in un'eclisse senza fine,
Ma risparmia la grazia del suo labbro
Che solo ora, solo ora par chiudersi al sorriso
E chiedere riposo, ma solo per un poco;
Il candido funereo drappo, tuttavia, e quelle sparse trecce,
Lunghe, bionde, senza vita,
Che un tempo a ogni lieve soffio della brezza estiva
Sfuggivano alla ghirlanda che invan le tratteneva
E il pallor del puro viso son l'immagine stessa della morte.
Medora non è più; perché mai Conrad restare ancor dovrebbe?
XXI

Egli non fa domande: ogni risposta egli ebbe


Quando posò io sguardo su quel volto di marmo.
Basta così; Medora non è più, che cosa può importar com'ella è morta?
L'amor degli anni giovanili, la speranza di anni più sereni,
La fonte d'ogni più dolce desiderio, del trepidar più caro,
L'unica creatura al mondo ch'egli non abbia odiato,
Tutto, in un tratto medesimo gli è tolto.
Merita il Corsaro la sua sorte e tuttavia ne soffre.
Il giusto cerca la sua pace nei regni d'innocenza;
Il superbo, il perverso, che al piacer mirano soltanto,
Altro quaggiù non trovan che miserie,
E tutto perdon, tutto, anche una vii moneta.
Ma chi può sopportar di separarsi da quel che gli è più caro?
Uno sguardo stoico e un aspetto severo
Spesso son maschera d'un cuore
A cui il dolore quasi tutto ha insegnato,
E molti pensieri inariditi sono nascosti eppur non cancellati
Da un sorriso che non s'addice affatto a chi l'ostenta.

XXII

Coloro tuttavia che hanno alto sentire


Non fanno mostra del tumulto che al loro cuor dà pena.
Quando mille pensieri son tutti in un solo pensiero
Che in tutti cerca un rifugio che non trova,
Non ha parole il labbro per dir dell'animo l'affanno
E Verità non vuole che Dolore parli.
L'anima ferita del Corsaro è tanto esausta e scossa
Che par che stordimento voglia invitarlo al sonno.
E così vinto che una materna dolcezza s'insinua nello sguardo suo fiero:
Al pari d'un fanciullo scoppia in pianto,
E questo pianto che pur dà sfogo alla mente annebbiata,
Certo, sollievo non procura.
Nessuno in lacrime lo vede; forse se fosse visto,
Non verserebbe quell'inutil fiotto di dolore.
Non scorron a lungo quelle lacrime sul viso,
Egli le asciuga e, derelitto e disperato,
Con il cuore infranto si allontana.
Sorge il sole ma fosco sorge per Conrad il mattino,
Scende per lui la notte, la notte senza fine.
Non c'è tenebra cupa al pari della nube che la mente avvolge,
Sul vuoto occhio del Dolor, cieco fra i ciechi,
Che non può, non ardisce veder,
Ma si ritrae dove più fitta è l'ombra disdegnando una scorta!

XXIII

Per indole era dolce il cuore del Corsaro;


Solo più tardi al male si era volto.
Svelato troppo presto, troppo a lungo ingannato,
Ogni suo casto affetto cadde
Si come l'acqua a goccia a goccia nella grotta cade,
E come quella si era raggelato;
Con minor limpidezza passò le prove sue terrene,
Ma cadde, diventò di ghiaccio e alfin si fece pietra.
Ma le tempeste consumano la roccia, la folgore le fende.
Se come roccia è del Corsaro il cuore,
Or quel colpo lo spezza.
Cresceva un fiore sotto il ciglio della roccia
E, nonostante l'ombra cupa,
Essa lo proteggeva e lo teneva in vita.
La tempesta scoppiò e fiore e roccia la folgore spezzò:
Il solido granito e il delicato giglio.
Quella tenera pianta non ha più alcuna foglia che narri la sua storia.
E appassita e morta là dove è caduta,
E della rupe che proteggeva il fiore
Nereggiano d'intorno sull'infeconda terra
Solo i frammenti che la folgore sparse.

24

E l'alba e pochi ardiscon la solitudine turbare del Corsaro;


Anselmo sol lo cerca nella torre,
Ma Conrad non è là, né lo si è visto sulla spiaggia.
Prima che la notte scenda, tutti d'angoscia trepidanti
L'isola percorron da ogni parte.
Sorge l'alba di nuovo e ancora cercano,
E gridano il suo nome finché l'eco non muore.
Per cime, anfratti, caverne e valli van cercando invano;
Trovano alfin sul lido la catena infranta di un battello.
Con speranza nuova si rimettono in mar sulle sue tracce. Invano.
Non c'è di lui né traccia, né segno che possa rivelar
Dove conduca la sua vita nell'angoscia,
O dove disperato abbia chiuso i suoi giorni.
A lungo lo pianse la sua ciurma
Che mai tanto non pianse per alcuno;
Un degno monumento funebre innalzano i pirati alla sua sposa,
Ma pietra non erigon in memoria di lui,
Ché la sua morte è dubbia, le imprese troppo note e malfamate.
Egli lascia alle future età un nome di Corsaro
Legato a un'unica virtù e a innumeri delitti.