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Albert Camus, Ni victimes Ni

bourreaux (in Combat, nov. 1946)



Albert Camus, N vittime N carnefici - 0.
Introduzione


Il 4 gennaio 1960 lo scrittore e filosofo francese
Albert Camus, nato e cresciuto nel villaggio di
Mondovi alla periferia di Algeri, muore in un
incidente d'auto insieme al suo amico ed editore
Michel Gallimard, mentre rientrano a Parigi dalle
vacanze natalizie trascorse a Lourmarin: un
villaggio situato nel Sud della Francia dove, con i
proventi del Nobel, aveva acquistato e arredato
una casa per la sua famiglia. Il manoscritto non
ancora concluso dellultimo romanzo di Camus, Il
primo uomo, salvato dal quel disastro. Nel
1957 Camus fu insignito del Premio Nobel per la
letteratura per i suoi romanzi pi noti: Lo
Straniero e La Peste. A 50 anni dalla prima
pubblicazione, Lo Straniero rimane un best
seller in Francia. Nell'ottobre 1995, Il primo
uomo stato finalmente pubblicato in inglese, 30
anni dopo la morte di Camus. La figlia Catherine,
unintera vita dedicata a custodire e gestire le
memorie del padre, sceglie di pubblicare il
manoscritto inedito. La bozza stata redatta con
le note dell'autore, il che amplifica il procedere e
lo sviluppo del romanzo. Edito in questo modo, Il
Primo Uomo mette a nudo lo svolgimento di
unopera: qualcosa che si vede solo molto
raramente. Il romanzo stesso una meditazione
profondamente autobiografica sull'infanzia
povera di Camus, in una famiglia senza padre, in
Algeria all'inizio del secolo. Anche se rimasto
incompiuto, questo testo testimonia l'intuizione e
la sensibilit caratteristiche di Camus,
dimostrando chiaramente come il suo lavoro
migliore rimanesse ancora da fare, al momento
della sua morte tragica e prematura avvenuta
all'et di 47 anni.

Il mondo di Camus, a oltre mezzo secolo di
distanza, ci coinvolge con la sua verit e ci parla
del nostro tempo in maniera impressionante. La
sua acuta e profonda lucidit, unita a una
capacit di analisi affinata alla luce di
unesperienza vissuta sulla propria pelle e capace
di confrontarsi con le voci pi diverse e
accreditate della cultura e della storia del suo
tempo, gli hanno permesso di acquisire una
lungimiranza di portata straordinaria e di valenza
universale, alla quale forse possibile attingere,
oggi pi che mai, per trovare una chiave di
lettura e di discernimento degli eventi e dei fatti
storici e sociali nei quali siamo immersi e di
fronte ai quali sentiamo, come in una sorta di
dedalo, la nostra sorte giocata. Francese algerino
(quindi pied-noir), nato in una famiglia molto
modesta il 7 novembre del 1913 e subito orfano
di padre, una passione tormentata e mai
interrotta per la sua terra natale, ha assunto
presto una posizione portante e significativa nella
cultura e nella storia francese ed
europea, divenendo una delle rare personalit
capaci di attraversare criticamente il Novecento.
Considerato a pieno diritto uno dei padri
dell'esistenzialismo, stato parte attiva e
supporto teorico della Resistenza ma le sue
posizioni individuali, critiche e gi dissociate dal
socialismo reale erano osteggiate dalla sinistra,
mentre la destra, che adesso cerca di
appropriarsene parlando di religiosit profonda e
neoplatonismo e puntando a farne un emblema
facendolo salire agli onori del Pantheon, lo
denigrava per il suo costante impegno sui temi
sociali e della pace. A questi temi, gi
ampiamente trattati e mirabilmente messi in
evidenza nelle sue opere, egli dedica
unattenzione particolare e uno studio accurato e
specifico con la pubblicazione, sulla
rivista Combat, di cui era collaboratore, e
direttore insieme a Pascal Pia dal 1944, di otto
brevi saggi che furono poi raccolti ed editati
sotto il titolo di Ni victimes Ni
bourreaux, apparsi a puntate dal 19 al 30
novembre 1946, e che qui verranno presentati,
rispettandone la modalit e la sequenza, nella
convinzione che i loro contenuti, pertinenti e
sottili, non lascino indifferenti i lettori attuali.
Questi saggi rappresentano una condensazione
del suo contributo ai problemi della convivenza
fra i popoli e della pace, consegnati alla storia e
allumanit per essere vissuti e attraversati nella
speranza che gli errori del passato non debbano
per forza perpetrarsi allinfinito, cos come il
romanzo rimasto incompiuto (Il primo
uomo), che egli stava scrivendo al momento in
cui la sua auto si schiant contro un albero era la
risposta di Camus alla questione algerina, che dal
1954 lacerava la Francia, l'Algeria e l'Europa, e
che fu storicamente il primo, o uno dei primi
laboratori di quei conflitti che agitano cos
profondamente i nostri tempi e il mondo intero.

Albert Camus, N vittime N carnefici - 1.
IL SECOLO DELLA PAURA



Il secolo XVII stato il secolo della matematica,
il XVIII il secolo della fisica, e il XIX quello della
biologia. Il nostro secolo XX il secolo della
paura.
Mi si dir che questa non una scienza. Ma,
innanzitutto la scienza vi presente in qualche
modo, dal momento che i suoi ultimi progressi
teorici lhanno portata a negarsi da sola e che i
suoi perfezionamenti pratici minacciano di
distruggere lintero pianeta terra. Inoltre, se la
paura in se stessa non pu essere considerata
come una scienza, non v dubbio sul fatto che
sia comunque una tecnica.
Quello che colpisce maggiormente, in effetti, nel
mondo in cui viviamo, innanzitutto, e in
generale, il fatto che la maggior parte degli
uomini (eccetto i credenti di tutte le specie) sono
privati di avvenire. Non c vita che abbia
fondamento senza proiezione sul futuro, senza
una prospettiva di evoluzione e di progresso.
Vivere contro un muro, vita da cani. Ebbene, gli
uomini della mia generazione e di quella che
entra oggi nelle officine e nelle facolt hanno
vissuto e vivono sempre pi come dei cani.
Naturalmente, non la prima volta che degli
uomini si trovano davanti un avvenire
materialmente ostruito. Ma, di solito, ne uscivano
vittoriosi tramite la parola e il grido.
Si affidavano ad altri valori, che costituivano la
loro speranza.
Oggi, nessuno parla pi (eccetto coloro che si
ripetono), perch il mondo ci sembra guidato da
forze cieche e sorde che non sentiranno le grida
di avvertimento, n i gli ammonimenti, n le
suppliche. Qualcosa in noi stato distrutto dallo
spettacolo degli anni che abbiamo appena
trascorso. E questo qualcosa quella perpetua
fiducia delluomo, che gli ha sempre fatto credere
che fosse possibile pervenire con un altro uomo a
delle reazioni umane parlandogli il linguaggio
dellumanit. Abbiamo visto mentire, svilire,
uccidere, deportare, torturare, e ciascuna volta
era impossibile persuadere coloro che lo facevano
a non farlo, perch erano sicuri di s e perch
non si persuade unastrazione, vale a dire il
rappresentante di unideologia.

Il lungo dialogo degli uomini si appena
interrotto. E, beninteso, un uomo che non si pu
indurre a persuasione un uomo che fa paura.
cos che, accanto a coloro che non parlavano
perch lo ritenevano inutile si estendeva e si
estende tuttora unimmensa cospirazione del
silenzio, accettata da coloro che tremano e si
danno delle buone ragioni per nascondere a se
stessi questo tremore, e provocata da coloro che
hanno interesse a farlo.
Non dovete parlare dellepurazione degli artisti
in Russia, perch questo gioverebbe alla
reazione. Dovete tacere sui finanziamenti a
Franco da parte degli Anglosassoni, perch
questo favorirebbe il comunismo. Lo dicevo, che
la paura una tecnica.
Fra la paura molto generica di una guerra che
tutti preparano e la paura decisamente personale
delle ideologie omicide, pertanto verissimo che
viviamo nel terrore. Viviamo nel terrore perch la
persuasione non pi possibile, perch luomo
stato interamente consegnato alla storia e non
pu pi volgersi verso quella parte di s, vera
quanto la parte storica, e che ritrova quando
davanti alla bellezza del mondo e dei volti; perch
viviamo nel mondo dellastrazione, nel mondo
degli uffici e delle macchine, delle idee assolute e
del messianismo senza sfumature.
Noi soffochiamo in mezzo a persone che credono
di avere assolutamente ragione, sia che si tratti
delle loro macchine o delle loro idee. E per tutti
coloro che non possono vivere se non nel dialogo
e nellamicizia degli uomini, questo silenzio la
fine del mondo.
Per uscire da questo terrore, sarebbe necessario
poter riflettere e agire seguendo la propria
riflessione. Ma il terrore, per lappunto, non un
clima favorevole alla riflessione. Sono tuttavia del
parere, anzich biasimare questa paura, di
considerarla come uno dei principali elementi
della situazione e di provare a porvi rimedio. Non
c niente di pi importante. Poich questo
riguarda il destino di un gran numero di Europei
che, nauseati di violenze e di menzogne, delusi
nelle loro pi grandi speranze, provando
ripugnanza allidea di uccidere i loro simili, fosse
anche per convincerli, provano altrettanta
ripugnanza allidea di venire convinti nella stessa
maniera.
Eppure lalternativa in cui si pone questa
grande massa di uomini in Europa, che non sono
di alcun partito, o che si sentono a disagio in
quello che hanno scelto, che dubitano che in
Russia sia realizzato il socialismo, e in America il
liberalismo, che riconoscono, ciononostante, a
questi e a quelli il diritto di affermare la loro
verit, ma rifiutano loro quello di imporla con
lomicidio, individuale o collettivo.
Fra i potenti del momento, essi sono uomini
senza regno. Questi uomini non potranno far
ammettere (non dico trionfare, ma ammettere) il
loro punto di vista, e non potranno ritrovare la
loro patria se non quando avranno preso
coscienza di quello che vogliono e lo diranno in
maniera abbastanza semplice e abbastanza forte
perch le loro parole possano mettere insieme un
fascio di energie. E se la paura non il clima
adatto alla giusta riflessione, bisogna innanzitutto
che essi risolvano il loro problema con la paura.
Per risolvere questo problema, occorre vedere
cosa vuol dire la paura, e a che cosa essa si
oppone. Essa vuol dire e rifiuta lo stesso fatto: un
mondo in cui lomicidio legittimato e nel quale
la vita umana considerata come futile.
Ecco il primo problema politico di oggi.
E, prima di passare al resto, necessario
prendere posizione riguardo ad esso.
Preliminarmente a qualsiasi costruzione, occorre
oggi sollevare due domande: Vuole lei, s o no,
direttamente o indirettamente, essere ucciso o
fatto oggetto di violenza? Vuole lei, s o no,
direttamente o indirettamente, uccidere o usare
violenza?
Tutti coloro che risponderanno no a queste due
domande sono automaticamente coinvolti in una
serie di conseguenze che devono modificare il
loro modo di impostare il problema. Il mio
progetto quello di precisare soltanto due o tre
di queste conseguenze. Nellattesa, il lettore di
buona volont pu interrogarsi e rispondere.


Albert Camus, N vittime N carnefici - 2.
SALVARE I CORPI



Poich un giorno ho detto che non avrei pi
saputo ammettere, dopo lesperienza di questi
ultimi due anni, alcuna verit che avesse potuto
costringermi, direttamente o indirettamente, a far
condannare un uomo a morte, alcune persone
che stimavo mi hanno talvolta fatto notare che
ero nellutopia, che non cera verit politica che
non ci conducesse un giorno a questo estremo, e
che era dunque necessario correre il rischio di
questo estremo o accettare il mondo cos
comera.
Questo argomento veniva presentato con forza.
Ma io credo innanzitutto che ci si mettesse cos
tanta forza unicamente perch coloro che lo
presentavano non avevano immaginazione per la
morte degli altri. una stranezza del nostro
secolo. Cos come ci si ama per telefono e si
lavora non pi sulla materia, ma sulla macchina,
oggi si uccide e si uccisi per delega.
La pulizia ci guadagna, ma la conoscenza ci
perde.
Tuttavia questo argomento ha unaltra forza,
sebbene indiretta: esso pone il problema
dellutopia. Insomma, le persone come me
vorrebbero un mondo, non in cui non ci si uccida
pi (non siamo cos pazzi!), ma in cui lomicidio
non sia legittimato. Qui, in effetti, siamo
nellutopia e nella contraddizione poich viviamo,
per lappunto, in un mondo in cui lomicidio
legittimato, e dobbiamo cambiarlo se non
vogliamo che sia cos. Sembra per che non lo si
possa cambiare senza esporsi alleventualit
dellomicidio. Lomicidio ci rimanda dunque
allomicidio e noi continueremo a vivere nel
terrore, sia che lo accettiamo con rassegnazione,
sia che vogliamo sopprimerlo con mezzi che
sostituiranno ad esso un altro terrore.
A mio avviso, tutti dovrebbero riflettere su
questo perch, ci che mi colpisce in mezzo alle
polemiche, alle minacce e agli scoppi di violenza,
la buona volont di tutti. Tutti, a parte alcuni
truffatori, dalla destra alla sinistra, ritengono che
la loro verit sia adatta a fare la felicit degli
uomini. Ciononostante, lunione di queste buone
volont ha come risultato questo mondo infernale
nel quale degli uomini sono ancora uccisi,
minacciati, deportati, in cui si prepara la guerra, e
in cui impossibile dire una parola senza essere
immediatamente insultato o tradito.
Bisogna dunque concluderne che se degli uomini
come noi vivono nella contraddizione, essi non
sono i soli, e che coloro che li accusano di utopia
vivono forse in unutopia senza dubbio differente,
ma alla fine pi costosa.
Occorre dunque ammettere che il rifiuto di
legittimare lomicidio ci costringe a riconsiderare
la nostra nozione dellutopia. A tale riguardo
sembra che si possa dire: lutopia ci che in
contraddizione con la realt. Da questo punto di
vista, sarebbe assolutamente utopistico voler che
nessuno uccida pi nessuno. lutopia assoluta.
Ma unutopia a un livello molto pi debole
rispetto al fatto di chiedere che lomicidio non sia
pi legittimato. Daltronde, le ideologie marxista e
capitalista, basate tutte e due sullidea di
progresso, convinte entrambe che lapplicazione
dei loro principi debba condurre fatalmente
allequilibrio della societ, sono utopie di grado
molto pi sostenuto. Inoltre, ci stanno costando
molto care.
Si pu trarne la conclusione che, praticamente,
la lotta che singagger negli anni a venire non
verr stabilita fra le forze dellutopia e quelle della
realt, ma tra utopie diverse che cercano di
inserirsi nel reale e fra le quali non si tratta altro
che di scegliere le meno costose. La mia
convinzione che non possiamo pi avere
ragionevolmente la speranza di salvare tutto, ma
che possiamo proporci perlomeno di salvare i
corpi, affinch lavvenire rimanga possibile.
Si vede quindi che il fatto di rifiutare la
legittimazione dellomicidio non pi utopistico
delle posizioni realistiche di oggi. Tutta la
questione sta nel sapere se questultime costano
pi o meno caro. anche questo un problema
che dobbiamo risolvere, e sono dunque scusabile
se penso che si possa essere utile definendo, in
rapporto allutopia, le condizioni che sono
necessarie per placare gli animi e le nazioni.
Questa riflessione, a patto che la si faccia senza
paura e senza pretesa, pu aiutare a creare le
condizioni di un pensiero equo e di un accordo
provvisorio fra gli uomini che non vogliono essere
n delle vittime, n dei carnefici. Beninteso, non
si tratta, negli articoli che seguiranno, di definire
una posizione assoluta, ma soltanto di mettere a
punto alcune nozioni oggi travestite e di provare
a porre il problema dellutopia il pi
correttamente possibile. Si tratta, insomma, di
definire le condizioni di un pensiero politico
modesto, vale a dire liberato da ogni
messianismo e sgomberato dalla nostalgia del
paradiso terrestre.


IL SOCIALISMO MISTIFICATO




Se si ammette che lo stato di terrore,
riconosciuto o no, in cui viviamo da dieci anni,
non ancora cessato e che oggi la causa
principale del disagio in cui si trovano gli animi e
le nazioni, diventa necessario andare a vedere
che cosa possibile opporre al terrore. Questo
pone il problema del socialismo occidentale,
poich il terrore non si legittima se non
ammettendo il principio: Il fine giustifica i
mezzi.
E questo principio pu essere ammesso soltanto
se lefficacia di unazione eretta a scopo
assoluto, come avviene nelle ideologie nichiliste
(tutto permesso, quello che conta riuscire), o
nelle filosofie che fanno della storia un assoluto
(Hegel, poi Marx: poich il fine la societ senza
classi, tutto quanto porta a questo bene).
questo il problema che si posto ai socialisti
francesi, per esempio. Gli sono venuti certi
scrupoli. La violenza e loppressione di cui finora
non avevano avuto che unidea alquanto
astratta, le hanno viste allopera. E si sono
chiesti se avrebbero accettato, come chiedeva la
loro filosofia, di esercitare essi stessi la violenza,
seppure provvisoriamente e per uno scopo
comunque diverso.
Un recente autore di una prefazione di Saint-
Just, parlando di uomini che avevano scrupoli
simili, scriveva con tono di palese disprezzo:
Hanno fatto marcia indietro davanti allorrore.
Non c niente di pi vero. E in questo modo essi
si sono messi nella condizione di acquisire il
disprezzo di coscienze abbastanza forti e
superiori per adagiarsi nellorrore senza
protestare. Nello stesso tempo, per, essi hanno
dato voce a quellappello angosciato venuto dai
mediocri come noi, che si contano a milioni, che
costituiscono la materia stessa della storia, e di
cui bisogner un giorno tener conto, malgrado
tutti i disprezzi.
Quello che ci sembra pi serio, al contrario,
provare a comprendere la contraddizione e la
confusione in cui si sono trovati i nostri socialisti.
Da questo punto di vista, evidente che non si
riflettuto abbastanza in merito alla crisi di
coscienza del socialismo francese, cos comessa
si manifestata in un recente congresso. pi
che evidente che i nostri socialisti, sotto
linfluenza di Lon Blum, e pi ancora sotto la
minaccia degli eventi, hanno al primo posto delle
loro preoccupazioni dei problemi morali (il fine
non giustifica tutti i mezzi) che non avevano
considerato fino a questo momento.
Il loro desiderio legittimo era di fare riferimento
ad alcuni principi che fossero superiori
allomicidio. Risulta comunque evidente che
quegli stessi socialisti vogliono conservare la
dottrina marxista; gli uni perch pensano che
non si possa essere rivoluzionari senza essere
marxisti; gli altri, per una rispettabile fedelt alla
storia del partito che fa loro credere non si possa
nemmeno essere socialista senza essere
marxista. Lultimo congresso del partito ha
messo in evidenza queste due tendenze e il
compito principale di questi congressi stato di
pervenire alla conciliazione.
Ma non si pu conciliare ci che inconciliabile.
chiaro, infatti, che se il marxismo vero, e se
c una logica della storia, il realismo politico
legittimo. altrettanto chiaro che se i valori
morali preconizzati dal partito socialista sono
fondati sul diritto, allora il marxismo falso
assolutamente, poich pretende di essere vero
assolutamente. Da questo punto di vista, il
famoso superamento del marxismo in un senso
idealista e umanitario non altro che una
finzione e un sogno privo di conseguenza. Marx
non pu essere superato, poich andato fino al
limite della conseguenza. I comunisti hanno
ragionevolmente fondati motivi per utilizzare la
menzogna e la violenza che i socialisti ripudiano,
sostenuti in questo dai principi stessi e dalla
dialettica inoppugnabile che i socialisti vogliono
pur tuttavia conservare. Non cera quindi da
stupirsi nel veder il congresso socialista
concludersi con una semplice giustapposizione di
due posizioni contraddittorie, la cui sterilit
stata palesemente sancita dalle ultime elezioni.
Sotto questo punto di vista, la confusione
continua. Bisognava scegliere e i socialisti non
volevano o non potevano scegliere.
Non ho scelto questo esempio per attaccare il
socialismo, ma per chiarire i paradossi in cui
viviamo. Per attaccare i socialisti bisognerebbe
essere superiore a loro. Non ancora cos. Al
contrario, mi sembra che questa contraddizione
sia comune a tutti gli uomini di cui ho parlato,
che desiderano una societ che possa essere
nello stesso tempo felice e dignitosa, che
vorrebbero che gli uomini fossero liberi in una
condizione finalmente giusta, ma esitano fra una
libert in cui sanno bene che la giustizia alla fin
fine messa nel sacco e una giustizia nella quale
vedono bene che la libert soppressa in
partenza.
Di questa angoscia intollerabile si fanno
generalmente beffe coloro che sanno che cosa
bisogna credere o che cosa bisogna fare. Ma io
sono del parere che, anzich deriderla, occorra
ragionarci sopra e chiarirla, vedere che cosa
significa, rendere leggibile la condanna quasi
totale che essa produce su coloro che la
provocano e mettere in luce la debole speranza
che la sostiene.
E la speranza risiede per l'appunto in questa
contraddizione, perch essa costringe o
costringer i socialisti alla scelta. O essi
ammetteranno che il fine sta al di sopra dei
mezzi, e quindi che lomicidio possa essere
legittimato, oppure rinunceranno al marxismo
come filosofia assoluta, limitandosi a
conservarne laspetto critico, spesso ancora
valido. Se sceglieranno il primo termine
dellalternativa, la crisi di coscienza sar finita e
le posizioni saranno chiarite. Se ammetteranno il
secondo, dimostreranno che questo tempo segna
la fine delle ideologie, ovvero delle utopie
assolute che si distruggono da sole, nel corso
della storia, a causa del prezzo che finiscono per
costare. Bisogner allora scegliere unaltra
utopia, pi modesta e meno dispendiosa. cos,
perlomeno, che il rifiuto di legittimare lomicidio
costringe a porre la domanda.
S, la domanda che bisogna formulare e
nessuno, credo, oser rispondere ad essa con
leggerezza.


LA RIVOLUZIONE TRAVESTITA



A partire dallagosto 1944, nel nostro paese tutti
parlano di rivoluzione, e sempre sinceramente:
non ci sono dubbi a tale proposito. La sincerit,
tuttavia, non in se stessa una virt. Ci sono
sincerit cos confuse da essere peggiori delle
menzogne.
Non si tratta per noi oggi di parlare il linguaggio
del cuore, ma soltanto di pensare in modo
chiaro. Idealmente, la rivoluzione un
cambiamento delle istituzioni politiche ed
economiche, idoneo a far regnare pi libert e
giustizia nel mondo.
Praticamente, linsieme degli avvenimenti
storici, spesso infelici, che produce questo felice
cambiamento.
Si pu dire oggi che questa parola sia usata nel
suo senso classico? Quando nel nostro paese le
persone sentono parlare di rivoluzione, anche
ammettendo che conservino il loro sangue
freddo, esse immaginano un cambiamento di
forma della propriet (generalmente la messa in
comune dei mezzi di produzione) ottenuto, o
tramite una legislazione basata sulle leggi della
maggioranza, oppure in seguito alla presa del
potere da parte di una minoranza.
facile vedere come questo insieme di nozioni
non abbia alcun senso nelle circostanze storiche
attuali. Da una parte, la presa di potere tramite
la violenza unidea romantica che il progresso
degli armamenti ha reso illusoria. Lapparato
repressivo di un governo ha tutta la forza dei
carri armati e degli aerei. Sarebbero quindi
necessari dei carri armati e degli aerei soltanto
per stabilire un equilibrio.
Il 1789 e il 1917 sono ancora delle date, ma non
sono pi degli esempi.
Supponendo che questa presa del potere sia
comunque possibile, che si faccia in tutti i casi
attraverso le armi o per via legale, essa avrebbe
efficacia soltanto nel caso in cui la Francia (o
lItalia, o la Cecoslovacchia) potesse essere
messa fra parentesi e isolata dal mondo. Perch,
nella nostra attualit storica, nel 1946, una
modifica del regime di propriet comporterebbe,
per esempio, ripercussioni tali sui crediti
americani che la nostra economia ne risulterebbe
minacciata a morte.
Una rivoluzione di destra non avrebbe pi ampie
possibilit, a causa dellipoteca parallela che ci
crea la Russia, con milioni di elettori comunisti e
con la sua posizione di massima potenza
continentale. La verit, che mi scuso di scrivere
chiaramente, mentre tutti la conoscono senza
dirla, che non siamo liberi, come Francesi, di
essere rivoluzionari. O perlomeno non possiamo
pi essere dei rivoluzionari solitari perch non
sussistono pi, oggi, nel mondo, politiche
conservatrici o socialiste che possano dispiegarsi
sul solo piano nazionale.
Cos, possiamo parlare soltanto di rivoluzione
internazionale. Esattamente, la rivoluzione si far
su scala internazionale o non si far. Ma qual
ancora il senso di questa espressione? Ci fu un
tempo in cui si pensava che la riforma
internazionale si sarebbe fatta attraverso la
congiunzione o la sincronizzazione di pi
rivoluzioni nazionali; unaddizione di miracoli, in
un certo modo. Oggi, e se la nostra analisi
precedente corretta, si pu pensare solamente
allestensione di una rivoluzione gi riuscita.
una cosa che Stalin ha visto molto bene ed la
spiegazione pi benevola che si possa dare della
sua politica (laltra rifiutare alla Russia il diritto
di parlare in nome della rivoluzione).
Questo equivale a considerare lEuropa e
lOccidente come una sola nazione in cui
unimportante minoranza bene armata potrebbe
vincere e lottare per prendere alla fine il potere.
Ma, dato che la forza conservatrice (nella
fattispecie gli Stati Uniti) altrettanto bene
armata, facile rendersi conto che la nozione di
rivoluzione viene sostituita oggi dalla nozione di
guerra ideologica. Pi precisamente, la
rivoluzione internazionale non procede oggi
senza un estremo rischio di guerra. Qualsiasi
rivoluzione futura sar una rivoluzione straniera.
Comincer con unoccupazione militare oppure, il
che equivale alla stessa cosa, con un ricatto di
occupazione. E avr senso soltanto a partire
dalla vittoria definitiva delloccupante sul resto
del mondo.
Allinterno delle nazioni, le rivoluzioni costano
gi molto care. Ma, in considerazione del
progresso che si ritiene possano portare,
generalmente si accetta linevitabilit di questi
danni. Oggi, il prezzo che la guerra costerebbe
allumanit deve essere obbiettivamente
comparato al progresso che ci si pu attendere in
seguito alla presa del potere mondiale da parte
della Russia o dellAmerica.
E credo sia di importanza definitiva che se ne
valutino i pro e i contro e che, per una volta, si
provi ad immaginare cosa ne sarebbe di un
pianeta, nel quale una trentina di milioni di
cadaveri sono ancora tenuti occultati, dopo un
cataclisma che ci costerebbe dieci volte di pi.
Far osservare che questo modo di ragionare
obbiettivamente corretto. Esso prende in
considerazione soltanto la valutazione della
realt, senza assumere per il momento giudizi
ideologici o sentimentali. Dovrebbe, in ogni caso,
spingere alla riflessione coloro che parlano di
rivoluzione con leggerezza. Quello che questa
parola contiene in s oggi deve essere accettato
in blocco o rifiutato in blocco.
Se accettato, ci si deve riconoscere
responsabili consapevoli della guerra futura. Se
rifiutato, si deve, o dichiararsi sostenitore
dello status quo, che significa lutopia totale, dal
momento che essa presuppone
limmobilizzazione della storia, oppure rinnovare
il contenuto della parola rivoluzione, il che
implica unadesione a quella che chiamer
lutopia relativa.
Dopo aver riflettuto un po' in merito a questo
dilemma, mi sembra che gli uomini che
desiderino oggi cambiare il mondo in maniera
efficace debbano scegliere fra i cumuli di
cadaveri che si preannunciano, il sogno
impossibile di una storia che tutta un tratto si
ferma, e laccettazione di unutopia relativa che
lasci una possibilit allazione e, nello stesso
tempo, anche agli uomini. Non tuttavia difficile
rendersi conto che, al contrario, questa utopia
relativa la sola possibile, e la sola ispirata dal
senso di realt. Quale sia la fragile possibilit che
potrebbe salvarci dalle carneficine, quello che
prenderemo in esame in un prossimo articolo.



DEMOCRAZIA E DITTATURA INTERNAZIONALI



Oggi sappiamo che non ci sono pi isole e che le
frontiere sono vane. Sappiamo che in un mondo
in accelerazione costante, nel quale si attraversa
lAtlantico in meno di una giornata, in cui Mosca
parla con Washington nel giro di poche ore,
siamo costretti alla solidariet o alla complicit, a
seconda dei casi. Quello che abbiamo imparato
nel corso degli anni 40, che lingiuria fatta ad
uno studente di Praga colpiva nello stesso tempo
loperaio di Clichy, che il sangue sparso da
qualche parte lungo le rive di un fiume del
Centro Europa doveva fare arrivare un contadino
del Texas a versare il proprio sul suolo di queste
Ardenne che egli vedeva per la prima volta. Non
cera e non c pi una sola sofferenza, isolata,
una sola tortura in questo mondo che non si
ripercuota nella nostra vita di tutti i giorni.
Molti Americani vorrebbero continuare a vivere
chiusi nella loro societ che trovano buona. Molti
Russi vorrebbero, forse, continuare a proseguire
lesperienza statalistica lontano dal mondo
capitalista. Non possono farlo e non lo potranno
mai pi.
Allo stesso modo, nessun problema economico,
per quanto secondario possa apparire, pu
essere risolto oggi al di fuori della solidariet fra
le nazioni. Il pane dellEuropa a Buenos Aires e
le macchine utensili della Siberia sono fabbricate
a Detroit. Oggi, la tragedia collettiva.
Sappiamo dunque tutti, senza ombra di dubbio,
che il nuovo ordine che cerchiamo non pu
essere soltanto nazionale o continentale, n
soprattutto occidentale o orientale. Deve essere
universale. Non pi possibile attendersi delle
soluzioni parziali o delle concessioni. Il
compromesso quello che stiamo vivendo, vale
a dire langoscia per oggi e lomicidio per
domani. E nel frattempo la velocit della storia e
del mondo accelera. I ventuno sordi, futuri
criminali di guerra, che discutono oggi di pace
scambiano i loro monotoni dialoghi
tranquillamente seduti al centro di una rapida
che li trascina verso il baratro, a mille kilometri
allora. Si, questordine universale il solo
problema del momento e che superi tutte le
dispute costituzionali e di legge elettorale. Ed
esso esige che gli destiniamo le risorse delle
nostre intelligenze e delle nostre volont.
Quali sono oggi i mezzi per giungere a questa
unit del mondo, per realizzare questa
rivoluzione internazionale nella quale le risorse in
uomini, le materie prime, i mercati commerciali e
le ricchezze spirituali potranno essere meglio
ridistribuite? Io ne vedo soltanto due, e questi
due mezzi determinano in maniera precisa la
nostra ultima alternativa. Questo mondo pu
essere unificato, dallalto, come ho detto ieri, da
un solo Stato pi potente degli altri. La Russia o
lAmerica possono aspirare a questo ruolo.
Personalmente non ho niente, e nessuno degli
uomini che conosco ha qualcosa da ridire in
merito allidea, difesa da alcuni, che la Russia o
lAmerica abbiano i mezzi per dominare e
unificare questo mondo secondo gli schemi della
loro societ. Mi ripugna, come Francese, e ancor
pi come Mediterraneo. Ma non terr in nessun
conto questo argomento sentimentale.
La nostra sola obiezione, eccola, cos come lho
definita in un recente articolo: questa
unificazione non pu essere fatta senza la guerra
o, perlomeno, senza un rischio estremo di
guerra. Ammetter ancora, anche se non ci
credo, che la guerra possa non essere atomica.
Resta il fatto che la guerra di domani lascerebbe
lumanit talmente mutilata e a tal punto
impoverita, che lidea stessa di un ordine
risulterebbe definitivamente anacronistica. Marx
poteva giustificare, come ha fatto, la guerra del
1870, perch era la guerra del fucile Chassepot
ed era localizzata. Nelle prospettive del
marxismo, centomila morti non sono niente, in
effetti, in cambio della felicit di centinaia di
milioni di persone. Ma la morte certa di centinaia
di milioni di persone, per la felicit supposta di
coloro che restano, un prezzo troppo elevato. Il
progresso vertiginoso degli armamenti, fatto
storico ignorato da Marx, obbliga a porre in modo
nuovo il problema del fine e dei mezzi.
E il mezzo, in questo caso, farebbe saltare il
fine. Qualunque sia il fine desiderato, per quanto
elevato e necessario esso sia, che voglia o meno
promuovere la felicit degli uomini, che voglia
onorare la giustizia oppure la libert, il mezzo
impiegato per raggiungerlo rappresenta un
rischio talmente definitivo, talmente
sproporzionato come grandezza rispetto alle
possibilit di successo, che rifiutiamo
obbiettivamente di correrlo. Bisogna quindi
ritornare al secondo mezzo idoneo ad assicurare
questo ordine universale, e che il mutuo
accordo di tutte le parti. Non ci domanderemo se
sia possibile, considerando qui che per
lappunto il solo possibile. Ci domanderemo
innanzitutto che cos.
Questo accordo delle parti ha un nome, che la
democrazia internazionale. Tutti ne parlano
allO.N.U., naturalmente. Ma cos la democrazia
internazionale?
una democrazia che internazionale. Spero
mi si perdoni questo truismo, poich le verit pi
evidenti sono anche le pi travestite.
Che cos la democrazia nazionale o
internazionale? una forma di societ in cui la
legge al di sopra dei governanti, dato che
questa legge lespressione della volont di tutti,
rappresentata da un corpo legislativo. questo
che si cerca di fondare oggi? Ci viene proposta,
in effetti, una legge internazionale. Ma questa
legge fatta o disfatta da dei governi, vale a dire
dallesecutivo. Siamo quindi in regime di
dittatura internazionale. Lunico modo per
uscirne porre la legge internazionale al di sopra
dei governi, dunque fare questa legge, dunque
disporre di un parlamento, dunque costituire
questo parlamento per mezzo di elezioni mondiali
alle quali partecipino tutti i popoli. E siccome non
abbiamo questo parlamento, lunica via
resistere a questa dittatura internazionale su un
piano internazionale e utilizzando mezzi che non
contraddicano il fine perseguito.


IL MONDO VA VELOCE



evidente per tutti che il pensiero politico si
trova sempre pi sorpassato dagli eventi. I
Francesi, per esempio, hanno iniziato la guerra
del 1914 con i mezzi della guerra del 1870 e la
guerra del 1939 con i mezzi del 1918. Ma anche
il pensiero anacronistico non una specialit
francese. Baster qui sottolineare che,
praticamente, le grandi politiche odierne
pretendono di stabilire lavvenire del mondo
servendosi di principi concepiti nel XVIII secolo
per quanto riguarda il liberalismo capitalista, e
nel XIX per quanto riguarda il socialismo, detto
scientifico. Nel primo caso, un pensiero nato nei
primi anni dellindustrialismo moderno e, nel
secondo caso, una dottrina contemporanea
dellevoluzionismo darwiniano e dellottimismo
renano si propongono di mettere in equazione
lepoca della bomba atomica, dei bruschi
cambiamenti e del nichilismo. Niente potrebbe
illustrare meglio la sfaldatura sempre
pi disastrosa che si apre fra il pensiero politico e
la realt storica.
Beninteso, il pensiero sempre in ritardo
rispetto al mondo. La storia corre mentre il
pensiero medita. Ma questo ritardo inevitabile
diventa oggi sempre pi grande in proporzione
allaccelerazione storica. Il mondo cambiato
molto di pi nel corso degli ultimi cinquantanni
di quanto non avesse fatto prima in duecento
anni. E vediamo ancora adesso la gente accanirsi
a risolvere problemi di frontiere quando tutti i
popoli sanno che le frontiere oggi sono
astratte. ancora il principio delle
nazionalit che parso prevalere alla Conferenza
dei Ventuno.*
Dobbiamo tener conto di questo nella nostra
analisi della realt storica.
Noi imperniamo oggi le nostre riflessioni sul
problema tedesco, che un problema secondario
paragonato allo scontro di poteri che ci minaccia.
Ma se, domani, concepissimo delle soluzioni
internazionali in funzione del problema russo-
americano, rischieremmo di vederci ancora una
volta sorpassati. Lo scontro di poteri gi in
procinto di passare in secondo piano rispetto allo
scontro delle civilt. Da ogni parte, in effetti, le
civilt colonizzate fanno sentire la loro voce. Fra
dieci anni, fra cinquantanni, sar la preminenza
della civilt occidentale ad essere rimessa in
questione. Tanto vale quindi pensarci subito e
aprire il Parlamento mondiale a queste civilt,
affinch la sua legge diventi veramente
universale, e universale lordine che essa
sancisce.
I problemi posti attualmente dal diritto di veto
sono falsati perch le maggioranze o le
minoranze che si oppongono allO.N.U. sono
false. LU.R.S.S. avr sempre il diritto di rifiutare
la legge della maggioranza fintantoch questa
sar una maggioranza di ministri, e non una
maggioranza di popoli rappresentati dai loro
delegati e fintantoch tutti i popoli non vi
saranno equamente rappresentati. Il giorno in
cui questa maggioranza avr un senso,
bisogner che ciascuno le obbedisca o rifiuti la
sua legge, ovverossia dichiari apertamente la
propria volont di dominio.
Allo stesso modo, se teniamo sempre presente
questa accelerazione del mondo, corriamo il
rischio di trovare il modo corretto di porre il
problema economico attuale. Nel 1930, non si
considerava pi il problema del socialismo come
si faceva nel 1848. Allabolizione della
propriet era succeduta la strategia della messa
in comune dei mezzi di produzione. E questa
strategia, in effetti, oltre a regolamentare nello
stesso tempo il destino della propriet, teneva
conto della scala pi vasta su cui si poneva il
problema economico. Ma, dal 1930, questa scala
si ulteriormente estesa. E, cos come la
soluzione politica sar internazionale, o non ci
sar affatto, cos la soluzione economica deve
riguardare innanzitutto i mezzi di produzione
internazionali: petrolio, carbone e uranio. Se
collettivizzazione deve esserci, essa deve
concernere le risorse indispensabili a tutti e che,
in effetti, non devono essere appannaggio di
nessuno. Il resto, tutto il resto, rientra nel campo
del discorso elettorale.
Queste prospettive sono utopistiche agli occhi di
qualcuno, ma per tutti coloro che rifiutano di
accettare leventualit di una guerra opportuno
sostenere e difendere questo insieme di principi
senza alcuna riserva. Quanto a conoscere i
percorsi che possono avvicinarci ad una simile
concezione, essi non sono immaginabili senza
lincontro tra i socialisti di ieri e gli uomini di
oggi, solitari nei disparati luoghi del mondo.
possibile in ogni caso rispondere ancora una
volta, e per tutte, allaccusa di utopia. Perch,
per noi, la cosa semplice: sar lutopia o la
guerra, come ce la preparano sistemi di pensiero
sorpassati. Il mondo ha facolt di scelta oggi fra
il pensiero politico anacronistico e il pensiero
utopistico. Il pensiero anacronistico sul punto
di ucciderci. Per quanto diffidenti siamo (e io
sia), il senso di realt ci obbliga quindi a
ritornare verso questa utopia relativa. Quando
essa sar entrata a far parte della Storia, come
molte altre utopie dello stesso genere, gli uomini
non immagineranno pi altre realt. Tanto vero
che la Storia non altro che lo sforzo disperato
degli uomini per dare corpo ai loro pi
chiaroveggenti sogni.


* La conferenza dei 21 Stati vittoriosi tenutasi a
Parigi, al Palazzo del Louxembourg, il 29 luglio
1946, doveva fissare le frontiere dei paesi alleati
della Germania: Italia, Romania, Bulgaria,
Ungheria, etc.



UN NUOVO CONTRATTO SOCIALE



Per riassumere: il destino degli uomini di tutte
le nazioni non sar tutelato se prima non sar
risolto il problema della pace e
dellorganizzazione del mondo. Non potr esserci
una rivoluzione efficace in alcuna parte del
mondo, prima che sia realizzata questa
rivoluzione. Tutto quello che di diverso si dice in
Francia, oggi, futile o interessato. Mi spinger
oltre. Non soltanto la forma di propriet non sar
cambiata in maniera durevole in alcun punto del
globo, ma i problemi pi semplici, come il pane
di tutti i giorni, la grande fame che fa torcere i
ventri dEuropa, il carbone, non avranno alcuna
soluzione fintantoch non sar creata la pace.
Qualsiasi pensiero che riconosca lealmente la
propria incapacit di giustificare la menzogna e
lomicidio portato a questa conclusione, per
poco che abbia a cuore la verit. Non gli resta
quindi che conformarsi tranquillamente a questo
ragionamento. Esso dovr cos riconoscere che:
1 la politica interna, considerata in modo
isolato, una questione esclusivamente
secondaria e daltronde impensabile; 2 lunico
problema la creazione di un ordine
internazionale che possa alla fine produrre le
riforme di struttura durevoli tramite le quali si
conclude la rivoluzione; 3 allinterno delle
nazioni esistono ormai soltanto problemi di
amministrazione, che vanno risolti
provvisoriamente, e al meglio possibile, in attesa
di una soluzione politica pi efficace perch pi
generale.
Bisogner dire, per esempio, che la Costituzione
francese non pu essere giudicata se non in
funzione del servizio chessa rende, o no, ad un
ordine internazionale fondato sulla giustizia e sul
dialogo. Da questo punto di vista, lindifferenza
della nostra Costituzione alle pi elementari
libert umane deplorevole. Occorrer
riconoscere che lorganizzazione provvisoria
dellapprovvigionamento dieci volte pi
importante del problema delle nazionalizzazioni o
delle statistiche elettorali. Le nazionalizzazioni
non potranno funzionare in un solo paese. E se
nemmeno lapprovvigionamento pu essere
affrontato sul solo piano nazionale, esso
quantomeno pi urgente e impone il ricorso a
degli espedienti, anche provvisori.
Tutto questo pu dare, di conseguenza, alla
nostra valutazione sulla politica interna il criterio
che finora le mancava. Trenta editoriali de
lAube avranno voglia di opporsi ogni mese a
trenta editoriali de lHumanit, non riusciranno a
farci dimenticare che questi due giornali, con i
partiti che rappresentano e gli uomini che li
dirigono, hanno accettato lannessione senza
referendum di Briga e Tenda, e si sono in questo
modo uniti in ununica impresa di distruzione nei
confronti della democrazia internazionale. Che la
loro volont sia buona o cattiva, il signor Bidault
e il signor Thorez favoriscono a pari merito il
principio della dittatura internazionale. Da questo
punto di vista, e qualsiasi cosa se ne possa
pensare, essi rappresentano nella nostra politica,
non certo la realt, ma lutopia pi deplorevole.
Si, dobbiamo togliere importanza alla politica
interna. Non si guarisce la peste con i rimedi che
si applicano ai raffreddori di testa. Una crisi che
lacera il mondo intero deve essere risolta su
scala universale. Lordine per tutti, affinch sia
diminuito per ciascuno il peso della miseria e
della paura, oggi il nostro obbiettivo logico.
Questo per richiede unazione e dei sacrifici,
ovvero degli uomini. E se ci sono molti uomini
oggi, che nel segreto del loro cuore maledicono
la violenza e il massacro, non ce ne sono molti
disposti a riconoscere che questo li costringe a
riconsiderare il loro pensiero o la loro azione.
Coloro che vorranno fare, tuttavia, questo sforzo,
avranno modo di trovarvi una ragionevole
speranza e la regola di una azione.
Essi ammetteranno che non hanno un gran che
da aspettarsi dagli attuali governi, dato che
questi vivono e agiscono secondo dei principi
omicidi. La sola speranza sta nello sforzo pi
grande, quello che consiste nel riprendere le cose
al loro inizio, per fare di nuovo una societ viva
allinterno di una societ condannata. quindi
necessario che questi uomini, uno a uno,
rifacciano fra loro, allinterno delle frontiere e al
di sopra di esse, un nuovo contratto sociale che li
unisca basandosi su principi pi ragionevoli.

Il movimento per la pace di cui ho parlato
dovrebbe poter articolarsi, allinterno delle
nazioni, in comunit di lavoro e, oltre i confini, in
comunit di riflessione: le prime delle quali, in
base ad accordi consensuali sul modo
cooperativo, solleverebbero il maggior numero
possibile di individui, mentre le seconde
tenterebbero di definire i valori su cui pogger
questordine internazionale, sostenendone nel
contempo la causa in ogni occasione.
Pi precisamente, il compito di questultime
sarebbe quello di opporre parole chiare alle
confusioni del terrore, e spiegare nello stesso
tempo i valori indispensabili ad un mondo
pacificato. Un codice di giustizia internazionale il
cui primo articolo sia labolizione generale della
pena di morte, e una messa in chiaro dei principi
necessari a qualsiasi civilt del dialogo
potrebbero essere i suoi primi obbiettivi.
Questo lavoro risponderebbe ai bisogni di
unepoca che non trova in alcuna filosofia le
giustificazioni necessarie alla sete di amicizia che
brucia oggi gli animi occidentali. Ma fin troppo
evidente che non si tratterebbe di edificare una
nuova ideologia. Si tratterebbe soltanto di
cercare uno stile di vita.
Sono questi, in ogni caso, dei motivi di
riflessione e non posso dilungarmi su questo
tema nellambito di questi articoli. Ma, per
parlare pi concretamente, diciamo che degli
uomini che decidessero di opporre, in qualsiasi
circostanza, lesempio al potere, la predicazione
alla sopraffazione, il dialogo allinsulto ed il
semplice onore allastuzia; che rifiutassero tutti i
vantaggi della societ attuale ed accettassero
soltanto i doveri e le responsabilit che li legano
agli altri uomini; che si impegnassero ad
orientare prima di tutto linsegnamento, poi la
stampa e lopinione, secondo i principi di
comportamento di cui si trattato finora, quegli
uomini non agirebbero nel senso dellutopia,
evidente, ma secondo il realismo pi onesto. Essi
preparerebbero lavvenire e, in questo modo,
farebbero cadere fin da oggi alcuni dei muri che
ci opprimono. Se il realismo larte di tener
conto del presente e del futuro nello stesso
tempo, di ottenere il massimo sacrificando il
minimo, chi non vede che la loro scelta
risponderebbe alla realt pi lampante?
Questi uomini si solleveranno, oppure no, non
posso sapere. probabile che la maggior parte di
essi in questo momento rifletta, e questo bene.
Ma certo che lefficacia della loro azione sar
strettamente legata al coraggio con cui
accetteranno di rinunciare, per il momento, ad
alcuni loro sogni per dedicarsi esclusivamente
allessenziale, che salvare le vite.
E, arrivati a questo punto, bisogner forse,
prima di concludere, alzare la voce.


VERSO IL DIALOGO



S, bisognerebbe alzare la voce. Io mi sono
guardato bene, fino ad ora, di fare appello alle
forze del sentimento. Ci che ci stritola oggi,
una logica storica che abbiamo creato di sana
pianta e i cui nodi finiranno per strangolarci. E
non il sentimento che pu tagliare i nodi di una
logica che delira, ma soltanto una ragione che
ragioni entro i limiti che essa si riconosce. Ma non
vorrei, per concludere, lasciar credere che
lavvenire del mondo possa fare a meno delle
nostre forze di indignazione e damore. So bene
che gli uomini hanno bisogno di grandi
motivazioni per intraprendere un cammino e che
difficile scuotersi da soli per una lotta i cui
obbiettivi sono cos limitati e nella quale la
speranza ha una parte appena accettabile. Ma
non si tratta di trascinare gli uomini. Al contrario,
lessenziale che essi non siano trascinati e
sappiano bene quello che fanno.
Salvare quello che ancora pu essere salvato,
per rendere lavvenire se non altro possibile, ecco
la grande motivazione, la passione e il sacrificio
richiesti. Questo esige soltanto che ci si rifletta e
che si decida chiaramente se il caso di
aumentare ulteriormente la sofferenza degli
uomini per dei fini sempre incomprensibili, se
bisogna accettare che il mondo si riempia di armi
e che il fratello uccida di nuovo il fratello, o se
bisogna, al contrario, risparmiare per quanto
possibile il sangue e il dolore per dare la
loro chance ad altre generazioni che sapranno
difendersi meglio di noi.
Da parte mia, credo di essere abbastanza sicuro
di aver scelto. E, avendo scelto, mi sembrato di
dover parlare, dire che non sar mai pi fra
coloro, chiunque essi siano, che si adeguano
allomicidio, e trarre le conseguenze che da
questo derivano. La cosa fatta e quindi oggi mi
fermer. Prima, per, vorrei che si sentisse bene
con quale intento ho parlato finora.
Ci viene chiesto di amare o di detestare questo o
quel paese e tale o talaltro popolo. Ma siamo pi
duno a sentire troppo bene le nostre somiglianze
con tutti gli uomini per accettare questa scelta. Il
modo adeguato di amare il popolo russo, in
riconoscenza di quello che non ha mai cessato di
essere, vale a dire il lievito del mondo di cui
parlano Tolstoj e Gorki, non di auspicare per
esso le avventure della potenza, di
risparmiargli, dopo tante prove attraversate, un
nuovo e terribile dissanguamento. Lo stesso vale
per il popolo americano e per linfelice Europa. il
genere di verit elementari che si dimenticano nel
furore del momento.
S, quello che bisogna combattere oggi sono la
paura e il silenzio, e con essi la separazione delle
menti e degli animi che producono. Quello che
bisogna difendere sono il dialogo e la
comunicazione universale degli uomini fra loro. La
servit, lingiustizia, la menzogna sono i flagelli
che spezzano questa comunicazione e proibiscono
questo dialogo. Ecco perch dobbiamo rifiutarli.
Ma questi flagelli sono oggi la materia stessa
della storia, e quindi molti uomini li considerano
come dei mali necessari. altrettanto vero che
non possiamo sfuggire alla storia, poich vi siamo
immersi fino al collo. Si pu tuttavia rivendicare il
diritto di lottare allinterno della storia, per
preservare quella parte delluomo che non le
appartiene. Ecco tutto quello che ho voluto dire. E
in tutti i casi definir ancora meglio questo
atteggiamento e lo spirito di questi articoli
tramite un ragionamento sul quale vorrei, prima
di concludere, che si meditasse lealmente.
Una grande esperienza mette oggi in movimento
tutte le nazioni del mondo, secondo le leggi della
potenza e del dominio. Non dir che bisogna
ostacolare, n lasciar proseguire questa
esperienza. Essa non ha bisogno che laiutiamo e,
per il momento, se ne infischia che la
contrastiamo. Lesperienza quindi continuer.
Porr semplicemente questa domanda: Che cosa
accadr se lesperienza fallisce, se la logica della
storia si smentisce, nonostante molti animi vi
facciano affidamento?. Cosa succeder se,
malgrado due o tre guerre, malgrado il sacrificio
di numerose generazioni e di alcuni valori, i nostri
nipoti, supponendo che ci siano, non si
troveranno pi vicini alla societ universale?
Succeder che i superstiti di questa esperienza
non avranno nemmeno pi la forza di essere i
testimoni della loro stessa agonia. Poich dunque
lesperienza continua, ed inevitabile che
continui ancora, non male che degli uomini si
prendano il compito di preservare, lungo il corso
della storia apocalittica che ci attende, lumile
capacit di riflettere che, senza pretendere di
risolvere tutto, sar sempre pronta in qualunque
momento, per indicare un senso alla vita di tutti i
giorni. Lessenziale che questi uomini pesino
bene, e una volta per tutte, il prezzo che
dovranno pagare.
Ora posso concludere. Tutto quello che mi
sembra auspicabile, in questo momento, che in
mezzo al mondo dellomicidio ci si decida a
riflettere sullomicidio e a scegliere. Se questo
potesse accadere, ci divideremmo allora fra
coloro che accettano, a rigore, di essere degli
assassini, e coloro che vi si rifiutano con tutte le
loro forze. Poich questa terribile divisione esiste,
sar quantomeno un progresso renderla chiara.
Attraverso cinque continenti, e negli anni a
venire, uninterminabile lotta continuer fra la
violenza e la predicazione. Ed vero che le
possibilit della prima sono mille volte pi grandi
rispetto a quelle dellultima. Tuttavia io ho
sempre pensato che se luomo che sperava nella
condizione umana era un folle, colui che
disperava degli eventi era un vile. E a questo
punto, lunico onore sar di accettare
ostinatamente questa formidabile scommessa che
decider, infine, se le parole sono pi forti delle
pallottole.

Segue la pubblicazione della traduzione di
un'intervista rilasciata a Russell Wilkinson dalla
figlia Catherine Camus e dall'editore Robert
Gallimard)

Russell Wilkinson: Tra isolamento
intellettuale e nuova percezione
dell'opera di Camus
Intervista a Catherine Camus e Robert Gallimard



L'importanza de Il primo uomo nellambito
di una valutazione di Albert Camus come
scrittore e filosofo politico nel tempo
attuale


PRESENTAZIONE

Il 29 luglio del 2000, presso la Cit du Livre di
Aix-en-Provence ha avuto luogo la cerimonia
ufficiale del passaggio del Fond Camus alla
Biblioteca di quella citt che, per loccasione,
aveva allestito una vasta esposizione di volumi,
foto, registrazioni, video, manoscritti etc.,
creando un evento adeguato alla portata
dellautore, e uno spazio per accogliere e
conservare tutto quel materiale. Trovandomi in
quella citt per ragioni di studio ed essendo gi
sua appassionata lettrice ed estimatrice, non ho
voluto perdere una cos insperata occasione per
dare spazio alla mia viva curiosit sullautore e
sulluomo Camus, trovando ampia conferma
dellintima e perfetta connessione che avevo
intuito, fra lartista e la sua opera. Quello che
non sapevo e che mai avrei potuto immaginare,
e che in quelloccasione apparve fin troppo
evidente, fu la discrepanza fra il consenso e
lamorevole sostegno che lo avevano aiutato a
crescere in Algeria, pur nella pi assoluta
povert, e lisolamento, i ripetuti vili attacchi che
dovette subire in Francia, dai compagni di lotta e
di partito, proprio mentre e dove stava dando il
meglio di s.
Volendo dire qualcosa che illustri e faccia
intendere la portata, lautorevolezza, lumanit e
il grande senso di responsabilit che hanno
mosso questuomo, unitamente allimpensabile
solitudine in cui, per il suo straordinario acume,
lanticipo sui tempi e lirrinunciabile rigore si
trovato a vivere, mi parso naturale e pertinente
riportare questa testimonianza della figlia che, a
mio avviso, dice assai pi di quanto qualsiasi
storico o studioso potrebbe mai dire. Di pi, poi
che in quelloccasione ebbi modo di incontrarla, e
volendo testimoniarle quello che ritenevo un
debito omaggio e riconoscimento per il gesto che
stava compiendo, fui enormemente sorpresa nel
trovare in lei, unitamente a tanta devozione e
alla totale dedizione allopera del padre (non per
scelta, come mi disse, ma per obbligo di eredit),
la stessa semplicit, lessenzialit, lo stesso
senso di responsabilit, di rigore e rispetto per
lumanit, che avevo trovato e trovo nellopera
del padre. Qualit rare, cui pu far bene
attingere, di tanto in tanto.


Russell Wilkinson: Nella sua nota delleditore
per Il primo uomo, lei sembra indicare che ci
troviamo oggi in un'epoca pi ricettiva rispetto al
lavoro di Camus. Pensa che Camus sia stato
trascurato negli ultimi anni?

Catherine Camus: Non mai stato
abbandonato dai suoi lettori. Camus
enormemente letto. l'autore che vende di pi in
tutta la collezione Gallimard ed stato cos per
tanti anni. Le vendite non sono mai calate, quindi
parlare di riscoperta suggerirebbe lidea che non
sia pi stato letto, e questo non vero. Si tratta
solo del fatto che, nel mentre stavamo
pubblicando Il primo uomo, mi dicevo: Sar
orribile, ma orribile sul piano della critica. Non
avevo paura del suo pubblico. Avevo paura di ci
che sarebbe stato scritto sui giornali. Ci sono
comunque dei segnali che dicono che gli
intellettuali tornano di nuovo a Camus, oggi. La
storia ha dato loro ragione, con la caduta del
comunismo. In realt, stato sempre a causa
del problema comunista che ci fu opposizione
contro Camus. stato sempre e soprattutto
qualcosa di politico, una sorta di malinteso.
Camus aveva denunciato i gulag e i processi di
Stalin. Oggi possiamo dire che aveva ragione. Ma
allepoca, dire che cerano campi di
concentramento in Unione Sovietica era
blasfemo, davvero molto grave. Oggi, quando
pensiamo all'URSS, teniamo conto dei campi, ma
prima non era permesso, molto semplicemente.
Nessuno aveva il diritto di dirlo o di pensarlo, se
era di sinistra. Camus ha sempre insistito sul
fatto che i criteri storici e largomentazione
storica non erano le uniche cose da tenere in
considerazione, che non erano onniscienti, e che
la storia poteva sempre sbagliarsi in rapporto
all'uomo. cos che cominciamo a pensare oggi.

RW: Lei pensa quindi che all'opera di Camus si
stia rendendo giustizia, dopo questo periodo di
isolamento intellettuale?

Robert Gallimard: Tutto dipende dal momento
storico. Subito dopo la guerra, con la liberazione
nel 1945, Camus era molto conosciuto e molto
amato da Sartre e da tutti gli intellettuali di
quella generazione. C' un'intervista rilasciata da
Sartre negli Stati Uniti dove gli si chiede qual il
futuro della letteratura francese, e lui risponde
che il prossimo grande autore per il futuro
Camus. E poi il tempo passa, e
unargomentazione molto pi politica che
letteraria prevale, e dal giorno in cui Camus ha
scritto LUomo in Rivolta, nel 1955, c la rottura,
e tutti o quasi tutti gli intellettuali di sinistra gli
diventano ostili. E poich era gi malvisto dalla
destra, rimase completamente solo. E poi,
durante gli anni '80, quelli che chiameremmo i
giovani filosofi di Francia, come Bernard e
Gluxman hanno fatto notare che Camus aveva
detto cose che nessuno voleva sentire nell'arena
politica. Hanno detto che era Camus che era nel
giusto, e non quelli che sono caduti sotto
l'influenza di Sartre, la qual cosa comportava una
resa incondizionata al comunismo come abbiamo
visto in Unione Sovietica. E da quel momento in
poi, le opinioni su Camus hanno continuato a
modificarsi, fino ad ora. Gli intellettuali della sua
et che non lo avevano amato prima, ora lo
apprezzano. Ritorniamo quindi alla letteratura, e
constatiamo che sempre stato un grande
autore.

RW: Il che ci porta specificamente alla
pubblicazione de Il primo uomo. Come pensa che
questo libro possa cambiare la nostra percezione
del lavoro di Camus?

CC: Bisogna sottolineare che egli ha scritto
soltanto un terzo di quello che avrebbe voluto
scrivere. Il primo uomo il suo ultimo lavoro,
postumo. Ma in realt, in un certo senso, il suo
primo, perch vi si trovano le linee del suo
impegno e anche del suo modo di scrivere nel
suo complesso. Quella combinazione di austerit
e di sensibilit, la volont di parlare per coloro
che non possono farlo da s.

RW: Ci sono delle volte in cui, nelle sue lettere
a Louis Germain [il docente di filosofia di Camus
in Algeria, pubblicate in appendice] sembra
insoddisfatto del suo lavoro su Il primo uomo.
Dopo aver ricevuto il premio Nobel, si sentiva
sotto pressione per produrre la sua opera
definitiva?

CC: Non scriveva sotto l'influenza del Premio
Nobel. Era una cosa superficiale per l'artista che
era in lui. Il Premio Nobel viene da fuori, una
sorta di riconoscimento sociale. E penso che un
vero artista sia spinto da esigenze interne. Non
possiamo parlare del libro che voleva scrivere
perch abbiamo soltanto l'inizio. Non ne aveva
scritto un gran che, ma aveva bisogno di
scriverlo. Mi sembra che quando si guarda allo
stile de Il primo uomo, assomigli molto di pi a
quello chegli era come uomo. Gli assomiglia
enormemente.

RW: Arriveremo a farci un'idea pi chiara delle
sue idee filosofiche con la lettura di questopera?

CC: Forse no, perch ad uno stadio piuttosto
grezzo. Ma in questo modo, in queste condizioni,
si vede di pi, senza alcun artificio dellarte,
senza cancellature. Esso forse, nello stesso
tempo, pi vero. Penso che volesse scrivere
qualcosa per spiegare chi era e in quale modo si
distingueva dallepoca che gli era stata
assegnata. stato spesso visto come un
moralista severo, ma sul campo da calcio e a
teatro che ha imparato la sua moralit.
qualcosa di sensuale, non passa solo attraverso il
pensiero. Non possibile. Egli ha iniziato a
pensare con la sensazione. Non avrebbe mai
potuto pensare con oggetti o modelli culturali,
perch non ce nerano. Quindi vero che la sua
moralit era estremamente vissuta, fatta di cose
molto concrete. Questo non passa mai attraverso
astrazioni. la sua esperienza, il suo modo di
parlare. Ci sono coloro che sono attratti dalle sue
idee di assurdit e altri che sono attratti dal lato
solare del suo lavoro sullAlgeria, il caldo, ecc.

RW: Dato che Il primo uomo parla della nascita
di Camus e della sua infanzia in Algeria, sembra
strano che i suoi rapporti profondi e personali
con la crisi nazionalista algerina vengano ignorati
nel ritratto tradizionale di lui come scrittore
francese. Pensa che Il primo uomo possa farci
rivalutare l'importanza dellAlgeria nelle nostre
considerazioni su Camus?

CC: Spero di s. Camus nato in Algeria, di
nazionalit francese ed era assimilato nella
comunit francese, anche se i coloni francesi
lavevano assolutamente respinto a causa della
sua povert. Politicamente, stato a favore di
una federazione e, infatti, considerava che, come
in Sud Africa oggi (o come tentano di fare), ci
dovesse essere una popolazione mista con pari
diritti, gli stessi diritti per gli arabi e i francesi, e
poi anche per tutti gli altri popoli che vivevano l.

RW: Pensa che egli si considerasse come il
primo membro di una razza di sradicati, a motivo
della assenza del padre e della dualit culturale
della sua formazione?

CC: No, non a livello politico. Egli Il primo
uomo perch povero, il che non mai stato
cos rilevante per gli esseri umani. Conosceva
bene l'Algeria. E stato esiliato dal suo paese, ma
ha sempre vissuto nella sua lingua. Solitario e
solidale. Non come per coloro che sono in esilio
in un paese in cui la lingua non la loro. Aveva
poca speranza che potesse funzionare, ma
voleva che funzionasse. LAlgeria aveva prodotto
tanta violenza, e quando una tale violenza si
verifica non c' pi spazio per la riflessione. E
non vi alcuna posizione di mediazione. Se
guardiamo oggi la situazione in Bosnia, i Croati, i
Bosniaci e i Serbi hanno creato cos tanto orrore
che ci si chiede come queste persone possano
vivere insieme dopo tutto quello che hanno fatto.
La violenza ha gi raggiunto un punto tale che
tutti vivono nellodio, non vi alcuna possibilit
di riflessione, n di conciliare le rispettive
posizioni.
Non c' nessuno che pu dire Questa gente ha
torto su questo, e ragione su quello. Questo
potrebbe dare la possibilit a delle popolazioni, o
anche a due esseri umani, di vivere insieme.
Possiamo risolvere i problemi soltanto con
l'accettazione e l'arricchimento attraverso le
nostre differenze.

RW: Allora, Camus ha cercato di vivere il
paradosso di essere allo stesso tempo solitario e
solidale?

CC: Credo che Camus si sentisse molto solo. Si
pu vedere questo in tutti i suoi libri. Lo
straniero non Camus, ma ne Lo straniero vi
sono elementi di Camus. C' questa sensazione
di esilio. E non n da Parigi n da altra parte
che egli in esilio, ma dal mondo intellettuale, a
causa delle sue origini. E questo un esilio
completo. Proprio a causa del suo modo di
sentire prima di pensare. Si trova in un contesto
dal quale vorrebbe spesso sfuggire. In ogni caso,
dobbiamo imparare che cos il sangue. Tutto
questo deve essere razionalizzato. Su questo
punto egli si sente esiliato, solo...

RG: E tuttavia, qualcosa che evidente che
Camus non avrebbe mai potuto essere un uomo
neutrale. Era impegnato veramente e fisicamente
nella Resistenza. In quel caso si impegnato
nella lotta contro il nazismo. E ha sempre avuto
un profondo impegno, una vera resistenza contro
tutti i totalitarismi. Spesso dimentichiamo che
Camus era molto feroce contro il regime di
Franco, e fino alla fine. Ha rifiutato di andare in
Spagna, ha lasciato l'UNESCO perch lUNESCO
aveva accettato la Spagna di Franco e gli aveva
permesso un discorso. Camus stato
assolutamente intransigente, questo non
affatto una neutralit... la lotta, un uomo che si
impegnato. Certo, non era esistenzialista,
ma era impegnato, un combattente. Non per
niente dirigeva il giornale della Resistenza
intitolato Combat.

RW: E come possiamo spiegare la differenza tra
il suo impegno e quello degli esistenzialisti?

CC & RG insieme: Non stato un
esistenzialista!
RG: Ha sempre rifiutato di esserlo.

RW: Un altro esempio di essere solo e solidale,
essere un amico di Sartre, ma mantenendo la
sua distanza dal credo esistenzialista?

CC: S. Oggi cominciamo a vedere come vanno
queste cose. Ma di solito solo quando le cose ti
colpiscono in pieno che cominci a capirle.
Ognuno ha molte speranze per unumanit
migliore e molti, tra cui Sartre, si sono indirizzati
verso il comunismo nella sua fase iniziale. La
generosit aveva un posto nella speranza degli
uomini. Ma Camus aveva notato che abbiamo
molto da attraversare. Bisogna che tutto sia
accettato prima di essere migliorato. Quando
hanno chiesto a Sartre se voleva vivere sotto un
regime comunista oppure no, ha detto, No -.
per gli altri buono, ma non per me, no. L'ha
detto! Quindi difficile dire fino a che punto il
suo atteggiamento sia intellettuale. Come si pu
pensare che mai nella propria vita si vorrebbe
vivere sotto un regime comunista e, allo stesso
tempo, dire che un bene per tutti? Una cosa
alquanto difficile, ma Sartre vi arrivato. Camus
no, ed con questo che dobbiamo confrontarci
oggi, voglio dire con ci che lideologia pura,
che non tiene conto del contesto umano. In
materia di economia, la stessa cosa.
L'economia voleva basarsi sulla teoria senza
considerare i criteri umani, o il parametro
uomo. Si finisce per sbattere la testa contro il
muro, non pu funzionare. Non se ignoriamo
l'uomo. Questo il motivo per cui Camus pi
moderno adesso, perch dice sempre s, ma c
luomo. la prima cosa, perch io sono
luomo. Ed questo, la solidariet.

RW: Il primo uomo quindi il suo ponte fra
l'esperienza e la filosofia?

CC: Quello che propongono gli articoli che sono
gi stati scritti su Il primo uomo l'umilt.
L'accettazione di queste contraddizioni. Cercare
una spiegazione la morte. La menzogna la
morte per Camus. per questo motivo che nel
dramma Il malinteso, il figlio muore, ucciso dalla
sorella e dalla madre, perch aveva mentito. Non
ha mai detto loro chi era. Esse lo uccidono
perch non lo riconoscono. Ma Camus dice anche
che niente vero, di ci che impone lesclusione.
Quindi dobbiamo accettare delle contraddizioni,
se non vogliamo respingere alcune cose riguardo
alla vita, alcune evidenze. Se creiamo un
sistema, e poi diciamo: Qui c la verit, qui, in
questo genere di percorso, si abbandoneranno
tutti gli altri percorsi, e si uccider la vita. Questo
dipende dal singolo individuo. Non era
esattamente il sistema, che Camus aveva
attaccato. Egli diceva: Se funziona, tanto
meglio. Il suo scopo era quello di aiutare le
persone a vivere. Questa la cosa importante.
Penso che la cosa pi importante per un artista
sia di provare tutti i canali possibili.

RW Essendo dedicato a sua madre, pensa che Il
primo uomo dia unimmagine pi chiara delle sue
idee sulla femminilit?

CC: vero che le donne appaiono pochissimo
negli altri suoi lavori. Hanno un posto molto
marginale. Ma la femminilit, s, in effetti pi
presente ne Il primo uomo, non soltanto
relativamente alle donne ma stilisticamente,
nella sua interezza, nelle annotazioni che ha
scritto. Vi si pu vedere una vera storia d'amore,
una storia d'amore d'infanzia, la prima di Camus.
Meursault [il protagonista de Lo straniero] e
Maria non hanno realmente mai vissuto un gran
che. C Dora ne I giusti e poche altre nelle sue
opere di teatro, ma non sono molto conosciute.
Penso che per Camus sua madre fosse pi di una
madre. l'amore, l'amore assoluto. per questo
che Il primo uomo scritto per lei, dedicato, A
te che non potrai mai leggere questo libro. E
l'amore molto importante ne Il primo uomo,
perch egli ama quelle cose che non ha mai
scelto, ama le sue esperienze infantili in un modo
molto reale. La loro povert voleva dire che non
c'era nientaltro a cui pensare se non cosa
mangiare, come vestirsi. Non c davvero spazio
per altro, nella sua famiglia. difficile per gli altri
mettersi al suo posto. Non vi esistenza
immaginaria nelle loro vite. Gli intellettuali
francesi sono per la maggior parte dei piccoli
borghesi, ma difficile dire se questo conferisca
pi valore allopera di Camus. Direi piuttosto che
egli diverso. Necessariamente. Le sue posizioni
si fanno sentire. Cos, naturalmente, gli
intellettuali che non hanno avuto questa
esperienza, hanno difficolt a comprenderla. Ma
penso che questo lo abbia reso pi tollerante,
perch aveva gi visto entrambi i lati delle cose,
mentre gli altri ne avevano visto uno solo. Essi
immaginano la povert, ma non la conoscono.
Hanno anche una sorta di cattiva coscienza nei
confronti della classe operaia. la prospettiva
che essi non avrebbero mai potuto adottare, non
come Sartre avrebbe voluto, perch non la
conoscevano. Non hanno mai saputo come
rivolgersi a loro. Non capiscono cosa vuol dire, e
questo conferisce loro una cattiva coscienza.
Camus era pi vicino ai poveri.

RW: Questa vicinanza viene forse dalla sua
umilt, come possiamo vedere nelle lettere al
signor Germain, il suo vecchio insegnante,
pubblicate alla fine deIl primo uomo?

CC: per il fatto che il suo insegnante, ne Il
primo uomo ha un posto fondamentale. Camus
ce lo mostra esattamente come era. Il primo
uomo completamente autobiografico. La madre
che descrive la donna che ho conosciuto, ed
era esattamente come lui la descrive. E
quellinsegnante realmente esistito. Ma questo
mostra anche che gli uomini attribuiscono molta
importanza alla celebrit, e Camus ha scritto il
suo discorso di accettazione del premio Nobel
come ringraziamento per il suo insegnante. Il
riconoscimento, l'apprezzamento esistono. Lo ha
fatto per mostrare che quello era il risultato di
tutto ci che il suo maestro aveva fatto per lui. E,
pi ancora, che ci sono dei Signor Germain
ovunque nel mondo. Questo il motivo per cui
ho pubblicato le lettere, per assegnargli un posto
nellopera... Ma non potrei mai pensare o agire
per conto di quello che mio padre avrebbe detto
o fatto. Era un artista, egli si considerava un
artista, e per questo si preso la responsabilit
di parlare per coloro che non hanno n i mezzi n
l'opportunit per farlo.