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B Quaresima II Domenica

-Studentato Bagnoregio-
La domenica scorsa vedevano Gesù sottomettendo il suo corpo a duri digiuni nel
deserto, essendo tentato dal demonio. Oggi invece il suo corpo raggiunge il suo massimo
splendore, e invece di parlare col demonio parla coi santi del paradiso.
Dicono le Costituzioni dell'Istituto del Verbo Incarnato, nel n. 157: “Il miracolo
della Trasfigurazione per il quale mostrò ai discepoli la gloria e bellezza del suo Corpo,
non soltanto deve alimentarci per la breve contemplazione del godimento eterno, a
tollerare le difficoltà, ma deve ricordarci il fine specifico della nostra piccolissima famiglia
religiosa: evangelizzare la cultura, cioè trasfigurarla in Cristo”.
«Dio ha messo l’uomo nel modo perché lo trasfigurassi con la sua intelligenza; e pure
perché speri nella Speranza la sua propria trasfigurazione» (Castellani).
È innanzitutto una manifestazione di Dio, cioè una teofania. La Trasfigurazione del
Signore, è la manifestazione particolare della sua vera identità, identità divina, identità
gloriosa.
Nel Antico Testamento, non si poteva vedere Dio senza morire. E qui il Signore fa
vedere un po’ del paradiso, che è contemplare la sua divinità, e per quello gli apostoli erano
spaventati, dice il Vangelo.
Santa Teresa, parlando delle visioni, dice che all’inizio causano timore, e dopo
diventano pace e gioia.
«Un giorno, mentre ero in orazione, si degnò di mostrarmi le sue mani: erano così
belle che non so come descriverle. Rimasi molto turbata, come mi avviene sempre da
principio quando in questi fatti soprannaturali vi sia qualche cosa di nuovo. Di lì a pochi
giorni vidi il suo volto divino e ne rimasi completamente rapita» (Vita 28)
E dice che si potrebbe passare tutta la vita a contemplare solo quelle mani.
Noi non possiamo raffigurarci il cielo. Le grandi opere di arte, dice Castellani,
toccano, possiamo dire, in qualche modo la divinità, col piacere estetico, che può arrivare
all’estasi, dandoci una nostalgia dell’altra vita, del paradiso.
Però l’uomo non è capace di contemplare la divinità in tutta la sua intensità, non è
capace di sopportare tanta bellezza, morendo di gioia.
«Shakespeare mette in bocca ad Otello, reduce dai pericoli della traversata: «Morire
adesso sarebbe la massima felicità, ché la mia anima è a tal punto paga che, temo,
nessun'altra gioia simile a questa potrà mai seguire nel mio ignoto destino» (Fulton).
«If it were now to die, 'Twere now to be most happy, for I fear My soul hath her
content so absolute That not another comfort like to this succeeds in unknown fate».
Sapete perché siamo consacrati? Perché non abbiamo trovato nulla di più bello di
Cristo. Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana e religiosa,
ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, passatempi,
musica, atteggiamenti degli uomini, il linguaggio e le persone dal mondo.
«Come i tre apostoli scelti, ... "È bene per noi essere qui" (Mt 17,4). Queste parole
esprimono con particolare eloquenza il carattere assoluto che costituisce il profondo
dinamismo della vocazione alla vita consacrata: quanto è bello stare con te, dedicarsi a te,
concentrare la nostra vita esclusivamente su di te! Infatti, coloro che hanno ricevuto la
grazia di questa speciale comunione d'amore con Cristo si sentono come sedotti dal suo
splendore: Egli è "il più bello dei figli di Adamo" (Sal 45/44,3), l'Incomparabile (Sal 45,3)»
(VC 15).
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e
bontà. Magari sia questa la ragione per cui così pochi sono i credenti e per la quale è così
debole la fede in quelli che credono: perché non manifesta abbastanza la bellezza divina.
Magari ci stano così poche vocazioni perché la nostra vita non è trasfigurata, e non
lasciamo vedere la bellezza di Dio, la grazia nella nostra vita.
«Tre episodi importati della vita di Nostro Signore si svolsero sulle montagne. Nel
primo, Egli predicò le Beatitudini, la cui pratica avrebbe prodotto la persecuzione dal
mondo; nel secondo, mostrò la gloria esistente dietro la Croce; nel terzo, si offrì alla morte
in quanto preludio alla gloria Sua e a quella di tutti coloro che avrebbero creduto nel Suo
nome» (Fulton).
Tutti e tre collegati: la contemplazione del Tabor deve darci il coraggio di vivere
fino in fondo le beatitudini, che finiscono con la morte in croce, per dopo arrivare al
paradiso, e alla nostra trasfigurazione.
I tre apostoli: «Tutti e tre avevano bisogno di apprendere la lezione della Croce e di
correggere i falsi concetti che si avevano fatti del Messia: Pietro aveva veementemente
protestato contro la Croce, mentre Giacomo e Giovanni avevano preteso al trono. E tutti e
tre, poi, avrebbero dormito nel Giardino di Getsemani durante la Sua agonia. Per credere nel
Suo Calvario, occorreva che costoro vedessero la gloria che sfolgorava di là dallo scandalo
della Croce» (Fulton).
L’attestazione che il Padre fa di Gesù, e non qualunque attestazione bensì
attestazione di Figlio di Dio, e di figlio molto amato (avgaphto,j in greco): «Questi è il
Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». Se volete anche voi essere amati, ascoltatelo.
Volete anche voi essere trasfigurati? Ascoltatelo! cioè, salite il monte delle
Beatitudini, salite il monte Calvario, e dopo salirete in paradiso per sempre.
Nella prima lettura di oggi troviamo un quarto monte: il Moria, dove Abramo
dovete salire per sacrificare suo figlio. Doveva sacrificare la sua vita, cioè la sua
discendenza, la promessa di Dio, tutte le sue aspettative!
Ma Dio lo ferma. E qui si manifesta un altro elemento da considerare in questa
domenica: la paternità di Dio.
Dio benedice l’atteggiamento di Abramo con una enorme discendenza, per la sua
testimonianza di fede. Perché non era questo il figlio che doveva morire, ma quello del
proprio Dio: il figlio amato.
Rivelando che questo è il suo figlio amato, rivela il suo amore per gli uomini, che
non indugia a sacrificare il suo figlio amato per la nostra redenzione. Ecco un’altra
manifestazione della bellezza divina.