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B- Quaresima IV Domenica

-Studentato Bagnoregio-

Questa quarta domenica di Quaresima, tradizionalmente designata come “domenica


Laetare”, è permeata da una gioia che in qualche misura attenua il clima penitenziale di
questo tempo santo: “Rallegrati Gerusalemme – dice la Chiesa nel canto d’ingresso -
Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza”. A quest’invito fa eco il ritornello del
Salmo responsoriale: “Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia”. Pensare a Dio dà gioia.
Viene spontaneo domandarsi: ma qual è il motivo per cui dobbiamo rallegrarci?
Certamente un motivo è l’avvicinarsi della Pasqua, la cui previsione ci fa pregustare la
gioia dell’incontro con il Cristo risorto. La ragione più profonda sta però nel messaggio
offerto dalle letture bibliche che la liturgia oggi propone e che abbiamo ora ascoltato.
«Esse ci ricordano che, nonostante la nostra indegnità, noi siamo i destinatari
dell’infinita misericordia di Dio. Dio ci ama in un modo che potremmo dire “ostinato”, e ci
avvolge della sua inesauribile tenerezza» (Benedetto XVI).
Innanzitutto la prima lettura…
«In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro
infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il
Signore si era consacrato a Gerusalemme» (Cronache).
Il tempio è figura della nostra consacrazione religiosa, tanto desiderato dagli ebrei.
Ma dopo hanno riempito il tempio consacrato di infedeltà, finché il Signore gli ha
strappati di quel posto, di quello stato, e li a lasciati cadere in mani straniere in un’altra
terra.
Questa figura potrebbe pure compiersi nella nostra vita «imitando gli abomini
degli altri popoli», cioè, se anche portando l’abito religioso, viviamo da mondani, viviamo
da laici.
Ma Dio manda i suoi messaggeri pure a noi, come fece con i profeti in Israele,
attraverso tanti buoni esempi, tante predicazioni, tanti movimenti della grazia dentro di
noi, che ci spingono a purificare sempre di più la nostra intenzione e la nostra vita.
E in fine Dio incarnato, nel passo del Vangelo di oggi, ci da il rimedio per guarire
del veleno del peccato, del veleno di una vita religiosa mediocre e quasi morta.
Spiegare storia dei serpenti nel deserto…
«Gesù ha davanti a sé uno scriba, un esperto delle Scritture, un membro del Sinedrio
e, allo stesso tempo, un uomo di buona volontà. Per questo decide di condurlo al mistero
della croce. (...) Questo segno, che era il serpente di bronzo, preannunciava un'altra
elevazione: «bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo» — e qui parla dell'elevazione
sulla croce -«perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Jn 3, 14-15). La croce: non
più solo la figura che preannuncia, ma la Realtà stessa della salvezza!» GPII.
Chiunque crede in lui … cioè chi guarda il crocifisso, come gli ebrei guardarono il
serpente, ma con gli occhi della fede, per vivere, non già questa vita del corpo ma quella
eterna.
«Ed ecco che Cristo spiega il significato della croce al suo interlocutore, stupito ma
allo stesso tempo pronto ad ascoltare e a continuare la conversazione:
"Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
La croce è una nuova rivelazione di Dio. È la rivelazione definitiva. Sulla via del
pensiero umano, sulla via della conoscenza di Dio, avviene un cambiamento radicale.
Nicodemo, l'uomo nobile e onesto, e allo stesso tempo discepolo e conoscitore dell'Antico
Testamento, deve aver provato uno scossone interiore. Per tutto Israele Dio era al di sopra di
ogni maestà e giustizia. Era considerato come il giudice che premia o punisce». (SGPII)
«Cosa rappresenta il serpente sollevato in alto? La morte del Signore sulla croce. La
morte era rappresentata dall'effigie di un serpente, proprio perché la morte veniva dal
serpente. Il morso del serpente è mortale; la morte del Signore è vitale. Cristo non è forse
vita? Eppure Cristo è morto. Ma nella morte di Cristo, la morte ha incontrato la sua morte.
Sì, morendo, la vita ha ucciso la morte, la pienezza della vita ha inghiottito la morte; la
morte è stata assorbita nel corpo di Cristo. Noi diremo lo stesso nella resurrezione, quando
canteremo trionfalmente: Dov'è, morte, la tua vittoria? Dov'è, morte, il tuo pungiglione? Nel
frattempo, fratelli e sorelle, guardiamo a Cristo crocifisso per guarirci dal nostro peccato»
(sant’Agostino).
«San Paolo, con lo sguardo fisso sulla stessa rivelazione di Dio, ripete due volte oggi
nella Lettera agli Efesini: “per grazia siete salvati” (Ef 2. 5). “Per grazia infatti siete salvati
mediante la fede” (Ef 2, 8) (…) L'amore, che si rivela attraverso la croce, è proprio la grazia.
In essa si rivela il volto più profondo di Dio. Non è solo il giudice. È un Dio di infinita
maestà e di estrema giustizia. Lui è il Padre, che vuole che il mondo sia salvato, che capisca
il significato della croce (…) "Ma chi opera la verità viene alla luce" (Gv 3,20-21). Arriva
alla croce. Si sottomette alle esigenze della grazia. Vuole impegnarsi in questo ineffabile
dono di Dio. Vuole che dia forma a tutta la sua vita. Quest'uomo sente la voce di Dio sulla
croce» (SGPII).
La medicina è quindi guardare Gesù Crocifisso: «Il medico, per quanto dipende da
lui, viene a curare il malato. Se uno non segue le prescrizioni del medico, si fa del male. Il
Salvatore è venuto nel mondo... Se non vuoi che lui ti salvi, giudicherai te stesso»
(sant’Agostino).
«Ma il malato deve "guardare a Lui", invocarlo, credere in Lui e "fare la verità", un
ebraismo forte che significa agire bene (opere buone = disposizione alla Fede) come
Nicodemo. Facendo il bene "facciamo" in un certo modo la Verità, opere che possono
resistere alla luce (umana), e di fatto attirare la Luce (divina). Notate il contrasto in questo
testo tra "malizia e verità", non tra "malizia e bontà". Il male nasce sempre da una mancanza
di verità, dall'ignoranza o dall'errore, come insegnava Socrate Elleno» (Castellani).
Padre Buela e l’aneddoto delle vocazioni: «Infine, che ci credano o no, di solito lo
diciamo ai giovani che devono decidere il loro problema vocazionale o a quelli che hanno
già deciso (e attraverso questo mezzo lo rendiamo pubblico e speriamo che arrivi a tutti
quelli che sono già nelle nostre Congregazioni in formazione che forse non lo sanno), che, a
nostro avviso, la vocazione al sacerdozio e, in generale, alla vita consacrata non è una
chiamata a divertirsi, ma a passarcela male, come insegna lo Spirito Santo: "Figlio, se ti
avvicini a servire il Signore Dio, prepara la tua anima alla tentazione" (Sir 2,1),
che dobbiamo "morire ogni giorno" (1 Cor 15,31)* o, come dice il Kempis, "è
necessario vivere morendo",
che dobbiamo "essere crocifissi con Cristo" (Gal 2,19),
che noi "siamo come condannati a morte" (2 Cor 4,11),
che salire ogni giorno all'altare per offrire il sacrificio, è salire ogni giorno un po' di
più al Calvario.
(…) Quindi, per me, la ragione ultima di numerose vocazioni si trova nella croce di
nostro Signore Gesù Cristo. Infatti, è la croce che attira le vere vocazioni. Ci sembra che ciò
che disse il nostro Signore "quando sarò innalzato in alto attirerò tutti a me" (Gv 12, 32)
possa essere legittimamente applicato, in parte, alla chiamata vocazionale. » (P. Buela)
Allora, se troviamo freddezza o tiepidezza nel nostro stato religioso, nella nostra
vocazione, e perché non abbiamo meditato abbastanza sul valore della nostra croce, e non
ci siamo decisi ad abbracciarla con tutte le nostre forze, dimenticando e chiudendo gli
occhi a tutto il resto che ci sta attorno.
« la croce che ho fatto per lui con un pezzo della croce che ho portato al Calvario,
come frutto dell'amore infinito che ho per lui» (San Luigi di Montfort)
«Non è giusto che l'Amore sia crocifisso e che l'Amato non sia crocifisso con
l'Amore» (Sant'Ignazio di Loyola).
«La sofferenza non mi è sconosciuta. In essa trovo la mia gioia, perché Gesù è sulla
croce, ed Lui è amore. E cosa importa soffrire quando si ama? "Cos'è il sacrificio, cos'è la
croce se non il cielo quando c'è Gesù Cristo sopra?». (Santa Teresa degli Andes)
«la croce è il dono di Dio ai suoi amici.... Ho sopportato molte più croci di quelle che
sembrava potessi sopportare. Mi sono messo a chiedere l'amore della croce e allora sono
stato felice. Davvero, la felicità si trova solo lì"» (San Giovanni Maria Vianney).