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IL COLLEGAMENTO CONTRATTUALE: NOTE IN MATERIA

CIVILE, ARBITRALE INTERNAZIONALE E DI CONFLITTI DI


LEGGE

di ALESSANDRO IZZO

SOMMARIO: I. Note introduttive. – 1. Collegamento contrattuale: definizioni. – 2. Collegamento


contrattuale ed evoluzione dei rapporti commerciali.
II. La giurisprudenza civilistica e la dottrina in tema di collegamento contrattuale. – 1. Unità o
pluralità dei negozi. – 2. Classificazioni e individuazione del vincolo di collegamento. – 3. Effetti
del vincolo di collegamento sulla disciplina dei negozi.
III. Diritto dell’arbitrato e collegamento contrattuale. – 1. Premessa. – 2. Riunione e
connessione dei procedimenti. – 3. Multiparty Arbitration Clause. – 4. Conseguenze del
collegamento sull’efficacia del compromesso o della clausola compromissoria.
IV. Diritto internazionale privato e vincolo di collegamento. – 1. L’individuazione della legge
applicabile. – 2. Contratti collegati e legge applicabile alla luce della disciplina della Convenzione
di Roma del 1980. – 3. Volontà delle parti e contratti collegati. – 4. Prestazione caratteristica,
collegamento più stretto e contratti collegati. – 5. Possibili critiche a tale impostazione.

I. NOTE INTRODUTTIVE .

1. COLLEGAMENTO CONTRATTUALE: DEFINIZIONI . È ricorrente nella giurisprudenza italiana


l’affermazione che ci si trovi di fronte a collegamento fra contratti ogni qualvolta «le parti
nell’esercizio della loro autonomia negoziale diano vita, contestualmente o no, a diversi distinti
contratti i quali, caratterizzandosi ognuno in funzione della propria causa e conservando
l’individualità propria di ciascun tipo negoziale, alla cui disciplina rimangono rispettivamente
sottoposti, vengono tuttavia concepiti e voluti come funzionalmente e teleologicamente collegati fra
loro e posti in rapporto di reciproca dipendenza, cosicché le vicende dell’uno debbono ripercuotersi
sull’altro condizionando validità ed efficacia» (si veda per tale definizione da ultima CASS., 6.9.1991,
n. 9388, in Mass. Foro it., 1992, che continua una formula costantemente ripetuta dalla Supr. Corte
negli anni: ad esempio, CASS., 15.2.1980, n. 1126, ivi, 1980, e CASS., 12.2.1980, n. 1007, in Giur. it.,
1981, I, 1, 1357. Analogamente, se pur con formula diversa, da ultime, CASS., 13.11.1996, n. 9938, in
Foro it., 1997, I, 1203; CASS., 12.12.1995, n. 12733, ivi, 1996, I, 2126; CASS., 27.4.1995, n. 4645, in
Rass. loc., 1995, 488).
Tre elementi sembrano quindi essere stati individuati dalla giurisprudenza italiana per riassumere
l’essenza e gli effetti di tale fenomeno:
1) la pluralità di negozi distinti;
2) l’esistenza di un nesso funzionale intercorrente fra questi;
3) la comunicazione delle vicende relative di un contratto all’altro sul piano degli effetti (su tale
impostazione sistematica si veda GIORGIANNI, cit. infra, Nota bibl. E, nella stessa linea segnalata da
questo a., GASPERONI, DI SABATO, M ESSINEO, SCOGNAMIGLIO, SCHIZZEROTTO, tutti citt. infra, Nota
bibl.).
L’impressione che si ricava dalla lettura della copiosa giurisprudenza in materia è quella di avere a
che fare con una categoria dogmatica ben individuata nei suoi connotati e contorni essenziali e alla cui
elaborazione ha contribuito notevolmente il puntuale dibattito sviluppatosi in seno alla dottrina
civilistica. Tale impressione va però sottoposta ad attento vaglio critico. La ripetitività delle formule
impiegate, spesso maschera incertezze, relative ai problemi essenziali dello studio del fenomeno del
collegamento. Problemi questi che vanno dall’esistenza di uno o più contratti fino alla qualità del
nesso fra questi intercorrente, dalla natura degli effetti che derivano dal collegamento sino alla loro
ampiezza.
Come osserva attenta dottrina (FERRANDO, I contratti collegati, cit. infra, Nota bibl., 432) le
notevoli incertezze nella definizione stessa del termine collegamento sono accompagnate, tuttavia,
dall’uso amplissimo e forse dall’abuso del termine stesso. Ad esso ci si riferisce per spiegare i rapporti
fra contratto preliminare (e più in generale preparatorio) e contratto definitivo, fra contratto di
garanzia (e più in generale accessorio) e contratto principale, fra negozio astratto e rapporto
fondamentale.
Sempre alla teoria del collegamento si fa riferimento per spiegare il fenomeno del sub-contratto, del
negozio indiretto, di quello fiduciario, della frode alla legge. E ancora, è frequente il suo impiego per
descrivere i rapporti tra contratto sociale e patti parasociali, per evidenziare la pluralità di rapporti in
cui si articola la polizza fideiussoria o le relazioni fra contratto di leasing e vendita del bene oggetto
della concessione, tra credito al consumo e contratto di fornitura (per una ancora più approfondita
elencazione, così come per una attenta rassegna di giurisprudenza e dottrina si rinvia a FERRANDO, I
contratti collegati, nella Giurisprudenza Bigiavi, cit. infra, Nota bibl.).
L’esemplificazione potrebbe continuare a lungo, arricchita da notevoli casi particolari in cui la
giurisprudenza, usando tecniche di collegamento per risolvere dei problemi tra loro notevolmente
differenti, ha forse contribuito all’impoverimento di un concetto che, acquistando in generalità (o
genericità), ha perso in contenuto e in efficacia, tant’è che appare legittimo domandarsi se non debba
oggi parlarsi, più che di collegamento negoziale, di collegamenti fra negozi (in tal senso FERRANDO ,
op. ult. cit.; ID., Recenti orientamenti in tema di collegamento negoziale, cit. infra, Nota bibl.).
2. COLLEGAMENTO CONTRATTUALE ED EVOLUZIONE DEI RAPPORTI COMMERCIALI. Il ricorso sempre più
frequente dalle parti contrattuali all’adozione di schemi negoziali articolati, fra cui il collegamento
contrattuale assume certamente una posizione di preminenza, corrisponde sempre di più alla necessità
di trovare una veste giuridica soddisfacente a complessi assetti di interessi che le coinvolgono e, data
l’insufficienza delle forme e categorie tradizionali, a rispondere in maniera soddisfacente a tali
bisogni. All’uso frequente riscontrabile nella pratica dello schema del collegamento negoziale
corrisponde un sempre maggiore interesse da parte della dottrina ad una più approfondita cognizione
della vera essenza di tale fenomeno.

Tutto ciò trova inoltre le proprie spiegazioni storiche se si analizzano le origini, all’inizio del secolo,
delle prime costruzioni dottrinali in materia. Alla crescita impetuosa dell’economia postbellica del
nostro paese, che da economia principalmente agricola si andava trasformando in un’economia
industriale, prima, e in economia del terziario, poi, corrispondeva la creazione di realtà più complesse
tanto di relazioni economiche quanto di strumenti giuridici utili alla tutela di queste ultime. A ciò si
aggiunga che la sempre maggiore internazionalizzazione degli scambi commerciali e globalizzazione
dell’economica dei singoli paesi portava differenti culture economiche ma soprattutto giuridiche a
incontrarsi, scambiarsi i risultati delle loro esperienze creative e fondersi in nuove realtà che
permettessero alle nuove esigenze di trovare adeguati strumenti di tutela.
Da una parte l’insufficienza nell’elaborazione dei contratti tipici, dimostratisi inadatti a soddisfare il
bisogno di prodotti giuridici da parte di un sistema economico in costante sviluppo ha aperto la strada
al fiorire, oggi, di contratti cosiddetti a tipicità «sociale», fra cui il leasing, franchising, engeneering,
factoring, subfornitura, contratti di utilizzazione di computers sono solo alcuni dei più noti.
D’altra parte si è cercato di approfondire l’elaborazione, peraltro già alquanto articolata, di tecniche
e nozioni quali il contratto complesso, contratto misto, contratti collegati, m anche negozio indiretto e
negozio fiduciario che trovano nella loro flessibilità un utile strumento a disposizione degli interessi
del commercio.
Un così ricco fiorire di nuove esperienze giuridiche sulla via della tipizzazione sociale ha posto
l’interprete di fronte al problema centrale relativo alla disciplina applicabile a tali tipi di operazioni.
Il tipo contrattuale rimane, tuttavia, la sede principale della disciplina del contratto o dei contratti
composti in vari schemi, grazie a quella attività di sussunzione del negozio dall’incerta qualificazione
nell’uno piuttosto che nell’altro tipo legale. A ciò si aggiunga che la regolamentazione legislativa
delle figure atipiche si sviluppa attraverso un processo molto lento irto di resistenze e lentezze.
Merita a questo punto di essere ricordato come di recente il fenomeno del collegamento negoziale
abbia trovato il proprio riconoscimento normativo da parte del legislatore nazionale in disposizioni di
legge di notevole importanza quali la disciplina del credito al consumo, come ora contenuta nel t.u.
delle leggi in materia bancaria e creditizia agli artt. 121-126, e l’art. 1469 ter cod. civ., in materia di
clausole vessatorie inserite in contratti con i consumatori.
Tale riconoscimento se da un lato è sicura testimonianza dell’attenzione del legislatore nei confronti
di un fenomeno la cui vivacità è di pronta percezione nella pratica, ha d’altra parte delle fortissime
implicazioni a livello di ricostruzione generale dell’istituto nonché di determinazione della disciplina
applicabile allo stesso (per un’attenta riflessione su tali aspetti si veda FERRANDO, Recenti
orientamenti, cit., 245 ss.).
È opportuno sottolineare come, il ricorso all’utilizzazione di schemi negoziali «plastici» rispondenti
a interessi privati in continuo adattamento e mutamento si verifica con maggiore frequenza proprio nel
mondo del commercio internazionale, ove differenti esperienze giuridiche si incontrano rifuggendo il
rigido formalismo concettuale e la statica disciplina che a volte caratterizza alcuni sistemi di diritto. Si
comprende, pertanto, come proprio le discipline giuridiche più interessate alla vita della comunità dei
mercatores possano essere interessate dallo studio della disciplina del fenomeno del collegamento
contrattuale. Tuttavia, prima di scorrere alcune pronunce di corti straniere relative alle tematiche di
diritto dell’arbitrato e di diritto internazionale privato relative ai contratti collegati è opportuno
sinteticamente analizzare la ricostruzione che di tale fenomeno si è sviluppata attraverso la
giurisprudenza italiana.

II. LA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA E LA DOTTRINA IN TEMA DI COLLEGAMENTO CONTRATTUALE.

1. UNITÀ O PLURALITÀ DI NEGOZI . Come già accennato precedentemente sia la dottrina che la
giurisprudenza italiane (ma non solo quelle italiane, si veda infatti per l’esperienza francese su tutti
TEYSSIÉ, cit. infra, Nota bibl.) hanno affrontato le problematiche di disciplina dei contratti collegati
muovendo dall’analisi della struttura del contratto. Tanto per decidere quale sia la disciplina
applicabile al contratto in sostituzione o ad integrazione di quella pattuita nell’accordo, così come per
comprendere se e come le vicende di un contratto possano ripercuotersi sull’altro, l’approccio
consueto è consistito nel chiedersi quale fosse la struttura del contratto.
Nei confronti di tale quesito la giurisprudenza sembra, se non proprio avere prestato una attenzione
minore che la dottrina, quantomeno avere avuto un approccio più pragmatico (per un’analisi più
dettagliata delle decisioni e della dottrina in tal senso si veda FERRANDO, I contratti collegati, cit.).
In una prima fase la ricostruzione proposta dalla giurisprudenza ha subito l’influenza della
convinzione, erronea, che l’effetto di collegamento e interdipendenza fra diverse prestazioni non fosse
possibile al di fuori di uno stesso negozio.
Una tale concezione è stata alla base di pronunce alquanto ricorrenti in passato che affermavano
l’irrilevanza del legame tra negozi distinti (CASS., 17.6.1961, n. 1423, in Giur. it., 1962, I, 1, 168,
dove, una volta definito il contratto complesso come quello che deriva dalla fusione di cause tipiche in
un’unica causa, si osserva che «mancando la fusione delle cause tipiche in un’unica causa viene meno
la sintesi dei vari schemi negoziali e ciascuno dei negozi conserva la sua individualità... In tal caso si
ha la figura dei contratti collegati nella quale i vari negozi sono uniti solo da un nesso economico,
essendo stati stipulati dalle parti l’uno in occasione o in vista dell’altro»).
Insistendo sulla distinzione fra negozio complesso, contratto misto e contratti collegati, si giungeva
ad affermazioni di tale tenore: «il contratto complesso rimane regolato da una disciplina unitaria, al
contratto misto si applica la teoria della prevalenza; i contratti collegati mantengono l’individualità
propria di ciascun tipo negoziale e la loro unione non influenza, di regola, la disciplina dei singoli
negozi» (CASS., 22.7.1960, n. 2099, ivi, 1961, I, 1, 304).
In altra pronuncia si legge che «le varie fattispecie in cui può configurarsi un negozio giuridico
composto possono distinguersi in “contratti misti” quando la fusione delle cause fa sì che gli elementi
distintivi di ciascun negozio vengano assunti quali elementi di un negozio unico, soggetto alla regola
della causa prevalente; “contratti complessi”, nei quali alla fusione della volontà fa riscontro la loro
interdipendenza, nonché il fine unico perseguibile attraverso essi; “contratti collegati” quando le
singole convenzioni, occasionalmente collegate, mantengono l’individualità propria, così che la loro
unione non influenza, di regola, la disciplina dei singoli rapporti» (CASS., 5.8.1977, n. 3545, in Mass.
Giur. it., 1977).
Ricostruito in tal modo il contratto complesso, come contratto unitario, non è stato agevole per la
giurisprudenza identificare chiari criteri distintivi fra questa categoria e quelle del contratto misto e dei
contratti collegati.
Per tali motivi la precedente impostazione è oggi abbandonata. Da un lato, si è riconosciuto che
anche fra negozi distinti è possibile instaurare un nesso giuridicamente rilevante e, dall’altro, si è
preferito mettere da parte la tripartizione su esposta a favore di una più chiara bipartizione fra
contratto misto e contratti collegati.
Quanto all’elemento che permette di operare una distinzione fra contratto misto e contratti collegati,
vanno ravvisati tre indirizzi in giurisprudenza.
Un primo indirizzo ritiene che questo elemento vada identificato nella causa del contratto. Per
aversi collegamento negoziale «resta ferma la necessità che i detti negozi si caratterizzino ciascuno in
funzione di una propria causa e conservino ciascuno una propria giuridica individualità» (cfr. da
ultime CASS., 27.4.1995, n. 4645, cit.; CASS., 20.11.1992, n. 12401, in Mass. Giur. it., 1992, che
continuano un indirizzo ormai consolidato). Perché invece vi sia negozio unitario occorre che «la
commistione degli elementi dei diversi schemi negoziali riposi su una unica causa e sia in dipendenza
di un unico nesso obiettivo e funzionale, per cui le varie prestazioni risultino tutte essere preordinate
al raggiungimento dello stesso intento negoziale in senso obiettivo» (in tal senso CASS., 13.4.1977, n.
1390, ivi, 1977; CASS., 26.9.1977, n. 4081, ibidem, e più di recente, CASS., 23.3.1992, n. 3587, ivi,
1992. A tale impostazione aderiscono in dottrina GASPERONI, VENDITTI, SCOGNAMIGLIO, citt. infra,
Nota bibl.).
Ad un’analisi più attenta ci si accorge dell’uso meramente descrittivo effettuato dalla
giurisprudenza nel momento in cui essa si riferisce al concetto di causa, povero di contenuto operativo
qualora non si offrano elementi concreti per potere giungere a distinguere quando una fattispecie
presenti una o più cause (rileva CLARIZIA , cit. infra, Nota bibl., come in effetti è alquanto difficile
potere ritenere che tanto in dottrina quanto in giurisprudenza vi siano ricostruzioni concordi di tale
elemento, dato che, dietro l’identità terminologica del riferimento alla causa come elemento distintivo
fra unicità e pluralità di contratti, si celano notevoli divergenze ricostruttive di tale concetto da parte
degli stessi). Che ciò sia un problema di difficile soluzione è abbastanza manifesto. La giurisprudenza
ha cercato di aggirare tale difficoltà, concentrandosi sull’accertamento della esistenza della
subordinazione funzionale delle prestazioni o di un loro rapporto di corrispettività, rivelando così con
chiarezza che il vero criterio distintivo non è dato dalla causa ma dalla relazione esistente fra
prestazioni.
Un secondo orientamento, presente nelle pronunce più datate e ormai superato, adottando un
approccio soggettivista, ha fatto coincidere l’elemento distintivo fra contratto collegato e misto con la
volontà delle parti. In tale direzione si è affermato che la verifica se vi sia un solo negozio o una
pluralità «costituisce accertamento incensurabile, istituzionalmente devoluto al giudice di merito,
traducendosi una tale indagine sulla natura del negozio, in quella della stessa volontà contrattuale ed
involgendo quindi un apprezzamento di fatto che sfugge quindi al sindacato del giudice di legittimità
ove risulti adeguatamente motivato» (cfr. CASS., 5.9.1978, n. 4098, in Mass. Foro it., 1978; CASS.,
8.1.1975, n. 32, in Giur. it., 1975, I, 1, 1006; CASS., 6.9.1991, n. 9388, cit. In dottrina si veda
GIORGIANNI, op. cit.; OPPO, cit. infra, Nota bibl., 66 ss.).
Condivisibili però le critiche che si sono mosse a tale impostazione da altra giurisprudenza della
medesima Supr. Corte obiettando che «è indagine esclusivamente di diritto quella che concerne la
qualificazione giuridica di un negozio, in particolare se debba il negozio stesso ritenersi unitario,
oppure se le pattuizioni delle parti si risolvono in più negozi collegati e distinti: non s’impone in
alcun modo l’esame della volontà delle parti, non essendo decisivo sul punto se le parti abbiano o no
voluto uno o più negozi» (CASS., 6.3.1962, n. 442, in Mass. Foro it., 1962).
Un terzo orientamento, che sembrerebbe essere prevalente nella recente giurisprudenza, dà invece
rilievo alle caratteristiche proprie del tipo contrattuale, evitando così di cadere in difficili indagini
volontaristiche ma allo stesso tempo ricostruendo un criterio più concreto di quello della ricerca della
causa (cfr. da ultima CASS., 13.1.1995, n. 367, in Giur. it., 1996, I, 1, 1856, che continua un indirizzo
cominciato e approfondito nei suoi elementi caratteristici negli anni settanta da CASS., 10.12.1976, n.
4599, in Mass. Foro it., 1976; CASS., 17.3.1978, n. 1346, in Giur. it., 1978, I, 1, 2172).
Rigettando in toto l’approccio volontaristico tale giurisprudenza osserva che l’elemento di
discriminazione va ravvisato nella circostanza oggettiva che nel negozio misto o complesso non si
rinviene mai la compresenza «di tutti gli elementi essenziali di un determinato tipo negoziale e di tutti
gli elementi costitutivi di un diverso tipo, ma si trovano commisti alcuni elementi di un tipo ed altri
elementi di diverso tipo» (CASS., 17.3.1978, n. 1346, cit.). Nel collegamento negoziale, invece, la
distinzione dei negozi risulta oggettivamente dall’essere i diversi schemi negoziali «ognuno perfetto
in sé e produttivo dei suoi effetti» (cfr. CASS., 20.1.1994, n. 474, in Foro it., 1994, I, 3104; CASS.,
5.7.1991, n. 7415, in Mass. Foro it., 1991).
2. CLASSIFICAZIONI E INDIVIDUAZIONE DEI VINCOLI DI COLLEGAMENTO. L’analisi dei casi di
collegamento contrattuale discussi dalla giurisprudenza rivela come questa si sia trovata a dover
decidere principalmente in relazione a fattispecie in cui il vincolo di collegamento esercita la propria
influenza sullo svolgimento del rapporto contrattuale e trova la propria fonte nella volontà delle parti,
le quali hanno coordinato i vari contratti verso una direzione, uno scopo comune. Siamo di fronte,
secondo una classificazione molto diffusa, a un caso di collegamento «funzionale» e «volontario».

Come abbiamo precedentemente detto, la dottrina si è a lungo occupata del problema della
classificazione dei possibili tipi di collegamento proponendo varie distinzioni che la giurisprudenza ha
non di rado avallato (per la classificazione tradizionale: GASPERONI , op. cit.; SCOGNAMIGLIO , op. cit.,
377; M ESSINEO, op. cit., 48; VENDITTI, op. cit., 268).
Collegamento necessario e volontario, occasionale, genetico e funzionale unilaterale e bilaterale
(distinzione, quest’ultima, di scarso interesse anche se ancora di recente presente in giurisprudenza:
CASS ., 6.9.1991, n. 9388, cit.) corrispondono solo ad alcune delle numerose distinzioni che troppo
spesso si sono rivelate avere una funzione meramente descrittiva se non addirittura denotare un uso
forse improprio della categoria.
Senza dubbio la distinzione più interessante, proprio perché rispondente ad una differenza di fondo
sostanziale, è quella fra collegamento genetico e funzionale.
Con il concetto di collegamento genetico si intende quel legame in forza del quale l’influenza di un
negozio è solamente relegata al momento formativo di un altro negozio e non esercita alcuna
influenza sul funzionamento dello stesso. Da tale tipo di collegamento andrebbe invece distinto il
collegamento cosiddetto funzionale che invece è destinato ad assumere rilevanza giuridica sulla vita e
lo svolgimento dei negozi e dei rapporti relativi.
Nata per descrivere i rapporti intercorrenti fra contratto preliminare e definitivo così come le
vicende del contratto tipo e di quello normativo, la nozione di collegamento genetico è stata sin da
principio usata, anche in dottrina, per escludere dalle problematiche del collegamento negoziale un
tipo di relazioni fra negozi con caratteristiche del tutto particolari, tant’è che oggi si considera
equivoco il ricorso al termine collegamento negoziale per definire i rapporti fra contratti in tali
fattispecie.
Di collegamento in senso proprio si può perciò parlare soltanto quando fra i negozi esista un nesso
di tipo funzionale capace cioè di influire sulle dinamiche della disciplina e del funzionamento del
contratto, vale a dire sullo svolgimento del rapporto.
Questo tipo di collegamento può però avere origini diverse, tant’è che già GIORGIANNI (cit. infra,
Nota bibl.) distingueva tre tipi di collegamento:
a) quello «derivante dalla funzione stessa cui il negozio, obiettivamente considerato, adempie
rispetto ad un altro» (esempio tipico i negozi accessori come per esempio la fideiussione);
b) quello «dovuto alla circostanza che uno dei due negozi trova la causa in un rapporto scaturente
dall’altro negozio» (come nel caso di titoli di credito e negozio fiduciario);
c) quello che deriva da due elementi «un elemento obiettivo che attiene alla funzione che essi
esplicano in concreto, e cioè uno stretto nesso economico e teleologico tra di essi» e «un elemento
subiettivo che consiste nell’intenzione di coordinare i vari negozi verso uno scopo comune».
Successivamente in dottrina tale distinzione è stata ulteriormente affinata riducendo la
classificazione alla sola differenziazione fra collegamento necessario e collegamento volontario.
Con il concetto di collegamento necessario si intende quel legame che deriva dalla natura stessa dei
contratti, dalla loro struttura o dalla funzione che l’uno adempie nei confronti dell’altro (o come altri
hanno evidenziato quello che è espresso dalla legge), mentre l’espressione collegamento volontario
descrive quel legame che le parti, per perseguire un risultato utile, instaurano fra contratti che sono
dotati di una propria naturale autonomia.
Questi due possibili tipi di collegamento negoziale funzionale presentano delle analogie ma anche
delle profonde differenze derivanti dalla intima diversità nella natura dell’origine del nesso di
collegamento. L’elemento comune consiste nel fatto che in entrambi i casi il collegamento influisce
non tanto sulla nascita del negozio quanto sul suo svolgimento. La differenza è invece rilevabile nella
circostanza che nel collegamento necessario il legame deriva dalla natura stessa dei contratti, dalla
funzione che l’uno è inevitabilmente destinato ad assolvere nei confronti dell’altro. Di conseguenza è
dalla disciplina stessa dei contratti che si desume la disciplina del collegamento, l’intensità e gli effetti
dello stesso. In altre parole il problema del collegamento necessario è problema di interpretazione di
legge.
Diversamente nel collegamento volontario, ove i due contratti sono, dal punto di vista strutturale,
perfettamente autonomi, anche se tra essi esiste uno strettissimo nesso funzionale. La relazione tra i
contratti nasce infatti non dalla loro natura ma dalla direzione che l’autonomia privata ha loro
impresso. L’esistenza del collegamento è perciò questione di interpretazione della volontà delle parti o
meglio di interpretazione del contratto.
Nel collegamento volontario, il nesso di collegamento non è un elemento strutturale del tipo
contrattuale prescelto bensì è un momento di espressione dell’autonomia contrattuale. Mentre la
fideiussione non si giustifica se non a garanzia del mutuo; mentre la sublocazione ha la sua ragione
d’essere nel contratto di locazione da cui deriva, negli esempi di collegamento volontario ciascun
contratto potrebbe esistere indipendentemente dall’altro. È solo per il particolare atteggiarsi della
fattispecie concreta e degli specifici interessi che le parti si prefiggono di realizzare che le vicende
dell’un contratto vengono ad intrecciarsi con quelle dell’altro.
Si comprendono perciò le ragioni per cui la giurisprudenza (e la stessa dottrina) dedichino la propria
prevalente attenzione al collegamento funzionale, dato che principalmente in questo caso si pongono
interessanti problemi di interpretazione ed eventuale integrazione del regolamento contrattuale.
Se per il collegamento necessario l’accertamento dell’esistenza del nesso si risolve unicamente in
una ricerca nella struttura dei due contratti di un vincolo di accessorietà, complementarità, dipendenza
o ausiliarità, per i casi di collegamento volontario il fondamento, l’individuazione e la rilevanza di tale
nesso di collegamento è questione che ha da sempre visto la dottrina e la giurisprudenza alla ricerca di
una nozione appagante.
Il problema della astratta rilevanza giuridica del collegamento viene risolto senza incertezze dalla
giurisprudenza. L’ampio riconoscimento del principio dell’autonomia contrattuale effettuato dal
nostro ordinamento fa si che «le parti nell’esercizio della loro autonomia privata, possono dare vita
ad un collegamento fra contratti, purché consti la sussistenza di un nesso teleologico tra essi e la
volontà di realizzare, a mezzo della pluralità negoziale, un assetto economico globale ed inscindibile»
(in questo senso esemplifica un orientamento assai diffuso e costante negli anni CASS., 27.1.1997, n.
827, in Foro it., 1997, I, 1142. Analogamente in dottrina GALGANO, Il negozio giuridico cit. infra,
Nota bibl., nonché la dottrina specifica in materia di collegamento negoziale: GIORGIANNI, OPPO,
SCOGNAMIGLIO, MESSINEO, GASPERONI, VENDITTI e SCHIZZEROTTO, opp. citt.; critica invece nei
confronti di un incondizionato ricorso alla «mistica della volontà» è FERRANDO, I contratti collegati,
in questa Rivista, cit., 264, 268).
Riconosciuto, sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, il fondamento del fenomeno del
collegamento negoziale nella signoria del volere delle parti, non sorprende allora che un primo
indirizzo interpretativo delle teorie che discutono sui criteri per rilevare in concreto l’esistenza del
nesso si muova in ambito meramente soggettivo. La ricerca del «nesso» e l’ambito della sua rilevanza
si risolvono in un’indagine della volontà delle parti, le quali devono volere non solo l’effetto tipico del
contratto in concreto concluso ma anche la realizzazione di un fine ulteriore. È peraltro sufficiente che
il collegamento sia stato tacitamente voluto dalle parti, nel senso che il contratto non sarebbe stato
concluso, o lo sarebbe stato a condizioni differenti, se non si fosse stabilito il legame con l’altro
contratto (in tal senso, seppur secondo diversi approcci, CASS., 2.7.1981, n. 5291, in Foro it., 1982, I,
462; CASS., 2.1.1959, n. 144, in Giust. civ., 1959, I, 648, con nota di SENOFONTE, In tema di negozi
collegati; CASS., 12.5.1973, n. 1290, in Mon. trib., 1973, 695; CASS., 5.8.1982, n. 4401, in Mass. Foro
it., 1982).
In realtà, la giurisprudenza sembra consapevole del fatto che il principio di autonomia privata vale
soltanto a spiegare il fondamento teorico della rilevanza giuridica delle interconnessioni tra contratti,
ma non è di aiuto all’interprete impegnato a verificare in concreto se due negozi siano tra loro
collegati, entro che limiti ed a quali fini.
Ragion per cui, nel linguaggio più tradizionale una ricerca di tale tipo viene sovente espressa con la
formula secondo cui perché vi sia un nesso giuridicamente rilevante occorre la presenza di un duplice
elemento che risulta dall’indirizzo dell’autonomia privata verso un «risultato concreto unitariamente
perseguito».
Ecco dunque che anche all’interno delle stesse teorie soggettive la volontà di collegare non è per
così dire «autosufficiente» giacché è pur sempre posta in relazione con una circostanza di tipo
oggettivo: il nesso di tipo economico, la esistenza di uno scopo comune e ulteriore tra i contratti. Il
problema giuridico consiste proprio nel verificare la rilevanza di una tal relazione fattuale.
Per tali ragioni è riscontrabile, tanto nella dottrina come nella giurisprudenza più recenti, il
consolidarsi di teorie oggettive che, pur riconoscendo l’importanza della volontà delle parti nel creare
il collegamento, concentrano, non a torto, la loro attenzione sugli elementi oggettivi del regolamento
contrattuale, per ricostruire, dall’analisi dell’assetto degli interessi creato dalle parti, l’esistenza o
meno di un vincolo di coordinamento fra negozi.
In giurisprudenza l’indirizzo di tipo oggettivo, che va acquistando sempre un maggiore credito, si
esprime con una grande varietà di sfumature.
Vi sono così sentenze che hanno ammesso l’esistenza del collegamento quando è stato possibile
riscontrare una relazione tra «funzioni economiche-sociali» dei diversi contratti (CASS., 18.2.1977, n.
751, in Giur. it., 1978, I, 1, 599; CASS., 16.6.1986, n. 4001, ivi, 1988, I, 1, 1064, con nota di CIRILLO;
CASS ., 18.1.1988, n. 321, in Giust. civ., 1988, I, 1214). Il ricorso alla nozione di causa per spiegare il
fenomeno di collegamento non deve però trarre in inganno. Infatti, utilizzando il concetto di funzione
economico-sociale, i giudici non hanno inteso fare riferimento alla «causa tipica» dei contratti che
rimane ben individualizzata in ogni singolo schema negoziale, bensì si riferiscono alla funzione
concreta degli schemi negoziali.
Altre volte in modo assai più esplicito si è riconosciuto che l’affermazione secondo cui il nesso
funzionale deve trovare la sua matrice nella volontà delle parti, non significa che «occorra in ogni
caso una specifica e puntuale previsione in proposito» perché ciò si ricava dall’esame «dell’assetto
che le parti hanno inteso dare ai loro rispettivi interessi desunto dagli strumenti negoziali utilizzati,
da valutare nella loro interezza e nella loro concreta portata». Il nesso di interdipendenza può
emergere «implicito, come corollario necessario del regolamento di interessi perseguito» (CASS.,
5.7.1991, n. 7415, cit.; e prima CASS., 15.5.1973, n. 1378, in Giur. it., 1975, I, 1, 742).
L’accertamento del collegamento diviene perciò una questione di interpretazione dei contratti e
comporta il rilevamento della «natura», dell’«entità», delle «modalità» e delle «conseguenze» del
collegamento stesso (CASS., 6.7.1978, n. 3360, in Mass. Foro it., 1978). Molto spesso l’indagine si
sofferma su elementi caratterizzanti le prestazioni dei contratti collegati per dedurre da ciò se vi sia
una influenza reciproca nella determinazione delle stesse. Un esempio su tutti può essere il caso in cui
si raffronti il prezzo di un bene con il suo valore di mercato. La mancanza di corrispondenza fra tali
due valori può essere indice di un collegamento con altro negozio, il quale a sua volta vede le
prestazioni in esso contenute atteggiarsi in un determinato modo proprio a causa di tale collegamento.
Avere rilevato che l’indirizzo oggettivo sia quello realmente prevalente nella giurisprudenza non
significa che il dedurre il nesso di collegamento sulla base di criteri oggettivi si ponga in contrasto con
la comune intenzione delle parti, al contrario «per stabilire se ricorra un collegamento negoziale,
trattandosi di materia in cui è sovrana l’autorità delle parti, occorre rifarsi a tale volontà e ricercare
se oltre i diversi schemi negoziali... si possa individuare una funzione della fattispecie negoziale
considerata nel suo complesso» (CASS., 27.1.1997, n. 827; CASS., 20.1.1994, n. 474, citt.). Esso
consente solamente di intendere la logica del regolamento contrattuale facendo ricorso a analisi
economiche dei fenomeni giuridici (a tale tipo di indirizzo oggettivo si rifanno anche autori diversi per
ispirazione e metodo SCOGNAMIGLIO, voce cit., 381; SCHIZZEROTTO, op. cit., spec. 150; FERRANDO,
Recenti orientamenti, cit., 237, 241).
Ricostruire il programma dell’iniziativa economica significa tuttavia identificare non il piano dei
sogni e dei desideri ma il piano dei costi e benefici attesi: nella consapevolezza che in tanto è possibile
assicurare tutela ad un interesse in quanto si è disposti a sopportare il costo necessario per proteggerlo.
Seguendo tale impostazione si evita quindi di cadere nell’equivoco in cui cade talvolta la
giurisprudenza la quale, una volta accertata l’esistenza del nesso di collegamento, si preoccupa di
individuarne gli effetti quasi che tali consegunze derivassero dal collegamento in sé e dovessero
essere perciò necessariamente uniformi.
L’accertamento della relazione tra i contratti e quello della sua ampiezza, della sua effettiva portata
non possono distinguersi in due separati giudizi giacché tali momenti sono legati in un unico processo
di interpretazione del o dei contratti. Stabilire l’esistenza di una relazione significa inevitabilmente
individuarne il tipo e l’estensione.
3. EFFETTI DEL VINCOLO DI COLLEGAMENTO SULLA DISCIPLINA DEI NEGOZI . Conseguenza tipica del
collegamento negoziale sulla disciplina dei negozi componenti l’insieme è da un lato la situazione di
reciproca dipendenza delle sorti di un contratto da quelle dell’altro, di modo che la validità, l’efficacia
e l’esecuzione dell’uno si ripercuoterebbero immediatamente sulla validità, efficacia e esecuzione
dell’altro e d’altro lato l’estendersi della disciplina dell’un negozio all’altro.

Tale tipo di approccio è del tutto criticabile nella misura in cui nello studio astratto dei tipi di
relazioni che si possono instaurare fra negozi si perde di vista l’eterogeneità del fenomeno del
collegamento negoziale (FERRANDO, Recenti orientamenti, cit., 238 ss.). Come è stato innanzi rilevato
dietro questo concetto si celano realtà dalla diversa natura.
Nel caso di collegamento necessario è lecito dedurre una strutturale interdipendenza delle vicende
dei negozi collegati, la cui intensità è poi da valutare in base a criteri normativi che regolano l’insieme
complesso.
Diversamente è per il collegamento volontario la cui essenza risiede proprio nel diverso grado di
influenza fra contratti che nel caso specifico la volontà delle parti, come oggettivizzata nel
regolamento contrattuale, ha plasmato.
Seguendo tale indirizzo la più recente dottrina ha osservato come il principio simul stabunt, simul
cadent non sia affatto idoneo a disciplinare i problemi di patologia dei negozi collegati
volontariamente in funzione di scambio. L’unitarietà dell’operazione potrebbe rendere applicabile, nel
caso di nullità o di annullabilità, le regole dell’invalidità parziale, mentre per quanto concerne la
risoluzione e la rescissione, occorre una valutazione globale della fattispecie; l’unica che consenta di
stabilire se l’affare debba essere conservato nella sua interezza o vada invece integralmente caducato
(CASTIGLIA, Negozi collegati in funzione di scambio, in Riv. dir. civ., 1979, II, 401 ss.; per altra critica
di tale principio sotto diverso punto di vista si veda SCHIZZEROTTO, op. cit., 191).
È proprio dall’analisi complessiva dell’operazione creata dalle parti che si deve dedurre sia
l’esistenza del vincolo di collegamento, sia l’estensione dello stesso, tenendo presente che è sempre la
volontà delle parti ad essere il criterio di guida nella ricostruzione dei rapporti fra i negozi separati.
Una conferma di quanto ora rilevato deve essere rinvenuta nel modificato atteggiamento della
giurisprudenza in relazione all’opponibilità dell’eccezione di inadempimento non solo nell’ambito di
un singolo contratto ma anche all’interno di un insieme contrattuale.
Tale principio si trova già affermato in una sentenza del S.C. del 1955 (CASS., 21.6.1955, n. 1912,
in Giust. civ., 1955, I, 1823. Per successive applicazioni dello stesso principio vedi fra tante CASS.,
11.3.1981, n. 1389, in Giur. it., 1982, I, 1, 378, con nota di CIRILLO, Negozi collegati ed eccezione di
inadempimento) ove però l’atteggiamento della corte è quello di fare derivare come conseguenza
necessaria del collegamento la possibilità di ricorrere all’exceptio inadimplenti contractus anche nel
caso di obbligazioni portate di diversi negozi. Se nelle sentenze più risalenti l’attenzione è posta
principalmente sulla esistenza del nesso di collegamento, in quelle più recenti si sottolinea la necessità
di accertare il vincolo di corrispettività fra prestazioni pur nascenti da contratti differenti (ad esempio
si veda la recente decisione arbitrale COLL. ARB., 3.10.1991, Napoli calcio-Diarma Establishment, in
Dir. e giur., 1992, 601, con nota di LUBRANO. Fra le pronunce più antiche CASS., 19.4.1979, n. 2204,
in Rep. Giur. it., 1979, voce «Obbligazioni e contratti», n. 492). L’indagine della corte non può
limitarsi all’astratto riconoscimento di un legame fra negozi, da cui far discendere quasi
necessariamente delle conseguenze sul piano degli effetti giuridici, ma deve essere compiuta
contemporaneamente su due livelli: quello del riconoscimento in astratto del nesso e quello del
rilevamento in concreto delle conseguenze giuridiche da questo derivanti.
Analogo discorso può essere fatto nel caso di risoluzione o rescissione di uno dei contratti
dell’insieme. È affermazione ricorrente in giurisprudenza quella secondo cui «la risoluzione per
inadempimento di un contratto determina anche la risoluzione dell’altro» (CASS ., 26.9.1977, n. 4081,
cit.; CASS., 28.3.1977, n. 1205, in Foro it., 1977, I, 1088, con nota di A. LENER, con orientamento
costante fino a oggi: cfr. CASS., 27.4.1995, n. 4645, cit.).
Ora anche in tal caso è necessario operare una distinzione fra collegamento necessario e volontario.
Nel primo caso al venire meno di uno dei due contratti a causa della risoluzione segue, a ragione della
struttura stessa dell’operazione, la risoluzione dell’altro.
Nel secondo caso, invece, è necessario rilevare come lo stesso giudizio sulla gravità
dell’inadempimento vada condotto tenendo conto delle prestazioni previste dalla fattispecie
complessiva e non di quelle risultanti da ciascun contratto. Ancora una volta dovrà allora aversi
riguardo al tipo di assetto di interessi raggiunto dalle parti nell’operazione specifica per potere da ciò
dedurre l’esistenza e l’ampiezza del vincolo volontario di collegamento. Tale indagine significa quindi
qualcosa di diverso dalla semplice applicazione del principio simul stabunt, simul cadent.
Un analogo tipo di approccio è richiesto per risolvere un altro interessante ordine di problemi che
può derivare dal collegamento negoziale, quello della disciplina applicabile ai contratti collegati
quando le parti non abbiano espressamente disposto. Ci si chiede infatti se in presenza di
collegamento la disciplina propria dell’uno non possa «estendersi» anche all’altro contratto. E anche
qui si dovrà separare le fattispecie secondo le due categorie più sopra individuate.
È necessario a questo punto rilevare come un’altra area in cui il vincolo di collegamento può
dispiegare i propri effetti a livello di disciplina dei contratti è quella relativa l’interpretazione dei
contratti costituenti l’insieme collegato.
Infatti, che sia necessario procedere alla ricostruzione del contenuto pattizio regolante l’operazione
realizzata per mezzo dei negozi collegati attraverso l’interpretazione congiunta e coordinata delle
disposizioni contenute negli stessi è stato più volte posto dalla giurisprudenza come presupposto delle
proprie pronunzie in materia di collegamento contrattuale ed è principio attualmente consacrato nella
disposizione prevista all’art. 1469 ter del codice civile. Tale norma, infatti, dispone che la vessatorietà
di una clausola inserita in un contratto concluso con il consumatore deve essere valutata tenendo
anche conto «delle altre clausole del contratto medesimo o di un altro collegato o da cui dipende».
Con ciò, come indicato da attenta dottrina (FERRANDO, Recenti orientamenti, cit., 248), potrebbe
essere stata introdotta nel nostro ordinamento una disposizione di portata generale, volta a integrare il
contenuto dell’art. 1363 sull’interpretazione del contratto, con riferimento ai regolamenti contrattuali
collegati.
Prima di affrontare l’analisi delle decisioni straniere aventi ad oggetto tematiche
internazionalprivatistiche relative ai contratti collegati, è opportuno riassumere gli orientamenti
evidenziati al termine della nostra sintetica analisi del fenomeno del collegamento negoziale
all’interno del sistema civilistico italiano.
Dalla giurisprudenza e dalla dottrina in materia è primariamente emerso che la problematica relativa
alla classificazione giuridica di un’operazione complessa come contratto misto o come fenomeno di
collegamento negoziale sembra perdere di interesse specialmente nella giurisprudenza più recente, la
quale, in effetti, imposta le questioni di disciplina di fenomeni negoziali complessi, più che su un
piano teorico di struttura dei negozi, su un piano pratico di analisi della presenza e dell’estensione di
un’unitarietà economico-funzionale della fattispecie sottoposta a giudizio. Se tale unitarietà
economico-funzionale possa rivestire giuridicamente la veste di causa complessa di un negozio
unitario, o rimanga fuori dai negozi stessi, imprimendo però pur sempre a questi una unicità di
direzione, sembra avere sempre meno rilievo. Le conseguenze giuridiche che derivano dalla suddetta
unitarietà economica sembrano essere in entrambi i casi simili. Le eventuali differenze che si potranno
riscontrare nella disciplina possono solo essere giustificate da una diversa intensità di tale integrazione
economico-funzionale.
In secondo luogo rileviamo come, relativamente all’accertamento in concreto del cosiddetto nesso
di collegamento, quest’ultimo assuma una diversa connotazione a seconda che ci si trovi di fronte a un
insieme contrattuale necessariamente collegato o volontariamente collegato. Mentre nel primo caso
l’interprete dovrà ricercare l’esistenza del nesso solamente attraverso l’analisi della struttura dei
contratti, per rilevare se la loro esistenza autonoma sia configurabile o meno, nel secondo caso
l’approccio da seguire sarà più complesso. Sarà infatti necessario ricostruire la volontà delle parti
come oggettivata nell’assetto di interessi raggiunto nel contenuto negoziale per potere concludere per
l’esistenza o meno di un nesso di collegamento. Ora, quest’ultima operazione non potrà essere scissa
dall’analisi degli effetti che le parti hanno voluto far derivare da tale collegamento. L’indagine
sull’esistenza, l’ampiezza e le conseguenze giuridiche del nesso volontario di collegamento è
un’indagine unitaria che si svolge contemporaneamente a più livelli.
Da quanto individuato consegue che, per ciò che concerne gli effetti del collegamento contrattuale
sulla disciplina dei negozi collegati, mentre nel caso di collegamento necessario le vicende e la
disciplina relative a un contratto sono destinate a ripercuotersi sull’altro a ragione della struttura stessa
dell’insieme negoziale e l’intensità di tale ripercussione è da cercare solo nella regolamentazione
normativa che si conforma alla natura di tale legame strutturale, nel caso di collegamento volontario
la situazione è affatto differente. È necessario infatti verificare la volontà delle parti per comprendere
fino a che punto queste abbiano inteso realizzare una compenetrazione fra le vicende e le discipline
dei due contratti separati. Una tale ricostruzione può essere intrapresa unicamente se si parte
dall’analisi dell’assetto complessivo dei contenuti dei negozi in esame.
La breve rassegna degli orientamenti della giurisprudenza italiana in materia di collegamento
contrattuale ci permette ora di analizzare con maggiore consapevolezza alcune decisioni straniere che
si sono occupate delle problematiche internazionalprivatistiche conseguenti all’inserimento del
contratto all’interno di un complesso negoziale funzionalizzato economicamente.
La dottrina internazionalprivatistica italiana ha mostrato scarso interesse allo studio di tale problema
e, se si eccettuano alcuni limitati contributi sul fenomeno del collegamento in generale (CASSONI,
RINOLDI, citt. infra, Nota bibl.), l’attenzione è stata principalmente prestata a studi che hanno trattato
casi particolari di collegamento (si veda GIARDINA-VILLANI; FRIGESSI DI RATTALMA, Il contratto
internazionale di assicurazione; CARBONE-D’A NGELO, citt. infra, Nota bibl.).
Tale atteggiamento è difficilmente comprensibile specie se si considera che nel commercio
internazionale, vista la complessità delle operazioni economiche che vengono effettuate, operazioni
che coinvolgono una pluralità di parti e che richiedono spesso l’utilizzazione di schemi negoziali
complessi, il fenomeno del collegamento negoziale assume delle dimensioni di notevole importanza.
Si pensi solo per un esempio alla costruzione di impianti industriali di grosse dimensioni lì ove
intorno al contratto principale di costruzione sorgono una pluralità di altre convenzioni che vanno da
quelle assicurative a quelle di finanziamento, da quelle di sub-fornitura ai vari sub-appalti necessari
per l’esecuzione dell’opera (per un’analisi di una particolare problematica relativa al collegamento
negoziale nella contrattualistica internazionale si veda BONELLI -RELLINI, cit. infra, Nota bibl., con
rinvii anche alla dottrina sull’argomento).
Certamente la complessità del fenomeno del collegamento negoziale, ricostruito in termini alquanto
difformi in diversi ordinamenti, non ne agevola lo studio. In aggiunta la problematica delle
conseguenze relative al collegamento investe ulteriori delicate tematiche fra le quali ricordiamo quella
della relatività degli effetti del contratto.
In effetti il nodo centrale di tutto lo studio relativo a questa materia ruota su una domanda
fondamentale e cioè fino a che punto l’unitarietà dell’operazione economica sottesa alla pluralità dei
contratti permetta agli effetti di uno di questi di ripercuotersi sulle altre convenzioni facenti parte
dell’operazione stessa.
In quale misura le parti di un contratto vedranno il contenuto del loro accordo essere modificato
dalla disciplina degli altri negozi facenti parte dell’insieme complesso? E in caso positivo quali
conseguenze ne derivano a livello di disciplina? O si deve piuttosto pensare che la pluralità di contratti
determina una rigida autonomia fra questi così che nessun legame è intercorrente al di là della
funzionalizzazione economica?
Nell’analizzare la giurisprudenza, di certo non numerosa, che ha affrontato tali problematiche è
importante comunque tenere presente la distinzione che abbiamo visto delinearsi in diritto interno fra
collegamento necessario e collegamento volontario. Tale distinzione, anche qualora alla stessa non si
volesse attribuire un ruolo eccessivamente importante ai fini della ricostruzione sistematica del
fenomeno del collegamento negoziale, tuttavia è pregevole lì dove suggerisce un metodo per indagare
sull’esistenza e sull’intensità del nesso di collegamento, che tanta influenza ha nella determinazione
delle interazioni nella disciplina dei contratti. Nel primo tipo di collegamento, l’indagine
sull’estensione delle conseguenze derivanti dall’esistenza del nesso, deve essere ricercata nella
struttura stessa dei contratti mentre nel secondo caso l’indagine deve essere più volta
all’interpretazione e valutazione della volontà delle parti.

III. DIRITTO DELL’ARBITRATO E COLLEGAMENTO CONTRATTUALE.

1. PREMESSA . L’arbitrato internazione mostra delle aree di notevole interesse per lo studio della
disciplina del collegamento contrattuale.
La caratteristica essenziale dell’arbitrato consiste nella devoluzione volontaria della soluzione di
determinate controversie contrattuali disponibili a un collegio di arbitri super partes, così che questi
possano vincolativamente decidere sul punto con effetti nei confronti di tutte le parti alla convenzione
arbitrale (compromesso o clausola arbitrale) (si veda nella amplissima letteratura in argomento in
diritto interno da ultimo, alla luce della recente riforma A A.VV., Commento alla legge 5 gennaio
1994, n. 25, cit. infra, Nota bibl., 456 ss., in particolare sull’arbitrato internazionale, 556 ss.;
BERNARDINI-DE NOVA -NOBILI-PUNZI , BRIGUGLIO-FAZZALARI -M ARENGO , citt. infra, Nota bibl.;
FAZZALARI , La riforma dell’arbitrato, cit. infra, Nota bibl., 17, sulla disciplina dell’arbitrato
internazionale. Per quanto riguarda la disciplina anteriore alla riforma e considerazioni di teoria
generale sull’arbitrato interno e internazionale si veda, ID., Istituzioni di diritto processuale, 487-520;
ID., voce «Processo arbitrale»; PUNZI, tutti citt. infra, Nota bibl. Sulla disciplina dell’arbitrato
internazionale prima della l. n. 25/1994 si veda BERNARDINI, L’arbitrato internazionale; GIARDINA,
L’arbitrato internazionale, con anche riferimenti al progetto di riforma; RUBINO SAMMARTANO, citt.
infra, Nota bibl.).
La natura convenzionale dell’arbitrato impedisce, altresì, l’utilizzabilità della procedura arbitrale da
parte di terzi e nei confronti di terzi non parti della convenzione arbitrale.
Ciò comporta l’insorgere di notevoli problemi nel caso di accordi collegati a un accordo principale
lì ove ogni decisione relativa a quest’ultimo contratto può avere delle ampie conseguenze sulla vita
dei primi.
Il diritto e la pratica dell’arbitrato internazionale, come espressioni più dirette di quella comunità
commerciale internazionale che vuole trovare nel suo seno degli individui imparziali, culturalmente e
tecnicamente preparati per potere giudicare le controversie sorgenti al proprio interno, dicevamo, tale
diritto e pratica hanno sviluppato degli strumenti per potere affrontare le problematiche derivanti dal
collegamento fra contratti (si veda in dottrina francese BOIVIN, L’arbitrage et les tiers, in Rev. arb.,
1988, 431, e ivi in particolare, DELVOLVÈ , La clause d’arbitrage multipartite, 501.Non sorprendono
l’interesse e le conclusioni stimolanti cui giunge la dottrina francese dell’arbitrato in materia di
arbitrage multipartite dato che è proprio in Francia che il collegamento negoziale assume una
notevole rilevanza a livello di disciplina e considerato che già la dottrina civilistica francese si è
ampiamente esercitata nello studio del problema dell’efficacia del contratto principale nei confronti
delle convenzioni secondarie ad esso collegate).
2. RIUNIONE E CONNESSIONE DEI PROCEDIMENTI. Una prima area di interesse è quella che riguarda
l’esistenza di una pluralità di procedimenti arbitrali connessi ma separati. È questo il caso per esempio
di string contracts, come le controversie fra committente e appaltatore da un lato e tra appaltatore e
subappaltatore dall’altro, relative alle stesse questioni giuridiche. La medesima controversia dà così
vita a vari procedimenti connessi e tuttavia separati, tutto ciò a discapito della certezza giuridica che
viene a essere messa in pericolo dal rischio di decisioni contrastanti. Ecco quindi svilupparsi una serie
di strumenti per permettere se non proprio la riunione (la riunione di ufficio delle procedure, ammessa
in alcuni stati americani – consolidation – e nel recente Arbitration Act olandese del 1986 – art. 1046
–, è potere attribuito per lo più al giudice ordinario, e nella maggior parte degli ordinamenti è
subordinata al consenso di tutte le parti) quanto meno un coordinamento delle decisioni dei diversi
collegi. Tipica è la soluzione, per esempio, adottata nella decisione nel caso Bilitis del Comitato della
Camera Arbitrale Marittima di Parigi, 13.4.1979 (in Rev. arb., 1979, 381), lì ove si è affermato che
«dans le souci d’une bonne administration de la justice, les deux Collèges arbitraux, cidéssus
designés, auront toute-liberté pour se reunir en commun afin d’entendre les représentants des parties
et tous sachants». Ecco, quindi, che procedure parallele, incontri fra componenti dei diversi collegi o
audizione in comune di alcune parti o testimoni, sono le soluzioni elaborate per evitare che l’unitarietà
dell’operazione sottesa alla pluralità di contratti non venga vanificata dalla frammentazione di giudizi
relativi a singoli contratti componenti l’insieme. Certo tale tipo di soluzioni non va esente da critiche
specialmente quando si rileva che nel caso in cui non vi sia identità fra tutti i componenti del collegio
si potrebbe giungere a decisioni in cui un membro del collegio utilizza cognizioni acquisite in altro
procedimento e di cui gli altri membri sono all’oscuro così come lo sono le parti, tutto ciò
comportando una violazione del diritto al contraddittorio. Inoltre si è discusso sull’opportunità di
coinvolgere tutte le parti dei vari contratti nella controversia relativa il contratto principale dato che si
sottoporrebbero i primi ai costi e alla durata di un lungo e complesso arbitrato quand’anche la loro
controversia rivestisse caratteri marginali, limitati o secondari (RUBINO SAMMARTANO, op. cit., 259).

3. M ULTIPARTY A RBITRATION CLAUSE . Un altro strumento che ha trovato notevole sviluppo nel
medesimo tentativo di assoggettare sin dall’inizio ad unica procedura i diversi elementi di un insieme
contrattuale è quella forma di arbitrato che viene comunemente detta Multiparty Arbitration.

I vantaggi che una tale procedura presenta sono, come riporta lo stesso rapporto presentato dal
gruppo di lavoro sull’Arbitrato Internazionale incaricato dalla CCI di Parigi di studiare i problemi
dell’arbitrage-multipartite (si veda, Multiparty Arbitration, pubblicazione, 480/1 della CCI, Parigi,
1991. Si veda, inoltre, DELVOLVE , La clause d’arbitrage multipartite, cit., 501) che «On évite le
danger de décisions contradictoires, toujours possibles ou à craindre lorsque des litiges connexes
sont résolus dans des procédures distinctes..., tous les éléments de preuve utiles sont mis a disposition
du tribunl arbitral compétente..., le coût de la résolution peut être sensiblement inférieur».
Dai modelli di clausole di arbitrage multi-partite elaborati da organismi internazionali (cfr. «Guide
sur l’arbitrage multi-partite», pubblicazione della CCI n. 404, Parigi, 1982, nonché il commento
all’art. 18 del modello di subcontratto internazionale predisposto dalla F.E.C.E. di JARVIN, cit. infra,
Nota bibl.) gli elementi tipici a cui possono ricondursi tali clausole sono da ricercarsi nella possibilità
per ogni parte alla convenzione arbitrale di iniziare la procedura coinvolgendovi anche soggetti che se
necessariamente parti alla stessa non abbiano però con l’attore alcun legame contrattuale. Tale
risultato può essere ottenuto o con la stipulazione di un compromesso comune a tutte le parti
dell’insieme contrattuale o con la ripetizione in ogni singolo contratto di un’identica clausola che
esprima la volontà di unire le vicende arbitrali dei vari contratti collegati (sui problemi relativi alla
risoluzione di controversie nei subcontratti internazionali si veda HOUTTE, International
subcontracting, in I.C.L.R., 1991, 301).
4. CONSEGUENZE DEL COLLEGAMENTO SULL’EFFICACIA DEL COMPROMESSO O DELLA CLAUSOLA
COMPROMISSORIA. Ora se il bisogno di sottoporre l’insieme dell’operazione alla cognizione unitaria
degli arbitri ha portato alla nascita e all’evoluzione di clausole arbitrali che sottopongono a medesima
procedura più contraenti parti di differenti contratti, d’altra parte è ancora più interessante osservare
che talvolta la «giurisprudenza» arbitrale ha sentito tale bisogno così fortemente da estendere la
portata di una clausola arbitrale contenuta in un contratto principale, alle parti dei contratti
secondari/sub-contratti.

Certo una tale operazione costituisce una deroga a quel principio di relatività degli effetti della
clausola arbitrale che trova nel consenso l’elemento imprescindibile perché una parte possa essere
investita dagli effetti della decisione. Ed ecco perché i collegi arbitrali hanno sempre parlato in tali
casi di una volontà presunta, o desumibile dall’insieme delle circostanze, delle parti dei contratti
collegati di volere aderire o di avere aderito alla clausola arbitrale contenuta nel contratto principale.
In tal senso si può, ad esempio, ricordare la sentenza A PP . PARIGI , 9.12.1987 (in Rev. arb., 1988,
573), ove la Corte dopo avere in generale affermato che «La clause compromissoire contenue dans un
seul contrat s’applique également aux litiges découlant d’autres conventions ultérieures qui lui sont
étroitment connexes et qui n’ont pour objet que de compléter le contrat principal», nel caso specifico
rigetta una tale estensione perché le parti avevano manifestamente espresso una volontà contraria in
tale direzione «les parties ayant pris la précaution de spécifier dans le second contrat que le tribunal
de Commerce serait compétent en cas de contestation».
Nella decisione nel caso Universal Pictures lì ove un ente governativo jugoslavo aveva garantito le
obbligazioni di un altro ente jugoslavo, la Inex film, nei confronti di una società americana, derivanti
da un accordo per la produzione di un film sul territorio jugoslavo, apponendo la propria firma in
calce a tale accordo, è stato ritenuto che essa aveva con ciò inteso aderire anche alla convenzione
arbitrale (A PP . PARIGI , 16.3.1978, Inex Film e Sté Interexport v. Universal Pictures, in Rev. arb.,
1978, 501, con nota ROLAND-LEVY ).
Sulla stessa lunghezza d’onda una decisione di un Tribunale Arbitrale Bulgaro (1o .10.1980, nella
procedura n. 60/1980, Stalev, in Yearbook Commercial Arbitration, 1987, XII, 84). In una
controversia tra parti tedesche e bulgare, la società tedesca otteneva che il tribunale di Norimberga
escludesse la propria giurisdizione, benché la clausola arbitrale non fosse contenuta nel contratto di
finanziamento ma solo in un contratto di compravendita ad esso collegato. Tale decisione veniva
successivamente confermata dalla Corte Suprema Federale Tedesca e infine accolta dagli arbitri
successivamente investiti della controversia che condivisero l’opinione che il finanziamento era
strettamente collegato alla compravendita sicché le controversie relative allo stesso ricadevano sotto la
clausola arbitrale.
Similmente nel caso Westland Helicopters Ltd (UK) c. Arab Organisation for Industrialisation,
United Arab Emirates, Kingdom of Saudi Arabia, State of Quatar, Arab Republic of Egypt and Arab
British Helicopter Company (Egypt) (Interim Award, 25.3.1984, Caso CCI n. 3879, in Yearbook of
Commercial Arbitration, 1986, 127) in cui l’estensione della clausola arbitrale contenuta nel contratto
principale a tutte le parti di vari accordi separati è stata giustificata poiché «l’ensemble des actes
passées constitue un tout indivisible et les quattre Etats ont bien marqué leur volonté d’agir
ensemble... la similitude des clauses utilisées dans les differents contrats ne fait que renforcer cette
interpretation».
Un tale indirizzo non può non suscitare critiche da parte di chi, pur riconoscendo la problematicità
di questo settore della materia dell’arbitrato internazionale, non accetta di spingere troppo oltre le
conseguenze dell’unione di una serie di contratti in un insieme funzionalizzato al perseguimento di
uno scopo unitario. E soprattutto da chi non accetta indagini su volontà presunte o implicite di
adesione alla clausola arbitrale (vedasi su tutti, BERNARDINI , L’arbitrato internazionale, cit., e dello
stesso autore, The arbitration clause of an international contract, cit. infra, Nota bibl.).
Resta comunque la forte impressione che la pratica e la giurisprudenza arbitrale si siano fatte
portatrici di un’esigenza profondamente sentita fra gli operatori del commercio internazionale,
esigenza che si concretizza nel riconoscimento dell’unitarietà economica che il più delle volte
sottende un insieme di contratti collegati. Tale unitarietà ha come conseguenza il volere ritenere le
vicende dei vari contratti come interdipendenti tanto a livello di disciplina come a livello di
risoluzione di controversie all’interno dell’insieme contrattuale.

IV. DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO E VINCOLO DI COLLEGAMENTO.

1. L’INDIVIDUAZIONE DELLA LEGGE APPLICABILE . Nello studio della disciplina


internazionalprivatistica dei contratti collegati e più in generale del collegamento fra obbligazioni, la
problematica della individuazione della legge applicabile è sempre stata fortemente sentita e ha dato
adito a discussioni vive e dai risultati non scontati.
Il dibattito è sempre stato caratterizzato dalla proposizione di due soluzioni divergenti da parte di
orientamenti contrapposti.
Da un lato si è riconosciuta l’unità dell’insieme contrattuale dal punto di vista funzionale e percepita
l’importanza di una regolamentazione omogenea dei vari elementi dell’insieme, come conseguenza
del collegamento si è dunque proposto di far derivare da tale funzionalizzazione la sottoposizione alla
medesima legge dei vari negozi.
Tale indirizzo è decisamente forte in diritto francese dove si è sviluppato intorno alla dottrina e alla
giurisprudenza relative al cautionnement, ed è poi stato proposto come soluzione più generale, valida
per tutti i fenomeni di collegamento contrattuale (cfr. TEYSSIÈ, cit. infra, Nota bibl., 225, e ivi ulteriori
rinvii bibliografici fra cui per tutti va ricordato BATIFFOL, Les conflits de lois en matiére de contrats,
Paris, 1938, 120, 272; si veda inoltre BATIFFOL -LAGARDE, cit. infra, Nota bibl.; e specificamente sul
cautionement M ESTRE , cit. infra, Nota bibl.).
Si rileva inoltre come altra dottrina di lingua francese abbia, anche al di fuori del collegamento fra
contratti, avanzato l’ipotesi che ogni qualvolta ci si trovi di fronte a un’obbligazione accessoria o
meglio a un institution accessorie, quest’ultima «doit abandoner tout rattachement propre» per essere
retta secondo il criterio del «rattachement accessoire ... par la même loi que l’institution ou le rapport
juridique principal» (VANDER ELST , cit. infra, Nota bibl., 968).
Anche la dottrina tedesca non ha mancato di dare un proprio contributo a tale orientamento, infatti
si ricorda l’elaborazione al suo interno del criterio dell’Akzessorische Anknüpfung secondo il quale i
rapporti accessori, e quindi a maggiore ragione gli altri casi di collegamento, sono sottoposti alla legge
del rapporto principale (si veda VON DER SEIPEN , cit. infra, Nota bibl.).
Da parte sua, la dottrina italiana ha mosso passi in tale direzione con maggiore ritardo a causa di un
rigido sistema di norme di conflitto che lasciava poco spazio a considerazioni che esulassero dagli
stretti criteri giuridici normativamente previsti. Anche essa sviluppatasi intorno ai problemi derivanti
dalle tematiche relative alla fideiussione e alle garanzie bancarie, un’opinione autorevole mentre da un
lato sottolinea l’opportunità di sottoporre il negozio secondario alla legge regolante il rapporto
principale (GIARDINA-VILLANI , op. cit.), d’altra parte osserva come «malgrado tali considerazioni la
posizione in esame, pur potendo costituire un valido punto di riferimento de lege ferenda, o la
soluzione più corretta in un diverso sistema di diritto internazionale privato, non possa applicarsi in
base al sistema [allora] vigente».
Le critiche avanzate quindi contro una tale soluzione dall’altro orientamento sono state fortemente
influenzate nelle proprie articolazioni dalla rigidità dei criteri di collegamento prescelti dal nostro
legislatore in materia contrattuale nell’art. 25 disp. prel.
Tale dottrina, se pur non disconosce gli effetti che sulla disciplina dei negozi derivano dalla
connessione fra gli stessi, allo stesso tempo però ravvisa una perfetta autonomia delle singole
convenzioni per quanto riguarda la legge a cui sono sottoposti (BETTA, A RANGIO-RUIZ, citt. infra,
Nota bibl.).
Si osservi quanto CASSONI (cit. infra, Nota bibl., 31) afferma con particolare enfasi: «il fatto che si
tratta di due contratti distinti; cioè di negozi giuridici a sé, comporta che ognuno abbia la propria legge
regolatrice; d’altra parte però spetta alla legge del contratto principale stabilire e determinare la portata
del vincolo di accessorietà che esiste fra uno e l’altro contratto; con la conseguenza che si ha nullità
del contratto accessorio, ove tale nullità sussista per la legge regolatrice del contratto principale, anche
se non sussiste per la legge che disciplina il contratto fideiussorio».
È d’obbligo non sottovalutare il peso che nell’impostazione della discussione del problema in Italia,
ha avuto la scelta effettuata dal nostro legislatore il quale, nella redazione degli articoli delle
disposizioni preliminari al codice civile relative ai conflitti di leggi, ha adottato dei criteri di
collegamento in materia contrattuale estremamente rigidi (per una critica di tali criteri di collegamento
alla luce, in particolare, di quello che era allora il Progetto di riforma del diritto internazionale privato
italiano, si veda quanto si afferma in A A.VV., Riforma del sistema italiano di diritto internazionle
privato; e GIARDINA-BALLARINO -POCAR-STARACE , 3, entrambi citt. infra, Nota bibl.) e niente affatto
rispondenti alle necessità di un’economia moderna, altamente integrata a livello internazionale.
Le posizioni contrarie al riconoscimento di una qualche rilevanza del collegamento negoziale ai fini
della legge applicabile sono infatti maggiori nella dottrina più risalente, in ossequio al dettato letterale
della codificazione, anche se deve essere rilevato come già all’interno di essa non sono mancate voci
dissenzienti (DE A MICIS, FEDOZZI , citt. infra, Nota bibl.).
Anche la giurisprudenza italiana, per quanto raramente si sia pronunciata su tale problematica e,
anche se, qualora lo abbia fatto, ciò si sia sempre verificato in casi specifici in materia di fideiussione,
non ha saputo sottrarsi al dualismo evidenziato più sopra.
Da un lato, infatti, in relazione al collegamento fra contratto di garanzia e il principale, una ormai
risalente ma alquanto autorevole giurisprudenza ha «ritenuto il rapporto di fideiussione normalmente
sottoposto alla legge del principale» (CASS., 4.10.1954, n. 3235, Satrina c. Nightingale, in Riv. dir.
int., 1957, 402, con nota di A RANGIO RUIZ).
D’altra parte, invece, altra giurisprudenza (CASS ., 12.9.1957, n. 3474, Soc. Transimport e Ditta
Rauch c. Bovelli, ivi, 1958, 251, con nota di CURTI-GIALDINO ) dovendo giudicare sulla legge
applicabile a due contratti, l’uno principale e l’altro di garanzia, contestualmente conclusi in Svizzera,
il primo fra persone di diversa nazionalità e il secondo fra cittadini italiani, ha concluso, con
un’applicazione rigida dell’art. 25 disp. prel., che il contratto principale era retto dalla legge svizzera e
quello accessorio era retto dalla legge italiana.
Contrariamente a quanto avvenuto in altri sistemi di diritto ove le corti nella ricerca della proper
law of the contract hanno adottato atteggiamenti notevolmente flessibili e si sono quindi rivolte a
cercare nella connessione fra negozi un possibile indice della most real connection con un determinato
ordinamento, la giurisprudenza italiana si è trovata avvinta nelle strette maglie dei criteri della
cittadinanza comune e del luogo di conclusione del contratto.
In questo contesto si inserisce la «rivoluzione» generata nel nostro sistema di diritto internazionale
privato dalla Convenzione di Roma sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali. Tale
Convenzione, entrata in vigore nel 1991 e che ricordiamo avere carattere universale negli ordinamenti
in cui è in vigore, è anche stata al centro di un rinvio recettizio nella sua completezza da parte del
nostro legislatore nella recente riforma del diritto internazionale privato italiano ad opera della l.
31.5.1995, n. 218.
Tale Convenzione introduce nel nostro ordinamento criteri di collegamento estremamente nuovi che
già tanto dibattito hanno sollevato e che, come potremmo osservare dall’analisi della poca, ma
importantissima, giurisprudenza in materia, cambiano fortemente l’impostazione del problema del
collegamento negoziale in diritto internazionale privato, non solo italiano.
In effetti sembra possibile anticipare che, al pari di altri indici di collegamento quali la nazionalità
delle parti, il luogo di esecuzione dell’obbligazione, il luogo di conclusione del contratto e la sede del
prestatore caratteristico, anche l’essere un contratto connesso con altro la cui legge è ben individuata o
che presenta un forte legame con un determinato ordinamento possa assurgere a criterio per potere
decidere quale sia la legge applicabile al negozio collegato.
2. CONTRATTI COLLEGATI E LEGGE APPLICABILE ALLA LUCE DELLA DISCIPLINA DELLA CONVENZIONE DI
ROMA DEL 1980. Il sistema della Convenzione incentrato sugli artt. 3 e 4 opera da un lato un ampio
riconoscimento dell’autonomia delle parti nel determinare la legge applicabile al contratto e dall’altro,
non prevedendo dei criteri di collegamento rigidi, lascia al giudice un’ampia discrezionalità di
verificare nel caso concreto con quale ordinamento il contratto si mostra maggiormente collegato.

Ora un sistema così caratterizzato sembrerebbe essere decisamente aperto alla possibilità di
riconoscere l’importanza del valore del vincolo funzionale intercorrente fra contratti.
Infatti l’unitarietà dell’operazione economica che viene realizzata mediante la funzionalizzazione
della pluralità di negozi potrebbe assumere rilevanza centrale ai fini della determinazione della legge
applicabile all’insieme contrattuale, in tal modo conseguendosi l’effetto di vedere tutti questi
sottoposti alla medesima legge.
Certo a seconda dell’origine e della natura di tale nesso funzionale di collegamento si può supporre
una maggiore o minore facilità da parte del giudice nell’applicare le norme della Convenzione in
maniera tale da potere conseguire l’effetto di una regolamentazione uniforme dell’insieme tramite la
soggezione ad un’unica legge dell’operazione costruita dalla pluralità di contratti.
Ricordiamo come si era individuato che l’elemento che contraddistingue i casi di collegamento
necessario deve essere ravvisato nella circostanza che il nesso di collegamento sia, in tali ipotesi, una
conseguenza inevitabile della struttura stessa dei singoli contratti, i quali, per svolgere appieno la
propria funzione «economico-sociale», devono necessariamente essere collegati in un insieme
complesso. In tali casi per il giudice è agevole riconoscere l’esistenza di un tale legame e farne
derivare importanti conseguenze a livello di disciplina dei negozi.
Possiamo a questo punto ritenere che in tali ipotesi l’immediata percezione che si ha dell’unitarietà
dell’operazione economica caratterizzante tale tipo di collegamento può essere d’aiuto al giudice nella
ricerca di un indice sufficientemente univoco per localizzare il contratto all’interno di un determinato
ordinamento.
Ciò può valere in primo luogo al fine dell’indagine relativa all’esistenza di una volontà implicita di
sottoporre tutti i contratti collegati ad una medesima legge, normalmente la legge del contratto
principale, giacché il rilevare la presenza di un nesso di collegamento può essere considerato come un
indice della volontà implicita di sottoporre la pluralità dei negozi dell’insieme ad un diritto uniforme.
In secondo luogo tale legame, se si aderisce all’orientamento che vede l’art. 4 della Convenzione
basato sul concetto di collegamento più stretto può rilevare ai fini dell’operatività dell’art. 4 della
Convenzione, in modo da considerare il collegamento con un negozio alla stregua di altri punti di
contatto del contratto con un determinato ordinamento, e proseguendo poi alla valutazione qualitativa
dell’importanza di tale punto di contatto.
Diversamente, qualora al collegamento più stretto si volesse riservare il ruolo di clausola
d’eccezione, si può pur sempre ritenere che l’unitarietà dell’operazione economica realizzata tramite il
collegamento sia un indice di localizzazione del centro di gravità del contratto «eccezionalmente» in
un paese che sia diverso da quello di residenza del prestatore caratteristico, in tal modo superando la
presunzione ex paragrafo 2 dell’art. 4.
Una analoga rilevanza ai fini della determinazione della legge applicabile all’insieme contrattuale
può essere attribuita al nesso di funzionalizzazione presente in quei casi in cui ci si trovi di fronte a
ipotesi di collegamento volontario. È opportuno però puntualizzare come, essendo in tali fattispecie
l’attenzione del giudice principalmente rivolta alla ricostruzione della volontà delle parti, per rilevare
fino a che punto questa si sia spinta nel volere fondere i vari schemi negoziali in un’unica operazione
ed essendo una tale verifica ermeneutica alquanto difficile e non sempre dai risultati univoci (si può
ipotizzare principalmente uno sforzo da parte delle corti alla ricerca di una volontà implicita di scelta
di legge uniforme per il gruppo di contratti, più che l’operatività dell’art. 4 in tale direzione), appare
più difficile che il sistema di conflitto della Convenzione venga utilizzato dalle corti per dare rilevanza
a un tale tipo di connessione negoziale.
Passiamo a questo punto ad approfondire e verificare la correttezza delle ipotesi fin qui prospettate
avvalendoci, in tale indagine, tanto di alcune decisioni della prima giurisprudenza che si è formata in
ambito europeo sulla Convenzione di Roma quanto della giurisprudenza di common-law ed arbitrale
che da più lungo tempo si sono trovate a dovere risolvere conflict of laws utilizzando criteri flessibili
avvicinabili a quelli della Convenzione di Roma.
3. VOLONTÀ DELLE PARTI E CONTRATTI COLLEGATI . L’art. 3 della Convenzione di Roma, nel
riconoscere con grande ampiezza la volontà delle parti ai fini della determinazione della legge
applicabile al contratto, presenta un’interessante disposizione che potrebbe offrire ampio spazio
all’evoluzione di una giurisprudenza attenta a valutazioni sulle conseguenze che il fenomeno del
collegamento contrattuale può esplicare ai fini della disciplina di conflitto dei vari contratti costituenti
l’insieme.

Ricordiamo qui brevemente come nel dibattito sempre vivo in passato in dottrina sull’opportunità o
meno che le parti godano di ampia o illimitata libertà nella scelta della legge applicabile al contratto
(si veda CURTI-GIALDINO, La volonté des parties en droit international privé, cit. infra, Nota bibl. 751
ss., spec. 887 ss.) una dottrina italiana alquanto autorevole (CASSONI, op. cit.) ha affermato, per alcuni
tipi di collegamento contrattuale, l’impossibilità per le parti di procedere ad una libera scelta della
legge regolante la pluralità di negozi in modo tale da avere differenti leggi regolanti i diversi accordi.
Il collegamento fra contratti, con il vincolo strutturale che spesso comporta, secondo l’autore funge da
limite alla libertà delle parti nel scegliere quale sistema di legge regoli l’insieme.
Certo è singolare osservare come questa stessa dottrina sia stata la più strenua sostenitrice della
indipendenza dei contratti collegati in un insieme e dell’irrilevanza di un tale legame ai fini della
determinazione della legge da applicare al contratto in mancanza di scelta. Non si comprende in effetti
perché il vincolo intercorrente fra contratti collegati possa essere rilevante esclusivamente come limite
all’esercizio della volontà privata e non assumere alcuna importanza ai fini della determinazione della
legge in mancanza di scelta. Si può qui avanzare l’ipotesi che in effetti il sistema rigido italiano di
norme di conflitto allora in vigore costituisse un limite insuperabile all’uniformazione della disciplina
di conflitto del gruppo, anche se la stessa dottrina più fedele a tale sistema aveva già ampiamente
individuato la potenzialmente enorme rilevanza del collegamento negoziale a tali fini.
Merita d’altra parte di essere qui rilevato come in altri sistemi di diritto la volontà delle parti ai fini
della scelta della legge applicabile al contratto non sia priva di vincoli. Citiamo qui l’esempio degli
Stati Uniti ove il Restatement (second) of conflict of laws prevede che la scelta effettuata dalle parti
può essere disattesa laddove la legge prescelta non presenti una relazione sostanziale con le parti o sia
contraria a una «fundamental policy of a state which has a materially greater interest than the chosen
state».
Conformemente a tale principio merita menzione l’interessante decisione americana nel caso S. Leo
Harmonay, Inc. v. Binks Mfg. Co. (597 F. Supp. 1014, S.D.N.Y. 1984). In tale controversia relativa ad
un contratto di subappalto, la legge applicabile, imposta dal subcommittente, risultava essere la legge
dello Stato dell’Illinois, Stato nel quale quest’ultimo aveva la propria sede. Nel caso di specie, dato
che pressoché tutti gli elementi di fatto indicavano un maggior collegamento con lo Stato di New
York, la scelta della legge dell’Illinois fu ritenuta invalida. È interessante notare che, nella
controversia in esame, uno degli elementi (oltre al fatto che le trattative, la conclusione e l’esecuzione
del contratto si erano svolte o da svolgere in tale Stato) che faceva propendere per l’applicazione della
legge dello Stato New York consisteva nella circostanza che tale legge reggeva anche il contratto
d’appalto principale.
Il legame quindi fra contratto principale e subappalto è stato dai giudici in tale caso ritenuto così
forte da costituire, insieme ad altri elementi, un ostacolo limitante la scelta di legge del
subcommittente.
Certo se è indubitabile l’opportunità che il vincolo strutturale fra negozi venga in rilievo ai fini della
loro disciplina di conflitto qualora non vi sia stata scelta di legge espressa, criticabile appare, invece,
considerare tale legame come un vincolo alla volontà dei privati, almeno in situazioni in cui non vi
siano altri elementi che giustifichino ciò e assolutamente impossibile appare tale operazione
all’interno del sistema della Convenzione di Roma.
L’articolo 3-1 della Convenzione, disponendo relativamente alle modalità di scelta della legge, ne
ammette tanto la scelta espressa quanto quella tacita, ma precisa inoltre, che quest’ultima deve
risultare in modo «ragionevolmente certo dalle disposizioni del contratto o dalle circostanze».
Gli indizi da cui una tale scelta di legge possa essere inferita risultano essere tanto interni – le
«disposizioni del contratto» ex art. 3-1 – quanto esterni – l’«insieme delle circostanze» ex art. 3-1 al
contratto, e assolutamente non tassativi (in tal senso BALLARINO; SARAVALLE, Commento all’articolo
3; e, nella dottrina meno recente, DE NOVA , citt. infra, Nota bibl.).
Dovendo il giudice analizzare tanto il contenuto del contratto, quanto la natura e il tipo
dell’operazione economica che questo realizza, è difficile pensare che egli possa in tale operazione
prescindere dal considerare i legami che il contratto in esame presenta con altri negozi. Questi ultimi
potrebbero essere stati per scelta delle parti sottoposti ad una determinata legge o potrebbe altrimenti
trovare nei loro confronti applicazione l’art. 4 della Convenzione, così che tanto un riferimento ad essi
nel contenuto contrattuale, quanto un’oggettiva connessione ai fini del compimento di un’operazione
comune, potrebbero essere considerati come indici di una volontà tacita di sottoporre il contratto in
esame alla stessa legge del contratto a cui è collegato (per la dottrina italiana si veda BALLARINO, op.
cit., 601, ove l’autore afferma che fra gli indici esterni «possono assumere rilevanza i precedenti
rapporti contrattuali fra le parti, specialmente se erano sottoposti alla medesima legge, oppure il
legame di accessorietà o strumentalità esistente fra il contratto in questione ed altri contratti conclusi
tra le parti o con terzi»).
Il primo tipo di approccio, nel senso cioè che un riferimento nel testo del contratto ad un altro
negozio con cui il primo sia connesso possa costituire un indice interno manifestante una volontà
implicita di sottoporre entrambi i negozi alla stessa legge, è quello seguito in una decisione della
giurisprudenza arbitrale della CCI di Parigi relativa a due contratti, relativo il primo alla costruzione
di una turbina e collegato al secondo ad oggetto la costruzione di una nave (decisione n. 2119/1978
riprodotta in JARVIN-DERAINS, cit. infra, Nota bibl., 355. Rileviamo, però, come tale controversia
fosse relativa a dei contratti uniti da nesso necessario di collegamento e come un tale legame
intercorresse fra tre parti differenti).
In tale controversia il contratto principale fra il committente olandese e i cantieri navali francesi
incaricati della realizzazione dell’opera era soggetto, per volontà delle parti, alla legge francese. La
corte arbitrale adita dal committente in relazione al ritardo nella consegna della nave nonché a causa
del riscontro di alcuni difetti nella realizzazione, viene investita anche della controversia relativa al
ritardo nella consegna della turbina dal costruttore inglese ai cantieri francesi.
Chiamato a decidere su quale fosse la legge applicabile a tale contratto e quindi a «rechercher la
localisation» (su tale nozione e sul ruolo della volontà – anche implicita – ai fini della localizzazione
del contratto BATIFFOL LAGARDE, op. cit., II, 257) di quest’ultimo, il collegio arbitrale, rilevato che «il
resulte de l’exposé figurant en tête de ce contra que: “the following argreement has been made for the
supply by the contractors to the purchase of two 17.740 shp... steam turbine units for the ... container
vessel built in Dunkirk”» giunge alla conclusione che in tale testo «se trouve affirmé la volonté de
soumission du contrat à la loi française», essendo quest’ultima la legge regolante il contratto
principale a cui si riferiva il contenuto dell’accordo collegato.
Ora, sebbene la giurisprudenza in tale senso sia tutt’altro che numerosa, è importante comunque da
un lato evidenziare il percorso logico seguito nella motivazione che ha spinto gli arbitri a concludere
per l’applicazione della legge francese e dall’altro constatare l’ampio consenso che essa ha riscosso
all’interno di una certa dottrina (si veda la nota a tale decisione di DERAINS, in Collection of ICC
arbitral awards 1974/1985, 358, nonché la nota di COCCIA relativa al lodo arbitrale reso a New York
il 17.7.1990, in Riv. arb., 1992, 145, spec. 161).
Il metodo di ricerca della volontà implicita di designazione della legge è stato diffusamente
sviluppato ed analizzato in modo particolare dalle corti anglosassoni (cfr. DICEY-M ORRIS, cit. infra,
Nota bibl., 1187 ss.). È a questo punto importante evidenziare la notevole influenza che la
giurisprudenza inglese ha avuto tanto sull’evoluzione del metodo di soluzione dei conflitti di leggi
basato sulla ricerca della most real connection quanto sul metodo di ricerca della volontà tacita di
designazione di legge. A ciò si aggiunga l’affermazione della validità, anche all’interno del nuovo
sistema di conflict of laws inglese, come riformato dal Contracts (Applicable Law) Act 1990, della
giurisprudenza precedente all’entrata in vigore della Convenzione, come utile indice guida
all’atteggiamento che sia lecito attendersi dalle corti del Regno Unito in relazione all’applicazione
delle norme della disciplina convenzionale (BARATTA, Il collegamento più stretto nel diritto
internazionale privato dei contratti, cit. infra, Nota bibl., 91. L’a. si occupa diffusamente nella sua
opera dell’origine giurisprudenziale anglosassone del concetto di collegamento più stretto di cui
evidenzia la derivazione dal metodo di ricerca, anche su basi implicite o meramente ipotetiche, della
volontà delle parti relativa alla scelta di legge applicabile al contratto). Volgendo la nostra attenzione a
tale giurisprudenza in effetti osserviamo come in più di una decisione le Corti del Regno Unito hanno
ritenuto che la circostanza che un contratto fosse collegato ad un altro, per il quale la legge applicabile
era chiaramente individuata, costituisse un indice decisivo della volontà delle parti di sottoporre tale
primo accordo alla medesima legge.
Si è perciò ritenuto un contratto di charterparty sottoposto al diritto inglese dato che anche il
relativo bill of lading [cfr. The Adriatic [1931] 241; The Njegos [1936] 90; The San Nicholas [1976] 1
Lloyd’s Rep. 8 (C.A.); The Elli 2 [1985] 1 Lloyd’s Rep. 107 (C.A.); The Delfini [1988] 2 Lloyd’s Rep.
599, affd. [1990] 1 Lloyd’s Rep. 252 (C.A.)] era governato da tale legge, ciò in base appunto ad una
volontà implicita a tale effetto. E ancora, qualora l’esecuzione delle obbligazioni derivanti da un
determinato contratto siano garantite, obbligazioni la cui legge applicabile è ben determinata, può
essere inferito che le parti al contratto di garanzia abbiano implicitamente inteso sottoporre anche
quest’ultimo alla legge del primo (cfr. Broken Hill Pty. Co Ltd. v. Xenakis [1982] 2 Lloyd’s Rep. 304;
Mitsubishi Corp. v. Alafonzos [1988] 1 Lloyd’s Rep. 191). Un tale tipo di ricostruzione della volontà
implicita non è però così agevole nei casi di garanzia emessa in forma di performance bond, garanzia
collegata per esempio a contratti di costruzione [cfr. Attock Cement Co. Ltd. v. Romanian Bank for
Foreigh Trade [1989] 1 W.L.R. 1147 (C.A.)].
Analogamente le corti hanno ritenuto che le parti avessero effettuato una scelta implicita di legge
unitaria in caso di pluralità di contratti di assicurazione fra loro collegati, rispetto solo ad alcuni dei
quali vi era stata scelta espressa di legge [cfr. Armadora occidental S.A. v. Horace Mann Insurance
Company [1977] 1 W.L.R. 1098 (C.A.)].
Che l’approccio delle corti inglesi rimanga lo stesso anche nell’applicazione dell’art. 3-1 della
Convenzione di Roma è scarsamente dubitabile. Ciò che qui più interessa però è il rilevare
l’importanza in ambito europeo di tali precedenti all’interno di un sistema di diritto che da sempre ha
mostrato di volere risolvere i problemi di conflitti di legge in base a soluzioni molto flessibili,
decisamente aperte a valutazioni dei fenomeni economici sottostanti le operazioni giuridiche e in cui
al giudice è lasciata una discrezionalità apprezzabile, il cui esercizio prudente è sottoposto a costante
critica da quella comunità commerciale che nel suo seno fiorisce trovandovi delle risposte a livello
giuridico adeguate alle esigenze del commercio internazionale.
Non è quindi errato pensare che un medesimo tipo di approccio verrà utilizzato dai giudici dei paesi
membri della Convenzione nell’applicazione della stessa.
4. PRESTAZIONE CARATTERISTICA , COLLEGAMENTO PIÙ STRETTO E CONTRATTI COLLEGATI . Il concetto di
collegamento più stretto assume una posizione di centralità indubitabile all’interno del sistema della
Convenzione.

Il giudice, nell’indagare con quale sistema di diritto il contratto presenti tale lien le plus etroit, deve
prima individuare tutti i punti di contatto della fattispecie con i vari ordinamenti e successivamente
procedere ad una valutazione di tali indici in maniera non solo quantitativa ma anche qualitativa ai fini
di localizzare il contratto all’interno di un determinato ordinamento (in tal senso ricordiamo
BARATTA, op. cit., 186 il quale definisce tale criterio come un meccanismo di approssimazione alla
legge regolatrice scomposto in tali due fasi).
I punti di contatto che il contratto può presentare con vari ordinamenti sono di differente tipo, non
tassativi e possono concernere tanto la condizione dei soggetti – per esempio cittadinanza, domicilio,
residenza delle parti –, quanto la natura, l’oggetto e la concreta situazione – per esempio il luogo di
esecuzione della prestazione o delle prestazioni nascenti dal contratto, il luogo di residenza del
prestatore caratteristico (e questo invero assume la natura di presunzione di collegamento più stretto),
il luogo di conclusione del contratto, la moneta del pagamento, la lingua del contratto, il luogo di
situazione dell’immobile in cui si estrinseca il rapporto contrattuale (BARATTA, Commento
all’articolo 4, cit. infra, Nota bibl., 963). Proprio perché l’attenzione dell’interprete deve vertere
sull’analisi dell’essenza del rapporto e alla totalità dell’operazione che si realizza con il contratto, ne
consegue necessariamente che anche il legame con altri contratti e la connessione in insiemi negoziali
complessi debbano essere fattori presi in considerazione ai fini della ricostruzione del legame più
stretto con un determinato ordinamento.
Se un contratto è collegato ad un altro negozio sottoposto ad una determinata legge, così come nel
caso in cui una pluralità di contratti sono fra loro uniti ai fini di svolgere una operazione economica
complessa che risulta essere principalmente localizzata in un determinato paese, l’interprete deve
necessariamente tenere in considerazione tali fattori allo scopo di decidere con quale ordinamento il
contratto presenti il collegamento più stretto (SACERDOTI, 7; e VILLANI, Aspetti problematici della
prestazione caratteristica, 515, citt. infra, Nota bibl.).
Autorevole dottrina, muovendo una profonda critica al concetto di prestazione caratteristica e alla
sua idoneità a fornire delle soluzioni univoche e prevedibili nell’individuazione della legge da
applicare al contratto in mancanza di scelta, individua nel verificarsi di fenomeni di collegamento
negoziale una delle molteplici situazioni in cui la presunzione al par. 2 viene ad essere messa fuori
gioco perché inadatta a individuare la legge idonea a regolare il rapporto. Ciò è particolarmente
evidente in fenomeni di collegamento come quelli dei contratti di coassicurazione e riassicurazione,
dei contratti bancari di garanzia legati a operazioni commerciali internazionali e delle lettere di
patronage (VILLANI, op. ult. cit., 528; in tal senso si vedano anche DELI -GIARDINA, cit. infra, Nota
bibl., 273 ss., spec. 577; e GIARDINA-VILLANI , op. cit., 116) del contratto di leasing finanziario.
Tali fattori devono essere considerati alla stregua di altri punti di contatto, così che al termine
dell’analisi della pluralità dei contatti che il rapporto presenta con vari ordinamenti il giudice può
ritenere o meno che il collegamento con un altro negozio, e l’indicazione di un determinato sistema di
diritto che da ciò segue possano essere elementi sufficienti al fine della localizzazione del rapporto in
analisi all’interno di tale sistema di diritto.
Nel caso The King v. International Trustee for the Protection of Bandholders Aktiengesellschaft (in
The Law Reports, 1937, House of Lords, 500) – una delle prime sentenze britanniche in cui il concetto
di most real connection si inizia a distinguere da quello di ricerca di volontà implicita o presunta delle
parti – nel dovere giudicare sulla legge da applicare a contratti di compravendita di titoli
obbligazionari ventennali del governo britannico emessi sul mercato di New York, Lord Atkin ritenne
applicabile la legge americana giacché fra i vari elementi che deponevano a suo favore vi era la
circostanza che le obbligazioni «were secured by a pledge agreement also made in America,
performed in America by the deposit with an American company of securities», cioè erano collegate
ad un contratto sottoposto al diritto americano facendo parte di un’operazione economica complessa
localizzata negli Stati Uniti.
Lo stesso tipo di indirizzo trova conferma in una delle non numerose sentenze rese da Corti europee
relativamente all’applicazione della Convenzione di Roma e in particolare sull’operatività dell’art. 4.
Ci riferiamo alla oramai nota decisione francese (la sentenza è pubblicata in Rev. crit. dr. int. privé,
1991, 745, con nota critica di LAGARDE e in Clunet, 1992, 125 ss., con nota di FOYER, 129 ss.) della
Cour d’appel de Versailles del 6.2.1991.
L’importanza della giurisprudenza di stati esteri membri della Convenzione ai fini della completa
comprensione dell’interpretazione del testo della stessa, va al di là del mero interesse al dibattito
accademico e scientifico, per giungere ad assumere anche un valore orientativo per la giurisprudenza
nazionale. Ciò è dovuto alla circostanza che la Convenzione prevede una disposizione come l’art. 18
che afferma come «nell’interpretazione e applicazione delle norme uniformi che precedono si terrà
conto del loro carattere internazionale e dell’opportunità che siano interpretate e applicate in modo
uniforme» (su tale argomento GIARDINA, Le convenzioni internazionali di diritto uniforme nel diritto
interno; BARIATTI, citt. infra, Nota bibl.).
Si ricorda qui inoltre la firma del primo e del secondo protocollo a Bruxelles il 19.12.1988 (GUCE,
L 48, 20.12.1989), concernenti il primo l’interpretazione da parte della Corte di Giustizia di
Lussemburgo della Convenzione e il secondo l’attribuzione alla corte di tale competenza, i quali
potrebbero, qualora entrassero in vigore perché ratificati dal numero minimo di stati, fare assumere
ancora più rilievo agli orientamenti giurisprudenziali esteri ai fini della comprensione di quali
interpretazioni siano maggiormente condivise in ambito europeo (sui protocolli si veda la relazione
TIZZANO, in GUCE, C 219, 3.9.1990).
La controversia sottoposta ai giudici francesi nel caso da ultimo ricordato, riguardava la validità di
un contratto di garanzia personale (cautionemment) prestata dall’amministratore e socio di una società
francese a favore di una società italiana. Quest’ultima era d’altra parte creditrice della società francese
in esecuzione di un accordo di distribuzione esclusiva regolato dal diritto italiano e concluso in Italia.
Il garante richiedeva l’applicazione del diritto francese in base all’art. 4 della Convenzione, giacché
tale diritto prevede al contrario del diritto italiano che l’importo della fideiussione debba essere scritto
a mano dal garante, il che nella controversia in esame avrebbe comportato la nullità della fideiussione.
Proprio la mancanza di un tale requisito di forma ha sollevato le critiche della dottrina francese – che
ha commentato tale decisione – la quale ha rilevato che se pure fosse applicabile la Convenzione a tale
tipo di contratto, circostanza per altro controversa considerata la data di stipulazione del contratto, in
ogni caso l’art. 9, relativo alla forma, e non l’art. 4, avrebbe dovuto trovare applicazione (si veda
LAGARDE, FOYER, opp. citt.). Ora una serie di punti di contatto indicavano la Francia come lo stato
con cui il rapporto era maggiormente collegato e fra questi ricordiamo la cittadinanza e il domicilio
del garante, il fatto che questi possedesse immobili in Francia e, il più importante di tutti, il fatto che
la sede del garante, soggetto che svolge la prestazione caratteristica nel contratto di cautionnement,
fosse in tale paese. La corte ha applicato la legge italiana e giudicato valido il contratto di garanzia in
quanto gli elementi che indicavano che il contratto aveva un lien les plus etroit con tale diritto erano
assolutamente preponderanti. Tale tipo di soluzione è stata criticata dai sostenitori della tesi che vede
nel par. 5 dell’art. 4 una mera clausola di eccezione e si è infatti affermato che essa ampli
eccessivamente il ruolo del collegamento più stretto a scapito della prestazione caratteristica (cfr.
LAGARDE, op. cit.; GAUDEMET -TALLON, in Rev. trib. dr. europ., 1992, 529; FRIGESSI DI RATTALMA,
Le prime esperienze giurisprudenziali sulla Convenzione di Roma, cit. infra, Nota bibl.). Fra questi
elementi (ricordiamo che il contratto era stato concluso in Italia e in lingua italiana, nonché il fatto che
il creditore beneficiario aveva sede in Italia) risulta di importanza determinante la circostanza che il
rapporto di cautionnement risultava essere collegato al contratto principale di distribuzione,
quest’ultimo regolato dal diritto italiano.
La Corte non ha effettuato quindi una mera valutazione quantitativa dei differenti punti di contatto
indicanti i diversi ordinamenti, ma si è spinta in profondità a darne una valutazione qualitativa,
riconoscendo nel collegamento negoziale l’elemento dal maggior peso (si veda la motivazione della
sentenza della Cour d’appel de Versailles, 6.2.1991, cit., 747).
Tale decisione ha quindi confermato l’ipotesi proposta che vede il collegamento negoziale operare
alla stregua di altri punti di contatto, con maggiore o minore peso a seconda del caso di specie, in quel
«processo di approssimazione» che è delineato dall’art. 4 della Convenzione.
5. POSSIBILI CRITICHE A TALE IMPOSTAZIONE . Indubbiamente, la soluzione delineata in precedenza
non è andata esente da pressanti critiche, le quali si muovono essenzialmente su due diversi piani
argomentativi.

Prima di tutto vi è chi rileva come non sia affatto da escludere una rilevanza del collegamento
negoziale ai fini della disciplina di conflitto dei contratti connessi, ma certo non è attraverso una
interpretazione dell’art. 4-5 della Convenzione come criterio centrale della Convenzione che si può
prendere in considerazione un tale fenomeno, in ciò confortati da altre decisioni di corti di stati
membri della Convenzione che hanno accolto l’interpretazione dell’art. 4 ponendo al centro il criterio
del collegamento più stretto (per una puntuale analisi di queste decisioni LUPONE, cit. infra, Nota
bibl.; BARATTA, Commento all’articolo 4, cit.).
Il timore che la presunzione della sede del prestatore caratteristico sia superata con troppa facilità,
conducendo ad una situazione di incertezza, gioca la parte principale in tale tipo di critica. La tematica
centrale è, come indicato nelle parole di LAGARDE (op. cit., 750) «de savoir si la clause d’exception
doit, comme son nom l’indique, demeurer d’application exceptionelle ou si elle peut être utilisée si
largement qu’elle rende purement théorique la prèsomption en faveur de la loi de la residence
habituelle de la partie qui fournie la prestation characteristique».
Con ciò però non si nega del tutto valore al collegamento contrattuale, ma lo si porta ad operare a
diverse condizioni [LAGARDE, op. cit., 751, il quale critica più il percorso seguito dalla corte per
giungere alla designazione della legge italiana (legge che sarebbe stata applicabile in base al vecchio
diritto internazionale privato francese in materia di cautionnement e che rendeva il contratto valido),
piuttosto che la scelta in sé, la quale anzi sembra da questi essere condivisa e giustificata in base ad un
altro percorso logico].
Analogamente per la dottrina italiana, che ha tratto dalla decisione della Cour de Versailles spunto
per riflessioni sull’art. 4 si confronti quanto afferma FRIGESSI DI RATTALMA, op. cit., 55), il quale, se
pur si compiace della scelta nel senso della non dichiarazione di invalidità del contratto che accoglie le
istanze di semplificazione dei requisiti di validità formale di contratti avanzate nella prassi
internazionale, pur tuttavia critica il modo in cui vi si è giunti.
Si riconduce quindi la connessione fra contratti all’interno della concezione dell’art. 4 come
clausola d’eccezione e conseguentemente si considera tale fenomeno non più come un elemento di
contatto da valutare assieme ad altri e la cui importanza e decisività ai fini dell’individuazione della
legge applicabile può variare a seconda del caso, bensì come una di quelle circostanze la cui
«eccezionalità» sola giustifica il superamento della presunzione dell’art. 4-2.
Un diverso tipo di critica è invece sollevato da chi in generale nega al collegamento negoziale, al di
fuori del rilievo economico di tale tipo di fenomeno, qualsivoglia rilevanza giuridica, o limita
quest’ultima a problematiche giuridiche estranee però alle tematiche della disciplina di conflitto
dell’insieme complesso.
Sempre in tema di garanzie personali si veda anche la dottrina tedesca (M ARTINY-REITHMANN, cit.
infra, Nota bibl., 507) ha affermato che la normale applicazione della legge dello Stato in cui il
prestatore ha la propria residenza può essere superata solo qualora la garanzia sia talmente legata ad
altre operazioni che il diritto del paese del prestatore caratteristico deve essere «cancellato».
Più in generale invece per la dottrina italiana si confronti l’opinione del BALLARINO (op. cit., 612) il
quale, fermo sostenitore dell’interpretazione dell’art. 4-5 come mera clausola di eccezione, afferma
«la possibilità di superare la presunzione (al paragrafo 2) in considerazione del vincolo di accessorietà
o interdipendenza che esiste tra diversi contratti nel quadro di un’operazione più complessa».
Similmente M AGAGNI (cit. infra, Nota bibl. 473) il quale, se pur uno dei più strenui difensori della
centralità del concetto di prestazione caratteristica nel sistema della Convenzione, discutendo delle
tematiche relative alla applicazione della presunzione al paragrafo 2 ai contratti di riassicurazione,
afferma che in quel caso, come in altre situazioni di «contratti strettamente connessi con altri
contratti», la presunzione vada superata per poter, ex art. 4 par. 5, applicare la legge del contratto
collegato, essendo con tale ordinamento presente il collegamento più stretto.
È evidente che in un tale tipo di approccio, perché si giunga a superare la presunzione, è richiesta
l’esistenza di un nesso di collegamento di intensità consistente e decisamente più caratterizzante del
tipo di legame funzionale che potrebbe invece essere preso in considerazione, alla stregua di altri
punti di contatto, nel meccanismo di approssimazione dell’art. 4-5.
Specie poi in relazione a controversie aventi ad oggetto contratti di garanzia o altri contratti bancari,
forte è stata in passato l’opposizione di una certa dottrina all’accoglimento di soluzioni del tipo di
quella che poi la Cour de Versailles ha consacrato nella sua oramai famosa decisione del 6.2.1991.
È evidente come in tali critiche (a favore della tesi del collegamento indipendente si veda RADICATI
DI BORZOLO, cit. infra, Nota bibl. nonché FRIGESSI DI RATTALMA , I contratti bancari, cit. infra, Nota
bibl., 151 ss., in part. 160. Tali aa. fanno riferimento, per trovare conferma alle loro affermazioni, al
testo stesso della Relazione Giuliano-Lagarde lì ove viene affermato che per il contratto di
fideiussione la prestazione caratteristica è quella garante, con ciò, secondo l’avviso degli autori,
volendosi implicitamente negare ogni rilevanza a vincoli di accessorietà o strumentalità nel
collegamento negoziale ai fini della disciplina di conflitto di tali tipi di contratti) è sicuramente
individuabile la preoccupazione delle parti cosiddette «forti» di tali tipi di contratti le quali, essendo le
debitrici della prestazione caratteristica in tali rapporti, sono riluttanti a vedere la propria legge non
applicata in favore diversamente della legge del rapporto principale a cui l’accordo di cui sono parti è
collegato (osserva acutamente JESSURUN D’OLIVEIRA, cit. infra, Nota bibl., 327, come la teoria della
prestazione caratteristica sia stata sviluppata in un paese come la Svizzera «ricco di albergatori e
fabbriche di orologi», ma, si aggiunga, anche di banche, di società finanziarie e di leasing.
Analogamente cfr. GIARDINA, Volontà delle parti, prestazione caratteristica e collegamento più
stretto, cit. infra, Nota bibl.).
Ecco quindi che il riconoscimento del nesso di collegamento ai fini della sottoposizione dei contratti
accessori e strumentali alla legge del contratto principale, oltre a rispondere a delle esigenze obiettive
di applicazione dell’art. 4 della Convenzione, in conformità con la centralità che il concetto di
collegamento più stretto riveste all’interno del sistema della Convenzione, potrebbe trovare una
giustificazione nell’esigenza di volere superare dei criteri di scelta della legge applicabile che vadano
troppo a disfavore della parte debole del rapporto contrattuale (si osservi come una tale esigenza sia
stata sentita dai redattori della Convenzione i quali hanno previsto norme di conflitto speciali agli artt.
5 e 6 per i contratti con i consumatori e i lavoratori, parti deboli per eccellenza. Per ulteriori
approfondimenti sulla funzione delle norme di conflitto ai fini di tutela del contraente debole si rinvia
all’interessantissimo corso di POCAR, cit. infra, Nota bibl.).
Diversamente però in altre fattispecie di collegamento negoziale, e ci riferiamo qui in particolare a
quelle di sub-contratti, ove il contraente forte è la maggior parte delle volte il soggetto che conclude il
contratto principale con il primo contraente, soggetto che riesce quasi sempre a imporre la propria
legge come quella applicabile al contratto (si pensi per esempio a contratti di appalto per la
costruzione di opere pubbliche in cui il committente sia un ente pubblico o una entità privata di
notevoli dimensioni, a cui accedano una serie di sub-contratti di fornitura e appalto). Al verificarsi di
tali circostanze può essere comprensibile il timore dei sub-contraenti di vedere i propri contratti, a
causa del collegamento strutturale, assorbiti interamente dalla disciplina dell’accordo a cui sono
collegati. I sub-contraenti, infatti, benché esercitino le proprie attività in forma professionale, sono pur
sempre da considerare contraenti deboli vis à vis il committente principale.
In tali casi, però, senza volere negare rilevanza al vincolo di collegamento del sub-contratto con il
contratto principale, si può osservare come la Convenzione preveda degli strumenti atti a tutelare la
posizione della parte debole. È infatti attraverso l’operatività di norme quali quelle previste agli artt.
3-3 e 7 che si può cercare di dare nel sistema della Convenzione il giusto rilievo a tale bisogno di
protezione, procedendo all’applicazione secondo modalità differenti della legge nel contraente debole.
Ecco quindi che disposizioni relative all’esecuzione di contratti di costruzione, volte a garantire la
sicurezza e la qualità delle stesse, o intese a salvaguardare una certa qualità e livello di sicurezza sul
posto di lavoro, o riguardanti la disciplina degli appalti di opere pubbliche, o ancora determinate
normative sul controllo delle esportazioni, tutte norme che possono sicuramente rientrare nelle
categorie di lois de police o di norme imperative (SARAVALLE, Conflitti di leggi nei contratti
internazionali di costruzione, cit. infra, Nota bibl.) vanno a integrare la disciplina di tali tipi di
contratti collegati, evitando così alle parti di essere altrimenti «catturate» dal diritto del contratto
principale con tutte le conseguenze che da un tale evento potrebbero derivare.

Nota bibliografica
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