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Quaestio 19, la Volontà di Dio

A1.
Utrum in Deo sit voluntas
Essendo la volontà intimamente connessa con l’intelletto, in Dio c’è volontà come c’è
intelligenza.
-Ogni cosa in natura ha l’essere in atto in forza della sua forma.
-Ogni intelligenza ha l’intendere in atto mediante la sua forma intelligibile.
-Ogni cosa ha un doppio rapporto verso la propria forma:
.quando non la possiede, vi tende.
.quando la possiede, vi si riposa.
Lo stesso vale per ogni perfezione naturale, ogni bene di natura.
Gli esseri intelligenti hanno una inclinazione al bene appreso mediante una specie
intelligibile. Quando hanno questo bene, vi si riposano, e quando non l’hanno, lo
ricercano.
Queste due operazioni appartengono alla volontà.
Quindi, in ogni essere che ha l’intelletto, c’è la volontà.
Perciò è necessario ammetere che in Dio vi è la volontà.
E come la sua intellezione è il suo essere, così lo è il suo volere.

A2.
Utrum Deus velit alia a se
Le cose esistenti in natura non solo hanno verso il loro bene l’inclinazione naturale a
cercarlo e a riposarvisi, ma anche ad effonderlo, per quanto è loro possibile.
Ogni agente, nella misura in cui ha attualità e perfezione, tende a produrre cose a sé
somiglianti.
Rientra nella natura della volontà il comunicare agli altri il bene posseduto.
Ciò appartiene principalemente alla volontà divina, dalla quale deriva, secondo una certa
somiglianza, ogni perfezione.
Così, Dio vuole se stesso e le altre cose.
Vuole se stesso come fine, le altre cose come mezzo al fine (in quanto dicono rapporto al
fine), poichè si addice particolarmente alla bontà divina di venire partecipata anche ad altri
esseri.
A3.
Utrum quiquid Deus vult, ex necessitate velit
Una cosa può dirsi necesaria in assoluto o in forza di una ipotesi.
-assoluto sarà quanto risulta dal nesso logico dei termini: per essempio, l’uomo è
necessariamente un animale.
-in forza di una ipotesi sarà necessario: ammessa l’ipotesi: non è necessario che Socrate stia
seduto, ma ammesso che si sieda, è necessario che egli sia seduto mentre siede.

La volontà di Dio ha un rapporto necessario alla sua bontà, che è il suo oggetto proprio.
Ma tutte le altre cose Dio le vuole in quanto ordinate alla sua bontà.
Ciò che è ordinato a un fine, non è voluto necessariamente volendo il fine, a meno che sia
l’unica possibilità di raggiungere il fine.
Però non si vogliono necessariemente le cose senza delle quali il fine può essere raggiunto
egualmente.
Allora, siccome la bontà di Dio è perfetta, ne segue che volere le cose da sé distinte non è
necessario per Dio di necessità assoluta.
Tuttavia, supposto infatti che Dio le voglia, non può non volerle, perché la sua volontà non
può mutare.

A4.
Utrum voluntas Dei sit causa rerum
È necessario asserire che la vonoltà di Dio è causa delle cose, e che Dio agisce per volontà e
non per necessita di natura, come alcuni hanno pensato.
Questo si può provare in tre maniere:
1) Per l’ordine delle cause agenti:
-tanto l’intelleto quanto la natura agiscono per un fine.
-È necessario che alla causa naturale siano prestabiliti da una qualche intelligenza superiore
il fine e i mezzi addati al fine. (freccia – bersaglio, son determinati dal arciere)..
-Una causa che opera per intelleto e volontà deve precedere le cause operanti per natura.
-Dio è la prima delle cause agenti.
-È necessario ch’egli agisca per intelleto e volontà.
2) dal concetto di agente naturale:
-la natura agisce sempre allo stesso modo (un particolare effetto), giacché opera in quanto è
tale (con una natura determinata).
-L’essere di Dio non è limitato (determinato), perché contiene la pienezza di essere.
-Non si può ammettere che operi per necessità di natura.
-Se così fosse, produrrebbe un effetto illimitato ed infinito nell’essere, e ciò è affatto
impossibile.
3) Dal rapporto degli effetti con la causa:
-Gli effetti procedono dalla causa agente in quanto preesistono in essa: ogni agente produce
qualcosa che gli somiglia.
-L’essere di Dio si identifica con la sua intelligenza, perciò gli effetti preesistono in lui come
intelligibili.
-Allora, gli effetti procedono da lui in modo intelligibile (la scienza di Dio è causa delle
cose).
-di conseguenza, anche deriveranno attraverso la volontà, giacché l’inclinazione a fare ciò
che l’intelletto concepisce è propria della volontà.

A5.
Utrum voluntatis divinae sit assignare aliquam causam
C’è un parallelismo nell’assegnare una causa per il volere e per l’intendere:
Per l’intelleto:
-se intendono separatamente il principio e la conclusione: l’intelligenza del principio causa
la scienza della conclusione.
-Ma se l’intelleto, in un solo sguardo vede tutte e due (la conclusione nei principi), la
scienza della conclusione non sarà causata dalla intelligenza dei principi (perché la stessa
cosa non può essere causa di se stessa).
Per la volontà:
-Il fine sta ai mezzi come i principi stano alla conclusione nell’intelligenza.
-Se uno vuole con un atto il fine, e con un altro i mezzi, volere il fine sarà la causa per cui
vuole i mezzi.
-Ma non sarà così se con un solo atto voglia e il fine e i mezzi, perché una medesima cosa
non può essere causa di se stessa.

Ora Dio, come con un solo atto intende tutte le cose nella sua essenza, con un solo atto
vuole tutte le cose nella sua bontà.
Come in Dio intendere la causa non è causa di che intende gli effetti, così il volere il fine
non è in lui causa del volere i mezzi, pur volendo che i mezzi siano subordinati al fine.
Vuole dunque che questa cosa sia per quest’altra: ma non vuole l’una a causa dell’altra.

A6.
Utrum voluntas Dei semper impleatur
È necessario che la volontà di Dio si compia sempre.
Gli effetti asomigliano alle proprie cause secondo la forma delle medesime.
-Considerando le cause formali, può succedere che una cosa non corrisponda ad una forma
particolare, ma niente può non corrispondere alla forma universale.
(ci può essere qualcosa che non sia uomo, ma non c’è nulla che non sia
ente.)
Lo stesso accade con le cause efficienti:
-Qualche cosa può avvenire all’infuori dell’influsso di questa o quella causa particolare.
-Ma tutte le cause particolari sono comprese soto l’influsso di una causa universale.
-Perciò, nessun effetto di una causa particolare può sfuggire all’influso di una causa
universale.
Essendo la volontà di Dio la causa universale di tutte le cose, è impossibile che essa non
consegua il suo effetto.
Quello che sembra sottrarsi alla volontà divina in un certo ordine, vi ricade secondo un
altro:
(il peccatore, p. es., che per parte sua si sottrae peccando al divin volere, rientra sotto
l’influsso della volontà di Dio, mentre vien punito dalla giustizia).

A7.
Utrum voluntas Dei sit mutabilis
La volontà di Dio è assolutamente immutabile.
Bisogna distnguere:
-altra cosa è volere che si mutino alcune cose.
-ed altra cosa è mutare volontà (come quando si comincia a volere quello che prima non si
voleva).
Quest’ultimo può accadere solo se viene presupposto un mutamento:
-o nella conoscenza (prima ignorava che la cosa fosse un bene per lui)
-o nelle disposizione intrinseche del soggetto volente (il soggetto cambia e la cosa
comincia a essere un bene per lui). esempio: quando il soggetto viene del freddo,
comincia ad essere bene per lui starsene al canto del fuoco.
È stato già dimostrato che tanto la sostanza di Dio quanto la sua scienza sono del tutto
immutabili.
Perciò è necessario che anche la sua volontà sia assolutamente immutabile.

A8.
Utrum voluntas Dei necessitatem rebus volitis imponat
La volontà divina è sempre efficace, ma non impone la necessità: Dio vuole le cose e le
modalità con cui vengono pordotte, ovvero necessariamente, in modo contingente o libero.
Pertanto, la necessità, contingenza o libertà degli enti che operano secondo la loro modalità
specifica, sono volute da Dio: «Ogni volta che una causa è efficace nella sua azione, non solo
ne deriva l’effetto in quanto alla sostanza di quanto viene prodotto, ma anche in quanto al
modo di prodursi o di essere. Se, quindi la volontà di Dio è efficacissima, ne segue che
non solo si produrrà ciò che Lui vuole, ma anche nel modo in cui Lui vuole che si
produca. Ora, Dio, mirando all’ordine fra gli esseri per la perfezione dell’universo, vuole che
alcune cose si producano necessariamente e altre in modo contingente, e per questo a legato
alcuni effetti a delle cause necessarie che realizzano sempre il loro effetto, e altri a cause
contingenti e defettibili. Il motivo, quindi, per cui gli effetti voluti da Dio derivano in modo
contingente, non dipende dal fatto che siano contingenti le loro cause prossime, ma perché
Dio, volendo che si producessero in modo contingente, ha loro attribuito delle cause
contingenti» S Th, I, q. 19 a. 8.
Ángel Luis González, Filosofia di Dio
A9.
Utrum voluntas Dei sit malorum
Il sommo bene esclude ogni tipo di comunanza con il male: la volontà divina, infatti, non
può in alcun modo inclinarsi al male.
Se si considera el male in quanto tale, non si pone al riguardo nessun problema: esso, infatti,
non può essere desiderato da nulla -né dalla volontà umana né dall’appetito naturale-, dato
che il male non è che la privazione di un bene dovuto e, quindi, deve esistere in un soggetto
che, come tale, è buono.
Il problema potrebbe invece presentarsi quanto ai mali che si appetiscono indirettamente o
in modo accidentale (in quanto è unito a un bene).
Il male però che si presenta unito ad un dato bene, è privazione di un bene di altro genere. E
quindi un male non sarebbe mai desiderato, neppure indirettamente o accidentalmente, se il
bene, a cui è congiunto il male, non fosse più agognato di quel bene che il male esclude.
Ora, Dio nulla desidera più della sua stessa bontà: ci sono però dei beni che egli preferisce
ad altri.
Perciò il male-colpa (peccato), che allontana dal been divino, non lo vuole in nessun modo.
Invece può volere quel male che è difetto di natura o il male-pena, quando vuole un bene a
cui è unito quel male. (p. es.: nel volere la giustizia vuole la pena).

A10.
Utrum Deus habeat liberum arbitrium
-noi abbiamo il libero arbitrio rispetto a quel che non vogliamo con necessità. (p. es.: il voler
essere felici, non appartiene al libero arbitrio, ma alla necessità.
-Deo vuole con necessità solo la sua prorpia bontà.
-Le altre cose non le vuole con necessità, perciò, ha libero arbitrio rispetto ad esse.