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Maurice Ravel (Ciboure 1875 – 1937 Parigi)

La Valse

Una particolare caratteristica compositiva di Maurice Ravel era il combinare materiali tra loro
diversi, per ottenere un affresco composito, cui la sua grande capacità strutturale riusciva a dare
profonda coesione nell’invenzione linguistica. Altrettanto sapeva decontestualizzare, e destinare ad
altra dimensione poetica, forme, stili, ed addirittura, semplici processi tecnici. Tra queste
esplorazioni originalissime entrano senz’altro: il Concerto in Sol, Le Tombeau de Couperin,
Gaspard de la Nuit e naturalmente La Valse. Ravel intraprese, già nel 1906, la stesura di un’ampia
composizione sinfonica, ispirata al mondo ormai perduto del Valzer di Strauss, dal titolo Wien;
come altre volte, tuttavia, decise di sospendere il progetto, in attesa di una decantazione dell’idea,
anticipandone comunque alcuni motivi nella più contenuta stesura dei delicati Valses nobles et
sentimentales del 1911. Nel frattempo la grande guerra avrebbe spazzato vie gli ultimi residui di
ottimismo e nostalgica contemplazione; così quando Ravel tornò alla composizione de La Valse
l’ispirazione incantata, che animava il precedente progetto, si era inevitabilmente alterata nel
rimpianto non solo di un tempo passato, ma anche irrimediabilmente smarrito; cinereo era il
presente, nel quale le luci degli enormi lampadari, testimoni dei languori viennesi, si confondevano
con i sinistri bagliori del conflitto che aveva trasformato il sogno in una confusa chimera. Anche
episodi contingenti, come la scomparsa della madre ed un inverno difficile, freddo e solitario
dovevano suggerire, in quel 1919, il contrasto di una musica vertiginosa eppur offuscata; questo è
La valse, una celebrazione della gioia di vivere screziata dalla contemporanea angoscia esistenziale.
L’impulso definitivo a completare l’opera venne dalla richiesta di Sergej Diaghilev, vulcanico
creatore dei Balletti Russi, per il quale Ravel aveva già composto il meraviglioso Daphnis et Chloé,
che però rifiutò la partitura, giudicandola estranea alle sue esigenze coreografiche; il rapporto tra i
due si deteriorò talmente, dopo questo contrasto, che nel 1925 rischiò addirittura di sfociare in un
duello.
Ravel pubblico nel 1921 l’opera per la casa Durand di Parigi dedicandolo alla celebre musa
benefattrice della Belle Epoque, Misia Sert, e ne curò una esecuzione, in forma di concerto, svoltasi
il 12 dicembre 1920, con l'Orchestra Lamoureux di Parigi diretta da Camille Chevillard. Dopo un
iniziale allestimento, il 2 Ottobre 1926 all’ Opéra Royal Flamand di Anversa, la prima grande
realizzazione, come balletto, fu affidata alle cure della impetuosa danzatrice e mecenate Ida
Rubinstein, protagonista anche del celebre Bolero; il 20 novembre 1928 all'Opera di Parigi, La
valse ebbe un’accoglienza trionfale e da allora, in veste scenografica ma ancor di più sinfonica, non
ha più abbandonato i teatri. Anche le due versioni pianistiche (pianoforte solo e due pianoforti)
trovano posto di frequente in forma concertistica. Il pianismo sgargiante di Ravel non tenta di
riprodurre timbri e famiglie strumentali diverse quanto la loro essenza immaginifica. Trilli, volate,
glissandi, tremoli, accordi, salti impetuosi a piene mani, infiammano di virtuosismo trascendentale
questa partitura, alchemica come quella orchestrale. Il gusto fauve, per i contrasti sonori, per i colori
antitetici, trova, anche nel suono pianistico, una sua materializzazione essenziale e coinvolgente.
Siamo a meta Ottocento:“nubi tempestose lasciano scorgere, balenanti, alcune coppie che danzano
il Valzer: quando pian piano le nebbie si diradano, si riconosce un'immensa sala, gremita da un folla
volteggiante. La scena s'illumina progressivamente, finché, sopraggiunto il fortissimo, si
infiammano i grandi lampadari”.
Questa introduzione alla partitura dello stesso Ravel ben descrive l’andamento musicale fatto di
istanti nebulosi da cui improvvisamente emergono immagini vivissime che poi ricadono nella
bruma sonora. Misterioso e sordo il tremolare iniziale, come un evento primordiale, da cui
lentamente affiorano frammenti del tema che, dopo una oscura incubazione, si libera frivolo e
sgargiante di una felicità esagitata. Tra vampate sonore e rivoli cromatici, s’innalza, per poi ricadere
su se stesso, in una vertigine esasperata. Il cammino è caratterizzato dal variare di frammenti, nei
quali cui vengono esaltate, e talvolta distorte, le caratteristiche ritmiche ed intervallari tipiche dei
valzer straussiani. L’uso di numerose tensioni armoniche conferisce, anche ai passi più sereni,
quella macchia d’inquietudine da cui la musica tenta di svincolarsi continuamente. Talvolta il tema
si dissolve, riavvolto nelle nebbie, udendosi in lontananza, come provenire da una nave di anime
perdute; esso lascia spazio a momenti di variazione, episodi più sotterranei e fatati, affidati alle
sonorità più acute, per poi riemergere da un’estasi quasi narcotica, in un crescendo convulso, che
giunge, paradossalmente, a confondere e spezzare il ritmo di valzer nel momento in cui tenta di
sottolinearlo ulteriormente, esacerbando il movimento tipico di cadenza in una inattesa danse
macabre, fino al culmine conclusivo nel parossismo dinamico.
Cesare Marinacci - per Ascolta la Ciociaria(13-7-2010)