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Piero Chiara. LE CORNA DEL DIAVOLO e altri racconti. Copyright 1977 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.

Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.

INDICE. O soffio dell'april: pagina 4. Fioriva una rosa: pagina 14. Il Tonolini: pagina 33. Le corna del diavolo: pagina 47. Una cattiva scelta: pagina 53. Il paolotto: pagina 74. I capitani, forse: pagina 89. La spagnola: pagina 95. Stiamo a vedere come va: pagina 105. La valigia del barone Viterbo: pagina 111. Tommasino degli schiaffi: pagina 118. Baldassare e Carolina: pagina 123. Onor di furfante: pagina 129. Faccia di palta: pagina 136. Il parabolano: pagina 145. Aurelia Armonio: pagina 154. Il benservito: pagina 162. Amico e padre: pagina 173. Il testardo: pagina 182. Il fico sull'incudine: pagina 195. Pghen, pghen!: pagina 211. Viva il re!: pagina 218.

O soffio dell'april. Nella nostra piccola citt, allora ancora pi piccola di oggi ma tanto pi gradevole e umana, al tempo in cui cominciavo a viverci per un numero imprecisabile ma orma i stragrande di anni, cio intorno al 1936, viveva gi il commendator Adamo Chiappin i, un tenore in ritiro che i competenti di opera lirica ricordavano come una pro messa, in parte mantenuta, del bel canto italiano. Era, il Chiappini, insieme al basso Basilio Prodi, al tenore Socrate Caceffo e a l baritono Taurino Parvis, uno dei quattro cantanti d'opera che avevano scelto l a nostra citt per ritirarvisi a carriera finita o interrotta. Il Prodi aveva aperto uno studio fotografico, il Caceffo viveva dei pochi rispar mi fatti ai suoi bei tempi, Taurino Parvis invece, laureato in legge, si era dat o alla professione legale, con poca fortuna, bench la sua voce fosse molto ascolt ata dai giudici, purtroppo pi per la profondit dei toni baritonali che per l'altez za dei concetti giuridici dei quali si faceva porgitrice maestosa e sonante. Forse una simile costellazione di cantanti aveva potuto declinare verso la nostr a citt in quanto attirata da un sole che era venuto a risplendervi molti anni pri ma: il grande tenore Francesco Tamagno, che negli ultimi anni dell'Ottocento vi si era domiciliato ancora nel pieno della sua carriera, in una fastosa dimora or a pressoch distrutta e divenuta ospedale. Ognuno dei cantanti sopra nominati aveva emesso tra di noi il canto cosiddetto d el cigno. Forse non rassegnati al silenzio o nell'intento di confermare la passata fama, v i dettero infatti concerti vocali o parteciparono straordinariamente a qualche s tagione d'opera da strapazzo, di quelle che vengono tentate nelle citt di provinc ia da impresari destinati al fallimento. Il Chiappini, che doveva essere l'ultimo arrivato dei suoi colleghi d'arte, pens di darsi al commercio e avvi, in fondo a un cortile, un magazzino di forniture pe r barbieri: cosmetici, allume di rocca che allora si usava per il dopo-barba, pe nnelli, acqua di Colonia, brillantina, tinture per capelli e quant'altro era d'u opo all'esercizio dell'arte tonsoria. Un magazzino o deposito al quale presiedeva la moglie e che forniva i barbieri d ella citt, i quali vi andavano a far le compere necessarie al funzionamento dei l oro "saloni". Quasi vergognoso del suo commercio, il Chiappini se ne estraneava, pur traendone i mezzi per una vita senza privazioni nella quale cercava, distraendosi come po teva, di non pensare alla sua disgrazia, cio alla perdita della sua voce, che imp rovvisamente una notte, al termine di una serata d'opera al Colon di Buenos Aire s, si era eclissata. Stava la maggior parte del giorno al caff a far chiacchiere, a farsi ammirare e a ppena si formava un tavolo a giocare, senza troppa esperienza e con ancor minore fortuna. Nessuno osava domandargli i particolari certo dolorosi del suo improvviso tramon to, ma si sapeva che un'affezione delle corde vocali l'aveva di colpo privato de l suo dono, unico dono se pure cospicuo a quanto si diceva, perch per il resto il Chiappini, oltre a un tratto gentile e ad uno sguardo cordiale, non presentava altre attrattive. Era piccolo, corto di gambe, con una faccia lunghissima prolungata da una pappag orgia imponente, gli occhi rotondi e acquosi, la testa a met calva e il labbro pe ndente, ma suppliva alla sua bruttezza con le qualit dell'animo nobile e retto e col suo buon carattere: sapeva stare in compagnia senza alterigie vane ed anzi c on un ch di semplice e di schietto che gli cattivava la universale simpatia. Non riesco a capacitarmi come vivendo nella stessa citt, frequentando regolarment e i caff, i bigliardi e i tavoli di gioco, mi sia accaduto di farmelo amico solo nel dopoguerra, in quell'aria di spensieratezza che avvolse un po' tutti quando fu certo non solo che il gran temporale era passato, ma che stava spuntando il s ole dell'abbondanza. Lo conobbi, naturalmente, al Caff e nel miglior locale della citt, frequentato da anziani professionisti reddituari e nobilastri, fra i quali spiccavo unico in gi ovane et, malfornito di borsa eppure benvisto per l'ossequio che rendevo a quel s

olenne sinedrio: tutte facce da pipa, inconfondibili prototipi di un mondo provi nciale ormai scomparso. Gente che sapeva tener le carte in mano e che del Caff aveva fatto uno scampo al tedio famigliare o addirittura un approdo della vita, dove era ancora possibile far valere il proprio nome e il proprio passato, e per alcuni di minor conto com e me, quella mutria o sfacciataggine che solo il confronto al tavolo di gioco co n i maggiorenti rendeva possibile e anche tollerabile. Personaggi sui quali non qui il caso di diffondersi, per non far sembrare troppo modesta la figura invero assai discreta e quasi dimessa del tenore Adamo Chiapp ini, che di quel gruppo faceva gi parte quando vi fui accolto dopo aver superato una specie di quarantena. Giocatore di maggiore accanimento dei frequentatori soliti del Caff, il Chiappini non tard a cercar spazio alla sua passione e os mettersi, con me, sulle tracce di una delle due o tre piccole bische clandestine che fiorivano in citt. Pass, sempre in mia compagnia, dall'una all'altra, finch fin col giocare, alle ore piccole, nei locali superiori d'un caff del centro. Il proprietario a mezzanotte abbassava la saracinesca e consentiva a un gruppo s celto di salire nel locale del biliardo a tenere un banco di "chemin de fer" che spesso durava fino all'alba. Andando sempre insieme da un banco di "chemin de fer" a un tavolo di "poker" o d i "cocincina", si sald la nostra amicizia e venne il momento in cui il Chiappini mi autorizz a dargli del tu, sebbene fosse commendatore ed avesse quasi trent'ann i pi di me. La confidenza che era nata tra di noi, rinforzata dai prestiti reciproci dopo le serate di sfortuna, lo indusse un giorno a farmi parte di un suo segreto. Bench ultracinquantenne, brutto e mal chiomato, si era invaghito d'una ragazza di vent'anni che lo ricambiava pienamente. Purtroppo si trattava di persona molto sorvegliata, al punto che gli era riuscit o, in un anno, di parlarle solo un paio di volte. Mi confid che la giovane era figlia unica d'un suo cliente, un barbiere siciliano pericoloso pi d'un serpente. Secondo un suo progetto che principi ad espormi, avrei dovuto indurre qualcuna de lle ganze che certamente conoscevo, preferibilmente quella con la quale mi accom pagnavo solitamente, ad entrare in amicizia con la sua innamorata, ad acquistare la fiducia del barbiere siciliano e ad ottenere di portarsene dietro la figlia in una passeggiata domenicale. Per quanto difficoltoso, il progetto and in porto e venne la domenica tanto sospi rata. Su di un tram diretto in Valganna, mi trovai di fianco un Chiappini irriconoscib ile. Vestito di scuro, con camicia e cravatta, pareva dimagrito nelle ansie di quell' attesa e ridotto a poco nei larghi abiti sopra i quali il suo faccione sembrava posato come un vaso. Si guardava attorno smarrito con i suoi occhi neri e rotondi annidati sotto la g ronda cespugliosa dei sopraccigli, ma non osava volgersi verso lo scompartimento di testa della carrozza, dove viaggiavano le due ragazze con l'aria di andare i n gita da una nonna di campagna. Non parlava, ma mi fissava teneramente, ancora incredulo davanti a tanta fortuna . Giunti al paese di Ganna scendemmo e ci avviammo verso i boschi, seguiti alla lo ntana dalle fanciulle, che dilungandosi a raccogliere margherite, ci raggiunsero solo fuori dall'abitato. Fatto un mezzo chilometro e guadagnato un pianoro sparso di noccili, mi separai d al Chiappini ed entrai dentro un grande cespuglio che aveva, come gli altri, una specie di alcova nel mezzo, un covacciolo d'erba secca e pesta che era quanto d i meglio una coppia potesse trovare. In un cespuglio poco distante scomparve il Chiappini con la figlia del barbiere. Era primavera inoltrata. Nel cuore del pomeriggio si udiva solo lo stridere delle cicale e di tempo in te mpo il canto di un cuculo sperduto tra i boschi, secco e inesorabile come la con

ta degli anni. Dopo un paio d'ore passate nel seno della mia macchia di noccili, mi alzai e guar dai verso il folto dove si era immerso il Chiappini con la sua innamorata. Non ne veniva alcun indizio di vita, ma al mio sorgere, una gazza, che si era po sata sopra il ramo pi alto, prese il volo verso i boschi circostanti, segno che t ra quelle fronde non vi era presenza alcuna o che i due, presi dal sonno se non dalla spossatezza, giacevano inerti come ciottoli o radici morte. Mi stavo chiedendo se non se ne fossero gi andati verso il paese, quando sentii, non capivo da che parte, un canto dolcissimo e triste. Pareva un'invocazione o un lamento modulato dalla gola d'un rosignolo, ma presto mi accorsi, distinguendovi alcune parole, che si trattava di voce umana. Potei cogliere, un momento dopo, un'intera frase sillabata con chiarezza: Pourqu oi me reveiller, o souffle de printemps... Segu un attimo di silenzio, poi il canto riprese con altre parole, ma con la stes sa armonia: O soffio dell'april, deh non mi ridestar... Sopra il suo cespuglio era comparso il Chiappini, che ne sporgeva dalla cintola in su, spogliato della sua giacca nera e biancheggiante di una imprevista maglie tta di cotone a mezza manica. Col viso verso l'alto, gli occhi chiusi e le braccia tese ad un alito di brezza che veniva dalla Valtravaglia sottostante, cantava come forse non aveva mai cant ato nei grandi teatri riprendendo il pezzo con voce sempre pi lieve ma limpida co me un cristallo, fino ad accendersi in un acuto straziante dopo il quale scompar ve come se la terra lo avesse inghiottito. La ragazza che mi sedeva accanto si era alzata anche lei stupita da quell'armoni a e si guardava attorno per capire se venisse dal cielo o dalla terra. Qualche istante dopo le cicale ripresero a frinire e il cuculo, che taceva da un pezzo, ricominci a far cadere le sue note senza senso nel vuoto della valle. Passata una mezz'ora il Chiappini e la sua ragazza uscirono riassettati dal cesp uglio. Con tutt'altra voce mi sentii chiamare e con la mia compagna mi unii a loro fino al paese. Arriv il tram del ritorno e vi prendemmo posto lontani dalle due fanciulle, nell' ultimo scompartimento della carrozza di coda, lasciandoci sballottare in silenzi o fino alle gole della Valfredda dalle quali il tram si gett sferragliando verso la citt, quasi gli urgesse di metter fine a una memorabile giornata. Il Chiappini stava per salutarmi all'angolo d'una strada, silenzioso e cupo come non l'avevo mai visto. Gli fermai la parola con un gesto e prendendolo per un braccio gli dissi: Mi dev i spiegare perch hai nascosto a tutti e anche a me che la tua voce non per nulla scomparsa. Tu sei il pi grande tenore che sia mai esistito! Solo Caruso... Avviandosi lentamente a testa bassa rispose: S. Solo Caruso pu aver cantato la romanza del Werther di Massenet come l'ho cantata io oggi, con le parole del testo francese e poi con quelle del testo italiano. Ma ti assicuro che cos non mi era mai venuta, neppure quando avevo la voce e l'or chestra del Metropolitan di New York mi stendeva sotto il tappeto degli accordi. E' stato un miracolo! Il miracolo dell'amore. Tu non puoi capire cosa vuol dire amare a cinquantatr anni. Ed essere riamato! Questo pomeriggio ne ho avuto la certezza e d'improvviso sono tornato ai miei vent'anni, quando la voce mi sbocciava dalla gola come un fiore . Mi sono alzato come da un sonno e ho cantato... Nei giorni successivi il Chiappini era diventato irreperibile. Seppi che stava tutto il giorno al pianoforte con davanti gli spartiti a tentare la sua voce, convinto che fosse finito il sortilegio che glie l'aveva tolta. Contava di tornare sulle scene e parlava gi di contratti e di stagioni d'opera. Lo trovai qualche mese dopo al Caff, una sera. Mi aspettava per tirar mezzanotte e andare con me alla solita bisca. La ragazza mi disse per strada la ragazza di quella domenica...

L'hai rivista? gli domandai. S rispose con un singhiozzo ma finito tutto. Aveva creduto di amarmi, invece... Si gioc fino alle tre del mattino, intorno al bigliardo sul quale correva il "sab ot" col mazzo dello "chemin de fer". Ebbe una cattiva serata, come al solito, anche perch giocava senza voglia, restav a di cinque come non aveva mai fatto e quando gli andava bene passava banco al s econdo colpo. Appena fu senza soldi non chiese prestiti e mi preg di accompagnarlo a casa. Le strade della citt erano deserte e la notte era fredda: una notte di dicembre, limpida e piena di stelle. Arrivati in piazza della chiesa, tra il Battistero e il Campanile, dove le ombre si allungavano a dismisura sul lastricato, mi fermai e gli chiesi di cantarmi l a romanza del Werther con la quale nell'estate aveva incantato l'aria della Valg anna. Mi guard tristemente e riprese a camminare. Non possibile disse. Ci ho provato per due mesi, ma inutile. La mia voce spenta per sempre. Quella domenica non so come sia stato. Un miracolo. O un inganno. Come l'amore...

Fioriva una rosa. Quel giornale di provincia che la fonte pressoch unica delle mie informazioni sul l'ambiente nel quale vivo e sul mondo intero, in quanto pubblica cronache e necr ologi locali ma anche notizie d'agenzia sulle guerre e sui disastri dei cinque c ontinenti, portava l'altro giorno nell'ultima pagina un annuncio riguardante tal e Livia Orlandi vedova Lo Pinto, mancata all'affetto dei suoi parenti, ormai rid otti. a quanto si leggeva, a una zia e a qualche cugina. "Livia Orlandi vedova Lo Pinto" ripetei, e chiusi gli occhi per lasciar riemerge re nella memoria l'immagine di un volto femminile gi ritornata altre volte alla m ia mente, e da ultimo alcuni anni or sono, quando sullo stesso giornale era appa rso l'annunzio funebre di Fortunato Lo Pinto, datato dallo stesso paese di campa gna dove si spenta quest'anno la sua vedova. Mi era capitato di conoscere la signora Livia nella mia prima giovent, quando non avevo pi di diciott'anni, in certe particolari circostanze che col passare del t empo si erano cancellate in me, tanto che mi era riuscito di collocare l'intera storia tra le "pratiche evase", pur sapendo che per altri, e in particolare per il Lo Pinto, la pratica non si evase mai. Per lei, per la signora Livia, divenne forse, quella storia, dopo le torture mor ali che il Lo Pinto certamente le inflisse, un dolce ricordo e magari un'arma ut ile a tener legato col forte laccio della gelosia retrospettiva un marito che av rebbe potuto ricambiarla, e forse la ricambi malamente, di un trascorso pi immagin ario che reale. Correva l'anno, come dicevano con tanta forza evocativa i narratori d'una volta, millenovecentotrentuno o trentadue, quando nell'allora piccolo e obliato borgo dove ero nato e vivevo, comparve il Lo Pinto, un giovane maestro di scuola di ve ntitr o ventiquattro anni, figlio di un meridionale ma nato e cresciuto in Lombar dia, dalle parti di Crema o di Cremona. Per le sue attitudini e per i suoi "sentimenti fascisti" il Lo Pinto era stato t olto dall'organico e assegnato ad un incarico particolare: ufficiale, come molti

altri giovani insegnanti, dell'Opera Nazionale Balilla, venne mandato a diriger e, nel periodo estivo, la Colonia Elioterapica che aveva trovato sede nel fabbri cato di un vecchio imbarcadero a un paio di chilometri dal paese. La Colonia, che disponeva di una delle pi belle spiagge naturali del Lago Maggior e, allogata nei locali di una stazione lacuale abbandonata dalla societ di naviga zione, accoglieva un centinaio di bambini occupati da mattina a sera negli eserc izi ginnastici agli ordini del Lo Pinto, ma sorvegliati, quando giocavano o sgua zzavano in acqua, da una mezza dozzina di assistenti, per lo pi maestrine o ragaz ze tra i diciotto e i vent'anni. Entrato nei beati regni dell'O.N.B. e quindi fornito d'una prebenda in aggiunta allo stipendio d'insegnante elementare, il Lo Pinto s'era sposato con una giovan issima maestra, forse una di quelle che l'anno prima erano state alle sue dipend enze nella Colonia. La moglie, di nome Livia, appena diplomata e quindi di neanche vent'anni, era fi glia di un emigrante che, avendo fatto una piccola fortuna in Francia, si era ri tirato al paese d'origine, in una valle tra il capoluogo della provincia e il la go. Figlia unica e ben riuscita, di un'avvenenza e d'una grazia rara, era uno di que i fiori che sbocciano imprevisti tra le erbe pi comuni e stupiscono chi li trova sul suo cammino. Quale madre, se sua madre era una mezza contadina, poteva averle dato quel porta mento semplice e allo stesso tempo regale che le attirava ogni sguardo? Quale pa dre, se suo padre era un rozzo imbianchino divenuto piccolo impresario, poteva a verle trasmesso uno sguardo cos profondo e una fronte cos pura? Nascono tuttavia, nelle nostre valli come altrove, simili fiori, nei quali riappaiono, per chiss qu ale processo biologico, le caratteristiche del prototipo femminile, quale poteva essere apparso nella mente di un Dio, prima che la sofferenza e la fatica del v ivere operasse i suoi disastri nel giro delle discendenze e degli incroci. Avviene allo stesso modo che il tralcio di una nobile rosa, infilato nella terr a di un orto o di un cortile abbandonato, cresca di anno in anno sbocciando in m odesti e quasi inselvatichi fiori, finch una primavera o un'estate, per un risveg lio della terra o delle radici, appare, protesa nel vuoto, un'incredibile rosa. La signora Livia, a chi se la trovava di fronte improvvisamente, dava una specie di capogiro. Non che fosse appariscente o sfolgorante: era quieta, riservata, ma con uno sgua rdo cos denso e pesante da mettere in imbarazzo chiunque incrociasse i propri occ hi coi suoi. Una volta caduti nello stagno oscuro e opaco delle sue iridi color nerofumo, l'i dea di darle la mano, di toccare la sua pelle e di sentire il suo calore, turbav a gli uomini e anche le donne, che non arrivavano neppure ad invidiarla, tanto e rano compiaciute d'un simile esemplare della loro specie. Era scura di capelli, pallida e quasi livida, tanto che il suo nome mi parve con tenesse un'allusione al lividore del suo volto, sul quale quel colore vagamente plumbeo appariva come una tinta naturale, migliore di qualunque incarnato. Di mezza statura, sempre ben vestita ma senza sfarzo, parlava a bassa voce, camm inava raccolta in se stessa, non gesticolava minimamente. Non aveva nulla di straordinario e aveva tutto, forse solo ai miei occhi, che l' avevano vista a quel modo in casa di una famiglia di maestre mie vicine, le Sorpi di, che il Lo Pinto da scapolo frequentava abitualmente e dove aveva in un primo tempo fatto sperare, alla pi giovane, d'averla in mente come probabile moglie. Era poi tornato, il Lo Pinto, in quel pollaio di tre o quattro spettinate sorell e tutte maestre nel quale aveva starnazzato per un anno, a mostrare la cattura d 'eccezione che aveva fatto, sotto il loro naso, a pochi chilometri, in un qualun que paese di campagna. Da quel giorno cominciai ad incontrare la signora Livia, quasi per un destino, o gni mattina. Alle dieci, dopo che il Lo Pinto se n'era andato alla Colonia Elioterapica, la s ignora usciva a fare un giro. Non andava in nessun negozio, ma aveva l'aria d'essere diretta sempre in qualche posto, perch non si guardava attorno e non dava nell'occhio, dimostrando anche n

ell'andare a spasso una compostezza e una seriet che avrebbe scoraggiato qualunqu e corteggiatore e anche un semplice attaccabottoni. Il Lo Pinto stava tutto il giorno alla Colonia e rientrava verso le otto di sera , dopo aver consegnato i ragazzi alle madri che li avevano portati al mattino a godere i benefici del sole, nonch l'elargizione della zuppa del Duce a mezzogiorn o. Il Duce dominava la Colonia, dove lo si vedeva, nella sala-mensa, in una grande fotografia che lo raffigurava in divisa di caporale d'onore della milizia fascis ta, ritto sull'attenti e col braccio energicamente teso in alto nel saluto roman o, secondo un angolo, rispetto al corpo, superiore ai quarantacinque gradi presc ritti e con la palma mezzo rovesciata indietro, in segno di spavalderia. Il maestro Lo Pinto salutava allo stesso modo in Colonia o durante le cerimonie patriottiche. Normalmente invece dava la mano e faceva dei mezzi inchini, bench le circolari de lla segreteria del partito avessero detto ben chiaro che il cerimoniale borghese tradizionale era abolito, come il "lei", sostituito con il "voi", e i "saluti c ordiali" o "distinti" nella corrispondenza d'ufficio e commerciale che dovevano essere semplicemente dei "saluti fascisti". Indifferente alla tirannia, la signora Livia sembrava anteriore ad ogni norma. Era l'incarnazione d'una bellezza non littoria, ma dei tempi in cui regnava "tut ta cortesia" e le "ballatette" andavano, leggere e piane, da un luogo all'altro a portar messaggi d'amore. Ogni volta che la incontravo la salutavo con rispetto e lei mi rispondeva domina ndo gli occhi e con un mezzo sorriso che subito cancellava dal volto. Ma vedendola sempre sola lungo la giornata e scorgendole o credendo di scorgerle in viso una specie di noia o di patimento, mi ero convinto che non fosse felice . Non a causa del matrimonio, ch il Lo Pinto era l'idolo di tutte le maestre, ma pe rch si trovava a vivere sola tutto il giorno senza poter trovare, nel nostro borg o, l'ambiente adatto alle sue qualit. Alla sera, m'immaginavo, il Lo Pinto, tornato a casa nei due locali mobiliati ch e avevano in affitto per l'estate perch la loro abitazione era in altro paese e n ella casa paterna di lei, le dava un bacio di fretta poi si metteva a tavola con l'appetito dei suoi venticinque anni. A cena finita la portava a letto, e dava sotto, con chiss quale impeto, a far fig li per la patria, bench senza alcun risultato a quanto pareva, perch se non fosse stato per la fede che portava al dito, la signora Livia aveva l'apparenza di un fiore non ancora colto. Il pensiero che fino alla mattina il Lo Pinto la avesse nelle mani, mi disgustav a e finivo col convincermi che il colore livido del suo volto fosse dovuto agli strapazzi notturni. Avrei voluto che una donna simile restasse inviolata. Non poteva diventare una fattrice di Balilla o di Piccole Italiane. Mi sembrava destinata a rappresentare la bellezza che mai non perir una dea della seta o della notte e non una madre di orribili Gracchi, prolifera come avrebbe voluto il Duce per aver sempre maggior gregge. Usavo a quel tempo l'"Ibis", la barca a vela di un mio amico, quasi sempre da s olo. Un pomeriggio, mentre andavo al porto per profittare di un po' di vento che si e ra levato, incontrai proprio vicino alle barche la signora Livia. Mi fermai a salutarla senza riuscire ad avviare un discorso. Lei cap il mio imbarazzo e accennando all'"Ibis" che si cullava davanti a noi, mi domand come funzionasse una barca a vela. Non mi parve vero di poterla invitare a bordo per mostrarle tutto ci che desidera va. Semplice e spontanea come doveva essere per natura e forse anche curiosa come sp esso sono gli ingenui, mise piede sulla barca. Non le avevo detto che saremmo usciti, ma quando vide che mi staccavo dal molo n on disse nulla. Appena il vento fece forza nelle vele che avevo alzato in un baleno e la barca c

ominci a filare e a far schiumare le onde, fu presa da una piccola crisi di felic it.Non era mai stata su una barca a vela, ma cap subito tutto e senza alcun timore prese posto a prua per aiutarmi nella manovra del fiocco quando cambiavo rotta onde rimanere davanti al paese con piccole bordeggiate, guardandomi bene dal far ne delle lunghe parallele alla costa, per non finire nei pressi della Colonia El ioterapica dove gli occhi di falco del Lo Pinto ci avrebbero di certo avvistati. Dopo un quarto d'ora, al colmo del divertimento, mi domand quanto tempo sarebbe o ccorso per traversare il lago. Ai Castelli di Cannero potremmo arrivare in mezz'ora. E cosa c' dentro i castelli? Niente: rovine, scale rotte, stanzoni dove i pescato ri stendono le reti ad asciugare, archi di muro, qualche stanza vuota con dei re sidui di affreschi. E si pu visitarli? Certo. In mezz'ora vedremo tutto. Fece i conti mentalmente e mi disse che poteva disporre di quattro ore, perch era no appena le due del pomeriggio e le sarebbe bastato essere a casa per le sei. Non aveva finito il discorso che gi puntavo verso l'altra sponda. Vedendo che l'"Ibis" filava tranquillo, venne a sedersi nel pozzetto vicino a me , e ormai cognita della barca e del suo andare, cominci a prendermi in consideraz ione. Volle sapere bene chi ero, quanti anni avevo, se fossi parente delle maestre Sorp idi in casa delle quali mi aveva conosciuto, se la barca era mia, poi chi era il mio amico padrone della barca. Rispondevo, con un occhio a lei e uno ai Castelli che si avvicinavano fin troppo in fretta. Vestiva un abitino di cotone, corto e senza maniche, con una scollatura quadrata . Aveva calze sottilissime e scarpe da citt, ma era senza borsetta. Le domandai se l'avesse messa in qualche posto ma mi rispose d'essere uscita sen za, per fare due passi in riva al lago dopo aver pranzato sola come al solito. Disse "come al solito" abbassando la voce. Era quello che mi aspettavo: pativa la solitudine e l'abbandono. Oh! esclam all'improvviso. Se potessi andare tutti i giorni in barca, girare il lago, vivere in libert. Suo marito, non glie lo permetterebbe... Me lo permetterebbe, perch mi conosce e si fida di me, ma ha timore di quel che p u dire la gente. Dice che nella sua posizione non pu dar luogo a pettegolezzi. E che le maestre hanno una lingua infernale specialmente le Sorpidi. Stasera, quando lo vedr, sar meglio che gli racconti tutto, prima che venga a sape rlo da altri. All'idea che il Lo Pinto avrebbe saputo della nostra gita, mi venne freddo. E' proprio necessario dirglielo? domandai. No, ma forse meglio, anche se poi mi costringer a seguirlo ogni mattina alla Colo nia e a stare con lui tutto il giorno. E se non glie lo dicesse? Ci penser rispose. I Castelli di Cannero erano ormai vicini e la signora mi volt le spalle per guard are le torri e i barbacani che sorgevano dalla piccola scogliera battuta dalle o nde. Puntai alla Gardanina, dove le donne dell'osteria mi porsero la chiave del Caste llo maggiore dal pontile, senza che neppure sbarcassi. Tornai ai Castelli e calate le vele, tirai mezza la barca in secco. Dentro al Castello c'era il silenzio e la solitudine dei luoghi abbandonati. Quasi tutti gli antichi saloni, le armerie e i magazzini, erano scoperchiati, le scale e i cammini di guardia impraticabili. Tra le rovine e nei cortili serpeggiavano i rovi e le edere, spuntava l'erba e s i allargavano i cespugli di capelvenere. Contro il buio di un antro fiammeggiava una rosa sospesa a un ramo pendulo. Un albero troneggiava nello spiazzo dove in antico si erano incrociate le alabarde e gli archibugi.

In pochi minuti avevamo visto tutto. La signora Livia, gi sazia, sedette nell'erba del grande cortile, sopra uno stipi te di marmo caduto dai piani superiori e in parte infossato nella terra. Mi stesi ai suoi piedi, tra un rocchio di colonna e un arbusto di sambuco. Davanti a noi si ergeva un arco di pietra in parte rovinato, sul cui fondo d'omb ra spiccava la rosa che avevo gi visto. Prima di andar via disse la coglieremo. Certo risposi mi arrampicher sul muro e la coglier. Voglio tenerla in suo ricordo, perch temo che non la rivedr pi, se non da lontano, qualche rara volta. La signora Livia ascoltava le mie parole col capo chino e gli occhi perduti nel vuoto. Forse stava considerando la sua vita e il suo avvenire di moglie d'un capomanipo lo dell'O.N.B., mentre il mondo era cos vasto, anche in un paese, pieno di spazi, d'acque e di monti da correre in libert, di persone da conoscere, da amare. Pos lo sguardo su di me e scosse la testa, come per comunicarmi la conclusione de i suoi pensieri. Non so che viso facessi, ma certo che le ispirai fiducia o le manifestai compren sione, poich mi pass una mano tra i capelli. Chinandosi, dalla scollatura quadrata del suo abitino mi mostr nell'ombra quella parte animale, pendula, che il seno, appena rilevabile in due forme coniche che si staccavano dal suo torace e ondeggiavano in breve spazio. Fu solo un attimo, perch si mise sulle ginocchia, mi prese il capo tra le mani e con un'espressione di infinita piet per se stessa e forse anche per me, mi baci te neramente. Perdutamente, come si sarebbe detto a quell'epoca. Caddi riverso nell'erba, chiudendo gli occhi, per non vedere bertesche, merli e feritoie che mi giravano intorno, ma soprattutto per sottrarmi al suo sguardo ch e Sl era fatto opprimente come un incubo. Quando li riaprii mi apparve, sotto l'arco in rovina, la rosa che ondeggiava leg germente nel vuoto, rossa e quasi luminosa, come se l'accendesse un raggio di so le. Alzai lo sguardo e vidi, nel quadrato di cielo azzurro che sovrastava il cortile , l'orlo infuocato d'una nube nera come il carbone. In quel momento stesso un boato orrendo si propag dal lago ai monti, riecheggiand o sopra il Castello. Pareva che l'universo intero, invidioso della mia fortuna, si muovesse ad annull armi. Scoppiarono i tuoni, scesero a precipizio i fulmini e il lago s'infuri. Dopo qualche minuto cominciarono gli scrosci d'acqua. Atterriti, salimmo sulla torre di levante dove c'era una stanza rotonda ben cope rta, dalla quale attraverso una finestrella ci apparve la distesa del lago bianc a di schiuma sotto l'uragano. Il vento veniva dalla riva opposta e l'"Ibis", al riparo del castello, doveva es sere al sicuro. La signora Livia, diventata di ghiaccio, guardava il lago senza aprir bocca. Alle sei di sera il temporale non dava ancora segno di voler cessare. Nubi sempre pi cariche accorrevano dalla costa orientale, rotolavano sull'acqua e venivano a scaricarsi contro i monti della sponda piemontese. Il vento, dopo aver corso sulle onde, si avvolgeva ululando tra i merli dei Cast elli, poi scendeva nei cortili interni a sbiancare il fogliame dei cespugli. Aggirandomi come un sonnambulo per il cortile, vidi la rosa, che dopo aver resis tito a lungo agli scrosci e al vento, si era spogliata di quasi tutti i suoi pet ali. Solo verso le sette potei muovere l'"Ibis", dopo averlo svuotato dell'acqua che l'aveva invaso. Ma riattraversare il lago non era possibile. Potei raggiungere a malapena la Gardanina tenendomi al riparo dei Castelli. Mentre reggevo il timone la signora Livia se ne stava appoggiata al cassero, coi capelli al vento e il vestito incollato sul petto, sotto l'acqua che scendeva d

i traverso. La guardavo tristemente, cos devastata in breve ora dal maltempo, come la rosa de l Castello. Ormeggiata la barca alla Gardanina, prendemmo la strada per Cannero dopo aver to lto il fiocco per difenderci dalla pioggia lungo la strada. Stretto al suo corpo e preso nel suo leggero profumo sotto quel lembo di tela, c ol mio braccio intorno alle sue spalle e gli occhi fissi a terra, camminai felic e e disperato senza accorgermi che la pioggia era finita. Quando arrivammo, stava per partire l'ultimo battello diretto all'altra sponda. A prua, affiancati come davanti a un plotone d'esecuzione, vedevamo avvicinarsi l'imbarcadero temuto. Contavo, appena sceso, di dileguarmi. Ma come mettemmo piede sul pontile, unici passeggeri di quella corsa, ci trafiss e lo sguardo del Lo Pinto che era sotto la tettoia ad aspettarci. Qualcuno doveva avergli detto che eravamo usciti in barca e che forse il maltemp o ci aveva gettati sull'altra sponda. Vidi gli occhi fiammeggianti del capomanipolo solo per un istante, perch appena l a moglie gli fu davanti la prese per un braccio e fece dietro-front. Arrivai a pensare che non mi avesse visto, tanto mi aveva escluso, con quella pr esa, da ogni rapporto tra lui e la moglie. Ma due giorni dopo venne a cercarmi al caff. Voglio sapere tutto mi disse con gli occhi fuori dalla testa quando fummo nella strada. Se sarai sincero ti perdoner. Mia moglie mi ha gi detto ogni cosa. Raccontai a puntino come si erano svolti i fatti, omettendo il bacio, ma insiste ndo sul temporale. Mi port allora sotto un portone, mi prese per le spalle e ficcandomi gli occhi ne gli occhi mi grid in faccia: L'hai capito o no che so gi tutto? Vedendo che avevo perso la parola, cominci a scuotermi, quasi che la verit l'avessi nascosta indosso e potesse uscirmi da sotto i panni per rotolare per terra, come una moneta ruba ta. Mi domandavo se la signora Livia, forse maltrattata allo stesso modo o peggio, n on gli avesse gettato in faccia una finta confessione, per dargli motivo a un ri pudio che certamente agognava, specialmente dopo il bacio che mi aveva dato dent ro i Castelli. Mi venne voglia di gridargli: "S. E' vero!". Purtroppo non era vero nulla, se non quel bacio, che non mi conveniva confessare , perch il Lo Pinto certamente voleva abbindolarmi con la storia del saper tutto, mentre non sapeva niente e cercava di spremere da me qualche cosa che gli servi sse a saziare la sua sete di verit, una sete che in tali casi sempre destinata a restare tale, perch non c' verit che basti a chi tormentato dal dubbio. Se gli avessi detto d'aver consumato fino all'osso l'adulterio che temeva, non m i avrebbe creduto, cos come non credeva alle mie negazioni. Forse cap, sotto quel portone, che non avrebbe pi avuto pace, perch dopo avermi gua rdato a lungo quasi con passione, mi diede una spinta e se ne and. Tutte le mattine mi aggiravo per le strade e intorno al porto nella speranza d' incontrare la signora Livia, ma sempre invano. Andai anche un giorno al suo paese, dove la pensavo confinata. dopo essermi acce rtato che il Lo Pinto era alla Colonia Elioterapica. Trovai la casa sulle indicazioni di un passante ma non ebbi il coraggio di suona re il campanello. Un pomeriggio tornai ai Castelli con l'"Ibis" per rivedere il luogo dove mi avev a sfiorato la felicit. Ritrovai il frammento di marmo dove Livia si era seduta, mi stesi sull'erba come se mi fosse vicina e stesse per piegarsi un'altra volta su di me. Sperai nel miracolo di un'apparizione ma tutto era silenzio. Sotto l'arco, contro il buio, splendeva una rosa, nata sul tralcio dove l'altra si era disfatta.

Mi alzai, deciso a coglierla. Dovetti aprirmi un varco tra i rovi e le ortiche, poi afferrarmi alle pietre smo sse del rudere per giungere alla rosa, che pendeva nel vuoto senza un movimento, tanto l'aria era ferma in quell'antro. Riuscii a spezzare il gambo, pungendomi a sangue quasi con gioia. Con la rosa in mano tornai all'"Ibis" e la deposi sotto prua, dopo averla spruzz ata con un po' d'acqua del lago. Giunto in porto e ormeggiata la barca, andai a casa di corsa e misi la rosa nell a mia camera, dentro un bicchiere pieno d'acqua. Per tre o quattro giorni la rosa continu a risplendere, aprendosi fino ai pistill i, come certo avrebbe fatto la signora Livia, senza il nefasto temporale di quel giorno. Ma una mattina, svegliandomi, trovai che aveva sparso sul tavolo tutti i suoi pe tali. Mi alzai, li raccolsi e li deposi, uno per pagina, dentro un libro. Seppi intanto dalle Sorpidi che il Lo Pinto aveva chiesto, per il nuovo anno scol astico, un trasferimento a Crema o a Cremona. Passarono gli anni, tra il trentatr e il quaranta, senza che mi riuscisse mai di sapere dove il Lo Pinto fosse finito. Solo nel 1942 seppi che era in guerra e che sua moglie, sempre senza figli, vive va con la madre al suo paese. Pensai di andarla a cercare. Ma qualche cosa mi distrasse: il distacco naturale dal passato gli incastri semp re pi complicati della vita o le congiunture dell'epoca. Fin la guerra e cominciarono i ritorni per i sopravvissuti, tra i quali per buona ventura mi trovai. Una mattina d'autunno, prima che si alzasse il sole, ero alla stazione della tra nvia, davanti al lago. Aspettavo di partire per Varese, donde avrei proseguito per Milano. Pass un amico in automobile e si ferm a raccogliermi. Arriverai prima disse e pi comodo. Mi fermer solo a Ghirla per raccogliere un altro amico. A Ghirla, cio a met strada tra il mio paese e il capoluogo, l'amico lo aspettava a l bivio di Ponte Tresa, in piedi e con le mani in tasca. Era il Lo Pinto: magro, un po' curvo, malvestito e con una borsa di finta pelle ai piedi, nella quale aveva certamente il pasto di mezzogiorno. Come vide la macchina, prese la borsa e scatt verso la portiera posteriore. Non mi aveva ancora ravvisato. Ti presento disse il guidatore accennando dietro il signor Lo Pinto, che lavora a Varese come produttore di assicurazioni. Emisi un mormorio indistinto senza voltarmi. Il Lo Pinto invece, contorcendosi quanto occorreva, mi tese dal suo sedile la ma no destra, che mi guardai bene dal toccare. Sorpreso dal mio contegno, avanz la testa tra i sedili e mi guard di profilo. Bench mi rannicchiassi il pi possibile fingendo di far attenzione alla strada, mi riconobbe. Si lasci andare allora sulla spalliera e non apr pi bocca. Arrivati al capoluogo, l'amico si ferm a un crocicchio. Il Lo Pinto apr la portiera e si gett fuori, con la borsa al vento, come un ladro in fuga. E' un brav'uomo disse l'amico che non si era accorto di nulla. Era ufficiale dell'Opera Nazionale Balilla. In sostanza un maestro di educazione fisica. Non l'hanno neppure epurato. Ha solo perso il posto. Ora lavora all'"Adriatica di Sicurt". Viene tutte le mattine dal suo paese a piedi fino a Ghirla e mi aspetta al bivio per risparmiare la spesa del tram. Settimana scorsa, tornando, mi preg di passare l'indomani mattina da casa sua per ch la moglie doveva venire a Varese.

Che donna! Non pi giovane, ma dev'essere stata una meraviglia. Peccato che il Lo Pinto geloso come un turco: l'ha fatta sedere dietro ed venuto lui davanti per timore che le sfiorassi una gamba nel cambiare le marce. Sul treno per Milano mi ritorn in mente il volto della signora Livia mentre si ch inava su di me nel cortile dei Castelli di Cannero. Un volto pallido, leggermente violaceo, triste e atterrito da una paura che non sapevo spiegarmi e che pensai le venisse dal temporale o dal pensiero che il mar ito avrebbe scoperto non tanto la sua passeggiata clandestina, quanto la sua ins offerenza, il suo bisogno segreto di libert e forse di amore. Mi domandai, mentre il treno viaggiava, cos'erano stati per lei gli anni passati da allora, quanto poteva aver pensato a me, come al segno, bench fallace come tu tti i segni, d'una vita che avrebbe potuto avere e che non ebbe. Giunto a casa e sorpreso da un ricordo, cercai negli scaffali un certo libro. Lo aprii e tra le pagine trovai, stinti e disseccati, i petali della rosa che av evo colto dentro i Castelli di Cannero almeno quindici anni prima. Decisi di andare un giorno qualsiasi a cercare la signora Lo Pinto al suo paese, ad un'ora in cui il marito girava per le case a proporre assicurazioni. Ma non ne feci nulla per timore di guastare l'immagine che mi era apparsa sul tr eno e il ricordo che i petali della rosa mi avevano suscitato. Finch la settimana scorsa, dopo altri trent'anni, sul solito giornale trovai il s uo nome, confuso tra quelli dei "Cavalieri di Vittorio Veneto" e degli altri tan ti che giornalmente passano all'aldil. Il Tonolini. Fra i terremoti e i maremoti che fin dalle pi lontane ere colpiscono l'Italia, un o dei minori, neppure paragonabile a quelli piuttosto recenti di Messina e di Av ezzano, interess la zona del Vulture una quarantina d'anni fa, recando danni e fa cendo vittime nei paesi di Rionero, Melfi e Monticchio, in provincia di Potenza. Paesi o piccole citt, che sorgono intorno a un vulcano spento dal quale prende no me l'ameno territorio, noto per un elefante o ippopotamo preistorico trovato tra i sedimenti vulcanici, ma soprattutto per gli aromatici vini che produce in gra n copia e che vengono convogliati nel settentrione insieme a quelli di Puglia. In quei paesi si portava spesso, fin dal 1928, il mio amico Fernando Masoero, di poco pi avanti di me negli anni, per incarico del proprio padre, un negoziante d i vini piemontese, solidamente impiantato col suo commercio in un grosso borgo d el Lago Maggiore. L'amico Fernando, che avendo scorso fin da ragazzo le Puglie insieme al padre a comprar vino era ormai pratico di prezzi e di gradazioni, tornava ogni anno nell a zona di Manduria e di Squinzano per seguire la vendemmia, fare gli acquisti e caricar vagoni e serbatoi da spedire alla cantina del padre, il quale, maestro n el manipolare mosti ed operar "tagli", otteneva un prodotto ideale per circoli o perai, osterie, cooperative e privati, destinato a dar forza e anche una parvenz a di benessere a tanta gente, non d'altro fornita per dimenticar fatiche e disgr azie. Oltre ai nomi di Manduria, Squinzano, Sava e Trepuzzi, in casa del mio amico era famigliare il nome di Rionero, in Basilicata, luogo di produzione vinicola al q uale l'azienda attingeva non meno che dalle terre di Puglia, intrattenendo con m ediatori e produttori continui rapporti a mezzo di lettere, telegrammi, cartolin e postali e soprattutto di visite, che i mediatori tenevano molto a fare, spinge ndosi al nord con valigie piene di bottiglie d'olio, di mandorle e di fichi secc hi: donativi adatti a propiziare vecchi clienti e a farne dei nuovi. Capitava perfino che qualcuno di quegli intraprendenti operatori del vino e dell e uve si fissasse dalle nostre parti come importatore diretto, appoggiandosi ai vecchi clienti, che in luogo di temerne la concorrenza la favorivano, per lungim iranza e anche perch non risultava per nulla nocivo l'aprirsi di altri stabilimen ti e l'ampliarsi del mercato, del resto insufficiente a soddisfare le richieste locali e quelle che arrivavano sempre pi consistenti e numerose dalla Svizzera, d alla Germania e dagli altri paesi del nord Europa. Non fece quindi meraviglia un giorno, l'arrivo al nostro paese di un tal Giusepp e Tonolini, proveniente da Rionero nel Vulture.

Il Tonolini si present in casa del mio amico, fece il nome di noti mediatori e pr oduttori di Rionero e si dimostr cos competente in materia di vini, da trovar subi to accoglienza come in casa di parenti. Gli venne fatto un posto alla tavola dove sedevo spesso anch'io come intrinseco della famiglia, e il Masoero padre gli offr il suo aiuto, dal momento che l'inatt eso si dichiarava intenzionato ad aprire una cantina nel nostro paese. A realizzare una tale impresa il Tonolini aveva destinato i soldi che gli sarebb ero venuti dalla vendita d'una sua casa, "casa palazzata", come diceva, intenden do non rustica, in Rione Costa, cio nel centro di Rionero, casa per lui divenuta inabitabile dopo la scomparsa della sua giovane moglie, che da pochi mesi era mo rta di parto insieme alla sua prima creatura. Il Tonolini era un uomo sulla quarantina, di media statura, pallido, sempre ben rasato, con un viso lungo, cilindrico. Aveva una testa a forma di paracarro, sulla quale portava sempre un feltro nero e peloso, inverno e estate. Indossava una giacca di "alpagas" nera con un bracciale di panno nero sulla mani ca destra in segno di lutto, camicia bianca, pantaloni scuri a righe, scarpe bia nche con la mascherina e il calcagno di pelle nera, cravatta nera. Pareva, a vederlo, se non proprio un corvo una gazza, di quelle che scorrazzano in Puglia tra i mandorleti e circolano anche nei nostri boschi, mostrando, quand o s'involano, il bianco dell'addome e delle grosse remiganti. Cortese ma dignitoso e come chiuso nel suo dolore di vedovo rimasto solo al mond o, ottenne subito la stima e la considerazione dell'ambiente commerciale nel qua le era venuto a cercar sollievo al suo strazio e dove contava di fissarsi per il resto dei suoi giorni. Il padre del mio amico, timidamente richiesto, gli prest una discreta somma, che integr con altre sovvenzioni fino a trovarsi creditore d'un piccolo capitale. Altri negozianti, forse ignari dei salassi che il Tonolini aveva gi operato in ca sa Masoero, gli fornirono denaro e credito fino al punto di giudicar pericoloso ogni sporgimento ulteriore. Lo stesso Tonolini, dichiarandosi stupito e commosso, passava da un creditore al l'altro, pregando di porre freno a tanta generosit, che comunque lo metteva in ob bligo di correre senza indugio a Rionero per concludere la vendita della sua cas a e tornar poi sul Lago Maggiore a saldare ogni suo debito. Part infatti dopo qualche settimana, accompagnato alla stazione dai creditori in festa e sventolando il cappello nero dal finestrino, esattamente il 20 luglio de l 1930, come ancora risulta da una nota in calce a un registro della ditta Ansel mo Masoero. Il ventiquattro di quello stesso mese, i giornali di tutta Italia diffondevano l a notizia del terremoto che aveva sconvolto il Vulture: una scossa alla mezzanot te e un'altra nel pomeriggio del ventitr. Il Rione Costa era dato per distrutto, essendosi completamente riversato sulla v ia Emanuele Gianturco. I morti erano, dopo i primi accertamenti, ventinove, ma come sempre la cifra era destinata ad accrescersi. Fu opinione di tutti gli amici lasciati in alta Italia dal Tonolini, che la "cas a palazzata" in Rione Costa doveva essere andata in briciole, forse con dentro i l suo padrone, il quale tuttavia non figurava nell'elenco delle prime vittime. I giornali abbandonarono presto l'argomento del terremoto, aggiungendo soltanto che i morti erano aumentati modicamente di numero, che era stata installata una tendopoli presso lo scalo ferroviario e che fin dal giorno successivo al sisma i l re Vittorio Emanuele Terzo era accorso a Rionero e aveva, come era solito in q uelle occasioni, confortato i feriti e i famigliari dei defunti. Non erano passati otto giorni dal terremoto, che in casa del mio amico Masoero a rriv un plico bianco bordato di nero, una specie di grossa busta di malaugurio in uso a quei tempi, dentro la quale, tra una croce nera in alto e due rami di pal ma incrociati in basso, gli amici e alcuni parenti in terzo grado annunciavano l a morte di Giuseppe Tonolini, che nella tragica circostanza del terremoto era an dato a raggiungere in cielo l'adorata moglie e la sua innocente creatura. I creditori fecero una croce nei loro libri di commercio alla partita del Tonoli

ni, e il Masoero con pi forte dolore degli altri, tanta era la quantit di denaro c he vedeva andare in fumo. Passati un paio d'anni dal terremoto, il mio amico Fernando, che stava andando i n Puglia a comprar vino, mi convinse ad accompagnarlo. C'erano laggi citt come Trani, Barletta, Bari, Lecce, Taranto, luoghi allora non n oti al turismo, ma degni, mi diceva Fernando, d'esser visti. Lo seguii, ma pi che veder citt, mi tocc veder paesi, come Manduria, Sava e Squinza no, dove era in corso la vendemmia e si trattavano le grandi partite d'uva da vi nificare. Quando la vendemmia finisce in Puglia diceva Fernando comincia in Basilicata, do ve quest'anno si presenta bene, a quanto ho sentito dire dai mediatori tanto che varrebbe la pena di andarci per completare gli acquisti. Decisi a quel viaggio, andammo a Rionero in ferrovia, passando per Potenza. Nelle due ore e mezza che dur il tragitto, ci venne in mente pi volte il povero To nolini. Chiss dove sar sepolto? si chiedeva Fernando. Forse in una tomba comune insieme alle altre vittime. Troveremo almeno il suo nome su di una lapide? Era sera quando arrivammo a Rione ro. Preso alloggio in un alberghetto, si cominci a girare per le strade ancora ingomb re di macerie, a guardar dentro le case e ad adocchiar donne. Un bel caff in piazza con le sedie all'aperto, ci parve il luogo adatto alla prim a sosta. La gente del paese era ancora a tavola e sarebbe uscita di casa alle ventuno per sentir sonare la banda, il cui palco si vedeva pronto nel mezzo della piazza. Al caff non sedeva nessuno o meglio un solo cliente, sperduto nella distesa dei t avolini. Era un uomo col cappello in testa, vestito di scuro, che stava composto e quasi rigido, volgendo il viso verso l'interno del locale. Ci sedemmo due tavoli distante ed andai dentro al caff per comandare due granite. Uscendo vidi in faccia l'uomo seduto e restai come colpito da una mazzata in tes ta. Quando mi ripresi corsi al tavolino dove mi aspettava Fernando, sedetti, e in gr ande agitazione gli dissi all'orecchio che avevo visto il Tonolini. Dov'? mi chiese. E' quello l seduto, che ci volta le spalle mormorai. Fernando si alz, finse di entrare nel caff a cercare un giornale, e uscendo guard b ene in faccia l'uomo seduto. Quando venne al tavolo si disse convinto che si trattava proprio del Tonolini. Aveva ragione tuo padre notai che quando il Tonolini ripart per la Puglia disse: "Basta, ma cull l l'ha imbrojame". Ma ora disse Fernando lo smascherer. E lo far arrestare! Intanto, con un coraggio che non avrei avuto, and davanti al T onolini e gli parl. Ah, bravo! gli diceva. Allora lei morto, vero? E' morto nel terremoto. Adesso glie la faccio dire io una bella messa funebre! L'uomo lo guardava e non apriva bocca. Fernando mi chiam: Vieni a vedere il Tonolini, quello che morto nel terremoto! An dai a mettermi di fianco a Fernando, e poich il Tonolini persisteva nel restar fe rmo e immobile proprio come un morto, credetti d'intervenire: Il signor Tonolini , riconoscer il suo torto e pian piano vi pagher. Vero, signor Tonolini? dissi rivolgendomi all'uomo seduto, che con lo sguardo vi treo e la bocca semiaperta non dava neppure segno d'accorgersi di noi. Guardandolo sempre meglio mi accorsi che aveva il braccio sinistro appoggiato a una sedia vicina, dalla cui spalliera pendeva la mano, d'un colore cereo giallas tro. Aspetta disse Fernando. Ecco l una guardia municipale. Vado a chiamarla e vedremo se riuscir a farlo parlare.

Tu intanto non perderlo di vista. Ma intanto che Fernando attraversava la piazza, la guardia scomparve e scomparve anche Fernando, che forse si era messo ad inseguirla. Mentre aspettavo, il Tonolini se ne stava sempre fermo, con lo sguardo nel vuoto . Aveva indosso una giacca di "alpagas" come quella che portava al nostro paese, f orse la stessa, come le scarpe bianche con la mascherina nera e i calzoni a righ e. Notai che aveva due vere sul dito anulare sinistro, come quando stava a tavola i n casa Masoero e mostrava con discrezione la mano con i due anelli, piegando il capo e sospirando Le due vere brillavano alla luce dei lampioni sul dito cereo c he pendeva, insieme agli altri quattro, dalla spalliera della sedia. Vedendo che Fernando non ritornava, cominciavo gi ad agitarmi, quando apparvero d ue carabinieri con la lanterna in testa sul fondo della piazza. Se vengono da questa parte pensavo li chiamo e li invito ad arrestare il Tonolin i senza aspettare Fernando con la guardia. Ma i carabinieri, giunti a met piazza Sl immobilizzarono come due cipressi davant i al palco della musica, dove forse erano comandati in servizio d'ordine pubblic o. Pensai di andarli a chiamare. Signori carabinieri! dissi quando fui alle loro spalle. I due si voltarono insieme lentamente e mi guardarono. Signori carabinieri ripresi.Vogliono avere la compiacenza di venire ad arrestare un truffatore che qui seduto al caff? Si tratta di un certo Tonolini, che si fat to creder morto nel terremoto per non pagare i debiti. Vengano! E' l seduto davanti al caff. L'abbiamo riconosciuto, tanto io che il mio amico Fernando. I due carabinieri si scambiarono uno sguardo, poi si mossero. Dov' disse il pi alto dei due questo truffatore? Eccolo risposi indicando il Tonol ini. Ma in quel momento vidi che il Tonolini non c'era pi. Come? esclamai. Era l un momento fa. Dove pu essere andato? I due carabinieri abbozzarono un sorriso cattivo. Ah, birichino disse il pi alto vuoi prendere in giro i carabinieri. No protestai era l seduto su quella sedia! Ora viene il mio amico e ve lo dir. E' andato dietro alla guardia. Eccolo, eccolo! Fernando! Fernando! Corri! gridai. Fernando arriv di corsa e si guard attorno. Dov' il Tonolini chiese. Era qui. Ma intanto che chiamavo i carabinieri scomparso. I due carabinieri si guardavano parlandosi con gli occhi. Poi il pi alto esclam: Fuori le carte. Per fortuna avevamo i documenti in regola. Ma non bast. Ci portarono in caserma, dove il maresciallo, un uomo anziano con due baffi alla Umberto, ci interrog. Fernando spieg tutto per filo e per segno. Il maresciallo prese un foglio, lo mise nella macchina da scrivere e cominci a ba ttere lentamente le nostre deposizioni. Poi ci conged dicendo: Se qualche cosa risulter, informeremo il comando dei carabi nieri del vostro paese. Comunque concluse ci spero poco. Perch se questo che voi indicate come Tonolini e che avete conosciuto per tale fo sse venuto da voi con l'intenzione d'imbrogliarvi, non si sarebbe certo presenta to col suo vero nome, ma bens con un nome falso. Per cui inutile cercarlo sotto Tonolini. Decidemmo di restare a Rionero per compiere delle indagini, e dopo un giorno o d ue venimmo a sapere che un Giuseppe Tonolini era morto davvero nel terremoto.

Ma si trattava di uno scapolo, che non era mai andato via dal paese. Fernando allora si persuase che aveva ragione il maresciallo. Quello che si era presentato a casa sua come Tonolini era un truffatore, mascher ato sotto il nome di un compaesano qualsiasi, che poi era scomparso nel terremot o offrendo all'altro l'occasione di darsi per morto. Se cos, dissi quello che abbiamo visto l'imbroglione. Certo esclam Fernando e lo troveremo! La sera del giorno dopo eravamo in piazza, seduti al caff, mentre suonava la banda. La piazza era come un pallone di luce immerso nel buio. Ai lampioni si aggiungevano le lampadine che pendevano sopra il palco, fortissim e e cos violente da dar negli occhi, ma necessarie ai suonatori, in gran parte an ziani, che con gli occhiali sul naso e lo strumento alla bocca, dovevano leggere lo spartito appoggiato sul leggo o infilato dentro una molla in forma di lira a met dei bombardini e delle trombe. I tavolini dei caff erano pieni di famiglie borghesi col gelato o la granita dava nti, mentre i popolani e i contadini stavano in piedi, intorno al palco, riempie ndo tutta la piazza. Ai balconi e alle finestre, altra gente godeva il concerto e la frescura. Ogni tanto uno di noi due si alzava e compiva un giro fra i tavolini poi si insi nuava tra la folla nella speranza di ritrovare il Tonolini. Da uno di quei giri, Fernando torn col viso raggiante. C'! disse. Stavolta non ci scappa! Pensa che tra i suonatori. E' la seconda cornetta in terza fila. Andai a vederlo. In verit, la seconda cornetta era un uomo in tutto somigliante al Tonolini, bench fosse nella divisa estiva dei suonatori, con giacca e pantaloni bianchi. La banda eseguiva, in quel momento, un pezzo di Amilcare Ponchielli, forse "La d anza delle ore". Le cornette, e specialmente le prime, erano quasi sempre in azione, cos che il su pposto Tonolini, con le gote gonfiate, non ci permetteva un riconoscimento sicur o. Potevamo infatti vederlo solo per brevi momenti, quando toglieva lo strumento di bocca e lo rovesciava, manovrando i tasti, per svuotarlo della saliva che nel s offiare vi lasciava entrare. Eravamo cos sicuri d'averlo scoperto una seconda volta, che non ci muovemmo da so tto il palco per tutto il concerto, decisi ad agguantarlo appena fosse sceso dal suo terzo cerchio e a portarlo, con lo strumento sotto il braccio, fino in case rma. Quando venne quel momento e il Tonolini ci cadde quasi addosso scendendo l'ultim o gradino, credemmo di sognare. Non era pi lui. Con le gote flosce e senza lo strumento in bocca, non somigliava per nulla al no stro ricercato. Fernando fin col persuadersi che il Tonolini, dopo averci visti, si era eclissato calando dietro l'emiciclo. Per esserne pi certo avvicin il sonatore e gli chiese: Lei la seconda cornetta?. La terza rispose il suonatore. La seconda non c', da qualche anno. Si rest, a questa risposta, un po' confusi. Cominciava infatti a farsi strada in noi il sospetto che l'uomo visto la sera de l nostro arrivo, e anche la seconda cornetta, fossero il fantasma del Tonolini. Tanto pi che il padrone del caff, interrogato sul suo misterioso cliente, ci aveva detto di averlo notato pi d'una volta, ma di non esser mai riuscito a vederlo n q uando arrivava n quando se ne andava. Solo un fantasma disse Fernando pu comportarsi cos. Prima di partire da Rionero il mio amico volle parlare col maestro e direttore d ella musica cittadina. Quante sono le sue cornette? gli chiese. Dovrebbero essere cinque si sent rispondere ma da quando la seconda mor nel terrem

oto, sono quattro. Fernando non volle sapere di pi e decise di partire subito per l'alta Italia. Durante il lungo viaggio in treno non si parl che del Tonolini. Ma arrivati a Milano, Fernando mi preg di non aprir bocca, in casa sua o altrove, sul nostro incontro di Rionero. Se diciamo di averlo incontrato e d'essercelo lasciato scappare disse che figura faremo? E far credere che abbiamo visto il fantasma del Tonolini, penso che ci sar difficile. Ma secondo te gli chiesi era lui o il suo fantasma? Fantasma, fantasma! rispose Fernando. Le corna del diavolo. Le rive del nostro lago appartennero, nei secoli scorsi e fino all'et napoleonic a, a poche, grandi famiglie: i Borromei, che stendevano i loro possessi da Arona a Stresa e a Cannero, i Marliani feudatari del luinese e pi tardi i Crivelli, ch e cominciavano ad avere terra verso Angera e ne possedevano, lungo la sponda lom barda, fino al confine svizzero. Con la soppressione delle propriet feudali le unit terriere del Lago Maggiore si f razionarono e qualche famiglia borghese, venuta in luce nell'Ottocento, cominci a rodere coi suoi modesti insediamenti l'antico cerchio delle rive, finch i Borrom ei si restrinsero alle isole, i Marliani scomparvero e i Crivelli si ridussero a d alcuni cippi di granito con incise le lettere P.C. (Propriet Crivelli), dissemi nati tra Angera e Luino. Dell'antica famiglia, che tenne in casa come precettore il Parini, non resistono lungo il lago che i cippi, il nome di un isolotto vicino ad Angera e quello di un grande parco a Luino, gi in parte distrutto e dal quale scomparsa la villa che fu dimora estiva dei conti. Giuseppe Crivelli Serbelloni, ultimo del suo casato, mor nei primi anni del nostr o secolo senza discendenti diretti e lasciando vedova la moglie Antonietta, nata duchessa Sfondrati Trotti Bentivoglio. Tre fragorosi cognomi che divennero noti dopo la sua morte, perch quando la nobil e signora era in vita veniva indicata semplicemente come contessa Crivelli, senz a che nessuno nel paese immaginasse quanta parte di illustre sangue lombardo fos se rifluita nelle sue vene. Alta e severa, si poteva vederla non pi di due o tre volte l'anno passare in gram aglie per le vie del borgo col suo passo lento e stentato, il capo tentennante s opra le spalle strettissime e le mani nascoste dentro un manicotto. Le sue mete erano la chiesa o il cimitero, dove andava sempre accompagnata da qu alche nobildonna della sua et che teneva in villa per compagnia, o dalle vecchie sorelle Luini, nobili anch'esse d'antica data e quasi imparentate col borgo e co l suo celebre pittore. Per la Messa non le occorreva uscire, perch gliela andava a dire in casa il prete della chiesa di San Giuseppe, ogni domenica. La sua grande villa di stile inglese, oggi scomparsa, aveva una torre esagonale e delle finestre a coppia dalle quali si poteva vedere tutto il lago. Davanti alla facciata il parco si sfoltiva per lasciar posto ad un prato in fort e pendio sul quale i giardinieri disegnavano ad ogni stagione un intreccio di co rdoni fioriti: un monogramma di vari colori o solo un motivo ornamentale, simile a un gran gioiello pendente sopra un vestito verde. Gran signora di quelle d'una volta e delle quali si perduta la semenza, la conte ssa Crivelli mor fra il compianto del popolo che aveva beneficato, senza lasciare il minimo margine per alcuna leggenda o pettegolezzo. Suo marito invece, il conte Giuseppe, morto almeno vent'anni prima di lei, un se gno di estrosit, se non proprio di mal costume, l'aveva lasciato nella cronaca de l paese. Si racconta, infatti, o meglio si raccontava una volta, che il conte, ex-colonne llo di cavalleria, era stato in giovent gran donnaiolo. Malattia della quale non era guarito sposando la contessa, tanto che, venendo a stare nella gran villa dei suoi antichi, si era portato dietro un'amante che ten

eva dentro una casina nascosta tra le piante d'un boschetto, al di l del fiume Tr esa, in territorio d'altro comune ma sempre sui suoi terreni, che si stendevano per chilometri lungo le rive del lago. Ogni giorno, camminando sul suo, il conte si portava alla riva del Tresa, verso la foce, dove aveva fatto gettare una passerella sopra il fiume, largo in quel p unto una cinquantina di metri. La passerella, cos leggera che non poteva reggere pi di un uomo per volta, era com parsa da un giorno all'altro, senza che nessuno avesse visto gente all'opera sul fiume. Le donne assicuravano che era stata costruita in una sola notte dal Diavolo, int eressato a favorire i peccati del conte, per portarselo poi via a tempo giusto. Passando sul ponte carraio pi a monte, i paesani guardavano verso la foce e vedev ano la sagoma della passerella, lieve come se fosse di fumo, contro il riverbero del lago. Le donne si segnavano e gli uomini, meno disposti a veder l'opera del Diavolo in quel traliccio di assicelle e di pali, sorridevano sornioni e invidiavano il co nte, che a sessant'anni suonati poteva concedersi giornalmente uscite di quel genere. Qualcuno affermava di aver visto, verso il tramonto, la sagoma dell'anziano sign ore che varcava le acque, come un equilibrista, su quel filo sospeso tra le rive . Altri sostenevano d'aver notato, a notte alta, una luce che traversava il fiume: certamente la lanterna che il conte portava con s per farsi lume. Ed era facile immaginarlo chiuso in un pastrano militaresco e con in testa qualc he suo vecchio colbacco, a met passerella, quando si soffermava un momento per se ntir fremere tutta la struttura del fragile viadotto librato sopra i gorghi. Buon custode della sua riserva d'amore, il conte andava ogni giorno a controllar e l'integrit del deposito e magari a deliberarne una presa, saggiamente, da buon intenditore e da quell'uomo sano e gagliardo che pareva. La contessa, nelle sue stanze, forse cognita dell'oltraggio, vegliava in preghie ra. Sapeva e taceva, come era giusto. La gente del paese, sapendola colpita nei sentimenti e nell'orgoglio, non aveva ragione d'invidiarla. Perfino i poveri che da lei ricevevano la carit potevano dire: Povera contessa!. L'amante del conte era anche lei, a quanto si diceva, una contessa, ma senza ben i e finita in quella casina nel bosco dopo una vita avventurosa. Non pi giovane, ma ancora bella, era venuta ad attestarsi sul fiume per tenere in vita un suo amore o forse soltanto perch non aveva altre risorse. I ladri di legna che l'avevano intravista qualche volta alle finestre della sua casina e i pescatori che toccando riva all'alba presso il boschetto l'avevano sc orta una volta o due passeggiare tra l'erba, ne parlavano come d'una fata. Per altri invece, pi pratici del mondo o pi disincantati, si trattava di una donna qualunque che il conte teneva a portata di mano solo perch era bene in carne e g li serviva per rifarsi dell'austerit di casa sua. Tutto and bene per qualche anno, finch la troppa comodit di quel diversivo fu fatal e al conte, che gi anziano e forse debole di cuore, avrebbe fatto meglio a starse ne quieto, sotto i clipei e tra le armature che riempivano stanze e corridoi del la sua villa. Infatti, di ritorno da una delle sue visite, una notte fu colpito da un malore a met strada. Con l'aiuto di un guardiacaccia raggiunse a malapena la sua camera e riusc a sten dersi nel letto. Ma alla mattina un cameriere lo trov ch'era freddo. La contessa fu avvertita e accorse, dalla camera dove dormiva sola, a rimirare i l marito che da alcune ore aveva varcato ben altro fiume e ben pi arduo ponte. Due giorni dopo e proprio durante i solenni funerali del conte, scoppi un grande temporale e una piena improvvisa del Tresa travolse il ponticello, quasi che il Diavolo, compiuta la sua opera e non abbisognando pi di quel mezzo per assicurars i l'anima del peccatore, avesse disposto il nubifragio onde far perdere le tracc

e del buon lavoro che aveva fatto dalle nostre parti. Tuttavia qualcosa rimase, perch ogni primavera e per molti anni, nei periodi di m agra si potevano vedere un paio dei paletti di sostegno della passerella che spo rgevano dall'acqua uno vicino all'altro. I timorati di Dio vi ravvisarono subito le corna del Diavolo, sprofondato nel fi ume insieme al ponticello, mentre gli scettici non seppero vedervi altro che un simbolo delle sofferenze della contessa. Ancora oggi, qualche volta, le due punte nere appaiono per pochi minuti sulla la stra del fiume, ma chi le scorge pu pensare soltanto alle teste di due anguille c he risalgono, incerte, la corrente.

Una cattiva scelta. La caduta del Regno delle Due Sicilie port alla rovina molte famiglie nobili del meridione e soprattutto gran numero di famiglie borghesi, che erano fiorite all' ombra della corte borbonica. Accadde cos che gentiluomini e borghesi di ottima educazione e di elevato tenor d i vita, ridotti a povera sorte, aspirarono a modesti impieghi, di preferenza nel la pubblica amministrazione, unica immagine in terra della quiete eterna. Nobili impoveriti e figli di buona famiglia accedettero alle gabelle, alla giust izia, all'esercito, alle finanze, all'istruzione e ai lavori pubblici, dilagando in buona parte nell'Italia settentrionale. Capit quindi, e capita ancora, che in localit e capoluoghi della Lombardia o del P iemonte spuntassero dei Carafa, dei Nunziante, dei Caracciolo o dei Parisi, in q ualit di piccoli impiegati. Gente con dei cognomi appartenuti ad alti magistrati, ministri o ammiragli del v ecchio Regno, ma senza memoria della passata grandezza e ormai capostipiti di nu ove famiglie destinate, alcune, a riemergere in qualche discendente baciato dall a fortuna, altre a disperdersi lungo infinite ramificazioni. Di tale provenienza era certamente quel Tommaso Sarsale che fece capolino un gio rno dallo sportello d'una carrozza di seconda classe, quando il treno delle 18,3 0 proveniente da Milano si ferm alla stazione del nostro paese. Il Sarsale, che si era affacciato per primo a guardare il marciapiedi, scese per ultimo, con una valigia di media grandezza. Si guard attorno, poi si avvi per il viale che porta al lago, trascurando il paese che era visibilissimo sulla destra, come se avesse intenzione, e non sarebbe st ato il primo caso, di andarsi a gettare nel lago con la valigia attaccata al col lo. Il facchino Rattazzi, che aveva sperato invano di portargli il bagaglio, lo segu alla lunga con la sua carretta a mano, convinto che si trattasse di qualche cass iere di banca o amministratore di denaro pubblico intenzionato a togliersi la vi ta per sfuggire all'arresto, o come allora si pensava, al disonore. L'uomo con la valigia, che era come si detto il Sarsale, alla "Rotonda" pos il su o impedimento e si appoggi alla balaustra. Rimase un po' a guardare la distesa delle acque, poi riafferr la valigia e si dir esse verso il paese seguendo il lago. Arrivato in piazza, vide l'Albergo "Ancora" e vi entr decisamente. Sarsale disse al signor Domenico che gli era corso incontro Tommaso Sarsale e gl i present un documento che tolse da una tasca interna senza posare la valigia. Vorrei una bella camera con vista del lago aggiunse con un sorriso. Il signor Domenico mise il documento sulla mensola d'una cassettiera di nove caselle dentro le quali pendevano le chiavi delle nove stanze dell'alber go e accompagn il cliente al primo piano, nella camera numero cinque che di solit o destinava agli sposi e che era adiacente a quella numero sei occupata stabilme nte dal pretore Della Fava. Accompagnando il Sarsale in camera, il signor Domenico lo studi da capo a piedi. Gli guard le scarpe, il taglio dei capelli, lo stato della camicia e prese nota d i altre particolarit alle quali faceva sempre caso, come la qualit e quantit del ba

gaglio e la presenza o meno dell'impermeabile, dell'ombrello o d'uno di quei sop rabiti leggeri detti allora spolverini. Un funzionario concluse destinato a qualche ufficio statale, che arriva per pren dere servizio nel termine stabilito e che sar presto seguito dalla famiglia con " tutto 'o ponte 'i casse" come diceva il pretore Della Fava, scapolo, quando parl ava con disprezzo dei funzionari che si spostavano come zingari da una sede all' altra, portandosi dietro moglie, figli, suocere e mobilia. Un funzionario meridionale dunque, uno dei soliti, napoletano, della Campania o della Basilicata, oppure siciliano, non laureato perch altrimenti si sarebbe pres entato subito per il dottor Sarsale, e quindi impiegato di Gruppo B o anche di q uel famigerato Gruppo C al quale il pretore Della Fava non risparmiava i suoi st rali, assegnandogli non degli impiegati, ma gli organi maschili e una loro adiac enza, che egli chiamava appunto il Gruppo C. Il signor Sarsale era basso di statura, di et intorno ai quarant'anni, occhi grig i, naso grifagno, fronte bassa, capelli neri foltissimi, baffetti corti, bocca l arga e un aspetto, nel complesso, d'uomo da tavolino, amareggiato dalla sorte di piccolo impiegato che gli era toccata, ma deciso a trarne tutto il prestigio po ssibile. Con gran sorpresa il signor Domenico, guardando il documento del cliente, si era accorto che non era un libretto ferroviario per i viaggi a riduzione degli impi egati dello Stato, ma un passaporto. La sua sorpresa fu ancora pi grande quando pi tardi lesse, sul rigo della professi one: "Rappresentante". Rappresentante di che? Dl fichi secchi? Di agrumi? Di olio d'oliva? E che affari poteva concludere al nostro paese, dove i meridionali ricevevano continuamente pacchi con i prodotti della loro terra, compreso il fetentissimo cacio pecorino, le fave fresche e i fichi d'India? Lo seppe la mattina dopo. Il Sarsale, prendendo il suo secondo caff, chiese all'albergatore quali mezzi di trasporto ci fossero per Locarno, Lugano e Bellinzona, perch nei giorni successiv i avrebbe visitato quelle localit oltre confine nella sua qualit di rappresentante di un grosso pastificio di Napoli. Doveva, se possibile, costituire un deposito in Canton Ticino, dal quale la past a di Napoli avrebbe potuto irradiarsi per tutta la Svizzera e attraverso la Sviz zera per tutta l'Europa. Alla sera, quando la solita compagnia si present all'"Ancora" per il pokerino, il signor Domenico era in grado d'informare i suoi clienti: il nuovo arrivato non era un impiegato, come pareva, ma un semplice rappresentante. Il Sarsale, dopo aver cenato, si mise con discrezione a seguire il gioco, senza curiosare troppo sull'entit della posta e senza mettersi alle spalle di nessuno, ma guardando il tavolo da una certa distanza, seduto di fianco al signor Domenic o. Dopo un paio di sere era ormai del nostro gruppo, e mancando un quarto gli avrem mo certamente offerto un posto al tavolo, sebbene non mostrasse alcuna voglia di partecipare al gioco. Capitava tuttavia, nell'attesa del quarto, in qualche ora vuota prima di cena o nel tardo pomeriggio, che qualcuno dei giocatori, trovandolo in albergo seduto a guardare il poco movimento della piazza o a sfogliare il giornale, attaccasse d iscorso con lui. Cominci, credo, il dottor Franceschi, che una sera si lasci scappare un'opinione s favorevole sul fascismo, trovando il consenso o almeno l'acquiescenza del suo in terlocutore. Subito si sparse la notizia che il rappresentante napoletano era dei nostri, cio un mormoratore, uno scontento, disposto a criticare i personaggi della politica e soprattutto il Duce. Il signor Todeschini, che era un collezionista di barzellette, gli rovesci addoss o tutte quelle che sapeva. Il Sarsale rideva sotto i baffi divertito e qualche volta annotava addirittura q ualche battuta della storiella per non dimenticarla. Questa la porto a Napoli diceva. E' troppo bella! Il dottor Franceschi un giorno gli disse che Mussolini, in Sviz

zera, prima della guerra, era stato arrestato per vagabondaggio: Era un barbone. Ecco che cos'era!. Ci fu una gara ad aggiornare il Sarsale, che pareva si fosse sempre occupato sol o di pasta, senza mettersi al corrente dei commenti che accompagnavano ogni azio ne del governo e in particolare i gesti di Mussolini, il quale in quegli anni tr a il 1930 e il 1935 aveva cominciato a prendere una corsa destinata a portarlo a lla guerra d'Africa, poi a quella mondiale e infine alla brutta fine che tutti s anno. Quasi ogni giorno il Sarsale andava in Svizzera col treno, col tram o col battel lo, reggendo una borsettina dove di certo aveva dei campioni di pasta: spaghetti , conchigliette, capellini, fusilli, maccheroni, penne, pappardelle. Tornava apparentemente soddisfatto, faceva festa a tutti e parlava sempre del la go, che gli piaceva tanto e sul quale avrebbe voluto vivere, con sua moglie. Qualche volta chiacchierava col pretore Della Fava, vicino alla vetrata che dava in piazza, invidiandolo per la sua sede in un bel paese di lago e facendolo arr abbiare, perch il magistrato stava di malavoglia al nostro paese e agognava propr io Napoli, per la cui pretura faceva domanda invano di anno in anno. Quando il Sarsale part fu un dispiacere, tanto era gentile, simpatico e veramente innamorato dei nostri luoghi. La sera stessa della sua partenza il Commissario di Pubblica Sicurezza, che era un assiduo del nostro pokerino sebbene da una decina di giorni lo avesse diserta to per impegni d'ufficio, torn al tavolo, perdente come sempre, ma di buon umore. Qualcuno gli parl del signor Sarsale che egli aveva mancato di conoscere, ma il C ommissario, con una strizzatina d'occhio fece capire di conoscerlo benissimo. Macch pasta disse sottovoce agli amici. E' un mio collega in servizio speciale. Fra tre o quattro giorni Mussolini verr a Milano a tenere un discorso... e in que ste occasioni l'O.V.R.A. mette gli occhi su certi ambienti d'oltre confine. La parola O.V.R.A., che voleva dire Organizzazione vigilanza reati antifascisti, una specie di Gestapo o di Cia italiana, cadde fra di noi come una tegola. Subito ognuno cominci a ricordarsi di quel che aveva detto nelle lunghe serate di gioco, quando il Sarsale ci stava a guardare, o parlandogli all'orecchio in alt re occasioni. Il dottor Franceschi temeva d'aver detto, una sera, che Mussolini era un buffone . Il geometra Pagani, che Starace, segretario generale del Partito fascista, era u n cretino. Il signor Ballerio, impiegato all'Ufficio Imposte, si credette addirittura rovin ato perch aveva chiacchierato a lungo col Sarsale confidandogli che era stato sem pre contrario al regime fascista. Anch'io gli aveva risposto il Sarsale, ma ormai era evidente che l'aveva preso i n trappola, incoraggiandolo a parlare. Il signor Ortalli, titolare dell'Ufficio Postale, era arrivato a dirgli una fras e terribile: Ma possibile che non ci sia nessuno capace di tirargli un colpo di rivoltella?. Perch non ci ha avvertiti? chiese il dottor Franceschi al Commissario. Cosa ci voleva ad avvertirci? Avvertirci! ripeteva l'Ortalli con le lacrime agli occhi. Il Commissario, che era un uomo tollerante, abituato a far finta di non sentire i discorsi contro il governo, si schermiva: Vi credevo pi accorti. Come! Arriva un forastiero, uno sconosciuto, e voi vi sbottonate subito! Da quel la sera, per prudenza, non venne pi all'"Ancora" e si stacc dalla nostra compagnia , nella quale ormai regnava il terrore. Il dottor Franceschi, che non era iscritto al Fascio, fece dei passi per ottenet e un'iscrizione parafulmine. Il signor Ballerio chiese un trasferimento, nell'illusione di far perdere le sue tracce. L'Ortalli si chiuse in casa e fece spargere la voce che aveva avuto un attacco d i cuore. Gli altri, come alberi all'avvicinarsi della tempesta, si raccolsero in se stess

i, rassegnati al peggio. Non si giocava pi neppure a poker, perch il continuare a stare insieme nel gruppo che aveva dato una cos precisa immagine della sua avversione al regime, sembr a tu tti una sfida. Quando due degli ex giocatori dell'"Ancora" s'incontravano, si ammusavano, aspet tando l'uno dall'altro qualche notizia sull'arrivo del fulmine. Ma passarono i giorni, le settimane e i mesi, senza che nessuno venisse chiamato a render conto. Lo stesso Commissario si meravigliava della nostra mancata incriminazione, che n on sapeva spiegare altrimenti che con un ritardo burocratico. Erano ormai passati un paio d'anni dalla scomparsa del Sarsale e si era ricominc iato timidamente a giocare a poker all'"Ancora", con qualche nuovo elemento igna ro del nostri timori, che era stato attirato nel gruppo per confonderne e sfumar ne la fisionomia. Vi entr a far parte, per esempio, il sottocapostazione Balestrini, un piccolo ger arca fascista delle ferrovie, che con la sua sola presenza cambiava colore all'a ssemblea dei giocatori, la quale diventava, con la partecipazione di qualche alt ro buon fascista, una specie di riunione di dopolavoristi, innocente e addirittu ra esemplare. Fu durante una di quelle serate, con due tavoli completi di poker e nove o dieci persone con le carte in mano e le "fiches" davanti, che ricomparve il Sarsale. Doveva essere arrivato con l'ultimo treno di Milano, quello delle 22,30, perch er ano quasi le 23 quando entr nell'albergo. Depose la valigia nell'atrio, appese il cappello all'attaccapanni e varcata la s oglia del nostro saloncino senza far rumore, and a mettersi dietro le spalle del dottor Franceschi, che davanti a un rilancio del sottocapostazione Balestrini st ava spillando le carte, come si usa al poker, per poi rispondere, nel silenzio g enerale, con il suo solito e terribile: Tre volte!. Aveva appena detto "Tre volte", quando si avvide che il Balestrini e tre curiosi che gli stavano intorno, guardavano dietro le sue spalle. Si volt e vide il Sarsale fermo, in piedi, con la testa insaccata tra le spalle e un leggero sorriso di compatimento sul volto. Gli caddero le carte di mano. Il signor Ortalli, che gli sedeva di fianco, si volt anche lui, riconobbe il Sars ale e cominci ad annaspare nell'aria come se stesse per venir meno. Il signor Domenico, che era sopraggiunto dalle cucine, si fece incontro all'ospi te con le sue belle maniere e diede inizio alle accoglienze. I giocatori si alzarono e fecero al Sarsale una festa tale, che sembrava fosse a rrivato il messaggero di tutte le fortune. I nuovi del gruppo non capivano il perch di tanti salamelecchi, ma si unirono anc he loro agli altri, pensando che si trattasse di qualche personaggio importante del quale avrebbero appreso in seguito le qualifiche precise. Il Sarsale fu gentile con tutti. Riconobbe e chiam per nome, facendoli gelare, tanto il dottor Franceschi che l'Or talli, il Ballerio e il geometra Pagani. Rest qualche minuto a guardarci come per vedere se ci eravamo tutti, poi si conge d con un cenno del capo e and a dormire. Che fare? chiedeva il giorno dopo il dottor Franceschi agli altri compromessi. Affrontarlo? Cercare di commuoverlo? Farlo avvicinare dal Commissario? O dal pre tore? Prevalse il consiglio di aspettare. E fu un bene, perch dopo due giorni si seppe che il Sarsale aveva affittato un ap partamento in paese per venirci a stare con la moglie, non in qualit di funzionar io di Pubblica Sicurezza o addirittura dell'O.V.R.A., ma come rappresentante di pastifici e oleifici del meridione, nonch di una fabbrica di provoloni, caciocava lli e mozzarella di Grazzanise. E' un trucco diceva l'Ortalli. Una finta. Ma il Commissario fu in grado d'informare gli amici che il Sarsale si era dimess o dalla Polizia e quindi anche dall'O.V.R.A. per darsi al commercio. Che le cose stessero in quel modo non ci fu dubbio quando gli arriv la mobilia e

poi la moglie, che dest lo stupore di tutto il paese. Una donna giovane, con un volto e un'espressione che ricordava Eleonora Duse. Alta, flessuosa, dotata d'un vasto petto che quasi sbilanciava la sua fragile pe rsona, riverberava intorno un alone di passione non ancora spenta dal matrimonio e pareva una di quelle creature eternamente scontente alle quali il mondo non a rriver mai a dar soddisfazione. "Che me ne faccio" sembrava dire "della mia belle zza, se non c' nessuno che possa capirla in un paese come questo?" Ogni giorno, con la borsa piena di campioni di pasta e di bottigliette di olio, di provoloni e caciocavalli, il Sarsale si metteva in viaggio con la tramvia var esina, col treno o coi battelli, diretto a visitare i negozianti di alimentari c he poteva raggiungere, trascurando ormai la vicina Svizzera e badando alle botte ghe e alle cooperative dell'intera zona. I suoi affari andavano a gonfie vele. Affitt infatti dopo qualche mese un magazzino, che in breve fu riempito di casse di pasta, di damigiane d'olio e di schiere fittissime di formaggi. Arriv, in meno di un anno, a comperarsi un'automobile. La moglie la teneva in casa, da quell'uomo riservatissimo che era, forse anche g eloso, come ogni buon meridionale. Si era saputo che la signora si chiamava Amelia: Donna Amelia, come la chiam subi to il pretore Della Fava, che ebbe occasione di conoscerla e di farle qualche ba ciamano. All'"Ancora" il Sarsale si vedeva qualche volta di giorno, all'ora del caff o del l'aperitivo, mai di sera. Era cordiale con tutti e pareva aver dimenticato i pericolosi discorsi che gli a vevamo fatto qualche anno prima. Discorsi che probabilmente non aveva raccolto o dei quali aveva capito la poca r ilevanza. Si arriv a pensare che condividesse davvero le nostre antipatie per il fascismo, poco incline come sembrava a farsi sostenitore di un sistema politico che non te neva il commercio nel giusto conto, che non rispettava la legge della domanda e dell'offerta e pretendeva di fissar prezzi e stabilire contingentamenti. Erano concetti, codesti, che il Sarsale lasciava cadere qua e l, presso i clienti e qualche volta anche al caff, col dottor Franceschi e con gli altri giocatori, ai quali non aveva nascosto, fin dai primi giorni, d'essere stato nella Polizia per alcuni anni, per poi andarsene, stanco se non disgustato da un mestiere per il quale non era nato. Aveva anche detto un giorno, che quando era venuto al nostro paese la prima volt a, vedendo la bellezza del lago e conoscendo il nostro ambiente di pacifici borg hesi, gli era balenata l'idea di portarsi a vivere tra di noi, con la moglie: un a nobile fanciulla napoletana, di gran famiglia, bench decaduta economicamente. Donna misteriosa diceva il geometra Pagani. Forse una Mata-Hari, che il Sarsale fa passare per moglie, e che dev'essere qui per un gran colpo oltre confine. Ma donna Amelia era nient'altro che la moglie d'un ormai ricco commerciante, ing ombrata dalla sua inutile bellezza e afflitta dal timore di non poter avere dei figli. Timore ancor pi del Sarsale che suo, e che la spinse a cercare un rimedio. Suo marito ne parl al dottor Franceschi, che era medico generico, ma pratico di d onne in ogni senso. C' una cura gli disse il Franceschi che pare dia dei buoni risultati. Iniezioni, che farei io, perch la reazione della paziente va seguita iniezione pe r iniezione. Dopo una visita esterna, pi che altro per il cuore, alla quale presenzi il Sarsale , il dottor Franceschi cominci la cura. La signora Amelia and ogni mattina da lui per sei giorni, poi riposo per altri se i giorni, come era prescritto. Il Sarsale aveva notato, rientrando alla sera dai suoi giri nella provincia, che la moglie aveva qualche cosa di insolito nell'aspetto o nello sguardo. "Sar la c

ura" si disse "che mette in circolazione degli ormoni, i quali modificano, come si sa, anche il comportamento. Vuol dire che le iniezioni cominciano a far effetto." La verit era un'altra. Il giorno della terza iniezione, la signora Amelia era rimasta ferma, come in as colto, mentre la mano del dottor Franceschi, dopo averle frizionato il gluteo, c ominci a scorrere sulle sue curve, diretta con poche evoluzioni in luoghi dove fo rse neppure la mano del Sarsale aveva mai osato spingersi. In un minuto, come presa da un vortice, o diventata lei stessa un vortice, era f inita sul divano trascinandosi dietro il Franceschi. Fuori, il lago continuava a stendersi immobile da una riva all'altra, come se nu lla fosse accaduto. Quando la signora inizi il secondo ciclo di iniezioni il Sarsale, che aveva avuto tempo per completare certe sue osservazioni, si decise a veder chiaro. Si appost nei pressi dello studio del medico e not che la moglie faceva una sosta di quasi un'ora nell'ambulatorio. Un po' troppo per un'iniezione, tanto pi che gli riusc di accertare, con una telef onata fatta con voce femminile all'infermiera, che il medico non accettava altri appuntamenti nella mattinata. Non ebbe bisogno d'altro. Il giorno dopo alle otto, dal letto, guardava la moglie che andando dal bagno al la camera si vestiva e si imbellettava. Con gli occhi semichiusi la vide togliere dal com un reggiseno nero, delle mutand ine nere di pizzo e una sottoveste di seta dello stesso colore con l'orlo trafor ato. Gli veniva quasi da piangere, vedendola cos allegra e ignara d'ogni pericolo. Alle otto e mezza era gi vestito e dieci minuti dopo, avuto il bacio della moglie , usciva dal cancello con la sua automobile nuova, diretto, aveva detto, a Milan o, donde sarebbe tornato solo a sera fatta. Non hai fatto la barba gli disse la moglie. Si tocc il mento con una mano, ma fece un gesto evasivo e se ne and. Alle nove e mezza posteggiava in piazza e passando dietro il palazzo della Banca si dirigeva allo studio del dottor Franceschi. Reggeva, camminando, la borsa di cuoio dove aveva il campionario e il bollettari o per le ordinazioni, e pareva che stesse avviandosi verso l'ufficio o al negozi o di uno dei suoi abituali clienti. Aveva preso la borsa per forza d'abitudine, sbadatamente, o forse per aver l'ari a, agli occhi della gente che passava, d'essere diretto a uno dei suoi soliti af fari di pasta e d'olio e non ad un'impresa straordinaria, qual era quella d'acce rtarsi del suo stato di marito ingannato dalla moglie, con tutte le conseguenze possibili, che non tentava neppure di rappresentarsi, sebbene avesse infilata de ntro i pantaloni, la fondina con la rivoltella calibro 7,65 che teneva normalmen te nel cassetto della scrivania. Oltrepass il portone, sal la scala ed entr nello studio. Il campanello applicato alla porta diede un tocco e l'infermiera comparve in ant icamera. E' qui mia moglie? chiese a bassa voce. L'infermiera parve colpita, ma si riprese e gli disse. Si accomodi, che vado ad avvertire il dottore. Sarsale finse di sedersi, ma appena la vide entrare nel corridoio la segu, sempre con la sua borsa in mano. Arrivato alla porta dell'ambulatorio, che era a due battenti, la mir di traverso, poi con una spallata la spalanc. Gli apparve il lettino bianco delle visite e sua moglie ignuda rannicchiata sopr a, con tutti i capelli sciolti che sembravano una sciarpa di seta nera. Della donna, oltre la massa di carne color magnolia e i capelli vide nell'ombra gli occhi, spalancati, col bianco diventato enorme come quello degli animali che stanno per morire. Spostando di poco lo sguardo, vide il medico di spalle, in piedi davanti a un pi ccolo lavabo, anche lui completamente nudo e ancora intento a lavarsi, probabilm ente, le parti che aveva appena disimpegnato.

Il dottor Franceschi si volt tenendosi un asciugamani davanti. Vide il Sarsale con la borsa e dietro di lui la porta spalancata. Nell'ombra del corridoio intravide l'infermiera che stava ferma, con le mani nei capelli. Il Sarsale si volt, vide l'infermiera, riaccost la porta, poi ritorn in mezzo al lo cale. Sua moglie aveva avuto il tempo di ghermire la sottoveste appesa a una sporgenza del lettino e il dottor Franceschi di prendere i suoi pantaloni da una sedia ch e aveva vicino, ma non riuscirono ad infilarsi alcunch perch il Sarsale, posata pe r terra la borsa, aveva estratto la rivoltella. Nessuno dei tre aveva ancora aperto bocca e i due adulteri erano fermi al loro p osto, nel gesto l'uno d'alzare la gamba destra per infilare il pantalone e l'alt ra di ficcare la testa nella sottoveste. Il Sarsale puntava l'arma in un punto neutro, pressappoco in direzione d'un ente roclisma montato sopra un trespolo di ferro verniciato di bianco e che appariva pieno di un liquido color violetto: il permanganato. Da un attimo all'altro sarebbe precipitata l'azione e una tragedia avrebbe avuto principio. Il Sarsale se ne rese conto con un'acutezza straziante, mentre teneva il braccio teso con l'arma puntata nel vuoto. Ma dopo un minuto che parve interminabile, rinfoder l'arma e and a sedersi al tavo lino di vetro del dottore come un cliente in attesa della ricetta. Fece segno al Franceschi di sedere al suo posto e volgendosi verso la moglie sib il: Vestiti!. Prese la borsa che aveva portato vicino al tavolino, l'apr e ne tolse un bolletta rio. Sistem la carta carbone tra i due primi fogli, tolse una matita copiativa dal tas chino della giacca e si dispose a scrivere. Dieci quintali di spaghetti andava dicendo mentre scriveva. Dieci quintali di maccheroni, dieci quintali di conchigliette, dieci quintali di provolone produzione 1937... Dieci quintali di fusilli, dieci damigiane di olio d'oliva vergine purissimo... Il tutto a prezzo del listino vigente ad oggi 28 settembre 1938. Gir il bollettario verso il medico e gli porse la matita perch firmasse. La signora Amelia intanto era gi arrivata alle scarpe che andava infilandosi una dopo l'altra. Ho capito balbett il dottor Franceschi infilandosi i pantaloni. Lei vuole ricattarmi. Farmi comperare tutta questa roba... Il Sarsale, guardandolo fisso, estrasse lentamente la pistola. Firmer, firmer riprese allora il medico.Ma lei mi rovina, mi spoglia! Mi assassina ! Non ho denaro sufficiente a pagare tutto! Sottoscriver delle cambiali. O vender la villa tagli corto il Sarsale riponendo un'altra volta la pistola. Il dottor Franceschi dovette affittare un magazzino per ricoverarvi le casse di pasta e le altre merci che gli andavano arrivando da Torre Annunziata, da Frosin one e da Grazzanise. Ma seppe operare con discrezione, aiutato dal geometra Pagani, e riusc a tener na scosto tanto le merci quanto il suo infortunio. Poco dopo il Sarsale lasci il paese ma non il lago. And infatti a vivere con la moglie e ad esercitare il suo commercio sulla sponda piemontese, a Intra, una piccola citt che contendeva alla nostra il primato in fa tto di industrie e di operosit. L nacque il primo ed unico suo figlio, frutto certamente delle cure del dottor Fr anceschi, il quale intanto andava faticosamente ritirando una dopo l'altra le ca mbiali che aveva dovuto sottoscrivere. Venne, un anno dopo, la guerra, seguita assai presto da una grave penuria di viv eri e da un feroce razionamento. Il magazzino del dottor Franceschi divenne allora una miniera d'oro. Le casse di pasta, l'olio e i provoloni che vi erano entrati a carri interi, ne uscivano di notte a poco per volta e a prezzo di borsa nera.

Il Franceschi, col suo magazzino segreto, comper autorit civili e militari, guadag n una montagna di soldi e si fece anche fama di benefattore, salvando dalla fame alcuni sinistrati milanesi che erano sfollati al nostro paese. Il povero Sarsale invece, senza pi pasta n olio da vendere, intrist d'anno in anno, spiando il volto del figliolo che cresceva malaticcio, nel timore che vi appari ssero i caratteri somatici del Franceschi. Ma non riusc mai a trovare un dato, fosse l'occhio, il naso o l'arcata sopraccigl iare, in quella faccia stralunata e pallida come un provolone, che gli confermas se la cattiva scelta che aveva fatto venendo a stare tra di noi, gente pacifica insediata sul lago, ma proprio per questo abituata ad aspettare all'amo o alla r ete i pesci, dei quali si era trovato ad essere, per destino o per disgrazia, un o dei pi straordinari.

Il paolotto. Nei paesi e nelle borgate del milanese, ma certo anche in altre parti d'Italia, nel periodo tra le due guerre si era formato, intorno alle parrocchie e ai circ oli parrocchiali, un tipo umano di genere particolare che pressoch scomparso con la seconda guerra e con l'evoluzione del costume, senza aver avuto il tempo di f issarsi in qualche pagina di romanzo o in altri scritti che valessero a salvarne l'immagine. Immagine assai poco risplendente e del tutto peritura, ma non priva d'interesse per chi faccia conto dell'uomo sotto ogni aspetto e lo indaghi sotto le diverse maschere cui ricorre per adattarsi ai tempi e alle situazioni. Un simile tipo di uomo si impersonava per lo pi in esercenti, professionisti di p oca levatura, piccoli impiegati, artigiani, incaricati di pubblici servizi, qual che volta anche operai, che fino dall'infanzia avevano gravitato intorno alle is tituzioni parrocchiali coprendo dapprima piccoli incarichi o umili funzioni, com e il servir messa o il tirar le campane, e passando poi alle cariche nelle fabbr icerie, nei circoli e nelle varie associazioni fiorite nell'allora prosperoso se no delle parrocchie lombarde. Alcuni, i prototipi, avevano caratteristiche precise: colorito pallido, mani sud aticce, grossi occhiali rotondi un po' bassi sul naso, sopracciglia arcuate, pel osit del naso e delle orecchie, capelli neri, fitti e corti. Nel vestire mostravano una certa trasandatezza e uniformit rilevabile nel colore dei loro abiti, fatti sempre d'un "pettinato" grigio scuro, lucidi sui gomiti, s ulle ginocchia e sul dietro, come ad indicarne l'usura prevalente sui banchi di chiesa o di sacrestia e nelle attivit sempre sedentarie, di quei modesti individu i, che venivano popolarmente chiamati "paolotti" dal nome dato nell'Ottocento ai laici della Confraternita di San Vincenzo di Paola, e in qualche centro sopra M ilano "uregiatt", cio orecchioni o orecchiatori, per indicare forse gente che asc oltava passivamente e seguiva, pi che la parola del Signore, quella dei suoi mini

stri. Con uno di questi "paolotti" o "uregiatt" mi avvenne di trovarmi, nell'autunno d el 1945, a una curiosa vicenda nella quale mi parve culminare il tipo, per poi d issolversi e sparire dentro una nuova epoca che fu vagamente indicata come il do poguerra. L'Italia era a quel tempo poco praticabile: i ponti, distrutti dai bombardamenti , giacevano in pezzi nel fondo dei fiumi e le ferrovie funzionavano a tratti. Si traghettava, sul Po, sull'Adige, sul Ticino e sui fiumi minori, a piedi e con le automobili, le poche scampate alle requisizioni e ancora munite di pneumatic i. Potendo disporre di un tal mezzo, decisi di andarmene a Bolzano, Merano e altri posti dell'Alto Adige, dove c'era da comperare ogni ben di Dio: involucri imperm eabili per salme svenduti dagli americani a guerra finita, materiale per impiant i elettrici, stagno per saldare abbandonato dai tedeschi in fuga, grappa, scatol ame, quadri antichi, salumi, lamette da barba formaggi e volendo anche mele, per ch eravamo ormai a ottobre. Temendo viaggiare solo, in quei momenti in cui si poteva essere uccisi e depreda ti ad ogni passo, pensai di unirmi ad un socio forte e coraggioso. Da alcuni amici commercianti mi venne proposto come persona adatta un tal Anniba le Stucchi, d'un paese fuori Milano, uomo sodo, danaroso e di gran fegato, che c ercava appunto un mezzo e un compagno per andare in traccia di buoni affari. La mattina che passai a prelevarlo, si present, davanti al suo negozio di drogher ia ancora chiuso, con una valigetta di pegamoide e un soprabito sul braccio. Era senza cappello, grande e grosso ma molle, all'apparenza, coi piedi piatti e niente affatto nerboruto come avevo sperato. Per di pi, cerimonioso e remissivo. Capii subito che si trattava di un "paolotto". Infatti, appena riavviai il motore si fece, quasi di nascosto, un segno di croce . Cosa che ripeteva ogni qualvolta gli avvenisse di scorgere anche a distanza un c imitero, una chiesa e perfino una semplice cappella. Sono padre di cinque figli diceva quasi per scusarsi, da quel buon uomo che cert amente era, cos come era buon compagnone, sempre d'accordo quando si trattava di mangiare, ma anche pronto a dare una mano quando occorreva riparare un pneumatic o, il che accadeva ogni trenta o quaranta chilometri, perch le gomme e le camere d'aria che si potevano trovare a quel tempo erano vecchie, rappezzate e spesso f uori misura. Arrivati a Merano, lo Stucchi cominci a manifestate una tale competenza in fatto di carne porcina, che mi convenne seguirlo nelle osterie, dove comandava ginocch ietto di maiale, rista, piedino in salsa verde, muso e tempia con cipolla cruda, steck, lombo, costine e altre squisitezze che smaltiva con gagliarde bevute, cor onate in fin di pasto da grappini fortissimi che secondo lui scioglievano i gras si. Di affari ne avviava molti ma non ne concludeva nessuno, bench andasse in giro co n un grosso portafogli di stoffa nera nel quale teneva trecentomila lire che era no allora un bel capitale. Un portafogli a sacchetta, confezionato da sua moglie e munito di due lunghi lac ci coi quali lo attaccava al collo lasciandolo pendere tra camicia e maglia, all 'altezza dello sterno. Debbono maturare gli affari diceva. E intanto sotto i portici delle vecchie vie e sui crocicchi, confabulava con med iatori, magliari e gente d'ogni sorta, anche donne di aspetto poco casalingo, ce rtamente affamate e in cerca di clienti. Lo vidi una mattina, con una di quelle posteggiatrici, infilare la porta d'un al berghetto. Cosa che poi mi neg, giurandomi che la donna l'aveva portato a vedere una partita di carne in scatola, in una soffitta, ma senza poterlo convincere all'acquisto, perch aperta una scatoletta e sentito l'odore, aveva subito capito che si tratta va di merce avariata. Il che, simbolicamente, poteva essere vero.

Con cinque figli mi disse e con le mie convinzioni religiose, alle donne non ci penso nemmeno! E mi lasci per entrare in chiesa, forse l'unica che a Merano non a vesse ancora visitato. Lo ritrovai sul mezzogiorno a tavola nell'osteria dove eravamo soliti pranzare, tutto contento perch aveva incontrato un sergente di Abbiategrasso, comandante di un posto di blocco tra Merano e Bolzano, che gli aveva dato appuntamento al pom eriggio per vendergli del metallo. Cos tanto metallo, diceva, che ne avrei potuto comperare anch'io un carico. Di che metallo si trattasse, non lo sapeva neppure il sergente. Mentre parlava, Annibale cominci a palparsi sempre pi velocemente lo stomaco, poi si alz pallido come un morto, ricadde sulla sedia e mi grid: Non ho pi la borsa! Av eva perduto la sacchetta dove teneva i danari, o glie l'avevano sottratta senza che se ne accorgesse. Il signore mi ha castigato grid senza timore di farsi sentite da tutta l'osteria perch ho peccato! E ammise che non era vera la storia della carne in scatola, e c he nell'alberguccio si era rintanato con una sgualdrina, nonostante la moglie e i cinque figli che lo aspettavano a casa. Lo accompagnai nell'ultima chiesa dove era stato, perch gli era venuto il dubbio d'aver posato la borsa su una panca dopo aver contato i soldi, operazione che an dava sempre a compiete nelle chiese. Ma la borsa non c'era. Prima di andare dal prete a chiedere se qualche devoto l'avesse trovata e conseg nata, vedendo in una nicchia una statua di Sant'Antonio, mi disse all'orecchio: Prometto a Sant'Antonio che se recupero la borsa gli do cinquantamila lire. Appena entrati nell'ufficio parrocchiale vidi il portafogli sopra il tavolo del prete, coi lacci a stringa che pendevano fin quasi a terra. Eccolo grid Annibale. Il prete, che non l'aveva neppure aperto, a quel riconoscimento cap di essere dav anti al padrone della borsa e glie la consegn. Ma Annibale, prima di andar via, volle sapete a che ora era stata ritrovata. L'ho trovata io, a mezzogiorno rispose il prete. Usciti nella piazza ci sedemmo a prender fiato sotto un grande tiglio. Annibale, stringendo al cuore la sacchetta, alzava gli occhi al cielo pieno di r iconoscenza. Gli ricordai la promessa che aveva fatto a Sant'Antonio. Quando ho fatto la mia promessa rispose con dolcezza la borsa era gi stata trovat a da quel buon prete. E allora? Allora, Sant'Antonio non ha fatto nulla e non vedo perch dovrei dargli cinquantamila lire. Ho a casa cinque figli... Con le sue trecentomila lire ritrovate e coi soldi che anch'io avevo in tasca, a ndammo nel pomeriggio all'acquisto del metallo, nella campagna lungo il Passirio , tutta verdeggiante di meli e di erbe appena brunite dall'autunno. Lungo la strada tra Merano e Bolzano trovammo il posto di blocco col sergente di Abbiategrasso, un tipo allegro, mezzo bandito e mezzo militare, che portava cuc ito sulla manica lo scudetto della Divisione Legnano ma che aveva tutta l'aria d i un soldato di ventura armato e vestito coi residui di due o tre eserciti. I suoi subalterni, tre o quattro, presentavano lo stesso aspetto poco rassicuran te. Il sergente ci fece mettere la macchina in uno slargo, poi ci invit a seguirlo ne l folto di un bosco. Pensando che volesse portarci in una localit appartata per poi spararci alle temp ie come a due maiali e depredarci dei soldi che certamente avevamo indosso, gli dissi che volevamo solo vedere il metallo, perch eravamo mediatori e gli acquiren ti col denaro ci aspettavano a Merano. Il sergente non rispondeva e andava avanti, finch arrivato nel punto pi folto dell a boscaglia e uscito dal sentiero, prese un ramo secco e cominci a rimuovere un t appeto di foglie che copriva una distesa luccicante di parallelepipedi colore de ll'alluminio.

Che roba ? chiese lo Stucchi. Piombo. Prova ad alzarne uno! rispose il sergente. Quei pani di metallo pesavano infatti come piombo. Annibale, inginocchiato per terra, ne afferr uno, lo smosse, la palp, lo annus, lo assaggi con la lingua, tent di alzarlo e certo lo gratt con l'unghia e forse anche con un coltellino, mentre il sergente si era allontanato un istante per vedere s e qualche indiscreto non passasse sul sentiero. E' piombo disse lo Stucchi ma per portarlo via ci vuole un autocarro. Metteremo il piombo sotto, e di sopra stenderemo qualche quintale di mele. Fatto l'accordo e stabilito il prezzo di tutto quel metallo in cinquantamila lir e, ci si accord per il giorno dopo, quando saremmo ritornati con l'autocarro. Ma Annibale, dicendo che voleva mostrare un campione della merce agli acquirenti , chiese uno di quei pani. Il sergente, che era fortissimo, ce lo mise nella macchina, sotto il sedile post eriore, portandolo con l'aiuto di uno dei suoi soldati. Mentre tornavamo a Metano, feci osservare al mio compagno che non era prudente c omperate quella partita di metallo, certamente rubata o comunque detenuta illegi ttimamente dal sergente. Mi venne anche il sospetto che quel poco di buono l'avesse in custodia, e che do po averla venduta la desse per rubata. Annibale fu d'accordo. Tanto pi disse che in fondo non che piombo, e che poi sarebbe impossibile trovate un autocarro. Arrivati a Merano, dopo aver caricato sulla macchina qualche prosciutto, del bur ro in scatola, una forma di fontina e qualche bottiglia di grappa, prendemmo la via del ritorno. Sotto il sedile posteriore c'era sempre il pane di metallo. Arrivai al traghetto sull'Adige che era notte e Annibale dormiva raggomitolato s ul sedile posteriore. Salii con la macchina sul pontone che traversava la corrente attaccato a un filo , e poco dopo ero nel mezzo del fiume in piena. Annibale a quel punto si risvegli, guard a destra e a sinistra, poi davanti e diet ro, e non vedendo che acqua in movimento sotto la luce di una lampada sistemata a proravia del traghetto, lanci un urlo e cominci a chiamare per nome i suoi cinqu e figli. Ma quando vide che il pontone nonostante la corrente filava giusto verso la spon da ormai vicina, si calm. Un momento dopo, appena la macchina aveva ripreso a correre sulle strade, prima di riaffondare nel sonno mi disse: Quel piombo che c' qui sotto e che ci avrebbe portati in fondo al fiume nel caso si fosse rovesciato il pontone, se non ti dis piace vorrei tenerlo io. Ho fatto un voto alla Madonna, poi ho bisogno di coprire un terrazzino dal quale mi filtra acqua in casa; Ti dir anche che vorrei far vedere a mia moglie che qua lche affare l'ho fatto.... Per la verit risposi facevo conto di tenerlo io. Ho un parente che fa l'idraulico e che non pu lavorare perch gli manca il piombo. Tutt'al pi te lo pago. Ti vanno bene mille lire? Ne ho cos bisogno di quel piombo, che te ne do io duemi la, se me lo lasci propose Annibale. Il discorso, abbandonato per cercare nella notte la strada per Peschiera, diffic ile da trovare perch mancava tutta la segnaletica, riprese all'alba mentre entrav amo nella vecchia piazzaforte. Passando da un caff all'altro, s'impegn tra di noi un'asta che dopo un paio d'ore aveva portato il prezzo del metallo a quarantamila lire. Non capisco diceva Annibale perch ti ostini tanto! Per mezzo quintale di piombo b uttar via quarantamila lire! Intanto, mentre eravamo a tavola sotto una pergola, me ne offriva cinquantamila, per compensarmi d'avergli dato un posto sulla macc hina e di averlo portato, diceva facendosi il segno della croce, sano e salvo in quel viaggio.

Si ripart senza aver concluso nulla. Alle porte di Milano, dopo un lungo patteggiamento, mi fece la sua ultima offert a: centocinquantamila. Rilanciai duecentomila e Annibale, profondamente disgustato, non parl pi. Quando, dopo aver girato intorno alla citt arrivammo davanti alla sua drogheria, mi invit a entrare. Ci siamo capiti disse E mi rendo conto che non posso fartela. Hai conosciuto il metallo: stagno, stagno per saldare. Vedendo che non rispondevo, continu: Ma io te lo pago, e al giusto prezzo. Dietro il banco c'era sua moglie, una donna d'un quintale, con una gran faccia p allida e una capigliatura nera alta mezzo metro sopra la testa. La salut appena e mi fece passare nel retrobottega, dove davanti a un bicchiere d i liquore, con le lacrime agli occhi e invocando i suoi cinque figli, due dei qu ali piangevano dietro una tenda, arriv a trecentomila lire, poi a quattrocento, e trovandomi irremovibile, fino a mezzo milione. Ah, no! disse. Qui sono solo io a fare gli aumenti. E non che il metallo sia tuo! C' da stabilire a chi appartiene. Chi l'ha trovato? Chi l'ha chiesto e ottenuto? Senti amico lo interruppi il meta llo l'ho trasportato sulla mia macchina e quindi mio, perch tu in spalla non pote vi certo portarlo via. Comunque, dividiamolo. Tagliamolo in mezzo e facciamo met per uno. Lo Stucchi esult. Chiam la moglie, la abbracci, poi volle che l'abbracciassi anch'io, perch oramai do vevamo considerarci soci nel commercio e amici per la vita. Portata la macchina in cortile e trasportato accortamente il pezzo nel retrobott ega, lo posammo con l'aiuto della moglie su due tavoli accostati, lo misurammo a l millimetro e segnata la met con la punta di un coltello, Annibale cominci a sega rlo servendosi di una sega per il ferro che era andato a prendere da un fabbro. Il metallo cedeva come il burro e sul gran foglio che sua moglie aveva dispiegat o per terra fra i due tavoli, cadeva una polvere che si sarebbe detta di bronzo o di ottone. Annibale ogni tanto smetteva di segare e mi guardava, cercando di leggermi in fa ccia. Poi andava avanti a testa bassa, continuando a far cadere una segatura luccicant e che faceva mucchio in mezzo al foglio. Non gli pareva possibile che io tacessi, dopo aver notato che il parallelepipedo , verniciato all'esterno con polvere d'alluminio, dentro era giallastro. Quando fin il taglio e i due tronconi apparvero con la facciata interna color pol enta fiammeggiante, mi disse: Di' la verit: l'avevi capito fin da Merano che era oro. Tre giorni dopo eravamo in viaggio per l'Alto Adige con un autocarro che era cos tato un'occhio della testa. L'avevamo comperato col ricavato della polvere d'oro. Il lago di Garda non ci era mai apparso cos azzurro. Veniva l'autunno e ogni paese, ogni prato, ogni vista di lago ci invitava a soff ermarci. Ma non c'era nulla che potesse farci perdere anche un'ora. L'oro ci aspettava, nascosto sotto le foglie, nel folto di un bosco: l'oro dei N ibelungi, perch certo l'avevano abbandonato i tedeschi in fuga. Solo che ne potessimo caricare una decina a testa di quei pani diceva lo Stucchi saremmo a posto per tutta la vita noi e i nostri figli. Giunti alle porte di Bolzano verso le sette del mattino e dopo aver viaggiato tu tta la notte, non entrammo neppure in citt. Presa la strada per Merano, ci aspettavamo d'incappare da un momento all'altro n el posto di blocco del sergente di Abbiategrasso, ma si arriv all'entrata di Mera no senza trovarne traccia. Per mezza giornata andammo innanzi indietro, ma sempre invano.

Il sergente era sparito con tutto il suo corpo di guardia. Se trovassimo il metallo diceva lo Stucchi addio sergente: lo carichiamo e via. A forza di cercare nei boschi lungo la strada, trovammo un pezzo di terreno umid o con le impronte ancora fresche dei lingotti. Ne avessero dimenticato almeno uno gridava lo Stucchi guardando in giro. Stavolta a Sant'Antonio non darei cinquantamila lire, ma cinquecentomila! Andava rovistando tra gli sterpi e buttava all'aria le foglie a gran pedate, ma senza trovare altro che sassi o qualche scatoletta vuota e arrugginita. Tornati a Merano prima di notte, andammo in un buon albergo, decisi a compiere i l giorno dopo qualche indagine per rintracciare il sergente o i lingotti. Ma la notte ci port consiglio: era meglio star zitti. Quell'oro poteva avere una brutta storia e interessarcene era certamente un peri colo. Lo Stucchi, libero da ogni impegno e pieno di soldi, la mattina cominci a scorraz zare per Merano. Lo trovai, verso mezzogiorno, seduto nel giardino comunale lungo il Passirio. Ascoltava l'orchestra che suonava sotto il padiglione e aveva di fianco una donn a di mezza et con la quale, finito il concerto, si allontan. Dopo un paio di giorni riuscii a portarlo a casa, sull'autocarro, con un carico di strani involucri che avevamo comperato per poche migliaia di lire. Erano grandi fogli giallastri di carta trattata con colla o resina e piegati a l ibro. Dispiegandoli prendevano la forma di un sacco capace di contenere un uomo. Pare che gli Alleati li adoperassero per infilarvi le salme dei caduti, ma lo St ucchi aveva pensato di venderli per cinquecento lire l'uno, nei giorni di pioggi a, ai tifosi che andavano a vedere le partite negli stadi. Infatti con due tagli si potevano trasformare in impermeabili di fortuna. Dane fa dane diceva fregandosi le mani e dando delle lunghe occhiate al lago di Ga rda del quale percorrevamo la litoranea orientale. Cominciava cos, nel buonumore e nella calma di quei giorni d'autunno, il dopogue rra.

I capitani, forse. Fu negli anni intorno al millenovecentotrenta, che ai miei occhi e a quelli altr ettanto attenti di un intero paese comparve, come un fantasma d'altri tempi, la figura del capitano di lungo corso Achille Vistorino: un ligure se non proprio u n genovese, o forse addirittura un piemontese, perch noto che alle attivit marinar esche si dedica spesso gente di pianura e perfino di montagna. Il capitano, o comandante come qualcuno lo chiamava, uomo d'altri tempi che dove va aver cominciato la sua carriera sulle navi a vela, sbarcava due volte la sett imana dal battello che risaliva il lago. Si era imbarcato a Cannero venti minuti prima, e compiuta la traversata, aveva g i finito la prima parte del suo viaggio. Due ore dopo, con la corsa "discendente" sarebbe ritornato a Cannero, dove si er a ritirato a passare gli anni della vecchiaia. Appena la passerella lanciata da terra toccava il bordo del battello, il capitan o Vistorino metteva avanti il piede e sbarcava, portando due dita all'ala della

magiostrina in risposta al saluto rispettoso dell'equipaggio. Un minuto dopo era in piazza, tutto raccolto nella sua piccola persona, ma splen dente negli abiti chiari sempre inappuntabili, con la sua grande magiostrina dal nastro iridato e le ghette di panama color crema. Guardava intorno stringendo le palpebre al bagliore della piazza assolata, poi a ndava all'edicola a provvedersi del giornale, che piegava diligentemente e mette va nella tasca della giacca. Iniziava quindi la lenta traversata della piazza, in direzione del Caff Clerici, dove prendeva posto a un tavolino esterno, solo cliente nella mattinata feriale di un'estate di quelle d'una volta, senza turisti e con poche automobili. Dal taschino della giacca pescava gli occhiali d'oro a molla che teneva ancorati a un cordoncino nero, se li metteva a cavallo di un naso secco e autoritario, p oi dispiegava il giornale e cominciava a leggere. Dopo mezz'ora ripiegava i fogli e li metteva nuovamente in tasca per la lettura del pomeriggio e della sera, desiderando dedicare l'ora e mezza che gli restava prima dell'imbarco, alla contemplazione del nostro paese e della poca vita che l o animava in quell'angolo in piazza, tra il porto e la Via Mercanti. Guardava i passanti, le donne con la borsa della spesa, i pescatori che oziavano fra le barche e i rari clienti che entravano nel caff. Nessuno osava rivolgergli la parola o interrogarlo, tanto era severa la sua facc ia e freddo il suo occhio chiaro, abituato a fissare gli orizzonti marini. Venne in mente a me, una mattina, di tentare un approccio che pot dirsi riuscito , perch serv almeno a stabilire che la qualifica di capitano di lungo corso, attri buita non si sapeva da chi al nostro visitatore bisettimanale, corrispondeva al vero. Alle mie timide domande di giovane curioso dei grandi viaggi e dei paesi esotici , il capitano Achille Vistorino rispose infatti assentendo sempre, sia quando gl i chiesi se era stato capitano di lungo corso, sia quando volli sapere se avesse navigato il Pacifico e i mari della Cina. Assentiva, ma non raccontava n precisava, come avrei desiderato. Chiss che roba gli chiedevo il capo Horn? E il capitano inarcava i sopraccigli, c ome per ammettere che non era certo uno scherzo quel passaggio. Chiss che spettacolo gli domandavo un'altra volta il Corno d'Oro, il Bosforo, opp ure le coste del Borneo e i mari di latte della Sonda? Il capitano alzava il cap o due o tre volte, aggrottando la fronte e stringendo le labbra sotto i baffi co rti. Ed era l'unica conferma che mi potesse dare. Non appariva mai seccato dalla mia indiscrezione, anzi la gradiva. E dopo avere assentito, mi guardava con il suo occhio chiaro, al quale sapeva da re per un istante il calore del sorriso. Finii col domandargli il nome delle navi che aveva comandato. Mi rispose con un gesto vago, come per dire che erano state tante, che una valev a l'altra e che lui non era tipo da tener conto di cose che potevano andar bene solo nei libri di avventure. Con molta pazienza riuscii a fargli ammettere che era in pensione, che viveva a Cannero con la moglie e che non aveva mai avuto figli. Arrivai perfino a capire che detestava il mare del quale doveva aver fatto indig estione e che preferiva il lago, cos quieto e riposante coi suoi giardini e le su e ville a specchio delle acque. Non contento di queste confidenze, decisi di andare a Cannero in cerca di notizi e su di lui. Ma non venni a sapere molto di pi. Anche l sedeva al caff davanti all'imbarcadero a leggere il giornale, ma senza mai attaccare discorso con nessuno. Domandai dove fosse la sua villa e appena mi fu indicata, andai a guardarla dall 'esterno. Era una specie di padiglione ottomano, con due magnolie davanti e un praticello intorno. Di fianco all'ingresso aveva un bovindo tutto a finestrelle lunghe e strette, di etro le quali vidi una vecchia signora che agitava le braccia per cacciarmi via

dalla cancellata, dove mettendo la faccia tra le sbarre di ferro arrugginite sta vo a guardare pieno di interesse. Mi domandavo dove fosse il capitano, e speravo che apparendo, mi avrebbe fatto e ntrare, spiegando alla moglie che ero un bravo giovane del paese di fronte, da l ui ben conosciuto e non un ladro o un indiscreto. Ma il capitano era forse a far la siesta o nell'orto dietro la villetta a sfogar e, con lo zappino, la sua passione per la terra dopo tanto mare. Da quel giorno, quasi avessi disturbato la sua pace, il capitano Achille Vistori no non attravers pi il lago col battello e disert il mio paese. Pensai che, stufo delle mie domande e della mia curiosit, avesse scelto Cannobio o un altro borgo rivierasco per le sue piccole evasioni. Invece, proprio nel giornale che leggeva lui ogni giorno, trovai una mattina la notizia strabiliante: "Falso capitano di lungo corso e autentico ladro, arrestat o a Cannero sul Lago Maggiore". Su due colonne, il giornale faceva la storia del grande ladro internazionale Ett ore Basadonna, ricercato da tutte le polizie, che era stato scoperto a Cannero s otto il falso nome di Achille Vistorino, capitano di lungo corso a riposo. Pareva per che gli ultimi furti commessi dal sedicente Vistorino risalissero a co s tanti anni addietro, che era da prevedersi il suo proscioglimento per intervenu ta prescrizione. Il che infatti avvenne. E me ne accorsi vedendolo arrivare una mattina da Cannero col solito battello. Due giorni dopo ritorn, dimostrando di aver ripreso tutte le sue abitudini, come se niente fosse stato. Non resistetti al desiderio di accostarlo. Fingendo d'ignorare la notizia del suo arresto e passando sopra al fatto che da due mesi non si faceva vedere gli domandai: Quando navigava, non le capitato mai qualche naufragio? Per la prima volta, e fu anche l'ultima, mi parl. Poche parole, ma che volevano dir tutto: Navigare, caro giovanotto, come vivere. Chi non fa qualche naufragio nel corso della vita? L'importante uscirne bene e t occare la riva in qualunque modo. Ma i capitani gli osservai non vanno a fondo con la nave? I capitani, forse! mi rispose fissandomi col suo occhio freddo. E dispieg il giornale per farmi capire che aveva chiuso ogni discorso.

La spagnola. La febbre spagnola, cos chiamata perch era apparsa la prima volta in Spagna, arriv al mio paese sul Lago Maggiore nell'estate del 1918, quando stava avvicinandosi l'armistizio che doveva metter fine alla prima guerra mondiale. Si trattava di una specie di influenza o di grippe, che veniva soprannominata la "direttissima", tanto era rapido e mortale il suo corso nella pi parte dei casi. Una vera pestilenza, come quelle dei tempi antichi. Ma se delle antiche epidemie poteva dirsi perduta la memoria, sussisteva, traman dato lungo le discendenze, un atteggiamento istintivo di difesa, una specie di a nnotazione remota iscritta nel sangue, che suggeriva a distanza di secoli compor tamenti analoghi a quelli venuti in uso durante quei lontani flagelli. Al pari di allora, i sani giravano al largo dalle case dove era comparso il male , per timore del contagio gli amici evitavano gli amici e i parenti sospettavano i parenti.

Le credenze superstiziose ritornavano: santini, scapolari, medaglie, pietre, met alli e amuleti d'ogni genere ebbero corso, insieme a pozioni, quintessenze ed al tre complicate preparazioni. Come ai tempi della peste di Firenze descritta dal Boccaccio, ci fu chi era port ato a credere nel potere terapeutico della crapula o almeno in quello degli alco lici, per cui i bevitori, giustificati da simile opinione, si diedero pi liberame nte al bere. Persone sempre state sobrie divennero per l'occasione smoderate, mantenendo poi il vizio del vino e specialmente della grappa per il resto dei loro giorni, quas i in segno di riconoscenza verso l'antidoto cos felicemente sperimentato. Altri, che stimavano ottima cosa l'allontanarsi dai luoghi infetti, se ne andava no a vivere sui monti, nelle baite e nelle capanne dei pastori, dove raggiunti d al male, morivano soli e senza neppure il conforto dei Sacramenti, a quei tempi sempre invocati da coloro che si apprestavano a lasciare la vita. Si disse che le vittime della "spagnola" furono, in Europa, pi di quelle fatte da lla guerra, specialmente tra i giovani, i quali sembravano maggiormente indifesi e quasi preferiti dalla morte. Infatti, gran numero di soldati scampati alle battaglie dovettero miseramente so ccombere per l'epidemia, apparsa proprio sul finire della guerra a completare l' opera di sterminio non riuscita del tutto ai generali. Il mio paese, che favorito dalle comunicazioni ferroviarie e dalla sua ridente p ositura aveva preso alla fine dell'Ottocento una fisionomia turistica e si era a rricchito di grossi alberghi, venne scelto come luogo di ricovero per i soldati che si andavano ammalando. Provenienti dai vari reparti, arrivavano a treni interi e venivano collocati neg li alberghi requisiti per la bisogna, dove cominciarono a morire uno dopo l'altr o, accrescendo lo spettacolo di squallore e di morte che il borgo offriva, essen do stato colpito dall'epidemia tra i primi per mala sorte o per designazione del la Provvidenza, certamente intesa a qualche scopo recondito e a trarre magari da l male il bene, come sovente accade, bench al di l di tali immaginazioni sembrava ad ognuno evidente che il regalo di un buon numero di contagiati non avrebbe fat to altro che contribuire allo spopolamento gi bene avviato dei nostri miseri foco lari, ormai provati da tre anni di guerra e di razionamento. La forza del morbo si era spiegata a tal punto, che nonostante le preghiere di m ia madre, devotissima della Vergine, anche la mia famiglia venne inesorabilmente colpita. La nostra casa, che era quasi di fronte a uno degli alberghi trasformati in ospe dale, con le finestre a qualche metro da quelle alle quali si affacciavano i sol dati a vomitar nella strada, fu investita in pieno dal contagio. Si ammal mio zio Pietro, che era buon bevitore, ma scamp mentre due mie zie morige ratissime perirono, seguite dal mio nonno materno, al quale parve buona l'occasi one per andarsene in quell'anno, che era il novantatreesimo di sua vita. Mia madre, raggiunta a sua volta dal male, rest a lungo tra la vita e la morte, r iuscendo tuttavia, dal suo letto, a farmi indossare uno scapolare della Madonna del Carmine e ad appendermi al collo un sacchetto di canfora. Mio padre, intento a curare i congiunti, a far seppellire il suocero e le cognat e e poi a provvedere ad altre incombenze che si rendevano necessarie man mano ch e andavano ammalandosi e morendo altri parenti nel vicino paese di mia madre, no n poteva occuparsi di me, che ero d'altra parte divenuto introvabile. Abbandonato a me stesso e fiducioso nell'abitino della Madonna e nella canfora, mi ero messo a girare per le strade, a seguir funerali e ad esplorare i dintorni , spingendomi fino alle pi lontane frazioni. Lungo le strade, quando vedevo frutta sugli alberi o dell'uva sulle vigne, me ne servivo liberamente, essendo del tutto abbandonate le propriet e i coltivi. Ma non potendo vivere di quei magri sussidi o meglio surrogati del pranzo e dell a cena, e mancandomi spesso la voglia di far lunghe camminate, fragile infante d i cinque o sei anni quale ero, cominciai a farmi abitudinario dell'albergo vicin o a casa mia, dove erano ricoverati i militari senz'altra cura che la passata gi ornaliera d'un medico e la distribuzione d'un magro vitto. Vi entravo ad ogni ora e salivo nelle stanze, accostandomi ai malati che mi chia

mavano ai loro letti per darmi delle lettere da imbucare o incaricandomi di picc oli acquisti. I convalescenti erano tutti affamati, bisognosi di buoni brodi e di carne, ma no n potevano farmi comperare che qualche poco di lardo e pancetta, formaggini di m ontagna, arachidi, castagne secche e carrube, cio il poco che si trovava in quei tempi di penuria. Di quel che portavo i soldati mi facevano parte, ma non quanto bastasse a sosten ermi. Tanto che spesso, abbandonandoli alle loro squallide merende, me ne andavo per l e stanze, dove era facile trovar pagnotte appena addentate e mezze tazze di mine stra abbandonate dagli infelici che la "spagnola" stava portandosi via. Tra un letto e l'altro vuotavo scodelle e ingozzavo grossi bocconi, indifferente alla vista degli agonizzanti che giacevano immoti tra nugoli di mosche, col nas o affilato, le braccia abbandonate e i piedi ormai presi e irrigiditi dal gelo d ella morte. Di quel pane e di quella minestra nutrivo la mia debole vita, sotto gli occhi in gialliti dei soldati che mi guardavano mettere la faccia nei loro avanzi, convin ti che li avrei seguiti di l a poco, mentre da quelle fredde brodaglie e da quei tozzi di pane raffermo prendevo forza a vivere e a superar la mora. L'osteria delle "Due Scale" che apriva le sue porte nel cortile di casa mia, era diventata, con l'infierire del morbo, un'abitazione privata. Nessun cliente vi compariva all'ora di pranzo e solo pochi abitudinari vi si aff acciavano verso mezzogiorno o verso sera per ingollare qualche cosa di forte con tro il contagio. La gran parte dei soliti clienti stava chiusa in casa per paura o lottava contro la febbre, senza contare il numero di quelli che avevano dovuto soccombere e no n sarebbero mai pi riapparsi alle "Due Scale". La mattina d'un giorno di fine aprile del millenovecentodiciannove me ne stavo d entro l'osteria, presso una finestra aperta sul cortile, insieme al figlio dell' oste. Guardavamo, in un libro di storia naturale, la tavola a colori dove figuravano i principali uccelli del creato, dal passero all'aquila reale, con scritto a fian co di ciascuno la quota che potevano raggiungere nel volo. Stavo seguendo col dito i puntini che portavano dalla figura del falco al numero dei metri che la natura gli aveva assegnato per dominare la campagna, quando il figlio dell'oste mi tocc il braccio e con gli occhi m'indirizz lo sguardo all'ing resso del cortile verso la Via Mercanti. Entrava in quel momento il signor Matteo al braccio della moglie. Piccolo, con la bombetta calcata in testa e il faccino rincagnato, avanzava a pa ssi brevi e scattanti tenendosi quasi appeso al gomito della moglie: una vecchia magra e allampanata che lo seguiva di malavoglia, studiando il passo, come l'ac compagnatrice d'un cieco o di un paralitico. Abbandonai il libro degli uccelli e uscii in cortile per guardare il nano e la s ua consorte che da sei mesi non uscivano pi di casa. L'apparizione dei due, prima dell'epidemia era consueta e quasi giornaliera. Al pari di molti altri abitanti della via, traversavano il cortile per abbreviar e il percorso verso la piazza del lago. Entravano come padroni da un andito e uscivano dall'altro, in forza di una usuca pione che nessuno osava contestare tanto era antica, immemorabile e ribadita dal la presenza di un'osteria nel cortile, la quale sottintendeva il libero accesso, il transito e perfino la sosta e lo schiamazzo. Senza mai fermarsi alle "Due Scale", il signor Matteo passava dal cortile quasi per affermare un suo diritto. Procedeva impettito e serio, col cappello duro in testa e indosso una specie di "stiffelius" che portava non per stravaganza, ma perch era l'abito dei suoi tempi , col quale prima della guerra andava a teatro e alle sedute della Societ Patriot tica. Era quella palandrana l'unico residuo, insieme alla bombetta, di una vita passat a nell'agiatezza, in citt, prima di finire tra i poveri del mio paese, lontano da chi l'aveva conosciuto ricco, brillante e spendaccione.

Si sapeva infatti che il signor Matteo, figlio di una nobil donna e d'un ricco m ercante, in giovent aveva dilapidato un patrimonio, pur avanzando tanto da poter vivere di rendita, una rendita, prima della guerra, di ben dieci lire al giorno, che gli consentiva quasi l'agiatezza. Contando sulle sue entrate, si era sposato condecentemente, ma il fallimento di una banca l'aveva sospinto alle nostre rive, dove si era ridotto a vivere di ste nti. Sua moglie, che lo accompagnava immancabilmente, metteva in mostra un altro picc olo campionario della moda d'altri tempi. Portava un "fichu" sopra i capelli grigi, un corpetto che pareva una corazza e u na sottana color tonaca di frate cos rigida da parer fusa nel metallo e tanto alt a in vita, che il Matteo a quel livello arrivava appena con la cupola della sua bombetta. L'uscita giornaliera dei due coniugi era cessata fin dall'autunno precedente, qu ando la spagnola aveva cominciato a mostrarsi come un vero flagello mandato da D io a spopolare il mondo. Dalla stanza dove abitavano, sotto i tetti, scendeva ogni tanto rapida e furtiva la donna per provvedere un po' di pane e un po' di latte, ma il signor Matteo n on compariva mai, tanto che qualcuno lo dava per morto e sepolto nella gran conf usione di funerali che si accavallavano ogni giorno e ai quali nessuno pi faceva caso. Invece ecco che nel pieno della mattina, e certo non senza qualche importante ra gione, il nano ricompariva nei suoi abiti consueti e al braccio della moglie, co me un portafortuna che si esibisse alla gente sbigottita e ormai rassegnata a mo rire. Travers il cortile, usc nella piazza e and dritto all'edicola dove comper il giornal e appena arrivato col treno di Milano. Diede un'occhiata alla prima pagina, e dopo avervi visto campeggiare la notizia che cercava, torn verso il cortile di casa mia. Impaziente d'incontrare qualcuno, e trovando solo me sulla soglia del portone, m i sventol il giornale sotto il naso, gridando: E' finita la spagnola!. Pareva che l'epidemia fosse scomparsa di colpo e che il Matteo, avendola vista f ar fagotto dal suo abbaino, si fosse precipitato in piazza a comperare il giorna le, sicuro di trovarvi la conferma di quanto gi sapeva. Quell'annuncio quasi mi deluse, perch in tanta pubblica afflizione mi era toccato il comodo e il vantaggio di una completa libert. Tornava purtroppo l'ordine e la disciplina e presto si sarebbero riaperte le scu ole. Questo voleva dire il signor Matteo, che appena fuori dal mio portone aveva ripr eso a gridare il suo annuncio, sempre col giornale in mano e senza mai lasciare il braccio della moglie che lo seguiva silenziosa e disgustata. Quasi trascinandola, tanto era invasato, l'ometto percorse tutta la contrada met tendo il capo dentro ogni bottega e ripetendo con la sua vocina stridula: E' fin ita la spagnola!. L'epidemia era davvero al suo termine. Si alzavano dal letto, gi in quel giorno, mia madre e mio zio, unici superstiti d el mio ramo materno. Altra gente vicino a casa nostra, riappariva sulle soglie, sbiancata in volto ma viva. Ci fu, quel giorno, un solo morto: l'ultimo della grande schiera che si era avvi ata al cimitero di San Pietro in Campagna, come ai tempi delle antiche pestilenz e. E fu il signor Matteo, che verso sera, toltasi la bombetta e lo "stiffelius", si era disteso nel letto col giornale a fianco come per un pisolino e se ne era an dato invece in silenzio all'altro mondo.

Stiamo a vedere come va. Nel marzo del 1944, sugli altipiani del Giura coperti di neve, alcune centinaia d'italiani internati in Svizzera lavoravano al disboscamento. Erano in parte giovani che avevano passato clandestinamente la frontiera per sot trarsi al servizio militare sotto i tedeschi o sotto la Repubblica di Sal, in par te ebrei e profughi politici di ogni et e condizione, sospinti dalla guerra verso luoghi di rifugio e di salvezza. Accolti in cinque o sei campi di lavoro dentro il triangolo Delemont, Bienne, La Chaux-de-Fonds, quegli uomini lavoravano a far legna otto ore al giorno intorno alle ceppaie degli abeti, in attesa che la neve si sciogliesse e venisse il tem po di altre opere, come il drenaggio delle paludi e l'estrazione della torba. Ogni notte, in quel mese di marzo, mentre gl'internati dormivano nelle loro bara cche, grandi formazioni di aerei da bombardamento passavano nel cielo, provenien ti dalle basi del Nord Africa e dirette verso la Germania, le cui citt andavano i n polvere una dopo l'altra. Ma nonostante l'attivit degli Alleati su tutti i fronti, per mare, per aria e per terra, pareva che la guerra, dopo quattro anni di alterne fortune, fosse destin ata a non avere pi termine e che di conseguenza, per gli italiani del Giura e per gli altri quarantamila sparsi in tutta la Svizzera, l'internamento sarebbe dive ntato perpetuo. Solo alla domenica gli italiani e gli altri internati di ogni nazionalit che formavano la popolazione dei campi di lavoro, tornavano a sperare nel ritorno, quando gli abitanti delle localit vicine li invitavano nelle loro ca se a sfamarsi e a godere un po' d'intimit. Nelle cucine e nei salotti di Saint Imier, di Sonvilier, di Tramelan e di tanti altri villaggi di quella verde e fredda regione, sembrava ai profughi, per mezza giornata, facile la vita e sicuro l'avvenire. Poco avventurato, o distratto da altre necessit, bench non mi mancasse l'appetito che la dieta del "campo" garantiva a tutti, alla domenica non andavo fiutando m ense amiche nel vicino paese di Saint Imier ma mi aggiravo senza meta per le str ade. Avrei voluto trovare dei libri italiani: libri comuni, come un "Promessi Sposi", il "Canzoniere" del Petrarca, i "Canti" del Leopardi e, meglio di nulla, un rom anzo del Verga o del Fogazzaro, che forse era possibile disseppellire in qualche casa, se era vero che per un secolo il paese aveva ospitato stagionalmente dei lavoratori italiani, ai quali andava il merito di aver costruito tanto la chiesa cattolica che quella protestante. Andai, una domenica, per le mie ricerche, dal pastore protestante. Non possedeva libri di alcun genere, ma mi mand dal parroco cattolico, suo amico, che doveva averne. Il parroco, che non ne aveva mai avuti, mi mand a sua volta da un "gypseur", cert o Negri, che da gessatore era diventato proprietario di un deposito di laterizi e materiali da costruzione. Il curato mi aveva sussurrato che i Negri, italiani della provincia di Como, era no a Saint Imier da due generazioni e avevano fatto fortuna. Trovato il deposito dei Negri e la ricca casa che lo affiancava, bussai invano a lle porte del pianterreno.

Salii allora una scala, dietro certe folate di musica che provenivano dal primo piano, e spinta una porta, mi trovai in un salone pieno di fumo e di coppie che ballavano. Il mio vicino di letto e di lavoro Arturo Campi, di Verona, si aggirava come un sonnambulo nel mezzo del locale suonando un violino, mentre uno dei fratelli Neg ri pestava sopra un vecchio pianoforte. Capii che il Campi, avendo scoperto il miglior benefattore del paese, aveva cred uto prudente non farmi parte della sua scoperta. Ma uno dei fratelli Negri, il maggiore, certo Giovanni che poi mi divenne amico, avendomi subito individuato come internato italiano, mi venne a prendete per ma no e mi condusse a un tavolino pieno di paste dolci e di bicchieri pieni di sidr o. Profittai moderatamente dei dolci e delle bevande, feci per pura cortesia un bal lo con una delle sorelle Negri, tutte brutte e senza grazia, e infine, accostato Giovanni, nel rumore della festa gli dissi forte all'orecchio: E' vero che lei ha dei libri italiani? Mi ha detto il parroco che lei deve averne. Sicuro che ne ho rispose. E mi fece cenno di seguirlo. Scesi al pianterreno ed entrai con lui dentro un gran locale oscuro che era prop rio sotto il salone dove si ballava e dove il Campi aveva ripreso le sue sviolin ate. Qui disse Giovanni ai tempi, c'era la sede della "Dante Alighieri". Mio padre era il presidente. Noi siamo sempre stati italiani. Voglio dire che non ci siamo mai comprati svizzeri, come tanti altri. Disse proprio "comprati svizzeri", alludendo alla tassa che alcuni, secondo lui snaturati, accettavano di pagare pur di prendere la nazionalit elvetica e garanti r meglio, con l'acquisto del diritto di cittadinanza, la difesa e l'incremento d elle ricchezze accumulate all'estero. Certo continu il fascismo ha rovinato l'Italia. Peccato! Ma cosa gli venuto in mente a Mussolini di mettersi in guerra, di perse guitare gli ebrei e di dar la caccia a tanti poveretti come voi? Dev'essere impa zzito. Mio padre non poteva neppure sentirlo nominare. Nello stanzone dove eravamo entrati si vedevano alcune vetrine piene di libri, q ualche armadio e un lungo tavolo. Prenda disse il Negri prenda tutti i libri che vuole. Noi siamo amici degli internati italiani, e specialmente dei profughi politici, come lei e il signor Campi. M'impossessai d'un "Promessi Sposi", di un "Principe" del Machiavelli con una "i nterpretazione" di Mussolini, dei "Dialoghi scelti" del Tasso e dei "Ricordi" di Massimo D'Azeglio. Non trovando libri di poesia nelle vetrine e sentendomi libero di metter il naso dovunque, mi avvicinai a un armadio dove pensai che ce ne fossero e posi la man o sul pomello dell'antina, pur avvedendomi d'un moto che il Negri aveva fatto, f orse per fermarmi, ma che poi trattenne. Pentito dell'indiscrezione che stavo per commettere, mi volsi per scusarmi, ment re la mia mano, che ormai teneva il pomello, inavvertitamente tir il battente. Una forma bianca, che intravidi con la coda dell'occhio, usciva lentamente dall' armadio e si abbatteva sopra di me. Sopraffatto dal terrore e credendo, in quella penombra, d'aver smosso un cadaver e imbalsamato o almeno un lampadario o un grosso vaso coperto da un lenzuolo, no n sapendo se fuggire o reggere la forma che mi cadeva addosso e che gi mi toccava , chiusi gli occhi e tesi le braccia. Il Negri accorse a sostenermi e mi aiut a tener ritto un mezzo busto, che ormai a bbracciavo stretto, e nel quale riconobbi le fattezze di Mussolini. Il Negri era tramortito. Con gli occhi bassi, dopo aver posato con me il mezzo busto delicatamente in ter ra, mormor: L'ha modellato mio padre in gesso, copiandolo da una fotografia. Lo tenevamo qui, sopra un piedestallo, in fondo alla sala.

Nella sede della "Dante Alighieri" bisognava averlo. Mio padre prima di morire aveva modellato anche un Dante, ma lo regal al Console d'Italia di Basilea. Il Mussolini ci rimasto. Quando l'Italia entr in guerra lo nascosi in questo armadio: stiamo a vedere come va, dissi tra me e me. Non risposi, e l'aiutai a rimettere il busto di gesso nell'armadio, che egli chi use e fiss con una scaglia di legno nella fessura. Sulla soglia del suo recinto pieno di putrelle, di tubi, di tegole e di comignol i, salutandolo e ringraziandolo dei libri, per consolarlo, gli ripetei la sua ul tima frase: Stiamo a vedere come va.

La valigia del barone Viterbo. Se fosse ancora vivo il barone Anania Viterbo, e posto che il protagonista di qu esta storia si chiamasse davvero con tal nome e non con altro che debito tacere, riconoscendosi nei fatti che sto per riferire potrebbe solo sorridere benevolme nte come soleva anche davanti alle traversie dell'esilio, da lui sopportate in p arte con me, in Svizzera, tra il 1943 e il 1945. Sorrise infatti il Viterbo sotto gli occhiali d'oro, quando un sergente ci annun ci, nel campo di raccolta per internati di Bellinzona, che dovevamo sottoporci tu tti allo "spidocchiamento". Precauzione igienica prescritta per i militari e anche per i profughi politici e razziali che provenivano dall'Italia in guerra, mescolati a disertori, prigioni eri, carcerati evasi e ad ogni altra sorte di uomini. Lo "spidocchiamento" consisteva in una doccia calda disinfestante, in fondo piac evole, alla quale ci sottoponemmo a gruppi, giovani e vecchi, dentro un macello pubblico. Purtroppo la disinfestazione si estese anche agli oggetti personali e ai bagagli , che vennero passati a un getto bollente di formalina vaporizzata. Chi, come me, era giunto in salvo coi soli abiti che indossava, ebbe a lamentare soltanto il restringimento del "marocchino" interno del cappello, l'accorciamen to della cintura dei pantaloni e una minima riduzione delle scarpe, in quanto su l cuoio e sui pellami la formalina aveva un effetto riduttivo. Ma quelli che avevano bagaglio, come il barone Viterbo, dovettero subire oltre a i comuni restringimenti, l'avara di altri effetti che tenevano nelle valigie e il ridimensionamento delle valigie stesse. In un locale del macello, mentre cominciavo a rivestirmi, vidi infatti il barone perplesso davanti alla sua gran valigia di cuoio bulgaro, che gli era stata ric onsegnata insieme a un fagotto di indumenti e oggetti vari. Appena vestito, cercai di aiutarlo nell'impresa di ricollocare ogni cosa al suo posto nella valigia. Ma non vi era modo di venirne a capo: almeno un terzo del suo corredo rimaneva f uori. Il barone Viterbo, che era professore universitario di scienze esatte, non si da va per vinto: Sar questione diceva di ripiegare gli abiti in modo diverso, di uti lizzare gli angoli e soprattutto di pigiare un poco. E svuotava la valigia, per ricominciare da capo a riempirla. Nel passargli pantaloni, scarpe, camicie, fazzoletti, calze, astucci, scatolette e involti d'ogni genere che egli cercava di stivare in modo sempre pi appropriat o, mi venne alle mani un disco pesantissimo, del diametro di circa trenta centim etri e dello spessore di almeno dieci, chiuso in una fodera di "satin" nero.

Non riuscendo a capire di cosa si trattasse e non osando slacciare la fodera, is tintivamente avvicinai al naso il misterioso oggetto. S disse benevolmente il barone. E' una specie di "Asiago", una "toma". Uno dei tanti formaggi che si fanno dalle nostre parti, in Friuli. Dovendo affrontare la fuga, ho pensato anche a una scorta di viveri, per il caso che avessi dovuto star nascosto dei giorni in qualche luogo. Prese dalle mie mani l'involto, lo ripose con cura nella valigia e lo ricopr con maglie, mutande, calzini e fazzoletti. Ma con un paio di scarpe, un abito scuro e una pila di biancheria, dovette confe zionare un pacco a parte, perch gli era divenuto impossibile ricollocare tutto ne ll'ordine e nello spazio di prima. Di lasciar fuori il formaggio, come gli consigliai, non volle neppure sentir par lare. Quando i soldati ci misero in fila e ci avviarono verso l'oratorio di San Biagio dove eravamo alloggiati, per rispetto al rango e all'et del mio compagno lasciai a lui il pacco e gli portai la valigia, reggendola faticosamente per le strade di Bellinzona, sotto lo sguardo dei passanti. Era una giornata d'inverno, rigida e cristallina, che ci faceva rimpiangere le n ostre case abbandonate. Avere a quei tempi e in quelle circostanze un formaggio simile, stagionato e sop raffino, era quasi come essersi portato dietro un pezzo di casa: una fortuna all a quale pensavo di partecipare, perch una legge tacita dei campi e degli infelici che vi stazionavano prescriveva, all'internato venuto in possesso di viveri fuo ri assegnazione, di dividerli con chi avesse cognizione della sua buona ventura. Non perdevo d'occhio quindi il barone, che presto o tardi avrebbe certo intaccat o la sua forma di formaggio. La nostra giornata di gente in attesa, sfaccendata, chiusa in un solo grande loc ale, mi permetteva di sorvegliare ogni mossa del Viterbo, che teneva la valigia tra il mio e il suo pagliericcio, come un comodino da notte o un divisorio. Il formaggio, che era sul fondo della valigia, veniva a trovarsi dalla mia parte , e di notte, quando non mi riusciva di dormire, ne percepivo l'odore attraverso il cuoio, o credevo percepirlo morso come ero dalla fame. Una notte pensai di fare un taglio nel fianco della valigia e di staccare una fe tta di formaggio. Il barone se ne sarebbe accorto solo in occasione di un cambiamento di posto, qu ando ormai gli avevo mangiato tutto il formaggio. Ma fu pi che altro un sogno: mai avrei fatto una cosa simile a un gentiluomo di t al fatta. Pass una settimana e il barone, pur avendo aperto due o tre volte la valigia con la chiave che teneva in un taschino del panciotto, ne aveva tolto solo dei fazzo letti e una sciarpa di lana. La forma di "Asiago" era come se non esistesse e mi domandavo se non fosse stata un'allucinazione a farmela sentire in quelle notti. Improvvisamente, a seguito di un ordine da Berna, il nostro gruppo fu trasferito a Lugano. Aiutai il professore nel trasloco, portandogli ancora la valigia, che sentii pes ante, come se avesse delle pietre nell'interno. "E' il formaggio" pensavo "ancora intatto, che il barone ha riservato per quando avremo davvero fame. E se la valigia mi pare pi pesante di prima, perch mi sono indebolito." Me neppure a Lugano, dove il nostro vitto era scarsissimo, egli ritenne opportuno ricorrer e al formaggio. Da Lugano, compiute ormai tutte le formalit prescritte dai regolamenti di polizia , si part sotto scorta verso l'interno. Viaggiammo insieme in treno, sempre con la valigia dietro, alla quale ormai mi s entivo attaccato come se fosse stata mia. Dalla stazione di Zwingen nel Cantone di Solothurn al paese di Bsserach, sotto l a neve e lungo strade ridotte a un pantano, quel carico divenne una croce sotto la quale, debole Cireneo, caddi un paio di volte.

Ma era il nostro unico bene in quei deserti, e soprattutto ci che al povero baron e rimaneva di una lunga vita finita nell'esilio. A Bsserach, dove la scarsit del vitto era aggravata da un freddo intenso, ebbi la certezza che il buon formaggio friulano ci avrebbe salvati entrambi, anche se i l vecchio Viterbo, malato e stanco, mi andava continuamente ripetendo che aveva poco da vivere e che mi avrebbe lasciato, morendo, erede della sua valigia. Dopo un mese, durante il quale resistette eroicamente ad ogni male e anche alla tentazione d'intaccare il formaggio, venne una commissione a selezionare i valid i al lavoro. Fu la volta della nostra separazione. Al momento dell'addio, quando vidi che il barone mi metteva nelle mani un pacco, sperai che mi assegnasse come viatico almeno una fetta del suo formaggio. Ma si trattava solo di una Bibbia, che aveva avuto in regalo da un pastore prote stante e che a lui non serviva, dal momento che sapeva a memoria quella ebraica. L'internamento in Svizzera dur quasi due anni, durante i quali riuscii sempre ad avere notizie del barone, che passando da un luogo all'altro era finito a Huttwi l come professore in un Campo universitario. Ma negli ultimi mesi, quando a guerra finita si aspettava il rimpatrio, non sepp i pi nulla sul suo conto e immaginai che fosse riuscito a rientrare in Italia ant icipatamente, come Einaudi e altri personaggi d'importanza, semprech non fosse mo rto, vecchio e malandato com'era. Il 25 aprile 1945 e nei giorni successivi, alcuni internati impazienti di rivede re le famiglie o frettolosi d'inserirsi nel tessuto della nuova Italia, ripassar ono le frontiere senza aspettare il rimpatrio ufficiale. Gli altri seguirono a gruppi, nel corso di tre o quattro mesi. Venivano concentrati a cinquanta per volta nelle scuole elementari di Chiasso, d ove i militari alleati arrivavano dall'Italia a prelevarli ogni mattina con degl i autocarri. Un giorno di agosto, mentre facevo la coda alla dogana di Chiasso per sottoporre i bagagli alla visita prescritta, sentii qualche posto pi avanti una voce che mi pareva di conoscere e una frase, gi udita un'altra volta forse in sogno: E' una specie di "Asiago"... Uno dei tanti formaggi che si fanno dalle nostre parti, in Friuli. Era il barone Anania Viterbo che stava passando la visita. Lo raggiunsi, lo abbracciai e mi offersi di portargli la valigia. Grazie mi disse dopo avermi fatto ogni sorta di complimenti. E mi scusi per il formaggio. Ma non fu per ingordigia che non glie ne feci parte. Le dir che quella "toma" in verit un forziere: l'avevo fatta impastare includendov i trecento marenghi.

Tommasino degli schiaffi. L'"Albergo del Rinoceronte", che apriva la sua unica porta a met di una stretta v ia in discesa, si animava soltanto nei giorni di mercato, una volta la settimana , quando negozianti e contadini convenivano nel borgo di Cividale dai paesi spar si per la valle del Natisone e lungo il corso del Tagliamento. In quei giorni, fin dal mattino, fumavano le pentole sul focolare, che secondo l 'uso friulano si elevava nel mezzo del locale, sovrastato da una corona di ferro ritorto e da una cappa a imbuto. Sul piano del focolare, alto mezzo metro da terra, bruciavano fascine e carbonel la sotto pentole d'ogni dimensione, mentre da un lato girava lo spiedo. Ed era un ragazzetto annoiato a regolarne l'andamento, col capo sempre voltato a guardare la gente che entrava, indifferente agli schiaffi che le figlie del pro prietario, passando, gli tiravano per richiamarlo al suo lavoro. Si chiamava Tommasino e risultava figlio di una povera vedova che abitava dietro l'albergo.

Gli schiaffi che Tommasino aveva cominciato a prendere senza batter ciglio, gli procurarono presto altri schiaffi da vari clienti, attirati dalla sua faccia ton da e morbida, dove la mano si stendeva piacevolmente, suscitando uno schiocco al legro come un applauso. Chi lo mandava a prendere una posata o un tovagliolo, gli dava uno schiaffo per avviarlo. Altri che lo spedivano a comperare un pacchetto di tabacco o gli chiedevano un t izzo per accendere la pipa, lo compensavano sempre con uno schiaffo. Il nobile Peregalli, proprietario di case e di terreni, si pu dire che andasse al "Rinoceronte" solo per dare in faccia a Tommasino. Perfino il canonico Floreani, che abitava nella via ed entrava a bere un "taglio " di vino tornando dalla messa, gli dava il suo schiaffo per ricordargli di non mancare alla dottrina. Capit che dei forestieri di passaggio, solo vedendo il bel faccione di Tommasino, gli dessero anche loro per scherzo o per sollazzo delle guanciate. Il ragazzo che anch'io gratificavo ogni tanto d'un buffetto, si era come persuas o dell'ineluttabilit di quel complimento e non se ne lagnava, anzi spesso sorride va ai colpi pi sonori, quasi contento di aver collaborato alla buona riuscita del lo schiaffo. Era tutta gente, quella che schiaffeggiava Tommasino, abituata a far strada nel mondo, la poca strada che aveva fatta, a costo di gravi umiliazioni o pagando pe daggi dolorosi. Contadini, artigiani, mediatori, commercianti e forse anche il canonico, avevano avuto nella vita duri inizi. Nessuno, a quei tempi, perveniva ad una certa indipendenza prima dei trent'anni, tanto era lungo il tirocinio: e solo dopo aver penato sotto padri severi, duri padroni o crudeli pedagoghi, prodighi nonch di schiaffi, di vergate e calci dei q uali qualcuno portava per sempre il segno e tutti, sicuramente, la memoria. Arrivati a vivere dei loro guadagni, quei buoni uomini trovavano morale far pass are a un principiante come Tommasino qualche penosa vigilia o iniziazione, secon do loro necessaria per temprarlo alle asprezze del vivere. Ma capit una volta all'osteria persona contraria a simili principi. E fu l'avvocato Costamagna, uno dei maggiori professionisti del luogo, che andat o a pranzo con un cliente al "Rinoceronte", pot assistere a tutta una serie di sc hiaffi riscossi da Tommasino e coronata da un bel ceffone suonatogli dalla figli a del proprietario. L'avvocato Costamagna non passava per un benefattore o per un protettore degli o rfani, ma per un usuraio, arricchito con i prestiti e le ipoteche. Eppure quel giorno, al rumore della manata ricevuta da Tommasino, divenne rosso in volto come se fosse toccata a lui. Balz in piedi, afferr la giovane per un braccio e le misur, senza mollarglielo, un manrovescio di ben altra forza. Poi si volt verso i clienti che avevano smesso di mangiare, e come se si trovasse nella sala delle udienze e non all'osteria, lasciato il braccio della giovane, tenne una perorazione piena di sdegno e dispetto. E una vergogna disse profittare di un debole. Se il ragazzo non ha nessuno che lo possa difendere, son qui io a proteggerlo. E vi dico che se qualcuno oser ancora toccarlo, far i conti con me! Il finale fu a ccolto da una generale risata di scherno, alla quale fece in tempo ad associarsi il canonico Floreani che passando per la strada aveva sentito quella voce tonan te e aveva messo il capo dentro l'uscio. L'avvocato, profondamente offeso, gett il tovagliolo sul tavolo e se ne and senza guardare il ragazzo e senza neppure ricordarsi di salutare il suo cliente. Tutto per non pagare il conto disse il canonico. Ma non era cos, perch da quel giorno il Costamagna torn un paio di volte alla setti mana al "Rinoceronte", ora a mezzogiorno ora alla sera, facendosi servire pranzo o cena solo per controllare il comportamento dei padroni e dei frequentatori de ll'osteria. Nessuno toccava pi Tommasino, ma non c'era neppure pi chi gli badasse o si serviss e di lui.

Il ragazzo, al quale era stato tolto l'incarico di girarrosto, vagava per l'oste ria e spesso si rifugiava nel cortile, dove infilava una porticina e se ne andav a a casa sua. Privato degli schiaffi, si sentiva ignorato da tutti, disprezzato e messo sotto accusa, quasi che la protezione dell'avvocato l'avesse chiesta lui. Un giorno di mercato che il Costamagna, seduto al tavolo di fondo, teneva sotto il suo sguardo tutto il locale, Tommasino, entrato con il suo passo silenzioso d al cortile, gli si mise alle spalle. Alzate lentamente le braccia, con le sue manine gli fece spuntare due paia di co rna dietro la testa. Uno dopo l'altro i clienti se ne accorsero, e stettero a guardare senza ridere, per tema che l'avvocato si avvedesse dello scherzo. Il Costamagna non se ne avvedeva e continuava a fissare inviperito tutta quella gente che sembrava osservarlo con incredibile interesse. Ma dovette infine intuire qualcosa o sentire nell'aria una tensione, perch si vol t di scatto e sorprese Tommasino con le braccia tese, immobile come una statua. A quella vista si alz, arretr di un passo, poi gli moll due forti schiaffi che il r agazzo, lasciate cadere le braccia lungo i fianchi, ricevette con indifferenza. Nel silenzio che segu, l'avvocato prese la porta e se ne and per sempre dal "Rinoc eronte". Tommasino, applaudito e festeggiato dalla clientela e dai padroni, si trov ad ave re chiuso con quei due schiaffi la prima fase della sua carriera, perch venne pro mosso lavapiatti e passato in cucina, dove nessuno pens pi a schiaffeggiarlo e dov e solo il cuoco, di tempo in tempo, gli dava qualche pedata per ricordargli che la strada d'ogni mestiere sempre seminata di triboli e di pene. Baldassarre e Carolina. Ben poco stato scritto, e ben poco ormai si scriver, sull'internamento degli ital iani in Svizzera tra l'autunno del 1943 e la primavera del 1945. Qualche ringraziamento ufficiale alla Confederazione, due o tre libri usciti neg li anni immediatamente successivi e subito dimenticati, qualche commemorazione d opo dieci o dopo vent'anni, alcuni articoli di giornale e gli incontri pressoch c asuali di ex internati che non disdegnano di ricordare quei tempi poco gloriosi, sono quanto rimasto della fuga in Svizzera di circa quarantamila italiani, mili tari e civili, ai tempi dell'ultima guerra. Fuga, esodo o diaspora, come venne chiamato il fenomeno a seconda dei gusti, che ebbe i suoi varchi pi praticati nel tratto di confine tra il Lago Maggiore e il Lago di Como, con una punta di preferenza tra le colline che da Viggi digradano a l Mendrisiotto e in particolare nei dintorni del valico doganale di Gaggiolo, do ve passarono per primi, l'11 settembre 1943, venti prigionieri inglesi evasi dai campi italiani, seguiti il giorno dopo da novanta senegalesi, anch'essi proveni enti dai campi di concentramento aperti alla proclamazione dell'armistizio. La sera di quello stesso giorno, dal vicino valico della Cantinetta sopra Ligorn etto, entrava in formazione chiusa tutto il reggimento "Savoia Cavalleria": 15 u fficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli. Seguivano 8 autocarri, 2 automobili, 2 motofurgoncini, una motocicletta, 32 bici clette, 4 carrette e 4 barrocci che portavano, fra l'altro, un pacco di sigari t oscani, 30 bottigliette d'inchiostro, 2 pompe da bicicletta, un lucchetto, 31 fe rri da cavallo, 14 forme di parmigiano, 13 sacchi di fagioli e 17 sacchi di macc heroni. Le armi erano in proporzione: 744 fucili, 19 mitragliatrici, pistole, baionette, sciabole e pi di 70000 cartucce. Cos, stando al rapporto del colonnello Bolzani. Per tutto il mese di settembre continu, a ritmi alterni, l'afflusso dei militari e dei civili, con la media di un civile ogni tre militari. Ma ai primi di ottobre il passaggio si ridusse a un filo sottile che dur tutto il tempo della guerra, mutando sostanza e qualit a seconda degli eventi. Disertori, dispersi, renitenti di leva, ebrei, antifascisti, soldati della Repub blica di Sal, partigiani della Repubblica dell'Ossola, qualche ladro o delinquent

e che trovava comodo spacciarsi per perseguitato politico, e infine nei primi me si del 1945, i fascisti e i loro ausiliari. Ci furono, fra i numerosi stranieri che si mescolarono agli italiani nel cercare in Svizzera quel riparo che l'Italia invasa da due parti non poteva pi offrire, 7 indiani, 13 turchi, 5 svedesi, 3 tailandesi e un abissino: il principe Ghiorgh is Silasci, cugino del Negus. Era costui un bel giovane, nero come il carbone, che raccont alle guardie la sua storia: arrestato nei 1937 ad Addis Abeba dopo l'attentato a Graziani, insieme a lla figlia del Negus, a ras Imru e ad altri notabili fu portato in Italia. Durante la guerra venne confinato a Torino con la principessa sua parente, che m or di tisi nel 1942. Dopo l'8 settembre 1943 pensarono di metterlo pi al sicuro nel campo di concentra mento di Cesano Boscone, dal quale invece gli era riuscito di fuggire dopo sedic i mesi. Tenendosi il viso coperto e camminando prevalentemente di notte, si era diretto verso il confine svizzero. Capitato a Luino nel pomeriggio del 5 gennaio 1945, un "passatore" lo condusse s ui monti e lo infil in Svizzera tra Dumenza e Pianazzo. Solo e sperduto sotto la neve che cadeva abbondantemente, vag per i pianori finch vide le luci di un paese: Astano, i cui abitanti, esterrefatti alla sua apparizi one in quella sera di vigilia dell'Epifania, lo scambiarono per Baldassarre, uno dei tre Re Magi, in arrivo da lontani paesi. Ma vedendo che Gaspare e Melchiorre non sopravvenivano coi cammelli, e soprattut to che il nero viandante non portava oro n incenso n mirra, lo consegnarono alle g uardie di confine. A guerra finita, dalle parti del Gaggiolo, venne eretta una cappella votiva con una lapide che ricorda al passeggero il transito doloroso di tanti fuggiaschi in cerca di salvezza. I promotori dell'iniziativa, che erano dei superstiti nei quali non si erano spe nti i sentimenti di gratitudine verso la provvidenza divina e la Confederazione Svizzera (che a quell'epoca furono per molti una cosa sola e indistinguibile), p ensarono a far collocare la costruzione vicino al margine della strada, appena a l di l del confine italiano, bene in vista, cos che i passanti vi si potessero sof fermare pensosi e reverenti. Ma nessuno degna d'uno sguardo il tabernacolo e la lapide, rimasti soffocati e n ascosti dalle stazioni di rifornimento sorte oltre confine e allineate per chilo metri e chilometri una dopo l'altra, con le pompe sempre attive nell'erogare ben zina agli italiani, che in lunghe code accorrono giornalmente a riempire i serba toi delle loro macchine, a comprare sigarette, caff, cioccolata e quant'altro tol lerato dalla tabella doganale e dall'occhio annoiato delle guardie di Finanza. Dietro le pompe sorgono i condomini, con i negozi e le autorimesse, che fanno or mai di ogni valico un grande emporio e un mercato permanente. Un fiume di "frontalieri" vi transita mattino e sera andando e tornando dal lavo ro, migliaia di macchine sostano e ripartono col serbatoio pieno. Il piccolo valico d'una volta, con le due case dei doganieri solitarie e divise dal cancello che si apriva poche volte al giorno, diventato un ganglio pulsante di vita e di denaro. La cappelletta, nascosta dietro le nuove costruzioni e tra i cespugli irrorati d i benzina, nessuno pi la scorge n, scorgendola, vi si avvia. La lunga fila dei profughi, che passata dal Gaggiolo col suo carico di paura e d i speranza, gli inglesi, senegalesi, il "Savoia Cavalleria", i renitenti, gli eb rei, gli uomini politici del vecchio antifascismo, i ministri scaduti, il princi pe Silasci e tutti gli altri d'ogni colore e d'ogni razza, chiss se ancora ricord ano, dopo pi di trent'anni, queste umili terre della loro salvezza, chiss in quale piega del mondo sono finiti! Per richiamarli tutti ad un convegno almeno ideale , bisognerebbe riprendere un vecchio libro che ben pochi hanno letto, specialmen te in Italia: il volume ormai ingiallito che pubblic nel 1946 il colonnello ticin ese Antonio Bolzani, riportandovi, con poche frange descrittive, i suoi rapporti di servizio. Ufficiale d'altri tempi, il Bolzani, ormai scomparso da anni, che si scandalizza

va per ben poco in quei frangenti. "Cito il caso" scrive in una delle sue pagine "di un ufficiale che, subito dopo il suo arrivo al Campo di Lamone, ha domandat o dove poteva trovare una stiratrice per far stirare i pantaloni; e ancora il ca so di quattro giovanissimi ufficiali che ho sorpreso a Gudo, fra mille altri sol dati italiani, inglesi, sudafricani, a giocare alle carte con biglietti d'ogni t aglio sul tavolo. Ma la grande maggioranza" continua il colonnello "vorrei dire la quasi totalit, f ormata da bravi giovani senza guida, senza orizzonte..." E' una delle poche diva gazioni o giudizi che il bonaccione si concede, perch il suo stile stringato, mil itaresco, come si pu vedere pi avanti, dove annota: All'alba del 4-4-'45 la Signor a Carolina vedova fu Costanzo Ciano, nata Pini, di Livorno (26-5-'83), collaress a dell'ordine supremo della SS. Annunziata, ha varcato clandestinamente il confine svizzero nella localit di Gagg iolo-Stabio". Anche lei. E sono gli ultimi arrivi, i segni della fine. La grande bufera stava per avviarsi alle estreme convulsioni. Il colonnello chiude il libro e la storia incomincia, in silenzio, a comporre fa tti e figure sullo sfondo, per quel che riguarda l'internamento degli italiani i n Svizzera, dal valico doganale di Gaggiolo.

Onor di furfante. Prezioso Bonalumi, del quale ho gi narrato in parte le imprese in altri scritti, era uomo da compromettere chiunque lo frequentasse. Tollerare le sue effusioni in pubblico, l'essergli amico o comunque intrinseco e farne mostra, non serviva alla buona fama di alcuno. Ma in privato, testa a testa, o al caff dove si sta con tutti e con nessuno, non c'era dignitario locale o semplice galantuomo che lo evitasse, tanto era dilette vole la sua compagnia e vivace la sua conversazione. Parlasse in lingua o in dialetto, il suo discorso fioriva incessantemente d'imma gini, di motti, di doppi sensi e di parole abilmente deformate e stravolte. Ma quel che pi attraeva i suoi ascoltatori, erano i fatti che raccontava, da gran fabulatore, capace di far vivere e agire le donne, i cavalier, l'armi e gli amo ri di quel mondo di ruffiani e delinquenti che gli roteava intorno. Contrabbandiere, ladro, truffatore e millantatore di credito condannato pi volte bench quasi sempre in prossimit di provvidenziali amnistie, il Bonalumi viveva tra il mio paese e il suo, ma passando almeno met settimana a Milano, che era il tea tro delle sue gesta. Chiamato Prezioso al battesimo perch nato il primo di luglio, giorno del Preziosi ssimo sangue di Ges Cristo, l'allegro furfante aggiungeva alla stranezza del nome una deformazione fisica: era zoppo per l'accorciamento della gamba sinistra a s eguito d'una frattura che si era procurato saltando da una finestra. Quando scendeva dalla sua vecchia automobile e veniva verso il caff quasi di cor sa, saltellando leggermente e agitando le braccia come un danzatore per nasconde re o almeno confondere il ritmo della sua andatura, sembrava un giullare o un co ribante intento a una pantomima, che poteva essere la sua stessa caricatura, opp ure la presentazione in forma cordiale e festosa della sua figura di ladro e d'i mbroglione. Aveva casa, o meglio rifugio, in tre posti. Al suo paesello dove la famiglia che lo aspettava sempre di ritorno gli teneva d isponibile una stanza e un posto a tavola, al mio paese, dove aveva fittato un m

agazzino al pianterreno d'una vecchia casa dentro il quale qualche volta passava la notte non peritandosi di portarvi femmine perdute e compagni di malavita a g ozzoviglia, a Milano, dove aveva casa all'ultimo piano di un decrepito edificio, nel dedalo delle traverse che diramano dal corso Garibaldi. Niente pi di una stanza affacciata sui tetti, nella quale entrava attraverso una finestra, avendone fatto murare la porta per sfuggire alle ricerche degli uffici ali giudiziari che tentavano sempre invano di notificargli avvisi di comparizion e e citazioni, e per riuscire irreperibile ai militari della Benemerita che spes so lo cercavano a seguito di denunzie o di indizi a suo carico. Egli dava infatti, oltre alle normali fregature, qualche coltellata di tempo in tempo, ma solo occasionalmente e a malincuore, perch non era un violento, e ricor reva al coltello come sarebbe ricorso al revolver, non gi per terrorizzare le sue vittime, che preferiva raggirare abilmente, ma solo per farsi rispettare e teme re quanto bastava nell'ambiente dei grassatori e taglieggiatori del quale si tro vava impropriamente a far parte. Una cos costante attivit, praticata con impegno per circa un trentennio, non gli p rocur in tutto pi di sette anni di carcere, dei quali solo tre effettivamente scon tati. Un buon bilancio, secondo il suo giudizio, una discreta riuscita, se si tien con to che nel corso della sua carriera aveva messo da parte quanto bastava ad assic urargli una tranquilla vecchiaia. Nel mio mestiere confidava agli intimi e agli ammiratori bisogna sapersi ritirar e a tempo, come nello sport. Il Prezioso infatti si ritir al momento giusto, verso i cinquant'anni, appena la mano cominci a diventargli pesante e quando la malavita, con l'ultimo dopoguerra, stava passando dalla fase artigianale a quella industriale e cominciava a richi edere dei tecnici e degli specialisti in ogni sua branca. Deciso a mutar vita in ogni senso, si accas con una vedova della sua et, scegliend ola in un ambiente del paese che gli era le mille miglia lontano: quello delle d evote. Giacomina era infatti presidentessa della Congregazione femminile del Santo Rosa rio. Una buona donna, che lo spos certamente per redimerlo, e senza immaginare che il Prezioso si era semplicemente messo a riposo. Lo si vide, da allora, sempre pi raramente, e quelle poche volte, al volante di u na modesta automobile, con seduta al fianco la sua signora, sempre in nero, dire tta a santuari e a luoghi di devozione, dove il Prezioso l'accompagnava non pass ivamente, perch giunto a Roma, a Lourdes, a Loreto, a Caravaggio o ad un'altra de lle mete richieste dalla moglie, partecipava anche lui alle cerimonie, ai canti, alle processioni e alle eventuali penitenze. Al paese non perdeva mai la messa della domenica, e si era fatto tanto amico del curato e cos assiduo frequentatore della chiesa, che i villeggianti lo scambiava no per un sagrestano o per uno di quei collaboratori volontari che sono il soste gno delle parrocchie. Dopo un paio d'anni, venne eletto presidente dell'"Asilo d'Infanzia". E chi lo vedeva seduto in una poltrona di broccato rosso col poggiapiedi, al cen tro del Consiglio e contornato dai benefattori mentre assisteva commosso alle pi ccole accademie dei bambini, faticava a credere che si trattasse di un matricola to furfante, ancorch redento e convertito all'onesto vivere. Con i soldi di mala provenienza si era fatto costruire la comoda villetta dove p ass ad abitare dopo qualche anno di matrimonio. Scorreva cos la vita di Prezioso Bonalumi, quando una sera, verso le ventidue, me ntre sostava nel tinello davanti all'apparecchio televisivo e la moglie era gi a letto da un'ora, sent un rumore sospetto. Si mantenne immobile e drizz le orecchie. Qualcuno stava sollevando la tapparella del salotto. Si avvi allora in punta di piedi all'uscio posteriore, fece il giro della casa e vide due giovani che stavano fissando un manico di scopa sotto la tapparella per tenerla alzata un metro da terra. Li lasci entrare, poi molto cautamente li segu.

I due, guidandosi con una piccola torcia elettrica, si diressero a una specie di scrivania che troneggiava contro un muro, ne aprirono i cassetti e cominciarono a fare una scelta del contenuto. A quel punto Prezioso, che era vicino all'interruttore, accese la luce e si pres ent sulla porta del salotto. I due giovani rimasero come fotografati: uno con in mano un orologio d'oro che t eneva per la catena, l'altro con una grossa spilla tra le dita. Bene disse Prezioso. Bravi. Siete entrati senza far danno, con poco rumore, e avete individuato subito il ca ssetto giusto. Quell'orologio continu cambiando voce con la sua catena, l'ho sfilato nel 1951 da l taschino d'un allevatore a San Siro. La spilla invece l'ho tolta dal "plastron" del mio avvocato, mentre lo abbraccia vo in tribunale, dopo che mi aveva ottenuto una assoluzione. Se non lo sapete, io sono Prezioso Bonalumi. I due giovani ladri, sapessero o no che quel nome designava uno dei pi grandi mae stri dell'arte loro, deposero l'orologio e la spilla nel cassetto aperto, lo ric hiusero e passando mogi mogi davanti al Prezioso, raggiunsero la porta-finestra dalla quale erano entrati. E ricordatevi aggiunse il Bonalumi che orologi e gioielli non sono buone prede. Quando li cedete ai ricettatori, ne cavate ben pochi soldi. Senza contare che sono oggetti facilmente riconoscibili, e quindi un vero passap orto per la galera. Soldi, dovete cercare. Solo soldi. Tenetelo a mente! I giovani, che si erano soffermati, assentirono in silenzio. Poi, senza voltarsi, s'infilarono sotto la tapparella e scomparvero nel buio. La mattina dopo il Prezioso, aprendo il cassetto della scrivania si accorse che mancava un rotolo di biglietti di banca fermato con un elastico: trecentomila li re. Torse il viso con una smorfia amara, richiuse con rabbia il cassetto e alla mogl ie che gli si avvicinava in quel momento disse: Come cambiato il mondo, Giacomin a! Quanta slealt e quanta disonest al giorno d'oggi!.

Faccia di palta. "Mi mangiai", diceva Luigi Bartolini in una delle sue poesie, "la giovinezza. Era tenera - era buona - come petto di piccione..." Bisogna averla mangiata, con sumata, sprecata, la giovinezza, per ricordarla come un bene. Una parte della mia la passai a Milano, dove decisi di andare a vivere, o meglio

a cercare i mezzi per vivere, dopo aver sdegnato quelli di casa mia, in verit mo desti. Mi allogai, appena arrivato, nella zona di Porta Romana, in Via Anfiteatro, nell a casa di un mio conterraneo, mangiando alle sue spalle nelle osterie di corso G aribaldi, Via Varese, Via Palestro e talvolta fuori Porta, verso la Bovisa o il Greco. Trippe brodose che solo a ricordarle mi viene l'appetito, cotolette panate, less i di manzo con la pelle bianca appiccicata all'intracosta, salse verdi, mostarde di Cremona, insalate, cipolle lesse e quartini di vino violaceo e freddo che bi sognava bere e dei quali avrei volentieri fatto a meno. Col paesano, che era mediatore d'affari d'ogni sorta, in genere poco puliti, non restai a lungo. Guadagnati i primi soldi, mi portai verso zone meno malfamate, prima in via Terr aggio poi nella vicina Via Sant'Agnese, in casa di una sarta che affittava un lo caletto ricavato nel salone dove provava i vestiti alle clienti. Il tramezzo divisorio era di assicelle leggere, ricoperte con una carta a fiori, tutta anemoni e margherite. Nel centro delle margherite i miei predecessori avevano praticato dei piccoli fo ri, uno qua uno l, a varie altezze. In quella stanza, mi arrivava di buon mattino il suono della tromba che dava la sveglia ai soldati della vicina caserma di piazza Sant'Ambrogio. Ma mi riaddormentavo subito, fino a quando, verso le otto, la sarta cominciava a pedalare sulla "Singer". Le clienti arrivavano per le prove verso le undici o al pomeriggio, quando ero f uori. Ma rientravo, per mettere l'occhio ai forellini, a varie ore, quando non stavo i n un caff di Corso Italia con la stecca in mano, assorto nel gioco del bigliardo o seduto a un tavolino con le carte spiegate a ventaglio davanti agli occhi. Altre ore le spendevo meno vanamente all'"Ambrosiana" o alla "Braidense", dove d 'inverno stavo al caldo e d'estate al fresco. Mettevo il naso anche in qualche libreria o lo piegavo sulle bancarelle di Piazz a Cairoli ma senza incontrare mai poeti, scrittori o artisti della mia generazio ne, bench ve ne fossero, come seppi pi tardi, e stessero proprio in quel tempo per manifestarsi. Sinisgalli infatti arriv nel 1932 da Roma, Sereni nel 1933 da Parma, Quasimodo e Gatto nel 1934 dal meridione, Anceschi, Ferrata, Bo, Vigorelli e altri vi erano nati o ci vivevano dall'infanzia. Li trovai, tutti molti anni dopo, durante la guerra, e qualcuno a guerra finita, come gente che aveva viaggiato sul mio stesso treno ma dentro altre carrozze. Quando ero ancora a Milano, ignaro d'ogni presenza letteraria che non fosse quel la di Guido Da Verona, il quale si mostrava impellicciato e con un cane in bracc io in Galleria, scoprii sul banco d'un libraio "Les fleurs du mal" di Baudelaire . Qualche giorno dopo sbirciai, tra le pagine non tagliate; le prime poesie di Ung aretti e di Montale. Ma l'unico poeta che conobbi in quel tempo, al caff "Grande Italia" in Galleria, fu un tal Nisa, paroliere, che scriveva canzonette. Vittorio Sereni, che era stato ragazzo con me al mio paese, dovevo ritrovarlo an che lui pi tardi, nelle pagine di "Frontiera" quando gi rumoreggiava la guerra. Al "Grande Italia", dove mi attirava la ragazza dei bigliardini a premio, che po i conobbi e accompagnai tante notti dopo la chiusura in Via San Giovanni sul Mur o dove abitava, passavo le sere intronato dall'orchestra e qualche volta cenavo, come un signore, dilapidando i soldi che mi sarebbero bastati per vivere tre gi orni, pur di far colpo sulla ragazza, che in piedi dietro i bigliardini mi guard ava mentre mettevo al collo il tovagliolo. Allora anche i signori, e li avevo osservati bene dietro le vetrate del "Savini" e del "Biffi", infilavano l'angolo del tovagliolo nel colletto. Finita quella piccola passione, dopo qualche comparsa al "Carminati" in piazza D uomo, che era un "dancing" sul gusto del Museo Grevin, passai all'"A.B.C.", un r istorante che si apriva sull'angolo tra via Manzoni e via Verdi e dove si pranza

va a prezzo fisso con due tariffe: sei lire e quattro lire e mezza, cio con frutt a o senza frutta. Ci andavo una o due volte alla settimana, a mezzogiorno, per rifarmi dei pasti i n latteria. All'"A.B.C." si toglievano la prima fame della giornata alcuni personaggi che al la sera pranzavano signorilmente al "Biffi": gente di prim'ordine ma senza famig lia, ricche vedove, reddituari, ex ufficiali superiori, nobili o commendatori ri tirati dagli affari, che temendo di non poter sostenere fino alla morte il loro abituale tono di vita regolavano le spese. Dietro uno di loro, un gentiluomo sempre vestito di nero e alto quasi due metri, andai un pomeriggio al "Biffi" in Galleria pedinandolo per curiosit, tanto mi er i sembrato misterioso. Lo seguii fino all'ammezzato, dove mi accorsi che lo aspettava, nei saloni da bi gliardo, un altro di quei signori che spesso mangiavano all'"A.B.C." per sei lir e e cinquanta e alla sera si mettevano in vetrina al "Biffi" col tovagliolo al c ollo. Era costui, a giudicare dalle forti sopracciglia e dalla caramella che portava i ncastrata nell'occhio destro, un generale, forse in pensione. I due cominciarono a giocare molto cavallerescamente, mentre in disparte, con ri spettosa curiosit, stavo in grande ammirazione. Il generale fu sconfitto, batt i tacchi e se ne and. L'altro, ancora voglioso di giocare, scorgendomi tra le pieghe d'un tendaggio e vedendomi sul viso una espressione ammirata, mi invit a prendere la stecca abband onata dal generale. Commendator Medaglia disse per presentarsi. E poi subito, senza curarsi della mia risposta, che del resto non diedi essendo per me una novit quel declinare nome e titoli prima di una partita di bigliardo, mi chiese: Cosa vuol giocare? Sei lire e mezza risposi. Mi guard con disprezzo, forse riconoscendomi per un commensale del mezzogiorno, p oi mise palla e pallino all'acchito e con un largo gesto mi diede il vantaggio d el primo tiro. Vinsi la partita. Mi propose la rivincita, che perse, e poi la pari di tutto: ventisei lire, che p er allora erano una somma. Vinsi ancora. Il commendator Medaglia, dopo avermi dichiarato che giocatori come me se ne pote va bere un paio al giorno come uova fresche, perse il raddoppio di cinquantadue lire e poi il paroli di centoquattro. Arrivato a quel punto, gett la stecca sul bigliardo, tolse dal portafogli una ban conota gialla da cento lire e da un taschino del gil quattro lirette. Ma lei, le aveva le sei lire e mezza? mi chiese inviperito. Cavai di tasca tutti i soldi che avevo appena intascato, poi deposi in fila sul panno verde, una dopo l'altra, sei lirette e una mezza lira. L'indomani tornai, alla stessa ora, disposto a concedere la rivincita al commend atore. Ma un anziano cameriere in frac che sembrava Gioachino Rossini, il medesimo al q uale avevo lasciato quattro lire di mancia il giorno prima, mi invit ad andar via . Mi aveva preso per un giocatore di vantaggio o per un poco di buono. Uscendo incontrai sull'entrata il commendator Medaglia che mi riconobbe e mi fer m: Dove va? Torni indietro! Le chiedo la rivincita. Rientrai al suo fianco e salii ai bigliardi, dove presi la stecca e cominciai il gioco. Il cameriere che mi aveva messo alla porta mi guardava, ma non osava parlare. Sempre giocando, dissi al commendatore: Lo vede quel cameriere che sta impalato contro la tappezzeria? Un momento fa mi ha cacciato fuori. Lei, che commendatore, dovrebbe farlo castigare. Il cameriere sorrise imbarazzato, ma il Medaglia, che badava solo alla partita, si limit a dargli un'occhiata: stava vincendo e non pensava ad altro. Incass infatti venti lire, che tale era stata la posta, e si dispose a combattere

la seconda partita, che vinse ancora ma con qualche difficolt. Respir gonfiando il largo petto con profonda soddisfazione e si dichiar disposto a l paroli di quaranta lire. Accettai e mi and bene. Non ci fu pi mezzo di abbassare la posta, cos che a quaranta lire per partita, dop o due ore perdeva cinquecento lire. Il cameriere, che andava e veniva occhieggiando anche dalle tende, si avanz e chi am in disparte il commendatore, che con la stecca in mano lo ascolt incurvandosi, tanto era alto di statura. Lo lasci parlottare un momento, poi si raddrizz e dando un balzo disse: Ohib. Lo squadr malamente e gli ingiunse di chiamare subito il direttore. Arriv un distinto signore al quale il Medaglia, agitando la stecca e alzando la v oce disse: Direttore, mi tolga dai piedi questo cameriere rimbambito che si perm ette di insultare i clienti. Ha avuto il coraggio di venirmi a dire in un orecchio che il mio avversario un m ariuolo e che mi fa ballare come vuole, quasi fossi un cretino o un pollo!. Il direttore assegn seduta stante il cameriere ai tavolini esterni e ne mand un al tro nelle sale superiori. Ripreso il gioco, all'ora di cena il commendator Medaglia perdeva mille e duecen to lire. Era umiliato e sembrava perfino calato di statura. Ho un impegno disse guardando l'orologio e me ne devo andare, ma sar qui domani a lle quattordici: se uomo d'onore, non manchi! Non mancai, e vinsi altre settecen to lire, non tanto perch giocavo meglio, quanto perch ero tranquillo, mentre lui f umava continuamente, beveva un caff dopo l'altro e aveva un tremito nervoso nelle mani che gl'impediva di colpire giusto la palla. Dopo avermi gratificato di parecchi insulti ben dissimulati sotto l'accusa di tr oppa fortuna, accusa che formulava con termini indecorosi per un commendatore e accennando a parti del corpo umano poco nominabili, alla fine d'una partita che avevo vinto con due punti di "buca" all'apparenza miracolosi, posando la stecca mi domand: Da chi ha imparato lei a giocare? Da un certo cavalier Forzinetti. ris posi che del mio paese e col quale ho giocato e perso per due anni. Forzinetti! esclam. Doveva dirmelo prima. E' uno dei pi grandi giocatori di bigliardo che abbia mai incontrato. Giocavo con lui trent'anni fa su questo stesso bigliardo. Sar dissi ma ho profittato poco dei suoi insegnamenti. Sono molto lontano dal suo stile e non riesco a far mio il suo appoggio, con l'i ndice accavallato sopra il medio. Un appoggio ideale, che consente una precisione insuperabile. Comunque concluse il commendatore lei un professionista e giocando con un dilett ante anche di vaglia come me, ha un vantaggio che non intendo pi consentirle. Se non mi d una dote di trenta punti sui cento smetto di giocare con lei. Posai la stecca, pagai il cameriere e me ne andai in silenzio. Mentre ero per la scala sentii che il commendatore, a voce alta, diceva al camer iere: Tipi di questo genere non ne dovete far entrare al "Biffi". Questo un posto per veri signori e non per lavativi e facce di palta come quello che giocava con me!. Stavo per tornare sui miei passi e andare a gettare sul bigliardo, se non in fac cia al commendator Medaglia, i soldi che gli avevo vinto. Ma forte della mia buona coscienza di modesto giocatore, tornai nella stanza in Via Sant'Agnese, feci la valigia e disgustato lasciai Milano. Doveva essere l'autunno del 1932 proprio il tempo in cui i poeti della mia gener azione insieme ai pittori e ai primi critici ermetici, uno dopo l'altro alzavano la testa.

Il parabolano. L'aver conosciuto al caff "Cavour" un uomo come Louis C. Fadigati e averlo pratic ato per anni, fu certamente effetto di biasimevole curiosit e della facile presa che aveva sulla mia fantasia ogni persona di esperienza. Ma Louis Fadigati, che prima di ridursi a vivere nella citt dove abitavo aveva ba ttuto in lungo e in largo l'America del Sud e del Nord, presentava caratteri est erni e note fisiognomiche cos particolari, da destare interesse anche nei pi vecch i e scettici clienti del caff. Non poteva quindi sfuggire alla mia curiosit, cos come non sfugg a lui, fabulatore e millantatore della sua vita e dei suoi viaggi, un attento ascoltatore come me. La mia ammirazione per le sue imprese e la sua riconoscenza per la mia credulit, finirono col renderci indispensabili l'uno all'altro e col simulare tra di noi u na specie di amicizia, la quale s'ingravid d'un grande progetto: andare insieme i n Bolivia, nel Per, nel Cile e negli altri stati del Sud America che lui aveva ba zzicato per trent'anni in qualit d'uomo d'affari, riallacciare i rapporti coi re dello stagno, dell'argento, del petrolio e del guano che aveva conosciuto, otten ere il loro appoggio e concludere qualche grossa fornitura, di quelle che nel gi ro di un paio d'anni bastano ad arricchire un uomo. Che lui, Louis C. Fadigati, dopo trent'anni di tali forniture e nonostante la su a intimit coi Patino e i Materasso non fosse che un modesto reddituario o, peggio , un pover'uomo alla fine delle sue scarse riserve, non voleva dir nulla. Non mi aveva forse raccontato a saziet quali tracolli di Borsa, quali infedelt di collaboratori e di soci gli si erano accanite contro? Senza contare il terremoto di Valparaiso, nel quale aveva perduto una villa e una scuderia con cento caval li da corsa, o il ladro di Antofagasta che gli aveva sottratto una valigia di qu indici chili, piena di dollari in biglietti da cinque e da dieci. Dove se ne andasse con quella valigia, non ebbi il coraggio di chiederglielo, e il Fadigati non me lo confid mai, limitandosi a lasciarmi capire che si trattava di un grosso affare di Stato, nel quale si trov mescolato a causa della sua amici zia col presidente di una repubblica al di l delle Ande. Non vi , con simili parabolani, miglior modo di spingerli all'esagerazione e alla iperbole, che quello di ascoltarli attentamente, di interrogarli con parsimonia su qualche particolare e soprattutto di crederli, come io credevo il Fadigati, dall'a alla zeta, godendo il piacere di aver dimestichezza con tanto uomo e di p artecipare, bench di riflesso, ai grandi fatti della sua mirabile vita. DR. LOUIS C. FADIGATI si leggeva nel biglietto da visita infilato sotto vetro, a lat o della sua porta. Ma il "Dr.", a ben guardare, non era che l'ultima, quella storta, delle tre gamb e di una M in carattere gotico, seminascosta dal bordo della targhetta, con a fi anco la "r" che la seguiva nell'abbreviazione di Mister. Luigi Cesare Fadigati infatti non era dottore e non aveva alcun bisogno di esser lo, in nessuna disciplina, tanti erano i suoi talenti in ogni campo della umana attivit. Di origine bresciana o bergamasca e d'estrazione piccolo borghese, verso il 1910 era andato in Sud America presso uno zio piantatore per aiutarlo nella conduzio ne d'una "fazenda". Morto lo zio, il giovane Fadigati pass negli Stati Uniti, ben equipaggiato e con un conto in banca, frutto della liquidazione d'ogni bene mobile e immobile che i l parente gli aveva legato in eredit. Imparato che ebbe l'inglese, non gli fu difficile tornare in Sud America come ra ppresentante di una grande fabbrica di macchine per l'industria estrattiva. Per anni aveva percorso le miniere di stagno, di argento, di rame e d'altri meta lli vendendo escavatrici, martelli pneumatici, "decauvilles", frantoi, sonde, tu bi, pompe e motori d'ogni specie. Quale fosse stata la sua effettiva importanza di rappresentante, non facile stab ilire. Stando ai suoi racconti, aveva venduto navi intere di macchine gigantesche, dota ndo il Sud America di quasi tutta la sua attrezzatura industriale.

Un simile lavoro, lo aveva messo in contatto con gli uomini di governo e con le grandi dinastie degli imprenditori che sfruttavano il continente dall'istmo di P anama alla Terra del Fuoco. E il Fadigati era ceffo da poter stare a fronte di chiunque. Alto, quadrato, provvisto di un naso potente e di due occhi imperiosi, aveva tra tto da natura un piglio sicuro e qualche volta, quando occorreva, maestoso. La sua voce, calda di tono, lasciava supporre una riserva di potenza da poter ba stare a un basso profondo dell'opera lirica. Gran parlatore, avvolgeva, come il baco da seta, l'ascoltatore in una bava di sf umature e di effetti marginali dai quali traeva, al momento giusto, il colpo di scena finale. Dopo il quale socchiudeva gli occhi e alzava un po' le spalle, come per dire: "P iccolezze, sciocchezze", anche se aveva raccontato come gli era riuscito di scop rire il tesoro degli Incas o se aveva dato la ottantesima versione di un suo sco ntro sul terreno, pistole alla mano, col re della canna da zucchero. Camminava sempre diritto, col busto immobile, sventolando un paio di larghi calz oni e librando a quasi due metri d'altezza un sombrero, di feltro l'inverno e di paglia l'estate. A sottolineare e documentare il suo stato di "rentier", o comunque di benestante , di persona che non aveva impegni di sorta o occupazioni di lavoro, serviva il bastone di canna col quale si accompagnava il passo: un bastone di almeno dieci centimetri di diametro, giallo, simile a quelli di stoffa che i pagliacci dei ci rchi usano per dare le botte in testa al compagno. Con un uomo di tal fatta avrei dovuto percorrere la costa del Pacifico, salire g li altipiani di Lima e di La Paz, internarmi nel continente fino al lago Titicac a e al Pilco Mayo, scalare le pendici dell'Illimani e scendere sul litorale cile no, standogli a fianco quando presentava il suo collaudato biglietto da visita, o dietro, nella mia qualit di "subitsott", come gi mi chiamava, intendendo per "su bitsott" il suo vice o il suo alter ego. Ma il Fadigati, che durante due anni mi aveva dato ogni settimana per imminente la partenza, differendola ora in attesa dell'elezione di un certo presidente, or a aspettando la caduta di un certo ministro o d'un generale di laggi, arriv con le sue titubanze all'autunno del 1938, quando la guerra sembrava ormai imminente. In quei mesi sopravvenne, a dar fiato all'Europa, l'accordo di Monaco. Ma il Fadigati aveva capito che la guerra era inevitabile. La sentiva nell'aria col suo naso che aveva fiutato in anticipo, a suo dire, il terremoto di Valparaiso. Bisogna affrettarsi disse, e mi accompagn a Milano, dal Console di Bolivia, per o ttenere il visto, che arriv solo nell'estate del 1939. Sentivo anch'io arrivare la guerra e temendo di non fare in tempo ad abbandonare l'Italia, in agosto mi portai a Zurigo, donde avrei raggiunto il porto di La Ro chelle, presso Bordeaux, dal quale il 16 settembre partiva per il Callao la nave "Oropeza" sulla quale il Fadigati aveva deciso di compiere con me il viaggio. A Zurigo l'anno prima c'era stata una grande fiera internazionale e si diceva ch e anche nel 1914 la guerra era scoppiata dopo la fiera dell'anno precedente. Ma l'estate era al colmo e la citt, col suo lago, viveva il tempo migliore dell'a nno. Andavo per le strade lungo la Limmat o in riva al lago, alla sera mangiavo nel r istorante di un certo Baldini, un toscano che era andato in Svizzera come ciabat tino e aveva fatto fortuna. Dormire, dormivo in una bella casa in collina dalle cui finestre vedevo il lago. Fu proprio mentre guardavo il tramonto in piedi davanti ad una di quelle finestr e, che la sera del 4 settembre sentii uscire dall'apparecchio radio, posato sopr a un mobile alle mie spalle, la notizia che le truppe germaniche erano entrate i n Polonia. La Francia e l'Inghilterra intervennero in difesa della Polonia nel giro di un p aio di giorni e prima che finisse la settimana l'Europa era in guerra. Andai, una di quelle mattine, al Consolato d'Italia dove un mio amico e compaesa no era impiegato di concetto, per domandargli se l'Italia sarebbe scesa in campo .

Il mio amico non ne sapeva nulla, ma un suo collega mi assicur che da un giorno a ll'altro l'Italia avrebbe attaccato la Francia. Andai allora al Consolato di Francia per sentire che aria spirava. Il console in persona mi disse che se mi fossi trovato in Francia al momento di una prevedibile entrata in guerra dell'Italia, sarei stato preso e messo in camp o di concentramento. Ad ogni buon conto, ritenendomi un prossimo futuro nemico, annot il mio nome, que llo della nave sulla quale contavo d'imbarcarmi e il giorno della partenza. Pensai al Fadigati, che doveva essere a Bordeaux e sul quale la polizia aveva gi forse messo le mani. Ma non mi restava che tornare in Italia. Il giorno dopo il mio arrivo, al caff, trovai il Fadigati seduto vicino alla vetr ina con le mani appoggiate sul bastone. Anche lui aveva rinunziato al viaggio. Siamo in gabbia mi disse. E non aveva torto, perch in quei giorni ci fu ritirato il passaporto. L'anno dopo, quando ero gi sotto le armi, appresi dai giornali che la nave "Orope za" era stata affondata in Atlantico da un sommergibile tedesco. Non avrei mai creduto di poter passare la guerra, che mi era apparsa come un fiu me in piena, senza alcun danno, proprio come uno che avesse passato un guado sen za neppure bagnarsi i piedi. Richiamo alle armi, bombardamenti aerei, occupazione straniera, fuga ed esilio, mi sembrarono una ricchezza della vita e della sorte, guardandoli dalla riva che avevo toccato. Tornai, appena possibile, nella citt dove avevo casa. Tutto era come prima o quasi. Dormii nel mio letto, guardai al mattino dalle mie finestre e vidi il caff, su di un lato della piazza, con la sfilata dei tavolini davanti ai portici e il vecch io cameriere Augusto che scacciava le mosche col tovagliolo tra un tavolino e l' altro. Scesi e andai al caff. Il Fadigati era seduto dietro la vetrina, con le mani sul suo bastone. Ma pareva l'ombra dell'uomo che era stato: dimagrito nel corpo e anche nel naso che era ridotto a una ventola, col bastone e il cappello diventati enormi e spro porzionati, se ne stava come sbalordito a guardare dai vetri la gente che passav a. Mi salut appena. Gli sedetti accanto e gli dissi che la nave "Oropeza" era colata a picco nel via ggio da La Rochelle al Callao. Risultava infatti fra quelle affondate dai sottomarini tedeschi. Sorrise con compatimento scuotendo il capo e a bassa voce mi precis che l'"Oropez a" era stata affondata solo nel febbraio del 1940. Se lei avesse avuto il coraggio di partire mi sussurr l'avrei seguita in qualche modo e a quest'ora saremmo ricchi e potenti. Invece siamo qui, a guardar fuori dai vetri del caff. Ieri ho ricevuto la lettera di un mio vecchio amico, l'ex presidente Esteban Pen aranda. Dice che sta lavorando per tornare al potere e che mi aspetta. Vuole affidarmi un incarico importantissimo. Ma due anni or sono ho subito l'asportazione d'un rene e sei mesi fa mi hanno to lto la prostata. Ho la cataratta all'occhio sinistro, un po' di enfisema polmonare. Non ne avr per molto, ma avrei preferito lasciare le ossa in Bolivia. Penaranda mi avrebbe eretto un mausoleo. Certamente dissi. E dopo avergli posato una mano sulle sue che stavano sovrapposte l'una all'altra sopra il manico del bastone, me ne andai, lasciandolo col capo ciondoloni a sog nare il mausoleo che aveva perso forse per colpa mia.

Aurelia Armonio. La storia di Aurelia Armonio, nata in America, nel Vermont, da emigranti italiani una settantina d'anni fa e morta all'et di circa quarant'anni in stato di miseria e di abiezione, non allegra ma neppure tragica. Narrata parzialmente in un mio romanzo di quindici anni fa, ad alcuni sembr di ce rto comica, tanto era evidente nell'Aurelia la parodia delle grandi passioni e l a pretesa di vivere, nel piccolo ambiente d'un paese, dei melodrammi che possono avere cittadinanza solo sul palcoscenico. Venuta in Italia dal Vermont in giovanissima et, non si sa se coi genitori o sola dopo esserne rimasta precocemente orbata, l'Aurelia crebbe come pot e fuori dall 'attenzione d'ogni suo possibile biografo. Per cui la troviamo, gi trentacinquenne, collocata in quattro stanze rustiche, ne l suo paese d'origine, in prossimit del confine con la Svizzera. Qualche anno dop o la maggiore et aveva trovato marito, un tal Costante, di cognome Pirla, casato assai frequente nelle nostre vallate ma ora pressoch scomparso ad iniziativa degl i stessi portatori di quel cognome, quasi tutti fattisi diligenti ad ottenerne l a modifica in Perla, Parola, Pirola o simili, onde sottrarsi allo scherno troppo facile che la parola consente. Emigrante dislocato in Svizzera tedesca donde faceva ritorno solo per pochi gior ni a Natale, il Pirla era una entit astratta, raramente evocata dalla moglie, che col suo comportamento pareva testimoniare un completo distacco dal coniuge, san cito se non determinato dal mancato raggiungimento d'uno degli scopi del matrimo nio: la procreazione dei figli, non mai avvenuta per cause ignote ma probabilmen te da imputarsi al Pirla, dovendosi ritenere l'Aurelia feconda, o almeno feconda bile per il solo fatto delle cautele che esigeva nei suoi incontri amorosi. Nel romanzo del quale ho parlato, figura assai succintamente la sua vita, per la parte che era venuta a coincidere con le vicende del Camola, personaggio chiave di quella storia. E' detto, al dodicesimo capitolo di quel libro, che l'Aurelia "era piccola, graz iosa, nera di capelli e molto pallida: forse non molto sana di polmoni". Di lei viene notato che era fumatrice accanita, come poche donne ai suoi tempi, che aveva pose romantiche e atteggiamenti teatrali, appresi e fatti propri nel c orso della sua attivit di filodrammatica. Viene taciuto, ma bene dirlo ora, che la donna si era data presto al bere: vino, ma specialmente Marsala, tanto che il suo fiato odorava del caratteristico arom a di quel prodotto, allora in uso anche nelle famiglie pi modeste come una bevand a di lusso da offrire a bicchierini in caso di visite o da portare in tavola a c oronamento dei pranzi di Natale e Capodanno. Il Camola, giovane allora diciottenne, era entrato nella vita gi torbida e peccam inosa dell'Aurelia come una ventata primaverile. Pare infatti che la prima infrazione dell'Aurelia alla fede coniugale, avvio a u na serie di cedimenti che doveva trovar tragico termine, fosse da registrare nei primi mesi successivi al matrimonio, quando, partito il Pirla per i suoi lavori di stucco in Germania, l'Aurelia si sent sola davanti ad un lungo e dolcissimo a utunno. Il paese nel quale viveva, di non pi di un centinaio d'abitanti, per la sua infel ice posizione presto abbandonato dal sole, diventava con l'ottobre un grigio e f umoso agglomerato di catapecchie circondate da poveri orti e deserti pollai. Una piccola osteria, una botteguccia di alimentari con spaccio di "Sale e tabacc hi" e un "Circolo ricreativo" con gioco di bocce dove nessuno, passata l'estate, metteva piede, erano le sole attrattive del paese.

In tanta desolazione l'Aurelia trov, come unico approdo della sua malinconia, la casa del vecchio Temelacchi, un capomastro a riposo in fama di benestante, accud ito, nelle ore della mattina, da un'anziana vedova sua vicina di casa. Al tardo pomeriggio, quando le ombre cominciavano a scendere dai tetti sulle muf fe dei tristi abituri, l'Aurelia spingeva la porta del Temelacchi, modulando in tre toni le tre sillabe della parola: "permesso"? Quella parola "permesso", non seguita da alcuna risposta percepibile fuori, era l'unico indizio di possibili i ntimit che potevano seguire all'interno, delle quali intimit tuttavia la vedova Sp eranza, addetta alle pulizie, riusc presto a trovar traccia durante le sue presta zioni mattutine. Nel paese si form l'opinione che il Temelacchi, vecchio scapolo, avesse trovato c hi poteva scaldargli il letto. Il fatto che avesse almeno quarant'anni pi dell'Aurelia non lo metteva al riparo d'ogni sospetto, come forse egli sperava, perch l'esperienza del mondo insegna an che ai semplici come siano vani i limiti d'et e perfino le remore della parentela , quando canta il gallo del peccato. E' certo infatti che nell'austera casa del Temelacchi, l'unica un po' lussuosa d el paese, davanti al camino e forse anche in pi comodi ricetti, l'Aurelia venne m eno alla sua fedelt coniugale. In quali forme o modi non dato sapere, ma senza possibilit di dubbio perch le cons tatazioni della vedova Speranza trovarono conferma nell'osservazione diretta di alcuni vicini di casa che riuscirono, dall'alto d'una soffitta e attraverso una finestra della casa Temelacchi, a veder l'Aurelia che si scaldava ignuda alla fi amma del camino, con la sigaretta accesa in una mano e un calice nell'altra. La povera sposa, sola nella sua fredda casa, senza parenti e senza amici, col ma rito lontano che la teneva in conserva fino a Natale, aveva trovato il calore di quel camino acceso e il tepore, forse non pi del tepore, del Telemacchi, che ben ch vecchio era uomo vivo e presente, forse ancora capace di qualche presa di corp o, magari fittizia, ma sufficiente a muoverle il sangue. Quasi le fosse entrato in corpo un veleno, l'Aurelia cominci presto a cercare nei paesi vicini al suo qualche pi consistente avventura. Alla prima uscita riusc a trascinarsi in casa il segretario comunale di Cogliasco , un perticone padre di sette figli. Si fece trovare vestita d'una tunica bianca che le arrivava fino ai piedi e con la sigaretta infilata in un bocchino lungo trenta centimetri. Il segretario comunale non fece neppure in tempo, come ebbe a dire qualche anno dopo, a togliersi le scarpe. Al segretario seguirono commercianti, portalettere, messi comunali e quant'altro poteva offrire il piccolo mondo della vallata, fino al Camola che fu il suo gra nde amore. Inquisita dal marito in seguito ad una lettera anonima, dovette farsi pi cauta. Ma fu per breve tempo. Appena lo stuccatore, esaurite le sue verifiche ripart per la Germania, l'Aurelia ricadde nelle reti d'amore, passando da uno svizzero di Ponte Tresa a un guardi acaccia che gli entrava in casa col fucile in spalla e talvolta con la giubba go nfia di qualche lepre o beccaccia da mettere sul tavolo appena entrato, come "un dono sull'altare dell'amore". Cos almeno diceva l'Aurelia al guardiacaccia, che perdette presto la strada di qu ella casa dalla quale si era portato via, in cambio dei selvatici, il dono d'una scolazione, pervenuta all'Aurelia per vie ininvestigabili, tanti erano ormai gl i uomini che bussavano alla sua porta. Fu dopo il ritiro del guardiacaccia che si fecero avanti uno dopo l'altro alcuni piccoli contrabbandieri e poi un "finanziere", come sono chiamati in zona di co nfine i militi della Finanza. Il "finanziere", che si chiamava Alfio Cuccurucu ed era ventitreenne, siciliano o calabrese, aveva concepito per l'Aurelia, di almeno quindici anni pi anziana di lui, un amore violento e letale. Compariva alla sua porta nelle ore di libera uscita con la mano sul coltello, pr onto a trafiggere qualunque uomo avesse trovato in casa. E siccome non ne trovava, avendo l'Aurelia capito subito con chi avesse a fare,

appena entrato si aggirava per le stanze, metteva la testa nei ripostigli, guard ava sotto il letto e negli armadi, quasi gli premesse di compiere al pi presto un omicidio. La donna era esaltata da tanta passione e considerava il Cuccurucu un paladino, bench il giovane, alto poco pi di un metro e mezzo, fosse di aspetto animalesco, c on la fronte bassa e due labbroni dai quali uscivano pi grugniti che parole. Intorno alla casa dell'Aurelia si era formato il vuoto. Tutti i vecchi amici o frequentatori avevano fiutato l'odore del coltello e si t enevano alla larga, indispettiti anche per la scelta dell'Aurelia, offensiva, es sendo caduta su uno degli aborriti "terroni" che disturbavano il contrabbando e spesso sposavano le migliori ragazze della valle. Finir male si limitavano a dire. Infatti capit che un ragazzotto ventenne, un "magutt" ovvero garzone di muratore che era stato col suo mastro a riparare il tetto di casa dell'Aurelia, s'invisch iasse ai suoi vezzi e s'infilasse, di pomeriggio, nel suo letto. Il "finanziere", avvertito da misteriose radiazioni, chiese un'ora di permesso s traordinario. Corse al paese, irruppe in casa dell'Aurelia e la sorprese con addosso il "magut t". Era il momento di usare il coltello, o meglio la baionetta. Il povero garzone ebbe un a fondo nel didietro, non mortale per fortuna, ma l'Au relia fu "crivellata di ferite", come scrissero i giornali. Il "finanziere", giu nto ormai al suo fine, trov giusto gettarsi nel pozzo del cortile dove anneg in me zzo metro d'acqua dopo aver battuto il capo contro una pietra del fondo. La morte dell'Aurelia segu nella notte, mentre si ricercava il "finanziere" che t utti credevano fuggito. Solo dopo un mese fu scoperto nel pozzo, dal quale venne tolto con la baionetta stretta ancora nel pugno. Il sopralluogo compiuto dal Pretore in casa dell'Aurelia dopo il delitto, port al la scoperta di oltre duecento bottiglie di Marsala vuote, di una modica scorta d i sigarette e della somma di lire sette e cinquanta centesimi. Nei cassetti vennero trovati quattro epistolari amorosi piuttosto rusticani lega ti con nastri di colore diverso, alcune fialette di Gonoyatren, un vaccino antig onococcico allora in auge, ventidue bustine di permanganato, nonch un cinto ernia rio che risult appartenente al capomastro Temelacchi, il quale disse di averlo co nsegnato quattro anni prima all'Aurelia perch gli rinsaldasse la cucitura d'una f ibbia. Avvolto in una pezza di cotone bianco e nascosto tra la sua poca biancheria, ven ne in luce anche un "San Giuseppe", vale a dire un facsimile in gomma di una par te del corpo che facile immaginare. Il complesso dei reperti, riconosciuto non conferente al delitto, venne consegna to, con le chiavi di casa, al Pirla Costante accorso da Colonia, dove torn il gio rno dopo di gran premura, come disse ai compaesani, per timore che gli si asciug asse lo stucco, guastandogli un grosso lavoro appena cominciato nel palazzo del Municipio o in quello della Corporazione dei Mercanti.

Il benservito. Bsserach, sul confine tra il Cantone di Basilea e quello di Solothurn, uno dei t anti paeselli svizzeri scelti per accantonare i profughi che si infilavano nella Confederazione durante l'ultima guerra, era in fondo a una vallata chiusa da un a gola coperta di abeti; poche case dai tetti color piombo, con le facciate rose e, grigie e azzurre. La chiesa sorgeva un po' in alto sopra un terrapieno dal quale spuntavano le cro ci del cimitero. Il campanile, appoggiato alla chiesa aveva, come tutte le case del paese, il tet

to a due spioventi. Sembrava una vecchia, incappucciata e ferma in mezzo al cimitero sepolto nella n eve, intenta a guardare tutto intorno, cio poca terra sparsa di meli ignudi e div isa da esili spalliere di legno. In chiesa, alla messa della domenica, un vecchio prete parlava dall'altare alla gente del paese ad un gruppo d'internati che si fingevano devoti per poter uscir e dal casermone dov'erano stipati. Le sue prediche cominciavano in tedesco e finivano in francese, sempre con quest a frase: Rappelez-vour qu'il faut mourir!. Pareva che il vecchio sacerdote temesse, in gente come noi, scampata alla guerra e alle persecuzioni, un troppo facile oblio dei "novissimi" e la perdita di que l salutare timore che ci portava in chiesa, forse ancora per poco, fin che durav a lo spavento della fuga e la gioia della salvezza. All'entrata del paese, dentro un filatoio abbandonato, vivevano da due o trecent o uomini di varie nazionalit: profughi politici, ex prigionieri di guerra e diser tori, fra i quali qualche negro, un paio di indiani, un greco e un brasiliano, f uggiti dai campi di concentramento italiani dopo l'8 settembre 1943, con in pi qu alche avanzo di galera, che aveva profittato della confusione per scampare alla giustizia e aveva finito con l'intrupparsi tra coloro che abbandonavano l'Italia , ormai preda degli occupatori tedeschi. Passai, in quel ricovero, venticinque giorni. Il tempo sufficiente perch ogni cosa mi entrasse nella memoria: le cucine e le do cce del sotterraneo, il cortile chiuso dallo steccato, il cancello con la sentin ella armata, i tre scalini davanti alla porta d'ingresso e il grande solaio dove dormivano tutto il giorno alcuni vecchi ebrei triestini. Al pian terreno c'era il camerone comune, traversato in alto dal lungo tubo di u na stufa, coi tavoli e le panche piene di gente scomposta, le colonnette di legn o che reggevano il soffitto, e in fondo, la porta da cui entrava il tenente Kraf enbuttel con dietro il "feldwebel". Lungo le pareti maggiori dello stanzone si aprivano le finestrelle a doppi vetri dalle quali si vedeva da una parte il paese e dall'altra le colline alsaziane c he si accavallavano una sull'altra oltre il confine. Una mattina di quel mese, era il febbraio del 1944 subito dopo la sveglia e prim a del caff e latte, appena i pagliericci furono in ordine ciascuno con sopra la s ua coperta ben ripiegata e con la croce bianca in campo rosso a sinistra come er a stato tassativamente prescritto, il tenente Krafenbuttel, comandante del Campo di smistamento di Bsserach, comparve nel camerone con a destra il "feldwebel", cio il sergente, e a sinistra il caporale anziano. Dopo avere imposto il silenzio, pronunci un discorso in tedesco che l'internato i sraelita Morpurgo tradusse frase per frase. Non sono tenuto a dare spiegazioni di alcun genere disse. Sono qui solo per impartire ordini. Ma stamattina ritengo sia il caso di informarvi che durante la notte tre vostri compagni, evidentemente non in grado di apprezzare la nostra ospitalit, sono evas i dal Campo. Si tratta di tre francesi: Remy Lienharth. Antoine Del Grosso e Pierre Delauny. Risulta alla nostra polizia che il primo, Lienharth, pregiudicato per reati comu ni. Il secondo, Del Grosso, gravemente sospettato di mantenere contatti con ambienti stranieri. Il terzo, Delauny, addirittura sifilitico. Codesti tre bei soggetti hanno lasciato una inqualificabile lettera, piena di cr itiche alla nostra organizzazione, nella quale affermano di essersi diretti vers o il confine con lo scopo di tornare in Francia per andare a far parte del "maquis". Personalmente, sono convinto che i tre siano passati in Francia per darsi alla c onsumazione di reati. Mi auguro che vengano accolti come meritano. Per noi un peso in meno, nella presente congiuntura.

Ma tuttavia i tre sono venuti meno alla disciplina che deve essere ferrea, perch si possa contenere e regolare la massa dei profughi. Ecco perch stanotte le sentinelle hanno fatto fuoco appena si sono accorte che qu alcuno stava scavalcando lo steccato. Potrete vedere i fori delle pallottole nella palizzata in fondo al cortile. Vi ho detto questo per farvi capire quale dev'essere il vostro comportamento. Se qualcuno di voi avesse a schifo il nostro paese, libero di andarsene Ma col n ostro permesso e nel modo che gli verr prescritto. Ed ora, "alles arbeit"! Morpurgo non ebbe bisogno di tradurre l'ultima frase. Sapevamo gi che voleva dire "tutti al lavoro", chi a lavare le scale del grande f ilatoio dove eravamo accasermati. chi a rompere la legna in cortile con un fredd o di quindici gradi sotto zero, e la gran parte in cantina, a pelare le patate, che erano la base della nostra alimentazione. Andando al mio posto, in cantina, e prendendo in mano la prima patata, mi si pre sent sotto forma di visione la testa rasata del tenente Krafenbuttel. Poi, dopo una dissolvenza del tubero, mi apparve la faccia bonaria del francese Del Grosso, addetto alla pulizia del cesso riservato al tenente. Gli avevo parlato un paio di volte a Del Grosso, e mi aveva detto di essere mari naio disertore, nativo di Cette, presso Marsiglia ma di origine italiana. Era un giovane pallido, un po' goffo come tutti i marinai. L'avevo visto lavorare come spazzino nel corridoio del Comando, col secchio, gli stracci e lo spazzolone. Un posto privilegiato, che comportava l'esenzione dagli altri lavori. Mi venne un'idea e la patata mi sfugg di mano. La rincorsi fino alla porta, e senza farmi notare dai compagni, con un colpo di piede la spinsi nel corridoio Uscii chinato per far vedere che inseguivo la pata ta, ma appena fuori la abbandonai e corsi alla scaletta interna del Comando. Un momento dopo chiedevo udienza al tenente Krafenbuttel, che mi ricevette in pi edi a gambe aperte, con le mani al cinturone. Umilmente, in un semplice ed elementare francese che come basilese doveva capire , gli feci domanda formale di venire assunto al posto del francese Del Grosso. Come referenze, osai dirgli che in un "campo di raccolta" del Canton Ticino ero stato adibito alla pulizia delle ritirate e che avevo pratica di attrezzature ig ieniche. Il mio aspetto pieno di seriet dovette convincerlo perch mi nomin seduta stante sc opatore del suo corridoio e del suo gabinetto riservato, del quale mi mostr la ch iave, appesa allo stipite interno, dietro la porta del suo ufficio. Quanto m'importasse quel posto non a dire, se si pensi che la pelatura delle pat ate in cantina era un lavoro di nove ore al giorno, nel semibuio, all'umido, con coltelli o scorticatoi che spesso scivolavano dalla patata e ferivano le mani M edici, ingegneri, professori ed ogni altra sorte d'internati miei compagni d'esi lio avevano invano aspirato a quel paradiso della ritirata, e del corridoio, dov e faceva sempre caldo e c'era una sedia vicino alla finestra per starci in ozio dopo le pulizie, quando non restava che l'ipotesi di una pulitura straordinaria del gabinetto, nel caso che il tenente vi accedesse ad ore insolite. Immesso nelle mie funzioni con decreto verbale ma inoppugnabile del Comandante, cominciai a lavare il corridoio con grande scrupolo. Ma il "feldwebel" mi chiam subito nel suo ufficio. Doveva darmi le istruzioni relative al mio compito. E me le diede in francese, essendo anche lui del Cantone di Basilea e quindi bil ingue, in qualche modo. Alla mattina mi disse il signor tenente va di corpo invariabilmente alle sette V oi a quell'ora sarete intento a lavare il corridoio All'apparire dell'ufficiale, non necessario dirvi che gli dovete un rispettoso saluto. Dopo di che resterete in attesa che egli esca dal gabinetto. Pu essere cinque minuti, pu essere un'ora. Per voi fa lo stesso. Appena il tenente sar uscito, dovrete precipitarvi dentro il cesso e tirare la ca tena due volte: dico due volte! Poi, con lo scopino che troverete nell'angolo, r ipulirete d'ogni eventuale frustolo il vaso, badando bene che risulti immacolato

, come un piatto pulito. Con la pezzuola felpata che troverete sul finestrino farete passare ben bene il cerchione. Laverete quindi il pavimento, vi accerterete che non sia esaurita la scorta di c arta igienica e richiuderete la porta portando la chiave nell'ufficio del Comand ante dove va appesa al chiodo che lui stesso vi ha mostrato. Fatto questo, riprenderete la pulizia del corridoio, finita la quale non vi rest er che vigilare. Vigilare che? domandai. Vigilare! Perch il signor tenente potrebbe andare un'altra volta al gabinetto. In tal caso il vostro compito di tirare sempre due volte la catena, poi di ripet ere le operazioni di pulizia che vi ho spiegato. Anche se il signor tenente avesse solo... arrischiai timidamente. Certo rincalz il "feldwebel". Non tocca a voi sindacare quale sia stato l'uso del cesso! La pulizia deve esser e ripetuta ogni volta, con in pi una passata di straccio al pavimento e sempre, m i raccomando, un'occhiata al cerchione di legno. Guai se vi si dovesse seccare una goccia! Pi completa e severa istruzione non avr ei potuto avere. Ma non ne feci parola, a tavola, coi compagni. Lasciai che mi invidiassero e che pensassero a qualche potente protezione che av evo trovato a Berna per vie segrete. Fu cos che non solo accettai quell'incarico, ma lo esercitai con tale zelo, che a l momento della mia partenza per un altro Campo, il tenente Krafenbuttel, in pie na buona fede, mi rilasci un benservito col quale mi raccomandava ad altri eventu ali comandi come uomo di fiducia, adatto per pulire latrine e "lieux d'aisance" in generale, come diceva il documento. Documento che ebbi il coraggio di conservare, come una laurea, per il caso di qu alche destinazione disagiata, dove con la mia specialit avrei potuto salvarmi da pi dure "corves" e che conservo ancora, non tanto per memoria di quei tempi o per giusta mortificazione mia, quanto perch non si sa mai come pu andare il mondo e qu ali vicende ci possa riservare la sorte. Il benservito non era, come spesso accade, un documento di favore, menzognero e compiacente. Diceva il vero: avevo dimostrato grande senso di disciplina, intuito, tempestivi t e rara perizia nel tenere pulito il luogo comodo del comandante e le sue immedi ate adiacenze. Il tenente Krafenbuttel era un giovanottone biondo di forse trent'anni, quanti n e avevo io allora, nato in campagna, come si capiva dal suo colorito e dal suo p asso. Alto, robusto, quasi senza collo, appariva inguainato in una divisa strettissima , che gli modellava il corpo, gi porcino in ancor giovane et. I suoi occhi, piccolissimi e chiari, erano ridenti. Ma la mascella quadra e le guancie, lunghe, rigide e quasi marmoree, dominavano la sua espressione, che ricordava quella di una grossa bambola. La prima mattina del mio servizio lo vidi uscire dal suo ufficio con la chiave i n mano, alle sette in punto. Si ferm a guardarmi, per abituarsi alla mia fisionomia, con un'aria smarrita che non ero io ad incutergli, ma il giornaliero e mattutino avviso di alcune fitte a ddominali, segno della sua grande salute. Mi guard senza vedermi, rivolto dentro se stesso, al suo duodeno, al suo cieco, a l suo colon discendente. Poi, come preso da un pensiero o sopravvenuto da un proposito che temesse aver d imenticato, si avvi alla porticina del gabinetto e vi si rinchiuse. Fedele agli ordini, aspettai a rispettosa distanza. Dopo dieci minuti il tenente usc come da un armadio, tale e quale l'avevo veduto poco prima e pure mutato, con le guancie rilassate e le gambe stanche o solo ing ranchite. Mi guard di nuovo, mi ravvis per il successore di Del Grosso e stette a vedere se ero degno del mio incarico.

Seguii le prescrizioni del "feldwebel", sempre pensando che il tenente mi guarda sse. Ma al primo scroscio se n'era andato dentro il suo ufficio. Persona giovane e sana, il tenente Krafenbuttel non dava, al pulitore del suo ce sso, particolare disgusto. E se non avesse preteso dispensarsi dal provocare almeno la prima scarica d'acqu a, il mio lavoro non sarebbe stato diverso da quello degli inservienti d'ogni uf ficio, in qualunque parte del mondo. Mi colpiva pertanto d'un interesse del tutto scientifico e psicologico, il suo d ivisamento di mettermi sotto gli occhi ci che solitamente viene occultato dagli u omini non meno che dagli stessi animali. Ma pensando e ripensando, pervenni a due spiegazioni. L'animale selvatico, mi dicevo, nasconde le proprie dejezioni per non rivelare l a sua presenza e il suo passaggio. Il tenente lo ostenta per manifestare la sua autorit, per affermare la sua funzio ne di comando, il suo nessun timore d'essere identificato o localizzato. Un'altra spiegazione possibile mi apparve alla mente notando l'attenzione del "f eldwebel", il quale, fingendo di passare lungo il corridoio o affacciandosi alla porta del suo ufficio per chiamare un'"ordinanza", sempre al momento giusto, si accertava della regolarit corporale del tenente e del mio pronto accorrere. Mi venne il dubbio che fosse stato il sergente a chiedere o a consigliare al suo superiore l'astensione da qualunque ausilio nella pulizia del gabinetto e anche dal piccolo sforzo di tirare la catena. Cosa che forse il tenente avrebbe desiderato fare, ma che si era rassegnato ad o mettere per condiscendenza verso il sottufficiale, il quale con la mia sottomiss ione soddisfaceva qualche sua rivalsa sociale o gerarchica. Altre e diverse spiegazioni si sarebbero potute ricercare, ma non me ne curai, c ontento di quell'ufficio in apparenza tanto umile, ma poco faticoso e perfino es piatorio, perch arrivai a pensare che il compito di far sparire i segni dell'anim alit del Comandante mi era toccato come un privilegio, o meglio una missione, in quanto serviva, anche a prezzo del mio avvilimento, a fare di lui un essere plac ato, ormai inoffensivo, che non avrebbe pi ordinato il fuoco contro i fuggiaschi, n scartabellato le loro cartelle cliniche o il loro schedario criminale, in un t empo in cui poteva toccare cos facilmente mala morte ai sani e ai malati, ai ladr i e ai galantuomini.

Amico e padre. Il fatto di molti anni fa, ma non tanti, se a numerarli la pena per un uomo spar ito insieme a una sua passione. Passione di una forma, di una immagine poetica che le necessit della vita, cui do vette sacrificare quel poco di s che la pigrizia gli lasciava disponibile, non gl i consentirono di raggiungere. Ma forse anche passione per una creatura umana, per una donna, giovane se non be lla, che gli era apparsa nel grigio della sua vita. Un volto, che aveva scambiato per un messaggio, per un segnale misterioso d'altr i mondi, ed era invece la faccia stralunata di un'orfana della quale si era sent ito d'un tratto amico e padre. Molti anni fa, dunque, accompagnai quest'uomo ormai morto da parecchi anni, in f uga da se stesso nei pi bei luoghi della Svizzera, per cercargli un posto dove gl i riuscisse di vivere alcuni giorni di riflessione e di pace. Tale almeno fu la sua richiesta, quando arriv a casa mia con una borsa da viaggio e mi chiese per guida nella ricerca di un luogo che gli pareva collocato oltre le Alpi, in un paesaggio di foreste d'abeti e di tetti spioventi, dove uomini pa

cifici e sereni l'avrebbero sfiorato senza parlargli. Convinto d'aver capito quello che cercava, mi avviai in automobile con lui verso il confine svizzero. Giunti al passo del Gottardo, il mio amico, che si chiamava Belisario, volle fer marsi per scrivere una cartolina della quale mi cel l'indirizzo. Gli mostrai Andermatt, ma era chiaro che non si sarebbe fermato nel primo posto, senza fare un poco di scelta. Ripresi la strada e svoltai a destra verso l'Oberalp, diretto alla volta del Gri gioni. Pensavo che Disentis, col suo convento barocco, potesse andargli bene. Non fu cos. Apprezz il luogo, valut la serenit e il silenzio del villaggio accovacciato ai pied i del monastero benedettino, ma chiese di andate oltre. Provai Thusis, Ilanz, Flims, poi Coira, ma invano. Il giorno dopo passai l'Albula e andai a posarlo nella piazzetta di Zuoz, tra va ghe finestrelle fiorite di gerani. Sembrava convinto, ma non lo era. Ripartii allora per Pontresina: Bellissimo luogo disse ma triste, in primavera. Forse d'inverno.... Capii che il Grigioni non gli andava. E traversato un altro passo, il Juliet, senza neppure soffermarmi a Saint Moritz , puntai su San Gallo, dove arrivammo a notte fatta. La mattina dopo Belisario visit la citt, chiese informazioni sul prezzo della pens ione in un albergo e guard un orario dei treni forse per vedere se gli fosse stat o agevole, dopo un paio di settimane, il ritorno in Italia. Ma nelle prime ore del pomeriggio, dopo aver fatto una lunga telefonata a person a che non mi nomin chiese di proseguire, alla ricerca di un altro posto. Questa una citt disse io cerco un paese, magari un villaggio. La sera stessa eravamo a Zug e sedevamo in un antico ristorante, dentro una torr e, davanti a una torta al "kirsch" che Belisario, golosissimo, mangi fino all'ult ima briciola lasciandomene solo una fetta. Zug, bench fosse una citt, gli piaceva: la strada odorosa di pesce fritto e di caf f che sta tra la torre e la riva, il lago pigro come lui e senza onde, i campanil i a punta che sembrano pungere il grembo alle nubi, parevano soddisfatto. All'albergo s'inform dei prezzi, consult l'orario per vedere forse con quali espre ssi internazionali sarebbe potuto rientrare a suo tempo, e fece un'altra telefon ata. La mattina dopo lo trovai nell'ingresso con la valigia al piede. Aveva deciso di rimettersi in viaggio. Gli mostrai Lucerna, con la chiesa di Santa Verena e il ponte coperto che traver sa il fiume, ma scosse la testa. Attaccai allora il piccolo passo del Bruning e lo portai diretto nella Mecca del turismo elvetico, a Interlaken, davanti alla Jungfrau. Qui gli dissi hai le gite in ferrovia fino a quattromila metri, le passeggiate n ei boschi, le escursioni in battello a Thun e a Spietz, i grandi alberghi e le p iccole pensioni, tutto a portata di mano. Pareva, ma non era. Alla Jungfrau diede solo un'occhiata di sfuggita, uscendo da un negozio dove si era comperato un orologino d'oro, inutile, perch ne portava gi due, uno da polso e uno da tasca. Dopo aver accordato insieme i tre orologi, volle partire senza indugio. Lo portai a Spietz, donde attaccai, attraverso la valle della Simme, l'impervio passo dello Jaun. Avevo deciso di presentargli un posto che certo non conosceva e d'una tale belle zza da farlo restare a bocca aperta. Belisario, seduto in silenzio al mio fianco, consultava i suoi tre orologi, guar dava le carte geografiche, calcolava i chilometri e le altimetrie raggiunte, ma non domandava neppure dove fossi diretto. Quando gli indicai, da sotto, la rocca di Gruyres, approv col capo, pensando che g li mostrassi il luogo come una capitale del formaggio.

Non immaginava che meraviglia fosse il castello, e il paese, rimasto com'era tre cento anni fa, con la sua unica piazza simile a un gran cortile dove si affaccia no quasi tutte le case, gli alberghi e le botteghe. Ma vedendo che passavamo un ponte levatoio, cap che varcava il confine di un altr o mondo, che entrava in una fiaba dalla quale si poteva lasciar fuori, senza sfo rzo, ogni pensiero e passione. Gruyres lo entusiasm. Prese alloggio nel miglior alberghetto della piazza e cominci subito a godersi la pace di quel luogo, che era somma, non essendo ancora stagione per il turismo, e quel giorno, un venerd. Dopo aver cenato con lui a base di fondute, crostate di formaggio e panna fresca che veniva servita in piccoli secchielli di legno, lo salutai dicendogli che al l'indomani sarei partito di buon'ora per tornare a casa. La mattina dopo, mentre stavo pagando il conto, lo vidi fuori dall'albergo, nell a piazza, con la borsa al piede, che stava dando un'ultima occhiata ai comignoli e alle insegne dorate appena illuminate dal sole. Aveva le mani nelle tasche dei pantaloni e si guardava attorno sporgendo in fuor i il ventre ben pasciuto. Quando ebbe preso posto sulla macchina, pacatamente gli dissi che ormai tornavo in Italia. Gli avevo mostrato mezza Svizzera senza riuscire a trovargli un posto adatto: vo leva dire che di rifugi per lui non ne esistevano, e che il suo male era di quel li che non si curano col mutare aria e luogo, ma col cambiamento di qualche punt o di vista o con la rimozione di qualche idea fissa. Non fu d'accordo, e mi chiese di fare almeno un paio di fermate. sulla strada de l ritorno, per consentirgli di esaminare qualche altra localit. Da Gruyres salii a Chteau d'Oex e poi, per il colle delle Mosses, scesi nel Valle se, deciso a raggiungere prima di notte l'Italia attraverso il passo del Sempion e. Giunti a Sierre, Belisario espresse con fermezza l'intenzione di visitare la loc alit di Montana. Era per lui l'ultima occasione d'una scelta. Se non gli fosse piaciuto quel celebre altipiano, non gli sarebbe restata che la triste citt di Briga, prima del ritorno in Italia, che in quel momento gli appar iva come una fossa di serpenti. Non mi sentii di negargli quella possibilit, e lo portai a Montana, che dista sol o una mezz'ora da Sierre. Appena giunti di fronte al laghetto nel quale si specchiano gli alberghi, gli ca dde l'occhio sopra uno "chalet" che ostentava un cartello con scritto "Zimmer fr ei". Di quei cartelli che offrono camerette ben ordinate, con le lenzuola di bucato, il lavabo di fronte al letto e le tendine bianche e rosse alle finestre, ne avev amo visti a centinaia nel nostro viaggio, ma forse era la volta buona, perch Beli sario vi si diresse con tanta decisione da far pensare che conoscesse il posto. Lo aspettai fuori, come mi aveva chiesto. Il pomeriggio era inoltrato e per passare il Sempione prima di notte bisognava a ffrettarsi. Vedendo che il mio amico non tornava, lo cercai per salutarlo prima di andarmene . In camera, dov'era appena salito, non c'era. Nel salottino in basso neppure. La padrona si schermiva, come se non sapesse dove trovarlo. Mi mossi allora, decisamente, per vedere se non fosse svenuto in qualche gabinet to, e lo vidi, dalla finestra d'un corridoio, nel giardino. Stava seduto in una panchina, di fianco a una ragazza pallida e stravolta che no n lo guardava, sebbene le tenesse una mano, ma fissava lo sguardo nel gran vuoto della valle sottostante. Alla padrona, che mi aveva seguito, chiesi chi fosse la ragazza. E' una signorina mi rispose che qui da tre giorni in attesa del signor Belisario .

Ora che il signor Belisario arrivato, invece di essere contenta ecco che piange. Si vedeva infatti la ragazza, che sempre senza guardare Belisario, piangeva sile nziosamente. Lui le teneva una mano e stava a capo chino, aspettando che le lacrime cessasser o. Ogni tanto guardava l'orologio che aveva al polso sinistro, poi quello che aveva al destro. Si capiva che avrebbe voluto confrontarli con l'altro che aveva nel taschino del gil. Ma non osava abbandonare la mano della ragazza ed aspettava, con grande pazienza e dolcezza, sperdendo anche lui lo sguardo nel vuoto violaceo della grande vall e dal cui fondo salivano le prime ombre della sera. E' tardi soffiai nell'orecchio alla padrona gli dica per piacere, quando rientre r, che il suo amico se n' andato e lo saluta. Otto giorni dopo Belisario ricomparve a casa mia. Hai fatto bene mi disse ad abbandonarmi quella sera a Montana. Se non te ne fossi andato in punta di piedi, senza avvertirmi, ti sarei venuto d ietro e addio riposo, addio meditazione. Tu non puoi immaginare che bisogno avessi di una pausa, di un colloquio con me s tesso. Ora sto meglio. Ho dietro di me quei giorni inenarrabili. Inenarrabili a causa di quella ragazza? chiesi. Quella che ti aspettava nello "chalet"? Belisario trasecol. Era convinto che non mi fossi accorto di nulla e che vedendolo interessato all'u ltimo luogo per lui possibile in Svizzera, avessi ricorso allo stratagemma di ab bandonarlo perch gli riuscisse di star solo qualche giorno in un luogo tranquillo . La mia allusione alla ragazza lo sorprese ed ebbe bisogno di qualche minuto per riorganizzare le idee. La ragazza disse finalmente. S, la ragazza, se cos vuoi chiamarla, ma in fondo una povera creatura, della quale ho potuto essere, per un dono della sorte, amico e padre. Ha dormito, in quello "chalet", col capo sul mio petto, fiduciosa e tranquilla. Che notti, amico mio! E che giorni! Finch una notte gli spiriti della montagna, i diavoli delle vicine "Diablerets", debbono essere entrati dalla nostra finestra aperta sulla valle. Una vera tragedia! Una bambina, una fanciulla di appena vent'anni... chi se lo p oteva immaginare, al giorno d'oggi? Illibata! Che guaio, amico! Illibata!. Dicendo ad alta voce "illibata", Belisario alzava le braccia e andava intorno pe r il mio studio come un pazzo, poi si fermava a fissarmi negli occhi e ripeteva: Illibata, illibata!, come per rimproverare a me e al mondo intero l'errore o l' inganno nel quale era stato tratto con chiss quanto intimo piacere d'altra parte, perch pi che inorridito pareva fiero della sua impresa. Capisci? insisteva. Amico e padre! Padre... e amico. Ma ne morr, questo certo. Zitto, zitto, gli dissi qui c' gente. Di l c' mia moglie, che ti crede una persona posata, di rispetto. Tacque di colpo e non apr pi bocca sull'argomento. Pochi mesi dopo Belisario venne a mancare, all'et di sessant'anni. D'infarto, mi scrisse la moglie, che nella sua lettera si domandava, e mi domand ava, che significato potesse avere la parola che il marito aveva mormorato nelle ultime ore di vita: una parola senza senso, "illibata", scriveva, forse un vane ggiamento finale o un ricordo lontano, d'infanzia oppure di giovent.

Il testardo. Delle Alpi centrali, mi pare di avere, pi in automobile che a piedi, scalato ogni passo. E principalmente il San Bernardino, lo Spluga, il Maloggia, il Bernina e l'Albul a, per andare in terra di Grigioni, dove subito dopo la guerra ho avuto quasi pa tria, tanto mi erano cari gli amici che vi avevo fatto in tempi difficili. Amici scomparsi, rapiti da mali e disgrazie, o forse soltanto dagli anni e ormai riposti in un angolo della memoria, dal quale li richiama talvolta un nome, un suono, una voce. Dal Grigioni tornavo spesso in Italia per la via del Maloja scendendo la Val Bre gaglia e toccando Casaccia, Vicosoprano, Stampa e Castasegna, poi Piuro e Chiave nna, prima di affacciarmi al lago di Como. Piuro non era che un cartello indicatore e poche case lungo la strada. Ma sapevo che dopo i magri campi del paese, sotto il monte, stava nascosta tra i l verde un'altra Piuro, sepolta da una frana caduta nei secoli passati. Molte volte mi ero proposto di visitare quelle rovine, pensando di trovare una p iccola Pompei, con le case e le baite intatte, le madie, i letti, le sedie, i po veri strumenti dei pastori ancora al loro posto e forse il corpo mummificato di un casaro o di un falciatore, fermato dalla rovina del monte nell'ultimo gesto d ella sua vita. Qualche volta, mi dicevo, quando non avr troppa fretta d'arrivare nel Grigioni o di tornare a casa, mi fermer a Piuro. Il giorno venne, in una estate di molti anni fa. Salendo, avevo notato per la prima volta una tabella con scritto: "Visitate l'an tica Piuro", che mi parve pi che un invito un ordine. Nel viaggio di ritorno posteggiai la macchina in una rientranza della strada e m e ne andai a piedi nella direzione che mi pareva indicata dalla tabella. Le rovine dovevano essere appena fuori del paese nuovo, ai piedi di un impervio monte che incombe sopra le case. Domandare mi pareva inutile, ma anche se avessi voluto farmi informare con preci sione non sarebbe stato possibile, perch non c'era anima viva d'intorno. Presto superai gli ultimi fienili e fui nel bosco. Cominciava a piovigginare e l'aria era immobile. Qua e l, tra le macchie, trovai del pietrame scuro, ma nulla che avesse l'aspetto di un paese dissepolto. Nessun rudere e neppure l'ombra di uno scavo, ma solo piante, sterpi, sassi spar si o accatastati alla rinfusa dalle piene del Mera. Forse l'antica Piuro era altrove, sull'altro lato della valle, pi a monte o pi in basso. Guardandomi in giro intravidi, dietro un dosso, un gruppetto di cascine, probabi lmente abitate. L forse avrei potuto chiedere a qualcuno. Mi avviai verso quelle mura nerastre, quando una forma giacente ai bordi della c arraia mi arrest. Era un grande ceppo appena strappato dalla terra e con le radici ancora impastat e di creta, un groviglio mostruoso di legno contorto, pieno di nodi, con una gra n quantit di monconi amputati e da un lato il taglio netto che l'aveva separato d al fusto. Mentre contemplavo quel relitto vegetale, alzando il capo vidi venire alla mia v olta un uomo di bassa statura ma tarchiato, robustissimo, dalla vita stretta e d alle spalle quadrate, con due braccia intorcolate di muscoli e di nervi: un camp ione di lotta, avrei detto, o un sollevatore di pesi. Camminava con un passo vellutato, ondeggiante, proprio come i lottatori quando s i apprestano ad avvinghiarsi. Sulla spalla destra reggeva una scure e una mazza appaiate. Quando mi fu vicino notai che aveva capelli e baffetti biondi con le punte rivol te in avanti, un viso acceso e occhi azzurri, affondati in due guance rosseggian

ti e tonde come mele. Un ceffo simile mi pareva d'averlo visto negli anditi del Vaticano, sopra il bus to corazzato di qualche guardia del Papa. Pareva un lanzichenecco, di quelli che passarono proprio per la Valtellina e per quella strada nel 1628: "Passano i cavalli di Wallenstein passano i fanti di Me rode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandenburgo, e poi i cava lli di Montecuccoli, poi quelli di Ferrari, passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo, passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri", dei quali forse uno s'era fermato senza arrivare al ponte di Lecco, intanandosi , stanco di fatiche e di perigli, in qualche baita di Piuro, per riapparirmi dav anti in persona d'un suo discendente. Scusi gli dissi l'antica Piuro? L'uomo parve addirittura offeso della mia richie sta, che non comprendeva e riteneva una presa in giro. Mi domandai se non fosse un "bergamino", cio un taglialegna bergamasco, di quelli che vanno ad opera dove vengono chiamati. Ignaro dei luoghi e dei loro nomi, magari analfabeta e probabilmente alticcio, m i aveva certamente preso per uno di quegli importuni villeggianti che vanno curi osando dappertutto e magari cogliendo pere e altri frutti qua e l nei campi altru i. Trascurando la mia richiesta, mi guard a lungo in modo insolente, come per domand armi ragione della mia presenza in quel luogo e davanti a quel tronco, che a qua nto sembrava si disponeva a fare in pezzi. Sempre guardandomi, gett in terra e quasi ai miei piedi la mazza e la scure, poi mi volse di scatto le spalle e ritorn verso la cascina dalla quale era venuto. Torn un momento dopo tenendo nelle braccia un fascio di sette o otto cunei di fer ro, di quelli che vengono adoperati dagli spaccalegna per fendere i ceppi. Capii dalla sua sicurezza che non era un semplice spaccalegna, ma quasi certamen te il padrone del podere. Aveva scelto quell'ora del pomeriggio convinto di poter lavorare in santa pace, rinfrescato dalla pioggerella che scendeva, senza testimoni o critici della sua impresa. In quanto a me, era convinto che avrei presto ripreso la mia strada, lasciandolo tranquillo al suo lavoro. Invece, rendendomi conto che mi si stava per offrire uno spettacolo, con quella curiosit che propria dei fannulloni abituati a sostare per ore ai margini dei can tieri, mi disposi a non lasciare il posto se non dopo aver visto il cimento di q uell'uomo col suo ceppo. Vedendo che non me ne andavo, ed essendo forse un po' timido come sono spesso ce rti forzuti, il contadino non ebbe il coraggio, o non credette il caso, d'invita rmi a proseguire la mia passeggiata o a sgombrare, anche perch stavo sulla strada , cio su di un terreno pubblico. Ormai rassegnato a subire la mia presenza, afferr la scure, apr le gambe, bilanci i l suo peso e men un terribile colpo sul ceppo. Dopo aver tolto a fatica il ferro dal legno dove si era conficcato, colloc nella fessura uno dei cunei dei quali si era munito, prese la mazza e cominci a menare dei colpi cos precisi e violenti da non lasciar dubbi sul loro esito. Mi aspettavo, e certo si aspettava anche lui, che la pressione del cuneo entrato a forza fra le fibre del legno, avrebbe provocato una crepa. Ma non accadde nulla. Prese allora un altro cuneo, lo colloc tra il primo e il secondo e ridiede mano a lla mazza. Il terzo cuneo, facendo forza su quelli gi entrati, avrebbe dovuto aprire addirit tura un crepaccio. Invece scomparve in mezzo agli altri due. Il buzzurro mi gett uno sguardo livido, poi gir intorno al tronco e riprese l'oper azione dal lato opposto. Si era reso conto che non era facile spaccare quel ceppo, di forse un metro e me zzo di diametro. Cap che bisognava incominciare col farne saltare un frammento. Prese infatti a scavare una nuova fessura dentro una protuberanza del mostro, vi

colloc una zeppa, diede di piglio alla grande mazza di legno e cal i soliti colpi . Ma il ferro, invece di entrare nella direzione in cui era stato collocato, devi v erso il centro e scomparve. Subito l'uomo fece seguire la seconda, che spar dietro la prima. Con la solita tecnica, fra la prima e la seconda mise la terza.Ma anche la terza fu inghiottita dalla massa come una caramella. Gli restavano solo due zeppe. Pens un po', poi decise di sacrificarle accanto alle altre tre. All'ultima, ed erano ormai otto, pareva che la crepa si formasse. Infatti un allargamento si era pronunciato, ma del tutto senza conseguenze. Rimasto senza cunei, il contadino, irritatissimo, comp una specie di danza intorn o al ceppo, lanciandomi ogni tanto degli sguardi di odio, quasi fosse colpa mia il suo insuccesso. Visto che nonostante la pioggia davo segno di voler rimanere sul posto fino alla fine delle sue sofferenze, si gett sopra le spalle la scure e la mazza e si avvi verso i casali dai quali era venuto, con l'aria d'aver abbandonato l'impresa. Certamente pensava di spiarmi dall'angolo di qualche stalla o al riparo d'una pi anta, per vedere se me ne andavo. Finsi allora di allontanarmi. Mi ritrassi in direzione del paese e andai a nascondermi dietro un dosso. Cinque minuti dopo, tirando fuori la testa, lo vidi che tornava al ceppo con la mazza, la scure e un nuovo fascio di cunei. Mi mossi e ritornai al posto di prima. Il villano, che era sudatissimo, fumava dal collo, dai capelli e anche dai baffi . Ma oramai, con i grossi cunei che aveva portato, era certo di aver partita vinta , tanto pi che dopo aver studiato a fondo il ceppo ed essere riuscito anche a far gli compiere un mezzo giro, lo attacc in una parte che sembrava piena di anfrattu osit e quindi favorevole allo smembramento. Come al solito lavor prima di scure facendo saltare schegge da ogni parte, poi in sinu i cunei uno dopo l'altro. Ne erano gi entrati quattro senza alcun risultato, quando prese il quinto, lo bil anci nella mano, accenn a una specie di lancio del peso nella mia direzione, poi l o infil in coda al quarto, dove lo vide scomparire seguito dal quinto, dal sesto, dal settimo e dall'ottavo. Si potevano calcolare ormai a diciotto, i cunei che aveva infilato nella massa d i legno. Ma non si diede per vinto. Abbandon mazza e scure sul posto e part un'altra volta velocissimo in direzione de i cascinali. Intanto la pioggia era cessata e un raggio di sole, passando tra i castagni, era sceso a illuminare il ceppo.Torn con un palanchino di ferro lungo quasi due metr i e lo infil, come un impalatore, in una fessura vicino all'ultimo cuneo che avev a introdotto, convinto di poter esercitare una tale pressione sulle zeppe che gi erano nell'interno, da far scoppiare la ceppaia. Il palanchino entrava s e no di un centimetro al colpo. Finalmente ne vide uscire la punta dall'altra parte, ma senza che il legno si in crinasse minimamente. Quando si rese conto del suo insuccesso, era dall'altra parte del ceppo, voltato verso di me, che guardandomi bene dal sorridere o dal fare il minimo gesto di c ompiacimento o anche di dispiacere, avevo la faccia pi indifferente del mondo, co me se osservassi un muro, un sasso o un altro oggetto inanimato. Lui invece mi fissava con due occhi di ghiaccio e, tenendo per il manico la mazz a che era appoggiata per terra, strizzava le palpebre quasi in atto di prender l a mira per lanciarmi l'arnese, o di prendere la rincorsa per venirmelo a calare sulla testa. Part infatti, a passetti prima lentissimi e poi sempre pi rapidi, con la mazza tra le mani, diretto verso di me. Mi guardai indietro verso il bosco, poi a destra verso i casali e quindi a sinis

tra verso il paese, per scegliere una via di ritirata. Ma era ormai troppo tardi: l'uomo aveva gi messo piede sulla strada e stava misur andomi il colpo. In quel momento, dalla parte delle cascine venne avanti un guardiacaccia col fu cile ad armacollo. Tornava forse da una perlustrazione nei boschi, e vedendo il contadino con la ma zza in mano di fronte a me, quasi gli fosse venuto un sospetto, si ferm. Certamente lo conosceva, perch gli rivolse la parola per domandargli cosa facesse con quella mazza in mano. Non ebbe risposta, ma dopo aver dato uno sguardo al tronco, dovette rendersi con to che il brav'uomo si era messo all'impresa dello spaccare il ceppo. Vedi gli disse allora non con le mazze e con le zeppe che si pu aver ragione di q uesti tronchi, i quali hanno nodosit incredibili indurite negli anni e addirittur a nei secoli. L'unica maniera per farli andare in pezzi, di scavarvi un buco fino al centro, i ntrodurvi una carica di dinamite, tappare bene, accendere la miccia e scappare d istante un centinaio di metri ed aspettare il colpo. Aveva ragione la guardia, e anch'io avrei potuto dare il medesimo consiglio, per ch qualche anno prima, durante la guerra, quando ero nei Campi di lavoro del Giur a, avevo fatto delle gran giornate a recuperare legna in quel modo per le stufe delle baracche. Si andava all'alba nelle foreste coperte di neve con picconi, scuri e badili a m ettere al sole le radici dei ceppi d'abete e a prepararli per le mine. Venivano poi gli artificieri svizzeri coi tubi di dinamite, caricavano, davano f uoco alla miccia e correvano al riparo. Un momento dopo, nel silenzio della mattina, seguivano gli scoppi uno dopo l'alt ro. Finita la sparatoria, la neve era tutta cosparsa di legname in pezzi, colore del salmone. Mentre il guardiacaccia parlava e il contadino si andava calmando, credetti prud ente allontanarmi. Da un momento all'altro il sopravvenuto avrebbe ripreso la strada e mi sarei tro vato di fronte al mio nemico, che certamente aveva solo accantonato la sua ira. Me ne andai, e giunto vicino alle cascine piegai verso il paese. Salito sulla macchina ripresi la strada verso Chiavenna, ormai rassegnato a non vedere l'antica Piuro. Due anni dopo mi capit di ripassare per la Valle Bregaglia. Ero diretto a Zuoz, dove mi sarebbe bastato arrivare per l'ora di cena all'alber go Croce Bianca, nella piazzetta piena di finestre assiepate di gerani. Erano le dieci del mattino e pensai di fermarmi per tre o quattro ore, finch aves si trovato l'antica Piuro. Senza pensarci, presi il sentiero dell'altra volta e mi avviai verso le pietraie . Giunto nel bosco, mi venne in mente il lanzichenecco con l'ascia e con la mazza. Ed ecco che ad una curva della strada vidi il ceppo, tale e quale mi era apparso due anni prima. Il palanchino, arrugginito, lo attraversava come uno spiedo. Mi incuriosii al punto che pensai di andare alle cascine dalle quali era uscito il tarchiato contadino per domandare di lui, rivederlo, e se gli era sbollita l' ira, chiedergli come mai avesse abbandonato l'impresa, lasciando il ceppo a quat tro passi da casa senza pi preoccuparsene. Nel cortile, da dietro un grande letamaio, usc un ragazzo di sedici o diciotto an ni. Vedendolo con un viso aperto, non da contadino ma quasi da studente in vacanza, gli domandai di un certo tipo basso e poderoso, con dei baffetti biondi, che due anni prima abitava in quelle case. Ah, certo rispose il padrone! Il nostro padrone. E, con aria molto compunta, mi disse che era morto proprio due anni prima. Si era fissato mi spieg di spaccare un grande ceppo che c' l fuori, cinquanta o cen to metri pi avanti, e che lei se vuole pu vedere, andando via.

Contro quel ceppo si accan per settimane intere, buttandovi dentro decine di cune i uno dopo l'altro. Era convinto che a un certo momento il legno sarebbe andato in minuti pezzetti, peggio che se ci avesse messo una mina, perch ormai era cos inzeppato che sarebbe dovuto scoppiare da un momento all'altro. Invece, pur avendolo appesantito e addirittura gonfiato con quintali di ferro, i l ceppo non faceva una crepa, anzi pareva che si stringesse, che si concentrasse , che si nutrisse di quei cunei. Certe volte lo attaccava alla mattina di buon'ora e a mezzogiorno era ancora al lavoro. Da ultimo lo batteva solo con la mazza: diceva che sarebbe bastato un colpo gius to, all'esterno, per mettere in movimento i cunei e far deflagrare il tronco. Inutilmente le figlie e la moglie avevano cercato di distoglierlo da quel lavoro . Due suoi generi che lavorano a Chiavenna, volevano mettere una carica di esplosi vo nel ceppo per farlo saltare. Ma si trattennero, perch il padrone era cos invasato che minacciava di uccidere ch iunque avesse toccato quel legno. Una di quelle mattine, mentre alzava la mazza, stramazz al suolo. La moglie, che lo guardava dalla finestra, accorse e lo trov ancora con l'arnese in mano. Gli era scoppiato il cuore. Da quel giorno i parenti non ebbero pi il coraggio di andare a toccare il ceppo, che rimasto sul posto. Domandai se quell'uomo si fosse ostinato altre volte in imprese del genere, e se ppi che era un testardo, sempre in cerca di avversari, vivi o inanimati, contro i quali battere la testa. Me ne andai verso il paese ringraziando il giovane per le informazioni che mi av eva dato, e arrivato al ceppo mi fermai a guardarlo. Era l, infracidito dalle piogge, col palanchino in corpo, come una di quelle bale ne che vagano per i mari con gli arpioni nella schiena, o un drago, sfuggito a S an Giorgio con l'asta in corpo. Di cercare l'antica Piuro mi era ormai passata la voglia. Salii sulla macchina e ripresi la salita verso il Maloja, impaziente d'arrivare a Zuoz, dove mi sarei fermato all'albergo "Weisser Kreuz" senza passare l'Albula o il Bernina, come quando erano vivi i miei amici di Coira e di Poschiavo.

Il fico sull'incudine. Passando, questo autunno, dalla Valcuvia e dalla Valtravaglia, con lo sguardo ai prati e alle campagne dalle quali una volta sporgeva solo qualche tetto annerit o o l'angolo d'un casale semisepolto dal verde e dove ora sorgono villette e pic coli opifici, a uno svolto di strada mi apparsa la rimessa del Santino. Mi bast un'occhiata per capire che da officina e garage, il capannone era disceso al rango di magazzino e deposito di rottami ferrosi. Dilagavano infatti dalla serranda aperta, ruote e puleggie, inferriate e cancell i di vecchie ville, balaustre di ghisa, rotoli di rete metallica, interi balconc ini di ferro battuto, stufe e cucine economiche sfondate, fogli contorti di lami era, doccioni, scale a chiocciola e altri residuati coperti di ruggine, che face vano mucchio a lato e dietro il capannone, nel prato dove un giorno sorgevano i bei noci e le piante di fichi del Santino. Non c'era pi, davanti alla porta, il distributore di benzina che quarant'anni or sono faceva dell'officina un punto d'appoggio per gli automobilisti delle due va lli.

Un distributore dalle sembianze quasi umane, giallo, che sorgeva dal marciapiede simile a un "totem", stretto di spalle e ingrembiulato di ferro fino ai piedi c ome Can Grande della Scala. Se il Santino, o un altro meccanico qualsiasi, gestisse ancora la rimessa, il di stributore ci sarebbe, ma nuovo, di quelli a forma di cassa, automatici. Non pi quel mostro dal testone di opalina, che aveva nel petto un apparato vescic ale costituito da due cilindri di vetro nei quali si vedeva salire e scendere la benzina. Quando a quella "pompa" si fermava strombazzando la macchina del Pretore di Cuvi o o quella di qualche maggiorente della vallata come il commendator Forzinetti o l'ingegner Sonzini, il Santino non c'era mai. Compariva dopo un po', sorgendo come un Lazzaro dalla buca dov'era disceso a scr utare le viscere di qualche motore, oppure spuntava, svagato, da dietro la rimes sa, come se venisse dai campi. Altre volte arrivava, con una certa fretta, dai prati di fronte, dove forse era andato ad infrascarsi, non avendo tra le sue mura che un rudimentale "servizio" al quale preferiva, per i suoi bisogni, l'aria aperta e l'ombra del fogliame. Il Santino, che prima di andar soldato era stato agricoltore, divent meccanico in guerra, tra il 1916 e il 1918, servendo la patria in aviazione, ma a terra, com e motorista. Tornando ai suoi paesi a guerra finita e dopo un anno di prigionia in Austria, a veva aperto una rimessa con officina lungo la strada provinciale della Valtravag lia, nel mezzo d'un prato di sua propriet, sparso di poche piante, come noci e fi chi, con in pi qualche spalliera di uva americana e clinto. Era un grosso uomo, dalla faccia tonda, che spesso indizio di bont e anche di dab benaggine. La sua testa era piccola e i capelli cortissimi, il suo corpo tozzo la sua fisio nomia dominata da due grosse labbra, gonfie e tumide, da mangiatore di fichi. Quando non era nella buca a frugare le interiora di qualche macchina, o al banco intento a maneggiare ingranaggi, bobine, carburatori o altre parti dei motori c he smontava, si poteva trovarlo sui primi rami di una delle sue piante di fichi brianzoli, seduto come un orango in riposo e con in mano la pelle rovesciata d'u n frutto che aveva appena mangiato. Se non stava sulla pianta, era sotto i noci che camminava carponi, come un turco nella Moschea, per scorgere tra l'erba gli ovoli verdi e duri che cadevano dagl i alberi. Ma spesso non era in officina e neppure nei dintorni. Spariva, abbandonando ogni sua cosa e senza neppure curarsi di chiudere porte e serrande, quasi per non far capire che si era allontanato. Solo qualche anno dopo si seppe dove andasse a nascondersi. In fondo al prato che fronteggiava la sua officina, dall'altra parte della strad a provinciale, sorgeva una vecchia cascina abitata dalla vedova di guerra Rosa M olinari e dai suoi figli, due giovanotti non ancora ventenni, che lavorando come buoi facevano prosperare una piccola azienda agricola. A certi momenti della giornata la vedova, esponendo qualche asciugatoio di un da to colore, provocava il distacco di Santino da qualunque operazione avesse in co rso. Fosse sul fico o nella buca, stesse limando, mazzolando o soffiando dentro qualc he "candela" ossidata, mollava quanto aveva alle mani e come un cacciatore che a vesse visto posarsi la beccaccia, si avviava quatto quatto, al riparo del bosco che fiancheggiava il prato, verso la cascina della vedova, dove entrava dopo ess ersi girato a dare un'occhiata al suo garage abbandonato. Sempre, in quei casi, i due giovanotti erano al lavoro dal lato opposto della ca scina, verso la montagna, in fondo ai coltivi che si stendevano per una lunghezz a di quattro o cinquecento metri. Dalla loggia del primo piano il Santino li sbirciava, al coperto d'un pilastro, per accertarsi del loro accanimento nel vangare o nel lavorare di scure intorno a qualche tronco. Poi tornava dentro, dove l'aspettava la donna.

Ma i loro colloqui, durante i quali forse il Santino narrava qualche sua vicenda di guerra e spiegava nel modo meno orrendo possibile come avesse potuto trovar morte certamente rapida e indolore, il marito della sua vicina, avvenivano sempr e nella camera nuziale e in prossimit di una finestra verso i campi, dalla quale ora il Santino ora Rosa andavano a gettare uno sguardo. Anche se i figli della vedova, morsi dalla tarantola, avessero d'improvviso pres o la corsa verso casa, il Santino avrebbe avuto tutto il tempo necessario per us cire dal lato opposto e raggiungere la sua officina. Ma non accadeva mai. Solo all'ora di mezzogiorno, quando arrivava fino ai piedi della montagna l'odor e della polenta che Rosa metteva sul fuoco, i due giovani staccavano. Al pomeriggio, bisognava che venisse sera, e che non vedessero pi i loro piedi, p rima che si decidessero ad abbandonare picconi e scuri sul terreno. Bravi figlioli, che la scomparsa in guerra del padre aveva rapidamente maturato, e che nella madre vedevano una santa donna, sempre intenta alla cucina e ai lor o panni, quando non usciva nei campi, nei momenti di bisogno, a dare una mano ai figli e a dirigerli. Vostro padre faceva cos diceva. E i due giovani accatastavano, potavano o tagliavano come avrebbe fatto il loro padre, sempre in silenzio, perch erano di natura saturnina. L'asciugatoio alla finestra appariva solitamente nelle ore del primo pomeriggio, ma certe volte anche di mattina, mentre Santino era sul fico a mangiare i frutt i pi maturi e appassiti prima che li beccassero gli uccelli. Appena vedeva l'asciugatoio scendeva, con un fico o due in mano, dava un'occhiat a alla strada in su e in gi, poi entrava nel prato e si avvicinava alla cascina. Il suo portamento non aveva nulla di furtivo, ma sembrava incerto, come di chi a ndasse a zonzo per i campi, un cercatore di funghi o uno di quei viandanti senza meta che dormono nei fienili e colgono qua e l qualche frutto, ma non rubano e n on fanno male a nessuno, paghi della loro libert e del loro far niente. Arrivato alla cascina, con quattro passi svelti e ben misurati s'infilava nella porta. I figli della vedova Molinari intanto, lontani, infierivano sui tronchi dei cast agni abbattuti. Volevano allargare il coltivo, per poi lavorarlo con una moto-aratrice che avreb bero comperato col ricavo della legna. Capitava talvolta che un automobilista fermo al distributore, vedendo che nessun o compariva, si mettesse a suonare il clacson. In quei casi il Santino, se non era troppo occupato accorreva, sbucando sulla st rada dal bosco per non far vedere da dove provenisse. Non gl'interessava l'incasso, ma di far tacere la tromba, che con le sue gracchi ate gli pareva propalasse alle valli la sua assenza dalla rimessa, finendo con l 'insospettire i due giovani lavoratori, che in effetti a quei clangori smettevan o un momento il lavoro e alzavano il capo, quasi per chiedersi come mai e da dov e il Santino dovesse venir richiamato. Nei giorni in cui le visite e le beneficiate del Santino, andate franche per pi d i un anno, volgevano al pari di tutte le pacchie di questo mondo a quella dura f ine che il nocciolo o l'osso d'ogni buona polpa, la stagione era al suo colmo. Erano maturi i fichi e le noci, l'uva era gi stata vendemmiata e rimanevano sui t ralci quei grappolini dimenticati che sono la delizia dei cacciatori vaganti. L'erba dei campi appariva sempre rorida di guazza, e l'orizzonte leggermente off uscato da nebbioline argentee, dentro le quali si udiva lo zirlo dei tordi che co minciavano la loro passata. Proprio una di quelle mattine, mentre stava guardando un piccolo biplano che ron zava nel cielo della valle, il Santino si accorse che un asciugatoio bianco era comparso alla finestra. Da tre giorni non vedeva il solito segnale. Scese nel prato e senza attardarsi and alla cascina. Appena entrato in cucina, dove la donna stava rammendando, si avvicin alla finest ra, scost la tendina e cerc i due giovani, lontano, nell'ombra del monte. Erano l, con ascie, cunei e mazze, che davano addosso a un ceppo.

Soddisfatto, pass nella camera da letto dove la vedova, che l'aveva preceduto, st ava come al solito dispiegando sopra il ritratto del marito un bel fazzoletto bi anco di lino che aveva tolto dal cassettone. Rosa disse il Santino. Quel ritratto, proprio sul com, mi fa senso. Eravamo amici col tuo Antonio. Abbiamo fatto due anni di guerra insieme. Mi pare un'offesa alla sua memoria. Per questo rispose la donna lo copro sempre con un fazzoletto. S. Ma se lo mettessi in cucina sarebbe meglio. Lo metter in cucina concluse Rosa. Santino fu contento. E guard con un occhio nuovo la donna, che non solo aveva smesso il lutto, ma comi nciava ad agghindarsi con qualche ricercatezza. Raccoglieva con pi cura i capelli lunghi e neri, e lasciava maggior libert al pett o, di un'abbondanza straordinaria, che per pudore e per riguardo ai figli aveva sempre tenuto compresso dentro un busto. Da qualche tempo, scomparso il corpetto, una cascata di carne le ondeggiava sott o la camicetta, mal dissimulata da uno scialle corto che incrociava e infilava n ella cintura solo quando giravano per casa i suoi figli. Rosa non era bella, ma alta e ben costruita, con gli occhi scuri, le sopraccigli a unite e le braccia sode e tonde come cosce. L'uomo, che era sui quarant'anni, non aveva bisogno di pi, nella sua semplicit, pe r sentirsi largamente favorito dalla sorte in quel bene di natura del quale ogni uomo fa gran conto, dentro di s, ricco o povero, umile o potente che sia. Santino si guard nello specchio, e mentre contemplava il suo faccione tondo, gli si ferm nel mezzo della fronte, come una mosca, un pensiero che non l'aveva mai s fiorato: perch, magari fra un anno, non avrebbe potuto sposare la vedova del suo amico? Azione buona, onesta ammenda, giudiziosa sistemazione. La tavola pronta due volte al giorno, il letto caldo, la fusione delle due propr iet... Troppo, per pensarci in una volta sola. E Santino, voltate le spalle allo specchio, cominci a slacciarsi una scarpa. Rosa invece, quasi l'avesse colta un'inquietudine, andava e veniva tra la cucina e la stanza ora tendendo l'orecchio verso la strada, ora mettendo il viso per u n attimo alla finestra verso i campi. Erano da qualche minuto distesi in pace, quando Rosa ud, per prima, un passo pesa nte sulle scale. Balzarono tutti e due a sedere sul letto e la donna, allarmata, corse alla fines tra. I suoi due figli stavano menando tali botte al ceppo, che si udivano i colpi a d istanza di quasi mezzo chilometro. Riprese fiato. Quello che saliva le scale non poteva essere che un venditore ambulante o il mes so comunale con qualche avviso. Messo o venditore che fosse, arrivato alla porta, l'ignoto cominci a bussare semp re pi forte, tanto che il Santino, pensando che si trattasse di qualche malintenz ionato, credette bene di far sentire la sua grossa voce. I colpi raddoppiarono di forza e la porta, che era fragile, cedette ad una spint a gagliarda, lasciando il passo ad un magrone di mezza et, con dei calzoni di tel a, una giacca lunga come una palandrana e un cappello nero calato sugli occhi. Il Santino era ormai in cucina, con le dita impigliate nei bottoni del gil che ne lla fretta aveva allacciato malamente, e dal cui taschino inferiore sinistro pen deva l'orologio, attaccato con la catena alla seconda asola. I due uomini si guardarono a lungo. Poi il sopravvenuto, alzando il cappello sulla fronte, mormor: Santino. Gli rispose la donna con un grido soffocato: Antonio!. Il magrone, contro tutti i comunicati del Ministero della Guerra e contro tutte le testimonianze dei commilitoni che l'avevano visto morto ai piedi di un retico

lato, era Antonio Molinari in carne e ossa, con in pi un paio di baffi a chiodo, dalle punte rivolte in basso. Fermo sulla porta, pareva sforzarsi per muovere un passo verso l'interno, ma sen za riuscirvi, quasi che una mano, dietro le spalle, lo trattenesse per la giacca . Voleva rientrate in casa sua, e non poteva, come quando nei sogni non si riesce a correre o a fuggire. Mentre il Molinari lottava con se stesso per varcate la soglia, anche il Santino affrontava un simile combattimento. Uomo senza immaginazione quale era, cercava brancolando di raccapezzarsi e di ri entrare nella realt dalla quale l'aveva tolto l'improvvisa apparizione dell'amico . Non vedeva Rosa, che con le mani nei capelli era rimasta impietrita vicino al ca mino, e guardava invece il Molinari, aspettando che parlasse o si muovesse, per avere altre prove della sua appartenenza al mondo dei viventi, avendo gi dimentic ato le prime, cancellate dalla sorpresa e dallo sgomento. A un tratto si sent toccare due volte nell'inguine, leggermente, come se un dito invisibile volesse richiamare l'attenzione del Molinari su quella parte del suo corpo. Preso da un terrore improvviso, diede un lamento e guard in basso. Era il suo orologio, che attaccato alla catena, ondeggiando e piroettando nel vu oto, gli batteva sul fondo della bottoniera. Finalmente il Molinari fece un passo avanti e riusc ad articolare le prime parole . Siete gi sposati? chiese con un fil di voce, guardando per terra. Il Santino a quella domanda cap che l'amico si era reso conto di una tale possibi lit, che anzi l'aveva prevista, anche senza pensare proprio a lui, e che se ne fa ceva carico, ammettendo in qualche modo che la moglie di un morto dopo tre o qua ttro anni poteva risposarsi. Non ancora rispose Santino alzando una mano, e lasciando intendere che se pure i l matrimonio fosse stato nei suoi propositi, l'Antonio era arrivato in tempo. Dopo quella risposta il Molinari cominci a muoversi per la stanza, andandosi a fe rmare davanti alla moglie, che aveva lasciato cadere le braccia lungo il corpo. E i fioeu? le domand ad alta voce, andandole quasi addosso. Rosa si volt verso la finestra e gli indic il fondo del podere. L'Antonio guard intensamente e vide i due giovani, uno con la mazza e l'altro con la scure, che avevano ormai avuto ragione del tronco e lo stavano riducendo in schiappe. Ma tu disse volgendosi d'improvviso al Santino non hai la campagna alla C Bianca? L'avevo rispose Santino con un soprassalto ma l'ho venduta. Ho tenuto solo il terreno qui davanti a voi, e ci ho costruito un garage con l'o fficina. Guarda l. E gli indic la finestra verso strada. L'Antonio pass da una finestra all'altra e guard. Vide il capannone, l'insegna d'una marca di pneumatici, quella di un olio lubrif icante e il distributore della benzina ritto sul marciapiedi. In quell'officina aveva messo la testa poco prima per domandare se i Molinari st avano sempre nella cascina in fondo al prato di fronte. Si era provato a chiamare: Ohi, padrone! Ma nessuno aveva risposto. Sorpreso per quella costruzione e per quegli impianti che prima della guerra non esistevano, aveva anche azzardato, per curiosit, un passo verso l'interno. C'era un camioncino sopra la buca, una motocicletta rossa appoggiata al muro, de i pneumatici appesi a un piolo, tre o quattro bidoni, qualche latta d'olio, e so tto una vetrata a riquadri un bancone con diversi attrezzi. Vicino alla porta aveva notato una piccola incudine sulla quale era posato un fi co maturo, pi bruno che verde, un po' molle, con una screpolatura dalla quale sti llava una goccia limpida di umore. Aveva dato un'altra voce verso il fondo dell'officina, dove si vedeva una tramez za e s'indovinava un locale, ma gli era arrivato, in risposta, solo il canto dei

grilli che veniva dalla campagna d'intorno. Dopo aver gettato un'altra volta lo sguardo al fico sull'incudine, che sembrava un segnale o una specie di TORNO SUBITO, si era avviato verso la sua cascina, in fondo al prato. Ci mise un po' di tempo l'Antonio per capire tutto, ma quando smise di guardare il garage e si volt, era come se avesse rivisto i quattro anni che erano passati dopo la fine della guerra: il ritorno del Santino al paese, la sua decisione di abbandonare i campi e di aprire un'officina lungo lo stradale, la vicinanza con la propriet Molinari, la vista continua della cascina, Rosa alla finestra e ogni tanto di passaggio davanti all'officina, i figli sempre al lavoro a testa bassa, oggi e domani, l'inverno e la primavera, l'estate e l'autunno, il tempo, che no n matura solo i fichi. Mentre pensava e ricostruiva dentro la sua testa gli ultimi avvenimenti, vide la porta aperta della camera da letto. Fece due passi svogliati e arriv alla soglia, ma non entr. Si limit a guardar dentro. Not il letto scomposto, poi gli cadde l'occhio sul canterano, che era vicino all' uscio. Un oggetto indefinibile, coperto da un lino come un ostensorio, lo incurios. Allung un braccio, prese per una cocca il fazzoletto e lo tir a s. Gli apparve il suo ritratto, voltato verso il letto, con una coccarda tricolore fissata in un angolo della cornice. La fotografia, che era di otto anni prima, lo mostrava simile a uno di quei gioc atori fuori turno che fanno da arbitri nelle partite di bocce, e che dai margini del campo si protendono sulle diverse combinazioni del gioco, con un grande sfo rzo di attenzione negli occhi, per seguire da competenti e da giudici la partita in corso. Cos aveva dunque guardato, dal ritratto, per due o tre anni, il suo letto matrimo niale. Il Santino, che intanto aveva ripescato l'orologio e l'aveva collocato nel tasch ino del gil al suo solito posto, aspettava in silenzio che l'amico si rendesse co nto della situazione, come era giusto e come avrebbe fatto anche lui in un simil e caso. Doveva persuadersi, capacitarsi, capire che le cose non avrebbero potuto andate diversamente. Erano tornati tutti, dalla guerra. Qualcuno, come lui che era stato prigioniero in Austria, con qualche mese di rit ardo; ma i vivi, e anche i mutilati, i ciechi e gli zoppi, avevano presto o tard i trovato la strada di casa. Forse all'Antonio poteva essere capitato un caso straordinario, come quello che raccontava sempre il macellaio di Mesenzana, il quale in Ungheria dov'era prigio niero, era scappato dal campo e aveva trovato lavoro in un allevamento di bovini della Bucovina per restarvi fino all'autunno del 1919 senza che gli pervenisse notizia della fine del conflitto. Lo seppe solo quando la Bucovina era gi stata attribuita alla Romania. Ma i rumeni non lo lasciarono andare. Non erano stati loro a farlo prigioniero, e il caso non li riguardava. Solo dopo tre anni riusc a raggiungere il Mar Nero e ad imbarcarsi su una nave gr eca che lo port a Rodi, donde torn in Italia e a Mesenzana. Qualche cosa del genere doveva essere accaduta all'Antonio, perch altrimenti, con la moglie e due figli a casa, non sarebbe restato in giro quattro anni. L'Antonio aveva deposto il fazzoletto sul canterano e si era voltato verso il Sa ntino. Lo guard, beccheggiando un po' con la testa e stringendo le labbra, poi allarg le braccia come per dire: "Va bene. E' andata cos. Pazienza!. And ad aprire la finestra, usc sul loggiato e chiam i figli, dei quali dimostr di ri cordar bene i nomi: Milio! Doardo!. Abbandonata la sua voce nell'aria, torn dentro, senza badare se i figli avessero

sentito o no. In quel momento si ud il clacson di una automobile ferma al distributore di Santi no. C' una macchina disse Santino, come per scusarsi e prender licenza. Infil la porta e se ne and. Antonio allora tolse il cappello, lo attacc al chiodo dove l'aveva sempre attacca to fino a otto anni prima, e usc sulla loggia a vedere se i figli arrivavano. Santino camminava senza fretta ai margini del prato. Quando arriv sulla strada, il guidatore dell'automobile, che guardava verso il ga rage da un pezzo senza veder comparire nessuno, innest la marcia e ripart in direz ione della Valcuvia. Santino alz le spalle, entr nella sua rimessa e vide il fico che aveva posato sull 'incudine appena si era accorto dell'asciugatoio alla finestra di Rosa. Stette un po' a guardarlo, cos ben maturo e rilassato, quindi lo prese in mano e and a sedersi sul panchetto fuori della porta. Con una leggera pressione delle dita lo spacc, lo rovesci, scrut le due met per il c aso che ci fosse il moscerino, poi le risucchi avidamente una dopo l'altra. Rimase per un momento con la pelle del fico che gli pendeva in due bande dalle d ita, e guard attorno, cercando un posto dove buttarla. La lanci nel mezzo della strada, e alzando gli occhi vide che l'asciugatoio bianc o era rimasto esposto alla finestra. Lo guard, non pi come un richiamo, ma come un segno di resa. Poi si alz in piedi e and nel prato dietro la rimessa, verso i suoi fichi, per ved ere di trovarne qualche altro, dolce e saporito come quello che aveva appena man giato e del quale sentiva ancora il gusto sulle labbra. Pghen, pghen. In questo stesso caff, in questa stessa luce pomeridiana, sedevo trentatr anni fa come oggi, su una sedia di vimini al bordo del marciapiedi, la tazzina vuota dav anti, la bustina dello zucchero accartocciata e il cucchiaino dentro la tazza co l suo grumo, sul fondo, di zucchero e d'orzo tostato. Orzo, surrogato, come si diceva allora, perch il caff era scomparso da due anni. Erano i giorni tra l'otto e il dieci di quel settembre 1943 del quale gi parla la storia. Nel traffico ormai soltanto pedonale della piazza, si inserirono improvvisamente alcuni autocarri militari. Apparivano rapidi, rallentavano come bestie in fuga che odorino il vento, poi si gettavano verso i valichi di frontiera riprendendo a tutta forza. Erano macchine del Terzo Autocentro di stanza a Milano. Sul cassone, tra qualche arma e qualche bagaglio, sedevano o stavano in piedi te nendosi al tetto della cabina alcuni soldati, cinque o sei per ogni automezzo. Dopo i primi passaggi ci fu una sosta, poi incominci il transito di un'intera col onna. Gli impiegati, gli esercenti, gli avvocati e i ragionieri seduti al caff insieme a qualche fannullone, guardavano l'esercito italiano che si scioglieva come una nebbia di quel settembre tiepido e tranquillo. Le campagne verso il confine pullulavano di soldati, la gran parte rivestiti con gli abiti borghesi che avevano trovato bussando alle case. Pareva una carnevalata di giovani che si preparassero ad una farsa. I tedeschi erano ancora lontani, nelle grandi citt. Ma presto cominciarono a dilagare dovunque e ad occupare metodicamente la peniso la. Mentre ancora in ogni parte dell'alta Italia i militari sbandati camminavano ver so la frontiera, furono annunziati i tedeschi sulle strade che da Milano portano ai laghi. Occupavano metodicamente l'Italia ed affrontavano, da un altro punto di vista, a nche loro alla meno peggio, le prime sorprese del triste destino che li attendev a. Da noi, tre giorni dopo l'occupazione di Milano non erano ancora arrivati, ma le notizie non mancavano: ogni citt aveva la sua sorte, capitolava per conto suo, s i adattava all'avvenimento con le sue risorse e le sue iniziative.

Nell'assenza di ogni potere, gli individui e le collettivit risolvevano ogni gior no i nuovi problemi che la situazione imponeva. La nostra citt, che aveva un comando militare bench solo di Distretto, pareva dest inata a un gesto eroico. Il comandante aveva portato il suo quartier generale al lato nord e sugli imbocc hi delle strade provenienti da sud aveva fatto piazzare le armi. A met settembre da noi cominciano a rosseggiate gli alberi delle ville e l'aria d olce e fresca come a primavera. Era un piacere passeggiare per le strade in quei giorni, guardare i muri delle v ille lungo i quali cadevano le prime foglie secche dell'autunno, e sentite nell' aria, nella luce del sole basso all'orizzonte e senza calore, l'ansia delle cose che debbono accadere, l'imminenza dei grandi eventi che possono mutare la vita. Andai, passeggiando con un'amica, a vedere le postazioni: una sotto il belvedere di una villa, un'altra sopra un terrazzino che domina le strade d'accesso alla citt e la terza al riparo delle frasche appassite d'un capanno, sul terrapieno de ll'autostrada. C'erano alcune vecchie mitragliatrici puntate verso sud, con vicino le cassette delle munizioni e alcuni soldati che fumavano affacciati alla via. Era convinzione comune che i tedeschi dovessero arrivare da un momento all'altro . Si diceva fossero gi alla Gazzada, e non si capiva che cosa aspettassero per ragg iungere il capoluogo. A mezzogiorno dell'indomani niente ancora. Nel pomeriggio il comandante del presidio, sentendosi indisposto, aveva passato la frontiera e prima di sera era a letto, nell'ospedale di Lugano. Le mitragliatrici furono ritirate. Si pensava che i tedeschi sarebbero arrivati di notte, ma venne giorno e non c'e rano ancora. La citt, rimasta senza forza pubblica e senza soldati, continu a vivere nell'ordin e per forza d'abbrivio, per la coesione istintiva che nasce quando vengono meno i poteri. Ognuno badava alle sue cose, e quasi nessuno si accorse, nelle prime ore del pom eriggio, dell'arrivo di un reparto tedesco. Finalmente si erano ricordati di noi, erano venuti e si erano fermati in caserma . Un grosso carro armato giallo che i tedeschi si erano portato dietro, l'avevano lasciato sulla strada perch non passava dal portone. Era vicino al marciapiede, cogli sportelli aperti e i ragazzi ci guardavano dent ro. Chi diceva che era un "Tigre" e chi no. Ai lati del portone della caserma erano di guardia due giovani armati della "Gio vent hitletiana". Stavano a gambe aperte, in divisa nera, con un piccolo mitra sotto il braccio. La gente, poca, li guardava. Qualcuno li rasentava curioso e spingeva lo sguardo dentro al cortile dove tutto era regolate. Forse un maresciallo stava scaricandosi del magazzino, un ufficiale della cassaf orte e altri d'ogni loro incarico, i pochi che erano rimasti, quasi tutti gi pens ionati e richiamati in servizio al Distretto. Sui muri della citt apparve il primo "Aufruf". Diceva che i soldati germanici arrivavano pacificamente, non davano fastidio a n essuno, portavano con loro quanto bastava al loro mantenimento e dovevano quindi essere rispettati. La gente leggeva con diffidenza e gli esercenti, che sono sempre i primi a scont are gli avvenimenti della guerra, per prudenza avevano abbassato le saracinesche dei loro negozi. Sul finite del pomeriggio i soldati occupatori ebbero libera uscita in citt. Incominciarono a vagare a coppie, con la sola bajonetta dietro la coscia sinistr a, privi di curiosit e tranquilli come a casa loro. Ma quando la occupano questa citt si chiedeva la gente quando ci occupano! Per am

ore della regolarit e per una strana ambizione di storia, si voleva un segno evid ente, un fatto, un orrore, che sanzionasse l'occupazione. I tedeschi non sembravano disposti a nulla di particolare per noi. Tuttavia le prime pattuglie furono seguite con grande attenzione. Ne arriv una all'incrocio di Via Beccati con Via Scarpati. Una piccola folla le teneva dietro da lontano, ma i due soldati sembravano non a ccorgersene. Vedevano le saracinesche chiuse e si capiva che cercavano vetrine da guardare o per fare qualche disastro. Proprio sull'angolo c'era una vetrina aperta e illuminata. Era la povera mostra d'un negozietto di dolciumi e presentava poche paste di miglio e s oja, di quelle che si confezionavano in quel tempo di restrizioni. La padrona non aveva stimato necessario proteggere una simile merce, e non sapen do forse dove andare, era rimasta in bottega. I due soldati videro la vetrina e l'accostarono. Ristettero muti, col naso sul vetro, mentre dietro si assiepava una masnada di p opolo curioso che aspettava l'irruzione nel negozietto, il saccheggio o almeno l a requisizione di quel mangime. In mezzo alla gente, con l'aria di uno qualunque, si era insinuato il pi grosso d roghiere della via Porcari. Gli interessava vedere bene per regolarsi e si spingeva avanti, forte del suo tr ovarsi mal vestito, confuso tra gli altri senza nulla che potesse indicarlo come il proprietario del grande magazzino chiuso che aveva alle spalle. Il droghiere Basletti si dichiarava antifascista e antitedesco. Pochi giorni prima, in negozio, aveva detto ad alcuni clienti: Se non avessi tre figli... e tutti l'avevano immaginato, se scapolo, a capo d'una banda di partig iani. Era un uomo che aveva vinto il razionamento mandando olio ai razionatori. Ma ora c'erano i tedeschi, per i quali l'olio non serviva, perch potevano prender selo con la forza, se volevano. Bisognava dunque trovare qualche cosa per neutralizzarli questi occupatori, e in tanto occorreva studiarli. Per questo era alle loro spalle con gli occhiali sul naso, le mani in tasca, pro nto a voltar via la faccia se si giravano e a rispondere: Chi? Io? Ma se passavo per caso.... I due tedeschi parlavano tra di loro, si concertavano. Ed ecco che uno si mosse e spinse la porta d'entrata seguito dall'altro. La padrona era ferma dietro il banco. Fuori tutti tenevano il fiato e dai vetri seguivano la scena. Si videro i soldati parlare alla padrona, poi questa girare intorno al banco, an dare alla vetrina e ritirate quelle poche paste. Torn al banco, le incart e porse il pacco a uno dei soldati. L'altro mise una mano alla tasca posteriore. Fuori corse un fremito. Il droghiere Basletti stava per ritirarsi prima che il colpo partisse, ma voleva vedere l'arma uscire di tasca all'assassino. Vide invece uscire, tirato da due dita, un portafogli. Si fece avanti deciso e constat che il soldato sceglieva banconote italiane e le posava sul banco davanti alla padrona, mentre l'altro, col pacchetto posato deli catamente sul braccio, alzava la mano verso la maniglia per uscire. Basletti aveva visto meglio di tutti e aveva capito prima di tutti. Si volse di colpo e si lanci attraverso la strada in direzione del suo negozio gr idando: Pghen, pghen, pghen! in un crescendo affannoso. Un momento dopo alzava le saracinesche, chiamava i garzoni, le sue donne, correv a dietro il banco e si calmava lentamente ripetendo: Pagano, pagano, pagano.... Viva il re! Non credo di avere mai nutrito simpatia o ammirazione per i personaggi antichi o moderni di Casa Savoia, a cominciare da Umberto Secondo detto il "Rinforzato",

che con la morte della nonna Adelaide perdette i territori della sua Casa al di qua delle Alpi e parve voler dare sfogo altrove alla sua prosapia, la quale torn invece a radicarsi in Piemonte nel 1183, riuscendo, nel giro di quasi un millenn io a dilagare fino in Sicilia nel 1862, a realizzare l'unit italiana e poi a scom parire del tutto nel 1946, dispersa dopo la sconfitta italiana in oscuri matrimo ni, in modesti impieghi privati o nel gioco dei piccoli traviamenti della media borghesia con la quale i suoi ultimi rappresentanti hanno finito col confondersi . Non mi entusiasm mai il Conte Rosso e neppure il Conte Verde, che dopo aver parte cipato a un torneo vestito di verde come Oscar Wilde, port sempre quel colore, ap parendo pi simile a una cavalletta che a un cavaliere. Del ramo detto di Carignano, succeduto a quello diretto che si era spento con Ca rlo Felice nel 1831, mi spiacque anzitutto Carlo Alberto, "l'Italico Amleto" dal la faccia di pancotto, lo sconfitto di Novara e carnefice del Ramorino, dal qual e discese, se pur discese, quel Vittorio Emanuele, galantuomo pi di nome che di f atto, che in Inghilterra, durante una sua visita ufficiale, fu preso dalla regin a Vittoria per un cinghiale, tanto era dissimile fisicamente dalla specie umana. Di lui sono piene le cronache e le storie, da quelle che mettono in dubbio la su a origine regale a quelle che ricordano i suoi gusti grossolani e il suo connubi o morganatico con la figlia d'un cocchiere. Meno ancora ho avuto simpatia per i suoi discendenti. A cominciare da quell'Umberto Primo che pass alla storia pi per il suo taglio di c apelli che per le sue decisioni, oltre che per la pallottola del povero Bresci, un esaltato che credette estinguere un re e si trov ad avere dissolto un'ombra, p erch subito a Umberto succedette Vittorio Emanuele Terzo, in quanto i re hanno se mpre pronto il subentrante, quasi sapessero d'essere bersaglio fisso della morte . Vittorio Emanuele Terzo, che mentre uccidevano suo padre navigava per istruzione al largo del capo Spartivento, fu il re del quale mi tocc essere suddito, perch n acqui quando da tredici anni era salito al trono. Mio padre, che sotto Umberto Primo era stato mandato alla guerra d'Africa e si e ra trovato a Dogali o a Macall uscendone tra i pochi scampati, ad una rivista mil itare aveva visto Vittorio giovane sottotenente, issato su di un cavallo dalla s ella ortopedica. L'allora principe era infatti, come figlio di due cugini, molto mal combinato. E tale rimase crescendo e invecchiando: rachitico, nano, con una faccina da geco o da camaleonte, il labbro inferiore sempre in movimento come quello di un coni glio. Stava su due gambette corte, con la fronte schiacciata sotto l'ala d'un berretto ne militare alto due spanne, un cespuglietto di peli rialzati sotto il naso e i braccini che gli uscivano dal corpo un po' rigidi come quelli di un pupazzo. Ma era il re, e quindi un personaggio che mi fu presente dall'adolescenza fino a l 1943, quando fugg da Roma a Pescara e da Pescara a Bari, dove si attacc al tallo ne dell'Italia, come un naufrago all'angolo d'una zattera sulla quale spera di r isalire.Tent infatti di riprendere il reame, ma non gli restava che la fuga in Eg itto e la morte, bench in Italia avesse lasciato il figlio Umberto, numerato Seco ndo come il "Rinforzato" e anche lui segnato dal destino di perdere i territori della sua Casa e questa volta per sempre, nonostante abbia a sua volta un discen dente, mediatore di case, di terreni e di merci varie. Tornando al re dei miei anni, Vittorio Emanuele Terzo, del quale fui suddito per un trentennio, debbo riconoscere che la sua presenza a capo della nazione non f u senza effetto sulla mia immaginazione. Dopo averlo sentito pi volte nominare da mio padre, me lo trovai davanti andando a scuola, dove il suo ritratto era appeso dietro la cattedra della maestra sotto al crocefisso. La maestra parlava sempre di lui come del re soldato e del re vittorioso, che av eva vinto la guerra 1915-1918. Su di un libro vidi un giorno una sua fotografia, dove appariva in un prato, con un gabbano lungo fino ai piedi e con un fucile novantuno pi lungo di lui, che pu ntava verso un velivolo austriaco librato sopra la sua testa, a qualche centinai

o di metri d'altezza. Come un cacciatore di allodole, tirava all'aereo nemico pieno di buona volont, pe r contribuire alla disfatta degli Imperi Centrali, anche se era chiaro che avreb be mancato il colpo. In verit, dopo la disfatta di Caporetto si era pronunciato per la resistenza sul Piave, idea forse non sua, ma che egli sostenne. Purtroppo moll nel 1922, dando inizio a molti guai e, per quanto lo riguardava pi da vicino, alla liquidazione della sua millenaria casata. Tutti i giorni mi capitava di vedere il re sulle monete, con la sua testolina to nda, i baffetti a ciuffo e il mento diritto. Pi tardi, verso il 1932, comparve sul "recto" dei pezzi da venti lire d'argento, dei patacconi che sembravano di vetro e sul cui verso si leggeva: "Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora". Qualche anno dopo ebbi occasione di conoscerlo, indirettamente, ma abbastanza a fondo. Un mio conterraneo, entrato nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza e arri vato al grado di brigadiere, crebbe in tanta stima dei superiori da venire asseg nato in servizio presso la persona del re. Nelle sue brevi licenze, quando mi veniva a trovare e lo interrogavo sulla vita che faceva, mi riferiva curiosi particolari sulla famiglia reale. Diceva di aver dovuto imparare per ordine dei superiori l'inglese, onde poter se guire i discorsi tra il re e la regina, che tra loro parlavano inglese per non f arsi capire dalla servit. I reali, convinti che il brigadiere conoscesse solo l'italiano e al massimo un p o' di francese, gli facevano sentire ogni sorta di sfoghi, che lui puntualmente riferiva ai capi. Ma, disse, non parlavano mai d'altro che delle loro difficolt intestinali o d'alt re piccolezze. Alla mattina il brigadiere era alla porta del re, che dormiva solo in un letto d a campo, in attesa di affiancarlo per tutta la giornata, o di vagargli intorno, se riceveva qualcuno, sempre tenendolo d'occhio e pronto a intervenire se stesse per patire offesa. Il re aveva finito per affezionarsi a quel suo guardiano, e qualche volta gli ri volgeva la parola per dirgli che era una bella giornata, oppure che pioveva o ch e avrebbe piovuto. Ogni mattina faceva con lui il giro delle sale di San Rossore, e stando in mezzo ai locali guardava i quadri, che dopo la spolverata giornaliera erano sempre st orti. Glieli indicava uno dopo l'altro perch coi piccoli tocchi di una bacchetta li rad drizzasse: Ancor un po' diceva. Oppure: Cos va bene. In fatto di pittura aveva una strana competenza che lo induceva a comperare, di tempo in tempo, qualche quadro alla Biennale di Venezia o in occasione di altre rassegne, danneggiando i pittori dei quali sceglieva le opere, perch i suoi gusti erano, a quanto pare, grossolani. Un pittore delle mie parti, Domenico De Bernardi, che era stato invitato ad una Biennale del 1925 o 1926, raccontava che il re, entrato nella sua sala, dopo ess ersi messo in contemplazione sotto un quadro nel quale si vedeva il porto di Gen ova, chiam a s il pittore e parlando a bassa voce gli disse imperativamente: Quest o quadro lei l'ha dipinto in un giorno di pioggia. De Bernardi annu ed ebbe il coraggio di chiedere al re come avesse fatto a capire una cosa simile. Dall'atmosfera rispose il re dalla luce. Veramente disse l'ingenuo De Bernardi si poteva capire anche dal fatto che nel q uadro si vedono due o tre persone con l'ombrello aperto. Il re torse il capo indispettito e pass alla sala successiva. Verso mezzogiorno, raccontava il brigadiere, il re andava nelle cucine della vil la ad assaggiare la minestra che dietro suo ordine veniva preparata per i poveri , i quali arrivavano a quell'ora e si mettevano in fila con latte e pentolini al l'esterno della villa, presso una finestra della cucina, in attesa della distrib

uzione. Il capo cuoco prendeva un mestolo di minestra, lo versava in un piatto e lo pres entava al re, che con un cucchiaio l'assaggiava sospettosamente, poi approvava c on un cenno del capo, sempre meravigliandosi di trovarla cos buona. Qualche volta, lasciate le cucine, faceva un mezzo giro per la villa poi usciva nel parco sempre seguito dal brigadiere e andava di soppiatto alla finestra dove i mendicanti si stavano facendo riempire di minestra i recipienti. Al cuoco che maneggiava il mestolo chiedeva un cucchiaio ed effettuava un altro assaggio, attingendo direttamente al mestolo. Voleva accertarsi che i cucinieri non lo avessero ingannato, e dimostrare nello stesso tempo come gli stavano a cuore i poveri. Al pomeriggio per lo pi pescava insieme alla regina, negli stagni della tenuta, s empre col brigadiere alle spalle. Era costantemente imbronciato, malcontento e come annoiato della sua vita, che c onsisteva nel mantenersi in salute, nell'accorrere sul luogo dei disastri e nell o scampare agli attentati. Del re Vittorio Emanuele Terzo parlavano continuamente i giornali, anche se la s ua era una semplice presenza, al Quirinale, a Villa Savoia o nelle altre residen ze che aveva in ogni parte d'Italia e dove andava, di tempo in tempo, a passare dei periodi per dar soddisfazione ai sudditi con la sua corte, ma spargendo poch issimo denaro, tanto era taccagno. Al mio amico e compaesano Domenico Ferrari che lo serv in tavola per due mesi a V enezia, quando pur stando nel palazzo reale si faceva portare i pasti dall'Hotel Luna, diede, al posto di una mancia, un paio di bottoni da polso in argento sma ltati di bleu con le iniziali V.E. dei quali aveva grande scorta per simili occa sioni. Ogni anno, in estate, all'epoca del "Gran Premio d'Italia" all'ippodromo di San Siro, veniva a Milano per presenziare alla corsa, nonostante che Milano g li stesse sulle corna, avendovi subito, all'inaugurazione di una Fiera Campionar ia, un attentato senza conseguenze per la sua persona ma sufficiente a ricordarg li che per i re non c' piet sotto nessun regime. Fu al "Gran Premio" del 1931 o del 1932, che lo vidi da vicino in modo memorabil e. Appena chiusa la penultima corsa mi ero mosso dall'Ippodromo innanzi che i tram s fossero presi d'assalto dalla folla. Era domenica, e la citt pareva un deserto. Scesi dal tram in Via Meravigli e mi avviai verso il Corso Garibaldi dove abitav o. Stavo per sbucare sul largo del Cordusio, quando vidi passare, proveniente da Vi a Dante, una macchina scoperta piena di generali, poi un'altra, con dei corazzie ri che sporgevano smisuratamente dalla capotte. Capii che si trattava del corteo reale e presi la corsa per vedere il re. Quando svoltai l'angolo, sempre correndo, un'automobile proveniente dal Corso Ga ribaldi aveva tagliato in due il corteo e si era fermata in mezzo alla strada. Il guidatore, smarrito e forse redarguito da qualcuno, era andato in confusione e non riusciva a riprendere la marcia. La macchina scoperta dove sedeva il re gli fin quasi addosso, arrestandosi con un a frenata proprio mentre arrivavo, correndo cos in fretta che andai a fermarmi co ntro il suo sportello, sul quale poggiai le mani. Il re che stava seduto al lato destro e quindi verso di me, gir la testa e mi gua rd in faccia. L'ufficiale che aveva di fianco si copr il volto con le mani. Vittorio Emanuele, convinto d'essere caduto in un'imboscata e che la macchina pr oveniente da Corso Garibaldi avesse tagliato il corteo per darmi il tempo di spa rargli a bruciapelo, come il Bresci a Monza aveva sparato a suo padre, aspettava il colpo. Pass un lungo istante, nel quale lo guardai bene, in ogni pelo dei baffi, notando il suo mento che sussultava come quello di un balbuziente, la sua boccuccia sec ca e il suo naso impallidito che pareva di cartone. Poi, improvvisamente, per un moto interno che non seppi mai spiegarmi, gli grida i in faccia a tutta voce: Viva il re!.

Sul viso gli comparve un mezzo sorriso, mentre l'autista, venuta libera la strad a, riavviava la macchina lasciandomi appena il tempo di tirar via le mani dallo sportello. Mi accorsi allora che alle mie spalle erano sopravvenuti due signori, ognuno dei quali impugnava un revolver. Erano, di certo, commissari di polizia, arrivati in ritardo se avessero dovuto s alvare il re, ma in tempo per pistolettarmi sul posto se non avessero udito il m io evviva.

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