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APPROFONDIMENTO SULLE OPERETTE MORALI

CONFRONTO TRA Il cantico del gallo silvestre E Il gallo cedrone di Montale


Dove tabbatti dopo il breve sparo
(la tua voce ribolle rossonero
Salm di cielo e terra a lento fuoco)
Anchio riparo, brucio anchio nel fosso.

Chiede aiuto il singulto.


Era pi dolce Vivere che affondare in questo magma
Pi facile disfarsi al vento che
Qui nel limo incrostati sulla fiamma.

Sento nel petto la tua piaga sotto


Un grumo dala il mio pesante volo
Tenta un muro e di noi solo rimane
Qualche piuma sullilice brinata.

Zuffe di nidi, amori, nidi duova


Marmorate divine! Ora la gemma
Delle piante perenni come il bruco
Luccica al buio, giove sotterrato.

Il gallo cedrone una poesia di Montale, appartenente alla raccolta intitolata La


bufera ed altro.
La bufera sarebbe la guerra, dopo la quale lo stato delle cose appare al poeta
estramemente arido e privo di alcun valore superiore. Si tratta dunque della ricerca di
una metafisica che soccombe alla materialit del mondo. Il riferimento al cibo (v3
ribolle rossonero Salm di cielo e terra a lento fuoco) conferisce l'idea della pi
gretta concretezza e preannuncia il turpe degradamento a cui destinato il gallo,
ovvero essere cucinato e mangiato: da qui anche il motivo del fuoco e del calore che
brucia l'intera scena. Qui troviamo il primo tema chiave in comune con la
corrsipondente operetta morale: la morte.
Certo, le due visioni della morte sembrano quasi opposte: quella presentata da
Leopardi viene paragonata al sonno: una piacevole tregua dalla vita; invece quella di

Montale qui orribile e dolorosa.


Ma in entrambe le visioni la morte viene a porre fine al dolore, e non lascia alcuna
traccia di quel ha distrutto: di noi solo rimane Qualche piuma sullilice brinata.
La poesia non capace, n di per s, n tramite la gloria che pu procurare, di
procurare l'immortalit.
Entrambe le visioni sono espresse in un mondo completamente materiale e
meccanicistico: non ci sono dei od ideali che diano un senso all'esistenza.
Questa una premessa sottointesa nel discorso del Gallo Silvestre su come non
cambierebbe niente se questo intero mondo si annichilisse in una quiete assoluta, ed
una idea su cui si incentra la poesia del gallo cedrone, che si conclude con la frase
Giove sotterrato.
In realt, quest'ultima frase ha una doppia valenza. Perch se da un lato l'aggettivo
sotterrato si connette al campo semantico della sepoltura, significando che
Giove, e dunque la religione ed ogni realt metafisica, morto, dall'altro esso lo
identifica con le gemme delle piante perenni e le uova marmorate del gallo, che
sono dette divine, che si trovano sottoterra, pronte a dare nuova vita dopo la morte.
Si tratta dunque della perpetuazione biologica della vita, che l'unico valore che
sembra sopravvivere all'arida realt, la quale rappresenta il muro che il pesante
volo della poesia non riesce a superare.
Quindi, anche se entrambe le poesie trattano di una morte che inesorabile, per la
poesia come per il gallo ferito a morte, e per l'intero universo come per ogni singolo
uomo, il loro esito diverso, perch (ironicamente) nella rovente e cruenta poesia di
Montale abbiamo nella conclusione un elemento di salvezza, che si propone come un
ideale che calandosi nella materialit (sotterrandosi appunto) soppravvive ultimo.
Invece nella poesia pi distesa e calma di Leopardi si arriva ad un annientamento di
ogni cosa, in cui non intravedibile alcun senso o valore: esso un arcano mirabile
e spaventoso.
IL PARINI, OVVERO DELLA GLORIA
Il trionfo della morte presentato nella poesia di Montale si collega anche all'operetta
morale Il Parini, ovvero della Gloria. Infatti, mentre quella del Cantico del Gallo
Silvestre il trionfo della morte fisica sul tutto, qui si parla, come in nel Gallo
Cedrone, di come non sopravvive neanche il valore della poesia e della gloria che
essa pu portare.
L'operetta, che la pi lunga di tutte, consiste nel discorso che il Parini fa ad un
proprio allievo, il quale vorrebbe raggiungere la fama.
Parini disserta come sia difficile raggiungere la gloria, principalmente perch essa
dipende dal giudizio degli altri uomini. Dunque il pubblico critico muta nello spazio
(dalle piccole alle grandi citt) e col tempo, sia nel periodo storico che in quello della
vita. Mutando il pubblico, muta anche la gloria, che dunque non pu essere mai

pienamente completa ed imperitura. Nel tempo presente poi, ci sono molti ostacoli al
raggiungimento della fama letteraria: perch per alcuni aspetti sono favoriti in realt
gli scritti leggermente pi mediocri, essendo fatti per essere letti una sola volta
velocmente e dunque pi di gradimento per la moltitudine che gradisce passare di
libro in libro, e a cui un libro troppo perfetto pu annoiare per il tempo che
richiede.
Infine Parini afferma che anche una volta raggiunta, non sarebbe di nessun
giovamento la gloria postuma, e che dunque non rimane che rivolgersi all'interno
compiacersi dei propri risultati con s stessi, in solitudine.
In questo discorso generale, traspare la visione critica di Leopardi sul presente: il
fatto che il suo secolo dia pi importanza alle parole che hai fatti, e siano considerate
maggiormente opere che sono invece mediocri; mentre (nel Capitolo 9) la distinzione
tra le citt piccole e quelle grandi (le prime ignoranti del valore della cultura e della
fama, le seconde distratte da aspetti pi frivoli della vita) proviene evidentemente
dalla sua personale esperienza di Recanati e di Roma (particolarmente recente).
Leopardi conclude affermando che le qualit dello scienziato, del filosofo e del
letterato sono come un infortunio, che costringe a condurre una vita misera I gloriosi
magnanimi, esclusi dal consorzio umano hanno per destino di condurre una vita
simile alla morte, e vivere se pur l'ottengono [la fama], dopo sepolti.

DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO


L'operetta tratta del suicidio. Questa probabilmente la pi ottimistica (o forse la
meno pessimistica) di tutte. Infatti, in una raccolta in cui il tema predominante la
scomparsa di ogni illusione, che lascia spazio ad una vita spiacevole destinata
all'oblio, si distingua questo dialogo in cui Plotino spiega al giovane Porfirio perch
suicidiarsi sarebbe un errore.
Porfirio giustifica la sua volont di uccidersi col fatto che tutti i sentimenti della vita
umana sono vani, e che si riducono tutti all'unico sentimento vero: la noia.
Plotino non nega le affermazioni del giovane filosofo, ma gli spiega che uccidendosi
aumenterebbe la sofferenza della persone che gli sono vicine: sarebbe un gesto
barbare ed egoista. La conclusione un invito a sopportare ci che il destino impone
all'umanit, aiutandosi l'un l'altro "per compiere nel miglior modo questa fatica della
vita". La vita, in ogni caso, sar breve e al suo termine ci si potr consolare pensando
che gli amici conserveranno con affetto il ricordo.
Dunque vediamo che dalle Canzoni del suicidio, il pensiero di Leopardi su questo
tema ha si trasformato, approdando alla visione che porter poi alla composizione

della Ginestra: il suicidio non pi un legittimo e nobile mezzo per fuggire la


bassezza della vita e della societ. L'esistenza dell'uomo si giustifica nel suo vivere in
societ, aiutandosi a vicenda per resistere la dura realt del mondo.
Il pensiero espresso in questo dialogo addirittura pi dolce di quello della Ginestra,
poich qui compare anche il tema del ricordo di s serbato con affetto dagli amici,
che fonte di consolazione nella vita all'appressarsi della morte. Questo ricorda il
pensiero del carme Dei Sepolcri di Foscolo, in cui i sepolcri sono fonte di
consolazione per gli amici del morto, facendosi da araldi del ricordo che essi tengono
di lui.

DIALOGO DI TRISTANO ED UN AMICO


Questa l'ultima delle operette morali. Fu inserita nell'edizione del 1834 (scritta nel
1832) in fondo alla raccolta, al posto del Dialogo di Timandro e di Eleandro.
Entrambe infatti hanno l'obbiettivo di protarre un apologia del pensiero leopardiano
espresso fino a quel punto. Ma mentre la prima era indirizzata ai filosofi
contemporanei, la produzione della seconda legata alla rottura che c'era stata tra il
poeta ed il gruppo fiorentino dell'Apologia.
In essa, Tristano (il cui nome una falsa figura etimologica per triste) parla con un
amico, fingendo di rinnegare le idee espresse in un suo libro, che dava una visione
piuttosto grama della vita umana. Tristano afferma, ironicamente, di aver compreso
che invece la vita umana felice, anzi felicissima, e che all'inizio era rimasto
stupefatto che nessuno riconoscesse quei mali a tutti comuni di cui lui scriveva, ma
poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: [...] Gli uomini
universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole;.
Tristano prosegue diventando sempre pi apertamente critico nei confronti degli
uomini del suo tempo, che vogliono illudersi a dispetto dell'evidente realt dei fatti.
Parlando degli antichi, discorre di come essi fossero motlo pi forti e sani nel corpo
rispetto all'uomo moderno, motivo per cui avevano anche uno spirito pi nobile e
capace di godere. Invece il corpo nel presente non curato, ponendo tutta l'attenzione
sulla mente, ignorando l'importanza che il corpo ha anche su quest'ultima.
Tristano afferma che pur essendoci un evidente progresso della conoscenza lungo la
storia, c' stata un involuzione rispetto al passato per quanto riguarda la presenza dei
geni e dei sapienti: infatti nel suo secolo ci sono molte pi persone con conoscenze
specializzate rispetto ad un tempo, ma molte meno che abbiano invece una
formazione completa. E poich la conoscenza non come la ricchezza, che pu

essere accumolata o dispersa senza che la sua somma cambi valore, ne viene che
siano molti pochi ormai quelli che si possono reputare veramente sapienti.
Verso la fine, il testo torna sulla visione grama della vita che caratterizza tutte le
operette morali: Tristano conclude il suo discorso affermando che:
Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta
da ogni macchia, dallaltro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir
oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.