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Maestri A cinquantanni dalla scomparsa dello studioso piemontese, precursore di Mittner, il ricordo di un allievo: tra scrittori absburgici, rivalutazione

del Barocco e antifascismo militante

di CLAUDIO MAGRIS
inquantanni fa, commemorando fraternamente la morte di un maestro non solo della germanistica ma della cultura italiana, Leonello Vincenti, un altro grande, Benvenuto Terracini, ne evocava lironico sorriso divenuto abituale alla maschera del suo volto, subito addolcito in unaffettuosa schiettezza. Quellironia era anche lo sguardo di una radicale libert interiore, che non si lasciava sedurre n dalle suggestioni n dalle idiosincrasie, ma dava ad ognuno il suo, indipendentemente da simpatie e antipatie ideologiche e anche dalle predilezioni e idiosincrasie personali. Lironia, in Leonello Vincenti, rivelava la sua vera essenza: una libert nei confronti di ogni pretesa totalizzante, di ogni idolo, di ogni formula, di ogni dogma. Ad esempio, forse nessuno come Croce ha influito sulla sua formazione estetica e letteraria, ma ci non gli ha impedito minimamente unassoluta autonomia e difformit di giudizio mai esibite o risentite, ma tranquillamente ferme nei confronti delle posizioni crociane, da lui non condivise, su Leopardi o sul Barocco. Quellironia amabile, affettuosa e inflessibile era unessenza dellumano, che tanti da Sergio Lupi a Giorgio Melchiori gli hanno riconosciuto, con gratitudine non solo intellettuale. La sua ironia, come ogni autentica ironia, era lespressione non certo retoricamente sentimentale della sua profonda capacit di affetto, che ho avuto la fortuna di esperimentare personalmente, cos come una delle fortune della mia vita quella di averlo avuto maestro. Dellopera di Vincenti a cinquantanni dalla sua morte, novantanni dopo il suo primo articolo resta moltissimo, quasi tutto, come scriveva Ladislao Mittner, lunico germanista che possa essergli paragonato a pari titolo. Morto a Torino il 31 gennaio 1963 e nato a Trino Vercellese nel 1891, Vincenti aveva certamente, come stato pi volte sottolineato, le classiche virt piemontesi di riserbo, misura e dedizione al lavoro, ma non un caso che egli abbia tenuto per tanti anni la cattedra di letteratura tedesca allUniversit di Torino, la citt moderna della penisola, come la definiva Gramsci, insieme Detroit e Leningrado, la capitale italiana della modernit industriale, i cui problemi, le cui aperture e le cui contraddizioni, il cui influsso sullesistenza dellindividuo non sono stati af-

Un particolare della statua di Goethe e Schiller, le due icone della cultura tedesca, di fronte al Teatro nazionale tedesco di Weimar (East side report)

Quel pioniere che cre il mito della letteratura tedesca in Italia


Leonello Vincenti scopr Silesio. E studi Goethe e Schiller
frontati in nessuna letteratura con altrettanta intensit come in quella tedesca. Non dunque strano che Torino sia la capitale della germanistica italiana e che a Torino sia nata la prima cattedra di letteratura tedesca, affidata al geniale e approssimato Arturo Farinelli, il maestro di Vincenti, che apprese da lui lappassionato sentimento della letteratura universale e lapertura su molti orizzonti, restando peraltro immune dal suo titanismo avventuroso ma velleitario. costante infatti, nellopera critica di Vincenti, il ridimensionamento del titanismo cos presente nella letteratura tedesca, anche in autori grandissimi da lui amati e mirabilmente studiati come Hlderlin e Goethe, cui egli ha dedicato splendidi saggi che ne svelano tutta la grandezza ma sfatano lenfasi titanica, peraltro presente pi in molti loro entusiasti esegeti che nella classicit delle loro opere. Volontario nella Grande guerra e poi irriducibile antifascista legato alle iniziative di Gobetti e Ferruccio Parri, Vincenti stato per molti anni, sino allavvento del nazismo, lettore a Monaco, alla cattedra del grande Karl Vossler. Ha vissuto e conosciuto a fondo non solo la letteratura tedesca in generale, ma, dal vivo, quella straordinaria, tormentata e contraddittoria cultura tedesca che sarebbe finita sul rogo nazista. In Germania ha conosciuto anche la moglie, Friederike Gutmann, e attraverso di lei quella grande civilt ebraico-tedesca che il nazionalsocialismo, compiendo non solo un atroce genocidio ma anche un imbecille suicidio, ha distrutto. Ho certo molto imparato da lui seguendo per anni le sue lezioni a Torino, ma forse quasi altrettanto, per quel che riguarda la Germania di quel periodo, dai racconti della signora Friederike, quando, dopo la morte di Vincenti, ho abitato per un paio danni nella sua casa a Cavoretto, sulla collina torinese, fra i suoi alberi e le sue piante che egli tanto curava e amava, e dove erano rimaste la moglie e la figlia Eleonora, studiosa di filologia romanza e italiana che aveva ereditato non solo il suo talento umanistico ma anche il suo umorismo, talora tagliente ma, come in lui, espressione di radicale onest e riservato affetto. Il figlio Giorgio, chimico, aveva ereditato da lui la passione per la montagna, dove mor assai giovane in una difficile escursione. I miei studi li ho fatti certo alluniversit ma, dopo, anche nellaffascinante biblioteca di casa Vincenti e sino a pochi anni fa ero ancora in grado di dire alla figlia, quando cercava un libro, su quale scaffale si trovasse. Ricordare quella loro esistenza alta e isolata, in collina, mi fa anche malinconia, perch forse un po lontana dalla banale e calda vita quotidiana. Di Vincenti realmente resta quasi tutto, con unassoluta freschezza e attualit o meglio novit creativa. Ha fatto conoscere in Italia un grande, ostico e spesso rifiutato poeta come Stefan George. La sua Letteratura tedesca dellet barocca (1935) stata la prima a fare i conti con quel Barocco tedesco che pi tardi sarebbe divenuto un punto focale dellinteresse politico-culturale; io e pi tardi Emilio Bonfatti, altro gran-

Il germanista
Leonello Vincenti nasce a Trino Vercellese nel 1891. Nel 47 cura le Liriche romantiche tedesche di Friedrich Rckert. Nel 53 pubblica Saggi di letteratura tedesca e Croce e Goethe. Docente a Torino, muore il 31 gennaio 1963

de studioso del Barocco prematuramente scomparso, avevamo iniziato ad aggiornarla, tenendo conto degli appunti di uno degli ultimi corsi in cui lui era tornato sullargomento, ma poi abbiamo deciso di non farne nulla per non snaturarla. Vincenti stato il primo a studiare la peculiarit della letteratura austriaca, con i suoi saggi su Raimund e soprattutto Grillparzer; non un caso che io, uscito dalla sua scuola, mi sia occupato di cose absburgiche. Ho visto nascere quel mirabile saggio Grillparzer e la libert, in cui Vincenti rende giustizia poetica a una visione della storia che gli era avversa ma di cui coglieva la tragica forza creativa. Il suo libro su Lessing rimane fondamentale, anche se lecito dissentire dallinterpretazione del Nathan; in uno degli ultimi corsi aveva corretto il giudizio, in precedenza discutibilmente limitativo, su Brentano, riconoscendone la magia lirica. Un capolavoro, oggi pi che mai leggibile e godibile, il saggio su Angelo Silesio (1931), il poeta mistico del Seicento affascinato dalla rosa che fiorisce senza perch, che fiorisce perch fiorisce. Anche in questo caso Vincenti ha saputo cogliere in tutta la sua grandezza una visione mistica che non gli era certo congeniale. Ho avuto la fortuna di veder nascere, in un corso universitario, il saggio sullUltimo Schiller, in cui il poeta della libert trascende questa sua nobile etichetta obbligata in una cupa, possente, irrisolta tragicit. Si dovrebbero nominare tanti studi, anche brevi articoli di giornale (specialmente sulla Stampa) che hanno precorso scoperte e giudizi, ad esempio Thomas Mann; pagine sorridenti e profonde su Goethe, come lintuizione della sua capacit di trasformare la passione in saggezza. La sua equanimit e la sua avversione a quelle formule audaci ed eclatanti che attirano attenzione e fama come ogni suggestiva e aggressiva semplificazione, la sua limpida pacatezza gli hanno impedito un successo di pubblico. Forse ne soffriva un po, ma ironicamente e non troppo, sorretto comera da un forte senso goethiano e laico dello scorrere della natura, del fiorire e sfiorire delle cose, in fondo tutte pi o meno simili alle piante e agli alberi della sua casa in collina. Questo ostricato come lo chiama Parri in una lettera ritrovata da Marco Cerruti era un maestro che sapeva correggere inflessibilmente senza mortificare: quando, studente, gli mostrai un breve saggio che avevo scritto su George, me lo smont giustamente passo a passo, in particolare gli errori di lingua, ma con unamichevole affettuosit che non stroncava, bens incoraggiava. Quando seppe che la mia tesi da lui seguita e guidata, Il mito absburgico, sarebbe stata pubblicata nei saggi Einaudi, mi scrisse a Freiburg, nella Foresta Nera, dove mi trovavo con una borsa di studio dicendomi: una grossa fortuna per un giovane e io credo di conoscerLa abbastanza per essere certo che Lei non ne trarr conclusioni affrettate. Lo scritto, lultimo che ho ricevuto da lui, si concludeva accennando a un suo imminente ricovero per una lieve operazione. Era la fine del gennaio 1963, pochi giorni prima della sua morte.
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