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Ludwig van Beethoven (Bonn 1770-1827 Vienna )

Sinfonia n. 6, Op. 68 in Fa M - ‘Pastorale’

“Quanta gioia mi da il camminare tra gli arbusti, gli alberi, i boschi, l’erbe e le rocce. Per le
rocce, gli alberi ed i boschi passano le risonanze di cui l’uomo ha bisogno”.
In questa lettera, scritta da Ludwig Van Beethoven all’amata Teresa Malfatti, nel 1808,
traspare un sentimento di intima comunione con la natura, vista dal compositore come spettacolo da
ammirare, madre del genere umano e rifugio incontaminato di segrete meditazioni; la natura come
fonte di ispirazione è del resto uno dei topoi del romanticismo, non solo musicale, e lo stesso
Beethoven passava ore ad annotare sul suo taccuino i temi ispiratigli dal trillare degli uccelli o dallo
scorrere dei fiumi, tanto che le prime idee di una sinfonia campestre risalgono al 1802; in
particolare dal sussurro dei tanto amati boschi di Heilingenstadt, nei dintorni di Vienna, nasce
probabilmente la sublimazione definitiva della VI Sinfonia Op. 68 in Fa M detta ‘Pastorale’.
L’opera, dedicata ai principi Franz Joseph Max Lobkowitz e Andrej Kyrillovic Razumovskij,
fu ultimata nel 1808 e pubblicata l’anno seguente a Lipsia da Breitkopf & Hartel; è dunque, in
concreto, contemporanea della altrettanto celebre V Sinfonia Op. 67 in Do minore; eppure di queste
opere, anagraficamente gemelle, stupisce la profonda diversità d’ispirazione che le ha rese piuttosto
due esemplari, unici nella loro grandezza. Nella V Sinfonia troviamo il titanico condottiero, nella
sua battaglia per la vittoria sul destino; nella Sesta, al contrario, il pensoso e solitario poeta che
cerca l’equilibrio nel grande respiro dell’universo. Ancora: nell’Op. 67 si dichiara il compositore
‘assoluto’ che costruisce le sue architetture con mezzi esclusivamente musicali e volutamente esigui
all’interno di una struttura granitica; nell’Op. 68 emerge invece l’artista ‘totale’ che evoca,
attraverso i suoni, immagini e visioni suggerite da ispirazioni esterne; che piega ulteriormente le
forme al libero viaggio della fantasia creatrice. Non casualmente queste due opere furono prese
come modelli, nella discussione romantica, sulle funzioni e gli ambiti della musica. La V Sinfonia
venne indicata, dallo scrittore e musicista Ernest Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), come
un perfetto esempio di opera dal lessico totalmente autosufficiente ed in grado di esprimere
l’ineffabile senza occorrenza di interpretazioni extramusicali. Nella Pastorale invece, la corrente
vicina all’ideale di ‘arte totale’ vide il fulgido esempio di una Musica che, dall’alto della sua
astrazione sensoria, poteva interpretare ad un livello più profondo idee, immagini e suggestioni
natie di altri luoghi poetici. Proprio in questo senso va interpretata la ‘programmaticità’ della VI
Sinfonia: non siamo di fronte al puro descrittivismo attraverso il ricorso all’onomatopea - pure
presente come elemento concretizzante - bensì ad un leopardiano idillio dell’animo che stavolta
esprime, con i suoni, emozioni non traducibili in enunciati. Del resto lo stesso Beethoven tenne a
segnalare, nel sottotitolo, come la Pastorale fosse ‘più espressione di emozioni che pittura’.
Un’ampia varietà di aspetti è dunque presa in considerazione dal compositore nella stesura
della VI Sinfonia; passiamo da visioni puramente emozionali e meditative, di fronte alla
manifestazione della natura infinita, a immagini invece più mimetiche, che richiamano sembianze
naturali identificabili, come il canto degli uccelli, il tuono di un temporale o il mormorio delle
foreste.
Il I Movimento, dal sottotitolo ‘risveglio dei sentimenti all’arrivo in campagna’, si propone
in una forma-sonata e si apre con un tema dal carattere campestre, per il profilo melodico e la
strumentazione utilizzata, che fa anche da introduzione ‘mattutina’. Effettivamente appare come un
delicato risveglio, rappresentato dall’entrata progressiva di strumenti prima singolarmente poi, via
via, in un insieme gioioso. Per ottenere questo crescendo, Beethoven si serve di una proporzionale
germinazione di brevi motivi che vanno a comporre i temi principali da un lato, dall’altro creano
una tessitura continua, fatta di brevissime cellule ripetute, che ben dipinge una sorta di sfondo
sonoro: possiamo scorgere il musicista che passeggia nel suo bosco, accompagnato da quel vago
stormire di flora e fauna, uguale a se stesso eppur sempre difforme.
Il II Movimento, sottotitolato ‘Scena al ruscello’, pure si svolge in forma-sonata; la sezione
degli archi evoca, con il suo cullante mormorio, lo scorrere sereno delle acque sulle quali si leva
una melodia di barcarola, suddivisa in due temi, analogamente concepiti, che danno vita ad un
ampia pagina nella quale, solo alla fine, appare evidente l’elemento di richiamo mimetico: una
piccola cadenza affidata a flauto, oboe e clarinetto che, come fossero richiami per uccelli, invocano
dal profondo della foresta l’usignolo, la quaglia e l’immancabile cuculo.
Il III Movimento, intitolato ‘Allegra riunione di contadini’, rappresenta i canti e le giocose
danze campestri nelle forma di uno scherzo variato la cui struttura, infatti, presenta la ripetizione del
trio ed un ulteriore episodio in metro contrastante che però ben ricorda, appunto, una successione di
danze contadine.
Il IV movimento si può considerare quasi come una scena introduttiva al Finale ed è in parte
collegato anche allo scherzo precedente, del quale sembra una intensificazione. E’ una cornice
fortemente onomatopeica e minuziosa, dal titolo ‘Bufera, tempesta’, che vede un precedente
formale nel Quintetto K 516 di Wolfgang Amadeus Mozart. Sono presenti elementi facilmente
identificabili: gocce di pioggia ‘pizzicate’ che presto si trasformano in un forte temporale,
accompagnato da tuoni dei timpani, venti e fulmini, ravvisabili nei tremoli improvvisi degli archi; il
passaggio, senza soluzione di continuità, nell’ultimo movimento è introdotto da un flauto che come
un arcobaleno, rischiara il cielo mentre la tempesta si allontana.
Il Finale presenta un tipico ritmo pastorale in 6/8, similmente alla omonima sonata per
pianoforte Op.28, ed una forma di rondò-sonata in cui un tema principale torna più volte a
suggellare alcuni episodi, differenti seppur uniti dall’uniformità ritmica. La tecnica della
metamorfosi tematica a partire da brevi incisi unisce strutturalmente tutti i movimenti ed anche
simbolicamente rappresenta il continuo divenire della natura, brillante di vita al suo interno, per
quanto talvolta immota all’apparenza. E’ il canto felice, ‘di ringraziamento’, dei pastori al termine
della tempesta che si innalza, nella sua ‘nobile semplicità e quieta grandezza’, sempre più
magnifico, ad ogni riproposta, fino alla luminosa sezione di coda che si avvia al compimento
lasciando in evidenza prima solo i morbidi e mormoranti contrappunti, poi frammenti di tema,
infine solo il ritmo e gli ultimi rivoli del ruscello; come se l’autore, al termine della passeggiata,
pian piano uscisse dalla sua foresta incantata, lasciando allontanare dietro di se i suoni che lo hanno
accompagnato in questa fenomenologia sentimentale.

21 giugno 2010 (Solstizio d’Estate)


Cesare Marinacci, per Ascolta la Ciociaria