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Cass. civ., sez. Lavoro 03-10-2006, n. 21301 - Pres. SENESE Salvatore - Est.

ROSELLI
Federico - P.M. PATRONE Ignazio - S.V. c. ALCATEL DIAL FACE SPA

RV593360

AGENZIA (CONTRATTO DI) - SCIOGLIMENTO DEL CONTRATTO - INDENNITÀ - IN GENERE


- Indennità di cessazione del rapporto - Deroga mediante contratto collettivo - Prevalenza della
disciplina legale - Limiti - Trattamento più favorevole in concreto - Onere della prova - Riparto.

In tema di determinazione dell'indennità dovuta all'agente commerciale alla cessazione del rapporto,
la disciplina dettata dall'art. 1751, cod. civ. può essere derogata soltanto in meglio dalla
contrattazione collettiva e, nel caso in cui l'agente sostenga in giudizio la nullità del contratto
individuale recettivo di quello collettivo, il raffronto tra la disciplina legale e quella pattizia deve
essere effettuato con riferimento al caso concreto, pervenendosi alla dichiarazione di nullità della
parte del contratto risultata sfavorevole all'agente. Quest'ultimo pertanto ha l'onere di provare nel
giudizio di merito, con dettagliati calcoli conformi ad entrambi i criteri, legale e contrattuale, la
differenza peggiorativa, mentre il preponente ha l'onere di provare il contrario, anche attraverso
l'eventuale considerazione complessiva delle clausole e la relativa compensazione di vantaggi e
svantaggi. (cfr Corte di giustizia delle Comunità europee, Prima sezione, 23 marzo 2006 Haonyvem
c. De Zotti). (Cassa con rinvio, App. Venezia, 19 Agosto 2002)

Riferimenti normativi

Codice civile art. 1751

Legge 10-09-1991, n. 303, art. 4

Giurisprudenza correlata

Cass. civ., sez. Lavoro, 29-07-2002, n. 11189 - RV556357

Cass. civ., sez. Lavoro, 21-10-2003, n. 15726 - RV567549

Cass. civ., sez. Lavoro, 07-02-2004, n. 2383 - RV569972

Cass. civ., sez. Lavoro, 27-03-2004, n. 6162 - RV571605

Cass. civ., sez. Lavoro, 18-10-2004, n. 20410 (ord.) - RV577754

Cass. civ., sez. Lavoro, 03-10-2006, n. 21309 - RV593361

Conformi
Cass. civ., sez. V, 17-05-2005, n. 10308 - RV584600

Cass. civ., sez. Lavoro 03-10-2006, n. 21301 - Pres. SENESE Salvatore - Est. ROSELLI
Federico - P.M. PATRONE Ignazio - S.V. c. ALCATEL DIAL FACE SPA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 17 settembre 1996 al Pretore di Venezia, S. V. esponeva di essere stato agente di
commercio per la s.p.a.

Alcatel dial face, la quale dal 1995 gli aveva ridotto le provvigioni nè lo aveva compensato per la
commessa denominata "Rete geografica dati - Cerved infocamere"; chiedeva la condanna dalia
società a pagare indennità di clientela, provvigioni e differenze sull'indennità di cessazione del
rapporto. Costituitasi la convenuta, il Pretore con sentenza non definitiva accoglieva in parte la
domanda e con sentenza definitiva del 5 settembre 2000 liquidava gli importi dovuti.

Proposta impugnazione principale dal S. e incidentale dalla s.p.a. Dial face, succeduta a quella
sopra detta, le due decisioni venivano confermate con sentenza del 19 agosto 2002 dalla Corte
d'appello, la quale riteneva doversi applicare, in materia di indennità per cessazione del rapporto gli
accordi collettivi detti "ponte" del 30 ottobre 1992 (settore industria) e 27 novembre 1992 (settore
commercio) di identico contenuto e recepiti nel contratto individuale, i quali, in base ad una
comparazione ex ante ossia astratta, risultavano validi perchè non peggiorativi della disciplina
contenuta nell'art. 1751 cod. civ. ma, al contrario, prevedenti l'indennità senza richiedere nè la prova
dell'incremento della clientela nè una valutatone equitativa da parte del giudice, Erano in definitiva
da disattendere le "considerazioni economiche effettuate ex post" dall'appellante principale.

Quanto all'appello incidentale la Corte riteneva non credibili i testi addotti dall'appellante per
provare una diminuzione, per consenso verbale, delle provvigioni.

Contro questa sentenza ricorrono in via principale il S. ed in via incidentale la s.p.a. Dial face, che è
anche controricorrente ed ha presentato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due ricorsi, principale e incidentale, debbono essere riuniti ai sensi dell'art. 335 cod. proc. civ..

Con unico motivo il ricorrente principale lamenta la violazione dell'art. 1751 cod. civ., sostenendo,
in materia di indennità per cessazione del rapporto d'agenzia, che il contratto individuale applicato
nel caso di specie e recettivo dei cosiddetti accordi collettivi "ponte" del 1992 era nullo perchè
derogativo in peggio della citata norma codicistica; infatti esso restringeva le ipotesi di spettanza
dell'indennità, escludendole in caso di scioglimento del rapporto per fatto non imputabile all'agente,
mentre l'art. 1751 cit. richiedeva il fatto talmente grave da non consentire la prosecuzione nemmeno
provvisoria del rapporto, nonchè il contratto a tempo determinato. L'art. 1751, inoltre, prevedeva
una valutazione equitativa del giudice.
Il ricorrente ravvisa poi un difetto di motivazione nell'omessa considerazione, da parte della Corte
d'appello, della sua "esemplare dedizione e incredibili risultati", che avrebbero dovuto indurre al
riconoscimento del diritto ad un'indennità maggiore.

Il ricorso è fondato.

In materia di determinazione dell'indennità dovuta all'agente commerciale alla cassazione del


rapporto e, più particolarmente di derogabilità dell'art. 1751 cit. da parte della contrattazione
collettiva, la giurisprudenza di questa corte non appariva uniforme fino a tempo recente.

Pacifica la derogabilità in melius per l'agente, alcune sentenze affermavano che la verifica
comparativa delle due fonti normative, legale e pattizia, dovesse essere compiuta ex ante, ossia in
astratto e non in base ai risultati finali dell'attività dell'agente,, non potendosi, nè sul piano
obbiettivo nè sul piano dell'affidamento delle parti, specie con riferimento a un rapporto di durata,
giudicare della validità delle clausole del negozio alla luce del e risultato economico che le parti
conseguirebbero in concreto alla cessazione del rapporto a seconda che si applichi il regime
convenzionale o quello legale (Cass. 30 agosto 2000 n. 11402, 21 ottobre 2003 n. 15726, 27 marzo
2004 n. 6162).

La sent. 29 luglio 2002 n. 11189, per contro, sostenne doversi valutare in concreto, ossia caso per
caso, valorizzando soprattutto il riferimento all'equità, contenuto nell'art. 1751, comma 1.

Il secondo dei due orientamenti era in definitiva nel senso che una tutela effettiva dei diritti del
lavoratore, anche parasubordinato, non fosse possibile se non avendo riguardo ai mezzi concreti a
lui attribuiti dalle norme giuridiche, non importa se dettate dal legislatore oppure dall'autonomia
collettiva o individuale, per assicurargli un compenso proporzionato alla quantità e qualità
dell'opera svolta. Nè questo criterio di comparazione delle fonti normative ledeva alcun affidamento
del datore di lavoro o del preponente, il quale fin dalla costituzione del rapporto era in grado - nei
limiti di prevedibilità in ogni caso possibili nei rapporti di durata - di calcolare in base ad esso costi
e benefici del contratto.

La soluzione della controversia interpretativa in questo secondo senso è ora imposta dalla sentenza
della Corte di giustizia delle Comunità europee, sezione 1^, 23 marzo 2006, Honyvem informazioni
commerciali s.r.l. e De Zotti, la quale ha formulato questi due principi: 1) L'art. 19 della direttiva
del Consiglio 18 dicembre 1986, 86/653/CEE, relativa al coordinamento dei diritti degli Stati
membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, dev'essere interpretato nel senso che
l'indennità di cessazione del rapporto risultante dall'applicazione dell'art. 17, n. 2, di tale direttiva
non può essere sostituita, in applicazione di un accordo collettivo da un'indennità determinata
secondo criteri diversi da quelli fissati da quest'ultima disposizione, a meno che non sia provato che
l'applicazione di tale accordo garantisce, e in ogni caso, all'agente commerciale un'indennità pari o
superiore a quella che risulterebbe dall'applicazione della detta disposizione.

2) All'interno dell'ambito fissato dall'art. 17 n. 2 della direttiva 86/53 gli Stati membri godono di un
potere discrezionale che essi sono liberi di esercitare, in particolare con riferimento al criterio
dell'equità.

Tutto ciò comporta, in sede di controversia giudiziaria, che ogni interessato fornisca al giudice,
secondo la regola di ripartizione degli oneri fissata dall'art. 2697 cod. civ., gli elementi di calcolo a
se favorevoli al fine di dimostrare la necessità di applicare l'art. 1751 o l'accordo collettivo.
Inoltre nel valutare che l'indennità sia equa ai sensi del primo comma, ultimo periodo, dell'art. 1751
cit., ossia nel tenere conto di tutte le circostanze del caso, il giudice di merito potrà apprezzare
ragioni attributive dell'indennità non previste nel contratto.

Vengono così dissipati i dubbi di incostituzionalità dell'art. 1751 cit., prospettati in udienza dal
Pubblico Ministero per contrasto con la disciplina comunitaria.

La sentenza di merito sarà poi impugnabile in cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 indicando gli
elementi di calcolo ritualmente prospettati, provati e indebitamente trascurati dal giudice.

In conclusione deve affermarsi il principio secondo cui nella materia in esame la disciplina dettata
dall'art. 1751 cod. civ. può essere derogata soltanto in meglio dalla contrattazione collettiva e, nel
caso in cui l'agente sostenga in giudizio la nullità del contratto individuale recettivo di quello
collettivo, il raffronto tra le discipline legale e pattizia dev'essere effettuato con riferimento al caso
concreto, pervenendosi alla dichiarazione di nullità della parte del contratto risultata sfavorevole
all'agente. Ciò comporta per questo l'onere di provare nel giudizio di merito con dettagliati calcoli
conformi ad entrambi i criteri, legale e contrattuale, la differenza peggiorativa, e per il preponente
l'onere di provare il contrario, anche attraverso l'eventuale considerazione complessiva delle
clausole e la relativa compensazione di vantaggi e svantaggi.

Nel caso di specie la sentenza impugnata ha ritenuto non fondate le pretese dell'agente soltanto sulla
base della comparazione ex ante fra testo dell'art. 1751 e accordi collettivi, ossia senza valutare gli
elementi concreti concernenti i meriti autoattribuitisi dall'agente stesso.

Essa dev'essere perciò cassata, con rinvio alla Corte d'appello di Trieste, la quale procederà a detta
valutazione uniformandosi al principio di diritto sopra enunciato e provvedendo altresì sulle spese.

Con unico motivo la ricorrente incidentale lamenta la violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ.
e vizi di motivazione in ordine alla sussistenza, ritenuta dalla Corte d'appello, del diritto dell'agente
ad un' "indennità di clientela per due specifici affari, in realtà non provati.

Sostiene la ricorrente l'incapacità di testimoniare in capo ad uno dei testi, versante in situazione
analoga a quella dell'attore in giudizio e perciò interessato all'esito della causa, l'inattendibilità
dell'altro teste, autore di dichiarazioni de relato, nonchè l'attendibilità delle prove circa la legittima e
concordata riduzione dei compensi all'agente.

Il motivo non è fondato poichè l'art. 246 cod. proc. civ., vietando la testimonianza di persone
interessate alla causa, non si applica a coloro che, titolari di interessi sostanziali analoghi a quelli di
una delle parti, possano in futuro ed eventualmente farli valere in altro processo (Cass. 28 giugno
1986 n. 4640).

L'attendibilità delle prove, poi, è rimessa al sovrano apprezzamento dei giudici di merito.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, accoglie quello principale e rigetta quello incidentale; cassa con rinvio
alla Corte d'appello di Trieste anche per le spese.