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I diritti della personalità:

i diritti della persona, secondo la terminologia usale, sono identificati con i diritti
inviolabili e con le libertà fondamentali. Ma alla persona fisica e in quanto ciò sia
possibile anche alla persona giuridica, vengono riconosciuti ulteriori diritti , che si
raccolgono nell’espressione diritti o meglio diritto della personalità. Quando si parla
di diritto della personalità o di tutela civile della vita privata si vuole alludere a tutti
aspetti del medesimo problema, ossia come proteggere il singolo individuo,
considerato come persona fisica, nell’ambito dei rapporti privati. Occorre anzitutto
interrogarsi su quali siano i diritti della personalità. A tale domanda possono darsi
due tipi di risposte, la prima che aderisce all’orientamento tradizionale sostenuto da
giudici e da gran parte della dottrina, è che i diritti della persona sono quelli
espressamente disciplinati dalle norme del codice civile e da talune leggi speciali. La
seconda è che non si possono enumerare i diritti della persona perché vi è un solo
diritto generale della personalità, che funzione quasi come una clausola generale, i
cui contenuti sono di volta in volta specificati a seconda dello status della persona.
Più precisamente chi segue la prima tesi ritiene che non vi possano essere diritti
della personalità diversi da quelli tipici espressamente disciplinati dalla legge. Chi
invece segue la seconda tesi ritiene che non sia possibile fornire un elenco dei diritti
della persona ma che esista un diritto globale, i cui aspetti dono di volta in volta
derivati dalla situazione in cui la persona vive. I diritti della personalità disciplinati
dal codice civile, sarebbero dunque alcuni degli aspetti più rilevanti e comuni della
persona ma non esaurirebbero l’intero quadro dei diritti della personalità. È
quest’ultima la tesi che oggi si preferisce , considerando sia la disciplina
costituzionale all’art 2, sia l’evolvere dei diritti civili. Per individuare il fondamento
giuridico di tale tesi, si richiamano dunque oltre alle norme del cc anche quelle delle
leggi speciali e della costituzione. Vengono così in rilievo vari diritti come il diritto
alla vita, alla salute, all’integrità fisica… oltre a quelli tipicamente disciplinati dal
codice come il diritto al nome, all’onore, all’immagine e così via. Questi diritti non
sono tutelati con la medesima intensità e nelle medesime forme, ma sono
diversamente disciplinati e hanno dunque diverso contenuto a seconda dello status
e cioè della situazione giuridica in cui si trova la persona. Ovviamente lo status varia
a seconda delle circostanze.
Formalmente i diritti della personalità si definiscono come diritti soggettivi assoluti,
tutelabili erga omnes. Essi sono in gran parte indisponibili perché la persona non vi
può rinunciare, fanno eccezione il diritto all’immagine e alla riservatezza cui si può
rinunciare art 10 cc. Possiamo affermare che nel nostro ordinamento, attualmente
la costruzione dei diritti della personalità è fondata sul dettato costituzionale come
fonte eminente. Ciò è stato possibile grazie al superamento di tre ordini di
limitazioni:
1) Una limitazione di campo che confinava i diritti della personalità al solo diritto
pubblico, come sostenuto dalla dottrina pubblicistica tedesca della fine del
secolo scorso, cui si è informata la nostra dottrina fino alla nuova costituzione.
2) La limitazione ispirata alla concezione prioritaria e patrimonialistica dei diritti
della persona, che si è cercata di superare riconoscendo la persona come
valore in sé.
3) Infine la limitazione che configurava questi aspetti come diritti soggettivi
privati, implicando il loro riconoscimento specifico da parte della legge
ordinaria.
Attualmente invece la norma principale cui in genere si riconduce la categoria dei
diritti della personalità è l’art 2 cost. il quale secondo l’orientamento prevalente,
è a fondamento dell’esistenza del singolo diritto e opera come garanzia di esso
ma ciò non esclude che il legislatore ordinario possa variamente conformarne
l’ampiezza e l’esercizio.
I diritti della personalità si caratterizzano per un duplice aspetto, la libertà e la
patrimonialità. Tali aspetti dono evidenziati nella cost. per quanto riguarda i
diritti fondamentali e di libertà e nel cc e nelle leggi speciali, per quanto riguarda
la loro patrimonialità. Essi possono essere oggetto di negoziazione e di cessione,
ma solo se gli accordi non violino i diritti fondamentali, l’ordine pubblico e la
salute.
Certamente degli aspetti e dei valori più rilevanti della persona, la vita e
l’integrità fisica sono quelli che rivestono la maggiore importanza, da qui si
comprende la fitta serie di norme penali che sanzionano ogni atto di terzi volto a
privare della vita l’individuo o a minacciarne l’integrità e anche nel cc si
avvertono i riflessi di tale particolare tutela, infatti se il singolo è libero di
disporre delle cose come crede, di agire come vuole senza però ledere i diritti
altrui, di impegnare la sua volontà scegliendo liberamente la controparte
contrattuale o il tipo di contratto, non è però libero di disporre altrettanto
agevolmente della sua persona. Sicuramente la disciplina prevista dalle norme
del libro primo del cc e da quella in materia di resp. Civile si è andata arricchendo
di nuovi contenuti per merito di alcune pronunce e di numerose analisi dottrinali
che hanno riferito le norme circa la tutela della persona, alla disciplina
costituzionale. In particolare, come dicevamo si è fatto ricorso all’art 2 con cui si
riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle
formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Il diritto alla vita si collega a
numerosi altri diritti come al diritto alla salute, art 32 oppure a diritti che la cost
sancisce in forma di tutela del lavoratore, 35 e ss. Nel nostro ordinamento
tuttavia, a differenza di quello tedesco o altri, in cui il diritto alla vita ha un
fondamento cost, non vi è una norma cost esplicita sul diritto alla vita, esso
comunque si ricava dal complesso delle disposizioni dedicate alla personalità
dell’individuo che nel dettato cost non si riferiscono solo agli aspetti biologici
della vita, ma anche alle condizioni sociali ed economiche, ala tutela della salute,
del posto di lavoro ecc . Da qui la conclusione che quando si fa riferimento al
diritto alla vita, non si possono considerare soltanto gli aspetti biologici ma
occorre considerare complessivamente la situazione in cui vive l’uomo e che ne
condiziona l’esistenza.
Il problema del diritto alla vita è attuale nel nostro paese soprattutto con
riguardo ad un altro aspetto, quello relativo alla disciplina dell’aborto. Prima
dell’entrata in vigore della legge del 22 maggio 1978 n 194, la corte cost aveva
stabilito che l’art 2 cost riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo , fra i
quali non può non collocarsi, la situazione giuridica del concepito. È opportuno
rilevare come tra il diritto alla vita e la disciplina dell’aborto non vi siano nessi
diretti, infatti l’aborto non priva della vita un soggetto già esistente ma previene
la nascita di individui che per ragioni tassativamente previste dalla legge, la
madre non desidera. Tali ragioni sono specificate all’art 4 della legge e consistono
nel serio pericolo per la salute fisica o psichica della madre, in relazione o al suo
stato di salute o alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle
circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o
malformazioni del concepito. Mediante tale legge dunque lo stato garantisce il
diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della
maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Peraltro recita l’art 1
l’interruzione volontaria della gravidanza non può considerarsi mezzo di controllo
delle nascite. La donna che intende interrompere la gravidanza può entro i primi
90 giorni rivolgersi al consultorio pubblico o a un medico di fiducia. Si esamina la
situazione in cui versa la donna nel rispetto della dignità e riservatezza.
Lo status dell’embrione: riflessione
Il diritto alla salute: sia in dottrina che in giurisprudenza si è dato notevole rilievo
a quell’aspetto della persona fisica, che al di là della mera integrità, può
complessivamente denominarsi salute. In questo senso si applica l’art 32 cost, la
cui violazione comporta immediatamente la configurazione di un illecito. Infatti la
garanzia cost del diritto alla salute non deve considerarsi come una generica
direttiva impartita agli organi dello stato deputati all’assistenza materiale e
morale dei cittadini ma , nel suo contenuto più pregnante, si pone come un limite
preciso e specifico delle attività economiche private, tale articolo dunque
collocato nei rapporti etico sociali, esprime dunque la garanzia cost di un diritto
sociale che ha preciso valore giuridico ed immediata operatività.
Intesa dunque come norma volta a tutelare un diritto di solidarietà diretto a
salvaguardare l’idoneità fisica soggettiva a godere delle libertà giuridiche per il
proprio ed il comune perfezionamento, l’art 32 istituisce un diritto fondamentale
dell’individuo. Il combinato disposto dell’art 2 dell’art 32 1 comma dimostra
dunque come il legislatore costituente non si sia preoccupato solo di stabilire in
modo generico il diritto dei singoli ad un normale e completo svolgimento della
personalità ma abbia poi provveduto a specificare il contenuto di quei diritti
inerenti allo sviluppo della personalità, che non si esaurisce nella definizione
legislativa delle libertà civili ma si estende a ricomprendere i cd diritti sociali, tra i
quali appunto in primo luogo, il diritto alla salute.
Considerato nel suo aspetto negativo, esso si traduce in un diritto a pretendere
dallo stato determinate attività a tutela della salute e anche a pretendere dai
consociati la cessazione o modificazione di ogni attività interferente con tale
diritto ed eventualmente lesiva di esso. Il diritto alla salute si può pertanto
considerare come un diritto a mantenere intatta la propria integrità fisica e
quindi come un incisivo limite alle attività imprenditoriali che tendono a
sacrificare quel bene. Collegato poi con l’art 42, 2 comma cost, assume varie
potenzialità.
Notevoli sono le pronunce che hanno configurato nel nostro ordinamento
l’esistenza di un danno alla salute individuato a seconda delle circostanze o nel
rapporto d lavoro, o nella tutela dell’ambiente o nella valutazione del danno alla
persona. Come dicevamo un settore in cui il diritto alla salute trova particolare
tutela è quello dei rapporti d lavoro subordinato. Già l’art 2087 cc dispone che
l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure che
secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessaria a
tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. tuttavia
siccome l’art 32 difende un diritto primario dell’individuo, deve essere osservato
in ogni situazione nella quale la salute possa essere posta in pericolo, la norma
trova pertanto applicazione anche nei rapporti di lavoro relativi al pubblico
impiego che non rientrano nel 2087 cc. Come ribadito anche dalla suprema corte
il bene della salute è riconosciuto e tutelato dalla cost come fondamentale diritto
dell’individuo, oltre che come interesse della collettività. In tale prospettiva esso
è un diritto primario e assoluto che non può essere condizionato o influenzato da
alcun rapporto giuridico e neppure da quello di pubblico impiego. Essendo un
diritto fondamentale, un valore immanente all’ordinamento, la sua lesione
costituisce di per sé un atto illecito e infatti l’art 32 cost è il fondamento del cd
danno biologico , la voce di danno riconosciuta in capo alla vittima di un illecito
extracontrattuale .
Al 2 comma, l’art 32 sancisce che nessuno può essere obbligato ad un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, l’intervento
però non può in alcun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona
umana. Tale norma attiene dunque al delicato rapporto tra libertà di
autodeterminazione del singolo nel disporre del proprio corpo che si esplica in
senso negativo anche come diritto del soggetto ad opporsi a che altri decidano
circa l’effettuazione di interventi e trattamenti sul proprio corpo, e l’interesse a
preservare l’integrità fisica e la salute stessa delle persone per un fine di tutela di
un interesse superiore, perseguito dall’ordinamento. E infatti la salute della
persona cui è imposto un trattamento sanitario dipende proprio dal fine di
protezione della salute pubblica generale, fine che è stato considerato come uno
dei più importanti scopi sociali dello stato moderno. Però ciò che si ricava da tale
2 comma art 32 o anche dall’art 13 2 comma che tutela l’integrità personale è
che allora non potrebbe sussistere un obbligo del singolo a sottoporsi a
determinati trattamenti se non vi sono riflessi diretti sulla salute generale e in
mancanza di un’incidenza diretta sulla salute del singolo. Come dimostra
peraltro anche la riserva di legge assoluta contenuta nel 32, che demanda alla
legge statale la materia, mentre in nessun caso il trattamento sanitario potrebbe
essere disposto mediante un provvedimento amministrativo, proprio per le
conseguenze delicatissime che comporterebbe. Sostanzialmente quindi il
soggetto titolare del diritto alla salute può farlo valere nei confronti delle
istituzioni pubbliche o del privato, essendo libero o meno di esercitarlo, salvo una
situazione di stato d necessità. Ovviamente diversa è la situazione del minore,
che è sottoposto alla potestà del genitore, la quale in vari casi è stata limitata per
curare obbligatoriamente il minore anche per interventi ai quali i genitori erano
contrari per varie motivazioni , ad es anche ideologiche o religiose. Le limitazioni
all’autonomia del soggetto devono però essere rigorose e previste dalla legge. E
infatti anche tra le varie legislazioni speciali in materia si è affermata comunque
la tendenza a ridurre al minimo i trattamenti obbligatori. Pensiamo ad es alla
legge del 1975 in materia di tossicodipendenze che disponeva che qualora il
tossico-dipendente bisognoso di cure mediche e assistenza si rifiutasse, era
sottoposto a ricovero coatto o a cure ambulatorie domiciliari con provvedimento
del giudice. La nuova legge ha escluso invece ogni forma di coercibilità.
In merito invece ai trapianti, questi possono essere effettuati dal soggetto in vita
o dal suo cadavere. Ai sensi dell’art 5 cc. Gli atti di disposizione del proprio corpo
sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o
quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon
costume. Vi sono tuttavia alcuni trapianti che non comportano diminuzione
dell’integrità fisica e sono pienamente legittimi come quelli dell’epidermide o di
tessuto ricostituibile. Per i trapianti di organi fondamentali sussisteva un divieto
assoluto, ma la legge 26 giugno 1967 n 438 ha introdotto il trapianto di rene, il
quale venne ammesso in deroga al disposto dell’art 5 cc da parte di figli, genitori,
fratelli e solo in manza di essi da parte di altri parenti o terzi estranei. Con la
legge 1 aprile 1999 n 91 è stata riformata l’intera disciplina sui prelievi e sui
trapianti di organi e tessuti. I prelievi sono effettuati sui soggetti di cui è stata
accertata la morte ai sensi della legge del 1993 n 578. I cittadini sono tenuti a
dichiarare la propria volontà in ordine alla donazione di organi. Ovviamente è
vietata l’asportazione di organi e tessuti verso gli stati che ne fanno libero
commercio.
Diritto alla identità genetica:
un altro diritto della persona che si è individuato soprattutto ad opera dei giuristi
statunitensi e degli studiosi di bioetica è il diritto all’identità genetica, che muove
dalla protezione del genoma inteso come il tramite biologico diretto tra le
generazioni. Infatti il patrimonio genetico di fatto è un mezzo di identificazione
della persona fisica pertanto si è parlato di:
1) Diritto dell’individuo a conoscere il proprio patrimonio genetico, cd diritto
all’informazione.
2) Diritto dell’individuo alla conservazione del proprio patrimonio genetico e
quindi alla prevenzione delle manipolazioni genetiche.
Sorgono dunque sia problemi legati alla tutela della privacy, sia problemi
connessi con la protezione dell’embrione, in quanto le manipolazioni genetiche
alterano la fisionomia e la complessione unitaria del nato. A tal riguardo si è
esclusa la brevettabilità di procedimenti di clonazione umana o di modificazione
genetica degli embrioni.
Diritto all’identità sessuale:
si è da tempo consolidato un orientamento della giurisprudenza che afferma
l’esistenza di un diritto alla corrispondenza dello status formale alla realtà psico-
somatica del soggetto. Ossia si è ammesso tra i diritti della personalità, il diritto di
vedersi attribuire, nella società e nell’ordinamento , il sesso corrispondente alla
propria realtà psico- somatica. Quindi diritto all’identità sessuale cui si affianca
un altro diritto relativo al mutamento di sesso, in tale secondo caso
l’orientamento della giurisprudenza non è univoco. Il cambiamento di sesso
infatti contrasta con il pubblico interesse alla certezza dei rapporti e dell’ordinata
convivenza. Vi sono dunque sentenze che fanno prevalere tale interesse di
natura pubblica, e altre che invece tutelano maggiormente il diritto dell’individuo
a sottoporsi al trattamento medico per ottenere il sesso che dal punto di vista
psicologico gli pare più idoneo ad esprime la sua personalità. E infatti ispirata a
principi di rispetto della personalità individuale è la legge 14 aprile 1982 n 164,
recante norme in materia di rettificazione e attribuzione di sesso, che rende
possibile la rettificazione dell’atto di nascita e l’attribuzione di sesso diverso da
quello ivi enunciato a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali
della persona. Tuttavia la corte cost prima nel 2015 e poi nel 2017 ha precisato
che un’interpretazione costituzionalmente orientata della legge del 1982
consente di escludere la necessità del ricorso all’intervento chirurgico ai fini della
rettifica anagrafica dell’attribuzione di sesso. Cioè per ottenere la rettificazione
degli atti di stato civile in conformità alla vera identità sessuale dell’interessato,
non occorre più che sia attuato un prioritario intervento medico- chirurgico e/o
psicologico che modifichi i caratteri sessuali primari, ma essa può avvenire anche
prima o in attesa dell’operazione, dimostrando la necessità e radicalità della
scelta intrapresa e proseguita dall’interessato.
Il cadavere:
l’ordinamento non offre una definizione precisa di cadavere e le norme che lo
riguardano sono disperse in varie leggi speciali. Per cadavere si intendono
comunque le spoglie di un uomo. La legge del 1993 n 578 ha definito il momento
della morte come quello della cessazione irreversibile di tutte le funzioni
dell’encefalo. Si distingue tra morte per arresto cardiaco e morte di soggetti
affetti da lesione encefaliche o sottoposti a misure rianimatorie, quando di
verifichi comunque la cessazione irreversibile delle predette funzioni. Per
quest’ultimi la morte viene accertata da un collegio di medici, dipendenti da
strutture pubbliche. Il cadavere si ritiene in genere come una cosa extra
commercio, in quanto la commerciabilità costituirebbe lesione della dignità
umana considerata la indisponibilità e inalienabilità del diritto della personalità.
In tale prospettiva infatti il diritto dei congiunti deriverebbe da un sentimento di
pietà verso il defunto. Si può parlare invece di una limitata disponibilità da parte
del soggetto sul proprio cadavere e una forma di trasmissibilità. Di distingue
comunque tra diritto sul proprio cadavere e sul cadavere altrui, nel secondo caso
in genere i titolari del diritto sono solo i parenti prossimi. Invece nel primo caso ,
si tratta di un diritto su cosa futura e consiste nel potere di determinare la
destinazione di tale cosa futura. Secondo alcuni autori il soggetto potrebbe
disporre solo con testamento o post mortem in forma scritta, secondo altri con
qualsiasi manifestazione di volontà senza vincoli formali. La persona può dunque
stabilire la scelta del sepolcro, le solennità da compiersi , l’eventuale cremazione
o altro procedimento atto a garantire la conservazione del corpo o la sua
utilizzazione a scopi scientifici. Comunque la destinazione del proprio corpo dopo
la morte costituisce un atto personalissimo .
il diritto al nome:
ogni persona ha diritto al nome che per legge le è attribuito, il nome comprende
il prenome e il cognome ed è strumento di identificazione fisica della persona.
Non può essere modificato se non nei casi stabiliti dalla legge, con un
procedimento apposito. Il nome ha tutela cost art 22 cost ed essendo uno dei
criteri di identificazione del soggetto, incide anche sulla sua identità personale.
L’uso del nome è consentito solo al suo titolare, se altri ne fanno uso senza il
consenso dell’interessato, ci configura un abuso. In tal caso l’interessato può
chiedere al giudice la cessazione dell’abuso promuovendo un’azione detta per
l’appunto inibitoria. È salvo comunque il risarcimento del danno. Il nome è
tutelato anche per conto di chi non sia il titolare del nome ma per ragioni
familiari sia leso dal suo abuso ( donna sposata). Sicuramente la storia della
disciplina del nome si intreccia con varie questioni quali i criteri identificativi della
persona, le discriminazioni di etnia, lingua ecc e con la storia politica dei luoghi in
cu risiede la persona. Il cognome in particolare nasce nel Medioevo per
distinguere le persone che portavano lo stesso nome di battesimo e nella
maggior parte dei casi di riferiva al nome del padre o alla professione della
famiglia oppure al soprannome dato alla famiglia. Nella nostra esperienza per
consuetudine il nome della famiglia corrisponde al nome del padre, mentre il
prenome è quello attribuito all’atto della dichiarazione di nascita all’ufficiale di
stato civile. Un acceso dibattito ha riguardato l’attribuzione automatica del
cognome paterno al figlio. In un primo momento la corte cost aveva ritenuto che
sebbene il sistema di attribuzione del cognome costituisse retaggio di una
concezione patriarcale della famiglia ormai obsoleta, esulasse dai poteri della
corte dichiarare l’illegittimità cost delle norme che prevedono l’attribuzione ai
figli legittimi del cognome paterno, anche in presenza di una diversa volontà dei
coniugi, in quanto la caducazione di tali norme creerebbe un vuoto normativo
colmabile solo dall’intervento del legislatore. Solo successivamente la corte ha
dichiarato l’illegittimità della norma desumibile da un’interpretazione sistematica
delle disposizioni del codice e di quelle anche di natura regolamentare, relative
all’ordinamento dello stato civile, laddove non consente ai coniugi , di comune
accordo, di trasmettere ai figli , al momento della nascita, anche il cognome
materno. Ciò anche per la pronuncia della corte EDU nel 2014 che aveva ritenuto
che la legislazione italiana violasse il combinato disposto di cui agli artt. 8 (diritto
al rispetto della vita privata e familiare) e 14 ( divieto di discriminazione) della
CEDU, nella parte in cui prevede che il figlio legittimo acquisti automaticamente il
cognome paterno senza possibilità di assumere in aggiunta o in sostituzione il
cognome della madre in caso di consenso degli sposi. Di conseguenza l’ufficiale
dello stato civile dovrà accogliere la richiesta dei genitori che di comune accordo
intendano attribuire il doppio cognome paterno e materno al momento della
nascita o al momento dell’adozione. Invece il figlio nato al di fuori del
matrimonio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se
il riconoscimento è effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori,
assume il cognome del padre salva la facoltà dei coniugi di aggiungere
concordemente anche il cognome materno. Se invece il riconoscimento di figlio
naturale da parte del padre è successivo a quello della madre, il figlio può
assumere il cognome paterno, aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo a
quello materno art 262, 2 comma cc.
Vediamo dunque come il diritto al nome costituisca uno dei diritti fondamentali
della persona e infatti esso è tutelato contro la contestazione che si ha quando
un soggetto terzo compie atti volti a precludere o ostacolare al soggetto l’utilizzo
del nome legalmente attribuitogli, l’usurpazione che si verifica quando un
soggetto terzo, che abbia un nome diverso, usi il nome altrui per identificarsi e
ciò possa arrecare un pregiudizio al suo legittimo titolare, l’utilizzazione abusiva ,
quando un soggetto terzo utilizzi il nome altrui per identificare un personaggio di
fantasia o un prodotto commerciale, oppure lo apponga in calce ad un appello o
una lettera aperta di contenuto politico, qualora ciò possa causare pregiudizio al
suo titolare. Ciò vale sia per le persone fisiche, che giuridiche.
Anche lo pseudonimo, nome di fantasia è tutelato come il nome art 9 cc. L’uso
indebito dello stesso deve essere riconoscibile e arrecare danno patrimoniale al
suo titolare.
Anche l’immagine della persona è protetta dalla legge, essa può essere utilizzata
secondo l’art 10 del cc sotto forma di schizzo, fotografia, riproduzione
cinematografica ecc. se l’uso non è consentito dall’interessato, si ha lesione del
diritto all’immagine che comporta la cessazione dell’abuso e l’eventuale
risarcimento del danno. Spesso la tutela dell’immagine è collegata alla tutela
della riservatezza, anche in tale caso infatti si deve contemperare il diritto
all’immagine con il diritto di cronaca. Il divieto di divulgazione dell’immagine di
una persona che non abbia dato il consenso può essere derogato solo quando la
notorietà della persona effigiata spieghi un effettivo interesse pubblico ad una
maggiore conoscenza di tale persona e a una più completa informazione. Non
deve però derivarne pregiudizio all’onore e alla reputazione della persona
ritratta. La giuri tende ad ammettere la revoca del consenso. Esso è un negozio
unilaterale che attiene all’esercizio del diritto all’immagine, di per sé
personalissimo e inalienabile. Chiunque pubblichi abusivamente il ritratto di una
persona nota compie un atto illecito, a meno che non vi sia un interesse pubblico
apprezzabile.
Riservatezza e protezione della vita privata:
tra i diritti della persona, il cc non include il diritto alla riservatezza, ossia il diritto
a tenere segreti aspetti, comportamenti, atti relativi alla sfera intima della
persona. L’assenza di una norma specifica per molto tempo ha indotto a credere
che tale interesse non fosse suscettibile di tutela, più di recente però si sono
individuati elementi e riferimenti normativi che consentono di fondare un vero e
proprio diritto alla riservatezza sul diritto generale della personalità e si ammette
implicitamente che si possa difendere da invasioni illecite altrui la sfera intima
della persona. Già l’art 2 cost stabilisce che la Repubblica riconosce e garantisce i
diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
Tale formula costituisce appunto il fondamento del diritto alla riservatezza che
tende a preservare all’individuo un ambiente nel quale si svolge la sua
personalità immune da intrusioni degli altri. L’art 8 della Convenzione europea
dei diritti dell’uomo tutela poi il rispetto della vita privata e familiare. Quando si
parla di riservatezza si allude generalmente a due aspetti , il primo riguarda il
singolo considerato tra le pareti della propria abitazione o in un ambiente
privato, intimo e riservato. Il secondo riguarda invece il controllo sulla
circolazione delle informazioni personali, assunte da privati o da enti privati o da
enti privati e pubbliche sul conto dei singoli. Con riguardo al primo aspetto il
problema principale è il bilanciamento tra due interessi ugualmente rilevanti,
accanto alla protezione del singolo si deve tutelare il diritto di sapere dei
consociati, il diritto di essere informati, anch’esso protetto se pur indirettamente
dall’art 21 cost. una possibile soluzione è di individuare un confine tra fatti la cui
conoscenza e diffusione hanno rilevanza dal punto di vista politico e sociale
tenuto conto del passare del tempo, delle circostanze ecc e fatti che sollecitano
solo la curiosità del pubblico senza che vi sia una ragione sufficiente per ledere la
riservatezza dell’individuo.
Il diritto alla riservatezza è stato inizialmente elaborato nell’esperienza
statunitense. Nel 1890 infatti fu pubblicato da un senatore americano ( Warren)
e un magistrato ( Brandeis) un saggio in cui si proponeva di considerare atto
illecito la lesione della privacy dell’individuo. Con più di 70 anni di ritardo la
nostra giurisprudenza ha ammesso l’esistenza di questo diritto sia in merito ai
fatti riportati dalla cronaca giornalistica, sia con riguardo alle immagini riprese
dalla vita svolta in privato. A partire dagli anni 80 si è sviluppata la giurisprudenza
sul diritto alla riservatezza, secondo la dottrina il leading case in materia può
identificarsi nella decisione della suprema corte del 1975 n 2129, in cui per la
prima volta i giudici di legittimità affermano la fondatezza della costruzione
giuridica di questo nuovo diritto. Negli ultimi anni le pronunce giurisprudenziali in
materia di tutela della riservatezza hanno avuto ad oggetto anche l’utilizzo del
web e dei siti internet ,a tale riguardo si è affermato che la divulgazione di dati
personali effettuata direttamente o per interposta persona, mediante la gestione
di siti internet accessibili al pubblico e tra loro collegati, lede il diritto alla
riservatezza garantito dall’art 2 cost ed è idonea a produrre danni risarcibili ai
sensi dell’art 2043 cc quando manchino il consenso degli interessati, l’interesse
pubblico alla diffusione dei dati e la pertinenza della divulgazione rispetto al tema
trattato.
Diritto all’identità Personale:
vi sono due accezioni di identità personale: la prima riguarda l’identità fisica che
pertanto significa identificazione di una persona mediante i suoi connotati
essenziali. La seconda riguarda l’identità ideale della persona, cioè il patrimonio
di credenze, valori, opinioni che essa si è costruita nel corso del tempo e che
muta con l’età e le inclinazioni. Tecnicamente parlando l’uso dell’espressione
identità personale di riferisce a questa seconda accezione. Mentre la prima è
strettamente legata al diritto al nome. Come stabilito in giuri ciascuno ha diritto
a conoscere la propria identità personale e quindi anche a conoscere le proprie
origini, pertanto il figlio adottivo ha accesso alla documentazione relativa al
procedimento di adozione. Il diritto all’identità personale nasce ,in Italia, da un
caso giudiziario dei primi anni 70, consolidandosi successivamente. Si pone
quindi come un vero e proprio caso da manuale, esso è stato costruito ex novo
distinguendo un profilo specifico della persona da non confondersi con il diritto
alla reputazione, all’identità fisica, con il diritto al nome, all’immagine, alla
privacy. Lo scopo di tale diritto è quello di salvaguardare intatto il profilo ideale
della persona attraverso le rappresentazioni che mass media, agenzie di info,
opinion makers e altri soggetti che divulgano notizie, in piena libertà d’azione e di
espressione, possano proporre. Non esiste negli altri ordinamenti un diritto
corrispondente nei termini in cui si sviluppato in Italia e cioè come diritto
autonomo e singolarmente tipizzato, tuttavia in ogni ordinamento l’esigenza
sottesa ad esso è avvertita e tutela con vari strumenti, proprio per reprimere il
fenomeno di distorsione dell’immagine ideale dell’individuo.
Punto di approdo della lenta evoluzione di tale diritto è una pronuncia del 1985
della suprema corte. essa muove dall’enunciato generale per cui ciascun soggetto
ha un interesse ritenuto meritevole di tutela giuridica ad essere rappresentato
nella vita di relazione con la sua vera identità così come questa nella realtà
sociale è conosciuta o poteva esserlo con l’applicazione dei criteri della normale
diligenza e buona fese soggettiva. Dunque interesse a non vedere all’esterno
alterato, travisato , contestato il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale
ecc. infatti mentre i segni distintivi come il nome ecc identificano il soggetto sul
piano dell’esistenza materiale e della condizione civile e legale e l’immagine
evoca le mere sembianze fisiche della persona, l’identità personale rappresenta
invece il soggetto da un punto di vista globale delle sue specifiche caratteristiche
e manifestazioni. Quindi tra il diritto al nome e il diritto all’identità ricorre si una
certa correlazione ma nulla di più. Non vi è né un rapporto di immedesimazione
né un rapporto di comprensione dell’una figura rispetto all’altra. Inoltre il diritto
all’identità personale di distingue anche da quello alla riservatezza, il primo
assicura la fedele rappresentazione alla propria proiezione sociale, il secondo la
non rappresentazione all’esterno delle proprie vicende personali non aventi per i
terzi un interesse socialmente apprezzabile. In diverse pronunce circa tale diritto
si è evidenziato anche che tale figura comporta la rappresentazione
dell’individuo considerato come uti socius, dunque nella sua socialità , essendo
infatti sulla vita di relazione che insiste la dimensione umana da proteggere. In
realtà potremmo fare un discorso più generale per cui tutti i diritti della
personalità sono fondati anzi presuppongono un rapporto sociale e traggono vita
da una dimensione relazionale, tuttavia nel diritto all’identità personale
l’elemento relazionale è certamente molto accentuato. Inoltre a differenza del
nome, dell’immagine, dei fatti privati, l’identità ideale cambia con l’evoluzione
interiore della persona, con la sua costante formazione e maturazione, con le sue
contraddizioni. Identità personale è allora riflesso ideale esternato della
interiorità della persona, significa che l’identità è attuale ma è anche il riflesso di
una serie successiva di diverse identità che il soggetto assume nel corso del
tempo, essendo connotata da una intrinseca mutevolezza.
diritto alla protezione dei dai personali:
l’assunzione delle informazioni è una prassi costante e incide sugli aspetti più
riposti della personalità, perseguendo qualsiasi mezzo e infrangendo qualsiasi
confine. Nel nostro ordinamento non vi sono leggi che disciplinano l’assunzione
di informazioni e la loro elaborazione e diffusione da parte di terzi. Vi sono però
alcune norme specifiche che riguardano singole ipotesi come il divieto di
assumere informazioni sulle opinioni politiche e sindacali del lavoratore per
evitare discriminazioni nel rapporto di lavoro oppure norme che vietano l’uso di
info sulle opinioni politiche e religiose dei militari ecc. di recente si è però
avvertita l’esigenza di assicurare con opportune leggi ai cittadini il diritto di venire
a conoscenza della raccolta di info sul proprio conto, il diritto al controllo
dell’esattezza delle info e il diritto di rettifica dei dati inesatti oltre che il diritto
all’oblio, ossia alla cancellazione delle info dalle schede di raccolta dopo un
determinato periodo di tempo. Il processo normativo per l’introduzione nel
nostro paese di una disciplina apposita è stato lungo e tortuoso, infatti L’Italia in
ambito comunitario è stato uno degli ultimi paesi a dotarsi di regole specifiche al
riguardo. Comunque il modello che ne è risultato è ora uno dei più moderni e
garantisti del mondo. Prima è stata ratificata ed eseguita la convenzione europea
sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati di
carattere personale, legge del 1989 n 98. Poi si è pensato di attuare senza molte
modifiche la direttiva comunitaria in materia, del 1995 n 46. Si è approvata la
legge del 31 dicembre 1996 n 675 e in seguito è stato redatto un vero e proprio
codice della privacy, d.lg. 30 giugno 2003 n 196, che è stato modificato con
decreto legislativo approvato l’8 agosto del 2018 per adeguare la normativa
italiana al reg europeo in materia di tutela dei dati personali, n 2016/ 679. Sono
almeno 3 le linee di sviluppo della normativa concernente i dati personali avviate
dagli organi dell’unione europea in fase progressive:
1) Protezione dei dati come espressione ed immagine della persona e quindi
come specificazione del diritto generale della personalità
2) Costruzione del mercato dei dati, la loro circolazione e autorizzazione o il
consenso dell’interessato alla loro acquisizione, trattamento o utilizzo e anche
la proprietà delle banche di dati realizzate da operatori economici.
3) Contratti con contenuto digitale, tra cui si possono rinvenire dati di natura
personale.
Anche in tale materia comunque di assiste al confronto tra due diversi interessi ,
interesse alla liberalizzazione della circolazione dei dati e quindi la loro
configurazione come bene dotato di un valore, oggetto di scambio per altri beni o
servizi e interesse a tutelare la persona e preservare i suoi aspetti intimi connessi
con la sua identità, a controllare l’acquisizione e il trattamento di dati e quindi
limitare il loro mercato.
In particolare nel nostro ordinamento ci si chiede se il dato personale possa o no
essere inteso come bene considerato che i dati sono usati prevalentemente dagli
internet providers che se ne avvalgono per effettuare servizi. La carta dei diritti
fondamentali dell’ue ha distinto la tutela ella privacy dalla tutela dei dati
personali. Infatti l’orizzonte dei dati personali è più ampio di quello della vita
privata. Come sottolineato da Rodotà tale distinzione non è solo apparente, nel
diritto al rispetto della vita privata e familiare si manifesta soprattutto il
momento individualistico, il potere di esaurisce sostanzialmente nell’escludere
interferenze altrui. La tutela è statica, negativa. Invece la protezione dei dati fissa
regole ineludibili sulle modalità del loro trattamento, si concretizza in poteri di
intervento, dunque la tutela è dinamica, segue i dati nella loro circolazione. Il
regolamento n 679 del 2016 assicura come diritto fondamentale il diritto alla
protezione de dati che deve essere al servizio dell’uomo ma in applicazione del
principio di proporzionalità non è assoluto in quanto va considerato alla luce
della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in
ossequi al principio di proporzionalità. Tuttavia dal tenore delle disposizioni del
reg. emerge come non sia tutelato il dato in se e per sé ma in via mediata il dato
come rappresentazione della persona, si è poi in presenza di un diritto
fondamentale ma non assoluto e tutelato in modo graduale perché l’intensità
della tutela varia a seconda delle dimensioni dell’impresa che tratta i dati. Siamo
dunque in presenza della specificazione del diritto generale della personalità, che
come il diritto alla vita privata, all’integrità ecc è classificabile come un diritto
fondamentale e che però è condizionato e bilanciato. Inoltre la categoria
concettuale dei diritti della personalità non è univoca. Comunque sia emerge
dall’art 4 del re che parla di qualsiasi info riguardante una persona fisica
identificata o identificabile, la stretta correlazione tra la protezione di questo
diritto e altri come il diritto al nome, allo pseudonimo e agli altri aspetti della
identità. Proprio perché legato ala persona , il dato personale ne compone
l’identità.
Diritto d’autore e invenzioni industriali:
tradizionalmente si denomina diritto industriale il complesso degli istituti che
riguardano i mezzi e le attività dell’impresa commerciale destinata all’industria. Il
codice civile detta alcune norme sulle opere dell’ingegno, sulle opere cioè che
derivano dalla applicazione dell’intelligenza umana alla letteratura e in generale
alla composizione letteraria, artistica , scientifica e alle invenzioni. Si vuole
dunque assicurare protezione alle idee e alla loro realizzazione pratica al fine che
chi ha prodotto o inventato qualcosa possa derivarne anche un utile economico e
altri non si approprino delle idee o invenzioni senza dare nulla in cambio. A tal
proposito proprio per evidenziare che il prodotto dell’ingegno appartiene a chi lo
ha creato si parla di proprietà intellettuale, si usa l’espressione proprietà per
indicare il rapporto che esiste tra il creatore e l’opera e dare ad esso la massima
intensità, protezione e rilevanza per i terzi. A proposito delle opere dell’ingegno
si parla anche di beni immateriali in quanto l’idea di per sé non è materiale ma
immateriale. Si parla dunque di diritto morale sulle opere dell’ingegno e di diritto
patrimoniale. Nella protezione dell’aspetto morale si vuole proteggere la persona
come creatrice di ingegnose opere e quindi si esalta uno degli aspetti della
personalità. Invece nella protezione dell’aspetto patrimoniale si pone in luce la
utilizzazione economica dell’opera e se ne sottolinea la necessaria novità ed
originalità. Il diritto d’autore è disciplinato dal codice civile artt 2575 e ss e dalla
legge 22 aprile 1941 n 633, dalla legge del 1996 n 52 sulle trasmissioni via
satellite, dalla legge del 99 sulle banche di dati e infine dalla legge 18 agosto 2000
n 248. L’art 2575 cc recita ” formano oggetto del diritto d’autore le opere
dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alle scienze, alla letteratura ,
alla musica alle arti figurative, all’architettura, al teatro, alla cinematografia,
qualunque sia il modo o la forma di espressione.” L’autore ha un diritto morale
sull’opera che dunque è irrinunciabile, mentre la paternità dell’opera può essere
difesa anche da alcuni degli eredi, coniuge, figli, genitori, discendenti diretti o in
mancanza fratelli e sorelle. Il diritto patrimoniale dell’autore invece riguarda la
utilizzazione economica dell’opera, è un diritto commerciale. Il diritto morale
d’autore è imprescrittibile e tutelato dagli eredi. La durata del diritto
patrimoniale da 50 anni è stata prorogata a 70 anni dopo la morte, a beneficio
degli eredi legittimi o testamentari. I problemi posti da tale disciplina comunque
sono molteplici , i continui sviluppi della tecnica che modificano i rapporti, la
fruizione multimediale delle opere ecc.
in guri si precisa che il concetto giuridico di creatività cui si riferisce la legge sul
diritto d’autore rappresenta la personale e individualizzata espressione di
un’oggettività appartenente esemplificativamente alle ontologie razionali della
scienza, della letteratura, musica ecc. nelle opere scientifiche il diritto d’autore
non riguarda il contenuto ma tutela la forma espressiva, l’organizzazione
intellettuale del lavoro. Ai concetti di creatività e di originalità dell’opera di
informa anche la direttiva comunitaria in materia di privativa sulle banche dati.
Sono protette soltanto le compilazioni di dati su supporto informativo.
Ricordiamo infine che la protezione in generale si ha se l’opera in sé è creativa. La
fotografia è considerata come opera dell’ingegno e quindi non può essere
riprodotta senza il consenso dell’interessato. La fotocopia invece no.
Mezzi di tutela dei diritti della personalità:
1) Cessazione del fatto lesivo, che si ottiene con azione inibitoria. Basta provare il
fatto lesivo e il pericolo di danno per potere ottenere il risultato, non serve
dimostrare la colpa del danneggiante.
2) Risarcimento in forma specifica con cui il giudice dispone che le notizie
inesatte vengano corrette con mezzi di diffusione analoghi a quelli usati per la
violazione del diritto.
3) Risarcimento del danno per equivalente, se vi è colpa del danneggiante.
Non sempre tali mezzi sono efficaci, essi intervengono infatti in un momento
successivo alla creazione del danno.

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