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IL GORGIA [trad.: F.

Adorno]

[1] 449b4-8
SOCR. E tu vorresti, Gorgia, continuare così fino in fondo la discussione come abbiamo
cominciato adesso, cioè per via di domande e risposte, rimandando a un'altra volta quella
maggiore ampiezza di discorsi con cui Polo aveva cominciato? Ma cerca di mantenere la
promessa e di non ingannare [μὴ ψευ' ση, ], rispondendo davvero il più brevemente possibile alle
mie domande.

[2] 451a3-b4
SOCR. Anche tu, allora, devi completare la tua risposta alla mia domanda. Poiché la retorica è sì,
tra le arti, una di quelle che particolarmente usa la parola, ma ve ne sono altre che operano allo
stesso modo, cerca ora di spiegare quale sia l'àmbito [περι’ τι' ] della retorica che si fonda sui
discorsi [ε’ ν λο' γοις]. Se, ad esempio, a proposito di una di quelle arti, cui or ora accennavo, mi si
domandasse: “Socrate, [b] cosa è l'aritmetica?”, risponderei, come hai fatto tu adesso: una delle
arti che operano mediante la parola. E se mi si domandasse ancora: “Ma qual è il suo oggetto
[περι’ τι' ]?”, risponderei: il pari e il dispari, quali che siano le loro rispettive quantità.

[3] 456a7-d5
GORG. E se tu sapessi tutto, Socrate, [ti meraviglieresti] [b] che la retorica in sé comprenda, per
così dire, tutte le potenze [δυνα' μεις] e tutte le abbia in suo dominio. Te ne darò una notevole
prova: più di una volta, insieme a mio fratello e ad altri medici, andato a casa di qualche
ammalato, che non voleva bere la medicina o si rifiutava di farsi tagliare o cauterizzare dal
medico, mentre il medico non riusciva a persuaderlo ci riuscii io, con nessun'altra arte se non con
la retorica. Ecco perché posso dire che in qualsivoglia città vadano un rètore e un medico, se una
discussione si aprisse nell'assemblea popolare o in un'altra riunione qualsiasi, per decidere quale
dei due debba essere scelto in qualità di medico, il medico non comparirebbe affatto, [c] mentre
il rètore, se lo volesse, verrebbe eletto. E così, se il rètore si trovasse a concorrere con qualsiasi
altro tecnico, più di ogni altro riuscirebbe a farsi scegliere, poiché non v'è materia su cui non
riesca più persuasivo di qualsiasi competente di fronte a una massa di persone: tale e tanto
grande è la potenza dell'arte.
Certo, Socrate, bisogna usare la retorica come si usa una qualsiasi altra tecnica agonistica.
Ogni altra tecnica agonistica non si deve, infatti, indiscriminatamente usare contro tutti: chi abbia
[d] appreso il pugilato o il pancrazio o il maneggio delle armi, sì da essere superiore a tutti, amici
e nemici, non per questo deve colpire, ferire, uccidere gli amici.

[4] 460d6-461c21
SOCR. Ora, invece, ci [e] risulta che questo stesso rètore non può mai agire ingiustamente, o no?
GORG. Sembra! SOCR. Ebbene, Gorgia, al principio della nostra discussione, avevamo detto
che ciò di cui si occupa la retorica sono i discorsi, non quelli sul pari e sul dispari, ma i discorsi
sul giusto e sull'ingiusto.2 E' vero? GORG. Sì. SOCR. Io, allora, sentendoti parlare in questo
modo, avevo inteso che la retorica non avrebbe mai potuto essere ingiusta, dal momento che nei
suoi discorsi tratta sempre di giustizia. Ma quando, sùbito dopo, hai detto che il rètore [461a] può
fare anche ingiusto uso della retorica, io, stupito, e pensando che tu fossi caduto in
contraddizione, dichiarai che, se tu eri d'accordo con me nel sostenere che è un bene essere
confutato, meritava il conto di continuare a discutere, altrimenti sarebbe stato meglio smettere.3
Proseguendo poi il nostro esame, vedi tu stesso che ci siamo trovati d'accordo nell'affermare che
non è possibile che il rètore faccia un ingiusto uso della [b] retorica e voglia commettere

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1
La traduzione è stata aggiustata.
2
454b7.
3
458a1-2.
1
ingiustizia.4 Per il cane, Gorgia, è un argomento questo che richiede una non breve seduta per
essere esaminato a dovere. POLO. Ma come, Socrate! E' davvero questa la tua opinione sulla
retorica? Questa che ora dici? Oppure credi—proprio perché Gorgia si è vergognato di non
concederti che il rètore conosce il giusto, il bello, il buono, e che se qualcuno va da lui senza
saperne nulla, egli glielo insegna: sì, perché da tale concessione è saltato fuori un [c] che di
contraddittorio, e tu peraltro godi quando spingi a simili questioni!

[5] 463a6-b4
SOCR. Sì, Gorgia, a me sembra che la retorica sia un'attività estranea all'arte, pur richiedendo
spirito che sa colpire nel segno, coraggio e una naturale disposizione nei rapporti umani. Nel suo
nocciolo, insomma, io chiamo [b] la retorica 'adulazione' [κολακει' αν]. Molte sono poi, mi
sembra, le parti dell'adulazione, e una di queste è la cucina. Ha l'apparenza di un'arte, ma, penso,
arte non è, bensì esperienza [ε’ μπειρι' α] ed esercizio.

[6] 464d3-465c3
[SOCR.] ... Sotto la medicina scivolò la culinaria, che simula di sapere quali siano i migliori cibi
per il corpo, onde se un medico e un cuoco dovessero scendere in gara, in mezzo a ragazzi o a
uomini che, come ragazzi, siano senza senno, [affinché si giudichi] su chi dei [e] due conosca
meglio la buona o la dannosa qualità dei cibi, il medico morirebbe di fame. Ecco, dunque, quello
[465a] che io chiamo 'adulazione' e la dico una gran brutta cosa, Polo—è a te che mi rivolgo—,
perché, senza preoccuparsi affatto del meglio, è tutta tesa al piacere soltanto; né arte io la dico,
ma esperienza, poiché non ha nessuna razionale comprensione [λο' γον] della natura delle cose cui
si riferisce, in virtù della quale comprensione possa, appunto, riferirsi: ecco perché non sa di
ciascuna cosa indicare la causa [αι’ τι' αν]. Io, perciò, non chiamo arte un dato che tale resti, un dato
cioè senza ragione. E se ora hai da muovermi obbiezioni su tutto questo, sono pronto a
rendertene ragione. [b] Alla medicina, dunque, ripeto, corrisponde quella forma di adulazione
che è la culinaria; alla ginnastica, nello stesso modo, il saper vestire: dannosa cosa, ingannevole,
ignobile, servile, che ingannando seduce con forme esterne, colori, unguenti, stoffe, e che,
correndo dietro a una allótria bellezza, fa trascurare la bellezza autentica che solo si ottiene
mediante la ginnastica. Ed ora, per non fare un troppo lungo discorso, voglio dirti, usando il
linguaggio dei cultori di geometria—ormai dovresti seguirmi—che il saper [c] vestire sta alla
ginnastica come la sofistica sta alla legislazione, e che la culinaria sta alla medicina come la
retorica sta all'amministrazione della giustizia.

[7] 469b3-b11
POLO. Davvero degno di compianto, miserabile davvero, è chi viene ucciso ingiustamente!
SOCR. Meno di chi uccide, Polo, e meno di chi è giustamente ucciso. POLO. Ma che vuoi dire,
Socrate? SOCR. Che il supremo male, il male peggiore che possa capitare, è commettere
ingiustizia. POLO. Ma come, questo il male supremo? Ma non è un male ancora più grande
patire ingiustizia? SOCR. Niente affatto!

[8] 473b12-d2
POLO. Ma che dici! Poniamo il caso di uno che, sorpreso, mentre aspiri [c] illegalmente alla
tiránnide, venga arrestato, sottoposto a torture, mutilato, accecato col fuoco, e dopo aver sofferto
molti e grandi strazi di ogni sorta, e veduto i figli e la moglie patire per gli stessi tormenti, sia
alla fine legato alla croce [α’ νασταυρωθηñ, —473c4] o bruciato vivo in un sacco di pece, ebbene
quest'uomo sarà più felice in tal modo, sarà più felice che se, sfuggendo alla giustizia, riesca a
fondare una tiránnide e viva dominando la città, facendo tutto quello che vuole, invidiato e
felicitato da tutti, cittadini e stranieri? Questa la verità [d] che dici inconfutabile [α’ δυ' νατον ειòναι
ε’ ξελε' γχειν]?

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4
460c1-2.
2
[9] 482d6-483a2
CALL. Ora, invece, di nuovo, è toccato a Polo subire la stessa sorte, e io non posso se non
rimproverarlo di questo, d'essersi cioè trovato d'accordo con te nel sostenere che commettere
ingiustizia sia più brutto che patirla. Per averti concesso questo, Polo, [e] preso alla tagliola dei
tuoi ragionamenti, si è lasciato imbrigliare, anche lui per pudore di esprimere quello che
realmente pensava. Sì, Socrate, tu, veramente, sostenendo di correre dietro alla verità, spingi il
discorso a codeste affermazioni rozze e proprie da oratore popolare [δημηγορικα' ], che belle non
sono certo per natura, ma per legge. In genere, anzi, natura e legge sono in pieno contrasto tra
loro. Chi, dunque, abbia pudore e non osi dire quello che pensa, [483a] è costretto a contraddirsi.

[10] 492e3-493b3
SOCR. Non è, dunque, esatto [secondo te] dire che felici sono quelli che non hanno bisogni.
CALL. Le pietre e i morti, in questo modo, sarebbero felici. SOCR. Ma anche la vita di cui tu
parli è terribile ..., né mi stupirei che Euripide dicesse la verità, là dove si chiede:
chi sa mai se vivere è morire
e morire è vivere?
[493a] e davvero può darsi che noi, in realtà, siamo morti! come già ho sentito dire anche dai
filosofi: noi, attualmente, siamo morti e nostra tomba5 è il corpo6 e quella parte dell'anima nella
quale hanno sede le passioni, per sua natura si lascia trascinare, e in sù e in giù si lascia
sospingere. Sotto forma di mito, questo disse un uomo assai fine, forse di Sicilia o italico; con un
gioco di parole chiamò orcio7 quella parte dell'anima così facile a farsi persuadere,8 e non-iniziati
[b] chiamò gli uomini dissennati—nei quali la parte dell'anima in cui hanno sede le passioni, la
sua dissolutezza e permeabilità, raffigurò con un orcio forato, volendo così significare la sua
insaziabilità.

Timeo, 87c6-d3
Ora delle simmetrie noi sentiamo e consideriamo le piccole, ma le più importanti e le
più grandi le trascuriamo interamente. Perché, rispetto a sanità e a malattie, a virtù e a
vizi, nessuna simmetria o asimmetria è maggiore di quella della stessa anima verso lo
stesso corpo.

[11] 494e1-6
SOCR. Se si ha voglia di grattarsi la testa soltanto o anche...debbo continuare? Pensa un po',
Callicle, cosa risponderesti se ti si ponessero una dopo l'altra una serie di questioni, tutte
conseguenze di ciò che hai detto. Ma insomma, per venire, con un esempio, al nocciolo, la vita
degli scostumati9 non è forse un'indegna, turpe, miserabile vita? o sarai tanto ardito da dire che
anche costoro sono felici, qualora abbiano in abbondanza tutto quello che desiderano?

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5
σηñ μα [sēma].
6
σω ñ μα [sōma].
7
πι'θος [pithos]: un tipo di anfora.
8
τὸ πιθανο' ν [to pithanon]: parte dell’anima che è docile.
9
494e4: ο‘ τωñ ν κιναι' δων βι'ος. La parola κι'ναιδος significa ‘cinedo’ (giovane omosessuale maschile), ‘scostumato’,
‘dissoluto’.
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