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TARCOSE

CANTI
di Strano da Gricciano
tu non progetto hai né intendimento
e tutto quel che sei viene dal nulla

PROLOGO

ESORTAZIONE

CANTI n. XXV

EPILOGO

TERZINE n. 0990

a chiunque dubiti
e nel dubbio speri
e nella speranza ami

Stampato in proprio - Fabrica di Roma 30 Luglio 1996


(C) E D’A
***** PROLOGO *****
0001 Sull'onda trascinò una cassa il mare
e l'adagiò su una sabbiosa riva
dell'isola che scelsi di abitare.
0002 Sovente in lontananza compariva
un occhieggìo brillante tra le onde
e in mezzo all'onde subito spariva:
0003 come voce lontana che risponde;
voce così, che pare e che non pare,
mentre il silenzio sempre la nasconde
0004 lasciando l'impressione di sognare;
e benché poi più nulla appresso accada,
nei sensi si continua a vigilare.
0005 Era mattino presto. La rugiada
appena cominciava a evaporare
dai peli biforcuti della biada;
0006 e fu così che accadde. In mezzo al mare,
lucina intermittente mi attirava
come voce nascosta sa chiamare:
0007 alacre talpa che all'interno scava.
Guardando seguitavo a camminare
senza vedere dove il piede andava,
0008 sicché mi dolse il logico inciampare
e caddi come statua a faccia avanti
smarrendomi in un vortice stellare.
0009 Mi risvegliai furente, contro i santi
lanciando accuse, contro ogni innocente,
così come succede agli ignoranti;
0010 finché non ritornai lucido in mente
e vidi una cassetta nella sabbia
appena da uno spigolo sporgente.
0011 Ma la curiosità lenì la rabbia,
mostrandomi ch'è facile scavare
con dita nude farinosa sabbia.
0012 E già sentivo gli ori tintinnare
e luccichìo di gemme e di preziosi
negli occhi cominciavo a contemplare,
0013 pensando a quei fantasmi misteriosi
delle leggende su vecchi pirati
e ai lor tesori ancor più favolosi,
0014 mentre colpivo i bronzi martellati,
posti a custodia della serratura,
fissati al legno con chiodi ramati.
0015 Aprii pian piano, come sepoltura
apron pian piano audaci tombaroli
dopo tanto scavar la terra dura,
0016 sperando in un tesor che li consoli:
speranza mista ad intimo timore
che all'apertura delusione voli.
0017 E delusione mi volò nel cuore
quando levai il coperchio alla cassetta,
recando insieme rabbia con stupore
0018 e fredda mano sul torace stretta.
Carta, soltanto carta spessa e dura
e scritta da una mano mossa in fretta.
0019 Svuotato da illusion d'un'avventura
che m'invitò a volar volo toscano,
m'accomodai e m'accinsi alla lettura.
0020 Ed or mi sento tremolar la mano,
or che m'appresto a pubblicar tal Strano
dal mare emerso come il Leviatano.

***** ESORTAZIONE *****


0021 Il sacro sentirai vibrar d’umano
e l’occhio volerà ne l’infinito
sul cantico di Strano da Gricciano
0022 se, da pazienza armato e cuor pulito
da supponenza e fisso preconcetto,
costanza porterai da qui al finito.
0023 Difficile linguaggio esprime il detto
che Strano da Gricciano mostra in carta,
difficile di forma e di concetto:
0024 come nel navigar lago di Marta
quando Tirreno sìbila libeccio
e il pescatore nel sicur s'apparta.
0025 Ma non s'apparta il maestoso leccio
né quei ch'è spinto d'ansia d'esplorare.
Di forza e di coraggio fanno intreccio
0026 come natura per ciascun sa dare;
e se pe'l leccio il premio è la fronzura,
pe'l coraggioso il premio è il navigare
0027 a prezzo di periglio e lotta dura
finché non sorte fuor da la tempesta
gustando, ei sol, l'ambrosia d'avventura.
0028 Inoltre gusterà i canti di festa
ch'appresso intoneranno i timorosi
per quei ch'ha avuto cuor ne la tempesta
0029 e il regno conquistò dei valorosi.
Anche lo star seduto e fissar mente
in vortici di lingua tenebrosi,
0030 è dura lotta e degna d'un furente,
perseverante cuor di valoroso
ché il fallimento in mente è il più cocente.
0031 Avendo per confine solo arioso
mondo di fantasìa senza orizzonte,
è facile il pensar "non oltre oso",
0032 chiudere il tomo e sollevar la fronte.
In cotal modo, p'infiniti mondi,
il vile cor di alcun distrugge il ponte.
0033 Atri dirupi e gorghi assai profondi
rimangono nei secoli a isolare
un mondo che potrìa, campi fecondi
0034 donare a genti aduse al lavorare.
Ah vile uomo, te potesse il sole
con rai d'infamia subito arrostare!
0035 Ah vile uomo, te potesse il sole
con rai di giusta sdegnità cecare!
Ah vile uomo, te sparisse il sole
0036 pria che viltà te faccia abbandonare,
se agone col mio scritto cominciasti,
s'avesti in tuo coraggio a confidare!
0037 Se in tuo coraggio invano confidasti,
per tua viltà su me porrai prigione;
nel mentre di livore m'accatasti
0038 attorno pira per mia distruzione.
Si, tu potrai, con la tua diserzione,
nel limbo de l'oblìo darmi oppressione.
0039 Or che d'operar giusto esortazione
ho dato a chi diritto pretendeva,
m'accingo ad iniziar la narrazione
0040 d'un'opera che il mondo non leggeva
benché in tutte le lingue si scrivesse:
guardavan tutti ma nessun vedeva.

***** CANTO I *****


0041 Solo, per chi guardando mi vedesse,
ma in compagnia di me e del mio pensiero
(chi compagnia più dolce possedesse
0042 molto lontano ancor viaggia dal vero)
sull'argine, con passo lento andavo,
che da Fucecchio rosseggiante e altero
0043 va a Santa Croce; e l'occhio sollevavo
sovente a rinnovar ne la memoria
ogni colore e odor che respiravo.
0044 Il verde di mentuccia, di cicoria;
il giallo marcio de la terra arata;
del monte Serra l'indolente boria,
0045 viola, nel blu di limpida serata;
i ritti steli nudi di ginestra;
una farfalla scura avvoltolata
0046 in volo falsamente di maldestra;
un bosco di cipressi attorno casa
d'una fanciulla appesa a la finestra.
0047 Tanto guardavo e l'anima era invasa
da dolce quiete e pienità di vita,
come un brocca fin su l'orlo rasa;
0048 e traboccava gioia a mente ardita,
ebbra d'un'allegrezza sì soave
da non potersi dir se no infinita.
0049 D'un tratto vidi allor come una nave
dal nulla ne la cornea brillata.
Uno discese e mi si volse:"Ave!".
0050 Vestiva bianca veste scannellata,
lunga a coprirlo fino a la caviglia
e sopra, rossa tunica anellata.
0051 Allora mi fermai e serrai le ciglia
come nel mare, quando è minacciata,
l'ali robuste serra la conchiglia.
0052 Serrai le ciglia e udii la sua parlata,
di strano suono eppur comunque unita
a questa che la Crusca ha confermata,
0053 come prole fedele a casa avita.
"Ave" risposi e la mia voce insìta
non fuor da bocca venne e non fu udita
0054 se non da lui che aprì le cinque dita
de la man destra e m'abbracciò a la vita.
L'anima si ritrasse impaurita
0055 e il sangue mi gelò a sua mossa ardita;
qual mite agnello in mala compagnia
pensai che fosse l'ora stabilita.

***** CANTO II *****


0056 "Sol vai, lontan da lieta compagnìa,
tu ch'ancor forte sei ne le tue membra,
com'uom goduto da malinconìa.
0057 Resta contento. Il mal ch'ora te sembra
ch'io voglia far te, non te sia fatale.
Io son colui che sempre a te fu ombra
0058 dacché il mondo conobbe il tuo natale
e sempre, lungo il far de la tua vita,
ti fui custode attento e rituale.
0059 Or tu rammenta quante fiate in vita,
mortal periglio fu su te riverso
e come, sempre, misterioso aita
0060 fetti salvato mentre andavi perso.
Rammenta il mar, rammenta la visione
d'un dolce suono d'arpe e tu, sommerso,
0061 d'un artigliar di dita la pressione
sentisti nei capelli e rivenisti
di nuovo a respirar la confusione.
0062 Rammenta la follia di quei che, tristi,
volevano te un giorno processare
poiché sulla lor via non li seguisti;
0063 via di violenza te volean dare,
ma da violenza fosti sollevato
poiché lor legno sprofondai nel mare.
0064 Quando nel letto, debole e sudato
cercavi refrigerio contro il muro
dal foco che t'avea avviluppato;
0065 ed eri ormai caduto ne lo scuro
poiché senilità ingannò il dottore
mostrandogli influenza il polmon duro
0066 finché sboccasti sangue ed il fetore
sostenne i tuoi famigli a mendicare
a notte fonda l'uso di un motore,
0067 chi li costrinse a correre e sperare
contro l'umano:- in due minuti more -?
Fui io non l'ospedale a te salvare.
0068 Quando il furor t'armò la mano e il core,
chi te mostrò ne l'altro tu riflesso:
due marionette mosse da ‘l dolore?
0069 Chi ti mostrò la via quando, professo,
vedesti averti ascosto, la passione,
ogni pudor, portandoti all'eccesso?
0070 Chi combatté il demon di umiliazione
contro tua carne e ti mostrò vergogna
per strada di mortale perdizione?
0071 Quando con meretrici la bisogna
soffristi di distruggere i vent'anni
e la speranza che nel giovin sogna,
0072 chi procurò tu non avessi danni
da mal franzoso o d'altra virulenza
sì che il contagio poi non desse affanni?
0073 Tu di tua vita disprezzasti scienza
e se il respiro ancor ti dà ristoro,
è dono che ti vien da mia presenza
0074 costante e vigilante sul tesoro
ch'in te fu stabilito esser svelato
dacché l'Ariete trionfò sul Toro.
0075 A tanti ancor nemici t'ho celato
e tu sai quanti, senza li contare.
Non ti permetterò farti Pilato;
0076 riprendi tosto il giusto respirare
poiché indicar si deve che tua vita
per me è venuta, per me dimostrare
0077 ne la mia vera identità rapita
da chi non volle mai considerare
l'arcano aperto da la mia salita".
0078 "Le tue parole vanno me mostrare
in ciò che ritenersi nel segreto
ciascuno ha convinzione di restare".
0079 "Nessuno e niente può restar segreto
ché tutto e tutti siamo ne l'Intero.
Chi, ne l'Intero, può restar segreto?
0080 Può forse il dito premere sul cero
e poi sperar che sfugga a la ragione
l'effetto del calore e il rigo nero
0081 de lo stoppino e di cera in fusione?
Può forse il desiderio violare
la legge ch'è barriera a la passione
0082 e poi sperar che mente può scordare?
Conosci te e saprai perché di Dio
imago e somiglianza puoi mostrare".
0083 "Conoscer me quand'io pronuncio l'io,
s'è veritiero esempio in tue parole,
è come conoscenza aver di Dio;
0084 ma tale conoscenza ancora vole
di più veder, di più poter sapere,
ché Dio pol tutto e l'omo poco pole".
0085 "Di più di più! L'ingordo di sapere
ben poco lascia spazio al meditare
se quel che sa, poi sa ben contenere.
0086 Appena un cirro hai visto e già scalare
vorresti l'universo e il suo mistero;
vorresti il Dio nascosto rivelare.
0087 Non più d'umano vestiresti invero,
se verità di Dio avessi chiarita;
l'umana condizione è nel mistero
0088 e quivi è scritta, quivi è stabilita
la chiave che la porta apre del vero:
la preda che dà lustro va inseguita".
0089 "Io non so cosa voglia dir mistero
e tua parola giungemi in asprezza
soltanto perché ho chiesto se il Dio è vero".
0090 "Discutere su Dio? Somma stoltezza.
Volerlo dimostrar? Quale parola,
fuor de la retta azion, può dar certezza?
0091 L'uccello spiega l'ale e in alto vola:
è Dio ch'in ei volteggia e si rivela
e chi vederlo può nel cor consola.
0092 La nube grigia e fosca il sole cela;
ma d'improvviso un rajo la scompone
come coltello che divide mela;
0093 già gravida di pioggia si dispone
a ristorar da sete e da calura
finché l'arcobaleno le si oppone
0094 acché, per troppo dar, non dia sventura.
Dimentica intelletto e ascolta il core:
è Dio che mostra Sé ne la natura.
0095 Su strada buia guida un viaggiatore,
lontano d'ogni sguardo e da presenza
come in oscuro antro il minatore;
0096 vedendo un corpo senza conoscenza
disteso su l'asfalto, non si fugge;
ma a la pietà del cor dà precedenza
0097 e di dolor p'altrui dolor si strugge.
E' Dio che vive nel di ben fattore
e l'egoismo natural distrugge.
0098 Il figlio è in mano al grande inquisitore
e infine è appeso in alto per mostrare
la pena ch'acquistò col disonore.
0099 Il volgo indifferenza sa mostrare,
oppure oscenità levargli in voce
e tante mani, pietre van lanciare,
0100 mosse a furor da stimolo feroce
che coglie il vile contro l'infelice:
non sùffice, a pietà, morte di croce.
0101 Ma se la massa irata il maledice,
la madre inginocchiata il fissa e tace:
l'infame è figlio suo e lo benedice.
0102 Perché a la madre il reo mai si dispiace?
Chi medita il mistero de la vita
conosce ne la madre il Dio che tace.
0103 La verità nascondesi e punita
è sempre la supposta conoscenza
di ciò ch'è teoria mal digerita.
0104 Poeta non pretende previdenza
ed ogni sua certezza è diluita
nel dubbio a cui dà sempre precedenza.
0105 Questo cammino ch'altri chiaman vita,
quando si sia a metà non v'è natura
che puote stabilirne la conquita.
0106 Selva non v'è più orrida più oscura,
di chi profana mente ed onestate
giurando fantasìa verità pura.
0107 Ne l'antro scuro, domina bontate,
de l'ignoranza, in dove cortesia
di sé concede giusta potestate
0108 nomando male, mal dov'elli sia:
in suso in giuso in debole o potente,
sanza pretender dolo o simpatia.
0109 Tu dunque veglia tu, fra tutta gente
ch'io scelsi te per darmi nuova azione,
datosi ottusa, greve, inadempiente,
0110 del canto mio e di me la comprensione;
e de l'amici miei che la furente
pretina schiera condannò a l'unzione:
0111 miti colombe in spire di serpente.
Io vidi lor, sereni nel morirsi,
grati d'aver goduto onesta mente.
0112 Di lor parlai, pur anche non può dirsi
tutto di ciò che vuolsi che, null'omo,
essendo parte, può nel Tutto aprirsi.
0113 Ciascuno aggiunge proprio ad altrui tomo
di quei che vita sceglie al meditare
il fine primo ed ultimo de l'omo.
0114 A mano a mano viensi a rivelare
l'insieme ascoso nel divin Pensiero,
man man ch'ognuno un velo va a levare,
0115 di quei che il fato pone sul sentiero
e volontà sospinge ad esplorare
l'impervie terre custodenti il vero.
0116 Come un solco a la volta ne l'arare,
un campo incolto viene infine arato,
così ciascuno un solco va a tracciare
0117 finché ogni sotto, sopra è rivoltato
allor si dice ch'è terreno buono
ad esser concimato e seminato.
0118 Aratro mosso fui da arcano suono
e il solco mio tracciai su quel terreno
che mi s'aperse con fragor di tuono;
0119 ma attende ancor tal campo a ciel sereno
di novi aratri l'opra stabilita
ed un sei tu; perciò sciogli ogni freno
0120 e non considerarla troppo ardita
quest'opra ch'in tua mente è novitate:
è l'opra che giustifica tua vita".

***** CANTO III *****


0121 "Tu m'apparisti come in su l'estate
miragio appare di color superbo;
perciò, comprendi mia grande viltate!
0122 Contento resto or che dicesti verbo
di dolce suono e certa veritate,
mentre m'appresto a ciò che nel cor serbo.
0123 Chi te tu sei che la severitate
la nobiltà la grazia del dolore
ne l'occhi e su la fronte creditate,
0124 conduci come segno de l'onore
su questo suol ch'è pregno di menzogna,
di falso sentimento de l'amore?
0125 Tu ch’al mio poco vuoi ch'io dia vergogna
e a fonte che non ho bevanda attinga,
abiti indossi d'oro o di vigogna?
0126 Corpo mortal me pare che te spinga,
eppure l'occhi miei son chiusi e, desto,
niun omo sogna un chiar che si dipinga.
0127 Oppure l'occhi miei vedon codesto
così com'è, com'ogni cosa appare
a chi al mattino tòllesi su presto
0128 e d'esser desto sensazion gli pare?".
Fu meraviglia udirmi dir codesto,
col modo ch'egli avea di pronunciare.
0129 Io, di cultura piccolo e, modesto
uomo di scopa e cencio, lì, a rimare,
come studente diligente a un testo.
0130 "Desto tu sei e sii presto a cancellare
Tutto l timor ch'in petto ti si cresce.
Visione d'intelletto in te compare,
0131 vision che a nullo senso mai rincresce;
ma tutt'insieme, a guisa d'aspro gregge,
di fresca erba montana in gioia pasce
0132 mentre il pastor serafico l protegge
d'ogni bufera e d'ogni irato lupo
acché nel branco con scompaia legge.
0133 Erami sotto ai piedi atro dirupo
scavato da feroce in bianco alzato,
verbo divino e cuore tristo e cupo.
0134 Io son colui che mai venni parlato,
in verità, nei secoli passati:
da l'incivili e barbari occultato.
0135 Per bocca di serventi incaricati,
ancor, di me si parla senza sensa,
com'io se fossi re d'innamorati;
0136 com'io, di madrigali avessi densa
passion di rima e com'avessi scienza
solo del banchettar su umana mensa.
0137 Or più nel cor non domina pazienza,
or ch'anco ascolto voce di giullare
irridermi, con spregio ed insolenza,
0138 in quel di Siena; ai giovani narrare
tra lazzi, risa, fessi complimenti,
di me, com'erotomane da altare.
0139 Io fui, da vita, ricco di tormenti.
Ramingo m'inviò la malvolenza
di chi mischiava, al triturar di denti,
0140 l'odio per verità al timor di scienza;
e ai forastieri, oh lasso! a l'altrui aita,
attratto come pesce da la lenza,
0141 (quando ne l'acque torbide la vita
penduta è al filo, benedici mosca)
di me mostrai la povertà infinita.
0142 Di lacrime e lamenti l'aria fosca
a l'ospiti donai, con gran vergogna
dei cittadini e de la terra Tosca.
0143 Randagio, senza mezzi, a la bisogna,
mostrava, il corpo scarno, l'impotenza
di chi, pur sempre, ancor, svelato sogna
0144 il dolce stil d'amanti di Sapienza:
allegoria segreta che bisogna
mostri sua luce a chi non teme scienza".
0145 "Oh nobile che sveli tua vergogna
a me che son, te, primo sconosciuto;
ch'in te ancor porti del dolor la gogna,
0146 del vecchio e del novello, sei venuto
da ben misero uomo a reclamare
il giusto intendimento a te dovuto!
0147 Con l'ultimo de l'ultimi che fare?
Quale speranza ne la muta voce
di chi, a l'occhio del mondo non compare?
0148 Lo vedi? Son nascosto e non ho croce
in questa condizione oscura e amata;
serena vita ne la quiete doce
0149 vivere il giorno e andare a la serata
p'aver mattino e voce alta e sicura
per Dio lodare e la beltà creata:
0150 le forme ed i colori di Natura;
una beltà sì bella che disvengo.
Che, di più alto, può la creatura?
0151 Questo è il piacer che nel pensier mi tengo
e d'altro non mi curo d'aver cura
ché le parole in pubblico ritengo
0152 sapendomi incapace, per natura,
del miagolar di lingua a la tenzone,
al facile latrar parola dura.
0153 Solo, per te, io posso l'emozione
del cor mostrare e compassione e pianto
per il patire tuo, la tua passione
0154 ch'ora, scoperta, è turbamento alquanto
al mio pensier che non ti sa di nome
né di casato; né conosce il canto
0155 che tu cantasti e che dicesti come
de l'altrui bocche veste il vituperio,
de l'ignoranza altrui porta le some.
0156 Io piccol uomo reco desiderio
di te compassionare perché vedo
del gran soffrire, in te, tutto l'imperio.
0157 Nell'uomo e nel suo pianto ascolto e vedo
di me la condizion, di me che insisto
a creder -sognatore?- un solo credo:
0158 in chi sbolla nel pianto vedo il Cristo.
Nei sofferenti s'è riconfermato:
saperLo in ogni pelle so che esisto".

***** CANTO IV *****


0159 "Tu che fuggisti e ancora fuggi il fato
ché delusion vivesti in altra vita;
tu che non vuoi mostrar ciò che t'è dato,
0160 che temi la discesa e la salita,
a me mentir non déi né puoi perch'io
conosco, di tua mente, ogni vestita.
0161 Tu sai ch'io son, come, ch'io son, so io;
e de la tua viltà soffro tristezza;
ma in questo è la potenza d'esser Dio:
0162 fuor d'umana viltà trarre fortezza
e porre il picciol uomo sopra i tanti
che, del vagare al buio, fan certezza.
0163 Ancor di me dirò, di me e di tanti.
A questo tuo giocar mi faccio amico
perché sia chiaro e fisso in tutti quanti
0164 che muove verità quel che io dico.
Eravi, pria, stagioni di tepore;
poi venne Gelo, di tepor nemico.
0165 Patimmo di politica il furore,
tutti i compagni d'arme ne lo stile,
e di ria Morte il turpe inquisitore.
0166 E molti vider sé, l'esser suo vile,
la ribellion del corpo a la tortura,
a la calunnia, al ratto da l'ovile.
0167 Patiron, tanti, presta sepoltura,
quei ch'eran figli degni di Sapienza
e che l'amor rendéa d'anima pura.
0168 Altri com'io, d'ancor poca valenza,
de l'altrui scale e de l'altrui vivanda
subita abbiam, fuggiaschi, la violenza;
0169 per Madre, benché indegna, veneranda,
sperando sempre, un dì, rivolger strada:
virtù filiale che nel cor comanda.
0170 Ora che Morte più non stringe spada
e roghi più n'accende d'alta legna
ad appestar di carni la contrada,
0171 quell'evo tristo ne la mente segna
e non temer la verità veduta
quando di rivelarse non disdegna.
0172 E' stata fino ad or mia bocca muta;
ma venni a te perché fui comandato
da quel comando a cui non si rifiuta.
0173 Or che tu sai che a te venni mandato
e non per me, da te venni a ciarlare,
dal tremo di viltà sia tu mondato:
0174 or che tu sai, da te devi volare.
Sospingerti per forza m'è impedito:
giustizia vole un libero accettare".
0175 "Ora ch'io so!? Che so? Cos'ho mai udito,
nel vaneggiare tuo, che mi consoli,
che possa darmi un cor d'invitto ardito?
0176 Tu vuoi ch'io m'alzi in temerari voli,
senz'ali da spiegar, senza piumaggio,
al vento esposto e a l'impietosi soli?
0177 Tu vuoi che sorta fuor da me coraggio
di proclamare il ver che sol tu sai,
da me, ch'appena sò d'aprile e maggio?
0178 Suvvìa, concedi il dubbio che tu vai
Fantasma, nato in me da indigestione,
folletto che mi spinge a cercar guai
0179 s'io non avessi in me la comprensione
ch'ogni visione è il frutto rituale
d'ogni aspirante a meglio condizione.
0180 Lungi da me il pensiero demenziale
di chi, senz'ali, vuol volar convinto
che il volo al camminare è tale e quale!
0181 Lungi da me lo scherno, lungi il pinto
rossor di gote, oh misero, beffato
per oltre il valor suo l'essersi spinto.
0182 Tu molte nove e gravi m'hai portato,
com'io se fossi voce conosciuta
e avessi in mezzo al popolo primato.
0183 Tu mi dicesti, ne la tua venuta,
ch'il patir tuo ti fu da Morte e Gelo;
chi, sotto tali nomi, hai nasconduta?
0184 Com'è che il parlar tuo vesti d'un velo
che niuno, se non te, può dispogliare
e dici che venisti, a me, dal cielo
0185 per l'opera tua somma rivelare?
E l'opera qual è? Quale il tuo detto,
s'ancor non so com'abbia te nomare?
0186 Vile, tu mi chiamasti, oh benedetto;
ma com'è il mondo adesso hai cognitione?
Nessuno più s'interroga se il detto
0187 che fuor di bocca l'esce, abbia functione
e vada a pari passo col rispetto.
Nessuno adesso sa dov'è ratione,
0188 né veritate, né se il cor sia in petto.
Ora ogni voce incensa la missione
di chi, nel mentre, è duca del distretto".
0189 Così dicevo, e grave di passione
la voce rimbalzava torno torno;
ma ei non rivestì di compassione
0190 la voce ch'attendevo di ritorno;
anzi, più altero m'appressò il contorno,
lo sguardo fiammeggiò come da forno
0191 lingua di fuoco spargesi d'intorno:
sguardo come di sole a mezzogiorno
quando al ristoro d'ombra chiama il corno.
0192 "Basta" tonò. "Non venni per, lo scorno,
dover subire ancor d'umana voce.
Non misi donne in groppa a liocorno
0193 né andai del Lete a dissetarmi in foce.
Ch'io sia tu sai, ma dirlo vò all'istante
anche se, il dirlo, sento che me coce
0194 per l'atteggiarti, tu, a finto ignorante.
Dagli Elisei, in Fiorenza venni a luce;
nel nome, battezzato fui, Durante,
0195 per qual mistero, il nome in sé conduce
quel che il futuro ha in sé gelosamente
e lungo via, la veste man man cuce.
0196 Ora il mondo cognoscemi per, Dante,
ed anche in ciò, con poca riflessione,
comprendesi che Dante sta per dante.
0197 Dato ho motivo contro ogni oppressione,
di meditar dov'è che vita vera
conduce amanti a sana comprensione;
0198 e ancor darei se fosse a me sincera
la critica che l'anima m'affossa,
con tronfia boria e ottusa sicumera.
0199 Caduto in mano son, di gente grossa,
da lungo tempo avidamente appesa
al Principato e a la mantella rossa.
0200 Con lor purtroppo, mai si fa contesa
che vincere si puote, ch'han potere
di maledir la picciola, indifesa
0201 gente del volgo, gente di piacere,
usa giammai a pretender, dal capire,
dove nasce il principio del dovere.
0202 Là dove ognuno non potrà sfuggire,
quando l'umana vita ha compimento
e, sola sua ricchezza, avrà l'agire
0203 di propria volontà e di intendimento
s'ebbe, fra i doni, il dono a riflessione
e si fuggì da curia e da convento,
0204 e dal perenne sospirar visione
d'arcano cielo; e dal cercar valore
nel predicar, forbito, altrui passione,
0205 nel dir del sofferente che si more
di fame, freddo e male d'ogni sorta
a chi, nel rito, lavasi il timore
0206 d'esser chiamato a l'infernale porta.
Il fariseo, del rito si fa onore
e, de la sua pietà, non sa che è morta.
207 Ben altro rito assolve il peccatore:
in fondo al tempio, sanguinando in core,
d'ogni suo errore si fa revisore.
0208 Su tutto, nel principio c'è l'Amore
che sempre agisce e sempre si produce;
Amore è verità giammai timore
0209 e del dovere rischiarante Luce.
D'amore il mio nemico fa il cantore;
ma nell'agir, malignità produce".
0210 "Priego, te priego, eccelso ambasciatore!
Io già tremante son dacché l tuo nome,
dardo di foco, mi vibrò nel cuore.
0211 Or, tu mi poni in groppa basto e some
Che, mai, potrò portar senza cadere
quando dire dovrò il perché e il come.
0212 Nulla io so di questo tuo sapere.
Sarò zimbello d'ogni dotto mondo
per quest'orgoglio che mi fa vedere
0213 ciò che ricusa il saggio e, vagabondo,
non voglio camminar su oscuro greto,
per non trovarmi sfracellato al fondo.
0214 Umile son di condizione e ceto,
i giorni miei trascorro in solitudo
e solo del pensar temo il divieto.
0215 Non soffro la passion di magnitudo
e niuno al mondo potrà darmi noia;
solo al pensiero d'apparire, sudo.
0216 In questo piccol regno ho posto gioia:
ignoto andare ovunque il cor m'invia.
Invece il tuo parlar chiede ch'io muoia
0217 tra lazzi di dispregio su la via,
scalciato e calpestato come foglia:
cieco che ad esplorar giungla s'avvia".

***** CANTO V *****


0218 "Ben misero tu sei, misera voglia;
come un uccel sopito nel suo nido
senza saper che il serpe è su la soglia,
0219 avido l'occhio e ne la mente infido,
pronto a colpir chi del sicuro sogna:
voglia di casa su sabbioso lido.
0220 Tòllersi, tosto, al grido di bisogna
è, dell'uomo che sa, la condizione.
Or che tu sai, sopporterai la gogna
0221 del gran rifiuto, l'alta umiliazione?
Fatti non foste... tu rammenta e priega
che tuo egoismo non ti sia afflizione.
0222 Chi, degli umani, a voce arcana nega
l'alta virtù di spirito divino,
sua eredità di vita eterna neg;,
0223 nega il diritto sacro del bambino
che nasce, sol, se Dio lo vuole nato,
appena il seme incontra il suo ovulino.
0224 L'uomo vita non ha; a la vita è dato
da Chi la vita in Sé sempre ha goduto,
e per Sua Grazia viene generato;
0225 per lo qual ciò, nessuno è sconosciuto
laddove il Giusto il Buono il Santo il Puro,
pria che la carne avesse ha già veduto.
0226 Tu sei ignorante e d'ignoranza un muro
attorno t'è cresciuto, di mattone,
arido, impervio, repellente, duro.
0227 Di te il timor, di te la confusione
tu devi superar con umiltate;
e ti sarà, di poi, consolazione
0228 il dolce contemplar la veritate,
Donna che a l'omo supplice compare,
di cuore puro e limpida pietate,
0229 virtù divine tra le genti rare.
Fugge, te priego, da l'ignavia e surge
a fare l'opra che t'è chiesto fare,
0230 ché il tempo è brieve e l'operare urge
contro menzogna; occorre principiare
l'avvento a l'omo novo che resurge".
0231 "Urge operare? Si! Ma l’operare
chiede d'avere in sé l'intendimento,
per non trovarsi solamente a fare;
0232 per non patire il mesto nocumento
di chi, caduto ne la fossa cieca,
benché si ponga a lungo lavamento,
0233 d'un gran fetor, memento seco reca.
Tutto il piacere da la quiete dato
che, per timore del non far si spreca,
0234 è come farsi ladro e derubato;
è opra de l'orgoglio che l'insidia,
tutto il travaglio ch'uno s'è cercato".
0235 "Tu che, del fior maligno de l'invidia,
per Grazia, il malodor non odorasti,
sei però schiavo ottuso de l'accidia
0236 ed altro di migliore non trovasti
che darti fuor dal mondo e da virtute;
e senza lode e infamia, a lungo andasti
0237 spiacente a Lui che dona la salute
e che giustizia spinge ad operare,
e a quei che non dispregian le cadute.
0238 Leone domo, ben misero appare
a l'occhi d'ogni umana creatura
e di Chi, re, lo volle incoronare.
0239 E tu leone fosti, per natura,
se ben rammenti di tua giovinezza
quando, fanciullo appena, a la ventura
0240 scegliesti andar, lontano da carezza
di madre e padre e, con fervor d'asceta,
di ferrea legge amasti la durezza.
0241 Tu sei nascosto; ma l'anima inquieta,
ne l'ozio non ti lascia consolare
e l'occhio e il petto spesso t'irrequieta.
0242 Se di certezza ciò posso affermare,
e tu ben sai che non suona menzogna
la voce mia che non puoi contestare,
0243 è d'uopo che ti pieghi a la bisogna
di quel ch'è convenuto in alto loco
e, del dover osar, cessi vergogna.
0244 Io ti son qui davanti e non è poco
il gran favor ch'è datoti godere;
e ti rammenta il verso scritto a foco:
0245 beato chi credé senza vedere.
Ma pur beato chi vedendo crede,
anche se nel vedere c'è un sapere
0246 minore del saper ch'è ne la fede.
In su la bocca te vorrei baciare
per dar te, in soffio, ciò ch'ognuno vede
0247 di quei che adesso stanno a contemplare,
fuor di veste mortal, fuor del patire,
il grande godimento che compare
0248 a quei che da viltà sapranno uscire,
pria che de l'ombra cresca oscuro cono,
pria che chieda, Giustizia, nel venire,
0249 conto di tanto spreco, di tal dono,
quale la vita umana e il divenire.
Per chi no l capirà, non c'è perdono,
0250 né dolce madre, accanto, a compatire".
Sua voce principiavo a benedire,
per lo stupor di starmi lui sentire.
0251 "Perché, o tremendo, sempre, nel tuo dire,
vision d'Eccelso e di Sublime sona
ad ogni umano gusto maledire?
0252 Quand'io vedo osannar, pitti in icona,
coloro che, d'esempio hanno mandato,
necessitate di perdon mi stona.
0253 Vesti di calda lana e di broccato;
cibo sempre presente in tavolino;
affari con chi, in terra, ha potentato;
0254 convinti di bestemmia nel destino
che il centuplo torranno in questa terra:
il centuplo di qua, di là il divino.
0255 Pensare tu non devi che m'afferra
furor di quei che, ognora, fissa il vello
di chi la gerla su le spalle serra,
0256 com'ei che dice:-la pagliuca espello
da l'occhio del fratello- avendo trave
ne l'occhio che vorrebbe badar quello.
0257 Rimproverar chi guida l'altrui nave,
non dée né puòte chi è, nel mar, finito,
di polifoniche, assordanti bave,
0258 espulse solo per condir l'udito
se, quella nave, è sola a navigare.
Vuole respiro, questo ho ben capito,
0259 il corpo che non vuolsi rassegnare
a lo sparir del battito nel petto;
ma, del respiro del considerare,
0260 necessita pur sempre l'intelletto;
ed ivi si combatte atroce guerra
perché, ne l'umiltate, venga accetto
0261 chi predica il divino e acquista terra.
Da questo mio parlare, cassa quelli
che il vero amor, compresi, in sé rinserra
0262 e a l'infelici manda, come augelli
vili all'aspetto e non degni di vanto;
ma nel cantar, fra tutti l'altri augelli,
0263 son quelli che posseggon più bel canto.
In loro vita miransi modelli
d'amor divino che produce il santo".

***** CANTO VI *****


0264 "Il centuplo torranno, ma non quelli
che al centuplo menzion danno, bugiarda,
facendosi, tra l'omini, zimbelli.
0265 Comunque, l'occhio tuo che troppo guarda
la debolezza di natura umana,
ne la memoria offesa ti ritarda
0266 la voce di Colui ch'assai lontana
ebbe vision del lutto e del periglio
de la sua nave verso rotta sana.
0267 Ei disse, dando ai suoi retto consiglio,
che molti, in mezzo a lor, sarìan venuti
a dar, d'umano scandalo, scompiglio;
0268 ma non perciò, si credano perduti,
abbandonati da la sua Presenza,
e al Principe di Roma infin venduti
0269 ché tutto è vincolato a Sua Potenza.
E se nel mondo il male ovunque attacca,
e pure i Suoi subiscon tal violenza,
0270 per primo scagli il sasso chi non pecca.
A Lui spetta il giudizio e la sentenza,
a Lui il tagliare la radice secca.
0271 Tu, sol per te ti cruccia e tua insipienza;
e medita tua vita che hai sciupata
il giorno che offendesti la Pazienza,
0272 ché disperasti di veder svelata
la Dama tua che cieco in fede amavi:
Donna che il cor t'accese, l'hai scordata?
0273 De l'ingiustizia il volto non servavi
ché la Bontà ti die' vita serena;
eppure d'ingiustizia meditavi
0274 d'aver subìto il legno e la catena;
e con severitate disdegnasti
dei tuoi priori la crescente pena.
0275 Del non saper nel limbo li lasciasti,
quando il rancor t'aprì la casta porta
e nel bel mondo con dispregio andasti.
0276 Quel che facesti allora, ancor ti porta
nel cuor ferita e nel pensiero il pianto;
e sempre meditasti ch'era morta
0277 per te speranza di tornare accanto
a Quei che t'attendeva a la promessa:
al saio bigio sotto al bianco manto.
0278 Tu rifiutasti ed ora non puoi messa
né consacrar né perdonar peccato;
però ti resta questa mia commessa,
0279 e rifiutarti ancor, sarà vietato".
Di commozione in cor sentii la pressa,
come chi chiede d'esser confessato.
0280 "Dal torturarsi il core ancor non cessa.
Del gran rifiuto ancor soffro la pena
ma non, come tu dici, de la messa
0281 o d'altro che la messa seco mena.
Io rifiutai il consiglio di Prudenza
che Angiol frate davami con pena,
0282 ei che vedeva l'alta mia insolenza;
e meditar non seppi l'ingiustizia,
io che aspiravo al bacio di Sapienza.
0283 Puoi tu comprender quale fu mestizia
ch'in cor mi scese e presemi per mano,
traendomi lontano da letizia?
0284 Puoi tu veder del mio peccato il vano
che di disperazione aprì il sentiero
e ancor mi spinge a starmene lontano?
0285 S'io fossi Giuda e non sapessi, invero,
che al cor che prega sarà data pace,
da tempo penderei enfiato e nero.
0286 Com'ei sarei nomato:"Quei che spiace"
e niuno che, viandante mi vedesse,
potrebbe di pietà esser capace.
0287 Dal giorno in cui dismisi le promesse,
nel mondo sono andato forestiero
senza un pensier che gioia racchiudesse;
0288 e mai rammento un mio parlar sincero,
come un timor soffuso mi dicesse
non esser degno d'aspirare al Vero:
0289 questo ho voluto che te cognoscesse".
Mosse altra mano e m'abbracciò d'intero,
come se appena nato mi vedesse.
0290 "Questo già sò perché tu sai che c'ero;
ma quel ch'è novo è la tua confessione
ch'ora nel primo cielo ha acceso un cero
0291 che mai potrà soffrir consumazione
poi che, in mistero, chiamasi umiltate:
primo rifugio contra umiliazione.
0292 Poi l'umiltate insegue la pietate
e insieme vanno un cantico cantare
a cui non sa sottrarsi veritate.
0293 E' questa via che voglio te mostrare;
che n te risplenda l'alta compassione
di Quei che, l male, in bene sa cambiare.
0294 Ma occorre in ciò che tua disposizione
sia, del cognoscer questo, grato dono
di Quei ch'ha caro il cor ne l'afflizione
0295 e sparge il linimento del perdono:
Ei, Quei che, Solo, sape consolare.
Risuona del Vangelo il dolce suono:
0296 -più facile è guarire o perdonare-?
Sentii nel petto vibrazion di tuono
e consolanti lacrime sgorgare.
0297 "Risuonar sento:-Dio soltanto è buono-
ed or Sua Voce tu mi porti a dire
che, del perdono, m'assoggetti al dono.
0298 Io, tante fiate e tante, nel capire
l'offesa che a virtù recai (meschino!),
trascorsi giorni e notti a maledire,
0299 non la virtù, ché, offesa nel divino,
come, l'umano può recar, non vedo;
anche il mistero resta sempre vino
0300 ne la natura sua, anche se l credo,
ne la sustanzia, sua sangue Divino;
e se d'offesa profanato l vedo,
0301 profanazione vedo data al vino,
ché mai ho potuto penetrar mistero
di ciò ch'oltre a Natura sia Divino.
0302 Solo Natura si, paremi invero,
il giusto Sacro da considerare
ché di Natura l'omo è l solo intero
0303 e del Divino sa d'in sé recare
l'eterno seme d'immortal sostanza,
come nel sacro Libro è a contemplare:
0304 l facciamo a Nostra imago e somiglianza.
Il tempo me trascorsi a maledire,
ch'offesa in me soffrii a tal somiglianza.
0305 Supporta, prego, il povero mio dire".
Tale il piacer de la sua vicinanza,
ch'io non volevo più lasciarlo ire;
0306 e di domande gli movevo istanza,
come un villico, indotto, a la procura,
fidando in sua benevola costanza.

***** CANTO VIII *****


0307 "Sol, profanare puolsi, la Natura
Ché, di Sustanzia, non v'è comprensione
né di quel che nomiam Vita Futura.
0308 Or ben tu cognoscesti la funzione
recata dal peccato al peccatore
ed al fuggir, di lui, la propensione.
0309 Non Dio se n' parte. Senza il suo fattore,
ogni fattura subito dispare.
Se n' fugge invece, lungi, il peccatore
0310 che, di sua ingratitudo, vede il fare
azione contro gioia e veritate.
E il ritornar, sovente, ne l compare
0311 nel core e nel pensier, come pietate
di sé; ma cede tosto a sensazione
d'una vision distorta di viltate
0312 e lungi, ancor più lungi, riflessione
d'aver seguìto propensioni errate,
il trae, nel disperar di decisione
0313 che, del tornar, le porte sian serrate.
E teme dai fratelli derisione,
e dai famigli sottociglia occhiate;
0314 non puote padre, dar consolazione
a chi, da sé, si tolse dignitate.
D'Adamo in sé rinnova la passione.
0315 E' questo il giusto dazio d'ogni etate
ché, il frutto ch'ei rubò, fu comprensione
voler di tutto avere.”-Come fate,
0316 di vostra nuditate, aver visione?”.
Or se di meditar su questo puoi,
sai che, il tutto sapere, è condizione,
0317 ché solo nel saper tu sceglier puoi,
p'aver, di libertà, definizione.
S'ancor seguirmi in quel che dico vuoi,
0318 senza subir di scandalo oppressione,
né credermi voglioso del dir male,
pria d'aver tutto esposto in successione,
0319 pazientemente ascolta, ch'a me cale
d'aver, dal tuo capir, giusta sanzione.
D'Adamo fu, il peccato, naturale,
0320 per la qual, Dio, d'Adamo ebbe visione
d'alto destino pe'l suo primo nato;
l'immensa maestà di sua missione:
0321 signore de la vita nel creato,
di tutto bisognoso aver nozione
chè, senza libertà non v'è peccato
0322 né umana potestà di revisione.
Saper, conduce a sceglier di sua vita,
se darsi a stordimento di passione,
0323 subìr la stretta in gola de le dita
del lento andar del tempo e, delusione
di niente aver goduto, in vana vita,
0324 fuor del sapor di decomposizione;
veder man mano estinguersi il tesoro
del proprio corpo, e la putrefazione
0325 restar compenso ed unico ristoro.
Oppure se nel Cristo aver la fede;
in Ei che disse:"p'esser uomo moro
0326 e per mostrare, a quei che in cor si chiede,
quale fu il frutto che produsse Adamo:
il libero volere di chi vede
0327 esser di sé misura; esser l'amo
che trarlo può dal dubbio e da paura.
Io solo adesso il posso: io che amo
0328 e de l'amor cognoscer fò natura:
il solo amor che vale è donar vita
per quei che, d'amar pensa, creatura.
0329 Altra voce levarsi non s'è udita;
ma io posso il dir, io che mia vita ho dato,
seguendo strada da dolor condita,
0330 in libertà scegliendo quel che il fato
ne la ragion mi pose. Io, l'amore
ho scelto dopo averlo meditato.
0331 In me compiuta s'è, del Creatore,
l'opra che fin da sempre Ei si propose
allor che il ferro entrò ad aprirmi il core
0332 e uscì lo Spirto a la Consolazione
e ritornò nel corpo il terzo giorno,
per il portare a la resurrezione.
0333 E' questo il vero: Io feci ritorno
e la Natura gode redenzione;
ma l'anima ancor no, finché va attorno
0334 negando Me ne la Rivelazione".
Comprendi or che, Chi da la sepoltura,
a Vita si levò di condizione,
0335 giammai ferir potrà la creatura;
bensì potrà subir profanazione
Natura che, di Dio, reca improntura.
0336 E nulla, dimostrar, fuor de l'azione
puote s'in essa cela l'impostura
ché, nei suoi effetti, non può aver finzione.
0337 Altro agire non v'è fuor che in Natura
ed altro modo a l'omo non è dato
per dimostrar s'amor di Dio il cattura,
0338 per dimostrar se la virtù ha amato.
Se contro la Natura è la sua azione,
da la Natura è tosto sbugiardato.
0339 Or tu non da stupore e d'emozione,
di tanto rivelar, ne sia sconvolto
ché, al tuo capir, non chiedo comprensione.
0340 Tu, solo riportar déi e, nel riporto,
ragion darai, a chi dée, di meditare;
a chi non dée no l puoi, ché nacque morto".
0341 E tacque; e sciolse, tosto, l'abbracciare
volgendosi, con passo frettoloso,
a la lucente nave e, nel dispare,
0342 lasciommi amante pallido e geloso:
come un cratere di vino spumoso
rubassero da mano d'uno sposo.
0343 Io non sapea, nel cor, s'esser sdegnoso
o darmi, inginocchiato, a mendicare
come, in sagrato, il volgo bisognoso.
0344 Volevo ire e mi risolsi a stare,
nulla godendo, in tutto il vasto mondo,
più che lo starlo ancora ad ascoltare.
0345 Fecimi forza nel pensier profondo,
guardando il desiderio da creare,
come vision di fonte il sitibondo;
0346 e vidi ei che non c'era, me chiamare
con il sorriso de l'amante ansioso.
Giunsi a la porta e mi costrinsi a entrare.

***** CANTO VIII *****


0347 Si sciolse in soavitate il sospettoso
mio natural timor di novitate,
accolto da un gentil canto armonioso
0348 di mille e mille vergini velate
di fil sottili d'oro e rossa seta,
come rai che tramontano d'estate.
0349 Il cielo risplendea come cometa
in spazi senza mura d'orizzonte,
su un mondo che il respiro non ti vieta
0350 e non vieta il bagnarsi in ogni fonte
e il bere in ogni fiume e in ogni lago
senza il timor d'avere il sole in fronte.
0351 "Che mondo è questo?" meditavo, pago
di quel beato mondo contemplare,
più ch'ogni celebrata umana imago.
0352 Io non volea parole pronunziare
né altro aver volere nel pensiero
che stare, nel godere, a contemplare
0353 lo squarcio vaginale del mistero;
ma d'improvviso tacquero le voci,
le vergini formarono un sentiero
0354 e venne una fanciulla e lasciò noci
davanti ai piedi miei, dentro a una cesta,
e tutt'intorno sparse grandi croci
0355 di rose e melograni e disse: "Resta!
Io son la Gioia Durante in questo regno.
Eternamente partorisco festa
0356 e solo beatitudine disegno;
non soffrirai vecchiaia né, funesto,
mai tu vedrai dolor lasciarti in pegno
0357 male che ti consuma e tienti desto
in lunghe notti di disperazione
e giorni tramontati troppo presto.
0358 Mai più dovrai soffrir la tentazione
d'andar cercando ciò che non si trova:
sei ne la gioia fuor d'ogni afflizione
0359 e d'ogni naturale umana prova.
Mangia le noci e giaci su le rose:
rinascerai per sempre a vita nova".
0360 Io mi sentivo re quand'ella pose
le lunghe dita, affusolate e lievi,
su le mie guance calde e porporose;
0361 e stavo già per dirle: "Vieni, bevi
da le mie labbra tutto il mio piacere"
quando invece le dissi:"Quel che devi
0362 è non tentarmi contro il mio volere.
Non te venni a cercare, mi perdona
se non mi faccio burro al tuo potere.
0363 Io non ti conoscea, gentile e bona
sovra ogni altra bontà riconosciuta;
ed or, se il mio rifiuto male sona,
0364 te priego conservar la mia veduta
per quando tornerò a mostrati amore
allor che la mia strada avrò compiuta.
0365 Io vò cercare il mio benefattore
ch'accesemi nel petto un grande foco,
poi che de la speranza fu cantore
0366 e d'un lavor da farsi in altro loco.
Ei mi sparì da l'occhi in questa luce
ed io v'entrai, valendomi pur poco".
0367 "Felice verbo la tua voce cuce"
ella rispose e mi sorrise lieta:
"la tua fermezza mi disarma e induce
0368 a dirti il vero per mostrarti mèta:
io ti fui data come tentazione
ch'al debole ogni cosa buona vieta.
0369 Io sono vera eppur sono finzione;
io sono il canto dolce di sirena
che solo al forte dà consolazione.
0370 Ora tu vai dove il cor tuo ti mena
e mi ritroverai se avrai prudenza
di conservarti l'anima serena
0371 ovunque ti vorrà la provvidenza.
Saprai qual è il destino che t'aspetta
se ti saprai specchiar ne la coscienza".
0372 E mi sparì come scompare vetta
nascosta da le nubi in primavera;
e insieme a lei scomparve la navetta,
0373 lasciandomi al chiarore d'una sera
volta a la notte; e mi sorprese un canto
come d'innamorato che dispera.
***** CANTO IX *****
0374 Forse il cantare umano invita al pianto
quando la notte asconde il mondo arioso;
era il mio autore e me li posi accanto.
0375 Era il suo volto nobile e pensoso;
le ciglia chiuse, il mento sollevato,
il naso come artiglio poderoso.
0376 Eretto il dorso, come modellato
su marmo del Pendèlico da artista
baciato da Melpomene e guidato
0377 da l'occhio che rivisita ogni vista.
Io non sapea se rendermi presente
o farmi un pò discosto da sua pista:
0378 ei sovrastava ed io non ero niente.
Infine vinsi il dubbio e lo chiamai:
"Maestro, io non so se, fra tua gente,
0379 è d'uopo domandare: oh che tu fai?
Perdona ma, non so frenar mia lingua,
parendomi sentirti esclamar lai.
0380 Tu mi cercasti e pregoti ch'estingua
questa curiosità che mi costringe
a chiederti che mia ignoranza impingua".
0381 "Cosa, maestro me nomar, te spinge?
Io mi son Dante e tu chiamarmi a nome
dovrai, come quei ch’amicizia stringe.
0382 Or tu vorresti ti dicessi come,
nel mio segreto, a meditar mi pongo?
Le mie passioni ancor non mi son dome.
0383 Verso la verità sempre dispongo
il mio pensiero e la mia devozione;
e a niuno, amor, oltre ch'a Lei propongo.
0384 Ella mostrommi sua predilizione
quando svelommi, in mistica visione,
la Dama che sublima l'emozione;
0385 e demmi l'ansia d'iniziar missione
contra menzogna de l'umano scire.
Medita l'omo: ama conversione
0386 d'ogni concetto al proprio convenire.
Non mi pensar voglioso d'insegnare;
dicoti in confidenza questo dire,
0387 per il diletto a nostro conversare.
Dicoti ciò che vissi e ciò che vivo
e de la sola Dama ch'ebbi a amare.
0388 Ora la canterò". "Tu canta. Io scrivo,
se tu permetterai. Se sei geloso,
tutto tralascerò: d'amor son privo".
0389 "Come potrei sentire me geloso
di Lei ch'è Donna d'infiniti amanti
ed ogni amante rende generoso
0390 di altri ricercar, d'averne tanti,
seco condurne al talamo Suo arioso,
a sua beltà Divina? Prèpi io canti!
0391 Donna che in presta età joco jocoso
venisti da l'Eccelso in me jocare;
e mi rendesti jovine focoso
0392 con vena in core di Te laudare;
e pe l diletto d'in te stare, arioso,
per giorni smisi il bere e il manducare
0393 senza del ciò sentirmene doloso,
è Tua Presenza, io potei sapere,
il cibo più nutriente e più gustoso.
0394 Ne la vision di Te m'alzo al piacere
d'aver la vista avuto finalmente;
e ringraziarne godo aver dovere,
0395 Colui che a vita trassemi e la mente
m'aperse a facoltà del bon vedere,
facendomi straniero tra ogni gente.
0396 Il cor che mai s'interroga al sapere
e mai di Tua vision fé godimento,
godendo gode l'infimo piacere
0397 d'un miragiar di luce nel tramonto;
ma s'appressando a possederlo, ansioso,
ei più nol vede e soffre smarrimento.
0398 Altro è, di Te, l'incedere armonioso
che solo vede, amante di coragio;
e non Ti fugi al sospirar penoso
0399 del cor ch'arresta nel goder tuo bagio.
Non sei miragio Tu che sai donare
dolcezza tale che al morir m'adagio".
0400 "Di qual donzella, questo tuo parlare
che umano orecchio non invita al riso,
intende la beltà di laudare?
0401 Io ti vedea risplendere sul viso
de la passione l'infocato alone
e del godere il pallido sorriso,
0402 mentre cantavi questa tua canzone,
come un immenso avesse te piacere,
come se avessi in te illuminazione
0403 che niuno, fuor di te, sapea vedere.
Anch'io potessi, nel mio picciol core,
di tanto amore il foco contenere".
0404 "S'io non sapessi te valido attore,
di tua ignoranza non sarei sorpreso;
ma giusto chiedi: p'altri sei cantore.
0405 Questa canzone ch'io cantai, compreso,
com'omo de l'Immenso illuminato,
già la cantai con altri, in incompreso
0406 dolce stil novo mal considerato.
Benché con tanti nomi rinomata,
virtù d'unica Donna abbiam cantato.
0407 Per non patir giudizio dei quaranta,
con nome di donzella peritura,
chiamar dovemmo la Sapienza Santa;
0408 ch'erano tempi scuri d'impostura
e Roma ardea di tutto possedere:
il mondo del divino e di natura.
0409 Ancor lungi intelletto da l'avere
la potestà d'esprimere ragione,
occorse, nel segreto, ritenere
0410 il seme gonfio de la comprensione
ché tutto governava, nel terrore,
la mala pianta di superstizione.
0411 Da ciò il canto gentil, canto del core
d'innamorato che goder non pote,
al vero nome, dare giusto onore,
0412 de la sua Donna. Vedi che remote
ancor sono ragioni del chiarire
a chi, l'onesta volontà non scote.
0413 Tomi su tomi ancor da riempire
sarìan se questa fosse giusta sede;
ma chi tutto dirà dovrà venire
0414 a te dappresso. Tu ancora, mi crede,
sei un di quei che spargono semente:
s'è terra buona buon raccolto cede.
0415 Or vò parlarti d'un ch'ancora sente,
del corpo ch'ebbe, la trasformazione;
uno che te veder non si consente.
0416 Anch'ei godé in sua vita alta visione
e profetò: - m'Illumino d'Immenso -
tutto dicendo, fuor di comprensione
0417 di moltitudo, riprendendo il senso
del nostro dir, tenaci amanuensi,
ancor tacciati spesso di nonsenso.
0418 Puoi, de l'Immenso illuminarti, pensi,
se la parola s'usa, de l'Immenso,
per dare senso a ciò che sfugge ai sensi?
0419 Ora diciamo ancora che l'Immenso
è ciò che nullo senso può tenere
né da intelletto puote aver consenso.
0420 Da questo, ben si puote ritenere
che chi d'Immenso un dì s'è illuminato,
non ha potuto udire né vedere
0421 né cosa alcuna pote aver toccato
né con il naso aver sentito effetto
né con la bocca cibo manducato.
0422 Può forse illuminarsi l'intelletto
se nel vedere non sa ritenere
di tanta luce limpido concetto?
0423 Allor, la luce data da vedere
quando l'Immenso viene a illuminare,
è luce che null'occhio può vedere:
0424 è la Sapienza Santa che compare
e solo a l'anima n'è dato di godere
e solo a lei n'è dato il ricordare.
0425 Un bel ricordo fuor d'ogni sapere
ché non possiede, l'anima, ragione;
ma sol ne la memoria ritenere
0426 può la vision d'eterna comunione
che vivesi nel regno de la Gloria.
Buio è d'Immenso l'illuminazione."
0427 "Cosa vuol dire ritener memoria
di solo buio? La tua spiegazione
confondemi il valore de la storia.
0428 Dove c'è buio non può star visione
né potestà d'alcuno movimento;
come può vita se non puote azione?
0429 Io già te dissi d'esser me contento
del mio poco saper, di mia bassezza;
di tuo saper non potrò aver memento,
0430 ch'io non so penetrarne la fortezza.
Quel che guadagno è mesta confusione
e dubbio a riportar la tua fierezza.
0431 La tua parola sammi esaltazione,
nullo potendo aver riscontro umano:
parto d'artista perso in sua visione".
0432 "Come bene convienti il nome Strano!".
"Convienmi dici? E allora tu, dich'io?
S'io sono strano, tu tienmi per mano.
0433 Chi di più stran di chi propone avvio
per ciò ch'umano non sa concepire?
Il vero strano, dimmi se son io".
0434 "Pria d'ogni altro parlare è bene dire
ch'io non volea, per te, cercare offesa.
Tua lingua so che taglia e sa cucire
0435 più lesta d'una vergine contesa
per sua virtù di dama da cortile.
Dimentica, ti chiedo in mia difesa.
0436 Io voglioti disposto e non servile,
e pregoti ogni dubbio rivelare;
solo, richiedo in te un parlar civile,
0437 pacato, moderato; e ponderare
s'è vera offesa, la parola avuta,
o solo affettuoso intercalare".
0438 "M'accorgo ch'ogni grazia t'è dovuta;
ed ora tocca a me, con cuore lieve,
cercar di sollevarmi da caduta;
0439 che non si dica, come in Pontassieve,
del vescovo Bastiano fiorentino,
che crebbe in Arno e visse ne la Sieve
0440 per non chinarse innanzi a Lorenzino.
Cambiò, per non aprirsi a l'umiltate,
Santa Maria del Fiore co'n barchino,
0441 il desco principesco con patate,
e l'abito talàre volse in pelle
conciata dal calore de l'estate.
0442 In genere si nascono più belle
le storie che principio a raccontare;
quest'è pur breve che già troppe stelle
0443 si son fuggite innanzi a l'albeggiare;
e pur la tua pazienza se ne fugge
s'ancor m'attardo al mio sciocco ciarlare".
0444 "Non sciocco il tuo parlare. Sciocco rugge
forse il leone nel difender tana
o il lardo che in padella il foco strugge?
0445 Qual sia difesa, mai risalta vana
la voce che si leva a protestare
ogni ragione de l'azione umana.
0446 Tu, fole da l'ingegno sai cavare;
ma che sia fola o fatto non importa
se porgi chiaro quel che vuoi mostrare.
0447 Tale Bastiano, entrasti da la porta
per il cacciare fuor da la finestra;
nel mentre, al suo passar, tra noi fu morta
0448 ogni animosità, ogni maldestra,
maligna tentazione di cadere
di lite nel vapor de la minestra.
0449 Ed or che il sole il rosso fa vedere,
ti dò licenza di tornarti al giorno,
al tuo lavoro e ad ogni tuo dovere.
0450 Dimane, a te parlar farò ritorno".
E mi mostrò le spalle erette e fiere
mentre ruggiva un motorar d'intorno.

***** CANTO X *****


0451 Venne il dimane e mi recò il dolere
d'ansiosa attesa, infino a l'ora nona,
pria di poterlo ancora in me vedere.
0452 Ei venne circondato come icòna
d'una cornice variopinta e gaia;
come ghirlanda che fanciulla dona
0453 a l'omo che al cor suo principe appaia.
Viva cornice luci saettava:
come le gocce d'acqua lavandaia
0454 quando lenzuola sbatte; come lava
di notte in un mirabile, giulivo
danzar filante in rossopinta bava
0455 o come scintillio, disco abrasivo
espande attorno al fabbro e al tornitore,
o fuochi d'artificio al dì festivo,
0456 per salutar Patrono o Benfattore.
Io, nel mirar, godea tale visione,
più che rubino Chianti il bevitore.
0457 Mostrommisi al venir, come persone
avesse a sé d'intorno; come fosse
in armoniosa, accesa discussione
0458 sui lidi ariosi e caldi di Minasse,
lambiti da l'Egeo, bel blu cobalto,
solcato da veloci prore rosse.
0459 "Ohi Dante" dissi memore del salto
ch'ei femmi far, ponendomi a sé pari:
"codesto tuo parlar risuona alto
0460 ma io non vedo alcun che ci separi;
eppure toni e voci ascolto andare
come in convivio numerosi e vari".
0461 "Voci tu senti a me di molto care;
e care a chi, di vita si compiace,
de le dolcezze e de le cose amare.
0462 Esse mi fan corona ch'a me piace
mostrar te come, sovrumana voce
fu voce umana che non ebbe pace
0463 né dolce vita, né gettò sua croce
su l'omero di chi visse ignorante
ché l'ignoranza a servitù sol doce".
0464 "Servi conosco, che mi sono innante,
laureati con laude e corona;
perché dici ch'è servo l'ignorante?".
0465 "Vera ignoranza umana scola dona,
ché l'ignoranza vera è la supervia;
analfavita val più di Sorbona
0466 ch'ei non discute la salita impervia
di beatitudo: ei la rispetta
e vive liberato da protervia.
0467 Invece l'ignorante non accetta
ciò che, solo da Grazia, è rivelato;
capir non puote e cerca sua vendetta
0468 in lunghe righe senza risultato.
Scavando, cava sempre e solo terra
e crede vita l'esser ricordato:
0469 chi poco ha, al poco suo s'afferra".
"Vuoi dir ch'è poco, entrare ne la storia
e avere sempre la menzione in terra,
0470 nei secoli espandendo propria gloria?
Tu ridi Dante eppure ancora vivi
perché di te tramandasi memoria".
0471 "Lascia il pensar, ché ancora non descrivi
in tua ragione analisi compiuta;
solo ciò che dirotti adesso scrivi
0472 ed ogni altra parola avrai goduta
da voci che vorranno te parlare,
per te mostrar che vita vera è muta
0473 e de la storia non si sa che fare.
Odi ogni voce ed ogni ciò che intona,
come ciascuno vorrà se mostrare.
0474 Odi che bello il verso, come sona
nel core ne l'orecchi nel cervello,
godi il piacer sottile che ti dona.
0475 Un ritmar binario intona quello
e l'altro gli risponde in sintonia
com'un trillar giulivo di fringuello;
0476 laddove può sembrar monotonia
ripetersi cadenza cadenzata,
elude, melodia, malinconia".
0477 Tese la destra con la palma alzata
e m'inondò un torrente d'ampia luce,
dentro ogni fibra, come una sferzata.
0478 Solo una scossa elettrica traduce
ciò che patii nel mentre m'adagiavo
a svenimento che il dolor conduce.
0479 Svenni. Rinvenni mentre volteggiavo
in una sfera trasparente e pura,
ospite eletto e derelitto schiavo.

***** CANTO XI *****


0480 “Φυσισ“gridò una voce: "la Natura
aprimmi porta in domo di Tarsìs,
donommi vita ricca d'avventura.
0481 Πατερ εµον ο εν τοισ ουρανοισ
εγο τορα να µιλαο θελο µε αυτο
γιατι δεν ειµαι εαν δεν ειµαι εµεισ”.
0482 "Io non comprendo!". Rapida scattò
mia lingua fustigandomi la bocca.
Mia pena un'altra voce rispettò:
0483 "Ei prega il Padre che d'amor trabocca,
prima di dar te chiara sua parola.
Resta forte e sereno come rocca.
0484 Ei come falco per l'empireo vola
senza speranza di trovar conforto;
solo nel convertire si consola;
0485 ma niente convertire può chi è morto.
Tu non moristi ancor, sei sua speranza:
egli è nave fantasma e tu il suo porto.
0486 Sua fu virtù di fede e di costanza
ne l'annunziare ai popoli il Vangelo,
come uragano che dal mare avanza;
0487 come l'inverno che distende gelo
ovunque scorra in groppa a tramontana
e tutto ammanta d'un solenne velo
0488 sì ch'ogni terra si fa più lontana.
E tutto è avvinto in solide catene:
non più distingui cippo da fontana.
0489 Nel fariseo furor ch'in ei convene,
al bel Vangelo libero e sublime,
de la Torà rimise le catene.
0490 Ei con comprese che il Vangelo esprime
libera accettazione e non sopporta
legislator che vigila e reprime.
0491 Buona Novella, libera e conforta
chi nel cor suo comprende la giustizia;
e tale verità, sua azione porta
0492 ad esser santo, senza la milizia
del Sommo Sacerdote e de' leviti
ch'a lungo andar, convertesi in malizia,
0493 in leggi date da orator forbiti,
attori di solenni liturgie,
ospiti ricercati nei conviti,
0494 come dispensatori di magie;
compari di banchieri e furfantelli:
servi del mondo e de le sue follie".
0495 "Basta ora! Tu mi paragoni a quelli
ch'ansia di potestà sospinge in alto,
muovendo braccia quali osceni uccelli.
0496 Volando tanto in alto quanto un salto
puotono far, piegando le ginocchia,
rimirano orizzonti di cobalto
0497 in specchi fatti cieli da lor spocchia
d'essere santi perché sottanati
ed adulati da chi li spidocchia.
0498 Mai fui di lor. Io fui tra i condannati
ad essere percossi e discacciati,
guardati con sospetto e calunniati,
0499 derisi tumefatti imprigionati:
rei per il mondo e degni de la morte.
Se primo fui fui dei perseguitati".
0500 "Primo tu fosti e apristi quelle porte
dove masnada subito s'assìse;
e su tue pene costruì sua sorte
0501 di privilegio e gerarchie decise:
mai regno in terra s'impiantò più forte.
Mai altro servo s'innalzò e derise
0502 il suo Signore e la sua vera corte.
Dicon le bocche che risorse e vive,
dicon le mani che fu vera morte".
0503 "Io non ho colpa per chi sogna e scrive
dando imprimatur a proprie fantasìe,
nomando sane tesi sue cattive.
0504 Nei secoli fioriscon compagnie
d'umano intento e consolidamento
di privilegi e beni: non son mie.
0505 Io mi fui foco; vissi ogni momento
a difensor di leggi sante e giuste,
sempre traendo solo patimento".
0506 "Se ben ricordo, cavalieri e fruste
al tuo comando fecero banchetto
sopra a' cristiani, simili a locuste".
0507 "Ero d'un'altra fede. Il mio rispetto
per ciò che giusto fosse ritenevo,
m'ha sempre fatto nobile d'aspetto
0508 e di comportamento. Io conoscevo
la legge del mio popolo e salivo
laddove fosse offesa ritenevo".
0509 "La legge è sempre il punto del tuo arrivo
e sempre fosti preso da le leggi.
Tu lì sbagliasti, fariseo impulsivo.
0510 Tu avesti colpa ché formasti greggi
e ti eleggesti unico pastore
e subito stilasti leggi ai greggi;
0511 ciò che mai si propose il Buon Pastore:
pascoli il gregge dove gli conviene.
S'uno si perde e bela di dolore,
0512 il Buon Pastore accorre. Egli s'attiene
a libertà, diritto universale:
solo chi Lo desidera Lo ottiene.
0513 E se nel gregge pecora asociale
scalcia, ruggisce, da per sé decide,
vale l'insegnamento primordiale:
0514 insieme cresca a l'altri. Chi la uccide
vanifica l'amore e la pietà:
piange il Pastore e l'Avversario ride.
0515 La legge è umana e non ha carità,
non è divina e non conosce l'uomo,
non sa cos'è menzogna e verità.
0516 La legge vole ogni cavallo domo,
docile al morso e a voglie del padrone:
fa il Dio e lo Schiavo cancellando l'uomo".
0517 "Chi difende l'onesto dal predone
senza la legge, come vai cianciando?
Essa è il custode vigile al portone
0518 di civiltà e progresso. Ogni nefando,
malefico costrutto criminale,
andrebbe sempre più proliferando".
0519 "Questa è l'eterna lotta naturale.
La legge umana che vai protestando
scorre i millenni; eppure ancora il male
0520 sotto ogni cielo si va rinnovando.
La legge giusta che rinnova l'uomo
tu predicasti; ma tradisti quando
0521 vergasti scritti, producendo un tomo
tradotto da Mosè. Tu trasformasti
la libertà evangelica in un dromo
0522 con sentinelle armate. Predicasti
lo Spirito più in alto d'ogni legge;
ma ne la legge poi Lo vincolasti:
0523 la legge del Levitico e del gregge.
Ponesti prima pietra al regno misto
che su l'incongruenza si sorregge.
0524 Gesù si proclamò Divino e Cristo
e disse d'esser Re d'un altro mondo
ché questo, già di un Re era provvisto.
0525 Ei venne per mostrare il suo bel mondo
a quei che il Padre elesse per destino;
non venne a governare questo mondo.
0526 Invece lungo i secoli, il cammino
dei suoi seguaci ha preso un'altra strada,
appresso al lusingar Luciferino
0527 d'esser governatori di contrada;
come quei vignaioli affittuari
che lunga assenza del padrone istrada
0528 a nominarsi veri proprietari
di ciò ch'hanno in affitto; e ambasciatori
del vero proprietario, onesti e rari,
0529 percuotono ed uccidono; ed attori
di crimini e misfatti vergan bolle
nomando, i figli regi, malfattori.
0530 Questo è l'inganno che traduce folle
sempre più innumerevoli al massacro
in guerre religiose e di consolle.
0531 Teologia che predica lavacro
di sangue e sofferenza e espiazione,
procede da marmoreo Simulacro
0532 nato da mano umana e da ambizione.
Colui che pianse insieme ai sofferenti,
d'ogni dolor rinnega la funzione.
0533 Sanò lebbrosi, storpi, non vedenti;
serenità ridiede ai peccatori;
restituì i morenti ai lor parenti.
0534 Inoltre da le leggi e i loro attori,
che stabilivan condannare a morte,
salvò la rea d'adulterini amori.
0535 Ei si mostrò come colui che sorte
per spargere dovunque la letizia;
eppure la memoria ha gambe corte
0536 e ancora si pretende la nequizia
ch'Ei chieda espiazione e sofferenza
in nome di nevrotica giustizia.
0537 Ei chiese amore non giurisprudenza;
dichiarò l'uomo il solo degno tempio
de la Divinità e di Sua Presenza:
0538 "Di questo tempio voi farete scempio,
ma Io lo rifarò in tre giorni appena".
Dove cercare un più divino esempio?
0539 Ma Ei vivente, già la madre pregna
de l'Anticristo respirava insidia,
e partorillo su Cilicia rena.
0540 Ei crebbe e non conobbe la perfidia
nascosta ne la legge; e nel massacro
de la Parola costruì Romidia".
0541 In tale disputar su umano e sacro,
smarrivasi mio filo di ragione:
come da micro, andar repente in macro.
0542 E non potevo più frenar magone
che m'imponeva mordermi le mani
per debolezza di mia comprensione.
0543 E quanto loro più sembravan cani
a disputarse un osso che non c'era,
io tanto più sentivali lontani;
0544 come lontani vanno ne la sera
gli stormi de l'alati migratori
pian pian dispersi in vaga atmosfera.
0545 Di mia tristezza ignari l'autori,
in tale disputare infervorati,
come d'opposti mondi fautori
0546 da loro propria tesi lusingati,
sembravano di storia fondatori;
ma loro nomi non avevan dati.
0547 "Chi son costoro, entrambi servitori
del credo che sappiamo esser cristiano,
ma in divergenti strade viaggiatori"?
0548 La sfera intanto, volteggiò lontano
ed io non seppi se s'udì mia voce;
ma vidi Dante tendermi una mano:
0549 "Entrambi hanno subito spada e croce:
l'uno per legge l'altro per amore;
ciascuno ebbe il suo Cesare feroce.
0550 L'uno subì il martirio da un cantore,
l'altro da un papa fattosi regnante,
di regni e di ricchezze protettore.
0551 Dimentica lor frasi, tutte quante.
Tra loro mai può aversi comprensione:
è come aver tramonto da levante.
0552 Di lor rammenta solo la passione
che ha generato il verso e la parola;
seguirli nei concetti è confusione.
0553 In queste voci non cercare scola:
solo il piacer di seguitare il verso
ch'ora ti irrita ora ti consola.
0554 Ecco ch'or viene uno, controverso:
mulo gravato d'opprimenti some,
da ogni gente ripudiato e avverso".
***** CANTO XII *****
0555 "Tu mi chiamasti e m'imponesti il nome
che niuno al mondo pote più nomare
senza ribrezzo; me pensando come
0556 lebbroso d'ogni dove discacciare.
Anzi, l'abietti e i vili van nomando
così com'io, e di ciò fammi tremare;
0557 io che al tremore non cedetti quando
del Te dover tradire arsi nel foco,
speranza in Tua Potenza in cor serbando.
0558 Ma quando vidi Te, uomo da poco,
tradotto nel Sinedrio dove pronte
ti attesero percosse, ingiurie e, in loco
0559 di sacra ribellione, chinar fronte;
e poi salir da l'infido Pilato
dove Barabba calpestò tue impronte
0560 quando fu scelto ad essere salvato,
egli brigante, Tu innocente e puro,
ogni pensier di regno ebbi umiliato.
0561 Ma più umiliante ancor, boccone duro,
fu Te veder deriso e sfigurato
da frusta e peso legno; infine oscuro
0562 presagio su nel Golgota svelato,
prostrammi e demmi la disperazione
di quei che il suo tesor vede rubato.
0563 Tutto scommisi in te; ma in Tua passione
l'ardente attesa rivelassi vana
che fossi d'Israel liberazione.
0564 Io di Te Giusto ebbi vision lontana
e di che amor t'amai Tu conoscesti
e quanta in Te, speranza ebbi profana
0565 del regno meritar che promettesti.
E quando Te tradir fu convenuto,
ch'esser disegno arcano mi dicesti,*
0566 io non fuggii dal peso; anzi ho creduto
che Tua Potenza rivelar volevi
quando in catene avesse Te veduto
0567 il popolo che Tu benedicevi.
Una parola tua, ch'eri acclamato
re d'Israel, ché re Tu ti dicevi,
0568 le dodici tribù avrebbe spronato
al ferro contro Roma, a la battaglia,
al regno di Davìd riconfermato.
0569 Ma tu pendesti, sì intrecciata paglia,
da quell'infame segno di oppressione
che nel pensiero ancor timor m'intaglia;
0570 e mi schiantai a la tragica visione
di me che da tradito a traditore
subìta avrei nei secoli abiezione".
0571 E tacque. Allor d'intorno il gran fetore
d'un corpo appeso a fune a putrefare,
d'incanto sparve; e propagassi odore
0572 di viole e rose a rinfrescar le nare;
e un cantico di voci melodiose,
ogni timor da l'anima a fugare.
0573 E fiàmmule a milioni, sì gioiose
lucciole intorno a ingentilir la notte,
tolsergli 'l collo da dov'ei lo pose
0574 ond'esser mostro per genti bigotte,
senza intelletto e senza riflessione:
patate in acqua troppo a lungo cotte.
0575 Ed il deposer, come compassione
pretende, mossa da sublime invito;
e venne Uno, imago in sospensione,
0576 di sì sovrana maestà vestito,
ch'io nol potea guardar:"S'il guardo moro"
pensai; e prostrato, m'attivò l'udito
0577 Sua voce che a ogni senso dié ristoro.
"Io mai di te portai dimenticanza
né di chi bevve nel bicchiere amaro
0578 di sofferenza e non ferì costanza
in quel che avea di giusto meditato.
Nel giusto creder la perseveranza
0579 è d'uomo che al destino s'è piegato;
ch'ognuno, in vita, a un'opra fu mandato.
Ritrova sé chi al suo destin si è dato.
0580 Tu di tua sorte fosti profetato
e profezia ha mostrato veritate
poiché accettasti e non fuggisti il fato.
0581 Ora a te vengo, a te mostrar pietate
di Quei che, Solo, domina Giustizia
poiché Giustizia è fuor da umanitate;
0582 e te di nuovo abbraccio in amicizia
come in quei dì trascorsi in Galilea:
di vera mia vision ti do letizia".
0583 Su l'ultime parole ch'Ei dicea,
alzai lo sguardo e più nessuno vidi;
ma seppi che di ciò il mondo godea.

***** CANTO XIII *****


0584 Un'altra voce disse: "Orsù sorridi.
Noi siamo vivi numerosi e vari;
voglio al mio canto tua attenzione affidi:
0585 Donna ch'ognor ne la memoria appari,
d'ogni beltà divina sostenuta;
che da pensieri ignobili separi
0586 e solo santità mostri assoluta,
donando carne al Dio che mi ridona
d'Adamo verità di sua caduta;
0587 per Te lodare, ovunque il canto sona
la voce de l'umane creature,
che devozion d'amor filiale intona.
0588 Tu sei rifugio ne le sere scure
quando terror disparge lo sgomento;
sei Tu che mi sollevi da paure.
0589 Nel Te veder conviene scioglimento
di tutte membra e stare a contemplare
il puro divenir del godimento
0590 che tutto annulla di quel che compare.
In te, tanto soave è smarrimento
che mai a la terra vuolsi uno tornare
0591 a risubir dei sensi lo sgomento".
Un'altra voce, intensa d'emozione,
su l'altre sollevò suo sentimento:
0592 "Vergine e Madre, in Te la perfezione
fuse il Divino di natura umana,
ond' esser d'ogni gente Comunione.
0593 Verginità rispecchia la sovrana
sintesi di purezza e donazione
a voce esortatrice sovrumana.
0594 Segno solenne di contraddizione,
primo fra tutti annuncia il Redentore.
Ecco l'ancella sono del Signore:
0595 e fosti Madre e generasti Amore.
Sarebbe, mio, intelletto d'animale
che non vuol meditar su tuo pudore
0596 se pensarti dovessi a l'altre uguale.
Scelta scegliesti nei tuoi occhi aperti
e confidasti nel dolor vitale
0597 che conoscesti. Senza segni certi
di Superiore Volontà Operante,
come potevi superar gli incerti?
0598 Come spiegar tuo stato interessante
al tuo promesso sposo, a l'altra gente,
in tua severa società osservante?
0599 Come restar serena e sorridente
quando, davanti, chiusero i portoni
a Te a Giuseppe e al Figlio Tuo nascente?
0600 Quando potenti re recaron doni
ad adorare il Figlio tuo poppante
e in una stalla si chinaron proni,
O601 come tacer potesti tua vibrante
maternità sul Re de l'universo?
Come sfuggire all'ira delirante
0602 d'un re omicida sadico e perverso?
Come subire, senza far lamento,
anche la fuga in un paese avverso?
0603 Divina Grazia è tuo coronamento".
D'un'altra voce mi sfiorò lo stelo
come cometa sfiora firmamento:
0604 "Per quanto ancora de la fòla il velo
nascondermi vorrà a la comprensione,
mortificando l'intelletto e il cielo?
0605 Io mi fui donna vera e di passione.
Arsi d'amore in carne e nel pensiero.
Conobbi il corpo e sua vital fusione
0606 di spirito e materia: non mistero
per secolari dispute e commenti.
Goder potei di gioia il ciclo intero
0607 come soffrii d'intero i patimenti.
Io mi fui madre come il Cielo volle
quando dettò a natura ordinamenti".
0608 Un brivido percorsemi e l'ampolle
de l'occhi s'imbrinarono di gelo:
vidimi contro imbestiate folle.

***** CANTO XIV *****


0609 "Un grido ne la notte squarciò il velo
che il dolce sonno mi cuciva addosso
e trammi da la pace d'un bel cielo".
0610 Un'altra voce erami a ridosso,
voce che mi sfocò il tristo contorno,
simile a stagno da pagaia mosso.
0611 "Mai più crudele, alcun subì ritorno.
Io mi vedea in un prato dove fiori
d'ogni color radiosi, givan torno
0612 ad inebriarmi l'anima d'odori
di tal fragranza che l'uman profumi,
a lor confronto, san di cavolfiori.
0613 Belle fanciulle ancor, nei lor costumi
di seta e trine, snelle in vita tonda,
givan tenendo in man tremuli lumi,
0614 canto gentil spargendo in ogni sponda
e tutto sommergendo in un mistero,
profondo come quel che serra l'onda.
0615 Poi si cerchiar d'intorno a un fiore nero,
fra tutti l'altri di chiaror splendente
e lor fiammelle fusero in un cero;
0616 fu allor che il grido mi frustò la mente:
Oh uomini che al sonno abbandonati,
veglia non fate al giusto ch'è morente
0617 per il peccato suo d'avervi amati!
Mano assassina lo colpì furente;
la lunga mano d'uomini spietati
0618 perch'ei giustizia chiese ad ogni gente,
d'ogni colore e d'ogni intendimento.
Or giace disseccata la sorgente
0619 di sua parola e di suo insegnamento;
ed il suo corpo steso su l'asfalto
è il lascito trascritto in testamento.
0620 L'opera sua sia viva; s'alzi in alto
il grido di quei che l'ebbero in cuore.
Il suo martirio non divenga salto
0621 nel buio di dimenticanza. Ei more
com'un di quei a cui Dio operar comanda
per dare una speranza nel dolore.
0622 Il grido ch'ora udite sempre spanda
d'un martire, nel mondo, la memoria;
come Giustizia vera a l'uom comanda
0623 di buona volontà; l'uomo che boria
e falsità e violenza di potere,
dispregia ne la vita e ne la storia.
0624 Di quei che la Giustizia ha in suo piacere,
che Martin Luter King sia collocato
tra i giusti d'ogni tempo, sia il dovere.
0625 La voce tacque ed il significato
del fiore nero in sogno mi fu aperto:
da terra su nel cielo era sbocciato".
0626 Un'altra voce sorse dal concerto.
Non v'era nesso in loro esternazione;
mostravano, ciascuna, un ruolo esperto.

***** CANTO XV *****


0627 "Mai giusta, si può dir di punizione,
se giusto riferiscesi al punito
ché solo giusto, è onesta educazione.
0628 Infligge punizione chi ha fallito
ché pria di punizione potestate,
dover d'insegnamento avea vestito.
0629 Diritto segue sempre, in veritate,
d'ogni dover la sana espletazione
ché solo esempio turba volontate.
0630 Cattivo esempio rende vana azione
d'un buon parlar, d'ogni più onesto dire
ché il piccolo, nel grande si dispone
0631 e più che nel concetto, ne l'agire
apprende qual valore è di più effetto,
a quale posizione deve ambire;
0632 ché nel concetto occorre l'intelletto;
mentre l'azione è la ripetizione
di ciò ch'è consueto ne l'aspetto.
0633 Occorre, pria d'infligger punizione
e ritenersi in saggio intendimento,
di meditar su propria posizione"?
***** CANTO XVI *****
0634 "Quando di Dio si nega fondamento,
ovunque falsi dei vengono affissi
e ai più bugiardi s'erge monumento.
0635 D'osceno inferno ch'è tal vita scrissi,
e dei voraci che sconvolser terra,
nel tempo in cui mortal mia vita vissi".
0636 Come l'anello di catena afferra
l'anello innante e vi si rinserra,
sue vibrazioni un'altra luce sferra.
0637 "Altri voraci stan ferendo terra;
ma più che allora, occorre d'operare:
ora a natura è dichiarata guerra.
0638 E dimmi: come puolsi ancor sperare
che vecchio seme renda seme novo,
se non v'è terra adatta al seminare?
0639 Il gran furor che nei miei sensi covo,
è tanto e tale e di cotal passione,
che la parola pel mostrar non trovo.
0640 Surge profeta, contro l'abiezione
d'andar seduto su rotar di rote,
retro lasciando del veleno azione.
0641 Surge con voce, contro menti vote.
Imponi a l'ortocefali il pensare
ch'oltre, portar tal croce ella non puote,
0642 la bella terra de la vita altare.
Selve orgogliose nel mostrar verzura,
l'acida pioggia già va a dispogliare,
0643 lasciando intravveder quale, futura,
sarà l'imago dolorosa e tetra
de la gioiosa e provvida natura:
0644 svettanti sterpi sterili su pietra,
aere di piombo senza più orizzonte,
scheletra mano su spezzata cetra".

***** CANTO XVII *****


0645 Ora le voci, come alpina fonte
ininterrottamente traboccante,
venivano, sì carro di Fetonte,
0646 unite in un sol globo sfavillante;
ed io impazzivo. Più non ritenevo
memoria di parole:"Aiuto, Dante".
0647 Non mi rispose e più non lo sapevo
vicino a me, com'era sempre stato;
e nel timor nascente mi vedevo
0648 come un fanciullo in mare abbandonato.
Mentre affogavo in miei pensieri mesti,
un nuovo canto chiaro mi fu dato:
0649 Del mal non ti crucciar. Ciascuno appresti
l'opera sua laddove vocazione
conduce appresso a sentimenti onesti.
0650 Nell'anima del giusto, compassione
per quei che soffre in letto d'ospedale,
oltre a la malattia anche afflizione
0651 per la cattiverìa del personale
che, oltre a l'ignoranza di parola,
non porta la padella e l'orinale
0652 a quei che infermità consente sola
virtù d'attesa e prolungata offesa,
è una preghiera che nel cielo vola;
0653 e l'Angelo di Dio sempre in attesa,
la offre a la pietà di Quei che puote,
in nome del Figliol Suo ch'è difesa
0654 dei supplici e d'ogni altro che non puote;
e il Padre accetta e la riversa in terra
su l'ali de lo Spirito che scote
0655 anche il torpor di chi in sé si rinserra.
Sorti dal limbo, non temer di dire.
Sol per tua morte condurrai mia guerra
0656 e tanti nasceran dal tuo morire:
come da seme, spiga nasce e cresce
gonfia di grani e induce a benedire".
0657 Voci su voci come quando cresce
fischiando in mare, il sibilo del vento
e il ritornare in porto non riesce
0658 al piccolo natante; l'onda è un lento
inesorabil vischio d'agonia,
atroce profusor di sfinimento.
0659 Così, di tante voci melodia,
rendevami a mia mente sconosciuto,
al meditar chiudendomi ogni via.
0660 "Chi da natura umana è posseduto,
è degno d'aspirare a la visione
di Quei che l'occhio in fibra, mai ha veduto;
0661 ma non per sé, poiché di tale azione
abbia natura, in sé, possedimento,
ché solo passeggera ha condizione;
0662 bensì per Quei che, pria, ne alzò lamento
e poi chinò la testa a volontate
del Padre che da sempre, testamento
0663 promise di perdono e di bontate;
e bevve il fiele amaro del dolore
su legno infame, in grande umilitate,
0664 in sintonia d'amor col Creatore;
ed ebbe premio di resurrezione
e si svelò Divino Redentore
0665 de l'uomo che contempla creazione
e sé, in destino di vita futura.
Egli la Verità, Egli l'Azione
0666 che sublimò in Se stesso la natura
e che futura rese creazione
Santa Solenne Degna Imperitura".
0667 Ormai sfinito da feral dizione
di tante voci in vorticante luce,
più non avevo forza di obiezione.

***** CANTO XVIII *****


0668 "L'uomo che in nobiltà vita conduce,
in quel che cerca pone il suo valore.
L'uomo che non rinasce, in sé produce
0669 mesta passività d'anima e core
di quei che, in quel che trova, si compiace.
Non v'è felicità nel possessore,
0670 né del volere ancor, la voce tace,
se il posseduto non produce amore.
E mentre sembra che chi trova ha pace,
0671 ne l'agiatezza e ne l'umano onore,
il vero intento da considerare
è, quanto inerme sia, quando il dolore
0672 gli si presenta e lui non sa'l domare;
né sa fuggire la disperazione
ch'esista bene che non può comprare.
0673 Non d'unità di bene ha comprensione;
ma sol di suo interesse e di sua casa
vede i confini; e noma giusta azione
0674 portar terrore e giogo in altrui sposa,
quando l'altrui pensiero e intendimento
non vuol piegarsi a sua ragione esosa.
0675 E vita altrui dispregia. Altrui tormento
ritiene riscossione doverosa,
acché la storia eriga monumento
0676 a sua viltà di mente, a sua boriosa
cultura d'espansione e di potere.
Potere per potere, è poca cosa
0677 se per poter, rinunciasi al piacere
di non temer vendetta; ché vendetta,
è figlia d'oppressione e del dolere.
0678 L'uomo di poco conto sale in vetta
e tutto quel che vede è in suo possesso;
ma nulla può toccare, a sua disdetta;
0679 ed altro non rimane al suo successo
che il contemplar, con mesta delusione,
d'essere pieno fuori e dentro fesso.
0680 La forza e l'arme vincon la tenzone
ché vincere, per chi non ha intelletto,
è delegare a l'arme la ragione;
0681 per poi vedersi in seguito costretto
a sempre armar qualcuno a sua difesa:
guardie del corpo infino attorno al letto.
0682 Che vita vive quegli che non pesa
su stesso piatto la necessitate
e nel decoro altrui vede a sé offesa?
0683 Sempre l'infanzia vive, in veritate,
di preistoria, quando l'ignoranza
ancora possedeva umanitate
0684 e l'unico pensiero era, di panza
temere il vuoto e aver da masticare:
preda più grande dava più importanza.
0685 Necessitate possedeva il fare
a guisa d'animale naturale;
ché la ragione ancor dovea dare
0686 coscienza d'operare il bene e il male;
e del diritto, non aveva scienza,
oltre il dover del vivere mortale.
0687 Necessitate dava a la violenza
giusta ragione d'essere difesa,
ché vita dipendeva da potenza;
0688 ed unico operare era l'offesa
saper condurre senza esitazione.
Non era la Parola ancor discesa
0689 ad operar pensiero e comprensione;
non c’era ancora, il Verbo de l'Amore,
a dar, di verità, definizione".*
* Io sono la via, la verità, la vita. Gv 14,6

**** CANTO XIX *****


0690 "Anche mia voce ascolta, o traduttore,
di me che in vita vissi di speranza:
solo di quella, che non fui pittore
0691 né d'altra arte seppi aprire stanza,
né d'elevato ceto discendenza
fui per destino, né curiale panza
0692 spinsemi a trafficar p'aver valenza.
Oscuro vissi senza aver parola
laddove mi nascose la prudenza.
0693 Vissi e non vissi e niente mi consola
d'aver sepolto in me de l'intelletto
la quotidiana meditata scola".
0694 Tanta tristezza in suo parlar diretto
sentii colare, come di rugiada
un gocciolio mi raggelasse il petto.
0695 "Parla" risposi "non temer che vada
tu che fra tutti domandasti udienza;
altre m'han violentato, a te dò strada".
0696 "Il nome taccio ch'ancor la violenza
di millenaria legge d'oppressione,
dei simil miei ripudia l'esistenza.
0697 Codesta legge predica passione
per chi intelletto volge a meditare
qual sia de l'uomo la fatal missione.
0698 Io mi risposi che non è nel fare
né ne l'avere né ne l'apparire
né nel gloriarsi né ne l'adorare.
0699 E' nel godere, la mission da dire,
ch'è stata data a l'uomo e a sua natura:
godere tanto da goder 'l patire.
0700 Io non potei ma lo potrà futura
generazione, se sarà compatta
contro sinedrio e contro la pretura,
0701 mostrando ch'è ridicola siffatta
cultura d'oppressione contro il sesso
e libertà di scelta. Scienza esatta
0702 è legge che non può recar progresso
a saggia evoluzione di intelletto:
è legge che reprime e non dà accesso.
0703 Se la natura dice che il perfetto
è la maschile e femminile unione,
in tale legge notasi un progetto
0704 di schiavitù legale; ma fusione
maschile e femminile non prevede,
principalmente, il gusto e la passione.
0705 Tale fusione è ciò che si concede
al credito che vanta l'animale;
ma l'animato ch'anche al buio vede
0706 e in sé decide chi per lui più vale,
sua libertà pretenda, suo volere,
sua libertà di scelta con chi, uguale,
0707 al cuore suo si appressa per godere.
Il privilegio d'intelletto è tale
che s'alza altero sopra ogni potere.
0708 Il credersi divini è il grande male
e del divino aver chiave d'accesso;
ogni esclusiva è frutto demenziale
0709 che a umana società nega il progresso
su sana strada di fiducia e pace.
Altro non ti dirò: io nasco adesso".
0710 Ingigantì e volò come rapace
che fa scompiglio in stormo di colombe,
fra l'altre luci finalmente audace.
***** CANTO XX *****
0711 Un'altra luce venne e disse:"Incombe
su te mortale, un mondo che non teme
né liturgie né squillio di trombe;
0712 fertile campo dove frutta il seme
di libera espressione, non clamore
di propaganda. In vostre tv amene,
0713 vedi morir d'attorno, nel dolore,
uomini donne vecchi neonati;
e sola potestà possiedi, in core
0714 aver pietosi stimoli stipati;
ma subito cancelli vergognose
immagini d'inermi e d'affamati,
0715 zippando su canali di fumose
storie d'amore o di sportive glorie;
troppo pesanti essendo scandalose
0716 disparità di popoli e di storie.
Io non ho colpa pensi e ti consoli
ch'altri subir dovranno le memorie
0717 di crimini misfatti e orrendi dòli;
altri ch'hanno potere e van gloriosi
splendendo tra le genti come soli.
0718 Invece dico a te ch'essi boriosi
sono e potenti e profusor di mali,
perché tu taci e tacciono i pietosi,
0719 facili al pianto su fogli di giornali.
Discriminate morti e sofferenze
secondo l'interessi e l'ideali.
0720 Economia e potenza, vostre scienze,
ed armi sempre più sofisticate,
vi fanno star tranquille le coscienze.
0721 Anche ne le parole ch'adoprate,
se nel soggetto avete preferenza,
mostrate colpe sempre più sfrontate.
0722 Quando nel golfo arabico violenza
esplose a contrapporre gli interessi,
mostrarono, i mass-media, la valenza
0723 di ciò ch'è risaputo nei processi:
dialettica, retorica, sofismi,
da criminali estraggono professi.
0724 Infatti, per i vostri, eufemismi
tipo... sistemi di ricognizione,
difesa contro totalitarismi
0725 in prepotente e tragica espansione;
e soprattutto i vostri bombardieri,
nel bombardar, andavano in missione.
0726 Ti dico che c'è poco d'esser fieri
d'andar chiamando con diverso nome,
ciò che risulta uguale nei pensieri
0727 e ne l'effetti, quando si son dome
le fiamme de l'incendi e sepolture
espandonsi a mostrare al mondo come
0728 educherete le genti future.
Da sempre mors tua fu vita mea;
da sempre il forte vive di sventure
0729 portate a chi rifiuta la sua idea.
Chi venne un dì nel mondo a rivelare
che solo in vita tua c'è vita mea,
0730 quanto dolore ancora sopportare!
Quanta tristezza ancora Si concede,
pria che i suoi fidi veda lavorare
0731 in razional concordia e umana fede,
invece che vogliosi dettar legge
a cui ci si uniforma e non si crede.
0732 Ei disse guai! ai signori de la legge;
ipocriti che in nomine di Dio
banchettano coi lupi sul Suo gregge".
0733 "Senza la legge" m'interposi io,
"come potranno l'omini vedere
dove finisce il bene e il male ha avvio?".
0734 "La legge è vera quando nel sapere
sancita è accettazione universale
e lascia a l'individuo, in sé, il potere.
0735 Codesta legge suggerisce il male
dove s'annida e dove il bene vige;
è lei che l'omo trae da l'animale
0736 e su la dura via, lo crocifige,
de l'onestà di intento e di parola
e ancor di più, d'azione; e non sconfige
0737 con l'armi, come insegna nova scòla:
chi non peccò, per primo scagli pietra.
Questa è la legge, tutto il resto è fola".
0738 "Questa è la legge da cantar su cetra
quando in convivio, soddisfatto il dente,
sopiscesi ogni voglia astiosa e tetra.
0739 Non voglio te mostrarmi irriverente.
Per tante volte udii tale novella
entrare ne l'orecchi d'ogni gente;
0740 ma ne l'orecchia non lo so se quella
mai penetrò; so solo che, a l'uscita,
ciascuno dice a l'altro: è stata bella.
0741 Che voce! Che passione! E' concepita
come una scena e tale è recitata.
La messa è messa, il resto invece è vita;
0742 e come tale, è tutta consumata
in ciò che si comprende: occhio per occhio
dente per dente è vita praticata".
0743 "La vera legge non è pel pidocchio
che non discerne ne la sua coscienza
e le parole ammira nel pastrocchio.
0744 L'uomo la riconosce senza scienza
di lettere di arti di cultura;
conosce maestà di sua violenza
0745 e la parola ascolta, per natura,
di chi lo esorta; ma da esortazione
pretende anche l'esempio e non la pura
0746 polifonia di suoni in dispersione.
Chi parla e poi rifiuta sua parola,
dichiarala parola di finzione".
0747 "La tua parola parmi come mola
che intende levigare mio coltello.
Ancora dimmi, apprenderò tua scola".
0748 Nessuna voce si mostrò al mio appello.
Io non m'arresi e con filial fervore,
intesi di poter costringer quello:
0749 "Questa preghiera io vorrei nel cuore
e respirar d'incenso sua fragranza:
fa che intelletto mi conquisti Amore!
0750 Fa che la volontà mi dia costanza
di sempre praticare buona azione,
di sempre coltivare la speranza
0751 d'avere accesso a lieta dimensione
d'eterna Luce e mistica Sapienza;
e con il Padre stare in comunione.
0752 Fa ch'io rivesta istinto di violenza
contro lusinga di mortal piacere;
e sappia coltivare la prudenza
0753 nel molto meditare e nel tacere".
"Saggio disìo. Nel meditar tacendo
vincesi l'illusione di sapere.
0754 Sapere umano sempre va mentendo;
ché de l'Intero non ha cognizione
e sempre il relativo va vedendo;
0755 e d'ogni cosa muta spiegazione,
secondo quel che altrove va sentendo;
e mai comprender sa l'esortazione
0756 che sofferenza vincesi soffrendo
ne la pietà di purificazione;
e vita, sol cognoscesi morendo.
0757 D'alto mistero faccio a te menzione,
svelato solo a pochi coraggiosi,
dopo violenta e tragica tenzone
0758 col corpo materiale e coi furiosi
istinti de lo spirito animale.
Guarda i bambini come van gioiosi,
0759 nulla sapendo d'empito vitale.
Così, giocoso, l'uomo va vivendo
spirale di discesa nel mortale.
0760 L'anima, d'alte sfere discendendo,
in elementi atomici si pone,
e fisico vestito va vestendo
0761 finché l'umano essere compone.
Nata da Luce, qual mistica rosa,
a risbocciare in Luce si dispone,
0762 seco traendo l'atomo che sposa:
come il pensiero appresso a sé conduce
l'azione che produce e ch'è sua cosa.
0763 Sempre cercando va ciò che riluce,
come falena attorno a lanternino,
ricordo avendo de l'eterna luce
0764 da cui provenne: l'alito Divino.
Di tal visione noti maestate?
Noti la via tracciata nel destino
0765 di gran favor, ch'attende umanitate"?
"Deh di pazienza te rivesti ancora,
ché tue parole mi son novitate!
0766 Io non contemplo d'essere dimora
di tal divina luce che riveli:
io che la luce vedo solo fora".
0767 "Luce tu vedi di riflessi cieli,
luce che non illumina intelletto
ma sempre lo ricopre d'altri veli.
0768 Serra le ciglia e scenditi nel petto.
Se avrai costanza scoprirai che il sole
ch'in te risplende ti dà più diletto".
0769 "Risplende un sole in me? Quali parole
va allegra la tua bocca a pronunziare,
qual voce d'Odisseo narrante fole?".
0770 "Ah quanto forte l'uomo sa cianciare
e come a lingua dà sùbita azione,
senza capir ch'è saggio il meditare
0771 se un nuovo udir prospetta evoluzione
d'un vecchio e non più abile sapere.
Quel che ti dico è antica tradizione
0772 che si tramanda a eletti e puoi vedere
da tuo comportamento incontinente,
perché pel volgo devesi tacere.
0773 Già tua preghiera più non tieni in mente
tu che chiedesti d'adoprar prudenza
nel meditare e nel tacer paziente.
0774 Rammenta ancor che quivi è la violenza
de la beatitudo del Vangelo:
contro illusion d'avere in sé valenza.
0775 Violento contro sé conquista il Cielo
che il sé, d'umano intento è rivestito;
e umano intento mai contempla il Cielo,
0776 inerme sempre innanzi a l'infinito.
De l'attimo fuggente si consola
e di disperazion si fa vestito.
0777 Discepolo ora sei di nova scola
e tutto quel che sai, più non sapere,
com'augel che primo volo vola.
0778 Rossor te veggio su le gote ardère
e sento la tension de la tenzone
ch'in cor combatti per saper tacere.
0779 Il tuo pugnar silente è una canzone
che l'anima m'inebria di letizia;
come calor sprigiona da tizzone,
0780 come il piacer che nasce da amicizia,
per sintonia d'intento e volontate
su strada di virtute e di giustizia.
0781 Il sole ch'io te dissi è veritate:
è l'anima che a carne diede vita
e ne la carne asconde sua beltate.
0782 Or, pria d'ogni altra cosa, la più ardita
che tu abbia intendimento d'operare,
sia di vedere in te tua luce avita".
0783 Io m'appressavo ancora a domandare
almeno il nome, per sua cortesia
d'aver creduto ch'io potessi dare
0784 senso compiuto a la sua poesia;
ma d'improvviso un sì terribil vento
venne, traendo in unica corsia
0785 tutte le luci, in vortice violento.
Solo, nel buio, in seno a la mia sfera,
vidi il terrore vero; e ancora sento
0786 il grido mio, qual rombo di bufera,
vibrante chiamar Dante in mio soccorso.
Qual domatore, repentino, a fiera
0787 si fa daccosto, se selvaggio morso
accenna quando sua natura sferra,
ei mi fu sopra e mi compresse il dorso,
0788 finché non respirai sapor di terra;
e mi placai allorché schiudendo l'occhi,
rividi il paesaggio de la Terra.
0789 "Uomini, siamo, noi, Dante, balocchi
di misteriosi mondi prepotenti?
Siamo noi, fiumi che non hanno sbocchi,
0790 d'acqua stantia in meandri purulenti,
immoti e mesti in sospirante attesa
d'un capriccioso vorticar di venti?
0791 Contro la tua magia non ho difesa;
sia nel terrore che ne la gaiezza,
tu mi violenti e mi conduci offesa".
0792 Su mie parole non dipinsi asprezza
ch'avevo, in cuore, solo delusione
p'essermi dato a un cenno di carezza;
0793 contro di me vibravo repulsione,
per mia natura credulona e altera:
unto profeta a mistica missione.
0794 Volgevasi il meriggio ormai a la sera
come se mia mestizia accompagnasse,
in comunione andando verso nera
0795 notte di pianto; e insieme sussurrasse
parole di fiducia ne l'attesa
d'un'alba che chiarezza alfin portasse.
***** CANTO XXI *****
0796 "La tua amarezza non mi dà sorpresa
e mi rivela tua disobbedienza:
io t'esortai a l'ascolto e a la difesa
0797 da lor concetti. Non per darti scienza
apersi de l'ignoto la fessura;
ma per mostrar che vive dissolvenza
0798 di fisico vestito. La natura
nasce ineffabil; poi nel suo viaggiare
si fa materia e ancor, sostanza pura,
0799 ritorna a nuovi corpi procreare.
Ella è sempre se stessa; suo mistero
attende a l'intelletto il decifrare.
0800 Non di magia tu puoi accusarmi invero,
ché di magia non vive alcuna voce;
tu penetrasti il muro del mistero
0801 per prodigioso evento: non su luna
andasti per vagar di fantasia
o ebnefsi per erba di Laguna.
0802 Quale, di tanto evento sia la via,
dirti non so e non posso ché mortale
fu, nel suo maturar, l'opera mia;
0803 nunzio soltanto sono e come tale,
solo sapendo tua destinazione,
provvedo a darti guardia d'ogni male
0804 per la tua mente; segui esortazione
ch'io ti rivolgo e non volgere altrove
la facoltà che hai de l'attenzione.
0805 Io già te dissi qual potenza move
la mia venuta ad intimarti il viaggio
su oscure strade sconvolgenti e nove.
0806 In tale andar non chiedesi coraggio,
né muscolar bicipite proteso:
il solo imperativo dato è il viaggio.
0807 Polvere di gasbiorto il fiore atteso
credere vuolsi, nonostante il riso:
mutare in prence il rozzo vilipeso.
0808 Astro cadente non promette avviso
né suicida mai giace sereno,
per sua libera scelta a tutti inviso
0809 ché de la libertà sparge il veleno,
ridendo d'ogni legge; e mostra Dio
essere di se stesso. Lascia il seno
0810 di dolce madre schiava; abbraccia il mio,
ch'io non ti venderò a chi non ti ama.
O mori adesso o vieni: io m'avvio".
0811 Come l'innamorato ch'amor chiama
e rende immune al meditar periglio,
di sue parole il cor mostrai a la lama,
0812 voce negando a l'intimo consiglio
che mi volea fermar; femmi lui appresso
come l'odiato padre segue il figlio.
***** CANTO XXII *****
0813 Giungemmo d'una camera a l'ingresso;
come non so ché, tutt'attorno, un prato
spandeva il verde fin dove permesso
0814 era a la vista di spaziare dato.
Ei mi fé cenno di passar la porta.
Vidi s'un letto un corpo denudato.
0815 Poi si sdoppiò. Una giovane rivolta
verso di me mostravami il suo corpo,
come di mia presenza non accorta;
0816 mentre disteso immobile altro corpo,
col pene gonfio in armoniosa attesa,
giaceva quasi pregustasse l'orpo
0817 di nuova unione in fibre sottintesa.
Nessun fermento percorreva l'aria;
né altra vita frapponendo offesa
0818 di sua presenza prepotente e varia,
sacrilego mi fui come colpissi
Idèo krikrì in gole di Samaria.
0819 Poi ci fu folla attorno a loro e vissi
vision di storia, nei racconti appresa,
di peccatori a legni in croce affissi.
0820 Uno mostrolli con la destra tesa;
le dita chiuse attorno a l'indicante
indice: spada a vendicare offesa.
0821 E levò voce irosa ed accusante:
"Ella è colei che fedeltà promise
a me suo sposo". Come vorticante
0822 stormo di cavallette al mondo invise,
la folla calpestò gli inermi amanti,
unendo in spirto chi i corpi divise.
0823 Poi si sparì, com'è il destin dei tanti
che vivon di riflesso e menan vanto
di stabilire i peccatori e i santi.
0824 Dall'odola nel ciel levossi un canto
che il cor pregneva di soavitate,
e l'animo di gelo sciolse in pianto
0825 l'afflato caloroso di pietate,
e subito volò consolazione
ad ammantar, con l'ale dispiegate,
0826 quel ch'altri dir potea disperazione.
Altro che mai conobbe veritate
né da natura ebbe comprensione
0827 che tutte cose in essa ha vincolate.
Dolor per loro gioventù lì morta,
mosse sue labbra a dir con gran pietate:
0828 "l'amor che l'omo ama, sempre porta
a l'infelicità perché l'amore
subire delusione non sopporta.
0829 La delusione è inevitabil fiore
che sboccia da l'umana imperfezione,
come da rove nascono le more;
0830 ma come mora, è dolce delusione
se il caldo rajo del ben meditare
conduce a piena sua maturazione.
0831 Il meditar conviene a chi d'amare,
il desiderio spinge a far la scelta:
s'amar nel possedere o nel donare.
0832 Amar nel possedere è umana scelta
che segue di passione la natura;
e quanto sia fallace umana scelta,
0833 dimostra la materia peritura,
soggetta a imperitura mutazione.
In scelta di passion, vita futura
0834 è un dispiegare d'ali a l'illusione:
speranza umana che al goder rifiuta
ogni timor d'avere delusione
0835 e col possesso, al non pensare aiuta.
Ecco, il godere a guisa d'animale
compete a l'omo che ragion rifiuta.
0836 Il fisico godere è naturale:
come il cratere gode l'eruttare
lapilli e lava; come il fortunale,
0837 lievito di furore, gonfia il mare
e l'onde immani d'agghiacciante voce
esplode a il litorale flaggellare;
0838 come il tifone sadico e veloce
con invisibil ale tutto afferra
e quel che tocca sa mutare in croce.
0839 Gode natura, in acqua aere e terra,
la distruzione per ricostruire
un volto nuovo a tutto ciò che afferra
0840 ché, non avendo mente per capire,
solo concetto ha di mutazione:
rinnovasi la vita nel morire.
0841 A questo agire, umana condizione
conduce l'omo inuso al meditare
d'avere in sé divina affermazione;
0842 e da natura lasciasi guidare,
vedendo la saggezza dove regna
totale assenza del considerare.
0843 Amar per possedere, questo insegna:
che non possesso s'ha ma posseduto
s'è da natura a cui ci si consegna;
0844 e da natura in cambio, s'è veduto,
s'ha compimento come d'animale
che governar non sa quel che ha goduto.
0845 Godere umano, in ogni cosa, è tale
che mai può soddisfarsi desiderio
soggetto al naturale rituale
0846 di mutazione e suo immortale imperio.
Inestinguibil sete di consumo
dà potestà perenne al desiderio:
0847 foco ch'ogni legname volge in fumo.
Rende calore, è vero, rende luce;
e d'ogni legno godesi il profumo
0848 e scoppiettio di brage che produce
benefico piacer di compagnia:
il piacer che buona compagnia conduce.
0849 Ma col finir di legna in sintonia,
la luce col calor vanno a mancare
soffrendo ne la cenere agonia.
0850 L'esempi che natura sa noi dare,
conducon tutti a la definizione
che tutto prima o poi viene a mancare;
0851 perciò, ne la natura proiezione
per di felicità conseguimento,
è giusta strada a certa delusione.
0852 Tu non voler veder nel mio commento,
dispregio per natura e creazione
ché nel dispregio non v'è apprendimento.
0853 Diversa è, di natura, condizione
rispetto a l'omo, artefice cosciente
d'avere decisione in ogni azione.
0854 Natura, in suo processo non ha mente;
e svolge l'opra sua nel rituale
imposto da la legge ricorrente
0855 di fisica e di chimica e, di tale
vita, non reca seco l'emozione
e non ha sensazion di bene e male.
0856 E' un orologio senza riflessione
che sona l'ora sia pel condannato
sia per l'assolto senza distinzione.
0857 Ma l'omo che da scelta è comandato
a dimostrar di sé collocazione,
custode e fruitore del creato,
0858 di sua stoltezza mostra evoluzione
quand'ei dichiara aver preso possesso
di ciò ch'è breve tempo d'illusione;
0859 volendo in ciò nascondere il processo
di natural fusione d'elementi:
la nascita il consumo e infinl decesso.
0860 Non v'è nullo mistero nei commenti
che vadoti man mano a presentare;
né pongo alcuni nuovi insegnamenti
0861 fuorchè necessità di ponderare
là dove vita vive: fuori o dentro?
Se vita è fuori, è stolto l'esplorare
0862 il concetto che propone l'omo centro
di tutta creazione; è invece saggio
se credesi che vita vive dentro.
0863 La luce ed il calor ch'irradia il raggio,
dal sole vien, da dentro, dal suo core;
come dal core nasce ogni coraggio
0864 ed ogni ciò che nominiamo ardore.
L'esempio che ti pongo è picciol segno
p'un sano meditar scordando l'ore.
0865 Convengo di non dar te un chiar disegno,
per gran difficoltà di ciò parlare;
ma tu comprendi l'ansia e il greve impegno
0866 poiché il capir conviene al meditare.
Ancor che le tue labbra restan mute,
m'invitano a ulterior considerare.
0867 Nessuna v'è speranza di salute
né santitate, in larga compagnia,
come non v'è speranza di virtute;
0868 ch'ogni poter fa saggia la sua via
e tutto trova giusto d'operare
se in maggioranza ha sudditi. Non sia
0869 di scandalo l'inciso che nel fare
come l'umano intendimento afferma,
è il naturale inganno che compare.
0870 L'uomo che Dio non vede, si conferma
di temporalità gatto affamato;
e come gatto che la fame inferma,
0871 altro non vede: il cibo apparecchiato
è l'unico ideale di sua fede.
Chi solo al manducare s'è donato,
0872 al sempre più afferrare si concede
e per aver di più è pronto a morire.
Non è da stolti ciò? Ciascun lo vede.
0873 Occorre allor rifletter che il capire,
se sol del temporale si conforta,
è malo consigliere da bandire".
0874 Lenir, sua voce non poté mia assorta
contemplazione de l'uccisi amanti
e dissi:"Lieto son che non importa
0875 ch'io ti comprenda. Con costor davanti,
mai mi potrei spiegar, dal tuo commento,
in quale amore furono costanti.
0876 Noto soltanto che non v'è sgomento
su loro volti e mano ne la mano,
sembran volger sorriso al firmamento.
0877 Io domandar vorrei quanto, lontano
fosse da lor, sospetto d'esser rei,
degni di odio e di furore insano".
0878 "Al tuo desìo, contrario andar dovrei,
ch'esso non pote aver risposta alcuna:
eran forse demoni o forse dei.
0879 Fu maleficio in sorte o fu fortuna,
loro commiato in sintonìa d'amore?
Ebbero scelta o non n'ebbero alcuna?
0880 Risposta non avrai; solo il candore
di ciò ch'avvenne ti sarà costante;
e ciò riporta, onesto redattore".
0881 E s'avviò movendosi a levante
verso una torre da finestre ornata
per sette piani, simile a gigante,
0882 vigile guardia su strada privata.
"Salir bisogna" disse austero Dante
e mi sospinse a violar l'entrata.

***** CANTO XXIII *****


0883 Volsemi addosso un essere ululante,
da l'atrio buio, simile a leone
con volto umano, laido e agghiacciante,
0884 di bava intriso:"Taci, falso eone",
comandò Dante "e mostra tua sembianza
di quando fosti mangione e beone".
0885 Vidi mutar sua forma a somiglianza
di nuvola vagante in cielo terso,
senza mostrar premura né doglianza,
0886 sempre a sé uguale benché poi diverso.
Mi si mostrò aitante e ben pasciuto,
l'occhi porcini guatanti traverso,
0887 il viso tondo, il labbro panciuto,
piccolo il naso: il tutto strafottente,
dietro lenti d'occhiale. Sconosciuto.
0888 "Quand'ei verrà tu non sarai presente,
anche s'ora ti sembra già venuto.
Sarà egoista, falso, prepotente.
0889 Governerà fintanto avrà venduto
un bel paese ad uomini rapaci:
fra tutti i prostituti è il prostituto.
0890 Ammiratori e amici avrà voraci
nel tesser lodi in etere e giornali,
finché il tritolo strazierà Capaci
0891 e lo sgomento scaglierà i suoi strali
a risvegliare un popolo dormiente
e una giustizia, in mani sì ferali,
0892 d'averla resa pavida e impotente.
Storia penosa com'è tradizione:
potere troppo a lungo fa il demente.
0893 Adesso di guardiano ha condizione.
La torre dei peccati capitali
ben gli s'addice: è la sua proiezione".
0894 "Perché egli tace? Troppe sono e tali
codeste accuse, per un uomo solo".
"Di verità non parla e di suoi uguali,
0895 combutta non ha più per mescer dolo.
Sono tutti divisi ai vari piani
di questa torre: ei soltanto è solo.
0896 Se nel salir vedrai protender mani
e voci udrai gentili e suadenti,
diffida! Sono come tulipani:
0897 solo colore e di profumo assenti,
sin da la fanciullezza predisposti
a sibilar veleno in lingua e denti.
0898 Solo a proprio benessere disposti
e di sue genti, a governar preposti,
di sola carne si mostrar composti".

***** CANTO XXIV *****


0899 Avendo suoi consigli ben riposti,
stavo movendo il piede per salire
quando sentii gridare:"Sciocco fosti
0900 se dopo aver saputo, vuoi su ire.
Sai già chi troverai; perché pretendi,
di mala compagnia il fardel subire?
0901 Tua intelligenza in cotal modo offendi.
Non comprensione avrai da qualche nome:
studiando forme verità difendi.
0902 Due son le forme, due soltanto come
due son le vie recate a la ragione:
due sono i mondi, due l'eterne Rome.
0903 Una è del Dio e di onesta religione
che non contempla il mondo in suo potere;
l'altra è del mondo e di sua professione
0904 di perversione d’essere e d'avere.
L'una è saggezza l'altra è confusione;
segui i consigli e potrai ben vedere:
0905 Beati son color che decisione
di povertà e mitezza professare,
subiscono dal mondo derisione.
0906 Beati i puri che non osan dare
giudizi su altrui vita. Son Beati
color che pace vogliono operare.
0907 Beati sono i piccoli. Beati
coloro che hanno sete di giustizia
e dai Poteri son perseguitati.
0908 Questa è la forma che può dar letizia
e niuna legge potrà la fissare:
solo in libera scelta è sua milizia,
0909 fuor da congreghe e patti da firmare.
Oscura forma che non reca onori
né di profano mondo né di altare;
0910 ma reca libertà da confessori
e d'ogni altro tiranno; in essa appare
la vacuità del dir dei professori.
0911 Ti benedico Padre che mostrare
volesti a l'ignoranti la tua via
e il vero e saggio modo di pregare
0912 in solitudo, dove l'armonia
de l'onestà del cuore e del pensiero
comprende verità del così sia.
0913 Vangelico consiglio è condottiero
di pochi oscuri anonimi soldati,
marcianti su aspro e ripido sentiero,
0914 a meta di valore destinati;
mentre le torme cieche su ampie strade,
in mostri velenosi accomodate,
0915 percorrono chilometri e contrade,
sempre le stesse e sempre più inquinate:
voraci assatanate bestie brade".
0916 Sua voce prorompeva appassionate
parole che su bocche crocioliate
avvertonsi dubbiose d'esser nate,
0917 d'ogni sapore e luce risvuotate.
"Chi te tu sei che mostri in voce, il suono
di prototestimon di veritate?
0918 Nel te sentir, come squassante tuono
vibrar per l'aere, mi ferì l'udito,
sì che in timor tremante ancora sono.
0919 Sei forse prete o un principe del rito,
rossovestito, nobile retaggio
di potestà e inanellato dito"?.
0920 "Lascia costoro, indegni, a lor servaggio;
del re di questo mondo sacerdoti,
il loro Re tradottoGli in ostaggio.
0921 A curie e cattedrali rendon voti;
di ori e testamenti questuanti,
a governanti e banche son devoti.
0922 Anche di lor parlai dicendo, avanti,
de le due forme e successivamente
di cieche torme su ampie strade erranti.
0923 Altro non voglio dir. Chi ascolta sente
solo ciò che sentire gli è concesso
da ciò che ama. Parla inutilmente
0924 chi sue parole lima per successo
avere in società e goder consenso
da umane menti prossime al decesso.
0925 Parlo di ciò che ne la veglia penso:
lascia che il morto seppellisca il morto.
Di tal consiglio sai afferrare il senso"?
0926 Io non sapea. "Ancor Guido, ti porto
sempre caro nel cor" proruppe Dante,
andando incontro a un ramoscel contorto.
0927 Poi vi soffiò con alito costante,
in suso e in giuso finché fu diritto
come trave di larice portante.
0928 "Ancor mi fere mio feral delitto,
di timore a levar vera parola".
"Io non rammento più quanto fui afflitto,
0929 ora ch'averti udito mi consola".
"La nova del tuo viaggio a tutti è nota,
perciò t'attesi; or mia parola vola
0930 vera nel mondo senza più la mota
d'allegoria. Si, nel tuo perdono
vedo la nova vita mia remota".
0931 Il ramoscello s'infiammò qual dono
per il divino che produce foco,
onde accertar di reità il condono.
0932 Poiché compreso non avea lor joco,
chiesi al mio Dante se, da sua pazienza,
potessi avere lumi stando in loco.
0933 Ma egli incamminossi muto senza
oculo volger verso mia preghiera
come non avvertisse mia presenza;
0934 come volgendo il giorno ormai a la sera,
tutti al riposo fossero chiamati
avendo lo stoppino fuso cera.
0935 Ma io non lo seguii. Sentii umiliati
miei sentimenti da sua noncuranza
di mano che si nega a l'esiliati:
0936 "Forse t'offesi"? gli gridai a distanza
"forse ch'io volli in qualche modo avere
diritti su privata tua pietanza?
0937 Forse mia volontà volle vedere
codesto oscuro mondo di lucine,
vocianti altere e certe sul sapere"?
0938 Era lontano. Spalle sue caine
facevami tremare di furore.
Corsi lui appresso e l'arrivai a Cascine.

***** CANTO XXV *****


0939 "Dono divino è il sesso; non amore,
per sé lasciar godere, si pretende
ne la sua casa; vuol per sé il pudore
0940 e libero abbandono in chi contende,
con baci con sospiri con carezze,
con dolci suoni che l'orecchio intende,
0941 per tramutare in ampie tenerezze
e soddisfatte voglie; è suo il potere
di rivelar la via de le bellezze.
0942 Dice la Musa che mi mostra intere,
di poesia le convergenti strade,
nel mare de l'inganno e del sapere,
0943 dice di non temer l'Averno e l'Ade,
l'ombre furtive e le canine furie,
zolfo bollente che dall'alto cade,
0944 demon coduti e lor pressanti injurie,
lai di dannati immersi nei tormenti,
lanci di uova peperoni e angurie.
0945 Ella mi dice che di storia eventi
inseguonsi in scadenze ritmate
poiché nei lor pensieri, i discendenti
0946 conservano le antiche tesi date
da menti umane; e si tramanda il giogo
d'essere invece leggi rivelate.
0947 Dicemi ella, ch'io non tema il rogo
né d'altri strazi la brutal promessa,
libero poetando. Ed io m'affogo
0948 in suo grazioso abbraccio, sua sommessa
vibrante compagnia, sua bocca audace
davanti a cui gli amanti, fanno ressa,
0949 del libero pensiero che non tace.
Dicemi ancora che il divino è Uno;
uno com'ogni cosa: guerra pace
0950 amore odio ciascuno nessuno.
Sono gli umani che pretendon dare
antagonisti a Dio perché qualcuno
0951 porti la colpa d'ogni malaffare
da lor creato; e sozzi d'impostura,
il profanato ardiscono adorare."
0952 "Chi è costui ch'eretica natura
di suo parlar mi turba e mi consola,
mostrando insieme, lingua dolce e dura?".
0953 "La sua insolente poesia va sola,
peregrinando per foreste e monti;
nessun umano apprenderà sua scola.
0954 Ei vuol negar ch'il sole in ciel tramonti
e salga luna a illuminar la notte:
tra sole e luna vuol negar confronti".
0955 "Da quest'esempio ch'in tua voce sfotte,
de la mia Musa il rationato canto,
nasce sua verità e tua boria inghiotte.
0956 Dimmi: la luce che la luna intanto
va diffondendo, sì che notte è aperta
sotto lo sguardo, da chi trae suo impianto?
0957 Uno soltanto è il sole e luce è certa
d'esser dal sole nata; è tua ignoranza
che falla partorir da madre incerta
0958 e stabilire scienza tua speranza.
L'errore tuo, così resta certezza
e in discendenza come mare avanza,
0959 sommerge il vero e insozza sua purezza.
Domanda al pesce se lasciando il mare,
ne l'aria tersa vede con chiarezza".
0960 "Mi sembra, Dante, che costui va dare
chiara dimostrazione del suo dire;
il nome suo gli voglio domandare
0961 e dove ebbe i natali; e quali mire
proponesi in sua scola sì contraria.
Seguirlo un pò potremmo, nel suo ire"?
0962 "No non si può. Costui, mangione e paria,
veleno sparge di caos sociale;
i testi sacri, in urna funeraria
0963 racchiuder vole; e solo d'animale
pretende vita vivere e insegnare.
Cistaro ha nome ed altro in lui non vale".
0964 Grande stupor per sue parole amare;
eppure l'altro, il tono non commenta
anzi danzando allegro va a cantare:
0965 "Ah di che dolce il cuore s'alimenta
quando dal cuore nasce la parola
per ridonarsi al cuor dove fermenta,
0966 sbocciando come fiore in aiola.
Da chi provenne, lei non se ne cura;
carpisce voce e libera s'invola
0967 sempre presente e sempre futura;
com'acqua che nel ciclo di sua vita,
evaporando impura sorge pura".
0968 "Andiamo" mosse Dante le sue dita,
nervosamente. Dissi io:"Un momento";
ma mia richiesta non gli fu gradita:
0969 "Tu, non progetto hai né intendimento
e, tutto quel che sei, viene dal nulla.
Rifletti e vedi s'hai nuovo commento
0970 per cui, invece di far, te ti trastulla.
Ancor, ch'io son vision te ne rammento;
non voce di demonio che ti culla:
0971 nel cor n'avresti pace se ti mento".
"Infatti non ne ho di pace e via
fuggir vorrei per più di leghe cento;
0972 ovunque, purché dove tu non sia
che, da la tua parola, son tenuto
contro il mio gusto e la natura mia".
0973 "E' naturale in te tale rifiuto;
troppo ascoltasti e riempitti affanno;
ma vivi e ancor vivrai con il mio aiuto.
0974 Or non temer d'aver da l'occhi inganno.
Quel che ti vò mostrar mai alcuno vide
né alcun veder potrebbe senza danno.
0975 Visioni avrai di Dei, solenni e infide;
e d'omini congiunti ad animali;
e d'un lucente spirito che ride
0976 d'ogni opra bona e partorisce mali
pensieri e nefandezze e affanni
mostrando iniquità, beni sociali.
0977 Tu non temer, ch'io veglierò che danni
non abbia tu a portar ne l'intelletto,
or che contemplerà miliardi d'anni.
0978 Voglio ora che dimentichi ogni affetto
ed ogni apprendimento: ogni ideale.
Guardar tu devi senza aver rispetto
0979 per chi ti aggrada né pensare il male
per ciò che in core ti darà furore.
Senza concetto, il male al bene è tale:
0980 è azione vita ritmar del core
finché l'effetti danno a ognuno il nome:
la gioia noma il ben, il mal'l dolore.
0981 Io voglio che tu guardi tutto come
tu fossi un foglio docile a l'inchiostro;
un mulo che non chiede quali some
0982 sul basto portar dée. Quel che ti mostro,
senz'alcun danno potrai contenere
se d'emozione non ti fere il rostro.
0983 Allora capirai ch'ogni potere
ha potestà nel tempo a cui compete;
e lentamente evolvesi il sapere:
0984 così come natura si ripete
in naturale lenta evoluzione.
Pazienta pescator se getti rete".
0985 Sfocò man mano insieme a sua dizione
lungo il viale in una nebbia dura
come treno da piccola stazione.

***** EPILOGO *****


0986 Il giorno intero mi rubò, lettura
del libro primo; e mi lasciò visioni
come d'affreschi vivi di pittura,

0987 poco compresi; di colori e toni


ora sfuocati, ora violenti,
ora stonati, ora armoniosi. Buoni

0988 e cattivi vagavan sentimenti,


cercando di impostare il mio pensiero
su voglie di impressioni e di commenti;

0989 e già stringevo in mano un biro nero,


pronto a macchiare un foglio immacolato,
quando sentii di non dover: davvero.

0990 Altri due libri ancora, mi era dato


dover aprire e leggere; non ero,
a commentar quel mondo, destinato.

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