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Trattato della

tirannide
di Coluccio Salutati

Storia dItalia Einaudi

Edizione di riferimento:
Trattato della tirannide, a cura di Francesco Ercole,
Nicola Zanichelli Editore, Bologna 1942

Storia dItalia Einaudi

II

Sommario
Trattato del Tiranno, e in prima la Prefazione
I. Che cosa sia il tiranno e donde il suo nome
II. Se sia lecito uccidere il tiranno
III. Del principato di Cesare e se il medesimo
possa e debba con ragione essere annoverato fra
i tiranni
IV. Se Giulio Cesare sia stato giustamente ucciso
V. Che Dante ha giustamente posto Bruto e
Cassio nel profondo dellinferno come
singolarissimi traditori

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Storia dItalia Einaudi

III

COLUCCIO DI PIERO CANCELLIERE


FIORENTINO SALUTA IL MAESTRO ANTONIO
DELLAQUILA, STUDENTE DARTI A PADOVA
TRATTATO DEL TIRANNO, E IN PRIMA LA
PREFAZIONE

Dal momento che tu mi domandi una cosa molto difficile e tuttavia degna di esser conosciuta, o uomo erudito,
come attestano i tuoi scritti, non posso rifiutarti una risposta. Invero ho sempre creduto conveniente amare chi
ti ama, e non negare assolutamente, ove tu sia in grado
di soddisfarla, la cortesia di una doverosa risposta a chi
con criterio mi interroga. Poich il vincolo della societ
umana non soltanto esige che tu secondi chi ti richiede,
ma anche che tu ti sforzi di prevenire il bisogno di chi
non ti interroga, insegnando ci che tu sai, essendo stato
creato luomo per luomo, anzi avendo Dio, che lo concep in idea, dimostrato non essere bene che fosse creato solo. N solamente dobbiamo far ci che si riferisce a
quel che tende al fine ultimo, o a ci che diretto a quel
fine, essendo tutti legati dalla comunione di fede, ma anche per quanto si riferisce alla educazione del buon cittadino o, cosa pi comune, delluomo onesto. La fede, invero, lo stato, la natura, tengono unito il genere umano,
dei quali principii il primo mira alla salute eterna, il secondo alla societ politica, il terzo poi allumanit e alla
perfezione dellindividuo.
Per cui avviene, che riferendosi ci che mi chiedi, o in
sostanza o accidentalmente, alluno o allaltro di questi
principii, io non possa n debba non darti una risposta.
Devo prima per discutere linizio della tua lettera, nel
quale mi dai troppa importanza. Infatti, se non bisogna
negare risposta a chi ce la chiede, tanto pi bisogna darla a chi ce ne offre argomento. Molte cose tu affermi di

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me, non so se pi cortesi o pi infondate. Troppe cose,


tu assicuri di me, come se le sapessi per esperienza, molto prestando fede alla fama, molto alle parole altrui. Eccessivamente, per certo, troppo eccessivamente, ti indugi
nelle mie lodi. Affermi che in tutte le arti degne di un uomo libero, cos in generale come in particolare, non solo
io sono il primo, ma anzi sovrabbondo in dottrina. Dici
che sono uno, che, per eccellenza dingegno, per cortesia
e amabilit, mi guadagno la stima di tutti. Tu, per usar
le tue espressioni, dici che io, uomo, a giudizio di tutti,
fornito di una straordinaria coltura, non risparmio fatica
nel continuo sforzo di rendermi utile agli altri e, nel desiderio di giovare agli altri, non soglio badare al grado e
alle condizioni di coloro, a cui scrivo.
Tu accenni a certe mie lettere scritte a molti studenti,
con le quali essi appresero da me ci, che da se stessi o
da altri non avrebbero potuto.
Tutto questo tu dici per farti coraggio a rivolgermi la
tua richiesta. Molte altre cose poi dici, che non voglio
tutte ripetere, e a proposito delle quali non ho che a
compatire il tuo errore, perch mi accorgo che ti sei
ingannato nei miei riguardi, essendo tu solito, ci che
suol dirsi proprio della leggerezza francese, dare per
certe le cose che hai sentito da altri, e attribuirmi a lode
quelle doti, che quandanche io le avessi, non sono mie.
Che cosa ho io, infatti, che non abbia ricevuto e che non
mi sia stato gratuitamente donato, e non per i miei meriti,
bens per grazia del donatore?
Vorrei che fosse lodato Colui, che il donatore e lautore, e non io, che ricevo il dono e che sono strumento
nelle mani dellartefice. Qualunque cosa io sia, o sostanza o accidente, questa cosa di Colui, di cui siamo opera, onde crederla nostra somma pazzia, e attribuirla a
nostra lode imperdonabile superbia. Ti prego, quindi, dora in poi, di astenerti dallaccarezzare pi oltre,
con queste lusinghe, le mie orecchie facili ad essere trat-

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te in inganno, si che io non dimentichi, per avventura,


che quelle doti che tu vai lodando, sono di Colui, che me
le ha elargite, e non mie. Invero, chi sostenga di aver appreso qualcosa per merito del proprio studio, perseveranza e meditazione, afferma di essere prima causa a se
stesso, e quanto tale affermazione sia pazzesca giudicherai tu, che sei studente in arti. Mai mi indurrai a pensare
questa sciocchezza. Io sono, infatti, strumento dellartefice, e non causa efficiente dellopera e dellazione. Ammesso pure che volessimo considerare ci, che si compie
da noi, come dipendente dalla nostra volont, resta pur
fermo che noi non siamo che cooperatori di Dio, da cui
nasce il merito dellopera, che non causa, ma misura
della ricompensa. Onde, ogni qualvolta colpa o difetto nella nostra azione, perch ci siamo allontanati dalla norma della legge eterna, non facendo ci, che avremmo dovuto fare, e ci siamo cos da noi stessi condannati alle pene che leterna legge comporta. Ora, lodami se
puoi, e afferma che sia mio quel che tu stesso vedi come
non possa esser mio.
Se io so, o, piuttosto, se tu credi che io sappia qualcosa, rallegrati, perch Dio mi diede ci, e prega che persista la grazia, onde, se per caso questa sparisse, non si
venga a scoprire la mia ignoranza.
Quanto poi allaccusare lavarizia di molti, che non vogliono far parte ad altri della loro sapienza, o, quando
insegnino, sogliono scrivere soltanto ai felici del secolo,
sprezzando gli altri, hai perfettamente ragione. Certamente sono assai degni di rimprovero coloro, che, dovendo accorgersi, se non sono insensati, di aver avuto
gratuitamente un dono da Dio, pretendono di ridurre a
bene privato ci, che bene di comune interesse, e, cosa pi detestabile, si vantano di aver ottenuto con le proprie fatiche ci, che non possono, se non quanto piaccia
a Dio, mantenere, e ci, che vedono non essere concesso
ad altri, che, anche pi di loro, hanno faticato per averlo.

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Ma costoro rimangano nel proprio errore: noi siamo


dellopinione di Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini:
Date gratuitamente quel che gratuitamente avete ricevuto. N certo vorrei, poich vedo il Signore del mondo concedere tali doni agli uomini, che per s non son
nulla, disprezzare gli altri, in ricompensa del talento che
io ho ricevuto. Infatti, se una cos eccelsa maest si degn di concedere qualche cosa alla mia pochezza, come
mai potr osare di crederla e pretenderla esclusivamente mia, e non sforzarmi piuttosto di farne tutti partecipi?
Disprezzer forse il prossimo per lumile fama e per la
bassa fortuna, perch mi accorgo che Dio, quantunque
massimo, non disdegn dalla sua altezza e dalla sua eccelsa bont guardar me, umilissimo e abietto? Non disprezzer te, n alcun altro, sia pur sconosciuto, come tu
mi sei, quando sapr che vuole imparare qualcosa da me,
n invidier ad alcuno quello, che io ho ricevuto. Se scoprir la verit di quel che mi domandi, potrai congratularti con me: se poi non ti soddisfer, come desideri, dai
la colpa alla mia ignoranza, e anche a te, perch hai sperato di me pi di quanto lesperienza dei fatti ti autorizzasse a sperare. E in quanto a ci basta.
Ora poi, venendo a quel che tu mi domandi, in primo
luogo diremo, onde evitare gli equivoci, che cosa si debba intendere per il tiranno, cos nel significato proprio
del termine, come nella sostanza (aggiungendo di quante
specie sia il tiranno): in secondo luogo, discuteremo nel
miglior modo possibile se sia lecito uccidere il tiranno; in
terzo luogo parleremo del dominio di Cesare, e se Cesare possa e debba ragionevolmente essere annoverato fra
i tiranni; in quarto luogo, infine, se Cesare fu giustamente o ingiustamente soppresso dai suoi uccisori, e finalmente in ultimo dimostreremo che il divinissimo Dante,
mio cittadino e compatriota, non err, immergendo costoro nel profondo dellinferno. Svolti questi argomenti, penso che tu e quanti hanno un simile dubbio saranno

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soddisfatti. Quel che poi mi domandi in ultimo, ossia se


Antenore ed Enea siano stati traditori della patria, giacch non costituisce motivo di controversia, baster riferire, cosa che far nellultimo capitolo, quel che ho trovato scritto presso gli antichi autori. E questo problema
tenter di risolverlo alla fine.

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I
CHE COSA SIA IL TIRANNO E DONDE IL SUO
NOME

Rubrica

Questa voce tiranno di origine greca, e, come presso i greci, cos anche presso di noi, signific un tempo la
stessa cosa, e similmente oggi significa la medesima cosa. Infatti, avendo tyros a lo stesso significato di forte, e in principio, come Trogo ci attesta, essendo qualsiasi citt e nazione solita conferire ai re il governo della cosa pubblica, i quali re, come scrive Giustino, erano
prodotti non dal favore del popolo, ma dalla loro provata temperanza di uomini onesti, ed essendo precipuo dovere dei medesimi di difendere i limiti del potere e ordinare quel che stimassero giusto, e dirimere le contese,
se mai linnocenza dei tempi ne facesse sorgere qualcuna, con quellequit, che per natura insita nella mente
umana, ne venne che, poich tutto ci richiede forza, sia
danimo che di corpo, presso i pi antichi uomini della
Grecia e dItalia, i re da questa forza furono chiamati tiranni. Il re poi in greco chiamato Vassileus, dal regnare, e Vassileuo in greco proprio lo stesso che regno in latino. Senonch, col crescere della umana malizia, avendo i re cominciato a regnare in modo superbo, il
nome di tiranno fu ristretto a coloro, i quali con arroganza abusano delle forze del potere. Di questo sia testimonio lottimo dei poeti: Marone: Un popolo, disse, magnifico in guerra, prese stanza sulle etrusche colline, poi
dopo molti anni di splendore, un re: Mezenzio, lo tenne in balia con un superbo dominio e con armi crudeli,
e aggiunge, per quel che riguarda la superbia: A che
ricordare le stragi nefande e i delitti del tiranno?. Ec-

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co, quindi, che egli chiama tiranno colui, che prima aveva detto re superbo, egli stesso, che prima, del suo Enea,
che, ovunque sia, vuole pio e re, aveva detto: Per me sar pegno di alleanza aver stretto la mano del tiranno. E
ci basti aver detto intorno al significato del nome, per
demolire lignoranza e le false idee di taluni.
Venendo poi alla definizione di ci, che debba intendersi per tiranno, citer il testo di San Gregorio, il quale
nel libro XII dei Moralia in Giobbe, esponendo quelle
parole: Ed incerto il numero degli anni della sua tirannide, che si leggono nel quindicesimo capitolo di Giobbe, non solo dette la definizione del tiranno, ma ne distinse molte specie. Scrive egli infatti, divinamente, come sempre: detto, infatti, propriamente tiranno colui, che, in un libero stato, governa contro il diritto. Poi
soggiunge: Ma bisogna anche sapere che ogni superbo esercita a modo suo la tirannide. Talora, infatti, uno
esercita questa tirannia nel governo dello stato con la potenza del grado che gli stato conferito, un altro in una
provincia, un altro ancora in una citt, un altro in casa
sua, un altro, infine, per una tal quale segreta nequizia,
tiranno col pensiero. Ma Dio non considera quanta possibilit abbia ciascuno di far del male, bens quanto male voglia fare. Sicch, quando manchi la forza di esserlo esteriormente, gi in s tiranno colui, nel cui animo
predomini la malvagit; perch, anche se in effetto non
tiranneggi i suoi simili, pur tuttavia dentro di s desidera
avere la facolt di tiranneggiarli. Queste sono le parole
di S. Gregorio.
E per quanto si riferisce alle varie specie di tirannide
poste da Gregorio. mi pare che si possa fare una prima
distinzione fra due tipi di tiranno: il tiranno in intenzione e il tiranno in atto. Infatti, quegli, a cui manca il potere o la forza, ma che, per una nascosta nequizia, ha nel
cuore linclinazione alla tirannide, ha in s la disposizione ad esser tiranno, ma non latto. E questi se ben con-

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sideri, tiranno solamente in s: la qual turpitudine, per


Dio, che scruta in fondo al cuore degli uomini, certamente grave, dato che Dio vede non solo quanto ciascuno pu, ma piuttosto quanto ciascuno vuol fare. Del che
pel momento tralasceremo di parlare. Diremo, invece,
che i governi si possono, secondo la loro forma, dividere
in tre tipi. C, infatti, il governo regio, il governo politico e il governo dispotico. Poich, o c chi governa secondo la norma della propria prudenza e larbitrio della
propria volont libera da qualsiasi predisposta disposizione di leggi e di uomini. prendendo a unico scopo del
proprio agire lutile dei sudditi, e si ha il governo monarchico; o lautorit di chi governa tutta limitata da leggi, cui sia illecito trasgredire, e si ha il governo detto politico; oppure si applica nel governo il sistema, con cui
si esercita il dominio sui servi e sugli animali, prendendo ad unico criterio di azione la conservazione della cosa posseduta e lutile del possessore, e si ha il genere di
dominio, che i Greci chiamano propriamente dispotico,
e che secondo la natura del fine riguarda pi leconomia
che la politica. Ora in ciascuna di queste diverse maniere
di governare, chi si porta da superbo si muta in tiranno,
cos come vogliono le ben ponderate parole di Gregorio,
che sopra ho riferito.
Non tanto , per, da dirsi che il governo economico
si contrapponga, come tale, al governo monarchico politico e dispotico, quanto piuttosto che tutti e tre li abbraccia. Il governo di un padre di famiglia ha, invero, in
quanto si esercita sul figlio, carattere regio e monarchico,
basandosi sullaffetto e lamore: in quanto si esercita sulla moglie, carattere politico, essendo regolato dalle norme del diritto: in quanto si esercita sui servi, carattere dispotico, avendo ad oggetto un dominio privato. Il governo tirannico perci, bench certamente si contrapponga a ciascuno di questi tre tipi di governo, se da un lato,
consistendo esso nel mandare in rovina le leggi, nel com-

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portarsi da superbo, nel pensare allutile proprio, anzich al bene dei sudditi, sembra, dato il fine che esso persegue, e che di badare al massimo al proprio vantaggio
e di accrescere al massimo la propria ricchezza, presentare analogia col governo economico e con quello dispotico, pare, daltro lato, se si guarda alla illimitatezza darbitrio, che gli propria, piuttosto convenire col governo monarchico. Giacch altro non significa esser tiranno, se non governare illegittimamente o contro il diritto:
il che pu accadere per due motivi: o in quanto alcuno si
sia arbitrariamente impadronito in uno stato di un potere, che non gli spetta, o in quanto alcuno governi ingiustamente, violando la legge e il diritto. Ascolta come M.
Anneo Seneca fa parlare di s il tiranno: Io, dice, nella
destra vittoriosa terr il dominio strappato, sia pur con la
forza, e far ogni cosa senza il timore delle leggi. Il dominio strappato con la forza significa liniquit del titolo, e il far ogni cosa senza il timor delle leggi riguarda
la ingiustizia nel modo di governare: cose, che Gregorio
disse esser entrambe proprie della tirannide, definendo
il tiranno come colui, che governa contro il diritto.
Concludiamo, pertanto, dicendo che tiranno, non
meno colui, che, avendo usurpato il potere, non ha alcun titolo valido per esercitare il governo, che colui, il
quale governa superbamente, commettendo ingiustizie o
non osservando i diritti e le leggi, come, al contrario,
legittimo principe colui, al quale il governo fu legittimamente conferito, e che solito esercitarlo, rispettando la
giustizia e le leggi.

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II
SE SIA LECITO UCCIDERE IL TIRANNO

Rubrica

E per incominciare dagli usurpatori, chi negher a tutto


il popolo o anche alla maggior parte dei cittadini, o ancora a qualsiasi nucleo di questi, sia pur particolare. o addirittura, ad esser pi precisi, a qualsiasi anche unico cittadino, il diritto di resistere a chi usurpi la libert del popolo o a chi ingiustamente si impadronisca del governo?
Infatti, se, come gli ottimi fra i Principi, gli Angusti Diocleziano e Massimiano, affermarono, scrivendo a Teodoro, lecito, per difendere il possesso legittimamente acquisito, al legittimo possessore respingere la violenza infertagli con proporzionata adeguatezza di difesa, e, come dice Ulpiano il pi valente dei giureconsulti, possiamo respingere con le armi chi con le armi ci assalta, essendo, come scrive Cassio, per legge di natura legittimo
il diritto di respinger la forza con la forza, chi vorr negare ad ogni individuo la facolt di opporsi allusurpatore del governo in una citt o in una provincia o in un regno? Sar dunque lecito respingere con la violenza i rapinatori di un solo uomo, o di un campo, e anche uccidere chi insista nella violenza, e non sar lecito opporsi con le armi, e anche a costo di versare il sangue, a chi
con la violenza tentasse impadronirsi del pubblico potere in una citt o in un regno? Troppo ingiuste sarebbero le leggi, anzi non sarebbero affatto leggi, se ci, che si
consente nei pericoli e nelle offese dei privati, si negasse
alla salvezza della libert e dello stato. Ch se, come testimonia Ulpiano, lecito uccidere impunemente un ladro notturno, che si difenda con unarma in modo tale,
che colui, che gli d addosso non possa risparmiarlo sen-

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za suo rischio di persona o di cose; se Arcadio, Teodosio e Onorio permisero che fossero uccisi i banditi e disertori, ordinando al Prefetto del Pretorio Adriano che
a tutti fosse concesso il diritto di esercitare la pubblica
vendetta per la quiete comune; se Valentiniano, Arcadio
e Teodosio danno agli abitanti delle provincie facolt di
opporsi ai privati e ai soldati, affinch coloro, che di notte invadono i campi per saccheggiarli, o a scopo di rapina insidiano la sicurezza delle strade frequentate, incontrino per mezzo di chiunque la pena che meritano, e subiscano la morte, che essi minacciano agli altri, essendo
evidentemente preferibile la tempestiva prevenzione che
la tardiva repressione dei delitti; chi potrebbe essere cos
ingiusto interprete delle leggi, chi tanto avverso alla giustizia, chi cos ostinato nemico dello stato e del bene comune, da non ritener lecita questa stessa sanzione a danno di coloro, che tentano di instaurare la tirannide? e
tanto pi, quanto il bene pubblico pi importante del
privato? Lecita essa parve allillustre Servilio Ahala, il
quale, quando Spurio Melio, citato in giudizio dal dittatore Lucio Quinzio Cincinnato sotto accusa di aspirazione al regno, per avere egli, ricchissimo, in tempo di carestia, offerto materia di scandalo, distribuendo gratuitamente, a scopo di corrompere clienti ed avversarii, alla
plebe di Roma il grano fatto venire dallEtruria, si rifiut
di obbedire ai littori, e si appell alla plebe, non esit ad
uccidere, senza attendere il giudizio, che la temerit della plebe avrebbe probabilmente impedito, il ribelle. Il
quale atto non solo non fu ad Ahala imputato a biasimo,
ma gli tu anzi, attribuito a massimo titolo di gloria.
Rimangono, invero, dopo che fu annunciata al dittatore luccisione di Melio, le gloriose parole pronunciate da
Cincinnato in lode di Ahala. Esclam, infatti, il vecchio:
Sia onore a te, o Servilio, per aver salvato la repubblica
dal disordine. E subito, convocata lassemblea del po-

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polo e della plebe, dichiar Melio giustamente ucciso, e


con lautorit dittatoriale ne confisc i beni.
Ed forse necessario ricordare P. Scipione Nasica, il
quale, essendosi Tiberio Gracco, nipote del primo Africano per parte di Cornelia, in occasione di una sommossa
popolare, da lui stesso eccitata al fine di ottenere a danno
della repubblica la proroga allanno successivo del tribunato gi da lui turbolentemente esercitato, toccato il capo, quasi a chiedere la corona regale, prese di sua iniziativa la responsabilit di abbatterlo? Poich, infatti, gli parve che troppo lenta fosse la resistenza opposta dal console Scipione, detto a coloro, che volevano salva la repubblica, di seguirlo, diede, ravvolgendosi al braccio sinistro
la toga, agli ottimati il segno di arrestare Gracco. Il quale
stramazz, mentre fuggiva verso il Campidoglio, colpito
a morte dai frammenti dei sedili, ed insepolto fu gettato
nel Tevere. E sebbene Nasica sfuggisse a qualsiasi giudizio e castigo col pretesto di una legazione da assolvere, non manc chi si rendesse poi di questa strage altissimo lodatore. Infatti, il secondo Africano, essendo stato, mentre celebrava il trionfo di Numanzia, richiesto da
Gneo Carbone, punitore della rivolta e della strage graccana, di che cosa egli pensasse della morte del suo congiunto, non esit a rispondere che gli sembrava essere
stato Gracco giustamente ucciso. Grave a tal segno parve sempre, del resto, ai Romani, lusurpare il potere dello stato, da giudicar degno di morte il solo sospetto di
tal delitto, giudicando senzaltro non cittadino, ma pubblico nemico chiunque pretendesse potere pi delle leggi e del Senato, o sembrasse aspirare al regno. Per supposizioni appunto di tal sorta, M. Manlio, che pure aveva, non solo con grandissimo valore difeso il Campidoglio contro i Galli, ma anche con proprio danno liberato dal peso dei debiti molti cittadini, fu accusato di aspirare al regno, e fu gettato gi da quella stessa rupe Tarpea, donde aveva con le armi allontanati i Galli. Al che

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si aggiunse anche la nota dinfamia del memorabile decreto della gente Manlia, con cui si stabil che nessuno
di questa famiglia potesse pi dopo di lui chiamarsi M.
Manlio.
E ritornando a Gracco, mi viene un dubbio notevole: quale Scipione Nasica sia stato lautore della strage
graccana.
Sappiamo, infatti, dalla testimonianza di Livio, che, al
tempo della seconda guerra punica, prima che avvenisse il passaggio in Libia del maggiore affricano, uno dei
figli di Gneo Scipione, che mori col fratello in Spagna,
adolescente onestissimo, chiamato Publio Scipione Nasica, che il Senato giudic ottimo tra i cittadini, ebbe incarico di prendere, quasi a titolo di domestica ospitalit,
in consegna lidolo della Madre degli Dei fatta venire da
Pessinunte. Ora, dato che tra la seconda e la terza guerra, che i Romani combatterono coi Cartaginesi, passarono cinquantanni, e quattro anni dopo Cartagine fu distrutta, e. infine, la guerra numantina, dopo la cessazione della quale Tiberio Gracco fu ucciso, dur quattordici anni, e dato perci, come risulta dal diligente conteggio dei tempi, che, dallanno, in cui Nasica ospit la
Dea, prima della fine della seconda guerra punica, alla fine della guerra numantina, si contano sessantotto anni
cio, cinquanta, trascorsi tra la seconda e la terza guerra punica, e quattro della terza, e i quattordici, durante
i quali Numanzia resist al popolo romano, evidente che, ove allet giovanile di Scipione Nasica si aggiungano gli anni, durante i quali. prima della fine della seconda guerra punica, la Madre degli Dei fu trasportata a
Roma, nel momento, in cui Tiberio fu ucciso, questo Scipione Nasica doveva avere oltrepassati i novantanni. Ci
posto, chi vorr affermare che un uomo pi che novantenne potesse esser capace di farsi, per primo, avvolgendosi repentinamente la toga al braccio sinistro, incitatore
di una schiera di giovani ad uccidere un uomo nel fiore

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degli anni, e proprio mentre occorreva contemporaneamente vincere la resistenza di una moltitudine di fortissimi cittadini? So bene che ci non potrebbe esser negato
a priori ad audaci, ma so anche, e insieme, che questo fatto deve sembrare a tutti tanto straordinario, da non potersi facilmente ammettere tra le cose verisimili. Ch, se
la cosa dovesse tenersi per vera, come sarebbe credibile che un tale esempio di energia senile, cui impossibile trovare altri che luguaglino, anzich diventar celebre
tra i lodatori della vecchiezza, fosse passato sotto assoluto silenzio da tutti gli scrittori, e specialmente da quelli impegnati a raccogliere casi e aneddoti singolarmente
famosi?
Veramente, dopo lillustre pontefice Nasica, trovo un
altro P. Scipione Nasica, il quale per la somiglianza fisica che aveva con il vittimario Serapione, fu per ischerzo,
dal tribuno della plebe Curiazio, soprannominato Serapione. Ora, io ho motivo sufficiente per credere che questi sia stato figlio del primo Nasica. Forse ve ne Furono
anche altri, che, per la dimenticanza degli storici e per la
somiglianza dei nomi, rimasero ignoti. Poich, se vero
che vi fu assolutamente un solo Nasica, e che P. Scipione
Nasica dichiar guerra a Giugurta re di Numidia, la quale guerra si sa che fu intrapresa nellanno 635 di Roma,
essendo, come scrive il pi illustre degli storici, Livio, la
seconda guerra punica terminata nellanno 541, tempo,
in cui Scipione Nasica, giudicato lottimo dei cittadini,
era nella sua prima giovinezza, ne seguirebbe, non solo che questo Nasica avrebbe vissuto centoquindici anni, ma anche, cosa che al di l di ogni prodigio, avrebbe, come console, tenuto a questa et il governo della repubblica. La qual cosa non essendo verosimile, lascio a
tutti facolt di concludere. E vedano i buoni se ci che
ho detto li persuade.
Ch, se, come Valerio, essi vogliono assolutamente esserci stato un solo P. Scipione Nasica, lo celebrino pure

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come splendidissimo lume di togata potenza, che, essendo console, dichiar guerra a Giugurta e che con purissime mani accolse la madre Idea, quando questa dai
luoghi della Frigia si trasfer sugli altari e nelle case di
Roma insieme con le altre cose, che lo stesso autore nel
capitolo Dei proscritti riun, a lode e a esaltazione di
questunico Nasica, o piuttosto, rifer, cos come, senza
farne oggetto di propria indagine critica, le aveva trovate raccolte da un altro. Dicano tutto ci con Valerio, e
si facciano forti dellautorit del suo nome. Li invito per, in tal caso, a render ragione dei tempi. Ch, se questa ragione non sono in grado di rendere, dicano pure
che cos ha scritto Valerio, ma non affermino che ci che
ha Scritto Valerio risponde a verit storica. E preferiscano ritenere interpolato il testo di Valerio, piuttosto che
attribuire ad uno scrittore di cos rara sapienza un cos
grossolano errore.
E, invero, mentre io andava scrutando questo problema. mi avvenne di riscontrare evidente nel capitolo del
mutamento dei costumi e della fortuna, lerrore di questo stesso nome. In tutti i codici di Valerio, che io ho esaminato, si trova, infatti, comunemente scritto che Gneo
Cornelio Scipione Nasica, quando, da console, era a capo della flotta romana, fu fatto prigioniero dai Cartaginesi presso le isole Lipari; mentre in Seneca, che non so per
qual ragione chiamano Floro, in Eutropio ed in Orosio,
troviamo scritto in modo inequivocabile che, non Scipione Nasica, ma Gneo Cornelio Asina, nel quinto anno della prima guerra punica, chiamato a colloquio dal grande
Annibale, fu, con frode fenicia, fatto prigioniero.
E, poich cos stanno realmente le cose, io credo che
taluni, cercando di correggere quel nome Asina, lo abbian cambiato in Scipione Nasica. Pensando che un cos deforme nome fosse disdicevole in una cos illustre famiglia. I quali, se avessero letto in Macrobio, fedelissimo
informatore delle cose del mondo antico, che, avendo

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Cornelio comprato nel foro un campo, ed essendo egli


richiesto di fornire garanzia per il pagamento, fece portare allistante su di unasina tanto danaro, quanto se ne
doveva pesare, e che da quel momento alla famiglia Cornelia fu dato, non per disprezzo, ma per la singolarit del
fatto, questo soprannome di Asina, nos se ne sarebbero
sorpresi. Comunque, fai tu, e facciano altri, al mio ragionamento laccoglienza che pi piace. Non pretendo, infatti, che altri mi presti maggior credito e fede di quanto
desidera e ciascuno tenga per vere o verisimile quel che
gli pare. Io tuttavia, sicuro dellinterpolazione e dellerrore, ho cancellato dal mio codice di Valerio quelle parole Scipione Nasica, e le ho corrette con Asina, cos
come credo fosse scritto fin da principio. Ch se poi, nel
capitolo Dei proscritti, dove detto P. Scipione Nasica. splendidissimo lume di togata potenza, che, console, dichiar guerra a Giugurta si aggiunga figlio di colui che la madre Idea... con quel che segue, quelle due
parole figlio di colui. che lo scrittore pot per isbaglio
saltare, bastano a dissipare ogni dubbio.
Ma ritorniamo allargomento. A proposito del quale mi sembra sia ormai a sufficienza dimostrato come a
buon diritto, non solamente una parte del popolo. ma
anche un qualsiasi privato cittadino possa impunemente
resistere a chi voglia farsi tiranno, schiacciando crudelmente un tal mostro con le armi e col sangue. N soltanto nellatto, in cui egli usurpi il governo, ma anche dopo che labbia usurpato, e anche se sia trascorso del tempo, durante il quale si sian forse raccolti mezzi e aiuti per
ricacciarlo.
Concetto, che il sapientissimo Ulpiano gi fiss nei
rapporti di diritto privato. Disse, infatti: Dobbiamo
sapere che non solo permesso resistere per non essere scacciati dal proprio possesso, ma, qualora si sia stati
scacciati, si pu cacciar via lusurpatore, non dopo qual-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

che tempo, ma subito: cio: prima che ci si rivolga ad


altre occupazioni.
Atto continuo infatti, secondo linterpretazione datane da Nerazio, quello, che si svolge senza interruzione,
tranne lintervento di brevi intervalli indipendenti dalla
volont degli agenti. Sicch, se un padre, cui , a quanto ci insegna Ulpiano, lecito uccidere immediatamente la
figlia posta sotto la sua potest, scoperta questa, nella casa che egli e il genero abitano, in flagrante adulterio, la
uccida, non subito, ma dopo qualche ora dalla scoperta, mentre la insegue fuggente, e gli riesce afferrarla la
uccida varr come compiuta immediatamente e sul fatto.
Tanto pi, quindi, sar, non solo nellistante dellusurpazione, lecito insorgere contro lusurpatore della pubblica autorit, ma anche in seguito, mentre lusurpatore
perdura, dar opera a raccogliere armi e mezzi per resistergli.
Che dire poi, se lusurpazione sia diretta proprio a
danno di un governo tirannico. ed essendo il popolo
abituato alla passivit del servire, nessuno resista allinvasore, sicch questi riesca per qualche tempo ad imporsi? Forse, in tal caso disponendo le leggi che le cose, le
quali siano, cessata ogni forma di resistenza, estorte con
la violenza o con la paura, lungi dallessere, sempre giuridicamente irrite e nulle, possano essere di fatto convalidate o sanate dal tacito od espresso consenso di coloro, cui furono imposte, a subirle forse, dico quellobbedienza e quel consenso del popolo potranno ritenersi valevoli sino a che non appaia contraria sentenza di
una autorit superiore autorizzata a emanarla a dare al
nuovo governo apparenza o carattere di legittimit.
E poich, negli Stati intimamente discordi e turbati
dalla frequenza di lotte interne e civili e di quotidiani
contrasti, avviene assai spesso che, al fine di por termine
alla discordia o per stanchezza dei mali presenti, si elegga un signore, o che talora, tumultuando il popolo, qual-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

cuno venga, senza deliberazione o scelta, inalzato a principe, o che, in fine, venute le fazioni alle armi, si deferisca per volont della fazione prevalente ad un solo individuo la somma del governo, potr forse chiedersi da
qualcuno, se il potere per tal via o in tal modo acquisito sia da ritenersi fondato su un titolo legittimo. Al qual
proposito dir che, ove si tratti di un popolo, che, non
avendo o non riconoscendo volont superiore alla propria, sia signore di se stesso, sar senzaltro da starsi a
ci, che la maggioranza del popolo avr deciso. E legittimo sar senza dubbio il governo, se, in un popolo soggetto alla sovranit di un principe, alla decisione popolare
seguir la conferma per parte di questo.
Ch, se, invece, mancando il consenso di questo, leletto del popolo assuma di fatto il governo senza attender la superiore conferma, egli, non avendo di per s lelezione popolare alcun valore giuridico, da considerarsi tiranno. Se, finalmente, il popolo si riconosca soggetto
alla sovranit di un principe, ma sia di fatto privo dogni
governo per parte di quello, rimanendosene quello lontano, leletto del popolo avr legittimo titolo a governare,
sino a che non si dichiari il contrario dal principe.
Ma il problema, che a noi sovratutto preme discutere,
se sia lecito insorgere contro il signore od il principe,
che, pure avendo il pieno diritto di governare, abbia per
superbia incominciato ad abusare del governo.
Che costui possa essere dal superiore deposto e punito, nessuno, purch, s intende, in seguito a legale processo e a legittimo giudizio, vorr negare. Cos Costui potr essere impunemente percosso ed ucciso, se il legittimo sovrano, o altri, autorizzato a giudicarlo, lavr proclamato nemico: non si potr, invece, senza consenso del
superiore, n perseguirlo, n offenderlo, n ammazzarlo,
se sar stato deposto in base ad una sentenza.
Quanto alle citt, che non riconoscono sovranit alcuna al di sopra di s, non vha dubbio che esse possono

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

revocare a chi lo detiene il governo, dopo averglielo conferito, ed espellerlo, e persino, se ve ne sia giusto motivo, ucciderlo. Cos, sotto la guida di L. Bruto, il popolo romano abbatt, pei delitti di Tarquinio il Superbo e
dei suoi figli, il governo dei re. Cos, grazie a Virginia,
che, per malvagit di Claudio, era stata, sotto pretesto di
sua calunniosa condizione servile, rapita per farle violenza, fu abolita la autorit dei Decemviri. Cos Nerone, ultimo de Cesari, giudicato pubblico nemico dal Senato,
doveva essere ucciso dagli assassini inviati a finirlo.
Ma lasciamo gli esempi, che facile raccogliere, cos
dalle sacre scritture che dalle Storie pagane e cristiane, e
che, per quanto sian numerosi sappiamo di infinite uccisioni di re e di principi, che pur giustissimamente governavano non provano affatto essere lecito ammazzare i re o i tiranni, e cerchiamo di conchiudere. So bene che, come dice il poeta di Aquino, pochi re e tiranni
discendono senza sangue e senza compianto ove dimora
il genero di Cerere. Ma so anche che questa frequenza
di stragi non dimostra che esse possano o debbano considerarsi conformi a giustizia. Una cosa , infatti, essere
ucciso, ed unaltra essere ucciso giustamente: ed ho limpressione che a nulla abbia giovato, alleruditissimo Giovanni dei Saberii, lo sforzo di appoggiare su un gran numero di esempi, nel suo libro, che non so per qual motivo chiamiamo Policrato, la tesi essere giusto uccidere il
tiranno.
Quegli esempi non provano che la soppressione dei tiranni un atto legittimo: provano soltanto che esso un
atto frequentemente compiuto. Sicch, quando egli, dopo aver scritto nel terzo libro della sua opera: non soltanto lecito, ma equo e giusto uccidere il tiranno,
soggiunge, quasi a giustificare lasserto: poich chi si
serve della spada degno di perire di spada..., vorrei
veder questa tesi meglio svolta e dimostrata. Poich subito dopo, a chiarimento di esse, aggiunge: ma si inten-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

de servirsi della spada colui, che di propria iniziativa ne


usurpa lesercizio, non colui, che riceve da Dio la potest
di farne uso: con che egli sembra voler confusamente
dire esser lecito uccidere i tiranni.
E, infatti, verso la fine di quel terzo libro, non volendo
noi citar tutto, egli scrive: se, invero, tutti possono farsi
persecutori del delitto di lesa maest, quanto pi ci sar
da dirsi di quel delitto, che offende le leggi, cui debbono
sottostare gli stessi Imperatori. Certo nessuno pu vendicare il pubblico nemico, e chiunque non lo perseguita
delinque contro se stesso e lintero corpo politico Cos egli scrive; ma nellottavo, cio nellultimo libro, questa materia copiosamente svolta con una prolissa serie di esempi. Sta di fatto, per, che egli stesso ragionevolmente sottopone questa licenza di uccidere i tiranni
a certe restrizioni. Cos, nel capitolo diciottesimo quando, volgendosi alla testimonianza della storia, egli fa seguire a queste parole: Poich fu sempre lecito adulare
il tiranno, ed ingannarlo, e persino ucciderlo, ove non ci
fosse altro mezzo per impedirgli di nuocere, questaltre:
...Non si tratta per dei tiranni privati, ma di coloro che
opprimono lo stato. A reprimere i tiranni privati bastano
le pubbliche leggi, che vincolano la vita di tutti. E neppure consentito per riverenza alla santit del sacramento usare la spada materiale contro un sacerdote, anche se
si porti da tiranno, tranne il caso che questi, dopo esser
stato sconsacrato, osi versare il sangue contro la Chiesa.
E scrive nel capitolo ventesimo primo: Da questo insegnano le storie esser necessario guardarsi: che nessuno
osi tramar la rovina di colui, al quale legato dal sacro
vincolo della fedelt o del sacramento
Non vedi tu forse quanto questo stesso autore si sforzi, per quanto egli ha di autorit e di fede, di ritrarsi da
quella troppo illimitata tesi del dovere di sopprimere i tiranni, affinch non avvenga che tutti si sentano indistintamente autorizzati a metter sul tiranno le mani, o tutti si

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

attribuiscano il diritto di giudicare se la tirannide esista?


La verit che a un tal giudizio deve precedere, ove sia
possibile provocarla, la sentenza dellautorit superiore,
o dove questa manchi, devesi rimettere la sentenza al popolo. Certo non sar meno lecito ammazzare il tiranno
sorpreso in adulterio con la moglie o la figlia, di quanto
sia lecito sopprimere in casi analoghi un magistrato. Ma,
per quanto sia vero essere la tirannide il peggior flagello,
che possa insorgere nel corpo del popolo o dello stato,
non deve certo un solo individuo, non deve neppure una
pluralit di individui, farsi lecito di turbare di proprio arbitrio la situazione politica, che un legittimo istituto o il
voto del popolo abbia ordinata, o che sia stata sanzionata dallobbedienza o dal consenso espresso o tacito dei
cittadini. Atto di presunzione, anzi di superbia, quello
di colui, che, quando tutti gli altri sopportino, si leva da
solo contro il governo, sia pure il governo di un Nerone,
o di un Ezzelino, o di un Falaride, o di un Busiride. N
importa che labbattimento del tiranno sia approvato dal
popolo e somma felicit ne venga garentita ai cittadini. e
somma lode con aggiunta di infinite ricompense sia attribuita al liberatore o ai liberatori. Il principio fu pur sempre, ove non fondato su giusto motivo, per se stesso ingiusto. Ma spesso il delitto fortunato considerato virt.
Per quel che io penso. come bene lodare e premiare chi
abbia giustamente abbattuto un tiranno. cos deve ritenersi degno di ogni pi grave castigo chi abbia ingiustamente ucciso il suo legittimo signore, anche se questi governasse iniquamente. Poich, se senza dubbio ogni cittadino obbligato a servire la Patria, al punto da dover
sacrificare alla salvezza dello stato persino la vita, ci non
significa che esista lobbligo di garentire lutile pubblico
anche a costo di commettere un delitto.
E veramente tanta la forza della moralit e delle
leggi e dellautorit dello stato, come ci narra Cicerone.
che quando il generale Pompilio conged la legione,

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

nella quale militava il figlio di Catone. essendo costui


rimasto nellesercito per il desiderio di combattere, il
padre scrisse a Pompilio che, se gli fosse piaciuto di
trattenerlo ancora, gli facesse prestare una seconda volta
il giuramento militare, e ci pel motivo che. avendo il
figlio esaurito, con lo scioglimento della legione, il primo
giuramento, questi non avrebbe pi avuto il diritto di
continuare a combattere contro il nemico. E chi sar
che, senza pubblico consenso, e senza obbedire ad alcun
generale o duce, stimi di poter impunemente impugnare
le armi, sia pure per liberare la patria?
Non ponga, dunque, nessuno a repentaglio lanima
propria n osi farsi ragione da s, n, in fine, insorga contro il proprio signore. anche se questi si porti da tiranno.
Queste cose possono farsi soltanto se ce le ordini la volont del principe o del popolo, n alcuno pu assumerne di propria iniziativa la responsabilit. Giacch chi
dalla pubblica fama designato come degno di morte non
pu essere impunemente ucciso da chiunque, ma soltanto per ordine di chi governa e nel modo prestabilito dalle
leggi, trascurando le quali si commette reato. E ci basta
per il secondo articolo della nostra tesi.

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

III
DEL PRINCIPATO DI CESARE E SE IL
MEDESIMO POSSA E DEBBA CON RAGIONE
ESSERE ANNOVERATO FRA I TIRANNI

Giovanni dei Saberii, di cui facemmo menzione nel precedente capitolo, dopo di avere, nel diciannovesimo capitolo del libro ottavo, rapidissimamente toccato di molte cose intorno a Cesare, formola in questo modo il suo
giudizio su lui: Tuttavia colui, essendosi con le armi impadronito del governo, fu tenuto per tiranno, e, col consenso della maggioranza del Senato, finito a pugnalate
sul Campidoglio. Cos il Policrato. Veramente il nostro Cicerone. che molto volentieri osava parlare contro
Cesare dopo la sua morte. disse nel suo libro dei Doveri:
Ci che si legge in Ennio: a nessuna santa amicizia, nessuna fede tra i re, appare sempre pi evidente. Perch, dovunque siano condizioni siffatte, per cui sia impossibile che a molti possa spettare il primato, inevitabile sorga tanto contrasto, da render difficilissima la osservanza dei patti. E continuando: Ne diede or ora
dimostrazione laudacia di Cesare, il quale sovvert tutti i diritti divini ed umani per quella pazza illusione, che
gli aveva fatto sognare il Principato. E altrove lo chiam espressamente tiranno, cosa che aveva prima evitato
di fare. Scrisse, infatti, nel secondo libro dei Doveri: ...
che non ci sia potenza che valga a far fronte allodio dei
molti, verit, che, se fu prima ignota, oggi notissima.
E non solamente la morte di questo tiranno, che la cittadinanza toller a stento, oppressa dalle sue armi, sinch visse, e tanto peggio tollera ora, da che morto, dimostra quanto sia esiziale a ciascuno lodio degli uomini, ma la fine pressa poco simile degli altri tiranni. Potrei anche riferire altri passi, nei quali lo stesso Cicerone,

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

troppo violento avversario di Cesare morto, lo biasima.


lo perseguita. lo attacca. E veramente, a tacere del Policrato, il nostro Cicerone troppo, dalle tradizioni dellaccademia da lui coltivate, apprese a parlare a seconda delle circostanze, n solamente a dire ora questo ora quello.
ma ad affermare cose contrastanti col mutare dei tempi.
E forse chi diligentemente ne sconnesse gli scritti troverebbe che Cesare molto pi spesso da lui lodato che
biasimato, ch, anzi, non lo vitupera mai, ma o lo loda o,
se lo attacca, cerca di attenuare ogni violenza polemica.
Sappiamo che prima delle guerre civili si comport con
lui sempre da amico. Molti favori da lui stesso ottenne
per s. molti per i suoi amici. Si aggiunge a ci che suo
fratello Q. Cicerone prest il servizio militare sotto di lui
nella Gallia e fu onorato dellincarico di unambasceria.
Vedi che cosa Cicerone scrive al generale Lentulo: A
ci, disse, si aggiunge quella memorabile, anzi divina
liberalit di Cesare verso di me e mio fratello, per cui,
qualsiasi cosa egli facesse, dovrei sostenerlo, e anche mi
pare ora che, in tanta fortuna e cos grandi vittorie, anche
se non fosse nei nostri riguardi quello che , dovremmo
onorarlo. Cos Cicerone parlava di Cesare prima della
guerra civile. Scrivendo poi al fratello Quinto, dice: Mi
scrivi del grandissimo affetto di Cesare verso di noi: tu lo
coltiverai e noi cercheremo con tutti i mezzi possibili di
favorirlo. Al principio, poi, delle guerre civili, essendo
sempre Cicerone stato fautore di pace, verso la quale
Cesare in ogni tempo si mostr arrendevole e proclive,
credo che, se avessimo le sue orazioni del tempo, lo
troveremmo senza dubbio elogiatore di lui. scoppiata
per la guerra civile, e ce ne testimonio egli stesso,
Cicerone fu indotto a passare a Pompeo. Leggi quel
che in proposito scrive egli stesso a M. Celio. quando
sembrava che questi avesse il sospetto che Cicerone fosse
per passare dalla parte di Cesare, e avendone perci
scritto a Cicerone, questi rispose: Tuttavia non so per

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

qual ragione sia avvenuto che tu abbia potuto dedurre


dalle mie precedenti lettere, il sospetto, di cui mi scrivi.
Che cosa, infatti, vi in quelle lettere, tranne la lagnanza
sui tempi, di cui io non sono meno preoccupato di te?.
E dopo poco: Davvero mi sorprende che tu, che mi
dovresti, conoscere profondamente, ti sia lasciato indurre a giudicarmi o cos incauto, da staccarmi da una fortuna in pieno vigore per volgermi ad unaltra gi in declino o gi quasi vinta, o cos volubile, da compromettere il
gi posseduto favore di un uomo giunto al massimo della
potenza, indebolendomi con le mie stesse mani, e, cosa
che ho sempre sfuggito fin da principio, da immischiarmi nella guerra civile. E alla fine: Stando cos le cose, non ho mai pensato ad un mio passaggio a Cesare, se
non con la vostra approvazione. N in molti altri luoghi
egli tacque dellamicizia avuta con Cesare. Ci rimangono di essa, del resto, alcune lettere familiari e amichevoli, reciprocamente scambiatesi. In molti luoghi Cicerone
parla della beneficenza e delle virt di Cesare e confessa
di avere appoggiata la sua causa in Senato. N, prescindendo dal principato e dalla guerra civile, troverai nulla in Cesare, che Cicerone non abbia lodato. Che cosa
poi egli pensasse dellesercito di Pompeo, che cosa della
vittoria di Pompeo, delle minacce dei vincitori, e quanta
diffidenza e paura egli avesse dellinsolenza e della crudelt di costoro, risulta evidente da molti passi delle sue
opere. E forse quanto ho sopra riferito delle parole del
nostro Arpinate circa lillusione o lerrore, da cui fu mosso Cesare, non si risolve in una difesa di Cesare, in quanto lo assolve dalla responsabilit del dolo? Sono infatti senza paragone pi gravi le azioni illecitamente commesse con colpa, di quelle commesse per errore. E l dove egli parl del tiranno, non tacque forse il nome di Cesare, quasi temesse di dir apertamente ci, di cui voleva
persuadere gli altri?

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

Veramente considerando ogni cosa, mi sembra che Cicerone abbia sempre, finch visse, tributato molte lodi a
Cesare, e non solamente prima delle guerre civili, ma anche dopo che, con quei famosi cinque trionfi, furon deposte le armi. Leggi, se vuoi, le sue orazioni per M. Marcello o per Q. Ligario. Leggi, ti prego, anche la sua lettera a Servio Sulpicio. Dopo aver fatto menzione della
reintegrazione di Marcello, egli dice, infatti: Cos bello
mi sembrato questo giorno, da parermi quasi di vedere
un aspetto della rinascente repubblica. Neppur tacque
ci nellorazione, con cui ringrazi Cesare per il perdono a Marcello. Giacch dicendosi che Cesare si andava
vantando di esser vissuto abbastanza per la natura o per
la gloria, Cicerone esclam: Forse abbastanza, se cos
vuoi, per la natura, e voglio anche aggiungere, se ti piace, per la gloria, ma, quel che pi conta, per la patria, certamente poco, il che significa che quelluomo avidissimo di libert giudicava che quella forma di governo, che
aveva in Cesare il suo centro, spettava, non alla tirannide, ma al bene dello Stato. N egli diversamente giudic la condizione degli eventi futuri pel caso che avesse
trionfato Pompeo.
Osserva, infatti, che cosa scrive in proposito a M. Marcello: sempre stata consuetudine delluomo saggio cedere prima di tutto al tempo, cio obbedire alla necessit: e certo la cosa, come realmente sta, non soffre in ci
difetto alcuno. Forse non lecito dire quello che pensi,
ed permesso invece tacere. Tutto, infatti, stato deferito ad uno. E questi non si serve neppure del consiglio
dei suoi, ma unicamente del proprio. Ma le cose non andrebbero molto diversamente, se il governo dello stato
spettasse a colui, che noi abbiamo seguito. O forse pensiamo che colui, il quale, quando era comune con ciascuno di noi il pericolo, ricorreva al consiglio proprio e di
uomini suoi pochissimo prudenti, sarebbe stato pi socievole con noi dopo la vittoria, di quanto lo fosse nellin-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

certa fortuna?... E dopo alcune altre parole, soggiunge


nello stesso senso: Ogni cosa infelice nelle guerre civili, ma nulla di pi infelice che la stessa vittoria, la quale, anche se tocca ai migliori, li rende per pi feroci e
sfrenati: sicch, ove tali non siano per natura, sono costretti ad esserlo dalla necessit. Giacch pur vero che
il vincitore deve far molte cose, che non vorrebbe fare,
ad arbitrio di coloro, a cui deve la vittoria. Forse tu stesso non vedevi con me quanto crudele si presentasse questa futura vittoria? Lo vedi, fratello carissimo, che cosa
pensava Cicerone della vittoria di Pompeo?
Sicch, stando cos le cose, io penso che ci, che ai pi
eminenti uomini politici di Roma spettava di fare, non
era di parteggiare per luna o per laltra delle parti, ma
piuttosto di opporsi con ogni proprio consiglio, mezzo
e sforzo a che si combattesse, e impedire con armi giuste la guerra civile: dato che si combatteva, non perch
nessuno potesse impadronirsi del potere, ma perch luno o laltro dei due rivali potesse conquistare il governo
e dominare lo stato.
Non solo, infatti, erano uguali in costoro le insegne
e le armi, ma anche uguale la ferocia, uguale il furore,
uguale lambizione, uguale il desiderio di opprimere i
cittadini e di abolire le leggi, e di far passare per giusto
unicamente ci che piacesse e giovasse ai vincitori. Non
per difender lo stato, si lottava, ma per opprimerlo: chi
impugni larmi con maggiore giustizia, non ci dato
sapere, come dice Lucano.
Ora, poich i cittadini, divisi in due fazioni, vollero,
combattendo, decidere chi mai dovesse avere il dominio,
avvenne per disegno divino che Cesare rimanesse vincitore. Il quale, senza dubbio, cosa che nessuno potr negare. compens con meravigliosa clemenza quellorribile guerra, e le armi fratricide, di cui nulla vi pu essere di
pi crudele: Vinse, infatti, come disse Cicerone, colui,
che non eccitava lodio con la fortuna, ma lo leniva con la

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

bont, e di questa sua felice e benigna natura non esit


a dire lArpinate: Vedemmo compiuta la tua vittoria con
la fine delle battaglie; non vedemmo in Roma una sola
spada senza guaina. Quei cittadini, che abbiamo perduto. li abbatt la forza di Marte, non la collera della vittoria: sicch nessuno dubiti che, anzi, moltissimi, se fosse stato possibile. G. Cesare li avrebbe richiamati in vita,
giacch di quello stesso esercito conserva tutti quelli che
pu salvare. E chi creder che questa condotta, questi
sentimenti, queste imprese possano chiamarsi tirannide?
Ma tu mi domandi in base a qual titolo egli governasse
Ascolta le parole di Seneca, che alcuni chiamano Floro.
Nel compendio della storia umana, dopo le guerre di
Cesare, egli conclude cos: Qui finalmente si pose fine
alle armi: la pace che ne segu fu incruenta, e la guerra
risarcita con la clemenza. Nessuno fu ucciso per ordine.
eccetto Afranio, abbastanza lo aveva perdonato una
volta, e Fausto Silla Pompeo aveva insegnato a temere
i generi e la figlia di Pompeo con i piccoli di Silla.
Cos si garentirono i posteri: volle quindi la gratitudine
dei cittadini che in unico principe si riunissero tutti
gli onori: le sue immagini furono poste nei templi; in
teatro ebbe una corona adorna di raggi; nella curia una
tribuna; il frontone sulla casa; in cielo il nome di un mese.
Oltre a ci fu proclamato padre della patria e dittatore a
vita. Infine incerto se col suo consenso, da Antonio,
quandera console, gli siano state offerte dai rostri le
insegne del regno.
questo il titolo tirannico e violento di Cesare, che la
gratitudine dei cittadini gli confer?
Come mai potremo dire e chiamare tiranno chi, non
soltanto era stato chiamato legittimamente pei suoi meriti al governo, ma si mostr animato di tanta benevolenza,
non solo verso i suoi amici, ma anche verso gli avversari, poich erano anchessi cittadini? Non vedo per qual
motivo si possa affermare ci, se non vorremo giudica-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

re ad arbitrio. Per cui concludo con questo capitolo che


Cesare non fu un tiranno, avendo a buon diritto e non
illegalmente tenuto ed esercitato il governo.

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

IV
SE GIULIO CESARE SIA STATO GIUSTAMENTE
UCCISO

Rubrica

Poich, dunque, Cesare non pu legittimamente essere


annoverato fra i tiranni, perch dalla gratitudine dei cittadini fu portato in alto, l dove gli altri principi, che
nessuno giudica tiranni, furon condotti a succedergli negli onori dellimpero, chi potr sostenere che egli sia stato giustamente ucciso? Chi non dir che i suoi assassini,
non a buon diritto, ma ingiustamente colpirono con mani scellerate il padre della patria e il pi giusto dei principi? Il quale delitto, a giudizio di Cicerone, assai pi
grave che il delitto di parricidio. Osserva quel che precedentemente si detto circa il tirannicidio, e concluderai facilmente che non era permesso a quei senatori congiurati uccidere il dittatore perpetuo. E in questa circostanza io credo che bisogna osservare specialmente il fatto che proprio gli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio e gli
altri, avevan tenuto la pretura, il pontificato, la questura e gli altri pubblici uffici di governo, quali erano stati
decretati da Cesare; e che tutti gli atti del dittatore furono confermati per decreto del Senato, e tutte le cose, che
egli aveva fatto, o anche quelle, che aveva stabilito di fare e aveva gi messo in iscritto, restarono convalidate. E
chi crederebbe di sentir parlar male di Cesare Cicerone
ed altri, quando vediamo questi stessi ed altri, che il diritto della vittoria aveva privato, sia degli onori che della cittadinanza, ritenere legittimamente restituiti o nuovamente concessi questi stessi onori da lui? Dove sono,
di grazia, losservanza delle leggi, lamore della libert,
e lodio per il tiranno, visto che essi vollero considera-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

re legittimo quanto era stato per i vinti e pei vincitori da


lui confermato e concesso? Dai una scorsa a tutte le storie: e di, se puoi, se vi alcuno che rifiutasse i benefici di Cesare per aver egli regnato ingiustamente ed esser
stato tiranno? Scipione Nasica, e C. Figulo, richiamato
luno dalla Gallia, laltro dalla Corsica, rinunciarono al
consolato, perch dietro avvertimento di Tiberio Gracco, fu scoperto che il tabernacolo per i comizi consolari non era stato scelto convenientemente. Camillo, poi,
non venne dallesilio a Veio, prima di essersi chiaramente informato che ogni cosa per la sua dittatura era stata
fatta secondo il rito. Anche L. Quinzio Cincinnato resist al Senato, il quale, contro le leggi, voleva che egli continuasse nellanno successivo il consolato, che aveva gi
esercitato, e si tenne lontano da quella carica che le leggi
proibivano. E ci fu allora forse qualcuno, il quale sostenesse che il dittatore era stato illegalmente nominato, e
che perci, opponendosi le leggi, nessun atto poteva essere dal dittatore compiuto validamente? E che per questa ragione rifiutasse anche dopo la sua morte gli onori
concessi da lui?
Stando cos le cose, mi meraviglio che il mio Cicerone
sia stato preso da cos grande furore contro la memoria
del dittatore, da dire non solo che Cesare era stato giustamente ucciso, ma anche che tutti i buoni avevano, o
procurata con i loro consigli, o desiderata nei loro voti, o
approvata coi loro giudizii la sua morte.
Cos infatti egli afferma, discutendo con Antonio nella
seconda filippica. Piacque, forse, a tutti i buoni la morte del dittatore, se la plebe romana dopo il funerale assal minacciosa la casa di Bruto e di Cassio, e fu a stento respinta? In tutta la plebe non cera, dunque, un sol buono, o Cicerone? Che forse col favore e il consenso di tutti i buoni, gli assassini e i congiurati contro Cesare, dopo averlo ucciso, occuparono a propria sicurezza il Campidoglio? Che non bastasse il giorno alla folla di colo-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

ro, che volevano onorare il funerale, forse segno che la


morte di Cesare sia piaciuta a tutti? E il decreto del Senato, con cui gli erano state conferite tutte le cariche civili e religiose, non forse indizio di pubblico amore? E il
fatto che le matrone gettarono nelle fiamme del rogo gli
ornamenti, che avevano seco, e le preteste, e le bulle,
dei loro figli, e cos i soldati delle legioni e i veterani le
armi. di cui adorni celebravano i funerali, non forse segno di affetto, anzich dodio? Forse il suo sepolcro non
fu continuamente flotte e giorno visitato e pianto pubblicamente da genti straniere? E chi dir che i sudditi dellImpero romano, soliti, in questi casi, a provvedere ai loro personali interessi, prendessero tanta parte, a dispetto di tutti i buoni, ai funerali di un tiranno a tutti i buoni
odiosissimo? Che cosa mai vai dicendo, Cicerone? Che
cosa congetturi di intimi e segreti pensieri, quando, a cose e a fatti. constatiamo il contrario? Occorre, Cicerone, che tu ti moderi, quando parli, se vorrai colpir nel segno con la tua eloquenza, onde le congetture e le parole non sian vinte dallevidenza dei fatti. Il timore, infatti, dei congiurati, e la precauzione di occupare il Campidoglio non sono indizi che quella strage fosse piaciuta a tutti i buoni. E chi potrebbe credere che tutti i buoni, i quali eran stati fatti segno della liberalit di Cesare,
e che merc sua avevano recuperato cos il beneficio della vita che la dignit degli onori, fossero dal primo allultimo cos ingrati. da desiderare ed approvar la sua morte? Se cos fosse stato, fermamente direi due essi, privati della liberalit e bont di Cesare, sarebbero stati degni
di piombare nella pi turpe delle servit. Pi infatti vado osservando e confrontando lo svolgersi e il risultato
degli avvenimenti, e pi, checch vada, per bocca di Cicerone e di altri, latrando la rabbia della susseguente discordia civile, mi persuado che Cesare aveva saputo cos
conquistarsi coi benefici i suoi seguaci, con la clemenza
gli avversari, e con la saggezza e la magnanimit luniver-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

salit dei cittadini, da far s che a pochissimi potesse esser gradita la sua morte. Piacque, io credo, questa a tutti
del partito opposto, non per odio a Cesare, ma piuttosto
per la speranza di riacquistare quella posizione sociale e
quegli onori, di cui essi sapevano non poter mai godere
in grado uguale ai vincitori, finch egli avesse governato. E credo anche che la licenza di parlar contro Cesare
sia stata presa, non per odio delluomo, ma per desiderio di libert, e perch tutti dallesempio di Cesare traessero motivo a non osare di desiderare il principato. Ma
che bisogno c di parole? Non sembra forse che a vendicar Cesare si sian trovati daccordo gli uomini, il cielo,
e gli dei superni e infernali? Infatti, tutti i suoi assassini, e quelli che congiurarono contro di lui, dal primo allultimo, entro tre anni morirono in maniere diverse, ma
tutti di morte cruenta. E grandissima lode fu data a Ottaviano, perch, risparmiando tutti gli altri cittadini, si limit a punire i colpevoli della strage del padre. Ma tu
mi chiedi: Quegli assassini non avevano forse di mira la
libert pubblica? E che? Non dobbiamo alla patria tutto quel che possiamo, e tutto quello che siamo? E che di
pi grande e di pi divino si pu offrire alla patria che liberarla dalla miseria della schiavit? Cos grande questo bene, cos eccellente e generale, che non gli si pu n
si deve paragonar nulla. Dunque Cassio, Bruto, Trebonio e gli altri congiurati fecero ci, che conveniva alla loro grandezza danimo, e di cui nulla di pi grande essi
avrebbero potuto offrire allo stato. Ma a questa obiezione risponda il migliore dei principi, il divo Augusto. Si
racconta, infatti, che essendo egli entrato un giorno nella
casa di M. Catone in memoria di cos grande cittadino, e
mentre la schiera degli adulatori, che li era presente. rinfacciava ad una voce a Catone, lessere egli stato vindice e sostenitore troppo accanito della parte pompeiana,
quasi a giustificarlo, abbia cos parlato agli astanti: Chi
non desidera mutare le presenti condizioni dello stato

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

buon cittadino e uomo onesto E veramente, quando si


muta la forma di governo, per solito seguono tante sciagure e si sollevano tanti scandali, che meglio sopportare ogni cosa, che cadere nel pericolo dei mutamenti. Infatti, non vi fu mai alcuno di cos grande potenza, o di
cos divina saggezza, da ottenere che una rivoluzione politica da lui progettata si svolgesse proprio cos come egli
laveva pensata e voluta. Tanto pi che in una grande
citt, vari sono gli ingegni, differenti i modi di pensare e
molte le volont, e, nel gettare le basi di uno stato, ciascuno pensa al proprio onore e alla propria utilit. N vi
alcuno che non stimi conveniente raggiungere tutto ci
che desidera. Onde avviene che, prima che si possa venire ad un unico accordo, e si acqueti lambizione di tutti, sorgono molte agitazioni, infinite discordie e innumerevoli tentativi, non senza che si manifestino pericoli, anche se cessino le armi e non si venga del tutto al sangue.
Ma quando a questo si sia venuti, accade il peggio.
Ch, anzi, per timore di tale conseguenza, piuttosto
da sopportare la vita di uomini, non soltanto come Cesare, che, come si legge, era solito usare tanta clemenza,
ma anche come Silla e Mario, che non erano mai sazii di
sangue civile. Se ti piace, o mio Cicerone, vorrei, a lume di ragione discutere un poco con te intorno a questo
argomento. Vedesti tutto il corpo della repubblica, diviso in due partiti, combattere con armi, non solo civili, ma consanguinee e fraterne, o, per parlare pi comunemente, con armi pi che civili. Vedesti Pompeo, vinto
ed ucciso: vedesti Catone e gli altri, avanzi dispersi della
parte vinta, schiacciati da simile sconfitta mentre in Africa rinnovavano ostinatamente la guerra; vedesti il nome
e il partito di Pompeo, risollevato in Ispagna, aspirar pi
in alto di quanto si poteva sperare, per quel che era rimasto delle vinte fazioni, e, quando la fortuna sembrava
promettere un meraviglioso rivolgimento di sorti, lo vedesti sconfitto con una sorte non dissimile dagli altri ten-

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

tativi: vedesti, poi che le armi furono deposte, la fine delle guerre civili, e la repubblica debilitata, sotto il governo di un solo, come rinascente dal morbo mortale della
guerra, quasi ristorarsi in una pace sicura e necessaria.
Rispondi, ti prego, o Cicerone, qual porto vedevi
offrirsi alla navicella tanto a lungo battuta dalle tempeste,
se non che la repubblica si riducesse alla volont di un
solo vincitore, a freno della vittoria e a garanzia della
parte vinta? Dimmi, non ti ricordavi della dittatura
quinquennale di Silla? La quale, per quanto sia stata
cruenta e abbia distrutto quasi tutti i vinti, fu tuttavia di
qualche sostegno per la repubblica. Che cosa, dunque,
desideravi dalla dittatura a vita di Cesare che i vinti
potessero sperare? Non servi quella di tutela ai vinti e
di freno ai vincitori?
La dittatura, che conserv a molli la vita e gli onori,
non mand alcuno in rovina. Essa procur protezione ai
timidi, freno ai violenti, benessere a tutti e gloria al principe. Ogni giorno aumentava la soddisfazione del pubblico, e gi i vinti uguagliavano i vincitori negli uffici e
negli onori. Non ricordi, o Cicerone, quel che dicesti anche tu?: Tu solo, o Caio Cesare devi risollevare tutte
quelle cose che vedi giacere, colpite e atterrate dalla necessaria violenza della guerra ordinare i tribunali, richiamare la fede. frenar la lussuria, dare incremento alla stirpe e alla famiglia, ripristinare con la severit delle leggi
tutte quelle cose, che sono venute man mano dissolvendosi e decadendo. infatti innegabile che, in una guerra civile cosi basta e in tanto fervore di spiriti e darmi, la
sconvolta repubblica. qualunque sia stato levento della
guerra abbia molto perduto della stia dignit e della sua
saldezza, e molte cose ambedue i condottieri abbiano in
armi, da cui si sarebbero ugualmente astenuti se investiti
di funzioni civili. fatto essendoTutte queste piaghe della guerra devi ora tu sanare, essendo tu il solo capace di
curarle. Tutte queste parole sono tue e dette molto pi

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

con accenti di verit che di blandizie. Chi, infatti, poteva


medicar queste piaghe, se non Cesare?
Il Senato diviso in partiti, o lordine equestre, o il popo1o, o la plebe travagliantisi nei medesimi contrasti di
fazioni, e contrastantisi fra vincitori e vinti, non per diversi, ma per opposti interessi, in che modo avrebbero
potuto mettere a posto le cose? Una vana speranza, credimi, tu alimentavi, e che non avrebbe avuto nessun felice esito per la repubblica. oltre la clemenza e la giustizia del vincitore. Poteva forse esservi concordia, se Cesare non fosse caduto per la violenza e lingiustizia degli
uomini. Il furore di questi tuoi liberatori di Roma e del
mondo. che tu lodi allinfinito, mentre tolsero di mezzo quegli, che, solo, a tuo dire, poteva portare un rimedio, non solo imped questa unica occasione di salute,
ma la rese del tutto impossibile con lingratitudine. col
tradimento e col delitto. Eppure. tu stesso, o Cicerone,
parlando in difesa del tuo Plancio, con lapprovazione di
tutti, e, come credo, con eloquenza divina e santa, dicesti: Qualora vedessi la nave tenere il suo corso con prosperi venti, e se essa non si dirigesse a quel porto, che
io un tempo ho sperimentato per buono, ma ad un altro
non meno sicuro e tranquillo, vorr io forse combattere pericolosamente contro la tempesta, piuttosto che affidarmi alla guida di chi mi garantisce salvezza?. Questa la tua opinione. Or dunque, quando la repubblica,
come una nave, non mossa da prosperi venti, ma battuta
dalle tempeste della guerra civile, era entrata in un porto, non quale tu desideravi, ma in uno eguale e forse migliore, era necessario ricacciarla di nuovo da questo rifugio nel mar tempestoso e nella furia delle lotte cittadine?
La societ politica una grande belva, e non si pu facilmente piegarla e governarla ad arbitrio. Ma, per la maest di Dio immortale, non forse la monarchia una legittima forma di governo? E Roma non ebbe nessun governo, finch rimase sotto i re? E nessuno fu per averne

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

dopo Cesare, sotto il dominio di qualsiasi tu voglia ottimo principe? Non forse verit politica e conforme allopinione di tutti i sapienti, che la monarchia da preferirsi a tutte le altre forme di governo, se avvenga che ci
sia a dirigerla un uomo buono e desideroso di saggezza?
Non vi libert maggiore che quella di obbedire a un
ottimo principe, quando questi ordini cose giuste. Perch, se nulla vi di pi santo e di migliore che luniverso governato da un solo Dio, tanto migliore il governo
umano, quanto pi si avvicina a quello. Ma certamente non pu essere somigliante a quello, che quando uno
solo governi.
Infatti, anche il governo di molti non ha nessun valore, se la moltitudine non concorde in ununica opinione: poich, se non comandi uno solo e gli altri ubbidiscono, non ci sar un solo governo, ma molti. Perch, o
Cicerone, ti scosti da ci, che hai appreso da Aristotile?
Sai che tra i sistemi di governo, sia naturali che volontari, va innanzi a tutti, per lutile dei sudditi e per la necessit delle cose, la monarchia? Anche la natura vuole
che, essendo alcuni nati per servire ed altri per comandare, affinch tra tutti si osservi luguaglianza della dovuta
proporzione, il comando tocchi al migliore.
Se voi, o Cicerone, aveste avuto un solo a governarvi, la guerra civile e una cos grande discordia non sarebbe mai sorta tra voi. Lenormit dei tempi sillani e le recenti discordie avrebbero potuto, anzi dovuto insegnarvi
che, per eliminarle, era necessario un monarca, cui fosse
affidato, con debito ordine, tutto lorganismo dello stato. Poich in quella forma di governo civile o aristocratico che tu amavi, non poteva esserci, nella discordia degli
animi, nessun altro rimedio ai mali della vita civile, che
non fosse pericoloso e difficile, e tale da contrastare con
le esigenze dei tempi. Cos, ucciso Cesare, e rotta larmonia del governo monarchico, lesperienza dei fatti si
rese palese: subito si ritorn alle guerre civili, per cui fu

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

non solo utile, ma necessario ritornare ad un unico principe. nelle cui mani finissero, per la giustizia ed equit di
chi governava, per congiungersi e stringersi insieme tante vicende di cose e tante contrariet di spiriti. Che, se
ci non fosse avvenuto in Ottaviano, giammai si sarebbe quietato il furore romano, giammai sarebbero finiti i
mali, e la iniziata lotta civile avrebbe continuato fino alla
completa distruzione del nome romano. E quando leggiamo che Ottaviano avrebbe pi volte pensato a restaurare la repubblica, credo che nulla abbia pi contribuito
a rimuoverlo da tale intenzione, quanto la previsione che
con la discordia sarebbero risorti tutti i mali di prima.
Non era, infatti, ancora stato placato quel fermento, n
gli animi dei cittadini si eran calmati dalleccitamento di
un cos vasto fremito. Il che notando, Virgilio disse, come sempre divinamente: Poche tracce, tuttavia, resteranno dellantica frode, che inducano a tentare il mare
con le zattere, a cingere le citt di mura, a fendere la terra con i solchi, etc.. Si deve poi intendere, perch disse frode e non inganno, ma frode lo stesso che
colpa, e in questo senso spesso troviamo in Livio questa parola frode. Onde concludiamo che quegli uccisori di Cesare non uccisero un tiranno, ma il padre della patria e il pi clemente e legittimo principe della terra,
e commisero una colpa tanto pi grave contro lo stato,
quanto pi grave e detestabile pu essere il suscitare in
un tranquillo stato la furia e linsania di una guerra civile. N voglio accusarli di animo superbo, per cui non potessero non solamente sopportare che una persona fosse
pi in allo di loro, ma neppure che fosse pari a loro. Non
li accuser neppure di ambizione non sperando essi soltanto onori e cariche pubbliche, ma questa gloria ardentemente desiderando, a questa gloria mirando: essere annoverati tra i pi grandi principi di Roma, del Senato e
del popolo romano. Ma non con un parricido, non con
un delitto, non con superbia e ambizione era da conqui-

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star questa gloria. e la vera virt che d origine alla vera


gloria, n altrove essa pu scorgersi che nelle lodi della
vera virt. E ci basta per il quarto capitolo.

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

V
CHE DANTE HA GIUSTAMENTE POSTO BRUTO
E CASSIO NEL PROFONDO DELLINFERNO
COME SINGOLARISSIMI TRADITORI

Rubrica

Poich dunque Cesare, come stato chiaramente dimostrato, non fu tiranno pel titolo, avendolo la patria, per
gratitudine, e non costrettavi, scelto come proprio principe, e non fu tale neppure per la superbia, governando
egli con clemenza e umanit, manifesto che fu un delitto lucciderlo. Onde il nostro Dante, descrivendo la vita ultra terrena, e tenuto conto del fatto che il tradimento, che non appare se non quando sia violata la fede, il
pi grave di tutti i peccati, conficc i traditori nel ghiaccio nel profondo dellinferno, dove al centro delluniverso colloc Lucifero con tre volti, e di questi tre, quello
di mezzo di color rosso, il sinistro nero, e il destro poi
tra il bianco e il giallo, vale a dir pallido. Dante immagin poi che Giuda, che fu il traditore di Cristo, fosse come confitto nella bocca del volto anteriore del demonio,
con il capo orrendamente maciullato dai denti di Lucifero; Bruto, nella bocca del volto sinistro, e Cassio del destro, afferrati per i piedi e condannati ad essere eternamente divorati. Certamente tutte queste cose sono state
immaginate dal singolarissimo poeta dietro esame della
divina ragione.
Infatti, mise insieme ed a pari nella sede e nella persona di Lucifero punitore quei traditori, dei quali luno
aveva tradito per denaro il figlio di Dio, eterno padre e
creatore di tutte le cose; e gli altri avevano ucciso col delitto di tradimento il padre della patria, e Bruto, poi, anche il padre suo. E veramente cos distinse costoro nel

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

modo e nelle bocche, da cui sono tormentati in modo da


potersi discernere per ciascuno di essi la gravit del peccato. I quali colori dei tre volti si possono riferire ai tre
effetti, che si producono negli animi dei peccatori: primo il rossore, derivante dal rimorso della coscienza; secondo, il pallore, che nasce dal timore della pena; terzo, la nerezza, che indica la macchia della coscienza.
E questi effetti, bench siano comuni a tutti i peccatori,
tuttavia si dividono particolarmente fra questi tre. Giuda, infatti, nel volto rosso, che il primo, sconta la pena
con il capo confitto nella bocca di Lucifero; veramente
Juda, come prova Gerolamo dal libro di Filone Scritto in ebraico, significa e si traduce in latino con lode
o confessione: Judas, infine, vuol dire confessante
o glorificante. Questi, infatti, mosso da pentimento, riportando i trenta danari, disse: Ho peccato tradendo il
sangue innocente. Ho peccato tradendo, sono veramente parole di chi confessa; il sangue innocente, invece, parole di chi glorifica o di chi loda. Colui, dunque,
che, pentito, si appicc a una corda, punito confitto col
capo nella bocca del primo volto, che rosso.
Di Cassio si legge che, pensando che Bruto fosse stato vinto e temendo di cadere in mano ai nemici, offri il
capo ad uno dei suoi famigliari, perch glielo recidesse. La storia narra, per, che Bruto in quella battaglia si
scontr con lesercito di Ottaviano, che battuto e distrutto, costrinse ad abbandonare gli accampamenti: C. Cassio, tuttavia. vedendo i cavalieri che correvano impetuosamente indietro ad occupare gli accampamenti, ritenne
che fosse fuggito e pensando che per Bruto fosse finita,
si ritir su di un colle, e, poich lesploratore tardava a
tornare si ridusse per timore a darsi volontariamente la
morte. Per questa considerazione fu da Dante assegnato al volto pallido di Lucifero. E Bruto, invece, se, bene
vincitore di Ottaviano, saputo che Cassio era stato vinto,
bench tardi sapesse di aver egli vinto in quei medesimo

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

giorno la battaglia navale, visto ogni cosa con promessa


e Cassio morto, vinto dalla scelleratezza e dalla empiet
della causa, offr ad uno dei suoi compagni il fianco, perch glielo trafiggesse. E poich il marchio del delitto fu
tanto pi profondamente impresso su costui, essendo ritenuto figlio di Cesare, Dante lo assegn, come si vide, al
nero volto di Lucifero. E che egli sia stato figlio di Cesare, quanti sanno che Cesare ebbe rapporti lussuriosi con
la madre di Bruto, e quanti leggono che, nella strage cesariana, il dittatore. vedendo il medesimo Bruto farglisi addosso col pugnale sguainato, gli disse in greco, per
esprimere con lettere latine le parole greche: Kai su, teknon?, cio: Anche tu, o figlio? parole che in greco
, o , possono facilmente
si scrivono: K
convincersi.
Ma al motivo dinfamia si aggiunge in Bruto qualcosa
di particolare. Leggiamo nella storia, che mentre alla luce di un lume, di notte. Bruto agitava in s diversi pensieri, gli apparve un nero fantasma, e, avendogli domandato chi mai egli fosse, si dice che avesse risposto: Il tuo
cattivo genio.
Dante, quindi, giustamente assegn a lui il nero volto di Lucifero. Chi dunque potr rimproverar Dante, se
immerse nel profondo dellinferno e condann allestremo supplizio quegli scelleratissimi uomini. che cos gravemente peccarono contro il principio morale, uccidendo a tradimento Cesare, padre della patria, che esercitava il dominio con tanta clemenza, egli, cui il popolo romano e il Senato per estrema necessit avevano affidato
lincarico di porre fine ai mali e di estinguere le guerre?
Del resto, logico, in base allordinamento dato al
Poema, che laggi dove relegata la prima creatura diabolica, che per superbia si ribell a Chi laveva creata,
siano sprofondati, Giuda, che trad Dio fatto uomo, e
Bruto e Cassio, i quali uccisero a tradimento Cesare, quasi unorma dellessenza divina, per il diritto dellimpero

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

e per abbondanza di benefic, che molto generosamente


aveva loro donato, distruggendo lo Stato e privando del
proprio padre la patria. Ma al nostro Dante basterebbe
anche lautorit di Virgilio, che egli volle a propria guida
e maestro. Infatti. tra coloro che pose nel profondo dellinferno, Virgilio vuole che ultimi siano coloro che impugnarono sacrileghe armi e non esitarono a tradire i loro signori a. E finalmente coloro, che in poesia narrano
le umane imprese, sono soliti, a seconda del risultato di
queste, siano esse vere o immaginarie, a esaltare gli eroi o
a deprimerne le gesta. Cos Omero prefer Achille ad Ettore: cos Virgilio antepose Enea alle lodi di Mezenzio e
di Turno. E cos pure lui stesso pospose Antonio ad Ottaviano, Pallante a Turno. Cos anche gli altri si sforzano di dimostrare con le lodi che i vincitori sono migliori
dei vinti. Or, dunque, chi dice che il nostro Dante celebro coloro che furono abbattuti dalla vittoria e resi oscuri dalla felice fortuna dei pi forti? E pu mai essere che
Dante nel suo poema esalti o faccia e dimostri degni di
lode coloro, che la potenza degli uomini colp, e che la
provvidenza divina dichiar con lesito della guerra e la
testimonianza della sorte, non solamente sfortunati, ma
empi e scellerati?
Poich, invero, il dottissimo nostro Poeta cristiano
aveva veduto, osservando gli effetti delle cose, che sono
verissimi testimoni della volont di Dio, come Dio avesse decretato di ridurre gli uomini sotto una unica Monarchia, non era necessario che Egli dovesse porre fra i dannati e i reprobi, come contrari alla Provvidenza divina,
coloro, che con ogni mezzo tentarono di opporsi a questo disegno? Per cui concludiamo che il nostro Dante
non err n teologicamente, n moralmente, e ancor meno poeticamente, condannando, come fece, Bruto e Cassio: anzi, non solo non err, ma senza dubbio giudic
con giustizia.

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

Finalmente ancora resta, come ho promesso, da spiegar brevemente il dubbio che hai circa Antenore ed
Enea. In principio, veramente, Darete Frigio e Ditti cretese, gli storici pi antichi, che scrissero la storia di Troia, testimoniano, non ambiguamente. ma in maniera assai chiara e precisa, come essi stessi avevano preso accordi con i principi greci per tradire la patria. Non per
questo io mi adiro con il messinese Guido delle Colonne,
per avere egli, seguendo questi autori, impresso su ambedue quei principi il marchio del tradimento. E credo
che, quando i Romani ebbero raggiunto il massimo fiore, e la famiglia Giulia fu portata al sommo degli umani
splendori, vantando essi particolarmente Enea tra i propri progenitori, alcuni storici abbiano risparmiato la fama di Enea. Tra questi, vi specialmente Sisenna, il quale ha ammesso soltanto Antenore traditore di Troia, e
non altri. Livio, poi, il pi grande degli storici, cerca giustificare entrambi i principi, dicendo che furono mantenuti in vita dai Greci per il diritto di ospitalit. che presso gli antichi era sacro, e perch si erano sempre mostrati favorevoli alla pace e alla restituzione delle cose rubate
e di Elena. E veramente una buona scusa, la quale per,
poich a Capi, Elena e a molti altri, che mai furono annoverati fra i traditori, i Greci vincitori permisero ugualmente di salvarsi, non sarebbe necessaria ad Antenore o
ad Enea, ove non soffrissero daltra accusa. Sulla quale conclusione lascio a te e ad altri il giudizio. Tu puoi,
volendo, ritenere, come Diti e Darete, costoro colpevoli di tradimento, o puoi, se ti piace, con la testimonianza di Sisenna, sciogliere Enea dallaccusa, oppure giustificarli ambedue, come fa Livio, e ritenere falsi Ditti Cretese e Darete Frigio. Infatti, non credo che si possa realmente scoprir la verit attraverso ci che si legge, data
specialmente una solida fama di venticinque secoli, che
non suole mantenersi a lungo quando diffonda il falso.
Ecco, Antonio carissimo, la mia opinione su ambedue i

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Coluccio Salutati - Trattato della tirannide

dubbi. Se ho tardato a rispondere, darai la colpa alle mie


occupazioni, di cui tu stesso fai menzione. Se poi non ti
avr, come credo, soddisfatto, accusa la mia ignoranza.
Sono, infatti, pi pronto ad apprendere che a insegnare.
Sta bene, e sforzati, ti prego, di mirare sempre pi in alto
per essere di ornamento ai tuoi e caro a tutti. Cosi sia.
Termina il Trattato del Tiranno edito da Coluccio di Piero
Salutati.

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