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PROF. AVV. MARIACARLA GIORGETTI

Il nuovo rito del lavoro per gli incidenti stradali con lesioni (Testo provvisorio) 1

Premessa: L’ambito di applicazione della l. 102/2006

Legge 21 febbraio 2006, n. 102 - Disposizioni in materia di conseguenze derivanti da incidenti stradali (G.U. n. 64 del 17 marzo 2006) Art. 3: Alle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni, conseguenti ad incidenti stradali, si applicano le norme processuali di cui al libro II, titolo IV, capo I del codice di procedura civile.

L’art. 3 della legge 102/2006 ha esteso alle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni conseguenti ad incidenti stradali l’applicazione delle norme

dettate dal codice di procedura civile per il rito del lavoro dal libro II, titolo IV, capo

I.

La norma pone delicati problemi applicativi dati, in primo luogo, dalla estrema laconicità del legislatore che, certamente perseguendo l’intento di una maggiore celerità nella definizione giudiziale delle controversie oggetto della legge, pare tuttavia aver del tutto trascurato di dare elementi risolutivi per numerosi snodi applicativi che sarebbe stato opportuno già affrontare in sede di stesura della norma, primi tra tutti una chiara disciplina di diritto intertemporale ed il problema del cumulo

di domande aventi ad oggetto danni alla persona e danni materiali. La prima tematica da affrontare riguarda, in ogni caso, il corretto delinearsi dell’ambito di applicazione della legge 102/2006, che del tutto genericamente si riferisce agli “incidenti stradali” dai quali siano derivati “morte o lesioni”. Appare, peraltro, del tutto evidente che il rito del lavoro non troverà applicazione qualora dall’incidente stradale siano derivati unicamente danni materiali derivanti dal danneggiamento o dal perimento di cose, che continueranno ad essere soggette al rito ordinario. Considerato, poi, che la norma discorre di “incidenti stradali”, sembra altresì doversi escludere la sua applicabilità a sinistri causati dalla circolazione di natanti, sebbene soggetti, ai sensi dell’art. 123 c. ass., alla assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile. Deve inoltre sottolinearsi che la norma, appunto, discorre di “incidenti stradali”, a differenza dell’art. 2054 c.c. dedicato ai danni derivanti dalla “circolazione di veicoli” ed è tuttora controverso se la nozione di incidente stradale sia o meno sovrapponibile all’area delle controversie disciplinate dall’assicurazione obbligatoria ai sensi della l. 990/1969 e successivamente dal Codice delle assicurazioni; la risposta dovrebbe, tendenzialmente, essere negativa, atteso che, come sopra ricordato, la legge 102/2006 esclude sicuramente dalla sua applicazione le controversie relative a danni causati dalla circolazione di natanti. Secondo le prime posizioni assunte dalla dottrina, il rito del lavoro dovrebbe poter trovare applicazione:

-) quando il danno da morte o lesione non sia casualmente riconducibile alla circolazione stradale in senso stretto. Come la giurisprudenza della Suprema corte ha già avuto modo di ribadire, le norme relative alla assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli sono applicabili quando i

1 Si tratta di prime osservazioni preliminari alle problematiche nascenti dalla legge n. 102/2006, che dovranno necessariamente essere sottoposte al vaglio della prassi curiale.

veicoli siano in circolazione su strade o aree ad uso pubblico oppure a queste equiparate, per tali intendendosi quelle aree che, ancorché di proprietà privata, sono accessibili ad una molteplicità indifferenziata di persone 2 ; -) all’investimento del pedone, purché avvenuto su strade o aree ad uso pubblico ovvero a queste equiparate; -) ai sinistri stradali senza scontro tra veicoli, come nel caso in cui l’incidente si sia verificato nel tentativo di evitare altro veicolo senza alcuna collisione tra gli stessi; -) ai sinistri causati anche dal veicolo in posizione di sosta o arresto 3 . Al contrario, si discute in ordine all’applicabilità del rito del lavoro ai sinistri tra veicoli a motore ed un velocipede, mentre pare da escludersi l’applicabilità del rito del lavoro alle controversie costituite dalle c.d. insidie stradali, nelle quali causa del sinistro non è la circolazione del veicolo ma l’insidia dovuta a cattiva manutenzione della strada, ecc. In ogni caso, condizione indispensabile affinché possa trovare applicazione il rito speciale del lavoro è, oltre che la circostanza oggettiva dell’ “incidente stradale”, la domanda di risarcimento del danno “per morte o lesione”, quindi per danni alla persona, non essendo sufficiente la circostanza che la causa abbia ad oggetto un incidente stradale per la sua trattazione con il rito speciale. La configurazione giuridica del danno biologico sembra essere stata oggetto di innovazioni di grande respiro ad opera del Codice delle Assicurazioni, dato che non sembra possa più ricomprendersi, tra le voci di danno, il danno esistenziale come categoria autonoma di danno. La nozione di danno biologico, come lesione dell'integrità psico - fisica della persona suscettibile di accertamento medico - legale, salva la necessità di personalizzazione in relazione alle "condizioni soggettive" del danneggiato, dapprima consacrata a livello legislativo dall'art. 5 co. 3 della legge 5 marzo 2001 n. 57, è stata ripresa ed ampliata dagli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni, che include nello stesso l'incidenza della menomazione su "specifici aspetti dinamico - relazionali". Da una definizione sintetica di danno biologico, si passa dunque ad una nozione analitica, che definisce le componenti essenziali dello stesso. Sulla falsariga degli artt. 138 - 139 del Codice delle Assicurazioni, è intervenuta una prima sentenza della Cassazione, 18 novembre 2005 n. 24451 4 , che ha definito l'attuale danno biologico come "pluridimensionale" e al contempo "unitario". E' stata compiuta dunque una virata rispetto alla costruzione avallata dalla giurisprudenza del 2003, atteso che, mentre prima veniva configurato come pluridimensionale il danno non patrimoniale, per la Cass. n. 24451/2005 è pluridimensionale il danno biologico In particolare, la sentenza individua quattro

2 Cass. 21 dicembre 2005, n. 28303. 3 “Nell'ampio concetto di circolazione stradale, ai sensi e per gli effetti dell'art. 2054 c. c., deve ritenersi compresa anche la situazione di arresto o di sosta di un veicolo su strada od area pubblica di pertinenza della stessa, ancorché al posto di guida non vi sia una persona che abbia la effettiva disponibilità dei congegni meccanici atti a determinare il movimento, atteso che comunque il conducente deve, finché il mezzo si trova nella strada, porre in essere tutti gli accorgimenti necessari ad evitare danni a terzi, segnatamente quando si allontani lasciando il veicolo in sosta (art. 115 cod. strad.) (nella specie, alla luce del suddetto principio, il supremo collegio ha cassato la pronuncia di merito che aveva escluso la responsabilità del conducente, momentaneamente allontanatosi dal veicolo fermo, per i danni prodotti dall'inopinata apertura dello sportello da parte di un terzo trasportato e seduto accanto al posto di guida)”; così Cass. civ., Sez. III, 24.07.1987, n. 6445; più di recente, Cass. civ., Sez. III, 05.07.2004, n., 12284, per la quale nell'ampio concetto di circolazione stradale indicato dall'art. 2054 c.c., come possibile fonte di responsabilità, deve essere ricompresa anche la posizione di arresto del veicolo e pertanto anche il veicolo sul quale sia in atto il compimento da parte del conducente di operazioni prodromiche alla messa in marcia.

4 In www.altalex.it, con nota di LO GIUDICE.

dimensioni del danno biologico, aggiungendo alle prime due (dimensione fisica e psichica a prova scientifica), l'incidenza negativa sulle attività quotidiane (come danno biologico per la perdita della qualità della vita in concreto subito) e la perdita degli aspetti dinamico - relazionali della vita del danneggiato (che invece attengono alla vita esterna, non solo a rilevanza sociale, ma anche culturale e politica, inclusa la perdita della capacità lavorativa generica). Quelle dunque che prima erano ritenute componenti del danno non patrimoniale, devono oggi considerarsi voci del danno non patrimoniale biologico. La Corte di Cassazione, nel riferirsi alla componente del danno biologico "attinente alla sfera della persona", in aggiunta alla componente "a prova scientifica", parla di "sottovoci storiche", individuandole nel "danno alla vita di relazione", nella "perdita della qualità della vita" e nella "perdita delle qualità relazionali, sociali e lavorative". L'innovazione sostanziale introdotta dalla Cassazione sulla scorta della nozione di danno biologico contenuta nel Codice delle Assicurazioni, è costituita dal carattere di onnicomprensività del danno biologico, che contiene anche una valutazione unitaria del pregiudizio non patrimoniale che in esso refluisce. Stando così le cose, potrebbe sostenersi che la categoria del danno biologico è oggi unitaria, che si identifica con l'intero ambito del danno non patrimoniale, comprensivo di danno morale e lesione di altri interessi di rango costituzionale afferenti alla persona.

Può essere utile segnalare che proprio in questi giorni è stato reso noto che la Presidenza dell’Unione Triveneta dei Consigli degli Ordini degli Avvocati intende sottoporre ai sedici ordini nazionali una proposta di riforma della legge 102/2006 che, come formulata, appare sicuramente in grado di dirimere i primi, gravi, contrasti interpretativi, del tutto simile alla originaria formulazione della norma in discorso e sempre nel rispetto della ratio acceleratoria desumibile dai lavori preparatori della legge 102/2006, che si trascrive di seguito:

Art. 1. L'Art. 3.della Legge 102/06 è abrogato; Art. 2 "Dopo l'articolo 175 del codice di procedura civile è inserito il seguente:

«Art. 175-bis. - (Domande di risarcimento in caso di incidenti stradali). - 1. Quando è chiamato a pronunciare su domande di risarcimento relative a lesioni personali o mortali provocate da incidente stradale, il giudice istruttore fissa le udienze di trattazione successive alla prima a non più di due mesi l'una dall'altra. 2. Nei processi di cui al primo comma sono vietate le udienze di merorinvio, ed i termini previsti dall'art. 163 bis sono ridotti a giorni 60, se il luogo della notificazione si trova in Italia, ed a giorni 120, se si trova all'estero. 3. La decisione è emessa a norma dell'art. 281-sexies del codice di procedura civile; se una delle parti lo richiede il giudice dispone la discussione in udienza successiva autorizzando lo scambio di note difensive conclusive sino a venti giorni prima dell'udienza fissata. In caso di particolare complessità della controversia, il giudice dispone con ordinanza, di cui dà lettura in udienza, che la sentenza sia depositata nei trenta giorni successivi alla chiusura della discussione. 4.La sentenza può essere sempre motivata in forma abbreviata, mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e la concisa esposizione delle ragioni di diritto, anche in riferimento a precedenti conformi. 5.Si osservano le disposizioni del presente decreto legislativo in tutte le controversie di risarcimento relativa a lesioni personali o mortali, incluse quelle connesse a norma degli articoli 31, 32, 33, 34, 35 e 36 del codice di procedura civile. 6. Il comma 4 si applica anche alle sentenze emesse nei giudizi d'appello.

Art 3. Eccettuato il secondo comma del presente articolo che si applica ai giudizi instaurati dopo l'entrata in vigore della presente legge, i restanti commi si applicano a tutti i giudizi in corso per i quali non sono state precisate le conclusioni »."

1. Presupposti del processo: L’art. 22 della legge 24 dicembre 1969, n. 990 – Art. 145 D. Lgs. 7 settembre 2005, n. 209.

Ai sensi dell’art. 144 co. 1 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, il danneggiato per sinistro causato dalla circolazione di un veicolo per il quale vi è l’obbligo di assicurazione ha azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile, entro il limite del massimale. La norma, che ha inglobato al suo interno le disposizioni prima sparse negli articoli 18, 23 e 26 della l. 990/1969, nel terzo comma prevede un ipotesi di litisconsorzio necessario con il responsabile civile, disponendo che nel giudizio promosso contro l’impresa di assicurazione è chiamato anche il responsabile del danno. L’ultimo comma della disposizione prevede, infine, che l’azione diretta spettante al danneggiato nei confronti dell’impresa di assicurazione è soggetta al termine di prescrizione cui sarebbe soggetta l’azione verso il responsabile. La disciplina di riferimento è dunque dettata dal co. 2 dell’art. 2947 c.c., che prevede il termine

biennale di prescrizione, facendo salva, al co. 3, la possibile applicazione del termine

di prescrizione previsto per il reato, quando il fatto illecito possa qualificarsi anche in

termini di lesioni colpose. Così schematicamente delineato il quadro normativo relativo all’azione diretta verso l’impresa di assicurazione, l’azione stessa è soggetta ad alcune condizioni di proponibilità dettate dall’art. 145 d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, che differiscono

parzialmente a seconda della procedura risarcitoria utilizzata nella fase stragiudiziale

di liquidazione del sinistro.

Più nello specifico, la norma sostituisce l’abrogato art. 22 della legge n. 990/1969, a mente del quale l'azione per il risarcimento di danni causati dalla circolazione dei veicoli o dei natanti, per i quali vi è obbligo di assicurazione, poteva essere proposta solo dopo che fossero decorsi sessanta giorni dalla data in cui il danneggiato avesse chiesto il risarcimento del danno, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'assicuratore. L’art. 145 Codice Ass., rubricato “proponibilità dell’azione di risarcimento”, dispone che nel caso in cui sia applicata la procedura di liquidazione di cui al successivo art. 148 ovvero la procedura di indennizzo diretto di cui all’art. 149 Codice Ass. 5 , l’azione diretta per il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni, ovvero novanta in caso di danno alla persona, decorrenti da quello in cui il danneggiato abbia chiesto all'impresa di assicurazione il risarcimento del danno, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento. L’invio della richiesta di risarcimento del danno ed il decorso dei termini previsti rappresentano dunque condizioni di proponibilità della domanda giudiziale, evidentemente previste allo scopo di scremare il copioso numero di cause introdotte e così favorire una risoluzione stragiudiziale della lite. L’ampio lasso di tempo che deve decorrere tra l’invio della domanda di risarcimento e la proposizione della

5 Disposizione non ancora operativa, stante la mancata emanazione del regolamento applicativo, dietro proposta del Ministro per le Attività produttive, per la disciplina di tale procedura risarcitoria, come stabilito dall’art. 150 C. ass.

domanda giudiziale consente all’impresa assicurativa di assumere dal danneggiato ogni informazione e documentazione necessarie all’accertamento della pretesa. Rispetto alla formulazione dell’abrogato art. 22, la norma oggi in vigore sdoppia il termine a seconda della tipologia di danno subito, mantenendo il termine di sessanta giorni per il danno materiale ed elevandolo a sessanta nel caso in cui il sinistro abbia causato anche lesioni personali. Tale secondo termine si rende necessario al fine di agevolare un più compiuto accertamento della lesione subita dal danneggiato e dei relativi postumi, temporanei ovvero permanenti che, a seconda della tipologia di lesione, possono prevedere un decorso maggiore per la loro stabilizzazione. I termini fissati per la proponibilità della domanda, infine, sono perfettamente corrispondenti ai termini che il legislatore ha assegnato all’impresa assicurativa, ex artt. 148 e 149 Codice Ass., per la formulazione delle offerte stragiudiziali ai danneggiati. Deve altresì rilevarsi che tali condizioni di proponibilità sono rese necessarie anche nel caso di danno subito dal terzo trasportato (art. 141 co. 3), nonché qualora l’impresa di assicurazioni si trovi in liquidazione coatta amministrativa (artt. 287 e

294).

Sotto il profilo processuale, la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che l’onere imposto al danneggiato di richiedere all'assicuratore il risarcimento dei danni almeno sessanta giorni prima di proporre il relativo giudizio, costituisce condizione di proponibilità della domanda risarcitoria la cui mancanza è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo, salva la preclusione del giudicato interno. (Cassazione civile, sez. III, 21 dicembre 2004, n. 23696; Cassazione civile, sez. III, 21 maggio 2004, n. 9700). Il rilievo in discorso può avvenire anche in fase d’appello, tranne l’ipotesi in cui la questione non sia già stata esaminata e decisa nel corso del primo grado del giudizio. La norma in discorso si applica anche alla domanda riconvenzionale proposta dal convenuto, nonché a quella dedotta contro il responsabile civile a norma degli art. 2043 e 2054 c.c. E’ inoltre improponibile la domanda proposta dalla compagnia convenuta contro il terzo da essa chiamato in causa e indicato come responsabile del sinistro "de quo", ove la domanda non sia stata preceduta dalla richiesta stragiudiziale. Secondo l’orientamento prevalente, in merito al contenuto della lettera raccomandata, deve ritenersi sufficiente che il danneggiato abbia avanzato una pretesa risarcitoria nei confronti dell’Assicurazione, indicando quanto meno le circostanze concrete del sinistro e gli estremi identificativi del veicolo del danneggiante (Cass. 5 luglio 2004, n. 12293; Cass. 31 maggio 2005, n. 11061). La formulazione del nuovo art. 145 Codice Ass. prevede esplicitamente il rispetto delle modalità e delle indicazioni contenutistiche previste dagli artt. 148 – 150, così che parrebbe doversi ora concludere nel senso contrario all’orientamento sopra menzionato. A differenza di quanto avveniva in precedenza, la richiesta risarcitoria ai sensi e per gli effetti dell’art. 148 c. ass. dovrà essere corredata della denuncia di cui all’art. 143, con l’indicazione di giorno e dell’ora in cui le cose sono visibili. Nel caso di sinistri che abbiano recato gravi lesioni o decesso la documentazione da inviare è elencata al co. 2. Il danneggiato, pendenti i termini di cui al co. 2, non può rifiutare gli accertamenti strettamente necessari per la valutazione del danno, ma soprattutto l’impresa, in caso di richiesta incompleta, entro 30 giorni dalla ricezione della stessa può richiedere la necessaria integrazione. Ed in questa ipotesi i termini di 60 e 90 giorni per la proposizione dell’azione sono interrotti e riprendono a decorrere dalla data di ricezione dei documenti integrativi.

Ciò ha, quindi, evidente duplice incidenza sulla proponibilità della domanda, poiché dovrà accertarsi, anche d’ufficio, se il ricorrente ha adempiuto all’onere ed al rispetto dello spatium deliberandi ed il resistente potrà eccepire che il danneggiato non ha integrato la documentazione richiesta. Qualora il Giudice rinvenisse tra i documenti prodotti una richiesta di integrazione, potrà, anche d’ufficio, accertare se il ricorrente ha integrato la documentazione e, in caso negativo, dichiarare l’improcedibilità / inammissiblità della domanda. Deve, pertanto, ritenersi che la domanda diviene improcedibile, a fronte dell’ esplicita richiesta di integrazione inviata dall’assicuratore. Quanto ai danni subiti dal trasportato, l’azione, sempre soggetta alle condizioni di proponibilità di cui all’art. 148, deve essere proposta nei soli confronti dell’assicurato del veicolo a bordo del quale viaggiava poiché, salva l’ipotesi del fortuito e sempre salvi i limiti del concorso con altri danneggiati ex art. 140, nei limiti del massimale minimo di legge, il trasportato è risarcito a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti. Soltanto per l’eventuale credito eccedente il massimale minimo di legge, il trasportato ha la possibilità di agire (dopo) anche nei confronti dell’altro assicuratore (e del responsabile): l’esaurimento del massimale minimo di legge diventerebbe quindi condizione di procedibilità di tale domanda.

2. Le varie fasi del processo del lavoro 2.1. I requisiti del ricorso e le ipotesi di nullità.

Nel rito del lavoro la domanda si propone non con atto di citazione a comparire ad udienza fissa, ma mediante ricorso, che deve essere depositato nella Cancelleria del Giudice competente. L’instaurazione del contraddittorio, avviene, pertanto, in via successiva, svolgendo il ricorso solo la funzione di identificare la domanda. La costituzione dell’attore avviene dunque con il deposito del ricorso, unitamente ai documenti correlati, nella Cancelleria del giudice competente. Ricevuto il ricorso, spetta al giudice fissare con decreto l’udienza di discussione, nel rispetto della disposizione di cui all’art. 415, co. 3, a mente della quale tra il giorno del deposito e l’udienza di discussione non devono decorrere più di sessanta giorni. Il decreto del giudice dovrà anche contenere l’espresso avvertimento che la costituzione oltre il termine di dieci giorni prima dell’udienza implica le decadenze di cui all’art. 416 c.p.c., analogamente a quanto disposto, nel rito ordinario, dal n. 7 dell’art. 163 bis 6 .

Emanato il decreto di fissazione dell’udienza, il ricorso, unitamente al decreto stesso, deve essere notificato al convenuto a cura dell’attore, entro dieci giorni dalla data di pronuncia del decreto (art. 415, co. 4 c.p.c.); tra la data della notificazione al convenuto e quella di discussione deve intercorrere un termine non minore di trenta giorni, elevato a quaranta qualora la notifica debba effettuarsi all’estero. Il contenuto del ricorso è disciplinato dall’art. 414 c.p.c, per il quale il ricorso deve recare:

1. l'indicazione del giudice; 2. il nome, il cognome, nonché la residenza o il domicilio eletto dal ricorrente nel comune in cui ha sede il giudice adito, il nome, il cognome e la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto; se ricorrente o convenuto è una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicare la denominazione o ditta nonché la sede del ricorrente o del convenuto;

6 TARZIA, Manuale del processo del lavoro, Milano, 1999, 93.

3.

la determinazione dell'oggetto della domanda;

4. l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda con le

relative conclusioni;

5. l'indicazione specifica dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi e in

particolare dei documenti che si offrono in comunicazione. Nell’applicare la disposizione in discorso alle peculiarità delle controversie aventi ad oggetto il risarcimento del danno da morte o lesioni conseguenti ad incidenti stradali, si ritiene che il contenuto del ricorso debba, altresì, contenere:

-) la descrizione della dinamica dell’incidente, mediante allegazione del modulo CAI qualora esistente, i verbali di accertamento e rilevamento della dinamica eventualmente redatti dalle autorità intervenute nonché eventuali perizie cinematiche di parte; -) l’indicazione del fondamento della responsabilità, contrattuale o extracontrattuale, del danneggiante; -) la quantificazione delle voci di danno subite dal soggetto, con l’allegazione di eventuali perizie di parte, di documentazione rilasciata dai centri sanitari e la specificazione dei parametri utilizzati per il calcolo delle singole voci; -) la richiesta di provvisionale, ai sensi dell’art. 147 c. ass. con l’allegazione della documentazione comprovante lo stato di bisogno, ovvero ai sensi dell’art. 5 l. 102/2006; -) l’istanza per l’esperimento di una c.t.u. medico – legale; -) la formulazione dei capitoli di prova testimoniale; -) il deposito della richiesta di accesso agli atti di cui all’art. 146 c. ass. quale presupposto per ottenere, ai sensi dell’art. 210 c.p.c., l’esibizione da parte della compagnia assicurativa della documentazione relativa alla valutazione, constatazione e liquidazione dei danni subiti.

Quanto alla nullità del ricorso e ai suoi rimedi, si segnala una pronuncia delle Sezioni Unite del Supremo Collegio 7 , che ha definitivamente chiarito alcuni punti controversi della materia. Secondo la pronuncia in discorso, “nel rito del lavoro il ricorrente (per analogia con le prescrizioni dell’art. 163 n. 4 c.p.c.), deve osservare le disposizioni di cui all’art. 414 n. 4 c.p.c., (esporre gli elementi di fatto e di diritto posti a base della domanda). In caso di mancata specificazione ne consegue la nullità del ricorso, da ritenersi però sanabile ex art. 164 c.p.c., comma quinto (norma estensibile anche al processo del lavoro). Corollario di tali principi è che la mancata fissazione di un termine perentorio da parte del giudice, per la rinnovazione del ricorso o per l'integrazione della domanda, e la non tempestiva eccezione di nullità da parte del convenuto ex art. 157 c.p.c., del vizio dell'atto, comprovano l'avvenuta sanatoria della nullità del ricorso dovendosi ritenere raggiunto lo scopo ex art. 156 c.p.c., comma secondo. La sanatoria del ricorso non vale, tuttavia, a rimettere in termini il ricorrente rispetto ai mezzi di prova non indicati né specificati in ricorso, sicché il convenuto può eccepire, in ogni tempo e in ogni grado del giudizio, il mancato rispetto da parte dell'attore della norma codicistica sull'onere della prova , in quanto la decadenza dalle prove riguarda non solo il convenuto (art. 416 c.p.c., co. 3), ma anche l'attore (art. 414 c.p.c., n. 5), dovendo ambedue le parti, in una situazione di istituzionale parità, esternare sin dall'inizio tutto ciò che attiene alla loro difesa e specificare il materiale posto a base delle reciproche istanze, alla stregua dell'interpretazione accolta da Corte Cost. 14 gennaio 1977, n. 13”.

7 Cass. Sez. Un., 17 giugno 2004, n. 11353, in Foro it., 2005, 1135, con nota di FABIANI.

Quanto agli effetti della mancata contestazione, la pronuncia chiarisce che “nel processo del lavoro, le parti concorrono a delineare la materia controversa, di talché la mancata contestazione del fatto costitutivo del diritto rende inutile provare il fatto stesso perché lo rende incontroverso, mentre la mancata contestazione dei fatti dedotti in esclusiva funzione probatoria opera unicamente sulla formulazione del convincimento del giudice. Tuttavia, intanto la mancata contestazione da parte del convenuto può avere le conseguenze ora specificate, in quanto i dati fattuali, interessanti sotto diversi profili la domanda attrice, siano tutti esplicitati in modo esaustivo in ricorso (o perché fondativi del diritto fatto valere in giudizio o perché rivolti a introdurre nel giudizio stesso circostanze di mera rilevanza istruttoria), non potendo, ciò che non è stato detto, anche perché il rito del lavoro si caratterizza per una circolarità tra oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova, donde l'impossibilità di contestare o richiedere prova - oltre i termini preclusivi stabiliti dal codice di rito - su fatti non allegati nonché su circostanze che, pur configurandosi come presupposti o elementi condizionanti il diritto azionato, non siano stati esplicitati in modo espresso e specifico nel ricorso introduttivo.”

2.2. Domanda proposta con citazione e sua conversione.

Qualora una causa relativa al risarcimento del danno da morte o lesione dovute ad incidente stradale sia promossa nelle forme ordinarie, ai sensi dell’art. 426

c.p.c. il Giudice fissa con ordinanza l’udienza di discussione ex art. 420 c.p.c. ed il termine perentorio entro il quale le parti dovranno provvedere all’eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti in cancelleria; a tale udienza provvede secondo il rito speciale. Il mutamento del rito, dietro eccezione di parte o rilevato d’ufficio dal giudice, non involge alcun problema

di competenza, così che viene escluso che l’ordinanza de quo possa essere impugnata

con il regolamento di competenza 8 . Ben può darsi, tuttavia, il caso in cui il giudice adito con le forme del rito ordinario sia incompetente per valore ovvero per territorio. Secondo autorevole dottrina, il giudice adito dovrà, in qualunque momento, disporre con ordinanza la

rimessione della causa al giudice competente, fissando un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la riassunzione con rito speciale. Il processo continua, con la conservazione delle preclusioni intervenute e l’utilizzazione delle attività già svolte se la riassunzione è tempestivamente compiuta. La riassunzione deve attuarsi con il rito speciale e dunque con ricorso, che per il contenuto potrà richiamare l’atto introduttivo o la comparsa di costituzione a seconda di chi sia il riassumente. L’ammissibilità o la validità della domanda introduttiva non può essere posta

in discussione dall’errore sul rito applicabile, che comporta solo, come si è visto, il

mutamento del rito. Con l’ordinanza di mutamento del rito, il giudice dovrà concedere termine perentorio per l’eventuale integrazione della citazione, rimediando, così alla eventuale inosservanza di deduzioni istruttorie o allegazioni probatorie, che devono essere effettuate, a pena di decadenza, entro l’udienza di discussione. La continuazione del processo vede la conservazione delle preclusioni intervenute e l’utilizzazione delle attività già svolte; la conversione del rito non

comporta una nuova comparizione delle parti e se disposta dopo il maturare delle preclusioni non consentirà alle parti alcuna integrazione dell’attività difensiva, se non

in eventuale replica all’esercizio da parte del giudice dei poteri istruttori d’ufficio 9 .

8 TARZIA , Manuale del processo del lavoro, IV ed., Milano, 1999, 205 e 209.

9 TARZIA , op. cit., 207 e s.

Ai sensi dell’art. 427, co. 2 , c.p.c, le prove acquisite durante lo stato di rito speciale avranno l’efficacia consentita dalle norme ordinarie; tale principio viene comunemente considerato applicabile, in via analogica, anche per l’ipotesi di passaggio dal rito ordinario al rito del lavoro.

MUTAMENTO DEL RITO IN APPELLO

Ai sensi dell’art. 439 c.p.c., la Corte d’appello, se ritiene che il procedimento

di primo grado non si sia svolto secondo il rito prescritto, provvede a norma degli

artt. 426 e 427 e dunque continua il processo, con il diverso rito prescritto dalla legge. Autorevole dottrina ha ritenuto che l’errore nel rito non è causa di inammissibilità della domanda né di nullità dell’intero processo (con conseguente salvezza delle attività svolte in primo grado) e non comporta né la riforma né l’annullamento della sentenza con rinvio, ma solo la conversione del rito e la prosecuzione del processo che deve disporsi, anche d’ufficio, con ordinanza in qualunque momento del grado d’appello. Qualora la Corte d’appello rilevi che la causa decisa con rito ordinario doveva svolgersi secondo il rito del lavoro, dovrà fissare, con ordinanza, l’udienza di discussione ai sensi dell’art. 420 c.p.c., con assegnazione alle parti di termine per l’eventuale integrazione degli atti introduttivi. Il procedimento prosegue, davanti al Collegio, nelle modalità stabilite per il primo grado, dovendo aver luogo l’interrogatorio libero delle parti ed il tentativo di conciliazione; le parti potranno dedurre, nelle memorie integrative, nuovi mezzi di prova e sollevare nuove eccezioni. Restano, in ogni caso, salvi i principi generali relativi al giudizio di appello, dovendosi, pertanto, ritenere impedita la formulazione

di domande nuove.

Se la Corte d’appello ritiene che la causa, decisa in primo grado con il rito speciale, doveva svolgersi secondo il rito ordinario, disporrà che gli atti siano messi

in regola con le disposizioni tributarie, procedendo dunque alla trattazione e alla

decisione secondo il rito ordinario 10 . Tali principi possono considerarsi pienamente operativi anche nel caso di controversia in ordine al risarcimento del danno per morte o lesioni dovuto ad incidente stradale. L’eventuale mutamento del rito opera in funzione di una norma processuale quale l’art. 3 della l. 102/2006 che, se ritenuta di immediata applicazione, non vale comunque ad incidere sulla validità del giudizio svoltosi in primo grado. 11 Diversi sono i casi in cui vengano dedotte specifiche doglianze relative al rispetto del principio del contraddittorio, del diritto di difesa ovvero sia eccepito un difetto di competenza, dovendo tali doglianze essere oggetto di specifico motivo di impugnazione, restando in caso contrario assorbite.

2.3. Effetti della mancata comparizione delle parti

In relazione alla mancata comparizione delle parti nel processo del lavoro, dubbi interpretativi erano sorti in relazione al disposto dell’art. 420 ultimo co. c.p.c. che pone un divieto alle udienze di mero rinvio in relazione alla Riforma del codice di rito che aveva soppresso le disposizioni di cui agli artt. 181 e 309 c.p.c, prevedendo l’immediata cancellazione della causa. Le Sezioni Unite sono, in ultimo, intervenute per affermare la piena compatibilità con il rito del lavoro, in primo grado ed in appello, della disciplina della inattività delle parti dettata dal codice per il rito

10 TARZIA, cit., 308 e ss.

11 CHINDEMI, cit.

ordinario 12 . La necessità della fissazione di una nuova udienza prima della cancellazione della causa dal ruolo aveva,in passato, sollevato ripetute questioni di legittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 97 Cost. ed anche sotto il profilo della ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost. Il giudice delle leggi ha, sotto entrambi i profili, dichiarato la manifesta infondatezza delle questioni sollevate. Con ord. n. 7 del 10 gennaio 1997, la Corte costituzionale osserva che l’art. 97 Cost. non riguarda l’esercizio della funzione giurisdizionale. Con ord. n. 32 del 9 febbraio 2002 la Corte ha rilevato che l’esigenza di garantire la ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost., va vista anche alla luce delle altre tutele costituzionali in materia (art. 24 Cost.), nelle quali il legislatore dispone di ampia discrezionalità, mentre la soluzione prospettata – la cancellazione immediata della causa dal ruolo con eventuale riassunzione della stessa a cura di parte entro l’anno – non importa di per sé un’accelerazione dei processi provocando incombenti di segno contrario, ai quali si aggiunge l’inevitabile maggior costo del processo per le parti.

2.4. Competenza

Il disposto della legge 102/2006 pone, altresì, un problema interpretativo di notevole portata, attinente all’individuazione del giudice competente per le cause aventi ad oggetto il risarcimento dei danni per morte o lesioni, conseguenti ad incidenti stradali, per le quali è ora applicabile il rito del lavoro. A mente dell’art. 7 c.p.c, il Giudice di Pace è competente per le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli e di natanti, purché il valore della controversia non superi Euro 15.493,71; l’art. 413 c.p.c. attribuisce al Tribunale in funzione di giudice del lavoro la decisione delle controversie elencate dall’art. 409 c.p.c. Si potrebbe, conseguentemente, ipotizzare che la legge 102/2006 abbia inteso sottrarre alla competenza del Giudice di Pace ogni controversia avente ad oggetto il risarcimento del danno per morte o lesioni, conseguente ad incidente stradale, residuando pertanto solo una competenza per il sinistro con soli danni a cose e sempre nel limite di valore di cui all’art. 7 c.p.c. La tesi che appare tuttavia preferibile è quella che, all’opposto, non vede alcuna deroga ai principi fissati dall’art. 7 c.p.c. Secondo i primi commentatori della nuova legge 13 - ma la tesi in discorso appare già ampiamente accettata - nel caso di specie si assiste ad una scissione del rito speciale, che si determina in base all’oggetto della domanda, dal giudice competente, che rimane il giudice di pace o il giudice monocratico di Tribunale in base alla precedente ripartizione di competenza per il primo grado e, per il giudizio di appello, rispettivamente, il Tribunale in composizione monocratica o, la Corte di Appello diversa dalla sezione lavoro a seconda che a pronunciarsi sia stato il giudice di pace o il Tribunale. La legge n. 102/2006, in effetti, nulla menziona in ordine ad un eventuale spostamento della competenza, e non pare seriamente dubitale che lo scopo perseguito dal legislatore debba rinvenirsi nel rendere applicabile alle cause in discorso un rito ritenuto, a torto o a ragione, più celere e concentrato rispetto al rito

12 Cass., Sez. Un., 25 maggio 2003, n. 5839.

13 CHINDEMI, Nuove norme in materia di conseguenze derivanti da incidenti stradali (L. 102/2006):

questioni interpretative relative al rito applicabile in caso di connessione tra procedimenti con lesioni e morte e solo danni patrimoniali, alla applicazione del rito del lavoro alle cause pendenti al momento di entrata in vigore della legge e ulteriori questioni di natura processuale, in corso di pubblicazione?

ordinario. Disattendendo questa impostazione ed attraverso uno spostamento di competenza si assisterebbe ad effetti palesemente contrari agli scopi apparentemente perseguiti dal legislatore, con un ulteriore appesantimento dei ruoli dei Tribunali e delle Corti d’appello del lavoro che certamente non apporterebbe al danneggiato alcun beneficio.

Un ulteriore argomento a favore della tesi in discorso risiede, in ultimo, nell’art. 413 co. 1 c.p.c., che specificamente circoscrive la competenza del Tribunale

in funzione di giudice del lavoro, in primo grado, “alle controversie previste dall’art.

409 c.p.c.”, norma, quest’ultima, che non è stata oggetto di modifica per includervi

anche le cause di risarcimento del danno da morte o lesioni dovute ad incidente stradale 14

2.5. Connessione di cause (lesioni e danni alle cose).

Il vero punctum dolens della legge n. 102/2006 è dato dalla totale assenza di qualsivoglia disposizione relativa alla possibilità che l’attore richieda non solo il risarcimento del danno da morte o lesioni, ma anche il risarcimento dei danni materiali che, nella grandissima maggioranza dei casi, sono contestuale conseguenza della lesione personale subita in conseguenza di un incidente stradale (si pensi al danno al vestiario, agli oggetti personali, agli occhiali, ecc.) Quanto ai danni di natura patrimoniale, quali il danno da incapacità lavorativa specifica, o il danno da temporanea inabilità al lavoro, alcuni si sono pronunciati a favore della trattazione con il rito speciale, stante la specifica connessione con la lesione personale o la morte 15 . Ai sensi dell’art. 40 c.p.c., la trattazione congiunta di domande cumulativamente proposte o successivamente riunite e soggette a riti differenti può concretarsi solo se tali cause siano connesse ai sensi degli artt. 31, 32, 34, 35 e 36

c.p.c; ai sensi del terzo comma della norma in discorso, tali cause devono essere trattate e decise con il rito ordinario, a meno che la controversia non rientri tra quelle

di cui agli artt. 409 e 442 c.p.c.

Sulla problematica sembrano contrapporsi due opposte tesi. V’è, da un lato, chi sostiene che in forza dell’art. 3 della l. 102/2006 all’art. 409 c.p.c debba ritenersi aggiunto, quale numero 6) il caso delle controversie relative al risarcimento del danno per morte o lesioni conseguente ad incidente stradale. Attraverso tale operazione interpretativa, peraltro ritenuta maggiormente aderente alla ratio sottesa alla riforma, si “salverebbe” la prevalenza del rito speciale su quello ordinario. In caso contrario, si afferma, la riforma stessa, nella sua interezza, verrebbe completamente svuotata di significato, dato che la grandissima parte delle controversie conseguenti ad incidenti stradali ha ad oggetto la proposizione di domande di ristoro del danno alla persona unitamente al danno materiale, così che, di fatto, il rito del lavoro imposto dalla l. 102/2006 troverebbe applicazione pressoché nulla.

Secondo la tesi in discorso 16 , andrebbero trattate con il rito laburistico:

-) le cause unitariamente proposte aventi ad oggetto il risarcimento dei danni a cose e quale conseguenza di lesione o morte;

14 DE MARZO, Osservazioni alle novità normative in materia di danni da circolazione stradale, in Danno e responsabilità, 2006, f. 5, 484.

15 CHINDEMI, cit.

16 Si tratta di CHINDEMI, op. cit.

-) le cause, autonomamente proposte, aventi ad oggetto danni a cose e quale

conseguenza di lesione o morte, se riunite per connessione con eventuale competenza

per valore del Tribunale.

Ove invece non venga richiesta la riunione, le cause dovrebbero proseguire su separati binari, con la possibilità di sentenze contrastanti sulla responsabilità ed il formarsi del giudicato ove il giudizio più celere (generalmente quello relativo ai soli danni) sia passato in giudicato ed il secondo giudizio si svolga tra le medesime parti. In dottrina si è già sottolineato come, secondo l’insegnamento della Suprema Corte, non rientrino nell’ambito di applicazione dell’art. 40, co. 3, c.p.c. le fattispecie di cumulo soggettivo ex art. 33 c.p.c. ed ex art. 104 c.p.c. 17 ; secondo la dottrina, il cumulo soggettivo ed oggettivo di domande sarebbero entrambe espressione della connessione per coordinazione, in cui la trattazione simultanea delle cause è sempre possibile, con il solo rischio di una contraddizione logica tra giudicati e non possono

rientrare, pertanto, nell'ambito di applicazione dell'art. 40, co. 3, c.p.c. Il mutamento

del rito che tale norma impone non può essere lasciato alla libera scelta dell’attore

qualora si tratti di cause non connesse tra loro ovvero non legate da un intenso legame

di subordinazione, violandosi, altrimenti, il principio del giudice naturale

precostituito per legge 18 . Una seconda, autorevole, posizione 19 , di fatto già oggetto di consensi, conclude che, in caso di cumulo oggettivo tra domande risarcitorie per danni non patrimoniali e materiali, l’art. 40 co. 3 c.p.c. inequivocabilmente impone la trattazione con il rito ordinario, salva l’applicazione del rito speciale quando una di tali cause rientri tra quelle indicate negli artt. 409 e 442. La conclusione a favore dell’applicazione del rito ordinario è imposta dalla circostanza che il rinvio operato dall’art. 40 è chiaramente inteso alla materia, e non al rito. Di talché, non essendo le controversie per il risarcimento del danno da morte o lesioni conseguente ad incidente stradale ricompreso nelle norme di cui agli artt. 409

e 442 c.p.c., in caso di connessione qualificata dovrebbe prevalere il rito ordinario. La legge 102/2006 si limita ad indicare l’applicazione delle norme processuali del capo I

del titolo IV del libro II del codice di rito, di talché le controversie in discorso sono

solo assoggettate a tale disciplina processuale speciale, ma non potrebbe in alcun modo sostenersi che rientrino nell’ambito dell’art. 409 c.p.c., che elenca le controversie sostanziali che sono assoggettate al rito speciale. Diversamente opinando, dovrebbe concludersi che il rito speciale operi non solo quando una delle cause connesse verta in materia di lavoro, ma tutte le volte in cui una, tra le cause connesse, sia regolata dal rito speciale del lavoro, così stravolgendo la norma di cui all’art. 40 c.p.c. e in aperta violazione dell’art. 12 disp. att. c.c. 20 Né varrebbe la proposizione di domande risarcitorie separate a seconda della tipologia di danno, atteso che l’art. 40, co. 3 c.p.c. si applica anche alle cause connesse successivamente riunite. Tra le soluzioni proposte dalla dottrina – che comunque ritiene un intervento clarificatorio del Legislatore del tutto urgente, vi è, in primo luogo, quella di

17 Cass. 25/3/2003, n. 4367, in Rep. Foro it., 2003, voce Competenza civile, n. 112. 18 Così CHINDEMI, cit., e DE MARZO, cit., 484 e s.

19 Sostenuta anche da CONSOLO, Rito del lavoro, lesioni personali nella r.c.a. e lesioni processuali di fine legislatura, in Corr. giur., 2006, f. 4, 599 e s.

20 Così VIAZZI, in Prime riflessioni sull’estensione del rito del lavoro al contenzioso in materia di incidenti stradali, Relazione presentata alla Tavola rotonda sul tema “Incidenti stradali e rito del lavoro, aspetti sostanziali, organizzativi e processuali”, organizzata dal Tribunale di Genova in data 6 maggio 2006.

intendere l'espressione ‘cause per incidenti stradali’ non già come domande in senso tecnico, ma riferita in senso onnicomprensivo alla ‘controversia’, comprensiva sia della domanda per danni alla persona che della domanda per danni alle cose, così da far prevalere il rito del lavoro, a meno che non si sia in presenza di casi di connessione qualificata di cui all’art. 40 co. 3. Si sostiene, in buona sostanza, un’interpretazione ampia del concetto espresso dall’art. 3 di “cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni conseguenti ad incidenti stradali”, che dovrebbe leggersi nel senso di ricomprensione, nel suo ambito applicativo, di tutte le cause aventi domande risarcitorie purché collegate agli incidenti più gravi che implichino morte o lesioni; in tali circostanze, il rito del lavoro dovrebbe attrarre anche le domande risarcitorie minori o accessorie e da esso dipendenti e riguardanti danni materiali. 21

2.6. Domanda riconvenzionale.

Può darsi il caso in cui davanti al giudice di pace venga proposta una domanda per soli danni materiali, soggetta dunque al rito ordinario, e la parte convenuta formuli una domanda riconvenzionale per danni alla persona che superi la competenza per valore del giudice di pace. In tali casi, può sostenersi che ciascuna domanda debba essere devoluta al giudice competente, con la separazione dei relativi giudizi.

Qualora, dunque, il giudice di pace sia investito in via riconvenzionale di una domanda eccedente la sua competenza per valore, dovrà trattenere la domanda principale relativa al danno materiale, separando la causa riconvenzionale per morte o lesioni per la quale non sia competente per valore. Diverso è il caso in cui la domanda riconvenzionale investa il risarcimento del danno da morte o lesioni conseguenti ad incidenti stradali, che rientri in ogni caso nella sua competenza per valore, che dovrebbe trovare risoluzione secondo i principi già enunciati. Qualora le cause connesse siano proposte ab origine davanti a giudici diversi, dovrebbe trovare applicazione sia l’art. 40, co. 6 c.p.c. in base al quale se una causa di competenza del giudice di pace sia connessa per i motivi di cui agli artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c. con altra causa di competenza del Tribunale, le relative domande possono essere proposte davanti al Tribunale per essere decise nello stesso processo, sia il co. 7 dello stesso articolo che prevede per le cause connesse ai sensi del 6 co. sono proposte davanti al Giudice di pace e al Tribunale, il primo deve pronunciare anche di ufficio la connessione a favore del Tribunale. Se le predette domande siano proposte sin dall’inizio davanti al Giudice di pace, si ritiene che, in caso di domanda riconvenzionale di competenza del tribunale, rimanga ferma la competenza del giudice di pace per la causa principale, con la separazione dei relativi giudizi.

2.7. Preclusioni.

Ai sensi dell’art. 416 c.p.c., nel rito del lavoro “il convenuto deve costituirsi almeno dieci giorni prima dell'udienza, dichiarando la residenza o eleggendo domicilio nel comune in cui ha sede il giudice adito. La costituzione del convenuto si effettua mediante deposito in cancelleria di una memoria difensiva, nella quale

21 VIAZZI, cit.

devono essere proposte, a pena di decadenza, le eventuali domande in via riconvenzionale e le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d'ufficio. Nella stessa memoria il convenuto deve prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti affermati dall'attore a fondamento della domanda, proporre tutte le sue difese in fatto e in diritto ed indicare specificamente, a pena di decadenza, i mezzi di prova dei quali intende avvalersi ed in particolare i documenti che deve contestualmente depositare.” La migliore dottrina ha osservato come il termine di costituzione del convenuto, nel processo del lavoro, assume carattere più perentorio rispetto al rito ordinario, nel senso che le preclusioni rispetto agli adempimenti che il convenuto deve effettuare con la memoria difensiva, a pena di decadenza, operano sin dal momento della scadenza del termine per la costituzione senza possibilità di fruire degli ulteriori termini previsti dal rito ordinario, salva la rimessione in termini qualora applicabile 22 . Le preclusioni che possono colpire la difesa convenuta riguardano, quindi:

-) la proposizione di eventuali domande riconvenzionali; qualora avvenga all’atto della costituzione nei dieci giorni antecedenti l’udienza, l’attore dovrà essere posto in condizione di elaborare le proprie difese in ragione della riconvenzionale stessa prima dell’udienza. Soccorre, sul punto, il disposto dell’art. 418 c.p.c., il convenuto dovrà, con istanza contenuta nella stessa memoria a pena di decadenza dalla riconvenzionale medesima, chiedere al giudice, che a modifica del decreto di cui al secondo comma dell'articolo 415, pronunci, non oltre cinque giorni, un nuovo decreto per la fissazione dell'udienza; tra la proposizione della domanda riconvenzionale e l'udienza di discussione non devono decorrere più di cinquanta giorni. Il decreto che fissa l'udienza dovrà poi essere notificato all'attore, a cura dell'ufficio unitamente alla memoria difensiva, entro dieci giorni dalla data in cui è stato pronunciato. Tra la data di notificazione all'attore del decreto pronunciato a norma del primo comma e quella dell'udienza di discussione dovrà intercorrere un termine non minore di venticinque giorni; -) la proposizione di eventuali eccezioni processuali o di merito che non siano rilevabili di ufficio; -) l’indicazione dei mezzi di prova offerti, compresi i documenti. Secondo la dottrina, un’eventuale produzione all’udienza deve ritenersi ammissibile solo qualora venga accertata l’impossibilità della produzione anteriore, e solo qualora i documenti siano rilevanti 23 . -) l’onere della proposizione di tutte le difese, in fatto ed in diritto; -) l’onere di prendere posizione in maniera precisa circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda. In dottrina si è osservato che la legge non ricollega alcuna decadenza per l’eventuale inosservanza di quest’onere, così che la sola conseguenza a carico del convenuto è rappresentata dalla circostanza che il giudice può tenerne conto come comportamento valutabile ai fini della decisione, in analogia con il disposto dell’art. 420 24 . -) la richiesta di autorizzazione alla chiamata del terzo.

2.8. Tentativo di conciliazione.

L’art. 3 della l. 102/2006 rinvia, altresì, all’art. 410 c.p.c., che prevede il tentativo obbligatorio di conciliazione presso la commissione di conciliazione nella

22 MANDRIOLI, Diritto processuale civile, XVII ed., Torino, 2006, vol. III, 200.

23 TARZIA, cit., 132.

24 MANDRIOLI, cit., 203.

cui circoscrizione si trovi l’azienda o la dipendenza alla quale il lavoratore era addetto. Sorge, pertanto, la necessità di verificare se siffatta norma sia applicabile anche alle cause relative agli incidenti stradali, atteso che la legge 102/2006 attua un rinvio al complesso delle disposizioni disciplinanti il rito del lavoro, indi inclusa anche la disposizione in discorso. Come è noto, nel rito del lavoro l’esperimento del tentativo di conciliazione davanti alle commissioni provinciali del lavoro è espressamente qualificato come condizione di procedibilità della domanda dall’art. 412 bis c.p.c. Una convincente serie di motivazioni fonda la soluzione negativa al quesito innanzi posto.

Da un lato, difatti, nulla prevede la legge 102/2006 in ordine all’organo innanzi al quale il tentativo di conciliazione dovrebbe esperirsi, né potrebbe ritenersi che la scelta dello stesso possa essere lasciata alla libera determinazione delle parti, stante i riflessi processuali derivanti dall’esperimento del tentativo stesso 25 . E’ tuttavia possibile che il legislatore abbia inteso attribuire la competenza allo svolgimento del tentativo di conciliazione alla Commissione di conciliazione istituita presso l’Ufficio provinciale del lavoro. Appare tuttavia preferibile, in quanto maggiormente aderente allo spirito della legge di accelerazione dei giudizi relativi al risarcimento del danno per morte o lesioni derivante da incidente stradale, escludere che la legge 102/2006 abbia inteso rinviare anche all’art. 410 c.p.c., che non trova pertanto applicazione ai giudizi in discorso. Non deve dimenticarsi, peraltro, che il Codice delle assicurazioni prevede già procedure risarcitorie pregiudiziali rispetto alla proposizione della domanda giudiziale: il riferimento è agli artt. 148 e 149 C. ass., procedure che, sotto il profilo sostanziale, possono evitare il ricorso all’azione civile, se esperite con successo. Nel caso opposto, appare evidente l’inutilità di procedere ad un ulteriore tentativo di conciliazione.

3. La provvisionale (art. 5 L. 102\2006; art. 147 D. lgs 209\2005)

L’art. 147 del codice delle assicurazioni, rubricato “Stato di bisogno del danneggiato”, prevede che “nel corso del giudizio di primo grado, gli aventi diritto al risarcimento che, a causa del sinistro, vengano a trovarsi in stato di bisogno, possono chiedere che sia loro assegnata una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva del danno. Il giudice civile o penale, sentite le parti, qualora da un sommario accertamento risultino gravi elementi di responsabilità a carico del conducente, con ordinanza immediatamente esecutiva provvede all’assegnazione della somma ai sensi del comma 1, nei limiti dei quattro quinti della presumibile entità del risarcimento che sarà liquidato con sentenza. Se la causa civile è sospesa ai sensi dell’art. 75, comma 3, c.p.p., l’istanza è proposta al presidente del tribunale dinanzi al quale è pendente la causa. L’istanza può essere riproposta nel corso del giudizio. L’ordinanza è irrevocabile fino alla decisione del merito.” Con una disposizione che appare frutto di un palese errore di coordinamento, il legislatore del 2006, senza tener conto che il codice delle assicurazioni ha abrogato la legge 990/1969, ha previsto l’inserimento, all’art. 24 della suddetta – abrogata! – legge, di un ulteriore comma, che così recita:

25 Così CHINDEMI, cit.

“Qualora gli aventi diritto non si trovino nello stato di bisogno di cui al primo comma, il giudice civile o penale, su richiesta del danneggiato, sentite le parti, qualora da un sommario accertamento risultino gravi elementi di responsabilità a carico del conducente, con ordinanza immediatamente esecutiva provvede all’assegnazione, a carico di una o più delle parti, civilmente responsabili, di una provvisionale pari ad una percentuale variabile tra il 30 ed il 50% della presumibile entità del risarcimento che sarà liquidato in sentenza”. Secondo una prima tesi potrebbe ritenersi che l’art. 5 della legge 102/2006, che ha inteso innovare una disposizione già abrogata, non sia entrato in vigore, a differenza delle restanti disposizioni della legge 102/2006. Una seconda interpretazione, che appare più rispettosa delle intenzioni del legislatore, dovrebbe tuttavia far propendere nel senso della sopravvivenza della norma. In effetti, il contenuto dell’art. 24 dell’abrogata l. 990/1969 è stato pressoché integralmente riprodotto dall’art. 147 del C. ass. e, pertanto, potrebbe favorirsi un’interpretazione sistematica che collochi l’art. 5 della l. 102/2006 nell’alveo dell’art. 147, prevedendosi, così, una duplice forma di provvisionale, da distinguersi in base alla sussistenza o meno dello stato di bisogno del danneggiato 26 . La disposizione introduce una misura anticipatoria non cautelare, pronunciata con ordinanza in contraddittorio basata su una cognizione sommaria ma non cautelare, sorgendo così il problema degli strumenti rimediali avverso la sua applicazione, dovendosi escludere per l’inapplicabilità del reclamo ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c. 27 . Si è poi rilevato che la disposizione è una sostanziale riproduzione dell’art. 423, co. 2 e 4 c.p.c., disciplinanti l’ordinanza di condanna provvisionale nel rito del lavoro, norma che proprio per questo motivo non dovrebbe trovare applicazione nelle cause per risarcimento del danno da morte o lesioni causate da incidente stradale 28 . Ulteriori dubbi sorgono in relazione alla applicabilità dell’art. 5 l. 102/2006 ai giudizi pendenti, ovvero anche ai nuovi giudizi. Si è opportunamente rilevato che, sebbene si tratti di una norma processuale, essa indubbiamente produce effetti sostanziali nella sfera soggettiva del danneggiato atteso che consente l’attribuzione immediata di una somma di denaro, pur in assenza dello stato di bisogno, soggetta solo ad un accertamento sommario della sussistenza di gravi elementi di responsabilità a carico del danneggiante. La figura di provvisionale già prevista, nel Codice delle assicurazioni, dall’art. 147 per la sussistenza dello stato di bisogno del danneggiato risulta certamente più favorevole per lo stesso, atteso che potrebbe ottenere una somma maggiore (fino ai 4/5 della presumibile entità del risarcimento che sarà liquidato con la sentenza, e l’ordinanza che la dispone è irrevocabile fino alla pronuncia sul merito; la provvisionale concedibile in assenza dello stato di bisogno può spingersi solo fino al 50% del presunto importo da liquidarsi, e nulla viene disposto quanto al regime di stabilità dell’ordinanza, così che deve concludersi nel senso del suo assoggettamento al principio generale di revocabilità delle ordinanze). Seguendo l’impostazione sopra ricordata, che vede l’inserimento della provvisionale di cui all’art. 5 della l. 102/2006 non nell’art. 24 dell’abrogata l. 990/69, ma piuttosto nell’art. 147 c. ass., dovrebbe di conseguenza sostenersi la sua

26 Concordano, in dottrina CHINDEMI, op. cit. e CONSOLO, Rito del lavoro, lesioni personali nella r.c.a. e lesioni processuali di fine legislatura, in Corriere Giur., 2006, f. 5, 597; DE MARZO, cit., ritiene che la soluzione più lineare consiste nel ritenere semplicemente la norma come introdotta dall’art. 5 della l. 102/2006.

27 Così CONSOLO, cit., 597 e nt. 1.

28 CONSOLO, cit., 597, nt. 1

applicabilità per tutti i sinistri verificatisi a partire dal 1 gennaio 2006, data di entrata in vigore del Codice delle assicurazioni. Potrebbe, altresì, sostenersi l’immediata applicazione della provvisionale di cui all’art. 5 l. 102/2006 anche ai giudizi pendenti alla data del 1 aprile 2006, oltre che, naturalmente, ai processi introdotti successivamente.

4. Decisione.

Ai sensi dell’art. 429 c.p.c., esaurita in udienza la discussione orale ed udite le conclusioni delle parti, il Giudice deve pronunciare sentenza con cui definisce il giudizio, dando lettura del dispositivo. La lettura del dispositivo in udienza è momento fondamentale del rito del lavoro, atteso che, per giurisprudenza di legittimità pacifica, “nelle controversie soggette al rito del lavoro l'omessa lettura del dispositivo della sentenza all'udienza di discussione determina non l'inesistenza ma la nullità della sentenza medesima, vizio che si converte in motivo di gravame da farsi valere secondo le regole proprie del mezzo di impugnazione esperibile, in base al principio generale sancito dall'art. 161, comma 1, c.p.c., senza che il giudice di secondo grado, che abbia rilevato tale nullità, ove dedotta con l'appello, possa né rimettere la causa al primo giudice - non ricorrendo alcuna delle ipotesi di rimessione tassativamente previste dagli artt. 353 e 354 dello stesso codice - né limitare la pronunzia alla mera declaratoria di nullità, dovendo decidere la causa del merito” 29 . La Suprema corte ha, tuttavia, altresì statuito che “la lettura del dispositivo della sentenza, richiesta a pena di nullità nel rito del lavoro, non deve necessariamente risultare da esplicita menzione nella sentenza medesima o nel verbale di udienza, ben potendo essere documentata da un qualsiasi atto processuale, o desumersi per implicito da determinate circostanze” 30 . Inoltre, il dispositivo, per la pubblicità acquistata con la lettura, cristallizza stabilmente la statuizione della sentenza e, pertanto, prevale su eventuali contrastanti enunciazioni contenute nella motivazione, le quali non sono suscettibili di passare in giudicato ed arrecare pregiudizio giuridicamente apprezzabile, sicché l'interesse a rimuoverle con la impugnazione non sussiste 31 . Il possibile contrasto tra il dispositivo letto in udienza e la motivazione, è causa di nullità della sentenza, da farsi valere mediante impugnazione, in difetto della quale prevale il dispositivo che, acquistando pubblicità con la lettura in udienza, cristallizza stabilmente la statuizione emanata (salvo che non si configuri un caso di inesistenza della sentenza). Tale insanabilità deve escludersi quando sussista una parziale coerenza tra dispositivo e motivazione, divergenti solo da un punto di vista quantitativo, e la seconda inoltre sia ancorata ad un elemento obiettivo che inequivocabilmente la sostenga (sì da potersi escludere l'ipotesi di un ripensamento del giudice); in tal caso è configurabile l'ipotesi legale del mero errore materiale, con la conseguenza che, da un lato, è consentito l'esperimento del relativo procedimento di correzione e, dall'altro, deve qualificarsi come inammissibile l'eventuale impugnazione diretta a far valere la nullità della sentenza asseritamente dipendente dal contrasto tra dispositivo e motivazione 32 . La lettura del dispositivo in udienza, in ultimo, non equivale alla sua pubblicazione, che anche nel rito del lavoro avviene solo con il deposito in cancelleria

29 Così, ex multis, Cass. civ., Sez. lavoro, 14/10/2003, n. 15371, in Mass. Giur. It., 2003.

30 Cass. civ., Sez. lavoro, 08/04/2002, n. 5019, in Mass. Giur. It., 2002.

31 Cass. civ., Sez. lavoro, 28/05/2004, n. 10376, in Mass. Giur. It., 2004.

32 Cass. civ., Sez. lavoro, 17/08/2004, n. 16065, in Mass. Giur. It., 2004.

della sentenza completa. I termini per l’impugnazione ai sensi dell’art. 327 c.p.c. decorrono, pertanto, dalla data del deposito, atteso che la parte soccombente necessita la completa conoscenza della motivazione per poter predisporre il gravame, motivazione non desumibile dalla sola lettura del dispositivo in udienza 33 .

5. Diritto transitorio.

La legge non prevede alcuna disposizione transitoria relativa alla applicabilità dell’art. 3 della l. 102/2006 ai procedimenti già pendenti, per i quali ha trovato applicazione sin d’ora il rito ordinario. In via interpretativa, le possibili soluzioni possono essere così descritte:

-) immediata applicazione della normativa anche ai giudizi pendenti, e conseguente conversione del rito. Le disposizioni processuali, stante la loro natura pubblicistica, sono di norma considerate immediatamente applicabili, di talché dovrebbe sostenersi l’immediata efficacia dell’art. 3 della l. 102/2006 anche per i giudizi già in corso, previa conversione del rito. -) applicabilità delle nuove disposizioni unicamente ai procedimenti instaurati successivamente alla data di entrata in vigore della disciplina; il regime processuale introdotto dalla l. 102/2006 non troverà applicazione per tutti i procedimenti già pendenti alla data del 1° aprile 2006, che proseguiranno, sia in primo che in secondo grado, secondo le norme ordinarie dettate per il procedimento

davanti al Giudice di Pace ovvero davanti al Tribunale in composizione monocratica. La seconda tesi è stata adottata dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, con documento del 29 marzo 2006 (in Guida al diritto, f. 16, 2006, p. 118) sulla base dei seguenti rilievi:

a. il principio ricavabile dall’art. 5 c.p.c., “prevedente espressamente la insensibilità del processo ad una specie molto rilevante di ius superveniens in materia processuale”

b. Il rito ordinario ed il rito del lavoro presentano schemi processuali unitari;

un’interpretazione così rigida del principio tempus regit actum comporterebbe l’applicazione di discipline processuali sopravvenute ad una serie di atti ancora in corso.

c. In definitiva, la circostanza che la nuova legge prevede che la variazione di un intero schema processuale, piuttosto che singoli aspetti della disciplina del rito fa ritenere opportuno che i processi pendenti proseguano secondo le norme ordinarie. In buona sostanza, l’assenza di una norma transitoria che preveda espressamente l’estensione dell’applicazione del rito speciale anche ai processi già pendenti è determinante per escludere tale estensione, trattandosi non della sopravvenienza di una legge che regola in modo nuovo un singolo istituto processuale, bensì l’intero rito. Un’interpretazione sistematica della legge 102/2006 e rispettosa della ratio che sembra essere stata perseguita dal legislatore, induce a ritenere corretta, nel caso di specie, la tesi dell’applicabilità delle nuove disposizioni solo ai giudizi introdotti successivamente alla data di entrata in vigore della legge. In dottrina 34 si è ritenuto che l’intento acceleratorio della legge sarebbe irrimediabilmente frustrato dall’immediata applicazione del rito del rito del lavoro, atteso che, dovendo operare per ogni giudizio pendente la conversione del rito ai sensi dell’art. 426 c.p.c., con l’aggiunta di una nuova udienza, creerebbe problemi notevoli

33 Cass. civ., Sez. III, 14/02/2005, n. 2888, in Guida al Diritto, 2005, f. 16, 64

34 CHINDEMI, cit.

nella rifissazione dei giudizi pendenti, da decidersi con la sentenza pronunciata in

udienza, senza alcun effetto pratico sulla riduzione dei tempi di definizione, anzi con

un prevedibile allungamento della durata degli stessi, anche a fronte della necessità di ulteriori adempimenti quali la notificazione dell’ordinanza di mutamento del rito al convenuto contumace, imposta dalla Corte cost. 14 gennaio 1977, n. 14 35 .

Si è, peraltro, affermato che tale principio dovrebbe operare anche sia per i giudizi

di primo grado che di appello, non essendo giustificabili differenziazioni del rito in

base al grado di giudizio. Né, da ultimo, deve sottovalutarsi la circostanza che, tutte le volte in cui, negli

ultimi decenni, il legislatore ha varato riforme processuali di un certo peso, lo stesso qualora abbia ritenuto di estenderne l’applicazione anche alle controversie pendenti lo

ha espressamente disciplinato con apposita norma transitoria (si pensi all’art. 90 co. 7

delle l. 353/1990 o proprio alla stessa riforma del rito del lavoro del 1973) né

parrebbero esistere esempi di riforme processuali in cui, nella totale carenza di norme transitorie di diritto intertemporale, si sia pervenuti in via interpretativa all’estensione delle stesse a tutte le cause pendenti.

A conferma di tale impostazione vi è anche una recentissima ordinanza della

Corte d’appello di Torino del 19 maggio 2006. Chiamata a pronunciarsi sull’istanza

di mutamento del rito avanzata dalle parti appellate, in un giudizio di risarcimento del

danno da lesioni conseguente ad incidente stradale già pendente in appello al 1 aprile 2006, la Corte ha ritenuto di non dover dar luogo alla conversione del rito, sulla base

delle seguenti motivazioni:

-) né l’art. 5 c.p.c. né l’art. 11 disp. prel. c.c. possono far ritenere che norme

processuali di nuova introduzione possano essere ritenute di immediata applicazione

ai giudizi già pendenti quando non si tratti di riforme relative a singoli istituti

processuali, ma investano l’intero rito che viene così sostituito; -) al contrario, l’art. 5 c.p.c. deve essere interpretato nel senso dell’insensibilità del processo, quale procedimento complesso costituito da una serie composita di atti inscindibilmente legati, allo ius superveniens; -) quando il legislatore ha inteso introdurre un rito speciale, come ad esempio proprio con la l. 533 del 1973 in tema di controversie di lavoro, ha dettato espressamente una norma transitoria diretta a stabilire l’immediata applicabilità alle controversie in

corso;

-) la ratio della legge 102/2006 deve leggersi nel senso dell’accelerazione dei giudizi relativi al risarcimento del danno da morte o lesioni da incidente stradale per una migliore tutela del danneggiato, mentre le esigenze procedurali connesse alla conversione del rito determinano senz’altro un allungamento dei tempi del processo; -) un’interpretazione siffatta si giustifica anche alla luce dell’art. 111 Cost., nonché alla luce dell’art. 6 C.E.D.U.; -) gli artt. 426, 427 c.p.c. disciplinano il mutamento del rito solo nelle ipotesi di erronea instaurazione del processo con rito ordinario anziché con quello del lavoro; al contrario, un giudizio già pendente alla data di entrata in vigore della legge 102/2006 è stato correttamente introdotto con atto di citazione nel rispetto del rito ordinario;

-) l’art. 439 c.p.c., disciplinante l’ipotesi del mutamento del rito in grado d’appello, pure presuppone un errore di trattazione nel rito in primo grado che, peraltro, non può sussistere in caso di ius superveniens processuale; la Corte di cassazione, sul punto,

ha

fissato il principio di ultrattività del rito, a mente del quale il giudizio iniziato con

le

forme del rito ordinario nonostante le previsione legislativa prevedesse un rito

differente deve proseguire con le forme del rito ordinario.

35 In Giur. it., 1977, I, 1, 1425.