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O.O.

333

1a e 2a conferenza
www.tripartizione.it

Rudolf Steiner

LIBERTÀ DI PENSIERO E FORZE SOCIALI

La triplice forma della questione sociale


Ulma, 26 maggio 1919

La conoscenza dell’essere umano sovrasensibile e il compito della


nostra epoca Ulma, 22 luglio 1919

1a edizione italiana
novembre-dicembre 2013

Pro manuscripto

1
Titolo originale dell’opera:
VORTRÄGE ÜBER DAS SOZIALE LEBEN
UND DIE DREIGLIEDERUNG DES SOZIALEN ORGANISMUS

Da opera omnia n. 333

Traduzione di Paolo Perper


Revisione di Antonella Santini

Prima edizione italiana


novembre-dicembre 2013

Queste conferenze, in origine non destinate alla


pubblicazione, furono tratte da una stesura ste-
nografica o da appunti non riveduti dall’autore.
In proposito Rudolf Steiner dice nella sua auto-
biografia: «Chi legge questi testi può accoglierli
pienamente come ciò che l’antroposofia ha da
dire... Va però tenuto presente che nei testi da
me non riveduti vi sono degli errori». Le pre-
messe e i
termini dell’antroposofia, o scienza dello spirito,
sono esposti nelle opere fondamentali di Rudolf
Steiner: La filosofia della libertà, Teosofia, La
scienza occulta, L’ini-ziazione.

2
INDICE-SOMMARIO

1a conferenza Ulma, 26 maggio 1919 3


La triplice forma della questione sociale
Scienza al servizio dell’autorità. Il richiamo ai diritto dell’uomo. La
doppia limitazione della vita economica attraverso i fondamenti di
natura e l’abito del diritto. Prassi di vita dalla visuale nelle necessità
sociali.

Parole conclusive 30

2a conferenza Ulma, 22 luglio 1919 39


La conoscenza dell’essere umano sovrasensibile e il compito della no-
stra epoca
Formazione di un pensiero libero dal corpo. Il segreto della relazione
da uomo a uomo. L’umanità di fronte alla scelta fra il caos sociale e
la libertà dello spirito.

3
4
PRIMA CONFERENZA

Il triplice aspetto della questione sociale

Ulma, 26 maggio 1919

Come in altri luoghi del Württemberg e della Svizzera anche qui mi permette-
rò di parlare della questione più importante, più incisiva del presente, della
questione sociale, collegandomi a quanto è apparso nell’appello che ha attra-
versato qualche tempo fa le regioni tedesche: “Al popolo tedesco e al mondo
della cultura”1. Quell’appello lanciato per sostenere la tripartizione
dell’organismo sociale dovrebbe essere giunto all’attenzione dalla maggior
parte di voi. Le ulteriori argomentazioni su ciò cui ovviamente in un tale ap-
pello si è potuto accennare solo in breve, vengono fornite nel mio libro: “I
punti essenziali della questione sociale”. Permettetemi questa sera di esporvi
brevemente un singolo aspetto di ciò che è contenuto in questo appello.
La questione sociale – che certo emerge in ogni anima umana che si trovi
desta di fronte agli avvenimenti del tempo – è ciò che è scaturito, in una for-
ma del tutto nuova, dai violenti e sconvolgenti avvenimenti della catastrofe
che è stata la Guerra Mondiale. Senza dubbio la cosiddetta questione sociale,
o movimento sociale, nel modo in cui oggi ne parliamo, ha già più di mezzo
secolo, ma chi prende in considerazione ciò che oggi si annuncia come poten-
te momento storico e confronta queste cose tra loro può dire tuttavia: questa
questione sociale ha assunto nel nostro tempo presente una forma del tutto
nuova, una forma che a nessuno dovrebbe passare inosservata.
Quanto spesso nel corso degli ultimi quattro o cinque anni si è sentito dire:
nella spaventosa catastrofe della Guerra Mondiale si trova qualcosa che gli
uomini non hanno mai vissuto da quando esiste ciò che viene chiamato storia.
Ma anche laddove tale catastrofe è sfociata in una crisi oggi si sente parlare

1
“Al popolo tedesco e al mondo della cultura”: prima edizione Dornach 1919, apparso anche
come volantino su numerosi giornali. Vedi anche: Aufsätze über die Dreigliederung des so-
ziales Organismus und zur Zeitlage 1915-1921 (Saggi sulla triarticolazione dell’organismo
sociale e sulla situazione del periodo 1915-1921), O.O. 24, Dornach 1982, pagine 428 e se-
guenti.

5
ancora poco, davvero troppo poco, anche della necessità di impulsi del tutto
nuovi per la riorganizzazione della vita, del fatto che sia necessario un totale
cambiamento del modo di pensare ed un totale cambiamento di sistema –
sebbene già esteriormente si debba riconoscere la necessità di questi cambia-
menti. In effetti le vecchie idee ci hanno condotto proprio a quella terribile
catastrofe umana. Nuovi impulsi e nuove idee devono condurci oltre. E dove
siano da cercare quegli impulsi lo indica una costante e profonda osservazio-
ne di ciò che risuona come richiesta sociale che si leva da sempre più nume-
rose anime umane e che potrebbe passare inosservata, in realtà, solo a chi
dorme in piedi; a chi attende gli avvenimenti fino a quando, in un certo senso,
il vecchio edificio crolla rovinosamente.
Oggi ci si rappresentano le questioni sociali spesso come qualcosa di e-
stremamente ovvio, quando non addirittura semplicissimo. Chi giudica non
sulla base di grigie teorie e neppure a partire da singole esigenze personali,
bensì da un’esperienza veramente ampia delle necessità vitali del presente e
del futuro, deve vedere nella questione sociale qualcosa in cui confluiscono
molte forze che si sono sviluppate nel corso dell’evoluzione dell’umanità, e
che, in fondo, in un certo modo, sono andate incontro al loro stesso annienta-
mento. A chi getta uno sguardo d’insieme su tali condizioni di vita, la que-
stione sociale appare nel suo triplice aspetto. Gli appare come una questione
che riguarda in primo luogo la vita spirituale, in secondo luogo la vita giuridi-
ca, e in terzo luogo la vita economica. Ora gli ultimi secoli, ed in particolare il
diciannovesimo secolo ed anche i due decenni appena trascorsi del ventesimo
secolo, hanno portato a credere di dover cercare sul piano economico quasi
tutto ciò che appartiene alla questione sociale. Le ragioni per una tale miopia
risiedono nel fatto che si è convinti che se si sistema la situazione economica
tutto il resto andrà a posto da sé. Ora dovrò necessariamente dedicare le prime
parti della mia trattazione odierna ad un ambito della vita del quale le perso-
ne, di qualunque orientamento esse siano, ancora oggi non vogliono sentir
parlare come di un ambito socialmente importante, cioè dell’ambito della vita
spirituale.
Le esigenze che vengono designate come sociali provengono proprio dalla
larga massa del proletariato che ha sofferto il triplice calvario sino alle condi-
zioni del presente di cui parleremo dopo. E questo proletariato, con l’avvento
della nuova tecnica e del capitalismo che svuota le anime, così come per le

6
generali condizioni culturali, è stato spinto quasi del tutto a ridursi alla sola
dimensione economica della vita. E proprio a partire dalla vita economica
nacquero le esigenze del proletariato. Pertanto, proprio perché si è originata a
partire dal proletariato, la questione sociale del presente ha assunto una forma
prettamente economica; ma essa non è soltanto una questione economica. Già
la semplice constatazione di quanto insufficienti siano le idee tradizionali di
fronte ai fatti che oggi parlano a gran voce, ci può far capire che all’interno
del movimento sociale abbiamo a che fare non solo con una questione eco-
nomica e giuridica, bensì, sopratutto, con una questione spirituale.
Ci troviamo, per quanto riguarda una gran parte del mondo civilizzato, di
fronte ad una realtà sociale che parla a gran voce. Sono state espresse opinio-
ni da parte di partiti politici sulla questione sociale, e su questa i partiti hanno
elaborato i loro programmi, ma attualmente tutte le idee, tutte le opinioni dei
partiti si dimostrano insufficienti di fronte ai fatti. Oggi non si tratta di conti-
nuare a portare avanti vecchie opinioni di partito, bensì di porsi di fronte ai
fatti in maniera diretta, del tutto seria e con senso della realtà. Cerchiamo al-
lora veramente di vedere come in tempi più recenti si è sviluppata la vita
dell’umanità fino ad arrivare poi alla catastrofe. Sopratutto qui dobbiamo get-
tare lo sguardo alla frattura che appare pressoché insormontabile tra il proleta-
riato ed il non-proletariato. Se osserviamo la vita culturale del non-
proletariato cosa ci viene incontro? Sicuramente questa vita culturale nel cor-
so dei tempi più recenti è stata lodata abbondantemente come un enorme pro-
gresso. Si sentiva continuamente ripetere come in questa epoca più recente i
mezzi di trasporto abbiano permesso agli uomini di raggiungere territori lon-
tanissimi, cosa che, se la si fosse profetizzata in tempi più antichi sarebbe sta-
ta screditata come un’uto-pia. Il pensiero – così lo si è sempre ripetutamente
predicato ed incensato – corre alla velocità del fulmine oltre paesi e mari lon-
tani. Non ci si è mai stancati di lodare incessantemente il progresso. Ma oggi
si tratta di aggiungere a tutto ciò un’altra considerazione. Oggi si tratta di
domandare: in quali condizioni è nato questo progresso? Esso è potuto sorge-
re soltanto per il fatto di essere stato edificato su fondamenta costituite dalle
più ampie masse umane che non poterono avere parte a tutto ciò che è stato
lodato in questa cultura, sulle fondamenta di quelle masse di uomini che do-
vettero lavorare per edificare questa cultura di pochi che, nella forma in cui è
stata realizzata, poteva esistere soltanto in quanto queste masse non vi potes-

7
sero avere parte. Ma ora queste ampie masse sono cresciute, sono tornate in
sé e pretendono a ragione la loro parte. Per chi veramente capisce la propria
epoca, le loro esigenze sono allo stesso tempo le grandi esigenze storiche del
presente. E quando oggi risuona il richiamo ad una socializzazione della vita
economica, chi capisce il proprio tempo riconosce in questo richiamo non so-
lo le esigenze di una determinata classe sociale, bensì anche una precisa esi-
genza storica della vita umana del presente.
Una peculiarità delle classi dirigenti che partecipavano a questa cultura co-
sì tanto elogiata è di non aver quasi mai colto, anzi, di non essere mai stati in
grado di cogliere in tempi recenti le varie opportunità di colmare in qualche
modo la frattura esistente tra loro e le masse di proletari che si imponevano
sempre più all’attenzione della società con le loro legittime richieste. Sono
mancati proprio i pensieri che avrebbero dovuto fluire all’interno della vita
umana e sociale atti a superare questa frattura. È davvero una particolarità di
questa recente e così tanto lodata vita spirituale il fatto di essere divenuta
sempre più estranea alla vita vera, alla vita reale. Il singolo si limita a vivere
con quello che si ritrova attorno nella sua realtà limitata. La nostra vita spiri-
tuale e la nostra educazione scolastica non hanno saputo produrre pensieri ca-
paci di abbracciare una prospettiva più ampia di esistenza. Vi porto ora un e-
sempio di qualcosa che, dai più diversi punti di vista, non solo si è decuplica-
to, ma anche centuplicato, e che potrebbe crescere ancora di più.
All’inizio del secolo un alto funzionario statale, Alfred Kolb2 ha preso in
mano il proprio destino in modo singolare. Cito volentieri questo alto funzio-
nario statale perché il modo in cui ha preso in mano il proprio destino è degno
di grande considerazione, e perché comunque non devo parlarne affatto male,
cosa che non faccio volentieri. Il signor Kolb ad un certo punto della sua vita
ha fatto qualcosa che non molti altri alti funzionari fanno. Gli altri per lo più
se ne vanno in pensione quando non vogliono più prestare servizio; egli, in-
vece, prese congedo dal suo ufficio, andò in America, e si mise a lavorare
come operaio, prima in una fabbrica di birra, e poi in un fabbrica di biciclette.
Dalle esperienze che questo alto funzionario statale fece in qualità di operaio
scrisse poi un libro: “Lavorare come operaio in America”. In questo libro si
trova una frase importante che dice a grandi linee: “Quando prima per strada
2
Alfred Kolb: Als Arbeiter in Amerika (Lavorare come operaio in America), II edizione, Ber-
lino 1904.

8
incontravo un uomo che non lavorava, allora dicevo: perché questo mascal-
zone non lavora? Ora ho capito. E ora capisco qualcosa di più su un ambito di
vita diverso dal mio. Ora so che persino i più orribili lavori visti dal chiuso
della propria stanzetta di studente sembrano stupendi.” Questa è
un’ammissione che caratterizza in maniera profonda le relazioni sociali del
tempo. Un uomo che proviene dalla vita spirituale del nostro tempo, al quale
sono stati affidati i destini di altri uomini per un lungo periodo, – per tanti an-
ni quanti sono necessari per arrivare alla carica di alto funzionario statale – e
che nulla conosce del lavoro umano, e dunque, in realtà, nulla sa della vita
umana. Egli doveva cercare di vivere un destino simile a quello di coloro sui
quali doveva governare, per i quali lui doveva agire quale rappresentante del-
la classe dirigente. Dovette farsi assumere prima come operaio per arrivare a
capire qualcosa di questo tipo di vita, e per giungere poi ad una visione della
vita totalmente diversa.
Questo esempio di comportamento alternativo, che potrebbe essere vera-
mente replicato in modo significativo, non indica proprio come la nostra vita
spirituale, dalla quale provengono gli uomini che vanno poi a formare la clas-
se dirigente, sia divenuta estranea alla vita delle grandi masse? Le grandi
masse hanno capito sulla loro pelle, e fino nella loro vita interiore, come le
classi dirigenti gestiscono la vita economica. Hanno capito che c’è qualcosa
che non va, che queste classi dirigenti non hanno lo spirito necessario per di-
rigere la vita economica. Oggi sorge la domanda: cosa deve cambiare?
Ed anche in un altro contesto si può ancora vedere come nel corso
dell’ultimo secolo la classe dirigente sia divenuta estranea a ciò che sarebbe
dovuto accadere al fine di evitare di cacciarsi nella catastrofe della Guerra
Mondiale. Certamente si parlava con la più seria e dignitosa considerazione
all’interno della classe dirigente di tutte le cose più belle possibili, dell’amore
per il prossimo, della fraternità fra gli uomini, di come l’uomo dovrebbe esse-
re buono e cose simili, ma non si era minimamente in contatto con la vita rea-
le. Al massimo ci si spingeva a fare delle inchieste. Una di queste, della metà
del diciannovesimo secolo, ancora oggi è degna di considerazione. Venne
commissionata all’epoca dal governo inglese ai gestori delle miniere. E allora
coloro che discutevano sull’esistenza umana nel tepore delle loro stanze ben
riscaldate vennero finalmente a sapere di come veniva estratto il carbone gra-
zie al quale loro potevano intrattenersi a filosofeggiare sulla bontà dell’uomo.

9
Vennero finalmente a sapere che questo carbone, grazie al quale essi poteva-
no parlare al calduccio della loro progredita morale, della loro evoluta vita
spirituale, era estratto da pozzi minerari in cui venivano mandati a lavorare
prima del sorgere del sole bambini di nove, undici, tredici anni, che ne emer-
gevano di nuovo solo di notte, e che pertanto, poveretti, non vedevano quasi
mai la luce del sole. Era comodo per questi dirigenti parlare della bontà
dell’uomo e dell’amore per il prossimo, al calduccio delle loro stanze riscal-
date grazie al carbone estratto in quel modo. E si potrebbero raccontare molte
altre cose simili. Ma ci si deve domandare: forse che a partire da tali occasio-
ni sono sorti nelle cerchie dominanti dell’umanità degli impulsi ad intervenire
realmente nella vita sociale? Qualcuno oggi potrebbe rispondermi: sì, di certo
la situazione è molto migliorata. A costui però replicherei: ciò che è migliora-
to non è migliorato per iniziativa della classe dominante, bensì attraverso la
dura battaglia di coloro che hanno sofferto in queste condizioni. Queste sono
cose su cui oggi si deve dirigere lo sguardo. Bisogna fare attenzione a cosa
l’operaio che lavora dalla mattina alla sera vede per lo più da fuori, quando
passa accanto alle nostre scuole superiori, alle nostre scuole medie. L’operaio
conosce solo ciò che accade nelle scuole elementari, e anche di quello egli sa
soltanto ciò che può appunto sperimentare in prima persona. Non sa come gli
obiettivi delle scuole elementari vengano determinati dall’alto verso il basso,
vede soltanto che da questi istituti non provengono coloro che oggi possono
dirigere la vita economica.
Qui si trova il primo aspetto della questione sociale. Nonostante tutte le
lodi smodate tributate alla nostra vita spirituale, non abbiamo nessuna vita
spirituale che sia all’altezza dei grandi compiti del tempo.
Se osserviamo la vita economica, quando sorse il movimento sociale si
sentì molto spesso liquidare da parte delle cerchie dirigenti questo movimento
con le parole: vogliono condividere. Ma che cosa viene fuori da una condivi-
sione? Ognuno ottiene molto poco. Poi su questa obiezione cadde il silenzio;
perché da una parte è molto vera, dall’altra molto stupida. In questo ultimo
periodo però torna ad affiorare sempre più spesso. Ma la questione non di-
pende da tutto questo. Chi osserva oggi la particolare struttura della nostra vi-
ta economica sa che la povertà corporale ed animica delle grandi masse del
proletariato è sorta da basi del tutto diverse. Sa che un insufficiente sviluppo
della vita spirituale non ha compreso come dare al meccanismo della tecnica

10
in continua e progressiva espansione all’interno della vita economica una
forma tale che ogni uomo vi possa avere un’esistenza umanamente degna.
Certo, a ragione si è fatto notare che il movimento sociale moderno è sorto
attraverso la tecnica moderna, attraverso le macchine, attraverso il capitali-
smo che sclerotizza le anime. Si è però dimenticato che tutto ciò che così è
sorto non poté venire dominato dalla vita spirituale nel modo in cui essa si è
sviluppata. Perché è successo questo? Con le macchine, con
l’industrializzazione, con il capitalismo si è creata una certa aspirazione
nell’umanità che si esprime nel fatto di considerare come progresso il possibi-
le assorbimento della vita spirituale da parte dello Stato. La statalizzazione
della vita spirituale venne vista come un grande progresso. Ed oggi si va
sempre incontro ai più aspri giudizi qualora si obietti qualcosa contro questa
statalizzazione della vita spirituale. Chi si trova in sintonia con l’odierna vita
spirituale indica con grande orgoglio come con lo spirito si sia progrediti di
molto rispetto all’antico e buio medioevo. Ora certamente non vogliamo ri-
portare in auge il medioevo. Vogliamo andare avanti e non indietro. Ma deve
venire posta un’altra questione. Si dice che nel medioevo la vita spirituale, in
particolare la scienza, aveva retto lo strascico alla teologia o alla chiesa. Oggi
ci si deve domandare: a chi, dunque, la presente vita spirituale porta lo stra-
scico – o forse anche qualcos’altro? A questo proposito possiamo fare un e-
sempio, e di esempi così se ne potrebbero trovare non solo cento, ma mille
volte tanti. Posso di nuovo parlare di un uomo che stimo molto perché, se-
condo la mia convinzione, era un importante naturalista3. Egli era al contem-
po segretario generale di una società erudita4 che marciava alla testa della vita
spirituale tedesca. In uno dei suoi ben riusciti discorsi volle esprimere cosa
questi eruditi tedeschi, che hanno il grande onore di essere membri
dell’Accademia Berlinese delle Scienze, consideravano per sé come il più alto
onore. Quando si descrive qualcosa del genere si vorrebbe però accennare ad
un fatto storico di importanza non trascurabile. Questa Accademia Berlinese
fu sempre qualcosa che, in una certa misura, poteva esprimere spiritualmente

3
Emil Du Bois Reymond (1818-1896), principale rappresentante della corrente fisica nella
psicologia. “Reden” (Discorsi), “Volumi”, Lipsia 1885-1887, II edizione, Lipsia 1912.
4
Accademia Prussiana delle Scienze, fondata nel 1700 su impulso di Leibnitz attraverso re
Federico I.

11
gli impulsi degli Hohenzollern. Un Hohenzollern del diciottesimo secolo5 si
trovò una volta nella necessità di porre un presidente a capo della sua Acca-
demia delle Scienze – non vi racconto una fiaba ma un fatto storico – e cre-
dette di onorare al massimo questa Accademia delle Scienze dandole come
presidente il suo buffone di corte. Ma il grande erudito della fine del dician-
novesimo secolo dice che i signori eruditi dell’Accademia Berlinese conside-
rano per sé il più alto onore l’essere le truppe di difesa scientifica degli Ho-
henzollern6.
Si devono osservare tali cose come dei sintomi del tempo. Si deve osserva-
re cosa sia divenuta la vita spirituale nella sua dipendenza dal potere statale e
dal potere capitalistico ad esso legato. Perché se si riusciranno a cogliere im-
pulsi interiori non da pregiudizi qualsiasi, bensì dalle necessità di vita, dalla
realtà stessa, allora, andando contro a tutti i pregiudizi del proprio tempo, ci si
dirà: la vita spirituale può trovare il proprio potere solo staccandosi dalla vita
statale, solo poggiando su sé stessa. Ciò che vive nella vita spirituale, partico-
larmente la scuola, deve venire consegnato alla propria autonomia ammini-
strativa, dal vertice supremo dell’amministrazione di questa vita spirituale si-
no al maestro che si trova al più basso grado scolastico. Nell’amministrazione
della vita spirituale non vi può essere null’altro di autorevole al di fuori delle
forze di questa stessa vita spirituale. Chi è attivo in questa vita spirituale e la
vive dall’interno dovrebbe formare da sé l’organo che amministra questa vita
spirituale e la rende del tutto indipendente.
Questo è il primo punto di ciò che qui viene chiamata la tripartizione del
sano organismo sociale. Una tale vita spirituale potrà stare in relazione con la
vita in un modo del tutto diverso rispetto alla vita spirituale asociale alla quale
poco a poco ci siamo adattati, e dalla quale, come pare, non abbiamo alcun
bisogno di uscire. Chi ha veramente sperimentato questo campo ne può parla-
re a partire appunto dalla propria esperienza. Per molti anni sono stato inse-

5
Federico Gugliemo I nominò l’ubriacone Gundling a presidente dell’Accademia delle
Scienze per deridere la classe degli eruditi.
6
La citazione è riportata liberamente. Testualmente: “L’università di Berlino, acquartierata di
fronte al palazzo del re è, attraverso l’atto di fondazione, il reggimento della casa Hohenzol-
lern.” discorso di rettorato del 3 agosto 1870. “Reden” (discorsi, I volume, prima edizione,
Lipsia 1912, pag. 418).

12
gnante alla Scuola per Lavoratori fondata da Liebknecht a Berlino7. So quindi
come attingere alle fonti di una vita spirituale che non è prerogativa di una
classe privilegiata e non rappresenta una vita spirituale di lusso, ma a partire
dalla quale si possa parlare a tutti gli uomini che hanno l’impulso a conqui-
starsi anima e corpo un’esistenza umanamente degna. E a partire da questa
mia esperienza di vita ho imparato ancora dell’altro. Ho imparato come i la-
voratori mi abbiano capito, mi abbiano capito sempre meglio quando parlavo
loro a partire da una libera vita dello spirito, una vita spirituale che esiste per
tutti gli uomini e non solo per una classe privilegiata. Siccome i lavoratori
credevano di dovere partecipare a diverse attività, venne poi anche il tempo in
cui fui incaricato di condurli per musei o simili istituzioni, e per siti dove si
potevano vedere le testimonianze di una cultura che era solo per pochi, che
non rappresentava una cultura popolare, una vita spirituale popolare. Qui vidi
come anche nell’animico-spirituale era presente la frattura e come le persone,
in fondo, non potessero veramente accogliere interiormente in sé ciò che era
nato sul terreno di una cultura per pochi. Qui vi è un errore in cui ancora oggi
molti incorrono. Si crede di fare formazione popolare gettando alle grandi
masse bocconi di ciò che è sorto nelle università, nelle scuole medie e in altri
istituti scolastici dalla nostra cultura, e meno a partire dalla sensibilità sociale.
Si è compiuto di tutto per realizzare una tale istruzione popolare! Biblioteche
popolari, università popolari, teatri popolari e così via. Nessuno si accorge
mai dell’errore che consiste nel credere di poter semplicemente trasferire alle
grandi masse ciò che è nato spiritualmente all’interno dell’ambito di sensibili-
tà di una minoranza isolata. No, il tempo esige una vita spirituale che raccolga
tutti in modo sociale. Tutto ciò può nascere però solo se coloro che vi devono
partecipare formano un’unità con tutta la loro vita di sentimento e con tutte le
loro provenienze sociali, con coloro che creano in prima persona questa vita
spirituale; solo se non si lanciano loro bocconi, ma se si lavora spiritualmente
in maniera unitaria con l’intera massa popolare. La cosa necessita però la li-
berazione della vita spirituale dalla costrizione statale e capitalista. Natural-
mente in una breve conferenza non posso citare tutto ciò – e neanche tutto
quello che si trova nel mio libro I punti essenziali della questione sociale –
che ci sarebbe da dire sulla necessità di liberare la vita spirituale, e in partico-

7
Vedi Rudolf Steiner “La mia vita”, O.O. 28, Capitolo XXVII.

13
lare quella della scuola, dal controllo esercitato su di loro dallo Stato e dalla
vita economica per renderle indipendenti. Questa, però, è la prima esigenza
per la tripartizione dell’organismo sociale: una vita spirituale che si sviluppi a
partire da sé stessa.
Non si deve avere timore di una tale vita spirituale. Non si deve nemmeno
avere paura della cattiva opinione che si ha degli uomini, forse nel senso che
si ha il timore che regredirebbero allo stato di analfabetismo, o cose simili, se
i genitori fossero di nuovo liberi, senza l’obbligo statale di mandare a scuola i
bambini. No, proprio il proletariato saprà sempre più ciò di cui è debitore alla
formazione scolastica, e non lascerà mai i bambini fuori dalla scuola, anche
se non ci sarà l’obbligo scolastico e se si sarà liberi di mandarceli o meno. E
in particolar modo i sostenitori della scuola unitaria non dovranno avere paura
che la scuola venga disturbata da una libera vita spirituale. Non potrà nascere
nient’altro che una scuola unitaria se verrà promossa la libera vita spirituale.
Questo anzitutto era ciò che si doveva dire sullo scorporamento della vita
spirituale dalla vita statale ed economica.
Il secondo ambito di vita che si deve esaminare, se si vuole studiare
l’attuale questione sociale, è la vita giuridica. Gli uomini hanno sviluppato le
opinioni più diverse sulla vita giuridica. Chi però è in grado di osservare e
considerare questa vita giuridica proprio a partire dalla realtà, dice a sé stesso:
enunciare qualsiasi definizione, qualsivoglia erudizione sul diritto è come se
si volessero dare indicazioni erudite su ciò che è il colore blu o rosso. Chiun-
que abbia una vista sana può parlare del colore blu o rosso. Sulla coscienza
del diritto, su quel diritto che compete ad ogni essere umano in quanto essere
umano, può parlare ogni anima umana che sia desta. E nel caso del moderno
proletariato si ha a che vedere con anime umane deste, sempre più deste.
In riferimento a questo fondamento giuridico della vita, la recente umanità
però, in quanto appartenente alla cerchia delle classi dirigenti, ha fatto una
strana esperienza. Queste classi dirigenti non poterono fare altro che diffonde-
re nella vita una certa democrazia. Ebbero bisogno, per mettere in scena i loro
interessi capitalistici, di un proletariato capace, un proletariato che avesse ri-
cevuto un’educazione per determinate forze dell’anima. Nella vita economica
moderna, capitalistica si potrebbe non avere bisogno dell’antica vita patriar-
cale. Ora, però, sorse qualcosa di estremamente sgradevole per una tale de-
mocrazia capitalistica unilaterale. L’anima umana, infatti, ha la particolarità

14
che, quando comincia a sviluppare in sé singole capacità o forze, poi ne susci-
ta anche altre. Allora, però, l’umanità dominante voleva che a svilupparsi fos-
sero preferibilmente solo quelle forze animiche che avrebbero reso il lavora-
tore adatto a lavorare in fabbrica. Ma invece accadde in modo spontaneo che
le anime si svegliarono dal sonno delle antiche condizioni patriarcali e in loro
si destò in particolar modo la coscienza dei diritti umani. E poi rivolsero il lo-
ro sguardo allo Stato moderno che dovrebbe incorporare il diritto. E si do-
mandarono: è questo il terreno su cui davvero fiorisce il diritto? E che trova-
rono? Anziché diritti umani, privilegi per alcune classi e svantaggi per altre. E
da ciò nacque quel fenomeno che si chiama moderna lotta di classe del prole-
tariato dietro cui si nasconde né più né meno che la grande, legittima richiesta
di un’esistenza umanamente degna per tutti gli esseri umani.
Questo è il secondo aspetto della questione sociale, la questione giuridica;
ma non si riconosce cosa significhi se non si guarda al terzo aspetto, alla que-
stione economica. Nella vita economica si sono riversate due cose che non
appartengono assolutamente ad essa: una è il capitale, e l’altra è la forza lavo-
ro umana, mentre alla vita economica appartiene in realtà solo ciò che accade
sul mercato delle merci. Penso che gli ultimi anni, e in particolare il presente,
potrebbero insegnare molto chiaramente agli uomini che la cosa più impor-
tante nel movimento sociale proletario è il proletario stesso. Ma riguardo a
questo individuo proletario oggi, così come stanno le cose, non può giudicare
in modo veritiero chi, poiché i tempi raccomandano tali atteggiamenti, si de-
gna di parlare del proletariato sulla base di rappresentazioni generiche. No, di
queste cose può parlare solamente colui che per destino è arrivato a pensare
con il proletariato, a sentire con il proletariato. Uno deve avere visto con i
propri occhi come per decenni il mondo del proletariato si riuniva di sera, nel-
le ore che potevano venir strappate al duro lavoro, per istruirsi sul movimento
economico dei nuovi tempi, sul significato del lavoro, del capitale, sul signi-
ficato del consumo di merci e della produzione; uno deve aver visto l’enorme
necessità di formazione che nel proletario si è sviluppata in modo essenziale
mentre, dall’altra parte della frattura sociale, all’interno delle classi più eleva-
te, le persone frequentavano i loro teatri e si dedicavano ad altre attività, e
tutt’al più arrivavano a gettare uno sguardo alla miseria del proletariato
dall’alto delle loro tribune teatrali. Ma i proletari si sono evoluti, e lo hanno
fatto proprio a partire dalla loro vita spirituale. E a chi oggi dice che la que-

15
stione proletaria sia solo una questione del procacciarsi il pane per riempire lo
stomaco, si deve rispondere quanto segue: è proprio un peccato che sia acca-
duto che la questione proletaria sia divenuta una questione di pane, che non si
sia osservato prima qualcos’altro, e cioè il fatto che nel proletariato, a partire
dall’intera sua aspirazione, sia sorta l’esigenza di un’esistenza degna
dell’uomo, di un’esistenza in cui non bisogna far deperire corpo ed anima. E,
in fondo, tutte le richieste del proletariato sono scaturite da questa esigenza
fondamentale, e non da una mera questione di stomaco da sfamare. Ma men-
tre il proletariato tentava di pervenire in questo modo all’autocoscienza, men-
tre si interessava alle forme economiche dei nuovi tempi, si sviluppava in lui
la coscienza di come egli sia inserito in questa vita, in quanto essere umano. Il
proletario poté vedere, a partire dal suo punto di vista, come la vita veniva
condotta da parte della classe dirigente. E allora gli veniva detto che la storia
sarebbe ordinamento divino del mondo, oppure ordinamento morale del mon-
do, oppure ordinamento universale delle idee. Ma il proletario vedeva soltan-
to che le cerchie dirigenti vivevano, all’interno del loro ordinamento del
mondo, come permetteva loro di vivere il valore aggiunto che il proletariato
doveva procurare loro. Perciò le parole del manifesto comunista8 si impresse-
ro tanto fortemente negli animi dei proletari e li portarono alla coscienza della
loro condizione. Nonostante tutti i progressi dei nuovi tempi, nonostante tutta
la cosiddetta nuova libertà, il proletariato è condannato a vendere e a far
comprare la propria forza lavoro sul mercato come una merce. Da ciò nacque
l’essenziale rivendicazione: sono passati i tempi in cui l’essere umano può
ancora far vendere o comprare una parte di sé. Il sentire del proletariato, che
forse non sempre riusciva ad esprimere ciò con parole chiare, lo riportava a
tempi antichi, ai tempi della servitù della gleba. E vide come da questi tempi
antichi si sia mantenuta invariata la pratica dell’acquisto della sua forza lavo-
ro. Perché nel rapporto salariale si trova solo questo e nient’altro. Il proletario
si diceva: le merci appartengono al mercato, le si porta al mercato, le si ven-
de, e poi si ritorna a casa con il ricavo. Io devo vendere al datore di lavoro la
mia forza lavoro, ma non posso andare da lui e dirgli: eccoti la mia forza la-
voro in cambio di tot soldi, arrivederci! Eh no! Io devo consegnare me stesso
come merce, è ovvio, perché, in quanto essere umano, non posso separare la
8
Documento fondativo del socialismo, composto come volantino da Marx ed Engels, apparso
nel 1848 a Londra.

16
mia forza lavoro da me stesso! Questo è ciò che il proletariato sente come
un’esistenza indegna dell’essere umano.
A questo punto emerge la domanda cruciale: cosa deve accadere affinché
la forza lavoro in futuro non sia più merce? Oggi gli uomini, in quanto appar-
tenenti alle classi dirigenti, in fin dei conti non stanno neanche tanto a pensare
alla forza lavoro. Questa gente apre il portafogli, e paga questo o quel prezzo
in banconote. La grande questione è se poi in realtà costoro riflettano sul fatto
che in ciò che danno sotto forma di banconote, che distribuiscono forse anche
come coupon, è racchiuso il fatto di fare ricorso ad un corrispondente impiego
di forza lavoro del proletariato. Ad ogni modo la classe dirigente non si dà
pena di concepire dei pensieri che siano abbastanza forti da afferrare la vita
sociale. Il punto è che la forza lavoro umana non può essere comparata nel
prezzo con una qualsiasi altra merce, la forza lavoro umana è qualcosa di
completamente diverso da una merce. Questa forza lavoro umana deve scatu-
rire dal processo economico. E non ne può scaturire in nessun altro modo se
non considerando la vita economica come un arto dell’organismo sociale, di-
sarticolato dall’organismo statale, ovvero giuridico, dall’organismo politico.
Poi può entrare in scena ciò che vorrei chiarire con un paragone. La vita eco-
nomica confina, da una parte, con i fondamenti della natura. In un campo e-
conomico chiuso non si può amministrare in qualsiasi maniera. Attraverso
l’ausilio di mezzi tecnici si può sfruttare il terreno o cose simili. Ma entro cer-
ti limiti ci si deve adattare ai fondamenti della natura. Pensate ad un certo
numero di latifondisti, a loro modo comunque capitalisti, che dicano: volendo
rimanere entro questo bilancio e volendone avere uno migliore, dovremmo
avere cento giornate di pioggia in estate, nel mezzo dei giorni di sole, e così
via. Naturalmente sono sciocchezze, ma la cosa ci fa porre l’attenzione su
come, da un lato, non si possano cambiare i fondamenti della natura, su come
non possiamo pretendere dalla vita economica che le forze di natura nel terre-
no preparino in questo o quel modo il chicco di grano. Dobbiamo adattarci al-
le forze di natura; esse si trovano accanto alla vita economica.
Dall’altro lato la vita economica deve essere limitata dalla vita giuridica, il
che significa: quanto meno le forze di natura dipendono dalla congiuntura sul
mercato delle merci, tanto meno la forza lavoro umana può dipendere dalla
congiuntura sul mercato delle merci. La forza lavoro umana deve essere presa
dalla vita economica come una forza della natura e deve essere posta sul ter-

17
reno giuridico. Quando è posta sul terreno giuridico, poi su questo terreno
giuridico potrà svilupparsi tutto ciò in cui un uomo è uguale all’altro, tutto ciò
in cui si sviluppano solo veri diritti umani, in cui si può sviluppare anche il
diritto del lavoro. Misura, modo e tempo del lavoro devono venire fissati pri-
ma che il lavoratore entri nel processo economico. Solo allora egli potrà stare
da uomo libero di fronte a colui che poi, come vedremo tra poco, non sarà più
un capitalista, ma la persona che dirige il lavoro, un collaboratore spirituale.
Per quanto si possa ancora dire bene del cosiddetto contratto di lavoro, fin-
tanto che questo sarà un contratto salariale ne deriverà sempre
l’insoddisfazione del lavoratore. Soltanto quando non potranno più essere sti-
pulati contratti sulla forza lavoro, bensì solo sulla produzione in comune di
chi dirige il lavoro e di chi lo svolge manualmente, quando potrà venire stipu-
lato un contratto solo sul prodotto che nasce da questa collaborazione, ne de-
riverà un’esistenza umanamente degna per tutte le parti coinvolte. Allora il
lavoratore starà di fronte al direttore del lavoro come un libero socio. Questo
è ciò a cui mira in fin dei conti il lavoratore, seppure ancora oggi non se ne
possa fare un’idea del tutto chiara. Questo è ciò che si trova nella vera que-
stione economica del proletariato e nella sua reale rivendicazione economica:
liberazione della forza lavoro dal ciclo economico, collocazione del diritto
della forza lavoro all’interno del secondo arto dell’organismo sociale triparti-
to, nel campo giuridico. E in questo campo giuridico c’è un’altra cosa che de-
ve ricevere una nuova forma; e questa cosa è proprio quella la cui eventuale
riforma provoca negli uomini d’oggi enorme sconcerto e stupore: la riforma
del capitale. Per quanto riguarda la proprietà privata, oggi gli uomini pensano
con coscienza sociale per lo meno fino ad un certo grado, ossia nel campo che
a loro appare il meno difficile di tutti: il campo spirituale, perché in campo
spirituale vale, perlomeno in linea di principio, un atteggiamento sociale ri-
spetto alla proprietà. Ciò che qualcuno produce – anche nel caso di una per-
sona molto intelligente e dotata, le cui facoltà certamente sono con lui o lei
dalla nascita, ma questo è un altro capitolo – ciò che produciamo di valore dal
punto di vista sociale, anche spiritualmente, lo produciamo per il fatto di stare
all’interno di una società, di operare attraverso la società. Sul piano spirituale
questo si ritrova nel fatto che, per lo meno in linea di principio, di ciò che una
persona produce a livello spirituale e di cui gode i diritti, non va più nulla ai

18
suoi eredi dopo trent’anni dalla sua morte9 – i tempi, però, potrebbero venire
ulteriormente accorciati. I tempi possono dunque venire accorciati, ma viene
per lo meno riconosciuto in linea di principio che ciò che è proprietà spiritua-
le diventa proprietà della collettività nel momento in cui il singolo non è più
presente con le sue capacità individuali per amministrarlo. La proprietà spiri-
tuale non può passare in nessun modo a chi non ha nulla a che fare con la sua
produzione.
Ora dite che oggi la storia stessa esige che in futuro debba verificarsi la
stessa cosa con il capitale materiale! Andatelo a dire oggi alle persone che si
sono formate sulla base di un’educazione capitalistica, e vedrete che facce
sbalordite faranno! È tuttavia una delle più importanti richieste del presente
che il capitale d’ora innanzi non venga posto all’interno del processo sociale
nella stessa maniera in cui oggi vi si trova. Si tratta del fatto che in futuro o-
gnuno, sulla base delle proprie facoltà, dovrà giungere ad amministrare quelli
che sono i mezzi di produzione in un determinato ambito. E il capitale è, in
realtà, un mezzo di produzione, per questo lo stesso lavoratore ha il più gran-
de interesse a che vi sia una buon direttore spirituale come amministratore;
perché, grazie a questo fatto, lui stesso potrà lavorare al meglio. Infine, il ca-
pitalista è come la quinta ruota del carro: non è affatto necessario. Questo è
qualcosa che si deve riconoscere. Pertanto è necessario che in futuro si trovi-
no mezzi di produzione in un determinato ramo economico o anche per un de-
terminato scopo culturale; ma dopo che il venir meno delle capacità indivi-
duali della persona o dei gruppi di persone che procurano i mezzi di produ-
zione non giustifica più la loro proprietà personale, questi mezzi di produzio-
ne devono a loro volta passare, come ho descritto nel mio libro “I punti
essenziali della questione sociale”, a persone del tutto diverse, non agli eredi,
ma a persone del tutto diverse che abbiano però le più grandi capacità di am-
ministrare questi mezzi di produzione esclusivamente al servizio della comu-
nità.
Come il sangue circola nel corpo umano, così nel futuro i mezzi di produ-
zione, cioè il capitale, circolerà nella collettività dell’organismo sociale. Co-
me il sangue non deve ristagnare nell’organismo sano, ma deve circolare per

9
Il termine per la protezione delle opere intellettuali in letteratura e nelle arti figurative oggi
è di circa 50 anni. Nella Germania occidentale nel 1965 venne allungato a 70 anni con una
legge sui diritti d’autore.

19
tutto il corpo, deve fecondare tutto, così in futuro il capitale non dovrà accu-
mularsi in nessun punto dell’organismo sociale come proprietà privata. Se ha
svolto il suo compito in un posto, tanto più deve passare a chi lo amministra
al meglio. In tal modo il capitale viene spogliato di quella funzione che ha
portato oggi ai più grandi danni sociali.
La gente molto assennata che parla a partire dal punto di vista capitalista
dice però a ragione: tutta l’economia consiste nel fatto che dei beni presenti
vengano impiegati affinché si possano ottenere dei beni futuri. È verissimo,
ma se si deve amministrare la cosa in questo modo – in modo tale che dunque
attraverso il passato vengano posti i germi per l’economia del futuro, affinché
l’economia non muoia –, allora il capitale deve prendere parte a ciò che sono
le caratteristiche dei beni. Ma oggi abbiamo di nuovo facce sbigottite al mas-
simo grado quando si parla di questi necessari sviluppi futuri. I beni reali
hanno invece la particolarità di venire utilizzati. Nell’utilizzo a poco a poco
essi percorrono la via di tutto il vivente. L’ordinamento economico che ab-
biamo avuto fin’ora ha portato il capitale a non percorrere questa via di ciò
che è vivente. Il capitale lo si deve solo possedere, e questo basta a strapparlo
via dal destino di tutto quello che sta all’interno del processo economico. Già
Aristotele10 ha detto che il capitale non dovrebbe fare figli, e invece non solo
fa figli, ma questi figli crescono pure fino a diventare adulti; si può contare il
numero di anni in cui il capitale si raddoppia se è lasciato a sé stesso. Altri
beni per cui il capitale dovrebbe fungere solo da rappresentante hanno la par-
ticolarità che o si consumano, oppure non possono più venire usati se non li si
utilizza nel momento giusto. Al capitale, se è capitale in denaro, deve venire
impressa la caratteristica di prendere parte al destino di tutti gli altri beni.
Mentre la nostra vita economica guarda con rispetto il fatto che il capitale in
un certo tempo si raddoppi, una sana vita economica dovrebbe portare al fatto
che il mero capitale in denaro nel medesimo periodo scompaia, non sia più in
essere. Oggi suona ancora come qualcosa di orribile se si dice alla gente che
fra quindici anni non avrà il doppio del suo capitale, ma che dopo un adegua-
to lasso di tempo questo capitale in denaro non dovrà esserci più perché ciò
che si nasconde in esso dovrà prendere parte al consumo. Certamente si potrà

10
La parola greca per “interesse” è quasi identica alla parola per “progenie”, poiché il denaro
genera denaro e la progenie tende a somigliare ai suoi antenati. Di tutti i mezzi che esistono
per fare soldi questo è il più perverso. – Aristotele “Politica”, primo libro , pg. 1258b

20
tener conto di quella parte di capitale che è immobilizzata come risparmio o
cose simili.
Così oggi ci troviamo di fronte non ad un piccolo bilancio, ma ad una
grande resa dei conti. E dobbiamo avere il coraggio di dichiararci a favore di
questa grande resa dei conti, altrimenti l’ordine sociale, o per meglio dire, il
disordine sociale, il caos sociale si abbatterà improvviso su di noi. Gli uomini
oggi non si danno molto pensiero del fatto che, in fondo, stanno ballando su
di un vulcano. Hanno più interesse semplicemente a continuare a fare ogni
cosa come si è sempre fatto in precedenza, mentre il tempo esige da noi non
solo che si cambino alcune consuetudini, bensì che ci sia un radicale cambia-
mento fin dentro le nostre abitudini di pensiero.
Se la forza lavoro e il capitale vengono posti fuori dal processo economi-
co, dove poi il capitale fluisce alla comunità e la forza lavoro viene restituita
al diritto dell’uomo libero, allora nel processo economico si troveranno solo il
consumo, la circolazione e la produzione di merci. Allora nel processo eco-
nomico si avrà solo a che fare con il valore delle merci. E dunque, all’interno
di questo processo economico che ora si regge su sé stesso quale membro di
un sano organismo sociale, potrà nascere un sistema di cui si potrà dire: non
si produce solo per produrre, ma si produce per consumare. A questo punto
nasceranno poi quei sindacati, quelle associazioni che saranno sì formate dal-
le categorie professionali, ma dai consumatori insieme ai produttori. E allora
nascerà da queste corporazioni ciò che oggi è affidato al capriccio del merca-
to delle merci. Oggi a decidere è un qualcosa sul mercato delle merci che è
del tutto estraneo al pensiero umano, al giudizio umano: il meccanismo della
domanda e dell’offerta. In futuro sarà la corporazione a decidere ciò che de-
termina la formazione del prezzo e del valore dei beni a partire dal mercato.
Solo per questa via una persona produrrà così tanto che ciò che è stato prodot-
to avrà il valore di tutte le merci a lei necessarie per soddisfare i suoi bisogni
fino a quando non avrà prodotto di nuovo quella stessa merce. Questa sarà
una giusta vita economica. Sarà una vita economica in cui il prezzo di una ca-
tegoria di merci non supererà in maniera sproporzionata i prezzi di altri tipi di
merce. Oggi, poiché il salario si trova ancora all’interno del processo econo-
mico e il lavoratore non è il libero socio del direttore spirituale avviene che,
all’interno del processo economico, il lavoratore da una parte debba conti-
nuamente lottare per l’aumento del suo salario, e dall’altra, appena un buco

21
viene chiuso se ne apre un altro: il salario aumenta, ma i generi alimentari di-
ventano più cari e così via. Questo accade soltanto in un processo economico
che viene inquinato da rapporti capitale-salario. In un processo economico in
cui sono le corporazioni e i sindacati a determinare i valori delle merci, e non
il meccanismo di domanda e offerta che è soggetto al caso, in un processo e-
conomico in cui si parta dalla ragione, solo in un tale processo economico
l’essere umano potrà trovare un’esistenza umanamente degna. Ad un tale pro-
cesso economico, in fondo, aspirano le masse proletarie; questa è la loro reale
rivendicazione nella vita economica.
Oggi si vede più chiaramente questa rivendicazione all’opera nei singoli
settori della vita economica. Prendiamo ad esempio la questione dei consigli
di fabbrica che è stata rovinata in modo assurdo dalle attuali leggi. Se i consi-
gli di fabbrica fossero veramente ciò che il proletariato esige che essi debbano
essere, non dovrebbero solo limitarsi a reggere lo strascico dello Stato in ogni
direzione, come avveniva una volta per la vita spirituale, ma dovrebbero poter
sviluppare all’interno della vita economica un’attività sociale veramente pro-
ficua. Perché questo si realizzi, però, la vita economica dovrà essere posta nel
proprio ambito, e inoltre dovrà formarsi qualcosa di diverso da questi consigli
di fabbrica, dovranno costituirsi dei consigli sulla circolazione delle merci e
altri tipi di consigli11; questi dovranno nascere a partire dalla vita economica e
creeranno ordinamenti a partire da esperienze economiche.

11
Per una migliore comprensione dei consigli di fabbrica e dei consigli di amministrazione si
consideri anche il presente estratto dall’O.O. 331: “Purtroppo accade ancora oggi che la gente
non riesca ancora ad elevare il proprio pensiero fino a concepire i grandi punti di vista che
sono davvero necessari, e per questo le persone non riusciranno a creare neanche i più piccoli
ordinamenti corrispondenti alle grandi rese dei conti di fronte alle quali ci troviamo oggi.
Pertanto oggi è necessario rendersi realmente conto che la vita economica potrà essere risana-
ta soltanto quando si riuscirà a creare un corpo economico indipendente – ma almeno dob-
biamo cominciare a crearlo. Questo corpo indipendente sarà costituito dai consigli di fabbri-
ca, e proprio dai consigli di fabbrica scaturirà anche il resto che deve venire: i consigli di cir-
colazione dei beni e i consigli economici. Da questi tre tipi di consigli risulterà che i consigli
di fabbrica devono avere a che fare più con la produzione, i consigli di circolazione con la
circolazione dei beni, e i consigli economici con le cooperative di consumo nel senso più am-
pio. In questo sistema di consigli della vita economica può venire incorporato anche tutto il
resto, come ad esempio la gestione delle foreste, l’agricoltura, l’acquisizione delle materie
prime, e soprattutto ciò che concerne la vita economica internazionale. Si deve solo ricono-
scere che questa vita economica non presenta affatto le difficoltà di cui sempre si parla per

22
So che oggi molta gente dice: all’interno della vita economica non vi è la
cultura per giungere a quello a cui si vuole giungere. Così dice la gente che
parla sempre di ideali per evitare di fare quanto sarebbe possibile nella realtà
concreta. Così parla la gente per la quale gli ideali sono qualcosa verso cui
non si dovrebbe tendere, perché in tal modo si evita di aspirare anche a quan-
to è più a portata di mano. Chi sa che la conoscenza che deriva
dall’esperienza e dalla prassi ha infinitamente più valore di tutto ciò che viene
calato dall’alto, sa anche che tali consigli aziendali non possono venire istitui-
ti soltanto per singole aziende, ma devono essere interaziendali. I consigli di
fabbrica devono collegare le singole imprese con imprese totalmente diverse,
devono farsi tramite per questo collegamento, devono svilupparsi come con-
sigli generali d’impresa, consigli generali di comunicazione, consigli generali
economici. Se la cosa cresce sul terreno della vita economica allora si giunge-
rà al fatto che questi consigli non esistano solo per decorazione ma diventino
fattore umano, figure centrali della vita economica stessa. Ma questo è ciò
che è necessario.
Ciò che chiamo la tripartizione dell’organismo sociale non è nato realmen-
te da nessuna cavillosità, né da una grigia teoria, bensì da una reale osserva-
zione delle necessità di vita del presente e del futuro. Ed è davvero un peccato
che oggi si trovino così pochi uomini che siano in grado, a partire dalla vita
spirituale per come si è delineata fino ad oggi, di dirigere lo sguardo a questa
necessità di vita, alla realtà stessa. La gente disprezza oggi proprio ciò che è
pratico dicendo: è ideologia, è utopia. Cosa sta veramente alla base di ciò?
Alcuni dicono: la socializzazione dei mezzi di produzione è necessaria. Lo
dico anch’io. Ma dico anche: è necessario conoscere la strada per la quale si
giunge a ciò. Oggi ho soltanto appena abbozzato ciò che intendo. Oggi non
abbiamo solo bisogno di mete, bensì anche delle vie e del coraggio per per-
correrle. Molta gente mi dice che ciò che dico è difficile da comprendere. Ma
per comprendere quanto dico è necessario impegnarsi un po’ di più di quanto
oggi normalmente si faccia per capire qualcosa. È necessario osservare in
profondità la vita reale, e non giudicare la vita a partire da una qualche esi-
genza soggettiva. È inoltre necessario che ci si innalzi interiormente a racco-

agitare uno spauracchio di fronte al popolo, bensì che la cosa indispensabile, quando si socia-
lizza economicamente, è registrare dalla parte del consumo il bilancio commerciale passivo,
cioè l’esubero dell’importazione sull’esporta-zione. Allora il giusto verrà fuori da sé.” N.d.C.

23
gliere il coraggio per pensare in modo radicale a certe cose, proprio come il
nostro tempo esige da ogni uomo sveglio.
Tuttavia ho sperimentato negli ultimi quattro o cinque anni che le persone
hanno capito cose che io non ho capito. Quando provenivano da certi luoghi
hanno addirittura messo le cose che pretendevano di capire incorniciate in
cartelloni per poterle avere sempre sotto gli occhi. Cose che provenivano da
grandi quartieri generali o luoghi simili, però la comprensione doveva venire
prima imposta loro da qualcuno. Ma nessuno può ordinare la comprensione di
quanto deve essere compreso a partire dall’interiore coraggio di vivere. Ora è
giunto il tempo in cui gli uomini non dovranno più farsi imporre di capire
qualcosa, ma dovranno essere loro stessi in grado di formarsi un’idea corretta,
a partire dalla loro esperienza di vita e dalla loro osservazione spregiudicata
della vita, su quanto è necessario fare, prima che sia troppo tardi.
Ma oggi si fanno strane esperienze. Non racconto volentieri cose personali,
ma oggi sono queste cose personali che dominano la vita. Nell’aprile del 1914
fui invitato, nell’ambito di una riunione piuttosto ristretta a Vienna12 – pro-
prio a Vienna, di tutti i posti possibili, in Austria, da dove è partita la catastro-
fe della Guerra Mondiale –, ad esprimere il mio giudizio sulla situazione so-
ciale, che allora non era soltanto la situazione sociale del proletariato, ma la
questione sociale che riguardava l’intera Europa. Accennai al fatto che la
questione sociale in Europa tende a sviluppare uno stato di ulcerazione, e in
effetti proprio da ciò si è poi originata la Guerra Mondiale. Mi vidi costretto a

12
Conferenza del 14 aprile 1914 di fronte ai soci della Società Antroposofica, in Essere inte-
riore dell’uomo e vita fra morte e nuova nascita, O.O. 153, Dornach 1978, pagine 174 e se-
guenti. Testualmente: “Oggi si produce per il mercato senza riguardo per il consumo, piutto-
sto che nel senso di ciò che ho scritto nel mio saggio Scienza dello spirito e questione sociale.
Tutto ciò che viene prodotto si accatasta nei magazzini e nei mercati monetari, e poi i produt-
tori aspettano di vedere quanta merce verrà acquistata. Questa tendenza diventerà sempre più
forte, fino ad autodistruggersi, come vado ora a spiegare. L’impatto di una produzione di
questo tipo sull’organismo sociale è simile a quello che ha un cancro sul corpo umano. Da un
punto di vista culturale stiamo osservando una terribile predisposizione della società ad un
carcinoma culturale. Per chiunque abbia la capacità di osservare in modo acuto l’esistenza
umana questa terribile e opprimente prospettiva genera forte preoccupazione per la nostra so-
cietà. Anche se potessimo reprimere tutto il nostro entusiasmo per la scienza dello spirito –
tutto ciò che ci porta ad aprire bocca e a parlare di queste cose – l’aspetto sempre più terrifi-
cante di questa prospettiva ci farebbe comunque implorare a gran voce una guarigione mon-
diale”.

24
riassumere il mio giudizio su questa situazione con le parole – era l’aprile del
1914, tenete a mente la data – : chi esamina in profondità le nostre relazioni
sociali, il modo in cui si sono a poco a poco formate, può giungere solo ad
avere grande preoccupazione per la vita culturale, perché vede come nella no-
stra vita sociale si sviluppa un carcinoma, una sorta di malattia cancerosa che
dovrà esplodere nella maniera più terribile nel prossimo futuro.
Allora dovetti accennare a ciò a cui il capitalismo mondiale spingerà gli
uomini nel prossimo futuro. Chi allora diceva ciò veniva naturalmente scredi-
tato come un idealista privo di senso pratico, un utopista, un ideologo, perché
i pratici allora parlavano in maniera del tutto diversa. Come parlavano i prati-
ci della situazione generale del mondo? Non parlavano di malattia cancerosa.
Si esprimevano per lo più come faceva il Ministro degli Esteri tedesco13 agli
inizi del 1914 quando si rivolgeva agli illustri signori del parlamento tedesco
– e saranno di certo stati illustri perché erano stati chiamati a svolgere quel
ruolo - : andiamo verso tempi di pace perché la distensione generale fa bei
progressi. Ci troviamo nei migliori rapporti con la Russia; il gabinetto di
Pietroburgo non ascolta il vociare della stampa. Con l’Inghilterra sono state
avviate promettenti trattative che saranno concluse nel prossimo futuro a fa-
vore della pace mondiale. I due governi si trovano in una posizione tale che i
loro rapporti vanno facendosi sempre più stretti. Così parlava chi era pratico
e non veniva tacciato di idealismo. E la distensione generale fece tali progres-
si che ne seguì ciò che tutti abbiamo vissuto così dolorosamente. Qualcuno
potrà provare certamente una strana sensazione all’udire quanto si è potuto
udire recentemente alla conferenza della Società delle Nazioni14 dove la gente
parlava di tutto il possibile a partire da vecchie abitudini di pensiero; solo che
non parlavano in maniera adeguata di quello che è il più grande movimento
del presente, del movimento sociale che è il solo capace di fondare una reale
Società delle Nazioni.

13
Gottlieb von Jagow (1863-1935), segretario di stato del Ministero degli Affari Esteri 1913-
1916.
14
7-13 marzo 1918 a Berna. L’11 marzo 1919 Rudolf Steiner tenne nella sala grande del con-
siglio comunale di Berna una conferenza pubblica Die wirklichen Grundlagen eines Völker-
bundes in den wirtschaflichen, rechtlichen und geistlichen Kräften der Völker, “I fondamenti
reali di una Società delle Nazioni nelle forze economiche, giuridiche e spirituali dei popoli”,
O.O. 329.

25
E poi talvolta si ricevono risposte del tutto particolari da parte di persone
molto intelligenti che ragionano sulla base di vecchie abitudini di pensiero.
Recentemente a Berna un signore molto intelligente mi rispose – lungi da me
l’intenzione di disconoscere l’intelligenza della gente –: non riesco ad imma-
ginare come da una tripartizione possa scaturire qualcosa di speciale; tutto
deve essere un’unità. Il diritto non può certo nascere solo sul piano politico, e
così via. È necessario che il diritto si sviluppi appunto sul terreno del diritto, e
allora anche la vita economica avrà il suo diritto, e così pure la vita spirituale
il suo. E quando si dice che l’unità dell’organismo sociale viene fatta a pezzi
io dico: per me non si tratta di questo! Non si tratta di dividere il ronzino,
bensì di porlo sulle sue quattro zampe. Non si tratta di fare a pezzi
l’organismo sociale, bensì di porlo sulle sue tre gambe sane, su una sana vita
giuridica, su una sana vita economica, su una sana vita spirituale. E allora si
svilupperà certamente questa unità che oggi si adora come un idolo nella sua
forma di Stato unitario, ma che si deve subito abbandonare se si vuole il so-
cialismo.
Per più di un secolo gli uomini hanno ripetutamente parlato del grande i-
deale sociale dell’umanità, dei più grandi impulsi sociali: uguaglianza, libertà,
fratellanza. Certo, gente molto intelligente del diciannovesimo secolo ha ripe-
tutamente dimostrato che questi ideali non erano realizzabili, perché li si è vi-
sti esclusivamente sotto l’ipnosi dello Stato unitario; da ciò deriva la contrad-
dizione. Però oggi è arrivato il tempo in cui questi ideali devono venire rea-
lizzati, in cui questi tre impulsi della vita sociale devono venire afferrati; e
possono venire realizzati solo nell’organismo sociale tripartito. Nella vita spi-
rituale, che deve rimanere sul proprio terreno, devono venire sviluppate le fa-
coltà individuali come sul terreno della libertà. Nel campo del diritto deve
dominare ciò in cui ogni essere umano è uguale all’altro, e sulla cui base ogni
essere umano divenuto maggiorenne possa regolare, da sé stesso o attraverso
un suo rappresentante, il suo rapporto con altri esseri umani, e anche il rap-
porto di lavoro. Infine, sul terreno della vita economica deve predominare
quella vera fraternità che può fiorire solo nelle cooperative, siano esse di con-
sumatori o di produttori.
Nell’organismo sociale tripartito domineranno libertà, uguaglianza e fra-
ternità, perché esso ha tre arti: libertà sul terreno della vita spirituale, ugua-

26
glianza sul terreno democratico della vita giuridica, fratellanza sul terreno
della vita economica.
Oggi ho potuto fare soltanto un accenno da singoli punti di vista a ciò su
cui è necessario riflettere in questo tempo attuale così profondamente serio:
ciò su cui è massimamente necessario riflettere se si vuole seriamente inter-
venire per venire fuori dalla confusione e dal caos, per non inoltrarsi ancora
più profondamente in questa confusione e in questo caos. Oggi è necessario
non solo pensare a piccoli cambiamenti, ma trovare il coraggio di confessare
a sé stessi che si è arrivati al momento di una grande resa dei conti. Chi può
vedere veramente con anima desta ciò che ora è solo agli inizi deve dire a sé
stesso: non avremo molto tempo per riflettere. Per questo motivo preferiamo
imboccare una via che possiamo iniziare a percorrere ogni giorno. E ogni
giorno può venire iniziato ciò che è dato attraverso l’organismo sociale tripar-
tito. Soltanto colui che vuole continuare a navigare in quella prassi che ci ha
portato alla catastrofe mondiale chiamerà ciò che è pratico un idealismo non
pratico. Se si deve realizzare qualcosa di sano nella vita sociale sarà necessa-
rio che si abbandoni del tutto quella superstiziosa idolatria della prassi che
non è altro che brutale egoismo umano. Ci si dovrà riconoscere in
quell’idealismo che non è un idealismo unilaterale, bensì vera prassi di vita.
Chi riflette seriamente sul nostro tempo si porrà oggi la domanda: come pos-
siamo riuscire a trovare la via che ci porta ad un rimedio per quello che ci
viene incontro come danno sociale? E sarebbe desiderabile che sempre più
esseri umani giungano a questa via prima che sia troppo tardi. E fra pochissi-
mo potrebbe essere già troppo tardi.

27
Parole conclusive

Dopo una discussione in cui avevano parlato principalmente funzionari di partito e sindacali-
sti, Rudolf Steiner prende ancora una volta la parola:

Avrei certamente preferito se da parte dei relatori fosse stato manifestato inte-
resse per le cose che ho esposto. In tal modo avremmo potuto rendere fruttuo-
sa la discussione. Così non è stato. Per questo motivo potrò solo accennare a
singoli argomenti e su questi porre l’attenzione.
Da parte di alcuni relatori è stato detto che nelle mie trattazioni non è stato
espresso nulla di nuovo. Ora, conosco molto dettagliatamente lo sviluppo del
movimento sociale, e chi afferma che l’essenziale di ciò che oggi è stato e-
sposto proprio a partire dalle esperienze della nuova configurazione della si-
tuazione sociale attraverso la catastrofe mondiale non sia qualcosa di nuovo,
dovrebbe rendersi conto che dice qualcosa di assolutamente errato. In realtà
esiste uno stato di fatto del tutto diverso: i relatori non hanno colto la novità.
Si sono limitati ad ascoltare quel paio di cose che ovviamente, essendo giuste,
sono state espresse come critica all’attuale ordinamento sociale. Da molti anni
sono abituati a sentire questo o quello come uno slogan: e questo è quello che
hanno sentito. Ma di tutto ciò che è stato detto tra una cosa e l’altra sulla tri-
partizione dell’organismo sociale, su ciò che attraverso questa tripartizione si
può realizzare nel senso di una reale socializzazione nei confronti di ogni par-
te sociale, di tutto ciò i relatori non hanno ascoltato assolutamente nulla. E,
pertanto, anche nelle loro discussioni essi avranno presumibilmente taciuto
del tutto su ciò che non hanno ascoltato. Capisco. Ma capisco anche che poi
naturalmente non può certo venir fuori una discussione fruttuosa da una cosa
simile.
Abbiamo ad esempio ascoltato un relatore che, proprio come se non avesse
vissuto gli ultimi cinque o sei anni, si è espresso sulle vecchie teorie che così
tante volte sono state trattate prima di questa catastrofe. Ha di nuovo esposto
per filo e per segno tutte le teorie sul plusvalore15 e via dicendo, che certa-
mente sono giuste, ma che sono già state esposte innumerevoli volte; e ha di-
menticato che oggi viviamo in un tempo veramente del tutto diverso. Ha di-
menticato, ad esempio, quello che leader socialisti molto in vista hanno detto

15
Vedi Karl Marx, Il capitale – critica dell’economia politica.

28
pochi mesi prima della capitolazione tedesca: quando questa catastrofe belli-
ca sarà passata, il governo tedesco si dovrà porre di fronte al proletariato in
modo del tutto diverso da prima. I detentori del potere in Germania dovranno
tener conto del proletariato in maniera del tutto diversa da prima in tutte le at-
tività di governo e in tutte le attività legislative. Ma da parte socialista si è an-
che detto: i partiti socialisti dovranno essere presi in considerazione.
Ora, è andata diversamente. I detentori del potere sono stati affondati
nell’abisso, e in questo abisso vi erano anche i partiti. Oggi ci troviamo di
fronte ad una situazione mondiale del tutto diversa. Di fronte a questa nuova
situazione mondiale non si dovrebbe però semplicemente fare finta di non
sentire le nuove idee e ascoltare solo i partiti che naturalmente saranno sem-
pre in vigore fintantoché esisterà un movimento sociale, bensì si dovrebbe
acquisire la facoltà di interessarsi a ciò che è la cosa assolutamente più neces-
saria proprio per il nostro tempo.
Altrimenti ci troveremo di fronte al grande pericolo che in fin dei conti è
stato sempre presente nel vecchio e consueto ordine mondiale: quando arriva-
va qualcosa che guardava ai fatti ed era tratto dalla realtà lo si definiva come
ideologia; e si diceva: questa è filosofia, non ha nulla a che fare con la realtà;
e con ciò si spianava la strada alla reazione. Il peggio sarebbe se il partito so-
cialista cadesse in una specie di irrigidimento reazionario, se non fosse capace
di andare avanti interpretando nel modo giusto dei fatti che parlano in manie-
ra tanto chiara.
Questa è la cosa importante oggi. Marx ha coniato una bel motto dopo aver
conosciuto i marxisti – molta gente che si sforza di portare qualcosa di vera-
mente nuovo nel mondo si definisce marxista – : per quel che mi riguarda io
non sono un marxista16. E Marx ha mostrato sempre – mi riferisco solo gli
avvenimenti del ‘70/’71 –, quanto ha imparato da questi avvenimenti; ha
sempre mostrato che era in grado di camminare al passo con i tempi. E oggi,
poiché i tempi sono maturi, egli troverebbe più che certamente il modo di ri-
conoscere proprio nella tripartizione dell’organismo sociale la vera soluzione

16
Vedi la lettera di Friedrich Engels a Conrad Schmidt, Londra 5 agosto 1890: “Anche la
concezione storica materialista ha oggi una quantità di falsi sostenitori che le offrono il prete-
sto per non studiare la storia. Come disse Marx dei ‘marxisti’ francesi degli ultimi settanta
anni: Tutto ciò che so è che non sono un marxista”. Marx-Engels, Lettere scelte, Zurigo
1934, Pgg. 341 e seguenti.

29
della questione sociale. Si parla continuamente di nuove vie, e quando viene
mostrata una nuova via che però richiede vero coraggio, allora si dice: non
viene mostrata una via, viene solo indicata una meta. A questo punto si vor-
rebbe domandare: qualcuno ha mai pensato ad una via che renda necessario
l’intervento di una sorta di governo di liquidazione? È qualcosa che in effetti
è molto inconsueto per la gente e per le sue abitudini di pensiero. Come i vec-
chi governi, anche il governo socialista non pensa ad altro se non ad essere la
bella e buona prosecuzione di ciò che era stato il governo precedente. Ciò di
cui abbiamo bisogno è che questo governo mantenga l’iniziativa solo al cen-
tro, che mantenga il controllo solo per quel che riguarda servizi di sicurezza,
igiene e cose simili, ma che a destra e a sinistra divenga invece governo di li-
quidazione, che cioè lasci libera la vita spirituale, in modo tale che questa
passi ad una amministrazione autonoma, e che renda indipendente la vita e-
conomica.
Questa non è una teoria, non è filosofia, ma è il richiamo a qualcosa che si
deve fare. Ma affinché questo venga fatto se ne deve prima comprendere la
necessità; affinché questo accada ci si deve staccare poco a poco dalla vec-
chia abitudine di volere prestare ascolto solo a ciò che piace, e di non volere
invece prestare ascolto a ciò che non si conosce.
Quando compaiono relatori che in maniera strana cadono in contraddizioni
pratiche e non lo notano, essi sono proprio la dimostrazione di come in realtà
sia impossibile trovare una via pratica. Un relatore oggi è arrivato a dire: un
reale potere politico si basa ancora oggi su presupposti economici. E poi,
dopo aver aggiunto qualcosa – in modo che non lo si notasse molto – ha det-
to: dobbiamo prima conquistare il potere politico per conquistare poi il pote-
re economico. Così da una parte si declama: chi ha il potere economico ha
anche il potere politico; e subito dopo, dopo un paio di frasi, si dice: dobbia-
mo prima avere il potere politico, e poi otterremmo anche il potere economi-
co. Con relatori di questo genere non si percorrerà mai una via pratica. Si può
percorrere una via pratica solo se si è in grado di pensare in modo retto, e di
non smarrirsi nei meandri del pensare.
Non si andrà avanti con un rigido fissarsi su obiezioni quali, ad esempio:
l’inclinazione verso la comodità rende necessario che gli esseri umani ven-
gano costretti ad andare alla scuola unitaria. Tutti coloro che in tempi recen-
ti sono stati al potere hanno espresso cose simili. Si è vista gente al governo

30
che veramente non era più avveduta di coloro che venivano governati. Ma so-
no sempre riusciti a dire: se non costringiamo la gente a fare questo o quello
non lo faranno mai liberamente.
È un singolare fenomeno che ora anche in campo socialista compaiano co-
se simili. Qui sarebbe invece necessario che si riconoscesse ciò di cui in realtà
si tratta: la possibilità di aprire la mente per comprendere ciò che è necessa-
rio, non rimanere attaccati a teorie elaborate da tempo e cose simili. Questo è
ciò che viene chiesto continuamente. Quando si dice: “Bisogna conquistare il
potere”, si intende certamente una grigia teoria. Se poi si conquista il potere,
si deve anche sapere cosa farsene di questo potere. Non c’è altro modo per
andare avanti. Se si conquista il potere ma poi quando si è al potere non si sa
cosa fare, allora si vanifica tutto quel potere. Si tratta di sapere in maniera
chiara e con certezza cosa si intende fare con il potere ancora prima di con-
quistarlo.
Se da una parte è stato detto: dopo che la rivoluzione del nove novembre è
riuscita, si potrebbe altrettanto dire che è fallita; e se dall’altra parte viene
detto: all’estero la rivoluzione viene vista come una truffa, questo avviene
appunto perché è stato conquistato il potere, ma i detentori del potere non
sanno cosa devono farci. Ma alla fine si deve assolutamente sapere cosa si
deve fare con il potere. Se però ognuno rimane fermo alle vecchie opinioni di
partito, allora vorrà richiamarsi all’unità. Vi è un metodo per esortare all’unità
ed è quello di cercare di vedere realmente dove siano i danni. In questo modo
l’impulso alla tripartizione cerca di portare unità. È semplicemente
un’autentica calunnia dire che si deve fondare un nuovo partito o una nuova
setta. È una cosa senza senso. E quand’anche una tale risoluzione venisse ap-
provata in diverse riunioni, sono del tutto tranquillo che non verrebbe mai ac-
colta. Se la si accogliesse allora ne risulterebbe che ben presto gli attuali de-
tentori del potere verrebbero cacciati via. Qui non si deve aver paura che
un’unità possa venire disturbata. Ma c’è un altro metodo per distruggere
l’unità: ostinarsi a rimanere attaccati ai propri principi e poi dire: se non se-
guite me allora non siamo uniti. Oggi in realtà moltissimi pensano proprio
questo. Come ho detto mi dispiace di non potere inoltrarmi nei particolari
perché nessuno dei relatori ha toccato realmente le cose che sono state espo-
ste nella mia conferenza. Alla fine è stato persino detto che avrei filosofeggia-
to. Con un tale filosofeggiare come quello di questo relatore, tutto alla fine si

31
può chiamare una filosofia che non dà da vivere. Ma il punto cruciale della
questione è se invece solo con un filosofeggiare simile a quello che è stato
sviluppato dall’ultimo relatore si giunga a qualcosa che possa realmente aiu-
tare.
Ciò che si trova in questo organismo sociale tripartito è stato dato inizial-
mente come impulso17 durante la terribile catastrofe bellica, quando credevo
che fosse arrivato il momento giusto. In quel momento, quando non era pas-
sato ancora molto tempo dalla mostruosità della pace di Brest-Litovsk18, mi
parve proprio la cosa giusta se, in contrasto con tutto ciò che poi è accaduto
realmente, prendendo le mosse da questo impulso alla tripartizione si fosse
cercato di riequilibrare la situazione verso Est. Non lo ha capito nessuno. Per
questo motivo è arrivato quanto poi è stato provocato dalla pace di Brest-
Litovsk. Oggi tutto dipende davvero dal fatto che si trovino o meno degli uo-
mini che non facciano come tutti quelli a cui durante la guerra si parlò della
tripartizione dell’organismo sociale, allora, naturalmente, con riferimento alla
politica estera.
Nei prossimi giorni apparirà una brochure sulla responsabilità della guer-
19
ra . E allora il mondo verrà a sapere ciò che è realmente successo tra gli ul-

17
Vedi I Memorandum che Rudolf Steiner ha scritto nel luglio del 1917 su richiesta del conte
Otto Lerchenfeld e del conte Ludwig Polzer-Hoditz per gli statisti tedeschi ed austriaci.
Stampati in Aufsätze über die Dreigliederung des soziales Organismus und zur Zeitlage
1915-1921 (Saggi sulla triarticolazione dell’organismo sociale e sulla situazione del periodo
1915-1921), O.O. 24, Dornach 1982, pagine 321 e seguenti.
18
Il 13 marzo 1918 la delegazione russo-sovietica nel quartier generale del comando supremo
sottoscrisse protestando il trattato di pace con cui la Russia rinunciava alla Curlandia, alla Li-
tuania, all’Estonia, alla Lituania e alla Polonia, e concedeva alle truppe tedesche fino alla sti-
pula di una pace mondiale il diritto di occupazione della Bielorussia, doveva sgombrare Fin-
landia ed Ucraina, assicurare la restituzione alla Turchia dei territori armeni conquistati nel
1878, e si obbligava ad un rimborso dei danni di guerra per 6 miliardi di marchi d’oro. Con il
trattato di Versailles la pace di Brest-Litovsk venne dichiarata non valida.
19
Considerazioni e ricordi del capo di stato maggiore H. v. Moltke sugli avvenimenti del lu-
glio del 1914 sino a novembre 1914, edito dalla Lega per la Tripartizione dell’Organismo
Sociale e in accordo con la signora Eliza von Moltke, includeva anche un’introduzione scritta
da Rudolf Steiner – lo scritto non fu più messo in circolazione. Solo tre anni più tardi appar-
vero le memorie di Moltke con altri documenti, ma senza l’introduzione di Rudolf Steiner, in
Erinnerungen, Briefe, Dokumente 1877-1916, (Memorie, lettere, documenti 1877-1916), ge-
nerale di corpo d’armata Helmuth von Moltke, Stoccarda 1922.

32
timi giorni di luglio e i primi dell’agosto 1914 in Germania. Si vedrà quale
grande sciagura è scaturita dal fatto che le persone non hanno voluto pensare
da sé, ma che hanno lasciato pensare l’autorità, dal fatto che si era contenti
che ci fosse un’autorità che pensasse. Questo è ciò che allora, anziché portare
ad una politica più ragionevole, ha condotto al fatto che la politica il 26 di lu-
glio toccasse il fondo del suo sviluppo. Il mondo deve finalmente conoscere
queste cose. Le conoscerà i prossimi giorni attraverso le memorie dell’uomo
più importante che partecipò agli eventi in quei giorni, nel luglio/agosto 1914.
Qui si vedrà quale enorme occasione sia andata sprecata per il fatto che gli
uni, che erano l’autorità, abbiano pensato a loro modo, e che gli altri in fin dei
conti si siano lasciati ordinare quali dovessero essere le loro convinzioni.
Ora, abbiamo sentito spesso questa storia: ai vincitori della guerra sono
seguiti i vincitori della rivoluzione. Ma c’è stata anche un’altra conseguenza.
Ai chiacchieroni della guerra sono seguiti i chiacchieroni della rivoluzione. E
i chiacchieroni della rivoluzione si comportano con i chiacchieroni della guer-
ra all’incirca come i vincitori della rivoluzione si comportano con i vincitori
della guerra.
Dobbiamo appunto superare queste chiacchiere. E dobbiamo superarle in
modo tale da non farci assolutamente più condurre politicamente da nessuna
autorità, sia essa costituita da personalità socialiste o meno. Dobbiamo arriva-
re a divenire uomini capaci di giudizio, ma non possiamo diventarlo se can-
celliamo dalla nostra coscienza tutto ciò che si può davvero basare sulle esi-
genze del presente.
Non mi addentro in cose che sono state esposte e che non sono altro che la
totale deformazione di ciò che ha compenetrato le mie osservazioni. Che io
voglia superare i contrasti di opinione con benevolenza sono oggettive calun-
nie. Non ho affatto parlato di superare i contrasti con la benevolenza. Ho par-
lato di regolazioni che devono essere apportate. Che cosa ha a che fare il ren-
dersi autonomo della vita spirituale, della vita economica, della vita giuridica
con la benevolenza? Tutto questo ha invece a che fare con l’oggettiva descri-
zione di quanto dovrà venire. Sono d’accordo con tutti coloro che dicono che
anzitutto bisogna avere il potere, ma per me è anche assolutamente chiaro il
fatto che è necessario che chi ha il potere debba sapere cosa farci. E se ora
vogliamo precipitarci avanti e lasciare indietro la massa non illuminata, ci

33
imbatteremo non solo nelle stesse situazioni, bensì in situazioni ben peggiori
di quelle in cui eravamo.
Si può trovare filosoficamente qualcos’altro e ritenersi enormemente prati-
ci dicendo: i francesi sono stati spremuti sino all’ultima goccia, non possono
darci del pane, anche l’Inghilterra è impoverita dalla guerra e non ci può dare
pane, l’America per noi è troppo cara. Ma possiamo ricevere pane dalla Rus-
sia! – Ora, momentaneamente gli inglesi – lo potete presumere nonostante
tutti i falsi resoconti – hanno molto più pane degli stessi russi. Il fatto che do-
vremmo aspettarci pane dalla Russia è un’affermazione priva di fondamento.
Ciò che conta è che noi capiamo realmente la situazione per quella che è e
che ci diciamo: non siamo stati in grado di socializzare con l’antica vita spiri-
tuale, abbiamo bisogno di una nuova vita spirituale. Ma questa può essere so-
lo una vita spirituale sciolta dallo stato di diritto. Abbiamo bisogno di un ter-
reno sul quale la forza lavoro venga sottratta alle battaglie, e questo può esse-
re soltanto uno stato di diritto autonomo. E abbiamo bisogno di una copertura
per il valore delle merci, cosa che può avvenire solo sul terreno di
un’autonoma vita economica. Sono cose che si possono realmente volere. So-
no cose che non sono solo frasi rivoluzionarie. Sono cose che, se si ha il co-
raggio di realizzarle, determineranno veramente una situazione del mondo
completamente diversa da quella che è ora.
Credo che, se riflettete abbastanza su ciò che si trova nella tripartizione
dell’organismo sociale, lo comprenderete. E l’introduzione di questo nuovo
modello sociale è possibile in un tempo relativamente breve. Ora, quando sarà
presente questo sano organismo tripartito, allora i nostri rapporti verranno
davvero radicalmente rivoluzionati. Se il mondo passerà ad introdurre la tri-
partizione dell’organismo sociale non avremo più bisogno di “tuonare” sulla
rivoluzione mondiale, perché questa si compierà poi in modo oggettivo. Il
tuonare, l’incitare alla battaglia non fa nessuna differenza. Importa invece che
noi troviamo idee feconde che possano sviluppare autentici frutti sociali.
Oggi veramente non abbiamo bisogno che si chiacchieri molto, ma che ci
capiamo su ciò che deve accadere. Nell’organismo sociale tripartito non ab-
biamo a che fare con ideologie, utopie o filosofie, ma con qualcosa che può
essere fatto, che è un piano per un agire concreto, non la descrizione di una
condizione futura, ma un piano di lavoro. Come ogni casa ha bisogno di un
progetto, così ce n’è bisogno anche per una nuova configurazione sociale. A

34
ciò non ci condurrà chi rallenta sempre, siano essi socialisti o gente simile,
bensì chi è propenso ad andare avanti. Temo che coloro che oggi non hanno
sentito “niente di nuovo, ma solo cose vecchie” non ci condurranno fuori,
bensì dentro il caos.
Oggi vogliamo finalmente fare sul serio nell’accogliere ciò che è così inso-
lito, così nuovo che non lo si sente neppure quando viene detto, e che pertanto
ricade su sé stesso. Oggi sono necessarie nuove abitudini di pensiero, è ne-
cessario un totale cambiamento del modo di pensare.
L’umanità deve fare appello a nuove abitudini di pensiero, a nuove
direzioni di pensiero, prima che sia troppo tardi. E lo ripeto ancora una volta:
se l’umanità non avrà interiormente questo coraggio, tra pochissimo tempo
potrebbe davvero essere troppo tardi.

35
SECONDA CONFERENZA

La conoscenza dell’essere umano sovrasensibile e il


compito della nostra epoca

Ulma, 22 luglio 1919

Quando l’uomo osserva le necessità e la miseria del presente e


si chiede quali ne siano le cause le cercherà per lo più in circo-
stanze esterne. Anzitutto guarderà indietro agli ultimi dolorosi 4 o
5 anni passati. Comincerà forse allora poco a poco a rendersi con-
to del fatto che l’enorme dolore che è stato sofferto negli ultimi 4
o 5 anni è andato preparandosi attraverso un lungo periodo di
tempo, decenni, anzi secoli di recente sviluppo dell’umanità, pro-
prio come un temporale si prepara attraverso l’afa opprimente di
un’intera giornata senza che si noti il suo formarsi fino a quando
poi si scatena. Ma persino coloro che vanno ancora più indietro
con lo sguardo per cercare le cause e i motivi di questa nostra at-
tuale situazione di travaglio e pena in questa epoca si concentre-
ranno anch’essi, chi più chi meno, su circostanze esteriori. Pense-
ranno a qualcosa di esteriore, a misure e a provvedimenti esterio-
ri, anche quando si tratterà di venire fuori da questa nostra epoca
di confusione e di caos.
Certamente in gran parte questa osservazione è giusta. Fino a
che punto si ha ragione ad osservare le cose in questo modo, ho
tentato io stesso di mostrarlo, secondo la mia convinzione, nella
conferenza che ho tenuto ad Ulma qualche settimana fa sul tema
della questione sociale. Ma c’è anche un altro lato da considerare
quando si guarda a queste cose. Bisogna solo prestare attenzione
a qualcosa che ai giorni nostri è un fenomeno significativo in re-
lazione alla vita interiore dell’uomo, alla vita dell’anima umana.
Nel senso di ciò cui ho appena accennato, aspiriamo a ragione ad
una strutturazione più sociale delle condizioni esteriori di vita ri-
spetto a quella che l’umanità si è fatta andare bene negli ultimi 3
o 4 secoli. Ma non è in fondo interessante che aspiriamo ad una

36
tale strutturazione più sociale della vita a partire da una particola-
rissima disposizione d’animo? Non notiamo dunque che in fin dei
conti le anime umane nel presente sono compenetrate ovunque di
pulsioni antisociali, di istinti antisociali, e hanno una capacità ri-
dotta nel capirsi reciprocamente? E proprio a partire da queste di-
sposizioni animiche antisociali, e tanto più mentre esse sono pre-
senti, noi dovremmo aspirare ad una configurazione socialmente
più giusta della vita esteriore rispetto a quella che questi stessi
impulsi antisociali della nostra attuale vita umana hanno reso
possibile negli ultimi 3 o 4 secoli? Se si considera la questione da
questo punto di vista si scopre allora come queste pulsioni antiso-
ciali del presente dipendano proprio dal fatto che abbiamo smarri-
to la via verso il più interiore nucleo essenziale dell’uomo, la via
verso quel nucleo essenziale più interiore che in realtà, più o me-
no chiaramente, o soltanto istintivamente e oscuramente, ogni
uomo presagisce in sé stesso: l’essere umano sovrasensibile. Per
quanto strano possa sembrare, gli uomini oggi non sanno in modo
chiaro, non portano a coscienza ciò di cui ha veramente sete la lo-
ro più profonda e misteriosa essenza animica. Ha sete di una co-
noscenza del nucleo essenziale sovrasensibile dell’uomo. E nelle
difficoltà che proprio la nostra epoca incontra nel progredire ver-
so una conoscenza soddisfacente di questo più interiore nucleo
dell’essere umano – in queste difficoltà si trova il fondamento di
molto di ciò che poi esteriormente si esprime nel caos e nella con-
fusione, per quanto poco gli uomini ancora oggi siano disposti ad
ammetterlo. Tuttavia, in molti trovano che la questione di cui sto
parlando deve trovare la sua risposta in modo del tutto diverso da
come la troverà attraverso ciò di cui vi dovrò parlare questa sera.
Poiché devo trattare questa questione dal punto di vista della
scienza dello spirito antroposofica, non mi sarà possibile sbrigarla
nel modo comodo che attualmente molti tendono ad usare, e che
oggi è così gradito presso la stragrande maggioranza delle perso-
ne. Quando oggi si parla agli uomini, ad esempio, dei monti della
luna e del modo in cui ci si informa su questo argomento attraver-
so strumenti fisici, attraverso misure fisiche, allora essi credono

37
che acquisire conoscenza riguardo ai monti della luna debba esse-
re necessariamente complicato. Qui l’uomo supera sé stesso e
ammette che non si possa arrivare in una maniera del tutto como-
da alla conoscenza, diciamo, dei monti della luna o delle lune di
Giove o di cose simili. Quando si tratta, però, del mondo sovra-
sensibile, quando si tratta dell’esistenza spirituale dell’uomo stes-
so, la stragrande maggioranza delle persone oggi si comporta al-
lora in modo del tutto diverso. Qui si trova che il modo in cui io
oggi dovrò parlare con voi è troppo difficile. Qui la stragrande
maggioranza delle persone oggi dirà: per giungere ai mondi so-
vrasensibili è meglio la professione di fede infantile, oppure
l’infantile fede nella Bibbia, rispetto a questo approccio conosci-
tivo apparentemente scientifico. Quando si tratta di ciò cui di più
elevato l’uomo può tendere sul suo cammino di elevazione ani-
mica, si insiste soltanto su ciò che si trova comodo, sull’infantile
semplicità della fede confessionale o della fede biblica, e si rifiuta
ciò che non conduce l’uomo su questo cammino in modo così
comodo. Gli uomini, però, proprio oggi non riescono ancora a
vedere certi nessi profondi che esistono fra questo anelare a facili
vie spirituali e le nostre pulsioni antisociali, tra l’aspirazione alle
facili vie spirituali e le difficoltà ad uscire da queste pulsioni anti-
sociali. Se si riconoscesse quali nessi ci sono fra ciò che da una
certa parte si è continuato a ripetere agli uomini e in cui gli uomi-
ni hanno creduto, che cioè essi avrebbero potuto cercare di giun-
gere ai mondi spirituali attraverso un cammino di infantile e sem-
plice professione di fede – se dunque si riconoscesse quale nesso
c’è tra questa convinzione e questa fede e quello che oggi si e-
sprime come impulsi antisociali, allora si imparerebbe a pensare
in modo diverso a ciò che la stragrande maggioranza delle perso-
ne crede sia “una comoda via per entrare nei mondi sovrasensibi-
li”.
Non è certo per una sorta di capriccio spirituale che la scienza
dello spirito oggi indica all’uomo moderno altre vie, ma indica
queste vie perché sente questo come un dovere verso ciò che sono
le esigenze e i compiti dettati dallo spirito del tempo all’umanità

38
contemporanea. Se questa umanità contemporanea si riconosces-
se nel modo più chiaro nelle profondità della sua anima, allora di-
rebbe a sé stessa: se consideriamo l’anelito ad entrare nei mondi
sovrasensibili, non si può più essere soddisfatti delle vie antiche.
Oggi questo anelito vive in molte anime come nostalgia, ed è a
questa nostalgia dei mondi spirituali che la scienza dello spirito
orientata antroposoficamente vuole andare incontro. Abbiamo vi-
sto come proprio oggi l’uomo, in maniera più o meno chiara o
anche più o meno inconscia, si ponga delle domande sulle rela-
zioni fra anima e corpo, quando non si sia magari già spinto fino
al punto da negare tutto ciò che riguarda l’esistenza dell’anima
perché su questa questione gli sono venuti continui dubbi, per cui
alla fine si è stancato di pensarci. Ma cosa sa l’uomo d’oggi, in
fondo, di anima e corpo? Il corpo l’essere umano lo osserva attra-
verso i sensi, usando l’intelletto fisico esteriore, oppure, per quel-
lo che non può arrivare a conoscere direttamente attraverso i sensi
e l’intelletto, si rifugia nelle scienze naturali che devono dirgli, at-
traverso le loro ricerche, quali siano le leggi, cosa sia l’essenza
interiore del corpo fisico umano. Per quanto riguarda la sfera
dell’anima, invece, l’essere umano percepisce interiormente ciò
che chiama il suo pensare, il suo sentire, il suo volere; e questo
diviene per lui un’esperienza interiore. A questo pensare, sentire e
volere lui collega proprio certi aneliti, desideri e speranze interio-
ri, collega la convinzione che questa interiorità che vive nel pen-
sare, nel sentire e nel volere non abbia solo quell’importanza pas-
seggera per il mondo che ha la vita del corpo fisico. Ma poi arriva
per l’uomo la questione che genera i grandi dubbi: Qual è il rap-
porto fra ciò che percepisco in me stesso, nell’interiorità della
mia anima, come pensare, sentire e volere, e ciò che vedo este-
riormente in me e negli altri come corpo fisico esteriore, le cui
leggi e la cui essenza le scienze naturali mi vogliono spiegare? E
se l’uomo non può spiegare a sé stesso questo rapporto fra
l’animico e il corporeo, allora certamente si rivolge a coloro che,
a partire da determinati fondamenti scientifici, hanno la possibili-
tà di indagare più a fondo sulla questione. Ed è interessante nota-

39
re come l’uomo attuale, che tende così tanto a farsi spiegare tutto
dall’autorità scientifica, debba poi constatare che su questa que-
stione può venire aiutato ben poco dagli scienziati da lui così tan-
to ricercati. Non appena egli prenderà in mano un qualsiasi scritto
in cui i ricercatori si siano espressi in questo campo, troverà pun-
tualmente che costoro mostreranno sulla questione la stessa incer-
tezza che lui porta in sé. Si trovano tutte le ipotesi possibili, tutte
le possibili supposizioni. Ma qualcosa che afferri l’uomo in modo
tale che egli possa riceverne un’impressione della verità, se solo
avesse il coraggio di prendere davvero posizione al riguardo sen-
za pregiudizi, oggi è cosa rara. La scienza dello spirito orientata
antroposoficamente si pone appunto il compito di trovare questo
qualcosa.
Ma non si può arrivare sulle stesse vie per le quali si giunge al-
la scienza esteriore anche a ciò di cui devo parlarvi ora come di
una scienza dello spirito, di una reale scienza dello spirito. Imma-
ginatevi per una volta che qualcuno vi racconti delle vie di ricerca
che ha percorso nel laboratorio di chimica, di fisica, o in clinica,
indagando la natura esteriore. Da un tale ricercatore, che può cre-
dere con una certa ragione di essere divenuto uno specialista nel
suo campo, sentireste di regola che ha percorso le sue vie di ri-
cerca con una certa tranquillità, con una disposizione animica im-
prontata ad una certa equanimità. Non si trova molto di eccitante
sulle vie di ricerca attuali.
Di una tale tranquillità ed equanimità non potrà parlarvi invece
chi vuole comunicarvi qualcosa del percorso sul quale è giunto a
conquistarsi delle conoscenze sull’essere sovrasensibile
dell’uomo. Se deve parlarvi delle esperienze che ha fatto per per-
venire a queste conoscenze dovrà allora parlarvi dei tentativi di
superare sé stesso, di interiori battaglie animiche, di pesanti sfi-
nimenti, del trovarsi ripetutamente di fronte agli abissi del dub-
bio. Dovrà raccontarvi di ciò che ha dovuto superare in abbon-
dante misura, di ciò che ha dovuto attraversare per giungere a ciò
che spiega il vero nucleo essenziale umano sovrasensibile. Perché
sul percorso verso la conoscenza dell’essenza sovrasensibile

40
dell’uomo si giunge veramente soltanto se ci si immedesima in
tutto ciò cui ho accennato, soltanto se sorgono dubbi sulla que-
stione del rapporto fra corpo e anima in modo tale che si provi
qualcosa che può provenire, in realtà, unicamente da una certa
modestia intellettuale – mentre la maggior parte degli uomini in
queste cose oggi non ha affatto alcuna modestia intellettuale, ben-
sì, al contrario, la più spaventosa superbia intellettuale.
Se però ci si sforza davvero di applicarsi con il pensare ordina-
rio, e con tutte le abituali forze animiche che nella vita general-
mente si posseggono, ad accostarsi a queste questioni
sull’essenza di anima e corpo, allora si nota poco a poco che si
deve appunto essere modesti, e che non ci si può avvicinare a
queste questioni con l’abituale pensare umano. E allora, attraver-
so un vivere e un sentire interiori, si arriva poco a poco al punto
in cui ci si dice: con questo abituale pensare e sentire umano ri-
spetto al mondo sovrasensibile ti accade quello che accade al
bambino di cinque anni e alle sue capacità quando, ad esempio,
tiene in mano un volume di poesie liriche. Il bambino con questo
volume di poesie non potrà combinare nulla che corrisponda
all’essenza delle poesie liriche in esso contenute. Dobbiamo pri-
ma sviluppare ulteriormente le sue capacità, e solo allora lui potrà
fare con quel volume di poesie qualcosa che corrisponda
all’essenza di quelle poesie. Così, rispetto alle facoltà di pensiero
e alle forze di conoscenza che si possiedono per la vita abituale,
bisogna dire a sé stessi: con esse non puoi conoscere la vera es-
senza del mondo e del tuo essere; tu fondamentalmente ti trovi di
fronte a questa essenza del mondo e del tuo essere in una condi-
zione tale da poterci combinare così poco come un bambino di
cinque anni con un volume di poesie liriche.
Solo quando si sarà sviluppata nella propria anima questa di-
sposizione, quando si sarà conquistata la modestia intellettuale
necessaria per dire a sé stessi: non puoi fermarti al modo in cui
ora puoi pensare, sentire e volere, solo allora ci si troverà al punto
di partenza del cammino che conduce nei mondi sovrasensibili.
Perché chi ha da dire qualcosa sui mondi sovrasensibili non deve

41
solo parlare di qualcosa di diverso rispetto al mondo esteriore
sensibile abituale, ma deve parlare in maniera diversa. Ma questo
significa che si può diventare ricercatore spirituale solo se dap-
prima si prendono in mano autonomamente le facoltà di cono-
scenza e le capacità di pensiero che si usano per affrontare la co-
mune vita quotidiana e per elaborare la scienza ordinaria esterio-
re. Come il bambino viene educato attraverso l’intervento di altre
persone, come il bambino viene aiutato da altre persone a svilup-
pare le sue facoltà, così bisogna invece prendere in mano auto-
nomamente le proprie interiori facoltà animiche, e anzitutto la
propria facoltà di pensiero, per svilupparle ulteriormente a partire
dal punto di vista al quale il pensare stesso giunge nella vita.
Nel mio libro Come si conseguono conoscenze dei mondi su-
periori ho descritto tutti i particolari – quei particolari da suddivi-
dere sistematicamente, attraverso i quali l’uomo può prendere in
mano autonomamente la sua facoltà di pensiero, attraverso i quali
egli può sviluppare ulteriormente questo pensare rispetto al punto
di vista in cui esso si trova nella vita abituale e nella scienza ordi-
naria esteriore.
Questa sera, a causa del poco tempo a disposizione, potrò e-
sporvi soltanto gli elementi principali della questione. Vi potrò
solo indicare come si può sviluppare ulteriormente il nostro pen-
sare, come lo si prende in mano da soli e lo si porta sempre più
avanti. Per fare questo è condizione preliminare quanto segue:
quando si vuole fare chiarezza sull’essere corporeo esteriore
dell’uomo, si interroga, come ho detto prima, il naturalista. Ora,
queste scienze naturali non devono venire sminuite. Il ricercatore
dello spirito riconosce pienamente i grandi trionfi delle scienze
naturali nei tempi recenti, così come il ricercatore della natura li
può riconoscere da sé. Il ricercatore dello spirito riconosce come
giustificate queste scienze naturali, e sarà un ricercatore spirituale
tanto migliore, quanto più sarà in grado di apprezzare il valore e
l’importanza delle scienze naturali. Ma proprio per questo biso-
gna dire anche un’altra cosa: se si interrogano le scienze naturali
queste ci metteranno di fronte anzitutto a dei limiti conoscitivi.

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Voi tutti sapete che proprio gli avveduti studiosi di scienze natu-
rali parlano di tali limiti della conoscenza. All’uomo che si inter-
roga sull’essenza delle cose, sull’energia, sulla materia, e su cose
simili, vengono presentati certi concetti, vengono offerte certe
rappresentazioni. Questi concetti cambiano di tempo in tempo,
ma sono sempre presenti certi limiti di cui il ricercatore della na-
tura dice: oltre questi limiti non ti puoi spingere. Lo studioso di
scienze naturali fa bene a rimanere in questi limiti nel suo campo
di ricerca. Il ricercatore dello spirito non lo può fare. Però non
può neanche pretendere di oltrepassare questi limiti con qualsivo-
glia mera speculazione, o attraverso il mero fantasticare.
Quando il ricercatore dello spirito si avvicina a ciò che le
scienze naturali non possono conoscere e dove piantano i loro pa-
letti per porre limiti alla conoscenza, qui per il ricercatore dello
spirito iniziano le grandi battaglie animiche interiori. Il ricercato-
re dello spirito deve combattere interiormente con ciò che lo
scienziato della natura pone come fissi concetti di limiti conosci-
tivi. E allora questa battaglia si trasforma in una prima grande e-
sperienza. Mentre combatte egli supera nella sua esperienza inte-
riore questi limiti conoscitivi, e, superandoli, sorge in lui con que-
ste esperienze una conoscenza che è importante, che è di fonda-
mentale importanza per tutto ciò che deve condurre alla
conoscenza della natura umana sovrasensibile. Mentre si dedica a
questa battaglia con i limiti della conoscenza della natura, gli si
rivela quanto singolarmente la natura umana è adatta alla vita. In
effetti il ricercatore dello spirito deve domandarsi a partire dalla
sua esperienza: cosa ti impedisce di indagare l’aspetto interiore
della natura semplicemente con il metodo della ricerca naturale?
Allora scopre una cosa stranissima, vorrei dire, una cosa di una
singolarità sconvolgente: se la natura fosse trasparente in modo
da non porci dei limiti alla sua conoscenza, allora noi uomini,
nella nostra vita fra nascita e morte, non possiederemmo una qua-
lità di cui abbiamo assolutamente bisogno per la nostra esistenza
sociale in questa vita. Se l’uomo potesse scrutare nell’intima es-
senza della natura, allora dovrebbe privarsi della forza animica

43
dell’amore! Tutto ciò che chiamiamo amore da uomo a uomo, che
chiamiamo amore e sentimento fraterno fra uomo e uomo, che
arde nell’anima quando andiamo incontro all’altro uomo nella
nostra vita sociale, non lo potremmo avere se la natura non po-
nesse dei limiti alla nostra conoscenza della natura stessa.
Questa è una verità che non si può provare logicamente. Pro-
prio come non si può provare logicamente che esista o non esista
una balena – ci si può convincere solo vedendola con i propri oc-
chi –, così non si può dimostrare che ci si dovrebbe privare
dell’amore se la conoscenza della natura non avesse alcun limite.
Ma questa si presenta come esperienza a chi lotta veramente per
giungere alla conoscenza spirituale. Allora si vede quali segreti
nasconda la nostra esistenza umana. Uno di questi segreti è quello
per il quale l’uomo debba pagare la sua limitata conoscenza della
natura con il fatto di sviluppare amore. E viceversa: deve pagare
la sua capacità di amare con il fatto di non possedere in un primo
momento una conoscenza illimitata della natura.
Ma la cosa ci mostra anche ciò che deve superare chi vuole
appunto davvero penetrare nel mondo spirituale al quale l’essere
umano stesso appartiene con il suo più intimo nucleo essenziale.
Uno dei principi assolutamente fondamentali da rispettare sulle
vie che conducono alla conoscenza dell’uomo sovrasensibile e
dei mondi sovrasensibili è che si rendano la capacità di amare e la
dedizione a tutti gli esseri del mondo ancora più grandi di quanto
non lo siano nella vita ordinaria tra nascita e morte, affinché non
si perda la facoltà di amare mentre si è impegnati a sviluppare
sempre più il proprio pensare in modo tale che divenga diverso da
come è nella vita abituale. Deve essere una preparazione per il
percorso di conoscenza spirituale il fatto di rendersi molto più ca-
paci, ancora più capaci d’amore di quanto si debba già esserlo per
l’abituale vita sociale. In effetti si nota poco a poco che si cono-
sce il mondo nella propria intera e piena natura umana, fintanto
che si è immersi nel corpo fisico, solo attraverso l’amore, e non
attraverso alcun altro metodo di ricerca.

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Però, quando si vuole penetrare nel mondo spirituale si deve
allo stesso tempo elevare noi stessi il pensiero più di quanto esso
non faccia da solo nella natura umana. La cosa si raggiunge co-
stringendosi a svolgere in modo del tutto sistematico certi interio-
ri compiti animici, certe interiori attività animiche, che altrimenti
nella vita si svolgerebbero solo incidentalmente. Oggi posso dirvi
solo in un piccolo frammento ciò che trovate dettagliatamente de-
scritto nel mio libro Come si conseguono conoscenze dei mondi
superiori, ma posso almeno accennare su cosa si basi questo svi-
luppo superiore del pensiero umano.
Sapete che quando qualcosa ci stimola dall’esterno dirigiamo
su di esso la nostra attenzione. Se sentiamo un rumore, svilup-
piamo interesse per ciò che accade nella direzione del rumore.
Avere interesse per qualcosa, dirigere attenzione su qualcosa sono
dunque attività animiche interiori che nell’uomo, di regola, ven-
gono stimolate dal mondo esteriore. Nel percorrere una via di co-
noscenza spirituale la cosa importante è che si usino volontaria-
mente forze come quelle che servono per prestare attenzione o
per provare interesse, dedicandoci, ad esempio, a lungo, molto a
lungo in meditazione, ad una rappresentazione, mettendo tutta la
nostra anima in questa rappresentazione. Chiaramente nel corso
abituale e naturale della vita si perde l’attenzione, l’interesse per
questa rappresentazione. Quando, però, ci si immedesima volon-
tariamente e con tutta l’anima in una tale rappresentazione, e si
rimane in essa in modo tale da mantenere dall’interno
l’attenzione che minaccia di estinguersi, da mantenere
dall’interno l’interesse quando minaccia di spegnarsi, a seconda
di quanto a lungo ci si immerge in questa rappresentazione – e
continuando a ripetere questo esercizio – allora si rafforza il pen-
sare; il pensare diviene qualcosa di completamente diverso da
quello che era prima. E allora si giunge di fatto a sviluppare un
pensare che è colmo di attività interiore, ma per raggiungere il
quale ci si deve impegnare come ci si impegna per un lavoro ma-
nuale esteriore. Si giunge ad un pensare che nei confronti del
pensare abituale si comporta come il pensare abituale fa con il

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pensare del bambino di cinque anni messo di fronte a delle poesie
liriche. Però si giunge ad un pensare di cui si dice a sé stessi: se lo
si è raggiunto è perché si è dovuto applicare a questo doverlo
raggiungere un interiore sforzo fisico che ha coinvolto veramente
anche l’elemento corporeo materiale, che comunque partecipa
all’esercizio, con tale intensità che lo si percepisce come un affa-
ticamento derivato da un duro lavoro esteriore al quale ci si sia
dedicati per anni. Se si impara a riconoscere che ci si può guada-
gnare qualcosa nella sfera dell’anima che costa tanta fatica come
il tagliare la legna, allora si giunge ad afferrare nella propria ani-
ma il pensare vivente, mentre il pensare abituale ora accompagna
più i fenomeni esteriori, le esperienze esteriori. Provate a riflette-
re su come pensate, in realtà, nella vita abituale: nella vita abitua-
le sbrigate il vostro lavoro mentre il pensiero procede sognante
accanto alla vita esteriore. Se ad un certo punto sforzate questo
vostro pensare nel leggere un libro difficile, allora noterete que-
sto: se il pensare vuole essere veramente attivo interiormente de-
ve stancare come una qualsiasi attività fisica esteriore. Ma ciò che
viene sviluppato come attività dall’interno deve essere portato
sempre più avanti con il pensiero, e, quando ciò accade, allora si
nota che nel pensare avviene un grande cambiamento. Allora si
impara a conoscere qualcosa di cui prima non si aveva alcun pre-
sentimento: si impara a conoscere che si vive in un pensare di cui
il pensare abituale è solo un’immagine riflessa, una copia: si arri-
va a conoscere un pensare che vive interiormente, un pensare che
è del tutto indipendente dallo strumento del cervello, dallo stru-
mento del corpo. Per quanto la cosa possa apparire all’umanità at-
tuale grottesca, paradossale, o forse pazzesca, questo è quello che
l’uomo, sulla via che trovate descritta nel mio libro Come si con-
seguono conoscenze dei mondi superiori, può giungere a sapere
con assoluta chiarezza: mentre pensi, mentre sviluppi l’attività
animica del pensare, vivi al di fuori del corpo con il tuo pensare,
mentre il pensare abituale è legato allo strumento del corpo, al si-
stema nervoso. E si arriva anche a conoscere chiaramente quanto
poco l’essere animico interiore che in questo modo si afferra nel

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proprio pensare è legato allo strumento del cervello. Ma in realtà
non si sviluppa ancora questo interiore essere animico, se ne fa
solo la conoscenza. Non vi parlo di qualcosa che oggi viene svi-
luppato di nuovo, bensì della conoscenza dell’uomo sovrasensibi-
le. Si impara a riconoscere a quale grande errore si abbandonino
la scienza naturale ordinaria e l’opinione popolare esteriore nei
confronti del pensare, proprio nella nostra epoca materialistica.
Il pensiero scientifico materialistico dice: il cervello è lo stru-
mento del pensare. Ma questo è un errore simile a quello per il
quale, se si vedessero su un sentiero di campagna reso molle dalla
pioggia delle tracce di carro, o delle orme di passi umani si pen-
sasse – ad esempio – che siano state provocate da delle forze che
agiscano da sotto terra. Naturalmente questa sarebbe una follia.
Non potete riconoscere dalla struttura del terreno come siano sorti
i solchi. Dovrete ammettere che di là sia passato un carro, che su
quel terreno siano passati degli uomini a piedi, e che tutto questo
traffico si sia impresso con delle orme nel terreno. Allora, quando
conoscete veramente il pensare indipendente dal corpo, arrivate
anche a comprendere l’errore che le scienze naturali fanno nei
confronti della vita dell’anima umana. Allora arriverete a cono-
scere che i solchi nervosi che si trovano nel cervello non possie-
dono delle forze proprie dentro il cervello che producano
l’elemento animico; arriverete invece a conoscere che tutti questi
solchi sono scavati – come vengono scavati solchi nella terra
molle da carri e passi –, che questi solchi sono impressi nel cer-
vello dall’attività dell’anima indipendente dal corpo. E ora capite
anche l’errore che può nascere nelle scienze naturali. Per tutto ciò
che viene impresso dall’attività dell’anima nascono tali solchi nel
cervello; potete seguirli tutti; e ciò non è sorto a partire dal corpo,
ma viene impresso nel corpo.
Non è però sempre facile afferrare questa essenza di attività.
Per gettare anche solo un breve sguardo a questo pensiero umano
indipendente dal corpo c’è bisogno in effetti di ciò che si potreb-
be chiamare presenza di spirito, perché un tale lampeggiare inte-
riore dello spirituale nella nostra visione abituale non dura a lun-

47
go. Ci si può preparare bene – troverete che se ne parla anche nel
mio libro Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori –
già sviluppando nella vita ordinaria ciò che può chiamarsi pre-
senza di spirito, la capacità di orientarsi rapidamente in varie si-
tuazioni, e la possibilità di agire velocemente in una situazione.
Man mano che si sviluppa in sé sempre più questa qualità, ci si
prepara a vedere ciò che può apparire dal mondo spirituale, so-
vrasensibile, e che l’uomo solitamente non vede perché, quando
compare, egli non riesce a trovare abbastanza velocemente la pre-
senza di spirito necessaria; perché non riesce a scorgerlo prima
che sia passato. Ma se si impara in questo modo veramente a
scrutare all’interno del mondo spirituale, se si impara a riconosce-
re ciò che vive nell’uomo e che può venire afferrato in questo
modo da un pensare sviluppato, allora non si guarda solo dentro
la vita umana abituale quotidiana, ma si acquisisce una prospetti-
va del tutto diversa.
C’è una caratteristica che questa conoscenza spirituale non
possiede: non la si può ricordare nel senso abituale. Chi vuole
raccontarvi qualcosa del mondo spirituale deve sempre ricreare le
condizioni per contemplarlo. Non può semplicemente sviluppare
il ricordo di una sua precedente contemplazione spirituale. Ma,
seppure quella conoscenza spirituale scorra via veloce come un
sogno sfuggente che viene presto dimenticato, essa mantiene
sempre in sé una memoria carica di significato. E a questo punto
si deve dire qualcosa che deve toccare gli uomini del presente in
maniera del tutto naturale nel modo più peculiare possibile. Ma
gli uomini del presente sono già stati toccati più che sicuramente
in modo peculiare anche quando è stato loro detto che su in cielo
non ci sono solo punti luminosi, ma che innumerevoli mondi so-
no sparsi nello spazio! Per quanto gli uomini secoli fa non fossero
tanto propensi a credere subito a questa cosa, ma si siano poi abi-
tuati all’idea fino al punto che oggi per loro è una cosa scontata,
così oggi potrà certamente apparire insolito ciò che il ricercatore
dello spirito presenta come frutto di un’esperienza che scaturisce
dallo sviluppo del proprio pensare, ma questo dovrà costituire una

48
conoscenza ovvia nei prossimi secoli. E sarà compito del nostro
tempo che gli uomini sviluppino comprensione per un tale am-
pliamento del conoscere umano e della concezione umana. Nel
momento in cui l’uomo possiede un pensiero interiormente viven-
te e sa che con questo pensiero è indipendente dal corpo, egli
guarda indietro – non potendo avere in questo momento la memo-
ria abituale – alla vita animico-spirituale che ha vissuto in un
mondo puramente spirituale prima di unirsi, attraverso la nascita
o il concepimento, con un corpo fisico umano e di discendere così
da un mondo spirituale nel mondo sensibile. Il suo sguardo si e-
stende ora al di là della vita che vive a partire dalla nascita; la vita
si amplia nella visione del mondo spirituale da cui siamo discesi
alla nostra esistenza fisica.
Questo conferisce nuova importanza anche a tutta la nostra vi-
ta sociale. Nella vita sociale entriamo in relazione con questa o
quella persona. Per una sorge una veloce simpatia, un’altra non la
troviamo così immediatamente simpatica. In questa vita tra nasci-
ta e morte sorgono le relazioni più disparate tra le persone. Se in
quanto ricercatore dello spirito si impara a riconoscere la vita
come prima ho accennato, si troverà allora che ciò che ci attira in
una persona e ciò che ci sorprende più o meno intensamente in
un’altra, in breve ciò che si presenta nelle relazioni con gli altri, è
il risultato di ciò che abbiamo vissuto con altre anime in un altro
mondo prima che noi e loro fossimo discesi in questa esistenza fi-
sica. Tutto ciò che viviamo nel mondo fisico diviene per noi im-
magine delle esperienze vissute nel mondo spirituale. Così, sulla
base dello sforzo auto-conoscitivo che fa l’anima umana, in que-
sta nostra epoca potrà risorgere la contemplazione dei mondi spi-
rituali a partire da questo mondo fisico materiale.
Ci saranno oggi certamente molte persone che non potranno ri-
trovarsi in una tale visione. Ma su tali uomini si possono avere i
seguenti pensieri. Quando in Germania venne costruita la prima
ferrovia si riunì un collegio di medici e di altri esperti che doveva
decidere se si dovessero o no costruire ferrovie. Allora questi e-

49
ruditi signori espressero il giudizio1 che non si dovessero assolu-
tamente costruire ferrovie perché il viaggiare sarebbe stato dan-
noso per la salute, e solo dei pazzi avrebbero voluto viaggiare in
treno. In ogni caso si sarebbe dovuto erigere un alto tramezzo di
assi affinché coloro vicino ai quali passasse la ferrovia non subis-
sero commozioni cerebrali. – Oggi ci sono uomini che, detto me-
taforicamente, credono che si ricevano danni cerebrali quando il
ricercatore dello spirito parla delle conoscenze del mondo sovra-
sensibile. Ma l’evoluzione del tempo supererà questi pregiudizi
come ne ha superati tanti altri.
Ciò che vi ho descritto è un modo in cui si passa dal mondo fi-
sico al mondo sovrasensibile. Si deve combattere con i limiti del-
le scienze naturali. Ma ci si troverà di fronte ad un altro limite an-
cora se si vuole giungere ad entrare nei mondi spirituali e se si
vuole arrivare a comprendere l’essenza sovrasensibile dell’essere
umano. Non appena si giunge ai confini dell’esteriore conoscenza
della natura si pervenire necessariamente anche ai confini della
conoscenza del proprio essere.
Moltissime persone che disperano di poter trovare soddisfa-
zione per la vita interiore della loro anima attraverso le loro anti-
che tradizioni religiose si rivolgono alla cosiddetta mistica cre-
dendo che, immergendosi sempre più profondamente nella loro
anima, si rivelerà loro l’intima vita dell’anima, la loro natura u-
mana. Molte persone credono che spossa sgorgare misticamente
ciò che è la loro vera essenza umana. Il ricercatore dello spirito
deve sperimentare anche questo limite conoscitivo. Deve poter
essere un mistico come anche coltivare la conoscenza della natu-
ra. Ma come non può limitarsi alla conoscenza della natura, così
egli non può rimanere fermo alla mistica. Deve imparare come at-
traverso la sola mistica non si giunga a null’altro che a illusioni
sull’essere umano sovrasensibile e non ad una reale conoscenza
di questo essere umano sovrasensibile. Colui che è un vero ricer-
catore dello spirito non è affatto un illusionista. Non si abbandona
1
Vedi R. Hagen, Die erste deutsche Eisenbahn (La prima ferrovia tedesca),
1885, pagina 45.

50
a nessun inganno su ciò che deve riconoscere come realtà. Per
questo non mira affatto, come invece fa il tipico mistico, a tirare
fuori dalla propria interiorità come per incanto ogni sorta di fan-
tasticherie. No, egli sa per certo questa cosa: lottando con la pro-
pria interiorità e riuscendo a superare sé stesso in questa battaglia,
egli sa che ciò che i mistici trovano non è in fondo null’altro che
quello che sin dalla nascita ha impressionato le loro anime. Lo
hanno forse registrato oscuramente, magari non è arrivato del tut-
to chiaramente alla loro percezione, ma si è certamente depositato
nella loro memoria.
Anche la ricerca condotta dalle scienze naturali in questo cam-
po ha fatto delle interessantissime osservazioni. Ve ne voglio co-
municare brevemente una che è elencata nella letteratura sulle
scienze naturali2 ma potrebbe venire replicata cento, mille volte.
Una volta un ricercatore naturalista passa accanto alla vetrina di
una libreria. In quell’attimo il suo sguardo cade su un libro. E
mentre ne vede il titolo gli scappa da ridere. Pensate, a un ricerca-
tore naturalista scappa da ridere quando vede un libro dal titolo
serio! Egli non si spiega perché gli viene da ridere. Allora chiude
gli occhi perché pensa che così, senza la distrazione delle impres-
sioni esterne, riuscirà a capirlo. Chiudendo gli occhi sente in lon-
tananza ciò che prima, distratto dalle impressioni esterne, non a-
veva sentito: un organetto. E, continuando ad indagare, viene fuo-
ri che l’organetto suona una melodia sulla quale egli una volta
aveva danzato. All’epoca la cosa non aveva fatto una grande im-
pressione su di lui, si era interessato più alla ballerina, oppure ai
passi di danza. L’impressione che la melodia fece su di lui in quel
momento era debole, eppure abbastanza forte da ripresentarsi più
tardi nella sua vita quando il ricercatore sentì la stessa melodia
suonata dall’organetto!

2
Vedi Louis Waldstein: Das unterbewusste Ich und sein Verhältniss zu Ge-
sundheit und Erziehung (L’io subconscio e il suo rapporto con salute e educa-
zione), Wiesbaden, 1908. Confronta Rudolf Steiner, Das Ewige in der Men-
schenseele. Unsterblichleit und Freiheit (L’eterno nell’anima umana. Immorta-
lità e libertà), O.O. 67, Dornach 1962, pag. 291 e seguenti.

51
Il ricercatore dello spirito conosce molto bene queste cose e la
loro natura, perché non si abbandona a nessuna illusione. Egli sa
che quando un mistico afferma di sperimentare l’uomo divino
nella sua interiorità, e di sentire qualcosa che lo fa entrare in co-
munione con il suo essere eterno, ciò che sperimenta in realtà so-
no le “note dell’organetto”. In un qualche momento della sua vita
egli ha accolto in sé qualcosa che si è trasformato – perché queste
cose si trasformano – ed è poi affiorato come reminiscenza. Sul
percorso della mistica abituale non trovate null’altro che ciò che
avete accolto in voi in una qualche occasione del passato, e potete
darvi alle più spaventose illusioni se volete essere dei meri misti-
ci.
Sono proprio questi i limiti che il ricercatore dello spirito deve
superare. Si arriva allora a conoscere attraverso l’esperienza ciò
che non si può dimostrare “logicamente”, ma che, per il ricercato-
re dello spirito, emerge come conoscenza vissuta, come esperien-
za vissuta: si impara a riconoscere che non è possibile arrivare a
conoscere sé stessi scrutando dentro di sé, perché, se fosse possi-
bile afferrarsi interiormente in questo modo, verrebbe a mancare
all’essere umano una forza animica che invece è necessaria per la
vita ordinaria. Se si ci potesse afferrare interiormente scrutando
dentro sé stessi, allora nella vita abituale non si potrebbe avere la
forza della memoria, la forza del ricordo. E il fatto che la forza
della memoria, la forza del ricordo sia sana, dipende soprattutto
dal fatto di essere noi stessi sani nella nostra vita animica. Se la
nostra memoria e i nostri ricordi sono disturbati, l’io stesso è di-
sturbato, e compare una terribile malattia animica. Pertanto dob-
biamo dire questo: come l’uomo per avere in sé la facoltà
dell’amare deve sperimentare dei limiti nella sua conoscenza del-
la natura, così, per avere in sé la facoltà della memoria deve tro-
varsi nell’impossibilità di pervenire alla più alta essenza umana
solo attraverso lo sguardo interiore.
Ora però si può anche fare in modo che questa capacità mne-
monica sia inserita nella natura umana in maniera più solida che
nella vita abituale, cosa che può appunto accadere se si praticano

52
gli esercizi che ho descritto nel mio libro sopra citato. Facendo
ogni sera l’esercizio in cui si ripercorrono gli accadimenti della
giornata, rappresentandoseli molto chiaramente in forma di im-
magine, in modo tale da rivedere sempre la propria vita quotidia-
na come ci detta questo esercizio, allora tutto ciò che ha a che fa-
re con la memoria si fissa in maniera più solida nell’anima di
quanto avvenga altrimenti. E poi, per dirla grossolanamente, si
può tentare di fare quell’esercizio che consiste nel fatto di porre
mano coscientemente all’educazione delle proprie abitudini,
all’educazione del proprio io. Pensate a come ci trasformiamo di
settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, di de-
cennio in decennio! Osservate voi stessi, guardate come siete og-
gi nella vostra costituzione animica e confrontatela con come e-
ravate dieci, venti anni fa. Vedrete che l’uomo percorre
un’evoluzione, ma si sviluppa inconsciamente, è la vita che lo fa
sviluppare.
Come è possibile passare ad una cosciente elevazione del pro-
prio pensare, nel modo descritto nel mio libro succitato, così si
può passare ad un’auto-educazione cosciente notando continua-
mente quello che si fa male e che si deve imparare dalla vita. Così
si può prendere nelle proprie mani lo sviluppo della propria vo-
lontà come si è messo mano allo sviluppo del proprio pensiero.
Quando si prende nelle proprie mani in tal modo l’evoluzione
della volontà si sviluppa allora qualcosa che, per così dire, illu-
mina la sfera della volontà solitamente oscura in cui ci si trova a
vivere abitualmente: si sente tutto ciò che si percepisce come vo-
lontà come compenetrato da pensieri. Si è, in un certo senso, gli
spettatori del proprio volere e del proprio agire. Se si arriva ad es-
sere spettatori del proprio volere e del proprio agire in maniera
così concreta, così afferrabile dal punto di vista animico-
spirituale, allora ciò che qui si acquisisce come superiore facoltà
di volontà si incontra con ciò che prima si è sviluppato come su-
periore attività di pensiero. Ed ora compare un’altra facoltà: ora si
scorge nella propria essenza umana qualcosa che appare così in-
dipendente da ogni tipo di attività corporea che si dice a sé stessi:

53
questa cosa che tu porti in te la porti oltre la soglia della morte fi-
no nel mondo spirituale. Attraverso la coltivazione della volontà
si arriva a conoscere la vita spirituale che l’uomo vive dopo la
morte, mentre attraverso la coltivazione del pensiero si arriva a
conoscere la vita spirituale che l’uomo ha vissuto prima della na-
scita o prima del concepimento. Vedete, la ricerca spirituale non
può parlare in maniera abituale dell’essenza sovrasensibile
dell’essere umano, ma deve raccontare come si fa l’esperienza
dell’osservare la vita umana che si trova prima e dopo la morte.
Mentre si penetra così nel mondo, nella propria essenza uma-
na, anche la vita sociale ci viene incontro in una forma nuova. Si
osserva come si vive questa o quella esperienza insieme agli altri,
come si entra in vari tipi di relazione con gli altri, come si stringe
amicizia con gli alti, o come, attraverso diversi tipi di rapporti, ci
si unisce o divide dagli altri nel mondo. Si impara a riconoscere
che tutto ciò che avviene nel mondo fisico-sensibile è solo
l’inizio di qualcosa che continua a svilupparsi quando si varca la
soglia della morte. Le relazioni animiche che si allacciano sulla
Terra fra uomo e uomo trovano la loro continuazione quando
l’uomo passa attraverso la porta della morte. La vita che continua
nella morte diviene una realtà del tutto concreta, e noi sappiamo
di essere uniti anche oltre la morte a coloro con i quali ci sappia-
mo uniti attraverso le nostre relazioni qui nell’esistenza sensibile.
Queste sono cose che oggi agli uomini appaiono ancora strane,
ma che devono essere portate a compimento come compiti che
fanno parte della cultura della nostra epoca. Se lo saranno, allora
finalmente si presenterà di fronte agli uomini qualcosa di total-
mente diverso. Allora l’uomo conoscerà in una luce totalmente
diversa ciò che oggi chiama evoluzione dell’umanità, ciò che og-
gi chiama storia. Se si sviluppano facoltà come quelle di cui ho
parlato, allora si guarderà dentro l’aspetto storico dell’umanità in
modo diverso da come fa la “fable convenue” che oggi viene
chiamata storia e che in futuro dovrà divenire qualcosa di total-
mente diverso. Alla fine della mia esposizione voglio darvi un e-

54
sempio per mostravi come l’uomo del futuro dovrà penetrare in
prima persona nello sviluppo storico dell’umanità.
Non si nota abitualmente, ma in un preciso momento storico
dell’epoca moderna si è presentata una grande svolta per
l’evoluzione dell’umanità. Fu alla metà del quindicesimo secolo.
Si dice di solito che la natura non fa salti. Questa è
un’affermazione alla quale generalmente si crede, sebbene sia fal-
sa. La natura fa continuamente dei salti. Osservate ad esempio lo
sviluppo di una pianta, come da una foglia si sviluppa il fiore con
stami e pistilli, e alla fine il frutto! Allo stesso modo anche la vita
storica fa dei salti. E uno di questi salti che non si nota perché si
osserva la storia in modo del tutto esteriore, si è verificato alla
metà del quindicesimo secolo. Lo sguardo umano ampliato supe-
ra, oltre alle esperienze che si vivono tra nascita e morte, anche
quello che si presenta nella storia esteriore, nei fatti esteriori, e ar-
riva a penetrare nello spirito dell’agire storico. E così, a questo ti-
po di sguardo umano ampliato si mostra che a partire dalla metà
del quindicesimo secolo viviamo in un epoca che durerà ancora a
lungo, e che seguì ad un’altra epoca che era iniziata nell’ottavo
secolo avanti Cristo ed è durata sino alla metà del quindicesimo.
All’epoca che va dall’ottavo secolo avanti Cristo fino al quindi-
cesimo secolo dopo Cristo appartiene tutto ciò che fu l’eccellente
cultura greca con la sua bellezza, e anche tutto quello che furono
la cultura romana e le ripercussioni della grecità, l’uomo era ca-
pace di evoluzione in un modo del tutto diverso da oggi. Ve lo
posso chiarire nella seguente maniera. Pensate un attimo a com’è
l’uomo negli anni prima che si verifichi il cambio dei denti attor-
no al settimo anno d’età, e a come questo evento sia qualcosa di
epocale nella sua vita. Potete leggere di più nel mio piccolo scrit-
to L’educazione del bambino dal punto di vista della scienza del-
lo spirito3. Vedrete cosa significhi veramente, per un osservatore
più attento della natura umana, ciò che il bambino attraversa con
il cambio dei denti. Vi è un parallelismo fra lo sviluppo esteriore
3
in Luzifer Gnosis, gesammelte Aufsätze 1903-1908 (Luzifer-Gnosis. Raccolta
di saggi 1903-1908), O.O. 34, edizione unica, Dornach 1985.

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del corpo e lo sviluppo interiore dell’anima. Successivamente vi è
poi un altro momento di sviluppo nel periodo della maturità ses-
suale attorno al quattordicesimo, quindicesimo anno. Allora il pa-
rallelismo fra corpo e spirito diviene meno chiaro, ma dura per
l’umanità presente fino circa al ventisettesimo anno di età. Al
ventisettesimo anno si smette di sentire fortemente questa rela-
zione fra lo sviluppo animico-spirituale e lo sviluppo corporale. Il
fatto singolare per cui l’uomo conclude il suo sviluppo fisico cor-
poreo nel ventisettesimo anno di età è spuntato fuori soltanto a
partire dalla metà del quindicesimo secolo. Nel periodo preceden-
te le cose stavano diversamente. Ciò che qui si può riconoscere
attraverso la scienza dello spirito è una verità dell’evoluzione
umana infinitamente importante. Nell’epoca greca e in quella ro-
mana l’uomo si trovava inserito nel suo sviluppo in modo tale da
vivere un parallelismo fra il suo sviluppo corporeo e quello ani-
mico-spirituale fino al trentatreesimo, trentacinquesimo anno di
età. Il greco sviluppava caratteristiche simili al cambio dei denti e
alla maturità sessuale, anche se non con la stessa forza, sin dentro
ai suoi trent’anni. Questo costituiva quella singolare armonia di
animico e corporeo che era caratteristica dei greci. Lo sviluppo
della storia dell’umanità ci mostra il fatto che l’umanità ha sem-
pre meno anni di giovinezza, sempre meno di quanto negli anni
della gioventù lo emancipava dalla sua parte fisico-corporea. La
cosa però comporta una posizione del tutto diversa dell’elemento
animico-spirituale nell’uomo rispetto all’essere del mondo. Nel
lungo periodo dall’ottavo secolo avanti Cristo fino al quindicesi-
mo secolo dopo Cristo l’uomo sviluppava più un intelletto istinti-
vo, una vita di sentimento istintiva. Tutto ciò che vive in questo
periodo è ricolmo di questa vita istintiva di intelletto e sentimen-
to. Ma dalla fine del quindicesimo secolo l’uomo ha sviluppato
una vita di intelletto e di sentimento più cosciente e con ciò anche
l’esigenza di porsi in una prospettiva di libertà nell’evoluzione
della personalità. Questa esigenza della natura umana di impron-
tare la propria evoluzione personale in chiave di libertà si svilup-
pa nella storia solo a partire dalla metà del quindicesimo secolo.

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Questo spiega anche la diversità con cui i grandi eventi storici
si inseriscono nell’evoluzione dell’umanità a seconda che si veri-
fichino nell’una o nell’altra epoca. Nell’epoca che ha preceduto la
nostra, in cui l’uomo era rimasto capace di sviluppo fisico-
corporeo fino nei suoi trent’anni, nel primo terzo di quest’epoca
si verificò il più grande evento dell’evoluzione terrestre,
quell’evento che da solo conferisce in realtà all’evoluzione terre-
stre il suo vero senso, l’evento del mistero del Golgota, la fonda-
zione del Cristianesimo. Nel primo terzo dell’epoca greco-latina
si verifica ciò che è come l’evento centrale dell’intera evoluzione
umana sulla Terra. Per il tipo di epoca in cui questo evento si è
inserito nell’evoluzione dell’umanità, nel periodo in cui erano
presenti forze intellettuali istintive e istintive forze di sentimento,
esso poté venire compreso dall’umanità soltanto in modo ingenu-
o. Proprio sulla base di queste forze istintive gli uomini in
quell’epoca hanno potuto porsi nel modo giusto rispetto a questo
grande evento, proprio perché non si sono comportati rispetto ad
esso in modo cosciente, ma in modo ingenuo. Hanno detto a sé
stessi: qui non accade solo qualcosa che viene compiuto dagli
uomini; qui ha fatto irruzione nell’evoluzione umana un qualcosa
di sovrumano. Il Cristo, l’Essere Sovrumano, si è congiunto con
il corpo di Gesù di Nazareth. Ciò che è accaduto sul Golgota co-
me fatto fisico è solo l’espressione esteriore di qualcosa di so-
vrannaturale che è avvenuto nell’evoluzione della terra.
In quell’epoca lo si poteva comprendere dunque istintivamen-
te. Le cose sono cambiate dalla metà del quindicesimo secolo.
Dalla metà del quindicesimo secolo le forze di intelletto e senti-
mento istintivi si sono trasformate in forze di intelletto e di sen-
timento coscienti. Questo ha portato la possibilità di sviluppare le
scienze naturali fino all’alto grado a cui esse oggi sono giunte, ma
ha prodotto anche lo sviluppo industriale esteriore e il materiali-
smo di questa epoca come corollario necessario affinché fosse
posto in primo piano lo sviluppo della personalità in chiave di li-
bertà. Ma questo materialismo verrà a sua volta superato quando
si cercherà l’accesso ai mondi spirituali nel modo nuovo che oggi

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ho descritto. L’età è divenuta materialista nell’epoca in cui dalla
precedente anima istintiva si è sviluppata nell’essere umano
l’anima cosciente. A quel punto al materialismo esteriore si è ag-
giunto anche il materialismo della teologia. Pensate a come in
molti ambienti persino la teologia, la visione stessa della religione
sia stata afferrata dal materialismo, e a come l’uomo nell’epoca
dell’anima cosciente sia divenuto incapace di riconoscere
nell’evento del Golgota un evento sovrasensibile, e a come è arri-
vato sempre più a ridurlo al livello di un evento meramente sen-
sibile; e pensate infine a quanto l’uomo sia diventato orgoglioso,
a come persino parecchi teologi siano diventati orgogliosi del fat-
to di non vedere più nel Cristo l’essere sovrasensibile che discese
nel corpo di un uomo sulla Terra, bensì di vedere solo “il sempli-
ce uomo di Nazareth”, che se da una parte certamente è più gran-
de degli altri uomini, è comunque pur sempre solo un uomo.
L’era materialista non ha ancora compreso che nel Mistero del
Golgota, nella morte e resurrezione del Cristo si trova di fronte a
noi il più grande evento dell’evoluzione del mondo e
dell’umanità. La religione stessa è stata materializzata. La sem-
plice fede confessionale non sarà in grado di arrestare questa ma-
terializzazione della religione. Questa materializzazione potrà es-
sere fermata soltanto dalla cosciente conoscenza dello spirito di
cui oggi ho parlato, e allora la religione si eleverà nuovamente al-
la conoscenza che in Gesù di Nazareth visse un essere divino e
sovrasensibile che da quel tempo si è unito all’evoluzione
dell’umanità. Il mistero del Golgota verrà posto nuovamente
all’interno dell’orizzonte delle umane concezioni del mondo dalla
scienza dello spirito orientata antroposoficamente, ma vi verrà
posto in modo tale da far sparire la meschinità delle singole con-
fessioni.
Ciò che si svilupperà come visione spirituale dell’uomo sovra-
sensibile, come vi ho mostrato oggi, renderà possibile che ciò vi-
va in ogni uomo su tutta la terra senza differenza di razza e di po-
polo. Ma a partire da quel momento verrà trovato anche l’accesso
al mistero del Golgota e tutti gli uomini su tutta la terra capiran-

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no, impareranno a comprendere questo evento del Cristo. In que-
sto nostro tempo ci si infervora – e lo si fa così facilmente – par-
lando della cosiddetta società delle nazioni; si fantastica su questo
nello stesso modo utopistico con cui questa idea è nata nella testa
di Woodrow Wilson4, che ha un tipo di pensiero totalmente astrat-
to. Una società delle nazioni non potrà nascere in questo modo.
Essa ha bisogno di fondamenta di realtà, e queste devono prove-
nire dal più profondo dell’anima umana. Creare queste fonda-
menta è il compito del nostro tempo. Solo in questa facoltà
dell’anima che conduce sulla via della conoscenza dell’uomo so-
vrasensibile ed unisce gli uomini su tutta la Terra, solo attraverso
una tale conoscenza che può guardare all’evento-Cristo come ad
un evento sovrasensibile, solo in tale impulso che agisce sui po-
poli, e che attraverso i popoli oltrepassa tutti i confini si trova la
forza reale per una vera futura unione fra i popoli sulla Terra. E
quindi il Cristianesimo deve porre le sue nuove radici nella cultu-
ra dell’uomo.
Questo vi indica l’altro lato di ciò che ho detto nella scorsa
conferenza. Vi indica quel lato che corrisponde all’interiore vita
animica umana che, una volta che l’uomo se ne sia lasciato ri-
colmare, tornerà ad accendere impulsi sociali nell’umanità. Per
accogliere questa scienza dello spirito non vi è bisogno di alcuna
fede nell’autorità, come accade invece per i risultati di ricerca
scientifica prodotti in altri ambiti quali, ad esempio, l’astronomia
con l’osservazione delle stelle, o la medicina con i suoi studi sulla
costituzione fisica dell’uomo. I risultati della ricerca scientifica in
quegli ambiti devono venire accolti sulla base dell’autorità, se
non si vuole diventare in prima persona astronomo o medico e
4
1856-1924, Professore di giurisprudenza e scienze dello Stato a Princeton,
1913-1921, Presidente degli Stati Uniti d’America, condusse la guerra contro il
Reich tedesco e poco dopo fu rieletto come “presidente della pace”. Negli ul-
timi 14 punti del suo messaggio dell’otto gennaio 1918 propose la creazione di
una Lega delle Nazioni. Su proposta anglo-americana venne deciso lo statuto
della Società delle Nazioni alla conferenza di pace del 1918, e su pressione di
Wilson venne recepita nelle singole conferenze di pace. Il desiderio della
Germania di divenirne parte con le potenze vincitrici venne respinto.

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così via. Ciò che invece vi comunica il ricercatore dello spirito
non dovete crederlo sulla base dell’autorità. Non dovete neanche
essere voi stessi in prima persona dei ricercatori dello spirito,
proprio come non è necessario essere pittori per comprendere la
bellezza di un quadro. Potete accogliere la scienza dello spirito
sulla base del vostro sano intelletto umano senza essere voi stessi
ricercatori dello spirito, a patto di spazzare via i pregiudizi che si
sono sviluppati a partire dal materialismo attuale. Poiché tutto ciò
che è scienza dello spirito è predisposto nelle fondamenta
dell’anima umana, esso può essere compreso senza fede
nell’autorità. E questo comprendere, questo avere fiducia nelle ri-
velazioni della scienza dello spirito è qualcosa che deve entrare a
far parte dei compiti della nostra epoca. E allora la nostra epoca
conoscerà un rinnovamento. Allora a quest’epoca verrà dato il
fermento per ciò che dovrà assumere un ruolo essenziale nella
fondazione esteriore di una nuova costruzione.
Perché che cosa vediamo quando cerchiamo di comprendere
fino in fondo l’essenza di questo nostro tempo attuale? In realtà
vediamo due vie: una a sinistra e una a destra. La prima ci dà la
possibilità di rimanere fermi alle concezioni che ha portato la sola
scienza naturale, e da queste concezioni portate dalla scienza na-
turale di passare alle concezioni sociali; ci dà dunque la possibili-
tà di partire dalla convinzione che con lo stesso patrimonio di i-
dee con il quale si afferra la natura si possa comprendere anche la
vita sociale. Questo hanno fatto Karl Marx e Friedrich Engels in
passato, e questo fanno ora Lenin e Trotzkij. Per questo motivo
arrivano a fondare quel loro sistema. Oggi gli uomini non com-
prendono ancora che proprio la scienza naturale si trovi dietro
questo tipo di via, e che le sue estreme conseguenze si esprimano
nel caos sociale, nel declino sociale. La spaventosa fede che oggi
nell’Europa dell’est vuole annullare ogni autentica cultura umana,
questa fede spaventosa di Lenin e Trotzkij scaturisce a sua volta
dalla fede per la quale si debbano percorrere anche nella vita so-
ciale le vie della conoscenza delle scienze naturali. Che cosa è
accaduto dunque sotto l’influsso di questa recente fede scientifica

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materialistica? È accaduto che l’intera nostra vita spirituale è sta-
ta meccanizzata. Ma per il fatto che la nostra vita spirituale non si
eleva più al pensiero dell’uomo sovrasensibile e che si è mecca-
nizzata nell’esteriore visione meccanica della natura, le anime
vengono allo stesso tempo vegetalizzate, divengono simili alle
piante, vengono rese indolenti. Vediamo allora che accanto allo
spirito meccanizzato abbiamo, nella moderna vita culturale,
un’anima vegetalizzata. Ma quando l’anima non è riscaldata dallo
spirito, quando lo spirito non è illuminato dalla conoscenza so-
vrasensibile, allora nel corpo si sviluppano le qualità animali che
vivono oggi negli impulsi antisociali, e che nell’Europa dell’est
vogliono trasformarsi nei carnefici della cultura. E così, sotto la
spinta a volere socializzare si sviluppa l’antisocialità più estrema;
allora, a fronte di uno spirito meccanizzato e di un’anima vegeta-
lizzata la vita corporea viene animalizzata. Gli impulsi e gli istinti
più selvaggi emergono come esigenze storiche. Questa è la via
che va a sinistra.
La via che va a destra, invece, è quella che si trova, nel modo
che vi ho esposto oggi, nella contemplazione dell’uomo sovra-
sensibile, del mondo sovrasensibile, è quella che vede anche lo
sviluppo dell’uomo in una luce sovrasensibile, quella che spinge
l’uomo a sviluppare lo spirito realmente libero.
A partire dalle idee sulla base delle quali ho descritto la libertà
dell’umano progredire nel mio libro La filosofia della libertà, ho
voluto porre il fondamento per ciò che l’uomo può vivere come
coscienza della sua reale libertà interiore attraverso il suo afferra-
re la vita spirituale. Soltanto lo spirito che compenetra l’uomo
può realmente divenire libero. Quello spirito che compenetra solo
la natura e che ha voluto conformare tutta la vita sociale sul mo-
dello delle moderne scienze naturali diviene meccanicamente non
libero. E l’anima che è compenetrata soltanto di questo spirito
dorme come una pianta. Quell’anima che viene invece riscaldata
dall’autentico pulsante Volere della conoscenza spirituale della
natura umana sovrasensibile diventa capace di vivere socialmente
con l’altro uomo, impara ad apprezzare l’essere umano sovrasen-

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sibile nel suo prossimo, impara a riconoscere in ogni uomo il di-
vino come archetipo, impara un sentire sociale nei confronti di
ogni uomo, impara come, in relazione al nucleo più intimo
dell’anima umana, tutti gli uomini siano uguali su questa Terra. E
in quest’anima riscaldata dallo spirito, sulla via che va a destra, si
può sviluppare l’uguaglianza. E se i corpi vengono imbevuti e
spiritualizzati dalla coscienza sovrasensibile, se vengono compe-
netrati di calore e vengono nobilitati da ciò che l’anima accoglie
in sé quando viene risvegliata dallo spirito, quando non rimane
allo stato vegetale, allora i corpi non vengono più animalizzati;
allora i corpi diventano tali da sviluppare ciò che nel senso più
ampio si può chiamare puro amore. Allora l’uomo saprà che egli
entra nel suo corpo terreno quale essere sovrasensibile, che entra
in questo corpo per sviluppare in esso l’amore, e per sviluppare
l’amore verso lo spirito. Allora l’uomo saprà che nel corpo terre-
no vi deve essere fratellanza, altrimenti il singolo non potrà esse-
re un uomo completo, non potrà essere interamente uomo in una
umanità non fraterna.
Pertanto, proseguire sull’antica via ci porta alla meccanizza-
zione dello spirito, alla vegetalizzazione dell’anima, e
all’animalizzazione del corpo, mentre la via che viene indicata at-
traverso la scienza dello spirito, ci conduce verso le vere virtù so-
ciali, verso quelle virtù sociali che sono illuminate dallo spirito,
riscaldate dall’anima, e che vengono realizzate da un corpo uma-
no nobilitato.
E allora la conoscenza spirituale dell’uomo sovrasensibile ci
porta a fondare sulla Terra in una bella nuova costruzione del fu-
turo: libertà nella vita spirituale – l’uomo compenetrato di spirito
sarà un uomo libero; uguaglianza nella vita dell’anima compene-
trata del calore dello spirito – l’anima che accoglie in sé lo spirito
comprenderà e tratterà l’anima dell’altro che le viene incontro
nella vita sociale quale sua pari, veramente come in un gran mi-
stero; e, infine, il corpo umano nobilitato, nobilitato dallo spirito
e dall’anima, eserciterà il più vero e puro amore nei confronti
dell’altro essere umano, la vera fratellanza. Così, attraverso la

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giusta comprensione di corpo, anima e spirito, si realizzerà un or-
dinamento sociale basato su libertà, uguaglianza e fraternità.

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