Sei sulla pagina 1di 10

Abbiamo visto in anteprima IT:

Capitolo Due appena dopo aver letto il celebre romanzo di Stephen King. Freschi di entrambe le esperienze,
è tempo di stilare un confronto tra l’opera madre e la sua trasposizione. Come ne saranno usciti i due film di
Muschietti?

Che l’imponente romanzo horror di Stephen King sia una bestia difficile da domare è cosa nota. La grande
longevità, la ricchezza di dettagli e la meticolosità nella caratterizzazione di ambienti e personaggi sono tutti
scogli non semplici da superare perfino per il più accanito lettore, figurarsi per uno sceneggiatore ed un
regista alle prese con il découpage cinematografico di una mole simile di contenuto.

Bisogna quindi partire dal presupposto essenziale che un lungometraggio incentrato sull’immenso arco
narrativo di It sarà in ogni caso costretto alla semplificazione; non parliamo solo di difficoltà dovute al
riassumere vicende estese e ricche di minuzie, ma soprattutto della necessità di abbandonare su carta gli
aspetti più metafisici dell’opera, inevitabilmente troppo complessi per una trasposizione su un altro medium.

La questione dunque sorge spontanea: con l’arrivo nelle sale di IT: Capitolo Due, quanto si distacca la
coppia di film di Muschietti dall’opera originale?

La risposta a una domanda simile è lunga e complessa, tanto complessa e densa che a seguito della visione
in anteprima di Capitolo Due i caratteri sono praticamente scivolati dalle mani di chi scrive.

Film e romanzo partono esattamente allo stesso modo (sebbene il film in un’epoca spostata trenta anni in
avanti), con la descrizione – stupenda nel suo alternare la fede sognante dell’infanzia e il macabro del terrore
– della morte del piccolo George Denbrough.

Quello della scomparsa di George è un colpo a bruciapelo che pone subito in evidenza la deriva spietata
della narrazione e dell’antagonista principale.

Come in molte sequenze della trasposizione, questo momento iconico della prima apparizione di Pennywise
viene accolto praticamente indenne nella transizione cinematografica, se non per l’unica differenza della
sparizione del cadavere di George (nel libro il corpo non scompare nelle fogne).

Quello della scomparsa di George è un colpo a bruciapelo che pone subito in evidenza la deriva spietata
della narrazione e dell’antagonista principale; un sacrificio innocente che va dritto al nucleo del motore degli
eventi.

I cambiamenti più corposi e discutibili invece si sviluppano sui personaggi e sul loro background,
sviluppando diversi appiattimenti di alcune tematiche affrontate in principio.
Laddove Bill, Eddie, Beverly, Richie e Ben sono molto simili alla visione di King, Stan e Mike si
allontanano non di poco.

I cambiamenti più corposi e discutibili invece si sviluppano sui personaggi e sul loro background

Stan si ritrova figlio del rabbino mentre nel romanzo era appena praticante, Mike perde totalmente
l’importanza della figura paterna e della questione razziale, accantonata in toto (come l’importanza del suo
personaggio, diremmo) se non per il massacro – appena accennato – dell’incendio del Punto Nero.

Stan e Mike sono anche figura per King delle riflessioni su religione e xenofobia, che qui purtroppo esistono
solo in chiave superficiale; la fede nello specifico è al centro di gran parte della mitologia di It, ruotata
esplicitamente intorno ad una sorprendente disamina dell’essenza di ogni potere (quasi una visione
filosofica, diremmo).
L’esplosione di sangue dal lavandino di Beverly nasconde un significato molto denso

Notevole e degna di nota invece la volontà di mantenere intatte (o simili) al cinema le prime apparizioni di It
più rilevanti ai fini della tridimensionalità dei singoli Perdenti, tra tutte l’esplosione di sangue dal lavandino
di Beverly.

Sebbene a prima occhiata una presenza ingente di sangue possa sembrare mero esercizio del macabro (di
conseguenza superfluo), per la piccola Marsh la questione prende una piega del tutto diversa. Le violenze
del padre, da ricercare nella perdita di controllo rispetto alla crescita della figlia, e lo stesso approccio ludico
all’infanzia mettono in crisi una ragazza che si trova terrorizzata dall’adolescenza e dalla femminilità.

Così il sangue diventa immagine della mestruazione e di tutto ciò che questo comporta per la definitiva
maturità di una donna; Beverly ha paura di crescere (per motivi che non dipendono da lei) e It ne è
pienamente consapevole. Su questo ritorneremo in un secondo momento.

Sempre rimanendo in ambito ragazzi, se per il bullo Henry Bowers è difficile lamentarsi (visto che la sua
caratterizzazione e involuzione rimane pressoché identica nella trasposizione di Muschietti, anche se meno
approfondita), appare difficile chiudere un occhio sull’amico Patrick Hockstetter.
Quella di Patrick è nell’opera originale una psicologia contorta e perversa

Nel romanzo Patrick è un vero e proprio psicopatico affetto da solipsismo (accetta solo la propria esistenza e
non quella di altri) e incapace di sentire davvero dolore; assassina il fratello ancora infante con un cuscino
per il disturbo nella sua routine quotidiana e uccide animali (cani e gatti) lasciandoli chiusi per giorni in un
frigorifero. La sua è una psicologia contorta e perversa, davvero inquietante nella descrizione originale, e la
sua fine è indicibile, massacrato da It attraverso gigantesche sanguisughe in grado di strappare addirittura
pezzi di carne.

La sua è una delle parabole maggiormente interessanti nella controparte cartacea, fondamentale nel
comprendere la corruzione malata e profonda alla base della cittadina di Derry, ed è quindi un peccato
capitale la sua riduzione quasi a mero cameo nelle prime battute del primo episodio.

Messe da parte le singole caratterizzazioni, gli eventi del primo IT di Muschietti si svolgono perlopiù sullo
stesso fil rouge di quelli immaginati su carta, alcuni però naturalmente compressi per assottigliare la
dimensione di minutaggio altrimenti sconsiderata.

Il primo incontro tra Mike e i Perdenti è ancora la celebre battaglia a sassate nei pressi dei paludosi
Barren, ad esempio, e la casa di Neibolt Street acquista una rilevanza simile a quella conosciuta dai lettori.

Dapprima nel romanzo luogo di confronto tra Eddie e il lebbroso – come nel film – e tra Richie/Bill ed il
licantropo, qui la celebre casa infestata appare anche come una sorta di scenario da resa dei conti che viene
difatti ripreso pure nel finale di IT: Capitolo Due.

La casa di Neibolt Street assume un ruolo in parte diverso

Nell’opera originale i Perdenti bambini si riuniscono alla casa abbandonata un’ultima volta per affrontare il
mostro mutaforma, colpiti – come nel lungometraggio del 2017 – da una serie di illusioni deformanti
l’architettura della strana abitazione.

Laddove nel romanzo Beverly chiude la vicenda lanciando con una fionda un proiettile d’argento nel cranio
della manifestazione del licantropo, al cinema è sempre Beverly a risolvere la situazione, conficcando questa
volta un’asta di metallo nella testa di Pennywise – in entrambi i casi essenziale credere nell’efficacia
dell’arma.
Al di fuori di questo perfetto lavoro di mimesi si staglia quindi il pozzo di Neibolt Street, che assume nel
film la centralità di unico luogo di accesso alla tana di It, come spiega anche la sequenza del proiettore di
diapositive, perfetto aggiornamento moderno del momento cartaceo dell’album di fotografie (molto simile).

Del Rito di Chüd e della perdita della verginità dei Perdenti preferiamo parlarne più avanti, una cosa alla
volta.

Sconfitto It la prima volta nelle fogne, avanti veloce di ventisette anni, entriamo in pieno campo di IT:
Capitolo Due.
IT: Capitolo Due parte proprio dalla morte di Adrian Mellon, come il romanzo

La prima sezione di questa seconda linea temporale parte anche qui come nella storia originale dalla morte
di Adrian Mellon, omosessuale di Derry pestato a seguito del Festival della città e poi gettato nel Canale,
dove viene ucciso/divorato da It, che inizia così il suo ciclo. Ve lo diciamo con sincerità, l’omicidio di
Mellon è sostanzialmente perfetto sul piano tecnico, identico in toto a quanto descritto su carta, fin nel
minimo dettaglio (addirittura nelle linee di dialogo, identiche).

I Perdenti – tranne Mike, che è rimasto a Derry – nel frattempo hanno tutti proseguito lungo una vita stellare
che li ha elevati a ruoli di grande prestigio sociale. Tutti i personaggi, tranne Richie ed Eddie, conservano su
pellicola gli stessi destini che King stila sul romanzo. Bill romanziere e sceneggiatore sposato con
un’affascinante attrice, Beverly designer oppressa da un marito violento, Ben architetto di successo, e così
via. Eddie passa a fare l’agente assicurativo da responsabile di un’agenzia di limousine e Richie finisce a
fare stand-up comedy, naturale e geniale evoluzione in tempi moderni del suo iniziale ruolo in radio.

Muschietti approfitta di Bill per introdurre stoccate di metacinema

Interessanti pure le stoccate di metacinema racchiuse nel Bill di Muschietti, che – forse specchiandosi in un
Stephen King presente nel film – riflette con ottica problematica sulla figura dell’autore e sulla necessità di
un finale compiuto. Henry Bowers si ritrova infine come da manuale in un ospedale psichiatrico e ne fugge
grazie all’aiuto di It in versione Patrick Hockstetter (in origine era la manifestazione di Belch Huggins).

Stan – nemmeno a dirlo, perché dovrebbe essere scontato – commette il suicidio in entrambe le versioni
prima della riunione dei Perdenti a Derry – chiamati da Mike -, terrorizzato dal ritorno di It, con la sua morte
in parte bilanciata dalla sceneggiatura di Gary Dauberman in una sorta di lettera di redenzione sul finale.

La morte di Stan non è nel film una sorpresa per Beverly

Se però per i Perdenti tutti la morte di Stan nel libro è una sorpresa, non lo è in questa iterazione per
Beverly. Se ricordate infatti Beverly nel primo capitolo cinematografico aveva raggiunto lo stato catatonico
dopo avere scorto le Deadlights, vera ed intollerabile forma di It. Nella visione che ne segue la ragazza
scorge il futuro dei ragazzi, ognuno macchiato da un decesso prematuro dovuto ad un non meglio specificato
marchio di It.

Questo, come qualsiasi lettore di King saprà, è un totale artificio di Dauberman volto a dare maggiore
solidità al movente dei Perdenti, i quali questa volta condannati a morte certa nel caso di sopravvivenza del
mostro. D’altronde la spinta maggiore delle azioni originali di Bill e compagnia risiedeva nella vendetta ed
in ragioni metafisiche, comprensibile dunque un rafforzamento su quel versante, specie quando le seconde
sono in toto ignorate.

Infatti, a seguito di una perfetta riproposizione della scena della cena al ristorante cinese, i membri del
gruppo non proseguono come nel romanzo immediatamente nei loro intenti, ma si dividono in primo luogo
nel tentativo di scappare alla resa dei conti finale.

Si sviluppa così una parziale semplificazione dello scopo dei Perdenti, che potrebbe forse essere
semplicemente modo per distendere la scrittura sulle tre ore di IT: Capitolo Due.

Il secondo film recupera l’alternanza tra presente e passato tipica del romanzo

A contribuire ad un consistente aumento della durata di questo epilogo ci pensa anche il recupero della
narrativa di alternanza tra presente e passato alla base del romanzo, messa completamente da parte nel 2017
e qui utilizzata con un escamotage particolarmente intelligente. Vedete, dopo il primo confronto a Neibolt
Street ricorderete che nel primo capitolo si assiste ad un lungo salto temporale di circa un mese, mai
approfondito e lasciato da parte.
Con un colpo di boomerang abbastanza inaspettato (che giustifica senza grosse titubanze un montaggio
unico), quel periodo viene esplorato da flashback mirati volti a colmare alcune precedenti mancanze.
Avevate sentito la mancanza della tana sotterranea dei Perdenti? Eccovi serviti. Non vi aspettavate che
Richie fosse in segreto omosessuale in questa versione sul grande schermo? Nemmeno noi! Insomma,
l’intreccio asimmetrico viene riadattato da un lato per sfaccettare determinate situazioni (come appunto
Richie), dall’altra per aggiungere veri e propri frammenti di racconto prima trascurati.

Ora arriviamo infine al nodo determinante del nucleo di confronto tra trasposizione e romanzo, Rito di Chüd
(e dunque scontro finale nelle due linee temporali) e trasposizione dell’atto sessuale. Partiamo dal secondo;
abbiamo già parlato prima del significato del sangue per Beverly, di come sia legato alla maturità ed alla
sessualità. Ebbene, questa è solo metà dell’introspezione data in origine da King a Beverly a riguardo, visto
che il timore di sé stessa, della sua adolescenza, della sua femminilità viene superato esclusivamente con un
atto ben più rilevante.

La soluzione per uscire dal panico e rafforzare il legame reciproco è il rapporto sessuale, inteso nel suo
senso più nobile.

Persi nel fogne dopo aver sconfitto It nel ’58 nel romanzo, i Perdenti vanno totalmente nel panico; la
soluzione, per ribadire e rafforzare la forza devastante del legame tra gli amici, è per Beverly proprio la
perdita della verginità. A turno dunque tutti i ragazzi vengono coinvolti in un amplesso sessuale con la
ragazza, la quale in questo modo spezza violentemente le catene della vergogna impostale suo malgrado.
Nel romanzo queste sono pagine stupende, dove il coito si sviluppa parallelo all’allegoria di uccelli in volo,
liberi di poggiarsi sulle antenne dopo un lungo inverno.

È un modo geniale per ricollegare l’infanzia all’età adulta, radice dell’amore universale dove anche nel
cinismo viene possibile ricercare il desiderio ed i suoi valori più puri. La vita dopotutto è un cerchio e l’atto
sessuale è un percorso splendido per ricollegarne i punti e chiudere il circolo.

Lo stesso accade – in maniera diversa – nell’interazione tra Bill e Beverly adulti, di nuovo avvolti dallo
stesso amore di un tempo e – per regressione ad uno stato precedente – travolti dalla stessa passione
reciproca. Il sesso tra la coppia ha un che di giusto e sensato, ancora una volta utilizzato per ribadire la
libertà della fortissima icona dai capelli rossi nel sapersi emancipare da una sorte che l’ha vista sposare un
uomo violento.
La completa edulcorazione dell’atto sessuale è la critica principale che affibbiamo
a Muschietti e Dauberman

Nonostante l’importanza evidente di momenti simili nell’economia profonda della storia di formazione che è
It, la loro completa edulcorazione è la critica maggiore che ci sentiamo di affibbiare all’adattamento di
Muschietti e Dauberman. Complice forse una sensibilità contemporanea eccessivamente fastidiosa e pudica,
né la Beverly bambina, né la Beverly adulta affrontano al cinema tale complesso processo di chiusura,
facendo davvero perdere qualcosa al leitmotiv tanto perfetto e poetico dello scritto di King.

A concludere entrambe le linee temporali, su carta, è il Rito di Chüd

Arriviamo in conclusione di questo lungo speciale al termine di entrambe le linee temporali: la resa dei conti
con It e le sue manifestazioni. In entrambi i casi, su carta, tutto ruota intorno al cosiddetto Rito di Chüd.

In sala, in IT: Capitolo Due, per la precisione, il rito è una banale caccia al tesoro che si risolve con un nulla
di fatto; tutti i Perdenti si mettono alla ricerca di oggetti rappresentanti il loro passato – a rispecchiare la
ricerca dei ricordi perduti nel romanzo -, da bruciare poi per sconfiggere la creatura con un atto di volontà.

In mezzo troviamo miti indiani, la visione del fumo dell’arrivo di It sulla Terra (su carta avuta da Mike e
Richie da bambini, qui da Bill e Mike adulti) e altra mitologia appena abbozzata. Fatto sta che il rito non
funziona, It diventa infine un ragno gigante (che sappiamo essere la sua versione più vicina a quella reale) e
si inaugura nelle battute terminali una spirale di orrore, sangue e follia che sfocia nella morte di Eddie.

La fede collettiva dei Perdenti è in ogni caso alla base della sconfitta di It

Anche qui la fede collettiva dei Perdenti è alla base della sconfitta di It, ma – fidatevi se non avete letto
l’opera magna di King – il tutto si svolge su una scala completamente diversa rispetto all’immaginario del
vecchio Stephen. Nel romanzo, sia da ragazzi, sia da adulti, i ragazzi affrontano It su un piano metafisico.

I film non lo spiegano, lo ignorano o molto banalmente accostano la cosa, ma It su carta è un’entità
proveniente da un luogo ai margini del macroverso, dimensione (al di fuori delle dimensioni?) già introdotta
da King ne La Torre Nera.
La manifestazione fisica di It sulla Terra è solo immagine di quanto presente nei pozzi neri, una zona del
macroverso delimitata da un insieme di sbarre infinito e dominata dalle Deadlights, essenza del mostro.

Il Rito di Chüd originale inizia quando si instaura un legame tra la divoratrice di mondi (It è femmina, sì, e
nel romanzo pure gravida) versione ragno gigante e Bill, la cui essenza/anima viene quindi trasportata nel
macroverso, per essere allontanata dalla forma fisica di It e definitamente annientata. In maniera figurata
questo legame o scontro viene visualizzato con il conficcare i denti nella lingua dell’entità nemica,
resistendo senza perdere mai la presa.

Un trip da LSD all’ennesima potenza? Probabile.

Consigliato dalla Tartaruga (essere che ha vomitato l’universo e antagonista di It), Bill da bambino viene
travolto dalla forza dell’Altro (Dio/creatore di It e la Tartaruga) e della cieca fede infantile, per frantumare in
mille pezzi la volontà di It e dunque ferirlo sul piano fisico. Niente di meglio di coraggio e fede nel bene per
sconfiggere il diavolo. Complesso? Un trip da LSD all’ennesima potenza? Probabile, vista la
tossicodipendenza di King al tempo della stesura del racconto.

Nella linea temporale del presente succede esattamente lo stesso, con Bill di nuovo nel macroverso, ma
debole per aver perso l’innocenza tipica dell’infanzia (e per il rapimento da parte di It di sua moglie Audra)
e per questo aiutato da Richie e poi da Eddie (che non si salva in entrambe le versioni). Danneggiato ancora
It, Richie e Bill lo inseguono e Ben si occupa di ucciderne le uova; Bill, insensibile agli urli ruffiani e
spaventati della divoratrice di mondi, le strappa il cuore e mette fine alla sua manifestazione fisica.

E tutti vissero felici e contenti, sia al cinema, sia sul libro (se si escludono gli sfortunati Stan e Eddie). Il
primo finale tuttavia è meno amaro, con Derry intatta e tutti i Perdenti perfettamente consci dei fatti avvenuti
e della loro potente amicizia. Nel romanzo, sconfitto It, i membri del gruppo velocemente perdono la
memoria appena ritrovata, per dimenticarsi l’uno dell’altro con inquietante ineluttabilità. Solo Ben e Beverly
viene lasciato intendere vivranno il resto della loro esistenza insieme da innamorati, (Your hair is winter
fire/January embers/My heart burns there, too). I Perdenti ritroveranno sé stessi e il loro passato
esclusivamente nei sogni, al mattino, senza mai guardare indietro, credendo nel trionfo onnipresente del
bene.

Le battute conclusive del romanzo sono una stupenda metafora conclusiva sul senso di lutto del bambino che
è (od era) in noi, che rivendica ancora una volta l’importanza di It come storia fondata alla base su amicizia,
amore e desiderio. L’orrore fin dall’inizio è un nemico sconfitto.