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Capitolo 1

INTRODUZIONE

1.1. LA GESTIONE DEI RIFIUTI

1.1.1. Inquadramento legislativo

Nonostante siano numerose le norme emanate in materia, sia a livello comunitario che
nazionale, dei singoli stati membri, la produzione di rifiuti in Europa è in costante
crescita a causa dell’aumento dei consumi, dell’incremento della popolazione nelle aree
urbane e del progredire dello sviluppo industriale.
Il problema della gestione dei rifiuti ha assunto negli anni un rilievo sempre maggiore
all’interno dell’Unione Europea, tuttavia in questo settore si incontrano una serie di
difficoltà legate all’impossibilità di prevedere esattamente l’evoluzione spazio-temporale
della produzione dei rifiuti, e alla complessità degli aspetti tecnologici delle operazioni di
smaltimento. La produzione di rifiuti, inoltre, è spesso considerata un “male inevitabile”
e ciò porta a concentrare l’attenzione principalmente sul problema dello smaltimento;
nella maggioranza degli stati membri, infatti, la discarica resta il metodo più utilizzato,
anche perchè più semplice e più vantaggioso dal punto di vista economico.
Per un corretto orientamento delle scelte gestionali è necessaria invece una visione
globale del sistema rifiuti, mettendo al centro del sistema non il problema dello
smaltimento, ma le questioni della produzione e della differenziazione e quindi la
possibilità di influenzarle.
L’interesse per il settore dei rifiuti si è sviluppato in Europa a partire dai primi anni 70 di
pari passo con la politica per la tutela dell’ambiente; in particolare l’attenzione è stata
rivolta proprio alla necessità di prevenirne la produzione e di ridurne la pericolosità,
nonché di incentivare e agevolare il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero. Lo smaltimento
in discarica resta quindi la soluzione più estrema, da adottare solo nel caso in cui non
siano possibili tali operazioni.
Gli obiettivi sopra citati si ritrovano nella direttiva 75/442/CEE, il primo atto normativo
comunitario in materia, in cui si definisce il rifiuto come “qualsiasi sostanza od oggetto
di cui il detentore si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi secondo le disposizioni nazionali
vigenti”, senza tuttavia introdurre alcuna classificazione dei rifiuti stessi.
La direttiva impegna gli stati membri a regolamentare il settore della gestione dei rifiuti,
inteso come l’insieme delle operazioni di raccolta, trasporto, cernita, trattamento,
deposito sul o nel suolo, nonché delle operazioni necessarie al riutilizzo, al recupero e
al riciclaggio, tenendo presente gli obiettivi dettati a livello comunitario.
Negli anni successivi sono stati necessari ulteriori interventi legislativi al fine di
adeguarsi all’evolversi della situazione ambientale e agli sviluppi in campo tecnico e
scientifico; il proliferare della normativa in materia ha però portato alla creazione di un
sistema piuttosto complesso, che la direttiva 91/156/CEE si è proposta di riordinare.
Tale direttiva individua, nella tutela della salute pubblica e dell’ambiente e nel recupero
e riutilizzo dei rifiuti, le finalità che devono essere perseguite da ogni atto normativo
riguardante il settore della gestione dei rifiuti. A tale scopo prescrive che le imprese che
si occupano di rifiuti vengano sottoposte a procedure autorizzative, e che gli stati
membri promuovano politiche per il riciclaggio e il recupero nonché per la riduzione
della produzione dei rifiuti e per l’utilizzo di tecnologie pulite.

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Viene data una nuova definizione di rifiuto, inteso come ”qualsiasi sostanza od oggetto
che rientri nelle categorie riportate nell’allegato 1 della direttiva e di cui il detentore si
disfi o abbia l’obbligo di disfarsi” (tuttavia l’elenco fornito non è tassativo ed è inclusa
nella definizione anche “qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle
categorie sopra elencate”).
Si introduce poi il concetto di “gestione” con cui si intendono, oltre alle attività di
raccolta, trasporto e smaltimento, anche i controlli sullo svolgimento di tali attività e
delle discariche dopo la loro chiusura; viene inoltre ridimensionato il concetto di
smaltimento, che non include più le operazioni di riutilizzo, recupero e riciclaggio
(sottoposte ad una normativa a parte).
La direttiva impone agli stati membri la redazione di appositi piani di gestione,
riguardanti tutto ciò che concerne i rifiuti da smaltire o recuperare, in cui vengano
analizzate le singole attività coinvolte nel settore. Si deve quindi tendere al
raggiungimento dell’autosufficienza, sia a livello comunitario che dei singoli stati
membri, mediante la creazione di un sistema integrato di attività che tenga peraltro
conto delle migliori tecnologie disponibili a costi ragionevoli (BAT).
Un altro aspetto molto importante introdotto da questa direttiva è relativo ai controlli cui
periodicamente devono essere sottoposte le imprese operanti nel settore dei rifiuti da
parte delle autorità competenti; le imprese sono inoltre obbligate a registrare tutte le
informazioni relative all’origine, alla quantità, alla natura, al mezzo di trasporto e alle
modalità di trattamento dei rifiuti.
Le prime disposizioni comunitarie in materia di rifiuti sono state recepite in Italia dal
DPR 915/1982 e successive modifiche; il decreto col termine rifiuto intende “qualsiasi
sostanza od oggetto derivante da attività umana o da cicli naturali abbandonato o
destinato all’abbandono” e gli obiettivi principali cui mirare nell’ attività di gestione dei
rifiuti sono individuati nell’ evitare ogni danno o pericolo per la salute e la sicurezza,
ogni rischio di inquinamento di aria, acqua, suolo e sottosuolo, ogni altra forma di
degrado dell’ambiente o del paesaggio, ogni inconveniente derivato dall’emissione di
rumori e odori nonché nell’assicurare la salvaguardia della flora e della fauna.
I rifiuti vengono classificati in urbani, speciali e tossici/nocivi (successivamente sono
state introdotte altre categorie di rifiuti quali: urbani pericolosi, industriali e ospedalieri).
Il decreto ribadisce l’obbligo di autorizzazione per le imprese coinvolte nel settore, che
sono inoltre tenute alla compilazione di un registro di carico e scarico, e l’obbligo per i
trasportatori di tenere un formulario di identificazione del rifiuto.
In attuazione alle direttive comunitarie 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti
pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, il legislatore italiano è
intervenuto con il decreto legislativo 22/1997, noto anche come decreto Ronchi, che a
suo tempo ha rappresentato una novità importante per l’introduzione di concetti basilari
che ancora oggi rappresentano il punto di riferimento per la “gestione dei rifiuti”.
Tale decreto si basa su tre principi: recupero, riutilizzo e riciclo; lo scopo finale è quello
di ridurre al minimo la quantità di rifiuti da smaltire in discarica, mediante la prevenzione
della loro produzione. Il perseguimento di tali obiettivi sarebbe possibile anche
applicando una serie di indicazioni tecnico-economiche come lo sviluppo di tecnologie
pulite, la valutazione dell’impatto di un prodotto durante l’intero ciclo di vita,
l’introduzione sul mercato di prodotti che non contribuiscano ad aumentare la quantità e
il volume dei rifiuti, la loro pericolosità e capacità di inquinamento e lo sviluppo di
tecniche per l’eliminazione delle sostanze pericolose contenute nei rifiuti.
Ai fini di una corretta gestione il decreto impegna quindi le autorità competenti a favorire
la riduzione dello smaltimento finale attraverso: il riutilizzo, il riciclo e altre forme di
recupero per ottenere materia prima seconda dai rifiuti; l’adozione di misure
economiche e la determinazione di condizioni di appalto che prevedano l’impiego di

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materiali recuperati per favorire il mercato degli stessi; l’impiego dei rifiuti come
combustibile o come altro mezzo per produrre energia.
Lo smaltimento in discarica deve essere effettuato in condizioni di sicurezza; esso
costituisce la fase residuale del ciclo e va attuato con ricorso ad una rete integrata e
adeguata di impianti, al fine di:

• realizzare l’autosufficienza dello smaltimento entro Ambiti Territoriali Ottimali (ATO),


ovvero aree al cui interno si realizza una gestione unitaria dei rifiuti e che
solitamente corrispondono al territorio provinciale;
• permettere lo smaltimento in uno degli impianti adatti più vicini, al fine di ridurre la
movimentazione dei rifiuti;
• utilizzare i metodi e le tecnologie più idonei a garantire un alto grado di protezione
dell’ambiente e della salute pubblica che non comportino costi eccessivi.

Tra gli obiettivi che si prefigge il decreto si trovano scadenze temporali ben precise,
cosi come indicate in tabella 1.1:

Tabella 1.1 - Obiettivi da perseguire nello smaltimento dei rifiuti (decreto Ronchi)
dal 1 gennaio 1999: dal 1 gennaio 2000: entro il 3 marzo 2001: dal marzo 2003:
la realizzazione di nuovi è consentito smaltire in deve essere assicurata deve essere assicurata
impianti di incenerimento è discarica solo i rifiuti inerti in ogni ATO una in ogni ATO una
autorizzata solo con recupero e quelli che residuano da raccolta differenziata di raccolta differenziata di
di energia operazioni di recupero e R.U. pari almeno al 25% R.U. pari almeno al 35%
riciclaggio
lo smaltimento dei rifiuti
urbani non pericolosi in
regioni diverse è vietato salvo
accordi

è soppressa la tassa per lo


smaltimento dei rifiuti ed è
sostituita dall’istituzione di
una tariffa entro il 3 marzo
1999

deve essere assicurata in


ogni ATO una raccolta
differenziata di R.U. pari
almeno al 15%

Al fine di incentivare la raccolta differenziata, il decreto sopprime la tassa per lo


smaltimento dei rifiuti e istituisce una tariffa costituita da due quote, una determinata in
relazione alle componenti fisse del costo del servizio e una in relazione alla quantità di
rifiuti conferiti e al servizio fornito. Nella determinazione della tariffa vanno considerate
delle agevolazioni per le utenze domestiche e per la raccolta differenziata.
Un concetto fondamentale introdotto dal decreto è quello di gestione integrata dei rifiuti,
una nozione più ampia del semplice smaltimento, che distingue le seguenti attività
coinvolte nel settore:

• raccolta: prelievo, cernita, raggruppamento per il trasporto;


• trasporto: per avviare i rifiuti al recupero o allo smaltimento;
• recupero: per rigenerare e riciclare i rifiuti, per produrre energia (operazioni previste
nell’allegato C);
• deposito temporaneo;

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• smaltimento: incenerimento, conferimento in discarica (operazioni previste
nell’allegato B);
• controllo delle discariche dopo la chiusura;
• controllo di tali operazioni.

Il decreto obbliga il produttore dei rifiuti e i soggetti che effettuano le operazioni di


raccolta e trasporto o le operazioni di recupero e smaltimento, a tenere un registro di
carico e scarico su cui annotare l’origine e la destinazione dei rifiuti, le loro
caratteristiche quantitative e qualitative, i dati relativi al trasportatore, la data di carico e
scarico e il tipo di trattamento impiegato.
Durante il trasporto i rifiuti devono essere accompagnati dal formulario di
identificazione, redatto in quattro copie dal produttore, il quale ne conserva una; le altre
tre, controfirmate e datate in arrivo dal destinatario, sono acquisite una dal destinatario
stesso e due dal trasportatore, quest’ultimo provvederà a riconsegnarne una al
produttore. Nel formulario vanno annotati i dati relativi al produttore, al destinatario e al
trasportatore, e i dati relativi all’origine, alla tipologia e alla quantità dei rifiuti trasportati.
In base a quanto prescritto a livello comunitario il decreto impone che gli impianti che si
occupano di recupero e smaltimento dei rifiuti vengano sottoposti a procedure
autorizzative, in modo tale da individuare con precisione: i tipi e i quantitativi di rifiuti da
conferire, il metodo di trattamento e i requisiti tecnici dell’impianto, le precauzioni per la
sicurezza, i limiti di emissione in atmosfera e le garanzie finanziarie.
Il decreto Ronchi cerca quindi di integrare le politiche di tutela dell’ambiente, dello
sviluppo sostenibile e della salute dell’uomo con le regole del mercato, che vedono il
rifiuto come una risorsa da reinserire, tal quale o trattata, nel ciclo economico e
produttivo.
L’evoluzione successiva della normativa nazionale riguardante la gestione dei rifiuti ha
portato a una serie di provvedimenti, estremamente complessi da razionalizzare.
Un tentativo di riordinare il corpo normativo ambientale italiano è stato fatto di recente
mediante il decreto legislativo 152/2006 “Norme in materia ambientale”, emesso
come testo unico di riferimento per l’intero settore. Alla sua entrata in vigore è seguita la
pubblicazione di numerosi decreti attuativi al fine di abrogare la normativa precedente e
permettere agli operatori del settore di riferirsi al solo testo unico e ai suoi decreti.
(Diciassette decreti attuativi sono stati dichiarati giuridicamente non produttivi di effetti
nel giugno 2006: a meno di due mesi dall’entrata in vigore del testo unico l’operazione
di razionalizzazione sembra essere già naufragata essendosi di fatto complicato il
quadro normativo ed essendo già in atto una discussione sulle modifiche da apportare
al testo del decreto stesso.)
Lo schema a blocchi riportato in figura 1.1 riassume l’organizzazione di base del settore
della gestione dei rifiuti:

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compost
grigio
fraz. umida COMPOSTAGGIO

Raccolta energia
indifferenziata SELEZIONE CDR TERMOVALORIZZAZION elettrica
E e calore
fraz. inerte DISCARICA

organico COMPOSTAGGIO compost


verde
Raccolta carta e SELEZIONE E scarti
differenziata cartone TRATTAMENTO prodotti
cellulosic
SELEZIONE E
multimateriale TRATTAMENTO vetro, plastica,
alluminio, ecc.

Raccolta PIATTAFORMA
ingombranti DI SELEZIONE ferro, legno, ecc.

Figura 1.1 – Organizzazione di base del settore del trattamento dei rifiuti

1.1.2. Definizione e classificazione dei rifiuti

La corretta identificazione di ciò che è compreso nella definizione di rifiuto è


fondamentale per individuare cosa sia soggetto alla normativa in vigore.
Secondo i sostenitori della teoria oggettivistica “il rifiuto deve essere qualificato, sempre
e in ogni caso, come il residuo derivante da un’attività d’impresa o da un ciclo di
consumo, quando non sia più utilizzabile dal produttore (all’interno del suo ciclo
tecnologico) o dal consumatore”, per cui, secondo tale definizione, anche le materie
prime seconde vengono considerate rifiuti.
Per la teoria soggettivistica invece “la nozione di rifiuto è strettamente collegata alla
volontà del produttore o del consumatore di abbandonare o destinare all’abbandono un
determinato residuo”.
La definizione italiana di rifiuto si diversifica da quella europea; rispetto alla direttiva
75/442/CE, che ha un’ impostazione oggettivistica, il DPR 915/82 affianca a un criterio
oggettivo di identificazione (abbandonato) un parametro soggettivo (destinato
all’abbandono). Nella normativa italiana è stata introdotta quindi la definizione di
“materie prime seconde” per i residui riutilizzabili, e la possibilità di applicare su questi
procedure semplificate e/o alternative.
Secondo la definizione del decreto Ronchi, ripresa dal decreto legislativo 152/2006, è
da considerarsi rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto nelle categorie riportate nell’
allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia
deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”. E’ da intendere:

• si disfi: qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una


sostanza, un materiale o un bene sono avviati o sottoposti ad attività di smaltimento
o di recupero, secondo gli allegati B e C;
• abbia deciso: la volontà di destinare ad operazioni di smaltimento o di recupero
sostanze, materiali o beni secondo gli allegati B e C;

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• abbia l’obbligo di disfarsi: l’obbligo di avviare un materiale, una sostanza o un bene
ad operazioni di recupero o di smaltimento, stabilito da una disposizione di legge o
da un provvedimento delle pubbliche autorità o imposto dalla natura stessa del
materiale, della sostanza e del bene o dal fatto che i medesimi siano compresi nell’
elenco dei rifiuti pericolosi di cui all’allegato D.

Non ricorre la decisione di disfarsi per beni o sostanze e materiali residuali di


produzione o di consumo quando:

• gli stessi possono essere e sono effettivamente riutilizzati nel medesimo o in


analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento di
trattamento e senza recare pregiudizio sull’ambiente;
• gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel
medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, dopo aver subito un
trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di
recupero tra quelle individuate nell’allagato C.

In tabella 1.2 sono riportate le categorie di rifiuti così come specificate all’allegato A del
decreto Ronchi:

Tabella 1.2 – Categorie di rifiuti (allegato A del decreto Ronchi)


Q1 Residui di produzione o di consumo in appreso non specificati
Q2 Prodotti fuori norma
Q3 Prodotti scaduti
Sostanze accidentalmente riversate, perdute o aventi subito qualunque altro incidente, compresi tutti i
Q4
materiali, le attrezzature,ecc. contaminanti in seguito all’incidente in questione
Sostanze contaminate o insudiciate in seguito ad attività volontarie (ad esempio residui di operazioni di
Q5
pulizia, materiali da imballaggio, contenitori,ecc.)
Q6 Elementi inutilizzabili (ad esempio batterie fuori uso, catalizzatori esausti,ecc.)
Sostanze divenute inadatte all’impiego (ad esempio acidi contaminanti, solventi contaminanti, Sali da
Q7
rinverdimenti esauriti, ecc.)
Q8 Residui di processi industriali (ad esempio scorie, residui di distillazione,ecc.)
Residui di procedimenti antinquinamento (ad esempio fanghi di lavaggio di gas, polveri di filtri dell’ aria,
Q9
filtri usati,ecc.)
Q10 Residui di lavorazione/sagomatura (ad esempio trucioli di tornitura o di fresatura, ecc.)
Residui provenienti dall’estrazione e dalla preparazione delle materie prime (ad esempio residui
Q11
provenienti da attività minerarie o petrolifere, ecc.)
Q12 Sostanze contaminate (ad esempio olio contaminante da PCB, ecc.)
Q13 Qualunque materia, sostanza o prodotto la cui utilizzazione è giuridicamente vietata
Prodotti di cui il detentore non si serve più (ad esempio articoli messi fra gli scarti dell’agricoltura, dalle
Q14
famiglie, dagli uffici, dai negozi, dalle officine, ecc.)
Q15 Materie, sostanze o prodotti contaminanti provenienti da attività di riadattamento di terreni
Q16 Qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate

Una volta definito il concetto di rifiuto è necessario procedere ad una classificazione, in


quanto i sistemi specifici di recupero e/o di smaltimento sono definiti in relazione alla
tipologia di rifiuto da trattare. Il decreto Ronchi abbandona la tripartizione tra rifiuti
urbani, speciali e tossici/nocivi proposta dal DPR 915/82 e classifica i rifiuti in base alla
loro origine in urbani e speciali, entrambe le categorie si dividono poi in rifiuti pericolosi
e non pericolosi. (La classificazione è limitata a un numero ristretto di rifiuti; per casi
particolari come i rifiuti radioattivi, le sostanze di origine animale, i fanghi di agricoltura, i
fertilizzanti o i rifiuti sanitari e infettivi, bisogna fare riferimento ad altre normative).

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In particolare, sono compresi nella definizione di rifiuti urbani:

• i rifiuti domestici (anche ingombranti,es. elettrodomestici e mobili);


• i rifiuti speciali assimilati agli urbani;
• i rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade;
• i rifiuti giacenti sulle strade, sulle spiagge e sulle rive dei fiumi;
• i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi (es. giardini, parchi e aree cimiteriali);
• i rifiuti provenienti da attività cimiteriali (es. esumazioni ed estumulazioni).

Sono invece rifiuti speciali:

• i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione e i rifiuti pericolosi da attività


di scavo;
• i rifiuti provenienti da attività agricole e agro-industriali;
• i rifiuti da lavorazioni industriali, artigianali e commerciali;
• i rifiuti da attività di servizio;
• i rifiuti derivanti da attività sanitarie;
• i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti;
• i veicoli a motore, i rimorchi o simili fuori uso e loro parti;
• i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti.

Per procedere alla classificazione in base alla pericolosità, oltre al criterio dell’origine
del rifiuto, bisogna considerare anche quello del contenuto di sostanze pericolose; si fa
quindi riferimento alla composizione dei rifiuti e ai valori di concentrazione di tali
sostanze.
Con la decisione della commissione 94/3/CE è stato istituito il Catalogo Europeo dei
Rifiuti (CER) in cui questi sono catalogati in base alla loro origine; tuttavia “un rifiuto
inserito nel CER può non essere considerato un rifiuto in tutte le circostanze ma
soltanto quando soddisfa la definizione di rifiuto”.
Nel CER i rifiuti sono identificati da un codice di sei cifre, suddivise in gruppi di due e
riferite all’attività produttiva che li ha generati. Il catalogo è suddiviso in sezioni (definite
da codici a due cifre), ciascuna delle quali presenta delle sottosezioni (definite da codici
a quattro cifre), a loro volta suddivise in categorie (codici a sei cifre); ogni categoria
individua le diverse tipologie di rifiuti ed è riferita o a una sostanza specifica o a famiglie
più ampie di rifiuti. Quelli pericolosi sono contrassegnati da un asterisco (*) posto alla
fine dei sei numeri del codice, e sono stati considerati tali in base alle proprietà chimico-
fisiche note e al processo produttivo che li ha generati.
In tabella 1.3 è riportato l’elenco delle sezioni in cui è suddiviso il CER (prime due cifre
del codice):

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Tabella 1.3 – Sezioni in cui è suddiviso il CER (allegato A del decreto Ronchi)
01 Rifiuti derivanti da prospezione, estrazione da miniera o cava, nonché dal trattamento chimico di minerali
Rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquicoltura, selvicoltura, caccia e pesca, trattamento e
02
preparazione da alimenti
03 Rifiuti della lavorazione del legno e della produzione di panelli, mobili, polpa, carta e cartone
04 Rifiuti della lavorazione di pelli e pellicce e dell’industria tessile
05 Rifiuti della raffinazione del petrolio, purificazione del gas naturale e trattamento pirolitico del carbone
06 Rifiuti dei processi chimici inorganici
07 Rifiuti dei processi chimici organici
Rifiuti della produzione, formulazione, fornitura ed uso do rivestimenti (pitture, vernici e smalti vetrati),
08
adesivi, sigillati e inchiostri per stampa
09 Rifiuti dell’industria fotografica
10 Rifiuti provenienti dai processi termici
Rifiuti prodotti dal trattamento chimico superficiale a da rivestimento di metalli ed altri materiali;
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idrometallurgia non ferrosa
12 Rifiuti prodotti dalla lavorazione e dal trattamento fisico e meccanico superficiale di metalli e plastica
13 Oli esauriti e residui di combustibili liquidi (tranne oli commestibili 05 e 12)
14 Solventi organici, refrigeranti e propellenti di scarto (tranne le voci 07 e 08)
15 Rifiuti di imballaggio, assorbenti,stracci, materiali filtranti e indumenti protettivi (non specificati altrimenti)
16 Rifiuti non specificati altrimenti nell’elenco
17 Rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione (compreso il terreno proveniente da siti contaminanti)
Rifiuti prodotti dal settore sanitario e veterinario o da attività di ricerca collegate (tranne rifiuti di cucina e di
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ristorazione che non derivino direttamente da trattamento terapeutico
Rifiuti prodotti da impianti di trattamento dei rifiuti, impianti di trattamento delle acque reflue fuori sito,
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nonché dalla potabilizzazione dell’acqua e dalla sua preparazione di uso industriale
Rifiuti urbani (rifiuti domestici e assimilabili prodotti da attività commerciali e industriali nonché dalle
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istituzioni) inclusi i rifiuti della raccolta differenziata

1.2. DISCARICHE PER RIFIUTI

1.2.1. Inquadramento legislativo

Come precedentemente descritto, le strategie europee di gestione dei rifiuti hanno


definito una gerarchia di priorità in quest’ordine:

• riduzione;
• riciclaggio di materia;
• recupero energetico;
• minimizzazione dello smaltimento.

La direttiva 442/75/CE non definisce in modo chiaro le priorità tra riciclaggio e recupero
energetico; l’articolo 3 impone infatti agli stati membri di promuovere “prevenzione,
riciclaggio, e trattamento del rifiuto al fine di ottenere materia ed energia”, tale
formulazione sembrerebbe non dare alcuna preferenza al riciclaggio sul recupero
energetico. Le risoluzioni successive, in modo esplicito, hanno invece dato priorità alla
raccolta differenziata volta al riciclaggio rispetto al recupero energetico, che va adottato
per i materiali non riciclabili, ed entrambe tali azioni devono essere privilegiate rispetto
allo smaltimento in discarica.
Ciò nonostante in molti paesi europei la discarica resta largamente utilizzata; tale
metodo prevede lo stoccaggio definitivo dei rifiuti per strati sovrapposti, allo scopo di
facilitare la fermentazione della materia organica.
La direttiva 99/31/CE, relativa alle discariche di rifiuti, prevede dei rigidi requisiti
tecnico-operativi al fine di prevenire o ridurre al minimo gli impatti negativi sull’ambiente
generati sia durante il periodo di attività che in fase di post-chiusura. Il principale

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obiettivo che si pone la direttiva è la progressiva riduzione della quantità di rifiuti
biodegradabili conferiti in discarica:

• entro il 2004, al 75% in peso del totale prodotto nel 1995;


• entro il 2007, al 50% in peso del totale prodotto nel 1995;
• entro il 2014, al 35% in peso del totale prodotto nel 1995.

Entro due anni dal recepimento della direttiva stessa gli stati membri sono tenuti ad
elaborare specifiche strategie finalizzate a tali obiettivi e incentrate sul riciclaggio, sul
trattamento biologico e sul recupero di materia e di energia. Un ulteriore elemento di
rilievo introdotto da questa norma è l’obbligo che i rifiuti siano sottoposti a trattamento
(anche semplice selezione) prima dello smaltimento in discarica, ciò allo scopo di
ridurne il volume e la pericolosità.
Il decreto specifica altresì i requisiti generali validi per tutte le categorie di discariche
(allegato 1), le procedure di ammissione dei rifiuti (allegato 2) e le procedure di
sorveglianza e controllo nelle fasi operativa e post-operativa (allegato 3).
Il Governo Italiano ha recepito le disposizioni europee con il decreto legislativo
36/2003, la cui entrata in vigore ha rappresentato un completamento delle novità
introdotte dal decreto Ronchi. Anche questo decreto è infatti orientato alla riduzione
della quantità di rifiuti destinati alle discariche e stabilisce nuovi requisiti tecnico-
operativi per le discariche al fine prevenire e ridurre al minimo le ripercussioni negative
sull'ambiente, con particolare attenzione all'inquinamento delle acque superficiali, delle
acque sotterranee, del suolo e dell'atmosfera, nonché ai possibili rischi per la salute
umana.
In merito all’aspetto della riduzione quantitativa dei rifiuti conferibili in discarica ed alla
loro composizione fisica è ribadita la necessità dell’iter di selezione-cernita e
inertizzazione. Riguardo invece alla frazione biodegradabile dei rifiuti urbani conferiti in
discarica, il decreto fissa obiettivi specifici di progressiva riduzione da raggiungersi a
livello di ogni ATO:

• entro il 2008, inferiore a 173 kg/anno per abitante;


• entro il 2011, inferiore a 115 kg/anno per abitante;
• entro il 2018, inferiore a 81 kg/anno per abitante.

La discarica viene definita come “un’area adibita a smaltimento dei rifiuti mediante
operazioni di deposito sul suolo o nel suolo, compresa la zona interna al luogo di
produzione dei rifiuti adibita allo smaltimento dei medesimi da parte del produttore degli
stessi, nonché qualsiasi area ove i rifiuti sono sottoposti a deposito temporaneo per più
di un anno. Sono esclusi da tale definizione gli impianti in cui i rifiuti sono scaricati al
fine di essere preparati per il successivo trasporto in un impianto di recupero,
trattamento o smaltimento, e lo stoccaggio di rifiuti in attesa di recupero o trattamento
per un periodo inferiore a tre anni come norma generale, o lo stoccaggio di rifiuti in
attesa di smaltimento per un periodo inferiore a un anno”.
In precedenza, gli impianti di discarica venivano classificati in base a quanto stabilito
dalla deliberazione interministeriale del 27 luglio 1984, che prevedeva una distinzione
delle discariche in tre categorie sulla base della classificazione dei rifiuti previsti dal
DPR 915/1982, come riportato in tabella 1.4:

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Tabella 1.4 – Classificazione delle discariche (deliberazione interministeriale del 27 luglio 1984)
CATEGORIA
TIPOLOGIE DI RIFIUTI CONFERIBILI
DISCARICA
I Rifiuti urbani (RSU) e tutti i rifiuti che ad essi possono essere assimilati (RSAU)
• tipo A: rifiuti speciali inerti quali vetri, ceramiche cotte, rifiuti da costruzione e
smaltimento, ecc.
• tipo B: rifiuti speciali prevalentemente non pericolosi a basso rilascio di sostanze
II
inquinanti
• tipo C: rifiuti speciali,prevalentemente pericolosi, a maggior rilascio di sostanze
inquinanti
Rifiuti particolarmente pericolosi per l’alta concentrazione di determinate sostanze
III
inquinanti

Il decreto 36/2003 modifica tali categorie adeguandosi alla classificazione proposta a


livello europeo, distingue quindi:

• discarica per rifiuti inerti;


• discarica per rifiuti non pericolosi;
• discarica per rifiuti pericolosi.

Rientrano tra i rifiuti inerti i materiali solidi che non subiscono alcuna trasformazione
fisica, chimica o biologica significativa.

1.2.2. Criteri di ammissibilità

Secondo il decreto 36/2003 non tutti i rifiuti sono ammessi in discarica, in particolare:

• i rifiuti allo stato liquido;


• i rifiuti classificati come Esplosivi (H1), Comburenti (H2) e Infiammabili (H3-A e H3-
B), ai sensi dell'allegato 1 al decreto legislativo 22/1997;
• i rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive, classificate come R35 in
concentrazione totale maggiore o uguale a 1%;
• i rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive, classificate come R34 in
concentrazione totale >5%;
• i rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo, categoria di rischio H9 ai sensi
dell'allegato 1 del decreto legislativo 22/1997 ed ai sensi del decreto del Ministro
dell'ambiente 219/2000;
• i rifiuti che rientrano nella categoria 14 dell'allegato G1 del decreto legislativo
22/1997;
• i rifiuti della produzione di principi attivi per biocidi, come definiti ai sensi del decreto
legislativo 174/2000, e per prodotti fitosanitari come definiti dal decreto legislativo
194/1995;
• materiale specifico a rischio di cui al decreto del Ministro della sanità in data 29
settembre 2000, e successive modificazioni, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 263
del 10 novembre 2000, e materiali ad alto rischio disciplinati dal decreto legislativo
508/1992, comprese le proteine animali e i grassi fusi da essi derivati;
• i rifiuti che contengono o sono contaminati da PCB come definiti dal decreto
legislativo 209/1999, in quantità superiore a 50 ppm;
• i rifiuti che contengono o sono contaminati da diossine e furani in quantità superiore
a 10 ppb;

12
• i rifiuti che contengono fluidi refrigeranti costituiti da CFC e HCFC, o rifiuti
contaminati da CFC e HCFC in quantità superiore al 0,5% in peso riferito al
materiale di supporto;
• i rifiuti che contengono sostanze chimiche non identificate o nuove provenienti da
attività di ricerca, di sviluppo o di insegnamento, i cui effetti sull'uomo e
sull'ambiente non siano noti;
• pneumatici interi fuori uso a partire dal 16 luglio 2003, esclusi i pneumatici usati
come materiale di ingegneria ed i pneumatici fuori uso triturati a partire da tre anni
da tale data, esclusi in entrambi i casi quelli per biciclette e quelli con un diametro
esterno superiore a 1400 mm;
• i rifiuti con PCI (potere calorifico inferiore) > 13.000 kJ/kg a partire dal 1 gennaio
2009.

Il decreto vieta peraltro di diluire o miscelare rifiuti al solo fine di renderli conformi ai
criteri di ammissibilità sopra descritti.
I rifiuti possono essere collocati in discarica solo dopo trattamento, tranne che:

• i rifiuti inerti il cui trattamento non sia tecnicamente fattibile;


• i rifiuti il cui trattamento non contribuisca al raggiungimento delle finalità del decreto,
riducendo la quantità dei rifiuti o i rischi per la salute umana e l'ambiente, e non
risulti indispensabile ai fini del rispetto dei limiti fissati dalla normativa.

Nelle discariche per rifiuti inerti possono essere ammessi esclusivamente i rifiuti inerti
che soddisfano i criteri di legge, nelle discariche per i rifiuti non pericolosi possono
essere ammessi i seguenti rifiuti:

• rifiuti urbani;
• rifiuti non pericolosi di qualsiasi altra origine che soddisfano i criteri di ammissione
dei rifiuti previsti dalla normativa;
• rifiuti pericolosi stabili e non reattivi che soddisfano i criteri di ammissione
precedentemente descritti.

Nelle discariche per rifiuti pericolosi possono invece essere ammessi solo rifiuti
pericolosi che soddisfano i criteri fissati dalla normativa.
Le disposizioni appena descritte costituiscono solo una direttiva generale per definire le
tipologie di rifiuti ammissibili in discarica, la definizione puntuale dei parametri di
ammissibilità è demandata a successivi decreti attuativi.
Il primo di tali decreti è stato il DM 13/2003, dove si fa riferimento al criterio dell’eluibilità
da parte del rifiuto di sostanze potenzialmente pericolose, esso tuttavia non è mai
entrato in vigore perché il periodo transitorio è stato più volte prorogato e nel frattempo
è stato sostituito dal decreto del 3 agosto 2005. Quest’ultimo rappresenta quindi
l’attuale punto di riferimento per la definizione della destinazione finale dei rifiuti in base
alle tipologie di discariche e, a meno di ulteriori proroghe, sarà operativo dal 1 gennaio
2008.
Tra le novità più rilevanti apportate dal decreto va sottolineata l’introduzione di nuovi
parametri, sistemi di analisi e limiti di concentrazione diversi in funzione delle diverse
categorie di discariche. Il campionamento e le determinazioni analitiche devono essere
effettuate presso laboratori indipendenti e da personale qualificato; deve essere inoltre
assicurato un efficace sistema di controllo della qualità. Il decreto introduce tecniche
statistiche elaborate per l’effettuazione del campionamento, e sostituisce il test di
cessione (e la conseguente analisi degli eluati) in acido acetico con un nuovo test,

13
effettuato in acqua, che implica una diversa metodologia di preparazione del campione
e modalità diverse di esecuzione, introduce inoltre la valutazione di nuovi parametri.
Per ogni tipo di impianto previsto vengono definiti i parametri di accettabilità dei rifiuti;
di seguito viene riportato integralmente quanto previsto per le discariche per rifiuti non
pericolosi, dove è consentito lo smaltimento, senza caratterizzazione analitica, dei
seguenti rifiuti:

• i rifiuti urbani di cui all’articolo 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 36/2003,
classificanti come non pericolosi nel capitolo 20 dell’elenco europeo dei rifiuti, le
frazioni non pericolose dei rifiuti domestici raccolti separatamente e i rifiuti non
pericolosi assimilati per qualità e quantità ai rifiuti urbani;
• i rifiuti non pericolosi individuati in linea positiva definita con decreto del Ministro
dell’ambiente e della tutela del territorio, di concerto con i Ministri delle attività
produttive e della salute, sentito il parere della conferenza Stato–Regioni.

I rifiuti sono ammessi in questa tipologia di discarica se risultano conformi a quanto


previsto dall’ articolo 7 del decreto legislativo 36/2003; non sono ammessi se risultano
contaminati a un livello tale che il rischio associato al rifiuto giustifica il loro smaltimento
in altri impianti. Detti rifiuti non possono essere ammessi in aree in cui sono ammessi
rifiuti pericolosi stabili e non reattivi.
In queste discariche sono smaltiti rifiuti non pericolosi che hanno una concentrazione di
sostanza secca non inferiore al 25% e che sottoposti a test di cessione presentano un
eluato conforme alle concentrazioni fissate in tabella (tabella 1.5):

Tabella 1.5 – Lmiti di concentrazione dell’eluato (discarica per rifiuti non pericolosi)
L/S=10 L/S=10 L/S=10 l/kg
COMPONENTE COMPONENTE COMPONENTE
l/kg mg/l l/kg mg/l mg/l
As 0,2 Pb 1 Solv. org. azotati (*) 0,2
Ba 10 Sb 0,07 Solv. org. non fosforati 2
(*)
Cd 0,02 Se 0,05 Pesticidi tot. non 0,05
fosforati (*)
Cr totale 1 Zn 5 Pesticidi totali fosforiti 0,1
(*)
Cu 5 Cloruri 1500 Solfati 2000
Hg 0,005 Floruri 15 DOC (**) 80
Mo 1 Cianuri 0,5
TDS (***) 6000
Ni 1 Solv. org. aromatici (*) 0,4
(*) le analisi di tali parametri sono disposte dall’autorità territorialmente competente esclusivamente qualora la provenienza del
rifiuto possa determinare il fondato sospetto di un eventuale superamento dei limiti.
(**) nel caso in cui i rifiuti non rispettino i valori riportati per il DOC al proprio valore di pH, possono essere sottoposti ai test con
una proporzione L/S = 10 l/kg e con un pH compreso tra 7,5 e 8. I rifiuti possono essere considerati conformi ai criteri di
ammissibilità per il carbonio organico disciolto se il risultato della prova non supera 80 mg/l.
(***) è possibile servirsi dei valori per il TDS (solidi disciolti totali) in alternativa ai valori per il solfato e per il cloruro.

Inoltre possono essere smaltiti rifiuti pericolosi stabili non reattivi (ad esempio, sottoposti a processo di solidificazione/
stabilizzazione, vetrificati) che:
-sottoposti al test di cessione presentano un eluato conforme alle concentrazioni fissate in tabella
-hanno una concentrazione in carbonio organico totale (TOC) non superiore al 5 % con riferimento a sostanze organiche
chimicamente attive, in grado di interferire con l’ambiente, con esclusione, quindi di resine e polimeri od altri composti non
biodegradabili
-hanno il pH non inferiore a 6 e le concentrazione di sostanza secca non inferiore al 25 %; tali rifiuti non devono essere smaltiti
in aree destinate ai rifiuti non pericolosi biodegradabili.

14
In discarica per rifiuti non pericolosi è vietato il conferimento di rifiuti che:

• contengono PCB come definiti dal decreto legislativo 209/1999, in concentrazione


superiore a 10 mg/kg;
• contengono diossine o furani calcolati secondo i fattori di equivalenza, con
concentrazioni superiori a 0,002 mg/kg;
• contengono le sostanze cancerogene previste dalla tabella 1, allegato 1 dei DM
471/1999, in concentrazioni superiori a 1/10 delle rispettive concentrazioni limite.

Possono inoltre essere smaltiti in discarica per rifiuti non pericolosi i seguenti rifiuti:

• i rifiuti costituiti da fibre minerali artificiali, indipendentemente dalla loro


classificazione come pericolosi o non pericolosi. Il deposito dei rifiuti contenenti fibre
minerali artificiali deve avvenire direttamente all’interno della discarica in celle
appositamente ed esclusivamente dedicate ed effettuato i modo tale da evitare la
frantumazione dei materiali;
• i materiali non pericolosi a base di gesso, tali rifiuti non devono essere depositati in
aree destinate ai rifiuti non pericolosi biodegradabili;
• i materiali edili contenenti amianto legato in matrici cementizie o resinoidi in
conformità con l’art. 7, comma 3, lettera c) del decreto legislativo 36/2003, senza
essere sottoposti a prove.

Nel rispetto dei principi stabiliti dal decreto legislativo 36/2003, le autorità
territorialmente competenti possono autorizzare, anche per settori confinanti, le
seguenti sottocategorie di discariche per rifiuti non pericolosi:

• discariche per rifiuti inorganici a basso contenuto organico o biodegradabile;


• discariche per rifiuti in gran parte organici da suddividersi in discariche considerate
bireattori con recupero di biogas e discariche con rifiuti organici protrattati;
• discariche per rifiuti misti non pericolosi con elevato contenuto sia di rifiuti organici o
biodegradabili che di rifiuti inorganici, con recupero di biogas.

I criteri di ammissibilità per le sottocategorie di discariche vengono individuati dalle


autorità territorialmente competenti in sede di rilascio dell’autorizzazione.
I criteri sono stabiliti, caso per caso, tenendo conto delle caratteristiche dei rifiuti, della
valutazione del rischio con riguardo alle emissioni della discarica e dell’idoneità del sito
e prevenendo deroghe per specifici parametri. Le autorità territorialmente competenti
possono, altresì, autorizzare monodiscariche per rifiuti non pericolosi derivanti da
operazioni di messa in sicurezza d’emergenza e da operazioni di bonifica dei siti
inquinati ai sensi del decreto del DM 471/1999.

1.2.3. Procedure di ammissione

Il decreto legislativo 36/2003 stabilisce che per la collocazione dei rifiuti in discarica il
produttore è tenuto a fornire indicazioni sulla loro composizione, sulla capacità di
produrre percolato, sul comportamento a lungo termine e sulle caratteristiche generali.
D’altra parte il gestore dell’impianto deve:

• caratterizzare il rifiuto in ingresso mediante la raccolta di tutte le informazioni


necessarie ad effettuarne lo smaltimento in condizioni di sicurezza;
15
• controllare ad ogni conferimento la documentazione relativa ai rifiuto, compreso il
formulario di identificazione;
• verificare la conformità di ogni carico alle caratteristiche riportate nel formulario di
identificazione mediante ispezione visiva dei rifiuti prima e dopo lo scarico;
• effettuare periodicamente verifiche analitiche della conformità del rifiuto conferito ai
criteri di ammissibilità;
• tenere il registro di carico e scarico;
• sottoscrivere le copie del formulario di identificazione.

1.2.4. Criteri costruttivi e gestionali

Conformemente a quanto previsto dalla direttiva 99/31/CE il decreto legislativo


36/2003, all’allegato 1, definisce i requisiti generali, per le diverse tipologie di discarica,
riguardanti i criteri di ubicazione, le modalità di protezione delle matrici ambientali, le
misure di mitigazione dei disturbi e dei rischi connessi alla gestione dell’impianto, la
dotazione di attrezzature e personale, le modalità e i criteri di coltivazione. Il decreto
fissa inoltre specifici criteri da seguire nella gestione del percolato e del biogas prodotti
dalla fermentazione della frazione organica dei rifiuti.
Il primo passo verso la realizzazione di una discarica è l’ubicazione, la discarica deve
entrare a far parte del disegno complessivo dell’area ove è sita mediante una corretta
pianificazione territoriale, integrandosi completamente nel territorio, sia in fase di
esercizio che di post-esercizio. La scelta del sito deve avvenire tra le diverse ipotesi
individuate dal piano territoriale di coordinamento e dal piano di gestione dei rifiuti,
risultanti dalla fase di pianificazione gestita dalle Province. Per quanto riguarda in
particolare le discariche per rifiuti non pericolosi, la localizzazione non si può effettuare,
oltre che nelle aree di rispetto e sottoposte a tutela, anche:

• in aree interessate da fenomeni quali faglie attive, aree a rischio sismico e in aree
interessate da attività vulcanica;
• in corrispondenza di doline, inghiottitoi o altre forme di carsismo superficiale;
• in aree dove processi geologici superficiali quali l’erosione accelerata, le frane,
l’instabilità dei pendii, le migrazioni degli alvei fluviali potrebbero compromettere
l’integrità della discarica;
• in aree soggette ad attività idrotermale;
• in aree esondabili, instabili e alluvionabili.

Inoltre per ciascun sito devono essere valutate le condizioni locali di accettabilità, quali:

• la distanza dai centri abitati;


• la collocazione in aree di produzione di prodotti agricoli e alimentari definiti a
indicazione geografica tipica o a denominazione di origine controllata;
• la presenza di beni storici, artistici e archeologici.

Nella gestione di una discarica è di fondamentale importanza adottare tutte le misure


atte a ridurre il flusso incontrollato di contaminanti verso l’ambiente, come
rappresentato nello schema riportato in figura 1.2 (tratto dagli atti del seminario
“chiusura e post-chiusura delle discariche controllate”, Castelfranco Veneto, 24-25 sett.
1998).

16
RIFIUTI

ACQUA
(pioggia,infiltrazioni) BIOGAS
ACCUMULO
RIFIUTI
ARIA PERCOLATO

EMISSIONI
NELL’AMBIENTE
BARRIERE

Figura 1.2 – Flussi in entrata e in uscita in una discarica

E’ necessario quindi evitare la contaminazione del suolo e delle acque, sia superficiali
che sotterranee, isolando il corpo della discarica dall’ambiente circostante; la
protezione dei vari comparti ambientali va quindi garantita attraverso la combinazione:

• di un sistema per la regimazione delle acque di ruscellamento superficiale, al fine di


minimizzare le infiltrazioni di acqua meteorica all’interno del corpo rifiuti e di
conseguenza la produzione di percolato;
• della barriera geologica, ovvero la formazione geologica naturale che costituisce il
substrato della discarica; nel caso di discarica per rifiuti non pericolosi deve avere
spessore di almeno 1 m e coefficiente di permeabilità idraulica minore di 10-9 m/s
(qualora non soddisfi tali requisiti può essere completata artificialmente per garantire
una protezione equivalente);
• del sistema di impermeabilizzazione, realizzato mediante il rivestimento del fondo e
delle pareti della discarica con geomembrane artificiali aventi caratteristiche idonee
a resistere alle sollecitazioni meccaniche e chimiche presenti; queste vengono
solitamente accoppiate a materiale minerale compattato, dello spessore di almeno 1
m e conducibilità idraulica minore di 10-9 m/s, depositato per strati compattati di 20
cm. Tale barriera va posta al di sopra del tetto dell’acquifero sottostante, di almeno
1,5 m nel caso di falda confinata e di almeno 2 m nel caso di falda freatica;
• del sistema di drenaggio del percolato realizzato sul fondo della discarica, al di
sopra del telo di impermeabilizzazione, mediante la posa in opera di uno spessore
di almeno 0,5 m di materiale ghiaioso drenante (il fondo vasca deve avere una
pendenza tale da favorire il deflusso del percolato verso i sistemi di raccolta).

Il percolato e le acque di discarica devono essere captati, raccolti e smaltiti per tutto il
tempo di vita della discarica, secondo quanto stabilito nell’autorizzazione, e comunque
per un tempo non inferiore a 30 anni dalla data di chiusura definitiva dell’impianto.
Inoltre, in fase post-operativa, la realizzazione della copertura superficiale finale
permetterà l’isolamento dei rifiuti, la minimizzazione delle infiltrazioni di acqua e dei
fenomeni di erosione e la resistenza agli assestamenti del corpo rifiuti. Tale copertura è
una struttura multistrato costituita, procedendo dal basso verso l’alto, da:

• uno strato di regolarizzazione, con la funzione di permettere la corretta posa in


opera degli strati sovrastanti,
• uno strato di drenaggio superficiale del biogas, dello spessore di almeno 0,5 m;

17
• uno strato minerale compattato, dello spessore di almeno 0,5 m e conducibilità
idraulica maggiore di 10-8 m/s, con la funzione di barriere di sconfinamento;
• uno strato di drenaggio delle acque di infiltrazione, in grado di impedire la
formazione di un battente idraulico sopra le barriere sottostanti, dello spessore pari
ad almeno 0,5 m;
• uno strato superficiale di copertura, dello spessore di almeno 1 m, che favorisca lo
sviluppo di specie vegetali ai fini del ripristino ambientale e che protegga
dall’erosione.

Il decreto impone peraltro la realizzazione di impianti per il trattamento e per il recupero


energetico del biogas prodotto; la sua componente principale è infatti il metano, che
può essere sfruttato per la produzione di energia. Il metano è uno dei principali gas
serra, va quindi evitata la sua dispersione in atmosfera.
Per minimizzare l’impatto dell’attività di discarica sull’ambiente, il gestore è tenuto ad
adottare tutte le misure necessarie a ridurre al minimo i disturbi e i rischi causati da:

• emissione di odori;
• produzione di polveri;
• formazione di aerosol;
• trasportato eolico dei materiali;
• rumore;
• traffico;
• uccelli, parassiti e insetti;
• incendi.

Durante la fase di coltivazione della discarica i rifiuti devono essere deposti in strati
sovrapposti, di spessore preferibilmente inferiore a 2,5 m, compattati con mezzi
meccanici al fine di ottenere una densità di circa 0,7-0,8 t/m3. Una buona
compattazione permette infatti di limitare i fenomeni di instabilità legati agli
assestamenti del corpo rifiuti nonché le infiltrazioni di acqua.
Quotidianamente occorre ricoprire i rifiuti con uno strato di materiale inerte (naturale o
sintetico) di almeno 15 cm e caratteristiche tali da evitare la dispersione eolica,
l’emissione di odori e l’accesso di animali.
Nello schema a blocchi riportato in figura 1.3 è riassunto l’intero ciclo di vita di una
discarica:

Progettazione
discarica
Combustione

Preparazione BIOGAS Aspirazione


lotto Trattamento e
cogenerazione

Scarico rifiuti Coltivazione


rifiuti

Recupero del
sito PERCOLATO Raccolta e Trattamento
stoccaggio

Gestione post-
chiusura

Figura 1.3 – Schema a blocchi del ciclo di vita di una discarica

18
All’allegato 2, il decreto 36/2003 specifica che l’autorizzazione all’esercizio della
discarica deve contenere una descrizione dettagliata delle fasi di gestione operativa,
post-operativa e di ripristino ambientale nonché delle misure di sorveglianza e controllo
adottate.
Il piano di gestione operativa, in particolare, descrive le procedure necessarie a
garantire che le attività svolte in discarica siano conformi alle prescrizioni di legge,
identifica quindi:

• le operazioni di conferimento (modalità, tipo di automezzi impiegati, sistemi per il


contenimento delle emissioni);
• le procedure di accettazione dei rifiuti;
• le modalità di coltivazione delle singole celle;
• le procedure di chiusura;
• il piano di intervento in situazioni straordinarie.

Il piano di gestione post-operativa individua invece le attività che devono essere poste
in essere durante tale fase al fine di garantire i requisiti di sicurezza ambientale
previsti, in particolare fa riferimento:

• alla manutenzione delle varie opere;


• alla rete di raccolta e smaltimento del percolato e delle acque meteoriche;
• alla rete di captazione e combustione del biogas;
• alla copertura superficiale definitiva;
• ai pozzi per il campionamento delle acque sotterranee;
• alla viabilità interna ed esterna.

Il piano di ripristino ambientale definisce gli interventi finalizzati al recupero dell’area al


momento della chiusura della discarica, questi devono prevedere i fenomeni di
assestamento del corpo rifiuti e permettere il monitoraggio delle matrici ambientali e
delle emissioni; tra i contenuti essenziali del piano rientrano:

• la caratterizzazione completa del sito;


• tempi e modalità del recupero ambientale.

Infine, il piano di sorveglianza e controllo, relativo alle fasi di realizzazione, gestione e


post-chiusura, definisce: le matrici ambientali e i parametri da analizzare, i criteri e i
metodi di prelievo, trasporto e analisi dei campioni, la frequenza dei monitoraggi e le
modalità di presentazione dei risultati. I prelievi e le analisi devono essere effettuati da
laboratori competenti, preferibilmente indipendenti, secondo le metodiche ufficiali.
In particolare devono essere monitorati i seguenti aspetti (riassunti in tabella 1.7):

• le acque sotterranee; a tal fine è necessario realizzare dei pozzi di monitoraggio


rappresentativi, di cui almeno uno posto idraulicamente a monte della discarica e
due a valle. Il piano di monitoraggio deve comprendere almeno i parametri
fondamentali, contrassegnati dall’asterisco, e una volta l'anno tutti i parametri
riportati in tabella 1.6; il livello di controllo dipende dalle variazioni locali della qualità
delle acque freatiche;

19
Tabella 1.6 – Parametri per il monitoraggio delle acque sotterranee
*pH *Temperatura *Conducibilità *Ossidabilità Kübel BOD5
elettrica
TOC Ca, Na, K *Cloruri *Solfati Fluoruri
IPA *Metalli: Fe, Mn, As, Cu, Cianuri *Azoto Comp. organoalogenati
Cd, Cr totale, Cr VI, Hg, ammoniacale, (compreso cloruro di
Ni, Pb, Mg, Zn nitroso e nitrico vinile)
Fenoli Pesticidi fosforati e totali Solv. org. Solv. org. azotati Solv. clorurati
aromatici

• le acque meteoriche di ruscellamento; il piano di monitoraggio dovrà individuare i


parametri e la frequenza delle analisi in situazioni di particolare vulnerabilità
ambientale;
• il percolato e le acque superficiali; anche in questo caso i campioni devono essere
prelevati in punti rappresentativi e per le acque superficiali il campionamento deve
essere fatto in almeno due punti, di cui uno a monte e uno a valle della discarica. I
parametri da analizzare variano a seconda della tipologia dei rifiuti depositati in
discarica;
• le emissioni gassose e la qualità dell'aria; a tal proposito il piano definisce i livelli di
guardia relativi alla presenza di biogas all'esterno della discarica, anche nel suolo e
nel sottosuolo, e un piano d'intervento in caso di superamento degli stessi. Le
concentrazioni di CH4, CO2 e O2 vanno monitorate mensilmente, mentre altri
parametri quali H2, H2S, polveri totali, NH3, mercaptani e composti volatili, in
relazione alla composizione dei rifiuti. Il numero e l'ubicazione dei punti di
campionamento dipendono dalla topografia dell'area, è comunque opportuno
identificare almeno due punti di prelievo lungo la direttrice principale del vento
dominante nel momento del campionamento, a monte e a valle della discarica;
• i parametri meteoclimatici; mediante l’installazione in discarica di una centralina per
la rilevazione di tali dati;
• la morfologia della discarica; mediante rilevazioni topografiche almeno semestrali
che tengano conto della riduzione di volume dovuta all'assestamento dei rifiuti e alla
loro trasformazione in biogas.

Tabella 1.7 – Monitoraggi ambientali (decreto legislativo 36/2003)


COMPARTO FREQ. GEST. FREQ.GEST. POST-
PARAMETRO
AMBIENTALE OPERATIVA OPERATIVA
Livello di falda mensile semestrale
acque sotterranee
Composizione trimestrale semestrale
Volume mensile semestrale
percolato
Composizione trimestrale semestrale
acque di drenaggio
Composizione trimestrale semestrale
sup.
Immissioni gassose potenziali e
qualità dell’aria mensile semestrale
pressione atmosferica
gas di discarica Composizione mensile semestrale
giornaliera sommata ai
Precipitazioni giornaliera
valori mensili
Temperatura (min, max, 14 h
giornaliera media mensile
CET)
dati meteoclimatici
Direzione e velocità del vento giornaliera non richiesta
giornaliera giornaliera sommati ai
Evaporazione
valori mensili
Umidità atmosferica (14 h CET) giornaliera media mensile
Struttura e composizione
annualmente non richiesta
topografia discarica
dell’area Comportamento d’assestamento semestrale per i primi 3
semestrale
del corpo della discarica anni quindi annuale

20
1.2.5. Il percolato

Una delle maggiori cause di impatto ambientale degli impianti di interramento


controllato di rifiuti è la produzione di percolato, prodotto in seguito ai processi di
infiltrazione e lisciviazione che avvengono all’interno dell’ammasso di rifiuti stoccati.
L’acqua di origine meteorica si carica così di un numero estremamente vario di
sostanze organiche ed inorganiche trasformandosi in un refluo, la cui composizione
varia in funzione dei rifiuti stoccati, caratterizzato principalmente da:

• combinazioni di composti organici;


• azoto ammoniacale in elevate concentrazioni;
• elevati valori di COD;
• forti concentrazioni saline;
• presenza di metalli pesanti.

Il processo che porta alla formazione del percolato è la biostabilizzazione della frazione
organica dei rifiuti da parte di batteri, aerobici e anaerobici, che si sviluppano con una
velocità di reazione che è funzione delle condizioni ambientali presenti in discarica
(temperatura, umidità, pH, concentrazione di nutrienti). Tale processo è sintetizzabile in
quattro stadi:

1. Stadio aerobico, durante il quale avvengono le trasformazioni riportate nello


schema in figura 1.4, che portano principalmente alla riduzione delle dimensioni delle
molecole organiche:

PROTEINE AMMINOACIDI ANIDRIDE CARBONICA,


ACQUA, NITRATI, SOLFATI

ANIDRIDE CARBONICA,
CARBOIDRATI ACQUA Reazione di idrolisi:
(C6H10O5)n + H2O n C6H12O6

GRASSI ACIDI GRASSI,



 aumento PCO2 
raggiungimento di T elevate (60-70°C);
diminuzione pH.
(solidi) GLICEROLO (liquidi)
CARATTERISTICHE DEL PERCOLATO:

 bassa produzione;
CELLULOSA GLUCOSIO  pH leggermente acido;
 elevato COD.

Figura 1.4 – Stadio aerobico

2. Stadio anaerobico non metanigeno; inizia quando tutto l’ossigeno è stato


consumato e avviene ad opera di diverse popolazioni batteriche, ciascuna delle quali
ossida parzialmente una determinata classe di composti (figura 1.5):

21
NITRATI, fonte di O2
SOLFATI

ACIDO ACETICO,
GLUCOSIO PROPIONICO, BUTIRRICO

Reazione di acidogenesi:
C6H12O6 CH3(CH2)2COOH + 2 H2 + 2 CO2
C6H12O6 + 2 H2 2 CH3CH2COOH + 2 H2O
C6H12O6 + 2 H2O 2 CH3COOH + 4 H2 + 2 CO2



formazione di acidi;
 aumento PCO2 diminuzione pH.

CARATTERISTICHE DEL PERCOLATO:

 pH tra 5,5 e 6,5.

Figura 1.5 – Stadio anaerobico non metanigeno

3. Stadio anaerobico metanigeno instabile; in cui intervengono i batteri metanigeni


che operano le trasformazioni riportate in figura 1.6:

SOSTANZA ORGANICA CH4, CO2


PARZIALMENTE DEGRADATA

ACIDI GRASSI ACIDO


VOLATILI ACETICO


Reazione di acetogenesi:
CH3(CH2)2COOH + 2 H2O 2 CH3COOH + 2 H2
CH3CH2COOH + 2 H2O CH3COOH + 3 H2 + CO2


 
consumo di acidi organici;
aumento PCH4 diminuzione PCO2.

CARATTERISTICHE DEL PERCOLATO:

 diminuzione del COD;


 aumento del pH fino alla neutralità;
 riduzione dell’aggressività chimica.

Figura 1.6 – Stadio anaerobico metanigeno instabile

4. Stadio anaerobico metanigeno stabile, quando il processo di degradazione della


materia organica raggiunge l’equilibrio e si ha una produzione costante di metano (45-
65%) e anidride carbonica secondo le reazioni:

CH3COOH CH4 + CO2


4 H2 + CO2 CH4 + H2O

22
La quantità di percolato prodotto dipenderà dalle precipitazioni e
dall’evapotraspirazione; sono inoltre fattori importanti anche il grado di compattazione
dei rifiuti, il materiale utilizzato per la copertura e la struttura stessa della discarica.
Col procedere della biostabilizzazione si assiste ad una riduzione del carico organico
del percolato e dei metalli pesanti in soluzione, che precipitano come idrossidi o
carbonati a causa dell’aumento di pH. La qualità del percolato, dipendendo da fattori
quali la tipologia dei rifiuti, l’età della discarica e il bilancio idrico, subisce quindi delle
variazioni rilevanti da caso a caso e nel tempo (ad esempio, a seguito di precipitazioni
intense si osserva una diminuzione della temperatura e della conducibilità elettrica del
percolato prodotto). In tabella 1.8 vengono riportati gli intervalli di variabilità dei
principali parametri chimico-fisici ottenuti dall’esame dei dati di letteratura di oltre 70
discariche di RSU in Europa e negli USA (Andreottola et al., 1989):

Tabella 1.8 – Intervalli di variabilità dei principali parametri chimico-fisici del percolato
PARAMETRO Udm min max PARAMETRO Udm min max
Alcalinità mg CaCO3/l 300 11500 Fenolo mg/l 0,04 44
AOX g Cl/l 320 3500 Ferro mg/l 0,4 2200
Arsenico g/l 5 1600 Fosfati mg/l 0,3 25
Azoto ammoniacale mg/l 1 1500 Fosforo tot mg/l 0,1 30
Azoto nitrico mg/l 0,1 50 Magnesio mg/l 50 1150
Azoto nitroso mg/l 0,1 25 Manganese mg/l 0,4 50
Azoto organico mg/l 1 2000 Mercurio g/l 0,2 170
Azoto tot mg/l 50 5000 Nichel g/l 20 2050
BOD 5 mg/l 100 90000 pH 5,3 8,5
Cadmio g/l 0,5 140 Piombo g/l 8 1020
Calcio mg/l 10 2500 Potassio mg/l 10 2500
Cianuri mg/l 0,04 90 Rame g/l 4 1400
Cloruri mg/l 30 4000 Sodio mg/l 50 4000
Cobalto g/l 4 950 Solfati mg/l 10 1200
COD mg/l 150 100000
Zinco mg/l 0,05 170
Cromo g/l 30 1600

1.2.6. Il biogas

La formazione di percolato e di biogas è contestuale, quest’ultimo è il prodotto finale


della decomposizione anaerobica della cellulosa e delle proteine presenti nei rifiuti;
come visto precedentemente, tali composti vengono inizialmente convertiti in zuccheri,
poi in acido acetico ed infine in CH4 e in CO2. Il biogas è costituito da:

• metano per il 50 - 65%;


• anidride carbonica per il 30 – 45%;
• altro (O2, N2, H2O, H2S, NH3, mercaptani, organici in traccia) per il restante 5 – 10%.

Come si evince dal grafico riportato in figura 1.7, durante la fase aerobica del processo
si sviluppa principalmente CO2, è inoltre elevato il contenuto di N2. La seconda fase è
caratterizzata da una forte diminuzione dell’ossigeno disponibile, si ha una grande
produzione di CO2 e, in misura minore di H2; in questa fase si assiste ad una notevole
riduzione del contenuto di N2, la cui concentrazione continua a diminuire anche durante
il terzo stadio, quando inizia la produzione di CH4 accompagnata dalla riduzione della
quantità di CO2. Nella quarta fase la produzione di biogas raggiunge condizioni
stazionarie e la sua composizione resta pressoché invariata.

23
Figura 1.7 – Variazione della composizione del biogas durante il processo di biostabilizzazione dei
rifiuti

La durata delle varie fasi dipende dalle condizioni ambientali presenti in discarica, tra
cui: precipitazioni, pH, temperatura, composizione, pezzatura media e contenuto
d’acqua dei rifiuti, presenza e distribuzione dei microrganismi, concentrazione dei
nutrienti, caratteristiche del materiale di copertura, schema progettuale.
Il biogas ha un elevato potere calorifico inferiore (4000 – 5000 kcal/m3), è quindi
possibile il recupero energetico dello stesso utilizzando turbine a gas, motori a
combustione interna o sistemi per la cogenerazione di calore ed energia; tuttavia è
necessario, prima della combustione, purificare il gas da vapore acqueo, CO2 e
componenti organici non metanici.
Quello del recupero energetico del biogas è un aspetto molto importante nell’ambito
della gestione dei rifiuti, in quanto porta ad una maggiore sostenibilità della
realizzazione di una discarica controllata.

1.3. BREF RELATIVO AGLI IMPIANTI DI TRATTAMENTO DEI RIFIUTI

Il documento di riferimento sulle BAT riguardante gli impianti per il trattamento dei rifiuti
(elencati all’allegato 1, punto 5, della direttiva IPPC), è stato pubblicato nell’agosto
2006; esso delinea un quadro della situazione nel settore, in particolare analizza le
varie attività implicate nel trattamento dei rifiuti e stima il livello di emissione/consumo
ad esse legato.
In totale vengono analizzate 940 tecniche, suddivise in 6 gruppi:

• tecniche generiche per la gestione degli impianti;


• tecniche per il trattamento biologico;

24
• tecniche per il trattamento chimico-fisico;
• tecniche per il recupero di materiali;
• tecniche per la preparazione di combustibile dai rifiuti;
• tecniche “a valle” per l’abbattimento delle emissioni.

La tabella 1.9, tratta dal documento in questione, mostra per ogni tipologia di
trattamento dei rifiuti identificata il numero di tecniche applicabili descritte, suddivise in
quattro categorie: la prima comprende le tecniche per migliorare l’efficienza ambientale
del trattamento stesso, le altre tre quelle per l’abbattimento delle emissioni in aria e in
acqua e per il trattamento dei residui prodotti.

Tabella 1.9 – Tecniche descritte per ogni tipologia di trattamento dei rifiuti
Numero di tecniche applicabili
Tipo di trattamento Trattamento dei rifiuti, Emissioni in Acque di Residui TOTALE
prevenzione e gestione aria rifiuto solidi
Tecniche generiche 296 26 16 31 369
Trattamento biologico 41 58 3 4 106
Trattamentio fisico- 133 17 4 6 160
chimico
Recupero di materiali 44 44 19 7 114
Preparazione di 39 16 0 0 55
combustibile da rifiuti
Abattimento delle 57 57
emissioni
Trattamento delle 52 52
acque di rifiuto
Gestione dei residui 27 27
TOTALE 553 218 94 75 940

Da quanto riportato si osserva come più della metà delle tecniche appartengano alla
prima categoria, le restanti sono invece principalmente impiegate per l’abbattimento
delle emissioni in aria; dall’altro lato si può notare come più di un terzo delle tecniche
venga considerato tra le tecniche comuni.
Il documento in oggetto è strutturato nel modo seguente:

• prefazione: il cui testo è uguale per tutti i BREF, descrive il contesto IPPC, la
struttura del documento, il suo scopo e il suo utilizzo;
• informazioni generali: un primo capitolo fornisce una descrizione generale del
settore del trattamento dei rifiuti;
• processi e tecniche utilizzate: nel secondo capitolo è riportata la descrizione delle
tecniche impiegate tipicamente nel settore;
• attuali consumi/livelli di emissione: questa sezione (terzo capitolo) contiene
informazioni sugli attuali livelli di consumo di energia, materie prime e acqua come
pure sulla produzione di rifiuti;
• tecniche da prendere in considerazione per la determinazione delle BAT: con
riferimento alla definizione riportata nella direttiva IPPC, nei capitoli 4 e 5 si
prendono in considerazione tutte le tecniche attualmente disponibili per la
prevenzione e la riduzione delle emissioni e dei rifiuti, come pure per la riduzione dei
consumi di energia e di materie prime.

25
Le varie tecniche sono presentate secondo lo stesso schema:

• descrizione;
• benefici ambientali ottenibili;
• effetti incrociati;
• dati operativi;
• applicabilità tecnico – economica;
• aspetti economici;
• condizioni per la realizzazione;
• esempi;
• bibliografia di riferimento.

Il documento non si riferisce alle discariche per rifiuti, tuttavia, non essendoci un
documento di riferimento sulle BAT specifico per le discariche, almeno per la parte
relativa alle tecniche generiche di gestione degli impianti si farà riferimento ad esso. In
particolare il decreto legislativo 59/2005, all’articolo 4, specifica per le discariche che si
considerano soddisfatti i requisiti tecnici della direttiva IPPC se sono soddisfatti i
requisiti tecnici di cui al decreto legislativo 36/03.

1.3.1. Determinazione delle BAT: tecniche generiche applicabili agli impianti di


discarica

Nei capitoli 4 e 5 del documento di riferimento sulle BAT relativo agli impianti di
trattamento dei rifiuti sono descritte le tecniche disponibili nel settore che permettono di
raggiungere un elevato grado di protezione dell’ambiente. Tali tecniche sono valutate
mediante un processo comprendente i seguenti passaggi:

• identificazione delle problematiche ambientali chiave nel settore del trattamento dei
rifiuti (emissioni in aria, acqua e suolo, produzione di rifiuti, consumi energetici);
• analisi delle tecniche più rilevanti per affrontare tali problematiche;
• identificazione, sulla base dei dati disponibili in UE, dei maggiori livelli di efficienza
ambientale;
• analisi delle condizioni sotto le quali tali livelli di efficienza sono raggiungibili;
• selezione delle BAT e dei livelli associati di emissione/consumo.

Le tecniche generiche, applicabili cioè a tutti i tipi di trattamento, sono contemplate nella
prima sezione del capitolo e sono riassunte in tabella 1.10:

26
Tabella 1.10 – Tecniche generiche descritte nel BREF per gli impianti di trattamento dei rifiuti
CATEGORIE BAT individuate
1. sistemi di gestione ambientale
2. raccolta di informazioni dettagliate sulle attività svolte
Gestione ambientale 3. predisposizione di procedure gestionali
4. tenere strette relazioni col produttore/destinatario dei rifiuti
5. disponibilità di personale qualificato
6. conoscenza concreta dei rifiuti in ingresso
7. definizione di procedure di pre-accettazione
Maggiore conoscenza dei rifiuti in
8. definizione di procedure di accettazione
ingresso 9. definizione di procedure per il campionamento
10. predisposizione di impianti per l’accettazione
Produzione di rifiuti 11. analisi del flusso di rifiuti in uscita
12. tracciabilità del trattamento
13. regole per il mescolamento dei rifiuti
14. procedure di segregazione e compatibilità
15. efficienza del trattamento
Sistemi di gestione 16. piano di gestione degli incidenti
17. registro degli incidenti
18. piano di gestione del rumore e delle vibrazioni
19. chiusura
20. consumo e produzione di energia
21. efficenza energetica
Gestione delle materie prime
22. programma interno di valutazione prestazioni
23. riutilizzo dei rifiuti come materie prime
24. tecniche generiche di stoccaggio
25. impacchettamento
26. etichettatura contenitori
27. stoccaggio/accumulo dei rifiuti
Stoccaggio e manipolazione
28. tecniche generiche di manipolazione
29. tecniche di mescolamento o impacchettamento dei rifiuti
30. regole di segregazione per lo stoccaggio
31. tecniche per manipolare i rifiuti in container
32. utilizzo di solventi estrattivi durante le operazioni compressione,
Altre tecniche non menzionate in frantumazione e vaglio
precedenza 33. contenere la compressione e triturazione di rifiuti speciali
34. processi di lavaggio
35. utilizzo di pozzi, vasche e serbatoi coperti
36. impianti di abbattimento con sistemi chiusi di estrazione
37. sistemi di estrazione dimensionati per alcuni tipi di stoccaggio e
trattamento
Emissioni in aria
38. manutanzione dei dispositivi di abbattimento
39. sistemi di assorbimento dei principalòi rilasci gassosi inorganici
40. contenimento delle perdite e procedure di riparazione
41. riduzione delle emissioni di composti organici volatili e particolato
42. consumo e contaminazione delle acque
43. caratteristiche dell’effluente compatibili al sistema di trattamento o ai
criteri di scarico
44. evitare che l’effluente by-passi il sistema di trattamento
45. raccolta delle acque di rifiuto
46. separazione delle acque di rifiuto
47. impermeabilizzazione delle aree in cui avviene il trattamento
48. raccolta delle acque meteoriche
49. riutilizzo delle acue trattate
Gestione delle acque di rifiuto 50. controlli giornalieri del sistema di gestione degli effluenti e tenuta di un
registro
51. identificazione dei principali costituenti pericolosi dell’effluente
52. tecniche di trattamento adeguate ad ogni tipologia di effluente
53. migliorare l’affidabilità dei controlli e l’efficienza del trattamento delle
acque di rifiuto
54. individuare la composizione delle acque trattate
55. scarico delle acque di rifiuto
56. livelli di emissione associati all’utilizzo delle BAT per COD, BOD e
metalli
57. piano di gestione dei rifiuti
58. utilizzo di imballaggi riutilizzabili
Gestione dei processi che
59. riutilizzo dei fusti
generano rifiuti 60. registrare la produzione di rifiuti
61. riutilizzo dei rifiuti
62. impermeabilizzazione delle superfici in cui avvengono le
operazioni di trattamento
Contaminazione del suolo
63. sistemi di drenaggio delle acque
64. minimizzazione dell’uso di serbatoi interrati

27
Le tecniche presentate sono tuttavia solo un punto di riferimento per la determinazione
delle BAT applicabili al caso specifico che dovrà tenere in considerazione le condizioni
locali.
Di seguito sono riassunte le tecniche ritenute interessanti nel caso di un impianto di
discarica.

1.3.1.1. Tecniche per migliorare la conoscenza dei rifiuti in ingresso

La conoscenza del flusso di rifiuti in entrata è un fattore chiave nella gestione di una
discarica, permette infatti di prevedere le eventuali emissioni e la composizione dei
flussi in uscita, quindi di ridurre il rischio di danni alla salute dell’uomo e all’ambiente.
I rifiuti conferiti devono essere conformi ai criteri di ammissibilità per la categoria
specifica di discarica, per questo motivo è necessaria la loro caratterizzazione analitica
e l’effettuazione di controlli prima dell’accettazione .

• Caratterizzazione della composizione dei rifiuti

I rifiuti sono costituiti da un complesso insieme di sostanze (talvolta sconosciute) per cui
è fondamentale indagare sulla loro composizione e sul processo produttivo che li ha
generati. Oltre ai metodi di analisi diretta, che variano a seconda della natura dei rifiuti e
del processo produttivo, possono essere individuate altre attività indirette di supporto
alla caratterizzazione.
Questa prima fase permette quindi, attraverso una maggiore conoscenza dei rifiuti in
ingresso, di evitare i problemi ambientali legati al trattamento del rifiuto stesso e di
conseguenza di ridurre la probabilità di incidenti.

• Procedure di pre-accettazione

La procedura di pre-accettazione del rifiuto consiste nella raccolta di informazioni,


presso il produttore, riguardanti il processo produttivo di origine, le caratteristiche
principali e le considerazioni su salute e sicurezza. Sulla base di tali informazioni, e
delle analisi preliminari di caratterizzazione qualitativa del rifiuto, viene presa la
decisione finale di accettare o meno il suo conferimento.
Lo scopo di tale fase è dunque soddisfare le seguenti esigenze:

• determinare la compatibilità del rifiuto ai requisiti specificati nell’autorizzazione e alle


caratteristiche dell’impianto;
• identificare i rischi legati alla particolare tipologia rifiuto in modo da attuare le misure
necessarie a prevenirli e contenerli;
• caratterizzare fisicamente e chimicamente il rifiuto al fine di determinare il tipo di
trattamento più adatto;
• selezionare dei parametri di verifica da misurare al momento del conferimento per
verificare che la tipologia di rifiuti conferiti sia la stessa che è stata autorizzata;
• effettuare una stima dei costi di smaltimento.

• Procedure di accettazione

Il carico in ingresso, se programmato e correttamente documentato, viene avviato alla


zona di accettazione per la pesatura. Ad ogni conferimento, prima dello scarico, i rifiuti
devono essere sottoposti a controlli di tipo visivo-organolettico e periodicamente vanno

28
analizzati dei campioni rappresentativi per verificare che il carico corrisponda alla
tipologia riportata nei documenti di accompagnamento.
Scopo della fase di accettazione è quindi confermare l’identità del rifiuto, la sua
descrizione e la coerenza con le informazioni fornite in fase di pre-accettazione. Se il
rifiuto è conforme alle caratteristiche richieste può essere ammesso in discarica ed il
conferimento viene registrato.

• Procedure per il campionamento

Il campionamento è una fase chiave per il raggiungimento di una buona conoscenza


dei rifiuti in ingresso, e quindi per la prevenzione di problemi durante il trattamento.
Essendo i rifiuti estremamente eterogenei è necessario stabilire delle precise procedure
per il loro campionamento al fine di assicurare in ogni situazione la raccolta di campioni
rappresentativi; generalmente il numero di campioni prelevati ed il tipo di
campionamento variano a seconda della valutazione del rischio associato al rifiuto.
Bisogna inoltre definire un piano di analisi dei rifiuti che specifichi, oltre alle modalità di
campionamento, i parametri da analizzare, i metodi di analisi e la frequenza dei
controlli; in particolare il livello di controllo sarà funzione della natura dei rifiuti, le
metodologie di campionamento e analisi variano invece a seconda dello scopo dei
controlli.

• Impianti di accettazione

All’interno dell’impianto deve essere predisposta un’area apposita per l’accettazione dei
rifiuti dove effettuare le ispezioni e i campionamenti prima dello scarico.

1.3.1.2. Tecniche di gestione

Nella gestione operativa di un impianto devono essere adottate tutte le misure


necessarie al miglioramento dell’efficienza ambientale riguardanti:

• la disponibilità di infrastrutture adeguate e la loro manutenzione;


• la disponibilità di strutture di supporto al funzionamento dell’impianto (recinzioni
perimetrali, segnaletica, illuminazione, officine);
• il controllo operativo del processo;
• il controllo dell’efficienza del processo sulla base di analisi di laboratorio;
• la gestione dei flussi in uscita;
• la disponibilità di personale qualificato ed esperto.

La descrizione dettagliata delle attività svolte, e dei sistemi adottati per il controllo e
l’abbattimento delle emissioni, è un importante strumento per permettere alla direzione
di avere una idea chiara e completa dei processi che hanno luogo all’interno
dell’impianto ed eventualmente proporre dei miglioramenti.

1.3.1.3. Sistemi di gestione ambientale

L’adozione di un sistema di gestione ambientale permette di focalizzare l’attenzione


sull’efficienza ambientale dell’installazione assicurando quindi un continuo
miglioramento delle prestazioni ambientali; esso fornisce l’input per l’identificazione e

29
l’adozione delle BAT. L’adozione di un sistema di gestione ambientale permette
all’azienda di definire in modo sistematico la struttura organizzativa, le responsabilità, le
procedure e le risorse necessarie alla gestione, al controllo e al monitoraggio degli
aspetti ambientali legati alla propria attività.

1.3.1.4. Gestione dell’energia e delle materie prime

I principali consumi energetici in discarica sono legati al riscaldamento, all’illuminazione


e ai consumi elettrici degli uffici, ai consumi elettrici dei macchinari (come pompe,
compressori, centrifughe) e al combustibile per i veicoli.
Come è noto i processi di combustione generano emissioni di sostanze inquinanti in
atmosfera (es. CO2, H2O, CO, NOX, SOX, PM10, VOC e IPA) la cui natura dipende dal
tipo di combustibile usato; una buona gestione di tali sistemi energetici è quindi di
fondamentale importanza per minimizzare l’impatto ambientale dell’impianto.
Al fine di migliorare i sistemi energetici da un punto di vista ambientale, e quindi ridurre
le emissioni, è necessaria una profonda conoscenza di tali sistemi. In tal modo è
possibile effettuare una stima delle perdite nel consumo e nella produzione di energia e
quindi incrementare l’efficienza energetica. Per limitare le emissioni inoltre, è da
preferirsi l’utilizzo di combustibili puliti, a minor contenuto di carbonio, zolfo e
particolato.

1.3.1.5. Tecniche per ridurre il consumo di acqua e per prevenire l’inquinamento


delle acque

E’ necessario adottare tutte le misure atte a minimizzare il consumo di acqua


dell’impianto e che favoriscano il riutilizzo di tale risorsa all’interno del processo.
Vanno inoltre predisposti dei sistemi per il drenaggio e la raccolta delle acque di
processo e di quelle meteoriche in modo da avviarle a specifico trattamento ed evitare
la contaminazione dei corsi d’acqua superficiali e dell’ambiente idrogeologico.

1.3.1.6. Tecniche per ridurre rumore e vibrazioni

Il piano di gestione del rumore rientra nel sistema di gestione ambientale; esso descrive
le principali sorgenti di rumore e vibrazioni presenti all’interno dell’impianto (ubicazione,
tipo di rumore emesso, durata dell’emissione, contributo al rumore totale prodotto) e i
recettori sensibili più vicini, definisce quindi le misure adottate per il controllo del rumore

1.3.1.7. Tecniche per prevenire gli incidenti e le loro conseguenze

I rischi principali associati alle operazioni di trattamento dei rifiuti derivano dallo
stoccaggio di rifiuti pericolosi, dalle emissioni generate in seguito a reazioni
incontrollate tra i rifiuti e da mancanza di controlli sulle attività svolte.
La direttiva IPPC specifica che devono essere adottate tutte le misure necessarie a
prevenire gli incidenti che possono avere delle ripercussioni sull’ambiente e a
contenere le conseguenze degli incidenti stessi.

30
1.3.1.8. Tecniche per la chiusura dell’impianto

Lo scopo delle operazioni di chiusura è quello di riportare l’impianto, una volta cessate
le attività, nelle condizioni adatte ad essere riutilizzato nel modo stabilito; è quindi
necessario predisporre un apposito piano di chiusura e post-chiusura in cui siano
descritte le operazioni di manutenzione e le azioni da intraprendere al fine di tutelare la
salute e l’ambiente. Tale piano deve inoltre garantire la disponibilità di fondi per la
chiusura dell’impianto anche nel caso in cui l’attività fallisca.
Le operazioni implicate in questa fase dipenderanno dal tipo di rifiuti trattati, dal
progetto dell’impianto e dall’utilizzo finale previsto per l’area.

1.4. IL SISTEMA DI GESTIONE AMBIENTALE

Il sistema di gestione ambientale (SGA) è lo strumento adottato da molte attività


produttive al fine di gestire in modo più efficiente e sistematico i problemi e le
opportunità in campo ambientale; la gestione degli aspetti ambientali viene così
integrata nella gestione complessiva dell'azienda.
Il SGA sta assumendo un ruolo centrale nell’organizzazione di un’impresa, oltre che
come strumento per gestire i problemi ambientali e di sicurezza legati alle attività svolte,
anche come mezzo per trasformare i vincoli ambientali in opportunità di business, per
ridurre i costi e risparmiare risorse; un buon SGA permette infatti di:

• assicurare il rispetto di tutti i requisiti normativi in materia ambientale;


• identificare, analizzare, controllare, prevedere e prevenire i rischi ambientali
derivanti dall’attività e quindi ridurre gli incidenti che implicano responsabilità;
• avviare un processo di miglioramento continuo dell’efficienza ambientale mediante
la definizione di precisi obiettivi e traguardi nonché degli strumenti necessari per
raggiungerli;
• ridurre i costi legati ai consumi energetici e alla gestione dei rifiuti prodotti;
• aumentare il valore dell’impresa nel mercato;
• comunicare e interagire con i soggetti esterni interessati o coinvolti nelle prestazioni
ambientali dell'impresa.

Esso si articola in una serie di fasi che si susseguono e si ripetono in ogni periodo di
riferimento:

• analisi ambientale iniziale: ha lo scopo di definire le condizioni iniziali del sito e


decidere le eventuali azioni di mitigazione;
• politica ambientale: è una dichiarazione di principio che sancisce l'impegno
dell'azienda al rispetto della normativa vigente, alla tutela dell’ambiente ed al
miglioramento continuo della propria efficienza ambientale; enuncia inoltre i principi
generali cui tale impegno si ispira e le conseguenti decisioni strategiche;
• pianificazione: consiste nel definire un programma di gestione ambientale che
definisce compiti, responsabilità, tempi e mezzi per il raggiungimento di precisi
obiettivi di miglioramento ambientale, individuati sulla base dell’analisi ambientale
iniziale, della politica ambientale, delle risorse disponibili e delle alternative
tecnologiche. Vengono inoltre definite le modalità di controllo dell'attuazione del
programma stesso;
• realizzazione e operatività: è la fase di attuazione del programma di gestione
ambientale;
31
• controlli e azioni correttive: hanno lo scopo di verificare l'efficacia delle azioni
intraprese e la congruenza tra risultati attesi e traguardi raggiunti ed eventualmente
adottare le azioni correttive necessarie. In tale fase rientrano gli audit del SGA,
ossia le verifiche ispettive interne all'impresa con lo scopo di valutare la validità e
l'efficacia del SGA;
• riesame della direzione: allo scopo di garantire l’adeguatezza, l’efficacia e la validità
del SGA adottato e valutare eventuali modifiche della politica ambientale, degli
obiettivi ambientali o di altri elementi del sistema.

Un’ azienda che si dota di un SGA deve predisporre un’apposita documentazione che
descriva le parti essenziali del sistema, in particolare:

• il manuale di gestione ambientale: enuncia la politica ambientale e descrive il SGA e


la sua organizzazione;
• le procedure gestionali ambientali: indicano come si articolano i vari processi e i
requisiti necessari, precisando chi fa e cosa fa tra le unità, le funzioni ed i reparti
coinvolti;
• le istruzioni operative ambientali: descrivono come devono essere svolte le singole
attività.

Il sistema di gestione ambientale è uno strumento volontario, non esistono infatti


disposizioni normative che lo impongano, sebbene esistano norme che ne stabiliscono i
requisiti. Il rispetto di tali norme diventa un obbligo nel momento in cui l'impresa decida
di ottenere un riconoscimento esterno, cioè una certificazione.
La norma ISO 14001 ed il regolamento EMAS sono i due standard dedicati alla
certificazione ambientale e sono quindi il principale punto di riferimento per le
organizzazioni che, attraverso una migliore gestione ambientale, vogliono garantirsi una
maggiore competitività; entrambi consentono di ottenere numerosi vantaggi, tra cui:

• un maggiore rispetto delle prescrizioni legali e la possibilità di documentarlo;


• ritorni economici legati ad un uso ottimale di risorse ed energia;
• un maggior valore dell’azienda sul mercato e una migliore immagine verso le
autorità locali;
• la possibilità di essere inseriti tra i fornitori di imprese estere che richiedono la
certificazione ai loro fornitori.

Sia con la certificazione ISO 14001 che con la registrazione EMAS si rafforzano quindi i
vantaggi di un SGA attraverso la sua formalizzazione e documentazione; ciò è dovuto
anche all'intervento di soggetti esterni indipendenti (come l'ente certificatore per l'ISO
14001, il verificatore ambientale accreditato e l'organismo nazionale competente per
l'EMAS) che rappresentano una garanzia per il pubblico perché con il loro operato
attestano la conformità della gestione ambientale dell'impresa a determinati requisiti.
Pur avendo un percorso comune, la certificazione e la registrazione EMAS si
differenziano su alcuni punti; in passato tali differenze erano numerose, ma con
l’entrata in vigore del nuovo regolamento EMAS, che di fatto incorpora la ISO 14001, si
sono ridotte notevolmente.
EMAS riveste tuttavia un ruolo di eccellenza nella gestione ambientale, che gli viene
conferito dagli specifici contenuti che lo caratterizzano:

• l’obbligo di effettuare l’analisi ambientale iniziale, e quindi un rigore maggiore nel


delineare il contesto ambientale nel quale l’azienda si muove;
32
• l’obbligo di redigere la dichiarazione ambientale, che evidenzia l’elevato grado di
rilevanza esterna attribuita alle azioni di protezione dell’ambiente messe in atto
dall’azienda (mentre la ISO mira essenzialmente alla regolamentazione delle attività
ambientali all’interno dell’organizzazione, EMAS si fa carico di trasmettere e
comunicare all’esterno le modalità gestionali seguite).

1.4.1. La norma ISO 14001

Gli standards ISO della serie 14000 sono le specifiche per la gestione ambientale
sviluppate dai comitati internazionali dell'ISO (International Organization for
Standardization) con l'intento di adottare in campo ambientale le metodologie di
controllo di qualità (cioè integrare il controllo di qualità e ambiente).
La ISO 14001 "specifiche per il sistema di gestione ambientale", adottata nel 1996, è il
cuore di tali standards ed è applicabile a tutte le tipologie di imprese; tale norma elenca
i criteri sulla base dei quali un’azienda sarà valutata per la certificazione ambientale e
definisce i requisiti di un efficace SGA, inteso come “la parte del sistema di gestione
generale che comprende la struttura organizzativa, le attività di pianificazione, le
responsabilità, le prassi, le procedure, i processi, le risorse per elaborare, mettere in
atto, conseguire, riesaminare e mantenere attiva la politica ambientale”.
La norma richiede all'azienda di definire dei propri obiettivi e target ambientali, anche in
funzione delle possibilità economiche e del livello tecnologico già esistente, e un SGA
che permetta di raggiungerli; la certificazione ISO 14001, rilasciata da un organismo
indipendente accreditato, dimostra quindi l’impegno concreto dell’azienda nel
minimizzare l'impatto ambientale delle proprie attività e attesta l'affidabilità del SGA
adottato.
Il primo passo per aderire allo standard consiste nell’individuare e valutare tutti gli
aspetti ambientali associati alle attività svolte; tra tutti quelli identificati vanno poi
selezionati quelli significativi, considerati tali sulla base di appropriati criteri di
valutazione, e per questi dovranno essere sviluppate apposite procedure di gestione e
controllo.

1.4.2. Il regolamento EMAS

EMAS (Environmental Management and Audit Scheme) è un sistema comunitario di


ecogestione e audit che promuove l’adesione volontaria alla registrazione/certificazione
ambientale di qualsiasi impresa che intenda migliorare le proprie prestazioni ambientali;
è stato istituito dapprima con il regolamento 1836/1993, sostituito poi dal regolamento
761/2001.
Per ottenere la registrazione EMAS le imprese devono assicurare:

• il rispetto della normativa ambientale di interesse;


• il continuo miglioramento delle prestazioni ambientali;
• la trasparenza delle proprie attività verso l’esterno.

Il miglioramento continuo dell’efficienza ambientale va conseguito anche mediante


l’introduzione del SGA e la valutazione periodica della sua efficacia.

33
Per aderire ad EMAS le organizzazioni devono quindi:

• effettuare un’analisi ambientale sistematica al fine di individuare la posizione iniziale


dell’azienda rispetto alle condizioni ambientali e sulla base dei risultati di tale analisi
definire il SGA e il programma ambientale in cui sono stabiliti i principi generali
d’azione e gli obiettivi di miglioramento;
• effettuare attività di auditing al fine valutare l’efficacia del SGA adottato e la sua
capacità di perseguire gli obiettivi stabiliti;
• predisporre una dichiarazione ambientale, destinata ai soggetti esterni interessati,
con lo scopo di informare riguardo le attività svolte e i riflessi che tali attività hanno
sull’ambiente, la politica ambientale e il SGA adottati, gli obiettivi e target ambientali
e i dati ambientali disponibili;
• far esaminare l’analisi ambientale, il SGA, la procedura di audit e la dichiarazione
ambientale per verificarne la conformità al regolamento EMAS e far convalidare da
parte del verificatore ambientale accreditato la dichiarazione ambientale;
• trasmettere la dichiarazione ambientale convalidata all’organismo competente dello
stato membro per ottenere la registrazione del sito nell’elenco nazionale dei siti
EMAS; la registrazione legittima a utilizzare il logo EMAS.

In figura 1.8 (tratta da Frey M. “Il management ambientale”) sono schematizzati i diversi
passi per l’adesione ad EMAS:

Impresa POLITICA AMBIENTALE

Sito ANALISI AMBIENTALE INIZIALE

• politica ambientale del sito;


• programma ambientale;
• obiettivi.

SISTEMA DI GESTIONE AMBIENTALE

Audit ambientale
VERIFICA E
DICHIARAZIONE AMBIENTALE CONVALIDA

Verificatore ambientale
Pubblico REGISTRAZIONE accreditato

Autorità di Sistema di accreditamento


controllo Organismo competente

STANDARDS Comitato dell’art 19 Stato membro

CEN Commissione europea

Figura 1.8 – Procedura per l’adesione al regolamento EMAS

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