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Giovanni Pico della Mirandola

Della Dignit dellUomo


Traduzione di Patrizia Moradei
Introduzione di Salvatore Puledda

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I Libri dei Diritti Umani


collana diretta da Olivier Turquet
Giovanni Pico Della Mirandola
Della dignit delluomo
Impaginazione di Daniela Annetta
Traduzione e note di Patrizia Moradei
Introduzione di Salvatore Puledda
Titolo originale: De Homini Dignitate
Multimage 2000
La riproduzione consentita citando la fonte
ISBN 88-86762-25-9
Multimage, Associazione Editoriale
Via Mameli 14 50131 Firenze
Tel/fax 055580422
info@multimage.org http://www.multimage.org

Introduzione dellEditore
Viviamo in unepoca dove sembra che le idee abbiano perso valore. Peggio, viviamo in unepoca dove ha
preso campo unideologia che dichiara la morte delle ideologie, cio delle idee.
Non crediamo affatto che le cose stiano cos, che le idee abbiano cessato di orientare le azioni umane;
crediamo piuttosto che cattive idee sullEssere Umano, sul senso della sua azione nel mondo, sulla sua
stessa essenza abbiano portato alle azioni distruttive che vediamo quotidianamente compiersi su questo
pianeta.
Crediamo in una funzione delleditoria che consiste nella diffusione di idee e non di qualsiasi idea;
aspiriamo a diffondere idee che chiariscano le menti, rinfranchino i cuori, stimolino nelle azioni.
In questo senso la pubblicazione di questo libro di Pico della Mirandola, considerato quasi un manifesto
dellUmanesimo Storico, rappresenta un momento importante del nostro progetto editoriale; lo rappresenta
innanzi tutto nel valore delle idee espresse cos tanto tempo fa ed ancora cos lucide ed attuali al tempo
doggi; lo rappresenta nel significato storico che queste idee hanno avuto ai tempi della loro prima
divulgazione; lo rappresenta infine nella forma della pubblicazione attuale, la prima destinata, per la sua
economicit e la sua maneggevolezza, ad un pubblico vasto, che va oltre quello degli studiosi e degli
specialisti.
In tal senso abbiamo creduto opportuno affiancare al testo di Pico leccellente conferenza sullUmanesimo
di Salvatore Puledda che ha il pregio, nello spazio di poche pagine, di presentare un quadro chiaro delle
correnti che si sono definite umaniste e di delineare i percorsi attuali e futuri degli umanisti moderni (per
coloro che amano approfondire questi temi suggeriamo la lettura, dello stesso Autore e presso le nostre
edizioni, di Interpretazioni dellUmanesimo, di cui contiamo di pubblicare a breve, in questa stessa collana,
la seconda edizione rivista ed ampliata).
Sappiamo che lUmanesimo appare in alcuni momenti storici precisi, in situazioni di crisi; appare come una
nuova luce che d vigore e linfa nuova alle azioni umane; appare e poi sparisce quando non pi
necessario.
Il nostro augurio quellodi dare, con questo libro, un piccolo contributo ad una nuova apparizione
dellUmanesimo.
Olivier Turquet
Direttore Editoriale della Multimage

La crisi dellumanesimo storico e il Nuovo Umanesimo


Conferenza tenuta dal Dr. S. Puledda nellambito delle Giornate Umaniste Universitarie, organizzate dal
Forum Umanista dellUniversit La Sapienza di Roma, nei giorni 15-16 Aprile 1996.

Ringrazio lUniversit La Sapienza ed il Forum degli studenti umanisti che hanno organizzato questo
seminario per avermi dato lopportunit di parlare sulla crisi degli umanesimi tradizionali e sulle nuove
tendenze apparse negli ultimi anni che sembrano configurare una nuova idea di umanesimo.
Si tratta, come tutti sappiano, di un tema molto vasto che, in pi, non si presta a facili generalizzazioni. Per
questo e per la brevit del tempo a mia disposizione mi limiter a presentare alcune idee, che sicuramente
avrebbero bisogno di maggiore sviluppo e di un linguaggio pi rigoroso, ma che possono illustrare, ad un
primo livello, la problematica dellumanesimo nel mondo attuale.
Innanzitutto diciamo che il concetto di umanesimo attualmente uno dei pi contraddittori e ambigui. Il suo
significato sembra ormai smarrito, come in una Torre di Babele, tra la confusione dei linguaggi e delle
interpretazioni, per cui esso deve, prima di tutto, essere ricostruito e chiarito nelle sue diverse
manifestazioni storiche, o per lo meno, in quelle pi importanti.
E bene, per, precisare subito che linteresse di unindagine di questo tipo non pu essere ristretta
allinterno di un discorso specialistico o accademico, quasi si trattasse di dare soluzione ad una curiosit
storica. Questo perch ogni umanesimo comporta, in modo pi o meno esplicito, una definizione o
unimmagine della natura o della essenza umana, ogni umanesimo, cio ci dice qualcosa che ci
interessa tutti da vicino: ci dice che cosa o chi o come gli esseri umani sono o dovrebbero essere. In
altri termini, ogni umanesimo contiene sia un aspetto normativo sia un progetto che coloro i quali lo
hanno proposto, cercano o pretendono di mettere in pratica.
Se poi analizziamo un po pi a fondo questo tema, vedremo che tutti noi abbiamo unimmagine, che pu
essere pi o meno chiara, pi o meno coerente, oppure, viceversa tacita o confusa, di quello che lessere
umano o dovrebbe essere; ed sulla base di tale immagine che spesso cerchiamo di portare avanti o
giustificare certi comportamenti, oppure cerchiamo di evitarne altri. E anche evidente che tali immagini
non sono individuali, personali, ma provengono, per cos dire, dal substrato culturale nel quale ciascuno di
noi si formato. Di qui la rilevanza di un discorso di chiarificazione del concetto di umanesimo.
Ma veniamo alle diverse interpretazioni dellumanesimo e alle diverse immagini di essere umano da esse
proposte.
Il primo umanesimo da prendere in considerazione lumanesimo per antonomasia, e cio quello
rinascimentale. Certo, tutti sappiamo che il Rinascimento stato un fenomeno culturale estremamente
amplio ed articolato, che presenta aspetti molto diversi ed anche fortemente contraddittori. Tuttavia, per
quello che si riferisce allimmagine dellessere umano, vi sono alcuni tratti caratterizzanti, per cos dire, che
appaiono fin dallinizio dellepoca rinascimentale e che permangono per tutto il suo sviluppo. Io li
riassumerei cos:
1. Esaltazione della dignit e libert dellessere umano.
2. Riconoscimento dellassenza di una natura umana stabile e definitiva. In altre parole, luomo non ha
unessenza fissata una volta per tutte ma un essere libero che si auto-costruisce. Questidea si trova
espressa con particolare chiarezza nella Orazione sulla dignit delluomo di Pico della Mirandola che pu
essere considerata come un vero e proprio Manifesto dellumanesimo rinascimentale.
3. La concezione delluomo come grande miracolo, come un infinito che, in quanto microcosmo, riflette in
s tutte le propriet delluniverso o macrocosmo. Questa concezione comporta anche che luniverso non
sia semplice materia inanimata, come nella visione moderna, ma sia un organismo vivente e senziente a
suo modo, che sia una sorta di macro-antropo. Questa concezione, per noi che siamo immersi nel modo di
pensare moderno, nel sistema di verit comunemente accettato oggi, nellepisteme moderna, come
direbbe Foucault, estremamente difficile da afferrare, nonostante sia stata una verit indubitabile per le
figure pi alte del Rinascimento, come ad esempio Leonardo.
Alla fine del Rinascimento, con la nascita della scienza sperimentale e lo sviluppo delle filosofie razionaliste
e meccaniciste, lessere umano comincia ad essere interpretato come un fenomeno puramente naturale.
Inizia il declino dellumanesimo come visione filosofica che rivendica una specificit o una centralit per
lessere umano nel mondo della natura.

Nel secolo XIX, con lidealismo ed il positivismo, la parola umanesimo perde completamente il significato
rinascimentale e quando viene usata, come da Feuerbach, per proporre nella maniera pi rigorosa,
uninterpretazione dellessere umano come puro e semplice essere naturale.
In questo secolo, si torna a parlare con molta maggiore frequenza di umanesimo ed il termine acquista
nuovi significati. Ecco che importanti correnti filosofiche di nuovo si definiscono umaniste; ecco che si parla
di umanesimo marxista, cristiano ed esistenzialista. Ma queste tendenze di pensiero, pur testimoniando un
rinnovato interesse per lumanesimo, danno di esso interpretazioni radicalmente distinte. Pertanto, nel
nostro secolo, non ci troviamo in presenza di un movimento umanistico omogeneo, anche se complesso
ed articolato, come nel Rinascimento, ma in presenza di un conflitto tra diversi umanesimi; infatti, le tre
correnti di pensiero menzionate intendono in modo molto diverso lessenza umana.
Per Marx, luomo, da un lato un essere naturale cos come lo intendeva Feuerbach, dallaltro possiede
una specificit che lo rende umano cio fondamentalmente diverso da tutti gli altri essere naturali, e
questa la sociabilit, la capacit di formare una societ. E nella societ che luomo, attraverso il lavoro
insieme ad altri uomini, assicura la soddisfazione dei suoi bisogni naturali (il cibo, la casa, i vestiti, la
riproduzione, ecc.) e trasforma la natura, rendendola sempre pi vicina a s, sempre pi umana. E luomo,
per Marx, cessa di essere umano quando la sua sociabilit naturale viene negata, come nella societ
capitalistica, dove il suo lavoro, che un fatto sociale, gli viene sottratto ed appropriato da una
minoranza.
Nellumanesimo cristiano, o teocentrico, cos come lo svilupp il suo ideatore, Maritain, nella prima parte di
questo secolo, lumanit delluomo considerata e definita dal punto di vista dei suoi limiti rispetto a Dio.
Luomo umano perch figlio di Dio, perch immerso nella storia cristiana della salvezza.
Nellumanesimo esistenzialista, cos come Sartre lo formul nel 1946, luomo non ha unessenza
determinata; luomo fondamentalmente unesistenza lanciata nel mondo, e si costruisce attraverso la
scelta. La caratteristica fondamentale che lo fa umano appunto la libert di scegliere e di scegliersi, di
progettarsi e di farsi. Luomo cessa di essere umano quando rifiuta questa libert e adotta i comportamenti
che Sartre chiama di mala fede, cio ripiega sui comportamenti accettati e codificati, sulla routine dei ruoli
e delle gerarchie sociali.
Come ben sapete, queste diverse interpretazioni dellessere umano non rimasero circoscritte allambito
filosofico, ma furono lanciate nellarena politica grazie alla creazione di partiti che lottarono per la
conquista del potere. Infatti, la formulazione dellumanesimo cristiano si inquadra nel generale movimento
di apertura della Chiesa cattolica al mondo moderno, iniziato gi nel secolo scorso, ed il suo scopo era
proprio quello di costituire il fondamento ideologico per dei partiti di ispirazione cristiana che contendessero
il potere ai partiti marxisti e liberali. Lo stesso tentativo di Sartre di qualificare il suo esistenzialismo come
un umanesimo va inteso come lo sforzo di aprire in Francia una terza via tra partito comunista e quello
cristiano.
E in questa confusione, in questo conflitto di immagini contrastanti, che in questo secolo la parola
umanesimo si andata svuotando di significato ed ha finito per indicare una generica preoccupazione
per la vita umana, sottoposta a problemi di tutti i tipi e ormai esposta al pericolo di una catastrofe globale.
Questa situazione stata lucidamente analizzata da Heidegger alla fine degli anni quaranta, in una famosa
lettera, appunto La lettera sullumanesimo indirizzata ad un filosofo francese che gli chiedeva come ridare
significato alla parola umanesimo contesa tra tanti e diversi pretendenti.
Heidegger esamina con grande acutezza e profondit i diversi umanesimi storici e ritrova in essi un
presupposto tacito comune, che il seguente: tutti gli umanesimi antichi e moderni concordano, anche se
questo punto non specificamente indagato e problematizzato, che lessere umano risponda allantica
definizione di Aristotele e cio che sia un animale razionale. In particolare, nessuno dubita della prima
parte della definizione, dellanimale, mentre il razionale diventa a seconda delle diverse filosofie,
lintelletto, lanima, lindividualit, lo spirito, la persona, ecc. Certo, dice Heidegger, in questo modo si
afferma qualcosa di vero dellessere umano, ma la sua essenza viene pensata in modo troppo angusto.
Lessenza umana viene pensata a partire dallanimalitas e non dallhumanitas per cui luomo viene
ridotto ad un fenomeno naturale, ad un ente qualunque, e finalmente ad una cosa, dimenticando che
luomo fondamentalmente un chi che si pone la domanda sullessere degli enti e sulla sua propria
essenza. Questo uno degli aspetti fondamentali del pensiero di Heidegger e costituisce anche un punto
centrale in qualunque discorso attuale sullumanesimo, per cui necessaria una spiegazione un po' pi
approfondita. Questa inoltre ci porter a mettere a fuoco unaltra immagine dellessere umano che quella
oggi dominante, quella delluomo come macchina biologica, immagine proposta dalla scienza, o meglio
dallinterpretazione della scienza che va sotto il nome di positivismo o neo-positivismo.

Heidegger dice: gli uomini, sia nella loro vita quotidiana, sia nella pratica scientifica, si chiedono che cosa
sia un ente, per esempio una roccia, una pianta, un atomo, e rispondono dicendo: lente questo o
questaltro, per esempio, una roccia un materiale solido, ecc. In breve, si risponde ponendo certi predicati,
certe determinazioni dopo la parola , che spiegano cosa lente sia. Si discute se una cosa sia questo o
quello, ma mai ci si interroga sulla parola . La chiarificazione dellessere, che alla base della
comprensione dellente, viene completamente dimenticata. Ma non solo questo: luomo viene studiato e
compreso, sia nelle scienze umane che in quelle biologiche come un ente, un oggetto, un fenomeno
naturale qualunque, dimenticando che lessere umano stesso che pone in questione gli enti, che domanda
che cos oppure che cosa o chi sono. In breve, per Heidegger, tra gli oggetti del mondo (gli enti) e
lessere umano esiste una differenza fondamentale, una differenza ontologica, che la visione moderna
dellessere umano tende a ridurre sempre di pi.
Abbiamo visto come gli umanesimi tradizionali abbiano considerato lessere umano a partire dalla sua
animalitas, cio come un fenomeno zoologico con qualcosa di pi. Nellera della tecnica, cio nellera
attuale, quel qualcosa di pi tende a scomparire e lessere umano acquista definitivamente le
caratteristiche di una cosa. In quanto cosa, in senso tecnico, il suo aspetto fondamentale quello
dellutilizzabilit. Gli uomini sono allora macchine biologiche o termodinamiche, cio forza-lavoro,
produttori, consumatori, ecc. In questo fenomeno globale di cosificazione non c possibilit alcuna di
fondare valori, se non quello di utilit, e lessere umano, cos come il mondo tutto, perde senso. E, esiste,
in un modo opaco, quotidiano, banale, ma il senso, il significato, della sua esistenza, scompare. Per
Heidegger, in questo sta la radice del nichilismo e dellimmensa distruttivit della societ tecnologica.
Limmagine dellessere umano come macchina biologica quella attualmente dominante in Occidente;
essa sta ormai raggiungendo, o forse ha gi raggiunto, il livello pre-logico, cio quel substrato sul quale
vengono costruiti ed articolati i discorsi, substrato che per non viene n osservato n studiato: il mondo
dei fatti, su cui si daccordo a priori, e di cui mai si discute, il mondo delle verit sociali inconsce, come
direbbe Foucault.
Eppure lazione di questa immagine produce una serie di problemi, anche piuttosto gravi. Consideriamone
uno, relativo al campo dellecologia, che tutti riteniamo cruciale in questo momento. Le correnti
ambientaliste attuali rintracciano nella cosificazione della natura, nella sua trasformazione in puro oggetto
economico, la radice degli enormi problemi ecologici che rischiano di portare il pianeta ad una catastrofe.
Eppure la maggioranza di queste stesse correnti ambientaliste non esitano a collocarsi allinterno di una
visione puramente naturalistica dellessere umano: per esse lessere umano semplicemente una
macchina biologica sottoposta ad unevoluzione naturale, macchina che in questo momento sta
funzionando male, non si sa se per ragioni genetiche, per una sorta di difetto intrinseco, o per una serie di
fattori esterni, ambientali. Avendo eliminato, in questa visione strettamente naturalistica, ogni libert ed
intenzionalit dellessere umano, non rimane alcuna spiegazione a questo difetto di funzionamento se non il
caso oppure la ferrea necessit delle leggi della natura. Da qui una sorta di disperazione sorda, e la visione
negativa, anzi tragica dellessere umano, che diventa appunto lanimale cattivo che distrugge tutte le altre
forme di vita. Paradossalmente il mondo animale, in questa visione, finisce per assumere le caratteristiche
di bont naturale che un tempo Rousseau aveva attribuito alluomo; anzi arriva addirittura ad acquistare
quegli aspetti psichici, intenzionali di cui lessere umano stato spogliato: diventa una sorta di Disneyland,
dove la ferinit, laggressivit, la violenza intrinseca alla dimensione animale, il mangiare e lessere
mangiati, viene attenuata fino quasi a sparire, perch in ogni modo la vita mantiene un suo equilibrio e nel
suo insieme viene in ogni caso preservata. In questa visione paradossale, lessere umano risulta un fattore
squilibrante e pericoloso per cui una sua scomparsa non risulta necessariamente negativa.
Un altro caso interessante riguarda quelle correnti politiche che affondano le proprie radici nella tradizione
marxista o in generale della sinistra e che si oppongono al neo-liberismo in economia, denunciandone
linumanit nel nome dei valori umani superiori di uguaglianza e di solidariet. Ma in una visione
strettamente materialistica dellessere umano, che pretende di essere scientifica, come possibile fondare
dei valori che sono per definizione a-scientifici ? Come pu una macchina biologica, che risponde a leggi
meccaniche e cieche, costruire dei valori? E perch mai tante storie contro il mercato che il neo-liberismo
presenta come il meccanismo di selezione naturale dellattivit economica? Perch tante storie contro le
leggi scientifiche del mercato, se in questa visione lessere umano una macchina biologica sottoposta
alla selezione naturale operata dallambiente? Il neo-liberismo, che si basa su una sorta di darwinismo
sociale, nonostante la sua rozzezza, assai pi coerente di quelle posizioni di sinistra di cui parlavamo.
Dico tutto questo non per impartire lezioni alla sinistra, che tra laltro ormai un concetto piuttosto vago e
confuso, ma per mostrare che una posizione coerente in questi due campi, lecologico e leconomico, che si
opponga al neo-liberismo e alla distruzione della natura e dellumanit da esso portata avanti, deve
abbandonare la concezione naturalistica di essere umano, deve tirare alle ortiche la macchina biologica e
lanimale razionale ed elaborare una nuova immagine.

Ma negli ultimi anni, cio a partire dagli anni ottanta, sono apparsi nuovi movimenti, sia nel campo politico,
che in quello filosofico e persino nel campo stesso delle scienze fisiche, che riportano in primo piano
lessere umano, che rivendicano per esso una posizione centrale e speciale nel mondo naturale ed
annunziano una nuova concezione dellumanesimo.
In campo politico, mi sembra, la perestroika portata avanti dal gruppo dirigente sovietico costituisce un fatto
straordinario e, visto dal di fuori, quasi miracoloso. Il Dr. Zagladin ci ha parlato dei risultati positivi e delle
difficolt e dei fallimenti della perestroika. Ma fra i risultati positivi, la fine della corsa agli armamenti
nucleari, lallontanamento dellincubo della catastrofe nucleare costituisce una pietra miliare nella storia del
mondo moderno, un fatto per il quale, e lo dico senza alcuna retorica, lumanit intera deve essere grata al
gruppo dirigente sovietico di quegli anni, guidato dal Presidente Gorbachov.
In campo filosofico, la novit costituita dal Nuovo Umanesimo di Silo. Silo riformula il concetto di
umanesimo e lo colloca in una prospettiva storica globalizzante, cio in sintonia con lepoca attuale che
vede il sorgere, per la prima volta nella storia umana, di una societ planetaria. Silo afferma che
lumanesimo che appare con forza in Europa nellepoca rinascimentale, rivendicando per lessere umano
dignit e centralit contro la svalutazione operata dal Medioevo cristiano, era gi presente in altre culture,
nellIslam per esempio, o nellIndia o nella Cina. Certo, veniva chiamato in altro modo, dato che altri erano i
parametri culturali di riferimento, ma nondimeno era implicito sotto forma di atteggiamento e di
prospettiva di fronte alla vita. Nella concezione di Silo, lumanesimo, allora, non risulta essere un
fenomeno culturalmente e geograficamente delimitato, un fatto europeo, ma piuttosto un fenomeno che
sorto e si sviluppato in diverse parti del mondo ed in diverse epoche. Proprio per questo, esso pu
imprimere una direzione convergente a culture diverse che, in un pianeta unificato dai mezzi di
comunicazione di massa, sono ormai forzatamente e conflittivamente, a contatto luna con laltra.
Silo colloca lessere umano nella dimensione della libert. Per lui, che in questo si rif alla tradizione
fenomenologica, la coscienza umana non un riflesso passivo o deformato del mondo naturale, ma
fondamentalmente attivit intenzionale, attivit incessante di interpretazione e ricostruzione del mondo
naturale e sociale. Lessere umano, sebbene partecipi del mondo naturale in quanto ha un corpo, non
riducibile ad un semplice fenomeno naturale, non ha una natura, unessenza definita, ma un progetto di
trasformazione del mondo naturale e di se stesso.
Il progetto umano collettivo per Silo lumanizzazione della Terra, cio leliminazione del dolore fisico e
della sofferenza mentale, e pertanto leliminazione di tutte le forme di violenza e di discriminazione che
privano gli esseri umani della loro intenzionalit e libert e li riducono a cose, ad oggetti naturali, a
strumenti dellintenzione di altri.
Ma quale pu essere, in un pianeta forzatamente unificato in cui si contrappongono visioni del mondo
differenti, finalit e valori contrastanti, un denominatore comune per la convergenza fra i popoli, le culture e
le religioni? Come attuare un avvicinamento alla creazione di una nazione umana universale? Per Silo,
questo possibile riscattando, nella storia delle diverse culture, i momenti storici umanisti, nei quali tali
culture hanno dato il meglio di s, e che sono riconoscibili per i seguenti aspetti:
1. lessere umano occupa una posizione centrale sia come valore sia come preoccupazione;
2. si afferma luguaglianza di tutti gli esseri umani;
3. si riconoscono e si valorizzano le diversit personali e culturali;
4. si tende a sviluppare la conoscenza al di l di quanto accettato, fino a quel momento, come verit
assoluta;
5. si afferma la libert di professare qualunque idea e credenza.
6. si ripudia la violenza.
Lumanesimo, definito da questo atteggiamento e da questa prospettiva di vita personale e collettiva, non
dunque il patrimonio di una cultura specifica ma pu esserlo di tutte le culture, e in questo senso si presenta
come un umanesimo universale.

Testo latino dell'edizione della Biblioteca della Rinascita diretta da Giovanni Papini, Le Monnier, 1941, a cura
di Bruno Cicognani.

DELLA DIGNITA' DELL'UOMO

Lessi, reverendissimi Padri, in documenti arabi, che, interrogato Abdala Saraceno che cosa in questa per
cos dire scena del mondo vi fosse di pi straordinario da ammirare, rispose che non vedeva niente di pi
meraviglioso dell'uomo. E a questa risposta s'accorda pienamente quell'esclamazione di Mercurio:"Grande
miracolo, o Asclepio, l'uomo!".
A me che meditavo sulla ragione di questi giudizi non soddisfacevano sufficientemente le molte
argomentazioni che da molti vengono addotte a proposito della superiorit dell'umana natura: che l'uomo
messaggero fra le creature, familiare coi superni, reggitore degli inferiori, interprete della natura con la
finezza dei sensi e la speculazione mentale, interstizio fra l'eterno mobile e il fluire del tempo e, come
dicono i Persiani, la copula, anzi l'imeneo del mondo, di poco da meno degli angeli, come ci testimonia
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Davide. Ragioni queste di gran conto, per la verit, ma non fondamentali, tali cio che valgano a
rivendicargli il privilegio della somma meravigliosit. Perch infatti non s'ammirano di pi gli stessi angeli
ed i beatissimi cori celesti? Alla fine m' parso d'aver capito perch fortunatissimo e quindi creatura degna
d'ogni ammirazione sia l'uomo; e quale sia davvero la condizione che, nell'ordine dell'universo, gli
toccata: invidiabile non solo dai bruti, ma dagli astri, perfino dalle intelligenze ultramondane. Cosa al di l
del credibile e stupenda. Perch no? Dal momento che proprio per questo l'uomo detto e considerato
grande miracolo ed essere certamente da ammirare.
Ma qual' questa condizione? Prestate ascolto, o Padri, e con benigne orecchie, in grazia della vostra
umanit, usatemi indulgenza per questo mio lavoro.
Gi il sommo Padre ed architetto Iddio aveva fabbricato, con leggi d'arcana sapienza, questa che noi
vediamo casa mondana della divinit, augustissimo tempio. Aveva ornato l'ultracelestiale regione
d'intelligenze, dato vita agli eterei globi con anime eterne, riempito d'ogni pi varia folla le parti putrescenti
e fermentanti del mondo inferiore. Ma, compiuta l'opera desiderava l'Artefice vi fosse qualcuno in grado di
ponderare la ragione di cotanta opera, che ne amasse la bellezza e ne ammirasse la grandiosit. Per
questo, quando gi tutto, come ci testimoniano Mos e Timeo, era stato portato a compimento, da ultimo
pens di por mano all'uomo. Non v'era per negli archetipi donde imitare la nuova progenie, n nei tesori
che largire al nuovo figlio in retaggio, e non v'erano sedi ove questi potesse assidersi, contemplatore
dell'universo. Ormai pieni tutti i luoghi: gi tutti gli spazi erano stati distribuiti ai sommi, ai medi e agli infimi
ordini. Ma non era della Potest del Padre proprio nell'atto della suprema creazione se fosse venuta meno,
come sfiancata dal parto; non era della Sapienza se avesse esitato per mancanza di determinazione
all'occorrenza; non era del beneficante Amore che colui che era destinato a glorificare la liberalit divina
fosse costretto poi a biasimarla riguardo a se medesimo.
Stabil alla fine l'ottimo Fattore che a colui al quale non poteva essere assegnata nessuna sede sua propria,
fosse comune tutto ci che era stato dato in particolare alle singole creature.
Prese allora l'uomo, opera di aspetto indefinito, e postolo nel mezzo dell'universo, cos gli parl: "Non ti
abbiamo dato n una sede determinata, n un aspetto tuo proprio, n alcun dono speciale; o Adamo,
perch quella sede, quell'aspetto che tu in sicurezza avrai bramato, tu, per tua desiderio, per tua decisione
ce li possa avere e possedere.
Per tutti gli altri la loro natura gi di per s definita costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non costretto
da nessuna limitazione, di tuo libero arbitrio, sotto la cui potest ti ho posto, te la determinerai da solo. Ti ho
collocato nel mezzo del cosmo perch tu avessi maggior agio di guardarti attorno quel che c' nel mondo.
Non ti abbiamo fatto n celeste n terreno, n mortale n immortale, affinch di te stesso quasi arbitrario
ed onorario plasmatore ed artefice, ti componga nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare in quelle
inferiori, che sono brute; potrai, per tua intima decisione, rigenerarti nelle superiori che sono divine.
O somma liberalit di Dio Padre, somma e mirabile fortuna dell'uomo! A cui dato d'avere quello che
desidera, d'essere quello che vuole. Gli animali bruti nel momento stesso in cui nascono si portano

Cfr. Psalm., VIII, 5 sg.

appresso, come dice Lucilio 2, dalla "vagina della madre" quello che possiederanno. Gli spiriti superiori
furono o dal principio o subito dopo poco quelli che sempre saranno per l'eternit. All'uomo, nel nascere, il
Padre assegn semi d'ogni sorta e i germi di ogni specie di vita. Secondo quelli che ciascuno coltiver,
quelli si svilupperanno ed in lui produrranno i loro frutti: se vegetali, diverr pianta, se sensuali, abbrutir, se
razionali ne sortir un'anima celeste; se intellettuali, sar angelo e figlio di Dio. E quand'anche non contento
della sorte di nessuna delle creature, si raccoglier nel centro della sua unit, divenuto allora un solo spirito
con Dio nella brumosa solitudine del Padre che costituito sopra gli esseri tutti, sovraster su tutti.
Chi v' che non ammiri questo nostro camaleonte? o che comunque non lo ammiri pi di qualunque altra
cosa? Che non a torto Asclepio Ateniese, in considerazione di questa sua versipelle natura in grado di
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trasformare anche se stessa, disse che nei misteri veniva rappresentato da Proteo . Di qui quelle
metamorfosi celebrate presso gli Ebrei ed i Pitagorici.
Giacch anche la teologia ebraica pi segreta ora trasforma il santo Enoch in un angelo della divinit che
chiamano malakh ha-shekhinah, ora altri sotto altri nomi. Ed i Pitagorici trasformano gli uomini scellerati in
bruti e se si d credito ad Empedocle, perfino in piante. Ad imitazione dei quali Maometto aveva spesso
sulle labbra quella famosa frase: "Chi si allontaner dalla legge divina, finisce un bruto". E certamente a
ragione. Ed infatti non la corteccia che fa la pianta, bens la sua natura priva d'intelligenza ed insensibile;
n il cuoio fa le bestie da soma, ma l'anima bruta e sensuale; n la forma rotonda fa il cielo ma il giusto
ordine; e non la mancanza di corporeit ma l'intelligenza dello spirito fa l'angelo. Ch se infatti vedi
qualcuno dedito al ventre, essere strisciante a terra, un vegetale che hai davanti, non un uomo; se vedi
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qualcuno che brancola fra i vani inganni della fantasia, come di Calipso , e adescato dalla solleticante
lusinga, schiavo dei sensi, un bruto, non un uomo, che vedi. Se invece un filosofo che tutto distingue
col giusto metodo, che tu n'abbia venerazione: una creatura celeste, non terrena; se puro contemplatore
dimentico del corpo, relegato nelle profondit della mente, costui non terreno n creatura celeste, egli
un nume pi augusto, rivestito di umana carne.
V' forse chi non ammiri l'uomo? che non a torto nei sacri scritti mosaici e cristiani designato ora con la
definizione di qualunque corporeit, ora di qualunque forma creata, dal momento che egli stesso ritrae
fabbrica e trasforma se medesimo sotto forma di ogni corporeit, nell'indole di ogni creatura. Per ci scrive
Evante Persiano, l dove espone la teologia caldea, che l'uomo non ha nessuna sua specifica ed innata
immagine, molte estranee ed avventizie; di qui il famoso detto caldeo: Enosh hu shinnujim vekammah
tebhaoth baal haj, l'uomo animale di varia e multiforme e dall'uno all'altro aspetto transeunte natura.
Ma a che pro tutto questo? Perch comprendiamo, dacch siamo nati sotto questa condizione, cio che
siamo quel che vogliamo essere, che dobbiamo soprattutto curare che questo non s'abbia a dire proprio
contro di noi: che essendo in alto grado non ci si renda conto d'essersi ridotti simili ai bruti e ai giumenti
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insensati; ma sia piuttosto vero il verso del profeta Asaph: "Dei siete e figli, tutti, dell'Altissimo" , acciocch
non convertiamo, abusando dell'indulgentissima liberalit del padre, quel libero arbitrio ch'egli ci diede da
salutifero in nocivo. Ci penetri l'animo una per cos dire santa ambizione, talch, non soddisfatti delle
mediocrit, aneliamo alle altezze e quelle, dal momento che si pu quando si vuole, ci sforziamo di
raggiungere con tutte le nostre forze. Sdegnamo le cose terrestri, trattiamo con indifferenza quelle del cielo,
e volgendo infine le spalle a tutto ci che appartiene al mondo, voliamo al consesso oltremondano che il
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pi prossimo alla pi eccelsa divinit. Quivi, come insegnano i sacri misteri, Serafini, Cherubini e Troni
occupano i primi posti. Di loro procuriamo noi, che ormai non intendiamo pi di recedere e insofferenti delle
seconde sedi, di emulare la maest e la gloria. Non saremo loro, purch lo si sia voluto, per nulla inferiori.
Ma in che modo o facendo che cosa, infine? Vediamo che fanno loro, che vita vivono. Se anche noi la
vivremo, giacch lo possiamo, gi avremo raggiunto la loro sorte. Arde il Serafino del fuoco della carit;
rifulge il Cherubino dello splendore dell'intelligenza; sta il Trono nella fermezza della giustizia. Se dunque,
dediti alla vita operosa ci assumeremo con retto criterio il governo delle cose inferiori, saremo resi saldi con
la ferma solidit dei Troni. Se, riusciti a liberarci delle cose pratiche, meditando nella creazione il Creatore,
nel Creatore la creazione opereremo nella quiete della contemplazione, rifulgeremo da ogni parte di
cherubica luce. Se arderemo d'amore soltanto per l'Artefice stesso, del suo fuoco che consuma
2

Lucilius, v.623 ed.Marx.


Conosceva il futuro, ma non voleva rivelarlo ai mortali: perci sfuggiva assumendo innumerevoli
aspetti.
Cfr. Omero d IV 351 sgg.
4
La ninfa che trattiene Ulisse nella sua isola con gli allettamenti dell'amore.
Cfr. Omero e 55-225.
5
Psalm. LXXXII 6.
6
Sono le tre gerarchie angeliche pi alte.
3

fiammeggeremo d'un tratto, a immagine dei Serafini. Superiore al Trono, ossia al giusto giudice, siede Dio,
giudice di tutte le generazioni. Sopra al Cherubino, ossia al contemplatore, egli vola e quasi covandolo lo
riscalda. Giacch lo spirito di Dio trascorre sopra le acque, quelle dico che sono oltre i cieli, quelle che in
7
Giobbe tessono lodi al Signore con inni antelucani. Chi Saraf, cio amante, in Dio e Dio in lui; di pi,
e Dio e lui sono una cosa sola. Grande la potest dei Troni che col giudicare, somma la sublimit dei
Serafini che amando ci dato di raggiungere.
Ma come pu uno giudicare o amare quello che non conosce? Mos am Dio, che vide, ed applic, giudice
in mezzo al popolo, quello che vide prima contemplatore sul monte. Pertanto il Cherubino che sta in mezzo
ci prepara con la sua luce alla fiamma serafica e nel contempo ci illumina verso il giudizio dei Troni. Questo
il nodo delle menti prime, l'ordine palladico che presiede alla filosofia contemplativa; questo noi dobbiamo
cercare di raggiungere e cingere e afferrare infine, onde veniamo rapiti ai fastigi d'amore e discendiamo
bene istruiti e pronti per gli uffici attivi. Ma di certo il prezzo dell'opera, se la nostra vita dev'essere formata
sull'esempio della vita dei Cherubini, d'avere davanti agli occhi e in soldoni quale sia e di che qualit,
quali le loro azioni e l'opera loro. Il che non essendoci dato con le nostre sole forze, noi che siamo carne ed
assaporiamo le cose che sono della terra, di conseguire, ricorriamo dunque agli antichi padri, che di tali
cose, come a loro domestiche e connaturate, possono farci abbondantissima e sicura fede.
Domandiamolo all'apostolo Paolo, vaso d'elezione, che cosa, una volta innalzato al terzo cielo,
personalmente vide che andavano compiendo gli eserciti dei Cherubini. Ci risponder senz'altro, interprete
Dionigi, che si purificavano, poi s'illuminavano, infine erano perfetti. Pertanto anche noi, emulando sulla
terra la vita dei Cherubini, tenendo a freno gli impeti delle passioni attraverso la dottrina morale, dissipando
la tenebra della ragione con la dialettica, come se lavassimo via la crosta dell'ignoranza e dei vizi,
purghiamo l'anima, perch n le passioni ci si agitino confusamente dentro, n la ragione sconsiderata
presto o tardi deliri. Allora, compenetriamo l'anima ben ricomposta e purificata della luce della filosofia
naturale, per renderla in ultimo perfetta con la conoscenza delle cose divine.
E per non limitarci ai nostri, consultiamo il patriarca Giacobbe, la cui immagine sfavilla scolpita nella sede
della gloria. Ci istruir il Patriarca sapientissimo dormiente nel mondo inferiore, veggente in quello
8
supremo . Ma ci istruir figuratamente - cos apparivano loro tutte le cose -, che vi sono scale che si
protendono dall'imo suolo al sommo dei cieli, distinte in serie di molti gradini, in cima alle quali siede il
Signore; per esse, alternandosi a vicenda, gli angeli contemplanti salgono e discendono.
Perch se questa stessa cosa si dovr andar facendo noi che aspiriamo alla vita angelica, chi, mi
domando, oser toccare le scale del Signore con il piede sporco o con mani mal pulite? All'impuro, come
sta scritto nei misteri, non lecito accedere al puro. Ma quali piedi? quali mani? Di certo il piede dell'anima:
che quella parte dispregiatissima che per sua natura si poggia sulla materia come al suolo della terra, la
facolt, vi dico, alimentatrice e nutritiva, fomite della libidine e maestra della mollezza voluttuaria. Le mani
dell'anima: perch non dire l'iracondia, che combatte per l'ingordigia e per lei lotta e sotto la polvere e il
sole predatrice arraffa le cose che quella, sonnecchiando all'ombra, si pappa? Queste mani, questi piedi,
vale a dire tutta la parte sensuale in cui risiede la lusinga che tiene in suo possesso l'anima, come si dice
per la collottola, perch non s'abbia ad essere respinti dalle scale come profani e sordidi, laviamoli con la
filosofia morale come in onda viva. Ma non sar abbastanza neppur questo se aneliamo a divenire
compagni degli angeli che percorrono la scala di Giacobbe se non saremo stati prima messi bene in grado
ed istruiti a procedere di gradino in gradino nel modo dovuto, a non esorbitare mai dalla tratta delle scale e
ad incontrare gli alterni percorsi. E quando lo avremo conseguito attraverso l'arte della parola o dei numeri,
animati ormai da spirito cherubico, filosofando attraverso i gradini delle scale, che come dire della natura,
tutto penetrando a partire dal centro e volgendoci al centro, ora discenderemo smembrando con titanica
9
forza l'uno, quasi un Osiride , in molte parti, ora saliremo raccogliendo con forza febea le molte parti, quasi
fossero le membra di Osiride, nell'uno: finch in seno al Padre, che sta alla sommit della scala, finalmente
posando non giungeremo alla perfezione nella felicit della conoscenza teologica.
Interroghiamo anche il giusto Giobbe, che strinse il patto con Dio della vita prima d'essere generato in vita,
che cosa il sommo Iddio nelle decine di centinaia di migliaia di entit che gli stanno accanto prediliga su
tutto. Senza meno risponder: la pace. Per l'appunto quel che si legge in Giobbe stesso: "che fa pace
10
nell'alto dei cieli". E poich l'ordine mediano interprete per quelli inferiori degli ammonimenti dell'ordine
7

Cfr. Gen. 1, 2 e Job 38, 7.


Cfr. Genesis 28, 11 sgg.
La divinit egizia Osiride fatto a pezzi dal fratello; Iside, sua sorella e moglie, ne raccoglie
i pezzi e lo ricompone.
10
Iob 25, 10.
8
9

supremo, c'interpreti le parole del teologo Giobbe il filosofo Empedocle. Questi c'insegna che una duplice
natura insita nelle nostre anime, dall'una delle quali siamo innalzati alle cose celesti, dall'altra sospinti in
gi verso le infernali: attraverso la lite e l'amicizia o, per meglio dire, la guerra e la pace, come ci dicono i
suoi poemi, nei quali si duole d'essere, sconvolto dalla lite e dalla discordia, simile a forsennato, esule dalla
11
divinit, lanciato in alto mare .
Di certo, Padri, molteplici aspetti ha in noi la discordia, guerre gravi e intestine e peggio che civili abbiamo
dentro: che, se noi non le vorremo, se aspireremo a quella pace che ci tragga cos in alto da farci stare fra
gli eccelsi del Signore, soltanto la filosofia potr pienamente raffrenare e placare. Quella morale dapprima,
se soltanto il nostro uomo chieder tregua dai nemici, rintuzzer le sfrenate escursioni del bruto sotto i suoi
molteplici aspetti e gli impeti e i furori e gli impulsi leonini. Poi, se con pi saggio consiglio, desidereremo
per noi la sicurezza di una pace perpetua, l'avremo, e liberalmente compir i nostri voti, come colei che
uccisa l'una e l'altra bestia, quasi col sacrificio della scrofa, sancir fra la carne e lo spirito un inviolabile
12
patto di sacrissima pace. La dialettica seder i turbamenti della ragione ansiosamente tumultuante fra le
contraddizioni del linguaggio e le capziosit dei sillogismi. La filosofia naturale seder i conflitti di opinione
e i dissidi che l'anima inquieta di qua e di l travagliano, disgiungono e dilacerano. Ma li seder in modo da
obbligarci a ricordare che la natura, secondo Eraclito, stata generata dalla guerra: per ci da Omero
13
stata chiamata contesa. Per questa ragione non pu offrirci in essa vera quiete e solida pace: della sua
signora questo compito e privilegio, ossia della santissima Teologia. A quella essa ci mostrer la strada e
ci accompagner come guida, e quella da lontano scorgendoci affrettare verso di lei: "Venite a me esclamer - voi che faticaste; venite, ed io vi ristorer; venite; venite a me, e dar a voi la pace che il
mondo e la natura non possono darvi."
Cos lusinghevolmente chiamati, invitati con tanta benignit, con piedi alati, quasi terrestri Mercuri volando
all'amplesso della beatissima madre, godremo della pace desiata: pace santissima, congiungimento
inscindibile, amicizia unanime, per cui tutte le anime non solo concordino veramente in un'unica mente che
al di sopra di tutte le menti, ma in un certo qual modo ineffabile raggiungano, nel profondo, l'uno. Questa
quell'amicizia che i Pitagorici asseriscono essere il fine di tutta quanta la filosofia. Questa quella pace
che Dio attu nell'alto dei suoi cieli e che gli angeli scendendo in terra annunziarono agli uomini di buona
volont, perch tramite essa gli stessi uomini salendo al cielo divenissero angeli. Auguriamo questa pace
agli amici, all'epoca nostra, auguriamola in ogni casa dove entriamo, auguriamola all'anima nostra, perch
per suo tramite essa stessa divenga casa di Dio, di modo che, dopo che abbia scosso via con la morale e la
dialettica le proprie sozzure e si sia adornata, quasi principesco apparato, della filosofia nelle sue parti e
14
abbia incoronato i frontoni delle porte con le ghirlande teologiche, discenda il Re della gloria ; e venendo
col Padre prenda dimora presso di lei. E se si sar mostrata degna di cotanto ospite, ch tale l'immensa
clemenza di Lui, avvolta nella veste indorata, quasi abito nuziale, della molteplice variet delle scienze,
accoglier il bellissimo ospite non gi come ospite, ma come sposo, da cui, per non esser giammai divisa,
bramer d'esser divisa dalla sua gente e dimentica della casa del padre suo e fin di se stessa, desiderer di
morire a se stessa per vivere nello sposo, al cui cospetto preziosa di certo la morte dei suoi santi. Quella
morte, dico, se si deve definire morte la pienezza della vita, la cui speculazione dissero i sapienti essere il
massimo interesse della filosofia.
Invochiamo anche lo stesso Mos, di poco sminuito rispetto alla piena sorgente della sacrosanta ed
15
Udremo il venerando giudice cos
ineffabile intelligenza donde gli angeli s'inebriano del loro nettare.
sentenziare a noi che abitiamo nella desolata solitudine di questo corpo: "Gli immondi che ancora
necessitano della morale restino col volgo fuori del tabernacolo, a cielo aperto, a purificarsi nel frattempo
come sacerdoti tessali. Quelli che di gi hanno messo ordine nei loro costumi, accolti nel santuario, pur
tuttavia non tocchino ancora gli arredi sacri, ma prima, come zelanti leviti, siano ministri ai sacri uffici della
filosofia. Poi a questi anch'essi ammessi, a questo punto contemplino la reggia dai molti colori, ovvero il
sidereo aulico splendore di Dio che risiede al di sopra; solo ora il candelabro celeste distinto in sette lumi,
11

Empedocles, fr. 115: tw``n kai; ejgw; nu``n eijmi, fuga;_ qeovqen kai; ajlhvth_
Neivkei mainomevnw/ pivsuno_.
12
Riferimento al rituale romano della pace, quando dall'una e dall'altra parte veniva sacrificato un
maiale, con l'auspicio che gli dei colpissero allo stesso modo chi dei due non avesse rispettato i
patti.
Cfr.Liv. I 24.
13
S 107:
wJ_ e[ri_ e[k te qew``n e[k t ajnqrw``pwn ajpovloito ....
14
Johann, XIV 23.
15
Secondo la Qabbalah Mos, nonostante la sua altissima iniziazione, non pot raggiungere appieno la
conoscenza divina.

solo ora gli elementi di pelle 16, perch alla fine, per i meriti della sublimit teologica accolti nei penetrali del
tempio, nessun velo frapposto d'immagine illusoria, possiamo godere la gloria della divinit. Questo di certo
a noi Mos comanda e comandando ci consiglia, incoraggia ed esorta perch attraverso la filosofia ci
prepariamo, fino a che possiamo, la via verso la gloria dei cieli.
Di certo non soltanto i misteri mosaici o cristiani, ma anche le teologie degli antichi ci mostrano i vantaggi e
la dignit di queste arti liberali di cui sono entrato a discutere. Giacch che cos'altro stanno a significare i
gradi osservati negli arcani dei Greci per gli iniziati? Ai quali, resi mondi dapprima per mezzo di quelle che
abbiamo detto quasi arti purificatrici, la morale e la dialettica, era dato il permesso di accesso ai misteri.
Che cos'altro pu essere se non l'interpretazione, attraverso la filosofia, della natura pi occulta? Allora
soltanto, una volta che erano cos disposti, avveniva l'ejpopteiva, cio l'introspezione delle cose divine per
il lume della teologia. V' chi non ambisca ad essere iniziato a tali sacri misteri? Chi non brami, lasciate da
parte tutte le cose umane, disprezzando i beni della sorte, non curando quelli del corpo, di diventare,
ancora vivendo sulla terra, convitato degli dei? e, madido del nettare dell'eternit, ricevere, creatura
mortale, il dono dell'immortalit? Chi non vorrebbe essere cos ispirato da quei socratici furori decantati da
Platone nel Fedro da essere, fuggendo con remeggio d'ali e di piedi rapido di qui, cio dal mondo che
posto nel maligno, portato con un rapidissimo volo alla Gerusalemme celeste? Siamolo, padri, siamolo
agitati dai furori socratici, che ci portino fuori di mente in modo tale da riporre in Dio la mente nostra e noi
stessi. E lo saremo, agitati da quei furori, certamente, se prima avremo compiuto noi stessi quanto sta in
noi. Poich se, e attraverso la morale le forze degli affetti saranno state, con i dovuti giusti rapporti volte
alla misura, cos da armonizzare vicendevolmente in un non turbato accordo; e attraverso la dialettica la
ragione sar andata avanti progredendo fino al numero, scossi dal furore delle Muse, assorbiremo con le
intime orecchie l'armonia celeste. Allora la guida delle Muse, Bacco, nei suoi misteri, cio coi segni visibili
della natura, rivelando a noi che filosofiamo quelli invisibili di Dio, c'inebrier con l'abbondanza della casa di
Dio nella quale se, come Mos, saremo interamente saldi, sopraggiungendo la santissima Teologia ci
animer di duplice furore. Poich sublimati fino alla sua eminentissima specola, da l e misurando col metro
dell'eternit infinita le cose che sono che saranno e che furono, e veggenti la primeva bellezza, saremo di
quelle febei vati, di questa alati amatori; e dall'ineffabile amore, infine, quasi da estro eccitati, come
Serafini ardenti messi fuori di noi, pieni del nume, non pi noi stessi, ma Quegli stesso che ci cre noi
saremo.
I sacri nomi di Apollo, se qualcuno va ad approfondirne i significati ed i misteri che vi si nascondono, sono
sufficienti a dimostrare che quel dio non meno filosofo che vate. Il che, avendolo Ammonio di gi
sufficientemente dilucidato, non c' motivo per cui io adesso altrimenti ne tratti; ma ricordiamoci, o Padri,
dei tre precetti delfici assolutamente necessari per chi ha in mente di entrare nel sacrosanto ed
augustissimo tempio non del falso, bens del vero Apollo, che illumina ogni anima che viene in questo
mondo: vedrete che a null'altro esse ci esortano se non ad abbracciare con tutte le forze questa tripartita
filosofia di cui si tratta in questa dissertazione. Infatti quel mhde;n a[gan, ovvero nulla di troppo,
giustamente prescrive la norma e la regola di tutte le virt per la via del giusto mezzo, di cui tratta la
morale. Poi quel gnw``qi seautovn, conosci te stesso, incita ed esorta alla conoscenza della natura totale, di
cui la natura dell'uomo interstizio e quasi mistura: poich chi si conosce, riconosce in s tutte le cose,
come Zoroastro prima, Platone poi nell'"Alcibiade" hanno scritto. Finalmente, illuminati da questa
conoscenza attraverso la filosofia naturale, ormai prossimi a Dio, ei\, cio tu sei, dicendo con teologico
saluto, familiarmente e per ci stesso felicemente appelleremo il vero Apollo.
Interroghiamo anche il sapientissimo Pitagora: per ci soprattutto sapiente, per non essersi mai ritenuto
degno del nome di sapiente. Ci dar come primo precetto di non seder sopra il moggio, di non perdere cio,
rilassandola in un'oziosa inerzia, la parte razionale con cui l'anima tutto misura, giudica ed esamina, ma di
dirigerla assiduamente e di tenerla desta con l'esercizio e la regola della dialettica. Poi, due cose ci
indicher che sono soprattutto da evitare, di non mingere di faccia al sole e di non tagliarci le unghie nel
mezzo di un sacrificio; ma, dopo che attraverso la morale ci saremo sia liberati dei fluidi bisogni delle
passioni traboccanti, sia avremo tagliato le punte delle unghie come se fossero le acute prominenze dell'ira
e gli aculei dell'anima, allora finalmente incominciamo a prendere parte alle sacre cerimonie, vale a dire ai
gi menzionati misteri di Bacco e ad attendere alla nostra contemplazione di cui a ragione detto padre e
guida il Sole. In ultimo ci consiglier di nutrire il gallo, che come dire pascere con la conoscenza delle
cose divine, quasi solido cibo e ambrosia celeste, la parte divina dell'anima nostra. Questo il gallo il cui
aspetto il leone, cio ogni potenza terrena, teme e riverisce. Questo il gallo a cui leggiamo in Giobbe
16

Cfr. Exod. 26, 14; 36, 19; 39, 34.

essere stata data l'intelligenza. Al canto di questo gallo l'uomo aberrante si ravvede. Questo gallo nel
crepuscolo mattutino, di concento con gli astri del mattino canta ogni giorno lodiamo il Signore. Questo
gallo Socrate morendo, con la speranza di unire l'anima sua alla divinit del mondo pi grande, disse di
dovere ad Esculapio, cio al medico delle anime, lui che era di gi posto fuori da ogni pericolo di malattia.
Esaminiamo anche i monumenti dei Caldei: vedremo, se diamo loro credito, che per virt delle medesime
arti si apre per i mortali la strada per la felicit. Scrivono gli interpreti caldei che fu parola di Zoroastro che
l'anima alata; cadendole le ali, essa precipitata nel corpo; il momento che quelle le ricrescono, torna a
volare verso il cielo. Interrogandolo i discepoli su come potevano ottenere anime alate con ali bene
impiumate, rispose: "irrigatele con l'acque della vita." Di nuovo chiedendogli da dove prendere quest'acqua,
rispose loro, come era abitudine del nostro, con una parabola: "Da quattro fiumi bagnato ed irrigato il
Paradiso di Dio. Precisamente di l dovete attingere le acque a voi salutari: ha nome Pischon quello da
settentrione che lo indica come retto; Gichon quello da occidente che significa purificazione; Chiddekel
quello da oriente, che suona come luminoso; Perath quello da mezzogiorno, che si pu interpretare come
17
amore. Rivolgeteci la mente ed attentamente considerate, Padri, che cosa vogliano dire questi dogmi di
Zoroastro. Certamente niente altro se non che dobbiamo purificarci il sudiciume degli occhi con la scienza
18
morale, quasi come con le acque iberiche ; con la dialettica, quasi una boreale livella, aggiustiamo il loro
fuoco al retto. Quindi dobbiamo abituarci a sostenere nel contemplare la natura l'ancor debole luce della
verit, quasi prime luci del sole nascente, per potere, alla fine, attraverso l'amore teologico e il santissimo
culto di Dio, come aquile del cielo, sostenere intrepidamente il pi radiante splendore del sole meridiano.
Queste son forse quelle conoscenze mattutine, meridiane e vespertine di gi cantate da David e pi
diffusamente spiegate da Agostino. Questa quella luce meridiana che a piombo infiamma i Serafini, e del
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pari illumina i Cherubini. Questa la regione verso la quale sempre partiva l'antico padre Abramo; questo
il luogo dove i dogmi dei cabalisti e dei Mauri insegnarono non esserci posto per gli spiriti immondi. E se
lecito rendere di pubblico dominio qualcosa dei pi segreti misteri, sia pure sotto allegoria, dopo che la
precipitosa caduta dell'uomo dal cielo condann il capo alla vertigine e che la morte, entrata secondo
Geremia attraverso le finestre, ammal il fegato e i polmoni, invochiamo Raffaele, il medico celeste, che ci
liberi con la morale e la dialettica, a guisa di farmaci salutari. Allora, una volta rimessi in buona salute,
albergher ormai in noi la forza di Dio, Gabriele, che, giudandoci attraverso le meraviglie della natura e
dovunque mostrandoci la perfezione e la potenza di Dio, ci consegner finalmente al sommo sacerdote
Michele che ci fregi, giunti al termine nella milizia della filosofia, del sacerdozio teologico come di una
corona di pietra preziosa.
Queste sono, Padri reverendissimi, le ragioni che non solo mi animarono, ma mi costrinsero allo studio
della filosofia. E che di certo non ero incline ad esporre se non per rispondere a coloro i quali sogliono
condannare lo studio della filosofia principalmente negli uomini in alto stato o per lo meno senz'altro in
quelli che vivono in condizione mediocre. Tutto questo filosofare ormai infatti - giacch questa la
sterilit mentale dell'epoca nostra - piuttosto motivo di disprezzo e d'ingiuria che d'onore e di gloria. Tanto
ha invaso le menti pi o meno di tutti questo esiziale e mostruoso convincimento che niente affatto o da
parte di pochi s'abbia a coltivare la filosofia. Quasi che l'avere investigatissimi dinanzi agli occhi e per le
mani i perch delle cose, le vie della natura, la ragione dell'universo, le leggi di Dio, i misteri dei cieli e della
terra non giovi a nulla se poi uno non ne coglie qualche vantaggio o ne ricava un guadagno per s. Siamo
anzi arrivati al punto che, oh tristezza!, non si considerano sapienti se non coloro che rendono mercenario
lo studio della sapienza, cos che si pu vedere la pudica Pallade che alloggia fra gli uomini per dono degli
dei, essere respinta, contestata, fischiata; non avere chi l'ami, chi le manifesti il suo favore, s'essa stessa,
come prostituendosi, e ricevuta la meschina mercede della deflorata verginit, non vada a versare nella
cassettina dell'amante il denaro mal procacciato. E tutte queste cose io le dico non senza grandissimo
dolore e indignazione non contro i principi di questo tempo, ma contro quei filosofi che si sono convinti e
vanno dicendo che non vale la pena di dedicarsi alla filosofia, dal momento che per il filosofo non c'
nessun guadagno, non gli viene assegnato nessun premio; quasi che non dimostrino, soltanto con questo,
di non essere filosofi. Perch, essendo tutta la loro vita incentrata o sul profitto o sull'ambizione, non sono
in grado di abbracciare la conoscenza della verit in s e per s. Me lo conceder, e non arrossir di lodare,
sotto questo punto di vista me stesso, che io non ho mai filosofato per nessun altro motivo se non per
17

Cfr. Gen., II 10 sgg.


Come a dire pi occidentali.
19
La regione, ovvero il culto del Dio vero che s'identifica col luogo dove vi si pu stabilire. Cfr.
Gen. XII e XIII.
18

filosofare, e che dai miei studi, dai miei pensamenti non ho mai sperato o ricercato altra compensa o frutto
che l'elevazione dell'animo e la conoscenza della verit da me sempre fortissimamente desiderata. E di
questa fui sempre talmente bramoso ed amantissimo che, lasciata ogni cura degli affari privati e pubblici,
mi son dedicato completamente all'ozio della contemplazione, da cui nessuna malignit degli invidiosi,
nessuna invettiva da parte dei nemici della sapienza n hanno potuto fin qui, n potranno in futuro
distogliermi. La filosofia stessa mi ha insegnato a dipendere piuttosto dalla mia propria coscienza che dal
giudizio degli altri e a pensare sempre non tanto a che non si parli male di me, quanto a non dire io stesso o
fare qualcosa di male.
Di certo non ignoravo, reverendissimi Padri, che questa stessa mia disputazione sarebbe stata tanto gradita
e piacevole per tutti voi, che favorite le arti oneste, e la voleste onorare della vostra augustissima presenza,
quanto incomoda e molesta per molti altri; e so che non mancano quelli che finora hanno biasimato la mia
iniziativa e ancora seguitano a biasimarla per molti versi. E' sempre stato cos, che abbiano meno, per non
dire di pi, che gli abbaiano contro le cose che si fanno bene e santamente in vista della virt, che quelle
che si compiono iniquamente ed errando volte al vizio. Vi sono poi quelli che disapprovano tutto questo
modo di disputare e questo sistema di discutere pubblicamente di letterature, affermando che quest'ultimo
piuttosto volto a far pompa d'ingegno e ostentazione di cultura piuttosto che a scopo di ammaestramento.
Vi sono quelli che, pur non disapprovando questo tipo di esercitazione, tuttavia nel mio caso non
ammettono assolutamente che io a questa et, vale a dire solamente ventiquattrenne, abbia osato proporre
una disputa sui sublimi misteri della teologia cristiana, sui punti pi alti della filosofia, su dottrine
sconosciute nella citt pi famosa, nel pi ampio consesso di uomini eruditissimi, nel Senato Apostolico.
Altri questo concedendomelo, che io disputi, si rifiutano di ammettere che io discuta novecento questioni,
insinuando che il far questo altrettanto superfluo e ambizioso quanto oltre le mie forze. Alle loro obiezioni
io e immantinente avrei rinunciato se cos mi avesse insegnato la filosofia che professo, e adesso, dacch
ella cos m'insegna, non risponderei se ritenessi questa discussione tra di noi impiantata col proposito di
rissare e di altercare. Pertanto via ogni intento di denigrazione e di sfida e quel livore che Platone scrive
sempre essere lontano dal coro divino, via anche dalle nostre menti, ed amichevolmente indaghiamo se
ammissibile che io disputi e su cos tante questioni anche.
E prima di tutto a quelli che criticano quest'uso di disputare pubblicamente non star a dir molto dal
momento che questa colpa, se la si pu considerare colpa, comune con me non solo a tutti voi,
eccellentissimi dottori, che tanto spesso non senza somma lode e gloria avete adempiuto questo ufficio, ma
a Platone, ad Aristotele, ma ai pi apprezzati filosofi di tutte le epoche. Ai quali appariva palesissimo che
non c'era niente che valesse meglio per loro, per conseguire quella conoscenza della verit che andavano
ricercando, dell'esercitarsi frequentissimamente nella discussione. Giacch come con la ginnastica si
rinvigoriscono le forze del corpo, cos, lungi da dubbio, in questa quasi palestra letteraria le forze dell'animo
si fanno di gran lunga pi forti e pi vegete. N crederei che o i poeti con le celebrate armi di Pallade, o gli
Ebrei quando dicono barzel, ferro, simbolo dei sapienti, ci abbiano rappresentato altro che questo genere di
gare onorevolissime quanto affatto necessarie all'acquisizione della conoscenza. E forse per questo anche i
Caldei, al momento del concepimento di colui che sia destinato ad essere filosofo, richiedono che Marte
guardi Mercurio in aspetto trigono, come se, togliendo queste combinazioni, questi contrasti, dovesse poi
risultare soporifera e sonnacchiosa tutta la sua filosofia.
Tuttavia con quelli che mi dicono impari all'assunto veramente m' pi difficile il modo di difendermi. Infatti
se mi dichiarer all'altezza, forse mi taccerete d'immodestia e di presunzione; se mi confesser impari di
temerariet e di sconsideratezza. Vedete in quale trappola son caduto, in che posizione mi sono venuto a
mettere, che non posso senza biasimo promettere per parte mia quello che poi non posso subito dopo non
20
mantenere senza biasimo. Forse potrei anche citare la famosa frase di Giobbe: "lo Spirito in tutti" e
21
udire con Timoteo: "Nessuno disprezzi la tua adolescenza." Ma avr pi veramente detto secondo la mia
coscienza questo: che in me non v' niente di grande o di singolare. Pur non negando di essere studioso in
caso ed avido delle arti oneste, non mi attribuisco n mi arrogo il titolo di dotto. Per cui, anche se mi sono
addossato un peso tanto grande, non stato perch non avessi coscienza della mia debolezza; bens
perch sapevo esser peculiare di questa specie di battaglie, delle letterarie cio, che il guadagno sta
nell'essere battuti. Onde avviene che anche i pi deboli non solo non ricusarle ma anzi possano e debbano
giustamente andarne in cerca: dal momento che colui che soccombe riceve un beneficio, non un danno, dal
20
21

Job XXXII 8.
I Thim. IV 12.

vincitore, come quello che, grazie a lui, torna a casa pi ricco, vale a dire pi dotto, e pi attrezzato per le
future battaglie. Animato da questa speranza, io debole combattente non ho avuto timore di stabilire una
battaglia tanto impegnativa con i pi forti e i pi valorosi di tutti. Il che, tuttavia, se sia stato fatto
temerariamente o no, si potr pi correttamente comunque giudicare dall'esito del combattimento che dalla
mia et.
Mi rimane in terzo luogo da rispondere a quelli che si sono sentiti offesi dalla quantit svariata delle tesi
proposte, quasi che questo peso gravasse sulle spalle loro e non fosse piuttosto questa fatica, per grande
che possa essere, da sopportarsi unicamente da parte mia. Sconvenienza davvero, questa, ed eccesso di
bizzarria, voler pretendere di porre un limite all'altrui operosit; e, come dice Cicerone, in ci che tanto
meglio quanto di pi, rimpiangere la mediocrit. Insomma, in sfide cos grandi non c'erano alternative per
me: o soccombere o riuscire. In caso di riuscita, non vedo perch quello di cui lodevole aver dato prova
con dieci questioni, si debba ritenere colpevole darne prova anche in novecento. In caso di fallimento,
avranno essi, se mi odiano, di che incolparmi; se mi amano, di che scusarmi. Poich in un'impresa cos
seria, cos impegnativa, l'esser venuto meno un adolescente di poco ingegno e di scarsa dottrina sar
piuttosto degno di perdono che di condanna. Per dirla con il poeta:
.... se ti vengono a mancare le forze, ti sar lode l'avere osato:
22
nelle grandi imprese anche l'aver voluto abbastanza.
Perch se, all'epoca nostra, molti, imitando Gorgia di Leontini, sono stati soliti non senza plauso non solo di
proporre la discussione di novecento questioni, ma su tutte mai le questioni di tutte le arti, perch non
dev'esser lecito a me, ed anche senza venirne accusato, disputare di molte s, ma certe e determinate?
Ma superfluo lo definiscono e ambizioso. Ma io ribatto che ho fatto questo non in modo superficiale, bens
necessario. E se essi considerassero il mio modo di filosofare, sarebbero costretti ad ammettere,
quantunque controvoglia, che veramente necessario. Coloro infatti che si sono affiliati a qualcuna delle
scuole filosofiche, vale a dire aderendo o a Tommaso o a Scoto, che adesso stanno andando per la
maggiore, loro s possono sperimentare la loro dottrina nella discussione anche di poche questioni. Ma io ho
sempre avuto per principio, senza prestar giuramento secondo la formula di nessuno, di effondermi per tutti
i maestri della filosofia, d'esaminar tutte le pagine, di conoscere tutte le scuole. Per cui, dovendo io parlare
di tutti loro, per non sembrare, qualora io avessi, sostenitore d'un insegnamento in particolare, trascurato gli
altri, d'esser legato a codesto, non stato possibile, anche proponendo poche questioni riguardo a
ciascuno, che non ce ne fossero moltissime che facevano riferimento nello stesso tempo a tutti. N vi sia
23
chi biasimi in me il fatto che "dovunque mi sbatte la tempesta io mi lasci ospite trasportare". Come fu
infatti osservata dagli antichi questa regola: che, studiando ogni genere di scrittori, non lasciassero non letto
nessun trattato, se potevano; cos soprattutto da Aristotele che per questa ragione veniva chiamato
ajnagnwvsth_, cio lettore, da Platone. E di certo proprio di una mente angusta l'essersi limitato ad un sol
Portico o ad una sola Accademia; n fra tutte pu scgliersi giustamente la sua chi prima non le abbia tutte
familiarmente conosciute. Aggiungi che in ciascuna scuola c' qualcosa di egregio che non le comune
con le altre.
24
E per cominciare ora dai nostri ai quali da ultimo pervenuta la filosofia, c' in Giovanni Scoto qualcosa
25
26
27
di vitale e dialettico, in Tommaso di solido e di equilibrato, in Egidio di lucido e di esatto, in Francesco
28
29
di penetrante e di acuto; in Alberto di primitivo, di vasto respiro e di grande; in Enrico , cos mi
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sembrato, di sublime sempre e venerabile. V' presso gli Arabi in Averro fermezza e imperturbabilit, in
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32
33
Avempace , in Alfarabio gravit e riflessione; in Avicenna un che di divino e di platonico. Presso i
34
Greci la filosofia in genere nitida in verit, e fra i primi pure casta. In Simplicio ricca e abbondante, in
22

Prop. II 10, vv. 5-6 (III 1, vv. 5-6)


Hor. Epist. I 1, 15.
24
Giovanni Duns Scoto (1225 - 1308), scolastico.
25
Tommaso d'Aquino (ca. 1226 -1274), il maggior rappresentante della filosofia scolastica.
26
Egidio Romano, della famiglia Colonna, 1247-1316, agostiniano, discepolo di S. Tommaso d'Aquino.
27
Francesco di Meyronnes, _1323, teologo francescano, nativo della Provenza.
28
Alberto Magno (ca. 1193 - 1280).
29
Enrico di Gand (ca. 1220 - 1293).
30
Averro (1126 -1198), commentatore delle maggiori opere di Aristotele.
31
Nome latinizzato di un filosofo arabo musulmano di Spagna della prima met XII sec.
32
Uno dei pi famosi filosofi musulmani, nato nel Turkestan, morto a Damasco (950?).
33
Avicenna (980 -1037), filosofo e medico.
34
Filosofo neoplatonico del VI sec. d.
23

Temistio 35 elegante ed essenziale, in Alessandro 36 coerente e dotta, in Teofrasto 37 elaborata con gravit, in
38
Ammonio scorrevole ed aggraziata. E se vai a vedere i Platonici, per volerne considerare solo alcuni, in
39
40
Porfirio sarai dilettato dall'abbondanza della materia e dalla sua varia religiosit; in Giamblico venererai
41
l'occulta filosofia ed i misteri dei barbari; in Plotino non c' una cosa che sia principalmente da ammirare,
lui che si mostra ammirevole dappertutto e che, parlando in maniera divina delle cose divine e di gran
lunga oltre l'umano di quelle umane sapientemente con discorsi indiretti, sudandoci sopra i Platonici a
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malapena arrivano a capire. Tralascio i pi recenti: Proclo , lussureggiante di fecondit asiatica, e quelli
43
44
che da lui derivarono: Damascio , Olimpiodoro e molti altri, nei quali tutti riluce quel to; qei`on, cio il
divino peculiare dei Platonici.
Si aggiunge che se vi una scuola la quale si scagli contro i principi pi autentici e dileggi con calunnia i
giusti motivi della ragione, essa conferma la verit, non la infirma, e l'eccita come fiamma squassata dal
movimento, non l'estingue. Mosso io da questa considerazione, ho voluto porre in campo i precetti non
solamente di un'unica dottrina, come piaceva a qualcuno, ma di dottrine d'ogni sorta, affinch da questo
confronto di molte scuole e dalla discussione di filosofie assai differenti quel fulgore di verit che Platone
ricorda nelle lettere illuminasse pi splendidamente l'anime nostre, quasi sole nascente dall'alto. Che senso
aveva trattare soltanto del pensiero filosofico dei latini, cio d'Alberto, di Tommaso, di Scoto, di Francesco,
di Enrico, avendo tralasciato i filosofi greci ed arabi, quando tutta la conoscenza pass dai barbari ai Greci,
dai Greci a noi? Per questo i nostri hanno sempre ritenuto sufficiente per loro nel metodo del filosofare
starsene alle scoperte altrui e aver elaborato il pensiero degli altri. Qual risultato l'aver dissertato di fisica
coi Peripatetici se non si chiamava in causa anche l'Accademia dei Platonici la cui dottrina anche riguardo
alle cose divine sempre stata, testimone Agostino, giudicata la pi santa fra tutte le filosofie ed stata da
me per la prima volta che io sappia, lungi stia l'invidia da questa affermazione, dopo molti secoli portata in
pubblico all'esame di una discussione? Che senso aveva aver discusso l'opinione degli altri, quanti erano,
se quasi intervenendo a scrocco al simposio dei sapienti non portavamo niente noi di nostro, partorito ed
45
elaborato dal nostro ingegno? Di certo che sterile, come dice Seneca , sapere soltanto dai libri e, quasi
che le scoperte dei predecessori abbiano precluso la via alla nostra ricerca, quasi che in noi si sia fiaccata
la forza della natura, non trarre nulla da noi stessi che, se non dimostra la verit, almeno la indichi da
lontano. Perch se il contadino nel campo, il marito nella moglie odia l'infecondit, tanto pi di certo l'anima
divina avr in odio l'anima sterile che le connessa ed associata quanto di gran lunga pi nobile prole ci si
rammarica che non ne nasca.
Pertanto, non soddisfatto di aver aggiunto, oltre le dottrine correnti, molto dell'antica teologia di Mercurio
46
Trismegisto , molto delle dottrine dei Caldei, di Pitagora, molto dei misteri ebraici pi segreti, ho proposto
per la discussione anche moltissimi argomenti, trovati e studiati per la mia persona, riguardo le cose
naturali e divine.
Ho proposto in primo luogo la concordanza di Platone e d'Aristotele da molti finora supposta, da nessuno
sufficientemente dimostrata. Boezio fra i Latini, che aveva promesso di farlo, non si ha riscontro che abbia
mai fatto quello che sempre dichiar di voler fare. Simplicio fra i Greci che aveva professato lo stesso
intendimento, magari mantenesse poi cos quel che promette. Anche Agostino scrive negli Accademici che
non mancarono molti che hanno tentato con sottilissime loro argomentazioni di provare lo stesso, e cio
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che la filosofia di Platone e d'Aristotele sono la stessa cosa. Del pari Giovanni Grammatico bench dica
che Platone ed Aristotele dissentono solo per quelli che non intendono le affermazioni di Platone, ha poi
lasciato ai posteri di dimostrarlo. Ho aggiunto poi anche diversi punti nei quali pi volte le idee di Scoto e di
Tommaso, di Averro e di Avicenna che son giudicate discordi, io sostengo invece che concordino.

35

Esegeta d'Aristotele, nato in Paflagonia ca 317 d.


Di Afrodisia, nella Caria. Insegn filosofia aristotelica ad Atene fra il 198 e il 211 d.
37
Scolaro e successore di Aristotele nella guida della scuola Peripatetica. Morto ca 289.
38
Filosofo greco del V sec d.C., insegn in Alessandria d'Egitto.
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Porfirio (232 o 233 - ca. 305), allievo di Plotino a Roma.
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Di Calcide di Siria, fondatore della scuola neoplatonica di quella regione. IV d.
41
Plotino (205 -270), il maestro del neoplatonismo.
42
Di Costantinopoli, filosofo neoplatonico, teurgo (V d.).
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Neoplatonico, nato a Damasco. Vissuto fra il V e il VI sec. d., ultimo docente della scuola
d'Atene per la sua soppressione decretata da Giustiniano nel 529.
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Olimpiodoro il giovane, neoplatonico del VI sec.
45
Sen., ad Lucil. 33, 7.
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Presunto autore del Corpus Hermeticum di et alessandrina. Fusione di Hermes, messaggero degli dei
e di una divinit egizia.
47
Giovanni Filopono, filosofo neoplatonico, VI d.
36

In secondo luogo quello che in filosofia sia aristotelica che platonica abbiamo escogitato noi, quindi
abbiamo posto settantadue nuove proposizioni fisiche e metafisiche, delle quali se qualcuno se ne render
padrone potr, se non m'inganno, - ma questo mi sar manifesto fra breve - risolvere qualunque questione
su argomenti naturali e divini con ben altro metodo che quella filosofia che s'impara e che s'insegna nelle
scuole e si coltiva da parte dei maestri di questo tempo. E neppure uno si deve tanto stupire, Padri, che io,
nei primi anni, in tenera et quando appena, come tuonano alcuni, stato finora permesso di leggere i
trattati altrui, voglia portare una filosofia nuova, piuttosto che lodarla se regge o condannarla si fa
respingere; ed infine predisponendovi a giudicare di queste mie scoperte e quali siano le mie cognizioni,
non mettetevi a contare gli anni dell'autore, ma piuttosto i pregi e i difetti di quelle.
Vi poi anche, oltre la filosofia di cui sopra, un altro sistema di filosofare che abbiamo portato, nuovo, sulla
base dei numeri, antico esso pure ed osservato dagli antichi teologi, particolarmente da Pitagora, da
48
49
Aglaofemo , da Filolao , da Platone e dai primi platonici, ma che ai giorni nostri, come altre cose di tutto
rispetto caduto talmente in disuso per l'incuria dei posteri che a malapena se ne ritrovano le tracce.
50
Scrive Platone nell'Epinomide esser precipua e sommamente divina fra tutte le arti liberali e le scienze
contemplative la scienza del numerare. Domandandosi anche:"perch l'uomo il pi sapiente degli
51
animali?", risponde: "perch sa numerare".La cui sentenza anche Aristotele rammenta nei Problemi .
52
Abusamar scrive esser stata parola di Avenzoar di Balilonia che tutto conosce chi sa numerare. Le quali
cose non possono in nessun modo essere vere se per arte del numerare intesero quell'arte in cui oggi i
mercanti soprattutto sono espertissimi, il che anche Platone conferma, ammonendoci con decisione a non
credere che questa divina Aritmetica sia l'aritmetica dei mercanti. Quell'Aritmetica dunque che cos
esaltata, parendomi dopo molte veglie al lume di lucerna di averla ben penetrata, per farne prova mi sono
assunto l'impegno di rispondere pubblicamente a settantaquattro questioni che si giudichino le principali fra
fisiche e divine col sistema dei numeri.
Ho proposto anche teoremi di magia, nei quali ho dimostrato esservi una duplice magia, di cui una consiste
in tutta l'opera e nel potere dei demoni, cosa che in fede mia esecrabile e mostruosa; l'altra non , se ben
la si esamina, se non il perfetto compimento della filosofia naturale. Di entrambe facendo i Greci menzione,
indicano la prima, non degnandola in nessun modo del nome di magia come gohteiva, la seconda la
chiamano col suo nome proprio e peculiare mageiva, quasi perfetta e suprema sapienza. Infatti, come dice
Porfirio, mago in lingua persiana suona lo stesso che presso di noi interprete e cultore delle cose divine.
D'altra parte vi una grande, anzi la massima disparit e difformit, Padri, fra queste due arti. La prima non
solo la religione cristiana ma tutte le leggi, ogni governo ben costituito la condannano e la esecrano; l'altra
l'approvano e l'abbracciano tutti i sapienti, tutti i popoli studiosi delle cose celesti e divine; quella la pi
fraudolenta delle arti, questa la filosofia pi alta e santa; quella inutile e mendace, questa efficace, sicura e
solida; quella chiunque la pratic dissimul sempre perch riusciva a disdoro e vituperio per il suo autore,
da questa somma fama e gloria nel campo del sapere fino dai tempi antichi e pressoch sempre ambita; di
quella non fu mai studioso nessun vero uomo filosofo nonch desideroso di apprendere le buone arti, per
apprender questa Pitagora, Empedocle, Democrito, Platone traversarono il mare e ritornati la predicarono e
la ebbero al primo posto nei loro arcani. Quella, cos come non suffragata da nessun dato razionale, cos
non confermata da autori attendibili, questa, quasi riconosciuta legittima da padri illustrissimi, ha
53
soprattutto due autori: Zalmoxide , che Abbaris Iperboreo imit, e Zoroastro, non quello che forse voi
pensate, ma il figlio di Oromasio. Che cosa rappresenti la magia di questi due, se interroghiamo Platone ci
risponder nell'Alcibiade che la magia di Zoroastro non altro che la scienza delle cose divine in cui i re
persiani istruivano i figli perch sull'esempio del governo universale imparassero a reggere essi il loro. Ci
risponder nel Carmide che la magia di Zalmoxide la medicina dell'anima in virt della quale si pu dire si
ottiene la temperanza dell'animo come con la medicina la sanit del corpo. Sulle loro orme poi persistettero
54
Caronda, Damigeron, Apollonio, Ostane e Dardano . Vi persist Omero che, un giorno o l'altro lo
dimostreremo in una nostra teologia poetica, cel sotto la metafora delle peregrinazioni del suo Ulisse

48

Iniziatore di Pitagora ai misteri orfici.


Filolao di Crotone, discepolo di Pitagora, V a.
50
La critica moderna ritiene spurio l'Epinomis, attribuendolo allo scolaro Filippo di Opunte.
51
Problemata, XXX 6.
52
Astronomo e astrologo musulmano.
53
Erodoto, IV 95 sgg., parla di questo personaggio che sarebbe stato schiavo di Pitagora, che
scomparve e fu ritenuto morto, mentre in realt era nascosto in una dimora sotterranea. Ricomparso
al quarto anno fu riconosciuto dio dai Traci. Era ritenuto dagli occultisti un fondatore della
magia.
54
Figure di maghi che pi o meno venivano citate assieme: cfr. Tert. De anima 57.
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come tutte le altre conoscenze cos anche questa. Vi persistettero Eudosso 55 ed Ermippo 56, vi persistettero
quasi tutti quelli che studiarono a fondo i misteri pitagorici e platonici. Tra i pi recenti poi che la fiutarono
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ne trovo tre: Alchindi l'Arabo , Ruggero Bacone e Guglielmo di Parigi . Ne fa menzione anche Plotino
dove dimostra che il mago il ministro e non l'artefice della natura: questa magia egli, qual uomo
sapientissimo, approva e sostiene, mentre aborrisce l'altra al punto da aver detto, invitato ai riti degli spiriti
maligni, che era pi giusta se quelli andavano da lui anzich lui da loro. E ben a ragione. Come infatti
quella rende l'uomo schiavo ed in balia delle potenze del male, cos, questa, loro signore e padrone. Per
ultimo, quella non pu rivendicare a s n il nome di arte n di scienza; questa, piena di altissimi misteri,
abbraccia la pi profonda contemplazione delle cose pi occulte ed infine la conoscenza di tutta quanta la
natura. Essa, quasi evocando alla luce dai lor penetrali le virt sparse per beneficio di Dio e disseminate
qua e l per l'universo, non tanto compie essa stessa cose mirabili, quanto zelante serve alla natura che li
opera; essa, scrutando con profonda investigazione addentro all'accordo dell'universo, che assai
significativamente i Greci chiamano sumpavqeia, ed avendo ben esaminata la conoscenza che le cose
della natura hanno fra s, abbinando a ciascuna cosa gli incantamenti innati e suoi propri che si chiamano
60
le i{ugge_ dei maghi, svela al popolo, quasi ne fosse essa stessa l'artefice, le meraviglie latenti nei recessi
del mondo, nel grembo della natura, nei depositi segreti di Dio. E come l'agricoltore marita gli olmi alle viti,
cos il mago la terra al cielo, vale a dire il mondo inferiore alle virt e alle forze del superiore. Per cui
avviene che, come quell'altra magia appare mostruosa e nociva, altrettanto questa si mostra divina e
salutare. Soprattutto per questo, ch quella allontana l'uomo da Dio consegnandolo ai suoi nemici; questa
lo eccita a quell'ammirazione delle opere di Dio da cui certissimamente conseguono bendisposta carit,
fede e speranza. Giacch non v' niente che spinge maggiormente alla venerazione di Dio quanto l'assidua
contemplazione delle di Lui meraviglie e una volta che le avremo ben esplorate grazie a questa magia
naturale di cui stiamo trattando, pi ardentemente animati al culto e all'amore del Creatore, saremo sforzati
61
a cantare:"I cieli e tutta la terra sono pieni della maest della tua gloria". E questo basti riguardo alla
magia a proposito della quale abbiamo detto questo, perch so esservi molti che, come i cani abbaiano
sempre agli sconosciuti, cos anch'essi spesso condannano e disdegnano le cose che non capiscono.
Vengo ora a quelle cose che, scovate dagli antichi misteri ebraici, ho apportato a conferma della sacrosanta
e cattolica fede, e perch esse non sembrino, alle volte, a coloro ai quali siano ignote, frottole inventate o
vengano giudicate chiacchiere di perditempo, voglio che tutti vedano bene quali sono e di qual portata, da
dove siano state tratte, da quali e quanto illustri autori confermate, e quanto riposte, quanto divine, quanto
necessarie esse siano per i nostri per difendere la religione contro le impudenti calunnie degli Ebrei.
62
63
64
Scrivono non solo celebri maestri ebrei, ma fra i nostri anche Esdra , Ilario e Origene , che Mos non
solo la legge ricevette da Dio sul monte, che poi lasci ai posteri in una raccolta di cinque libri, ma anche la
pi occulta e la vera interpretazione della legge: ma gli fu posta come condizione principale, che
pubblicasse s la legge per il popolo; quanto all'interpretazione della legge n l'affidasse allo scritto n la
divulgasse: ma egli la rivelava solamente a Giosu e quello poi via via ai sommi sacerdoti che si
susseguirono, sotto il vincolo sacro del silenzio assoluto. Doveva bastare venire a conoscere ora la potenza
di Dio, ora la Sua ira verso gli improbi, ora la Sua clemenza per i giusti, la Sua giustizia nei confronti di tutti
attraverso il semplice racconto, e l'essere educati, per mezzo dei precetti divini e salvifici, a vivere bene e
in letizia e al culto della vera religione. Ma render noti alla plebe i misteri pi riposti e gli arcani
dell'altissima divinit che si celavano sotto la corteccia della legge e il grezzo pretesto delle parole, cos'altro
era se non dar l'ostia ai cani e spargere le perle ai porci?

55

Eudosso di Cnido, astronomo, IV a., fond a Cizico una scuola di dottrine matematiche; quindi fu
maestro di scienze e di filosofia ad Atene.
56

Ermippo di Smirne, peripatetico, scolaro di Callimaco, III a.


Filosofo e scienziato arabo, nativo di Bassora, I d.
58
Roger Bacon, (ca. 1214 - ca. 1292), filosofo e monaco inglese, studi anche astrologia e fu
sospettato di praticare la magia.
59
Guglielmo di Alvernia, morto nel 1249, filosofo e teologo, fu vescovo di Parigi.
60
i{ugx, g. i{uggo_, hJ il torcicollo, un uccellino dal collo mobilissimo: si faceva girare in una
ruota nel fare incantesimi. Pass poi a significare lo stesso incantesimo.
61
Isaia VI 3.
62
Sacerdote ebreo della famiglia di Aronne, cfr. il libro canonico della Bibbia che porta il suo
nome. Da un apocrifo tratta questa citazione: Esdra IV XIV 45 - 47.
63
S. Ilario di Poitiers, IV d: Tractatus Psalmi II PL 9, 262c.
64
Filosofo e teologo cristiano di Alessandria, I sec.; il pi grande erudito dell'antichit
cristiana: in Evang. Joannis XIX 2.
57

Mantenere dunque queste cose nascoste al volgo, da comunicare ai perfetti, fra i quali soltanto dice Paolo
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di esprimere la sapienza , non fu frutto di umano provvedimento, ma di divino precetto. E questa prassi gli
antichi filosofi osservarono scrupolosissimamente. Pitagora non lasci niente per scritto, se non alcune
poche parole che morendo affid alla figlia Damo. Le sfingi scolpite sui templi egizi di questo ammonivano,
che i mistici dogmi fossero custoditi coi nodi degli enigmi inviolati dalla massa profana. Platone, scrivendo
a Dionisio certe cose riguardo i modi supremi dell'essere, "per enigmi" disse "mi tocca di esprimermi
perch, se mai la lettera capiter in mano altrui, quello che ti scriviamo non venga inteso da altri". Aristotele
i libri di metafisica nei quali tratta delle cose divine dichiarava che erano editi e inediti. Che pi? Ges
Cristo, maestro di vita, ci attesta Origene aver rivelato molte cose ai discepoli che quelli, perch non
divenissero di pubblico dominio non vollero scrivere. Il che soprattutto conferma Dionigi Areopagita, il quale
dice che i misteri pi segreti sono stati trasmessi dagli iniziatori della nostra religione ejk nou`` eij_` nou``n
dia; mevsou lovgou, vale a dire da intelletto a intelletto, senza scrittura, col tramite del verbo. Venendo
proprio in questo stesso modo rivelata, per comandamento di Dio, quella vera interpretazione della legge
affidata da Dio a Mos, fu detta Cabala, che lo stesso per gli Ebrei del nostro ricevere. Per questo
giust'appunto, perch l'uno riceveva dall'altro, quasi per diritto ereditario, quella dottrina non attraverso
documenti letterari ma per via del rituale succedersi delle rivelazioni.
Ma dacch gli Ebrei, restituiti grazie a Ciro dalla schiavit babilonese e restaurato il tempio sotto
Zorobabele, volsero l'animo a restaurare la legge, Esdra, allora capo della chiesa, dopo che fu emendato il
libro di Mos rendendosi conto chiaramente che nel corso di esili, stragi, fughe, schiavit della gente
d'Israele non era possibile mantenere la regola stabilita dagli antenati di tramandare la dottrina di padre in
figlio e che gli arcani della dottrina celeste a lui affidati da Dio sarebbero finiti col perire, e senza
l'interposizione di loro registrazioni scritte la loro memoria non poteva durare a lungo, stabil che, convocati
i sapienti che ancora sopravvivevano, ciascuno partecipasse quello che dei misteri della legge serbava
nella memoria e che con l'impiego di scrivani si raccogliesse tutto in settanta volumi, tanti infatti all'incirca
erano i sapienti nel sinedrio. E perch riguardo a questo non abbiate a dover credere a me solo, Padri,
sentite Esdra stesso che dice cos: "Passati quaranta giorni l'Altissimo parl e disse: Le cose che scrivesti
prima mettile a disposizione di tutti, che le leggano i degni e gli indegni: ma questi ultimi settanta libri li
conserverai onde affidarli ai sapienti del tuo popolo. Giacch in essi risiede la vena dell'intelletto e la fonte
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della sapienza e il fiume della scienza. E cos ho voluto. " Questo dice Esdra, parola per parola. Questi
sono i libri che riguardano la scienza della cabala: in questi libri ben a ragione chiarissimamente proclam
esservi la vena dell'intelletto, ovvero l'ineffabile teologia della supersostanziale Divinit; la fonte della
sapienza, vale a dire l'esatta metafisica delle forme intellettibili ed angeliche; ed il fiume della scienza, cio
la solidissima filosofia della natura.
Questi libri Sisto IV Pontefice Massimo, che precedette immediatamente questo sotto cui felicemente
viviamo, cur con sommo impegno e studio che per la pubblica utilit della nostra fede fossero volti in
latino. E gi, al momento del suo trapasso, tre erano stati tradotti. Questi libri oggi sono venerati presso gli
Ebrei con un cos gran religioso rispetto che non viene permesso a nessuno di toccarli se non dopo i
quarant'anni d'et. Essendomi io procurato detti libri, non con poca spesa, ed avendoli studiati con la
massima attenzione e con un lavoro indefesso, vi ho visto, Dio ne testimone!, non tanto la mosaica
quanto la religione cristiana. Ivi il mistero della Trinit, l'incarnazione del Verbo, la divinit del Messia; ivi
del peccato originale, della sua espiazione attraverso Cristo, della Gerusalemme celeste, della caduta dei
demoni, le gerarchie celesti, le pene del purgatorio, dell'inferno. Le stesse cose vi ho letto che leggiamo
tutti i giorni in Paolo e in Dionigi, in Girolamo e in Agostino. Per quanto attiene poi alla filosofia, ti par
d'udire proprio Pitagora e Platone, i cui principi sono talmente affini alla fede cristiana che il nostro Agostino
pu rendere infinite grazie a Dio che gli siano venuti fra le mani i libri dei Platonici. Insomma non c'
praticamente nessun punto controverso fra noi e gli Ebrei sul quale non possano essere confutati e convinti
sulla base dei libri cabalistici, s che non rimanga loro neppure un angolo dove andarsi a nascondere. Del
che ho testimone autorevolissimo Antonio Cronico, uomo di grandissima erudizione che con le sue
orecchie, mi trovavo convitato a casa sua, ud Dattilo ebreo, profondo conoscitore di questa scienza,
addivenire a proposito della Trinit in tutto e per tutto alle stesse conclusioni dei Cristiani.
Ma per tornare all'esame dei capi della mia disputa, ho addotto anche il mio modo d'interpretare i carmi di
Orfeo e di Zoroastro. Orfeo in Grecia letto quasi integralmente, Zoroastro scarsamente, mentre presso i
65
66

I Cor. II, 6.
Esdra IV 14, 45 -47.

Caldei pi compiutamente: ambedue sono ritenuti padri ed autori dell'antica sapienza. Giacch, per tacere
di Zoroastro, di cui si fa frequentemente menzione presso i Platonici non senza sempre la massima
venerazione, Giamblico Calcideo scrive che Pitagora teneva la teologia orfica ad esempio su cui plasmare
e formare la sua filosofia. Per ci anzi soltanto i detti di Pitagora si dice siano chiamati sacri, perch sono
scaturiti dalle istituzioni orfiche: di l la dottrina segreta dei numeri e quanto di grande e di sublime ebbe la
filosofia greca proruppe come da sua prima fonte. Ma, ed era questo il costume degli antichi teologi, cos
Orfeo rivest i misteri dei suoi dogmi di favolosi involucri e li dissimul con poetico velamento s che chi
legge i suoi inni crede che non contengano nient'altro che vere e proprie favolette e divertimenti poetici. E
questo l'ho voluto dire perch si sappia quale fatica sia stata la mia, quale difficolt trar fuori dai voluti
intrecci degli enigmi, dai pretesti delle favole i sensi della segreta filosofia che vi si nascondevano;
soprattutto, in un'impresa cos impegnativa, cos segreta e inesplorata, senza il soccorso di nessuna opera
o studio di altri. E tuttavia mi hanno abbaiato addosso i miei cani che ho messo insieme un mucchio di
minuzie, e di poco conto, per far mostra del numero, come se io non avessi prodotto tutte quelle che sono
le questioni pi ambigue e controverse sulle quali le principali scuole filosofiche disputano a fil di spada,
quasi che io non abbia apportato molti argomenti che, per questi stessi che bistrattano le cose mie e che si
credono principi dei filosofi, sono affatto sconosciuti e mai finora proposti. Ch io son tanto lontano da
questa colpa che ho curato di restringere la discussione al minor numero di punti che ho potuto. E se io,
come altri usan fare, avessi voluto suddividerla nelle sue membra e dilacerarla, di certo sarebbe cresciuta
ad un numero incalcolabile. E a tacer del resto, vi chi non sappia che una sola proposizione delle
novecento, quella cio sulla conciliazione della filosofia di Platone e di Aristotele, l'avrei io potuta portare,
fuori da ogni sospetto di artificiosa sovrabbondanza, a seicento capi per non dire di pi solo enumerando
uno per uno tutti i punti nei quali secondo gli altri dissentono, io trovo invece che concordino? Ma la verit,
perch lo dir quantunque immodestamente e contro alla mia indole, la dir tuttavia perch gli invidiosi mi
costringono a dirla, mi ci costringono i denigratori: ho voluto con questo mio confronto dimostrare non tanto
di sapere molto, quanto di sapere quello che molti non sanno. E perch questo ora vi divenga manifesto,
Padri reverendissimi, di per s; perch l'attesa del mio discorso non prolunghi ulteriormente la vostra ansia,
eccellentissimi dottori, che io vedo non senza grande piacere pronti ed armati aspettar la tenzone: il che ci
sia di buon auspicio; come al richiamo di uno squillo di tromba, veniamo dunque a battaglia!