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IL LAVORO NELLERA DIGITALE


La IV rivoluzione industriale un insieme di processi che preannunciano una
radicale trasformazione del sistema produttivo. Se le prime due rivoluzioni
industriali sono state caratterizzate dallintroduzione delle macchine e dalla
migliore produzione, distribuzione e consumo dellenergia, la terza ha invece
introdotto i sistemi informatici nel ciclo produttivo. La caratteristica comune alle
rivoluzioni industriali del passato laumento della produttivit del lavoro umano,
la riduzione dei costi di circolazione delle merci e lo sviluppo di nuovi settori
produttivi per aprire nuovi mercati. La IV rivoluzione si sviluppa a partire
dallintegrazione, connessione e interoperabilit tra mezzi di produzione, oltre
che tra produzione e consumo.
Grazie allo sviluppo tecnologico - in particolare nei settori informatico,
meccatronico ed energetico - che diviene sempre pi veloce con il passare degli
anni, oggi possibile controllare e dirigere il processo produttivo (quasi)
completamente tramite sistemi informatici: questa innovazione fornisce maggiore
efficienza alla produzione con riduzione degli sprechi e dei tempi morti,
garantendo anche maggiore flessibilit per soddisfare le variazioni della domanda
sul breve termine. Tale controllo fortemente potenziato tramite nuovi sistemi
hardware,

come i sensori in rete. Questi abilitano unaltra fondamentale novit,


ovvero la connessione tra produzione e consumo, poich i sensori presenti nei
nuovi prodotti permettono la raccolta di dati da parte del produttore: in tal modo
possibile una maggiore personalizzazione del prodotto ed una conseguente
riduzione del costo (tempo) di vendita. Infine hanno una rilevanza centrale i nuovi
sistemi di elaborazione e impiego dei dati raccolti grazie ai nuovi sistemi hardware.
I cosiddetti big data sono enormi agglomerati di dati, che oggi possono essere
immagazzinati in cloud a prezzi molto competitivi; queste tecnologie sono
indispensabili allimpiego

dei sistemi cognitivi, software che permettono


lelaborazione di processi complessi fino a raggiungere le stesse performance di un
lavoratore in numerosi impieghi, con leccezione di quelli che necessitano della
creativit.
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La IV rivoluzione industriale un processo che riguarda tutti i settori produttivi,


dallagricoltura fino ai servizi sanitari. Con il termine industria 4.0 si fa
riferimento allapplicazione di queste innovazioni nel settore industriale. Nel
settore manifatturiero italiano la IV rivoluzione industriale assume particolare
rilevanza sia per la quota di PIL nazionale (14,2%) e di occupati (15,8%) ad esso
riconducibile, sia per le dinamiche della produttivit che lo hanno interessato.
Nellarea euro la crescita media annua del valore aggiunto del manifatturiero tra
1995 e 2015 stata del 1,4%, frutto di un aumento medio annuo della produttivit
per ora lavorata del 2,4% ed una riduzione delle ore lavorate del 1%. A seguito
della crisi economico-finanziaria, dal 2009 al 2015 nellarea euro il valore aggiunto
del manifatturiero cresciuto in media del 2,5% allanno. In Italia tra 1995 e 2015
si avuta una riduzione media annua del valore aggiunto del manifatturiero del
0,2%, a fronte di un aumento medio annuo della produttivit dell'1,1% e di una
riduzione media annua delle ore lavorate di 1,3%. Tra il 2009 e il 2015 la crescita
media annua del valore aggiunto del manifatturiero stata dell'1,1%, una
performance largamente inferiore a quella media dellunione monetaria.
In generale possiamo osservare un calo delle ore lavorate in tutti i settori del
manifatturiero. Al contempo la crescita maggiore del valore aggiunto si verifica
laddove in aumento la produttivit. In sintesi i licenziamenti e le
delocalizzazioni hanno costituito il principale freno alla crescita del settore
manifatturiero negli ultimi anni, contribuendo inoltre al calo della domanda
interna; si cos configurato un circolo vizioso che mina la competitivit del
settore.
Tra il 1995 e il 2015 la crescita della produttivit del lavoro in Italia stata del
0.3%. Questo risultato spinto al ribasso da una variazione negativa della
Produttivit Totale dei Fattori (PTF), indice del complesso di innovazioni,
miglioramenti dellorganizzazione della produzione, progressi nellesperienza e
nellistruzione della forza lavoro. Infatti nello stesso periodo la produttivit del
capitale aumenta complessivamente del 0,4% mentre la PTF diminuisce del 0,1%.

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Nel periodo 2009-2015 in Italia la produttivit del lavoro cresciuta del 0,6% grazie
ad una forte crescita della PTF, come conseguenza di un calo degli investimenti
totali del 3,5% rispetto al PIL- contrazione di 2 punti superiore alla media dellarea
euro. La scarsit di investimenti ha infatti spinto le imprese ad ottimizzare la
produzione, ma si deve notare che sono rimasti positivi gli investimenti in capitale
ICT (hardware, software e sistemi di comunicazione) e in capitale immateriale
non-ICT (soprattutto in ricerca e sviluppo).
In questo contesto, le innovazioni introdotte da Industria 4.0 garantiscono un
aumento consistente del contributo del capitale fisso e della PTF alla produttivit
del lavoro. Questa possibilit pone di fronte al tema del governo del processo di
trasformazione del sistema produttivo e della funzione sociale della produzione.
Infatti le innovazioni della IV rivoluzione abilitano alla stessa sostituzione del
lavoro umano in segmenti rilevanti della produzione: le previsioni sullentit
quantitativa di questo fenomeno non sono del tutto attendibili, ma segnalano il
pericolo di una drastica riduzione delle ore lavorate. Fino ad oggi nel nostro Paese
il basso livello degli investimenti ha causato una moderata crescita della
produttivit del lavoro, ma la maggiore produttivit stata comunque sfruttata
dallimpresa per ridurre le ore lavorate mantenendo relativamente stabile la
produzione e riducendo i costi: cos si sono garantiti i profitti di pochi, senza
investimenti adeguati alla competizione internazionale fondata sullinnovazione,
aumentando la disoccupazione e aggravando la congiuntura economica
caratterizzata da una crisi della domanda.
Tuttavia laumento consistente della produttivit del lavoro - sia nellindustria
che nei servizi e nellagricoltura - garantito dalla IV rivoluzione industriale pu
essere invece orientato alla funzione sociale del lavoro ed alla garanzia dei diritti
sociali.
Nel medio periodo queste innovazioni possono garantire la tutela dei posti di
lavoro esistenti grazie ad una politica di redistribuzione dei profitti derivanti dalla
maggiore produttivit, garantendo la stabilit delloccupazione a fronte del
finanziamento pubblico degli investimenti necessari al salto tecnologico, di cui le
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imprese avranno bisogno per restare competitive. In questa fase sar


fondamentale la formazione dellimprenditoria, della forza lavoro e delle nuove
generazioni, su tutti i livelli della filiera della formazione, in modo da soddisfare il
fabbisogno di competenze generali di questi processi. Allo stesso modo
linvestimento pubblico in Ricerca applicata dovr garantire lo sviluppo dei settori
maggiormente capaci di coniugare le esigenze sociali (tutela ambientale, assistenza
sanitaria, infrastrutture, etc) con la necessit di fornire il maggior numero possibile
di posti di lavoro di qualit. Inoltre la politica fiscale del Paese dovr adeguarsi alle
nuove modalit di accumulazione del valore, che si sviluppano su reti orizzontali e
immateriali come le piattaforme o il cloud; cos come dovr adeguarsi ad un
sistema produttivo in cui i big data, le piattaforme ed i sistemi cognitivi sono veri e
propri mezzi di produzione, il cui controllo garantisce un potere di indirizzo sul
comportamento delle imprese e dei consumatori - vedi Facebook, che ha dovuto
dichiarare di non voler intervenire per orientare lelezione del Presidente degli
USA.
Sul lungo periodo sar determinante la programmazione e il finanziamento della
ricerca di base, poich solo il settore pubblico in grado di assumere i rischi
economici derivanti, nonch di garantire lorientamento della ricerca verso le
priorit sociali. I luoghi della formazione dovranno trasformarsi in modo da offrire
alle studentesse e agli studenti gli strumenti offerti dal complesso delle tecnologie
e innovazioni disponibili, con il fine di praticare gi durante gli studi la
trasformazione della realt al fine di soddisfare i bisogni materiali e immateriali
della societ tutta: questa la formazione al lavoro che pu coniugare la
formazione di competenze indispensabili allinserimento nella produzione con lo
sviluppo di un saper fare indipendente dalle esigenze di profitto delle imprese.
Sar necessaria una politica di contrasto al monopolio dei saperi che stanno alla
base del processo produttivo. In prospettiva, una politica di investimenti, unita ad
una revisione delle norme contrattuali, potr portare ad una progressiva
redistribuzione del lavoro grazie alla maggiore produttivit, parte della quale potr
essere impiegata per laumento complessivo dei salari anzich delle ore lavorate,
oltre allistituzione di un reddito di base universale.
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La IV rivoluzione industriale viene affrontata da questo governo come


unoccasione per elargire ulteriori sgravi fiscali a pioggia, senza alcuna garanzia
sulle ripercussioni sociali di queste trasformazioni, n una programmazione
adeguata a definire gli obiettivi strategici sul rilancio delloccupazione e della
crescita economica. Il ruolo delle organizzazioni sociali come la nostra dovr
essere di vigilanza sulla compatibilit sociale delle misure adottate, ma anche di
proposta e sfida verso le istituzioni affinch le innovazioni epocali in cui siamo
immersi siano un volano di maggiore equit e sostenibilit del sistema economico.
LA TRASFORMAZIONE DEL LAVORO E DEL CONFLITTO CAPITALE-LAVORO
Le nuove tecnologie introdotte nella manifattura 4.0 non mostrano processi
univoci di trasformazione: si tratta di processi in divenire che hanno risultati
differenti nei diversi settori e nelle diverse collocazioni della catena del valore.
In merito alla sostituzione del lavoro con sistemi meccanici automatizzati, questo
fenomeno riguarda prevalentemente le operazioni pi ripetitive e di routine,
ovvero quelle che necessitano di una bassa qualificazione della forza lavoro e si
collocano a valle della catena del valore. Tale fenomeno limitato per laddove
risulta necessaria una certa manualit ed esperienza, come nelle operazioni di
rifinitura, poich queste non sono ad oggi sostituibili con sistemi robotizzati.
A monte della catena del valore la sostituzione del lavoro immateriale con sistemi
automatizzati non allordine del giorno. La progettazione e direzione del
processo produttivo richiede competenze anche tecniche sempre pi approfondite
oltre a quelle manageriali. Le tecnologie svolgono in questi ambiti una funzione di
miglioramento dellefficienza organizzativa e di riduzione dei tempi. Per quanto
riguarda la fase di prima attuazione del processo produttivo, nella elaborazione di
progetti e nella produzione di prototipi, le operazioni sono rese molto pi veloci e
flessibili tramite limpiego della realt aumentata e della stampa 3D. Inoltre
diviene molto pi veloce e tempestiva la personalizzazione della progettazione
rispetto alle esigenze della domanda, grazie allinterconnessione tra prodotto e
vertice della catena produttiva. Non sostituibile la creativit e linnovazione del
prodotto, funzioni non riproducibili. La catena produttiva sar interessata da un
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aumento del fabbisogno di forza lavoro altamente qualificata con competenze


tecniche nelle funzioni di settaggio, manutenzione e supervisione della produzione.
Infatti lintroduzione dei nuovi sistemi automatizzati richiede una maggiore
necessit di risorse umane per adeguare la produzione alle contingenze dettate
dalla domanda. La funzione di manutenzione e supervisione sar
fondamentalmente insostituibile, ma le nuove tecnologie di connessione in cloud
dellintero processo produttivo e dei diversi stabilimenti favorir una efficienza
rilevante nella risposta immediata ad interruzioni della produzione, anche con una
rimodulazione dei volumi prodotti con velocit ed in coordinamento tra impianti
produttivi dislocati in aree geografiche molto distanti.
Le mansioni impiegatizie saranno largamente sostituite, con una internalizzazione
di funzioni portate al di fuori della fabbrica alla fine del modello fordista. Inoltre la
divisione tra produzione principale e indotta sar sempre meno netta ed il
processo complessivo sempre pi integrato, con una riduzione dei tempi di
produzione ed un aumento dell'efficienza in modulazione e personalizzazione della
produzione.
I saperi giocano un ruolo determinante nella ridefinizione delle gerarchie e delle
relazioni allinterno della fabbrica nelle trasformazioni in corso. Loperaio
scarsamente qualificato destinato a lasciare il posto ad una figura che pur
occupandosi di operazioni manuali, conosce la logica di fondo dellintero processo
produttivo ed quindi in grado di cooperare con altre figure superiori per
affrontare ladeguamento alle esigenze contingenti della produzione. Tale figura,
pur essendo dotata di maggiore autonomia nello svolgimento di operazioni
diversificate, tuttavia soggetta allo stesso rapporto di subordinazione alla
gerarchia aziendale, ma viene ricoperta di maggiori responsabilit sul
funzionamento complessivo del processo produttivo. Inoltre la riduzione dei tempi
di saturazione comporta un aumento delle operazioni complessivamente svolte
dalloperaio. Il tecnico altamente qualificato, addetto alla supervisione e
alladeguamento della produzione alle direttive provenienti dai vertici della
gerarchia, assume una rilevanza fondamentale, poich responsabile della riduzione
massima dei tempi morti, ovvero il fattore che diviene determinante nella
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riduzione dei costi. Il lavoro immateriale resta la fonte principale del valore
aggiunto. Linserimento stabile nellimpresa del lavoratore cognitivo sar
necessaria perch la tempestivit nella progettazione del prodotto e nella
conseguente revisione dellorganizzazione richiede esperienza nellimpresa e nella
cooperazione con il resto delle figure professionali interne allazienda, oltre che
una notevole conoscenza del prodotto lavorato dallimpresa.
In sintesi la sostituzione del lavoro con mezzi automatizzati oggi presente per una
gamma relativamente ristretta di ruoli e operazioni nella manifattura,
prevalentemente quelli a bassa qualificazione. Le nuove tecnologie aumentano la
produttivit abilitando una personalizzazione massificata del prodotto ed una
maggiore possibilit di modulare la produzione sulle variazioni della domanda. La
riduzione dei tempi morti il principale taglio dei costi di produzione introdotto al
momento. Gli operai saranno maggiormente qualificati, ma in riferimento a
competenze generiche oppure a operazioni semi-artigianali. Le figure professionali
dei tecnici necessiteranno di maggiori competenze ed assumeranno un maggiore
rilievo nel funzionamento complessivo della produzione. I lavoratori cognitivi al
vertice della produzione non saranno sostituibili, ma anzi dovranno essere
stabilizzati nellazienda per la maggiore efficienza garantita dallesperienza. In
generale le nuove tecnologie introducono maggiore autonomia del lavoratore nel
processo produttivo, a cui non corrisponde una minore subordinazione alla
direzione aziendale, bens una maggiore produttivit ed una maggiore
responsabilit sullintero processo produttivo. Lordine simbolico costruito nella
fabbrica rafforza la struttura gerarchica inducendo il lavoratore ad una
partecipazione emotiva e valoriale al successo dellimpresa, limitando la
conflittualit del soggetto subalterno.
Le sfide del lavoro nella transizione tecnologica
Il processo di trasformazione sotteso alla IV Rivoluzione industriale e alle
trasformazioni sociali che questa sta determinando, ci pone nuovi interrogativi
rispetto a come costruire una pratica sindacale efficace a ottenere un
ampliamento dei diritti e un miglioramento delle condizioni materiali e immateriali
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chi si verr a trovare allinterno di un nuovo quadro di riferimento senza un


adeguato sistema di tutele.
Per leggere questo mutamento di paradigma industriale e le sue interazioni con la
societ italiana bisogna individuare i nessi che intercorrono tra la trasformazione
produttiva e lattuale livello di disoccupazione, giovanile e non, di lavoro precario
e sottopagato e della loro funzionalit rispetto alla transizione in atto. Questo sia
nellottica del ruolo e della funzione di un esercito industriale di riserva e quindi
della competizione al ribasso sul piano del costo del lavoro e dei diritti ad esso
collegato, che della relazione che intercorre tra questo stato di fatto e il riutilizzo
dei capitali cos accumulati allinterno di un processo di innovazione industriale.
Il primo elemento da notare la discrasia tra il nostro Paese ed altri paesi
europei, o pi generalmente a capitalismo avanzato, con un evidente ritardo
accumulato dallItalia sul piano del rilancio e dellinnovazione della produzione
industriale 4.0 a causa di un incancrenimento in politiche creditizie piuttosto che
in politiche industriali e di creazione attiva di lavoro.
In assenza di un piano strategico nazionale complessivo e di un intervento forte di
uno Stato innovatore, il passaggio ad un nuovo modello si sta finanziando
attraverso un attacco al costo del lavoro e alla riduzione della quantit di ore
lavorate alimentando cos il circolo vizioso della deflazione del lavoro che
rappresenta il cuore pulsante della fragilit, povert e insicurezza sociale in cui
siamo immersi. Da questo punto di vista risulta imprescindibile un piano di
rivendicazione in grado di coniugare la richiesta di un salario minimo orario a
quella della riduzione dellorario di lavoro successivo alla creazione di nuovi posti
di lavoro attraverso un oculato coinvolgimento delle comunit locali e delle
organizzazioni sociali di rappresentanza nellindividuazione del valore sociale
aggiunto di interventi statali diretti.
Al centro di un piano rivendicativo esauriente allaltezza dei i tempi a venire non
pu che essere messo, in un primissimo tempo e soprattutto in quelle fasi di
transizione e accompagnamento a nuovi modelli produttivi, il ruolo della
qualificazione della forza lavoro nellinterpretare le nuove figure lavorative in via di
sviluppo e quindi il tema dellaccesso universale all occupabilit. A cominciare dal
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sistema scolastico ed universitario su cui necessario imporre una vera svolta


copernicana: le scuole e universit devono passare da ancelle del mondo del
lavoro (fornitori di saperi, Know-how e lavoro gratuito) che sviluppano il modello
antropologico delluomo-impresa ipercompetitivo a centro nevralgico della
produzione di saperi liberi in grado di sviluppare e accompagnare socialmente e
culturalmente la IV rivoluzione industriale.
La componente immateriale del lavoro, le capacit linguistico-cognitive, la
comprensione inter-mediale della realt sono al centro dei nuovi criteri di
occupabilit arrivando a ridefinire completamente le funzioni del lavoratore: per
questo motivo non possono diventare competenze esclusive, a maggior ragione in
un contesto di disoccupazione strutturale molto alta e potenzialmente in crescita a
causa del combinato disposto con la fisiologica riduzione delle ore di lavoro
necessarie che implicita allinterno di una trasformazione industriale.
Laddove sussiste, poi, un enorme tasso di disoccupazione giovanile - e quindi turn
over sostanzialmente bloccato oltre alla piena staticit nel mondo del lavoro a
fronte delle repentine trasformazioni - di cui una delle cause principali lo iato tra
competenze acquisite/competenze richieste
possibile immaginare una
deflagrazione sociale a causa del naturale intensificarsi del suo rapporto con il
tasso di disoccupazione generale. Le fratture generazionali, allinterno del mondo
del lavoro e non solo assomigliano, infatti, sempre pi a vere e proprie differenze
sostanziali nello stesso modo di vivere il rapporto tra s stessi e le trasformazioni
del mondo esterno oltre che causa di vere e proprie situazioni di isolamento e
alienazione di migliaia di persone che si percepiscono sempre pi come inattuali. E
chiaramente centrale lelemento di un ripensamento del sistema pensionistico del
paese, sempre pi necessario a causa del perdurare delle forme di lavoro precario
e della dissoluzione dei modelli welferistici, ma non solo pensando a forme di
abbassamento dellet pensionabile o di facilitazione al pre-pensionamento che si
potr disinnescare questo tipo di conseguenza economico-sociale. E dunque
necessario ripensare i criteri di aggiornamento professionale, da affermare
sempre pi come diritto universale, riprendendo la storica battaglia delle 150
ore da spendere in formazione e incentivando lavanzamento delle carriere
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universitarie e scolastiche dei lavoratori e non solo.


Linnovazione tecnologica con la sua prospettiva di sostituzione di interi settori ad
alta occupabilit - in particolar modo nei servizi - con sistemi automatizzati o
informatici avr per probabilmente un effetto durevole nella riduzione delle ore
di lavoro necessario che potr contribuire ad aumentare in maniera importante il
tasso di disoccupazione. Mettere in cantiere una proposta di redistribuzione del
lavoro, con la riduzione del numero di ore di lavoro settimanali, rappresenta una
necessit fondamentale di una gestione di una fase di transizione di questo tipo,
ma non basta. Risulta ineludibile ormai rivendicare apertamente linattualit
della concezione del lavoro come fondamento del diritto ad una vita dignitosa,
questa deve diventare un diritto universale e garantita attraverso forme di
reddito universale e di servizi indiretti gratuiti da finanziare direttamente
attraverso laggressione dei grandi patrimoni e della grandi rendite finanziarie.
Nel 1998 Andr Gorz profetizzava la necessit di osare lesodo dalla societ del
lavoro. Oggi pi che mai profonda la necessit di una risemantizzazione
completa della concezione del lavoro. La nostra societ non pu pi fondarsi su
rapporti sociali ormai non pi sincronici con lo sviluppo complessivo delle
capacit scientifiche, tecniche e produttive: da valore prevalentemente di
scambio ( a quanto benessere posso vendere la mia forza lavoro) a valore duso,
quindi intensificando il valore sociale e trasformativo nellottica di uno sviluppo
collettivo. E lunico modo per concepire una nuova produzione ri-territorializzata
e compatibile con le sfide ambientali e sociali che ci pone il nostro tempo.
Il ruolo dei saperi nella IV rivoluzione industriale
La geografia mondiale dellinnovazione vede ancora una egemonia dei Paesi
occidentali. Il volume complessivo degli investimenti in Ricerca e Sviluppo degli
Stati Uniti (456 miliardi, 2013) e della UE28 (354 miliardi) non ha infatti eguali nel
resto del mondo, ma sono seguiti dalla Cina (333 miliardi) secondo i dati OCSE. Con
riferimento alla percentuale di investimenti in Ricerca e Sviluppo sul PIL tra le
economie sopra menzionate, i Paesi pi virtuosi sono la Germania (2,82%, 2013),
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gli USA (2,74%) e la Francia (2,24%), con la Cina al 2,01%. Questo contesto in
evoluzione a causa della forte crescita degli investimenti nellinnovazione in Cina e
negli altri Paesi emergenti, anche grazie allinvestimento verso lestero di capitali
occidentali. Questi Paesi, in particolare la Cina, hanno espressamente dichiarato
di voler contendere allOccidente la leadership nella produzione ad alto valore
aggiunto - ovvero ad alta intensit di R&S - per superare la divisione
internazionale del lavoro che vede storicamente i Paesi di successiva
industrializzazione come i produttori di grandi volumi e di scarsa qualit. Infatti i
proventi derivanti dalle produzioni a basso valore aggiunto non sono sufficienti a
sostenere la crescita dei salari della forza lavoro di questi Paesi, necessaria per
stimolare la domanda interna e ridurre la dipendenza dalle importazioni
Occidentali. Infine la concentrazione degli investimenti in R&S verso lOccidente ha
storicamente fornito a questo il monopolio sulla gran parte delle tecnologie
fondamentali alla concorrenza internazionale, causando un gap competitivo
importante tra questi Paesi.
LItalia si colloca al di sotto della media OCSE (2,37%) e della media UE 28 (1,93%)
nella quota di PIL investita in R&S con un risultato del 1,30%. Linvestimento
complessivo in Ricerca e Sviluppo nel nostro Paese nel 2013 stato di 28 miliardi,
nettamente inferiore ai 102 miliardi in Germania e ai 57 miliardi in Francia. Il
nostro Paese non investe in innovazione, con leccezione di una minoranza di
imprese medio-grandi orientate prevalentemente allesportazione. Il tessuto
produttivo italiano, caratterizzato da una larga maggioranza di piccole e medie
imprese, non riesce a determinare un investimento privato significativo anche a
causa del volume ridotto di capitali a disposizione delle PMI.
Se si valuta il ruolo dello Stato e linvestimento pubblico in R&S rispetto al PIL,
notiamo che si collocano sopra la media OCSE di 0,67% (2013) la Germania con
0,82%, la Francia con 0,79% e gli USA con 0,76%, mentre lItalia si colloca al di sotto
con il 0,54%. Complessivamente lItalia riscontra un deficit di finanziamento
rispetto al PIL sia da parte del settore pubblico che da parte di quello privato. In
sintesi nel nostro Paese non esiste una programmazione industriale di alcun tipo
che disponga adeguati finanziamenti alla sostenibilit della produzione sul
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mercato internazionale, n di una strategia per introdurre nella nostra economia


le tecnologie di ultima generazione.
E utile analizzare le finalit e le conseguenze degli investimenti in innovazione. I
programmi industriali lanciati dalle principali potenze industriali per promuovere
l'Industria 4.0 presentano un forte ruolo di finanziamento e coordinamento degli
investimenti pubblici e privati da parte dello Stato nel caso della Germania, della
Francia e della Cina. Gli USA invece hanno predisposto un piano di coordinamento
minimo in carico allo Stato federale, con un ruolo principalmente normativo
generale e di garanzia della concorrenza; le imprese mettono invece in comune i
finanziamenti privati per la ricerca, con lobiettivo di condividere risorse e
know-how utili ad affrontare la transizione tecnologica. Lo Stato italiano non ha
ancora varato un piano industriale in merito alle innovazioni tecnologiche 4.0. Al
momento sono stati fatti annunci che delineano un progetto dissimile da tutti gli
altri sopra descritti. Il Governo dichiara di voler sviluppare un piano di sgravi fiscali
generalizzati sugli investimenti in capitale fisso e R&S, senza assumere un ruolo di
coordinamento ma solamente istituendo una cabina di regia governativa avente il
compito di valutare i risultati del progetto e il rispetto della normativa.
Lannunciata volont di non finanziare tramite bando ma in maniera lineare gli
sconti fiscali dimostra una totale deresponsabilizzazione dello Stato nella
promozione dello sviluppo industriale. Inoltre previsto il rifinanziamento dei
fondi di sostegno alle imprese, grandi medie e piccole, oltre allo stanziamento di
nuovi fondi per sostenere gli incubatori di impresa e le start-up, sempre in un
approccio di totale autonomia delle imprese nellinvestimento.
Linnovazione produttiva viene promossa oggi nelle potenze industriali con
lobiettivo di competere sul mercato ad alto valore aggiunto, con un
inasprimento della conflittualit per strappare quote di commercio
internazionale e di plusvalenze ai propri competitori. Questa strategia necessita
di forti finanziamenti e deve essere riequilibrata da una politica salariale di
sostegno alla domanda interna, soprattutto a fronte di una generalizzata corsa alle
esportazioni, per evitare lesposizione eccessiva a crisi del commercio
internazionale. Tuttavia i governi tendono a mantenere la maggior parte della
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crescita di produttivit a disposizione dei profitti privati piuttosto che a destinare il


surplus alla redistribuzione delle ricchezze: in tal modo leccesso di offerta si
accentua sempre di pi. Il caso italiano, pur allinterno di una politica dellofferta,
mostra invece un sostegno alla competizione internazionale dovuto alliniziativa
privata di una minoranza di imprese, perlopi di grandi dimensioni. Lo Stato
italiano infatti investe nella riduzione dei costi di produzione e nello
schiacciamento dei salari, con il risultato di garantire nel breve termine i profitti
dellimpresa ma accentuando sul lungo periodo la crisi della domanda. In questo
quadro lannunciata politica di sgravi fiscali del Governo pare orientarsi verso un
aumento della produttivit dipendente dalliniziativa privata, che storicamente nel
Paese si traduce in maggiori profitti e investimenti stabili se non in caduta.
Una politica industriale responsabile dovrebbe essere guidata dal settore
pubblico, perch lo Stato il soggetto economico capace di destinare risorse a
fondo perduto alla ricerca di base e al sostegno della ricerca privata. Inoltre il ruolo
del settore pubblico fondamentale nella garanzia della sostenibilit di lungo
periodo della produzione industriale, nonch della funzione sociale dellattivit
produttiva e delle innovazioni: in questottica linnovazione deve tradursi in
maggiore produzione di valore duso - obiettivo non assunto dallimpresa privata
che persegue la produzione del valore di scambio - ed una politica salariale di
stimolo alla domanda interna. Gli investimenti diretti e indiretti dello Stato
risultano fondamentali nel nostro Paese per garantire la transizione tecnologica
dell'intero tessuto produttivo, incluse le PMI, oltre che per indirizzare le
innovazioni verso il soddisfacimento dei bisogni dei territori e la compatibilit dello
sviluppo con le vocazioni locali.

Disuguaglianze e societ della conoscenza


Linnovazione necessita di ingenti investimenti nellistruzione di ogni ordine e
grado. La IV rivoluzione industriale permette alle imprese di grandi dimensioni di
aumentare notevolmente la produttivit, assicurandosi il monopolio sul prodotto
del sapere tecnico e scientifico generale che permette il salto tecnologico. Tramite
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la propriet intellettuale, il segreto industriale e limposizione di ostacoli


economici allaccesso allistruzione, una minoranza di imprese e di grandi
azionisti controlla e dirige il processo di trasformazione della produzione: le
innovazioni vengono messe al servizio del profitto di pochi, non per soddisfare le
necessit della popolazione. Inoltre le nuove reti informative in cui sono inseriti gli
utenti-consumatori consentono alle imprese di orientare la domanda tramite il
rating del prodotto e la personalizzazione dellofferta. Il fenomeno della
concentrazione dei saperi determina un inasprirsi del rapporto di forza nei
confronti dei soggetti subalterni, evidenziando la necessit di garantire che gli
investimenti in innovazione siano anche strumenti di emancipazione dei lavoratori
dal bisogno. La socializzazione dei saperi fondamentale per garantire uno
sviluppo innovativo che sia volano di maggiore equit e benessere diffuso,
garantendo ai soggetti subalterni lautonomia sociale necessaria ad aumentare il
complesso di competenza, conoscenza e creativit che sostengono il progresso
produttivo e sociale. Questo processo pu essere raggiunto ribaltando il
paradigma calato dallalto, ovvero un sistema di disuguaglianze nellaccesso ai
saperi che si sviluppa su base geografica e socio-economica, seguendo la divisione
internazionale e transnazionale del lavoro. A livello internazionale evidente la
disparit tra paesi di prima industrializzazione e paesi di successiva
industrializzazione, poich i primi dispongono di maggiori capitali e minori costi per
investire nellinnovazione, mentre i secondi sono subalterni al diritto di propriet
intellettuale detenuto dallOccidente. La competizione internazionale per il
primato sullinnovazione evidente anche dallassenza di confini nazionali come
ostacolo alla circolazione delle cd eccellenze, poich i paesi egemoni di
destinazione necessitano di una continua importazione di conoscenze e
competenze, mentre i paesi subalterni di partenza cercano di ottenere un ruolo
determinante nello sviluppo dei saperi. La disuguaglianza socio-economica
trasversale al mondo industrializzato: i massimi livelli di istruzione sono garantiti
solo a chi dispone dei capitali richiesti da un mondo della formazione sempre pi
mercificato; allo stesso tempo laccesso alla formazione esterna ai luoghi della
formazione, come i consumi culturali, ostacolata dalle disuguaglianze di reddito;
la formazione continua garantita solamente ad lites economiche, con
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leccezione degli occupati nei segmenti al vertice della catena del valore per i quali
limpresa fornisce le risorse con il solo obiettivo di estrarre maggiore plusvalore dal
lavoro. E evidente che tale polarizzazione rende iniquo e insostenibile lattuale
modello di sviluppo nella IV rivoluzione industriale. I soggetti subalterni
necessitano di autonomia sociale e di libero accesso ai saperi dentro e fuori i
luoghi della formazione, obiettivo da perseguire innalzando lobbligo scolastico e
fornendo listruzione gratuita e di qualit per ogni ordine e grado. Inoltre i sistemi
di welfare devono adeguarsi al nuovo contesto sociale e produttivo, garantendo da
un lato una infrastruttura pubblica di promozione della cultura e dellinnovazione e
dallaltro la liberazione dei tempi di vita dai tempi di lavoro imposti dalla
precariet, in modo da permettere a tutte e tutti eguale accesso ai saperi. La
formazione continua risulta un diritto sociale e parte integrante della
cittadinanza nel momento in cui la velocit dello sviluppo tecnico e scientifico
rischia di escludere i lavoratori anzich promuovere lemancipazione dal bisogno.
Nella societ della conoscenza, intesa come sistema di relazioni sociali in cui non si
presentano asimmetrie dellaccesso ai saperi, il processo di innovazione quindi
partecipato e determinato dalle forme di organizzazione sociale che distribuiscono
le ricchezze e la direzione dello sviluppo verso la produzione di valore duso per il
fabbisogno sociale.
IL RUOLO DEI LUOGHI DELLA FORMAZIONE
La scuola e lalternanza scuola-lavoro
Lesperienza dellalternanza scuola-lavoro potrebbe essere, in questo quadro, uno
strumento utile per rendere reale il connubio fra il sapere e il saper fare,
connubio pi che necessario in questa fase, se non fosse per levidente mancanza
di prospettiva reale e di lungimiranza con cui si sta attuando allinterno delle
nostre scuole. Lalternanza infatti, introdotta in via sperimentale con il decreto
legislativo 22/2005 dallallora Ministro Moratti e resa obbligatoria attraverso la
Buona Scuola dal Governo Renzi con 400 e 200 ore rispettivamente per Istituti
Tecnici e Professionali e Licei, viene portata avanti partendo dal presupposto che il
mondo della scuola non sia in grado di preparare le studentesse e gli studenti a
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quelli che sono i bisogni del mercato del lavoro e quindi, come risultato, questa
mancanza ha portato e continua a portare alla disoccupazione. I dati Ocse invece
ci delineano un quadro diverso: nel nostro paese, negli ultimi anni, emerso un
fenomeno chiamato bolla formativa per cui, partendo dal dato che il mondo
del lavoro richiede sempre pi manodopera a basso costo e di bassa qualit, le
studentesse e gli studenti sono troppo formati e quindi costretti, essendo
altamente qualificati, a lasciare il Paese. Evidentemente quindi la volont quella
di rendere subalterno il mondo della scuola a quelli che sono i bisogni
contingenziali del mondo del lavoro, un mondo del lavoro spesso privo di
investimenti riguardanti linnovazione e il progresso tecnologico.
Lalternanza non solo quindi viene portata avanti con degli obiettivi che possiamo
definire errati ma risulta problematica anche nelle sue modalit. Abbiamo visto
come le studentesse e gli studenti si siano ritrovati spesso a fare delle esperienze
che possiamo definire manodopera gratuita senza alcuna valenza formativa, sia
per chi frequentava i licei che sono in evidente difficolt non avendola mai
praticata prima, sia per chi frequentava i tecnici e professionali che pur avendo una
maggior consapevolezza dettata dallesperienza hanno dovuto, per coprire le ore
obbligatorie, fare una corsa sfrenata alle aziende senza avere la possibilit di
rispettare alcun tipo di criterio. Ecco che spesso lalternanza stata portata avanti
in aziende che non rispettavano le regole ambientali o che avevano un grande
numero di lavoratori precari.
E evidente quindi di quanto ci sia bisogno che lalternanza scuola-lavoro diventi
unesperienza davvero formativa, che non abbia come obiettivo quello di
modificare il mondo della scuola piegandolo ai bisogni delle aziende ma anzi, faccia
da motore per apportare un continuo e avanzato stato di progresso allinterno di
quei luoghi, di pari passo con un aumento degli investimenti nella Ricerca che in
questo momento nel nostro paese si attestano all'1,25% del PIL, dato molto
lontano dallobiettivo di Europa 2020 che ha come minimo il 3% del PIL. Inoltre
sono tanti gli strumenti che si possono usare allinterno delle scuole per perseguire
questo obiettivo, le commissioni paritetiche sono uno di questi: organi da far
approvare allinterno del consiglio distituto per rendere partecipi tutti gli studenti
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nella definizione degli obiettivi formativi e delle aziende identificate. Inoltre risulta
necessario un ripensamento della didattica a partire da attivit laboratoriali,
incentivando il miglioramento di questi luoghi allinterno degli istituti.
Fondamentale, infine, la presenza di un quadro normativo chiaro con uno
statuto delle studentesse e degli studenti in alternanza completo e che riesca a
rispondere alla costante richiesta di tutela di diritti allinterno delle scuole,
affiancato da un codice etico per le aziende che vada a stabilire quali sono i criteri
di idoneit in cui poter far fare lesperienza dellalternanza alle studentesse e agli
studenti.

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LIstruzione e la Formazione Professionale


Con la riforma del secondo ciclo di istruzione e formazione entrata in vigore nel
2010/2011 i percorsi di apprendimento secondario si sono divisi in due settori
principalmente: i percorsi di istruzione di durata quinquennale e i percorsi svolti
presso enti di formazione regionale della durata di 4 anni.
Ora, con lingresso dellIeFP nel sistema educativo, sia le Qualifiche, sia i Diplomi
professionali diventano titolo valido - al pari di quelli scolastici - per lassolvimento
dellobbligo di istruzione e del diritto dovere di istruzione e formazione. Sono poi
spendibili e riconoscibili su tutto il territorio nazionale, perch riferiti a standard
comuni, concordati tra le Regioni e approvati con Accordi Stato Regioni o in
Conferenza Unificata. Nei percorsi di IeFP regionali, comunque, la percentuale
delle ore dedicate allarea tecnico professionale da sviluppare attraverso un forte
ricorso ai laboratori, non pu essere inferiore al 40% nel triennio ed al 45% nel
quarto anno. Limpostazione complessiva decisamente pi rivolta agli aspetti
operativi. Da considerare inoltre che questi percorsi sono totalmente gestiti a
livello regionale anche se sono previsti dei livelli essenziali di prestazioni in forme
molto diverse spesso per cui alcune regioni gestiscono direttamente questi istituti
mentre altre li appaltano a privati. Anche la presenze sui territori molto
diversificata con esempi come il Piemonte e la Lombardia in cui il sistema Iefp
molto presente sul territorio e territori del sud in cui vi sono pochissime di queste
strutture.
Le problematiche di questi istituti sono molte: da una parte la mancanza di una
formazione generale in molti settori pur essendo qualificanti per il diploma,
leccessiva professionalizzazione a discapito della formazione generale e la
gestione spesso in appalto a privati e fondazioni che rende la gestione di questi
istituti molto poco chiara. Infine la giovane et di questi istituti creano dei
problemi rispetto allerogazione di tutte le formule di diritto allo studio perch
molto spesso non sono neanche nominati nelle leggi regionali, troppo vecchie e
poco aggiornate.

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Gli Istituti tecnici superiori


Gli Istituti Tecnici Superiori sono "scuole ad alta specializzazione tecnologica", nato
come un settore formativo terziario da cui si accede dopo il raggiungimento del
diploma scolastico. Questo settore dellistruzione ha una durata di 4 anni a seguito
del quale viene rilasciata una qualifica.
Gli ITS sono gi molto attivi ad esempio in Germania e sono in fase di
sperimentazione in italia. Essi hanno certamente il lato positivo (almeno dove sono
a regime) di coinvolgere moltissimi studenti nei percorsi di formazione terziaria,
studenti che attualmente si fermano alla scuola secondaria, inoltre una diffusa
cultura tecnica sicuramente favorir un innalzamento del livello di istruzione. In
questo percorso sono anche insiti alcuni rischi che vanno evidenziati. Il primo, che
emerso anche in Germania, come sia negativa leccessiva specializzazione di
questi percorsi: chi consegue questi titoli rischia infatti di avere una formazione
parziale, che lo relega ad un campo di lavoro specifico e a volte alla ricerca di
lavoro in un ambito territoriale molto limitato. Inoltre essi rischiano di creare una
forma di competizione non sana con gli atenei tradizionali svilendo una forma di
sapere pi teorico, che ovviamente dal punto di vista lavorativo paga meno
rispetto alla possibilit di un'occupazione a breve termine.
Laltro rischio quello di creare una grande frammentazione dellofferta
formativa tra le diverse zone del paese, in base alla produzione locale che per
non tenga conto di alcuni elementi generali delle conoscenze che vanno
comunque garantite allo studente che si iscrive al percorso di formazione.
Dobbiamo anche sottolineare come lIts abbia per sua natura una forte interazione
con il mondo della produzione e quindi del privato ma che comunque la gestione
deve essere pubblica, in quanto altrimenti si incentiverebbe quei meccanismi di
sottomissione e frammentazione dellofferta formativa fornita.
Questi percorsi hanno numerose criticit sotto molti aspetti: innanzitutto la
mancanza di gratuit di questi percorsi, che hanno costi differenti a seconda degli
istituti. La gratuit per laccesso deve essere seguita di pari passo con un sostegno
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alla mobilit studentesca considerato il fatto che in molte regione non sono
presenti istituti tecnici superiori. Inoltre necessario prevedere adeguati strumenti
di partecipazione alla vita degli ITS da parte dei componenti della comunit
didattica, in particolare con la previsione di assemblee plenarie collegiali e di
organi collegiali eletti dalle diverse componenti della comunit didattica stessa.
LUniversit
La terza missione delle universit sta assumendo un ruolo sempre pi rilevante, sia
nelle politiche di trasformazione dei sistemi produttivi, sia a livello di politiche di
valutazione e di spartizione delle risorse.
Linsistenza sulla necessit di regolare ed incentivare limpegno degli atenei nella
terza missione passa dalla critica che stata pi volte fatta alluniversit rispetto
alla sua chiusura ed isolamento verso il territorio circostante. I tipi di interazioni tra
universit e territorio sono diversi ma uno degli aspetti fondamentali riguarda
certamente la possibilit dei laureati di trovare un'occupazione finito il periodo di
studi. Una recente indagine di Almalaurea rivela come loccupazione ad un anno
dalla laurea e pure quella in periodi temporali pi lunghi sia in lieve aumento, ma
che la qualit del lavoro trovato (in termini di stabilit) in diminuzione. Inoltre
si sottolinea come avere delle esperienze di stage e tirocinio nel percorso degli
studi favorisca il neolaureato che cerca lavoro. A questo punto ci si chiede se
luniversit debba porsi il problema delloccupabilit dei propri laureati, poich
essendo un luogo di trasmissione e produzione di sapere si vedono dei rischi nel
darle compiti di diverso genere che non le competono direttamente in quanto
istituzione. E pure vero che lo studente stesso si iscrive ad un corso di laurea
spesso anche in previsione delle prospettive lavorative, quindi non ha senso
evitare la tematica, ma affrontarla nellottica delluniversit come fonte di
cambiamento del modello lavorativo e produttivo. Non infatti per nulla
esauriente la quantificazione del lavoro prodotto in termini di occupati ad un anno
dalla laurea ma bens luniversit dovrebbe farsi portavoce di un cambiamento
nellassetto del mercato del lavoro, garantendo che ad esempio gli uffici di job
placement non si occupino solo di favorire lincontro tra domanda e offerta di
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lavoro ma si occupino anche di valutare la qualit di questa domanda in termini di


stabilit e di tutele garantite al futuro occupato, escludendo le aziende e gli enti
che non danno garanzie dalla lista dei partner anche di stage e tirocini.
Luniversit quindi non pu sottrarsi alla necessit di incidere sul mercato del
lavoro che essendo in crisi sta portando anche ad una contrazione dellofferta
formativa poich richiede una sempre minore professionalit e un livello basso di
competenze, essendo basato su un sistema di aziende piccole spesso a conduzione
familiare con scarsa propensione allinvestimento. Luniversit deve invertire
questa tendenza che porta solo ad un sempre maggiore restringimento dellofferta
formativa che viene svalutata in quanto considerata non utile poich non riesce a
trovare espressione in un contesto lavorativo.
Rispetto alla terza missione delle universit, essa non pu essere relegata al solo
aspetto di interazione del laureato con il mondo lavorativo. Come non pu essere
relegata allindividuazione e finanziamento di pochi centri di ricerca o universit
deputati a diventare centri competenti o specialistici e accanto a piattaforme di
economia digitale e innovazioni, che possano poi operare concretamente nel
trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dellimpresa. Linterazione
delluniversit molteplice e non quantificabile, in quanto si riflette in una
produzione a cascata di effetti secondari che non sono facilmente individuabili,
quello che certo che se una grossa componente della terza missione pu essere
riassunta con il termine di divulgazione del sapere e che le prime due missioni
vanno vissute anche in questottica, poich il senso di esistere delluniversit
passa prima di tutto dallimpatto che ha sul suo territorio in termini di
emancipazione collettiva, anche di chi non partecipa in prima persona ai percorsi
di formazione terziaria.
Limpianto valutativo sviluppato dallANVUR sul tema della terza missione
aberrante in quanto insiste esclusivamente sullimpatto economico della cultura
che si crea. Una visione di questo tipo non tiene conto della specificit del contesto
in cui lateneo inserito e non si interroga su cosa intendiamo noi per territorio e

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cio su quale estensione, quali interazioni e quali soggetti vengono considerati


nellanalisi.
Gli studenti sono parte integrante degli attori che possono mettere in campo
iniziative volte alla rottura dellisolamento/alienazione spesso presente tra atenei
e citt e alla diffusione della cultura. Appiattire lUniversit alla sola dimensione
produttivistica, cui si vorrebbe subordinare anche la ricerca scientifica, significa
sminuire il ruolo e non comprenderne lenorme significato che essa ancora ha per
una societ migliore, pi democratica, pi consapevole. Inoltre i soggetti non si
formano con le Universit di eccellenza e con le ricerche di punta, ma con la
diffusione della cultura e con la crescita complessiva del paese, per una
collettivizzazione di competenze diffuse e generali frutto di sedimentazione e
crescita costante.

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