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Paolo Casalegno

Brevissima introduzione
alla @osofia del linguaggio

Carocci editore
Indice

Introduzione
Verità
Forma esenso
TI secondo
Linguaggio
Frege:
Mondi
Lo verificazione
TIverificazionismo
ediemetafisica
possibili
scetticismo
Prefazione
TI Wittgenstein
grammaticale
Tractatus neopositivistico
e forma
denotazione
semantico
Wittgenstein logica dellin- 69
edila Quine
filosofia II
81
31
49
13
91
43
59
25
9
guaggio ordinario
I

7
Conclusione IOI

Riferimenti bibliografici I05

Bibliografia ragionata I09

Indice dei nomi

8
I
Introduzione ,',

Secondo una concezione piuttosto diffusa, ciò che con-


ferisce unità alla filosofia analitica, al di là della sua arti-
colazione storica multiforme, è l'idea che la filosofia sia
essenzialmente analisi del linguaggio. Qualcuno potreb-
be avere l'impressione, perciò, che scrivere una storia
della filosofia analitica del linguaggio equivalga a scrive-
re una storia della filosofia analitica tout court. Non è
così. Anzitutto, ci sono filosofi che solo a viva forza po-
trebbero essere estromessi dalla tradizione analitica e
che non hanno mai sostenuto che la filosofia fosse ridu-
cibile senza residui ad analisi del linguaggio. Inoltre, an-
che se ci si limita a coloro che lo hanno davvero soste-
nuto, si constata che non tutto, nella loro filosofia, è fi-
losofia del linguaggio in senso stretto. In genere, la loro
filosofia include tre diverse componenti, che possono
magari essere intimamente correlate, ma che in linea di
principio sono comunque sempre distinguibili: in pri-
mo luogo, tesi di carattere generale circa la natura e il

i, Ringrazio Elisa Paganini per la sua attenta e intelligente


lettura di una precedente versione di questo testo.

II
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

funzionamento del linguaggio; poi, considerazioni me-


tafilosofiche a sostegno, appunto, dell' essenziale lingui.-
sticità della filosofia; infine, analisi di espressioni o co-
strutti linguistici particolari condotte con l'intento di ri-
solvere - o dissolvere - problemi specifici ereditati dalla
filosofia tradizionale. Sembra opportuno riservare l'eti-
chetta di "filosofia del linguaggio" alla prima soltanto
di queste tre componenti I. Nel presente testo, ci occu-
peremo di filosofia del linguaggio in questo senso: il
fuoco dell' attenzione sarà centrato sulle itn.rnagini com-
plessive del linguaggio che i filosofi analitici ci hanno
proposto, sui loro tentativi di elaborare un apparato
teorico adatto a rendere conto dei fatti linguistici nella
loro globalità, piuttosto che sulle questioni metafilosofi-
che o sulle applicazioni a problemi particolari.
La storia che racconteremo sarà, volutamente,
molto selettiva. Dato il poco spazio concessoci, se
avessimo mirato a una maggiore completezza, avrem-
mo rischiato di trasformare la nostra trattazione in
un elenco di autori, titoli e formule riassuntive così
sintetiche da non essere, in pratica, di alcuna utilità.
Questo rischio abbiamo preferito non correrlo. Ci
auguriamo che le nostre scelte appaiano sensate e
sufficientemente rappresentative.

1. Cfr. la triplice distinzione tra filosofia analitica, filosofia


linguistica e filosofia (analitica) del linguaggio delineata in D.
Marconi, Introduzione a R. Rorty, La svolta linguistica, Garzanti,
Milano 1994, pp. 8 ss., e in Id., La filosofia del linguaggio, VTET,
Torino 1999, pp. 7 ss.

12
2

Frege: senso e denotazione

Gottlob Frege (I848-I925) fu un logico interessato


soprattutto alla questione dei fondamenti della mate-
matica, il quale però anticipò anche, con straordina-
ria lucidità, temi e problemi che sarebbero stati poi
centrali negli sviluppi successivi della filosofia dellin-
guaggio. Da principio ignorata, la sua opera comin-
ciò a essere conosciuta e apprezzata grazie all'alta
considerazione in cui mostrarono di tenerla Russell e
Wittgenstein. In seguito, il riconoscimento della sua
importanza non è mai venuto meno; anzi, è andato
via via consolidandosi con il passare del tempo.
Tra gli scritti di Frege, quello ancora oggi più
spesso citato dai filosofi del linguaggio è il celebre ar-
ticolo Uber Sinn und Bedeutung I. Le due parole
chiave di questo titolo - Sinn, cioè "senso", e Bedeu-
tung, che qui tradurremo con "denotazione" 2 - sono

L G. Frege, Ùber Sinn und Bedeutung, in "Zeitschri& fiir


Phi1osophie und philosophische Kritik", 100, 1892, pp. 25-50.
2. Spesso, traducendo Frege, si rende Bedeutung con "si-
gnificato" (le ottime ragioni a sostegno di tale scelta sono illu-
strate da Eva Picardi in G. Frege, Senso, funzione, concetto, a
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

usate da Frege come termini tecnici e stanno per due


nozioni teoriche che in qualche misura catturano due
diversi aspetti della nozione preteorica di significato.
Per spiegare di che cosa si tratta, è utile fare un
esempio. Si consideri il termine seguente:

(I) l'autore di Capitani coraggiosi.

Un termine siffatto è ciò che oggi si suole chiamare


una "descrizione definita". E infatti il termine identi-
:fica un individuo descrivendolo in un certo modo.
L'individuo identificato dalla descrizione - quello,
per così dire, cui la descrizione si attaglia - è Ru-
dyard Kipling. La denotazione di (I) è, per Frege,
appunto Rudyard Kipling. TI senso di (I), invece, è il
modo particolare in cui (I) descrive Rudyard Ki-
pling, il modo in cui ce lo presenta. Si confronti (I)
con

(2) il vincitore del premio Nobel per la letteratu-


ra nel 1907.

Anche (2) è una descrizione di Rudyard Kipling: per-


ciò (I) e (2) hanno la medesima denotazione. Tutta-

cura di C. Penco, E. Picardi, Boringhieri, Torino 2001, pp.


XXIX ss.). Qui, tuttavia, preferiamo tradurre con "denotazione"
per sottolineare che, in Frege, Bedeutung è un termine tecnico,
e per preservar ci la possibilità di usare "significato" in accezioni
più libere e informali.
2. FREGE: SENSO E DENOTAZIONE

via, il modo in cui (2) ci presenta Rudyard Kipling è


ovviamente diverso dal modo in cui ce lo presenta
(r): mentre (r) ce lo presenta come colui che scrisse
Capitani coraggiosi, (2) ce lo presenta come colui che
vinse il premio Nobel per la letteratura nel r907. Per
Frege questo vuole dire che (r) e (2), pur avendo la
medesima denotazione, harmo sensi differenti.
Supponiamo di avere a che fare con un enunciato
contenente una descrizione definita. TIvalore di veri-
tà dell'enunciato - cioè il suo essere vero oppure fal-
so - dipende dalla denotazione della descrizione, non
dal suo senso. TIsenso concorrerà invece a determi-
nare ciò che Frege chiama il "pensiero" espresso dal-
l'enunciato. Consideriamo gli enunciati

(3) L'autore di Capitani coraggiosi era astemio

(4) TIvincitore del premio Nobel per la letteratu-


ra nel r907 era astemio.

Possiamo essere sicuri che (3) e (4) hanno lo stesso


valore di verità anche se questo valore di verità ci è
sconosciuto. TI motivo è semplice: ciascuno dei due
enunciati è vero se l'individuo denotato dalla descri-
zione definita che funge da soggetto grammaticale
era astemio, ed è falso se invece l'individuo in que-
stione non era astemio; ma noi sappiamo che la de-
scrizione definita in (3) e quella in (4) denotano lo

15
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

stesso individuo, Rudyard Kipling; possiamo conclu-


deme, quindi, che (3) e (4) sono entrambi veri se
Rudyard Kipling era astemio, entrambi falsi se Ru-
dyard Kipling non era astemio; il valore di verità de-
gli enunciati sarà lo stesso in ogni caso. TIfatto che
le due descrizioni definite abbiano sensi diversi è qui
del tutto ininfluente: ai fini della determinazione del
valore di verità di (3) e (4) conta soltanto la loro de-
notazione. La differenza di sensi è però rilevantissima
da un altro punto di vista. È ovvio che (3) e (4), pur
avendo lo stesso valore di verità, dicono cose diverse,
hanno un diverso contenuto informativo. Qualcuno
che non sapesse, come noi sappiamo, che l'autore di
Capitani coraggiosi e il vincitore del premio Nobel
per la letteratura nel 1907 sono la stessa persona, po-
trebbe benissimo conoscere il valore di verità di (3) e
ignorare quello di (4) (o viceversa): per costui, ap-
prendere il valore di verità anche dell' altro enunciato
vorrebbe dire acquisire un'informazione sostanzial-
mente nuova. TI contenuto informativo di (3) e di
(4), dunque, è diverso. In termini freghiani, (3) e (4)
esprimono diversi pensieri: e questa diversità dipende
proprio dal fatto che sono diversi i sensi delle descri-
zioni definite che compaiono nei due enunciati.
Le nozioni di senso e denotazione, che abbiamo
illustrato in riferimento alle descrizioni definite, si
applicano, per Frege, anche ad ogni altra sorta di
espressioni linguistiche. L'idea guida è sempre la me-
desima: la denotazione di un' espressione è qualcosa
di direttamente rilevante per la determinazione del

r6
2. FREGE: SENSO E DENOTAZIONE

valore di verità degli enunciati in cui 1'espressione fi-


gura; il senso di un' espressione, invece, è un partico-
lare modo di "presentarne" la denotazione che con-
corre a determinare i pensieri che gli enunciati in cui
l'espressione figura esprimono. Prendiamo il caso dei
nomi propri 3. La denotazione di un nome proprio è
l'entità di cui il nome è nome: ad esempio, la denota-
zione del nome "Rudyard Kipling" è Rudyard Ki-
pling e la denotazione del nome "Londra" è la città
di Londra. Ma, per Frege, un nome deve anche ave-
re un senso: così, al nome "Rudyard Kipling" deve
essere associato un particolare modo di identificare
concettualmente Rudyard Kipling, e al nome "Lon-
dra" deve essere associato un particolare modo di
identificare concettualmente Londra. Essere più pre-
cisi è difficile: Frege ammette che uno stesso nome
può avere sensi diversi per parlanti diversi e addirit-
tura per uno stesso parlante in momenti diversi. Tut-
tavia, bisogna che un nome abbia un senso: se non ce
l'avesse, non potrebbe avere neppure una denotazio-
ne, perché - sostiene Frege - ciò che un nome deno-
ta è appunto l'entità che il senso ad esso associato
identifica; inoltre, se un nome non avesse un senso,
gli enunciati in cui esso figura non potrebbero espri-
mere un pensiero compiuto. Anche ai predicati si ap-

3. È opportuno ricordare che Frege usa il termine "nomi


propri" per parlare indifferentemente sia di ciò che noi di solito
chiamiamo così, sia delle descrizioni definite.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

plicano le nozioni di senso e di denotazione. Si con-


siderino i predicati "essere fiorentino" e "essere nato
nella città in cui nacque Dante". Questi due predica-
ti, essendo veri degli stessi individui e contribuendo
perciò allo stesso modo alla determinazione del valo-
re di verità degli enunciati di cui sono parte, hanno
la stessa denotazione (Frege direbbe che denotano lo
stesso "concetto"; ma la sua nozione di concetto è
piuttosto idiosincratica, e non possiamo qui appro-
fondirla). D'altra parte, i due predicati in questione
contribuiscono diversamente alla determinazione dei
pensieri che gli enunciati esprimono (il pensiero
espresso da "Dante era fiorentino" non è quello
espresso da "Dante nacque nella città in cui nacque
Dante") e quindi bisogna dire che i loro sensi sono
diversi. Infine, si possono attribuire un senso e una
denotazione anche agli enunciati stessi. Che cosa po-
tranno mai essere il senso e la denotazione di un
enunciato? Se la denotazione e il senso di un' espres-
sione sono concepiti, in generale, come qualcosa di
rilevante rispettivamente per il valore di verità degli
enunciati e per il pensiero che essi esprimono, non
sarà irragionevole dire che la denotazione di un
enunciato è il suo valore di verità (il vero se l'enun-
ciato è vero, il falso se l'enunciato è falso) e che il
suo senso è il pensiero che esso esprime. E Frege
dice proprio questo.
Un punto su cui Frege insiste è che i sensi delle
espressioni linguistiche non sono alcunché di "psico-
logico". Ciò vale, in particolare, per i pensieri. Quan-

I8
2. FREGTI: SENSO E DENOTAZIONTI

do parla di pensiero, Frege non intende riferirsi al


pensare come processo mentale. Né il pensiero
espresso da un enunciato deve essere confuso con le
"rappresentazioni" che ne accompagnano l'uso, cioè
con le immagini, le sensazioni, gli stati d'animo ecc.
che l'uso dell'enunciato evoca in noi. Le rappresenta-
zioni - afferma Frege - sono per loro natura sogget-
tive: ciascuno ha le sue, e che due individui condivi-
dano la medesima rappresentazione è in linea di
principio impossibile. I pensieri, invece, sono oggetti-
vi: individui diversi possono benissimo afferrare con
la mente il medesimo pensiero. L'afferrare un pensie-
ro e il giudicarlo eventualmente vero o falso sono atti
che appartengono alla sfera della psicologia; ma non
il pensiero in quanto tale, che esiste ed è quello che
è indipendentemente da tutto ciò che accade nella
mente della gente. TImotivo per cui, secondo Frege,
bisogna attribuire ai pensieri questo carattere di og-
gettività è che, a suo avviso, solo in questo modo si
può rendere conto del fatto che comunichiamo gli
uni con gli altri e che possediamo un patrimonio co-
mune di conoscenze.
Nonostante il suo antipsicologismo, Frege formu-
la un'importante tesi circa la natura dei pensieri
espressi dagli enunciati di una qualsiasi lingua che
tiene conto del modo in cui la mente umana contin-
gentemente funziona. In apertura di un suo articolo
intitolato Gedankenge/uge - cioè Connessioni di pen-
sieri - Frege scrive:

19
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LlNGUAGGIO

Le prestazioni della lingua sono veramente sorprendenti:


esprimere un immenso numero di pensieri con poche sil-
labe - o addirittura trovare il modo di dare a un pensiero
che un terrestre ha or ora afferrato per la prima volta,
una veste che permetta che un altro, cui esso è del tutto
nuovo, lo riconosca. Ciò non sarebbe possibile se non po-
tessimo distinguere nel pensiero delle parti alle quali cor-
rispondano parti dell'enunciato, di modo che la costruzio-
ne dell'enunciato possa valere come immagine della co-
struzione del pensiero 4.

il problema è chiaro: ognuno di noi è in grado di


comprendere e di usare, potenzialmente, un'infinità
di enunciati, ma, data la finitezza della mente umana,
non si può certo supporre che i sensi di questi enun-
ciati siano appresi singolarmente, a uno a uno; al con-
trario, capita di continuo - come Frege sottolinea -
che ci si comunichi, per mezzo di un enunciato ap-
propriato, un pensiero che è nuovo sia per chi parla
sia per chi ascolta. Come può accadere ciò? Se il pro-
blema è chiaro, altrettanto chiara è la soluzione: sap-
piamo associare correttamente enunciati e pensieri in
un numero potenzialmente infinito di casi, perché
tanto gli enunciati quanto i pensieri hanno una strut-
tura articolata, e la struttura dei primi rispecchia la

4. G. Frege, Logische Untersuchungen. Dritter TezI. Gedan-


kengefiige, in "Beitrage zur Philosophie des deutschen ldealis-
mus", 3, 1923 (trad. it. Le connessioni di pensieri, in Id., Ricer-
che logiche, 3, a cura di M. Di Francesco, Guerini, Milano,
1988, p. 99)·

20
2. FREGE: SENSO E DENOTAZIONE

struttura dei secondi; dato un enunciato, possiamo


quindi pervenire al pensiero che esso esprime parten-
do dai sensi delle parole da cui l'enunciato è costitui-
to e "componendo" poi questi sensi in un modo che
corrisponda a quello in cui le parole sono combinate
tra di loro. È questa l'idea cui si allude quando si
dice - con una terminologia non freghiana - che per
Frege i sensi hanno natura "composizionale". E sono
composizionali, a modo loro, anche le denotazioni: la
denotazione di un' espressione complessa è ottenibile
mettendo insieme - se si vuole, componendo - le de-
notazioni delle espressioni da cui è formata. Ovvia-
mente, questo non può essere preso alla lettera: la
denotazione di "il naso di Cleopatra", cioè il naso di
Cleopatra, non è certo un aggregato di cui la denota-
zione di "Cleopatra", cioè Cleopatra, sia parte; e
neppure la denotazione di "Garibaldi era biondo",
cioè il valore di verità vero, è un aggregato di cui la
denotazione di "Garibaldi", cioè Garibaldi, sia parte.
Ciò che Frege suggerisce è che possiamo ottenere la
denotazione di un' espressione complessa mettendo
insieme le denotazioni dei suoi costituenti nel senso
che la denotazione dei costituenti è tutto ciò che
dobbiamo conoscere per sapere qual è la denotazio-
ne dell'espressione complessa: la denotazione di un'e-
spressione complessa - direbbe un matematico - è
funzione delle denotazioni dei suoi costituenti e di
niente altro.
La teoria di Frege è attraente perché, a parte cer-
te complicazioni di dettaglio e qualche bizzarria, si

21
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

fonda su idee tutto sommato semplici e, almeno a


prima vista, assai plausibili. Frege, però, è abbastanza
acuto da scorgere e abbastanza onesto da segnalare
anche alcune difficoltà cui tali idee danno luogo. Una
di queste difficoltà merita di essere illustrata breve-
mente. Una conseguenza della tesi relativa alla natura
composizionale della denotazione è il cosiddetto
"principio di sostituibilità": se un'espressione A è ot-
tenuta da un' espressione B sostituendo un' espressio-
ne C con un'espressione D, e se inoltre C e D hanno
la stessa denotazione, allora anche A e B hanno la
stessa denotazione. In una vasta gamma di casi, le
cose stanno effettivamente così. Ma, purtroppo, ci
sono anche casi - e non sono pochi - in cui il princi-
pio di sostituibilità sembra violato. Si considerino, ad
esempio, gli enunciati

(5) Nicla crede che Roma abbia più abitanti del


Cairo

(6) Nicla crede che Kant fosse sposato.

(6) è ottenuto da (5) sostituendo

(7) Roma ha più abitanti del Cairo

con

(8) Kant era sposato.

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2. FREGE: SENSO E DENOTi\ZlONE

(TI fatto che il verbo che in (7) e (8) è all'indicativo


in (5) e (6) sia al congiuntivo è irrilevante, e possia-
mo ignorarlo.) (7) e (8), essendo tutti e due enunciati
falsi, hanno lo stesso valore di verità, e quindi la stes-
sa denotazione. Per il principio di sostituibilità, do-
vremmo aspettarci che abbiano la stessa denotazione,
cioè lo stesso valore di verità, anche (5) e (6). Ma,
naturalmente, niente garantisce che sia così: può dar-
si benissimo che Nicla creda che Roma abbia più
abitanti del Cairo ma non che Kant fosse sposato, o
viceversa. Qui, dunque, il principio di sostituibilità
sembra non valere.
Di fronte a questa difficoltà, sono possibili due
reazioni: ci si può rassegnare a dire che, effettiva-
mente, la validità del principio di sostituibilità non è
senza eccezioni, oppure si può sostenere che le ecce-
zioni sono solo apparenti e che un ragionamento
come quello che abbiamo schizzato nasconde un er-
rore. La reazione di Frege è la seconda. Identifìcare
la denotazione di un enunciato con il suo valore di
verità - ci spiega - è corretto solo nei casi ordinari
(in particolare, quando l'enunciato non è incluso in
un enunciato più complesso); ma, quando è retto dal
verbo "credere" - o quando compare in un qualun-
que altro contesto che sembri violare il principio di
sostituibilità -, un enunciato ha non la sua denota-
zione solita, bensì una denotazione "indiretta", che
coincide con ciò che di solito è il suo senso: che è, in
altre parole, il pensiero che l'enunciato solitamente
esprime. Tornando al nostro esempio, dovremo dire,
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

dunque, che (7) e (8), in quanto parti di (5) e (6),


non denotano entrambi il falso, ma denotano ciascu-
no il pensiero che esprimono quando sono usati
come enunciati autonomi. Questi due pensieri sono,
ovviamente, diversi; perciò la denotazione di (7) in
quanto parte di (5) è diversa dalla denotazione di (8)
in quanto parte di (6), e la possibilità che siano di-
versi i valori di verità di (5) e di (6) cessa di essere in
contrasto con il principio di sostituibilità.
Questa soluzione della difficoltà è esposta a varie
obiezioni (ad esempio, nei casi in cui ha una denota-
zione "indiretta", un enunciato dovrebbe avere anche
un senso "indiretto", ma non si capisce che cosa
questo senso indiretto potrebbe mai essere). A Frege,
comunque, resta il merito di avere individuato e af-
frontato per primo un problema importante: l'analisi
delle costruzioni linguistiche che comportano, o per-
lomeno sembrano comportare, violazioni del princi-
pio di sostituibilità sarà un banco di prova per tutte
le teorie semantiche che saranno elaborate in seguito,
e una lunga esperienza mostrerà che fare meglio di
Frege non è poi tanto facile.
3

Forma grammaticale
e forma logica

Frege si interessa al linguaggio perché ne diffida. A


suo aVVISO,

è compito della filosofia spezzare il dominio della parola


sullo spirito umano svelando gli inganni che, nell' ambito
delle relazioni concettuali, traggono origine, spesso quasi
inevitabilmente, dall'uso della lingua e liberare così il pen-
siero da quanto di difettoso gli proviene soltanto dalla na-
tura dei mezzi linguistici di espressione I.

È proprio con l'intento di «spezzare il dominio della


parola sullo spirito umano» che Frege elabora la sua
"ideografÌa" (Begri/fsschri/t), un linguaggio artifìciale
che è il prototipo di quelli di cui in seguito i logici si
sarebbero poi sempre serviti con profitto. TI linguag-
gio ordinario resta insostituibile per gli scopi della
vita quotidiana, ma all'ideografÌa si dovrebbe ricorre-
re, secondo lui, in tutti quei casi in cui sorgono esi-
genze particolari di chiarezza e di precisione: ad

1. G. Frege, Logico e aritmetico, a cura di C. Mangione,


Boringhieri, Torino 1965, p. 106.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

esempio, nella formulazione delle dimostrazioni ma-


tematiche. A dire il vero, neppure l'ideografÌa

rende con fedeltà il pensiero, come del resto non è forse


possibile ad alcun mezzo esteriore di presentazione; ma,
da un lato, queste divergenze si possono limitare all'inevi-
tabile e all'innocuo, dall'altro, già il fatto che esse siano di
tutt' altro tipo da quelle proprie della lingua, fornisce pro-
tezione da un'influenza unilaterale da parte di uno di que-
sti mezzi espressivi 2.

Ma perché, esattamente, il linguaggio ordinario è un


mezzo così difettoso e inaffidabile? Le ragioni indicate
da Frege sono molteplici. Le espressioni del linguaggio
ordinario - tanto le parole singole quanto le espressioni
complesse - sono sovente ambigue: una stessa espres-
sione può cioè avere, a seconda dei contesti, sensi e de-
notazioni diverse (e questo, per Frege, è un difetto an-
che se le variazioni di senso e di denotazione sono, per
così dire, sistematiche, come nel caso, menzionato in
precedenza (§ 2), delle costruzioni linguistiche che, se-
condo lui, conferirebbero alle espressioni un senso e
una denotazione "indiretti"). Altre espressioni, pur
conformi alle regole della grammatica, di un senso e di
una denotazione sono affatto prive, o magari hanno un
senso ma non una denotazione (un esempio sarà forni-
to tra poco). E può accadere qualcosa di ancora più
imbarazzante: può accadere che un enunciato esprima

2. lvi, pp. 106-7.


3. FORMA GRAMMATICALE E FORMA LOGICA

un pensiero con un valore di verità detenninato, che lo


esprima senza ambiguità, e che tuttavia suggerisca, con
la sua forma grammaticale fuorviante, un'idea sbagliata
della struttura del pensiero stesso. È il caso degli enun-
ciati contenenti quantificatori, cioè espressioni come
" ogru." , "tum·" , " qualch"e, "un," "nessuno "imili'
e s ..
L'analogia nella forma granunaticale di due enunciati
come "Maria fuma" e "Una ragazza fuma" suggerisce
che i pensieri espressi da questi enunciati debbano es-
sere dello stesso tipo. Non è così, ci dice Frege; e la
differenza di struttura tra il pensiero espresso dal pri-
mo enunciato e quello espresso dal secondo è messa in
luce dal fatto che le rispettive traduzioni nel simboli-
smo dell'ideografia sono profondamente diverse. Non
è possibile qui entrare nei dettagli, ma è doveroso ri-
cordare che questa analisi dei quantificatori è uno dei
contributi importanti di Frege alla logica.
L'idea che il linguaggio ordinario possa, nel mo-
mento stesso in cui ci mette in grado di afferrare un
pensiero, indurci a concepire la sua struttura in
modo errato -l'idea, insomma, che la struttura di un
pensiero possa essere al tempo stesso rivelata e na-
scosta dal linguaggio - tornerà poi in altri filosofi, a
cominciare da Bertrand Russell (1872-1970). La di-
screpanza tra forma granunaticale e ciò che Russell
chiama "forma logica" è il tema centrale di un suo
articolo famoso, intitolato On Denoting 3. A giudizio

3· B. Russell, On Denoting, in "Mind", n. S., 14, 1905, pp.


479-93·

27
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

di Russell, persino Frege, così attento e sottile, è sta-


to, almeno in un caso, tratto in inganno dalla forma
grammaticale degli enunciati. In breve, i termini della
questione sono i seguenti.
Si è detto che, per Frege, ci sono espressioni che,
pur avendo un senso, sono prive di denotazione.
Consideriamo, ad esempio, una descrizione definita
come "l'attuale re di Francia": questa descrizione un
senso ce l'ha (non è un'accozzaglia di parole incom-
prensibile), ma, siccome un attuale re di Francia non
esiste, non si attaglia ad alcun individuo e quindi, dal
punto di vista di Frege, non può avere una denota-
zione. Frege ne conclude che un enunciato come

(1) L'attuale re di Francia è calvo,

pur esprimendo un pensiero, non è né vero né falso.


Dato un qualsiasi enunciato della forma soggetto-predi-
cato in cui il soggetto sia una descrizione definita, Frege
ritiene che lo si debba considerare vero se l'individuo
denotato dalla descrizione cade sotto il concetto denota-
to dal predicato e che lo si debba considerare falso se
l'individuo denotato dalla descrizione non cade sotto il
concetto denotato dal predicato; quando la descrizione
non denota alcunché, non c'è nulla di cui ci si possa
chiedere se cade o no sotto il concetto denotato dal pre-
dicato, e perciò all'enunciato non è assegnabile alcun
valore di verità. Dunque, per Frege, non solo la descri-
zione definita "l'attuale re di Francia", ma anche (I)
esemplificano quel particolare difetto del linguaggio or-

28
3. FORMA GRAMMATICALE E FORMA LOGICA

dinario che consiste nel permettere la costruzione di


espressioni con un senso ma senza denotazione.
Anche Russell è convinto che un enunciato come
(r) testimoni l'imperfezione del linguaggio ordinario,
ma non perché non sia né vero né falso. Al contrario:
secondo lui, il problema sta nel fatto che (r), pur aven-
do un valore di verità, può indurre a credere, con la sua
forma grammaticale, che così non sia. Ciò che Frege
non ha capito - sostiene Russell - è che le descrizioni
definite sono "simboli incompleti", cioè sono unità
grammaticali alle quali non corrispondono ~!à logi-
che. Per valutare correttamente un enunciato contenen-
te una descrizione definita, non bisogna - come suggeri-
sce Frege - chiedersi che cosa la descrizione definita de-
noti e poi cercare di stabilire se questa entità cada o non
cada sotto il concetto denotato dal predicato; bisogna
invece esplicitare anzitutto la "forma logica" dell'enun-
ciato per mezzo di una parafrasi che elimini la descrizio-
ne. Nel caso di (r), l'analisi giusta sarebbe

(2) C'è un individuo che regna attualmente in


Francia e costui è calvo e, se qualcuno regna
attualmente in Francia, è l'unico a farlo 4.

4. N. d. c.: Paolo Casalegno ha adottato un'analisi più


aderente alla forma logica, ma un po' più difficile da capire per
chi non ha familiarità con la logica dementare, cioè:
(2) C'è un individuo che regna attualmente in Francia, che, se
qualcuno regna attUalmente in Francia, è l'unico a farlo, e
che è calvo.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Come si vede, in (2) il termine "l'attuale re di Fran-


cia" è scomparso, né vi compare alcuna altra descri-
zione definita. (2) è un enunciato che asserisce l'esi-
stenza di un individuo avente tre proprietà, una delle
quali è il regnare attualmente in Franeia. Siccome at-
tualmente in Francia non regna nessuno, (2) è ovvia-
mente falso. E se, come Russell sostiene, (2) non è
che l'esplicitazione del contenuto di (r), se ne deve
concludere che anche (r) è falso, e non privo di valo-
re di verità come vorrebbe Frege.
Alla questione delle descrizioni definite - che a
prima vista può magari sembrare di interesse circo-
scritto - Russell attribuisce una grande importanza:
intorno ad essa fa motare una costellazione di pro-
blemi logici, ontologici ed epistemologiei di cui, pe-
raltro, non possiamo qui occuparci. Ci limitiamo a ri-
badire il punto fondamentale; per Rus sell, gli enun-
ciati contenenti descrizioni definite sono un esempio
~aradigmatico di come il linguaggio ei possa ingan-
nare: non nel senso, ovvio e banale, che possiamo
talvolta attribuire a un enunciato un significato che
non ha; ma nel senso che, pur comprendendo eiò
che un enunciato significa, possiamo farei idee sba-
gliate circa la sua forma logica. E per far emergere
l'effettiva forma logica di un enunciato al di là della
sua forma grammaticale spesso fuorviante, può essere
necessaria un' operazione teorica sofisticata.
4

li T ractatus di Wittgenstein

TI tema freghiano e russelliano dell'ingannevolezza


del linguaggio torna nel Tractatus logico-philosophi-
cus I di Ludwig Wittgenstein (1889-1951), dove con-
fluisce in una concezione della filosofia di drastica
originalità. Inconsapevoli dei limiti del dicibile, diffi-
cili da discernere perché il linguaggio consente di
dire ciò che si può dire senza che però sia evidente
come si faccia a dirlo, i filosofi quei limiti li hanno
spesso travalicati.
il più delle proposizioni e questioni che sono state scritte
su cose filosofiche è non falso, ma insensato. Perciò a que-
stioni di questa specie non possiamo affatto rispondere, ma
possiamo solo stabilire la loro insensatezza. TI più delle
proposizioni e questioni dei filosofi si fonda sul fatto che
noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio 2.

L L. Wittgenstein, Tractatus logico-phzlosophicus, Routledge


& Kegan, London 1922.
2. Id., Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964,
4.003. Com'è consuetudine, citiamo dal Tractatus facendo riferi-
mento non alle pagine, bensì ai numeri delle brevi sezioni di cui
1'opera è composta.
BREVISSIlIiLA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFLA DEL LINGUAGGIO

Compito ,della buona filosofia è denunciare le insen-


satezze della cattiva filosofia. Così intesa, «la filosofia
è non una dottrina, ma un'attività. [...] Risultato del-
la filosofia non sono "proposizioni filosofiche", ma il
chiarirsi di proposizioni» 3. Questo è un aspetto es-
senziale della concezione wittgensteiniana della filo-
sofia, le cui motivazioni, peraltro, possono non essere
immediatamente ovvie. Perché il filosofo, a differenza
dello scienziato, non dovrebbe porsi come obiettivo
1'asserzione di proposizioni vere? Se compito della
buona filosofia è mettere in guardia contro i rischi
che comporta la mancata comprensione dei meccani-
smi del linguaggio, il filosofo non dovrebbe forse
sforzarsi anzitutto di descrivere in modo accurato
questi meccanismi, e così facendo non produrrebbe
forse proposizioni vere? il fatto è che, per Wittgen-
stein, come funzioni il linguaggio è proprio una di
quelle cose che non possiamo tentare di dire senza
cadere nell'insensatezza. il linguaggio può descrivere
ciò che accade nel mondo, ma, a rigore, non può de-
scrivere se stesso e il suo rapporto con il mondo.
Donde quell' aura di paradossalità che avvolge tutto il
Tractatus: Wittgenstein formula tesi sul linguaggio
nel momento stesso in cui dichiara che non è possi-
bile farlo sensatamente. «Le mie proposizioni illustra-
no così: colui che mi comprende, infine le riconosce
insensate, se è salito per esse - su esse - oltre esse.

3. lvi, 4·H2.

32
4. IL rRACTATUS DI W1TTGENSTElN

(Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che
v'è salitO)>>4.
Alcune idee fondamentali, comunque, emergono
dal Tractatus con sufficiente chiarezza. Le proposizio-
ni possono essere ripartite in due classi: quelle ele-
mentari, che non contengono altre proposizioni come
loro parti costituenti, e quelle complesse, cioè quelle
che non sono elementari. Delle proposizioni elemen-
tari Wittgenstein afferma che sono immagini di stati
di- cose; delle proposizioni complesse, che sono fun-
zioni di verità delle proposizioni elementari in esse
contenute. Data 1'assoluta centralità di queste due
tesi, è opportuno fermarsi a illustrarne, sia pure mol-
il
to sommariamente, contenuto.
Uno stato di cose è un complesso di oggetti tra
cui intercorrono certe relazioni. È importante sottoli-
neare che, parlando di stati di cose, Wittgenstein si
riferisce in generale a stati di cose possibili, non ne-
cessariamente a stati di cose che sussistano, cioè che
siano parte della realtà. Ad esempio, 1'essere una cer-
ta penna tra un certo libro e un certo calamaio è uno
stato di cose anche se, nella realtà, la penna non si
trova tra il libro e il calamaio. Gli stati di cose che
sussistono sono chiamati talvolta "fatti". Dicendo che
le proposizioni elementari sono immagini di stati di
cose, Wittgenstein intende non proporre una vaga
metafora, ma fornire addirittura la chiave per capire

4· lvi, 6·54·

33
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

come il linguaggio possa descrivere il mondo. La no-


zione di immagine è caratterizzata in termini molto
astratti e generali. Un'immagine è anzitutto un fatto,
cioè uno stato di cose sussistente: quindi è un com-
plesso di oggetti correlati in un certo modo. Affinché
un fatto I sia immagine di uno stato di cose S (o raf-
figuri S, come anche si può dire), bisogna che siano
soddisfatte due condizio~ in primo luogo, bisogna
che gli oggetti di I e quelli di S siano, per usare il
gergo dei matematici, in corrispondenza biunivoca,
cioè che ad ogni oggetto di I corrisponda uno e un
solo oggetto di S e viceversa; in secondo luogo, è ri-
chiesto che il modo in cui gli oggetti di I sono corre-
lati rispecchi, per così dire, il modo in cui sono cor-
relati gli oggetti di S. Un esempio dovuto allo stesso
Wittgenstein aiuta ad afferrare l'idea. Alcune auto-
mobiline giocattolo sistemate su un plastico possono
servire a raffigurare le posizioni reciproche di auto-
mobili vere in una data occasione (nell'imminenza di
un incidente, poniamo). A tale scopo occorre anzi-
tutto che ciascuna automobilina sia associata a una e
una solo automobile vera e viceversa. Inoltre, biso-
gna fissare una qualche convenzione in virtù della
quale ogni possibile dislocazione delle automobiline
sul plastico corrisponda a una possibile dislocazione
delle automobili vere. Si può decidere, ad esempio,
che una distanza di n centimetri fra due automobili-
ne corrisponde a una distanza di n metri fra automo-
bili vere: sistemando un' automobilina A cinque centi-
metri dietro un' automobilina B, creeremo allora

34
4. IL TRACTATUS DI WITTGENSTETN

un'immagine dello stato di cose in cui l'automobile


vera che corrisponde ad A si trova cinque metri die-
tro l'automobile vera che corrisponde a B; sisteman-
do l'automobilina A tre centimetri a destra dell' auto-
mobilina B, creeremo un'immagine dello stato di
cose in cui l'automobile vera che corrisponde ad A si
trova tre metri a destra dell' automobile vera che cor-
risponde a B; e così via.
In questo esempio, le relazioni tra gli oggetti del-
l'immagine (le automobiline giocattolo) e le relazioni
tra gli oggetti dello stato di cose raffigurato (le auto-o
mobili vere), pur non essendo le stesse (le distanze
non sono conservate), sono comunque dello stesso
tipo (relazioni spaziali in entrambi i casi)'4 Ma ciò
non è affatto indispensabile: le relazioni tra gli ogget-
ti dell'immagine e le relazioni tra gli oggetti dello sta-
to di cose possono essere anche di tipo diversissimo;
l'importante è che immagine e stato di cose abbiano
la medesima struttura (la medesima "forma", dice
Wittgenstein). È questo che consente di concepire
anche le proposizioni elementari come immagini.
Wittgenstein ci invita a pensare una proposizione
elementare come un complesso di nomi correlati fra
di loro. A ciascun nome corrisponde un oggetto -
l'oggetto che il nome denota -, e il modo in cui i
nomi sono correlati nella proposizione rispecchia,
per via di un'identità strutturale, un modo in cui po-
trebbero essere correlati gli oggetti corrispondenti ai
nomi. Così, ad esempio, il fatto che nella proposizio-
ne "Piero ama Maria" i nomi "Piero" e "Maria" si

35
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

trovino l'uno a sinistra e l'altro a destra della parola


"ama" rispecchia un certo modo in cui Piero potreb-
be essere in relazione con Maria: modo consistente,
appunto, nell' amare Maria. La relazione che intercor-
re fra due nomi quando l'uno si trova a sinistra e
l'altro a destra della parola "ama" è ovviamente cosa
ben diversa dalla relazione che intercorre tra due in-
dividui x e y quando x ama y; tuttavia, se si assume
un punto di vista sufficientemente astratto, si consta-
ta che la proposizione "Piero ama Maria" e lo stato
di cose in cui Piero ama Maria hanno effettivamente
la stessa struttura, e affermare che la proposizione è
immagine dello stato di cose è perciò legittimo.
TI senso di una proposizione elementare è definito
nel Tractatus come lo stato di cose di cui la proposi-
zione elementare è immagine. Wittgenstein riprende i
termini freghiani "senso" e "denotazione", distri-
buendoli però in modo differente. Alle proposizioni
attribuisce un senso ma non una denotazione. In par-
ticolare, nega che si possa dire che una proposizione
denota il suo valore di verità. Per una proposizione,
l'essere vera o falsa non consiste - come vorrebbe
Frege - nell'essere correlata all'uno o all'altro di due
specialissimi oggetti: il vero e il falso. Una volta chia-
rito che una proposizione elementare è l'immagine di
uno stato di cose, la sua verità o falsità può essere
definita, molto semplicemente, come segue: la propo-
sizione è vera se lo stato di cose di cui è immagine
sussiste, ed è falsa se invece lo stato di cose di cui è
4. IL TlUCTATUS DI WITTGENSTEIN

immagine non sussiste. Per contro, i nomi hanno, se-


condo Wittgenstein, una denotazione ma non un
senso.
Fin qui abbiamo parlato solo di proposizioni ele-
mentari. Delle proposizioni complesse Wittgenstein
afferma - come già si è anticipato - che sono funzio-
ni di verità delle proposizioni semplici in esse conte-
nute. Questo significa che, per stabilire qual è il valo-
re di verità di una proposizione complessa, i valori di
verità delle proposizioni elementari in essa contenute
sono tutto ciò che abbiamo bisogno di conoscere.
Così, poniamo, per stabilire qual è il valore di verità
di "Maria non fuma", ci basta conoscere il valore di
verità di "Maria fuma": se "Maria fuma" è una pro-
posizione vera, "Maria non fuma" è una proposizio-
ne falsa, e viceversa. Analogamente, per stabilire qual
è il valore di verità di "Maria fuma oppure Paolo
beve", ci basta conoscere i valori di verità di "Maria
fuma" e di "Paolo beve": se almeno una di queste
due proposizioni è vera, "Maria fuma oppure Paolo
beve" è una proposizione vera; se invece "Maria
fuma" e "Paolo beve" sono entrambe false, anche
"Maria fuma oppure Paolo beve" è falsa. La situazio-
ne esemplifìcata da questi semplici casi è, per Witt-
genstein, del tutto generale: dato un modo qualun-
que di combinare proposizioni elementari in proposi-
zioni complesse, c'è una regola che consente di cal-
colare il valore di verità delle proposizioni complesse
costruite in quel modo a partire dai valori di verità

37
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FlLOSOFIA DEL LINGUAGGIO

dei loro costituenti elementari. Ritroviamo qui - si


noti - !'idea freghiana del carattere composizionale
dei valori di verità.
Poiché, come sappiamo, una proposizione ele-
mentare è vera o falsa a seconda che lo stato di cose
di cui è immagine sussista o meno, dire che il valore
di verità di una proposizione complessa dipende dai
valori di verità delle proposizioni elementari in essa
contenute equivale a dire che il valore di verità di
una proposizione complessa dipende dal sussistere o
non sussistere di certi stati di cose (quelli, appunto,
di cui sono immagini le proposizioni elementari in
essa contenute). Le combinazioni del sussistere e del
non sussistere di stati di cose che rendono una pro-
posizione complessa vera ne costituiscono, prese tut-
te insieme, il senso. Circa il modo in cui il termine
"senso" è usato nel Tractatus, c'è però una precisa-
zione importante da fare. Le regole della grammatica
- osserva Wittgenstein - consentono di formare pro-
posizioni che risultano inevitabilmente false o inevita-
bilmente vere a prescindere da quali stati di cose sus-
sistono e quali no. Le proposizioni del primo tipo (di
cui "Maria fuma e Maria non fuma" è un esempio)
sono dette "contraddizioni", mentre quelle del se-
condo tipo (di cui è un esempio "Maria fuma oppure
Maria non fuma") sono dette "tautologie" (e coinci-
dono, secondo Wittgenstein, con le verità logiche;
tesi, quest'ultima, che gli sviluppi successivi della lo-
gica hanno confutato). Orbene, la nozione di senso
4. IL TRACTATUS DI WITTGENSTElN

com'è elaborata nel Tractatus alle contraddizioni e


alle tautologie non si applica. Contraddizioni e tauto-
logie sono - Wittgenstein ci dice - "prive di senso".
il che non significa - si badi - che siano "insensate"
come le proposizioni della cattiva filosofia (o come
quelle dello stesso Tractatus). Affermando che con-
traddizioni e tautologie sono prive di senso, Wittgen-
stein vuole semplicemente sottolineare che esse, a
differenza delle proposizioni cui attribuisce un senso,
non sono di alcuna utilità per descrivere ciò che ac-
cade nel mondo.
Come ben sa chiunque si sia mai cimentato nella
lettura del Tractatus, questa nostra esposizione è ap-
prossimativa e incompleta. Per fornire un resoconto
adeguato delle idee di Wittgenstein, dovremmo ag-
giungere molte cose. Dovremmo spiegare che gli og-
getti che formano gli stati di cose sono concepiti da
Wittgenstein come entità assolutamente semplici, per
cui, in realtà, questi oggetti non possono essere iden-
tificati con quelli che popolano l'ontologia del senso
comune, né i nomi che li denotano possono essere
identificati con ciò che abitualmente chiamiamo
"nomi". Dovremmo illustrare la difficile nozione
wittgensteiniana di pensiero, e dire che, per Wittgen-
stein, una proposizione può essere in senso stretto
immagine di uno stato di cose solo se è "completa-
mente analizzata", cioè se la sua struttura riproduce
con fedeltà quella del pensiero: il che, nel linguaggio
ordinario, non succede forse mai, perché «illinguag-

39
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

gio traveste i pensieri» 5. Dovremmo prendere in esa-


me il modo in cui Wittgenstein tratta gli apparenti
controesempi alla tesi secondo cui le proposizioni
complesse sono funzioni di verità delle proposizioni
elementari in esse contenute: in particolare, le costru-
zioni linguistiche che avevano indotto Frege a elabo-
rare la sua dottrina della denotazione e del senso in-
diretti. Dovremmo cercare di chiarire che cosa inten-
de Wittgenstein quando sostiene che le modalità con
cui il linguaggio descrive il mondo rientrano nella
sfera di ciò che non può essere detto, ma solo mo-
strato, sicché le tesi del Tractatus sono a rigore -
come sappiamo - insensate. E dovremmo parlare di
molte altre cose ancora. Dati i limiti cui dobbiamo
attenerci, però, a tutti questi approfondimenti siamo
costretti a rinunciare.
Ci limitiamo a sottolineare un punto importante
per il seguito della nostra storia. Comprendere una
proposizione equivale a conoscerne il senso. Ma, se
si tiene presente il modo in cui la nozione di senso è
stata definita, ci si rende conto che, nella prospettiva
del T ractatus, conoscere il senso di una proposizione
equivale in sostanza a sapere che cosa deve succedere
affinché la proposizione sia vera. Wittgenstein può
così affermare che «comprendere una proposizione
vuole dire sapere che accade se essa è vera» 6. È la

5. 1vi, 4.002.
6. 1vi, 4.024.
4. IL TRACTATUS DJ WITTGENSTElN

tesi che oggi si esprime di solito dicendo - con una


terminologia anch' essa di origine wittgensteiniana -
che comprendere un enunciato è lo stesso che cono-
scerne le "condizioni di verità". Questa tesi, che al-
cuni credono di ravvisare già in Frege, ma che nel
Tractatus ha avuto comunque la sua prima formula-
zione esplicita e inequivocabile, ha goduto di vasta
fortuna, ed è accolta ancora oggi da molti filosofi (e
linguisti) che, per il resto, non accetterebbero quasi
nulla del Tractatus. A furia di essere riproposta, l'i-
dea che comprendere un enunciato significhi cono-
scerne le condizioni di verità ha finito per apparire a
molti qualcosa di semplice e ovvio. In realtà, metterla
bene a fuoco non è facile, come dimostra la vicenda
del verifÌcazionismo neopositivistico.
5
Il verificazionismo neopositivistico

I membri del Circolo di Vienna (il gruppo di filosofi


e scienziati che diede vita al neopositivismo) furono
profondamente influenzati da Wittgenstein: prima at-
traverso la lettura del Tractatus, poi tramite contatti
personali. Fu nel corso delle sue conversazioni con
alcuni membri del Circolo tra la fine degli anni venti
e l'inizio degli anni trenta che Wittgenstein formulò
quello che sarebbe poi stato chiamato "principio di
verificazione" e che, nella sua versione più comune,
suona così: «TI significato di una proposizione è il
metodo della sua verificazione» I. Questo principio
fu accettato, almeno all'inizio, dalla maggior parte
dei neopositivisti, che attribuirono ad esso un'impor-
tanza cruciale e che ne fecero addirittura una sorta
di slogan della propria filosofia. La verificazione era
concepita da loro in senso rigorosamente empirico:
possedere un metodo per verificare una proposizione

1. Cfr. L. Wittgenstein, Wittgenstein und der Wiener Kreis,


a cura di B. McGuinness, Blackwell, Oxford 1967 (trad. it.
Wittgenstein e il Circolo di Vienna, La Nuova Italia, Firenze
1975, p. 214)·

43
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

voleva dire sapere come fare per stabilime il valore


di verità sulla base di dati forniti dall'esperienza.
Così inteso, il principio di verificazione risultava esse-
re in piena armonia con il loro progetto di una fon-
dazione empiristica della conoscenza. Inoltre, il prin-
cipio di verificazione poteva essere impiegato ai :fini
della polemica contro la metafisica. Dal Tractatus i
neopositivisti avevano tratto l'idea che il difetto delle
proposizioni metafisiche stesse non già nella loro fal-
sità, bensì nella loro insensatezza. Ora il principio di
verificazione sembrava fornire un criterio facile e co-
modo per distinguere le proposizioni sensate da
quelle insensate: una proposizione era insensata se
non si era in grado di specificare quali dati empirici
avrebbero imposto di giudicarla vera o, a seconda
dei casi, falsa.
All'epoca dei suoi incontri con il Circolo di Vien-
na, Wittgenstein era ormai impegnato in quel proces-
so di revisione critica che avrebbe :finito per condur-
lo molto lontano dalla sua prima filosofia, ed è diffi-
cile dire se e in che misura !'identificazione del si-
gnificato di una proposizione con il metodo della sua
verificazione gli apparisse allora compatibile con le
idee del Tractatus. Ma i neopositivisti non si posero
mai neppure il problema: per loro, il principio di ve-
rificazione e la tesi secondo cui «comprendere una
proposizione vuole dire sapere che accade se essa è
vera» erano tutt'uno. In realtà, le cose sono più com-
plicate: gli sviluppi ulteriori della filosofia del lin-
guaggio hanno chiarito che ragionare in termini di

44
5. IL VERIFICAZrONISMO NEOPOSITlVISI1CO

verificazione e ragionare in termini di condizioni di


verità sono, sul piano concettuale, due cose diverse.
Per illustrare questo punto, è opportuno un esempio.
Consideriamo l'enunciato "La Luna ha un diametro
di più di tremila chilometri". Supponiamo che qual-
cuno - Gianni, diciamo - non sappia assolutamente
come si deve procedere, in pratica, per stabilire se la
Luna ha o non ha un diametro di più di tremila chi-
10metri, che non sappia, cioè, come l'enunciato può
essere verificato. Se prendiamo sul serio il principio
di verificazione, siamo costretti a dire che, per Gian-
ni, l'enunciato è privo di significato. Non siamo inve-
ce costretti a dido se riteniamo che comprendere un
enunciato equivalga a conosceme le condizioni di ve-
rità: potremmo infatti sostenere che Gianni, sebbene
incapace di accertare in pratica se l'enunciato è vero
o falso, sa benissimo come devono stare le cose af:6n-
ché esso sia vero, e quindi le sue condizioni di verità
le conosce perfettamente. Potremmo dire: sapere
come deve essere fallO il mondo af:6nché un enuncia-
to sia vero è un conto, un altro è essere in grado di
stabilire se il mondo è fatto proprio così: perciò, si
possono conoscere le condizioni di verità di un
enunciato anche senza possedere un metodo per la
sua verificazione. Naturalmente qualcuno potrebbe
ribattere che questa è un'illusione: chi crede di cono-
scere le condizioni di verità di un enunciato pur non
sapendolo verificare si inganna. A quanto pare, era
questa l'opinione dei neopositivisti; ma un' opinione

45
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

siffatta dovrebbe essere sostenuta da argomentazioni


di cui, nei loro scritti, non c'è traccia alcuna.
Nonostante l'entusiasmo con cui fu inizialmente
adottato, e nonostante la tenacia con cui fu difeso, in
particolare da Moritz Schlick (I882-I936) \ il princi-
pio di verificazione cominciò ben presto a rivelare i
suoi difetti. TIpiù imbarazzante era la sua vistosa ina-
deguatezza a rendere conto del significato delle pro-
posizioni scientifiche, che pure i neopositivisti consi-
deravano il paradigma delle proposizioni significanti,
in contrasto con i nonsensi dell'aborrita metafisica.
Una proposizione che enunci una legge di natura
dice che da certe cause seguono certi effetti sempre e
comunque. È ovvio che i dati empirici non possono
garantirci che una proposizione del genere sia vera:
per quanto ben confermata la legge possa essere dal-
le osservazioni compiute in passato, non si può mai
escludere che nuove osservazioni la smentiscano.
Dunque, una tale proposizione non può, in linea di
principio, essere verificata. Per aggirare questa diffi-
coltà, Schlick suggerì, riprendendo un'idea di Witt-
genstein, che le enunciazioni di leggi di natura fosse-
ro non già proposizioni in senso stretto, bensì regole
per dedurre proposizioni. Ma altri, come Rudolf Car-
nap (I89I-I970), si convinsero che il principio di ve-
rificazione doveva essere senz'altro abbandonato, an-

2. Si veda, ad esempio, M. ScWick, Meaning and Veri/ica-


tion, in "The Philosophical Review", 45, 1936, pp. 339-69.
5. IL VERIFICAZIONISMO NEOPOSITl vlsnco

che perché la difficoltà relativa alle proposizioni


scientifiche non era, in fondo, che un caso particola-
re di una difficoltà di portata ben più vasta: «Se per
verificazione si intende una dimostrazione assoluta di
verità - scrisse Carnap - allora [...] nessun enunciato
(sintetico) è mai verifìcabile» 3. L'approccio verifica-
zionistico alla questione del significato finì per appa-
rire ai più obsoleto. Avrebbe riacquistato vitalità solo
molti anni più tardi, ma in una forma, come vedre-
mo, notevolmente diversa.

3. R. Carnap, Testability and Meaning, in "Philosophy of


Science", 3, 1936, pp. 420-71; 4, 1937, pp. 2-40 (trad. it. Con-
trollabilità e significato, in Id., Analiticità, signijìcanza, induzio-
ne, a cura di A. Meotti, M. Mondadori, il Mulino, Bologna
1971, p. 15Ù

47
6

Il secondo Wittgenstein
e la filosofia
del linguaggio ordinario

Frege, Russell, il Wittgenstein del Tractatus e i neo-


positivisti hanno in comune due cose. In primo luo-
go, a loro interessa soprattutto il linguaggio come
mezzo per descrivere la realtà, per formulare e tra-
smettere conoscenze: donde il loro concentrarsi in
modo quasi esclusivo sulle frasi dichiarative, cioè su
quei particolari costrutti linguistici con i quali faccia-
mo asserzioni e dei quali ha senso domandarsi se sia-
no veri o falsi. In secondo luogo, tutti quanti attri-
buiscono grande importanza ai linguaggi logici artifi-
ciali, o come sostituti del linguaggio ordinario là
dove sia richiesto un assoluto rigore, o come termini
di paragone quando si vogliano mettere in luce i di-
fetti del linguaggio ordinario e i travestimenti del
pensiero che esso opera.
Nelle Ricerche filosofiche I - il libro postumo che
è il documento più organico della filosofia del cosid-
detto "secondo" Wittgenstein -la prospettiva è com-

1. L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, Black-


welI, Oxford 1953.

49
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

pletamente diversa: qui l'attenzione è tutta rivolta al


linguaggio ordinario, che siamo invitati a considerare
nell'irriducibile varietà dei suoi usi concreti. Non ci
sono usi del linguaggio che siano più fondamentali di
altri: tali non sono, in particolare, gli usi descrittivi.
Del resto, neppure gli usi descrittivi costituiscono un
ambito omogeneo. Una certa regolarità delle struttu-
re grammaticali può indurre a credere che tutte le
proposizioni funzionino sostanzialmente nello stesso
modo, e che sia possibile servirsene per descrivere il
mondo in virtù di una qualche relazione - semplice e
identica in tutti i casi - tra esse e ciò che esse de-
scrivono. Questa è una pura illusione. Formule come
quelle suggerite dal Tractatus - una proposizione ele-
mentare raffigura uno stato di cose, il senso di una
proposizione coincide con le sue condizioni di verità,
comprendere una proposizione vuole dire sapere che
cosa accade se essa è vera - non spiegano nulla e
sono fuorvianti.\Se si vuole capire come le proposi-
zioni funzionano, si deve badare a come le si impiega
in pratica: in quali circostanze, con quali modalità e
per quali scopi. E allora ogni impressione di unifor-
mità svanisce.
TI linguaggio è, in realtà, un complesso di "giochi
linguistici". L'invenzione di questo termine è stata,
da parte di Wittgenstein, una trovata felicissima, per-
ché il termine evoca un'immagine del linguaggio che
è proprio quella che Wittgenstein vuole proporci.
Come i giochi, così le pratiche di cui il linguaggio
consta sono estremamente varie, e, come i giochi,
6. JL SECONDO WITTGENSTEJN

hanno esistenza non necessaria, ma solo contingente:


«nuovi tipi di linguaggio, nuovi giuochi linguistici,
L..] sorgono e altri invecchiano» 2. Inoltre, con il ter-
mine "giochi linguistici", Wittgenstein intende ~~met-
tere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa
parte di un' attività, o di una forma di vita» 3. Per
chiarire il significato di un'espressione, bisogna illu-
strare il suo ruolo all'interno del gioco linguistico cui
appartiene - bisogna, per così dire, esplicitare le
mosse del gioco che con tale espressione si possono
compiere -, e questo è possibile solo facendo riferi-
mento al gioco linguistico in tutti i suoi aspetti, com-
presi quelli che saremmo inclini a definire non lin-
guistici. Qualsiasi tentativo di spiegare che cos'è il si-
gnificato in astratto e una volta per tutte, prescinden-
do dalla concretezza e dalla specificità degli usi -
come quello che si compie, ad esempio, quando si
afferma che le parole hanno un significato per il fatto
di essere associate ciascuna a un' entità o a un tipo di
entità, cioè per il fatto di avere ciò che si suole chia-
mare una "denotazione" - deve essere respinto come
inadeguato.
Ma, in questo suo insistere sull'inesauribile varietà
dei giochi linguistici e sull'indissolubilità del legame
tra usi del linguaggio e pratiche non linguistiche, Witt-
genstein non esagera forse un po'? Una tale insistenza

2. lvi, § 23.
3. Ibtd.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

- qualcuno potrebbe obiettare - è leeita nella misura


in cui serve a metterei in guardia contro concezioni
del linguaggio unilaterali, riduttive, indebitamente
semplificate; se troppo protratta, però, rischia di farei
dimenticare quello che deve essere pur sempre lo sco-
po del filosofo: caratterizzare il linguaggio in quanto
tale ed elaborare un apparato concettuale che consen-
ta di parlarne in modo unitario e sistematico. Questa
obiezione non è ignorata da Wittgenstein; lui stesso,
anzi, la formula nel modo più netto, mettendola in
bocca a un suo immaginario interlocutore:

Te la fai facile! Parli di ogni sorta di giuochi linguistici,


ma non hai ancora detto che cosa sia l'essenziale del giuo-
co linguistico, e quindi del linguaggio; che cosa sia comu-
ne a tutti questi processi e che cosa ne faccia un linguag-
gio o parte di un linguaggio. Così ti esoneri proprio da
quella parte della ricerca che a suo tempo ti ha dato i
maggiori grattacapi: cioè quella riguardante la forma gene-
rale della proposizione e del linguaggio 4.

La risposta di Wittgenstein è, molto semplicemente,


la seguente:

E questo è vero. - Invece di mostrare quello che è comu-


ne a tutto ciò che chiamiamo linguaggio, io dico che que-
sti fenomeni non hanno affatto in comune qualcosa, in
base al quale impieghiamo per tutti la stessa parola, - ma

4. lvi, § 65·

52
6. IL SECONDO WlTTGENSTEIN

che sono imparentati l'uno con l'altro in molti modi diffe-


renti. E grazie a questa parentela, o a queste parentele, li
chiamiamo tutti "linguaggi" 5.

Questo è un punto cruciale. Si suppone di solito - di-


ce Wittgenstein - che 1'ambito di applicabilità di un
tennine debba essere delimitato da un insieme di con-
dizioni necessarie e sufficienti. Ma i tennini del lin-
guaggio ordinario non funzionano quasi mai cosÌ. In
una pagina delle Ricerche filosofiche che è tra le più
note e frequentemente citate, Wittgenstein fa 1'esem-
pio della parola "gioco". Basta riflettere un attimo per
accorgersi che non ci sono proprietà comuni a tutte e
sole le attività che chiamiamo "giochi". Ci sono giochi
in cui si vince o si perde, ma ce ne sono altri in cui né
si vince né si perde; ci sono giochi in cui conta 1'abili-
tà e altri in cui conta la fortuna; ci sono giochi che
sono divertenti e altri che non lo sono; e cosÌ via. Sa-
rebbe vano andare in cerca di un insieme di condizio-
ni necessarie e sufficienti per stabilire che cos'è un
gioco. Alcuni giochi hanno in comune qualcosa, altri
qualcos'altro. Scrive Wittgenstein:

E il risultato di questo esame suona: Vediamo una rete


complicata di somiglianze che si sovrappongono e s'incro-
ciano a vicenda. Somiglianze in grande e in piccolo. (66)
Non posso caratterizzare queste somiglianze meglio
che con l'espressione "somiglianze di famiglia"; infatti le

5. Ibzd.

53
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

varie somiglianze che sussistono tra i membri di una fami-


glia si sovrappongono e s'incrociano nello stesso modo:
corporatura, tratti del volto, colore degli occhi, modo di
camminare, comportamento, ecc. ecc. E dirò: i 'giuochi'
formano una famiglia 6.

Ora, ciò che vale per la parola "gioco" vale anche


per la parola "linguaggio" (e per le parole di cui ci
serviamo per parlare del linguaggio). TIcomplesso di
pratiche che siamo disposti a chiamare "linguaggio"
è tenuto insieme da nulla più che una rete di somi-
glianze di famiglia. TIfilosofo deve prendeme atto e
riconoscere, quindi, che è pretesa futile voler separa-
re con una linea di demarcazione netta e immodifica-
bile ciò che è linguaggio da ciò che non lo è, che è
illusione concepire il linguaggio come un ambito coe-
rente e unitario, governato da principi di portata ge-
nerale che possano essere oggetto di una teoria si-
stematica.
C'è una continuità profonda tra l'idea di filosofia
del Tractatus e quella che emerge dalle Ricerche filo-
sofiche; ma ci sono anche rilevanti differenze. Witt-
genstein resta convinto che la filosofia sia - per ri-
prendere la frase del Tractatus - un'attività, non una
dottrina; e resta convinto anche che scopo di tale at-
tività sia dissolvere gli equivoci che genera una man-
cata comprensione del modo di funzionare dellin-
guaggio. La novità, d'altra parte, consiste in ciò che

6. lvi, §§ 66-67.

54
6. IL SECONDO WITTGENSTEIN

pOSSIamo denominare "antiessenzialismo". Per il


Tractatus, bisogna sforzarsi di andare al di là della
molteplicità fuorviante delle forme grammaticali e
degli usi per cogliere ciò che nel linguaggio è essen-
ziale, cioè le condizioni più generali il cui soddisfaci-
mento consente al linguaggio di raffigurare i fatti del
mondo. Dal punto di vista delle Ricerche filosofiche,
invece, un' essenza del linguaggio non c'è, e la con-
vinzione che ci sia - la convinzione che i modi con-
creti in cui le espressioni sono usate celino qualcosa
che dovrebbe essere scoperto e portato alla luce - è
proprio la fonte di quegli equivoci che la buona filo-
sofia dovrebbe dissolvere.
Una componente importante dell'antiessenziali-
smo del secondo Wittgenstein, cui dobbiamo perlo-
meno accennare, è l'antimentalismo. Ricadono sotto
questa rubrica le sue celebri considerazioni sul segui-
re una regola e sull'impossibilità di un linguaggio
privato. Si ritiene di solito che l'afferrare il contenuto
di una regola R consista nell'essere in un certo stato
mentale S, che S predetermini il modo corretto di
applicare R in tutti i casi possibili, e che un indivi-
duo il quale, in una data occasione, intende seguire
R la segua davvero se e soltanto se il suo comporta-
mento si conforma a ciò che è predeterminato da S.
Wittgenstein respinge questa concezione. Nessuno
stato mentale può da solo predeterminare il modo
corretto di applicare una regola in tutti i casi possibi-
li. Un individuo può seguire (o violare) una regola
solo in quanto membro di una comunità: l'elemento

55
BREVISSfMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOfl!\ DEL LINGUAGGIO

decisivo non è l'accordo fra il suo comportamento e


certi suoi stati mentali, bensì il giudizio che del suo
comportamento danno gli altri membri della comuni-
tà; e gli altri membri della comunità diranno che, in
questa o quella occasione specifica, l'individuo ha ap-
plicato la regola correttamente se l'ha applicata nello
stesso modo in cui l'avrebbero applicata loro. È ov-
vio che questa tesi wittgensteiniana ha conseguenze
immediate concernenti il linguaggio: nella misura in
cui la conoscenza del significato di un' espressione
può essere identificata con il possesso di una regola
che ne governa l'uso, la conoscenza del significato
non è uno stato mentale, ed è solo per il fatto che un
parlante appartiene a una comunità linguistica che i
suoi usi delle espressioni contano, a seconda delle
circostanze, come corretti o scorretti. Un corollario è
l'impossibilità di ciò che Wittgenstein chiama "lin-
guaggio privato", cioè di un linguaggio che "parli"
delle esperienze soggettive di un individuo in modo
tale che solo l'individuo in questione possa essere
giudice della correttezza o meno del suo impiego. Un
linguaggio del genere è impossibile proprio perché,
per le ragioni menzionate, i criteri di correttezza del-
l'impiego di un linguaggio non possono essere che
pubblici, cioè applicabili da ciascuno dei membri di
un'intera comunità linguistica.
Le idee elaborate da Wittgenstein nella sua fase
matura, che a lungo i più avevano conosciuto solo in
modo indiretto e frammentario, con la pubblicazione
postuma delle Ricerche filosofiche divennero finalmen-
6. IL SECONDO WTTTGENSTEIN

te accessibili a tutti in tutta la loro ricchezza e com-


plessità, suscitando, com' era inevitabile, un diffuso in-
teresse. In Inghilterra, la loro ricezione fu parallela al-
l'affermarsi della cosiddetta "filosofia del linguaggio
ordinario", che ebbe inJohn Austin (I9II-I96o) il suo
rappresentante di maggiore spicco 7. Tra il secondo
Wittgenstein e i filosofi del linguaggio ordinario ci
sono delle indubbie affinità, a cominciare, ovviamente,
dall'indifferenza per i formalismi e dall'attenzione per
il linguaggio quotidiano, considerato in tutta la vasta
gamma dei suoi impieghi. G sono però anche delle
differenze rilevanti. Le tesi wittgensteiniane più radica-
li e provocatorie o non hanno controparte alcuna negli
scritti di questi altri filosofi, oppure vi compaiono in
una forma attenuata e, per così dire, normalizzata. L'i-
dea che i problemi della filosofia tradizionale siano ge-
nerati da fraintendimenti circa il funzionamento del
linguaggio e che li si debba non già risolvere, bensì
dissolvere chiarendo appunto tali fraintendimenti,
cede il posto all'idea - certo interessante e degna di
essere discussa, ma più scialba - che il punto di par-
tenza migliore per affrontare un problema filosofico
consista in una meticolosa ricognizione del modo in
cui, nel linguaggio ordinario, si usano le espressioni
pertinenti. E se Wittgenstein, come si è visto, rifiuta

7. Si vedano J. Austin, Philosophical Papers, Clarendon


Press, Oxford 1961, e Id., How to Do Things With Words, CIa-
rendon Press, Oxford 1962.

57
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

qualunque discorso sul linguaggio che possa somiglia-


re anche solo alla lontana a una teoria, i filosofi del
linguaggio ordinario manifestano, almeno di tanto in
tanto, una certa propensione per le classificazioni si-
stematiche, le generalizzazioni, la ricerca di principi
esplicativi: tanto è vero che Austin è ricordato oggi
soprattutto come iniziatore della cosiddetta "teoria de-
gli atti linguistici" (gli atti che si compiono proferendo
frasi), che ha avuto in seguito sviluppi notevoli e che
presenta motivi di interesse anche per chi per lo stile
filosofico di Austin non abbia simpatia.
Nel complesso, l'incidenza del secondo Wittgen-
stein sugli sviluppi successivi della filosofia analitica
del linguaggio è stata piuttosto limitata. Le Ricerche
filosofiche hanno fornito stimoli, spunti e suggerimen-
ti relativi a questioni specifiche. Inoltre, i più origina-
li e i più profondi tra i problemi formulati da Witt-
genstein (come quelli concernenti la nozione di rego-
la) hanno continuato ad affascinare e a inquietare.
Ma, tutto sommato, solo pochi si sono lasciati con-
vincere che è impossibile mettere ordine nel caos de-
gli usi cui il linguaggio è adibito e che è vano tentare
di ricondurre la realtà linguistica a un quadro teorico
unitario. Come vedremo, persino Dummett, che tra i
grandi filosofi del linguaggio della seconda metà del
N ovecento è quello che più francamente ha ammesso
il proprio debito intellettuale nei confronti del secon-
do Wittgenstein, è lontanissimo da Wittgenstein su
questo punto cruciale.
7

Mondi possibili

Mentre è in auge la filosofia del linguaggio ordinario,


si consolida ed evolve anche il programma di ricerca
instaurato da Frege, da Russell e dal Wittgenstein del
Tractatus. Un fatto importante è l'emergere, tra gli
anni cinquanta e sessanta, di quella che sarà chiama-
ta "semantica dei mondi possibili". A innescare il
processo è un libro di Carnap pubblicato nel 1947:
Meaning and Necessity. Camap era stato molto colpi-
to dall'opera del logico polacco Alfred Tarski
(1902-1983), il quale aveva messo a punto un meto-
do che consentiva di definire, in modo matematica-
mente preciso, la verità per gli enunciati di una vasta
classe di linguaggi formali I. Nella sua versione origi-
naria, però, il metodo non era applicabile ai linguag-
gi della logica modale, e Camap, nel suo libro, cerca
di modificarlo così da superare questa limitazione.

1. Si veda A. Tarski, Der Wahrheitsbegriff in den /ormalisier-


ten Sprachen, in "Studia Philosophica", I, 1935, pp. 261-405.
Non è qui possibile entrare nei dettagli; il metodo tarskiano,
peraltro, è familiare a chiunque abbia nozioni anche modeste di
logica matematica.

59
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

La logica modale ha a che fare con i concetti di


necessità e possibilità. La proposta di Camap circa il
modo di trattare gli enunciati che coinvolgono questi
concetti combina idee di diversa provenienza. Anzi-
tutto, Camap rielabora l'idea wittgensteiniana di con-
dizioni di verità. Nel Tractatus - lo abbiamo visto -
le condizioni di verità di un enunciato sono identifì-
cate con l'insieme delle combinazioni del sussistere e
non sussistere di stati di cose che rendono l'enuncia-
to vero. Carnap riprende questa idea, ma sostituisce
la nozione di stato di cose con quella, risalente a
Leibniz, di mondo possibile. Un mondo possibile è
uno qualunque degli infiniti modi in cui avrebbe po-
tuto essere fatto il mondo. Diciamo che un enunciato
E è vero in un mondo possibile M se E sarebbe stato
vero qualora M fosse stato il mondo reale: in altre
parole, se in M le cose stanno come dice E. Caniap
suggerisce di ridefìnire le condizioni di verità di un
enunciato come l'insieme dei mondi possibili in cui
esso è vero: insieme che è denominato "intensione"
dell'enunciato (laddove l'''estensione'' di un enuncia-
to è semplicemente il suo valore di verità). Per essere
storicamente accurati, dobbiamo ricordare che, in
realtà, Camap ragiona non in termini di mondi pos-
sibili, bensì in termini di descrizioni di stato, cioè di
insiemi di enunciati che vorrebbero essere descrizioni
complete di mondi possibili. Siccome, però, la nozio-
ne di descrizione di stato comporta varie difficoltà
concettuali e tecniche, coloro che hanno sviluppato
l'approccio di Carnap hanno finito con l'abbando-

60
7. MONDI POSS lBILI

narla. Per evitare complicazioni, noi già qui le idee di


Meaning and Necessity preferiamo esporle parlando
senza remare di mondi possibili.
Torniamo al problema del significato degli enun-
ciati modali. Carnap identifica, leibnizianamente, la
necessità con la verità in tutti i mondi possibili e la
possibilità con la verità in almeno un mondo possibi-
le. Più precisamente: un enunciato della forma "Ne-
cessariamente E" è vero se E è vero in tutti i mondi
possibili, e un enunciato della forma "È possibile
che E" è vero se E è vero in almeno un mondo
possibile.
Ma quali sono gli enunciati veri in tutti i mondi
possibili? Avendo rimpiazzato la nozione di stato di
cose con quella di mondo possibile, Carnap ripete a
proposito degli enunciati veri in tutti i mondi possi-
bili ciò che il Tractatus afferma degli enunciati veri
per qualsiasi combinazione del sussistere e del non
sussistere di stati di cose: sono gli enunciati che
esprimono verità logiche, i quali non ci dicono nulla
sul mondo, ma ci mostrano come funziona illinguag-
gio. Quest'ultima idea Carnap la ripropone dicendo
anche che gli enunciati veri in tutti i mondi possibili
sono quelli "analitici": quelli la cui verità dipende
soltanto dalle "regole semantiche" del linguaggio,
cioè dalle regole che fissano il significato delle
espressioni. Parlare di verità necessarie, di verità logi-
che o di verità analitiche è dunque, per Carnap, la
stessa cosa.
È opportuno aggiungere qui due osservazioni. In

6r
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

primo luogo, si deve ricordare quanto importante la


nozione di analiticità fosse per i neopositivisti. Uno
dei loro problemi era come rendere conto della co-
noscenza matematica restando fedeli all'empirismo,
ma senza essere costretti a dire che anche la cono-
scenza matematica era fondata sui dati dell' esperien-
za, cosa che pareva loro implausibile. La soluzione
credettero di trovarla mettendo insieme idee di Frege
e di Russell da un lato e di Wittgenstein dall' altro.
Frege e Russell avevano sostenuto che la matematica
non era altro che logica. Wittgenstein, dal canto suo,
aveva chiarito che le verità della logica erano, appun-
to, verità analitiche. Accettate queste due premesse,
si poteva concludere, per via di sillogismo, che le ve-
rità matematiche erano verità analitiche: dunque, ve-
rità fondate sulle convenzioni che reggono l'uso del
linguaggio, verità la cui conoscibilità non presuppo-
neva un accesso epistemico al mondo dell' esperienza.
Tutto questo deve essere tenuto ben presente: quan-
do Carnap parla, senza fare differenza, di verità logi-
che o di verità analitiche, ciò cui si riferisce non sono
solo enunciati come "Piove o non piove", che anche
noi oggi siamo abituati a classificare tra le verità logi-
che, o come "Nessuno scapolo è sposato", che noi
oggi classificheremmo tra le verità analitiche che non
sono verità logiche, ma anche, per le ragioni appena
illustrate, le verità matematiche. La seconda osserva-
zione è la seguente. L'idea che le verità necessarie
siano le verità che sono tali in tutti i mondi possibili
e l'idea che le verità necessarie coincidano con quelle
7. MONDI POSSIBILI

analitiche, pur essendo, per Carnap, intimamente


connesse l'una all'altra, possono anche essere tenute
separate: come vedremo, c'è stato chi ha accettato la
prima, ma non la seconda.
Uno dei meriti dell'analisi delle modalità in ter-
mini di mondi possibili è che essa spiega, in modo
molto semplice, come mai gli enunciati modali violi-
no quello che, parlando di Frege, abbiamo chiamato
"principio di sostituibilità". Si considerino gli enun-
ciati

Necessariamente 3 + 3 6

(2) Necessariamente in Australia ci sono canguri.

(r) e (2) hanno valori di verità diversi ((r) è vero e


(2) è falso), sebbene (2) sia ottenuto da (r) sosti-
tuendo

3 + 3 6

con

(4) in Australia ci sono canguri

e sebbene il valore di verità di (3) e di (4) sia il me-


desimo. Frege avrebbe detto che (3) e (4), in quanto
parti di (r) e di (2), denotano non i loro valori di
verità, bensì i pensieri che esprimono quando sono
BREVlSSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

usati autonomamente, e che, siccome questi pensieri


sono diversi, la violazione del principio di sostituibi-
lità è solo apparente. La diagnosi di Carnap è diffe-
rente e più semplice. (3) e (4), pur avendo il medesi-
mo valore di verità - pur avendo, come Carnap dice,
la medesima estensione -, hanno però diverse inten-
sioni: sono cioè diversi gli insiemi dei mondi possibili
in cui i due enunciati sono veri. Più precisamente:
(3) è vero in tutti i mondi possibili, (4) solo in alcu-
ni. Ma un enunciato della forma "Necessariamente
E" è vero solo se E è vero in tutti i mondi possibili:
quindi (I) è vero e (2) no, proprio come ci suggeri-
sce l'intuizione. Per essere sicuri che la sostituzione
di un enunciato E con un enunciato E' in un conte-
sto modale preservi il valore di verità del contesto,
bisogna che E e E' abbiano non solo lo stesso valore
di verità - o estensione che dir si voglia -, ma anche
la stessa intensione. I contesti modali sono, secondo
una terminologia introdotta da Camap, non "esten-
sionali", bensì "intensionali".
Le idee che abbiamo sommariamente esposto
sono il punto di partenza del tentativo di Camap,
cui accennavamo all'inizio, di estendere il metodo
tarskiano in modo da renderlo applicabile ai lin-
guaggi formali della logica modale. In questo suo
tentativo Camap non ottenne un successo pieno. Ma
altri dopo di lui, procedendo lungo la strada da lui
aperta, avrebbero condotto l'impresa a buon fine.
Qui, comunque, ci interessa non tanto seguire nei
dettagli questi sviluppi - di carattere eminentemente
7. MONDI POSSIBILI

tecnico -, quanto piuttosto ricordare che la semanti-


ca dei mondi possibili si è rivelata uno strumento di
analisi efficace anche in altri ambiti: in generale, in
tutti quei casi in cui Frege avrebbe invocato la sua
dottrina del senso e della denotazione indiretti. A ti-
tolo di esempio, menzioniamo un trattamento degli
enunciati di credenza dovuto a J aakko Hintikka (n.
1929) 2. Dato un individuo X e dato un mondo pos-
sibile M, diciamo che M è compatibile con le cre-
denze di X se in M le cose stanno come X crede che
stiano. Siccome un individuo non ha mai un'opinio-
ne definita su tutto, i mondi compatibili con le sue
credenze saranno sempre molti: se, poniamo, X non
ha un' opinione definita circa la presenza di lupi in
Sicilia, saranno compatibili con le credenze di X sia
mondi possibili in cui ci sono lupi in Sicilia, sia
mondi possibili in cui non ce ne sono. Orbene, Hin-
tikka propone di analizzare gli enunciati di credenza
nel modo seguente: un enunciato della forma "X
crede che E" è vero se l'enunciato E è vero in tutti i
mondi compatibili con le credenze di X. È facile ve-
dere come questa analisi renda conto del fatto che
per gli enunciati di credenza non vale il principio di
sostituibilità. Riutilizziamo gli esempi già usati per il-
lustrare la posizione di Frege:

2. Si vedano, in particolare, J. Hintikka, Knowledge and


Belie/, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1962, e Id., Seman-
tics for Propositional Attitudes, in W. Davis et al. (eds.), Philo-
sophical Logic, Reidel, Dordrecht 1968, pp. 21-45.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

(5) Nicla crede che Roma abbia più abitanti del


Cairo

(6) Nicla crede che Kant fosse sposato.

Perché (5) e (6) possono avere valori di verità diversi


sebbene gli enunciati subordinati retti dal verbo
"credere" siano entrambi falsi? Possiamo rispondere
a questa domanda ragionando in modo analogo a
quanto abbiamo fatto sopra per (1) e (2). Gli enun-
ciati

(7) Roma ha più abitanti del Cairo

(8) Kant era sposato

hanno lo stesso valore di verità di fatto, ma non in


tutti i mondi possibili: ci sono mondi possibili in cui
Roma ha più abitanti del Cairo ma in cui Kant non
era sposato, così come ci sono mondi possibili in cui
Kant era sposato ma in cui Roma non ha più abitanti
del Cairo. Nulla esclude, in particolare, che (7) ma
non (8) sia vero nei mondi possibili compatibili con
le credenze di Nicla, o viceversa: nel primo caso (5)
sarà vero e (6) falso, nel secondo caso sarà vero (6) e
falso (5). In base all'analisi di Hintikka, per essere
certi che due enunciati della forma "Nicla crede che

66
7. MONDI POSSTBILl

E" e "Nicla crede che E'" abbiano il medesimo valo-


re di verità, non basta che E ed E' condividano la
medesima estensione; devono condividere la stessa
intensione. Anche gli enunciati di credenza, in base a
questa analisi, sono contesti intensionali.
Concludiamo segnalando che questa analisi, no-
nostante i suoi pregi, ha anche qualche difetto. Pren-
diamo l'enunciato "Nicla crede che ci siano infiniti
numeri primi". Possiamo immaginare facilmente si-
tuazioni in cui diremmo che questo enunciato è fal-
so; ma dall' analisi di Hintikk.a segue invece che esso
deve essere vero per forza, perché l'enunciato "Ci
sono infiniti numeri primi" è vero in tutti i mondi
possibili, e quindi, in particolare, in tutti i mondi
possibili compatibili con le credenze di Nicla. Questa
difficoltà (che era stata notata già da Camap, il qua-
le, proprio per questo motivo, si era astenuto dal
proporre un' analisi degli enunciati di credenza come
quella che avrebbe proposto in seguito Hintikk.a) ha
tormentato non poco i fautori della semantica dei
mondi possibili, senza che, peraltro, ne sia mai stata
fornita una soluzione del tutto convincente.
8

Lo scetticismo semantico di Quine

Willard Van Orman Quine (1908-2000) è stato senza


dubbio la personalità di maggior rilievo nell' ambito
della filosofia analitica della seconda metà del Nove-
cento. Per quel che riguarda, in particolare, la filoso-
fia del linguaggio, hanno avuto vasta eco e hanno su-
scitato accesi dibattiti le sue critiche a nozioni che a
molti apparivano (e a molti continuano ad apparire
ancora oggi) fondamentali e irrinunciabili.
Notissimo tra gli scritti di Quine è Two Dogmas
o/ Empiricism, del 1951. L'empirismo di cui qui si
tratta è quello dei neopositivisti. I due dogmi, nei
confronti dei quali Quine manifesta il proprio radica-
le scetticismo, sono la distinzione tra verità analitiche
e verità sintetiche e l'idea che a ogni singolo enuncia-
to significante siano associati un insieme di esperien-
ze possibili che impongono di considerarlo vero e un
insieme di altre esperienze possibili che impongono
di considerarlo falso. Nelle pagine precedenti, abbia-
mo avuto modo di ricordare, sia pure di sfuggita,
quanto importanti queste due idee fossero in effetti
per i neopositivisti. L'argomento di Quine contro la
distinzione analitico-sintetico è che, della nozione di
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

verità analitica, non è possibile dare una definizione


soddisfacente. Si dice di solito che le verità analitiche
sono quelle verità che dipendono soltanto dal signifi-
cato delle espressioni: ma questa sarebbe una buona
definizione solo se si disponesse già di una nozione

nozione esista.\
ben definita df Le altre definizioni
significato, e Quine cui puòche
nega venir
una fatto
tale
di pensare sono tutte o palesemente inadeguate ri-
spetto alla nozione che dovrebbero catturare, oppure
circolari. Cruciale, nell'economia dell'argomento qui-
niano, è la denuncia della circolarità insita in un' e-
ventuale definizione dell' analiticità in termini di sino-
nimia. Si potrebbe essere tentati di dire: sono analiti-
ci gli enunciati che esprimono verità logiche in senso
stretto (ad esempio, "Nessun maschio adulto non
sposato è sposato") e, inoltre, gli enunciati che si ot-
tengono dai precedenti sostituendo questa o quella
espressione con un'espressione sinonima (ad esem-
pio, "Nessuno scapolo è sposato", che si ottiene da
"Nessun maschio adulto non sposato è sposato" so-
stituendo "maschio adulto non sposato" con l'espres-
sione sinonima "scapolo"). Una definizione del gene-
re funzionerebbe, se non fosse che la sinonimia, a
sua volta, non può essere definita se non presuppo-
nendo la nozione di analiticità. Potremmo dire, infat-
ti, che due espressioni A e B sono sinonime se "Tutti
e soli gli A sono B" è analitico (per cui, ad esempio,
"maschio adulto non sposato" e "scapolo" sarebbero
sinonimi in quanto l'enunciato "Tutti e soli i maschi
adulti non sposati sono scapoli" è analitico); e allora
8. LO SCETTICISMO SEMANTICO DI QUINE

la circolarità sarebbe immediatamente visibile. Oppu-


re potremmo dire che le espressioni A e B sono sino-
nime se, rimpiazzando l'una con l'altra in un qualsia-
si enunciato, il valore di verità dell'enunciato non
cambia. In questo caso, la circolarità sarebbe meno
ovvia, ma sussisterebbe comunque. Il motivo - spie-
ga Quine - è che, affinché la definizione appaia cal-
zante, bisogna assumere (i) che la classe degli enun-
\ciati in cui A può essere rimpiazzata con B senza
produrre cambiamenti nei valori di verità contenga
l'enunciato "Necessariamente tutti e soli gli A sono
A" (l'idea, qui, è che, ai fini, ad esempio, della sino-
nimia di "maschio adulto non sposato" e di "scapo-
lo", sia decisiva la verità dell'enunciato "Necessaria-
mente tutti e soli i maschi adulti non sposati sono
scapoli", ottenibile dall'enunciato vero "Necessaria-
mente tutti e soli i maschi adulti non sposati sono
maschi adulti non sposati" per sostituzione di "ma-
schio adulto non sposato" con "scapolo");l(ii) che un
enunciato della forma "Necessariamente E" sia vero
se e soltanto se E è analitico. Ma, non appena l'as-
sunzione (il) sia stata resa esplicita, la circolarità tor-
na ad essere lampante. A questo punto, Quine tira in
ballo il secondo dei due "dogmi", osservando che, se
ci fossero buone ragioni per accettarlo, le dif:fÌcoltà
inerenti al primo dogma svanirebbero. Se, infatti, per
ogni enunciato si potesse stabilire con precisione e
una volta per tutte quali dati empirici ne sanciscono
la verità e quali la falsità, si potrebbe poi anche dire,
molto semplicemente, che gli enunciati analitici sono

71
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

quelli la cui verità è sancita da ogni sorta di dati em-


pirici possibili. TI guaio è che, per Quine, il secondo
dogma è esso stesso privo di fondamenta solide. Per
scalzarlo, Quine non produce argomentazioni vere e
proprie; ma oppone ad esso un'immagine diversa del
modo in cui l'esperienza ci induce ad accettare o re-
spingere enunciati: «le nostre proposizioni sul mondo
esterno - scrive - si sottopongono al tribunale dell'e-
sperienza sensibile non individualmente ma solo

come unsuiinsieme
vincoli solidale»
valori di ~, esperienza
verità I.che pone dei
possiamo assegnare
alle proposizioni. Inoltre, se vogliamo rispettare le
connessioni logiche, il valore di verità che assegnia-
mo a certe proposizioni determina il valore di verità
che dobbiamo assegnare ad altre proposizioni. Tutta-
via, qualunque esperienza è sempre compatibile con
distribuzioni diverse dei valori di verità, e, data una
singola proposizione, non c'è nessuna esperienza che
ci obblighi senza scampo a considerarla vera o che ci
obblighi senza scampo a considerarla falsa. È innega-
bile che ci siano da un lato proposizioni circa il cui
valore di verità l'esperienza può indurci molto facil-
mente a cambiare idea, e dall' altro proposizioni -
come quelle della matematica - che siamo fortemente

1. W. V. Quine, Two Dogmas o/ Empiricism, in "The Philo-


sophical Review", 60, 1951 (rist. in Id., From a Logical Point o/
View, Harvard University Press, Cambridge, MA, 1953; trad. it.
Due dogmi dell'empirismo, in Id., Il problema del signijù;oto,
Ubaldini, Roma 1966, p. 39).

72
8. LO SCETTICISMO SEMANTlCO DJ QUlNE

inclini a considerare vere in ogni caso, quale che sia


il contenuto dell' esperienza. Ma - sostiene Quine - i
due tipi di proposizioni non sono separati da una li-
nea netta: è piuttosto una differenza di grado. In via
di principio, è sempre possibile continuare ad anno-
verare tra le proposizioni vere una proposizione os-
servativa che sembri falsificata dall' esperienza (facen-
do ipotesi opportune che spieghino l'apparente di-
screpanza con i dati), così come è concepibile che, in
certe circostanze, si decida di modificare il valore di
verità attribuito a una proposizione matematica o ad-
dirittura a una proposizione logica (casi del genere
non sono ignoti agli storici della scienza). L'ovvia
conclusione, se si accetta un punto di vista come
questo, è che una distinzione tra verità analitiche e
verità sintetiche del tipo di quella che postulavano i
neopositivisti proprio non può essere tracciata.
L'impatto di Two Dogmas o/ Empiricism è stato
grande. Parecchi filosofi hanno mantenuto la convin-
zione, nonostante le critiche di Quine, che la nozione
di analiticità sia una nozione legittima; ma nessuno,
dopo Quine, crede più che essa possa svolgere il
ruolo che pretendevano di farle svolgere i neopositi-
visti: in particolare, nessuno crede più che si possa
liquidare il problema che la conoscenza matematica
pone alla filosofia semplicemente dicendo che le veri-
tà matematiche sono, appunto, analitiche. Per quanto
riguarda, poi, l'attacco di Quine al secondo dogma,
sul momento è parso ai più che esso segnasse la fine

73
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

di qualunque tentativo di edificare una teoria del si-


gnificato di stampo verifÌcazionista.
Una decina di anni dopo Two Dogmas 0/ Empiri-
cism, Quine pubblica Word and Object 2, dove pro-
pone una tesi che a molti è sembrata ancora più pro-
vocatoria di quelle contenute nel suo scritto prece-
dente: la tesi dell'indeterminatezza della traduzione.
Ecco, in breve, di che cosa si tratta. Secondo Quine,
tutte le volte che è possibile tradurre da un linguag-
gio in un altro, è possibile farIo in parecchi modi di-
versi: non nel senso, ovvio e banale, per cui, ad
esempio, la parola inglese "chair" può essere tradotta
in italiano indifferentemente con "sedia" o con "seg-
gioIa"; ma nel senso che sono sempre disponibili
"manuali di traduzione" diversi, ciascuno dei quali è
pienamente corretto, e che tuttavia traducono questa
o quella espressione in modi reciprocamente incom-
patibili (che cosa voglia dire qui "incompatibili" sarà
chiarito tra poco). L'argomentazione a sostegno di
questa tesi, sviluppata nel famoso secondo capitolo
di Word and Object, si impernia sull'esperimento
mentale della cosiddetta "traduzione radicale". Qui-
ne immagina che un linguista entri in contatto con i
membri di una tribù che parlano una lingua diversis-
sima da tutte quelle a lui note, e che debba mettere a
punto un manuale per tradurre la lingua di costoro
nella nostra partendo da zero, cioè basandosi solo

2. Id., Word and Object, MIT Press, Cambridge (MA) 1960.

74
8. LO SCETTICISMO SEMANTICO DI QUINE

sulle sue osservazioni circa le situazioni in cui gli in-


digeni sono disposti a usare i vari tipi di espressioni.
Quine si chiede se, sulla base di dati siffatti, sia mai
possibile arrivare a un manuale di traduzione unico;
e la risposta che si dà è negativa: quand'anche illin-
guista sapesse tutto ciò che c'è da sapere circa le si-
tuazioni in cui gli indigeni sono disposti a usare i
vari tipi di espressioni della loro lingua, il linguista
potrebbe ancora scegliere tra manuali di traduzione
drasticamente diversi. Supponiamo - dice Quine -
che il linguista abbia constatato che i membri della
tribù sono disposti a dire "Gavagai!" in tutte e sole
le situazioni in cui è visibile un coniglio. La traduzio-
ne più naturale della parola "gavagai" (forse l'unica
che verrà in mente al linguista) sarà allora "coniglio".
Ma - argomenta Quine -, se questa traduzione rende
conto del fatto che le situazioni in cui un indigeno è
disposto a dire "Gavagai!" sono quelle in cui si trova
in presenza di un coniglio, lo stesso può affermarsi
di una traduzione che interpreti "gavagai" come
"parte non staccata di coniglio": e la ragione è, mol-
to semplicemente, che le situazioni in cui è presente
un coniglio e quelle in cui sono presenti parti non
staccate di coniglio coincidono. Naturalmente ci
sono delle complicazioni, perché la parola "gavagai"
può essere impiegata anche all'interno di frasi più
complesse, e si potrebbe magari ritenere che sia il
modo in cui ci si serve di queste altre frasi a esclude-
re l'una o l'altra delle due traduzioni considerate:
Quine, però, pensa che non sia così e che, se si è

75
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

pronti a variare opportunamente anche la traduzione


di altre espressioni, entrambe le traduzioni di "gava-
gai" possano essere mantenute. Ci saranno, quindi,
due diversi manuali di traduzione per la lingua della
tribù che sono entrambi corretti e che tuttavia sono
tra loro incompatibili: incompatibili perché uno tra-
duce "gavagai" con "coniglio" e l'altro con "parte
non staccata di coniglio", e i conigli e le parti non
staccate di coniglio sono, ovviamente, cose ben di-
stinte (la coda di un coniglio, fintanto che non la si
mozza, è una parte non staccata di coniglio, ma non
è un coniglio). E questo - aggiunge Quine - non è
che un esempio. Si possono immaginare molti altri
modi egualmente legittimi di tradurre "gavagai".
Inoltre, ciò che vale per "gavagai" vale per ogni altra
parola della lingua della tribù. Sicché il numero di
manuali di traduzione possibili è in definitiva assai
elevato, presumibilmente infinito.
Al ragionamento di Quine si può muovere un' o-
biezione. Ammettiamo pure - qualcuno potrebbe
dire - che ci siano molti manuali di traduzione tutti
egualmente compatibili con ciò che si può osservare
circa le modalità con cui gli indigeni usano le espres-
sioni della loro lingua. Questo implicherà forse che i
manuali di traduzione in questione sono tutti egual-
mente adeguati per gli scopi pratici, ma non implica
affatto che siano tutti egualmente corretti. Dicendo
"gavagai", gli indigeni hanno di sicuro in mente
qualcosa di definito: orbene, se hanno in mente coni-
gli, un manuale non sarà corretto a meno che tradu-
8. LO SCETTICISMO SEMANTICO DI QUINE

ca "gavagai" con "coniglio"; se hanno in mente parti


non staccate di coniglio, un manuale non sarà corret-
to a meno che traduca "gavagai" con "parte non
staccata di coniglio"; e così via. Questa obiezione è,
dal punto di vista di Quine, assolutamente futile.
tQuine aderisce a una éoncezione comportamentistica
del linguaggio: per lui, una lingua non è che un si-
stema di disposizioni al comportamento verbale. Gli
unici fatti relativi a una lingua sono i modi in cui i
parlanti di questa lingua sono disposti a reagire ver-
balmente alle diverse stimolazioni possibili. Non ci
sono fatti ulteriori: in particolare, l'idea che ci siano
"significati" nascosti nelle menti dei parlanti è, per
Quine, una mera illusione. Di conseguenza, un ma-
nuale di traduzione che tenga conto di tutte le di-
sposizioni al comportamento verbale dei parlanti è
non solo adeguato per gli scopi pratici, ma anche
pienamente corretto: un altro criterio di correttezza
lo cercheremmo invano.
La tesi dell'indeterminatezza della traduzione ap-
pare ancora più paradossale per due conseguenze
che Quine ne trae. La prima conseguenza è che non
c'è nessun fatto relativo a una lingua che stabilisca in
modo univoco a che cosa si riferiscono le parole di
tale lingua. Se è lecito tradurre "gavagai" sia con
"coniglio" sia con "parte non staccata di coniglio",
allora è lecito dire sia che la parola "gavagai" si rife-
risce ai conigli, sia che si riferisce alle parti non stac-
cate di coniglio. Visto da questa prospettiva, il feno-
meno dell'indeterminatezza della traduzione si tra-

77
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

muta in ciò che Quine chiama "inscrutabilità del ri-


ferimento". La nozione di riferimento la possiamo
conservare, ma solo in forma relativizzata; invece di
dire, poniamo, che "gavagai" si riferisce ai conigli,
dovremo dire che si riferisce ai conigli relativamente
al manuale di traduzione M, alle parti non staccate
di coniglio rispetto al manuale di traduzione M'ecc.
«Interrogarsi sul riferimento in un qualunque modo
più assoluto - osserva Quine - sarebbe come chiede-
re la posizione assoluta, o la velocità assoluta, invece
della posizione o della velocità relativamente a un
dato sistema di riferimento» 3. La seconda conse-
guenza è che è indeterminata anche l'interpretazione
del nostro stesso linguaggio. Proprio come, traducen-
do da un' altra lingua in italiano, possiamo tradurre
una stessa parola sia con "coniglio" sia con "parte
non staccata di coniglio" (purché siamo disposti a
variare, in funzione della nostra scelta, anche il modo
di tradurre altre espressioni), così, nell'interpretare
ciò che dice qualcuno che parli italiano, possiamo
preservare la sensatezza dei suoi discorsi anche sup-
ponendo che "coniglio" voglia dire "parte non stac-
cata di coniglio" (purché siamo disposti a interpreta-
re in maniera inconsueta anche altre espressioni ita-
liane).
I giudizi sulla tesi quiniana dell'indeterminatezza

3. Id., Ontological Relativity and Other Essays, Columbia


University Press, New York (NY) 1969, p. 49.
8. LO SCETTICISMO SEMANTICO DI QUlNE

della traduzione sono stati contrastanti. Alcuni hanno


creduto di potersi sbarazzare del ragionamento di
Quine con relativa facilità, sostenendo, ad esempio,
che esso non è altro che una reductio ad absurdum
della sua concezione comportamentistica dellinguag-
gio (bisogna ricordare, a questo proposito, che,
quando apparve Word and Object, il comportamenti-
smo, che era stato a lungo popolare tra psicologi e
filosofi nei paesi anglosassoni, stava ormai perdendo
terreno e presto sarebbe caduto in un completo di-
scredito). Ad altri è sembrato, invece, che Quine ab-
bia messo in luce un problema reale e profondo, che
può essere rrtormulato prescindendo da qualsiasi as-
sunzione di tipo comportamentistico. La questione è
tuttora aperta.

79
9
Verità e verificazione

La semantica dei mondi possibili, di cui abbiamo


parlato sopra, è un modo di sviluppare l'idea di ori-
gine wittgensteiniana secondo cui conoscere il signifÌ-
cato di un enunciato equivale a conosceme le condi-
zioni di verità. Un altro modo di sviluppare questa
stessa idea è quello proposto, a partire dagli anni ses-
santa, da Donald Davidson (1917-2003) I. Davidson
si chiede quale forma debba avere una teoria del si-
gnificato per una data lingua, cioè una teoria che
specifichi il signifÌcato di ogni enunciato della lingua
in questione. La risposta gli è ispirata dal lavoro di
T arski sul concetto di verità per i linguaggi formali,
che però legge in una chiave diversa da quella di
Camap e dei fautori della semantica dei mondi possi-
bili. Senza entrare in dettagli che sarebbero inevita-
bilmente molto tecnici, diciamo che, per Davidson, è

1. Si vedano gli articoli raccolti in D. Davidson, Inquiries


into T ruth and Interpretation, Oxford University Press, Oxford
1984. L'evoluzione successiva delle idee di Davidson è docu-
mentata da numerosi altri articoli dispersi in riviste e volumi
collettanei.

81
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sbagliato reificare le condizioni di verità identifican-


dole con un insieme di mondi possibili o con qual-
siasi altro tipo di entità astratta. A suo avviso, una
buona teoria del significato per una lingua L è sem-
plicemente una teoria che, a partire da un insieme fi-
nito di assiomi, consenta di dedurre un enunciato
vero della forma

(r) 'E' è vero se e soltanto se F

per ogni enunciato E di L. Supponiamo, ad esempio,


che L - il cosiddetto "linguaggio oggetto" - sia l'in-
glese e che il linguaggio in cui è formulata la teoria -
il cosiddetto "metalinguaggio" - sia !'italiano: allora,
a partire dagli assiomi della teoria, dovranno essere
deducibili enunciati come "'Snow is white' è vero se
e soltanto se la neve è bianca", "'Four is a prime
number' è vero se e soltanto se quattro è un numero
primo", "'There are wolves in Sicily' è vero se e sol-
tanto se ci sono lupi in Sicilia"; e così via. L'idea è
che, per conoscere, poniamo, il significato di "There
are wolves in Sicily", sia sufficiente sapere appunto
che "There are wolves in Sicily" è vero se e soltanto
se ci sono lupi in Sicilia, e che, quindi, una teoria
che ci fornisca questa informazione ci ragguagli esau-
rientemente sul significato dell' enunciato.
A differenza degli studiosi che operano nel qua-
dro della semantica dei mondi possibili, dediti di so-
lito ad analisi minute e rigorose di costruzioni lingui-
stiche specifiche, Davidson è interessato soprattutto

82
9. VERITÀ E VERIFICAZIONE

alle questioni generali concernenti la plausibilità e la


realizzabilità in linea di principio della sua proposta.
I problemi sono parecchi. Un enunciato come "'The-
re are wolves in Sicily' è vero se e soltanto se ci sono
lupi in Sicilia" può dare effettivamente l'impressione
di essere informativo; ma nulla impedisce che illin-
guaggio oggetto sia parte del metalinguaggio, nel
qual caso tra gli enunciati veri della forma (I) po-
trebbe esserci, ad esempio, "'Ci sono lupi in Sicilia' è
vero se e soltanto se ci sono lupi in Sicilia", ed è le-
cito domandarsi quale informazione circa il significa-
to di "Ci sono lupi in Sicilia" un enunciato del gene-
re possa mai fornirci. Inoltre, anche se il linguaggio
oggetto e il metalinguaggio non si sovrappongono,
può sembrare che non basti richiedere che nella teo-
ria siano deducibili enunciati veri della forma (I),
perché tale è, ad esempio, l'enunciato "'Snow is whi-
te' è vero se e soltanto se l'erba è verde" 2 e si può
obiettare che un enunciato del genere non specifica
affatto in modo corretto le condizioni di verità di
"Snow is white". E ancora: in che senso, esattamen-
te, una teoria del signi:fÌ.cato del tipo caldeggiato da
Davidson sarebbe - come Davidson pretende - una
teoria empirica? In che modo, esattamente, i dati re-
lativi al comportamento verbale e non verbale dei

2. Si tenga presente che condizione necessaria e sufficiente


affinché un enunciato della forma "A se e soltanto se B" sia
vero è che A e B abbiano il medesimo valore di verità.
BREVISSIMA fNTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

membri di una comunità linguistica potrebbero giu-


stificare l'adozione di una tale teoria? Per ognuno di
questi problemi, Davidson ha proposto una soluzio-
ne. In questa sede, però, non ci è consentito dirne
nulla, così come non ci è possibile neppure accenna-
re agli sviluppi, ramificati in varie direzioni, che le
idee di Davidson sul linguaggio hanno avuto nel cor-
so degli anni..-:-
TI più radicale - e il più illustre - fra i critici di
Davidson è probabilmente Michael Dummett (n.
I925), responsabile del riemergere, dopo un'eclissi
piuttosto prolungata, dell'indirizzo vermcazionisti-
co 3. Come abbiamo avuto occasione di sottolineare,
per i neopositivisti il principio di verificazione era
tutt'uno con l'idea che il significato di un enunciato
sia costituito dalle sue condizioni di verità. Per
Dummett, invece, quest'idea è assai problematica, e
il vermcazionismo come lui lo intende rappresenta
un' alternativa. TI suo ragionamento è più o meno il
seguente. A suo avviso, la conoscenza, da parte di
un individuo, del significato di un enunciato deve
potersi manifestare compiutamente nell'uso che l'in-

3. Anticipato già nell'articolo Truth dd 1959, il verifÌcazio-


nismo di Dummett è stato approfondito e sviluppato soprattut-
10 a partire dagli anni settanta. Si vedano gli scritti raccolti in
M. Dummett, Truth and Other Enigmas, Duckworth, London
1978, e Id., The Seas 0/ Language, Duckworth, London 1993,
nonché il farragginoso ma importante Id., The Logical Basis 0/
Metaphysics, Duckworth, London 1991.
9. VERITÀ E VERIFICAZIONE

dividuo fa dell' enunciato in questione. Ora, in che


cosa si può manifestare la conoscenza delle condizio-
ni di verità di un enunciato? Sembra esserci un'unica
risposta possibile: nella capacità di asserire l'enuncia-
to se l'enunciato è vero e di asserire la sua negazione
se è falso. Ma noi possiamo dire di possedere una
tale capacità solo per alcuni tra gli enunciati del no-
stro linguaggio, non per tutti. Ci sono dunque enun-
ciati dei quali non possiamo dire di conoscere le
condizioni di verità. A questo punto i casi sono due:
o sosteniamo che questi enunciati non hanno per noi
significato alcuno, il che è sommamente implausibile,
oppure abbandoniamo !'idea che la conoscenza che
abbiamo del loro significato possa essere identificata
con una presunta conoscenza delle loro condizioni
di verità. Tutto ciò può essere chiarito prendendo
come esempio gli enunciati matematici. Di un'ugua-
glianza aritmetica - "56 x 2 = 13 + 99", poniamo
- io posso dire legittimamente di conoscere le condi-
zioni di verità, perché sono certamente in grado di
asserirla se è vera e di asserire la sua negazione se è
falsa. Magari, se sono lento nel calcolo mentale, il
valore di verità dell'uguaglianza non mi è subito ov-
vio, ma posso comunque stabilirlo applicando le re-
gole per il computo del prodotto e della somma che
ho appreso a scuola. Questa mia capacità di stabilire
se l'uguaglianza è vera o falsa è ciò in cui si manife-
sta la mia conoscenza delle sue condizioni di verità.
Ma non tutti gli enunciati matematici sono cosÌ.
Consideriamo la cosiddetta "congettura di Gold-
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

bach", cioè la congettura che ogni numero pari mag-


giore di 2 sia la somma di due numeri primi. Nessu-
no, finora, è mai riuscito né a dimostrarla né a con-
futarla. Non è che i calcoli siano troppo complicati,
è che un metodo per stabilire se la congettura sia
vera o falsa proprio non è disponibile. Magari in fu-
turo una dimostrazione o una confutazione sarà sco-
perta, ma può anche darsi che, invece, la soluzione
del problema trascenda le capacità umane. Nono-
stante questa nostra incapacità presente (e forse pe-
renne) di stabilire se la congettura di Goldbach sia
vera o falsa, un filosofo che la pensi come Davidson
ritiene che, in qualche modo, noi ne conosciamo le
condizioni di verità. Dummett obietta che questa
presunta conoscenza, non potendosi manifestare nel-
l'uso che dell'enunciato siamo in grado di fare, è in
realtà una chimera. È indubbio, d'altro canto, che
l'enunciato esprimente la congettura di Goldbach
noi lo comprendiamo: in che cosa consisterà, dun-
que, questa comprensione? Nella nostra conoscenza
di che cosa possa eventualmente costituire una sua
dimostrazione. Questa - sottolinea Dummett - è una
conoscenza che, a differenza di quella, presunta, del-
le condizioni di verità, possiamo effettivamente ma-
nifestare nel nostro uso dell'enunciato: messi di fron-
te a un ragionamento, infatti, siamo in grado di sta-
bilire se esso è o no una dimostrazione dell'enuncia-
to in questione e, quindi, se ci autorizza o meno ad
asserirlo. Quest'analisi Dummett la estende anche
agli enunciati empirici, salvo che, nel caso generale,

86
9. VERITÀ E VERIFICAZIONE

la nozione di dimostrazione dovrà essere sosutillta


da quella, più ampia, di verificazione. Prendiamo un
enunciato come "C'è vita nell'universo in luoghi di-
versi dalla Terra". Noi non possediamo un metodo
per stabilire se questo enunciato è vero o falso, e
magari il suo valore di verità è destinato a rimanerci
per sempre ignoto. È perciò illusoria - dice Dum-
mett - l'impressione di conosceme le condizioni di
verità. Ciò che conosciamo sono le sue condizioni di
verificazione, cioè le circostanze in cui l'evidenza di-
sponibile ci autorizzerebbe a considerarlo vero e
quindi ad asserirlo. La nostra conoscenza del signifi-
cato dell'enunciato consiste in questo.
Una conseguenza singolare che Dummett crede
di dover trarre dall'adozione del punto di vista verm-
cazionistico è la necessità di una riforma della logica.
Dummett ritiene, ad esempio, che si debba abbando-
nare il venerato principio del terzo escluso, secondo
il quale sarebbe vero a priori qualunque enunciato
della forma "A o non-A". L'accettazione del princi-
pio si basa sull'idea che, quale che sia l'enunciato A,
o A o non-A deve essere per forza vero, indipenden-
temente dalla nostra capacità di arrivare mai a stabi-
lire quale dei due sia vero. Per Dummett, questa idea
è tutt'uno con la convinzione - infondata - che si as-
socino mentalmente condizioni di verità ben definite
anche agli enunciati di cui non si è in grado di stabi-
lire se siano veri o falsi. Se ragioniamo in termini di
verificazione, dobbiamo dire che un enunciato della
forma "A o non-A" è legittimamente asseribile solo
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

se si è appurata la verità di A oppure si è appurata la


verità di non-A. In una situazione, come quelle in cui
ci si trova attualmente, in cui non si è appurata la
verità né di "Ogni numero pari maggiore di 2 è la
somma di due numeri primi" né di "Non ogni nume-
ro pari maggiore di 2 è la somma di due numeri pri-
mi", asserire "Ogni numero pari maggiore di 2 è la
somma di due numeri primi oppure non ogni nume-
ro pari maggiore di 2 è la somma di due numeri pri-
mi" sarebbe pertanto illegittimo. Considerazioni di
questo genere inducono Dummett a ipotizzare che la
logica giusta sia non ciò che si suole chiamare "logica
classica", bensì la cosiddetta "logica intuizionista",
proposta all'inizio del Novecento, per il caso partico-
lare della matematica, da Luitzen Egbertus Jan
Brouwer.
Un altro aspetto notevole della filosofia di Dum-
mett è una reinterpretazione della tradizionale que-
stione metafisica del realismo. Per illustrare questo
punto, è utile anzitutto aggiungere qualcosa a propo-
sito di Brouwer, il quale propugna l'abbandono della
logica classica in matematica basandosi non, come
Dummett, su considerazioni di ordine semantico, ma
su un particolare modo di concepire la natura degli
enti matematici. Se si suppone che gli enti matemati-
ci esistano e abbiano le proprietà che hanno indipen-
dentemente dalla conoscenza che possiamo averne -
cioè, se si aderisce, per quanto concerne la matemati-
ca, a una metafisica realista -, l'adozione della logica
classica in matematica appare - dice Brouwer - giu-

88
9. VERITÀ E VERIFICAZIONE

sti:fìcata;senonché, a suo avviso, una concezione sif-


fatta deve essere respinta: gli enti matematici e le
loro proprietà esistono, secondo lui, solo in quanto
prodotto dell' attività mentale del matematico; e di-
venta chiaro, allora, che l'uso in matematica di prin-
cipi come quello del terzo escluso è privo di qualsiasi
fondamento. Sia A, ancora una volta, l'enunciato del-
la congettura di Goldbach: se gli enunciati matemati-
ci non descrivono un mondo iperuranio di entità au-
tonome ed eterne, non c'è ragione di credere che A
sia oggettivamente vero o falso fintanto che il mate-
matico, con la sua attività mentale, non ne abbia pro-
dotto una dimostrazione o una confutazione, e non
c'è ragione, perciò, di asserire "A o non-A". Dum-
mett, dal canto suo, accetta l'idea di Brouwer che, in
matematica, l'alternativa tra realismo e antirealismo
sia solidale con quella tra logica classica e logica in-
tuizionista, ma - per così dire - inverte l'ordine della
priorità: non bisogna cercare di risolvere prima il
problema metafisico e poi, in funzione della conclu-
sione cui si è giunti, scegliere la logica; bisogna, al
contrario, stabilire anzitutto qual è la logica giusta in
base a considerazioni relative al significato degli
enunciati del tipo di quelle delineate sopra; dopodi-
ché, si potrà dire che l'immagine più adeguata della
natura degli enti matematici è quella proposta dal re-
alista oppure quella proposta dall'antirealista, a se-
conda che la logica sia quella classica o quella intui-
zionista. Dummett, inoltre, ritiene che si possa proce-
dere allo stesso modo in tutti quegli ambiti in cui
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

tradizionalmente si sono contrapposti un punto di vi-


sta realista e uno antirealista: ontologia del senso co-
mune, entità postulate dalla fisica, giudizi morali ecc.
In ognuno di questi casi, bisogna, secondo Dummett,
analizzare il modo in cui sono usati gli enunciati rile-
vanti così da stabilire qual è la logica corretta: una
volta fatto questo, la disputa metafisica potrà consi-
derarsi automaticamente risolta. Naturalmente, per le
ragioni che abbiamo esposto, Dummett è persuaso
che, almeno nella maggior parte dei casi, il verdetto
sia favorevole all' antirealismo.
Gli elementi di novità del verifÌcazionismo di
Dummett rispetto a quello dei neopositivisti sono
dunque vistosi (e più che ai neopositivisti, Dummett
ama fare riferimento al secondo Wittgenstein, di cui
cita spesso lo slogan «TI significato è l'uso»). Non è
chiaro, peraltro, se le difficoltà che insidiavano il ve-
rifÌcazionismo neopositivistico Dummett le abbia
completamente neutralizzate. Molti ne dubitano. Re-
sta il fatto che la sua critica all'idea di una teoria del
significato imperniata sulla nozione di condizioni di
verità non è facile da rintuzzare, e che il modo origi-
nalissimo in cui salda insieme analisi del significato,
logica e metafisica conferisce alla sua filosofia un in-
negabile fascino.
IO

Linguaggio e metafisica

Nel gennaio del 1970 Saul Kripke (n. 1940) tenne al-
l'università di Princeton tre conferenze. Pubblicato
un paio d'anni dopo con il titolo Naming and Ne-
cessity I, il testo di queste conferenze divenne subito
popolarissimo, esercitò una profonda influenza so-
prattutto sui filosofi analitici delle generazioni più
giovani, ed è ancora oggi frequentemente citato e
discusso.
Come si ricorderà, Frege attribuiva ai nomi pro-
pri non solo una denotazione, ma anche un senso.
Semplificando un po', si può dire che, per Frege, un
nome era 1'abbreviazione di una descrizione definita,
e che il suo senso era il senso della descrizione defi-
nita di cui era abbreviazione. Questa idea - che co-
stituisce ciò che Kripke chiama "teoria descrittiva"
dei nomi - era stata poi sottoscritta, magari con

lo S. Kripke, Naming and Necessity, in D. Davidson, G.


Harman (eds.), Semantics o/ Natural Language, Reidel, Dor-
drecht 1972, pp. 253-355 e 762-9; ristampato come Naming and
Necessity, Harvard University Press, Cambridge (MA)-Blackwell,
Oxford 1980.
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

qualche variazione, da molti altri filosofi (sebbene


non da tutti: ad esempio, per il Wittgenstein del
Tractatus, come si è avuto modo di accennare, un
senso i nomi non ce l'hanno affatto). Kripke ritiene
che la teoria descrittiva sia completamente sbagliata.
Che un nome - "Aristotele", poniamo - non sia ab-
breviazione di una descrizione definita si dimostra
come segue. Supponiamo che "Aristotele" sia abbre-
viazione della descrizione definita "il filosofo greco
maestro di Alessandro Magno". Allora l'enunciato

(r) Aristotele fu maestro di Alessandro Magno

dovrebbe esprimere una verità necessaria: infatti, (r)


non sarebbe altro che un'abbreviazione di "TI filosofo
greco maestro di Alessandro Magno fu maestro di
Alessandro Magno", che esprime una verità logica e
quindi, appunto, necessaria. Ma l'intuizione ci dice,
invece, che la verità di (r) è solo contingente: anche
se Aristotele è stato di fatto maestro di Alessandro
Magno, avrebbe potuto benissimo non esserlo. Dun-
que l'ipotesi di partenza cade: "Aristotele" non è
un'abbreviazione di "il filosofo greco maestro di
Alessandro Magno". E siccome il ragionamento può
essere ripetuto, mutatis mutandis, per qualsiasi altra
descrizione definita che possa venire in mente, la
conclusione è che "Aristotele" non è abbreviazione
di nessuna descrizione definita.
Tra le descrizioni definite e i nomi - afferma
Kripke - c'è una differenza fondamentale. Una de-
IO. LINGUAGGIO E METAFISICA

scnZlOne definita può denotare individui diversi in


mondi possibili diversi. Si consideri, ad esempio, la
descrizione definita "il maestro di Alessandro Ma-
gno": in ciascun mondo possibile, questa descrizione
definita denota l'individuo (se c'è) che è stato l'unico
ad essere maestro di Alessandro Magno in quel mon-
do, e, siccome in mondi possibili diversi Alessandro
Magno ha avuto maestri diversi, la denotazione della
descrizione definita varia da mondo a mondo. Vice-
versa, i nomi sono "designatori rigidi", cioè termini
che in tutti i mondi possibili hanno la stessa denota-
zione. Così, "Aristotele" denota Aristotele in qualun-
que mondo, anche se, magari, in quel mondo Aristo-
tele ha proprietà molto dissimili da quelle che ha nel
mondo reale.
Si potrebbe cercare di salvare la teoria descrittiva
proponendone una versione indebolita: si potrebbe
ammettere che i nomi non sono abbreviazioni di de-
scrizioni definite e tuttavia sostenere che ad un nome
ogni parlante deve associare mentalmente una descri-
zione definita che ne fissi la denotazione nel mondo
reale. Ma Kripke osserva che anche così riformulata
la teoria descrittiva è indifendibile perché smentita
dai fatti: spesso usiamo un nome per riferirci a qual-
cuno o a qualcosa che non siamo affatto in grado di
descrivere adeguatamente. Ad esempio, possiamo
usare il nome "Richard Feynman" sapendo solo, di
Feynman, che era un famoso fisico statunitense, op-
pure possiamo usare il nome "Montevideo" convinti
che Montevideo sia la capitale del Paraguay e senza

93
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

saperne niente altro. Può capitare addirittura che


nessuno, nell'intera comunità linguistica, sia in grado
di identificare descrittivamente l'individuo o la cosa
che un nome denota. L'esempio proposto da Kripke
è "Giona": secondo gli studiosi, "Giona" è il nome
di un personaggio storico realmente esistito, sebbene
le uniche notizie disponibili sul suo conto siano quel-
le fornite dalla Bibbia, che sono presumibilmente fal-
se. Ma - ci si può domandare a questo punto -, se la
denotazione di un nome nel mondo reale non è fissa-
ta da una descrizione definita, da che cosa è fissata?
La risposta di Kripke è, in sintesi, la seguente. Un
nome N, così com'è usato da un parlante P, denota
X se sono soddisfatte due condizioni: (i) qualcuno,
in grado di identificare X percettivamente o descritti-
vamente, ha imposto a X il nome N con quello che
può essere chiamato un "atto di battesimo"; (ii) l'uso
del nome N è stato trasmesso a P attraverso una ca-
tena di parlanti all'altro capo della quale c'è colui
che ha compiuto l'atto di battesimo, e nessuno dei
parlanti coinvolti nella catena ha intenzionalmente
modificato la denotazione di N. Se queste due condi-
zioni sono soddisfatte, N, come P lo usa, denota X
indipendentemente dal fatto che P sia in grado o
meno di identificare X in termini descrittivi. Una
conseguenza importante della tesi secondo cui i nomi
sono designatori rigidi è che qualsiasi enunciato vero
della forma "N è N"', dove N e N' sono nomi, espri-
me una verità necessaria. Si consideri ad esempio

94
IO. LINGUAGGIO E METAFISICA

(1) Espero è Fosforo.

"Espero" e "Fosforo" sono due nomi del pianeta Ve-


nere: l'uno usato per riferirsi a Venere in quanto visi-
bile in cielo la mattina, l'altro per riferirsi a Venere
in quanto visibile la sera. Siccome nel mondo reale i
due nomi hanno la stessa denotazione, l'enunciato
(1) è vero nel mondo reale. Ma, se i nomi sono desi-
gnatori rigidi, ciascuno dei due nomi continuerà a
denotare in tutti gli altri mondi possibili ciò che de-
nota nel mondo reale, e quindi, poiché nel mondo
reale la denotazione dei due nomi è la stessa, tale re-
sterà anche negli altri mondi. Ne segue che (1) è
vero in tutti i mondi, cioè, appunto, che esprime una
verità necessaria. Ma è plausibile questa conclusione?
Qualcuno potrebbe negarlo, sostenendo che ciò che
è espresso da (1) non può essere una verità necessa-
ria perché non è conoscibile a priori: un individuo
può benissimo non essere in condizione di rendersi
conto che il corpo celeste che gli è capitato talvolta
di vedere la mattina è lo stesso che, in altre occasio-
ni, gli è capitato di vedere la sera, e per convincersi
che è così, e che (1) è vero, può avere bisogno di
dati empirici ulteriori. Kripke ammette che la verità
di (1) sia conoscibile solo a posteriori, ma respinge
l'obiezione, che si fonda, a suo avviso, su un presup-
posto del tutto errato: sull'idea, cioè, che le verità
necessarie debbano essere anche a priori. La nozione
metafisica di necessità e quella epistemologica di
apriorità sono - dice Kripke - due cose diverse, e

95
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

non c'è nessun motivo per cui la prima debba impli-


care la seconda. Che, in effetti, una tale implicazione
non sussista, è dimostrato da esempi come (I).
Questa netta distinzione fra necessario e a priori
- per quanto possa apparire, una volta che sia stata
formulata, abbastanza ovvia - ha costituito una novi-
tà importante rispetto a quella che era stata fino ad
allora la maniera prevalente di pensare le modalità:
basti ricordare Carnap, il quale, identificando il ne-
cessario con l'analitico e scorgendo nell' analiticità
l'unica fonte di conoscenze a priori, finiva con lo sta-
bilire proprio una piena equivalenza tra necessario e
a priori. Dobbiamo aggiungere che, per Kripke, gli
enunciati come (I) non sono che alcuni tra quelli che
esprimono verità necessarie a posteriori. Ce ne sono,
secondo lui, molti altri. Questa convinzione gli deriva
dalla sua adesione all'idea che ci siano proprietà "es-
senziali", cioè proprietà che, se sono possedute da
un individuo, sono possedute da quell'individuo ne-
cessariamente. Facciamo un esempio. Kripke ritiene
che, tra le proprietà essenziali di un individuo, ci sia
quella di avere avuto certi determinati genitori.
Quindi, un enunciato come "Elisabetta I era figlia di
Enrico VIII e di Anna Bolena" esprimerà anch' esso
una verità necessaria a posteriori: a posteriori perché
quali fossero i genitori di Elisabetta I non sarebbe
certo possibile stabilirlo a priori; necessaria perché,
posto che nel mondo reale i genitori di Elisabetta I
siano effettivamente Enrico VIII e Anna Bolena, non
IO. LINGUAGGIO E METAFISICA

c'è - se Kripke ha ragione - nessun mondo possibile


in cui Elisabetta I abbia genitori diversi.
Un' analisi in larga misura parallela a quella dei
nomi propri, Kripke l'ha proposta per i termini di
sostanza e di genere naturale: termini come "oro",
"acqua", "tigre", "limone" ecc. 2. Anzitutto bisogna
respingere l'analogo, per termini siffatti, della teoria
descrittiva dei nomi: cioè l'idea che a ogni termine i
parlanti associno mentalmente un insieme di proprie-
tà e che il termine si riferisca a ciò che ha le pro-
prietà in questione. Presumibilmente un parlante me-
dio non sarebbe in grado di distinguere l'oro dal
princisbecco, e quindi le proprietà che associa a
"oro" non sono possedute solo dall'oro ma anche dal
princisbecco. Quando usiamo il termine "tigre", tutti
noi pensiamo a un animale con il pelo fulvo a strisce
nere, ma ci possono essere tigri che non hanno que-
sto aspetto (tigri albine, poniamo). E così via. Sareb-
be dunque assurdo sostenere davvero che sono le
proprietà che tutti i parlanti hanno in mente a de-
terminare ciò cui "oro", "tigre" ecc. si riferiscono.

2. Su questo punto, idee simili a quelle di Kripke sono sta-


te elaborate da Hilary Putnam (n. 1926). Si veda, in particolare,
Id., The Meaning o/ 'Meaning', in K. Gunderson (ed.), Logi~
Mind and Knowledge, University of Minnesota Press, Minnea-
polis (MN) 1975 (rist. in H. Putnam, Mind, Language and Real-
ity, Cambridge University Press, Cambridge 1975, pp. 215-71;
trad. it. Il significato di 'significato', in Mente, linguaggio e realtà,
Adelphi, Milano 1987, p. 107).

97
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Ma, per Kripke, non sono neppure le descrizioni


molto più accurate che forniscono gli esperti. Magari
oggi gli scienziati sono in grado di dirci che cos' è
l'oro con assoluta precisione: ma la parola "oro" de-
signava l'oro già in epoche passate, quando anche chi
era considerato esperto aveva sulla natura dell' oro
idee assai confuse. Che cosa, dunque, fa sì che un
termine di sostanza o di genere naturale designi ciò
che designa? Anzitutto il termine deve essere intro-
dotto in modo appropriato: ciò accade quando qual-
cuno, trovandosi in presenza di campioni di una cer-
ta sostanza o di esemplari di un certo genere natura-
le, decide di usare il termine per designare la sostan-
za di cui sono fatti quei campioni o il genere cui ap-
partengono quegli esemplari. Poi il termine si diffon-
de progressivamente all'interno della comunità lin-
guistica, continuando a designare ciò per cui è stato
introdotto. Né colui che introduce il termine, né gli
altri membri della comunità, devono per forza essere
capaci di caratterizzare la sostanza o il genere natura-
le in termini descrittivi. Se a un dato pezzo di mate-
ria si applica il termine "oro", non è perché ad esso
si attagli una descrizione che qualcuno ha in mente,
ma perché è un pezzo di materia che - magari senza
che nessuno sia in grado di stabilirlo con certezza - è
fatto della stessa sostanza di cui erano fatti i campio-
ni che aveva di fronte chi il termine "oro" lo ha in-
trodotto. E il termine "oro" continua a designare la
medesima sostanza, cioè l'oro, anche quando lo si
usa per parlare di altri mondi possibili, indipendente-
IO. LINGUAGGIO E METAFISICA

mente dal fatto che, in questi altri mondi, l'oro abbia


o non abbia le proprietà che abitualmente gli attri-
buiamo nel mondo reale. Anche i termini di sostanza
e di genere naturale sono, insomma, designatori rigi-
di. TI che implica, secondo Kripke, che con questi
termini si possono costruire ulteriori esempi di enun-
ciati esprimenti verità necessarie a posteriori. Si pren-
da un enunciato come "L'oro ha numero atomico
79". Non si tratta certo di un enunciato che possa
essere riconosciuto vero a priori; ma, se è vero (come
oggi si ritiene), la sua verità è necessaria: il termine
"oro" designa la medesima sostanza in tutti i mondi
possibili, l'avere un certo numero atomico è, per
Kripke, una proprietà essenziale, e quindi, se l'oro ha
numero atomico 79 nel mondo reale, non c'è alcun
mondo possibile in cui abbia un numero atomico
diverso.
Come si è detto, le idee di Kripke hanno riscosso
un ampio consenso. Dobbiamo ricordare, però, che
sono state anche oggetto di valutazioni molto criti-
che. A parte i dissensi su questioni particolari, ha su-
scitato perplessità l'apparente disinvoltura con cui
Kripke propone tesi metafisiche impegnative. Da
questo punto di vista, lo stile filosofico reso popolare
da Kripke agli inizi degli anni settanta è senza dub-
bio in netto contrasto con quello che è stato l'atteg-
giamento prevalente nella tradizione analitica, per la
quale la parola "metafisica" ha avuto quasi sempre
una connotazione negativa. Si pensi a Wittgenstein,
si pensi all'ossessione antimetafisica dei neopositivisti.

99
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Si pensi a Dummett, che dice di voler riabilitare la


questione metafisica del realismo, ma che ne ammet-
te la sensatezza solo nella misura in cui riesce a iden-
tifìcada con la questione di quale sia la forma giusta
di una teoria del significato. Era inevitabile, dunque,
che cose come le affermazioni di Kripke circa l' esi-
stenza di proprietà essenziali, o la sua idea che so-
stanze e generi naturali siano in gran parte indipen-
denti dal modo in cui categorizziamo il mondo, in-
contrassero resistenze. Ci sembra, peraltro, che un
giudizio equilibrato su Naming and Necessity debba
tenere conto di due fatti: in primo luogo, molte delle
osservazioni di Kripke su nomi e termini di sostanza
e di genere naturale riguardano il modo in cui queste
espressioni sono effettivamente usate dai parlanti e
possono essere tenute separate dalle sue tesi metafisi-
che più controverse; in secondo luogo, almeno alcu-
ne tra queste tesi metafisiche possono essere accolte
con minore fastidio se le si intende come una pura e
semplice esplicitazione di assunzioni che sono parte
della visione del mondo propria del senso comune,
non come tesi che debbano necessariamente essere
mantenute quando si tenti, come filosofi o magari
come scienziati, di elaborare un' altra visione del
mondo più criticamente consapevole e controllata.

100
Conclusione

Crediamo non sia del tutto arbitrario concludere qui


la nostra esposizione. Dopo gli anni settanta, molte
cose sono cambiate, a causa dei rapporti via via sem-
pre più stretti che si sono instaurati tra la filosofia
del linguaggio, la linguistica, le scienze cognitive e la
filosofia della mente. La situazione odierna è caratte-
rizzata da un fitto e complicato reticolo di interazioni
tra queste diverse aree di ricerca. il confronto e la
collaborazione sempre più frequenti con i cultori di
altre discipline hanno favorito l'abbandono, da parte
dei filosofi analitici del linguaggio, di atteggiamenti
un tempo radicati: il tradizionale antimentalismo si è
andato dissolvendo, ad esempio, ed è ormai quasi
completamente caduta la pretesa di attribuire valore
fondativo a un' analisi del linguaggio condotta, per
così dire, nel vuoto. il motivo per cui, nonostante
tutte le novità degli ultimi decenni, ci sembra legitti-
mo interrompere la nostra storia al punto cui l'abbia-
mo condotta, è che i contributi specifici della filoso-
fia del linguaggio alle imprese interdisciplinari più re-
centi sono basati, in larghissima misura, su idee ela-
borate in precedenza: sostanzialmente, quelle di cui

101
BREVISSIMA INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

abbiamo fornito qui un sommario resoconto. Men-


zioneremo, per illustrare questo punto, un solo caso.
C'è un filone importante della linguistica contempo-
ranea che deve molto alla filosofia e che coinvolge
tuttora molti ricercatori di estrazione filosofica: è la
cosiddetta "semantica modellistica" o "semantica for-
male", che coloro che la praticano tendono a chia-
mare semplicemente "semantica" e i cui inizi risalgo-
no ai lavori pionieristici del logico Richard Montague
(1930-1971). L'idea guida è che il significato di un
enunciato debba essere identificato con le sue condi-
zioni di verità - una delle tesi del Tractatus logico-
philosophicus, come ben sappiamo -, e lo strumento
tecnico principale è la semantica dei mondi possibili.
Inoltre, anche nell' analisi di fatti linguistici minuti la
semantica modellistica ha attinto ampiamente al ricco
tesoro costituito dai classici della filosofia analitica.
Se la semantica modellistica non può essere conside-
rata oggi un puro e semplice sviluppo della semanti-
ca dei mondi possibili di ascendenza carnapiana, è
per via del suo progressivo accostarsi (dopo una fase
di ostilità reciproca) al programma di ricerca della
grammatica generativa, con la conseguente accetta-
zione dell'idea che scopo ultimo dello studio dellin-
guaggio sia quello di fare luce sulla struttura innata
di una facoltà mentale altamente specializzata: questa
è un'idea nuova, dal punto di vista dei filosofi analiti-
ci del linguaggio; ma, appunto, a metterla in circola-
zione non sono stati loro, bensì i linguisti (primo fra
tutti Noam Chomsky). TI fatto che ormai, più che

102
CONCLUSIONE

concezioni dawero originali, si incontrino - magari


rielaborate con abilità e inserite in contesti teorici
inediti - concezioni sostanzialmente già note da tem-
po, potrebbe indurre qualcuno a ritenere che i filoso-
fi del linguaggio delle ultime generazioni non siano
all'altezza dei loro grandi maestri. Ma noi, in questo
fano, preferiamo scorgere un prova di quanto quei
maestri siano stati acuti e chiaroveggenti.