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Elias Canetti, Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931). Titolo originale: Die Fackel im Ohr.

Lebensgeschichte 1921-1931. Traduzione di Andrea Casalegno e Renata Colorni. Copyright 1980 Carl Hanser Verlag, M nchenWien. Copyright 1982 Adelphi Edizioni S.p.A., Milano. Questa seconda parte dell'autobiografia di Elias Canetti si apre subito dopo la -cacciata dal paradiso di Zurigo, che chiudeva La lingua salvata. Ora siamo a Francoforte, nel 1921, e il giovane Elias comincia a intravedere intorno a s un nuovo mondo, formicolante di figure che cercano di sopravvivere fra -inflazione e impotenza . -Era finita per sempre l'epoca in cui l'ignoto si riversava in me senza incontrare ostacoli . Dalla ricettivit totale dei primi anni si passa ora a uno scontro con tutto e con tutti, che permette a Canetti di saggiare se stesso, di scoprirsi nella sua irriducibile peculiarit. Se a quest'ultima si pu dare un nome, sar quello della rivolta contro la morte, una rivolta -senza fine . La giovinezza di Canetti un'iniziazione a questa scoperta, vissuta facendo appello a tutte le potenze arcaiche, che lo hanno sempre assistito. Nell'ombra, il modello mitologico Gilgamesh, che traversa le acque della morte per trovare la vita eterna. Ed lo scandalo di tutto ci che scompare a mantenere intatta in Canetti un'immensa forza del ricordo. L'intensit che vibra in ciascuna delle numerose figure che appaiono in queste pagine presuppone tale sottinteso. Ciascuna vuole incidersi nella memoria e nella prosa con segno indelebile. Saranno gli ospiti patetici della pensione Charlotte di Francoforte e gli intellettuali frenetici di Berlino; saranno gli ascoltatori di Karl Kraus e i manifestanti che incendiano a Vienna il Palazzo di Giustizia; saranno l'amata Veza e la deliziosa Ibby; sar la madre, che i lettori de La lingua salvata conoscono bene e che ora, assillata dalla gelosia per il figlio, lo costringe a una inarrestabile commedia, dove donne -inventate servono a coprire donne vere e proibite; saranno infine Karl Kraus stesso e Brecht, Grosz, Babel, che

Canetti conosce a Berlino. Tutte le loro voci sono qui salvate. E, intrecciata per sempre alla loro, riconosciamo qui la voce di Canetti stesso. Appartengono a questi anni le esperienze che saranno decisive per la sua opera di scrittore: la visione aristofanesca, che sembra offrire -l'unica possibilit di tener unito ci che si frantumava in mille schegge ; la fascinazione ossessiva per Kraus; la massa, questo enigma incombente come mai prima sul nostro tempo, a cui Canetti dedicher decenni di riflessione; infine il disegnarsi di una -comdie humaine dei folli , di cui rimane, quale unico, grandioso frammento il romanzo Auto da f. Inseguito dalle voci, Canetti non si cura di darci un quadro dell'epoca: ma l'aria di Francoforte, di Vienna e di Berlino in quegli anni circola in queste pagine come una presenza palpabile. In toni opposti, e stridenti fra loro, le citt ci parlano di un periodo in cui -ci che si abbatteva sugli uomini era pi che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane . Ovunque, Canetti incontra varianti di uno stesso sfondo: il caos, perpetua minaccia e prezioso nutrimento. I suoi bagliori sono quelli del -fuoco , di cui questo libro - come gi Auto da f e ogni grande libro - il -frutto . Elias Canetti, premio Nobel 1981 per la letteratura, nato nel 1905 a Rustschuk (Bulgaria) da una famiglia ebraica di origine spagnola, ed vissuto lungamente a Vienna e poi a Londra e Zurigo. A Veza Canetti 1897-1963. Parte prima: Inflazione e impotenza (Francoforte 1921-1924) Pensione Charlotte. I cambiamenti di scena dei miei primi anni li accettai senza opporre resistenza. Non ho mai rimpianto di essere stato esposto da bambino a impressioni tanto forti e contrastanti. Ogni posto nuovo, per quanto estraneo mi apparisse all'inizio, mi conquistava per l'impronta peculiare che lasciava in me e per le sue imprevedibili diramazioni. Un solo passo ho vissuto con amarezza: la ferita per il distacco da

Zurigo non si mai rimarginata. Avevo sedici anni e mi sentivo cos legato agli uomini, ai luoghi, alla scuola, al paese, alla poesia, persino alla lingua che mi ero conquistato vincendo l'ostinata resistenza della mamma, che non avrei voluto lasciarli mai pi. A Zurigo avevo passato cinque anni soltanto, ero ancora giovanissimo, eppure mi sembrava di non dover pi andare in nessun altro posto: a Zurigo avrei voluto passare tutta la mia vita, in un benessere spirituale sempre pi grande. Fu uno strappo violento, e tutte le ragioni che avevo messo in campo per difendere il mio desiderio di rimanere erano state derise. Dopo il colloquio annientatore che aveva deciso il mio destino, mi sentivo un essere ridicolo e meschino, un pavido che pensa solo ai libri e non sa guardare la vita in faccia, un presuntuoso imbevuto di un falso sapere, che non serve a nulla, un essere angusto e soddisfatto di s, un parassita, uno che vive di rendita, gi vecchio prima di aver affrontato una qualsiasi prova. Nel nuovo ambiente, la cui scelta era dipesa da circostanze che per me rimasero oscure, reagii in due modi alla brutalit del cambiamento. Innanzitutto con la nostalgia, che era ritenuta una malattia tipica degli abitanti del paese in cui ero vissuto; provando una fortissima nostalgia mi sentivo proprio uno di loro. Ma reagii anche con un atteggiamento critico verso il mio nuovo ambiente. Era finita per sempre l'epoca in cui l'ignoto si riversava in me senza incontrare ostacoli. Ora cercavo di chiudermi a un ignoto che mi era stato imposto contro la mia volont. Ma di ripulse totali e indiscriminate non ero capace, essendo, per carattere, troppo ricettivo, e cos cominci un periodo di verifiche puntuali e di asprezza satirica. Delle cose diverse da come le conoscevo esageravo la stranezza e finivo per trovarle buffe. E, come se non bastasse, molte novit si presentarono insieme. Ci eravamo trasferiti a Francoforte e, siccome la situazione era incerta e non sapevamo ancora per quanto tempo saremmo rimasti in quella citt, andammo ad abitare in una pensione. Vivevamo in due stanze, un po' pigiati; non eravamo mai stati a

contatto cos stretto con altra gente, e, pur sentendoci una famiglia a s, mangiavamo gi a pianterreno con tutti gli altri al lungo tavolo comune. Nella pensione Charlotte conoscemmo persone d'ogni genere, le vedevo tutti i giorni a pranzo, cambiavano solo ogni tanto. Alcune si trattennero per tutto il periodo, due anni, che passai in quella pensione, altre soltanto per un anno, oppure per sei mesi; erano persone molto diverse tra loro, e tutte mi sono rimaste impresse nella memoria; dovevo stare per molto attento per capire di che cosa parlavano. I miei fratelli, che avevano allora undici e tredici anni, erano i pensionanti pi giovani e subito dopo venivo io, coi miei sedici anni. Non sempre gli ospiti si incontravano gi in sala da pranzo. La signorina Rahm, una mannequin snella, giovane, biondissima, la bellezza alla moda della pensione, scendeva per il pranzo solo ogni tanto. Mangiava poco, per via della linea, ma tanto pi era presente nei discorsi degli altri. Non c'era uomo che non la seguisse con lo sguardo, non c'era uomo che non la desiderasse; e poich si sapeva che oltre al suo accompagnatore fisso, il proprietario di un negozio di abbigliamento maschile che non abitava nella pensione, anche altri uomini andavano ogni tanto a trovarla, molti facevano dei progetti su di lei con il tono compiaciuto di chi ha messo gli occhi su qualcosa che gli spetta di diritto e che, prima o poi, potrebbe anche essere suo. Le donne le tagliavano i panni addosso. Gli uomini, se osavano parlare di lei davanti alla moglie, oppure se erano soli, mettevano invece una buona parola, soprattutto lodavano la sua figura elegante; era cos alta e snella - dicevano - che lo sguardo, correndo lungo il suo corpo, non sapeva dove fermarsi. A capotavola sedeva la signora Kupfer, scura di pelle e consumata dalle preoccupazioni, una vedova di guerra che mandava avanti la pensione per mantenere se stessa e il figlio, donna ordinatissima, precisa, sempre compresa delle difficolt del momento, ma solo di quelle traducibili in cifre; -Io questo non posso permettermelo era la sua frase

preferita. Alla sua destra sedeva il figlio Oskar, un giovane tarchiato con sopracciglia foltissime e fronte bassa. A sinistra della signora Kupfer sedeva il signor Rebhuhn, un uomo piuttosto anziano, sofferente d'asma, un funzionario di banca estremamente affabile, che si aggrondava e si infuriava soltanto quando il discorso cadeva sull'esito che aveva avuto la guerra. Pur essendo ebreo, era un fervente nazionalista, e, se qualcuno lo contraddiceva su quell'argomento, sfoderava rapido come il baleno - lui, di solito cos accomodante - la sua -pugnalata . Si agitava tanto che gli veniva un attacco d'asma e allora sua sorella, la signorina Rebhuhn, che viveva con lui nella pensione, era costretta a portarlo via. Ma poich questa sua suscettibilit era nota e inoltre tutti sapevano quanto l'asma lo facesse soffrire, di solito a tavola si evitava di portare il discorso su quel punto dolente, cos che le sue esplosioni erano assai rare. Solo il signor Schutt, sofferente per una ferita di guerra non certo meno grave dell'asma del signor Rebhuhn (era sempre molto pallido, poteva camminare solo con le grucce e aveva dei dolori cos forti che per sopportarli doveva ricorrere alla morfina), solo il signor Schutt, dicevo, parlava senza peli sulla lingua. Odiava la guerra e si rammaricava che fosse finita troppo tardi, quando lui ormai era stato gravemente ferito; quella guerra, sottolineava, l'aveva prevista, aveva sempre pensato che il Kaiser fosse un pericolo pubblico; lui era un socialista indipendente e al Reichstag avrebbe votato senza esitare contro i crediti di guerra. Era stata un'idea quanto mai infelice far sedere quei due, il signor Rebhuhn e il signor Schutt, cos vicini a tavola, separati soltanto dall'anziana signorina Rebhuhn. Nel momento del pericolo lei si girava a sinistra, verso il suo vicino, protendeva dolcemente le labbra da vecchia zitella, ci metteva davanti l'indice e lanciava al signor Schutt una lunga occhiata supplichevole, mentre con l'indice della mano destra rivolto obliquamente verso il basso accennava con precauzione al fratello. Il signor

Schutt, di solito cos accanito, capiva, e quasi sempre si bloccava, perlopi lasciando addirittura la frase a mezzo; del resto, parlava a voce bassissima, tanto che bisognava ascoltare molto attentamente per capire qualcosa. Cos, grazie alla vigilanza della signorina Rebhuhn, che tendeva sempre l'orecchio alle frasi del signor Schutt, la situazione era salva. Il signor Rebhuhn non si era mai accorto di nulla, e certo non cominciava per primo, era l'uomo pi pacifico e soave del mondo. Solo se qualcuno si metteva a parlare della fine della guerra, approvandone il carattere insurrezionale, la -pugnalata gli saliva fulminea alle labbra, ed egli si gettava nella mischia con cieco furore. Ma sarebbe sbagliatissimo credere che a tavola questo tipo di tensioni fossero abituali. Quel conflitto l'unico che mi sia rimasto in mente, e forse l'avrei perfino dimenticato se dopo un anno non si fosse a tal punto acuito che divent necessario allontanare da tavola entrambi i contendenti, il signor Rebhuhn come sempre al braccio della sorella, il signor Schutt assai pi faticosamente sulle sue grucce, aiutato dalla signorina K ndig, una professoressa che viveva nella pensione da molto tempo, aveva fatto amicizia con lui e in seguito lo spos, per dargli una casa sua e assisterlo pi convenientemente. La signorina K ndig era una delle due professoresse ospiti della pensione. L'altra, la signorina Bunzel, aveva il viso butterato e una voce un po' piagnucolosa, come se a ogni frase si lamentasse per la propria bruttezza. Nessuna delle due poteva dirsi giovane, avevano circa quarant'anni, e insieme rappresentavano la cultura nella pensione. Zelanti lettrici della -Frankfurter Zeitung , erano sempre aggiornate sui grandi temi del momento, si capiva che erano alla ricerca di interlocutori che sapessero dimostrarsi all'altezza della loro conversazione. Ma se anche non trovavano nessuno che avesse voglia di dire la sua su Unruh o su Binding, su Speng -ler o sul Vincent di MeierGraefe, le signorine non si dimostravano

comunque prive di tatto: memori di ci che dovevano alla proprietaria della pensione, in certe circostanze sapevano tacere. Mai, del resto, si poteva avvertire una sfumatura di scherno nella voce piagnucolosa della signorina Bunzel. E la signorina K ndig, che era di modi assai pi giovanili e aggrediva con pari vivacit gli uomini e i temi culturali, era sempre in attesa di incontrare le due cose insieme, poich un uomo a cui lei non potesse parlare avrebbe avuto occhi soltanto per la signorina Rahm, la mannequin. Una persona a cui lei non potesse fornire le sue delucidazioni su questo o su quello, non l'avrebbe comunque mai interessata; per questo motivo confess a mia madre a quattr'occhi non si era ancora sposata, bench fosse, a differenza della collega, una donna attraente. Un uomo che non prendesse mai un libro in mano per lei non era neanche un uomo; meglio piuttosto restare libera, senza le preoccupazioni di una casa da mandare avanti. Nemmeno di avere dei bambini aveva poi questa gran voglia, ne vedeva in giro anche troppi. Andava a teatro e ai concerti, e quando ne parlava amava seguire l'impostazione della -Frankfurter Zeitung . Era una cosa davvero strana, diceva, come i critici fossero sempre del suo stesso parere. A mia madre, la quale detestava l'estetismo decadente dei viennesi e in compenso aveva un debole per il modo di esprimersi dei tedeschi colti, che le era familiare fin dai tempi di Arosa, la signorina K ndig piaceva; le credeva, e non fece commenti maligni quando not il suo interesse per il signor Schutt. Questi, a dire il vero, era un uomo troppo amareggiato per mettersi a conversare di arte o di letteratura, e quando la signorina K ndig gli parlava di Binding, da lei apprezzato non meno di Unruh (entrambi comparivano spesso sulle colonne della -Frankfurter Zeitung ), lui si limitava a reagire con un brontolio semirepresso. Una volta che il discorso cadde sul nome di Spengler, cosa allora inevitabile, il signor Schutt dichiar: -Al fronte quello non c' stato. Non mi risulta , al che il signor Rebhuhn obiett in tono pacato: -Non mi pare che per un filosofo abbia

molta importanza . -Per un filosofo della storia forse s intervenne la signorina K ndig, e da ci si poteva dedurre che, con il dovuto rispetto per Spengler, lei stava dalla parte del signor Schutt. Ma quella volta non si arriv al conflitto. Gi nel fatto che il signor Schutt esigesse da qualcuno il servizio al fronte e invece il signor Reb -huhn fosse propenso a dispensarlo c'era una nota conciliante, come se i due si fossero scambiate le parti. Tuttavia la questione vera e propria se Spengler fosse stato al fronte oppure no - per quella via non fu risolta, tanto che io ancora oggi lo ignoro. Alla signorina K ndig, era evidente, il signor Schutt faceva pena. Per un bel pezzo riusc a nascondere questo suo sentimento dietro espressioni un po' goliardiche, come -il nostro soldatino oppure -eccolo qui ancora una volta . Dal volto di lui non si riusciva a capire se quelle frasi gli facevano piacere, la trattava in modo perfettamente neutro, come se lei non gli avesse mai rivolto la parola; tuttavia, entrando in sala da pranzo la salutava con un cenno del capo, mentre non degnava neppure di uno sguardo la signorina Rebhuhn, seduta alla sua destra. Un giorno che noi tre eravamo rimasti a scuola pi a lungo del solito e ancora non eravamo a tavola, il signor Schutt aveva domandato alla mamma: -Dov' la sua carne da cannone? - come lei stessa ci raccont poi con grande sdegno. -Mai e poi mai! aveva ribattuto la mamma, adirata, e lui aveva aggiunto in tono sarcastico: -Mai pi guerre! . Comunque il signor Schutt apprezzava la fiera avversione che la mamma nutriva per la guerra, che pure non aveva mai conosciuto da vicino, e le sue osservazioni provocatorie erano intese, se mai, a confermarla in quei sentimenti. Fra i pensionanti c'era anche gente ben diversa, che egli sembrava ignorare a tutti gli effetti. Per esempio una giovane coppia, i Bemberg, che sedevano alla sua sinistra: lui, agente di borsa, aveva un gran fiuto per gli affari e lodava persino labilit 'della signorina Rahm, intesa come capacit di destreggiarsi fra i numerosi

spasimanti. -E' la pi chic di tutte le giovani signore di Francoforte diceva, ed era fra i pochissimi che non l'avevano presa di mira; ci che aveva fatto colpo su di lui era -il suo fiuto per i quattrini e il suo modo scettico di reagire ai complimenti. -Quella non si lascia abbindolare. Vuol prima sapere che cosa c' dietro . Sua moglie, un vero concentrato della moda del giorno (ci che meno stonava era ancora la pettinatura alla maschietta), era una donna -leggera in senso diverso dalla signorina Rahm. Veniva dalla buona borghesia, ma nessuno l'avrebbe mai detto. Era chiaro che si comprava tutto ci che le faceva piacere, ma che teneva veramente a poche cose. Frequentava le mostre di pittura e guardava con interesse le toilettes dei ritratti femminili; confessava un debole per Lucas Cranach e lo spiegava con la sua -pazzesca modernit - ma il verbo -spiegare suona davvero prolisso, rispetto alle sue scarne interiezioni. I Bemberg si erano conosciuti ballando lo shimmy. Erano ancora due perfetti estranei, eppure sapevano gi tutti e due, confessava lui non senza fierezza, che -dietro c'era qualcosa, soprattutto da parte di lei, ma lui era gi considerato un giovane agente di borsa assai promettente. Lui la trov -chic , la invit a ballare e la chiam subito -Pattie . -Lei mi ricorda Pattie, le disse -una ragazza americana . Lei volle sapere se -Pattie era stata il suo primo amore. -Per cos dire rispose lui. Lei cap, trov -pazzesco che la sua prima fiamma fosse stata un'americana e si tenne il nome di Pattie. Lui la chiamava cos davanti a tutti i pensionanti, e quando lei non veniva a pranzo diceva: -Oggi Pattie non ha fame. Pensa alla linea . Avrei certo dimenticato quella coppia inoffensiva, se non fosse per il signor Schutt, che riusciva a trattarli come se non esistessero. Quando arrivava, appoggiandosi sulle grucce, era come se quei due si fossero dileguati. Non udiva il loro saluto, non vedeva le loro facce, e la signora Kupfer, che solo in memoria del marito caduto in guerra tollerava la presenza del signor Schutt nella pensione, neppure una volta os

pronunciare davanti a lui le parole -signor Bemberg o -signora Bemberg . I due sopportavano senza protestare quel boicottaggio che, partito dal signor Schutt, non si era tuttavia esteso agli altri pensionanti. Era come se i Bemberg compatissero l'invalido, che a loro sembrava un pover'uomo da ogni punto di vista, e anche se la compassione non era particolarmente intensa, si trattava pur sempre di un sentimento in grado di contrapporsi efficacemente al suo disprezzo. All'altro capo del tavolo i contrasti erano meno acuti. Vi sedeva il signor Schimmel, un caporeparto che sprizzava salute da tutti i pori, con i baffi tesi e le guance rosse, un ex ufficiale che mai dimostrava amarezza o scontento. Il sorriso che non abbandonava mai il suo volto, era una sorta di stato d'animo, ed era rassicurante constatare che esistono esseri cos immodificabili. Neppure il tempo, per orribile che fosse, riusciva ad alterare il suo umore, e l'unica cosa un po' sorprendente era che tanta contentezza restasse sola e che, per rimanere tale, non avesse bisogno di alcun complemento. Trovarlo non sarebbe stato difficile, poich, non lontano dal signor Schimmel, sedeva la signorina Parandowski, commessa, bella e fiera creatura con una testa da statua greca, che non si lasciava affatto confondere dai riferimenti della signorina K ndig alla -Frankfurter Zeitung , e sulla quale le lodi del signor Bemberg alla signorina Rahm scivolavano via come acqua fresca. -Io non potrei diceva scuotendo il capo. Non aggiungeva nulla, ma era chiaro che cosa non avrebbe potuto. La signorina Parandowski ascoltava, ma interveniva raramente; l'imperturbabilit le donava. I baffi del signor Schimmel - che le sedeva quasi di fronte - sembravano spazzolati a dovere soltanto per lei, quei due erano fatti l'uno per l'altra. Eppure lui non le rivolgeva mai la parola, mai una volta che entrassero o uscissero insieme dalla sala, sembrava che si fossero messi d'accordo per dimostrare che fra loro non c'era niente. La signorina Parandowski non aspettava che il signor Schimmel si alzasse e spesso

veniva a tavola molto prima di lui. Una cosa per li accomunava, il mutismo, ma lui sorrideva sempre come se non stesse pensando a niente, lei invece, il capo fieramente eretto, era serissima, come se stesse sempre pensando a qualcosa. Che sotto ci fosse un mistero era chiaro a tutti, ma ogni tentativo della signorina K ndig, che sedeva poco lontano, per venirne a capo naufrag miseramente contro la monumentale resistenza di entrambi. Una volta la signorina Bunzel si lasci andare a tal punto da mormorare -Cariatide! dietro la signorina Parandowski, mentre la signorina K ndig salut gaiamente il signor Schimmel con -Arriva la cavalleria! . La signora Kupfer la redargu immediatamente, che alla sua tavola non si permettesse mai pi - disse - apprezzamenti personali sugli altri ospiti, ma la signorina K ndig approfitt di quella ramanzina per domandare chiaro e tondo al signor Schimmel se aveva qualcosa da eccepire contro un simile appellativo. -Mi ritengo onorato; rispose il signor Schimmel con un sorriso -ho servito fra i cavalleggeri . -E tale rester fino alla fine dei suoi giorni . In questo modo sarcastico soleva reagire il signor Schutt alle scappatelle della signorina K ndig, ancor prima che fosse risaputo che fra loro c'era del tenero. Eravamo a Francoforte da circa sei mesi quando si present nella pensione il signor Caroli, uno spirito superiore. Riusciva a tenere tutti a debita distanza perch aveva letto molto. Le sue osservazioni sarcastiche, che si rivelavano frutti accuratamente canditi delle sue letture, mandavano in visibilio la signorina K ndig, la quale, se non riusciva a scoprire la fonte della citazione, implorava umilmente delucidazioni. -La prego, la supplico, mi dica questa dove l'ha presa! Me lo dica, la prego, altrimenti non riuscir a prender sonno neppure stanotte . -Ma dove crede che l'abbia presa, rispondeva il signor Schutt al posto del signor Caroli -l'ha presa certo dal B chmann, come tutti i suoi discorsi . Errore gravissimo, e pessima figura del signor Schutt, perch nemmeno una delle citazioni del

signor Caroli era tratta dal B chmann. -Piuttosto che ricorrere al B chmann preferirei avvelenarmi; ribatteva quest'ultimo -io cito soltanto le cose che ho letto per davvero . E nella pensione erano tutti convinti che dicesse la verit. L'unico a dubitarne ero io, perch il signor Caroli ci ignorava. Neppure la mamma gli piaceva, che in fatto di cultura avrebbe potuto senz'altro tenergli testa, perch a tavola i suoi figli, cio noi tre, rubavano il posto agli adulti e per colpa nostra bisognava reprimere le battute pi spiritose. In quel periodo stavo leggendo i tragici greci, e quando un giorno il signor Caroli cit un passo dell'Edipo re (ne aveva visto una rappresentazione a Darm -stadt), io continuai la citazione; egli fece finta di non sentire e poich io, ostinato, ripetei la citazione, egli si volt di scatto verso di me domandando in tono tagliente: -L'avete fatto oggi a scuola? . Per la verit, io intervenivo cos raramente nella conversazione, che quella lezioncina per tapparmi la bocca una volta per tutte era davvero ingiusta, e anche gli altri commensali se ne resero conto. Ma temevano la sua ironia, e cos nessuno protest, ed io, mortificato, non dissi pi nulla. Il signor Caroli, oltre a ricordare una quantit di citazioni a memoria, sapeva fabbricarne di false con grande maestria, e poi aspettava, per vedere se qualcuno aveva colto la sua prodezza. La signorina K ndig, appassionata frequentatrice di teatri, era fra tutti quella che lo seguiva pi da vicino. Il signor Caroli, che era un uomo veramente spiritoso, dimostrava grande talento soprattutto nel parodiare le frasi pi serie e commoventi. Non pot evitare che la signorina Rebhuhn, l'anima pi sensibile della compagnia, gli dicesse che per lui nulla era sacro, ma ebbe la sfacciataggine di ribattere: -Feuerbach no davvero . Tutti sapevano che per la signorina Rebhuhn Feuerbach era - lasciando da parte il fratello asmatico - una vera e propria ragione di vita. -Avrei voluto essere Ifigenia diceva (quella di Feuerbach, naturalmente). Il signor Caroli, un

uomo di circa trentacinque anni con un modo di fare da meridionale, abituato a sentirsi dire dalle donne che la sua fronte sembrava quella di Trockij, non era tenero con nessuno, neppure con se stesso, e una volta rispose alla signorina Rebhuhn che lui, invece, avrebbe preferito essere Rathenau. Mancavano esattamente tre giorni all'assassinio di Rathenau. Fu quella l'unica occasione in cui vidi il signor Caroli perdere il controllo. Mi guard in faccia con le lacrime agli occhi - bench fossi solo uno studentello - e mi disse: -Questa la fine! . Il signor Rebhuhn, quell'uomo cos affabile e innamorato dell'Imperatore, fu l'unico a non essere sconvolto dall'assassinio di Rathenau. Apprezzava il vecchio Rathenau assai pi del giovane, al quale non perdonava di essere entrato al servizio della Repubblica. Ammetteva, tuttavia, che prima, durante la guerra, egli aveva reso qualche servizio al paese, quando la Germania aveva ancora il proprio orgoglio, quando ancora era un impero. -Quelli accopperanno tutti, tutti disse cupo il signor Schutt. Il signor Bemberg nomin, per la prima volta nella sua vita, la classe operaia: -Questa, la classe operaia non la far passar liscia! . Il signor Caroli disse: -Bisognerebbe emigrare! e la signorina Rahm, che non poteva soffrire gli assassinii, perch spesso portavano ad altre conseguenze, aggiunse: -Mi porta via con s? . Il signor Caroli non se lo fece ripetere due volte. Da quel giorno abbandon ogni pretesa intellettuale, le fece apertamente la corte e fu visto, con gran dispetto delle signore, entrare nella sua stanza per uscirne soltanto alle dieci di sera. Una visita di riguardo. Alla mensa della pensione Charlotte la mamma godeva di una certa considerazione, ma non aveva un ruolo dominante. Anche quando si opponeva a Vienna, ne conservava l'impronta. Di Spengler sapeva soltanto ci che poteva dirle il titolo della sua opera. Della pittura non le era mai importato gran che, perci quando van Gogh, con l'uscita del Vincent di MeierGraefe, divenne l'argomento pi nobile delle conversazioni a tavola,

lei non era in grado d'intervenire, e una volta che si lasci trascinare a dire la sua non fece una gran bella figura. I girasoli non hanno profumo, disse, la cosa migliore sono ancora i semi, che almeno si possono sgranocchiare. Segu alle sue parole un silenzio imbarazzato, antesignana la signorina K ndig, che era la persona pi competente, in quella tavolata, nel campo dell'attualit culturale e che, in effetti, si appassionava a molti degli argomenti trattati sulle pagine della -Frankfurter Zeitung . Proprio allora stava cominciando a diffondersi la religione di van Gogh; una volta la signorina K ndig disse che solo da quando aveva conosciuto la vita di van Gogh le si erano finalmente aperti gli occhi sul vero significato del Cristo. Il signor Bemberg protest energicamente contro una simile affermazione; il signor Schutt la trov esagerata; il signor Schimmel sorrise; la signorina Rebhuhn piagnucol: -Per non ha niente di musicale! (si riferiva a van Gogh) e, avvedendosi che nessuno aveva capito la sua frase, aggiunse senza scomporsi: -vi immaginate van Gogh che dipinge il Concerto campestre? . A quel tempo di van Gogh non sapevo nulla, perci quando salimmo in camera nostra chiesi delucidazioni alla mamma. Ma ne sapeva talmente poco che mi vergognai per lei. Disse addirittura (prima non l'avrebbe mai fatto): -E' un pazzo, che ha dipinto sedie di paglia e girasoli, sempre tutto giallo, non poteva soffrire nessun altro colore, finch gli ha proprio dato di volta il cervello e si sparato una pallottola in testa . Queste informazioni mi lasciarono molto insoddisfatto, sentivo che la follia che la mamma gli attribuiva era un'accusa rivolta a me. Da qualche tempo la mamma condannava ogni forma di esaltazione, un artista su due per lei era un -pazzo , ma si riferiva solo ai moderni (e in particolare ai viventi), gli altri, gli artisti del passato con i quali era cresciuta, li lasciava stare. A nessuno, poi, permetteva di toccare il suo Shakespeare, e se a pranzo il signor Bemberg o qualche altro incauto si permetteva di dire quanto avesse trovato noioso questo o quel dramma di

Shakespeare - era proprio ora di finirla, bisognava al pi presto sostituire Shakespeare con qualche autore pi moderno - la mamma viveva i suoi grandi momenti, gli unici che ancora le fossero concessi al tavolo della pensione. Allora, finalmente, tornava a essere quella di una volta, suscitando in me l'antica ammirazione. Con poche frasi folgoranti annientava il povero signor Bemberg, che si guardava pietosamente intorno sperando in un aiuto che nessuno era disposto a dargli. Quando era in gioco Shakespeare, la mamma non si curava pi di nulla, non aveva riguardi per nessuno, non le importava pi niente di quello che gli altri pensavano di lei, e quando una volta concluse dicendo che per gli uomini scialbi di quei tempi d'inflazione, uomini che pensavano soltanto al denaro, Shakespeare non era davvero l'autore adatto, i cuori pi diversi fremettero per lei: dalla signorina K ndig, che ammirava il suo slancio e il suo temperamento al signor Schutt, vera incarnazione del tragico, anche se non avrebbe mai usato questo nome, fino alla signorina Parandowski, che era sempre dalla parte della fierezza e in Shakespeare immaginava qualcosa di estremamente fiero. Perfino il sorriso del signor Schimmel ebbe un che di arcano quando, fra lo stupore generale, fece il nome di Ofelia, e poi, temendo di averlo pronunciato male, lo ripet un'altra volta pi lentamente. -Il nostro cavalleggero stato all'Amleto, disse la signorina K ndig -chi l'avrebbe mai detto - ma fu subito interrotta dal signor Schutt: -Si pu benissimo pronunciare il nome di Ofelia senza aver mai visto l'Amleto . Risult che il signor Schimmel non sapeva affatto chi fosse Amleto, e la cosa suscit una grande ilarit. Mai pi os spingersi tanto innanzi. L'attacco del signor Bemberg a Shakespeare, ad ogni modo, era stato rintuzzato; persino sua moglie assicur che le piacevano tanto le attrici che recitavano Shakespeare in abiti maschili, erano cos chic. Allora il nome di Stinnes compariva spesso sui giornali. Era il periodo dell'inflazione, ma io mi rifiutavo di capire alcunch di economia; dietro a tutto ci che aveva attinenza con questioni economiche fiutavo una

trappola dello zio di Manchester, che voleva attirarmi nei suoi affari. Il suo attacco in grande stile da Spr ngli a Zurigo (erano passati due anni appena) me lo sentivo ancora nelle ossa. Il suo effetto era stato ulteriormente rafforzato dalla tremenda discussione con la mamma. Tutto ci che sentivo come una minaccia, lo riconducevo immancabilmente all'influsso dello zio di Manchester. Era naturale che per me lui e Stinnes quasi si identificassero. Dal modo con cui a tavola si parlava di Stinnes l'invidia che sentivo nella voce del signor Bemberg quando pronunciava il suo nome, il disprezzo tagliente del signor Schutt (-Tutti diventano pi poveri e lui diventa sempre pi ricco ), l'unanime simpatia delle donne della pensione (la signora Kupfer: -Lui s che se lo pu permettere ; la signorina Rahm, che gli dedicava la frase pi lunga del suo repertorio: -Che cosa si pu mai sapere di un uomo cos! ; la signorina Rebhuhn: -Per la musica non ha tempo di sicuro ; la signorina Bunzel: -A me fa pena. Nessuno lo capisce ; la signorina K ndig: -Vorrei leggere le lettere dei suoi postulanti ; la signorina Parandowski avrebbe lavorato volentieri per lui, -perch si saprebbe dove si va a finire ; la signora Bemberg pensava volentieri a sua moglie: -Per un uomo cos bisogna vestirsi in maniera molto chic ) insomma io sapevo che quando si cominciava a parlare di Stinnes, la cosa andava avanti per un pezzo. Solo mia madre taceva. Per una volta il signor Rebhuhn era d'accordo con il signor Schutt, un giorno gli scapp persino una parola dura, -parassita disse, anzi, pi precisamente: -E' un parassita della nazione . Il signor Schimmel, con il suo mitissimo sorriso, diede all'osservazione della signorina Parandowski una piega inaspettata: -Forse ci ha gi comprati tutti. Chi pu saperlo? . Se domandavo alla mamma come mai se ne stesse cos zitta, rispondeva che era meglio per lei, come straniera, non immischiarsi in faccende strettamente tedesche. Era chiaro per che pensava a un'altra cosa, qualcosa che non voleva tirar fuori. Poi, un giorno, ci disse tenendo una

lettera in mano: -Ragazzi, dopodomani avremo una visita. Il signor Hungerbach viene a prendere il t da noi . Risult che aveva conosciuto il signor Hungerbach nel sanatorio di Arosa. Era un po' imbarazzante, disse, che venisse a farci visita nella pensione, era un uomo abituato a tutt'altro genere di vita, ma lei non sarebbe riuscita a trovare un pretesto per disdire l'incontro, e poi ormai era troppo tardi, lui era in viaggio, non avrebbe saputo dove raggiungerlo. Ogni volta che udivo la parola -viaggio , immaginavo un esploratore che viaggiava a scopo di studio, perci volli sapere in quale continente viaggiasse. -E' in viaggio per affari, naturalmente rispose la mamma. -E' un industriale . Ora capivo perch a tavola era rimasta in silenzio. -E' meglio non parlarne nella pensione. Tanto sono sicura che quando arriva nessuno lo riconoscer . Naturalmente, ero prevenuto, anche senza contare i discorsi sentiti a tavola, era un uomo che apparteneva alla sfera dello zio orco, e poi che cosa voleva da noi? Sentivo nella mamma una certa insicurezza, e pensavo di doverla proteggere da lui. Ma che fosse una cosa seria lo capii soltanto quando la mamma disse: -Non uscire dalla stanza quando sar qui, ragazzo mio, vorrei che tu lo ascoltassi dal principio alla fine. Lui s che conosce il mondo. Ad Arosa mi ha promesso di prendersi un po' cura di voi, quando fossimo giunti in Germania. E' un uomo occupatissimo. Eppure vedo che mantiene la parola . Ero curioso di incontrare il signor Hungerbach. Mi aspettavo uno scontro duro e ci tenevo a trovare in lui un avversario capace di darmi del filo da torcere. Desideravo esserne impressionato, per potergli tener testa ancora meglio. La mamma, che aveva un ottimo fiuto per quelli che chiamava i miei -pregiudizi giovanili , mi disse di non pensare che il signor Hungerbach fosse diventato un uomo importante perch era il rampollo coccolato e vezzeggiato di una famiglia ricca. Al contrario, era figlio di un minatore, la sua era stata una vita difficile, era salito cos in alto, passo dopo passo, grazie al proprio lavoro. Un giorno, ad Arosa, le aveva raccontato

la storia della sua vita, e solo allora lei aveva capito che cosa significa cominciare dal nulla. Alla fine aveva detto al signor Hungerbach: -Ho paura che il mio ragazzo se la sia sempre passata troppo bene . Lui si era informato sul mio conto e alla fine aveva dichiarato che non mai troppo tardi. Sapeva benissimo, lui, quel che va fatto in simili casi: -Gettare il ragazzo in mare e lasciare che annaspi. Di colpo si metter a nuotare . Il signor Hungerbach si comportava esattamente cos. Buss alla porta e -di colpo fu nella stanza. Strinse con forza la mano di mia madre ma, invece di guardare lei, mi fiss negli occhi e si mise ad abbaiare. Non era possibile fraintendere le sue frasi brevissime e spezzate; ma non parlava, abbaiava. Dal momento del suo ingresso fino a quello del congedo - si trattenne un'ora intera - non smise un attimo di abbaiare. Non faceva domande e non si aspettava risposte. Neppure una volta domand alla mamma, che dopo tutto ad Arosa era stata in cura insieme a lui, come stesse in salute. Non mi chiese il mio nome. In compenso potei riascoltare da cima a fondo tutto ci che un anno prima mi aveva tanto inorridito nel corso del mio violento colloquio con la mamma. Una dura disciplina il pi presto possibile, ecco la cosa migliore. Niente universit. I libri buttarli via, dimenticare quell'inutile ciarpame. Nei libri ci son solo sciocchezze, conta solo la vita, l'esperienza e il lavorar sodo. Lavorare finch fan male le ossa. Tutto il resto non lavoro. Chi non ce la fa, chi troppo debole, che vada pure a fondo, non merita altro. Non il caso di starci a piangere sopra. Di uomini al mondo ce ne sono anche troppi. I buoni a nulla devono soccombere. Ma forse, non si poteva escludere, sarei ancora riuscito a combinare qualcosa. Malgrado gli inizi completamente sbagliati. In primo luogo, per, dovevo dimenticare tutte quelle sciocchezze che non avevano niente a che fare con la vita, la vita com' davvero. La vita lotta, lotta senza quartiere, ed un bene che sia cos. L'umanit, altrimenti, non potrebbe progredire. Una razza di deboli si sarebbe estinta da un pezzo,

senza lasciare traccia. Niente si d per niente. Ci vuole un uomo per educare un uomo, le donne sono troppo sentimentali, pensano soltanto a lustrare il loro principino e a tenerlo lontano dallo sporco. Il lavoro, invece, prima di tutto sporcizia. Definizione del lavoro: una cosa che ti stanca e ti sporca, ma che non devi mollare. - Mi sembra una grave falsificazione convertire in espressioni intelligibili i latrati del signor Hungerbach. Pi di una volta una parola o una frase mi sfuggiva, ma il senso di ogni singola direttiva era fin troppo chiaro: egli sembrava aspettarsi che balzassi in piedi, e l, sull'istante, mi mettessi a lavorare sodo - altrimenti che lavoro sarebbe. Intanto gli offrivamo il t, eravamo seduti intorno a un tavolino basso e rotondo, l'ospite portava la tazza alla bocca, ma prima di essere riuscito a berne un sorso gli veniva in mente un'altra direttiva, troppo impellente per attendere la durata di un intero sorso. La tazza veniva posata bruscamente sul piattino e la bocca si apriva a nuove frasi brevissime, dalle quali una cosa traspariva comunque: la totale mancanza di dubbi. Anche gli adulti si sarebbero trovati in difficolt a replicare, figuriamoci le donne e i bambini. Il signor Hungerbach faceva colpo e se ne compiaceva. Era tutto vestito di blu, il colore dei suoi occhi, l'abito era irreprensibile, non una macchiolina, non un solo granellino di polvere. Mi venivano in mente una quantit di cose, e le avrei dette volentieri, ma quella che mi veniva in mente pi spesso, anzi, di continuo, era la parola -minatore e mi domandavo se quell'uomo, il pi pulito, il pi sicuro di s, il pi duro di tutti, davvero avesse mai lavorato da giovane in una miniera, come sosteneva la mamma. Non aprii bocca una sola volta (quando mai avrei potuto? Non mi lasci il minimo spiraglio), perci, vuotato il sacco, il signor Hungerbach aggiunse a mo' di conclusione (questa volta suon come una direttiva a se stesso) che non aveva pi tempo da perdere e subito se ne and. Alla mamma strinse ancora la mano, a me non diede pi neppure un'occhiata, mi

aveva troppo annichilito, pensava, per ritenermi degno di un saluto d addio. Proib alla mamma di accompagnarlo gi a pianterreno, conosceva la strada, e ricus, furono le sue ultime parole, ogni ringraziamento. Prima la mamma doveva aspettare l'effetto del suo intervento, poi avrebbe ringraziato. -Operazione riuscita, paziente morto aggiunse. Era una battuta intesa a mitigare la seriet del discorso precedente. Un attimo dopo non c'era gi pi. -E' molto cambiato, ad Arosa era diverso disse la mamma, piena d'imbarazzo e di vergogna. Aveva capito benissimo che difficilmente avrebbe potuto scegliersi un alleato peggiore per i suoi nuovi progetti educativi. A me, gi mentre il signor Hungerbach parlava, era venuto un sospetto tremendo, un'idea tormentosa che mi fece ammutolire. Per un bel pezzo non fui in grado di manifestarlo apertamente. Intanto la mamma mi dava informazioni d'ogni genere sul signor Hungerbach, su com'era prima, solo un anno prima. Con mio stupore sottoline - per la prima volta - che era credente. Le aveva confidato pi volte che la fede significava molto per lui. Per la sua fede doveva ringraziare sua madre, aveva detto, e da allora quella fede non aveva mai vacillato, neppure nei periodi pi difficili. Tutto sarebbe finito bene, l'aveva sempre saputo, ed era stato proprio cos: non aveva mai vacillato, ecco perch era arrivato cos lontano. -Ma tutto questo cosa c'entra con la sua fede? domandai. -Mi ha raccontato che in Germania le cose si mettono molto male disse la mamma -e che, inevitabilmente, andranno sempre peggio; poi ricominceranno a migliorare. Bisogna tirarsi fuori dal pantano con le proprie forze, non c' altro modo, non c' posto per i deboli e i cocchi di mamma in simili frangenti . -Parlava in questo modo anche allora? domandai. -Che vuoi dire? . -Voglio dire come se abbaiasse in continuazione, e senza guardarti in faccia . -No, di questo sono rimasta stupita anch'io. Era veramente diverso, allora. Si informava della mia salute e mi domandava se avevo tue notizie.

Era colpito dal fatto che parlassi spesso di te e mi stava persino ad ascoltare. Una volta, lo ricordo benissimo, ha detto sospirando - pensa un po', un uomo simile che sospira che quando lui era giovane tutto era diverso, sua madre non avrebbe certo avuto tempo per le nostre sottigliezze, con i suoi quindici o sedici figli, non mi ricordo pi il numero esatto. Volevo fargli leggere il tuo dramma, lui lo ha preso in mano, ha letto il titolo e ha detto: -Giunio Bruto - mica male come titolo, dai Romani c' sempre da imparare qualcosa . -Ma sapeva chi era Bruto? . -Certo, figurati che mi disse: -Era quello che ha condannato a morte i suoi figli . -Dev'essere l'unica cosa che sa di tutta la storia. Quel particolare gli certo piaciuto, degno di lui. Ma il dramma lo ha poi letto? . -No, naturalmente no, non aveva tempo per la letteratura. Passava le sue giornate a studiare le pagine economiche dei quotidiani e mi consigliava sempre di trasferirmi in Germania: -L potr vivere spendendo poco, gentile signora, pochissimo, sempre meno! . -E per questo abbiamo lasciato Zurigo e siamo venuti in Germania? . Pronunciai queste parole con una tale amarezza che io stesso ne rimasi spaventato. La realt era dunque pi orribile dei miei sospetti. Che la mamma avesse potuto lasciare il luogo che io amavo pi di ogni altro al mondo per spendere meno da qualche altra parte, mi diede un senso di profondissima mortificazione. Lei si accorse subito di essere andata troppo oltre, e fece marcia indietro: -No, questo no. No davvero. Pu darsi che quest'idea abbia avuto una parte nelle mie riflessioni, ma non stata l'elemento decisivo . -E qual stato, allora, l'elemento decisivo? . La mamma si sentiva costretta in una posizione difensiva e, dato che l'impressione di quella orribile visita non si era ancora dileguata, le faceva bene parlare con me e rispondere alle mie domande, serviva anche a lei per chiarirsi le idee. Tuttavia mi appariva incerta, era come se procedesse per tentativi, in cerca di risposte che anzich fluire rapide dalla sua bocca facevano resistenza dentro di lei. -Voleva

sempre parlare con me. Credo che mi volesse bene. Comunque era molto rispettoso e invece di scherzare, come facevano altri pazienti, era sempre serio e mi parlava di sua madre. Anche questo mi piaceva. Le donne, sai, di solito non sono contente se uno le paragona alla propria madre, perch questo le invecchia. A me invece piaceva, perch sentivo che mi prendeva sul serio . -Ma tu fai colpo su tutti, bella e intelligente come sei! . Lo pensavo davvero, se no in quel momento non l'avrei detto, non ero certo in vena di gentilezze, al contrario, sentivo dentro di me un odio terribile, finalmente stavo cominciando a capire le ragioni di quella che dal tempo della morte di mio padre era stata per me la perdita pi dolorosa: il distacco da Zurigo. -Continuava a ripetermi che ero un'irresponsabile, perch, essendo donna, ti avevo educato da sola. Avevi bisogno di sentire la mano forte di un uomo, diceva. Ma ormai cos, gli rispondevo io, dove potevo prendere un padre se non rubandolo? Proprio per dedicarmi completamente a voi non mi ero mai risposata, e ora mi toccava sentire che avevo fatto il vostro danno: il mio sacrificio si sarebbe risolto per voi in un disastro. Questo mi spaventava, mi spaventava molto. Adesso sono convinta che quell'uomo volesse spaventarmi per fare colpo su di me, sai, intellettualmente non era molto interessante, ripeteva sempre le stesse cose, ma parlandomi di te mi spavent, e poi, subito dopo, mi offr il suo aiuto. -Venga in Germania, gentile signora, diceva -io sono occupatissimo, non ho mai tempo, non ho un minuto libero, ma trover il modo di aver cura di suo figlio, venga per esempio a Francoforte, le far visita e parler seriamente a quel ragazzo, che ancora non sa come va il mondo. Da noi aprir gli occhi. Gli dar una lezioncina come si deve, e poi lei lo getter nella vita! Ha studiato a sufficienza, basta coi libri! Non diventer mai un uomo! Vuole che suo figlio diventi una donnetta? . La sfida. Rainer Friedrich era un giovane alto, trasognato, che camminava senza pensare a dove stava andando, nessuno si sarebbe stupito se con la gamba

destra si fosse avviato in una direzione e con la sinistra in un'altra. Non che fosse debole, ma le cose che riguardavano il corpo non lo interessavano affatto, perci in ginnastica era l'ultimo della classe. Era sempre immerso nei suoi pensieri, che erano di due tipi. Il suo vero talento era la matematica, riusciva con una facilit che non avevo mai visto in vita mia. Un problema non sembrava nemmeno impostato che lui gi l'aveva risolto; gli altri non avevano ancora capito bene di che cosa si trattasse e gi da lui arrivava la risposta. Eppure non si vantava mai, rispondeva a bassa voce, con naturalezza, era come se traducesse correntemente da una lingua in un'altra. Non gli costava fatica, sembrava che la matematica fosse la sua lingua materna. Ero stupito di tutte e due le cose: della sua facilit e del fatto che non si desse delle arie. Non era solo un sapere, era un potere di cui era pronto a servirsi in qualsiasi momento e condizione di spirito. Gli domandai una volta se era capace di risolvere equazioni anche nel sonno; lui ci pens su seriamente e poi disse con semplicit: -Credo proprio di s . Avevo il massimo rispetto per il suo potere, ma non lo invidiavo. Era impossibile invidiare una dote cos unica, il solo fatto che fosse talmente strabiliante da assomigliare a un prodigio la rendeva inattaccabile da ogni bassa invidia. Lo invidiavo, invece, per la sua modestia. -Ma facilissimo, diceva perlopi, quando gli facevamo i complimenti per una delle sue risposte da sonnambulo -la stessa cosa puoi farla anche tu . Si comportava proprio come se credesse che tutti fossero in grado di fare come lui, ma in fondo non lo volessero, quasi per una specie di cattiva volont che lui, per, non provava neanche a spiegare, chiaramente per motivi religiosi. Infatti, la seconda cosa che teneva occupati i suoi pensieri, lontanissima dalla matematica, era la sua fede. Partecipava al circolo biblico, era un cristiano molto fervente. Abitava vicino a me e, mentre tornavamo a casa, cercava di convertirmi alla sua fede. Era la prima volta che a scuola mi capitava una cosa simile. Non

cercava di riuscirci argomentando, la sua non era mai una discussione, della rigorosa consequenzialit del suo pensiero matematico non restava la minima traccia. La sua era piuttosto un'affabile preghiera, che esordiva sempre con il mio nome (nel pronunciarlo accentava in tono quasi implorante la -E della sillaba iniziale). - lias cominciava di solito, con voce un po' strascicata, -provaci, anche tu puoi credere. Basta che tu lo voglia. E' semplicissimo. Cristo morto anche per te . Poich non gli rispondevo, mi credeva un impenitente. Supponeva che fosse la parola -Cristo a suscitare la mia avversione. Come poteva sapere del resto che -Ges Cristo mi era venuto vicinissimo nell'infanzia pi remota, in quei meravigliosi inni inglesi che cantavamo insieme alla nostra governante? Ci che mi respingeva e mi faceva ammutolire, ci che mi inorridiva non era il nome di Cristo, che, forse senza sapere, portavo ancora nell'animo, ma proprio il fatto che fosse -morto anche per me . Con la parola -morire non mi ero mai riconciliato. Se qualcuno fosse dovuto morire per me mi sarei sentito gravato dai sensi di colpa pi tremendi, sarebbe stato come approfittare di un assassinio. Se c'era una cosa che mi aveva tenuto lontano da Ges Cristo era proprio questa idea del sacrificio, una vita immolata per tutti gli uomini, vero, ma dunque anche per me. Alcuni mesi prima che a Manchester cominciassimo a cantare in segreto quegli inni meravigliosi, Mr' Duke, durante le lezioni di religione, mi aveva parlato della storia di Abramo che era pronto a immolare il proprio figlio Isacco. Non sono mai riuscito a superare quel trauma e, se non suonasse ridicolo, direi che ancora oggi non ci riesco. Fu allora che si dest in me il dubbio nei confronti del comando, un dubbio che non mi ha pi abbandonato ed stato sufficiente a impedirmi di diventare un ebreo credente. La morte di Cristo sulla croce, per quanto da lui stesso voluta, aveva su di me un effetto non meno sconvolgente, poich essa significa che la morte diventa la posta di qualcosa, quale che sia. Rainer Friedrich, che credeva di

perorare la sua causa nel migliore dei modi e ogni volta ripeteva con calore che Cristo era morto anche per me, certo non immaginava di comprometterla irrimediabilmente proprio con quella frase. Forse interpretava erroneamente il mio silenzio e lo prendeva per indecisione. Altrimenti sarebbe stato difficile capire perch mai ripetesse ogni giorno la stessa frase, quando tornavamo a casa da scuola. La sua ostinazione era sorprendente ma mai sgradevole, perch ogni volta mi accorgevo che era dettata dall'affetto: Rainer voleva farmi sentire che non ero escluso dal suo bene pi prezioso, che potevo averne parte non meno di lui. Anche la sua mitezza era disarmante: non sembrava mai irritato dal mio silenzio su quel punto (parlavamo di una quantit di cose e non si pu certo dire che fossimo taciturni); si limitava a corrugare la fronte, come se si stupisse che quell'unico problema fosse cos difficile da risolvere, e quando era arrivato davanti a casa e mi dava la mano per salutarmi, mi diceva ancora: -Pensaci Elias - di nuovo con tono pi supplichevole che enfatico - ed entrava nel portone incespicando. Sapevo che il nostro ritorno a casa sarebbe finito ogni volta con il suo tentativo di convertirmi e mi ci abituai. Solo a poco a poco, invece, venni a sapere che un altro sentimento, del tutto opposto a quello cristiano, regnava nella sua casa. Rainer aveva un fratello minore, che pure frequentava la scuola W hler, due classi indietro rispetto alla nostra. Il suo nome mi uscito di mente, forse a causa dei suoi violenti attacchi e della sua non celata ostilit. Non era grande e grosso, ma molto bravo in ginnastica; lui s che lo sapeva quel che stavano facendo le sue gambe. Era tanto sicuro e risoluto quanto Rainer era vago e trasognato. Avevano gli stessi occhi, ma mentre il maggiore dei due fratelli ti guardava sempre con un'espressione interrogativa, affabile e piena di attesa, nello sguardo del minore c'era un che di arrogante, di litigioso, insomma un'aria di sfida. Lo conoscevo solo di vista, non avevo mai parlato con lui, ma da Rainer venivo sempre a sapere immediatamente quello che il

fratello aveva detto di me. Erano sempre cose spiacevoli e offensive. -Mio fratello dice che tu ti chiami Kahn, non Canetti, e vorrebbe sapere come mai avete cambiato nome . Questi dubbi venivano sempre dal fratello, erano espressi a suo nome. Rainer voleva le mie risposte per poter ribattere a suo fratello. Gli era molto affezionato, credo, e siccome voleva bene anche a me pensava probabilmente che riferendomi tutte quelle frasi odiose stava compiendo un tentativo di mediazione e di pacificazione. Mi chiedeva di confutarle, lui, poi, avrebbe riferito al fratello le mie risposte; ma se credeva a una possibilit di conciliazione si sbagliava di grosso. Mentre tornavamo a casa, ogni volta, per prima cosa, mi toccava sentire da Rainer un nuovo sospetto, una nuova accusa di suo fratello. Erano accuse cos assurde che non le prendevo neanche sul serio; eppure a ciascuna di esse rispondevo coscienziosamente. Il loro contenuto essenziale andava sempre nella stessa direzione: anch'io, come tutti gli ebrei, cercavo di nascondere la mia origine. Che fosse una calunnia era evidente, e diventava pi evidente ancora qualche minuto dopo, quando rispondevo con il silenzio all'immancabile tentativo di Rainer di convertirmi alla sua fede. Forse l'incorreggibilit del fratello mi costringeva a dare risposte cos pazienti e circostanziate. Tutto ci che proveniva da suo fratello Rainer me lo comunicava, per cos dire, tra parentesi. Lo trasmetteva con un tono di voce neutro, senza prendere posizione. Non diceva -Cos la penso anch'io , oppure -Ma io non ci credo , trasmetteva il messaggio come se esso passasse attraverso di lui senza lasciare traccia. Se avessi udito quei sospetti, che erano inesauribili, nel tono aggressivo di suo fratello, mi sarei infuriato e non avrei mai risposto. Invece arrivavano in tono pacato, preceduti da -Mio fratello dice , oppure -Mio fratello domanda , ed ecco, poi, un'insinuazione cos mostruosa che mi sentivo costretto a parlare, senza per inquietarmi sul serio, trattandosi di domande talmente assurde che il loro autore faceva pena

e basta. -Elias, mio fratello domanda: Perch per la festa di Pessach usavate il sangue dei cristiani? . Se rispondevo: -Ma che dici? Ho partecipato alla festa di Pessach quand'ero bambino. Me ne sarei accorto. Avevamo in casa molte ragazze cristiane, erano loro le mie compagne di giochi - il giorno seguente arrivava un'altra ambasciata di suo fratello: -Adesso magari no. Adesso la cosa risaputa. Ma in passato, perch in passato gli ebrei sgozzavano bambini cristiani per la loro festa di Pessach? . Le antiche accuse venivano riesumate una per una: -Perch gli ebrei avvelenavano i pozzi? . Se rispondevo: -Non lo hanno mai fatto il seguito era: -S invece, al tempo della peste . -Ma se morivano anche loro di peste come tutti gli altri! . -Sicuro, perch avvelenavano i pozzi. Odiavano talmente i cristiani che perivano miseramente, vittime del loro stesso odio . -Perch gli ebrei maledicono tutti gli altri uomini? . -Perch gli ebrei sono vigliacchi? . -Perch durante la guerra non c'era al fronte neanche un ebreo? . E cos via. La mia pazienza era inesauribile, rispondevo come meglio potevo, sempre con seriet, senza mai offendermi, come se stessi consultando il mio dizionario enciclopedico alla ricerca della verit scientifica. Con le mie risposte mi riproponevo di spazzar via quelle accuse, che mi apparivano del tutto assurde, dalla faccia della terra e, per emulare la serenit di Rainer, un giorno gli dissi: -Riferisci a tuo fratello che gli sono grato per le sue domande. Cos posso spazzar via per sempre queste sciocchezze dalla faccia della terra . Perfino il candido, ingenuo, onesto Rainer rimase sbalordito. -Sar difficile, disse -quello non la finisce pi di tirarne fuori . Ma l'ingenuo in realt ero io, che per molti mesi non mi ero accorto di ci a cui mirava in realt suo fratello. Un giorno Rainer disse: -Mio fratello ti chiede perch rispondi sempre alle sue domande. Non puoi affrontarlo nel cortile della scuola durante l'intervallo, e sfidarlo a pugni? Puoi farci a botte, se non hai paura di lui! . Non mi sarebbe mai venuto in mente di aver paura di lui. Mi faceva

soltanto compassione, per l'indicibile stupidit delle sue domande. Ma lui voleva sfidarmi e aveva scelto la strana via di passare attraverso il fratello, che in tutto quel periodo non aveva desistito neppure per un giorno dai suoi tentativi di conversione. Da quel momento la compassione si trasform in disprezzo. Non gli feci l'onore di una sfida. Aveva due anni di meno, non avrei fatto una bella figura a picchiarmi con l'alunno di una classe inferiore. Cos interruppi ogni -rapporto con lui. Quando Rainer la volta dopo ricominci: -Mio fratello ti manda a dire... , tagliai subito corto: -Tuo fratello vada pure al diavolo. Non mi batto coi ragazzini . Rainer ed io rimanemmo amici, per, e nulla mut neppure nei suoi tentativi di convertirmi alla sua fede. Il ritratto. Hans Baum, il primo compagno con cui feci amicizia, era figlio di un ingegnere delle SiemensSchuckertWerke. Molto formale, educato da suo padre a una rigida disciplina, attentissimo a non far passi falsi, sempre serio e coscienzioso, era un gran lavoratore, senza colpi d'ala ma pieno di buona volont. Poich leggeva buoni libri e frequentava i concerti dell'Auditorium, gli argomenti di conversazione fra noi non mancavano mai. Un tema inesauribile era Romain Rolland, soprattutto il Beethoven e Jean Christophe. Baum voleva fare il medico per una specie di senso di responsabilit nei confronti del genere umano, e questo in lui mi piaceva molto. In politica aveva idee moderate, respingeva per istinto ogni estremismo, era talmente compassato che dava la sensazione di essere sempre in divisa. Sin da giovanissimo considerava ogni cosa sotto tutti gli aspetti, -per giustizia , diceva, ma forse, soprattutto, perch era contrario a ogni forma di sconsideratezza. Quando andai a trovarlo a casa sua, fui sorpreso dalla vivacit di suo padre, un piccolo borghese fatto e finito, che esternava in continuazione i suoi numerosi pregiudizi, bonario, sconsiderato, sempre pronto allo scherzo, affezionatissimo alla sua Francoforte. Tornai altre volte in

casa loro, e ogni volta suo padre leggeva ad alta voce qualche passo del suo poeta preferito: Friedrich Stoltze. -E' il poeta pi grande di tutti i tempi, diceva -chi non lo sa apprezzare va fucilato . La madre di Hans Baum era morta da parecchi anni, e la sorella di lui, una ragazza allegra e gi un po' corpulenta nonostante la giovane et, si occupava del mnage familiare. C'era qualcosa nella correttezza del giovane Baum che mi lasciava perplesso. Avrebbe preferito mordersi la lingua piuttosto che dire una bugia. Viveva la vilt come una grave colpa, forse la pi grave di tutte. Se un professore lo metteva alle strette - e questo non succedeva spesso, poich in classe era uno dei migliori - Hans rispondeva con assoluta sincerit e senza preoccuparsi delle conseguenze. Se non si trattava di lui ma dei compagni, era cavalleresco e li proteggeva, ma senza mentire. Quando era interrogato si alzava in piedi diritto come un fuso (in tutta la classe era quello col portamento pi rigido) e subito si abbottonava la giacca, deciso e compassato. Gli sarebbe stato impossibile presentarsi in una situazione -pubblica con la giacca sbottonata, e forse per questo, guardandolo, si pensava spesso a una divisa. Contro Baum non c'era proprio niente da eccepire; era un carattere precocemente maturo e certo non era uno sciocco, rimaneva per sempre uguale a se stesso, ogni sua reazione era prevedibile, con lui non ci si meravigliava mai, o tutt'al pi del fatto che non ci fosse mai niente di cui meravigliarsi. Aveva una sensibilit spiccatissima per le questioni d'onore. Quando, parecchio tempo dopo, gli raccontai come si era comportato nei miei riguardi il fratello di Friedrich, Baum - che era ebreo - perse il controllo e mi chiese in tutta seriet se non dovesse affrontarlo lui quel ragazzaccio, bench fosse ormai passato parecchio tempo. Non cap n perch avessi risposto pazientemente per un periodo cos lungo, n il totale disprezzo che in seguito gli avevo dimostrato. Quel fatto lo turbava, aveva la sensazione che io non potessi essere del tutto a posto, altrimenti non mi sarei prestato a quel gioco cos a lungo.

Siccome non gli permisi iniziative dirette a mio nome, fece indagini per conto suo e scopr che il padre di Friedrich, che era morto, aveva avuto delle difficolt finanziarie, nelle quali, probabilmente, ci avevano messo lo zampino alcuni suoi concorrenti ebrei. I particolari non li capivo, e questo era ovvio, poich non ce li avevano detti con sufficiente precisione. Un fatto per era certo: qualche tempo dopo il padre di Friedrich era morto; a questo punto cominciai a comprendere le ragioni del cieco odio che si era sviluppato nella sua famiglia. Felix Wertheim era un giovane allegro e molto vivace, che si curava poco di imparare, perch durante le ore di lezione era troppo occupato a studiare i professori. Nulla gli sfuggiva dei nostri insegnanti, li conosceva nei minimi particolari, se li studiava a memoria come altrettanti copioni e aveva le sue parti preferite, le pi ricche di spunti. La sua vittima preferita era Kr mer, il collerico professore di latino, lo imitava in maniera cos perfetta che sembrava veramente di averlo davanti agli occhi in carne e ossa. Una volta, durante una delle sue esibizioni, Kr mer entr in classe prima del previsto e si trov di colpo di fronte a se stesso. Wertheim era talmente infervorato che non riusc pi a fermarsi, e cominci a insultare Kr mer come se quest'ultimo fosse l'impostore che si era messo sfacciatamente nei suoi panni. La scena and avanti per qualche minuto, i due stavano in piedi l'uno di fronte all'altro, e fissandosi increduli continuavano a insultarsi nella maniera pi volgare, proprio come Kr mer faceva sempre con noi. Tutta la classe era pronta al peggio. Invece non accadde nulla - Kr mer, il collerico Kr mer, fu sopraffatto da un accesso di risa, non riusciva a trattenersi. Wertheim si accasci sul banco (sedeva in prima fila): la sfacciata ilarit di Kr mer gli aveva tolto ogni piacere. Della faccenda non si fece pi parola, non ci furono punizioni, Kr mer si sent talmente lusingato dall'assoluta fedelt dell'imitazione che non ebbe cuore di prendere provvedimenti contro il suo ritratto vivente.

Il padre di Wertheim, proprietario di un grande negozio di confezioni, era un uomo ricco e non ne faceva mistero. Una volta per Capodanno fummo invitati da lui e ci trovammo in una grande casa piena zeppa di Liebermann. In ogni stanza ce n'erano cinque o sei, non credo che nell'alloggio ci fossero altri quadri. Il clou della collezione era un ritratto del padrone di casa. Ci trattarono bene, avevano fatto le cose in grande; il padrone di casa indic senza timidezza il proprio ritratto e si mise a parlare, in modo che tutti potessero sentirlo, della sua amicizia con Liebermann. Io dissi a Baum a voce piuttosto alta: -Il fatto che abbia posato per un ritratto non vuole ancora dire che siano amici . Non solo mi irritava la pretesa di quell'uomo di essere amico di Liebermann, ma gi l'idea che un grande pittore avesse dipinto un volto cos comune. La presenza del ritratto mi disturbava pi del soggetto stesso. Quanto sarebbe stata pi bella la collezione, mi dicevo, se non ci fosse stato quel quadro! Non vederlo era impossibile, tutto era disposto in modo da farlo notare. Le mie parole sgarbate non erano sufficienti a farlo scomparire; e poi, a parte Baum, nessuno ci aveva fatto caso. Nelle settimane che seguirono ci furono tra noi discussioni molto accese su quell'argomento. Io domandavo a Baum se un pittore tenuto a fare il ritratto a chiunque glielo chieda o se invece pu rifiutarsi, qualora la persona in questione non gli vada a genio come tema della sua arte. Baum pensava che il pittore dovesse accettare, gli restava pur sempre la possibilit di manifestare la sua opinione sul soggetto dipingendo il quadro in un certo modo. Aveva tutto il diritto di fare un ritratto brutto o ripugnante, questo rientrava nell'ambito della sua arte; ma dire di no a priori sarebbe stato un segno di debolezza, significava non essere sicuri delle proprie capacit. Erano parole misurate, giuste, e sentivo che la mia mancanza di misura contrastava con esse in modo spiacevole. -Come fa a dipingere dicevo io -se il disgusto per quel viso lo fa rabbrividire? Se si vendica e deforma

il volto del committente, il suo non pi un ritratto. Per dipingerlo cos pu fare anche senza di lui, non ha certo bisogno di metterlo in posa. E se si fa pagare dopo aver messo la sua vittima alla berlina, l'azione che compie per ottenere del denaro davvero spregevole. Lo si potrebbe scusare se fosse un povero diavolo, che fa la fame perch nessuno lo conosce. Ma se si tratta di un pittore famoso e ricercato, un atto imperdonabile . Non che a Baum desse fastidio il rigore dei princpi, tuttavia pi che la morale degli altri gli interessava la propria. Non da tutti ci si pu aspettare, diceva, che si comportino come Michelangelo, esistono anche caratteri meno indipendenti e orgogliosi. Io ritenevo che un pittore dovesse essere orgoglioso, chi non aveva la tempra necessaria era meglio che facesse un altro mestiere, un mestiere qualsiasi. Ma Baum mi fece riflettere su un altro punto importante. Qual era l'idea che io mi ero fatto di un ritrattista? Un ritrattista deve rappresentare gli uomini cos come sono o deve ritrarli come figure ideali? Per dipingere delle figure ideali non occorre essere ritrattisti! Ogni uomo quel che , ed proprio questa peculiarit che il pittore deve cogliere nell'uomo che posa per lui. Solo cos si sapr anche nei tempi avvenire che tipi di uomini sono esistiti in passato. Questo argomento mi sembr convincente e mi diedi per vinto. Ma continuai a pensare con un certo disagio al rapporto fra i pittori e i loro mecenati. Mi era rimasto il sospetto che i ritratti fossero atti di adulazione e perci non andassero presi sul serio. Forse fu un'altra delle ragioni per cui a quell'epoca mi misi con tanta decisione dalla parte dei satirici. George Grosz divenne ai miei occhi importante come Daumier, la contraffazione attuata con intenti satirici mi conquist completamente, mi ci abbandonavo senza opporre resistenza, come se quella fosse la verit. -Le Plaidoyer d'un fou . Circa sei mesi dopo il mio arrivo entr in classe un nuovo compagno, Jean Dreyfus. Era pi alto e pi

vecchio di me, ben sviluppato, sportivo, proprio un bel ragazzo. In casa parlava francese, e di questo ci si accorgeva un poco anche dal suo tedesco. Veniva da Ginevra, ma aveva vissuto anche a Parigi e si distingueva nettamente dagli altri compagni per la sua origine cosmopolita. Si avvertiva in lui una certa superiorit da uomo di mondo, ma di questo non si serviva affatto per mettersi in mostra; a differenza di Baum, non dava alcuna importanza alle nozioni scolastiche; trattava gli insegnanti, che del resto non prendeva sul serio, con ricercata ironia, e a me sembrava che su molte cose la sapesse pi lunga di loro. Si comportava con cortesia squisita, eppure sembrava spontaneo, e io non sapevo mai in anticipo che cosa avrebbe detto su un certo argomento. Comunque non era mai grossolano n puerile, aveva sempre un perfetto controllo di s e agli altri faceva s sentire la propria superiorit, ma non in maniera opprimente. Era un ragazzo robusto, in lui lo spirito e il corpo sembravano ben bilanciati. A me sembrava un essere perfetto, anche se ero un po' turbato dal fatto che non mi riusciva di scoprire quali erano le cose che veramente gli stavano a cuore. Cos a tutto quello che in lui conquistava la mia simpatia si aggiungeva anche questo segreto. Me ne stavo a lungo a rimuginare quali cose potessero essere importanti per lui, e pur presumendo che la chiave dell'enigma si celasse nella sua origine familiare, da essa mi sentivo a tal punto abbagliato che non riuscivo a districare la matassa. Credo che Dreyfus non abbia mai saputo che cosa in lui mi attraesse tanto. Se mai lo avesse saputo, mi avrebbe preso in giro di sicuro. Sin dai primissimi colloqui decisi di diventare suo amico e dato che egli era sempre cos cortese e garbato con tutti, fu un processo che richiese un certo tempo. Il ramo paterno della sua famiglia possedeva una banca privata tedesca di una certa importanza. Si supponeva, perci, che suo padre fosse un uomo molto ricco, e questo in me, che mi sentivo accerchiato e minacciato su questo tema da parte della famiglia in senso lato, avrebbe inevitabilmente prodotto diffidenza e

avversione. Ma a ci si opponeva la circostanza, per me irresistibile, che suo padre, a dispetto della tradizione familiare, era diventato un poeta; semplicemente un poeta, non un romanziere in cerca di facili successi, ma un lirico moderno, accessibile a pochi - presumevo - che certo doveva scrivere in francese. Di lui non avevo letto nulla, anche se sapevo che aveva scritto dei libri; non provai nemmeno a prenderli in mano, anzi oggi ho la sensazione di non averli voluti leggere perch quel che mi stava a cuore era l'aura di una poesia oscura e di difficile comprensione, talmente difficile che sarebbe stato insensato, alla mia et, cercare di accostarmi ad essa. Albert Dreyfus si interessava inoltre di pittura moderna, scriveva critiche d'arte e faceva collezione di quadri; era amico di molti fra i pi estrosi pittori moderni e aveva sposato una pittrice: la madre, appunto, del mio compagno di scuola. Di questa circostanza all'inizio non mi ero reso pienamente conto; Jean vi accennava ogni tanto come per inciso, la cosa non suonava particolarmente gloriosa, ma - per quel poco che si poteva supporre dalle sue frasi ben costruite - piuttosto come un problema. Solo in seguito, quando mi invit da lui ed entrai nella sua casa piena di quadri, dei vigorosi ritratti impressionistici fra i quali figuravano anche alcune immagini infantili del mio amico, solo allora venni a sapere che quelle erano le opere di sua madre. E mi sembrarono cos piene di vitalit e di talento che, a dispetto delle mie scarse conoscenze in quel campo, esclamai: -Ma allora una vera pittrice! Non me l'avevi detto! ; al che lui rispose, un po' sorpreso: -Ne dubitavi? Ma s che te l'avevo detto! . Dipendeva da quel che si intende per -dire : non lo aveva proclamato, l'aveva lasciato cadere cos, incidentalmente, e, dato il pathos per me implicito nell'idea di una qualsiasi attivit artistica, il suo modo di comunicare la cosa aveva funzionato al contrario, quasi avesse voluto sviare la mia attenzione e scusarsi cortesemente per i quadri di sua madre. Io che mi aspettavo qualcosa di simile ai fiorellini della

signorina Mina a villa Yalta, ora caddi proprio dalle nuvole. Non mi sarebbe nemmeno venuto in mente di domandare se la madre di Jean era anche una pittrice famosa. Una cosa sola contava: avevo visto i suoi quadri, essi esistevano davvero; importante era la loro ricchezza, la loro vitalit, ma anche il fatto che tutta la casa, piuttosto grande, ne fosse piena zeppa. In una visita successiva conobbi anche la pittrice, che mi fece l'impressione di una persona nervosa e un po' frastornata; sembrava infelice, nonostante ridesse spesso. Avvertii che esisteva tra lei e il figlio un legame profondo e tenerissimo, Jean in presenza di sua madre mi sembr meno equilibrato; era in ansia, come chiunque altro sarebbe stato al suo posto, e domand a sua madre come stava. La risposta di lei non lo appag, cos Jean continu a chiedere, volle sapere tutta la verit, senza un'ombra d'ironia, e non con superiorit, ma con vera partecipazione - l'ultima cosa che da lui mi sarei aspettato; se lo avessi visto pi spesso in compagnia di sua madre certamente la mia immagine di Jean si sarebbe radicalmente trasformata. Ma lei non la vidi mai pi, mentre Jean lo vedevo tutti i giorni; cos fu da lui che cercai di ricavare ci di cui allora avevo pi bisogno: un'immagine integra e inequivocabile dell'arte e della vita di chi si dedica all'arte. Un padre che aveva voltato le spalle agli affari di famiglia per diventare poeta, e inoltre aveva la passione dei quadri e proprio per questo aveva sposato una vera pittrice. Un figlio che parlava un francese meraviglioso, pur frequentando una scuola tedesca, e che di tanto in tanto - cosa c'era di pi naturale, con un padre cos! - scriveva egli stesso qualche poesia in francese, anche se in realt la matematica lo interessava di pi. E poi uno zio, fratello di suo padre, professore di medicina, un neurologo che insegnava all'Universit di Francoforte e aveva una figlia bellissima, di nome Maria, che vidi una volta sola e avrei rivisto assai volentieri. Non mancava proprio nulla: la scienza che veneravo pi di ogni

altra, la medicina (periodicamente mi sorprendevo a pensare che avrei voluto studiare medicina), e infine la bellezza di una tenebrosa cugina piena di capricci; Jean, che gi si atteggiava un poco a conoscitore di donne, ne ammetteva senz'altro il fascino, bench tendesse a giudicarla, essendo sua cugina, con un metro alquanto severo. Era piacevole parlare di ragazze con Jean. A dire il vero era lui che ne parlava, io lo stavo ad ascoltare. Mi ci volle un po' di tempo prima di riuscire (grazie ai nostri colloqui) a farmi un'esperienza sufficiente per raccontare a mia volta delle storie. Inventavo ogni cosa, essendo ancora assolutamente inesperto, proprio come a Zurigo; ma stavo imparando da Jean e ne vestivo i panni. Lui non si accorse mai che gli propinavo soltanto delle frottole. Preferivo limitarmi a un piccolissimo numero di storie, e meglio ancora a una sola, che si protraeva attraverso complicate e alterne vicissitudini. Era una storia talmente appassionante che Jean mi pregava di parlargliene; una ragazza, soprattutto, che in onore di sua cugina avevo battezzato Maria, suscitava il suo vivo interessamento. Aveva - oltre alla bellezza - una serie di qualit estremamente contraddittorie: un giorno eri sicuro di aver conquistato il suo cuore e l'indomani scoprivi di esserle del tutto indifferente. Eppure non era detta l'ultima parola: due giorni dopo la tua perseveranza veniva ricompensata da un primo bacio, che dava inizio a una lunga serie di dispetti, dinieghi e dichiarazioni dolcissime. A lungo cercavamo d'indovinare come son fatte le donne. Jean confessava di non aver mai incontrato una persona enigmatica come la mia Maria; eppure di esperienze ne aveva avute parecchie. Mi disse che avrebbe voluto conoscerla, e io non esclusi del tutto questa possibilit, tanto l'umore capriccioso di lei mi permetteva di tenerlo a bada senza destare sospetti. Solo grazie a questi colloqui, che andavano avanti all'infinito - avevano una loro particolare importanza e continuarono per mesi - si risvegli il mio interesse per un argomento che in fondo continuava a restarmi

indifferente. Non sapevo nulla. Non avrei saputo dire che cosa succede fra due persone che si amano, a parte i baci. Nella pensione abitavo porta a porta con la signorina Rahm, che riceveva tutte le sere le visite del suo amico. Bench la mamma, previdente, avesse messo il pianoforte contro la porta di comunicazione fra le due stanze, anche senza origliare si sentiva piuttosto bene. Ma, a causa della natura di quel rapporto, i rumori dalla stanza accanto mi stupivano senza occupare troppo i miei pensieri. Si sentivano all'inizio le preghiere del signor denburg, alle quali la signorina Rahm replicava con un secco -no . Le preghiere si intensificavano sino al pianto, cominciavano delle suppliche e dei lamenti interminabili, interrotti da -no sempre pi freddi. Alla fine la signorina Rahm sembrava veramente in collera. -Fuori! Fuori! intimava, mentre il signor denburg scoppiava in un pianto da spezzare il cuore. Qualche volta lei lo buttava fuori sul serio, nel bel mezzo del pianto, e io mi domandavo se il signor denburg continuasse a piangere anche per le scale, incontrando gli ospiti della pensione, ma non avevo il coraggio di uscire in corridoio per sincerarmene coi miei occhi. Qualche volta egli otteneva il permesso di restare, e il pianto, allora, si smorzava in un flebile guaito; ma alle dieci precise doveva comunque lasciare la stanza della signorina Rahm, perch nella pensione dopo quell'ora non erano pi consentite visite maschili. Se il pianto diventava cos forte da disturbare la lettura, la mamma scuoteva la testa, ma della cosa non si parlava mai. Sapevo quanto le fosse sgradevole la vicinanza della signorina Rahm; tuttavia di quel tipo di rapporto, almeno per quanto riguardava le nostre orecchie infantilmente ignare, non sembrava del tutto scontenta. Le cose che riuscivo a sentire in quelle occasioni me le tenevo per me, nella mia immaginazione esse non si collegarono mai alle conquiste di Jean; ma ebbero forse un influsso indiretto, che allora non avrei mai sospettato, sul comportamento della mia Maria. Nei resoconti di Jean e nelle mie invenzioni non c'era mai nulla di

sconveniente. Erano racconti come usavano una volta. Il tutto aveva un tono cavalleresco, ci che contava era l'ammirazione, non il possesso. Se riuscivi a esprimere l'ammirazione con tanta intelligenza e abilit da convincere, far breccia e non essere dimenticato, allora avevi vinto; la -conquista consisteva nel far colpo, nel farsi prendere sul serio. Se il flusso delle belle frasi che escogitavi e che riuscivi a pronunciare non veniva interrotto, se la tua possibilit di offrire i tuoi omaggi a una fanciulla non dipendeva pi soltanto dalla tua abilit, ma anche dall'attesa e dalla compiacenza di lei, questa era la prova che eri stato preso sul serio e che dunque eri un uomo. Dimostrare questo era ci che contava, era la dimostrazione che ci attraeva, assai pi dell'avventura in s. Jean poteva riferire una serie ininterrotta di simili -dimostrazioni . Bench tutto ci che gli contrapponevo fosse inventato dal principio alla fine, io credevo alle sue parole una per una, cos come lui credeva alle mie. Mai mi venne in mente di mettere in dubbio ci che egli mi raccontava solo perch io mi inventavo tutto. I nostri racconti avevano un'esistenza autonoma: forse Jean abbelliva qualche particolare; le storie che mi inventavo di sana pianta gli avranno forse fornito lo spunto per qualche dettaglio. I nostri racconti erano reciprocamente in sintonia, si adattavano bene gli uni agli altri, ed ebbero sulla sua vita interiore, in quel periodo, un influsso non minore che sulla mia. Nelle mie conversazioni con Hans Baum assunsi un atteggiamento del tutto diverso. Lui e Jean non erano amici, Jean lo trovava noioso. Disprezzava gli scolari modello, e il senso del dovere che si leggeva nello sguardo di Baum gli sembrava addirittura ridicolo, rigido e poco vitale com'era, e sempre uguale a se stesso. Il fatto che quei due si tenessero a debita distanza fu la mia fortuna; infatti, se mai avessero messo a confronto le cose che dicevo all'uno e all'altro sull'amore, certo avrei perso la mia reputazione agli occhi di entrambi. Quel che dicevo a Baum lo pensavo, parlando con Dreyfus, invece, giocavo.

Probabilmente ci tenevo a imparare da Jean, anche se gareggiavo con lui soltanto a parole; nei fatti mi guardavo bene dall'imitarlo. Una volta ebbi con Baum un colloquio molto serio e, con suo grande stupore, gli comunicai la mia ultima opinione sull'argomento. -L'amore non esiste, dichiarai -l'amore un'invenzione dei poeti. Prima o poi leggi un libro in cui si parla dell'amore e ci credi solo perch sei giovane. Pensi che te l'abbiano tenuto nascosto gli adulti perci ti ci butti a pesce e ci credi, prima ancora di averlo sperimentato. Mai nessuno ci arriva da solo. In realt l'amore non esiste . Baum esitava a rispondere, io sentivo che non era affatto d'accordo con me, ma poich prendeva sempre tutto cos sul serio e per di pi era un ragazzo molto riservato, non cerc nemmeno di confutarmi. Per farlo avrebbe dovuto rivelare qualche sua esperienza intima, e di questo non era capace. Con quella estrema ripulsa reagivo a un libro che la mamma possedeva sin dai tempi di Zurigo e che io avevo letto contro la sua volont: Le Plaidoyer d'un fou di Strindberg. La mamma lo apprezzava in modo particolare, di questo mi ero accorto perch lo teneva da parte, e non nella pila in cui soleva accatastare tutti gli altri volumi di Strindberg. Una volta, mentre parlavo con la mia solita giovanile arroganza del signor denburg, chiamandolo -quel venditore di cravatte e domandandomi come facesse mai la signorina Rahm a sopportare tutte le sere la sua compagnia, la mia mano si mise a giocare, non so se per caso o intenzionalmente, con Le Plaidoyer d'un fou, ad aprire il libro, a sfogliarlo, richiuderlo, rigirarlo, aprirlo di nuovo. La mamma pens che la quotidiana scenetta serale della stanza accanto mi avesse fatto venire in mente di leggerlo: -Non leggere quel libro! mi preg -In te si guasterebbe qualcosa che mai pi saresti in grado di risanare. Aspetta, dopo che tu stesso avrai fatto qualche esperienza, non potr pi farti del male . Per tanti anni le avevo creduto ciecamente, e mai aveva avuto bisogno di argomentare per trattenermi dalla lettura di un libro. Ora per, dopo la

visita del signor Hungerbach, l'autorit della mamma era scossa. L'avevo visto con i miei occhi, quell'uomo era completamente diverso da come lei lo aveva descritto e annunciato. Adesso volevo vedere da me quel che c'era in questo Strindberg. Non le promisi nulla; ma lei si fid del fatto che non le avevo neppure detto di no. Alla prima occasione presi Le Plaidoyer d'un fou e, a sua insaputa, lo divorai a velocit folle, la stessa velocit con cui un tempo avevo letto Dickens; ma questa volta non mi venne voglia di ricominciare da capo. Quella confessione non riuscivo a capirla, mi sembrava una menzogna dalla prima all'ultima riga. Credo che a respingermi fosse qualcosa che somiglia alla sobriet, il tentativo di non dire nulla che vada oltre un certo attimo, il ridursi e limitarsi alla situazione che si descrive. Sentivo mancare l'impeto, l'impeto dell'invenzione, intendevo l'invenzione in genere, non dei particolari. Il vero impeto, l'odio, non lo riconobbi. Non vidi che era in gioco la mia esperienza pi personale e pi remota: la gelosia. Mi disturbava la mancanza di libert iniziale, il fatto che si trattasse della moglie di un altro: mi sembrava una storia barricata in se stessa. Non potevo soffrire le vie traverse per arrivare a un essere umano. Con l'orgoglio dei miei diciassette anni guardavo dritto davanti a me e disprezzavo qualsiasi travestimento. Il confronto diretto era tutto, una cosa sola contava: lo scontro faccia a faccia. Le occhiate oblique le prendevo tanto poco sul serio quanto i colpi obliqui. Forse quel libro, che si faceva leggere con troppa facilit, sarebbe scivolato su di me come se non l'avessi mai letto. Ma ci fu quel passo che mi colp come una mazzata, l'unico di tutto il libro che ho ancora davanti agli occhi in ogni particolare, bench, forse proprio a causa di quella scena, non lo abbia mai pi ripreso in mano. Il protagonista, l'uomo che si confessa, cio Strindberg, riceve per la prima volta in camera sua la visita della moglie dell'amico, che un ufficiale. Egli la sveste e la fa sdraiare sul pavimento. Attraverso il

crespo sottile vede baluginare i suoi capezzoli. Questa descrizione di una situazione intima era una cosa per me completamente nuova. Si svolgeva in una stanza che poteva essere una stanza qualunque, anche la nostra. Forse uno dei motivi che mi indusse a rifiutarla con tanta veemenza fu questo: si trattava di una scena impossibile. L'autore voleva farmi credere all'esistenza di qualcosa che chiamava amore. Ma io non mi lasciai incantare e gli diedi del bugiardo. Non solo non volevo aver niente a che fare con quella storia, che trovavo ripugnante, perch si svolgeva dietro le spalle del marito della donna, un amico che si fidava di entrambi - ma la trovavo anche insensata, una trovata dozzinale, inverosimile, sfacciata. Perch mai una donna dovrebbe lasciarsi sdraiare sul pavimento? A che scopo lui la spogliava? Perch mai lei si lasciava spogliare? Eccola, sdraiata sul pavimento, mentre lui la guarda. Quella situazione, per me nuova e incomprensibile, suscitava anche la mia collera: come osava lo scrittore presentare una situazione del genere come se potesse capitare davvero? Mi nacque dentro un sentimento di rivolta: anche se tutti, per debolezza, si fossero lasciati convincere che cose del genere possono esistere davvero, io non ci credevo, mai e poi mai ci avrei creduto. Che cosa c'entravano i guaiti del signor denburg nella stanza accanto? La signorina Rahm camminava su e gi per la sua stanza dritta come una candela. L'avevo vista nuda con un binocolo da teatro mentre stavo guardando le stelle dal nostro balcone. Per caso, cos pensavo, il binocolo si era diretto verso la finestra vivamente illuminata della sua stanza. La signorina Rahm era l, in piedi, nuda, a testa alta, snella nel riflesso della luce rossastra; ero cos stupito che non riuscivo a smettere di guardarla. Fece due o tre passi, sempre dritta come una candela, proprio come quand'era vestita. Sul balcone i guaiti del signor denburg non li sentivo pi. Ma quando, imbarazzato, ritornai in camera, subito mi giunsero nettissimi all'orecchio, e compresi che per tutto il tempo da me trascorso sul balcone

non erano mai cessati. Mentre la signorina Rahm camminava su e gi per la sua stanza, il signor denburg aveva continuato a guaire, senza suscitare in lei la minima reazione; la signorina si comportava come se neanche lo vedesse, come se fosse sola, e neppure io avevo visto il signor denburg, era proprio come se non ci fosse. Lo svenimento. Ogni notte andavo sul balcone a guardare le stelle. Cercavo le costellazioni che conoscevo e quando le trovavo ero soddisfatto. Non erano tutte ugualmente nitide; non tutte erano contrassegnate da una vistosa stella azzurra, come Vega della costellazione della Lira, allo zenit sopra di me, o da una grande stella rossa come Betelgeuse, che appare quando sorge la costellazione di Orione. Sentivo la vastit che cercavo, di giorno non mi accorgevo della vastit dello spazio, questa sensazione si destava in me solo di notte, in presenza delle stelle, e talora la rafforzavo pronunciando a voce alta il numero immane di anni luce che mi separavano da questa o quella stella. Molte cose mi tormentavano in quel periodo; mi sentivo in colpa per la miseria che vedevamo intorno a noi, pur senza condividerla. Mi sarei sentito meno in colpa se fossi riuscito a convincere la mamma, almeno una volta, dell'ingiustizia della nostra -agiatezza , come io la chiamavo. Ma quando cominciavo a parlarne, la mamma rimaneva fredda e distante, si chiudeva deliberatamente in se stessa, anche se un momento prima si era infervorata su un argomento qualsiasi di musica o di letteratura. Del resto, era facilissimo scioglierle di nuovo la lingua, bastava che lasciassi cadere l'argomento di cui lei non voleva sentir parlare, e subito ritrovava la parola. Ma per me era un punto d'onore costringerla a prender posizione. Raccontavo qualche triste avvenimento cui avevo assistito durante il giorno, le domandavo senza perifrasi se era a conoscenza di questo o di quello: lei taceva, con un'espressione sul volto di sottile disprezzo oppure di disappunto; solo se si trattava di una cosa veramente tremenda, allora

diceva: -L'inflazione non l'ho fatta io oppure: -Questa una conseguenza della guerra . Avevo l'impressione che non le importasse niente di come stavano le persone che non conosceva, soprattutto se le loro sofferenze erano causate dalla povert; eppure, durante la guerra, quando gli uomini venivano mutilati e uccisi, aveva partecipato intensamente alle loro pene. Forse la sua compassione si era esaurita allora; a volte mi sembrava che qualcosa nel suo animo si fosse inaridito, perch l'aveva usato con troppa prodigalit. E questa era ancora l'ipotesi pi sopportabile. In realt ero sempre pi angosciato dal sospetto che la mamma ad Arosa avesse subto l'influsso di persone che avevano fatto colpo su di lei perch -sapevano affrontare la vita e -pagare di persona . Quando usava con troppa frequenza espressioni come queste, che mai in passato avrebbe adoperato, mi difendevo attaccandola (-Come sarebbe a dire -sapevano affrontare la vita ? Ma se era gente malata, che viveva in sanatorio! Ti parlavano in quel modo ed erano uomini malati, che non facevano nulla ); allora la mamma si arrabbiava, rinfacciandomi la mia crudelt verso i malati. Mi sembrava che avesse ritirato dal mondo tutta la sua compassione, per riservarla soltanto alla piccola cerchia di uomini e donne del suo sanatorio. Ma poich in quel piccolo mondo gli uomini erano assai pi numerosi delle donne, intorno a lei, che allora era una giovane signora, si davano tutti un gran da fare e, gareggiando tra loro per destare la sua attenzione, ostentavano, forse proprio perch malati, tutta la loro virilit; e tutti le davano una grande importanza, tanto che lei era portata a credere a ci che essi dicevano e ad apprezzare qualit e caratteristiche alle quali non molto tempo prima, durante la guerra, avrebbe pensato con disprezzo, anzi con orrore. Fra quegli uomini godeva di un'alta considerazione perch li ascoltava volentieri, voleva conoscere il maggior numero possibile delle loro vicende ed era sempre pronta ad accogliere le loro confidenze senza mai approfittarne per ricamarci su o imbastire intrighi

meschini. Per anni era stata abituata ad avere come unico interlocutore un bambino, ora, invece, ne aveva molti e li prendeva tutti sul serio. La mamma non riusciva ad avere con la gente un rapporto frivolo o superficiale. Cos, proprio la sua qualit migliore, la seriet, la allontan - nel periodo del sanatorio - dalla pi vasta umanit che prima, insieme ai suoi figli, era stata tutto per lei, inducendola a concentrarsi su un'umanit ristretta e privilegiata, della quale, tuttavia, non poteva riconoscere il privilegio, trattandosi di gente ammalata. Forse la mamma era tornata quella che era stata in origine, la figlia prediletta e un po' viziata di una famiglia ricca. Forse il grande periodo della sua vita, quando, sentendosi a un tempo colpevole e infelice, aveva espiato la sua colpa, peraltro indeterminata e quasi incomprensibile, dedicandosi con energia sovrumana all'educazione intellettuale dei suoi figli, il periodo culminato con la guerra, quando tutte le sue forze erano confluite in un odio selvaggio contro la guerra - forse quella grande stagione della sua vita era finita molto prima che io me ne rendessi conto, e con le lettere che ci eravamo scambiati tra Arosa e Zurigo avevamo giocato a nascondino, restando fedeli, almeno in apparenza, a un passato che ormai non esisteva pi. Tuttavia, quando vivevo nella pensione Charlotte, mai e poi mai sarei stato in grado di chiarire a me stesso tutte queste cose con fredda determinazione, bench, dopo la visita del signor Hungerbach, avessi cominciato a capirne parecchie e a interpretarle nella maniera giusta. Il nostro rapporto divent una lotta, cominciai ad attaccare ostinatamente la mamma nel tentativo di riavvicinarla alle cose della vita che ritenevo -davvero importanti. Le conversazioni che si svolgevano a tavola mi offrivano spesso un gradito pretesto per i miei attacchi. Imparai a nascondere di fronte a lei il mio vero obiettivo, ad attaccar discorso, certe volte, come un perfetto ipocrita, magari chiedendole delucidazioni su una cosa che dicevo di non aver capito bene o commentando il modo di fare di un commensale che

anche a lei non piaceva. Nel giudizio sui Bemberg, i due giovani parvenus della tavolata, i nostri cuori battevano all'unisono. Il suo disprezzo per i nuovi ricchi non vacill mai, finch visse. Ma se in quei momenti di accordo perfetto mi fossi reso conto che il suo disprezzo non era altro che la diretta conseguenza della sua idea di -buona famiglia , certo mi sarei sentito meno a mio agio. Il trucco pi efficace consisteva comunque nel farle qualche domanda. Con astuzia tutt'altro che innocente la interrogavo su un tema che lei - stando alle mie vecchie esperienze conosceva bene. Era un modo efficace per cominciare a discutere, e poi avvicinarmi gradualmente al mio vero obiettivo. Ma spesso la pazienza non mi bastava e, se l'argomento mi interessava davvero, passavo avventatamente alle domande dirette. E' quel che successe a proposito di van Gogh, quando la mamma fece fiasco completo e cerc di nascondere la propria ignoranza imprecando con estrema grettezza contro -quel pazzo di un pittore . In quei casi io perdevo la testa, mi scagliavo contro di lei con veemenza e arrivavamo a scontri mortificanti per tutti e due. Per lei, che era palesemente in torto. Per me, che le rinfacciavo senza misericordia che stava parlando di argomenti di cui non sapeva nulla, atteggiamento che in passato, quando discutevamo insieme di letteratura, aveva sempre criticato con la massima asprezza. Dopo quegli scontri ero talmente disperato che uscivo di casa, me ne andavo a zonzo in bicicletta una delle due consolazioni degli anni di Francoforte. L'altra consolazione, ancora pi necessaria, le volte che la mamma taceva, e non si arrivava a uno scontro, non si arrivava a nulla, erano le stelle. Ci che la mamma rinnegava ostinatamente (la responsabilit per le cose che succedevano intorno a lei) e rifiutava con una sorta di cecit consapevole e selettiva che faceva calare su di s a comando, tutto ci in quel periodo divent per me cos nitido e assillante che non riuscivo a starmene zitto, dovevo parlargliene, e divenne una sorta di permanente rimprovero nei suoi confronti. La

mamma temeva il mio ritorno da scuola perch era sicura che me ne sarei uscito con qualche nuovo particolare osservato da me o udito da altri; mi bastava dire la prima frase per sentire la sua totale chiusura, e allora buttavo fuori con violenza ancora maggiore quel che mi urgeva dentro, che cos assumeva il tono, per lei difficile da sopportare, del rimprovero personale. Da principio non avevo la minima intenzione di ritenerla responsabile dei fatti che per la loro ingiustizia o disumanit suscitavano il mio sdegno. Ma lei non voleva ascoltarmi, aveva un modo tutto suo di ammettere le cose soltanto a met, e allora il mio racconto si trasformava davvero in accusa. Le cose che volevo riferirle assumevano un tono personale e in questo modo la costringevo ad ascoltare e a rispondere in un modo o nell'altro. Lei provava a dire -Lo so, lo so oppure -Gi, posso immaginarmelo . Ma io non gliela facevo passare liscia, rincaravo la dose, quel che avevo visto o sentito raccontare glielo sbattevo in faccia come un capo d'accusa. Era come se un potere ignoto mi avesse affidato una protesta che dovevo far giungere sino a lei. -Stammi a sentire! dicevo, prima solo con impazienza, poi con rabbia. -Stammi a sentire! Questo me lo devi spiegare! Com' possibile che succeda una cosa simile e nessuno ci faccia caso? . Una donna per strada era crollata a terra svenuta. -E' la fame avevano detto alcuni passanti aiutandola a rialzarsi; aveva un aspetto terribilmente pallido ed emaciato; altra gente, per, aveva tirato dritto senza guardarsi indietro. -E tu ti sei fermato? disse la mamma, pungente, un simile evento doveva pur commentarlo in qualche modo. Era vero, io me n'ero tornato a casa e ora stavo seduto con lei e con i miei fratelli intorno al tavolo rotondo per la solita merenda. Avevo davanti una tazza di t, sul mio piatto c'era un panino col burro che non avevo ancora portato alla bocca, per mi ero messo a tavola come sempre, e solo dopo essermi seduto avevo cominciato a raccontare. Ci che avevo visto quel giorno non era uno spettacolo consueto, per la

prima volta in vita mia qualcuno sveniva per strada sotto i miei occhi, crollava al suolo sfinito dalla fame e dalla debolezza. Ne rimasi talmente scosso che entrai nella stanza senza dire una parola e continuando a tacere presi il mio posto a tavola. Vedere il panino col burro, e soprattutto il barattolo del miele in mezzo al tavolo, mi sciolse la lingua, e cominciai a parlare. La mamma colse al volo il ridicolo della situazione ma, come sempre, reag con troppa irruenza. Se avesse aspettato un attimo, e cio che io prendessi in mano e addentassi il mio panino imburrato, o anche soltanto che ci spalmassi sopra del miele, il suo sarcasmo, che traeva alimento dalla situazione ridicola nella quale mi ero cacciato, certo mi avrebbe annichilito. Ma lei, ancora una volta, non mi prese abbastanza sul serio; forse pens che ormai ero seduto e che perci la merenda avrebbe seguto il suo corso. Si fid troppo del rito gi iniziato e se ne serv come arma per mettermi al pi presto fuori combattimento; le dava fastidio che la merenda fosse disturbata da descrizioni di gente affamata che sviene per la strada; solo fastidio, nient'altro, e, giudicando in base al proprio coinvolgimento, che era scarsissimo, sottovalut la seriet del mio stato d'animo. Io saltai su urtando il tavolo, il t si rovesci sulla tovaglia, e gridando -Non mi fermo nemmeno qui! mi precipitai fuori dalla stanza. Scesi le scale volando, saltai sulla bicicletta e disperato mi misi a pedalare su e gi per le strade del quartiere, pi in fretta che potevo, a casaccio, senza sapere quel che volevo - che cosa avrei potuto volere? -, ma pieno di un odio smisurato per quella nostra merenda. Avevo continuamente davanti agli occhi il vasetto del miele e lo coprivo di maledizioni. -Ah, se l'avessi gettato dalla finestra! In strada! Non in cortile! . Solo se fosse andato in frantumi per la strada, sotto gli occhi di tutti, il mio gesto avrebbe avuto un senso: tutti avrebbero visto che qui della gente teneva in casa il miele, mentre altri pativano la fame. Ma non avevo fatto niente di tutto questo. Avevo lasciato sul tavolo il vasetto del

miele, non avevo neppure rovesciato la tazza, un po' di t si era versato sulla tovaglia, ecco tutto. Mi sentivo profondamente esacerbato, eppure non ero riuscito a far niente di concreto, non ne avevo avuto la forza: non sono altro che un placido agnellino, pensai, nessuno ascolta il suo pietoso belato, una cosa sola successa: la mamma si arrabbiata perch ho disturbato la merenda. Non era davvero successo nient'altro. Ritornai a casa. La mamma mi pun chiedendomi con tono compassionevole se era stato davvero cos terribile, da uno svenimento ci si riprende, disse, non nulla di definitivo, probabilmente mi ero tanto spaventato perch quella donna l'avevo guardata in faccia proprio nel momento in cui stava cadendo per terra. Veder morire un essere umano era tutt'altra cosa. Temevo che ricominciasse col sanatorio nel bosco, e con la gente morta laggi, diceva sempre che erano morti sotto i suoi occhi; questa volta per non lo disse, disse soltanto che mi dovevo abituare anche a cose del genere, non dicevo forse, di tanto in tanto, che mi sarebbe piaciuto fare il medico? Che razza di medico un uomo che crolla di fronte alla morte del suo paziente? Forse per me era stato un bene assistere a quello svenimento, era un modo di cominciare ad abituarmi a certe situazioni. Cos quello svenimento che mi aveva tanto indignato fu l'occasione per sottolineare un requisito generale della professione medica. Invece di rimproverarmi per il mio gesto urtante, la mamma mi mise in guardia per la vita futura, nella quale sarei fallito se non fossi diventato pi duro e controllato. Dopo quell'episodio la taccia mi rimase: non ero tagliato per fare il medico. Avevo il cuore troppo tenero, a una simile professione non mi sarei mai abituato. Non ho mai voluto ammetterlo, ma rimasi molto impressionato dalla piega imprevista che la mamma aveva dato al mio avvenire. Cominciai a pensarci su, a esitare. Non ero pi tanto sicuro di poter diventare un medico. Gilgamesh e Aristofane. Il periodo di Francoforte non si esaur nelle esperienze umane vissute

nella pensione Charlotte. Queste, comunque, si arricchivano ogni giorno in un processo continuo, e perci non vanno sottovalutate. Ti sedevi a tavola, sempre allo stesso posto, e davanti a te recitavano la loro parte, sempre agli stessi posti, alcune persone che ai tuoi occhi erano diventate dei personaggi. Personaggi che perlopi erano sempre uguali a se stessi, dalla loro bocca non usciva mai nulla d'inaspettato. Alcuni, per, tenevano celata la loro natura e ogni tanto ti sorprendevano con uno scarto improvviso. In un modo o nell'altro, era sempre uno spettacolo, e neppure una volta entrai nella sala da pranzo della pensione Charlotte senza sentirmi eccitato e incuriosito. Per i miei insegnanti (con una sola eccezione) non riuscivo a scaldarmi molto. Il collerico professore di latino perdeva il controllo al minimo pretesto e allora ci insultava, -asini fetenti ci diceva, e non era la sua unica ingiuria. I suoi metodi didattici, basati su -frasi modello che dovevamo ripetere a pappagallo, erano assolutamente ridicoli. E' strano che non abbia dimenticato il latino imparato a Zurigo per il disgusto che m'ispirava quel professore. Le sue sfuriate sono state l'esperienza pi avvilente e pi assordante di tutta la mia vita scolastica. La guerra l'aveva segnato, certo ne aveva riportato danni piuttosto seri; era quel che ci dicevamo di tanto in tanto per cercare di sopportarlo. Parecchi professori portavano il marchio della guerra, sia pure in modo meno appariscente. Ce n'era uno, per, pieno di calore umano, che riversava sui suoi allievi un affetto traboccante. Era un ottimo insegnante di matematica, che sembrava piuttosto disturbato. Ma si trattava di un disturbo di cui egli stesso faceva le spese, non i suoi allievi. Quell'uomo si dedicava all'insegnamento con tutta l'anima, la sua coscienziosit faceva quasi spavento. Potrebbe venire la tentazione di prendere in esame questi insegnanti per illustrare i differenti effetti che la guerra produce sugli esseri umani; ma per farlo bisognerebbe conoscere, almeno in parte, le loro esperienze, di cui essi, invece, non

ci parlavano mai. Davanti a me avevo i loro volti e le loro figure, sapevo come si comportavano in classe, nient'altro, tutto il resto lo conoscevamo soltanto per sentito dire. Vorrei parlare almeno di un uomo fine e taciturno per il quale provo ancora un senso di gratitudine. Gerber era il nostro professore di tedesco, per contrasto con gli altri sembrava quasi un pavido. I temi che assegnava crearono tra me e lui una sorta di amicizia. All'inizio quei temi mi annoiavano, erano sempre su Maria Stuarda o su argomenti analoghi, tuttavia mi costavano poca fatica e a lui piacevano. Poi diventarono pi interessanti, e io cominciai a manifestare sul serio le mie idee, che, per reazione alla scuola, erano gi le idee di un ribelle e non andavano affatto d'accordo con le sue. Per lui le accettava. Aggiungeva in fondo al tema, con l'inchiostro rosso, delle lunghe considerazioni nelle quali mi proponeva vari argomenti di riflessione, ma lo faceva in maniera tollerante e senza lesinare gli elogi per il mio modo di esprimere quello che pensavo. Nelle sue osservazioni critiche, quali che fossero, mai lo sentivo ostile e, anche quando non potevo accettarle, ero molto contento che si fosse dato la pena di farmele. Pur non essendo un trascinatore, era un insegnante assai comprensivo. Aveva mani piccole piedi piccoli e piccoli gesti; non era particolarmente lento nei movimenti, eppure faceva ogni cosa come a scartamento ridotto, neppure la sua voce aveva quei toni fastidiosamente virili con cui gli altri professori si davano tanta importanza. Gerber mi apr la biblioteca dei professori, da lui amministrata, e mi disse di prendere i libri che volevo. Assetato com'ero di autori classici, leggevo - in traduzione tedesca - un volume dopo l'altro, storici, drammaturghi, lirici, oratori; soltanto i filosofi - Platone e Aristotele - li lasciai provvisoriamente da parte. Ma gli altri li lessi davvero tutti quanti, e non solo i grandi, ma anche scrittori interessanti solo per il materiale che le loro opere offrivano, come Diodoro o Strabone. Gerber si meravigliava della mia costanza, per due anni

continuai a prendere in prestito solo questo genere di libri. Quando arrivai a Strabone, egli scosse il capo e mi chiese se, tanto per cambiare, non volevo un testo medievale; ma la proposta allora non ebbe fortuna. Un giorno che ci trovavamo tutti e due nella biblioteca dei professori, Gerber mi domand con cautela, quasi con tenerezza, che cosa avrei voluto fare in futuro. Intuivo la risposta che si aspettava, ma dissi, non troppo sicuro: -Il medico . Rimase deluso, ci pens su un momento e venne a un compromesso: -Allora lei diventer un altro Carl Ludwig Schleich . Apprezzava i ricordi di Schleich, ma avrebbe preferito che gli dicessi chiaro e tondo che avrei voluto fare lo scrittore. Da allora mi fece spesso, incidentalmente e senza parere, il nome di medici scrittori. Durante le sue lezioni leggevamo ad alta voce dei drammi, dividendoci tra noi le parti. Non voglio certo dire che fosse un gran divertimento. Ma egli lo faceva nella speranza di conquistare alle sue lezioni, obbligandoli ad assumersi una parte, anche gli allievi con scarsi interessi letterari. Raramente sceglieva dei drammi veramente noiosi. Leggemmo I masnadieri, l'Egmont e il Re Lear, e alcuni di essi andammo a vederli a teatro. Nella pensione Charlotte si parlava molto di rappresentazioni teatrali, commentandole e sviscerandole in ogni particolare. E poich anche i veri intenditori presenti nella pensione prendevano pur sempre spunto dalle recensioni della -Frankfurter Zeitung , le discutevano e, anche quando erano di opinione diversa, manifestavano un deferente rispetto per il punto di vista autorevole della carta stampata, le conversazioni riguardanti il teatro si ponevano a un certo livello ed erano forse pi serie di quelle su altri argomenti. La passione per il teatro la sentivano tutti e ne erano orgogliosi. Un fiasco suscitava un senso di profondo rammarico, e non soltanto giudizi sprezzanti. Il teatro era un'istituzione riconosciuta, e anche coloro che per il resto militavano in campi avversi si sarebbero ben guardati dall'attaccarla. Il signor Schutt, impedito dalle sue gravi

ferite, a teatro non ci andava quasi mai, ma anche dalle sue poche parole si capiva che la signorina K ndig aveva l'incarico di informarlo su ogni singolo spettacolo; i suoi giudizi suonavano sicuri come se a teatro ci fosse stato di persona. Chi non aveva niente da dire preferiva tacere: una figuraccia su quel tema era l'infortunio pi increscioso che potesse capitare a chiunque. Poich gli altri argomenti di conversazione sembravano per la maggior parte cos malcerti - tutto vacillava e il contrasto perenne delle opinioni non dipendeva affatto da motivi superficiali - si aveva l'impressione, soprattutto essendo molto giovani, che esistesse almeno una cosa intangibile per tutti: il teatro. Io a teatro ci andavo abbastanza spesso; da una rappresentazione, in particolare, rimasi cos incantato che feci di tutto per tornarci pi volte. Vi recitava un'attrice che occup a lungo i miei pensieri, ce l'ho ancora davanti agli occhi com'era allora: Gerda M ller nella parte di Pentesilea. Quella passione entrata in me, di essa non ho mai dubitato, la mia iniziazione amorosa stata la Pentesilea di Kleist. La confrontavo in cuor mio con una delle tragedie greche lette in quel periodo, Le Baccanti. Il selvaggio furore delle Amazzoni guerriere assomigliava a quello delle Menadi, e al posto delle donne invasate che dilaniano vivo il corpo del re, nella tragedia di Kleist Pentesilea aizza contro Achille la muta dei suoi cani e al pari di essi affonda i suoi denti nelle carni dell'amato. Da allora non ho mai pi osato rivedere quel dramma e leggendolo, ho sempre risentito il suono della sua voce, che per me non si pi affievolito. All'attrice che mi ha convinto che l'amore esiste davvero sono rimasto sempre fedele. Non vedevo alcun rapporto fra la Pentesilea e le scene avvilenti nella stanza accanto. Quanto a Le Plaidoyer d'un fou continuavo a considerarlo come prima tutto una menzogna. Fra gli attori pi in voga ricordo Carl Ebert, che all'inizio recitava regolarmente, poi ogni tanto come ospite della compagnia. Molti anni

dopo Ebert diventato famoso per cose di tutt'altro genere. Io lo vidi quand'era agli inizi, nella parte di Karl Moor e in quella di Egmont. Mi abituai a vederlo in diversi ruoli, sarei andato a teatro anche soltanto per lui e in fondo non ho da vergognarmi di questa mia debolezza perch ad essa sono debitore dell'esperienza pi importante del periodo di Francoforte. Seppi che in una matine domenicale Carl Ebert avrebbe letto dei brani tratti da un'opera della quale non avevo mai sentito parlare. Quest'opera era pi antica della Bibbia, era un'epopea babilonese. Sapevo che a Babilonia c'era stato il diluvio, si diceva che la leggenda biblica derivasse dalla tradizione babilonese. Non ero in grado di aspettarmi nulla di pi e certo non mi sarei mosso soltanto per questo; ma il lettore era Carl Ebert e grazie all'infatuazione per il mio attore preferito incontrai Gilgamesh, che pi di ogni altra cosa ha determinato la mia vita, il suo senso pi segreto, la sua fede, la sua forza e le sue attese. Il lamento di Gilgamesh per la morte dell'amico Enkidu mi penetr nel cuore: -Giorno e notte piansi per lui,@ e non volli che fosse sepolto -@ se mai l'amico risorgesse al mio grido -@ sette giorni piansi, e sette notti,@ finch il verme assal il suo volto.@ Poich egli se ne and, non trovavo pi la vita,@ e come un ladro mi aggiravo per la steppa . E poi viene l'impresa di Gilgamesh contro la morte, il cammino attraverso le tenebre del monte celeste e le acque della morte, fino a quando raggiunge il suo avo Utnapishtim, l'uomo che stato salvato dal diluvio e ha ottenuto dagli di il dono dell'immortalit. Da lui Gilgamesh vuol sapere come potr attingere la vita eterna. Gilgamesh, vero, fallisce e muore. Ma proprio questo esito non fa che rafforzare il sentimento della necessit della sua impresa. In questo modo sperimentai su me stesso l'azione di un mito: come qualcosa su cui, durante il mezzo secolo che da allora trascorso, ho riflettuto in molti modi diversi, voltandolo e rivoltandolo dentro di

me, senza mai seriamente metterlo in dubbio neppure una volta. Quel mito l'ho accolto in me come unit e in me rimasto come unit. Su di esso non posso fare il sottile. La domanda se credo a una storia del genere non mi tocca affatto; di fronte alla mia sostanza pi vera, come faccio a decidere se ci credo o no? Non serve ripetere come un pappagallo che sinora tutti gli uomini sono morti, si tratta semplicemente di decidere se bisogna accettare docilmente la morte o se ad essa bisogna ribellarsi. Il diritto allo splendore, alla ricchezza, alla miseria e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte. Sono vissuto dentro questa rivolta senza fine. E se il mio dolore per le persone care che ho perduto nel corso degli anni non stato minore di quello di Gilgamesh per l'amico Enkidu, in una cosa, una sola, ho superato l'uomo del leone: a me cara la vita di ogni uomo, non soltanto quella dei miei cari. Il fatto che questa epopea si concentri su pochissimi personaggi ha creato un grande distacco tra essa e l'epoca turbolenta nella quale io l'ho conosciuta. Il ricordo degli anni di Francoforte dominato da eventi pubblici che rapidamente si susseguivano. Gli avvenimenti erano preceduti dalle -voci , al tavolo della pensione si spargevano in continuazione delle voci che non sempre si rivelavano prive di fondamento. Ricordo che parlammo dell'assassinio di Rathenau prima di leggere la notizia sui giornali (la radio non c'era ancora). Al centro delle voci erano soprattutto i francesi. Avevano occupato Francoforte, poi se n'erano andati, improvvisamente qualcuno disse che sarebbero ritornati. Ogni giorno sentivamo parlare di -rappresaglie e -riparazioni . La scoperta di un deposito clandestino di armi nello scantinato della nostra scuola fece grande scalpore. Dalle indagini che furono fatte risult che il responsabile di quel deposito di armi era un giovane professore che conoscevo soltanto di vista, era un uomo molto amato, il pi amato di tutta la scuola. Fui molto impressionato dalle dimostrazioni, le prime che vedevo;

erano frequenti e sempre contro la guerra. C'era una divisione netta fra chi approvava i moti popolari che avevano posto fine alla guerra e gli altri, che rivolgevano il loro rancore non contro la guerra, ma contro il trattato di Versailles che era stato stipulato l'anno seguente. Era questa la divisione principale, della quale sin da allora si avvertivano gli effetti. Durante una manifestazione sulla Zeil contro l'assassinio di Rathenau feci per la prima volta l'esperienza della massa. Ma gli effetti di quell'esperienza diedero vita a complicate discussioni solo qualche anno dopo, perci ne parler pi avanti. Per il nostro piccolo nucleo familiare l'ultimo anno che passai a Francoforte fu di nuovo un anno di dissoluzione. Mia madre non si sentiva bene, o forse la tensione dei nostri scontri quotidiani le era diventata insopportabile. Part per il Sud, come aveva gi fatto molte volte in passato. Noi tre lasciammo la pensione Charlotte e andammo ad abitare presso una famiglia nella quale una donna premurosissima, la signora Suse, ci accolse con un calore e una bont che non ci saremmo aspettati neppure da una madre. La famiglia era composta da padre, madre, due figli pi o meno della nostra et, una nonna e una giovane domestica. Imparai a conoscere cos bene ognuno di loro, oltre ai due o tre altri ospiti stranieri che vivevano in quella casa, che solo un libro intero potrebbe dare un'idea di ci che compresi allora sulla natura umana. Fu l'epoca, quella, in cui l'inflazione giunse al suo apice, il balzo quotidiano dei prezzi - si arriv all'uso del miliardo - ebbe conseguenze estreme, anche se non uguali per tutti. Era uno spettacolo davvero spaventoso: tutto ci che succedeva, e succedevano molte cose, dipendeva da un solo presupposto, la svalutazione del denaro, che cresceva su se stessa a un ritmo forsennato. Ci che si abbatteva sugli uomini in quel periodo era pi che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane, se qualcosa o qualcuno si salvava da una di esse, il giorno dopo incappava nell'esplosione seguente. Non ne vedevo gli effetti

soltanto in grande, li vedevo, vicini e inequivocabili in tutto ci che accadeva a ogni membro di quella famiglia; gli avvenimenti pi piccoli, privati e personali avevano sempre e soltanto una causa, il movimento frenetico del denaro. Per difendermi da quei membri della mia famiglia che vivevano in funzione del denaro, praticavo il disprezzo del denaro come una facile virt. Consideravo il denaro una cosa noiosa e sempre uguale a se stessa, dalla quale non c'era da ricavare la minima soddisfazione spirituale, che inaridiva e isteriliva a poco a poco chiunque vi dedicasse la propria vita. In quel periodo, tutto a un tratto, cominciai a vedere nel denaro un altro aspetto, un aspetto sinistro - era un demone con una frusta gigantesca, che percuoteva ogni cosa e raggiungeva gli uomini anche nei loro pi segreti recessi. Forse a spingere la mamma a fuggire da Francoforte furono anche queste conseguenze estreme di un fenomeno del quale lei, all'inizio, avrebbe preferito prendere atto senza alcuna partecipazione, e che io tuttavia le ricordavo senza tregua. Mia madre ritorn a Vienna non appena si fu parzialmente ripresa dalla sua malattia, vi port con s i miei due fratelli minori e li mand a scuola in quella citt. Io rimasi ancora a Francoforte per circa sei mesi, perch mancava poco all'esame di maturit; poi mi sarei trasferito a Vienna anch'io per gli studi universitari. Negli ultimi sei mesi passati a Francoforte, sempre con la stessa famiglia, mi sentii completamente libero. Frequentavo spesso riunioni politiche e assemblee e ascoltavo le discussioni, che si prolungavano di notte per le strade; e coglievo ogni opinione, ogni convinzione, ogni fede nello scontro con quelle degli altri. Si discuteva con una passione che era come un crepitare e un guizzare di fiamme, non prendevo mai parte alle discussioni ma ascoltavo con un'intensit che oggi mi fa rabbrividire, perch ero completamente indifeso. Le mie opinioni personali non potevano tener testa a impressioni cos soverchianti per forza e per numero. Molte cose mi ripugnavano, ma non ero in grado di confutarle. Altre

mi attraevano, ma non avrei saputo dire perch. Non avevo ancora il senso della divisione dei linguaggi che cozzavano gli uni contro gli altri. Non sarei in grado di rievocare fisicamente, e neppure di imitare, uno solo di quegli uomini che sentivo discutere. Avvertivo soltanto il contrasto delle opinioni, il nocciolo duro delle convinzioni, era una specie di crogiuolo stregato che fumava e ribolliva, ma tutti gli ingredienti che in esso galleggiavano conservavano il proprio odore e si potevano riconoscere. Mai in vita mia ho sentito tanta irrequietezza negli uomini come in quei sei mesi. Fino a che punto si distinguessero gli uni dagli altri come persone singole non aveva molta importanza: la prima cosa a cui avrei guardato negli anni successivi allora la notavo appena. Invece ero attento a ogni convinzione, anche quando mi ripugnava. Molti oratori abituati a parlare in pubblico e sicuri del fatto loro mi sembravano dei ciarlatani. Ma poi, durante le discussioni per la strada, quando tutto si disperdeva in mille rivoli e gli uomini che cercavano di convincersi a vicenda non erano affatto degli oratori, allora la loro inquietudine mi contagiava e li prendevo sul serio, uno per uno. Non suoni presuntuoso o frivolo se definisco questo periodo il mio apprendistato aristofanesco. Allora, leggendo Aristofane, mi colpirono la forza e la coerenza con cui ogni sua commedia si ispira a una trovata centrale, sempre sorprendente, dalla quale si dipana l'intera vicenda. Nella Lisistrata, la prima che ho letto, uno sciopero delle mogli, che si rifiutano di concedersi ai loro mariti, mette fine alla guerra tra Atene e Sparta. Di queste trovate centrali Aristofane ne ha inventate molte, ma poich la maggior parte delle sue commedie sono andate perdute, ne conosciamo poche. Avrei dovuto essere cieco per non notare la somiglianza con ci che vedevo intorno a me: anche qui tutto dipendeva da un unico presupposto centrale, il movimento folle del denaro. Non era una trovata, era la realt, la cosa perci non era affatto comica, era orribile, ma la forma, se cercavi di abbracciarla come un tutto, era simile

a una commedia di Aristofane. Si potrebbe dire che lo sguardo crudele di Aristofane offriva l'unica possibilit di tenere unito ci che si frantumava in mille schegge. Da allora mi rimasta un'avversione incrollabile per la rappresentazione, a teatro, di rapporti puramente privati. Nel conflitto fra la Vecchia e la Nuova Commedia, entrambe di derivazione ateniese, fin da allora io presi partito per la Vecchia, pur senza rendermi conto fino in fondo del perch. Solo ci che tocca la collettivit nel suo insieme mi pare degno di essere rappresentato a teatro. La commedia di carattere, che prende di mira questo o quell'individuo, mi ispira sempre una certa vergogna, anche se si tratta di una buona commedia; come se mi fossi rifugiato in un nascondiglio che abbandono soltanto in caso di necessit, per nutrirmi o per bisogni analoghi. Per me la commedia, come al tempo dei suoi inizi aristofanei, trae vita dal suo interesse generale, dalla capacit di contemplare il mondo nelle sue connessioni pi vaste. Muovendo da queste connessioni, deve fare e disfare audacemente, deve concedersi delle trovate che sfiorino la follia, deve annodare, dividere, variare, confrontare, deve inventare nuove strutture che le consentano nuove trovate, non deve mai ripetersi n rendersi troppo facile, insomma deve pretendere il massimo dallo spettatore, scuoterlo, strapazzarlo, sfinirlo. E' certo una riflessione assai tardiva quella che mi fa dire che scelsi sin da allora il tipo di dramma al quale in seguito mi sarei dedicato. Eppure credo di non sbagliarmi; non si spiegherebbe altrimenti come mai il ricordo dell'ultimo anno passato a Francoforte sia totalmente dominato dalla turbolenza degli avvenimenti pubblici e insieme, come se si trattasse dello stesso mondo, dalle commedie di Aristofane, nell'impressione violenta della prima lettura. In mezzo non vedo nulla, una cosa trapassa nell'altra, e la stretta contiguit dei due ricordi pu avere un solo significato: in quel periodo furono queste le esperienze per me decisive, che si influenzarono l'un l'altra in maniera determinante.

Tuttavia, nello stesso periodo agiva qualcosa che era in rapporto con Gilgamesh e che fungeva da contrappeso. Qualcosa che riguardava il destino dell'uomo singolo, distinto da tutti gli altri, preso per s solo: l'incombere della morte su di lui e il dubbio se egli debba accettarla. Parte seconda: Tempesta e costrizione (*) (Vienna 1924-1925) Vita con mio fratello. All'inizio di aprile del 1924 andai ad abitare insieme a Georg in una stanza della Praterstrasse 22, in casa della signora Sussin. Era una stanza buia, la pi interna del suo appartamento, e la finestra dava sul cortile. Vi passammo insieme quattro mesi, un periodo non particolarmente lungo. Ma era la prima volta che vivevo da solo con uno dei miei fratelli, e in quel periodo avvennero molte cose. Nacque tra noi un rapporto molto stretto, io avevo assunto la veste di mentore, Georg mi chiedeva consiglio su ogni cosa, e specialmente su tutti i problemi morali. Quasi ogni sera, in quei quattro mesi passati insieme, (*) Il titolo originale di questa parte -Sturm und Zwang , con evidente allusione al movimento dello -Sturm und Drang . parlammo di ci che lecito, di ci che doveroso, di ci che da aborrire in ogni circostanza, ma anche delle esperienze che avremmo voluto fare, delle cose che avremmo voluto conoscere - interrompendo il lavoro al grande tavolo quadrato vicino alla finestra, dove stavamo seduti, ciascuno coi suoi libri e i suoi quaderni. Eravamo separati soltanto da uno spigolo, ci bastava alzare la testa per guardarci in faccia. Georg era gi allora di un bel palmo pi alto di me, bench avesse sei anni di meno. Da seduti eravamo quasi alti uguali. A Vienna avevo deciso d'iscrivermi alla facolt di chimica (anche se non ero affatto sicuro di rimanerci), e mancava un mese all'inizio del semestre. Dato che al liceo di Francoforte di chimica non mi avevano insegnato nulla, era proprio ora che cominciassi ad acquisire qualche nozione sull'argomento. Nelle quattro settimane che mi restavano volevo recuperare il terreno perduto. Avevo davanti a me il manuale di

chimica inorganica, che, essendo un testo di teoria privo di qualsiasi connessione con la pratica, mi interessava persino, e andavo avanti spedito. Ma per quanto profondamente fossi immerso nella mia lettura, quale che fosse l'argomento di cui mi stavo occupando, Georg aveva sempre il permesso di interrompermi con le sue domande. Frequentava una delle classi inferiori del -Realgymnasium alla Stubenbastei, aveva solo tredici anni. Imparava volentieri e facilmente, solo in disegno, materia che in quella scuola era presa molto sul serio, aveva qualche difficolt. Era tanto avido di conoscenze quanto lo ero stato io alla sua et, e su ogni cosa gli venivano in mente domande molto sensate. Non chiedeva quasi mai spiegazioni su cose che non aveva capito, tutto ci che poteva leggere lo capiva con facilit; solo voleva saperne di pi, voleva conoscere altri particolari che completassero l'esposizione schematica dei manuali. A molte delle sue domande ero in grado di rispondere l per l, senza riflettere n documentarmi. Ero felice di potergli dare qualcosa, fino a quel momento avevo tenuto tutto quanto per me, non avevo avuto nessuno con cui parlare di quelle cose. Georg capiva che ogni interruzione mi faceva piacere e che non ponevo alcun limite alle sue domande. In poche ore si toccavano i temi pi svariati, questo mi rendeva pi viva la chimica, ancora un po' estranea e minacciosa, tanto pi che in fin dei conti non escludevo di dovermene occupare per quattro anni, o forse anche di pi. Georg m'interrogava sugli autori latini, sulla storia (qui, appena possibile, portavo il discorso sui Greci), su questioni di matematica, botanica e zoologia; ma le domande predilette erano quelle di geografia, sui paesi del mondo e i loro abitanti. Sapeva che era questo l'argomento su cui potevo dirgli di pi; qualche volta dovevo farmi forza per riuscire a smettere, tanta era la voglia di raccontargli in tutti i particolari le cose che avevo imparato dai miei esploratori. E qui non gli risparmiavo i miei giudizi sul comportamento degli uomini. Parlando della lotta contro le malattie nei paesi tropicali mi

lasciavo trascinare dall'entusiasmo. Non avendo ancora superato del tutto il dolore per la rinuncia alla medicina, gli trasmettevo la mia antica aspirazione ingenuamente e senza alcun ritegno. Amavo la sua insaziabilit. Sedendomi davanti ai libri, gi mi rallegravo al pensiero delle sue domande. Avrei sofferto pi io del suo silenzio che lui del mio. Se fosse stato prepotente o calcolatore avrebbe potuto ridurmi alla sua merc con la massima facilit. Una sera al nostro tavolo senza le sue domande sarebbe stata logorante, penosa. Ma Georg non era certo cos: le sue domande non avevano secondi fini, proprio come le mie risposte. Georg voleva conoscere, io comunicargli ci che sapevo; e le nuove conoscenze suscitavano da sole nuove domande. E' strano che non mi abbia mai messo in imbarazzo. La sua insaziabilit spaziava all'interno dei miei limiti. Forse le nostre inclinazioni erano naturalmente affini, forse gli comunicavo ci che sapevo con tanta passione da cancellare in lui il desiderio di sapere altre cose: fatto sta che Georg faceva solo domande alle quali io sapevo rispondere e non mi mortificava mai; eppure sarebbe stato facile, se solo mi avesse messo a confronto con le mie lacune. Eravamo entrambi del tutto aperti, non ci nascondevamo nulla. In quel periodo dipendevamo l'uno dall'altro, nessuno ci era vicino, uno solo era l'imperativo che avevamo di fronte: lui non doveva deludermi, io non dovevo deluderlo. Per nessuna ragione avrei rinunciato alle nostre -serate di studio al grande tavolo quadrato sotto la finestra. Venne l'estate, le serate si allungarono, cominciammo a lasciare aperte le finestre che davano sul cortile. Due piani pi in basso, proprio sotto di noi, c'era la bottega del sarto Fink, anche la sua finestra era aperta e il ronzio sommesso della macchina da cucire si sentiva fin su da noi. Lavorava fino a notte fonda, lavorava sempre. Lo sentivamo consumando al solito tavolo il pasto serale, lo sentivamo sparecchiando, lo sentivamo quando ci mettevamo a leggere e lo dimenticavamo soltanto quando il nostro colloquio diventava

cos appassionante che ci avrebbe fatto dimenticare qualsiasi cosa. Ma poi quando andavamo a letto, stanchissimi, perch la giornata era cominciata presto, sentivamo di nuovo il ronzio della macchina da cucire. Il pasto serale consisteva di pane e yogurth, e per un certo periodo di pane solo, perch la nostra convivenza era cominciata con una piccola catastrofe, della quale ero io l'unico responsabile. Per vivere non avevamo certo da scialare, ma tutto ci di cui avevamo bisogno era stato calcolato e la somma sarebbe stata sufficiente anche per un pasto serale un po' pi abbondante. Ricevevo in anticipo il denaro per tutto il mese, che in parte veniva dal nonno e per il resto dalla mamma, lo portavo sempre con me e mi ero proposto di amministrarlo nella maniera migliore. Avevo gi una certa esperienza; a Francoforte ero vissuto sei mesi senza la mamma con i miei fratelli pi piccoli, e davvero non era stato facile, nell'ultima fase dell'inflazione galoppante, riuscire a cavarsela provvedendo a tutto. In confronto a Francoforte, vivere a Vienna mi sembrava un gioco da ragazzi. E lo sarebbe stato, senonch avevo fatto i conti senza il Wurstelprater. Era vicinissimo, a meno di un quarto d'ora da casa nostra, e data l'enorme importanza che aveva avuto nei miei anni infantili passati a Vienna, sembrava ancora pi vicino. Invece di tenere il mio fratello pi piccolo lontano dalle sue seduzioni, lo portai laggi insieme a me. Un pomeriggio di sabato gli mostrai quelle meraviglie, ma qualcuna non c'era pi. Anche quelle che ritrovai, tuttavia, furono piuttosto deludenti. Georg aveva lasciato Vienna a cinque anni e, non avendo conservato alcun ricordo del Wurstelprater, si era dovuto basare sui miei racconti, che avevo ornato di tutte le meraviglie. Non era una vergogna che il fratello maggiore, apparentemente onnisciente, il fratello che gli aveva parlato del Prometeo di Eschilo, della rivoluzione francese, della legge di gravit e della teoria dell'evoluzione, pretendesse di ammannirgli ora il Terremoto di Messina nel Tunnel degli orrori, il tutto preceduto dalla Bocca

dell'Inferno? Dovevo avergliela dipinta davvero a fosche tinte, perch, quando finalmente trovammo il Tunnel degli orrori e davanti a noi si spalancarono le fauci dell'Inferno, nelle quali i diavoli, senza fretta, gettavano i peccatori infilzandoli sui forconi, Georg mi guard stupito e disse: -Sul serio una volta ti spaventavi a vedere questa roba? . -No, io no, avevo gi otto anni, ma voi, che eravate piccolissimi, s . Mi accorsi che ero sul punto di perdere la sua stima. Ma Georg non voleva, teneva troppo alle nostre discussioni serali, bench fossero appena incominciate, perci non mostr il minimo desiderio di entrare a vedere il Terremoto di Messina, l'attrazione che ci aveva indotti ad andare fin l. Io ero sollevato di potermi trarre d'impaccio, la voglia di vedere il Terremoto era passata anche a me, e mi affrettai dunque a portarlo via. Cos ne ho conservato il ricordo in tutto il suo antico splendore. Ma non riuscii a cavarmela cos a buon mercato, per fargli dimenticare la delusione dovevo pur offrirgli qualcosa, e mi gettai sui giochi d'azzardo del Prater, che in realt non mi avevano mai interessato. Ce n'erano moltissimi, per tutti i gusti, ma noi ci concentrammo sul lancio dell'anello, perch avevamo visto varie persone vincere una dopo l'altra. Feci tentare Georg, che non ebbe fortuna, allora provai io stesso, ma sbagliai, provai di nuovo e sbagliai, i miei tiri sembravano stregati. Presto mi lasciai a tal punto trascinare dal gioco che Georg mi ammon tirandomi per la manica; ma io non mi diedi per vinto. Georg vide svanire a poco a poco tutto il nostro mensile, era perfettamente in grado di valutarne le conseguenze ma non disse nulla, neppure che gli sarebbe piaciuto tentare di nuovo. Capiva, credo, che provavo un senso di insopportabile vergogna nel tirare cos male davanti a lui, una cosa inspiegabile, e che assolutamente dovevo riscattarmi con una serie di tiri azzeccati. Mi guardava con gli occhi sbarrati e di tanto in tanto era scosso da un brivido, mi sembrava che assomigliasse a uno di quei pupazzi meccanici che si trovavano davanti al

Tunnel degli orrori. Continuai ostinatamente a tirare, ma sempre peggio. Le due figuracce, quella di prima e quella di adesso, si mescolavano e si fondevano in una sola. Il gioco mi sembrava cominciato da poco, ma certo durava da un pezzo, perch di colpo tutto il nostro denaro per il mese di maggio era svanito. Se si fosse trattato di me soltanto, non mi sarei sentito cos in colpa. Ma c'era Georg, io ero responsabile della sua sopravvivenza, facevo, per cos dire, le veci di un padre, gli assegnavo da meditare i migliori princpi, cercavo di infondergli alti ideali. Nel laboratorio di chimica, che proprio in quei giorni avevo cominciato a frequentare, mi venivano in mente per tutto il giorno le cose che di sera avrei detto a Georg, cose che si sarebbero impresse cos profondamente nel suo animo che mai pi avrebbe potuto dimenticarle. Proprio in virt dell'amore fraterno, che allora era diventato il mio sentimento dominante, mi ero persuaso che un uomo deve rispondere di ogni frase da lui pronunciata, e che anche una sola falsit avrebbe potuto condurre Georg su una strada sbagliata e danneggiarlo per la vita. E ora avevo dissipato tutto il nostro mensile di maggio! Nessuno avrebbe dovuto saperlo, e men che mai la famiglia Sussin, presso la quale abitavamo: temevo che se l'avessero saputo ci avrebbero cacciato via. Per fortuna nessun conoscente era stato spettatore della mia colpa, e Georg cap immediatamente che bisognava star zitti. Ci consolammo a vicenda con virili propositi. A mezzogiorno eravamo soliti pranzare da Benveniste, una trattoria a due passi dal CarlTheater, dove ci aveva portato il nonno. Ora non pi. Ci saremmo accontentati di yogurth e pane. E per la sera di pane soltanto. Dove avrei trovato i soldi (almeno per lo yogurth e il pane) non lo dissi, non lo sapevo ancora. Credo che questa piccola disgrazia, che mi ero meritato, ci abbia avvicinati di pi l'uno all'altro, ancor pi del gioco serale di domande e risposte. Per un mese intero facemmo davvero una vita grama. Senza la colazione che la signora Sussin ci portava ogni mattina, non so proprio

come avremmo potuto resistere. Aspettavamo con una fame da lupi il caffelatte mattutino con due panini a testa. Ci alzavamo pi presto del solito, ci lavavamo pi presto del solito, e quando la signora entrava in camera con il vassoio eravamo gi seduti al tavolo quadrato. Evitavamo i gesti nervosi che avrebbero tradito la nostra bramosia, e sedevamo rigidi, come se avessimo tutti e due qualcosa da ripassare mentalmente. La signora Sussin ci teneva a scambiare due frasi mattutine, dovevamo sempre informarla di come avevamo dormito, ed eravamo ancora fortunati se ci veniva risparmiato il resoconto di come aveva dormito lei. Ogni mattina la signora ci parlava con enfasi di suo fratello, che si trovava in prigione a Belgrado. -Un vero idealista! : cominciava sempre cos, di getto, e mai lo nominava senza premettere la parola -idealista . In realt non diceva nulla sulle sue convinzioni politiche, tuttavia era fiera di lui, perch era amico di Henri Barbusse e di Romain Rolland. Era un uomo malato, aveva cominciato fin da giovane a soffrire di tubercolosi, la prigione era un vero veleno per lui, che avrebbe avuto bisogno invece di un vitto sostanzioso e abbondante. Quando entrava con la colazione e il buon caff fumante, la signora Sussin pensava alle cose che suo fratello non aveva, ed era naturale che parlasse di lui. -Ha cominciato presto, ha cominciato gi a scuola. Alla sua et e indicava Georg -era gi un idealista. A scuola arringava i compagni e veniva punito. Gli insegnanti erano dalla sua parte, ma avevano l'obbligo di punirlo lo stesso . Non approvava la caparbiet del fratello, per dalla sua bocca non usciva mai una parola di biasimo. Lei e la sorella, che non essendo sposata viveva in casa dei coniugi Sussin, avevano dovuto ascoltare sulle opinioni politiche del fratello una quantit di cose spiacevoli. I serbi legittimisti le avevano tanto poco in simpatia quanto i buoni austriaci, e cos lei e sua sorella si erano abituate una volta per sempre a considerare la politica una cosa incomprensibile, che preferivano lasciare agli uomini. Mosche Pijade - cos si chiamava il

fratello - si era sempre considerato un rivoluzionario e uno scrittore. E che in quanto tale non fosse il primo venuto era dimostrato dai nomi dei suoi amici francesi. La prigionia e ancor pi la malattia e la fame del fratello occupavano intensamente i pensieri della signora Sussin. Le sarebbe piaciuto fargli arrivare la colazione che portava a noi, e perci pensare a lui tutte le mattine era il meno che potesse fare. In questo modo prolungava ogni volta la nostra spasmodica attesa del cibo, ma in compenso il racconto della fame di suo fratello ci rendeva pi forti. A lui non sarebbe mai venuto in mente di dire che aveva fame. A casa, sin da quando era ragazzo, non si accorgeva mai di aver fame, preso com'era dai suoi nobili ideali. Cos era diventato il nostro sostegno, e la storia della signora Sussin era attesa ogni mattina non meno del caffelatte con i buoni panini. Fra l'altro proprio in quell'occasione Georg sent parlare per la prima volta della tubercolosi, alla quale avrebbe poi dedicato tutta la vita. Georg ed io uscivamo insieme. Subito a sinistra, nel cortile, vedevamo il signor Fink, il sarto, seduto gi da un pezzo davanti alla macchina da cucire. Era il primo rumore che sentivamo al mattino, subito dopo il risveglio, cos come di notte era stato l'ultimo rumore che avevamo sentito prima di addormentarci. Passando davanti alla finestra del suo bugigattolo, salutavamo quell'uomo silenzioso dagli zigomi doloranti. Vedendolo con gli spilli in bocca avevo la sensazione che un lungo spillo gli attraversasse le guance e che per questo non potesse parlare. Se nonostante tutto diceva qualche parola, io mi meravigliavo; gli spilli, anche quelli che teneva fra le labbra, sembravano essersi dissolti. L, nella finestra del bugigattolo, c'era la macchina da cucire da cui Fink non si separava mai - era un uomo giovane, che non usciva mai di casa. Quando cominciai a conoscerlo un po' meglio, ormai era estate, la finestra era aperta, in cortile si sentiva il ronzio della macchina da cucire che accompagnava sommessamente le risate di sua moglie, una florida donna bruna che riempiva di s tutta la bottega.

Chi voleva entrare dal sarto Fink per fargli un'ordinazione e bussava alla porta della stanzetta in cui egli viveva con la sua famiglia esitava un momento prima di entrare, per ascoltare ancora un attimo il riso della moglie, come se non credesse alle proprie orecchie. Colui che bussava sapeva benissimo che la gioia con cui veniva accolto nella bottega non era in realt destinata a lui, era la gioia che emanava da quel corpo rigoglioso che lasciava il suo odore su ogni cosa. L'odore si impregnava delle risate e viceversa, e, di tanto in tanto, vi si univano le grida rivolte a Camilla, la figlioletta di tre anni. Alla bambina piaceva giocare soprattutto sulla soglia, proprio dietro la porta, e anche per questo i clienti si erano abituati ad aprirla con cautela: la prima cosa che si udiva, fra gli squilli di risa, erano le parole: -Camilla, lascia passare, fai entrare il signore . Diceva sempre -il signore , anche se io non avevo ancora diciannove anni, e lo diceva anche quando io ero nella stanza e stava bussando una donna. Quando vedeva che si trattava di una donna, la moglie di Fink per un po' smetteva di ridere, ma non rettificava mai la sua frase; la cosa del resto non mi stupiva, dato che il signor Fink era un sarto da uomo. Allora egli alzava gli occhi per un attimo, gli spilli in bocca. Un grande spillo crudele gli trapassava le guance, come faceva a parlare? In sua vece parlavano le risate della moglie. Karl Kraus e Veza. Era naturale che la prima volta li sentissi nominare insieme: le voci che parlavano di loro due provenivano dalla medesima fonte, la fonte da cui allora mi giungeva tutto ci che era nuovo; infatti, se al mio arrivo a Vienna fossi stato affidato soltanto a me stesso e alle lezioni universitarie, che di l a breve avrei dovuto frequentare, difficilmente mi sarebbe bastato per una nuova vita. Facevo visita agli Asriel ogni sabato pomeriggio nella loro casa della Heinestrasse, proprio accanto alla ruota del Prater, e da loro venivo a sapere una tale quantit di cose che mi sarebbero bastate per anni: nomi del tutto nuovi per me, che mi apparivano sospetti proprio per

questo, perch prima non li avevo mai sentiti. Ma il nome che sentivo nominare pi spesso dagli Asriel era quello di Karl Kraus. Era l'uomo pi severo e pi grande che vivesse a Vienna. Non si lasciava impietosire da nessuno. Nelle sue letture attaccava tutto ci che esiste di brutto e di marcio. Pubblicava una rivista che scriveva interamente da solo. Nessun intervento era gradito, non accettava contributi da nessuno, alle lettere non rispondeva. Ogni parola, ogni sillaba contenuta nella -Fackel era scritta di suo pugno. La -Fackel era come un tribunale, in cui Karl Kraus era l'unico accusatore e l'unico giudice. Di avvocati difensori non ce n'erano, del resto non servivano, Kraus era talmente giusto che non accusava mai nessuno che non lo meritasse. Non sbagliava mai, era impossibile che Kraus si sbagliasse. Tutto ci che scriveva era esatto fino all'ultima virgola, mai uno scrittore aveva dato prova di una simile precisione. Curava personalmente ogni singolo capoverso, chi avesse voluto trovare nella -Fackel un errore di stampa avrebbe potuto rompercisi il capo per settimane. La cosa pi intelligente che potesse fare era rinunciarci. Kraus odiava la guerra e durante il conflitto mondiale era riuscito, malgrado la censura, a pubblicare sulla -Fackel molte cose contro la guerra. Aveva scoperto abusi e denunciato casi di corruzione sui quali tutti gli altri avevano tenuto la bocca chiusa. Era un vero miracolo che non fosse finito in prigione. Aveva scritto una tragedia di ottocento pagine, intitolata Gli ultimi giorni dell'Umanit, nella quale era rappresentato tutto quello che era successo durante la guerra. Quando ne leggeva dei brani, si restava come fulminati. In sala non volava una mosca, il pubblico non osava quasi respirare. Leggeva da s tutte le parti, dai profittatori ai generali, dalla Schalek ai poveri diavoli, vittime della guerra, e tutti avevano una voce cos autentica che sembravano in carne e ossa davanti all'ascoltatore. Chi aveva ascoltato le pubbliche letture di Kraus non ne voleva pi sapere del teatro, che noia, il teatro, in confronto a Kraus,

lui da solo era un intero teatro, anzi era meglio - e questo prodigio universale, questo gigante, questo genio portava il comunissimo nome di Karl Kraus. Tutto avrei potuto credere di lui eccetto quel nome, non era possibile che uno che si chiamava in quel modo facesse tutto ci che gli veniva attribuito. Continuando a frastornarmi con le loro informazioni su Karl Kraus, gli Asriel - entrambi, sia la madre sia il figlio, ci prendevano gusto - ironizzavano su quella mia diffidenza riguardo al nome, il nome non conta, ripetevano tutte le volte, quel che conta la persona, altrimenti noi, lei o io, dato che abbiamo un nome armonioso, saremmo superiori a un uomo come Karl Kraus. Si pu immaginare una cosa pi ridicola, pi assurda? Mi ficcarono in mano il fascicolo rosso, e che si chiamasse -Die Fakkel , -La Fiaccola , mi piacque assai; eppure assolutamente non mi riusc di leggerlo. Inciampavo nelle frasi, non ne capivo il senso. Quando finalmente riuscivo a capire qualcosa, mi sembravano soltanto delle battute di spirito che non dicevano nulla. E poi si parlava di fatterelli locali, di errori di stampa, tutte cose che mi sembravano assolutamente irrilevanti. -Non sono altro che sciocchezze, come fate a leggere questa roba? Allora preferisco un quotidiano, pi interessante, almeno ci si capisce qualcosa, qui bisogna rompersi la testa, e lo stesso non se ne cava fuori nulla! . Ero sinceramente indignato con gli Asriel, mi facevano venire in mente il padre di un mio compagno di scuola di Francoforte, quello che quando andavo a trovarlo mi leggeva sempre qualche passo dello scrittore locale Friedrich Stoltze e alla fine di ogni poesia diceva: -Chi non lo sa apprezzare va fucilato. E' il pi grande poeta che sia mai esistito . Raccontai, non senza sarcasmo, l'episodio del poeta dialettale francofortese. Insomma, riuscii a mettere gli Asriel alle strette e, incalzandoli, li ridussi cos a mal partito che d'improvviso cominciarono a parlare di certe signore raffinatissime che non perdevano una lettura di Karl Kraus ed erano talmente affascinate dalla sua

persona che si sedevano sempre in prima fila, perch egli potesse notare il loro entusiasmo. Ma l'effetto che quella descrizione ebbe su di me fu un vero fiasco: -Signore raffinate! replicai. -E magari impellicciate! Profumate ed estetizzanti! Come non si vergogna il vostro Karl Kraus di parlare davanti a gente simile! . -Ma non sono affatto come dici tu! Sono donne di alta cultura! Perch mai non dovrebbe parlare davanti a loro? Afferrano al volo ogni allusione; lui non ha ancora terminato una frase e loro sanno gi di che si tratta. Hanno in mente tutta la letteratura inglese e francese, non soltanto quella tedesca! Conoscono Shakespeare a memoria, per non parlare di Goethe. Sono donne talmente colte che non puoi fartene un'idea! . -E come fate a saperlo? Avete parlato con loro? Parlate con gente simile? Il profumo non vi stordisce? Io non parlerei con una donna del genere neppure un minuto. Non ne sarei capace. Anche se fosse bellissima le volterei le spalle, dicendole tutt'al pi: -Eviti di blaterare su Shakespeare. Si rivolterebbe nella tomba per il disgusto. E lasci stare Goethe. Il Faust non roba da scimmiette . Ma a quel punto gli Asriel pensarono di avere partita vinta, perch gridarono all'unisono: -E Veza! Lo sa chi Veza? Ha mai sentito parlare di lei? . Questa volta s che il nome mi colp. Mi piacque subito, bench non volessi ammetterlo. Mi ricordava una delle mie stelle, la stella Vega della costellazione della Lira, e il mutamento di consonante me lo fece apparire ancora pi bello. Dissi soltanto in tono brusco: -Che razza di nome mai questo? Non c' nessuno che si chiami cos. Sarebbe un nome fuori del comune. Ma non esiste . -Esiste eccome. Noi la conosciamo, abita con sua madre nella Ferdinandstrasse. A dieci minuti da qui. E' davvero una creatura meravigliosa, con un viso spagnolo. E' cos raffinata e sensibile che davanti a lei nessuno si azzarderebbe a dire una volgarit. Ha letto pi lei di tutti noi messi insieme. Sa a memoria delle poesie inglesi lunghissime, e mezzo

Shakespeare per giunta. E Molire, Flaubert, Tolstoj . -E quanti anni ha questo portento? . -Ventisette . -E ha gi letto tutte queste cose? . -Sicuro, e anche di pi. Ma legge con intelligenza. Se qualcosa le piace, sa perch. Sa spiegarne le ragioni. Nessuno la mette nel sacco . -E si siede in prima fila da Karl Kraus . -S, ad ogni lettura . Il 17 aprile 1924 doveva aver luogo la trecentesima lettura di Karl Kraus. Era stata prenotata la sala grande del Konzerthaus. E neppure quella, dicevano, sarebbe stata abbastanza grande per contenere tutti gli appassionati. Ma gli Asriel pensarono in tempo ai biglietti e insistettero che andassi anch'io. Perch star sempre a litigare sulla -Fackel ? Tanto valeva che ascoltassi una buona volta il grand'uomo. Cos avrei potuto giudicare da me. Hans sfoder il suo sorriso pi altezzoso; e non sorrise lui solo all'idea che chiunque (figurarsi uno studentello arrivato da Francoforte fresco fresco dopo la maturit) presumesse di resistere al fascino di Karl Kraus in persona; perfino la sua graziosa e svelta mammina non pot trattenere un sorrisetto mentre continuava a ripetermi quanto mi invidiasse quel primo incontro con Karl Kraus. Alice Asriel mi prepar con consigli appropriati. La veemenza con cui gli ascoltatori manifestavano il loro assenso non doveva spaventarmi: non erano i soliti viennesi da operetta che si davano appuntamento da Kraus, non erano dei buontemponi da osteria e neppure gli adepti di un cenacolo di esteti decadenti alla Hofmannsthal: era la vera Vienna intellettuale, la parte migliore e pi sana di quella citt in apparente declino. La prontezza con cui quel pubblico sapeva cogliere anche l'allusione pi sottile mi avrebbe sbalordito, la gente rideva gi quando Kraus apriva la bocca per parlare, e non aveva ancora finito che la sala intera si scatenava. Kraus aveva educato bene il suo pubblico, poteva farne ci che voleva, e dire che era tutta gente di elevata cultura, quasi soltanto professori universitari, o per lo meno studenti. Non le era mai capitato di vedere tra il pubblico una faccia stupida, avevi un bel cercarla, era tempo perso.

Leggere sul viso degli ascoltatori la reazione ai punti pi salienti del discorso di Kraus era sempre stato per lei un grande divertimento. Le dispiaceva moltissimo non venire alla lettura, ma preferiva di gran lunga quelle che si svolgevano nella sala media del Konzerthaus, l veramente non sfuggiva nulla di nulla. Nella sala grande - bench la voce di Kraus la reggesse benissimo - qualcosa per forza andava perduto, e lei era talmente fanatica di ogni parola di Kraus che ci teneva a non perderne nemmeno una. Perci questa volta mi aveva ceduto il suo biglietto, assistere alla trecentesima lettura significava pi che altro un omaggio a Kraus, e l'affluenza sarebbe stata comunque tale che avrebbe fatto poca differenza che lei ci fosse o no. Io sapevo che gli Asriel vivevano in grandi ristrettezze - bench non se ne parlasse mai: c'erano tante questioni pi importanti, di carattere intellettuale, che li assorbivano completamente. Eppure insistettero per offrirmi il biglietto: soltanto per questa ragione la signora Asriel rinunci ad assistere alla trionfale ricorrenza. La serata aveva anche uno scopo recondito che mi era stato taciuto, ma lo scopersi da solo e non appena Hans ed io prendemmo posto nella sala, piuttosto indietro, cominciai a osservare furtivamente il pubblico intorno a me. Hans stava facendo, non meno furtivamente, la stessa cosa; ciascuno nascondeva all'altro che stava cercando qualcuno, eppure cercavamo entrambi la stessa persona. Dimenticando che la giovane signora dal nome inconsueto prendeva sempre posto in prima fila, speravo, bench non avessi mai visto un suo ritratto, di notarla improvvisamente nella nostra. Non riconoscerla subito mi sembrava inconcepibile, dopo la descrizione che me ne avevano fatto: la pi lunga delle poesie inglesi che lei sapeva a memoria era The Raven (Il corvo) di Poe, e lei stessa aveva l'aspetto di un corvo, un corvo che un incantesimo aveva tramutato in una donna spagnola. Hans era troppo irrequieto per interpretare a dovere la mia irrequietezza, guardava ostinatamente verso le prime file, scrutando le porte che sul davanti

davano accesso alla sala. Improvvisamente balz in piedi, ma senza darsi delle arie, anzi, sembrava in soggezione e disse: -Eccola. E' entrata proprio adesso . -Dov'? dissi io, senza domandare di chi stesse parlando. -Dov'? . -In prima fila, in fondo a sinistra. In prima fila, proprio come pensavo . Da quella distanza vedevo pochissimo, eppure riconobbi i capelli corvini e me ne rallegrai. Trattenni le osservazioni ironiche che mi ero preparato, preferivo tenerle in serbo per dopo. Quasi subito arriv Karl Kraus, che fu salutato da applausi cos scroscianti come mai li avevo sentiti, neppure ai concerti. Sembr il mio occhio non era ancora esercitato - non prestarvi molta attenzione, indugi solo un poco, in piedi, la sua figura sembrava lievemente curva. Quando si sedette e cominci a parlare fui sorpreso dalla sua voce, nella quale vibrava qualcosa d'innaturale, una specie di prolungato gracidio. Ma quell'impressione si dilegu in fretta, la voce mut all'improvviso e seguit a mutare in continuazione, e quasi subito rimasi sbalordito dalla ricchezza e dalla variet dei suoi toni. Tanto era il silenzio che all'inizio l'accolse che sembrava davvero di essere al concerto, ma l'attesa era diversa, completamente diversa. Fin dal primo momento, e per tutta la durata dello spettacolo, era il silenzio che precede la tempesta. Gi la prima battuta, in realt era soltanto un'allusione, venne anticipata da risate che mi spaventarono. Suonavano entusiastiche e fanatiche, soddisfatte e minacciose a un tempo, avevano addirittura preceduto le parole alle quali si riferivano. Ma anche quando quelle parole furono pronunciate, come avrei potuto comprenderle? Alludevano a episodi locali, che non soltanto avevano a che fare con Vienna, ma appartenevano ormai all'intimit fra Kraus e il suo pubblico, che proprio quelle parole stava aspettando avidamente. Non erano ascoltatori isolati a ridere, ridevano molte persone insieme. Mentre guardavo obliquamente davanti a me, fissando uno spettatore alla mia sinistra per cercar di capire la strana anomalia delle sue risate, di cui mi sfuggivano

i motivi, dietro di me risuonavano risate identiche, e cos pure a due o tre posti di distanza, da ogni altro lato; soltanto allora mi accorsi che anche Hans accanto a me - nel frattempo l'avevo quasi dimenticato rideva esattamente nello stesso modo. Erano sempre molte persone insieme che ridevano, e il loro era sempre un riso affamato. Non ci misi molto a capire: quella gente era venuta per un banchetto, non per festeggiare Karl Kraus. Non so che cosa disse Kraus la sera del mio primo incontro con lui. Le centinaia di conferenze ascoltate in seguito vi si sono sovrapposte. Ma forse non lo sapevo nemmeno allora, tutto preso com'ero da quel pubblico che mi faceva paura. Karl Kraus lo vedevo male, un volto che ringiovaniva verso il basso, cos mobile che non si poteva fissare su nulla, penetrante ed estraneo come quello di un animale mai visto, diverso da tutti quelli che si conoscevano. Ero sconcertato dai crescendo improvvisi di cui quella voce era capace, la sala era molto grande, eppure nella voce di Kraus vibrava un tremito che si comunicava a tutta la sala. I sedili e le persone sembravano cedere a quel tremito, non mi sarei meravigliato se i sedili si fossero piegati. La dinamica di quella sala gremita fino all'ultimo posto sotto l'effetto della voce di Kraus era sempre presente anche quando taceva - davvero non si pu descrivere, cos come non si pu descrivere l'-Esercito di spettri delle fiabe. Ma credo che sia questa l'immagine che meglio la pu rendere. Ci si immagini l'-Esercito di spettri che prende posto in una sala, rinchiuso da colui che l'ha evocato e guidato, costretto a sedere in silenzio e poi incessantemente richiamato alla alla sua vera, selvaggia natura. Non che questa visione si avvicini molto alla realt, tuttavia, poich non ne conosco nessuna che sia pi precisa, rinuncio a dare un'idea di com'era Karl Kraus in azione. Ad ogni modo, durante l'intervallo uscii dalla sala e Hans mi fece conoscere la giovane signora che meglio di chiunque altro poteva testimoniare sulle impressioni che io avevo appena provato su di me. Ma lei

era molto calma e controllata, in prima fila tutto sembrava pi facile da sopportare. Aveva un aspetto assai inconsueto, un essere con qualcosa di prezioso che nessuno si sarebbe aspettato di vedere a Vienna, ma piuttosto in una miniatura persiana. L'arco alto delle sopracciglia, le lunghe ciglia nere che muoveva ora in fretta ora adagio, proprio come un virtuoso, mi facevano sentire in imbarazzo. Anzich guardarla negli occhi le fissavo le ciglia ed ero stupito da quella bocca cos piccola. Non mi domandava, disse, come mi era sembrata la lettura, perch non voleva mettermi in imbarazzo. -Lei qui per la prima volta aggiunse, con un tono da padrona di casa, quasi che la sala fosse casa sua e lei, dal suo posto in prima fila, dispensasse agli ospiti tutto ci che quella serata poteva offrire. Conosceva i visitatori, sapeva sempre chi stava entrando e osserv senza sbagliarsi che io ero nuovo. Mi sembrava di essere invitato da lei e le ero grato per l'ospitalit, che consisteva nel prender nota della mia esistenza. Il mio accompagnatore - il tatto non era il suo forte - disse: -E' davvero un gran giorno per lui indicandomi con un movimento della spalla. -Questo non detto; disse lei -da principio sconcertante . Non mi sentivo affatto preso in giro; bench avvertissi in ognuna delle sue frasi un sottofondo canzonatorio, ero felice che la sua osservazione corrispondesse cos esattamente al mio stato d'animo. Ma proprio questa capacit di comprensione mi sgoment, come pure le sue ciglia che ora si muovevano con una certa solennit, quasi che su alcune cose importanti dovessero tacere. Cos dissi la frase pi semplice e meno impegnativa che in quella circostanza avrei potuto dire: -Gi, davvero sconcertante . Poteva sembrare una frase sgarbata, ma non per lei, che infatti mi domand: -Lei svizzero? . Non c'era nulla al mondo che sarei stato pi volentieri. Nei tre anni che avevo passato a Francoforte il mio amore per la Svizzera si era trasformato in una rovente passione. Sapevo che la madre di Veza era una -spagnola , il suo cognome da nubile era Caldern e ora viveva con il terzo

marito, un uomo vecchissimo di nome Altaras; Veza, perci, aveva certo capito dal mio nome che anch'io ero uno -spagnolo . Perch allora mi aveva domandato se ero proprio ci che avrei voluto essere pi di ogni altra cosa al mondo? Dell'antico dolore per il distacco da Zurigo non parlavo con nessuno, e soprattutto mi sarei guardato dal fare una simile figuraccia davanti agli Asriel, i quali, spocchiosi e arroganti com'erano, o forse proprio a causa di Karl Kraus, si sentivano orgogliosissimi di essere viennesi. Perci la bella dama del corvo non poteva aver saputo da nessuno della mia sventura, e la sua prima domanda diretta mi giunse dritta al cuore. Fui colpito pi profondamente da quella domanda che non dalla lettura, che per me - anche qui lei aveva colto nel segno - per il momento era solo sconcertante. Le risposi: -Purtroppo no volendo dire con questo che purtroppo non ero svizzero. Con quella frase mi misi nelle sue mani. Con la sola parola -purtroppo rivelai di me stesso pi di quanto a quell'epoca sapesse di me ogni altra persona. Lei parve comprenderlo, ogni sfumatura d'ironia scomparve dai tratti del suo viso e disse: -A me piacerebbe essere inglese . Hans, al suo solito modo, la sommerse con un diluvio di chiacchiere, del quale riuscii ad afferrare soltanto questo: che si poteva conoscere Shakespeare anche senza essere inglesi e che ormai gli inglesi di oggi non avevano con Shakespeare pi nulla in comune. Ma lei non gli bad pi di quanto gli badassi io, bench - come mi accorsi subito - non le sfuggisse una parola di quello che Hans stava dicendo. -Dovrebbe ascoltare una lettura shakespeariana di Karl Kraus. E' gi stato in Inghilterra? . -S, da bambino. Ci sono andato a scuola per due anni. E' stata la mia prima scuola . -Io ci vado spesso, a trovare dei parenti. Lei mi deve raccontare della sua infanzia in Inghilterra. Venga presto a trovarmi! . Ogni affettazione era sparita, anche la civetteria con cui aveva fatto gli onori della serata. Parl di cose che erano importanti per lei e le stavano a cuore, per rispondere alla cosa importante per me che aveva subito

toccato con tanta facilit, ma non in modo offensivo. Quando tornammo in sala Hans, nel poco tempo che ci rimase, mi domand in fretta due o tre volte di seguito come l'avevo trovata, ma io feci finta di non capire, e solo quando mi accorsi che era sul punto di pronunciare il suo nome dissi, per prevenirlo: -Chi? Veza? . Ma era gi ricomparso Karl Kraus, nella sala si scaten l'uragano e il nome di Veza ne fu sommerso. Il buddhista. Non credo di averla rivista dopo la fine della lettura, ma anche se fosse accaduto non avrebbe avuto importanza, perch nel frattempo Hans aveva aperto le sue cateratte. Mi fu riversato addosso un sottile flusso di chiacchiere, dal quale era assente tutto ci che era servito all'oratore per conquistare il pubblico: la passione convinta, l'ira, il disprezzo. Ogni cosa che Hans diceva passava accanto al suo interlocutore come se fosse rivolta a un'altra persona, che per era assente. -Naturalmente e -ovviamente erano le parole che usava di pi, accompagnavano ogni sua frase per rafforzarla, e invece le toglievano la poca forza che aveva. Hans sapeva che le sue affermazioni non avevano peso e quindi cercava di innalzarle su un piano generale, nella speranza di metterle al sicuro. Ma il suo piano generale non era meno debole di quanto fosse lui stesso, per disgrazia nulla di quel che diceva veniva creduto. Nessuno lo riteneva un bugiardo, era un uomo troppo debole per inventarsi alcunch; ma invece di usare una parola ne usava cinquanta e perci delle cose che aveva in mente, cos diluite, non restava pi nulla. Ripeteva la stessa domanda tante di quelle volte e cos in fretta da non lasciare al suo interlocutore il tempo materiale di rispondere. Diceva: -Sul serio? , -Questo non mi va gi , -Lo sappiamo , interpolando a mo' d'interiezione queste brevi frasi nei suoi interminabili discorsi, forse per dare ad essi un'enfasi maggiore. Gi da bambino Hans era esile, ma adesso era talmente sottile che tutti i vestiti gli ballavano addosso. L'aspetto pi saldo e risoluto lo assumeva quando nuotava, per questo non faceva che parlare di nuoto. I

-feloni (dir pi avanti chi sono) tolleravano la sua presenza quando andavano a fare il bagno alla Kuchelau, anche se in realt egli non era dei loro. Hans in realt non faceva parte di nessun gruppo, stava sempre ai margini. Era piuttosto sua madre che attirava in casa dei giovanotti per assistere ai loro tornei verbali, e organizzava le cose in modo che suo figlio in quelle occasioni parlasse poco, in un certo senso per dovere di ospitalit, e perch la conversazione riuscisse interessante. Hans in compenso ascoltava con attenzione, recepiva tutto, starei per dire con ingordigia, e non appena i veri contendenti se n'erano andati, il torneo si ripeteva, come un postludio, fra Hans e qualche amico intimo della famiglia che rimaneva pi a lungo, credendo di poter aspirare ai favori della madre. Cos ogni disputa e ogni tema venivano rimasticati, finch di ognuno di essi, che pure, espresso con spontaneit, aveva una sua vita e un suo fascino, non restava che un sapore stantio. Hans a quel tempo non era ancora consapevole del suo difficile rapporto con gli altri. C'erano sempre tanti giovani in casa, e immancabilmente avevano luogo nuove tenzoni - sotto lo sprone dello sguardo ammirato della signora Asriel; niente sfuggiva ad Alice, niente le sembrava che andasse troppo per le lunghe. I contendenti si trattenevano finch ne avevano voglia, ma nessuno li obbligava a restare, andavano e venivano a loro piacimento. Grazie alla socievolezza della signora Asriel - vivere liberamente in mezzo agli altri le piaceva molto ed era anzi un suo bisogno naturale - in casa di Hans gli ospiti non mancavano mai. E grazie a lei Hans, che viveva di imitazione intellettuale e ne era intimamente costituito, aveva sempre qualcosa da imitare, le -suggestioni intellettuali , come venivano chiamate, erano inesauribili. Hans non si accorgeva di non essere invitato con piacere, perch tutti gli ambienti non troppo rigidamente borghesi ricevevano volentieri sua madre, e lei, com' ovvio, portava sempre con s quel suo figlio che riteneva tanto intelligente. Dopo il 17 aprile, che fu davvero un gran giorno per me, perch in quella

stessa data e nello stesso luogo erano entrate nella mia vita le due persone che per moltissimo tempo l'avrebbero dominata, dopo quel 17 aprile cominci un periodo di simulazione che dur quasi un anno. Avrei rivisto molto volentieri la donnacorvo, ma non volevo assolutamente che gli altri si accorgessero di questo mio desiderio. Lei mi aveva invitato ad andare a trovarla, e gli Asriel, sia la madre che il figlio, ritornavano continuamente su quell'invito, chiedendomi se non volevo accettarlo. Dato che reagivo con malgarbo, e anzi davo a intendere di non averne affatto voglia, pensarono che fossi troppo timido e per incoraggiarmi mi fecero capire che erano disposti a venire con me. Erano stati a trovarla gi pi di una volta, presto ci sarebbero tornati e - semplicemente - mi avrebbero portato con s. Ma era proprio quello che pi mi atterriva. Alle chiacchiere di Hans mi ero ormai abituato - non le prendevo pi troppo sul serio, ma il pensiero di quelle chiacchiere a casa di Veza era troppo sgradevole, e altrettanto sgradevole era la prospettiva che Alice poi mi avrebbe chiesto di raccontarle per filo e per segno come avevo trovato questo o quello. Davanti agli Asriel non avrei mai potuto parlare dell'Inghilterra e mai e poi mai sarei riuscito a dire una sola parola riguardo alla Svizzera: e parlare di questo era proprio ci che mi attirava sopra ogni altra cosa. Alice non voleva privarsi di quella gioia, e ogni sabato, quando andavo dagli Asriel, arrivava di punto in bianco la sua domanda, gentile ma insistente: -Quando andiamo a trovare Veza? . Per me era gi sgradevole sentir pronunciare il suo nome, mi sembrava talmente bello da non doversi proferire cos, davanti a chiunque. Perci facevo finta di trovarla antipatica, evitavo di pronunciarne il nome e parlavo di lei con scarso rispetto. A casa di Alice conobbi Fredl Waldinger, che fu per qualche anno il miglior compagno di conversazione che potessi desiderare. A dire il vero la pensavamo diversamente quasi su tutto, eppure non arrivammo mai n a offenderci n a litigare. Fredl non si lasciava sopraffare n prendere alla

sprovvista, e alla foga delle mie tumultuose esperienze opponeva una resistenza placida e allegra. Quando lo incontrai per la prima volta era appena tornato dalla Palestina, dove era vissuto sei mesi in un kibbutz. Intonava volentieri canzoni ebraiche, ne sapeva molte, aveva una bella voce e le cantava bene. Non c'era bisogno di pregarlo, per lui intonare una canzone a met di un discorso era naturale, usava le canzoni come riferimenti, erano le sue citazioni. Altri giovani che incontrai in quello stesso ambiente si ammantavano di una certa qual boria da grandi letterati: il loro modello, se non era Karl Kraus, era Weininger o Schopenhauer. Le sentenze pessimistiche o misogine erano particolarmente apprezzate, bench nessuno di essi fosse misogino o misantropo. Avevano tutti un'amica con cui andavano d'amore e d'accordo e, insieme a lei e agli altri amici (dal nome di uno di essi, un certo Felo, si chiamavano i -feloni ), andavano a fare il bagno alla Kuchelau, dove regnava un'atmosfera sana, cordiale e vigorosa. Eppure le frasi taglienti, argute e sprezzanti venivano considerate da quei giovani il pi bel fiore dello spirito. Era assolutamente vietato pronunciarle in forma inesatta, e buona parte della stima che gli uni avevano per gli altri dipendeva dall'attitudine a prendere la forma linguistica di quelle trovate non meno sul serio di come avrebbe preteso Karl Kraus, il vero maestro di tutti quei gruppi. Fredl Waldinger li frequentava un po' alla lontana, li accompagnava volentieri a fare i bagni, ma non era un fanatico di Karl Kraus, per lui esistevano cose non meno importanti di Kraus, e altre a cui teneva addirittura di pi. Ernst Waldinger, il suo fratello maggiore, che aveva gi pubblicato delle poesie ed era tornato dalla guerra con una grave ferita, aveva sposato una nipote di Freud ed era amico di Josef Weinheber (la loro amicizia era fondata sulla comune concezione dell'arte). Entrambi erano legati ai modelli classici, la severit della forma aveva per loro una grande importanza. Il cesellatore di cammei era il titolo di una poesia di Ernst Waldinger che

si poteva definire programmatica, e perci fu scelto come titolo di una sua raccolta poetica. Fredl Waldinger doveva in parte la propria libert interiore a questo fratello, per il quale nutriva una grande stima. Ma non andava oltre la stima, menar vanto del successo esteriore non era nel suo carattere. I soldi non facevano colpo su di lui, e neppure la notoriet; tuttavia non gli sarebbe mai venuto in mente di disprezzare l'autore di un libro di poesie solo perch costui cercava a poco a poco di farsi un nome. Quando conobbi Fredl, era appena uscito Boot in der Bucht [la barca nella baia] di Weinheber. Fredl aveva con s il libro e lo lesse ad alta voce, un paio di poesie gi le sapeva a memoria. Mi piaceva moltissimo che prendesse sul serio le poesie, a casa mia le poesie erano disprezzate, le chiamavano -poesiole per partito preso. Ma le vere citazioni di Fredl, come ho gi detto, erano le canzoni, i canti popolari ebraici. Fredl, mentre cantava, teneva la mano destra sollevata a mezz'aria, con il palmo aperto rivolto verso l'alto come un guscio, sembrava che offrisse qualcosa di cui dovesse scusarsi. Il suo aspetto era umile e nel contempo sicuro di s, faceva quasi pensare a un monaco itinerante, il quale, tuttavia, invece di fare la questua, portava tra la gente i suoi doni. Fredl non cantava mai a piena voce, ogni mancanza di misura sembrava estranea al suo carattere, alla grazia campagnola con cui si conquistava il cuore degli ascoltatori. Fredl si rendeva certamente conto della sua bravura e ne era compiaciuto, come ogni altro cantore; ma pi che all'autocompiacimento dava importanza al suo modo di sentire, e di esso recava testimonianza: il suo amore per la vita dei campi, la cura della terra, la sua attivit manuale, chiara, umile, ma anche esigente. Raccontava volentieri che aveva degli amici arabi, non faceva differenze tra arabi ed ebrei, ogni alterigia fondata sulla superiorit culturale gli era estranea. Era forte e sano e avrebbe potuto fare tranquillamente a pugni con i suoi coetanei, eppure non ho mai conosciuto un uomo pi mite, la sua mitezza era tale che non entrava in competizione con nessuno. Essere il

primo o l'ultimo per lui era la stessa cosa; Fredl non si inseriva in alcuna graduatoria e sembrava che neanche si accorgesse dell'esistenza delle graduatorie. Con lui entr nella mia vita il buddhismo, al quale Fredl si era accostato attraverso la poesia. I Canti dei monaci e delle monache, nella traduzione di Carl Eugen Neumann, lo avevano affascinato. Ne recitava a memoria lunghi brani, in una cantilena ritmata, incantevole nella sua stranezza. In quell'ambiente tutto dedito alla discussione intellettuale, che ogni volta assumeva la forma di una gara fra due giovani contendenti, nella quale le opinioni valevano se erano sostenute con arguzia e incisivit, in quell'ambiente senza pretese scientifiche, dove contavano la scioltezza, la versatilit, la variet della conversazione, la cantilena di Fredl, sempre uguale a se stessa, mai chiassosa, mai ostile, mai esausta, non poteva che sortire l'effetto di una sorgente inesauribile ma un poco monotona. La sua conoscenza del buddhismo, tuttavia, andava oltre quelle cantilene, bench esse gli apparissero singolarmente familiari. Fredl sapeva anche orientarsi con sicurezza nel campo della dottrina. Conosceva bene il canone pali, nella parte tradotta da Carl Eugen Neumann, e cos pure i libri dei Medi e dei Lunghi Discorsi, il Libro dei Frammenti, il Cammino della Verit - insomma tutto ci che era stato pubblicato lo conosceva a fondo e lo illustrava durante le nostre lunghe conversazioni con un tono cantilenante, simile a quello delle sue canzoni. Io ero ancora tutto pervaso dalle esperienze collettive del periodo di Francoforte, quando, di sera, mi univo alle manifestazioni, ascoltavo i comizi e mi sentivo profondamente emozionato dalle discussioni che poi continuavano per le strade. Uomini fra loro diversissimi, borghesi e operai, giovani e vecchi, si davano sulla voce a vicenda con una tale foga, un tale accanimento, una tale sicurezza delle proprie opinioni che un diverso parere sembrava inconcepibile; eppure il loro interlocutore si dichiarava convinto del contrario con lo stesso

accanimento. Poich il tutto si svolgeva di notte e io non ero abituato a stare per la strada a quell'ora, avevo l'impressione che quelle dispute non dovessero mai finire, che dovessero continuare per sempre, e dormire, ormai, non fosse pi possibile, tale era l'importanza che ciascuno dava alle proprie convinzioni. Un'esperienza particolarissima degli anni di Francoforte, un'esperienza che avevo vissuto di giorno, era stata la massa. Abbastanza presto, circa un anno dopo il mio arrivo a Francoforte, avevo assistito sulla Zeil a un corteo operaio. Era una manifestazione di protesta contro l'assassinio di Rathenau. Io mi trovavo sul marciapiede, dovevano esserci accanto a me altre persone che guardavano, per non le ricordo. Vedo ancora le figure alte e vigorose che marciavano dietro lo striscione delle AdlerWerke. Marciavano compatti lanciando intorno a s sguardi di sfida, le loro grida mi colpirono come se fossero rivolte proprio a me. Il corteo s'ingrossava continuamente, le persone che vi entravano avevano qualcosa in comune, non tanto nell'aspetto quanto nel comportamento. Il corteo non finiva mai, ne sentivo emanare una salda convinzione, che diventava sempre pi salda. Mi sarebbe piaciuto essere uno di loro, non ero un operaio, eppure quelle grida mi toccavano come se lo fossi. Non so se le persone accanto a me abbiano provato la stessa sensazione, non le vedo, comunque non ricordo nessuno che abbia lasciato il marciapiede per entrare nel corteo, pu darsi che i cartelli inalberati da alcuni gruppi di manifestanti abbiano trattenuto la gente dal farlo. Il ricordo di quella manifestazione, la prima che ho vissuto in modo cosciente, rimase vivissimo in me. Non riuscivo a dimenticarne l'attrazione fisica, il violento desiderio di partecipare, indipendentemente da ogni considerazione o ragionamento, cos come non furono certo i dubbi di un qualche genere a trattenermi dal passo estremo di unirmi al corteo. In seguito, quando cedetti al mio impulso e mi trovai realmente in mezzo alla massa, ebbi la sensazione che fosse un fenomeno simile a quello che in fisica

noto come forza di gravit. Ma questa, ovvio, non era una vera spiegazione di quel fatto sorprendente. Infatti non eri n prima, come individuo isolato, n dopo, come parte della massa, un oggetto inanimato, e la metamorfosi che si verificava all'interno della massa, un mutamento completo della coscienza, era un fatto che penetrava in profondit, rimanendo per enigmatico. Che cos'era? Era questo che volevo sapere. Questo enigma non mi ha pi dato pace, mi ha perseguitato in tutta la parte migliore della mia vita, e seppure sono arrivato a qualcosa, l'enigma nondimeno rimasto tale. A Vienna ho incontrato alcuni giovani coetanei con i quali la conversazione era sempre piacevolissima: da una parte m'incuriosivano quando parlavano delle loro esperienze pi importanti e dall'altra erano pronti ad ascoltarmi quando io tiravo fuori le mie. Il pi paziente di tutti era Fredl Waldinger, ma poteva permetterselo, essendo immune da qualsiasi contagio: la mia descrizione dell'esperienza della massa - allora la chiamavo cos - lo metteva di buon umore, ma non mi sentii mai preso in giro da lui. Io parlavo (Fredl l'aveva capito benissimo) di uno stato di ebbrezza, di un'intensificazione delle possibilit di esperienza, di un accrescimento della persona, che, superate le proprie limitazioni, incontrava altre persone in una condizione analoga e con esse formava un'unit superiore. Lui dubitava dell'esistenza di una simile unit superiore, e ancor pi del valore di un'intensificazione dell'esperienza in stato di ebbrezza. Buddha gli aveva svelato che la vita non ha valore se non riesce a liberarsi da qualsiasi attaccamento alla vita stessa. La sua meta era la graduale estinzione della vita, il nirvana, che mi sembrava simile alla morte. Fredl negava, con molti argomenti di grande interesse, che il nirvana e la morte fossero la stessa cosa - tuttavia era innegabile che dal buddhismo egli aveva assorbito la tendenza a porre l'accento sulla negazione della vita. Attraverso la discussione le nostre posizioni si rafforzavano. Grazie

all'influenza reciproca stavamo soprattutto diventando pi attenti e pi cauti. Fredl andava sempre pi a fondo nello studio dei testi religiosi del buddhismo, non si limitava pi alle traduzioni di Carl Eugen Neumann, che tuttavia rimasero le pi vicine al suo cuore. Si immergeva nella filosofia indiana, ne studiava le fonti su testi inglesi che traduceva in tedesco con l'aiuto di Veza. Io mi sforzavo di apprendere pi cose riguardo alla massa della quale parlavo. Avevo comunque deciso di studiare il fenomeno che tanto occupava la mia mente e che per me era diventato l'enigma di tutti gli enigmi, ma forse, senza Fredl, non mi sarei interessato cos presto alle religioni indiane, per le quali sentivo una grande ripugnanza, perch moltiplicavano la morte con la dottrina della trasmigrazione. Durante le nostre discussioni, mi rendevo conto con un senso di imbarazzo di poter opporre alla complessa dottrina seguita da Fredl - una delle pi significative e profonde che l'uomo abbia creato - soltanto la descrizione un po' sparuta di un'unica esperienza, che egli definiva pseudomistica. Esponendo le sue idee, Fredl poteva richiamarsi a un gran numero di spiegazioni, interpretazioni e catene causali - mentre io non ero in grado di esibire neppure una spiegazione dell'unica esperienza della quale parlavo con tanto fervore. L'estrema caparbiet con cui mi ci aggrappavo proprio perch non riuscivo a spiegarla - doveva sembrare a Fredl un po' corta di vedute, forse addirittura senza senso. E lo era; ma se dovessi dire dove si trovavano i miei veri punti di forza, li indicherei proprio l dove ero sopraffatto da esperienze per le quali non riuscivo a trovare una spiegazione. Nessuno mai riuscito a togliermele dalla testa, neppure io stesso. Ultimo viaggio sul Danubio. Il messaggio. Nel luglio 1924, terminato il primo semestre all'Universit di Vienna, andai ospite per tutta l'estate in Bulgaria. Ero stato invitato a Sofia in casa delle sorelle di mio padre. Una tappa a Rustschuk, dove avevo trascorso i primi anni della mia infanzia, non era neppure prevista,

dato che l non era rimasto nessuno che potesse invitarmi. Col passar degli anni tutti i miei parenti si erano trasferiti a Sofia, che, essendo la capitale, era diventata sempre pi importante trasformandosi a poco a poco in una grande citt. Le mie vacanze non dovevano essere un ritorno nella citt natale, bens un'occasione per visitare il maggior numero possibile di parenti. Ma la cosa fondamentale doveva essere il viaggio -all'ingi , il viaggio sul Danubio. Poich Bucco, il fratello maggiore di mio padre, che allora abitava a Vienna, aveva alcuni affari da sbrigare in Bulgaria, decidemmo di partire insieme. Fu un viaggio completamente diverso da quelli che ricordavo dall'epoca della mia infanzia, quando passavamo la maggior parte del tempo in cabina e la mamma ci pettinava ogni giorno con un pettine rigido per toglierci i pidocchi: le navi erano sporche, e in viaggio era impossibile non prenderseli. Questa volta non si parl mai di pidocchi, dividevo la cabina con lo zio, un gran burlone, lo stesso zio che quand'ero molto piccolo si divertiva a prendermi in giro impartendomi la sua solenne benedizione. Durante il viaggio rimanemmo quasi sempre in coperta. Lo zio aveva bisogno di gente per raccontare le sue storielle, cominci con alcuni conoscenti incontrati per caso e ben presto fu attorniato da un folto gruppo di ascoltatori ai quali ammann le sue barzellette con viso impassibile, ammiccando appena di tanto in tanto. Ne aveva un repertorio assai vasto, ma il mio interesse, avendole sentite moltissime volte, si era completamente esaurito. Ai discorsi seri non era in grado di reggere per molto tempo. In cabina, tuttavia, si sent in dovere di dare al nipote che aveva appena iniziato gli studi universitari qualche consiglio utile per la vita. Ma i suoi consigli mi annoiavano ancor pi dei suoi scherzi; perch, se vero che conoscevo anche troppo bene tutti i suoi accorgimenti per strappare il riso e l'applauso, altrettanto vero che trovavo i suoi consigli oltremodo irritanti. Non avendo la pi pallida idea di ci che in effetti mi passava per la

mente, quegli stessi consigli avrebbe potuto rivolgerli a qualsiasi altro nipote. Dell'utilit della chimica ne avevo fin sopra i capelli. Non c'era parente di una certa et che non si dilungasse su quel tema, tutti si aspettavano da me l'accesso a un nuovo campo che ad essi finora era precluso. Nessuno dei miei parenti era andato oltre l'istituto superiore di commercio, e adesso si stavano accorgendo a poco a poco che, al di l delle operazioni di compravendita, nelle quali avevano sufficiente esperienza, era ormai indispensabile procurarsi delle cognizioni specifiche di carattere tecnicoscientifico di cui erano ancora del tutto digiuni. Io sarei dovuto diventare lo specialista in chimica della famiglia e, grazie alle mie conoscenze, sarei riuscito a estendere il campo delle loro iniziative commerciali. Di tutte queste cose parlavamo in cabina ogni notte prima di addormentarci, era una specie di preghiera serale, sia pure piuttosto breve. La benedizione con cui egli, quand'ero bambino, si era preso gioco di me deludendomi immancabilmente, mentre io la prendevo cos sul serio che ogni volta mi mettevo sotto il palmo della sua mano con gioiosa impazienza, per via delle belle parole iniziali (-Yo te bendigo... ) - quella benedizione di cui da tanto tempo non volevo pi sentir parlare, perch si era tramutata nella maledizione del nonno e nella morte improvvisa di mio padre, questa volta era intesa sul serio: proprio io avrei portato fortuna alla famiglia, accrescendone il benessere con le mie conoscenze nuove, moderne, -europee . Zio Bucco, per, si interrompeva presto, perch, prima di addormentarsi definitivamente, doveva ancora raccontare almeno due o tre storielle. Al mattino, poi, tornava di buon'ora in coperta, dove lo aspettava il suo uditorio. Il battello era pieno zeppo, un numero incalcolabile di persone stavano sedute o accampate in coperta, ed era un vero piacere serpeggiare da un gruppo all'altro ascoltando i loro discorsi. C'erano studenti bulgari che tornavano a casa per le vacanze, ma anche gente che lavorava gi, come ad esempio un gruppo di medici che avevano rinfrescato le proprie

conoscenze in -Europa . Uno di loro, con un immenso barbone nero, mi sembrava di conoscerlo; niente di strano: mi aveva aiutato a venire al mondo, era il dottor Menachemoff di Rustschuk, il medico di famiglia, di lui in casa si parlava spessissimo, tutti gli volevano bene, quando l'avevo visto l'ultima volta non avevo ancora compiuto sei anni. Non lo presi del tutto sul serio, come tutto ci che faceva parte di quel periodo balcanico della mia vita, di quel periodo -barbaro (cos almeno pensavo), e fui sorpreso - presto attaccammo discorso - dalla quantit di cose che quell'uomo sapeva e delle quali s'interessava. Aveva seguto i progressi della scienza, e non solo nel proprio campo. Rispondeva in modo critico, discutendo di tutto, senza rifiutare a priori ci che dicevo io solo perch era detto da un ragazzo di diciannove anni, e nei nostri discorsi la parola -denaro non fu pronunciata neppure una sola volta. Di tanto in tanto, mi disse, aveva pensato a me; era sempre stato sicuro che, dopo la morte improvvisa di mio padre - evento che nessuno era stato in grado di spiegare in modo soddisfacente - io avrei potuto studiare soltanto medicina, perch il mistero di quella morte avrebbe di sicuro impegnato la mia mente fino alla fine dei miei giorni. Anche se quell'enigma si fosse rivelato insolubile, sarebbe stato lo stesso uno sprone fortissimo: se mi fossi dedicato alla medicina cercando di risolverlo, avrei certamente fatto nuove e importanti scoperte. Egli era presente quando mio padre, tornando precipitosamente dall'Inghilterra, mi aveva salvato la vita dopo quella tremenda scottatura. A mio padre dovevo la vita due volte. Un anno e mezzo dopo, a Manchester, io non avevo potuto salvarlo e, poich mi era rimasto quel debito verso di lui, avevo il dovere di pagarlo salvando altre vite. Lo disse con la massima semplicit, senza pathos n toni ampollosi, eppure in bocca sua la parola -vita suonava come un bene prezioso e soprattutto raro, il che, data la folla enorme ammassata in coperta, faceva davvero uno strano effetto. Provai vergogna davanti a lui,

vergogna soprattutto per l'ipocrisia con cui giustificavo di fronte a me stesso l'assurda decisione di studiare chimica. Per non dissi nulla, temevo di fare una figura indegna. Parlai invece del mio desiderio di sapere tutto ci che al mondo val la pena di sapere. Egli m'interruppe, indicandomi le stelle - era gi notte - e mi domand: -Conosci i nomi delle stelle? . Allora ci indicammo a vicenda le costellazioni, cominciai io additando la Lira, con Vega, perch era stato lui a fare la domanda, poi il dottore addit il Cigno, con Deneb, perch la sua domanda doveva pur basarsi su qualcosa. E cos ci mostrammo l'un l'altro tutta la volta celeste, senza che nessuno dei due potesse sapere in anticipo quale sarebbe stata la prossima stella indicata dall'altro. Presto l'intero firmamento fu esaurito, anche se non avevamo tralasciato una sola costellazione; un duetto simile non l'avevo mai cantato con nessuno; poi il dottore mi disse: -Sai quanti uomini sono morti nel frattempo? , intendendo il breve lasso di tempo che avevamo dedicato all'elencazione delle stelle. Io non dissi niente, lui non fece cifre. -Tu non li conosci. La cosa non ti riguarda. Un medico li conosce. La cosa lo riguarda . Quando l'avevo incontrato all'imbrunire - il dottore stava seduto in mezzo a un gruppo di persone che conversavano animatamente; poco lontano alcuni studenti cantavano a squarciagola ardenti canzoni bulgare. Il mio compagno di viaggio mi aveva detto gi a Vienna che sulla nave avremmo trovato il dottor Menachemoff, chiss come sarebbe stato contento di rivedermi, dopo tanto tempo (erano passati tredici anni). Io non ci avevo pi pensato, poi, di colpo, mi ero trovato di fronte la sua barba nera. Quanto avevo odiato, nel tempo trascorso, una barba nera simile a quella! - Forse era stato proprio un residuo di quell'antico sentimento ad attirarmi nelle vicinanze della sua barba. Sapevo che era lui, quella era la barba di un medico, e in preda a sentimenti discordanti lo avevo guardato fisso in faccia, e lui, interrompendo la sua frase in mezzo a una discussione, mi aveva detto: -Sei tu, lo sapevo, sei proprio tu. Eppure

non ti ho riconosciuto. Come avrei potuto, del resto. Quando ti ho visto l'ultima volta non avevi ancora compiuto sei anni . Assai pi di me il dottore viveva immerso nei tempi passati. Io avevo voltato le spalle a Rustschuk con una certa arroganza, quella era l'epoca in cui ancora non sapevo leggere. Dalle persone rimaste laggi, che ogni tanto inopinatamente incontravo in -Europa , non mi aspettavo nulla. Invece il dottore, che era sempre rimasto a Rustschuk, non aveva mai perso di vista i suoi antichi pazienti, e da quelli che avevano lasciato Rustschuk da bambini si aspettava imprese straordinarie. Sapeva della maledizione del nonno, quando eravamo partiti per l'Inghilterra tutta la citt ne aveva parlato, ma era troppo fiero della propria scienza per poter credere alla sua efficacia. La morte di mio padre, pur seguita a cos breve distanza, era rimasta per lui un mistero, e poich nessuno era riuscito a risolverlo, gli sembrava naturale che io consacrassi la mia vita alla soluzione di quel mistero, o di altri analoghi enigmi. -Ricordi le sofferenze di allora? disse, ritornando di colpo con il pensiero alle ustioni che avevo subto. -La pelle non c'era pi. Solo la testa era stata risparmiata dall'acqua bollente. Era acqua del Danubio. Forse non lo sapevi. E ora navighiamo tranquilli su quello stesso Danubio . -Ma non lo stesso, dissi io - sempre un altro. Le sofferenze non le ricordo pi, ma ricordo benissimo il ritorno del babbo . -Fu quasi un miracolo, disse il dottor Menachemoff, - stato il suo ritorno che ti ha salvato. Ecco come un uomo diventa un grande medico. Un uomo a cui successa una cosa simile nella primissima infanzia deve diventare un medico. Sarebbe impossibile fare qualsiasi altra cosa. E' per questo che tua madre si trasferita a Vienna con voi bambini subito dopo la morte di tuo padre. Sapeva che l avresti trovato tutti i grandi maestri di cui hai bisogno. Che ne sarebbe di noi, senza la scuola di medicina di Vienna! E' sempre stata una donna intelligente, tua madre. Ho sentito dire che piuttosto malaticcia. Ci penserai tu a lei. Il

migliore dei medici l'avr in casa, sar suo figlio. Vedi di finire in fretta; poi specializzati, ma senza esagerare . E qui mi fu prodigo di consigli per i miei studi universitari. Per quante obiezioni facessi - sia pure con titubanza - il dottore non ci faceva caso, purch si trattasse di medicina. Ma parlammo anche di altri argomenti, e a tutto il resto egli rispose a tono; diceva solo cose che aveva lungamente meditato. Era un uomo duttile e saggio, pieno di speranza e di sollecitudine; solo a poco a poco compresi che una cosa non aveva capito e che non l'avrebbe capita mai. Egli non poteva credere che non sarei diventato un medico, in fondo dopo un solo semestre restavano aperte molte possibilit. Tale era la mia vergogna che smisi di fare sforzi per svelargli la verit e lasciai cadere quel tema cos imbarazzante. Pu anche darsi che in quel momento cominciai a vacillare. Quando egli mi chiese notizie dei miei fratelli ed io, come sempre, parlai solo del minore, esaltando con grande orgoglio il suo grande talento, nemmeno fosse stato mio figlio, il dottor Menachemoff volle sapere che cosa avrebbe studiato lui. -Medicina risposi, sentendomi sollevato: quella, infatti, era ormai una decisione presa. -Due fratelli - due medici disse lui ridendo. -E perch non il terzo? . Ma era solo una battuta, e infatti non ebbi bisogno di spiegargli i motivi per cui quella del medico non sarebbe stata la professione adatta per Nissim. Sulla mia vocazione, in ogni caso, non aveva dubbi. Durante il viaggio ci incontrammo in coperta ancora un paio di volte. Mi present a parecchi suoi colleghi dichiarando con semplicit: -Un futuro luminare della scuola di medicina viennese . Non suonava come una fanfaronata, sembrava una cosa naturale. Per me diventava sempre pi difficile esporgli la crudele, inequivocabile verit. Parlava tanto di mio padre, era stato presente quando mio padre era ritornato per salvarmi la vita, come avrei potuto deluderlo? Fu un viaggio bellissimo, vidi un numero incalcolabile di persone e con molte di esse attaccai discorso. Un gruppo di geologi tedeschi osservava

le formazioni intorno alle Porte di Ferro e ne discuteva con parole per me incomprensibili. Uno storico americano cercava di illustrare alla propria famiglia le campagne di Traiano. Era diretto a Bisanzio, il vero tema delle sue ricerche. Solo sua moglie gli dava retta, le figlie, due belle ragazze, preferivano chiacchierare con gli studenti. Parlando inglese facemmo un po' amicizia; le ragazze si lamentavano del padre che viveva sempre nel passato; loro, invece, che erano giovani, vivevano nel presente. Come dubitarne? Lo dicevano con una tale convinzione... Alcuni contadini salirono a bordo con ceste di frutta e verdura. Un facchino portava sulla schiena un intero pianoforte, camminava in fretta sulle assi di legno, alla fine lo mise gi. Era piccolo, con il collo taurino e tutto muscoli, ma neppure oggi riesco a capire come potesse farcela da solo. A Lom Palanka Bucco e io scendemmo. Dovevamo pernottare, e il mattino seguente proseguire in treno per Sofia attraverso i Balcani. Il dottor Menachemoff, che tornava a Rustschuk, rest sul piroscafo. Quando mi congedai da lui non sentendomi affatto a posto con la mia coscienza, egli mi disse: -Non dimenticare quel che mi aspetto da te . E aggiunse: -Non lasciarti sviare da nessuno, capisci? Da nessuno! . Non aveva mai usato un tono cos energico, le sue parole suonarono come un comando, e io sospirai profondamente. Per tutta la notte che passammo a Lom tormentati dalle cimici, non chiusi occhio neanche per un attimo e continuai a riflettere sul significato della sua ultima frase. Il dottore doveva aver compreso che avevo tradito. Avevo simulato. Avendo io rinunciato a dirgli la verit in modo chiaro e incontrovertibile, poi mi ero vergognato del mio inganno. Ma anche lui aveva simulato. Aveva fatto finta di non capire cosa mi era successo. Senza aspettare il mattino andai dallo zio Bucco, tanto anche lui non poteva dormire in quella camera infestata dalle cimici, e gli domandai: -Cos'hai detto al dottor Menachemoff? Gli hai detto che cosa studio? . -Certo, chimica, che cosa avrei dovuto dirgli? . Allora lo sapeva davvero, e aveva tentato di riportarmi sulla

retta via. Lui solo aveva fatto quello che avrebbe fatto mio padre: aveva cercato di concedermi la libert di scegliere da me. Era stato testimone di ci che era accaduto fra me e mio padre ed era l'unico ad averlo custodito. Si era trovato sulla nave che mi riportava laggi e mi aveva trasmesso un messaggio che agli occhi del mondo non era di sua competenza. L'aveva fatto con astuzia, rifiutando di prender atto di ci che era successo. Gli stava a cuore l'integrit del messaggio, il testo nella sua purezza. Non aveva avuto riguardi per la situazione in cui mi trovavo nel momento in cui venivo raggiunto da quel messaggio. L'oratore. A Sofia nelle prime tre settimane abitai dalla zia Rachel, la sorella minore di mio padre. Era la pi amabile di tutti i fratelli, una bella donna diritta, alta e imponente, affettuosa e allegra. Aveva due espressioni caratteristiche: o la si vedeva con il volto ridente o le si leggeva in viso una convinzione sostenuta con temperamento e passione, la sua causa era sempre disinteressata, era piuttosto una fede, un ideale. Aveva un marito abbastanza anziano, un uomo avveduto e stimato per il suo senso di giustizia, e tre figli, il pi giovane dei quali aveva otto anni e portava, come me, il nome del nonno. La loro era una casa piena di vita, allegra e chiassosa, tutti ridevano continuamente e si chiamavano gridando da una stanza all'altra, nessuno poteva isolarsi, chi voleva un po' di pace correva fuori e la trovava pi facilmente per la strada che non a casa propria. Ma c'era in famiglia un punto fermo e pacifico, il consorte e padre - e quello che gli passava per la mente era per tutti un mistero. Non apriva quasi mai bocca, e si lasciava carpire solo qualche sentenza, peraltro inappellabile: pronunciava un s o un no, una frase brevissima, ma cos piano che si faceva fatica a sentirlo. Quando voleva dire qualcosa tutti tacevano, non occorreva intimare il silenzio. Per un attimo, cos breve che faceva un effetto inquietante, non si udiva un rumore, poi arrivava, a voce bassa, appena percepibile, con parole contate e un po' vaghe, la

sentenza, la decisione. Subito dopo ricominciava il baccano, era difficile dire se erano pi squillanti gli strilli di quei ragazzi scatenati o la voce acuta della madre che chiedeva, raccomandava, domandava qualcosa. Per me quel trambusto era nuovo. Quei ragazzi erano tutti protesi verso l'attivit fisica, di libri non parlavano mai, di sport invece moltissimo. Erano dei giovani vigorosi, attivi, che non riuscivano a star fermi un momento e provocandosi allegramente a vicenda si urtavano in continuazione. Il padre, che aveva un carattere completamente diverso, sembrava auspicare e favorire quell'eccesso di vitalit fisica. Mi aspettavo in ogni momento di sentirgli gridare -Ya basta! , e quando il tumulto era al culmine guardavo dalla sua parte. Lui se ne accorgeva benissimo, nulla gli sfuggiva, e sapeva ci che mi aspettavo da lui, ma non diceva nulla e il tumulto continuava; cessava soltanto, per breve tempo, quando tutti e tre i ragazzi uscivano di casa contemporaneamente. Ma dietro questo incoraggiamento alla vitalit c'era una convinzione, un metodo. La famiglia stava per emigrare. Insieme a molte altre famiglie aveva deciso di lasciare la citt e il paese entro poche settimane. La Palestina, cos si chiamava allora, era la meta agognata; sarebbero stati fra i primi a partire, erano considerati dei pionieri e ne erano altamente consapevoli. L'intera comunit degli -spagnoli di Sofia, e non solo di Sofia ma di tutto il paese, si era convertita al sionismo. Non stavano male in Bulgaria, non subivano alcun tipo di persecuzione, non esistevano ghetti n casi di opprimente miseria, eppure c'erano fra loro dei capipopolo che avevano acceso la scintilla e non si stancavano di predicare il ritorno alla Terra Promessa. I loro discorsi, notevoli da pi di un punto di vista, stigmatizzavano il separatismo altezzoso degli -spagnoli : tutti gli ebrei sono uguali, dicevano, ogni forma di isolamento riprovevole, e non si pu certo dire che negli ultimi tempi siano stati gli -spagnoli a essersi distinti per le loro imprese in favore dell'umanit. Gli -spagnoli

sono caduti, anzi, in una sorta di profondo torpore spirituale, ed tempo che si destino e si gettino dietro le spalle, come un'inutile fissazione, la loro alterigia. Un mio cugino, Bernhard Arditti, passava per essere l'oratore pi focoso di tutti, capace di autentici prodigi di persuasione. Era il figlio maggiore di quel Josef Arditti, ossessionato dal -diritto , che accusava di furto tutti i membri della famiglia e sguazzava nei processi, e della leggiadra Bellina, una donna che sembrava uscita da un quadro di Tiziano e non pensava ad altro, giorno e notte, che al modo di fare dei regali per rallegrare il cuore del suo prossimo, chiunque esso fosse. Bernhard, pur essendo avvocato, non aveva il minimo interesse per la pratica legale, probabilmente la voglia gli era passata a causa di suo padre, che si sentiva felice solo in mezzo agli articoli e ai commi. Giovanissimo, Bernhard si era convertito al sionismo e aveva scoperto la propria eloquenza che aveva messo al servizio della causa. Quando arrivai a Sofia, tutti parlavano di lui. Migliaia di persone si riunivano per ascoltarlo, la sinagoga maggiore quasi non bastava a contenerle tutte. La gente si congratulava con me per quel cugino, compiangendomi per il fatto che non avrei potuto ascoltarlo di persona: nelle poche settimane del mio soggiorno, infatti, non era prevista nemmeno una riunione. Tutti erano travolti e conquistati dalle sue parole; fra coloro che conobbi, e furono moltissimi, nemmeno uno faceva eccezione, era come se un'onda immensa li avesse afferrati e trascinati in un mare, ormai ne facevano parte. Non incontrai una sola persona che si opponesse alla sua causa. Bernhard si rivolgeva ai suoi seguaci in spagnolo, ma li fustigava per la loro superbia che si fondava proprio sull'uso di quella lingua. Adoperava il vecchio spagnolo, ed io mi resi conto con stupore che nel linguaggio da me considerato un idioma infantile, un dialetto poverissimo da usare nelle cucine, si potevano trattare problemi generali e infondere negli uomini tanta passione da indurli a pensare seriamente di abbandonare ogni cosa,

voltando le spalle a un paese in cui vivevano da generazioni, dov'erano riconosciuti e stimati e non se la passavano affatto male, per emigrare in una terra sconosciuta, promessa da migliaia di anni ma che a quell'epoca non era affatto la loro terra. Ero giunto a Sofia in un momento critico. Niente di strano, dunque, che in quella situazione non si trovasse in casa un letto per me. Uno dei ragazzi dovette andare a dormire da un'altra parte per farmi posto. Tanto pi notevole fu dunque l'affabile ospitalit che mi accolse. Gli zii stavano chiudendo la casa, preparando i bagagli, e al solito trambusto, che evidentemente in quella casa regnava sovrano, si univa la confusione di un trasferimento affatto insolito. Sentivo nominare altre famiglie in cui succedeva la stessa cosa. L'emigrazione interessava un intero gruppo di famiglie, era la prima iniziativa del genere di ampia portata, e raramente si parlava d'altro. Andando a spasso, per vedere Sofia o anche solo per sfuggire al baccano di quella casa, mi capitava sovente di incontrare mio cugino Bernhard; proprio lui coi suoi discorsi era stato il promotore di tutto, o, per lo meno, aveva dato l'impulso decisivo all'iniziativa di cui ho appena parlato. Era un uomo tarchiato e lievemente pingue, con sopracciglia cespugliose, di circa dieci anni pi vecchio di me, ma giovanile nell'aspetto e sempre in movimento; aveva la caratteristica di non parlare mai di fatti privati (l'esatto contrario di suo padre). Il suo tedesco era talmente armonioso e sicuro che sembrava la sua lingua materna; tutto ci che diceva appariva immutabile, eppure restava incandescente e fluido, una specie di lava che mai si raffredda. Se provavo a fargli un'obiezione, soltanto per metterlo alla prova, la spazzava via con ironica superiorit, e al tempo stesso sembrava scusarsi per la propria dimestichezza con la discussione politica, ridendo in maniera magnanima e per nulla offensiva. Quel che mi piaceva era il fatto che non dava alcun peso alle cose materiali. Poich le scartoffie non lo

interessavano, o meglio non le poteva soffrire, non si occupava mai di questioni d'interesse. Camminando al suo fianco per le strade larghe e pulite di Sofia, ti chiedevi soltanto come facesse a sbarcare il lunario. Era evidente che aveva bisogno di un nutrimento particolare: che viveva di ci che gli riempiva l'anima. Forse le sue parole facevano effetto sugli altri proprio perch non gli accadeva mai di forzarle e deformarle in modo da farle coincidere con il proprio quotidiano tornaconto. Poich non voleva nulla per s, gli altri credevano in lui, ed egli credeva in se stesso perch i suoi pensieri non si perdevano mai dietro al guadagno. A Bernhard confidai che non avevo la minima intenzione di fare il chimico. Studiavo chimica solo per salvare le apparenze e prepararmi, intanto, a fare altre cose. -Perch questo sotterfugio? mi chiese. -Tua mamma una persona cos intelligente! . -Ma si lasciata influenzare da gente volgare. Quando era malata ad Arosa ha conosciuto delle persone che -sanno vivere , come si dice, e che nella vita hanno avuto successo. Adesso vuole che anch'io -impari a vivere ; a modo loro, per, non a modo mio . -Attento! disse Bernhard, fissandomi ad un tratto con uno sguardo serissimo, come se in quel momento mi vedesse per la prima volta come persona. -Stai attento! Senn sei perduto. Quella razza la conosco bene. Anche mio padre voleva che stessi dietro a tutti i suoi processi . Non disse altro, l'argomento era troppo privato per interessarlo oltre. Ma era chiaro che stava dalla mia parte. Solo quando gli dissi che volevo scrivere in tedesco, e in nessun'altra lingua, scosse il capo con disappunto e replic: -Perch? Impara l'ebraico, piuttosto! E' quella la nostra lingua. Credi che esista al mondo una lingua pi bella? . Incontravo volentieri Bernhard, perch era riuscito a sottrarsi alla servit del denaro. Guadagnava poco, ma nessuno era stimato come lui; neppure uno degli schiavi del commercio - categoria alla quale appartenevano

quasi tutti i membri della mia famiglia - lo biasimava. Bernhard sapeva diffondere a piene mani una speranza che a loro serviva molto di pi della ricchezza e della normale felicit. Sentivo che voleva conquistarmi; ma non brutalmente, magari con un discorso durante una manifestazione di massa, bens da uomo a uomo, come se pensasse che sarei potuto diventare altrettanto utile alla causa quanto lui stesso. Gli domandai quale fosse il suo stato d'animo quando parlava: non smarriva per caso la sua identit, non temeva di perdersi nella massa entusiasta? -Mai! Mai! mi disse con grandissima risolutezza. -Quanto pi loro sono entusiasti, tanto pi io mi sento me stesso. La gente si pu tenere in pugno come cera molle, si pu farne tutto quello che si vuole. Si pu spingerla ad appiccare il fuoco alle proprie case, non ci sono limiti a questo potere. Prova anche tu! Basta volerlo! Tu non abuserai di questo potere! Anche tu, come me, lo userai per una causa giusta, per la nostra causa . -Io gli dissi -l'esperienza della massa l'ho avuta a Francoforte. Ero io a essere come cera. Non posso dimenticarlo. Vorrei sapere che cos'. Vorrei proprio riuscire a capirlo . -Non c' niente da capire. E' dappertutto lo stesso. O sei una goccia che si dissolve nella massa o sei l'uomo che sa dare una direzione alla massa. Non hai altra scelta . Gli sembrava ozioso chiedersi che cosa fosse in realt la massa. La accettava come un dato, una realt che si pu evocare al fine di raggiungere determinati scopi. Ma io gli domandai se chiunque ha il diritto di evocare la massa, purch ne sia capace. -No, non certo chiunque! disse Bernhard con la massima decisione. -Solo chi la usa per la vera causa . -E come fa a sapere che la vera causa? . -E' una cosa che si sente, si sente qui! e si batt pi volte il petto con forza. -Chi non la sente non capace di far nulla! . -Ma allora quel che conta solo credere nella propria causa. E magari l'avversario crede nella causa opposta! . Lo dissi esitando, tastando il

terreno, non avevo intenzione n di criticarlo n di metterlo in imbarazzo. Non ci sarei riuscito, del resto, era troppo sicuro di s, volevo solo arrivare a una cosa che sentivo in maniera indistinta e che, dall'epoca di Francoforte, non aveva cessato di occupare la mia mente anche se non riuscivo a capirla bene. Ero stato afferrato dalla massa, era un'ebbrezza, nella massa ti perdevi, dimenticavi te stesso, ti sentivi immensamente dilatato e al tempo stesso appagato, qualsiasi cosa sentissi, non la sentivi per te stesso, era l'esperienza pi altruistica che tu avessi mai conosciuto, e poich l'egoismo che ti era stato inculcato da tutti ti circuiva di continuo e in fondo ti minacciava, avevi bisogno di quella frastornante esperienza altruistica come dello squillo di tromba del Giudizio Universale, e dunque ti astenevi dal disprezzare la massa o dallo sminuirla. Al tempo stesso sentivi per di non essere pi padrone di te, di non essere libero, ti stava succedendo qualcosa di inquietante, per met vertigine, per met paralisi, com'era mai possibile tutto questo insieme? Che cos'era? Tuttavia non mi aspettavo affatto che Bernhard, l'oratore, proprio nel momento in cui aveva raggiunto il culmine della sua capacit di suggestione, rispondesse a questo mio interrogativo, peraltro ancora inarticolato. Gli opponevo resistenza, pur apprezzandolo. Diventare un suo seguace non mi sarebbe bastato. Di gente da seguire ce n'era a volont, conoscevo sostenitori e paladini delle cause pi svariate. In fondo - anche se ancora non lo dicevo a me stesso consideravo Bernhard come un essere che aveva la facolt di trasformare gli uomini in massa. Tornando nella casa di zia Rachel, vedevo che essa era dominata dalle emozioni che Bernhard suscitava da anni con i suoi discorsi in quella famiglia, non meno che in tante altre. Per tre settimane fui testimone dell'atmosfera della partenza imminente. Il momento culminante fu l'addio alla stazione. Centinaia di persone si erano radunate per accompagnare i parenti. Gli emigranti, si trattava di parecchie famiglie che

occupavano tutto il treno, furono sommersi dai fiori e dalle invocazioni, la gente cantava, benediceva, piangeva, era come se la stazione fosse stata costruita soltanto per quell'addio, come se l'avessero fatta cos grande proprio perch potesse accogliere quella ricchezza di affetti. Bambini tenuti in braccio venivano fatti sporgere dai finestrini degli scompartimenti, i vecchi, soprattutto donne gi un poco avvizzite, stavano in piedi lungo il binario con gli occhi pieni di lacrime, non vedevano pi i loro bambini e salutavano quelli sbagliati. Erano i loro nipoti che se ne stavano andando, i nipoti partivano e i vecchi restavano, questa era l'impressione non del tutto esatta - della partenza. Un'attesa immane riempiva l'atrio della stazione, forse i nipoti erano l in funzione di quell'attesa e del momento dell'addio. L'oratore era venuto con gli altri ma rimaneva a Sofia. -Ho ancora da fare, disse -non posso andar via. Devo far coraggio a chi ancora non se la sente . Si ferm all'ingresso della stazione, non si fece avanti, sembrava che preferisse rimanere in disparte, in incognito, nascosto sotto una cappa magica che doveva renderlo invisibile. Ogni tanto qualcuno lo salutava, chiamandolo in causa, e questo sembrava irritarlo. A un certo punto la gente lo preg con insistenza di dire due parole. Sin dalla prima frase si trasform in un altro uomo, focoso e risoluto, sembrava che le sue stesse parole lo facessero sbocciare, e subito seppe trovare e donare ai presenti le parole di benedizione e di augurio di cui essi avevano bisogno per affrontare l'impresa. Dalla casa di zia Rachel, ormai vuota e abbandonata mi trasferii nella casa di zia Sophie, la sorella maggiore di mio padre. Dopo la baraonda delle settimane precedenti, tutto qui mi sembrava sciapo e ovattato, come per una sorta di diffidenza verso qualsiasi iniziativa che andasse al di l del solito tran tran quotidiano. Si condividevano, certo, le idee degli emigranti, ma non se ne parlava, l'eccitazione veniva risparmiata per le occasioni solenni, e nel frattempo si faceva la solita vita. Quella casa era il regno della

ripetizione, vi imperava la routine della mia infanzia pi remota, che ormai per me aveva perso ogni significato; le avevamo voltato le spalle partendo per l'Inghilterra, e la via verso l'infanzia mi era sbarrata dal fatto atroce avvenuto a Manchester. Ascoltavo i discorsi casalinghi di Sophie, grande esperta di diete e clisteri, donna premurosissima che non aveva mai niente da raccontare, ascoltavo suo marito, uomo prosaico e di poche parole, e il prosaico figlio maggiore, che con molte parole diceva altrettanto poco, e infine, delusione delle delusioni, ascoltavo la loro figlia Laurica, la compagna di giochi della mia infanzia che a cinque anni volevo assassinare con la scure. Gi nelle proporzioni c'era qualcosa che non tornava: io me la ricordavo alta, molto pi alta di me, e adesso era pi piccola, graziosa, civettuola, e pensava solo a sposarsi, a trovar marito. Dov'era la sua pericolosit, che ne era dei suoi quaderni che tanto avevo invidiato? Non ne sapeva pi nulla, nel frattempo aveva disimparato a leggere, non ricordava affatto la scure con cui l'avevo minacciata e neppure le proprie urla. Non era stata lei a spingermi nell'acqua bollente, c'ero caduto da solo, non ero rimasto a letto per settimane, -ti sei solo scottato un po' ; e quando, pensando che avesse dimenticato soltanto le cose che la riguardavano da vicino, le ricordai la maledizione del nonno, scoppi in una risata argentina come la servetta di un'opera buffa. -Figurarsi, un padre che maledice il figlio, sono cose che non esistono, te lo sarai inventato tu, sono solo favole, e a me le favole non piacciono ; allora le rinfacciai che a Vienna avevo assistito a innumerevoli scenate fra il nonno e la mamma, tutte incentrate su quella maledizione, e che il nonno scappava via infuriato senza neanche salutare, e la mamma, affranta, piangeva poi per ore e ore; ma lei se la cav con aria saputa dicendo: -Sono solo fantasie, tutto frutto della tua immaginazione . Potevo dire tutto ci che volevo, non serviva a niente, non era successo niente di tremendo, non succedeva mai niente di tremendo. Allora tirai fuori - di malavoglia - l'incontro con il

dottor Menachemoff sul battello del Danubio. Avevamo parlato per ore e ore, e lui si ricordava ogni cosa. Aveva tutto cos chiaro davanti agli occhi come se fosse successo il giorno prima. Il dottor Menachemoff era stato, a Rustschuk, anche il medico della famiglia di Laurica e lei lo conosceva meglio di me, perch prima di trasferirsi a Sofia aveva abitato a lungo laggi. Ma anche di fronte a questo argomento la sua risposta fu pronta: -In provincia la gente si riduce cos. E' gente sorpassata. Sono tutte cose che s'inventano. Non hanno nient'altro a cui pensare. Credono a un sacco di stupidaggini. Sei caduto nell'acqua da solo. Non sei stato affatto cos male. Tuo padre non tornato da Manchester. Era troppo lontano. Allora viaggiare mica costava poco. Tuo padre non era pi a Rustschuk. Quando mai il nonno avrebbe potuto maledirlo? Il dottor Menachemoff non sa niente. Solo la famiglia conosce queste cose . -E tua madre? . Il giorno prima la zia Sophie aveva parlato di quando mi aveva tirato fuori dall'acqua e tolto i vestiti, e tutta la pelle era venuta via. -La mamma non ricorda pi niente disse Laurica. -E' un po' svanita per via dell'et. Ma non bisogna dirglielo . Ero esasperato dalla sua testardaggine e dalla sua ristrettezza di vedute. Niente le importava eccetto una cosa, un vero chiodo fisso: sposarsi, trovare finalmente marito. Aveva ventitr anni e temeva di essere considerata, ormai, una vecchia zitella. Mi subissava di domande, supplicandomi di dirle la verit: poteva ancora piacere a un uomo? Avevo diciannove anni, dovevo conoscere quella sensazione. Mi veniva voglia di baciarla? Con quella pettinatura mi veniva voglia di baciarla di pi o di meno che con quella del giorno prima? La trovavo magra? Era carina, certo, ma magra proprio no. Sapevo ballare io? Per piacere a un uomo non c'era occasione migliore che il ballo. Una sua amica si era fidanzata proprio a un ballo. Ma lui, poi, le aveva detto che quella promessa non contava, gli era solo venuto in mente cos, ballando. Secondo me una cosa simile poteva capitare anche a lei? Che ne pensavo?

Niente, ne pensavo, alle sue domande non sapevo proprio cosa rispondere, e, per quanto veloci mi piovessero addosso, restavo impenetrabile. Non provavo ancora nessuna sensazione, bench avessi diciannove anni, le dissi. Non sapevo affatto se una donna mi piaceva o no. Da che cosa avrei dovuto accorgermene? Erano tutte stupide, con loro non si poteva mai parlare di niente. Erano tutte come lei, non si ricordavano niente. Come fa a piacere una persona che non ricorda niente? La sua pettinatura era sempre uguale, certo che era magra, perch mai una donna non dovrebbe essere magra? No, non sapevo ballare. Ci avevo provato una volta, a Francoforte, ma pestavo continuamente i piedi della ragazza. E poi un uomo che si fidanza durante un ballo un cretino. Chi si fidanza sempre un cretino. La ridussi alla disperazione, ma almeno la riportai alla ragione. Per ottenere una risposta cominci a ricordare. Non ne venne fuori molto, ma la scure alzata la vedeva ancora davanti a s, continuava a sognarla, l'ultima volta l'aveva sognata quando il fidanzamento della sua amica era andato in fumo. Allo stretto. All'inizio di settembre andammo ad abitare in casa della signora Olga Ring: bellissima, con un profilo da romana antica, era una donna orgogliosa e appassionata che nella vita non voleva nulla senza dare qualcosa in cambio. Il marito era morto da parecchio tempo; il loro amore era diventato leggendario fra gli amici, eppure nella signora Olga non degener in un culto per il defunto, anche per il fatto che nei suoi confronti lei non si sentiva colpevole. Non temeva di pensare al marito, perci non falsific mai la sua immagine e rimase se stessa. Ebbe molti pretendenti, ma neppure un momento di debolezza, e si conserv bella fino alla tarda, terribile fine. La signora Olga trascorreva la maggior parte dell'anno presso la figlia sposata, a Belgrado. Nella casa di Vienna, dove niente era stato cambiato, o meglio, nella sua parte pi remota, un minuscolo stanzino, viveva il figlio Johnnie, pianista di bar, che ai propri occhi e a quelli di

sua madre non era affatto un fallito, ma certo lo era per il resto della famiglia. Anche Johnnie era bellissimo, proprio il ritratto della signora Olga, eppure assai diverso, perch tutta la sua figura era pi corpulenta. Ci si stupiva che non andasse in giro vestito da donna, spesso lo prendevano per una donna. Adulatore consumato, accettava tutto quello che gli davano, il suo braccio era sempre teso, la mano sempre aperta. Pensava che tutto questo, e anche di pi, gli spettasse di diritto, perch suonava bene il pianoforte. Nel suo bar era il beniamino del pubblico, suonava sia le canzonette pi in voga sia quelle dei tempi andati, per imparare un pezzo gli bastava suonarlo una volta, era una specie di inventario vivente dei rumori della notte. Di giorno dormiva nel suo stanzino, dove entrava appena il suo letto. Il resto della casa, ammobiliata con pesante decoro borghese, veniva affittato. Per un certo periodo Johnnie aveva avuto il compito di riscuotere la pigione per conto della madre, detrarne una piccola parte e spedire il resto a Belgrado. Questo, almeno, era l'incarico, ma di fatto le sue detrazioni si mangiavano l'intera pigione e per la madre non restava pi niente. A Belgrado le arrivavano soltanto dei conti da pagare e, dato che non sapeva come saldarli - dal suo felice matrimonio non le era rimasto nient'altro che quell'appartamento -, bisognava trovare un sistema migliore. Sua nipote, Veza, si incaric di affittare la casa e di incassare la pigione mese per mese; provvedeva lei a pagare i conti e solo quello che restava doveva essere consegnato a Johnnie, se ne aveva bisogno. Johnnie ne aveva sempre bisogno, e la signora Olga continuava a non ricevere neppure un centesimo. Ma lei non si lagnava, adorava quel figlio. -Mio figlio, il musicista diceva sempre di lui, e, poich in ogni cosa che diceva si sentiva l'impronta della sua fierezza, chi non conosceva Johnnie avrebbe potuto ritenerlo, nonostante il suo nome da bar, uno Schubert in incognito. Eravamo contenti di entrare in quella casa; bench ammobiliata da altri, era pur sempre una casa tutta

per noi. Avevamo di fronte la visione della Scheuchzerstrasse e, bench non si trattasse di Zurigo, il mio paradiso, eravamo pur sempre a Vienna, il paradiso della mamma. Tornavamo a Vienna dopo cinque anni, nel frattempo per me c'era stata -villa Yalta , a Zurigo, e per la mamma il sanatorio di Arosa in mezzo al bosco, e poi c'era stata la vita di pensione e inflazione a Francoforte. Era ben strano che dopo tutto questo potessimo ancora immaginare un'esistenza in comune priva di tensioni. Eppure parlavamo tutti, ciascuno a modo suo, come se a Vienna dovesse cominciare una nuova ra di salute, di studio e di pace. Ma c'era un inconveniente, che si chiamava Johnnie Ring. La nostra stanza di soggiorno e sala da pranzo confinava con il suo stanzino e quando la famiglia, finalmente riunita, sedeva a tavola, la porta si apriva e si affacciava la figura grassoccia di Johnnie, avvolta soltanto in una vecchia vestaglia, che salutando con un -Bacio la mano, gentile signora! ci passava davanti, ciabattando veloce verso la toilette. Era nei patti che potesse servirsene, ma ci eravamo scordati di escludere l'ora dei pasti, durante i quali ci avrebbe fatto piacere non essere disturbati. Johnnie, invece, giungeva sempre puntualmente non appena avevamo immerso i cucchiai nella minestra forse le nostre voci l'avevano svegliato ricordandogli le sue necessit, o forse, invece, era soltanto curioso di conoscere il nostro menu. Infatti non tornava indietro subito ma faceva in modo di ripassare, frusciando, diretto al suo stanzino quando nei nostri piatti c'era gi la pietanza. Era proprio un fruscio, bench Johnnie non fosse vestito di seta; quel rumore nasceva dal suo modo di muoversi e dalla rapida successione di almeno una dozzina di -bacio la mano mi scusi gentile signora bacio la mano mi scusi bacio la mano mi scusi gentile signora bacio la mano mi scusi . Doveva passare dietro la sedia della mamma e, con un'agilissima piroetta, si infilava di stretta misura tra lo schienale e il buffet senza mai sfiorarla neppure una volta. La mamma, tesissima, si aspettava ogni volta che lui la toccasse con quella sua

vestaglia bisunta, respirava profondamente quando il pericolo era passato e Johnnie era sparito dietro la porta dello stanzino, e alla fine ogni volta ripeteva la stessa frase: -Sia ringraziato Iddio, altrimenti avrei perso l'appetito . Noi ci rendevamo conto che quell'uomo suscitava in lei un enorme disgusto, senza sospettarne il vero motivo, e una cosa ci stupiva, il fatto che lei rispondesse sempre con grande gentilezza alle sue parole. Nella scelta del saluto - -Bene alzato, signor Ring! l'ironia non mancava di certo, ma non era percepibile, il tono era innocente, gentile, persino affabile. Il sospiro di sollievo quando Johnnie era passato non era mai tanto forte che egli potesse udirlo dietro la porta chiusa dello stanzino; per il resto, la conversazione proseguiva come se Johnnie non fosse comparso affatto. In altri momenti, soprattutto di sera, Johnnie coinvolgeva la mamma in una conversazione cui lei era incapace di sottrarsi. Cominciava a lodare i suoi tre ragazzi, cos bene educati. -E' una cosa da non credere, gentilissima signora, sono belli come principini! . -I miei figli non sono belli, signor Ring rispondeva indignata mia madre. -Per un uomo la bellezza non conta . -Non lo dica, gentilissima signora, la bellezza un grande aiuto! Se sono belli, avranno pi successo nella vita. Potrei raccontarle tanti episodi! Da noi al bar viene il giovane Tisza. Chi erano i Tisza - non occorre che glielo dica. Vivono ancor oggi in Ungheria. Una persona incantevole, questo giovane Tisza! E' una vera bellezza, non soltanto carino, ed un tale rubacuori! Li ha tutti ai suoi piedi. Suono per lui tutto ci che desidera, e ogni volta mi ringrazia, mi ringrazia in modo speciale per ogni pezzo. -Meraviglioso! dice, e mi guarda con intenzione. -Lo ha suonato in modo meraviglioso, caro Johnnie! . Quel che desidera glielo leggo negli occhi. Mi getterei nel fuoco per lui. Dividerei con lui la mia ultima vestaglia! E come mai il giovane Tisza cos? Educazione, gentilissima signora, tutta questione di educazione. Le buone maniere sono met

del buon cuore. E' la madre che conta. Oh, che fortuna avere una mamma come lei! Chiss se i suoi tre angeli si rendono conto del tesoro che possiedono in una mamma come lei! Ce n' voluto di tempo prima che io riuscissi a dire grazie a mia madre. Non che io voglia paragonarmi ai suoi tre angeli, gentilissima signora! . -Ma perch li chiama angeli, signor Ring? Dica pure birbanti, non mi offendo mica. Non sono sciocchi, questo vero, ma non merito loro, mi sono data abbastanza da fare per istruirli . -Vede, gentilissima signora, vede che ora lo ammette, lei che si data da fare! Lei, soltanto lei! Senza di lei senza il suo sacrificio, forse sarebbero davvero diventati dei birbanti . -Sacrificio : ecco la parola magica con cui Johnnie catturava la mamma. Se egli avesse saputo l'importanza che aveva assunto per lei la parola -sacrificio , e con essa tutti i suoi derivati, certo l'avrebbe usata pi spesso. Da molto tempo la mamma aveva cominciato a dire che aveva sacrificato la sua vita per noi; era l'unica traccia di religione che le fosse rimasta. Man mano che la sua fede nell'esistenza di Dio si affievoliva, e che in lei la presenza di Dio si sentiva sempre meno, fino a svanire quasi del tutto, sempre pi aumentava ai suoi occhi l'importanza del sacrificio. Sacrificarsi non era soltanto un dovere, era l'atto pi eccelso che potesse compiere un essere umano; ma non per comandamento divino (Dio era troppo lontano per occuparsene): ci che contava era il sacrificio in s, il sacrificio che deriva dal proprio impulso pi profondo. Anche nell'estrema concentrazione di quella parola, il sacrificio era una realt complessa e dilatata nel tempo, si estendeva per ore, per giorni, per anni - il sacrificio era la vita di tutte le ore che lei non aveva vissuto. Una volta che Johnnie l'aveva catturata con quella parola magica, poteva continuare a parlarle per tutto il tempo che voleva. La mamma non lo congedava, casomai era lui a lasciarla, per portare a spasso Nerone, il suo cane lupo, oppure perch suonava il campanello che annunciava una visita. Arrivava un

giovanotto che spariva con Johnnie e con Nerone nello stanzino e l restava per ore, fino a quando non arrivava il momento di andare al bar a suonare il pianoforte. Dallo stanzino non trapelava il minimo rumore, Nerone, abituato a dormire l, non abbaiava mai. Non si riusciva a capire se Johnnie e il giovanotto stessero parlando tra loro. La mamma non si sarebbe mai abbassata sino ad origliare alla porta, che quei due parlassero era perci solo una sua supposizione. Nello stanzino non avrebbe mai gettato neppure un'occhiata (lo evitava come la peste); tuttavia era davvero minuscolo, ci stava un letto o poco pi, e che ben due persone (una delle quali era il florido Johnnie) e un cane di grossa taglia resistessero cos allo stretto per tanto tempo senza fare il minimo rumore le dava parecchio da pensare. Non diceva mai nulla, ma io sentivo quando ci stava pensando. La sua vera preoccupazione, per, era che potessi pensarci io, cosa che a me non veniva neanche in mente, non mi interessava affatto. Una volta la mamma mi disse: -Credo che quel giovanotto si metta a dormire sotto il letto. Ha sempre un'aria cos pallida e stanca. Forse non ha una stanza propria, e Johnnie, per compassione, lo lascia dormire un paio d'ore sotto il letto . -E perch non sopra? dissi io in tutta innocenza. -Pensi che Johnnie sia troppo grasso e non ci sia posto per tutti e due? . -Ho detto sotto il letto rispose la mamma, e lanciandomi un'occhiata penetrante aggiunse: -Che strane idee ti vengono in mente? . A me non veniva in mente proprio nulla, ma lei, ad ogni buon conto, preveniva i miei pensieri confinandoli nello spazio sotto il letto, in modo che sopra ci fosse posto per il cane, il che probabilmente le sembrava innocuo. Se avesse potuto guardarmi dentro si sarebbe stupita, agli avvenimenti dello stanzino non pensavo affatto, ne ero distolto da un'altra cosa che riguardava lei; quella s che mi sembrava oscena, anche se allora non avrei adoperato questa parola. A sbrigare i lavori domestici veniva in casa tutte le mattine una donna in stato di avanzata gravidanza, la signora Lischka. Si tratteneva oltre

il pasto di mezzogiorno, per lavare i piatti, poi se ne tornava a casa sua. Veniva soprattutto per i lavori pesanti: per il bucato e per battere i tappeti. -Per i lavori leggeri non ne ho bisogno, diceva la mamma -li posso fare da me . Nel suo stato, nessuno voleva darle lavoro, spieg la mamma, tutti temevano che, essendo la gravidanza cos avanzata, quella donna non fosse in grado di fare le cose per bene. Ma lei aveva assicurato che lavorava con coscienza, voleva soltanto esser messa alla prova. Allora la mamma, presa da compassione, le aveva permesso di venire. Era stato un rischio, sarebbe stato spiacevole se improvvisamente si fosse sentita male, o se, addirittura, si fosse verificato il lieto evento - su ci la mamma, per riguardo alla nostra giovane et, non si esprimeva in modo pi preciso e ci risparmiava ulteriori particolari. La donna aveva garantito che mancavano ancora due mesi e che, nel frattempo, poteva ancora eseguire a fondo tutti i lavori di casa. I fatti dimostrarono che aveva detto la verit, il suo zelo era straordinario. -Potrebbero prenderla a esempio anche le donne non incinte diceva la mamma. Una volta, tornando a casa per il pranzo, guardai gi in cortile dal pianerottolo delle scale: vidi la signora Lischka che batteva i tappeti, faceva fatica a non darsi dei colpi sul ventre, a ogni colpo si girava con uno strano movimento rotatorio. Sembrava che distogliesse con disprezzo lo sguardo dal tappeto, come se quella vista la disgustasse, come se non volesse vederlo per nessun motivo. Aveva il viso paonazzo, dall'alto, a quella distanza, sembrava alterato dall'ira, il sudore le grondava sul viso rosso, stava urlando qualcosa che non capivo. Poich intorno a lei non vidi nessuno con cui potesse parlare, pensai che gridando in quel modo s'incitasse a battere i tappeti con pi forza. Sconvolto, entrai in casa e domandai alla mamma se aveva visto la signora Lischka gi in cortile. Sarebbe salita subito in casa, fu la risposta, quel giorno avrebbe ricevuto anche il pranzo, nei giorni in cui batteva i tappeti riceveva anche il pranzo. Per contratto la mamma non era affatto tenuta a darle da mangiare (-per

contratto disse la mamma), ma quella donna le faceva davvero una gran pena. La signora Lischka le aveva detto che era abituata a non mangiare niente per tutto il giorno, si cucinava qualcosa la sera tornando a casa. Ma la mamma non aveva cuore di vederla lavorare digiuna e nei giorni in cui batteva i tappeti le dava anche il pranzo. Lei era sempre cos contenta che batteva i tappeti con un impegno tutto speciale. Quando tornava su con i tappeti era tutta in sudore, e in cucina non si poteva resistere per la puzza; perci in quei giorni la mamma serviva lei stessa il pranzo e lasciava la signora Lischka in cucina con la sua fame. Le dava un piatto pieno fino all'orlo, un piatto enorme, nessuno di noi, diceva, neppure Georg, che era il pi piccolo, riusciva a mangiare cos tanto. Poco dopo era sparito tutto, forse la signora Lischka un po' di cibo lo metteva in un pacchetto per portarselo a casa nella borsa. Davanti a leila , signora , non mangiava mai, pensava che non stesse bene. Parlammo di tutto questo a tavola. Io domandai perch la signora Lischka non ricevesse il pranzo tutti i giorni. La mamma rispose che anche quando faceva il bucato riceveva qualcosa, un po' meno, per. Ma nei giorni in cui il lavoro era leggero, allora no, per contratto lei non era tenuta a darle nulla, del resto la signora Lischka era riconoscente per quello che riceveva, pi riconoscente di me, in ogni caso. Di -riconoscenza si parlava spesso; quando, indignato per qualcosa, criticavo la mamma, lei era subito pronta ad accusarmi d'ingratitudine. Una discussione pacata fra noi era impossibile. Io dicevo senza riguardi quel che pensavo, ma soltanto quando ero in collera, perci le mie parole avevano sempre un tono offensivo. Lei si difendeva come meglio poteva. Quando si sentiva con le spalle al muro ritornava ai sacrifici che faceva per noi da ben dodici anni e mi rimproverava di non dimostrare la minima riconoscenza nei suoi riguardi. I suoi pensieri erano rivolti allo stanzino sovrappopolato del nostro appartamento, e al pericolo che quella promiscuit poteva rappresentare per noi; parlava apertamente soltanto della pigrizia di Johnnie, del cattivo esempio dato da un uomo adulto che o

se ne sta sdraiato sul letto tutto il santo giorno, oppure gironzola per la casa seminudo con addosso una lurida vestaglia, ma, dentro di s, pensava a ogni sorta di vizi e depravazioni di cui io non sospettavo nulla. I miei pensieri, invece, erano rivolti alla cucina nella quale si trovava la signora Lischka, che ci era grata perch qualche volta riceveva un piatto di minestra, tanto che quando mi incontrava non mancava mai di proclamare con voce piena di gioia: -Avete proprio una buona mamma! e, per rafforzare le sue parole, scuoteva vigorosamente il capo. La signora Lischka rappresentava per la mamma e per me un'occasione permanente per confermarci nelle nostre idee: alla mamma riconfermava il suo buon cuore, perch, senza esservi tenuta -per contratto , ogni tanto le dava da mangiare, e in me riconfermava un certo senso delle convenienze, che mi faceva sentire come una colpa il fatto che la signora Lischka lavorasse da noi in quelle condizioni. Era una specie di torneo dell'autocompiacimento nel quale ci gettavamo come due instancabili cavalieri. Data l'energia che impiegavamo in quelle tenzoni, avremmo potuto battere tutti i tappeti del caseggiato, e di sicuro ce ne sarebbe ancora avanzata per lavare la biancheria. Ma era una questione di principio, di questo eravamo entrambi convinti: il principio della riconoscenza, pensava lei, della giustizia, pensavo io. Fu cos che in casa nostra entr la diffidenza. Per la mamma era un male che in casa ci fosse quel segreto, lo stanzino sovrappopolato di Johnnie, mentre io ero preso da un senso di spavento per la presenza di quella donna in stato di avanzata gravidanza che si arrabattava in cortile o in cucina. Avevo sempre paura che non ce la facesse, tutto a un tratto avremmo sentito strillare, saremmo accorsi in cucina e l'avremmo vista per terra in un lago di sangue. Gli urli, m'immaginavo, erano quelli del neonato, e la signora Lischka la vedevo gi morta. Il dono. Non ricordo un anno pi opprimente di quello che passammo tutti insieme nella Radetzkystrasse, pigiati in quel

piccolo appartamento. Appena entrato in casa, mi sentivo osservato. Non andava mai bene niente di quello che facevo o dicevo. Tutto era cos vicino, la stanzetta da letto e di studio nella quale cercavo di rifugiarmi il pi in fretta possibile era posta fra il soggiorno comune e la camera da letto della mamma e dei miei fratelli. Impossibile sgattaiolarvi dentro senza esser visto, e cos tutte le volte, appena tornavo a casa, cominciavano i saluti e le spiegazioni in soggiorno. Era un vero interrogatorio, e anche se non arrivavano subito le accuse vere e proprie, gi le domande tradivano sfiducia. Ero stato in laboratorio o ero andato a sentire qualche lezione, tanto per perder tempo? A domande di quel genere mi ero esposto da solo con la mia loquacit. Ero abituato a parlare soprattutto delle lezioni che trattavano argomenti non troppo lontani dalla comune capacit di comprensione. La storia d'Europa dopo la Rivoluzione francese risultava a chiunque pi accessibile che non la fisiologia delle piante o la chimicafisica. Anche se non parlavo della chimicafisica, ci non significava che non mi ci dedicassi con sufficiente impegno. Ma una cosa sola contava, quello che dicevo, e le mie stesse parole mi venivano ritorte contro come capi d'accusa: mi occupavo pi del Congresso di Vienna che dell'acido solforico! -In questo modo ti disperdi, era la formula -cos non andrai mai avanti . -Devo andare a sentire quelle lezioni, rispondevo io -altrimenti soffoco. Non posso mica lasciar perdere tutto ci che mi interessa sul serio solo perch studio una materia che non mi va gi . -Gi, ma perch non ti va gi? Fai di tutto per prepararti a non esercitare nessuna professione. Hai paura che da un momento all'altro la chimica possa cominciare a interessarti. Eppure una professione che ha un grande avvenire - ma tu sei prevenuto e ti chiudi a doppia mandata. Non sporcarsi le mani, per carit! L'unica cosa pulita sono i libri. Vai a sentire tutte le lezioni possibili e immaginabili solo per leggere altri libri. E' una cosa che non ha fine. Non hai ancora capito

come sei fatto? Hai gi cominciato da bambino. Per ogni libro da cui impari una cosa nuova hai bisogno di altri dieci libri per saperne ancora di pi. Una lezione che ti interessa una nuova lista. L'argomento ti interesser sempre pi. La filosofia dei Presocratici! Benissimo, dovrai farci su un esame. Non c' niente da fare. Prendi appunti, hai gi riempito quaderni su quaderni, a che ti servono i libri che vorresti leggere in pi? Credi che non sappia tutto quello che hai gi scritto sulla tua lista? Sono spese che non possiamo affrontare. E anche se potessimo, per te sarebbe un male. Continuerebbero ad attirarti sempre pi e ti distoglierebbero dal tuo compito principale. Tu stesso dici che in questo campo Gomperz molto conosciuto, non hai detto che gi suo padre era famoso per il suo libro sui Pensatori greci? . -S, la interruppi - un'opera in tre volumi, mi piacerebbe leggerli, vorrei proprio averli . -Ecco, mi basta nominare il padre del tuo professore, e subito tu metti in programma la lettura di un'opera scientifica in tre volumi! Non penserai che te la regali davvero! Ti dovrai accontentare del figlio. Prendi appunti e studia sui tuoi quaderni . -Va troppo per le lunghe. Ci mette tanto di quel tempo, tu sapessi. Vorrei leggere pi avanti, non posso aspettare che Gomperz arrivi a Pitagora, gi adesso vorrei sapere qualcosa su Empedocle e su Eraclito . -Di autori antichi ne hai gi letti moltissimi a Francoforte. A quanto pare erano sempre quelli sbagliati. Dappertutto trovavo in giro quei libracci che sembravano tutti uguali. Come mai non hai letto anche i filosofi greci? Fin da allora ti interessavi a certe cose che poi in seguito non hai saputo utilizzare . -Allora i filosofi non mi piacevano. Da Platone mi teneva lontano la teoria delle idee, che riduce il mondo a pura apparenza. Aristotele non l'ho mai potuto soffrire. E' il filosofo onnisciente che vuole incasellare tutto. Con lui hai l'impressione di esser imprigionato in un'infinit di cassetti. Se allora avessi saputo dell'esistenza dei Presocratici, credimi pure, li avrei letti parola per parola. Ma nessuno me ne aveva mai

parlato. Tutto cominciava con Socrate, era come se prima di Socrate nessuno al mondo avesse mai pensato. E devi sapere che Socrate non mi mai piaciuto molto. Forse evitavo i grandi filosofi perch erano suoi discepoli . -Devo proprio dirti come mai non ti piaceva? . Avrei preferito che non me lo dicesse. Anche sulle cose di cui non s'intendeva, la mamma aveva sempre un'opinione personalissima; sapevo che non poteva aver ragione, eppure quello che diceva mi colpiva ogni volta e si depositava come una nebbia sulle cose che amavo. Sentivo che cercava deliberatamente di rovinarmi il gusto di quelle letture, solo perch pensava che mi avrebbero fuorviato. Ero sempre sul punto di entusiasmarmi per le cose pi diverse, e questo, data la mia et, la mamma lo trovava ridicolo e poco virile. Era il rimprovero che sentivo pi spesso sulle sue labbra all'epoca della Radetzkystrasse. -Socrate non ti piace perch troppo ragionevole, parte sempre dalla vita di ogni giorno, ha i piedi per terra, parla volentieri del lavoro manuale . -Non era per certo un gran lavoratore. Parlava tutto il giorno . -Per questo non lo potete soffrire, proprio voi che non aprite mai bocca! Oh, come vi capisco! . Eccolo di nuovo l'antico sarcasmo che avevo conosciuto cos presto, quando la mamma mi insegnava il tedesco. -Certo, vorresti essere soltanto tu a parlare, e hai paura della gente come Socrate, che esamina per filo e per segno quel che uno dice e non chiude un occhio su niente . Era apodittica come un Presocratico; chiss che il mio amore per i Presocratici, che cominciavo a conoscere soltanto ora, non dipendesse proprio dal suo modo di essere, ormai diventato parte di me. Con quanta sicurezza esprimeva sempre le sue opinioni! Ma si possono ancora chiamare opinioni? Ogni frase che mia madre pronunciava aveva la forza di un articolo di fede: ogni proposizione esprimeva una certezza. Non conosceva il dubbio; non su di s, almeno. Ma forse era meglio cos; il dubbio, se l'avesse conosciuto, avrebbe avuto la stessa forza delle sue asserzioni, e cos avrebbe dubitato di s in ogni fibra, sino a farsi a pezzi.

Poich mi sentivo con le spalle al muro, attaccavo in tutte le direzioni. Ricacciato con le spalle al muro, attingevo dalla resistenza che sentivo in me la forza di attaccare di nuovo. Di notte mi sentivo solo; i miei fratelli, che davano man forte alla mamma, sottolineando con le loro maliziose battute le critiche che lei mi rivolgeva, dormivano gi, e anche la mamma era ormai a letto; cos finalmente ero libero, e chiuso nella mia stanzetta sedevo al mio minuscolo tavolino per leggere o scrivere, interrompendomi per guardare con affetto il dorso dei miei libri. Le file dei miei libri non aumentavano pi a blocchi interi, come a Francoforte. Ma la corrente non si dissecc mai del tutto, di occasioni per ricevere un regalo ce n'erano ancora, e chi avrebbe mai osato regalarmi qualcosa che non fosse un libro? La chimica, la fisica, la botanica, e anche la zoologia generale erano le materie che avevo intenzione di studiare di notte, e il fatto che vi dedicassi perfino le ore notturne non era visto dalla mamma come un inutile spreco di energia elettrica. Ma i libri di studio non restavano aperti a lungo, i quaderni universitari nei quali prendevo svogliatamente appunti durante le lezioni erano ben presto sostituiti dai veri quaderni, dai miei quaderni, nei quali annotavo scrupolosamente tutti i miei momenti di esaltazione, ma anche i miei tormenti. Prima di addormentarsi, la mamma vedeva ancora filtrare da sotto la porta la luce accesa nella mia stanza, il rapporto che avevamo nella Scheuchzerstrasse di Zurigo si era invertito. Lei poteva certo immaginare quel che io stavo facendo al mio tavolinetto, ma siccome, ufficialmente, restavo alzato per studiare, e questo era stato approvato una volta per tutte, quella mia abitudine doveva accettarla senza dir nulla. La mamma era convinta di dover vigilare sui miei passi in quel periodo, e per buoni motivi. Non si fidava della chimica: non mi attraeva abbastanza e temeva che alla lunga il mio interesse sarebbe cessato. Per tener conto delle sue preoccupazioni materiali - bench intuissi che erano

infondate - io avevo rinunciato a studiare medicina (solo perch erano studi troppo lunghi) e di questo, certo, la mamma aveva preso atto e apprezzava il -sacrificio implicito in questa mia decisione. Lei aveva sacrificato la sua vita per noi, le malattie e gli sfinimenti che di tanto in tanto la colpivano dimostravano quanto le fosse costato quel sacrificio. Era venuto il momento che anch'io, essendo il primogenito, mi sacrificassi. Cos rinunciai alla medicina, che consideravo una professione disinteressata, un servizio reso all'umanit, per scegliere una professione che tutto era fuorch disinteressata: il futuro, la mamma lo udiva da ogni parte, apparteneva alla chimica. Ai chimici si aprivano impieghi promettenti nell'industria, la chimica era utile, utilissima, chi riusciva a inserirsi in quel campo guadagnava splendidamente, e che io mi piegassi o fossi disposto a piegarmi a tanta utilit era considerato dalla mamma un sacrificio assai apprezzabile. Ma sarei davvero andato avanti a studiare per quattro anni? Su questo aveva forti dubbi. Solo a una condizione ben precisa avevo accettato di studiare chimica: a Georg, che dopo i mesi trascorsi insieme nella Praterstrasse amavo pi di qualsiasi altra persona al mondo, doveva esser concesso di studiare medicina al posto mio. Gli avevo trasmesso tutto il mio entusiasmo per quella disciplina, ed egli non desiderava altro che poter fare un giorno ci a cui io avevo rinunciato per amor suo. I dubbi della mamma erano giustificati. Io avevo la mia interpretazione della faccenda, il mio non era affatto un sacrificio, perch non mi ero messo a studiare chimica con l'intenzione di diventare sul serio un chimico che guadagna bene. Avevo una prevenzione invincibile contro tutte le attivit esercitate con l'unico scopo di far quattrini e non per un'intima vocazione. Tenevo tranquilla la mamma lasciandole credere che un giorno o l'altro mi sarei impiegato come chimico in un'industria. Ma di questo non parlavo mai, mi limitavo a tollerare una sua tacita supposizione. Esisteva tra noi una sorta di

armistizio: io rinunciavo a tutti i miei discorsi sul fatto che solo una professione ispirata da una vocazione degna di essere intrapresa e che si possono apprezzare soltanto le professioni pi utili agli altri che a se stessi. Lei, in compenso, evitava le descrizioni del futuro dominato dalla chimica. La mamma non aveva dimenticato ci che era accaduto durante la guerra solo pochi anni prima, ricordava bene l'impiego dei gas asfissianti, e credo che non le sia stato facile mandar gi questo aspetto della chimica, perch anche nel periodo della disillusione e della chiusura in se stessa il suo odio per la guerra rimase fortissimo. Cos tacevamo entrambi sul futuro poco attraente che mi attendeva in virt del mio -sacrificio . La cosa principale era che andassi ogni giorno in laboratorio, per abituarmi con un tirocinio regolare a un'occupazione che avrebbe richiesto molta disciplina e certo non avrebbe alimentato n la mia insaziabile avidit di conoscenze n le mie esaltazioni poetiche. La mamma non sospettava che la stessi ingannando sulla natura della mia impresa. Neppure per un istante mi ero seriamente proposto di abbracciare la professione del chimico. Frequentavo il laboratorio, ci passavo le ore migliori della giornata, facevo quel che mi dicevano di fare non peggio degli altri studenti; inventai persino una motivazione per giustificare ai miei occhi quell'attivit. Desideravo ancora imparare e far mio tutto ci che al mondo era degno di essere conosciuto, la mia convinzione che non solo ci fosse desiderabile, ma anche possibile, era ancora intatta. Non vedevo limiti da nessuna parte, n nella capacit di assimilazione della mente umana, n nella mostruosit di una creatura fatta soltanto delle cose che ha imparato e di quelle che vuole imparare. Non era ancora mai capitato che un campo qualsiasi del sapere da me affrontato con impeto e seriet mi suscitasse un sentimento di frustrazione. Avevo avuto, certo, dei cattivi insegnanti, che non sapevano comunicare nulla, assolutamente nulla, e per di pi riuscivano a ispirare negli allievi un senso di ripugnanza per la loro materia. Uno di questi

insegnanti era stato, a Francoforte, proprio il professore di chimica. Delle sue lezioni non mi era rimasto molto di pi delle formule dell'acqua e dell'acido solforico; durante quel paio di esperimenti che ci aveva illustrato i suoi gesti mi riempivano di disgusto. Era come se davanti a noi fosse seduto un bradipo vestito da uomo, che pi passavano le ore pi diventava lento nell'armeggiare alle sue apparecchiature. Cos, al posto di una vaga idea della chimica, era rimasta una vera lacuna. Ebbene, questa lacuna si trattava ora di colmarla, ed era talmente grande che a questo scopo potevo addirittura studiare chimica all'universit. Non esistono limiti alle possibilit di autoinganno. Ricordo bene che mi ripetevo ogni momento questa motivazione quando, a casa mia, venivo ammonito con insistenza a non dedicarmi ad altro, a concentrarmi soltanto sulla chimica. Niente avrei conosciuto tanto a fondo quanto la chimica, di cui non sapevo quasi nulla. Questo era il sacrificio con cui volevo espiare la mia colpevole ignoranza, mentre la medicina, cui avevo rinunciato, era il dono che facevo a mio fratello per dimostrargli il mio amore. Georg era parte di me, insieme avremmo dato fondo a tutto lo scibile umano, e allora nulla avrebbe potuto separarci mai pi. L'accecamento di Sansone. Fra le accuse che in quell'anno mi venivano rivolte pi spesso ce n'era una che mi dava del filo da torcere: io non sapevo come va il mondo, ero accecato, non volevo saperlo. Mi ero messo i paraocchi ed ero deciso a non togliermeli mai. Ero sempre alla ricerca delle cose che avevo conosciuto attraverso i libri. Vuoi che mi limitassi a un solo tipo di libri, vuoi che ne ricavassi le cose sbagliate - fatto sta che ogni tentativo di parlare con me di come va il mondo in concreto era condannato al fallimento. -Per te o le cose si pongono sul piano dei grandi princpi morali, oppure non ti interessano. La parola libert, che ti piace cos tanto, in bocca tua una vera barzelletta. Non esiste al mondo una persona meno libera di te. Sei incapace di porti di fronte a un fatto con animo

imparziale, senza tirar subito fuori tutti i tuoi pregiudizi, tant' che alla fine il fatto non si vede pi. E questo, alla tua et, non sarebbe poi cos grave, se non ci fosse questa ostinata resistenza, questa tua caparbiet, il tuo fermo proposito di lasciare le cose come stanno, senza modificarle di una virgola. Tu di tutto ci che sviluppo, maturazione graduale, miglioramento, e soprattutto sforzo di essere utili agli altri, con tutti i tuoi paroloni, non hai davvero la pi pallida idea. Il male di fondo il tuo accecamento. Forse avrai anche imparato qualcosa da Michael Kohlhaas. Solo che tu non sei un caso interessante. Lui ha pur dovuto mettersi a fare qualcosa, a un certo punto. E tu, che cosa fai? . S, era vero, non volevo imparare come va il mondo. Avevo la sensazione che basti guardare e capire qualcosa di riprovevole per diventarne corresponsabile. Non volevo imparare, se imparare significa esser costretti a percorrere quella via. Era dall'apprendimento per imitazione che io mi difendevo. Mi difendevo coi paraocchi, in questo la mamma aveva ragione. Non appena mi accorgevo che qualcuno mi consigliava qualcosa soltanto perch nel mondo si usava cos, io m'impuntavo, come se non capissi quel che la gente pretendeva da me. Ma per altre vie arrivavo lo stesso vicino alla realt, molto pi vicino di quanto supponesse la mamma, e forse, a quell'epoca, di quanto io stesso potessi immaginare. Una via verso la realt, infatti, passa attraverso le immagini. (*) Non (*) Bilder: -immagini ma anche -quadri [N'd'T']. credo che ne esista una migliore. Ci teniamo stretti a ci che non muta e cos riusciamo a far affiorare ci che muta perennemente. Le immagini sono reti, quel che vi appare la pesca che rimane. Qualcosa scivola via e qualcosa va a male, ma uno riprova, le reti le portiamo con noi, le gettiamo e, via via che pescano, diventano pi forti. E' importante, per, che queste immagini esistano anche al di fuori della persona, in lui sono anch'esse soggette al mutamento. Deve esserci un luogo dove uno possa ritrovarle intatte, e non uno solo di noi, ma chiunque si senta nell'incertezza.

Quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire dell'esperienza, ci rivolgiamo a un'immagine. Allora l'esperienza si ferma, e la guardiamo in faccia. Allora ci acquietiamo nella conoscenza della realt, che nostra, anche se qui era stata prefigurata per noi. Apparentemente, essa potrebbe esistere anche senza di noi. Ma questa apparenza ingannevole, l'immagine ha bisogno della nostra esperienza, per destarsi. Cos si spiega che certe immagini rimangano assopite per generazioni: nessuno stato capace di guardarle con l'esperienza che avrebbe potuto ridestarle. Forte si sente colui che trova le immagini di cui la sua esperienza ha bisogno. Saranno molte, ma non possono essere troppe, perch la loro funzione consiste proprio nel tenere insieme la realt, che altrimenti si disperderebbe in mille rivoli. E neanche dovrebbe essere un'unica immagine, che fa violenza a chi la possiede, non lo abbandona e gli impedisce di trasformarsi. Sono molte le immagini di cui abbiamo bisogno, se vogliamo una vita nostra, e se le troviamo presto, non troppo di noi andr perduto. Io ho avuto la fortuna di trovarmi a Vienna, quando pi avevo bisogno di queste immagini. Contro la falsa realt con cui mi sentivo minacciato, la realt della piattezza, della rigidezza, dell'utile, dell'angustia, dovevo trovare l'altra realt, che era vasta a sufficienza perch potessi dominare anche le sue durezze, senza soccombere. Capitai davanti ai quadri di Brueghel. Il luogo in cui li vidi per la prima volta non era la vera sede di quelle meraviglie, il Kunsthistorisches Museum. Fra una lezione e l'altra all'Istituto di Fisica o di Chimica trovavo il tempo di fare una capatina a palazzo Liechtenstein. Dalla Boltzmanngasse scendevo in quattro salti la scalinata dello Strudlhof, e subito mi trovavo in quella meravigliosa pinacoteca, che oggi non esiste pi. Fu l che vidi i miei primi Brueghel. Che importa se erano delle copie? Vorrei proprio vedere l'uomo imperturbabile, senza sensi e senza nervi, che trovandosi improvvisamente di fronte a quei quadri si domandasse: saranno copie o

originali? Se anche fossero state copie di copie, io non ci avrei proprio fatto caso, perch erano La parabola dei ciechi e Il trionfo della morte. Tutti i ciechi che ho visto in seguito sono usciti dal primo di quei due quadri. L'idea della cecit mi perseguitava sin da quando, nei primi anni dell'infanzia, mi ero preso il morbillo e per qualche giorno avevo perso la vista. Ed ecco ora sei uomini ciechi, in una fila storta, che si tengono uniti gli uni agli altri per il bastone o per la spalla. Il primo, che li guida, gi finito nel fossato, il secondo, che sta per cadergli addosso, ha la faccia rivolta verso lo spettatore: le orbite sono vuote e la bocca, aperta per lo spavento, scopre i denti. Tra lui e il terzo la distanza maggiore che tra gli altri, entrambi stringono ancora saldamente nella mano il bastone che li unisce, ma il terzo ha avvertito uno scarto, un movimento incerto, ed esitando appena si sta alzando sulla punta dei piedi, il suo volto, che visto di profilo - un solo occhio cieco -, non tradisce paura ma un accenno di domanda, mentre dietro di lui il quarto, che ancora fiducioso, appoggia la mano sulla sua spalla e ha il viso rivolto in su, verso il cielo. La bocca spalancata, come se in essa egli sperasse di ricevere dall'alto qualcosa che agli occhi non concesso. Il lungo bastone nella mano destra soltanto suo, ma egli non vi si appoggia. Di tutti e sei quello con la fede pi salda, fiducioso sino al rosso delle calze, e gli ultimi due, dietro di lui, seguono devotamente i suoi passi, ognuno ricalcando le orme di quello che lo precede. Anch'essi hanno la bocca aperta, di meno, per, il fossato lontano, non si aspettano e non temono nulla e non hanno domande da fare. Se tutto non dipendesse a tal punto da quegli occhi ciechi, ci sarebbe qualcosa da dire sulle dita dei sei, che afferrano e toccano in modo diverso da coloro che vedono; e anche i piedi sentono il terreno in maniera diversa. Quest'unico quadro sarebbe bastato per riempire una pinacoteca, ma subito dopo mi trovai inaspettatamente davanti - sento ancora oggi lo shock -

Il trionfo della morte. Centinaia di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con s un numero altrettanto grande di uomini vivi: sono figure d'ogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano pi vivi di loro. La vitalit dei morti, se cos vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con s. I morti non si distraggono, non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti un'unica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno disposto a cederla spontaneamente. L'energia di questa difesa, variata in cento modi, passata dentro di me, da allora mi sono spesso sentito come se fossi io tutti quegli uomini che lottano contro la morte. Capivo che si trattava di massa, da una parte come dall'altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perci si deve pensare a essi tutti. Qui, vero, la morte ancora trionfa; ma l'effetto non quello di una battaglia che ormai vinta una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e, se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l'esito sar sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella mia lotta. Ogni altro Brueghel che ho poi visto al Kunsthistorisches Museum vi ha aggiunto un nuovo pezzo di realt, e ogni volta stato un dono, un dono perenne. Sono stato centinaia di volte davanti a ogni quadro di Brueghel, li conosco tutti come le persone che mi sono pi care, e fra i libri che avevo progettato e che mi rimprovero di non aver portato a termine ce n' anche

uno che contiene tutte le mie esperienze con Brueghel. Ma non furono questi i primi quadri che andai a cercare. A Francoforte, per arrivare allo St delsches Kunstinstitut, si deve attraversare il Meno. Contemplavo il fiume e la citt, e poi respiravo profondamente, per trovare il coraggio di affrontare la cosa terribile che mi attendeva. Sansone accecato dai Filistei, il grande quadro di Rembrandt, mi spaventava, mi torturava e m'incatenava l. Vedevo quella scena come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi: e poich raffigurava l'attimo in cui Sansone privato della vista, essere testimoni in quel caso era davvero raccapricciante. Davanti ai ciechi avevo sempre sentito un particolare malessere, e non li avevo mai fissati a lungo, pur essendone affascinato. Poich non potevano vedermi, davanti a loro mi sentivo in colpa. Ma qui non era raffigurata la loro condizione, la cecit, bens l'accecamento. Ecco Sansone disteso, il petto nudo, la camicia tirata gi, il piede destro sollevato di sbieco a mezz'aria, le dita rattrappite da un dolore folle. Un soldato con elmo e corazza, chino su di lui, gli ha piantato il ferro nell'occhio destro, il sangue gli sprizza sulla fronte, i capelli di Sansone sono tagliati corti, sotto di lui c' un soldato che gli tiene ferma la testa contro il ferro. Un altro scherano occupa la parte sinistra del quadro. E' piantato a gambe larghe, piegato su Sansone, e impugna con tutte e due le mani l'alabarda, puntandola verso l'occhio sinistro di Sansone, che rimane spasmodicamente chiuso. L'alabarda attraversa met del quadro, la minaccia dell'accecamento che sar ripetuto. Sansone ha due occhi come tutti, ma dello sgherro che impugna l'alabarda si vede un occhio soltanto; quell'occhio, fissando il volto imbrattato di sangue di Sansone, tutto concentrato nel compimento dell'opera. La luce, che scaturisce da un punto esterno al gruppo in cui tutto accade, investe Sansone in pieno. E' impossibile distogliere lo sguardo, l'accecamento non ancora ma sta per diventare cecit, non ci si pu aspettare clemenza o misericordia.

L'accecamento vuol essere visto, e chi lo ha visto una volta sa per sempre che cosa vuol dire, e dovunque si trovi continua a vederlo. Ci sono due occhi, nel quadro, che sono fissi sull'accecamento, non lo lasciano un istante, sono gli occhi di Dalila che fugge trionfante, in una mano le forbici, nell'altra i capelli recisi di Sansone. Ha paura dell'uomo di cui stringe i capelli? Vuole sfuggire a quell'unico occhio che a Sansone rimasto, sia pure per poco? Dalila guarda indietro verso Sansone, sul suo volto si legge l'odio e la tensione omicida, su di esso cade copiosa la luce, proprio come sul volto dell'accecato. La bocca di Dalila semiaperta: -I Filistei ti sono addosso, Sansone! ha appena gridato. Sansone capisce la lingua di Dalila? Comprende certo la parola Filistei, il nome della gente di lei, la stessa gente che egli ha vinto e ucciso. Fra la prima mutilazione e la seconda Dalila guarda ancora verso di lui, non risparmier l'occhio rimasto, non grider -Grazia! , non si getter davanti al coltello, non ricoprir il volto di Sansone con i capelli che tiene in mano per restituirgli la forza di un tempo. Che cosa sta fissando il suo sguardo rivolto indietro? L'occhio accecato e quello che sta per esserlo. E' in attesa che il ferro colpisca ancora. La volont di Dalila muove l'intera scena. Gli uomini con la corazza, l'uomo con l'alabarda sono i suoi scherani. Dalila ha privato Sansone della sua forza, Dalila tiene in pugno la forza di Sansone e lo odia e lo teme ancora, e fintanto che pensa al suo accecamento continuer a odiarlo, e per questo, per odiarlo sempre, ci penser in eterno. Questo quadro, di fronte al quale ho sostato tante volte, mi ha insegnato che cos' l'odio. Lo avevo provato molto presto, l'odio, assai troppo presto, a cinque anni, quando volevo uccidere con la scure la mia compagna di giochi. Ma questo non significa ancora sapere ci che si provato, per riconoscerlo occorre che esso appaia davanti ai nostri occhi, ma in altri. Reale diventa soltanto ci che riconosciamo perch gi lo abbiamo vissuto. Prima esso giace in noi, senza che possiamo nominarlo, poi

improvvisamente si erge come immagine, e allora ci che accaduto agli altri prende corpo in noi come ricordo: ora reale. Prime glorie intellettuali. I giovani che frequentavo avevano una cosa in comune, anche se per tutto il resto erano assai diversi tra loro: si interessavano soltanto a questioni intellettuali. Sapevano perfettamente tutto ci che c'era scritto sui giornali, ma si emozionavano soltanto quando parlavano di libri. Alcuni libri, pochi, erano al centro dell'attenzione, sarebbe stato riprovevole non conoscerli. Tuttavia non si pu dire che i nostri discorsi ripetessero, in qualsiasi forma, un'opinione corrente o dominante; ciascuno leggeva quei libri per conto suo, ne recitava dei passi di fronte agli altri, ne citava lunghi brani a memoria. Le critiche non solo erano ammesse, ma anzi desiderate, ci si sforzava di scoprire i punti deboli che potessero far vacillare la pubblica reputazione di un libro; e sviscerando con passione ciascuno di quei punti, grande importanza veniva attribuita alla logica, alla prontezza e all'arguzia. A parte tutto ci che era stato stabilito una volta per tutte da Karl Kraus, nulla era incrollabile, e anzi ci piaceva moltissimo trovar da ridire su tutte le opinioni che con troppa facilit e rapidit avevano avuto successo. I libri che contavano davvero erano quelli che lasciavano pi spazio alla discussione. I tempi della massima influenza di Spengler, dei quali ero stato testimone alle tavolate della pensione di Francoforte, sembravano ormai lontani; o forse a Vienna l'influenza di Spengler non era mai stata altrettanto decisiva. Tuttavia, una nota di pessimismo era presente inconfondibilmente anche qui. Sesso e carattere di Otto Weininger bench apparso ormai da vent'anni entrava ancora in ogni discussione. Tutti i libri pacifisti che avevo amato a Zurigo, durante la guerra, erano ormai messi in ombra da Gli ultimi giorni dell'umanit. La letteratura del decadentismo non contava pi nulla. Hermann Bahr era ormai fuori gioco, aveva recitato troppe parti, in nessuna delle quali, ormai, veniva pi preso sul serio.

L'atteggiamento che gli scrittori avevano tenuto nei confronti della guerra, e soprattutto durante la guerra, influiva in modo decisivo sul loro prestigio. Il nome di Schnitzler, per esempio, non veniva attaccato, pur non essendo Schnitzler particolarmente attuale, nessuno si permetteva di deriderlo, perch egli - a differenza di tanti altri - non si era mai piegato alla propaganda bellica. Non era certo un momento favorevole per la Vecchia Austria. La monarchia, or ora andata in pezzi, era ormai screditata, e monarchiche, mi dicevano, erano rimaste soltanto le beghine. Della mutilazione dell'Austria e della strana sopravvivenza di Vienna - una capitale ormai troppo grande - come una sorta di -idrocefalo erano tutti ben consapevoli. Ma non per questo si rinunciava alle pretese intellettuali di una vera metropoli. La gente s'interessava ancora a tutto ci che accadeva nel mondo, proprio come se il mondo fosse in trepida attesa di quel che si pensava a Vienna, e restava fedele al gusto tipicamente viennese, alle tradizioni viennesi, soprattutto in campo musicale. Che si fosse portati o no per la musica, ai concerti si andava lo stesso, anche nei posti in piedi. Il culto di Gustav Mahler, che nel resto del mondo era ancora relativamente sconosciuto come compositore, a Vienna aveva gi raggiunto un suo primo apice: la sua grandezza era incontestata. Non c'era quasi conversazione nella quale non venisse fuori il nome di Freud, un nome non meno compatto di quello di Karl Kraus, con quel cupo dittongo e la -d finale, ma certo pi attraente quanto a significato. (*) Erano allora in circolazione tutta una serie di nomi monosillabici, che sarebbero bastati per le esigenze pi diverse, ma Freud era un caso particolare: alcune parole da lui create erano gi entrate nell'uso comune. Dai personaggi pi autorevoli del mondo universitario era ancora sdegnosamente ignorato. Ma gli atti mancati, in compenso, erano diventati una specie di gioco di societ. Per poter usare spesso quel termine cos amato, la gente li produceva in serie; in ogni conversazione, per quanto assai animata e apparentemente del (*) Freude: -gioia , Kraus:

-crespo , -irto [N'd'T']. tutto spontanea, lo si poteva indovinare sulla bocca del proprio interlocutore: ora viene un atto mancato. E subito dopo l'atto mancato era l materializzato, e si poteva procedere compiaciuti alla sua spiegazione, svelando quali processi l'avevano generato; in quel modo si poteva parlare di s all'infinito, senza stancarsi n dare l'impressione d'insistere in modo inopportuno sulle proprie faccende private: si stava anzi contribuendo a chiarire un fenomeno di interesse generale, anzi di interesse scientifico. Comunque, me ne accorsi ben presto, questa era la parte pi illuminante della dottrina freudiana. Quando si parlava di atti mancati, non avevo mai la sensazione che qualcosa venisse fatto rientrare a tutti i costi in uno schema preordinato e sempre uguale a se stesso, che, perci, veniva presto a noia. E poi i suoi atti mancati ciascuno li inventava a modo suo. Capitavano episodi divertenti, qualche volta sfuggiva persino un vero atto mancato che, evidentemente, non era stato programmato. Con i complessi di Edipo, invece, la situazione era diversa. Sui complessi di Edipo tutti si accapigliavano, ognuno voleva il suo, oppure venivano usati per scagliarsi contro i presenti. Ogni volta che partecipavi a una riunione mondana potevi metterti l'animo in pace: o il tuo complesso di Edipo lo menzionavi da te, oppure trovavi qualcun altro che, dopo averti lanciato un'occhiata impietosa e penetrante, t'inchiodava al tuo Edipo. In un modo o nell'altro a ciascuno (anche ai figli postumi) toccava il suo Edipo, e alla fine si ritrovavano tutti ugualmente colpevoli, potenzialmente erano tutti gli amanti della propria madre e gli assassini del proprio padre, ciascuno, nell'alone mitico di quel nome, diventava un re di Tebe in incognito. Io avevo i miei dubbi sull'intera faccenda, forse perch, sin da bambino, avevo conosciuto una forma di gelosia omicida e mi rendevo ben conto che le sue motivazioni erano affatto diverse. Ma anche se uno degli innumerevoli sostenitori di quella teoria freudiana fosse riuscito a persuadermi che essa era

universalmente valida, mai e poi mai avrei accettato di chiamarla con quel nome. Sapevo chi era Edipo, avevo letto Sofocle, nessuno mi poteva defraudare dell'inaudita mostruosit di quel destino. Quando arrivai a Vienna, quel destino era stato ridotto a una tiritera che tutti ripetevano, tutti, nessuno escluso, nemmeno il pi altero spregiatore della plebe si sentiva superiore all'-Edipo freudiano. Bisogna ammettere, tuttavia, che perdurava ancora l'effetto della guerra appena conclusa. Nessuno poteva dimenticare le manifestazioni di ferocia omicida di cui era stato personalmente testimone. Molti vi avevano partecipato attivamente, e adesso erano tornati. Costoro sapevano bene di quali atrocit erano stati capaci - per obbedire agli ordini - e ora si aggrappavano avidamente a tutte le spiegazioni che la psicoanalisi metteva a disposizione riguardo alle loro inclinazioni omicide. La banalit della coazione collettiva alla quale si erano assoggettati si rispecchiava nella banalit di quella spiegazione. Gi il solo constatare che chiunque beneficiasse del complesso edipico diventava immediatamente un essere inoffensivo faceva davvero uno strano effetto. Moltiplicandosi per mille, anche il destino pi spaventoso si volatilizza, si riduce a un granellino di sabbia. Il mito penetra nell'uomo, lo afferra alla gola, lo scuote. Ma la -legge di natura a cui il mito viene ridotto non altro che il piffero che lo fa ballare alla sua musichetta. I giovani che frequentavo io non erano mai stati in guerra. Ma andavano tutti alle pubbliche letture di Karl Kraus e conoscevano - a memoria, si potrebbe dire - Gli ultimi giorni dell'umanit. Era questo il loro modo di fare i conti con la guerra, che certo aveva offuscato la loro giovinezza, e per conoscere la guerra difficile indicare un metodo pi concentrato e al tempo stesso pi legittimo. Cos quei giovani avevano sempre la guerra davanti agli occhi, e dato che nessuno di loro era scampato ai suoi pericoli e quindi non c'era ragione di volerla dimenticare, il pensiero della guerra li occupava di continuo. Quei giovani non studiavano la struttura psicologica degli uomini

in quanto massa, la struttura che li aveva spinti ad andare in guerra docilmente, con entusiasmo, e che ancora adesso, parecchi anni dopo la sconfitta, li rendeva - sia pure in modo diverso - prigionieri della guerra. Su queste cose non era stato detto quasi nulla, una teoria di questi fenomeni ancora non esisteva. Ci che Freud sosteneva in proposito come avrei constatato di l a breve era del tutto inadeguato. Perci quei giovani si accontentavano della psicologia dei processi individuali, cos come Freud la offriva, con quella sua incrollabile sicurezza di s. Potevo dire qualsiasi cosa sull'enigma della massa, il mio rompicapo fin dall'epoca di Francoforte: a quei giovani sembrava impossibile discutere con me su quel tema, perch mancavano le formule intellettuali per farlo. I fatti non riconducibili a una formula per loro non esistevano, non erano altro, sicuramente, che una mia fantasia, del tutto priva di consistenza, altrimenti o Freud o Kraus ne avrebbero pur parlato, in un modo o nell'altro. Non c'era nulla, per il momento, che potesse colmare la lacuna che avvertivo. Ma non molto tempo dopo, nell'inverno immediatamente successivo del 1924-1925, ebbi l'-illuminazione che determin tutto il resto della mia vita. Devo proprio chiamarla -illuminazione , perch fu un'esperienza legata a una luce particolare; ci che mi invest all'improvviso fu un sentimento di violenta espansione. Camminavo svelto, con insolita energia, in una strada di Vienna, camminai per tutto il tempo dell'-illuminazione . Non ho mai dimenticato quel che mi accadde quella notte. L'-illuminazione mi rimasta nella memoria come un fatto istantaneo; dopo cinquantacinque anni (tanti ne sono passati esattamente) la sento ancora come qualcosa che in me non si esaurito. Il contenuto intellettuale della mia illuminazione cos semplice e scarno che il suo effetto sembrerebbe inspiegabile; eppure da essa ho tratto, come da una rivelazione, la forza per dedicare trentacinque anni della mia vita e, fra questi, venti anni interi, al tentativo di chiarire che cos' veramente la massa, come il potere

nasca dalla massa e come, a sua volta, esso agisca sulla massa. Allora non mi rendevo conto di quanto la natura della mia impresa dipendesse dal fatto che a Vienna esisteva un uomo come Freud: il solo fatto che di lui si parlasse cos tanto gi significava che ciascuno pu giungere da solo, per propria decisione e volont, a spiegare le cose. Poich le idee di Freud non mi bastavano (non spiegavano la cosa per me pi importante), ero onestamente e ingenuamente convinto di dover battere strade diverse, del tutto indipendenti da Freud. Avevo bisogno di Freud come avversario, questo mi era chiaro anche allora. Ma che lo usassi inoltre come una specie di modello, nessuno sarebbe riuscito a farmelo accettare. L'illuminazione che ricordo con tanta chiarezza ebbe luogo nella Alserstrasse. Era notte, nel cielo mi colpiva il riverbero rosso della citt, lo contemplavo guardando in alto. Dato che non facevo attenzione a dove mettevo i piedi, incespicai lievemente pi volte e, proprio mentre stavo incespicando, la testa in su, il cielo rosso sopra di me (che in realt cos non mi piaceva), mi balen improvvisamente l'idea che esistesse una pulsione di massa in perpetuo contrasto con la pulsione della personalit e che tutto il corso della storia umana potesse essere spiegato mediante il conflitto fra queste due pulsioni. Magari non sar stata un'idea nuova; ma per me lo era, perch mi colp con violenza inaudita. Mi sembrava che tutto ci che stava capitando nel mondo si potesse ricondurre a quel principio. La massa esisteva: l'avevo gi constatato a Francoforte, e a Vienna l'avevo sperimentato di nuovo; qualcosa costringeva gli uomini a farsi massa, era un fatto evidente, inconfutabile; poi la massa si scomponeva di nuovo nei singoli, questo era altrettanto evidente; e cos pure che quei singoli aspiravano a ridiventare massa. Esisteva una tendenza che spingeva gli uomini verso la massa e una tendenza che li allontanava dalla massa, su ci non avevo dubbi, mi sembravano due tendenze cos forti e cos cieche che le percepivo come -pulsioni , e cos le chiamai. Ma che cosa fosse la massa in s, questo non lo sapevo, era un

enigma che allora mi proposi di risolvere, mi sembrava l'enigma pi importante, e comunque quello che subito risalta nel nostro mondo. Ma come suona fiacco, estenuato, esangue quello che vado dicendo. Ho parlato di -violenza inaudita : fu proprio cos, perch l'energia che ad un tratto mi pervase mi costrinse a camminare pi in fretta, quasi a passo di corsa. Sfrecciai per la Alserstrasse, la percorsi fino alla circonvallazione in tutta la sua lunghezza e mi sembr di averci messo un attimo, avevo un ronzio nelle orecchie, il cielo, immutato, era ancora rosso, come se quel colore gli fosse stato assegnato per l'eternit; di nuovo incespicai, ma senza mai cadere, inciampare era una parte integrante di quel mio moto. L'esperienza di un movimento come quello non l'ho avuta mai pi, e neanche me la sarei augurata: era un movimento troppo strano, troppo estraneo a me, molto pi rapido del consueto; era un'estraneit che veniva da dentro, ma che io non dominavo. Patriarchi. L'aspetto esotico di Veza lo notavano tutti, ovunque andasse dava nell'occhio. Un'andalusa che non era mai stata a Siviglia, ma di Siviglia parlava come se ci fosse nata e cresciuta. Ciascuno di noi l'aveva gi incontrata nelle Mille e una notte, sin da quando aveva preso in mano quel libro per la prima volta. Nelle miniature persiane era un'immagine familiare. Eppure, nonostante quest'ubiquit orientale, non era una figura di sogno, l'immagine di Veza era ben definita, il suo aspetto non si offuscava, non si dissolveva, manteneva chiari i suoi contorni e la sua luminosit. Alla sua bellezza, che lasciava senza parole, opponevo una forte resistenza. Giovane e inesperto, appena uscito dall'adolescenza, sgraziato e maldestro, di fronte a lei mi sentivo un Calibano, nonostante la mia giovine et, ero goffo, insicuro, dai modi grossolani, incapace per di servirmi in sua presenza di quella che era forse la mia unica risorsa: la parola; cos, prima di incontrarla provai a escogitare le ingiurie pi assurde che dovevano servirmi da corazza contro di lei. -Affettata era

di tutte la pi lieve; -sdolcinata , mi dicevo, -ricercata , era solo una -principessa che sapeva usare met del linguaggio, la met raffinata, una donna lontana da tutto ci che autentico, spietato, severo e inflessibile. Eppure, per confutare quelle accuse, bastava ripensare alla lettura del 17 aprile. La sala non aveva acclamato Karl Kraus per la sua raffinatezza, ma per la sua severit, e durante l'intervallo, quando l'avevo conosciuta, Veza mi era parsa composta e piena di dignit, e non aveva cercato alcun pretesto per sottrarsi alla seconda parte del programma. Da allora a ogni lettura - ormai non ne perdevo una - la cercavo furtivamente con lo sguardo, e la trovavo sempre. La salutavo da lontano, non avevo mai osato avvicinarmi, ed ero costernato quando lei non mi notava; ma Veza per lo pi rispondeva al mio saluto. Anche l dava nell'occhio, era la figura pi esotica di quell'uditorio. Poich sedeva sempre in prima fila, certamente Karl Kraus l'aveva notata. Mi sorpresi a domandarmi quale impressione ne avesse lui. Non applaudiva mai, neppure questo poteva essergli sfuggito. Ogni volta era l, allo stesso posto: un omaggio cui neppure Kraus poteva essere indifferente. Gi in quel primo anno, durante il quale, nonostante il suo invito, non mi arrischiai a farle visita, provai una crescente irritazione per quel posto in prima fila. Ma poich non comprendevo da che cosa derivasse quella mia irritazione, mi inventavo le ragioni pi stravaganti. Lass la voce arrivava troppo forte, non si poteva resistere a quei crescendo improvvisi. Come non sprofondare sotto terra per il pudore e la vergogna davanti a certi personaggi degli Ultimi giorni dell'umanit? E come faceva quando non riusciva a frenare le lacrime, ascoltando I tessitori o il Re Lear? Come poteva sopportare che Kraus la vedesse piangere? Ma forse voleva proprio questo! Che fosse fiera dell'effetto che su di lei avevano le parole di Kraus? Era un atto di adulazione mettersi a piangere davanti a tutti? Eppure, di questo ero sicuro, non era affatto una donna sfacciata, avevo anzi l'impressione che fosse estremamente pudica, pi di chiunque

altro; e invece, davanti a Karl Kraus, ostentava ogni suo sentimento, ogni sua reazione a quel che aveva appena udito. Al termine della lettura, Veza non si avvicinava al podio; mentre molti cercavano di farsi avanti, lei no, restava in piedi e guardava, nient'altro. Anch'io, dopo le letture, ero sempre talmente scosso e turbato che rimanevo nella sala ancora per un bel po' e applaudivo in piedi, finch mi dolevano le mani. In quello stato la perdevo di vista, senza i suoi capelli nerissimi, quasi blu, e quella nitida scriminatura non sarei riuscito a ritrovarla. Finita la lettura, Veza non faceva nulla in cui io potessi cogliere una mancanza di dignit. Non restava nella sala pi a lungo di tanti altri, e quando Kraus veniva a fare l'inchino, Veza non era fra gli ultimissimi. Forse ci che cercavo era proprio la sua approvazione; dopo ognuna di quelle letture, che si trattasse dei Tessitori, del Timone o degli Ultimi giorni dell'umanit, l'eccitazione durava a lungo, le letture di Kraus erano i momenti culminanti della mia esistenza. Vivevo nella trepida attesa di quei momenti, ci che mi accadeva nel frattempo giaceva in un mondo profano. In sala me ne stavo da solo, non parlavo con nessuno, e facevo in modo di essere solo anche nel momento di lasciare la sala. Osservavo Veza per evitarla, non sapevo quanto grande fosse il mio desiderio di sedere al suo fianco. Finch lei stava in prima fila, sotto gli occhi di tutti, mi sarebbe stato comunque assolutamente impossibile. Ero geloso del dio che mi riempiva tutto; bench dinanzi a lui non cercassi affatto di chiudermi, in nessuna parte di me, bench ogni poro della mia pelle fosse aperto per lui, non volevo concedergli quella esotica creatura coi capelli neri e la riga in mezzo, che sempre gli sedeva cos vicino e rideva e piangeva per lui, piegandosi sotto il turbine della sua eloquenza. Avrei voluto star seduto accanto a lei, ma non l davanti, soltanto dove il dio non potesse vederla, e noi due, io e lei, potessimo raccontarci con gli sguardi l'effetto che ci facevano le sue parole. Sin da quel periodo, quando ancora

mi aggrappavo all'orgogliosa risoluzione di non andare a trovarla, ero geloso di Veza e non sospettavo affatto che stavo radunando le mie forze per rapirla al dio. A casa mi sembrava di soffocare sotto le persecuzioni della mamma, provocate dal mio comportamento; ma intanto vedevo davanti a me l'istante in cui avrei suonato alla porta di Veza. Ricacciavo quel pensiero lontano da me come un oggetto, ma esso mi veniva ancora pi vicino. Per non cedere, mi mettevo a pensare agli Asriel, e al diluvio di chiacchiere che mi avrebbe investito. -Com' andata? Che cosa ha detto? Proprio come pensavo! Quello non le piace. E' naturale . Sentivo gi gli ammonimenti della mamma, che sarebbe venuta a sapere tutto in un baleno. Nelle domande e nelle risposte che andavo immaginando anticipai quel che poi accadde davvero. Mentre continuavo a evitare scrupolosamente di avvicinarmi a Veza e non riuscivo a escogitare nulla da dirle che non fosse o troppo grossolano o troppo insulso, gi mi figuravo tutti i discorsi maligni e odiosi che in seguito avrei sentito sul suo conto nella nostra casa. Avevo sempre saputo, a dispetto dei divieti che mi ero imposto, che un giorno o l'altro sarei andato a trovarla, e ogni volta che la vedevo alle conferenze di Kraus mi sentivo rafforzato in questa consapevolezza. Ma quando accadde davvero, in un pomeriggio libero, era passato pi di un anno dal giorno del suo invito. Nessuno lo venne a sapere, i miei piedi trovarono da soli la via per la Ferdinandstrasse, io mi rompevo la testa per trovare una spiegazione plausibile, che non suonasse n immatura n servile. Le sarebbe piaciuto essere inglese, aveva detto, che cosa poteva esserci di pi naturale, quindi, che farle qualche domanda sulla letteratura inglese? Avevo ascoltato da poco il Re Lear, una delle letture pi grandiose di Karl Kraus; di tutti i drammi di Shakespeare era quello che mi faceva pensare di pi. Non riuscivo a liberarmi dall'immagine del vecchio nella landa. Veza, di sicuro, lo sapeva tutto in inglese. C'era qualcosa nel Re Lear a cui non potevo rassegnarmi. Di questo volevo

parlarle. Quando suonai, Veza mi apr personalmente e mi salut come se mi stesse aspettando. L'avevo vista pochi giorni prima alla lettura, nella sala media del Konzerthaus. Per caso, cos pensavo io, le ero finito vicino e alla fine anch'io ero balzato in piedi applaudendo freneticamente. Mi ero comportato come un invasato, avevo alzato le braccia e battendo le mani avevo gridato -Evviva! Evviva Karl Kraus! . Non la finivo pi, nessuno la finiva pi, abbassai le mani soltanto quando cominciarono a farmi male e accanto a me notai una persona che se ne stava l come in trance, senza applaudire. Era lei, ma non sapevo se si era accorta di me. Attraverso il corridoio buio mi condusse nella sua stanza, dove fui accolto da una calda, luminosa atmosfera. Mi sedetti fra quadri e libri, ma senza osservarli con molta attenzione, perch lei si mise al tavolo, di fronte a me, e disse: -Lei non mi ha notato. Ero al Lear . Le dissi che l'avevo notata benissimo: perci ero venuto a trovarla. Poi le domandai perch Lear, alla fine, dovesse morire. Era vecchissimo, certo, aveva patito enormemente, sofferenze atroci, eppure avrei preferito uscire dalla sala con l'idea che egli avesse superato tutto e vivesse ancora. Lear doveva vivere per sempre. Se in un dramma moriva un altro eroe, un giovane, ero pronto ad accettarlo, soprattutto se era uno di quei tanti smargiassi o attaccabrighe che di solito, appunto, son chiamati eroi; ad essi concedevo di buon grado la morte: la loro fama era proprio dovuta al fatto che avevano dispensato la morte a piene mani. Ma Lear, che era gi cos vecchio, doveva diventare ancora pi vecchio. Non si sarebbe mai dovuto sapere che moriva. In quel dramma c'erano gi tanti morti. Almeno un personaggio doveva restare in vita e questi era lui. -Perch proprio lui? Non merita finalmente il riposo? . -La morte un castigo. Lear merita di vivere . -Proprio il pi vecchio? Il pi vecchio deve vivere ancora? Mentre tanti giovani l'hanno preceduto nella morte, e sono stati defraudati della vita? .

-Quando muore il pi vecchio muore pi vita. Muoiono tutti i suoi anni. Ci che si perde con lui molto di pi . -Allora lei vorrebbe che certa gente vivesse quanto i patriarchi della Bibbia? . -S! S! Lei no? . -No. Potrei fargliene vedere uno. Abita due porte pi in l. Pu anche darsi che si faccia vivo mentre lei ancora qui . -Lei sta alludendo al suo patrigno. Ne ho sentito parlare . -Non pu aver sentito nulla che si avvicini alla verit. La verit la conosciamo soltanto noi, mia madre ed io . Quel tema era venuto troppo in fretta, non avrebbe voluto parlarne subito. Era riuscita a proteggersi da lui nella propria stanza, nella propria atmosfera. Se avessi immaginato quanta fatica le era costata, forse avrei evitato l'argomento dei vecchi, che proprio perch ormai cos vecchi dovrebbero poter vivere per sempre. Ero giunto dal Re Lear a lei quasi come un cieco e, grato per aver vissuto al suo fianco un'esperienza meravigliosa, mi sentivo in dovere di parlargliene. Ero in debito verso Lear perch era stato Lear a condurmi da lei. Senza Lear ci avrei certo impiegato pi tempo ancora: ebbene, adesso ero seduto l, tutto preso da Lear, come avrei potuto non rendergli omaggio? Sapevo che cosa Shakespeare significava per lei, ero convinto che di nulla avrebbe parlato pi volentieri. Non mi era venuto in mente di farmi raccontare dei suoi viaggi in Inghilterra e lei non aveva pensato alla mia infanzia laggi. Eppure, al nostro primo incontro, mi aveva invitato proprio perch gliene parlassi. L'avevo colpita nel punto pi dolente, la vita con quel patrigno era per tutte e due, per sua madre e per lei, un vero tormento. Presto quell'uomo avrebbe compiuto novant'anni: ed ecco che arrivavo io a dirle - cos sembrava - che per un uomo cos vecchio la cosa migliore era vivere per sempre. La colpii cos profondamente durante la mia prima visita che poco ci manc che non fosse anche l'ultima. Fece uno sforzo per ricomporsi (aveva la sensazione di doversi giustificare per

essersi cos visibilmente spaventata) e mi raccont - con uno sforzo notevole - come aveva organizzato la sua vita in quell'inferno. L'appartamento in cui Veza viveva con la madre era composto da tre camere in fila abbastanza grandi, le cui finestre davano sulla Ferdinandstrasse. Era al piano ammezzato, piuttosto in basso, dalla strada era facile farsi sentire. Dalla porta di casa un corridoio portava alle stanze, che si aprivano sulla sinistra; a destra si trovavano la cucina e gli altri locali di servizio, e dietro la cucina una cameretta buia per la domestica, talmente nascosta che nessuno ci pensava mai. Delle tre stanze sulla sinistra, la prima era la camera da letto dei genitori. Il patrigno di Veza, un vecchio magrissimo di circa novant'anni, era sdraiato nel letto, oppure sedeva dritto, in vestaglia, nell'angolo davanti al fuoco. Poi veniva la camera da pranzo, usata, perlopi, soltanto quando c'erano ospiti. La terza era la camera di Veza, se l'era arredata secondo il suo gusto, coi colori che le piacevano, piena di libri e di quadri, seria e ariosa al tempo stesso; si entrava in quella stanza con un sospiro di sollievo e non la si lasciava volentieri, era talmente diversa dal resto della casa che quand'eri sulla soglia credevi di sognare. La soglia severa di un'oasi fiorita, che pochissimi potevano varcare. L'inquilina di quella stanza esercitava sugli altri un dominio che aveva dell'incredibile. Non era un dominio basato sul terrore, s'imponeva senza chiasso, a Veza bastava inarcare lievemente le sopracciglia per scacciare dalla soglia gli importuni. Il nemico principale era il patrigno, Mento Altaras. In epoche precedenti, delle quali non ero stato testimone, quando la lotta era ancora aperta, i confini non tracciati, e nessuno sapeva se la pace sarebbe mai stata fatta, il patrigno, di tanto in tanto, spalancava la porta all'improvviso e batteva pi volte minacciosamente sulla soglia con il suo bastone. Alto e allampanato, stava l in piedi nella sua vestaglia, la testa sottile, torva ed emaciata assomigliava a quella di Dante, del quale non aveva mai sentito

parlare. Poi, per qualche istante, smetteva di battere e lanciava spaventose minacce e maledizioni in lingua spagnola; e restava l, sulla soglia, un poco picchiando e un poco maledicendo, finch i suoi desideri, voleva arrosto o vino, non venivano soddisfatti. La figliastra, appena adolescente, aveva cercato di difendersi alla meglio chiudendo a chiave dal di dentro le due porte della sua stanza quella comunicante con la camera da pranzo e quella che dava nel corridoio. Poi, man mano che cresceva e diventava pi attraente, le chiavi cominciarono a sparire; quando il fabbro ne portava delle altre, sparivano anche quelle. La madre usciva, la domestica non sempre era in casa, e il vecchio, nonostante l'et, quando voleva fortemente qualcosa aveva la forza di tre uomini, e sarebbe stato capace di sopraffare la moglie, la figliastra e la domestica messe insieme. C'era di che aver paura. Madre e figlia non sopportavano l'idea di essere separate per sempre. Per poter restare nella casa della madre, Veza invent una tattica per domare il vecchio, una tattica che richiedeva una perspicacia, una forza e una perseveranza inaudite per una diciottenne. La tattica, consisteva in questo: se usciva dalla sua stanza, il vecchio non otteneva nulla. Poteva picchiare con il suo bastone, strepitare, imprecare, minacciare, tutto era vano. Nessuno gli dava n vino n arrosto finch non tornava in camera sua; poi, quando li chiedeva di nuovo, vino e arrosto arrivavano immediatamente. La figliastra, senza saper nulla di Pavlov, aveva inventato questo metodo pavloviano. Ci vollero parecchi mesi perch il vecchio si rassegnasse al suo destino. Se rinunciava alle sue aggressioni riceveva bistecche sempre pi succulente, e vini d'annata sempre pi pregiati. Ma se di nuovo si lasciava trascinare dall'ira e compariva urlando e maledicendo sulla soglia vietata, allora veniva punito, e fino a sera non riceveva nulla n da mangiare n da bere. Il vecchio aveva trascorso la maggior parte della sua vita a Serajevo. L da bambino vendeva pannocchie calde per le strade. Di

quei suoi inizi si parlava spesso. Essi risalivano alla met dell'altro secolo ed erano diventati il pezzo forte della sua leggenda, o meglio il suo preludio. Su quel che era successo dopo non si riusciva a sapere nulla, il salto era immenso, ma prima di ritirarsi, ormai vecchio, dai suoi affari, era diventato uno degli uomini pi ricchi di Serajevo e di tutta la Bosnia. Possedeva un'infinit di case (tutti dicevano che fossero quarantasette) e grandi boschi. I figli, che continuavano le sue attivit, facevano una vita da gran signori e non c'era da meravigliarsi che avessero voluto allontanare il vecchio da Serajevo. Egli pretendeva che vivessero in modo frugale e appartato, senza mettere in mostra la loro ricchezza. Era un uomo notoriamente avaro e duro di cuore, non dava mai un soldo in beneficenza, e questa era considerata una vergogna inaudita. Compariva di punto in bianco, inatteso, al grandi ricevimenti offerti dai suoi figli e usava il bastone per cacciare gli ospiti dalle loro case. I figli riuscirono a farlo risposare a Vienna (era vedovo e aveva ormai passato la settantina). Una vedova bellissima e molto pi giovane di lui, Rachel Caldern, fu l'esca a cui il vecchio non seppe resistere. Appena raggiunse Vienna, i figli si sentirono sollevati. Il maggiore acquist cosa, allora, poco comune - un aereo privato, che fece salire notevolmente il suo prestigio nella citt natale. Di tanto in tanto arrivava a Vienna e consegnava al padre spessi rotoli di banconote, il vecchio pretendeva che il denaro gli fosse dato in quella forma. Nei primi anni il vecchio usciva ancora da solo, non voleva che nessuno lo accompagnasse. Indossava un cappotto logoro che gli ballava addosso, un paio di pantaloni sdruciti, e teneva sempre nella mano sinistra un cappello sbrindellato che sembrava tirato fuori dal bidone della spazzatura; egli lo riponeva in un luogo segreto e non voleva che nessuno glielo pulisse. Non si capiva perch lo prendesse sempre con s, dal momento che non lo metteva mai. Un giorno la domestica torn a casa tutta tremante: disse che aveva appena

visto il signore all'angolo di una strada in un quartiere del centro, il cappello era rovesciato per terra davanti a lui, e in esso un passante aveva gettato una moneta. Non appena rincas, il vecchio fu messo alle strette e s'infuri a tal punto che temettero che ammazzasse la moglie con il pesante bastone che portava sempre con s. La moglie era una donna mite e affabile, che normalmente evitava di scontrarsi con lui; quella volta per non cedette. Gli prese il cappello e lo gett via. Rimasto senza cappello, il vecchio non and pi a chiedere l'elemosina, ma per uscire di casa continu a indossare il suo frusto cappotto e i pantaloni sdruciti. La domestica, che gli veniva mandata dietro per tenerlo d'occhio, lo seguiva per la lunga passeggiata fino al Naschmarkt. Ma aveva di lui una tale paura che l lo perdeva di vista. Il vecchio tornava a casa con un cartoccio pieno di pere e le mostrava trionfante alla moglie e alla figliastra: le aveva ricevute gratis da una donna del mercato, che non aveva voluto neppure un soldo; riusciva a darsi un'aria cos affamata e mal ridotta che le donne del Naschmarkt, tutt'altro che tenere, avevano compassione di lui e gli davano, di nascosto, della frutta che neanche era marcia. In casa aveva altro a cui badare: doveva nascondere gli spessi rotoli di banconote nella sua camera da letto, in modo da averli sempre a portata di mano. I materassi dei due letti ne erano pieni zeppi, fra il tappeto e il pavimento si era formato un secondo tappeto di carta moneta, di tutte le scarpe che aveva poteva metterne un solo paio: le altre le aveva riempite di banconote. Nel suo cassetto della biancheria c'era almeno una dozzina di paia di calze che nessuno poteva toccare e di cui egli controllava spesso il contenuto. Solo due paia, portate a turno, erano destinate al suo uso personale. Sua moglie riceveva per le spese di casa una somma settimanale, concordata con precisione con il figlio maggiore in un apposito incontro. Il vecchio aveva cercato di sottrargliene una parte, ma poich tutto ci aveva avuto delle ripercussioni sul suo vino e sul suo arrosto (ne divorava quantit

spropositate), alla fine aveva preferito lasciar perdere. Mangiava talmente tanto, e non solo all'ora dei pasti, che i familiari temevano per la sua salute. Sin dalla prima colazione pretendeva arrosto e vino; per lo spuntino delle dieci, ben prima dell'ora di pranzo, ancora vino e arrosto. Di contorno non voleva mai nulla; quando sua moglie, per evitare che mangiasse troppa carne, cercava di soddisfare il suo appetito offrendogli del riso o della verdura, lui con disprezzo mandava indietro il piatto e, se la moglie insisteva, dalla rabbia buttava tutto sul tappeto; mangiava soltanto la carne, la divorava in un baleno - ma gliene davano sempre troppo poca - ne voleva di pi, sempre di pi. La sua fame feroce, di quell'unico cibo sanguinolento, era quasi insaziabile. Sua moglie chiam un medico, un uomo pacato e pieno di esperienza, che veniva anche lui da Serajevo e del vecchio sapeva tutto, capiva la sua lingua e poteva servirsene per conversare a lungo con lui. Ma il medico non riusc a visitarlo. Non aveva bisogno di nulla, disse il vecchio, magro era sempre stato, la sua unica medicina era arrosto e vino, e se non gliene davano a volont sarebbe andato a mendicarlo per strada. Aveva notato che nulla faceva tanto spavento ai suoi familiari quanto quel suo vizio di chiedere l'elemosina. E infatti quella minaccia, che era seria, la presero sul serio. Il medico lo mise in guardia: se avesse continuato a mangiare in quel modo non sarebbe vissuto pi di due anni; come tutta risposta il vecchio gli lanci una tremenda maledizione. Voleva carne, nient'altro che carne, non aveva mai mangiato altro in vita sua, non aveva certo intenzione di farsi menare per il naso a ottant'anni, ya basta! Due anni dopo, al suo posto, mor il dottore. Il vecchio era sempre contento quando moriva qualcuno, ma quella volta la sua gioia fu tale che per diverse notti rimase sveglio festeggiando l'evento con arrosto e vino. Un secondo medico ripet lo stesso tentativo; non aveva nemmeno cinquant'anni ed era un tipo vigoroso e molto carnale, ma ebbe ancor meno fortuna del primo. Il vecchio gli

volt le spalle senza dire una parola e lo mand via senza prendersi neppure la briga di lanciargli una maledizione. Mor anche lui, come il predecessore; ma ci mise un po' di pi. Il vecchio non fece caso alla sua morte. Sopravvivere, ormai, era diventato per lui una seconda natura, aveva arrosto e vino a sufficienza per nutrirsi, che bisogno c'era di un altro medico come vittima sacrificale? In realt fecero ancora un tentativo, una volta che la moglie, ammalata, si lament con il proprio medico di quel che le toccava sopportare. Soffriva per la mancanza di sonno, suo marito si svegliava a met della notte e pretendeva il suo cibo. Da quando lui usciva meno, era ancora peggio. Il medico, un tipo temerario (ma forse ignorava il destino dei suoi due predecessori), volle a tutti i costi dare un'occhiata al vecchio, il quale, per l'appunto, stava divorando la sua bistecca al sangue nel letto a fianco, senza preoccuparsi affatto della moglie malata. Il medico lo invest, strappandogli il piatto di mano: Ma che cosa gli saltava in mente? La sua vita era in pericolo! Non sapeva che stava per diventare cieco? Allora, per la prima volta, il vecchio si spavent; ma la ragione dello spavento si chiar solo in seguito. Nel suo modo di nutrirsi nulla cambi. In compenso rinunci del tutto a uscire di casa e, di tanto in tanto, cominci a chiudersi a chiave in camera da letto per un'ora o due, cosa che prima non aveva mai fatto. Se qualcuno bussava, egli non rispondeva. Lo sentivano rovistare nel camino e, sapendo quanto fosse affascinato dal fuoco, supponevano che se ne stesse seduto davanti al camino a meditare: se avesse avuto voglia del solito cibo, certamente si sarebbe fatto vivo. Cos, infatti, avveniva regolarmente; ma una volta la figliastra, abituata com'era a giocare a nascondino con le proprie chiavi, prese con s la chiave della porta che separava la camera da letto dei genitori dalla sala da pranzo e di colpo, quando sent che il vecchio armeggiava nel camino, entr nella sua stanza. Lo trov con un rotolo di banconote in mano, che il patrigno gett nel fuoco sotto i suoi occhi; altri rotoli erano sparsi sul

pavimento l accanto, altri ancora erano ormai inceneriti nel camino. -Lasciami stare disse il vecchio, indicando i rotoli non bruciati sul pavimento. -Non ho tempo. Non ho ancora finito . Stava bruciando i suoi soldi per non lasciarli a nessuno, ma ne aveva talmente tanti che la stanza era ancora piena zeppa di banconote. Bruciare i soldi fu il primo segno di debolezza del vecchio Altaras. Quel terzo medico non era stato chiamato per lui ed egli l'aveva ricevuto senza interesse, come se la faccenda non lo riguardasse; consumando in sua presenza il solito pasto, voleva fargli capire quanto gli fossero indifferenti la moglie e le sue lamentele. Ma poi era rimasto impressionato dalla brutalit di quell'uomo, e si era spaventato davvero. Forse ogni tanto cominciava a dubitare di poter tirare avanti all'infinito; la minaccia ai suoi occhi, in ogni caso, l'aveva turbato. Tutte le volte che poteva, si metteva a contemplare il denaro e il fuoco - e ci che amava pi di ogni cosa era vedere l'uno dissolversi nell'altro. Una volta scoperto, non si diede pi la pena di chiudere a chiave e si dedic apertamente alla sua impresa. Per impedirglielo ci sarebbe voluta la forza di parecchi uomini. La moglie, impotente, non sapeva cosa fare, e cos, dopo averci pensato su per un po', scrisse al figlio maggiore del vecchio che viveva a Serajevo. Questi, malgrado la sua prodigalit, quando apprese che il padre aveva distrutto volontariamente tanto denaro, si precipit a Vienna e fece al vecchio un discorso molto serio. N Veza n sua madre seppero mai di che cosa l'avesse minacciato. Ma fu certamente una minaccia pi terribile del solitario ammonimento del medico forse l'interdizione e l'internamento in una clinica, dove avrebbe dovuto dire addio alla carne e al vino nelle quantit abituali. La minaccia, comunque, fu efficace. Il vecchio conserv nei suoi nascondigli i rotoli superstiti di banconote, ma non ne bruci pi e dovette sottoporsi a periodiche ispezioni nella sua stanza. Veza era riuscita a salvare l'aria che respirava (e aveva solo diciotto anni) dai colpi di bastone, dalle minacce e dalle maledizioni di

quell'uomo sinistro; ma tutto questo l'aveva segnata. Ormai capitava raramente che il vecchio comparisse sulla soglia della sua stanza. Un paio di volte al mese succedeva ancora che egli spalancasse la porta e a una certa distanza si ergesse, alto e allampanato, davanti ai visitatori di Veza, i quali rimanevano pi stupiti che spaventati. Pur tenendo in mano il bastone, non batteva, non imprecava, non minacciava pi: veniva a chiedere aiuto. Adesso era la paura a spingerlo davanti alla porta vietata. Diceva: -Mi hanno rubato i soldi. I soldi stanno bruciando . Siccome nessuno lo sopportava, viveva molte ore da solo, e ogni tanto lo assaliva un'angoscia tremenda che sempre si riferiva ai suoi soldi. Da quando non poteva pi bruciarli da s, ne veniva derubato: le fiamme invadevano la sua stanza, decise a prendersi con la forza i soldi che non venivano pi sacrificati spontaneamente. Egli non veniva mai quando Veza era sola, ma quando sentiva delle voci nella stanza di lei. Sentiva ancora bene, se Veza aveva ospiti se ne accorgeva subito. Il campanello alla porta, i passi davanti alla sua camera, le voci animate in corridoio e poi nella stanza di Veza, che parlavano in una lingua a lui sconosciuta, il fatto di non poter vedere chi fosse: tutto ci scatenava in lui il terrore che qualcuno tramasse segretamente un attentato contro il suo denaro. Nel primo periodo delle mie visite lo vidi due o tre volte e fui colpito dalla sua somiglianza con Dante. Era come se Dante fosse uscito dalla tomba. Avevamo appena parlato della Divina Commedia, quando di colpo la porta si apr e ce lo trovammo davanti, sembrava quasi avvolto in un lenzuolo e agitava il bastone, verso l'alto, non per difendersi, ma per accusare: -Me arrobaron las paras - mi hanno rubato i soldi! . No, non era Dante, ma piuttosto un personaggio del suo Inferno. Lo sfogo. Il 24 luglio 1925, la vigilia del mio ventesimo compleanno, ci fu lo sfogo. E' un argomento di cui da allora non ho mai parlato e mi riesce difficile farlo adesso. Avevo in programma un giro a piedi

attraverso le montagne del Karwendel insieme a Hans Asriel. Volevamo vivere nella maniera pi modesta possibile, dormendo nelle baite. Non sarebbe stata una grande spesa. Hans, che lavorava alle dipendenze del signor Brosig, fabbricante di articoli in pelle, era riuscito a risparmiare lo stretto necessario dal suo magro stipendio. Era attentissimo nelle spese, e ci era costretto, perch viveva con la madre, il fratello e la sorella in condizioni economiche assai precarie. Hans fece tutti i conti per il nostro giro, che sarebbe durato meno di una settimana. Dopo, forse, avremmo potuto fermarci da qualche parte per un'altra settimana, perch io volevo utilizzare quel periodo anche per lavorare, e precisamente per cominciare il mio libro sulla massa. A questo scopo preferivo starmene completamente solo in un posto qualsiasi fra le montagne, ma non ne parlai in modo esplicito, per non offendere Hans. Tanto pi minuziosi erano in compenso i nostri piani per il giro attraverso il Karwendel. Hans, che era un ragazzo assai metodico, computava, chino sulle carte, ogni tratto di strada e ogni vetta. Le prime settimane di luglio trascorsero in quei preparativi, su cui riferivo a casa durante l'ora dei pasti. La mamma ascoltava tutto senza dire n s n no; ma intanto io davo sempre maggiori particolari, da noi non si sentiva parlare d'altro, come potevo pensare perci che la mamma avesse delle obiezioni? Mi sembrava, anzi, che anche lei prendesse parte a quei progetti con il pensiero. La nostra meta doveva essere Pertisau, sul lago di Achen. Una volta la mamma accenn persino alla possibilit che lei stessa andasse in vacanza a Pertisau e ci aspettasse l. Non che l'idea fosse seria, e infatti fu subito lasciata cadere, ma le mie discussioni con Hans per mettere a punto i dettagli continuarono. Il mattino del 24 luglio la mamma dichiar improvvisamente che mi dovevo togliere quel progetto dalla testa, quel giro non potevo farlo, non avevo abbastanza soldi per concedermi quel lusso. Dovevo gi essere contento di poter studiare; non mi vergognavo di avanzare simili pretese, quando c'era gente che non sapeva neppure

come tirare avanti? Fu un duro colpo, perch arriv all'improvviso, dopo che per varie settimane la mamma aveva benevolmente tollerato i nostri progetti, e addirittura manifestato per essi un certo interesse. Dopo quasi un anno di convivenza soffocante e piena di attriti, avevo bisogno di andarmene e di sentirmi libero. Negli ultimi tempi la pressione era diventata sempre pi intollerabile, e dopo ogni bisticcio, imbarazzante e penoso, mi rifugiavo nel pensiero del nostro viaggio. Le nude rocce calcaree di cui mi avevano tanto parlato mi apparivano in una luce radiosa, ed ecco che un mattino, durante la colazione, la mannaia cal inesorabile, mozzandomi il fiato e la speranza. Avevo una gran voglia di prendere a pugni le pareti, ma mi controllai, in modo da evitare un'esplosione di violenza fisica di fronte ai miei fratelli. Tutto avvenne sulla carta, ma non, come le altre volte, in frasi comprensibili e ragionevoli; non mi servii neppure dei soliti quaderni, afferrai invece un grande blocco di carta da lettere, quasi nuovo, e cominciai a riempire di caratteri cubitali un foglio dopo l'altro: -Soldi, soldi, sempre soldi e nella riga dopo lo stesso, e nella riga dopo di nuovo, finch il foglio era pieno; allora lo strappavo e ricominciavo a scrivere - -Soldi, soldi, sempre soldi - sul foglio seguente. Non avevo mai scritto a lettere cos grandi, perci i fogli si riempivano in fretta, i fogli gi staccati erano sparsi intorno a me sul grande tavolo della camera da pranzo, aumentavano sempre pi, finch non cominciarono a cadere sul pavimento. Il tappeto intorno al tavolo ne fu ben presto disseminato, io non riuscivo a smettere, era un blocco da cento fogli, li riempii uno a uno. I miei fratelli si accorsero che stava succedendo una cosa insolita perch recitavo quel che stavo scrivendo, a voce non troppo alta, per la verit, ma chiaramente udibile: -Soldi, soldi, sempre soldi echeggiava per tutta casa. Avvicinatisi cautamente, tirarono su un foglio e lessero ad alta voce quel che c'era scritto: -Soldi, soldi, sempre soldi . Poi Nissim, il secondogenito, si precipit

in cucina dalla mamma e le disse: -Elias diventato matto. Vieni a vedere! . La mamma non venne, per mi mand la seguente ambasciata: -Che la smetta immediatamente. Con quello che costa la carta da lettere! . - Ma io non l'ascoltai e continuai a scrivere come un forsennato. Forse in quel momento ero diventato matto; ma, comunque la cosa possa esser definita, la parola in cui per me si concentrava ogni oppressione, ogni bassezza, aveva acquistato su di me un potere irresistibile, mi dominava completamente. Non badavo a niente, n alle urla dei miei fratelli che mi prendevano in giro (ma il minore, Georg, lo faceva senza entusiasmo, essendosi spaventato moltissimo), n alla mamma, che alla fine si degn di entrare nella stanza, forse irritata da tutto quello spreco di carta, o forse non pi tanto sicura che davvero si trattasse di una -commedia , come aveva detto all'inizio. Ma quando si fece viva, non le badai pi che ai fratelli, non avrei badato a nessuno, ero invasato da quella parola, che consideravo l'essenza di ogni inumanit. Continuavo a scrivere e la forza della parola che mi ossessionava non veniva meno, non odiavo la mamma, odiavo soltanto quella parola, e finch c'era carta il mio odio non si estingueva. Quel che fece impressione alla mamma fu soprattutto la velocit folle dei miei gesti. La mia mano correva sui fogli, ma io ero senza fiato come se avessi corso, non avevo mai fatto niente a quella velocit. -Era come un treno rapido, disse poi la mamma -con tutto il peso di un rapido a pieno carico . Ecco la parola che la mamma non era mai sazia di sbandierare, pur sapendo benissimo quanto mi angustiasse, eccola riprodotta in migliaia di esemplari, con insensata prodigalit, una prodigalit incompatibile con la sua essenza, eccola evocata senza tregua, come se quella parola potesse essere spesa a volont, come se fosse possibile spenderla fino in fondo. Non escluso che la mamma abbia avuto paura sia per la mia sorte sia per la sorte della sua parola chiave, che stavo dilapidando a piene mani. Non mi accorsi che a un certo punto la mamma era uscita dalla stanza, e

neanche del momento in cui rientr. Finch non avevo finito il blocco, non potevo rendermi conto di nulla. Ma ecco che ad un tratto vidi nella stanza il dottor Laub, il nostro medico di famiglia, un vecchio professionista. Mia madre era in piedi mezzo nascosta dietro di lui, con il viso girato dall'altra parte, sapevo che era lei ma non potevo guardarla negli occhi, si nascondeva dietro il dottore, e solo allora mi resi conto che qualcuno un attimo prima aveva bussato energicamente alla mia porta. -Che cos'ha il nostro ragazzino? domand il dottor Laub con il suo tono grave. La sua lentezza, le pause che faceva dopo ogni frase, il suo modo energico di calcare su ogni parola, l'indicibile futilit delle sue autorevoli spiegazioni, la sua abitudine di ricollegarsi all'ultima visita come se in mezzo ci fosse stato il nulla (l'ultima volta era itterizia; e ora?), tutte queste cose insieme fecero il loro effetto, riportandomi alla ragione. Bench mi restasse ancora qualche foglio, smisi immediatamente di scrivere. -Ma che cosa scriviamo con tanto zelo? disse il dottor Laub, mettendoci un'eternit per arrivare alla fine della frase. Saltando gi dal rapido sul quale ero sfrecciato sulla carta fino a quel momento, gli porsi, con un ritmo che andava pi d'accordo con il suo, l'ultimo foglio. Il dottore lo lesse con solennit. La pronunciava, quella parola, come l'avevo scritta io, ma nella sua bocca non suonava satura d'odio, suonava circospetta, come se uno dovesse pensarci su dieci volte prima di lasciarsi scappare una parola cos preziosa. La sua leggera balbuzie la faceva suonare parsimoniosa, osservai fra me; eppure rimasi tranquillo, stranamente non si riattizz il mio furore. Il dottore lesse tutto quel che era scritto su quell'ultimo foglio e, dato che ne avevo riempito pi di met ed egli non acceler mai il suo ritmo, ci mise un bel po' di tempo. Nessun -soldo , neppure uno, and perduto, e io, quando ebbe finito, fraintesi un suo gesto e pensai che volesse da me un altro foglio per continuare la lettura di tutti quei soldi. Ma, quando glielo porsi, egli fece cenno di no e disse: -Va bene

cos. Per ora pu bastare . Poi si schiar la voce, mi pos una mano sulla spalla e domand, come se del miele gli gocciolasse dalla bocca: -E adesso mi racconti un po': che cosa ne vogliamo fare di questi soldi? . Non so se sia stata astuzia o ingenuit, comunque mi si sciolse la lingua e gli raccontai per filo e per segno tutta la storia del Karwendel, con la mamma che aveva ascoltato per settimane senza fare la minima obiezione, e che anzi quasi interveniva nei nostri progetti con le sue proposte, e ora di punto in bianco diceva di no a tutto. Nel frattempo non era accaduto nulla che avesse modificato la situazione, il suo era un atto di puro arbitrio, come quasi tutto ci che succedeva in casa nostra. Volevo andarmene di casa, lontanissimo, all'altro capo del mondo, dove non avrei pi dovuto sentire quella maledetta parola. -Ah ecco, disse lui, indicando col braccio i fogli disseminati sul pavimento -per questo quella parola l'abbiamo scritta tante volte, per metterci bene in testa che non vogliamo pi sentirla nominare. Ma, prima di andarcene all'altro capo del mondo, meglio che facciamo quel giro tra le montagne del Karwendel. Ci far bene . A quella prospettiva il cuore mi si allarg, mi parlava con un tono cos sicuro come se lui potesse disporre dei soldi necessari, come se lui li avesse messi da parte. Cominciai a prestargli ascolto in un altro modo e a riporre in lui qualche speranza, e forse adesso penserei a quell'uomo con gratitudine se egli non avesse subito rovinato tutto con quella sua imperdonabile saggezza: -Dietro c' dell'altro dichiar. -I soldi non c'entrano. C'entra l'Edipo. Un caso lampante che con i soldi non ha niente a che vedere . Mi diede un buffetto e se ne and via. La porta che dava sull'anticamera era rimasta aperta. Udii la domanda preoccupata della mamma e il suo responso: -Lo lasci andare. Domani stesso, la cosa migliore. E' quello che ci vuole per l'Edipo . Con ci la cosa fu decisa. Per la mamma l'autorit suprema era rappresentata dai medici. Quando si trattava di una sua malattia, le piaceva consultarne pi d'uno. Cos poteva scegliere tra i diversi pareri

quello che le andava pi a genio, senza trasgredire di testa sua le indicazioni di nessuno. Per noi, invece, un medico e un parere dovevano bastare, e a quest'ultimo bisognava attenersi. Il viaggio era ormai deciso, non ci furono altre parole. Potevo andare in montagna con Hans per due settimane. Restai a casa ancora due giorni. Non furono sollevate altre accuse. Ero considerato in pericolo, la mia psiche era labile, tutti quei fogli che avevo scritto erano stati tirati su, accuratamente piegati e messi da parte. Dopo un simile spreco di carta, bisognava almeno conservarli in quanto sintomo di un disturbo mentale. In quegli ultimi giorni di permanenza a casa non mi sentii meno oppresso; ma ormai avevo la prospettiva di andarmene lontano. Riuscii a tenere la bocca chiusa, contrariamente alle mie abitudini, e ci riusc anche la mamma. L'autodifesa. Il 26 Hans ed io partimmo per Scharnitz. Di l cominci la nostra escursione a piedi attraverso il Karwendel. Le brulle montagne calcaree, incise da profonde gole, mi fecero una grande impressione; nel mio stato, mi fecero bene. In realt ancora non sapevo quanto stessi male. Comunque era come se avessi lasciato ogni cosa dietro di me, ogni cosa superflua, la famiglia in primo luogo, per cominciare tutto da capo sulle rocce brulle, senza niente, nient'altro che un sacco da montagna che conteneva pochissima roba, ma pi che sufficiente per vivere due settimane. E forse sarebbe stato ancora meglio non avere nemmeno lo zaino. Una cosa importante, per, il sacco la conteneva: due quaderni e un libro, destinati alla seconda settimana di vacanza. Volevo fermarmi in un posto che mi piacesse e l cominciare il lavoro alla mia -opera , come pretenziosamente la chiamavo. Uno dei due quaderni doveva servirmi per le annotazioni e le obiezioni al libro che avevo portato con me, un libro sulla massa. Prendere le distanze dalle cose che gi erano state dette sull'argomento doveva essere la base del mio lavoro. Sapevo gi (mi era bastato sfogliarlo) quanto poco quel libro mi soddisfacesse, e avevo deciso

di liberare la massa da tutti i -ghirigori , cos li chiamavo, per averla di fronte pura e inviolata come una montagna che avrei scalato per primo, libero da ogni preconcetto. Nel secondo quaderno volevo liberarmi dal senso di oppressione che avevo accumulato in casa, e inoltre annotare ci che mi colpiva nel nuovo paesaggio e negli uomini che lo popolavano. Fu un bene per i miei -grandi propositi che durante la gita fossero messi da parte. Gli strumenti per realizzarli giacevano in fondo allo zaino, e io non tirai fuori n i quaderni n il libro e neanche dissi a Hans che li avevo portati. In compenso accolsi in me la montagna a pieni polmoni, mi sembrava quasi di poterla respirare. Anche se non mancammo di toccare pi di una vetta, quel che mi stava a cuore non era il panorama che si godeva dall'alto, ma la sconfinata distesa brulla che ci lasciavamo alle spalle e che si estendeva davanti a noi. Tutto era pietra, nient'altro che pietra, persino la volta del cielo mi appariva come un alleggerimento non del tutto compatibile e, ogni volta che vedevamo un corso d'acqua, in cuor mio provavo un certo fastidio per il fatto che Hans vi accorreva per bagnarsi anzich farne a meno e continuare il cammino. Hans non poteva sapere in quale stato d'animo io avessi intrapreso quell'escursione. Delle difficolt che avevo avuto in casa non dicevo nulla. Ero troppo orgoglioso per parlarne e poi, se anche lo avessi fatto, difficilmente Hans mi avrebbe capito. Mia madre godeva di grande prestigio presso gli Asriel, era considerata una donna originale e intelligente, che sapeva pensare e giudicare con la propria testa, senza farsi condizionare dalle sue origini borghesi. Dell'effetto che aveva esercitato su di lei il periodo di Arosa, quando tutto ci che doveva alle sue origini familiari era come ritornato a nuova vita, Alice Asriel non sospettava nulla. Per Alice mia madre era quella di un tempo, la giovane vedova orgogliosa e caparbia del primo periodo che avevamo trascorso a Vienna. Alice la considerava una donna ricca, come un tempo era stata lei stessa, e non gliene voleva per questo, giacch non

aveva il minimo sentore della ristrettezza d'idee che a quella ricchezza si accompagnava. O, forse, mia madre nascondeva agli occhi di Alice quanto fosse cambiata: come avrebbe potuto parlare di soldi davanti a un'amica d'infanzia che ora viveva in ristrettezze senza offrirle il suo aiuto? Cos i soldi, che fra la mamma e me erano l'argomento principale, l'eterno ritornello, il motivo di bisticci quotidiani, nelle sue conversazioni con Alice erano tab, e Hans credeva di aver motivo di invidiarmi per la nostra -sana situazione economica. Ma parlavamo di tutto il resto, ininterrottamente, con Hans tacere era quasi impossibile. Lui si sentiva costretto a entrare in competizione con me e perci mi strappava di bocca ogni frase che cominciavo, la terminava e la corredava di aggiunte che sembravano non finire mai. Per dire pi cose di me, parlava pi in fretta, negandosi il tempo di riflettere. Gli ero grato per quel viaggio, l'idea era stata sua, era lui che l'aveva preparato. Cos feci con Hans uno strano gioco: finch i nostri discorsi non toccavano la montagna, ero pronto a parlare di tutto. Egli, notando che, non appena nominava cime ed eventuali ascensioni, io dirottavo la conversazione sui libri, pens che i discorsi sulla montagna mi annoiassero. E siccome oltre alle rocce brulle e sempre uguali non c'era nient'altro da vedere, sarebbe stato davvero improduttivo continuare a disquisire su quel tema. Cos anche Hans smise presto di parlare della montagna, che io volevo tutta per me, intatta, come il mio compito. Allora non avrei certo usato la parola -compito , con la quale cerco adesso di sintetizzare ci che a quel tempo sentivo. Avevo bisogno di avere davanti a me una mole brulla e improduttiva, perch stavo per dedicarmi a un compito (la mia -opera appunto) che per molto tempo sarebbe rimasto improduttivo. Non sarebbe stata un'impresa di tipo minerario, la mia, a quella mole non avrei tolto nulla, avrebbe conservato il suo carattere minaccioso, sarebbe rimasta intatta, senza per questo venirmi in uggia o in odio. L'avrei attraversata in lungo e in largo, da un capo

all'altro, l'avrei toccata in molti punti, senza mai dimenticare, neppure per un attimo, che mi era ancora sconosciuta. Il Karwendel taciuto, nel quale entrai subito dopo il mio ventesimo compleanno, si pone all'inizio della fase pi lunga della mia vita, che fu anche, per il suo contenuto, la pi importante. E' gi una cosa strana che allora io abbia trascorso cinque o sei giorni, momento per momento, con una persona che parlava senza tregua, e che le abbia sempre risposto a tono (credo proprio che fra noi non ci sia stato un attimo di silenzio), senza dire una sola parola sui luoghi che stavamo attraversando, e senza un cenno alla pressione tormentosa che avevo subto nell'ultimo anno. I discorsi sui libri uscivano leggeri e inconsistenti dalle nostre labbra, le cose che dicevo, certo, le pensavo, e cos pure Hans, ammesso che trovasse in s la forza di pensare, ma erano solo chiacchiere intercambiabili, nient'altro. Avremmo potuto benissimo parlare di altri libri, anzich di quelli di cui stavamo discutendo. Hans era soddisfatto perch riusciva a starmi dietro, o addirittura a precedermi, e io lo ero perch riuscivo a non dirgli nulla di ci che davvero mi occupava la mente. Non potrei ripetere nemmeno una frase, nemmeno una sillaba di quelle chiacchiere, i veri torrenti della nostra passeggiata sulle rocce calcaree: filtrando tra le rocce, sono svanite senza lasciare traccia. Ma le parole, sembra, non possono essere usate impunemente in quel modo; infatti, quando arrivammo a Pertisau sul lago di Achen, la catastrofe giunse inaspettata e improvvisa. Hans si sdrai ai sole sulla riva del lago, mentre io, anzich fare come lui, mi misi a camminare su e gi lungo la spiaggia. Hans aveva incrociato le mani sotto la testa e teneva gli occhi chiusi. Faceva caldo, il sole era alto, pensai che si fosse addormentato. Cos non mi curai di lui e rimasi a passeggiare poco lontano, lungo la riva. La sabbia scricchiolava sotto i miei pesanti scarponi da montagna, mi chiesi se il rumore non l'avesse svegliato e mi voltai verso di lui. Hans aveva gli occhi spalancati e guardava fisso i miei

movimenti, con un odio cos forte da diventare palpabile. Non ritenendolo capace di un sentimento intenso proprio di questo in lui si sentiva la mancanza - il suo odio mi stup e da principio non pensai affatto che fosse rivolto contro di me e potesse avere delle conseguenze. Mi fermai, appoggiandomi al parapetto, vicino all'acqua, in modo da poterlo vedere con la coda dell'occhio: Hans taceva e senza muoversi continuava a guardarmi con gli occhi sbarrati, a poco a poco compresi che l'odio gli impediva di parlare. Il suo silenzio era per me una novit, come il sentimento da cui sembrava dettato. Io non mi opposi, lo rispettai, fra noi le parole avevano perso ogni valore, ce n'eravamo scambiate troppe. Questo stato dev'essersi prolungato per un bel pezzo. Hans era come paralizzato, ma il suo sguardo no, l'intensit di quello sguardo crebbe a tal punto che mi venne in mente la parola -assassinio . Feci qualche passo in direzione del mio zaino, che era rimasto per terra accanto al suo, lo sollevai e senza neppure mettermelo in spalla mi allontanai. Egli vide che gli zaini non erano pi vicini, si sciolse dalla sua rigidit e alzandosi in piedi con un balzo prese il suo. In un attimo lo vidi per via, come lama aperta di un coltello, che scendeva a gran passi, senza degnarmi di uno sguardo, la strada per Jenbach. Camminava svelto, ed io esitai finch non l'ebbi perso di vista, poi mi misi a camminare nella stessa direzione, proprio a Jenbach pensavo di prendere il treno per Innsbruck. Mi accorsi ben presto che per me era un grande sollievo essere solo, completamente solo. Fra noi non c'era stata una parola - sarebbe bastata una parola e, attraverso altre parole, avremmo potuto rimediare a tutto; ma sarebbero diventate subito centomila parole, il solo pensarci mi dava la nausea. Egli aveva taciuto, la frattura, dunque, era irreparabile. Non cercai di trovare una spiegazione per quel silenzio. Non ero preoccupato per lui, si era allontanato con decisione, senza annunciare per filo e per segno le sue intenzioni, come faceva di solito. Camminando tastavo il fondo dello zaino e sentivo il libro e i quaderni. Non glieli avevo

fatti vedere, non gli avevo neppure detto che li portavo con me. Sapeva che dopo l'escursione volevo fermarmi una settimana da qualche parte, a lavorare, gli avevo detto. Saremmo rimasti insieme anche in quella settimana? Di questo non si era parlato. Forse Hans si aspettava un chiaro invito da parte mia per la seconda settimana. Ma io non l'avevo invitato. A Pertisau l'escursione era finita, il Karwendel era dietro di noi, la via per Jenbach lungo la valle dell'Inn era breve, e l avremmo trovato la stazione, con il mio treno per Innsbruck e, in direzione opposta, il suo treno per Vienna. E and proprio cos. Lo vidi a Jenbach mentre attraversavo i binari. Stava in piedi poco lontano da me, aspettava sul binario dov'era annunciato il treno per Vienna. Mi sembr un po' indeciso, aveva perso la sua rigidit, lo zaino gli pendeva floscio sulle gracili spalle, e il suo bastone da montagna, mi sembr, aveva perso la punta. Ma non fece alcun tentativo di raggiungermi sul mio binario. Chiss, pu anche darsi che mi abbia seguito, ma in tal caso si nascose dietro qualche vagone. Io presi posto sul mio treno e partii senza rimorsi in direzione di Innsbruck, ero riuscito a sfuggire a una riconciliazione in extremis, tutto ci che sentivo per Hans era una specie di gratitudine per non essermelo trovato sul mio binario, dove una spiegazione sarebbe stata difficilmente evitabile. Compresi solo molto tempo dopo che la vera disgrazia di Hans era questa: creava da solo le distanze fra s e le persone che gli erano pi vicine. Costruire distanze era il suo talento, le costruiva talmente bene che poi sia per l'altro sia per lui stesso superarle diventava impossibile. A Innsbruck presi un treno per Kematen, all'imbocco della valle del Sellrain. Vi passai la notte e il giorno seguente cominciai a risalire la valle, avevo intenzione di affittare una stanza a Gries e cominciare lass la settimana di solitudine con i miei quaderni. Era un giorno di pioggia, quasi di tempesta, quello in cui mi misi in marcia attraverso i banchi di nebbia; la pioggia mi frustava la faccia, era

la prima volta che facevo un'escursione da solo, e l'inizio non era incoraggiante. Presto fui bagnato fradicio, i vestiti mi si incollavano addosso, per sfuggire a quel tempaccio camminavo troppo in fretta e avevo il fiato corto. La settimana prima, con quel sole smagliante, era stato tutto troppo facile. Mi sembrava giusto dover pagare un prezzo per la mia solitudine. La pioggia mi scorreva sul viso, la bevevo a gocce, potevo vedere soltanto due passi davanti a me. Di tanto in tanto su un cascinale lungo la via leggevo un versetto della Bibbia che mi salutava in quella giornataccia. Un simile invito alla devozione sembra quasi una presa in giro quando uno zuppo da capo a piedi, e io mi guardai dal bussare a uno di quei lindi cascinali adorni di sentenze bibliche. Non mi ci volle molto, forse due ore, per raggiungere la parte alta e pianeggiante della valle. A Gries, il capoluogo, trovai presto una stanza in affitto, apparteneva a un contadino che era anche il sarto del paese. Fui accolto gentilmente, i miei abiti si asciugarono, verso sera una schiarita annunci tempo buono per il giorno seguente, e cos cominciai i miei preparativi. Spiegai ai miei ospiti che, nei dieci giorni in cui contavo di trattenermi, avevo alcune cose da studiare e che perci avrei dedicato al lavoro le mie mattinate. Mi diedero un tavolino pieghevole, che sistemai nel minuscolo giardino intorno alla casa. Mi alzavo prestissimo e uscivo appena preso il caff, con le mie matite, i due quaderni e il libro che sappiamo. La prima mattina fu meravigliosamente limpida e fresca. Che i miei ospiti scuotessero il capo, non mi stupiva; mi stupivo piuttosto di me stesso, di riuscir ad aprire lass quel libro che mi ripugnava sin dalla prima parola e che ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, mi ripugna allo stesso modo: il libro di Freud intitolato Psicologia delle masse e analisi dell'Io. Vi trovai all'inizio, come spesso in Freud, delle citazioni di autori che si erano occupati dello stesso argomento, soprattutto Le Bon. Gi quell'esordio mi irritava. Quasi tutti gli autori si erano chiusi alla massa. La sentivano estranea o sembravano

temerla e, quand'anche si accingevano a studiarla, questo era il loro atteggiamento: Stammi alla larga, non mi toccare! Sembrava che vedessero nella massa quasi una lebbra, una specie di malattia della quale bisognava individuare e descrivere i sintomi. Per loro era decisivo confrontarsi con la massa conservando la mente lucida, senza lasciarsi sedurre, senza smarrirsi. Le Bon, l'unico che tentava una descrizione esauriente della massa, probabilmente aveva davanti agli occhi gli inizi del movimento operaio e la Comune di Parigi. Nelle sue letture era stato influenzato da Taine, il cui modo di raccontare la Rivoluzione francese l'aveva affascinato, in particolare il racconto dei massacri di settembre. Freud aveva subto l'impressione repulsiva di un altro tipo di massa: da uomo maturo, di sessant'anni o quasi, aveva vissuto a Vienna l'entusiasmo per la guerra. Che opponesse resistenza a quel genere di massa, che anch'io avevo conosciuto da bambino, era pi che comprensibile. Ma Freud non disponeva di alcuno strumento adatto per la sua impresa. Per tutta la vita si era occupato di processi che si svolgono nell'individuo, nel singolo essere umano. Come medico, vedeva continuamente lo stesso paziente, per la durata di un lungo trattamento. La sua vita trascorreva fra i suoi pazienti e la scrivania. Alla vita militare aveva preso parte tanto poco quanto a quella della Chiesa: due fenomeni, esercito e Chiesa, che sfuggivano ai concetti da lui creati e usati fino a quel momento. Troppo serio e coscienzioso per trascurare l'importanza di questi due fenomeni, Freud, in quella sua tardiva ricerca, aveva provato a esaminarli pi da vicino, sostituendo per l'esperienza diretta che gli mancava con le descrizioni di Le Bon, le quali si basavano su manifestazioni completamente diverse del fenomeno -massa . Ci che aveva messo insieme in questa maniera risultava insoddisfacente e incongruo anche per un lettore inesperto di vent'anni. E' vero che mancavo di qualsiasi esperienza teorica, ma nella pratica conoscevo la massa dall'interno. A

Francoforte mi ero lasciato per la prima volta travolgere dalla massa, senza opporre resistenza. Da allora non avevo mai dimenticato come ci si lasci travolgere volentieri dalla massa. Proprio questo mi aveva stupito. Vedevo la massa intorno a me, ma la vedevo anche dentro di me, e una spiegazione che servisse a prender da essa le distanze mi era di scarsissimo aiuto. Nella trattazione di Freud mi mancava soprattutto il riconoscimento del fenomeno, che mi sembrava per sua natura non meno elementare della libido o della fame. Il problema non era di sbarazzarsene, riconducendolo a particolari costellazioni della libido. Si trattava, piuttosto, di coglierlo nella sua pienezza, come una realt sempre esistita ma ora pi che mai presente; una realt da esplorare alle radici ma innanzitutto da sperimentare prima di descriverla: descriverla senza averla vissuta era un modo di imbrogliare i lettori. Non avevo ancora scoperto nulla, mi ero solo proposto un compito, ecco tutto. Ma dietro quel proposito c'era gi la volont di dedicarci una vita intera, tutti gli anni, tutti i decenni necessari per venirne a capo. Per mettere in evidenza il carattere fondamentale e ineluttabile del fenomeno, allora parlavo di una pulsione di massa, che collocavo, con uguali diritti, accanto alla pulsione sessuale. Le prime annotazioni sulla ricerca di Freud furono esplorative e maldestre. Non testimoniavano molto pi della mia insoddisfazione per ci che leggevo, della mia resistenza, e del fermo proposito di non lasciarmi persuadere o turlupinare. Ci che temevo pi di tutto, infatti, era la sparizione di fenomeni della cui esistenza non potevo dubitare, perch li avevo sperimentati su di me. Dalle discussioni in casa nostra avevo imparato fino a che punto si pu esser ciechi se non si vuol vedere. Cominciai a capire che coi libri le cose non vanno diversamente, che bisogna stare all'erta, che pericoloso rimandare la critica per inerzia e accettare per buono tutto ci che ci viene propinato. Cos, in quelle dieci mattinate nella valle del Sellrain, imparai a stare all'erta quando leggevo. Quei

giorni - dal 1o al 10 agosto 1925 segnarono l'inizio della mia vita intellettuale indipendente. Dal netto distacco da Freud presi le mosse per lavorare a un libro che avrei pubblicato soltanto trentacinque anni dopo, nel 1960. In quei giorni conquistai anche la mia indipendenza come persona. Le giornate, infatti, erano lunghe, e io ero solo; dopo le cinque ore di lavoro della mattina cominciava un colloquio con me stesso che durava tutto il resto della giornata, e si svolgeva soprattutto durante la passeggiata pomeridiana. Esplorai la valle, salii fino a Praxmar e anche pi in alto, raggiungendo i passi che portavano alle vallate vicine. Due o tre volte arrivai in cima al Rosskogel, il monte che domina Gries. Della fatica ero felice, e anche di raggiungere le mete che mi ero prefisso; quelle, infatti, a differenza della grande meta che reputavo lontana, anzi lontanissima, erano raggiungibili. Parlavo molto, ad alta voce, per articolare, esprimere in parole, ordinare e allontanare da me il caos di odio, risentimento e senso di oppressione che avevo accumulato nell'ultimo anno. Lo confidavo all'aria intorno a me, ai grandi spazi, e al vento che soffiava limpido in ogni direzione. Sentire che il vento portava via le parole cattive, che svanivano lontano, mi dava felicit. Non suonavano ridicole, perch non arrivavano all'orecchio di nessuno. E tuttavia mi guardavo dalle parole arbitrarie, non mi lasciavo sfuggire un solo pensiero che non aspirasse a prender forma dopo esser stato lungamente compresso. Replicavo alle accuse che mi avevano offeso e angosciato senza alcun riguardo e con assoluta sincerit, non c'erano ascoltatori che avrei potuto ferire. Non tacqui nemmeno una delle risposte che avevano preso forma dentro di me; erano frasi violente, nuove, che non seguivano modelli precostituiti. L'interlocutore principale di tutte queste mie repliche era lei, mia madre, trasformatasi ormai nel mio nemico implacabile, dal momento che si era assunta il compito di sradicare in me tutto ci che lei stessa aveva seminato. Di questo ero convinto, ed era un bene, donde altrimenti avrei tratto la forza per oppormi e non

soccombere? Ero ingiusto; ma come avrei potuto non esserlo? In quella lotta all'ultimo sangue, non vedevo quel che io le avevo fatto, non mi rendevo conto che io stesso avevo istigato le reazioni del mio avversario con l'arroganza e la crudele seriet delle mie convinzioni. Non era il tempo della giustizia, era il tempo della libert, e nessuno qui poteva usare le mie parole contro di me fino a mozzarmi il respiro. Alla sera mi sedevo all'osteria e scrivevo una buona parte di tutte queste cose nel secondo quaderno, quello riservato alle discussioni con me stesso. Questo quaderno l'ho ritrovato e riletto. A distanza di cinquantaquattro anni, quella lettura mi ha spaventato. Che furore, che pathos! Vi ho ritrovato ogni frase dalla quale mi ero sentito minacciato e offeso. Non una di quelle frasi era stata dimenticata o tralasciata, tutte le accuse pi brucianti e pi ingiuste vi erano state registrate. Ma ho trovato anche tutte le mie risposte, e in esse una passione che andava molto oltre il bersaglio e tradiva forze micidiali di cui allora non ero consapevole. Se non ci fosse stato nient'altro, se, a partire da quel periodo, non avessi provato a spingermi in tutte le direzioni alla ricerca di un sapere da mettere al servizio di quella passione, tutto ci avrebbe avuto un esito nefasto e violento e certo non sarei qui a giustificare la collera immane di quei dieci giorni. La sera l'osteria si riempiva di contadini e forestieri, si beveva e si cantava, ma io riuscivo a tenermi fuori dal gioco. Stavo seduto al mio tavolo con un bicchiere di vino, tacevo e scrivevo. Da quello studentello smunto, occhialuto e antipatico che ero, avrei avuto pi di un motivo per attaccare discorso e bere con gli altri, in modo da far dimenticare il mio aspetto insignificante. Ma ero tutto preso dalla mia autodifesa; seguivo con occhio attento tutto ci che accadeva intorno, facendo in modo per che nessuno se ne accorgesse, e sembravo profondamente immerso nelle cose che stavo scrivendo, sicch alla fine nessuno badava pi a me. Dato che

avevo davanti il mio moscatello, nessuno mi poteva portar via il posto. Sentivo che non dovevo lasciarmi invischiare nella conversazione. Avrebbe spezzato il filo del mio soliloquio e tolto vigore alla mia autodifesa. Davanti a quelle persone del tutto estranee non avrei potuto essere me stesso. A loro, l'odio di cui ero pervaso sarebbe parso pura follia; d'altra parte non ero affatto disposto a recitare una parte. Tuttavia, perfino in quelle insolite circostanze, riuscii a farmi degli amici. Erano dei bambini, tre maschietti, che si facevano vivi alle sei del mattino sotto la mia finestra. Il pi piccolo aveva cinque anni, il pi grande otto. Il primo giorno mi avevano visto seduto al mio tavolino mentre scrivevo e avevano trovato la cosa talmente insolita che erano rimasti a guardarmi per un pezzo, e alla fine mi avevano domandato tutti insieme come mi chiamavo. Li trovai cos simpatici che gli dissi subito il mio nome. Ma loro con quel nome non riuscivano a raccapezzarsi, lo ripetevano con aria dubbiosa, scuotendo il capo. Con quel nome ero diventato pi estraneo di prima. Allora il pi grande ebbe un'idea brillante e spieg agli altri: -Ma questo il nome di un cane! . Da quel momento mi vollero bene come a un cane. Al mattino erano il mio orologio e mi svegliavano chiamandomi per nome. Quando mi ritiravo con Freud e il mio quaderno, se ne stavano a lungo allineati in silenzio senza disturbare. Ma dopo un po' cominciavano ad annoiarsi e se ne andavano via trotterellando, in cerca di cani migliori. Al pomeriggio, quando partivo per le mie spedizioni, erano l in attesa, e ogni volta mi accompagnavano per un tratto di strada. Io gli domandavo i nomi degli animali e delle piante nel dialetto locale e m'informavo sui loro genitori e parenti. I bambini sapevano di non doversi allontanare troppo dal villaggio e di colpo si fermavano tutti insieme, come se si fossero messi d'accordo. La cosa a cui tenevano di pi era il mio saluto con un cenno della mano. Quando una volta mi dimenticai di farlo, il mattino seguente mi rimproverarono. In quei giorni di apparente mutismo, quei

bambini mi fecero compagnia. Nel mio stato di esaltazione, alimentato dalle minacce, dalle maledizioni e dalle promesse della mia autodifesa, nessuna creatura umana avrebbe potuto essermi pi cara di quei bambini. Quando, al mattino, si mettevano in fila accanto al mio tavolo - non troppo vicino, per non disturbare - e guardavano mentre scrivevo, io sentivo la loro presenza come una specie di meritata benedizione. Parte terza: La scuola dell'ascolto (Vienna 1926-1928). Il rifugio. Verso la met di agosto ritornai a Vienna. Dell'incontro con la mamma non conservo alcun ricordo. La libert che mi ero conquistato con la -resa dei conti fra le montagne ebbe su di me un effetto sconvolgente. Cercai, senza ritegni n sensi di colpa, l'unica persona dalla quale mi sentivo attratto, l'unica a cui potevo parlare come il cuore mi dettava. Quando andavo da Veza per parlare dei libri e dei quadri che amavamo, non dimenticavo mai con quanta energia e risolutezza lei si era conquistata la sua libert: la stanza in cui tutto era come piaceva a lei e nella quale poteva occuparsi delle cose che le erano congeniali. La sua lotta era stata assai pi dura della mia. Il vegliardo era sempre l, e anche se le sue non erano pi vere aggressioni, l'atteggiamento era ostile, non pensava che a se stesso, e per sfuggire al suo assedio bisognava che gli altri lo assediassero a loro volta e lo tenessero d'occhio in continuazione: tutto questo rispondeva al carattere di Veza assai meno di quanto rispondessero al mio carattere gli scontri con la mamma, i quali erano pur sempre veri scontri, fra avversari che sapevano benissimo ci che avevano da rimproverarsi. Ormai il rifugio che Veza si era creata era diventato anche il mio rifugio. Potevo andarci in qualsiasi momento, non giungevo mai inopportuno, le mie visite erano gradite, anche se nessuno le pretendeva da me come un dovere. Si parlava sempre di cose appassionanti. Arrivavo pieno di cose da dire e me ne andavo con l'animo altrettanto colmo. In un paio d'ore i miei pensieri subivano ogni volta una

sorta di processo alchemico: dopo sembravano pi puri, pi limpidi, ma non meno urgenti. In modo diverso e sorprendente continuavano a occuparmi anche nei giorni seguenti, finch gli interrogativi che mi ponevo erano tali e tanti da costituire un buon motivo per un'altra visita. Parlavamo anche di tutto ci che durante quella prima visita, in maggio, era stato taciuto a causa della mia impetuosa perorazione affinch la vita di re Lear potesse non finire mai. Tuttavia non mi lamentavo della situazione che si era creata in casa. Ero troppo orgoglioso per dire a Veza la verit. E poi mi aggrappavo all'immagine pubblica di mia madre, come se quell'immagine avesse la forza di restituirle la personalit di un tempo. Aveva solo quarant'anni, era ancora considerata una bella donna, la vastit delle sue letture era diventata proverbiale fra le persone che la conoscevano. Non credo che mia madre leggesse a quel tempo molti libri nuovi, ma in compenso non dimenticava nulla e aveva sempre ben presente tutto ci che aveva letto in passato; quindi, purch non dovesse affrontare argomenti che conosceva solo indirettamente attraverso di me, nelle conversazioni con gli altri le sue parole suonavano nobili e intelligenti. Solo di fronte a me lasciava trasparire fino a che punto fossero morte le sue idee di una volta. Quando ci scontravamo con particolare accanimento, mi accusava di essere stato io a ucciderle. Nei primi mesi, forse per met dell'anno, di queste cose non parlai con Veza durante le mie visite. Lei preferiva che io non dicessi nulla di mia madre. La stimava una donna superiore, molto superiore a s, ed io cominciai a intuire le doti straordinarie che le attribuiva una volta che mi domand, quasi con timidezza, come mai mia madre non avesse pubblicato nulla. Era fermamente convinta che avesse scritto dei libri e quando io (pur sentendomi lusingato) dissi che non era vero, Veza non si lasci distogliere dalla sua idea e trov perfino una spiegazione al fatto che mia madre tenesse segreta la sua attivit di scrittrice. -Ci considera tutti dei chiacchieroni. E ha ragione. Noi

ammiriamo i grandi libri e non facciamo che parlarne. Lei li fa e ci disprezza moltissimo, tant' che dei suoi libri non parla con nessuno. Un giorno o l'altro verremo a sapere sotto quale pseudonimo li pubblica. Allora ci vergogneremo di non essercene mai accorti . Continuai a sostenere che non era possibile, se la mamma avesse scritto dei libri, me ne sarei accorto di sicuro. -Lo fa soltanto quando sola. Durante i suoi ritiri in sanatorio, lontana da voi. Non mica malata davvero. Non vuole altro che un po' di pace per poter scrivere. Lei rimarr sbalordito quando legger i libri di sua madre! . Mi sorpresi a desiderare che avesse ragione, pur essendo sicurissimo che era impossibile. Veza riempiva tutti di fiducia in se stessi. Riusc persino, sia pure solo a met, a farmi sperare di nuovo in una persona alla quale avevo tolto ogni fiducia. Veza non sapeva quanto il distacco mi fosse facilitato dall'effetto contraddittorio delle sue parole. Quando la mamma, che non perdeva occasione per rinfacciarmi la mia ingratitudine, dipinse a tinte fosche il proprio avvenire - ormai aveva perduto anche il figlio primogenito, che si era annichilito e immeschinito con le proprie mani, sicch per lei era come se non esistesse - allora in me si ridest l'illusione che davvero in segreto fosse una scrittrice: chiss, forse vero, pensai, forse riuscir a consolarsi cos. Ma ancora pi importante era che tutto, in quelle visite, era diverso da come l'avevo conosciuto. Il recente passato si dissolveva; io non avevo storia. False idee da tempo radicate si correggevano, ma senza conflitti. Non mi sentivo costretto a ribadire la mia fedelt a quelle idee soltanto perch venivano attaccate. Veza sapeva molte poesie a memoria, ma non usava molestare il suo prossimo recitandole in continuazione. Ne avevamo una in comune: il Prometeo di Goethe. Voleva ascoltarla dalla mia voce, ed io gliela lessi. Non la recit insieme a me, anche se avrebbe potuto farlo senza difficolt: voleva davvero ascoltare; e quando alla fine mi disse: -Non si perso nulla , la mia gioia fu davvero incontenibile e solo dopo un po' mi resi conto che

Veza aveva in mente di recitare una poesia ancora pi lunga e voleva che io l'ascoltassi in una disposizione d'animo favorevole. La poesia era The Raven di Edgar Allan Poe, Veza ne era come invasata. La poesia lunghissima, Veza l'aveva imparata a memoria molto tempo prima e quella volta me la recit in tutta la sua lunghezza. Il mio stupore per quell'invasamento non le cre problemi (eppure di solito reagiva con estrema suscettibilit agli stati d'animo altrui). Sentivo che non dovevo interromperla e, quando mi venne voglia di gridare -Basta! , temetti di non essere mai pi invitato da lei se avessi ceduto al mio impulso. Cos ascoltai The Raven fino alla fine e anch'io ne fui conquistato. Quel corvo mi prese i nervi, cominciai a sussultare al ritmo della poesia e, quando essa fin e io continuai a sussultare ancora per un poco, Veza, guardandomi, disse tutta allegra: -Adesso ci cascato anche lei. Per me stata la stessa cosa. Bisognerebbe sempre recitare le poesie ad alta voce, anzich leggerle in silenzio per conto proprio . Presto, com' ovvio, cominciammo a parlare di Karl Kraus. Veza mi domand perch alle letture la evitavo in quel modo. Credeva di saperlo, e se davvero la ragione era quella, si sentiva in dovere di rispettarla: ero talmente preso, che non avevo voglia di parlare con nessuno, volevo portar via tutto dentro di me cos com'era, senza analizzarlo, senza discuterlo. Anche lei ci andava volentieri da sola, ma dopo preferiva parlarne, piuttosto che restare in silenzio. Non si poteva essere d'accordo con tutto ci che Kraus diceva. Veza aveva la pi grande ammirazione per Karl Kraus, ma non si lasciava imporre da lui le cose che si dovevano o non si dovevano leggere. Mi mostr i Franz sische Zust nde [situazioni francesi] di Heine. Lo conoscevo? Era uno dei libri pi divertenti e intelligenti che lei conoscesse. L'aveva cominciato tre anni prima, dopo un viaggio a Parigi, e ora lo stava rileggendo. Rifiutai di prendere in mano il volume. Non c'era autore che Karl Kraus avesse vietato pi severamente di Heine. Non le credevo, pensavo che volesse farmi uno scherzo, e persino

come scherzo mi spaventava. Ma lei, che ci teneva moltissimo a dimostrarmi la sua indipendenza di giudizio, mi mise il titolo sotto il naso, lo lesse ad alta voce, sfogli persino il libro davanti a me e disse: -Allora, convinto adesso? . -Non l'avr mica letto! E' gi abbastanza grave che l'abbia qui a portata di mano! . -Heine ce l'ho tutto: eccolo, guardi qui! . Apr lo sportello di una libreria, quella con i libri pi cari, -i libri senza i quali non vorrei vivere disse, e l si trovavano, anche se non al primo posto, le opere complete di Heine. Dopo questo colpo, che mi aveva inferto intenzionalmente, Veza mi mostr ci che speravo: Goethe, Shakespeare, Molire, il Don Juan di Byron, Les Misrables di Victor Hugo, Tom Jones, Van -ity Fair, Anna Karenina, Madame Bovary, L'idiota, I fratelli Karamazov, e infine un autore che amava moltissimo, lo Hebbel dei Diari. Non tir gi dallo scaffale tutti i libri che aveva, ma solo quelli che per lei significavano di pi. Adorava i romanzi, quelli che mi mostr li aveva letti e riletti, e anche in ci dimostrava la sua indipendenza da Karl Kraus. -Lui non s'interessa ai romanzi. E neppure ai quadri. Non s'interessa a nulla che possa mitigare la sua collera. E' una cosa magnifica, ma inimitabile. La collera dev'essere dentro di noi, non si pu prenderla a prestito da nessuno . Suonava pi che naturale, ma per me fu uno shock. La vedevo davanti a me seduta in prima fila alle letture di Karl Kraus, radiosa e impaziente, e forse un momento prima aveva letto una pagina di Heine, tratta magari dai Franz sische Zust nde! Come osava presentarsi proprio l, davanti ai suoi occhi? Ogni frase di Karl Kraus era un ordine perentorio, chi non obbediva era inutile che andasse laggi. Da un anno e mezzo non perdevo una sola delle sue letture e ne ero totalmente preso, come da una Bibbia. Non una sua parola mi suscitava dei dubbi. Mai, in nessuna circostanza, avrei agito contro il suo insegnamento. Kraus era i miei princpi. Kraus era la mia forza. Se non avessi potuto pensare a lui,

neppure per un giorno avrei tollerato gli stupidi armeggii al laboratorio di chimica. Quando leggeva Gli ultimi giorni dell'umanit, Kraus per me popolava Vienna. Non sentivo che le sue voci. Ce n'erano altre? Solo da lui si poteva trovare la giustizia, o meglio, trovarla no, Kraus stesso era la giustizia. Gli sarebbe bastato corrugare la fronte, e avrei rotto i rapporti col mio migliore amico. Mi sarebbe bastato un cenno, e per lui mi sarei gettato nel fuoco. Queste cose le dissi a Veza, non potevo non dirgliele, dissi anche di pi, dissi tutto. Una mostruosa impudicizia mi travolse e mi costrinse a svelare i miei impulsi pi segreti all'asservimento. Veza ascolt le mie parole senza interrompermi, le ascolt fino alla fine. Io parlavo con crescente veemenza, lei era seria, mortalmente seria, quand'ecco, di colpo, una Bibbia le comparve tra le mani - non so dove l'avesse presa - e lei disse: -Questa la mia Bibbia! . Sentivo che voleva giustificarsi. Non si opponeva al fatto che professassi una fede cos assoluta nel mio Dio. Ma, bench non fosse credente in senso stretto, prendeva la parola -Dio pi seriamente di me, e non concedeva a nessun uomo il diritto di farsi Dio. La Bibbia era il libro che leggeva pi spesso. Amava i libri storici, ma anche i Salmi, i Proverbi e i libri profetici. Soprattutto amava il Cantico dei Cantici. Conosceva bene la Bibbia, pur non citandola mai. Non la imponeva a nessuno, eppure, in fondo, valutava la letteratura basandosi sulla Bibbia e secondo i precetti della Bibbia valutava anche le persone. Ma un'immagine scolorita quella che sto dando di Veza, elencando i suoi interessi intellettuali. I titoli di libri famosi, uno dopo l'altro, suonano come altrettanti concetti. Bisognerebbe estrarne un singolo personaggio, e descrivere come nasceva, a poco a poco, dalle parole di Veza, per dare un'idea della vita rigogliosa e caparbia che esso viveva dentro di lei. Non nasceva in una volta sola, si formava nel corso di molti colloqui, e solo dopo parecchie visite avevi la sensazione di conoscerlo. Allora non dovevi pi

attenderti delle sorprese, le sue reazioni erano note, potevi contarci, il segreto del personaggio si era completamente calato in quello di Veza. Dall'et di dieci anni, sempre avevo avuto la sensazione di essere costituito da molti personaggi diversi; ma era una sensazione vaga, non avrei saputo dire chi era il personaggio che parlava in un dato momento per bocca mia, n perch ad esso succedesse in seguito un altro personaggio. Era una corrente multiforme, che, nonostante la nettezza delle esigenze e delle convinzioni che acquisivo man mano, non si esauriva mai. Desideravo abbandonarmi alla corrente, e ci riuscivo, per non la vedevo. Adesso, con Veza, avevo conosciuto una persona che, per costruire la propria molteplicit, aveva trovato e utilizzato i personaggi della grande letteratura. Li aveva trapiantati in s, essi fiorivano in lei, ormai poteva disporne a suo piacimento. Per me erano sorprendenti la chiarezza e la nettezza di tutto questo, l'assenza di qualsiasi casualit, la mancanza di ogni elemento spurio che non facesse realmente parte di lei. In Veza c'era una tale consapevolezza, che quei personaggi sembravano scolpiti sulle Tavole della legge. Ogni personaggio vi era segnato in tutta la sua purezza, si stagliava davanti agli occhi con contorni precisi, e viveva come una persona reale, definito soltanto dalla sua verit, non c'era dannazione che potesse dissolverlo. Osservare Veza che si muoveva lentamente in mezzo ai suoi personaggi era uno spettacolo appassionante. Erano il suo scudo contro Karl Kraus, che mai sarebbe riuscito a scalfirlo, quei personaggi rappresentavano la sua libert. Lei non si lasci mai soggiogare da Karl Kraus, e fu molto generoso, da parte sua, darmi retta, quando giunsi davanti a lei legato mani e piedi. Ma una cosa si avvertiva in Veza ancor pi intensamente della sua contenuta ricchezza: il suo segreto. Il segreto di Veza stava nel sorriso. Lei ne era conscia e sapeva evocarlo, ma, una volta comparso, non era pi in suo potere mandarlo via: il sorriso non se ne andava, era come se

quel sorriso fosse il suo vero volto, finch Veza non sorrideva, la sua bellezza era ingannevole. A volte, sorridendo, chiudeva gli occhi, le ciglia nere si abbassavano e sfioravano le guance. Era come se si guardasse dal di dentro, illuminata dal suo stesso sorriso. Come si vedeva? Era questo il suo segreto; eppure, anche se taceva, gli altri non si sentivano esclusi. Il suo sorriso passava, come un arco scintillante, da lei a coloro che la guardavano. Non esiste nulla di pi irresistibile dell'invito a entrare nello spazio interno di un essere umano. E se la persona sa usare molto bene le parole, il suo silenzio accresce al massimo la seduzione. Cerchiamo di arrivare sino alle sue parole, e speriamo di trovarle dietro il sorriso: l che esse attendono il visitatore. In Veza c'era un nodo che non poteva sciogliersi, perch era satura di tristezza. Alimentava continuamente la sua tristezza, era sensibile a ogni dolore, purch fosse il dolore di un altro; soffriva l'umiliazione altrui come se a subirla fosse stata lei stessa. E questo senso di pena non le bastava, doveva rovesciare sugli umiliati una pioggia di elogi e di doni. Di quei dolori lei sentiva il peso anche quando da lungo tempo si erano quietati. La sua tristezza era abissale: racchiudeva e conservava in s tutto ci che era ingiusto. Veza era molto orgogliosa, ed era facile ferirla; ma a tutti concedeva la stessa vulnerabilit ed era convinta di essere circondata da persone sensibili che avevano bisogno della sua protezione e che lei non dimenticava mai. La colomba della pace. E' straordinario quante cose possano nascere da dieci giorni di libert. Dal 1o al 10 agosto 1925 avevo tracciato in completa solitudine la mia linea di demarcazione nei confronti di Freud e mi ero anche difeso dalle accuse di mia madre, gettando al vento durante il giorno le cose che poi la sera mettevo per iscritto; e proprio perch mia madre non ne sapeva nulla, mi presi la soddisfazione di essere pi duro, pi incisivo e pi efficace di quanto non sarei stato in sua presenza. Quella

breve parentesi di libert, che mi avrebbe nutrito per tutta la vita, mi sarebbe rimasta sempre presente, non foss'altro perch in ogni fase della mia esistenza, qualunque cosa mi capitasse, ritornavo ad essa con il pensiero. In quei giorni, mentre stendevo la mia accusa, con frasi cos violente che oggi mi fanno paura, mi appariva un volto che - cos pensavo - non c'entrava per nulla. Non avevo fatto attenzione al suo sorriso, e ora quel volto non sorrideva; mi parlava invece, serio e inflessibile, della guerra che aveva combattuto. Era il volto di Veza. Mi parlava della sua libert. Il vecchio allampanato che allora conoscevo soltanto dalle tremende parole di Veza (tanto pi tremende in quanto nessuno se le sarebbe aspettate da lei) aveva perso la sua guerra contro Veza. Io, sconcertato, cercavo di scacciare quella visione, ma le parole continuavano a uscire dalla bocca di Veza, dandomi pi forza per la mia impresa. Alla lotta per la libert di quei dieci giorni Veza prese parte con la sua propria lotta. Quando tornai a Vienna, mi sentii spinto verso di lei e cominci tra noi un dialogo inesauribile, andavo a trovarla sempre pi spesso, e questo dialogo prese il posto del vecchio dialogo, che era degenerato in una lotta di potere e da essa era stato devastato: di tutto ci nessuno avrebbe potuto stupirsi, ma ne fu sconvolta la persona che aveva avuto la peggio: mia madre. A settembre era tornata a casa, ma l'atmosfera era mutata. Per due mesi restammo ancora insieme nella Radetzkystrasse. Il fuoco che ci aveva acceso era ormai estinto. Il mio sfogo di luglio l'aveva spaventata, quella volta il medico aveva pronunciato il suo verdetto contro di lei. Non mi attaccava, non m'imponeva nulla. Io non la criticavo, perch ormai potevo parlare con Veza. Non tenevo nascoste le mie visite in quella casa, e parlavo apertamente, pur senza scendere nei dettagli, delle inclinazioni letterarie di Veza. Forse, anzi, ne parlavo fin troppo apertamente, soprattutto quando elogiavo la sua cultura, il suo gusto, la sua capacit di giudizio. Per un po' la mamma mi ascolt senza reagire

in maniera diretta. Ma poi cominci a mostrarsi profondamente irritata dalle interruzioni durante l'ora dei pasti. Quando Johnnie Ring doveva uscire dal suo bugigattolo e passava nel soggiorno appiattendosi dietro la sedia della mamma, lei storceva il viso in una smorfia di disgusto e neanche rispondeva al suo saluto. Al ritorno Johnnie si metteva a balbettare, tanto gli era penoso quel silenzio, met dei suoi discorsi adulatori gli restavano in gola; ma la mamma continuava a tacere fino a quando egli non aveva richiuso dietro di s la porta dello stanzino. Subito dopo si scatenava il finimondo contro Vienna, quella sentina di vizi dove pi niente veniva fatto come si deve. La mattina i viennesi poltrivano a letto, oppure erano esteti, che chiacchieravano soltanto di libri. Fannulloni e impudenti com'erano, si piazzavano in pieno giorno nei musei, davanti ai quadri. E il risultato era uno solo, nessuno voleva pi lavorare, perch stupirsi dunque della disoccupazione se non c'erano pi uomini capaci di affrontare la vita? E magari Vienna fosse stata soltanto una sentina di vizi, era anche una citt provinciale, ormai. In tutto il mondo pi nessuno attribuiva importanza alle cose che capitavano a Vienna, bastava nominarla perch la gente storcesse la bocca in una smorfia di disprezzo. Perfino Karl Kraus (del quale fino a quel momento non si era mai interessata) veniva citato come testimone del l'inferiorit di Vienna. Lui s che sapeva di che cosa parlava, lui del mondo se ne intendeva, e la gente che strapazzava era la stessa che poi correva a frotte ad ascoltarlo per ridere dei propri vizi! Un tempo, nei giorni gloriosi del Burgtheater, tutto era diverso, allora Vienna era ancora una citt che contava qualcosa. Forse era anche per via dell'Imperatore: con tutto ci che si poteva dire contro di lui, era stato un uomo con un altissimo senso del dovere. Vecchio com'era, sedeva ancora, giorno dopo giorno, davanti alle sue carte. Ma ora? Conoscevo una sola persona che non pensasse prima di tutto a divertirsi? E in una citt simile si dovevano educare dei giovani a diventare uomini? Era solo tempo

perso; a Parigi s, a Parigi sarebbe stata un'altra cosa. Avevo la sensazione che quell'odio improvviso per Vienna fosse rivolto in realt a una persona determinata, della quale non veniva fatto il nome. Solo a pensarci mi venivano i brividi, bench mia madre evitasse accuratamente ogni accusa contro di me. Il solo fatto che avesse incluso per la prima volta i musei nel catalogo dei vizi e se la prendesse con quelli che perdevano tempo davanti ai quadri gi mi sembrava sospetto. Non c'era nessuno che nominasse Veza senza paragonarla a un quadro, e siccome di quadri ne erano stati chiamati in causa parecchi, gi si era creato un piccolo museo. Tutto a un tratto, durante uno di quei rabbiosi attacchi contro Vienna, sarebbe saltato fuori il nome di Veza. Che cosa avrei fatto allora? Alla prima offesa contro quella persona me ne sarei andato di casa, per sempre. Ma prima di arrivare a tanto la mamma, all'inizio dell'inverno, si ritir a Mentone, in Riviera, e di l cominci a scrivermi delle lettere imploranti. Era abbandonata da tutti, diceva, in albergo nessuno la poteva soffrire, la gente diffidava di lei, le donne avevano paura dei suoi sguardi, soprattutto quando sedevano col marito in sala da pranzo. Rimasi impressionato, perch in quelle descrizioni c'era qualcosa della sua forza di un tempo. A ci si aggiungevano minuziosi ed esaurienti resoconti su ogni sorta di disturbi fisici. Bench sapessi fin dal tempo di Arosa che si trattava spesso di mali immaginari, non per questo li prendevo meno sul serio. Comunque, ciascuna delle sue lettere sfociava e culminava in vere e proprie esplosioni di odio, un odio cos cieco e selvaggio che cominciai a temere per la vita di Veza. Ora infatti, per lettera, faceva apertamente il suo nome. Le attribuiva i moventi pi bassi e diceva su di lei le cose pi orribili, senza alcun ritegno. Veza aveva capito il mio lato debole, il mio amore per i libri, e lo sfruttava spudoratamente non parlandomi d'altro. Veza, che era una donna e non aveva niente da fare, poteva anche permettersi di vivere da esteta. Se non ne provava disgusto,

erano fatti suoi, ma attirarvi un giovane che si stava preparando alla lotta per l'esistenza era un vero crimine. Lo faceva per pura vanit, con l'unico scopo di attrarre una nuova vittima nelle sue reti; che cosa poteva mai significare, infatti, una creatura ridicolmente giovane come me, per una donna esperta come Veza? Il mio risveglio sarebbe stato atroce, quando fosse venuto il turno della sua prossima conquista. Ero talmente candido e ingenuo che lei, mia madre, non poteva pensare a me senza sentirsi angosciata. Era decisa a salvarmi. Via, lontano da Vienna! Quella sentina di vizi, la citt dei Johnnie e delle Veza - che non per nulla erano cugini - non faceva per noi. Pensava di trasferirsi a Parigi con i miei fratelli. Avrebbero continuato le scuole laggi, per poi frequentarvi anche l'universit. Era chiaro che ormai non potevamo pi vivere insieme. A ventun anni dovevo andare per la mia strada. Ma c'erano parecchie citt, in Germania per esempio, la cui atmosfera non era appestata dagli esteti e dove avrei potuto continuare proficuamente i miei studi. Non temeva pi che lasciassi la chimica, poich ormai avevo resistito due anni. Temeva soltanto Vienna, dove mi sarei certamente rovinato, in un modo o nell'altro. Non dovevo credere che Veza fosse un'eccezione, a Vienna vivevano migliaia di persone come lei, persone senza scrupoli e avide di piaceri, che per soddisfare la propria vanit non esitavano a strappare i figli alle madri, per gettarli poi in un cantuccio quando ne avevano abbastanza. Di casi del genere ne conosceva a bizzeffe. Non me ne aveva mai parlato per non confondermi le idee sulle donne, ma ormai era tempo che sapessi come andavano le cose nel mondo - ben diversamente da com'erano descritte nei libri. Per tutto il tempo in cui rimase a Mentone, fino a marzo inoltrato, risposi alle sue lettere. Sapevo che l era completamente sola, e le sue lamentele sulla diffidenza che la circondava da ogni parte mi preoccupavano. Dalle ingiurie contro Veza, che prendevano la met delle sue lettere, mi sentivo colpito e addolorato. Temevo che potessero giungere sino all'aggressione fisica,

e cercai, sia pure con poche speranze, di intervenire sul suo stato d'animo per farle cambiare idea. Le raccontavo tante altre cose che capitavano a Vienna, per esempio le mie discussioni con la vicina di posto in laboratorio, una ragazza emigrata dalla Russia che mi piaceva molto; oppure che un nano, arrivato da poco, con il suo piglio chiassoso e risoluto dominava l'intera aula; e poi tutte le letture di Karl Kraus (adesso che la mamma l'aveva ufficialmente accreditato come spregiatore di Vienna, non poteva pi come prima voltare la testa dall'altra parte ogni volta che si parlava di lui). In tutte le mie lettere dicevo molto chiaramente che ero deciso a rimanere a Vienna. Dei suoi attacchi contro Veza non tenevo conto, e cercavo di non prenderli troppo sul serio. Solo due o tre volte, non di pi, replicai con parole indignate manifestando i miei veri sentimenti, che erano quelli di una persona profondamente offesa. Lei, allora, cambiava subito tono e moderava il suo odio per circa una settimana. Ma dopo un paio di lettere ricominciava tale e quale, e io ero al punto di prima. Il suo stato mi rendeva inquieto, ma soprattutto ero preoccupato per Veza. Conoscevo la sua sensibilit, Veza si sentiva colpevole di tutto ci che le capitava intorno e di molte altre cose ancora. Se avesse avuto il minimo sentore di ci che mia madre pensava e scriveva di lei, di sicuro si sarebbe ritirata, e non avrebbe pi voluto vedermi per nessun motivo. Finch non ne avesse saputo una sillaba, tutto sarebbe andato bene. Ogni settimana ero turbato da una lettera che arrivava da Mentone: in quei giorni non andavo a trovare Veza, per evitare che lei si accorgesse di qualcosa. La casa era stata disdetta fin dall'inizio dell'anno, i miei fratelli abitavano presso una famiglia e io mi ero preso una stanza in affitto. In marzo la mamma and a Parigi, dove vivevano alcuni parenti e molti amici. e cominci a guardarsi intorno per preparare il trasferimento estivo. Per la fine di maggio annunci il proprio arrivo a Vienna. Voleva fermarsi un mese per sistemare ogni cosa. Dopo sei mesi, era tempo che finalmente ci parlassimo di nuovo. Quando venni a sapere di quella

visita minacciosa, ebbi paura. Ora la situazione diventava rischiosa, dovevo proteggere Veza ad ogni costo, bisognava evitare assolutamente che incontrasse mia madre. Ma non doveva nemmeno sapere del suo odio, che l'avrebbe turbata, e poi tra noi sarebbe cambiato tutto. N potevo decidere come comportarmi con la mamma prima che arrivasse. Mi aveva annunciato che sarebbe scesa in una pensione proprio dietro l'Opera, fuori della citt leopoldina, perci non dovevo temere un incontro casuale con Veza. Il tempo di preparare Veza non mi mancava. Non avrebbe dovuto sapere pi di ci che era strettamente necessario, quel tanto che occorreva perch acconsentisse al mio desiderio di evitare la mamma, non di pi. Confidai a Veza che mia madre desiderava che io lasciassi Vienna. Qualcuno le aveva spiegato che per me sarebbe stato meglio frequentare una grande universit tedesca nella quale insegnava un chimico di fama mondiale, e poi far di tutto per laurearmi con lui. A Vienna, a quel tempo, non c'era un solo professore che godesse di un cos alto prestigio. Dalla laurea dipendeva in gran parte il mio futuro di chimico. Questo non significava, diceva la mamma, che pi tardi non potessi tornare a Vienna: nessuno pu sapere con precisione quale sar il proprio futuro. Naturalmente la mamma aveva notato che qualcosa mi tratteneva a Vienna. Io le avevo scritto che non volevo andar via a nessun costo. Adesso stava per arrivare, decisa a fare un ultimo tentativo, e avrebbe cercato in tutti i modi di persuadermi. Ma non ci sarebbe riuscita, la chimica mi era del tutto indifferente, non avevo intenzione di esercitare la professione di chimico. Nessuno meglio di Veza sapeva ci che volevo diventare e che cosa avrei fatto nella vita, comunque e dovunque. Veza mi domand perch mai ero tanto preoccupato. Se non volevo andar via, nessuno poteva costringermi, dopo tutto. -Non si tratta di questo, dissi -tu mia madre non la conosci abbastanza. Quando vuole qualcosa, adopera ogni mezzo per imporre le sue idee. Verr a trovarti, ne parler con te. Ti convincer che per me la cosa migliore

lasciare Vienna. Ti porter a un punto tale che sarai tu a raccomandarmi di partire. E io non potrei mai perdonartelo. Ci allontaner l'uno dall'altra. Ho una paura terribile che parli con te . -Mai. Mai. Mai. Non ci riuscir mai! . -Ma io ho paura, e quando sar qui non avr pi un istante di pace. Tremo al pensiero del suo arrivo. Tu stessa hai un'altissima opinione delle sue doti intellettuali, della sua forza di volont. Non hai idea di ci che sarebbe capace di dire. E io nemmeno, del resto; sai, le cose le vengono in mente di punto in bianco, e di colpo tu ti accorgi che ha proprio ragione e le prometti tutto quello che vuole; e allora - allora, che ne sar di noi? . -Non la vedr. Te lo prometto. Lo giuro. Cos non succeder nulla. Sarai tranquillo allora? . -S, s, ma solo se farai quel che mi dici . Le dissi che non doveva rispondere a nessuna telefonata, a nessuna lettera della mamma, insomma doveva evitarla con la massima astuzia e circospezione. La mamma, del resto, avrebbe abitato nel primo distretto, ed evitarla perci non sarebbe stato difficile. Ma se, inopinatamente, fosse arrivata una sua lettera, avrebbe dovuto consegnarmela, dissi, ancor prima di aprirla. Quando vidi con quanta facilit Veza mi aveva creduto, cominciai a sperare. Non solo mi avrebbe consegnato senza aprirla qualsiasi lettera di mia madre, ma, se lo desideravo, non l'avrebbe mai letta, neppure dopo di me, e non le avrebbe mai risposto. La mamma arriv, e sin dal nostro primo colloquio notai che anche lei ci teneva molto a evitare un confronto con Veza: l'immagine della -nemica , cos come se l'era costruita, voleva conservarsela nella sua scostante integrit. Sentiva che quell'immagine si sarebbe dissolta nel nulla se avesse visto Veza in carne e ossa anche una sola volta. Dalle mie lettere, che aveva riletto a Parigi una dopo l'altra, aveva concluso che a nessun costo avrei lasciato subito Vienna. Credeva di aver capito che, ancor pi di Veza, non volevo perdere Karl Kraus. A Mentone, dove si sentiva esclusa perch non conosceva nessuno,

la mamma dava per scontato che io vedessi Veza ogni giorno. A Parigi, dove aveva i suoi parenti e molte conoscenze, non ne era stata pi tanto sicura. La sua diffidenza si era ramificata, era diventata pi sottile, aveva cominciato a leggere nelle mie lettere molte cose che prima non aveva notato. Le avevo scritto della mia compagna di laboratorio, che mi faceva pensare a Dostoevskij. Era una vera delizia parlare con lei di Dostoevskij, per merito suo cominciavo addirittura ad andare volentieri in laboratorio. La mamma era stata colpita dall'espressione -una vera delizia , alla quale a Mentone, appena ricevuta la lettera, non aveva fatto caso, e aveva riflettuto sul fatto che io passavo in laboratorio tutta la mia giornata. Durante i lunghi procedimenti di analisi quantitativa c'era tanto di quel tempo per parlare... -Vedi ogni tanto quella Eva, mi domand -la tua russa del laboratorio? . -S, certo, andiamo quasi sempre a mangiare insieme. Sai, quando parliamo di Ivan Karamazov, che lei detesta, non possiamo smettere come se niente fosse. Allora si va insieme a mangiare qualcosa alla taverna del Regina e si continua a parlarne, e cos pure quando ritorniamo per la W hringerstrasse verso l'Istituto, non smettiamo un istante; e poi, quando siamo di nuovo davanti ai nostri alambicchi, di che cosa credi che parliamo? . -Di Ivan Karamazov! Da voialtri c'era proprio da aspettarselo! Lei, naturalmente, sar tutta per Aliosa! Io invece ho cominciato a capire Ivan, da qualche anno lo considero il pi interessante dei fratelli Karamazov . La mamma era talmente contenta dell'esistenza di questa mia collega che inizi una conversazione con me su alcuni personaggi letterari, proprio come ai vecchi tempi. Ricord l'itterizia che mi ero preso nella Radetzkystrasse, pi di un anno prima. Era l'unico periodo al quale ripensavo con piacere; costretto a letto per varie settimane, avevo letto Dostoevskij, tutti i volumi rossi dell'edizione Piper, dal primo all'ultimo. -Insomma, devi esser grato all'itterizia, disse

la mamma -altrimenti ora non riusciresti a cavartela con la tua Eva . Quel -tua mi diede una fitta, era come se mi spingesse fra le braccia di Eva con le sue stesse mani. La ragazza mi piaceva davvero, e la cosa mi aveva anche creato qualche conflitto. Tuttavia, in un improvviso soprassalto di astuzia, lasciai correre, perch sentivo che la mamma mi stava osservando con grandissima attenzione. Dissi addirittura: -S, vero. Parlarne con lei meraviglioso. Eva vive in Dostoevskij e prende tutto molto sul serio. In quell'aula non c' nessun'altra persona oltre me con cui lei potrebbe parlarne . Appena fra noi tornava la letteratura, mia madre mi piaceva di nuovo. Naturalmente era impossibile non notare l'intento che l'aveva guidata nel dare quella certa piega alla nostra conversazione. Era un sondaggio, voleva stabilire quale peso aveva per me l'attraente collega rispetto a un'altra donna. Che cosa contava, per me? Poteva forse contare anche di pi in futuro? Ritornando a Dostoevskij, volle sapere se Eva, la mia collega, aveva qualcosa in comune con le figure femminili di Dostoevskij. La domanda suonava gi foriera di nuove ansie, ma io la tranquillizzai: no davvero, era proprio fuori strada. Eva era una persona straordinariamente intelligente, il suo vero talento era la matematica, in chimicafisica se la cavava meglio lei di tutti gli studenti di sesso maschile. La sua vita emotiva - nonostante le inclinazioni intellettuali - era molto ricca, ma era una ragazza di sentimenti coerenti e costanti, i voltafaccia repentini ai quali la mamma aveva pensato con la sua domanda sembravano estranei alla sua natura. -Ne sei proprio sicuro? disse la mamma. -Si possono prendere degli abbagli spaventosi. Avresti mai pensato che un giorno saresti arrivato a odiarmi? . Sorvolai su questa frase, era la prima provocazione dal momento del suo arrivo a Vienna; preferivo tornare al tema iniziale del nostro colloquio. -Certo che ne sono sicuro, replicai -ogni giorno passo molte ore con lei. E' quasi un anno che va avanti cos.

Credi che esista qualcosa di cui non abbiamo ancora parlato? . -Pensavo che parlaste soltanto di Dostoevskij . -S, perlopi cos, l'argomento di cui parliamo pi volentieri. Puoi immaginare un modo migliore, per conoscere una persona, che parlare con lei di tutto quello che c' in Dostoevskij? . Ci aggrappammo entrambi a questa colomba della pace. Eva Reichmann si sarebbe meravigliata se avesse conosciuto il ruolo che la mamma le aveva attribuito. Certo non sarebbe stata contenta di entrare nei nostri discorsi in quella maniera, perch, in sostanza, mia madre e io volevamo una cosa sola: evitare un altro argomento. In ogni caso non dissi nulla sul suo conto che non pensassi davvero, e, attraverso le mie stesse parole, Eva mi diventava sempre pi cara. Bench mia madre parlasse di lei con tanta insistenza, non la presi affatto in antipatia. Eva fu davvero la nostra colomba della pace. Dopo quei sei mesi di assenza di mia madre e il carteggio tempestoso che c'era stato fra noi, io mi aspettavo un bruttissimo scontro. Adesso tutti e due, lo si avvertiva chiaramente, ci stavamo scaricando della nostra avversione e della nostra angoscia. -Revenons nos moutons disse improvvisamente la mamma, un'espressione che le piaceva, ma che negli ultimi anni, durante i nostri conflitti, non aveva mai usato, neppure una volta. -Ormai dovresti sapere quali sono i miei progetti . Il trasferimento a Parigi era fissato per l'estate. Sarebbe stato un periodo faticoso per lei. Prima di affrontarlo voleva fare una cura, voleva andare a Bad Gleichenberg come l'anno passato, le aveva fatto bene. Avevo voglia di occuparmi io dei fratelli per quel periodo? Era importante che facessero delle vere vacanze, subito dopo sarebbe iniziato per loro un periodo difficile: l'ambientamento nelle nuove scuole francesi, per di pi in classi abbastanza alte, alla soglia ormai del bachot, l'esame di maturit francese. Saremmo potuti andare tutti e tre insieme nel Salzkammergut, questo l'avrebbe tranquillizzata molto, avrei fatto a lei e ai fratelli un vero servizio.

Capivo a che cosa mirava e accettai senza esitare. Non c'era nulla, dissi, che avrei fatto pi volentieri. Dopo, forse, non avrei pi visto i fratelli per un anno intero. E poi anch'io avevo voglia di andare in vacanza da qualche parte. Ci saremmo trovati un bel posticino. La mamma era sbalordita. Sentivo che aveva una domanda a fior di labbra. Ma non la fece. Per poco non la feci io per lei. Arrivammo a una sorta di compromesso. La mamma disse: -Ma tu non hai altri progetti per l'estate? . -E che genere di progetti per l'estate dovrei avere? . Il colloquio poteva finire cos, e sarebbe andato bene a tutti e due. La mia unica, assillante preoccupazione era stata che lei potesse offendere Veza, o comunque farle del male. Invece Veza non era stata nominata neppure una volta. Ma che cosa sarebbe successo nei prossimi colloqui, durante le quattro settimane e pi che la mamma avrebbe passato a Vienna? Era un periodo lungo. Volevo essere del tutto sicuro, e prevenire qualsiasi sgradevole eventualit. La conversazione sulla mia collega mi aveva lasciato un'impressione piacevole. Fu il diavolo a ispirarmi, o fu davvero l'angoscia per Veza? Dissi: -Sai Eva, la mia collega, mi ha chiesto se quest'estate sarei andato in montagna. Non le ho risposto niente di preciso. Avresti nulla in contrario se venisse nella nostra stessa zona? Non nello stesso posto, naturalmente, magari a un'ora di strada, poco pi poco meno. Cos potremmo fare ogni tanto una gita insieme. Avrebbe di sicuro un buon ascendente sui ragazzi. La vedrei soltanto qualche volta, magari una o due volte la settimana, e il resto del tempo lo dedicherei a loro . La proposta la entusiasm. -Perch non dovresti vederla anche pi spesso? Vedi che qualche progetto per l'estate l'avevi fatto. Sono molto contenta che tu me ne abbia parlato. Le due cose si possono conciliare magnificamente. Lei una cos brava persona. E anche se te l'ha chiesto per prima, non il caso di biasimarla. Una volta sarebbe stato inconcepibile. Ma adesso le donne sono tutte cos . -No, no, dissi io -le cose non stanno come tu immagini. Fra noi non

c' proprio nulla . -Quel che non c' oggi, pu nascere domani disse la mamma. Non aveva certo molto tatto, una cosa simile con lei non mi era mai capitata. Che cosa non avrebbe fatto, pur di allontanarmi da Veza! Con la mia improvvisa alzata d'ingegno avevo comunque scoperto l'unica maniera per proteggere Veza. Dovevo parlare a mia madre di altre donne. Per questa volta mi era venuta in aiuto una collega che per caso lavorava vicino a me in laboratorio. Mi era davvero molto simpatica, ed era sconveniente, da parte mia, alimentare in mia madre l'idea che fosse la mia amica, o che potesse diventarlo. La situazione rimase per me un po' imbarazzante anche quando ne parlai con Eva, e lei, comprensiva e generosa com'era, approv a posteriori la mia condotta. Ma ormai era cosa fatta, e arrivai alla conclusione che non potevo fermarmi l: dovevo inventare delle donne e parlarne alla mamma. Non doveva sapere pi nulla di me e di Veza, mai pi. Presto la mamma sarebbe stata lontana, a Parigi, Veza sarebbe rimasta a Vienna e io, in quel modo, l'avrei salvata da tutte le cose tremende che la mamma avrebbe potuto farle. La signora Weinreb e il boia. La signora Weinreb, presso la quale avevo affittato una stanza bella e spaziosa nella Haidgasse, era la vedova di un giornalista morto in et avanzata. Lei era assai pi giovane e gli sopravviveva ormai da molti anni. Tutta la casa era piena dei ritratti del defunto giornalista, una specie di nonno con barba benigna. La signora, con la sua cupa faccia canina, parlava sempre con grande devozione del marito, come se anche da morto fosse molto superiore a lei, intellettualmente e moralmente, e una piccola parte di questa sua venerazione la trasferiva sugli studenti universitari. Ogni studente poteva diventare un -dottor Weinreb , non nominava mai suo marito senza chiamarlo -dottore . Nelle foto di gruppo coi suoi colleghi, davanti alle quali mi sentivo in dovere di trattenermi per un po' in contemplazione, egli risaltava non soltanto a causa della barba, ma anche perch era sempre al centro della fotografia. Di rado la signora diceva

-mio marito , neppure a distanza di tanti anni dalla sua morte si era scordata che sposarlo era stato per lei un grande onore, e perci le rarissime volte in cui le saliva alle labbra l'espressione -mio marito si interrompeva spaventata, come se le fosse sfuggita una bestemmia, e dopo un attimo di esitazione aggiungeva, come in estasi, il nome completo di titolo: -il dottor Weinreb . Di sicuro lo aveva chiamato cos per un pezzo prima delle nozze, e non escluso che avesse continuato anche dopo, durante il loro matrimonio. Ero venuto a sapere della stanza attraverso una famiglia di amici, il loro figlio vi aveva abitato per un anno. Poi la cosa era finita male, e vedremo perch. Quel giovane timido, noto per la sua mitezza, si era trovato in una situazione incresciosa ed era stato perfino trascinato in tribunale. Mi avevano detto di stare in guardia, non tanto dalla vedova, quanto dalle due donne che vivevano con lei. Mi aspettavo di trovare un luogo di depravazione, per volevo abitare in una zona non troppo lontana dalla casa di Veza, seppure non vicinissima, e la Haidgasse, una piccola traversa della Taborstrasse, mi andava veramente benissimo: se non era proprio un satellite della Praterstrasse, che allora, con i suoi dintorni, dominava la mia esistenza, era comunque in una zona limitrofa. Quando andai a vedere la camera, fui sorpreso dalla pulizia e dall'ordine che regnavano in tutta la casa; il suo aspetto non avrebbe potuto essere pi borghese, dappertutto si vedevano le foto del distinto vecchio signore e davanti a ciascuna di esse la moglie che ne tesseva le lodi. Neppure la stanza che avrei dovuto abitare io era esente da quei ritratti, ma alle sue pareti il defunto compariva un po' meno, tre o quattro pose in tutto. Mi era stato detto che preferivano affittare la stanza a uno studente. Il mio predecessore era stato un impiegato di banca, che guadagnava gi ed era indipendente dalla madre; ma il suo stipendio era modesto, e siccome non frequentava l'universit non sarebbe certo andato molto lontano. La signora Weinreb si guard bene, tuttavia, dall'aggiungere altri

particolari sul suo conto; lo nomin soltanto perch aveva abitato prima di me in quella stanza, che da allora non era pi stata occupata; ma non prese partito n per lui n contro di lui. La donna che aveva il compito di vigilare su di lei e che aveva intentato il processo contro quel giovane stava in cucina, proprio l accanto. Tutte le porte erano aperte, e la signora Weinreb non diceva nulla senza interrompersi a ogni istante e tendere l'orecchio con apprensione verso la cucina. Molto presto, sin dalla mia prima visita, mi resi conto che la signora era oppressa da un peso da cui niente poteva liberarla. Poich nominava il marito defunto quasi a ogni frase, pensai che quell'oppressione fosse connessa con la sua vedovanza. Forse non aveva circondato il vecchio di tutte le cure che egli avrebbe desiderato. Questo in realt, mi sembrava poco plausibile, nella sua vita non c'erano stati altri uomini, di questo ero certo. Eppure la signora Weinreb tendeva sempre l'orecchio a una voce, si atteneva ai suoi ordini, e certo non era la voce del suo defunto marito. La governante, che abitava con lei e mi aveva aperto la porta di casa, dopo avermi affidato alla padrona, era subito sparita in cucina. Era una donna robusta e massiccia di mezza et: le sue fattezze corrispondevano esattamente a quelle che allora m'immaginavo dovessero essere le fattezze di un boia. Aveva gli zigomi molto sporgenti e un'espressione truce sul volto, che il sorriso rendeva ancor pi minaccioso. Non mi sarei meravigliato se, come benvenuto, mi avesse mollato un ceffone. Invece fece un viso da gatto, che per, essendo proporzionato alla sua mole, faceva un effetto sinistro. Ecco da chi dovevo stare in guardia. La moglie del dottor Weinreb mi apr con grande impeto la porta della camera da affittare (camminava sempre come se fosse sul punto di cadere in avanti), entr nella stanza subito dopo di me, si assicur che la porta alle sue spalle restasse spalancata, e grid addirittura, cosa che mi parve senza senso, -Subito! Subito! con la faccia rivolta indietro, pi o meno come una domestica grida alla sua

padrona -Vengo subito! ; poi cominci a illustrarmi i pregi della stanza, e soprattutto i ritratti del defunto marito. A ogni frase che diceva si aspettava una conferma o un incoraggiamento. All'inizio supponevo che li aspettasse da me, ma presto mi resi conto che la conferma doveva venire dall'esterno; dato che in casa non avevo visto nessun altro, pensai che si trattasse della persona poco rassicurante che mi aveva ricevuto e, con mio grande disappunto, per tutto il tempo della visita mi sembr di averla continuamente davanti agli occhi. Ma l'interessata rest in cucina e non intervenne affatto nella nostra conversazione. Mi chiesi dove fosse finita la terza persona che avrebbe dovuto abitare in quella casa. L'incidente giudiziario del mio predecessore era sorto per causa sua. Ma essa non si fece vedere, forse non abitava pi l, o forse, chiss, era stata allontanata proprio per via dello scandalo che aveva provocato e che aveva reso difficile riaffittare la stanza. Della sua bellezza contadinesca, delle sue lunghe trecce bionde - si diceva che quand'erano sciolti i suoi capelli arrivassero quasi fino a terra -, delle sue arti di seduttrice avevo sentito parlare molto, sia pure in maniera poco chiara. Il suo nome mi piaceva e mi era rimasto impresso nella memoria, tutti i nomi boemi mi sembravano belli, ma il suo, Ruzena, mi piaceva particolarmente. Speravo che fosse lei ad aprirmi la porta, e invece al suo posto mi era comparsa davanti sua zia, il boia; il ceffone che mi aspettavo da lei me lo sarei meritato, perch ero davvero curioso di vedere Ruzena. Forse quella truce accoglienza era un avvertimento. Poich la vicenda era finita sui giornali, era ovvio supporre che qualcuno sarebbe venuto non tanto per vedere la stanza, quanto piuttosto per vedere Ruzena. Ma in fondo mi andava bene che di Ruzena non ci fosse traccia, cos potevo prendere in affitto la stanza, che in effetti mi era piaciuta, senza temere complicazioni. La signora Weinreb era contenta che volessi entrare subito, sembrava sollevata dal fatto che non chiedessi un po' di

tempo per riflettere e aggiunse: -Vedr, nell'atmosfera in cui viveva lui si trover bene, era un uomo molto istruito . Ormai sapevo di chi stava parlando, anche se non faceva il suo nome. La signora mi condusse fuori e grid verso la cucina: -Il giovanotto viene subito, va soltanto a prendere i bagagli . La governante, della quale ho dimenticato il nome, perch sin dall'inizio per me fu semplicemente -il boia , venne fuori e disse, sempre sorridendo: -Non il caso di aver paura, da noi non la morde nessuno . Stava in piedi nel vano della porta della cucina, alta e massiccia com'era lo riempiva tutto, e appoggiandosi all'indietro contro gli stipiti con tutte e due le braccia, sembrava che avesse intenzione di saltarmi addosso. Non feci pi attenzione a lei e andai a prendere la mia roba. Nei primi giorni che trascorsi nella nuova camera, la casa era molto silenziosa. Uscivo al mattino presto per andare al laboratorio di chimica, e a mezzogiorno restavo nei pressi dell'universit, di solito mangiavo alla taverna del Regina. Alla sera, quando chiudeva il laboratorio, Veza veniva a prendermi. Andavamo a passeggio, oppure l'accompagnavo a casa, e solo a tarda ora, a volte dopo le undici, me ne tornavo nella Haidgasse. Trovavo sempre il letto rifatto e ben rimboccato, non sapevo chi lo avesse preparato per la notte. Del resto non stavo a rifletterci, davo per scontato che ci pensasse la governante. Di notte non sentivo alcun rumore. La signora Weinreb, che abitava e dormiva nella stanza vicina, camminava silenziosamente nelle sue morbide ciabatte di feltro, immaginavo che scivolasse da un ritratto all'altro, per eseguire le sue devozioni. Una sera, alla fine della settimana, tornai a casa presto, ero stato invitato a teatro e volevo cambiarmi d'abito. Sentii che c'era qualcuno nella mia stanza, entrai e rimasi di sasso. Davanti al mio letto, profondamente chinata in avanti, stava una contadina, le braccia bianche e voluttuose saldamente infilate sotto il mio piumino, che stava sprimacciando. Parve non accorgersi del mio arrivo, perch si chin ancor

di pi, volgendo verso di me un posteriore addirittura immenso, e continu a percuotere vigorosamente il piumino, come se volesse sculacciarlo. I capelli biondissimi erano raccolti in due grosse trecce annodate sopra la testa, che in quella posizione sfiorava il piumino. Il tocco contadinesco era dato dalla gonna a pieghe, che arrivava fino a terra; non potevo fare a meno di notarla, l'avevo davanti al naso. Diede ancora un paio di colpi al piumino, come se non avesse la pi pallida idea che le stavo dietro. Non potendo vederla in faccia, non volevo parlare per primo, e mi schiarii la voce con imbarazzo; quel suono decise di sentirlo, si sollev e si gir di scatto, con un movimento cos ampio che quasi mi sfior. Eravamo in piedi, vicinissimi l'uno all'altra; forse tra noi sarebbe passato un foglio di carta, certo non di pi. Era pi alta di me e molto bella, una specie di Madonna del Nord che ora teneva le braccia come se, al posto del piumino, stesse per abbracciare me; ma lentamente le lasci ricadere, arrossendo. Sentivo che aveva la capacit di arrossire a comando. Emanava un odore come di lievito. La sua bellezza mi invest in pieno, e sono certo che, se fosse stata tutta nuda come le sue braccia, trovandomi cos vicino a lei avrei perso la testa, come del resto chiunque altro; invece rimasi immobile e non dissi niente. Allora lei, finalmente, apr la piccola bocca e disse con una vocina pigolante: -Sono Ruzena, gentile signore . Il nome, sul quale i miei pensieri indugiavano da un bel po', non manc di fare il suo effetto, e neppure il -gentile signore fu detto a caso, il titolo che mi spettava sarebbe stato tutt'al pi -signorino . Chiamandomi cos, Ruzena faceva di me un uomo esperto, un uomo al quale si cede senza opporre resistenza. Ma quella voce pigolante rovin completamente l'effetto della sua apparizione e della sua arrendevolezza. Era come se un minuscolo pulcino provasse a parlare, e tutto ci che prima avevo visto - le braccia bianche e vigorose che sprimacciavano il piumino, le fulgide trecce, la mole torreggiante del suo didietro, con un che di enigmatico che per non mi allettava - tutto questo

si dissolse in quei poveri suoni queruli, e persino il suo nome, che mi aveva riempito di tanta attesa, spar, era ormai per me un nome qualunque. L'incantesimo di Ruzena era svanito del tutto, doveva essere una ben misera creatura colui che si lasciava sedurre da quella voce. Tutto ci mi balen per la mente ancor prima di rispondere al suo saluto, e quando lo feci il mio tono fu cos freddo e indifferente che lei si scus, questa volta pigolando pi in fretta, di essersi fatta trovare nella mia stanza. Non voleva disturbare, mi stava solo preparando il letto come tutte le sere, non aveva pensato che sarei tornato cos presto. Il mio tono divent sempre pi sprezzante, dissi soltanto: -S, va bene e, mentre lei si allontanava con movimenti piuttosto agili dato il suo peso, mi torn in mente tutta la storia, cos com'era apparsa sul giornale, e le altre cose che mi erano state raccontate a voce. Il giovanotto (il mio predecessore), una sera, rincasando dalla banca, se l'era trovata davanti al suo letto. Lei aveva attaccato discorso e l, sui due piedi, lo aveva sedotto. Lui era timidissimo e inesperto e quindi, cosa rara a Vienna, non aveva mai avuto un'amica. La zia di Ruzena aveva capito che era incapace di difendersi e in tribunale l'aveva accusato di aver rotto la promessa di matrimonio. Lui aveva negato tutto, e i giudici, visto che tipo era, avrebbero certo creduto alla sua innocenza, ma poich Ruzena era incinta, fu condannato a pagarle un indennizzo. Quell'uomo inerme e incapace di difendersi era diventato lo zimbello generale, tutti lo reputavano innocente, ma proprio per questo la cosa aveva fatto scalpore. Era davvero buffo che un tipo come quello fosse stato accusato e condannato per aver prima sedotto una donna e poi infranto la promessa di sposarla. Ruzena prov ancora due o tre volte a prepararmi il letto per la notte. Ma sapeva di non aver molte speranze; la zia aveva scoperto da un pezzo che avevo un'amica, la quale ogni tanto, di sera, veniva a prendermi e, quando vide che era sempre la stessa, cominci a fare scarso affidamento sui preparativi di Ruzena. I pochi

tentativi che seguirono non furono altro che routine. Presto dimenticai tutto, e solo qualche settimana dopo, quando in quella casa ebbi un'esperienza davvero terrorizzante, ricominciai a pensare a Ruzena. Un pomeriggio - ero tornato a casa in anticipo - sentii dei forti rumori provenienti dalla cucina. Schiocchi di frusta come su un corpo umano, pigolii, strilli, implorazioni, suppliche, un fischio sibilante, poi ciaf! ciaf! ciaf! e, in mezzo a tutto questo, una voce profonda e severa, che cominciai a intendere solo quando compresi a chi apparteneva. Sembrava la voce di un uomo, ma era invece quella della zia: -Eccoti qua! Ecco! T! T! T! . I guaiti e i pigolii si facevano sempre pi forti, non cessavano, anzi aumentavano, e anche le minacce della voce profonda diventavano pi forti e incalzanti. La smetteranno, pensai, e all'inizio rimasi in perfetto silenzio; ma non la smettevano, anzi, era sempre peggio. Accorsi in cucina e vidi Ruzena inginocchiata davanti al tavolo, il busto denudato, mentre la zia accanto a lei teneva in mano una frusta che stava alzando proprio in quel momento e con la quale colp, ciaf!, il dorso di Ruzena. Le due donne erano messe in maniera tale che, entrando, le si vedeva benissimo, nessun particolare poteva sfuggire: i seni di Ruzena, le spalle di Ruzena, l'espressione furente sul ceffo del boia, la frusta sibilante. Solo che il tutto non suonava pi cos spaventoso come dalla mia stanza; non appena vidi, anzich udire soltanto, smisi di crederci, mi sembrava di essere a teatro, solo molto pi vicino, e le cose erano sistemate persino troppo bene, in modo che nulla potesse sfuggirmi. E poi sapevo che a quel punto avrebbero dovuto smettere subito, perch, nonostante il baccano, riuscii a farmi notare. Invece di lasciar cadere la frusta, la zia la tenne sollevata ancora per un po'; ma Ruzena, per sbaglio, continu a pigolare come se la frusta l'avesse colpita di nuovo. La zia la invest: -Vergognati! Tutta nuda! ; poi si volt verso di me: -Questa bimba cattiva non d retta alla zia. Merita un castigo . Ruzena smise di pigolare e, non

appena le fu ordinato di vergognarsi, premette le mani contro i seni, che con quel gesto si gonfiarono, diventando ancora pi vistosi; poi strisci dietro il tavolo, pi lentamente che pot; la sua mole, a terra, non era meno imponente di quella di sua zia, saldamente piantata davanti a me. La zia continu la ramanzina infantile che doveva servire a spiegare la scena. -Bimba deve obbedire. Imparare che ha solo zia, se no nessuno al mondo. Bimba cattiva. Senza zia perduta. Ma zia tiene occhi aperti! Zia sta attenta! . Le parole non venivano fuori spedite, erano pesanti, massicce, e dopo ogni frase la frusta salutare aveva un guizzo. Ma non colpiva pi, non avrebbe pi raggiunto la schiena della bimba colpevole, rannicchiata dall'altra parte del tavolo. La nudit di Ruzena in quel nascondiglio era ancora pi evidente, e certo femminilmente assai provocante; ma il chiacchiericcio infantile rivolto a quella creatura cos rigogliosa la riduceva al rango dell'imbecillit. La sua sottomissione, parte integrante della scena, e forse elemento essenziale da esibire, non era meno disgustosa, per me del piglio da carnefice della zia. Uscii dalla cucina, facendo finta di credere alla scena: la bimba disubbidiente aveva ricevuto un meritato castigo. Quando, senza lasciar trapelare il mio imbarazzo, sparii dalla cucina per tornarmene in camera, diventai io un imbecille ai loro occhi, il che mi salv da ulteriori attentati. Da allora fui lasciato in pace, e non le vidi pi, n tutte e due insieme, n Ruzena da sola. Ogni tanto sentivo la zia che parlava con la signora Weinreb, nella stanza accanto. Di colpi non se ne udivano; ma io ero molto stupito che la zia le parlasse con il tono che si usa coi bambini. La voce, tuttavia, suonava pi rassicurante che minacciosa. Era evidente che la signora Weinreb faceva qualcosa che le era stato proibito, ma non riuscivo a immaginare di che cosa si trattasse, e per il momento lasciai perdere. Udire la voce del boia dall'altra parte della parete non era certo gradevole, mi aspettavo ad ogni istante un'incresciosa esplosione. Ma non si udivano n guaiti n pigolii,

solo qualcosa che suonava come una serie di assicurazioni. La signora Weinreb aveva una voce profonda cupa, mi sarebbe piaciuto ascoltarla ancora, quasi mi dispiaceva quando smetteva di parlare. Una notte mi svegliai e vidi qualcuno nella mia stanza. La signora Weinreb, in vestaglia, stava in piedi davanti al ritratto del marito, lo stacc con cautela dalla parete e guard dietro, come per cercare qualcosa. La vedevo benissimo, la stanza era rischiarata dalle luci della strada le tende non erano tirate. Accost il naso al muro e lo sfior avanti e indietro, annusando, e intanto stava attenta a tener fermo il ritratto con entrambe le mani. Poi annus con uguale lentezza il retro. La stanza era talmente silenziosa che la sentivo annusare. Il suo viso, che in quel momento non vedevo, perch mi voltava la schiena, mi era sempre sembrato il muso di un cane. Con un rapido movimento la signora Weinreb rimise il ritratto al suo posto e scivol verso la parete attigua, avvicinandosi al ritratto seguente. Questo, assai pi grande, aveva anche una pesante cornice, e io mi domandai se la signora avrebbe avuto la forza di tenerlo su da sola. Ma non scesi dal letto: pensavo che si muovesse nel sonno e non volevo spaventarla. La signora sollev anche quel ritratto, tenendolo forte con tutte e due le mani; ma l'annusare alla parete non era pi cos lieve, la sentivo ansimare e gemere piano piano per lo sforzo. Poi barcoll, e sembr che fosse sul punto di lasciarlo cadere; invece riusc a posarlo sul pavimento, con il retro in evidenza, senza per lasciarlo andare del tutto. Si allung di nuovo pi che pot e, mentre con la punta delle dita toccava il listello superiore della cornice, continu ad annusare la parete nel punto in cui il ritratto era stato appeso. Quando ebbe finito, si accoccol sul pavimento e si dedic al retro. Pensavo che continuasse ad annusare poich sentivo lo stesso rumore al quale, in quel breve tempo, mi ero abituato. Ma vidi invece con stupore che stava leccando il retro del ritratto. Lo faceva di proposito, allungando molto la lingua proprio come un cane, la signora Weinreb sembrava contenta di essersi

tramutata in cane. Ci mise un bel po' a leccarlo tutto, il ritratto era grande. Poi si alz in piedi, lo sollev con un certo sforzo e, senza tentare n di guardare la foto del marito, n di toccarla, riappese il ritratto al suo chiodo e scivol svelta, senza far rumore, fino al ritratto successivo. Nella mia camera di ritratti del dottor Weinreb ce n'erano quattro, e lei non ne tralasci neanche uno, il suo dovere lo fece con tutti. Gli altri due, per fortuna, non erano pi grandi del primo, e cos pot svolgere la sua mansione rimanendo in piedi; non essendo pi accovacciata per terra, non si mise a leccare, si limit ad annusare. Poi usc dalla stanza. Pensando ai molti ritratti del marito defunto sparsi per la casa, calcolai che quella procedura potesse facilmente tenerla occupata per met della notte. Mi chiesi se non fosse gi stata da me altre volte a quello scopo, senza che mi accorgessi di nulla a causa del mio sonno pesante. Perci mi proposi di abituarmi a un sonno pi leggero, in modo che la cosa non si ripetesse mai pi: volevo essere sveglio, quando la signora Weinreb veniva da me. Backenroth. Quando entrai nel terzo semestre, dal vecchio Istituto nero di fumo all'inizio della W hringerstrasse mi trasferii nel nuovo Istituto di Chimica all'angolo della Boltzmanngasse. All'analisi qualitativa dei primi due semestri seguiva ora l'analisi quantitativa, sotto la guida del professor Hermann Frei. Il professore era un uomo piccolo e gracile, che senza molestare nessuno era fatto in buona parte di senso dell'ordine, e dunque sembrava fatto apposta per l'analisi quantitativa. I suoi gesti erano cauti, quasi aggraziati, gli piaceva mostrare come si deve procedere per eseguire un lavoro veramente accurato; e poich in quelle analisi si impiegavano minime quantit di materia, lui stesso sembrava quasi un essere senza peso. La sua gratitudine per le dimostrazioni di benevolenza che aveva ricevuto era fuori del normale. Non aveva il dono di impressionare gli studenti con asserzioni scientifiche; il suo campo

era la pratica, l'esecuzione delle analisi in senso stretto, e in quella era abile, sicuro, veloce e, malgrado la sua grande delicatezza, aveva nel piglio un che di risoluto. Delle frasi che diceva restavano impresse soprattutto le sue attestazioni di deferenza, che ripeteva piuttosto spesso. Era stato assistente del professor Lieben, che lo aveva aiutato nella carriera, e ogni tanto lo nominava, ma sempre cos, in questo modo enfatico e prolisso: -Come il mio venerato maestro, il professor dottor Adolf Lieben, era solito dire... . Costui, un chimico, aveva lasciato dietro di s una buona fama; venne fondata una societ che portava il suo nome e aveva il compito di vegliare sul progresso della scienza e sulla carriera dei soci. In bocca al professor Frei, Adolf Lieben era diventato una figura mitica; eppure non diceva un gran che su di lui, si limitava a nominarlo in quel modo. Ma c'era un personaggio del passato che per il professor Frei contava ancora di pi, molto di pi, bench ne parlasse raramente, e senza mai chiamarlo per nome. Vi alludeva con una frase ben precisa, sempre la stessa, e allora la sua gracile personcina si animava di un fervore che lasciava sbalorditi, bench nell'intero Istituto di Chimica non ci fosse una sola persona che condividesse la sua fede. -Quando verr il mio Imperatore, mi trasciner in ginocchio fino a Sch nbrunn! . Non c'era che lui ad attendere e augurarsi il ritorno dell'Imperatore e, se pensiamo che dieci anni prima il vecchio imperatore era ancora in vita, come non stupirsi che nessuno, assolutamente nessuno fosse almeno in grado di comprendere quel suo desiderio? Tutti, assistenti e studenti, prendevano la dichiarazione di fede del professor Frei come un segno di bizzarria; forse proprio per questo egli la proclamava con tanta veemenza e decisione; su quel punto, a dispetto del suo candore, non si faceva la minima illusione: sapeva di essere solo come un cane nell'augurarsi fervidamente il ritorno dell'Imperatore. Mi chiedevo a chi pensasse, quando diceva -il mio Imperatore : al giovane Karl, del

quale nessuno sapeva immaginare che tipo fosse, o proprio all'imperatore Francesco Giuseppe, redivivo? Forse era anche un po' merito del suo venerato maestro, il professor dottor Adolf Lieben, rampollo di una stimata famiglia di banchieri ebrei, se il professor Frei non si lasciava sfuggire il minimo accenno di animosit nei riguardi degli ebrei. Ci teneva molto a essere giusto, e trattava ciascuno secondo i suoi meriti. La sua correttezza arrivava al punto che neppure i nomi degli ebrei galiziani li pronunciava in modo diverso da tutti gli altri nomi, mentre parecchi dei suoi assistenti li trovavano irresistibilmente buffi. Quando il professore non era presente, poteva succedere che qualcuno strascicasse uno di quei nomi, sciogliendolo voluttuosamente fra la lingua e il palato. C'era uno studente, figurarsi che stranezza, di nome Josias Kohlberg, un ragazzone furbo e gioviale il quale non si lasciava guastare il buonumore da nessuno, neanche da uno che per chiedergli qualcosa strascicasse il suo nome; abile e rapido nello sbrigare il suo lavoro, non cercava la confidenza dei compagni, non strisciava davanti a nessuno, n manifestava il minimo desiderio di avere con gli assistenti un rapporto che non fosse strettamente professionale. Alter Horowitz, che lavorava accanto a lui - la voce soffocata, i movimenti lenti -, era il suo malinconico opposto; mentre l'aspetto di Kohl -berg faceva venire in mente un giocatore di calcio, Alter Horowitz non si poteva immaginarselo se non chino sui libri, bench io non lo avessi mai visto con in mano un volume del quale non dovesse servirsi per motivi di studio. I due si completavano bene ed erano inseparabili; facevano tutto insieme, come due gemelli; si poteva pensare che non avessero bisogno di nessun altro. Ma non era cos, perch a due passi da loro lavorava un terzo studente, anch'egli originario della loro patria, la Galizia: si chiamava Bakkenroth. Non ho mai saputo quale fosse il suo nome di battesimo, o forse lo sapevo e l'ho dimenticato. Era l'unica persona bella della nostra aula: un

ragazzo alto, snello, con occhi chiarissimi, intensi e luminosi, e capelli biondi tendenti al rosso. Raramente rivolgeva la parola a qualcuno poich il tedesco lo conosceva appena, e raramente guardava in faccia le persone. Ma se per caso una volta lo faceva, l'immagine che veniva in mente era quella di Ges da giovane, com' raffigurato in alcuni dipinti. Di lui non sapevo nulla e stargli vicino mi metteva in soggezione. La sua voce l'avevo sentita, con i suoi connazionali parlava o yiddish o polacco; quando mi accorgevo che stava dicendo qualcosa, senza rendermene conto mi avvicinavo a lui per udire la sua voce, bench non comprendessi una sola parola. Era una voce morbida, sconosciuta e straordinariamente dolce, tanto che mi domandavo se non fossero i suoni cinguettanti del polacco a simulare tanta dolcezza. Ma quando parlava yiddish, la voce non suonava diversa; io mi dicevo che anche quella era una lingua dolcissima, e ne sapevo quanto prima. Notai che che Horowitz e Kohlberg non parlavano con lui nello stesso modo in cui parlavano tra loro. Horowitz evitava di abbandonarsi alla sua tristezza e sembrava pi concreto e obiettivo del solito, mentre Kohlberg, anzich ridere e scherzare, dava l'impressione, in presenza di Backenroth, di stare sull'attenti con il pallone in mano. Nessuno dei due, era chiaro, si considerava al suo livello; ma neppure una volta mi azzardai a domandare la ragione di tanto rispetto, di tanto riguardo. Era pi alto di loro, ma anche pi innocente e sensibile, sembrava quasi che Horowitz e Kohlberg si sentissero in dovere di fargli da scudo e di iniziarlo a certe situazioni della vita. Ma da Backenroth emanava una luce che non veniva mai meno. Ne parlai a un collega col quale avevo fatto amicizia; ma questi, preferendo sottrarsi a quella sensazione, che pure avvertiva, prov a scherzarci su e disse che tutto dipendeva dal colore dei capelli, non era n rosso n biondo, ma una via di mezzo, l'effetto era quello dei raggi del sole. Del resto, anche gli assistenti erano in soggezione davanti a Backenroth. A causa delle sue difficolt

linguistiche, i contatti con lui passavano perlopi attraverso Horowitz o Kohlberg, ma gli assistenti pronunciavano il suo nome in modo tutto diverso, con riservatezza e riguardo, mentre strascicavano -Horowitz e -Kohlberg in tono vagamente canzonatorio. Era evidente che tutti e due, ma soprattutto Kohlberg, cercavano di proteggere Backenroth dalle offese da cui essi sapevano difendersi, a cui essi erano avvezzi. Mi domandavo se fosse davvero cos necessario. Backenroth mi sembrava protetto dalla sua ignoranza della lingua, e anche da una cosa che non senza un certo imbarazzo definisco -fulgore , perch in quel periodo non ammettevo alcuna autorit, n religiosa n mondana, e tendevo piuttosto a sottoporle tutte a una critica assolutamente impietosa. Tuttavia, neppure una volta entrai in laboratorio senza accertarmi che Backenroth fosse al suo posto, col suo camice bianco, alle prese con le ampolle e i beccucci, che cos poco gli si addicevano. Nella sua attivit di laboratorio dava quasi la sensazione di essere mascherato, ma io non credevo a quel travestimento e aspettavo che da un momento all'altro lo gettasse via, per palesarsi ai nostri occhi nella sua vera natura. Per non avevo un'idea chiara di quale fosse la sua vera natura; di una cosa sola ero certo: l'ambiente chimico, con il suo trafficare tra soluzioni, preparati, distillati e pesate, non era il mondo che faceva per lui. Backenroth era un cristallo, non duro e refrattario per, ma un cristallo sensibilissimo che nessuno doveva permettersi di prendere in mano. Quando guardavo verso il suo posto ed egli era l, mi sentivo tranquillo, ma solo per poco, il giorno dopo mi assaliva di nuovo il dubbio e temevo che non fosse venuto. La mia vicina, Eva Reichmann, la russa di Kiev con la quale parlavo di tutto, era l'unica persona alla quale potevo confidare le mie apprensioni riguardo a Backenroth. Con quelle paure ci giocavo un poco, non le prendevo del tutto sul serio, e lei, che era una donna di una seriet incantevole - tutto ci che riguardava gli esseri umani era sacro per Eva me lo fece notare dicendo: -Lei ne parla come se fosse malato. Ma non

affatto malato. E' soltanto bello. Come mai la bellezza maschile le fa tanta impressione? . -Maschile? Maschile? La sua bellezza quella di un santo. Non so che cosa stia facendo qui. Che cosa ci fa un santo in un laboratorio di chimica? Tutt'a un tratto sparir . Sul pensiero di come sarebbe sparito indugiammo per parecchio tempo. Si sarebbe dissolto in vapori rossastri, per ritornare al sole, dal quale era venuto? Oppure avrebbe voltato le spalle alla chimica per iscriversi a un'altra facolt? E quale? Eva Reichmann lo avrebbe visto bene nei panni di un nuovo Pitagora. L'unione della geometria con le stelle e con la musica delle sfere celesti, disse, era quel che ci voleva per un giovane come lui. Eva conosceva a memoria un gran numero di poesie russe che mi recitava volentieri e mi traduceva malvolentieri. Era una bravissima studentessa, affrontava la chimicafisica con maggiore facilit di qualunque collega di sesso maschile. -E' la materia pi facile diceva spesso della matematica. -Ogni volta che c' di mezzo la matematica, tutto diventa un gioco da bambini . Era alta e rigogliosa, nessun frutto aveva una pelle seducente come la sua. Mentre nel corso della conversazione tirava fuori le sue formule matematiche con ammaliante facilit e naturalezza - e senza i toni solenni che riservava alle poesie - la tentazione di sfiorarle le guance era davvero fortissima; al petto, che durante i nostri scontri verbali si sollevava impetuosamente, non osavo nemmeno pensare. Forse eravamo innamorati, ma poich tutto si svolgeva fra noi come in un romanzo di Dostoevskij, e non nel mondo reale, non ce lo confessammo mai; soltanto oggi, a cinquant'anni di distanza, riconosco in lei e in me tutti i segni dell'innamoramento. Le nostre frasi si intrecciavano come capelli le une alle altre, gli abbracci delle nostre parole duravano ore e ore, i lunghi e complicati esperimenti chimici ce ne davano il tempo; e, come accade agli amanti che privano le persone che li circondano del loro peso specifico e le inglobano nel proprio discorso amoroso, abusando di esse per accrescere l'intensit del proprio

eccitamento, cos i nostri pensieri ruotavano intorno a Backenroth. Parlavamo continuamente con apprensione del fatto che l'avremmo perduto, e cos facevamo svanire il pericolo che in effetti incombeva su di lui. Domandai a Eva Reichmann se non le sarebbe piaciuto rivolgergli la parola. Ma lei scosse il capo con decisione e disse: -In quale lingua? . La lingua materna di Eva era il russo. Quando la sua famiglia, tra le pi agiate della citt, aveva lasciato Kiev, lei aveva dodici anni. Stabilitisi i suoi a E'cernovcy, Eva aveva frequentato in quella citt una scuola tedesca; ma il suo tedesco aveva conservato la molle cadenza che tipica delle donne russe. La famiglia aveva perso la maggior parte del suo patrimonio, anche se non tutto, ma Eva non parlava con rancore della Rivoluzione russa; diceva spesso, con profonda convinzione: -Nessuno dovrebbe essere cos ricco ; e anche se il discorso cadeva su qualche speculatore dell'Austria di allora, arricchitosi con l'inflazione, si capiva benissimo che Eva stava pensando alla ricchezza passata dei suoi. In casa Eva non aveva mai parlato yiddish. Mi sembrava che quella lingua le fosse estranea non meno che a me, non la considerava particolarmente interessante e neanche ne parlava con la tenerezza che normalmente si serba per una lingua destinata a scomparire. La vocazione di Eva era la grande letteratura russa, ne era totalmente posseduta, pensava e sentiva identificandosi con i personaggi dei romanzi russi; e bench non fosse facile trovare una persona della sua naturalezza e spontaneit emotiva, tuttavia ogni sua reazione assumeva le forme che le erano familiari dalla lettura dei libri russi. Eva opponeva una resistenza ostinata alla mia proposta di affrontare il polacco di Bakkenroth (ero convinto che, con un po' di buona volont, un russo potesse benissimo capire il polacco); forse davvero non capiva quella lingua, o forse aveva succhiato con il latte materno le idee di Dostoevskij e i suoi pregiudizi contro tutto ci che polacco. Ogni insistente sollecitazione in questo senso fu

respinta con le mie stesse armi: -Vuole che mi metta a parlare con lui a forza di strafalcioni? I polacchi ci tengono molto alla loro lingua. Non conosco la loro letteratura. Eppure ce l'hanno. E cos pure i russi . L'ultima frase la disse in un soffio, Eva era ostile per principio a ogni forma di sciovinismo, perci non fu possibile tirarle fuori niente pi di quel -E cos pure i russi . Rifuggiva dal parlare con Backenroth perch mancava una persona che potesse fare da mediatore; dato che anche lei aveva di Backenroth un'-alta considerazione, le dava un certo fastidio sentirlo parlare con Kohlberg e con Horowitz. Disprezzava Kohlberg perch aveva l'aspetto di un calciatore e non faceva che fischiettare, mentre Horowitz lo trovava poco interessante perch aveva l'aspetto di -un ebreo qualunque . Prendeva sul serio soltanto gli ebrei che, attraverso la letteratura, si erano completamente assimilati alla lingua di un paese, senza diventare per questo dei nazionalisti sfegatati; Eva rifiutava con molta coerenza i pregiudizi di tipo nazionalistico e perci i suoi preconcetti si rivolgevano soltanto contro gli ebrei che non riuscivano a percorrere fino in fondo la strada dell'emancipazione. E non era per niente sicura che Backenroth ce l'avesse fatta. -Forse soltanto un giovane virgulto del chassidismo mi disse una volta, lasciandomi di stucco -solo che ancora non lo sa . Scoprii che non aveva simpatia per i chassidim. -Sono proprio dei fanatici disse. -Sono succubi della loro fede miracolosa, bevono e saltellano qua e l. Non hanno ancora la matematica nel sangue . Non pensava che la matematica era la sua fede miracolosa. Eva, per, alimentava il nostro dialogo a proposito di Backenroth. Era questo il discorso amoroso che potevamo concederci. Perch io appartenevo a un'altra donna, che lei aveva visto qualche volta in laboratorio, quando veniva a prendermi. Eva Reichmann era una donna troppo orgogliosa per cedere all'attrazione per un uomo che le faceva capire di sentirsi legato a un'altra donna. Finch parlavamo di Backenroth, quell'attrazione restava sottaciuta, e la paura che Backenroth

potesse ad un tratto scomparire divent la paura che l'attrazione fra noi potesse esaurirsi. Un mattino Backenroth non venne, al suo posto non c'era nessuno. Pensai che fosse in ritardo e non dissi nulla. Poi mi accorsi che Eva diventava sempre pi inquieta e sfuggiva i miei sguardi. -Sono assenti tutti e tre, disse alla fine -dev'essere successo qualcosa . Anche i posti di Kohlberg e di Horowitz erano vuoti, io non me n'ero accorto; Eva, a differenza di me, Backenroth non lo vedeva nel suo isolamento, ma sempre insieme agli altri due, gli unici ai quali rivolgesse la parola, e questo in qualche modo la tranquillizzava; Eva preferiva non riconoscere del tutto la sua solitudine, che a me faceva paura. -Saranno insieme a una cerimonia religiosa dissi io. Cercavo di interpretare favorevolmente la circostanza che mancassero tutti e tre, e non lui solo. Lei invece sembrava turbata proprio da quello. -E' un brutto segno mi disseGli . successo qualcosa, e quei due sono con lui . -Lei sta pensando che sia ammalato replicai io con una certa irritazione. -Ma in tal caso gli altri non sarebbero rimasti a casa tutti e due . -Gi, vero, disse lei cercando di calmarmi -se lui malato, uno dei due andr a vedere come sta, e l'altro verr qui . -No, risposi -quei due non si separano mai. Ne ha mai visto uno far qualcosa senza l'altro? . -E' senza dubbio per questo che abitano insieme. E' mai stato da loro? . -No, ma so che hanno una stanza insieme. Lui abita vicinissimo a loro, tre case pi in l . -Per, quante cose riuscito a scoprire! E' forse un investigatore privato? . -Una volta li ho seguiti mentre tornavano a casa dopo il laboratorio. Kohlberg e Horowitz lo hanno accompagnato fino a casa sua. Poi lo hanno salutato, in modo molto formale, come se fosse uno sconosciuto. e sono tornati indietro pochi passi, verso la propria casa. Quanto a me, non mi hanno notato . -Perch lo ha fatto? . -Volevo sapere se vive solo. Forse, pensavo, veramente solo, e cos, all'improvviso, mi trovo vicino a lui come per caso, e lo saluto. Pensavo di far finta di cadere dalle nuvole,

vedendo che era lui, in modo da attaccar discorso . -Ma in quale lingua? . -Oh, non mica difficile. Posso farmi capire anche da gente che non sa una parola di tedesco. L'ho imparato da mio nonno . Lei rise: -Parlando a gesti. Non sta bene. Non da lei . -Di solito non lo faccio. Ma cos avremmo rotto il ghiaccio. Lei sa da quanto tempo desidero parlargli! . -Forse avrei davvero dovuto provare con il russo. Non avevo capito che lei ci tenesse tanto . Cos continuammo a parlare, sempre e soltanto di Backenroth, mentre laggi i posti restavano vuoti. La mattinata pass e cercammo di non pensarci. Cambiai discorso e mi misi a parlare di un libro che avevo iniziato qualche giorno prima: erano i Racconti di Poe, Eva non li conosceva, cominciai a raccontargliene uno, Il cuore rivelatore, che mi aveva messo addosso un grande spavento. Provai a liberarmi da quello spavento continuando il mio racconto, ma ogni volta che guardavo il posto vuoto sentivo l'angoscia crescere sempre pi. Ad un tratto la signorina Reichmann mi interruppe dicendo: -Io mi sento male per l'angoscia . In quell'istante entr in aula il professor Frei accompagnato dagli assistenti (di solito erano due, quella volta al suo seguito c'erano quattro persone). Con un gesto vago fece cenno di avvicinarci; aspett un poco, fino a quando ebbe intorno la maggior parte dei presenti, poi disse: -E' successa una cosa molto triste. Bisogna che ve lo dica. Questa notte il signor Backenroth si avvelenato con il cianuro . Rest immobile per qualche istante. Poi scosse il capo e disse: -Sembra che fosse molto solo. Nessuno di loro aveva notato qualcosa? . Non ottenne risposta, la notizia era troppo sconvolgente, nell'aula non c'era nessuno che non si sentisse colpevole, eppure nessuno gli aveva fatto niente. Era proprio questo: nessuno aveva provato a fare niente. Appena il professore e il suo seguito furono usciti dall'aula, la signorina Reichmann, non riuscendo pi a trattenersi, scoppi in singhiozzi strazianti, sembrava che avesse perduto un caro fratello. Non aveva fratelli, e Backenroth ora era suo

fratello. Sapevo che anche tra noi era successo qualcosa, ma non aveva importanza di fronte alla morte di quel giovane di ventun anni. Sapevo, inoltre, e lo sapeva anche lei, che avevamo approfittato della figura inquietante del giovane Backenroth per usarla nei nostri colloqui. Mese dopo mese, egli era stato tra noi, ci eravamo crogiolati alla sua bellezza, era il nostro segreto, lo avevamo usato per difenderci da noi stessi, ma anche da lui. Nessuno di noi due gli aveva parlato, n Eva n io; e che pretesti avevamo escogitato, per giustificare, l'uno di fronte all'altra, il nostro silenzio! Ci sentimmo in colpa e su questo si infranse la nostra amicizia. Non mi sono mai perdonato, ma neppure a lei ho mai perdonato. Quando oggi, nel ricordo, riascolto le frasi di Eva, che tanto mi incantavano per il loro accento straniero, l'ira mi assale e mi rendo conto di non aver fatto l'unica cosa che avrebbe potuto salvarlo: convincere Eva ad amarlo, invece di giocare con lei. I rivali. C'era un altro studente, nel nostro laboratorio, che non parlava quasi mai; ma non perch ignorava la lingua tedesca. Veniva dalla campagna, da un paesino dell'Alta Austria, credo, e sembrava timido e affamato. I miseri vestiti che indossava, sempre gli stessi, gli ballavano addosso; forse gli erano stati regalati da qualcuno che non li usava pi. O forse era molto dimagrito da quando era in citt, perch certamente mangiava pochissimo. I suoi capelli non erano luminosi, ma di un rosso sbiadito, stanco, che ben si accordava con il suo viso pallido e malaticcio. Si chiamava Hund, cio cane, ma che razza di cane era mai quello, che non apriva la bocca e neanche restituiva il -Buon giorno ; le rare volte in cui prendeva atto del saluto altrui, si limitava a un ruvido cenno del capo, per lo pi guardando dall'altra parte. Non veniva mai a chiedere aiuto, non prendeva niente in prestito, non domandava mai nulla. Adesso cade lungo disteso, pensavo io tutte le volte che guardavo nella sua direzione. Non era molto abile, e ci metteva molto a fare le sue analisi; ma con gesti talmente misurati e rari che da essi non si

poteva capire quanto tribolasse. Non riusciva mai a prendere la rincorsa, si dava solo una spintarella e, non appena si era messo in moto, l'impulso era gi esaurito. Una volta trov sul suo ripiano un panino col burro, ancora impacchettato, che qualcuno aveva posato l per lui senza farsene accorgere. I miei sospetti caddero sulla signorina Reichmann, che aveva il cuore tenero. Egli apr il pacchetto, vide ci che conteneva, lo incart di nuovo e cominci ad andare da uno studente all'altro. Porgeva il pacchetto, dicendo con tono astioso: -E' roba sua? e poi passava al prossimo. Non dimentic nessuno, era la prima volta che in laboratorio parlava con i suoi colleghi, ma diceva soltanto quelle tre parole, sempre le stesse. Nessuno volle riconoscere il pacchetto. Arrivato all'ultimo collega e fattosi dire l'ultimo -no , agit in aria il pacchetto e si mise a gridare con voce minacciosa: -Qualcuno di voi ha fame? Questa roba va a finire nel cestino della carta straccia! . Non ottenne risposta, non foss'altro perch nessuno voleva passare per l'ideatore di quel tentativo fallito, e allora Hund, furente, scagli il pacchetto nel cestino (tutt'a un tratto parve che di forza ne avesse anche troppa); quando si ud qualche voce che azzard un timido -Peccato! , egli sibil: -Vada pure a prenderselo! . Di tanta disinvoltura e di tanta risolutezza nessuno l'aveva ritenuto capace. Insomma, Hund aveva cominciato a farsi rispettare, e l'elemosina non era stata vana. Pochi giorni dopo, Hund arriv in aula con un pacchetto che pos accanto a s, proprio dov'era stato messo il panino imburrato. Lo lasci chiuso per un po', dedicandosi a uno dei suoi lunghi e vani armeggii. Non ero l'unico a domandarmi che cosa contenesse mai quel pacchetto. L'ipotesi che si fosse procurato da s un panino col burro e volesse mettercelo sotto il naso fu presto lasciata cadere, giacch il pacchetto sembrava contenere qualcosa di spigoloso. Alla fine Hund lo prese in mano, venne verso di me e me lo sventol davanti agli occhi dicendo: -Foto! Guardi! . Suonava come un

ordine, e io non ebbi nulla da eccepire. Nessuno si aspettava che Hund volesse mostrare qualcosa a qualcuno; ma se prima tutti avevano notato che Hund non faceva mai nulla che implicasse un contatto con gli altri, ora tutti capirono subito che si trattava di un invito, e quindi, avvicinandosi al mio posto, si disposero a semicerchio intorno a lui. Hund aspett tranquillamente che tutti si fossero radunati, come se una simile esperienza gli capitasse spesso, poi apr il pacchetto e cominci a mostrarci una foto dopo l'altra, eccellenti istantanee dei soggetti pi svariati: uccelli, paesaggi, alberi, persone, oggetti. Non era pi un povero diavolo affamato, era un accanito fotografo che dedicava tutto il suo denaro a quella passione; ecco perch si vestiva cos male, ecco perch pativa la fame. Si udirono esclamazioni di lode, che egli ricompensava con nuove foto; ne aveva a dozzine, quella prima volta saranno state cinquanta o sessanta, ed era sorprendente il loro contrasto, ogni tanto ce n'erano alcune dello stesso tipo, poi all'improvviso ne venivano altre, del tutto inaspettate. A modo suo, Hund ci aveva ormai in suo potere, e quando una collega disse: -Ma signor Hund, lei un artista! (e lo pensava davvero), Hund sorrise, senza contraddirla; si poteva vedere la parola -artista scivolargli pi per la gola, pi preziosa e prelibata di qualsiasi cibo, di qualsiasi bevanda. Tutti rimasero dispiaciuti quando termin la sua esibizione. La collega disse: -Come fanno a venirle in mente tutti questi soggetti, signor Hund? . La domanda era seria, come serio era stato il suo stupore, ed egli rispose con dignit e concisione: -Basta applicarsi! . Un amante dei proverbi se ne venne fuori con la frase: -Chi la dura la vince! , ma nessuno rise. Hund era dunque un maestro, e alla sua arte sacrificava ogni cosa. Mangiare non era importante per lui, finch poteva fare fotografie; e nemmeno di studiare sembrava avere una gran voglia. Pass un mese o due, poi arriv con un nuovo pacchetto. I colleghi si radunarono immediatamente, pronti a sgranare gli occhi, e lo

spettacolo non fu meno vario del precedente. Presto fu cosa assodata che Hund veniva in laboratorio solo per fare di tanto in tanto a noi, che eravamo il suo pubblico, la sorpresa di un nuovo pacco di fotografie. Non molto tempo dopo la seconda esibizione di Hund, un nuovo arrivato attir su di s l'attenzione del laboratorio: si chiamava Franz Sieghart ed era un nano. Per era ben proporzionato e di corporatura fine e delicata; invece di montare le apparecchiature sul banco di lavoro, che per lui era troppo alto, le montava sul pavimento. E, con le sue piccole agili dita, ci riusciva prima di tutti noi. Mentre armeggiava l sotto, analizzando e distillando, ci parlava ininterrottamente, instancabilmente, con voce stridula e un po' gracchiante, cercando di persuaderci che egli aveva provato tutte le esperienze che pu conoscere un uomo -alto , e anche qualcuna di pi. Ci annunci inoltre la visita di un fratello che era pi alto di tutti noi, disse, un metro e ottantanove; era capitano dell'esercito, lui e suo fratello si assomigliavano come due gocce d'acqua, era davvero impossibile non confonderli; quando fosse stato l, nella sua uniforme, non avremmo pi saputo dire chi era il chimico e chi l'ufficiale. Sieghart la sapeva lunga e di solito veniva creduto; i suoi discorsi avevano una forza di persuasione che molti di noi gli invidiavano. Dubitavamo tuttavia dell'esistenza di quel fratello. -Ancora ancora se fosse alto uno e sessantacinque diceva la signorina Reichmann. -Ma uno e ottantanove! Non ci credo. E perch mai dovrebbe venire qui da noi in uniforme? . A Sieghart erano bastate un paio d'ore di laboratorio, che aveva passato a sfaccendare sul pavimento, per imporsi in mezzo a noi, e non gli ci volle molto per far colpo anche sugli assistenti, visti i risultati della sua prima analisi. Era riuscito a portarla a termine in un tempo assai minore di quello normalmente richiesto da quei lavori piuttosto complicati, la sua rapidit derivava dalla destrezza delle sue mani - tuttavia, annunciando troppo presto l'arrivo del fratello, aveva commesso un errore. La visita promessa si faceva sospirare.

Naturalmente nessuno era cos privo di tatto da rammentargliela; ma lui sembrava indovinare i pensieri dei suoi vicini, perch, di tanto in tanto, prendeva l'iniziativa dicendo qualcosa che si riferiva al fratello. -Questa settimana non pu venire. L il servizio una cosa seria. Qui avete la vita facile, e neanche ve ne rendete conto! Si gi pentito da un pezzo di essersi arruolato nell'esercito! Ma non lo vuole ammettere. Che cos'altro avrebbe potuto fare, lungo com'! . Sulle difficolt procurate al fratello dalla sua alta statura Sieghart si diffondeva con abbondanti particolari. Franz Sieghart in fondo compativa suo fratello, anche se riconosceva esplicitamente i suoi meriti, osservando, con rispetto, che era riuscito a diventare capitano, giovane com'era. Ma alla fine l'argomento cominci a diventare noioso e nessuno gli diede pi retta. Appena Sieghart tirava fuori il fratello, la gente si tappava le orecchie. Sieghart, abituato a farsi ascoltare, sent tutto a un tratto un muro intorno a s e, pur continuando il suo discorso sull'altezza, gli cambi rapidamente soggetto. Oltre al fratello, aveva anche delle ragazze. Tutte le ragazze che Sieghart conosceva erano, se non di statura gigantesca come suo fratello, almeno normali. Ma qui la variet e il numero contavano pi dell'altezza. Non che egli fosse tanto maleducato da rivelare particolari intimi riguardanti il loro aspetto, questo no, anzi era un perfetto cavaliere che si ergeva a difesa di ciascuna delle sue ragazze. Non le citava mai per nome; ma, per poterle distinguere e farci sapere di quale stesse parlando, le aveva numerate, e ogni volta che doveva riferirci qualche episodio che le riguardava, usava il numero corrispondente. -La mia amica numero 3 mi ha mollato, oggi deve restare in ufficio pi a lungo del solito. Ma io mi consolo e vado al cinema con la mia amica numero 4 . Aveva delle foto di tutte. Una per una, le fotografava. Era la cosa che le sue ragazze amavano di pi: farsi fotografare da lui. A ogni rendezvous, era quella la prima domanda. -Di' un po', me le fai oggi

un paio di foto? . -Su, su, un po' di pazienza rispondeva lui. -Ogni cosa a suo tempo. Arriver anche il tuo turno . Ci tenevano soprattutto a posare nude. Tutte foto decenti, per carit. Ma quelle poteva mostrarle soltanto se il viso non si vedeva. Non era il tipo, lui, da commettere indiscrezioni. Ma s, qualcuna ce l'avrebbe anche mostrata. Un giorno o l'altro ne avrebbe portato un bel mucchio in laboratorio. Tanti nudi delle sue ragazze. Ma non c'era fretta. Dovevamo aver pazienza. Una volta incominciato, non gli avremmo pi dato pace. -Sieghart, non ha qualche altro nudo? . Non poteva mica star sempre a pensare a quello, aveva anche dell'altro per la testa, oltre alle sue ragazze. E noi dovevamo imparare a frenare la nostra impazienza. Quando fosse arrivato il momento, avrebbe pregato le colleghe di farsi un po' in l, non era roba per i loro casti occhi. Era roba per soli uomini. Ma, per favore, ci teneva a sottolinearlo: lui faceva solo foto decenti. Sieghart sapeva stimolare la curiosit dell'aula. Port in laboratorio una scatola da scarpe accuratamente legata con dello spago e cominci a chiuderla a chiave nel suo armadietto. Ma, non essendo soddisfatto di quella sistemazione, la tir fuori di nuovo, la rimise dentro, ci pens un attimo, disse: -Cos va meglio , la tir fuori un'altra volta, e infine dichiar: -Bisogna proprio che tenga gli occhi aperti. In realt non dovrei dirvi nulla. E' tutta piena di nudi. Non ci sar mica qualche ladro, fra voi? . Continuava a trovare scuse per rigirarci la scatola davanti agli occhi. -Che nessuno la apra a mia insaputa! So io come l'ho annodata. Lo so perfettamente. Qualsiasi cosa dovesse succedere, mi riporto a casa la scatola e non se ne parla pi! Avete capito tutti? . Suonava come una minaccia, e in effetti lo era, perch tutti ormai credevano al contenuto di quella scatola. La signorina Reichmann, che era molto pudica, aveva un bel dire: -Guardi, signor Sieghart, che la sua scatola da scarpe non interessa a nessuno! . -Oho! replicava Sieghart, strizzando l'occhio a tutti i maschi presenti, al che qualcuno rispondeva a sua volta

con una strizzatina d'occhio, e tutti sapevano perch il contenuto di quella scatola li allettava cos tanto. Sieghart ci tenne sulla corda per molte settimane. Aveva sentito parlare di Hund, il nostro fotografo provetto, e perci si fece descrivere da noi i suoi soggetti in tutti i particolari. Al che arricci il naso e dichiar: -Roba vecchia! Tutta roba vecchia! Anche prima si facevano delle foto cos. Per favore, anche a me piace la natura. Ma son capaci tutti di fotografarla. Basta andare all'aria aperta e subito, zaf zaf, ecco pronte una dozzina di istantanee. Per me, roba vecchia. Che ci vuole! Le mie ragazze, prima devo andarmele a cercare tutte le volte. Uno, prima, le deve scoprire. Poi devo corteggiarle. D'accordo che d'estate ai bagni non difficile. Ma d'inverno, prima te le devi scaldare. Altrimenti ti dicono di no chiaro e tondo e la cosa non procede. Ma io so come si fa, non mi faccio lasciare a bocca asciutta. Da me si fanno fotografare tutte. Forse siete convinti che mi prendano per un bambino solo perch sono piccolo. Macch! Errore madornale. So bene come far capire quant'acqua passata sotto i ponti. Per loro io sono un uomo come chiunque altro. Solo allora possono ottenere il loro trionfo davanti alla macchina fotografica - e dovreste vedere come ne sono fiere! E ricevono soltanto una foto! Una copia, non di pi, una per ogni fotografia, e solo se venuta bene. Per quella non voglio niente. Cari miei, devo anche pensare ai costi. Se una vuole averne pi copie, bisogna che le paghi. E capita spesso, le vogliono per i loro amici, faccio un bel po' di soldi, e vi assicuro che i soldi non sono da buttar via . Ora tutte quelle amicizie di Sieghart cominciavano a spiegarsi. L'-amicizia consisteva in questo: Sieghart era il loro fotografo personale. Ma lui badava bene a non essere troppo chiaro su questo punto, e si trincerava dietro una formula originale: -Per piacere, nessuno creda di ottenere da me particolari pi precisi. Esiste pure una cosa che si chiama discrezione. E per me la discrezione una faccenda d'onore. Questo le mie amiche lo sanno benissimo. Mi conoscono a fondo, come

io conosco loro! . Un bel mattino, ecco nel vano della porta un gigante in uniforme, che chiede di Franz Sieghart. Aspettando le fotografie delle ragazze, ci eravamo completamente dimenticati del fratello; fissammo sbigottiti il lungo capitano, che terminava con una testa piccolissima e davanti aveva - come una maschera - la stessa faccia di Franz Sieghart. Quando chiese di lui, qualcuno gli indic il posto del nano, che in quel momento, inginocchiato per terra, stava inserendo con attenzione un piccolo e ritorto becco di Bunsen sotto un'ampolla piena di alcool. Quando riconobbe le gambe in uniforme di suo fratello, Sieghart salt su e si mise a gracchiare: -Salve. Benvenuto fra noi. La chimica, aula di analisi quantitativa, ti porge il suo saluto. Posso presentarti i colleghi? Prima le signore, su, non far tante moine, ti conosco! . Il capitano era arrossito. -E' timido spieg il nano. -La caccia ai nudi non farebbe per lui! . Grazie a questa allusione la timidezza del fratello divent totale. Stava appunto cercando di fare l'inchino davanti a una delle -signore , quando il nano se ne usc con la storia dei nudi: il capitano scatt indietro a met della riverenza, rosso come un tacchino, mai suo fratello sarebbe potuto diventare altrettanto rosso, ora i due volti si distinguevano chiaramente. -Non aver paura, disse il piccolo -ti lascer stare. E' cos compto, non potete farvene un'idea. Tutto deve andar liscio esattamente come alle sue parate. Quella di prima era greca, mentre questa una dama russa. E qui, tanto per cambiare, eccoti una viennese, la signorina Fr hlich, che fa onore al suo nome, e infatti ride sempre, anche se nessuno le fa il solletico. Alla dama russa, invece, queste spiritosaggini non piacciono affatto. Nessuno si azzarda a farle il solletico sopra i polpacci, nemmeno io, che pure avrei l'altezza giusta . La signorina Reichmann fece una smorfia e si gir dall'altra parte. Il capitano espresse con una leggera alzata di spalle il suo rammarico per la sfacciataggine del fratello, ma questi aveva gi notato che la riservatezza della signorina Reichmann

era piaciuta al capitano: -E' una gran dama, questa. Coltissima e di ottima famiglia. Non roba per te. Che ti credi. Chi non ci farebbe un pensierino? Autocontrollo, ci vuole! Per piacere, datti un contegno. Come ufficiale, dovresti esserci abituato . Poi venne il nostro turno. Ma Franz Sieghart continuava a tenere saldamente al guinzaglio il fratello, non lo lasciava andare lontano. Ci present a uno a uno e per ciascuno trov una formula sfottente estremamente azzeccata. A tutti fu chiaro che ci aveva osservato con grande attenzione; comunque, anche se il suo modo di presentarci era pi mordace che amichevole, le sue battute si succedevano con tale rapidit, colpo su colpo, che non la finivamo pi di ridere, non riuscivamo a tenere il passo, stavamo ancora ridendo di una sua battuta e lui gi faceva i suoi apprezzamenti due persone pi in l. Ci sembr una fortuna che Hund quel giorno non fosse in laboratorio. Egli aveva sempre guardato Sieghart con aperta ostilit, ancor prima che saltasse fuori il discorso dei nudi. Era come se fin dal primo sguardo Hund avesse intuito quale iattura gli stava preparando l'instancabile attivit del nano. In realt Sieghart non gli aveva mai rivolto direttamente la parola, bench si fosse informato sul suo genere di fotografie e avesse dichiarato apertamente a tutti quanto le disprezzava. Ma ora avrebbe dovuto chiamarlo per nome e dire qualcosa su di lui, perch il fratello fu presentato a tutti, persino a Wundel, il nostro scemo del villaggio, che conduceva un'esistenza alquanto oscura. Sieghart, insomma, non avrebbe potuto fare a meno di dire qualcosa anche sul conto di Hund, e, data l'evidente suscettibilit di costui, le cose certo sarebbero finite male. In realt le presentazioni non durarono a lungo, Sieghart sembrava tenerci in pugno tutti quanti come suo fratello, ci tirava fuori uno dietro l'altro e, dopo aver appioppato a ciascuno la sua razione, lo metteva da parte. Il fratello, per, cadde dalla padella nella brace, la dose di sarcasmo che spett a lui era pari a quella di tutti noi messi assieme. Cominciai a capire perch portava l'uniforme. Era fuggito nell'esercito

per sottrarsi alla sete di dominio e alle continue beffe del nano; l, almeno, tutto era previsto, si muoveva in base agli ordini che riceveva e non aveva da temere le imprevedibili trovate del piccoletto. Mi chiesi perch mai fosse venuto a trovarci, doveva pur sapere a che cosa sarebbe andato incontro. La risposta arriv subito dopo che egli si fu congedato. -Gli ho detto, vieni un po' qua a vedere la chimica, se non ti manca il fegato. Qui non si fila come nell'esercito, qui si pu anche chiacchierare, mentre si lavora. Ma lui, lui dice sempre che quando si lavora bisogna fare silenzio. Tutti devono tenere la bocca chiusa, come le reclute. Non sapete quante volte gli ho detto e ridetto di venire qui! Sei un fifone, certo, sei proprio un gran fifone! gli ho detto. Non sai com' fatta la vita. Nell'esercito siete come sotto tutela. Non capita mai niente a nessuno. La guerra finita. Di guerre non ce ne saranno mai pi. Dunque a che cosa serve un esercito? Serve per i fifoni che hanno paura della vita. E' alto un metro e ottantanove e ha paura della chimica! Arrossisce a ogni donna che vede. Ci sono cinque donne in aula e cinque volte diventato rosso. Allora io, con i miei otto numeri. non dovrei smettere mai di arrossire, di amiche ne ho proprio otto, n pi n meno. E poi gli ho raccontato delle nostre signorine. In particolare gli ho parlato della distinta dama russa. Ecco una donna che fa per te, gli ho detto; non guarda n a destra n a sinistra, ma perch colta, non per la fifa! Oh, la paura lo ha bloccato per un pezzo, ma alla fine venuto; e adesso l'avete visto, quel baccal alto uno e ottantanove, ci sarebbe quasi da vergognarsi di avere un fratello cos alto. E' uno che vive nel terrore. Ha paura anche di me! Quando eravamo bambini lo facevo piangere, tanta era la paura che aveva di me. Nessuno se n' accorto? Ha paura di me! Trema come un coniglio! Il signor capitano ha paura! Non da ridere? Io non ho mica paura. Ne avrei di cose da insegnargli! . Le millanterie di Sieghart, a tutto volume, erano ogni tanto assai fastidiose, ma non pregiudicavano affatto lo svolgimento del suo lavoro.

Mandava avanti abile e svelto le sue analisi, ma nulla gli sfuggiva, nemmeno Wundel, l'imbroglione, che sembrava lo scemo del villaggio e che, con un cauto sorrisetto, si aggirava per l'aula senza dare nell'occhio, la scatolina di vetro con la sostanza chimica nella mano adunca nascosta nella tasca destra del camice. Andava, senza fare rumore, dall'uno all'altro, a zigzag, non seguiva l'ordine che ti saresti aspettato, tutto a un tratto te lo trovavi inaspettatamente davanti, ti guardava in faccia vicino vicino, con aria supplichevole, e diceva: -Signor collega, la conosce questa? Sa di bosco . Ti metteva sotto il naso la scatolina aperta, tu aspiravi profondamente, davi un'occhiata alla sostanza e dicevi: -S, certo, l'ho ricavata anch'io , oppure: -No, non so che roba sia . Nel primo caso Wundel voleva sapere come l'avevi ottenuta; a furia di insistere si faceva dare il quaderno con le misure e i calcoli, e tu glielo lasciavi per un po'. Wundel copiava di nascosto gli appunti e si metteva al lavoro con fiducia, tanto i risultati li conosceva in anticipo. Tutti sapevano che imbrogliava, ma nessuno lo denunci mai. Wundel faceva in modo che nessuno la sapesse troppo lunga sul suo conto. Anch'egli montava i suoi apparecchi, armeggiava nei suoi alambicchi, pesava i suoi crogioli a labbra strette, e perci supponevamo che facesse il suo lavoro come tutti gli altri e si limitasse a mettere a confronto i suoi risultati con le cifre che aveva racimolato elemosinando i nostri appunti. Se avessimo saputo che tutti i suoi preparativi erano simulati, dal primo all'ultimo, e che aveva sempre e soltanto fatto finta di lavorare, avremmo esitato a dargli un aiuto cos costante. Non andava mai dallo stesso compagno, i suoi percorsi a zigzag gli servivano a evitare quei colleghi che gi lo avevano aiutato in passato; un paio di volte al mese lo vedevi aggirarsi furtivo qua e l, ma non sempre era chiaro lo scopo di quelle sue indagini cos discrete. Aveva il talento di farsi sottovalutare. Tanto metodo e tanta scaltrezza erano l'ultima cosa che ci sarebbe venuta in mente di attribuire a quella focaccia sorridente. Proprio cos, la maschera

che portava era questa: una focaccia sorridente. I suoi occhi guardavano sempre a terra, come quelli di un cercatore di funghi, il sorrisetto, invece, era proprio fuori posto, e cos pure la voce acuta e strascicata. Per i suoi traffici doveva essere silenzioso, perci evitava Sieghart, che parlava sempre a voce altissima; ma non pot impedire che questi, ben presto, cominciasse a riconoscere e a salutare in lui il cercatore di funghi. -Noi due ci conosciamo, signor collega! lo invest Sieghart un giorno con voce squillante - al che Wundel trasal, spaventato - -Sa dove ci siamo conosciuti? E' da un pezzo che ci conosciamo! Provi a indovinare dov' stato! Non ci arriva? A me non sfugge niente. Io non dimentico niente . Wundel agit le braccia, impotente, come se volesse allontanarsi a nuoto dall'aula; ma non gli serv a nulla, Sieghart lo trattenne per uno degli ultimi bottoni del camice e ripet due o tre volte la sua domanda. -Come, come, non lo sa? Ma andando per funghi, naturalmente, e dove, se no? La vedo sempre nel bosco, quando va per funghi. Ma lei guarda sempre per terra, non c' niente che lei conosca bene come i funghi. Come farebbe altrimenti ad avere sempre il canestro pieno? Anch'io per, me la cavo bene; sa, sono cos vicino al suolo. Non so proprio chi riempia il canestro di pi, se lei o io. Ma io tengo d'occhio anche la gente, sono un curiosaccio matricolato, per via delle fotografie. E adesso, che ne direbbe se le facessi vedere una fotografia che le ho fatto una volta mentre l'ho beccata a coglier funghi? . L'espressione -l'ho beccata Wundel non la sentiva volentieri, le chiacchiere gioviali del nano erano per lui un vero tormento. In seguito fece del suo meglio per evitarlo, modificando opportunamente i suoi percorsi a zigzag; ma non sempre ci riusciva. Sieghart andava a nozze con lui. Quando, grazie a una delle sue trovate, attaccava discorso con qualcuno, non lo mollava pi; e Wundel, il conoscitore di funghi, era la sua vittima preferita. Ma erano solo scaramucce. Wundel, anzi, gli era simpatico; forse capiva la sua scaltrezza, perch quando qualcuno parlava di lui con disprezzo,

chiamandolo lo -scemo del villaggio , Sieghart si opponeva decisamente: -Quello? Non affatto lo scemo del villaggio. E' uno che sa bene quel che vuole. E non dice una parola di troppo . Ma in aula Sieghart aveva preso di mira una persona che voleva far fuori, perch si trattava di un fotografo riconosciuto. La scatola da scarpe piena di promesse giaceva dunque da un pezzo nel suo armadietto. Di tanto in tanto la tirava fuori rigirandola a lungo fra le mani; talvolta cominciava persino a slegarla dai suoi nodi complicati; ma appena i colleghi se ne accorgevano e facevano due o tre passi in direzione della scatola, Sieghart, quasi colpito da un'improvvisa ispirazione, si fermava dicendo: -No, oggi non mi va. Non ve lo meritate ancora. Prima ve lo dovete meritare sul serio! . Ma in che cosa consistesse questo -meritarselo , non lo spiegava mai. Aspettava qualcosa, ma nessuno sapeva che cosa, e intanto si divertiva a far venire l'acquolina in bocca agli sciocchi allentando i nodi della scatola, che poi veniva subito riannodata e rimessa al suo posto; neppure frasi come -Ma va' l, tanto in quella scatola non c' niente! riuscivano a metterlo in imbarazzo. Poi, un giorno, Hund arriv di nuovo con un pacchetto, piuttosto voluminoso questa volta, che lasci cadere rumorosamente sul tavolo accanto a s. Non era affatto il suo stile; ma aveva imparato proprio da Sieghart, che su molti faceva colpo, in aula il suo modo di darsi importanza aveva fatto scuola. Hund aspett un poco, meno delle altre volte per, poi, con voce pi alta del solito, disse: -Ho qui delle fotografie! Chi le vuol vedere? . -Se le voglio vedere! gracchi il piccoletto, e subito corse avanti per primo, mettendosi a fianco di Hund. -Son qui che aspetto! disse con aria di sfida, mentre gli altri, molto pi lentamente, si raggruppavano intorno a Hund. Questa volta vennero tutti, chiunque fosse in grado di lasciare il suo lavoro anche solo per un attimo si fece avanti. -Io mi sono beccato il posto migliore disse il piccoletto; ma la frase, che avrebbe dovuto essere allegra, suon velenosa, e altrettanto velenosa fu la replica

di Hund: -Si faccia ancora pi sotto, altrimenti non vedr niente, data la sua statura! . -Qui la statura non c'entra affatto, c'entrano le foto. Non sto pi nella pelle. Subito dopo aprir il mio scatolone. Tutti nudi di signorine. Non mi dica che ha finito per specializzarsi in nudi anche lei, signor collega, sarebbe un vero peccato - o invece siamo rimasti fedeli alla natura? Un gattino alla finestra o un pioppo bianco battuto dal vento? Un paesaggio di montagna dello scorso inverno, con tanta bella neve? A me piacerebbe una dolce chiesetta di paese, col camposanto intorno e magari due pie croci. Eh gi, i morti non bisogna dimenticarli. Oppure mi piacerebbe un gallo su un mucchio di letame; e con questo non voglio dire che sia un mucchio di letame quello che lei vuol farci vedere, signor collega, per favore, non mi fraintenda, voglio dire un vero gallo su un vero mucchio di letame! . -Se lei adesso non se ne va non faccio vedere pi niente a nessuno disse Hund. -Non fa vedere niente a nessuno ahi, come faremo a consolarci! E allora non mi resta - grid adesso il nano - -che risarcirvi con i nudi delle mie signorine! Venite qui da me, riveriti signori, eccovi qualcosa che vale la pena, cambia la musica, ve l'assicuro io! . Sieghart afferr per il braccio due colleghi e li port con s ammiccando energicamente. Gli altri gli andarono appresso. Finalmente era giunto il momento tanto atteso. A chi interessava pi il combattimento tra due fringuelli maschi fotografato da Hund? Accanto gli rimase un solo collega, mentre un altro, a mezza strada, si voltava verso di lui indeciso. -Andate, andate pure! disse Hund. -Adesso non faccio vedere proprio niente! Oggi avevo roba speciale, andate pure, e guardatevele bene le sue porcherie! . Spinse via a gomitate l'unico compagno che - forse per compassione gli era rimasto fedele e non si plac fino a quando non rimase solo al suo posto, come sempre. Non fece nulla per disturbare l'esibizione di Sieghart. Rest in piedi, cupo e silenzioso davanti al suo pacchetto, sopra il

quale aveva posato la mano destra, come per difenderlo da un'infame manomissione. Sieghart, intanto, stava sciogliendo i nodi. Lo fece in un lampo, ecco, la scatola era aperta, e subito il nano si mise a tirar fuori un mucchio di fotografie, che sparse sul ripiano come se niente fosse. -Prego, prego, servitevi, riveriti signori, qui ci son donne per tutti i gusti, ognuno pu prendersi quelle che preferisce. Ce n' un paio per ciascuno. Per piacere, niente falsa modestia! Ognuno pu mettersi insieme il suo harem. Come sarebbe? Nessuno ha il coraggio di allungare la mano verso la felicit? Devo guidare io la mano dei signorini? Cos fifoni, signori miei? Non me lo sarei mai aspettato. E adesso s'immaginino un po' che tutto questo io l'ho avuto davanti agli occhi come natura l'ha fatto. Bisognava darsi da fare per scattare in fretta, proprio cos, che cosa credono, se non fossi stato svelto e deciso a scattare - le signorine non si sarebbero certo spogliate una seconda volta, e poi chiss che cosa avrebbero pensato di me! E che cosa penseranno adesso di voi le signorine, se non vi decidete ad allungare le mani! . Agguant la mano di uno studente che era in piedi vicino a lui e la guid in mezzo al mucchio delle fotografie, ma, cos facendo, le comunic un tremito, come se la mano arretrasse spaventata di fronte alle meraviglie che stava per afferrare. Sieghart, allora, ficc in mano al compagno una buona dozzina di fotografie e grid: -Il prossimo, prego! . Ormai gli altri si facevano avanti da soli, e presto furono l a bocca aperta, come tanti allocchi, davanti alle ragazze svestite, che si offrivano ai loro sguardi senza assumere tuttavia pose seducenti, volgari o maliziose. A tutti gli spettatori sembrava un atto piuttosto arrischiato, che cosa sarebbe successo se fosse arrivato un assistente, o addirittura il professore con il suo seguito? Ma indecenti quelle fotografie non si potevano proprio definire, se no parecchi studenti non si sarebbero azzardati a prenderle in mano davanti ai compagni. Solo il fatto che le studentesse fossero escluse era un po'

imbarazzante, e di fronte alla signorina Reichmann, che lavorava poco lontano - guardando per aria davanti a s e facendo finta di non sentire tutti provarono un senso di colpa. Hund, nel frattempo, era stato completamente dimenticato, nessuno si ricordava pi che era rimasto in aula. Tutto a un tratto egli piomb in mezzo agli studenti e alle foto, sput per terra e grid: -Puttane, sono tutte puttane! . Poi spar, ma non fu pi la stessa cosa. Sieghart si sent offeso per le sue amiche. -Questo le mie amiche non se lo meritano proprio disse raccogliendo rapidamente le foto. -Se avessi saputo una cosa simile, non avrei portato niente. Se le mie amiche lo vengono a sapere, finita tra noi. Devo pregare i signori della massima discrezione. Nemmeno una sillaba deve uscire da quest'aula. Le scuse non basterebbero, anche se andassimo tutti in visita ufficiale dalle signore e non la finissimo pi di chiedere scusa in coro, non servirebbe a niente. Qui ci vuole una cosa sola: il silenzio, il silenzio pi assoluto. Posso contare sulla loro discrezione, signori, non vero? Qui non stato aperto nessun pacco, e quella parola offensiva non stata pronunciata. Anch'io star zitto. Non lo racconter neppure al mio fratellone . Un mormone rosso. L'estate del 1926 la passai con i miei fratelli a Sankt Agatha, una piccola localit fra Goisern e il lago di Hallstatt. Una bella, vecchia locanda, che in passato era stata una fucina, aveva uno spazioso ristorante. Non sarebbe stata adatta a un soggiorno di adolescenti; ma proprio l accanto sorgeva, con l'insegna -Fucina di Sant'Agata , una pensione pi piccola e pi recente, diretta da un'anziana signora. Le stanze erano strette, modeste, e la sala da pranzo in proporzione, non ci stavano pi di due o tre tavoli. A uno di essi sedevamo noi, con la padrona una donna di polso, pi severa all'aspetto di quanto non fosse poi nella conversazione, perch, come si vide, non aveva pregiudizi contro le coppiette illegali. Di ospiti veri e propri, oltre a noi, c'era solo una coppia: un regista di mezza et sempre in vena di

spiritosaggini, di carnagione scura, con folte sopracciglia e il volto un po' segnato, e la sua amica, giovanissima e slanciata, molto pi alta di lui, biondo cenere, non priva di fascino e molto impressionata dai suoi discorsi interminabili. Per ogni cosa il regista aveva la sua spiegazione, non c'era argomento su cui non la sapesse lunga. Si metteva volentieri a parlare con me, perch gli davo corda; lui ascoltava quel che dicevo e sembrava perfino prenderlo sul serio. Ma presto arrivava il suo turno, e allora faceva piazza pulita di tutto ci che avevo detto io, mi prendeva in giro, faceva lo spiritoso, sfotteva, fischiettava, recitava un mucchio di parti diverse, come a teatro - e mai una volta finiva il suo discorso senza lanciare ad Affi, la sua amica, una lunga occhiata da trionfatore. Per lui era naturale che l'amico avesse sempre l'ultima parola; ma non per me. Mentre lei non fece mai il tentativo di dire la sua, io invece ci provai ancora un paio di volte. Non appena lui mi aveva messo a terra, subito mi rialzavo con mossa inaspettata e cominciavo a ribattere, scatenando di nuovo la sua replica mordace. Il signor Brettschneider non era cattivo, semplicemente il suo possesso indisturbato di Affi implicava che lei non dovesse ascoltare per troppo tempo nessuna persona di sesso maschile, fosse pure un adolescente. La signora Banz, la padrona, ascoltava in silenzio, senza mai parteggiare per nessuno e senza far trapelare, neppure con il pi piccolo moto del viso, il suo orientamento, eppure sapevamo che seguiva la conversazione in ogni sua piega. Il signor Brettschneider e Affi occupavano una cameretta accanto alla mia, e le pareti erano talmente sottili che io sentivo tutti i rumori provenienti dalla loro stanza: fischi, scherzetti, risatine, e spesso un brontolio soddisfatto. Solo il silenzio mancava del tutto; pu anche darsi che il signor Brettschneider tacesse ogni tanto, quando dormiva; ma, se cos era, io non me ne accorgevo, perch allora dormivo anch'io. Non c'era da stupirsi che i nostri pensieri ruotassero intorno a quella

coppia, cos male assortita, perch, oltre a noi, erano gli unici ospiti della pensione. Ma in quelle settimane un'altra cosa mi occupava la mente ancora di pi. Le rondini. Ce n'erano un'infinit, avevano nidificato nel bell'edificio della vecchia fucina. Quando stavo seduto al tavolo di legno in giardino, e scrivevo nei miei quaderni, le rondini sfrecciavano vicinissime sopra il mio capo. Le guardavo per ore, ne ero come incantato. Talvolta, quando i miei fratelli volevano andare a fare una passeggiata, io dicevo: -Andate pure avanti, io vi seguo fra poco, finisco di scrivere una cosa ; ma scrivevo poco, perlopi restavo a guardare le rondini, non volevo separarmene. Per due giorni a Sankt Agatha si festeggi la sagra del paese, ed questo l'avvenimento che mi rimasto pi vivo nel ricordo. Le bancarelle erano state sistemate intorno ai tigli che si ergevano maestosi sulla piazza antistante la vecchia fucina, ma alcune arrivavano anche fino alla casa dove stavamo noi. Proprio sotto la mia finestra, un giovanotto aveva sistemato un tavolo sul quale aveva ammonticchiato alla rinfusa una grande quantit di camicie da uomo. Il venditore rimescolava le camicie con gesti rapidi e impetuosi, ne tirava su dal mucchio ora una ora un'altra, perlopi due o tre insieme, e poi le lasciava ricadere nel mucchio gridando: -Oggi non me ne importa un fico secco@ Se faccio i soldi o se rimango a secco! . Lo gridava con convinzione, accompagnando le sue parole con un gesto nervoso, come se non volendo avere pi niente a che fare con quelle camicie preferisse buttarle via. Intanto le contadine affluivano numerose al suo banco per acciuffare la merce che lui regalava. Qualcuna esaminava dubbiosa una camicia con l'aria di intendersene, ma lui allora gliela strappava di mano e poi gliela tirava di nuovo, come se volesse regalargliela, e nessuna contadina, una volta presa in mano una camicia, rinunciava a portarsela via, sembrava che le camicie rimanessero appiccicate alle loro mani. Quando pagavano, sembrava che i soldi lui neanche li vedesse, li gettava in uno scatolone

che si riempiva molto in fretta, mentre le pile di camicie scemavano a vista d'occhio. Io lo guardavo dalla mia finestra, ero proprio sopra di lui, non avevo mai visto niente di cos rapido, e intanto continuavo a sentire il suo grido: -Oggi non me ne importa un fico secco@ Se faccio i soldi o se rimango a secco! . Notai che l'apparente sventatezza delle sue parole si stava comunicando alle contadine, che tiravano fuori i soldi come se niente fosse - e tutt'a un tratto le camicie erano finite, il banco era stato completamente ripulito; il giovanotto, allora, alz la mano destra e gridando -Alt! Un momento! spar dietro l'angolo con la scatola di cartone piena di soldi. Dal punto in cui io mi trovavo non potevo vedere dove fosse diretto, e pensando che avesse finito lasciai la finestra, ma prima di raggiungere la porta della mia stanzetta udii di nuovo, se possibile ancor pi forte di prima, il suo grido: -Oggi non me ne importa un fico secco, eccetera . Sul banco erano ricomparse un gran numero di camicie, che egli tirava su con espressione amara e poi gettava via con gesto sprezzante. Le contadine si avvicinavano da ogni parte e cadevano nella sua rete. Non era una gran fiera, perci andando a zonzo fra le bancarelle finivo sempre per ricapitargli davanti, nessuno sapeva vendere come lui. Mi not subito, mi aveva gi notato quando ero alla finestra; cos in uno dei rari momenti in cui era solo dietro il suo banco, mi domand se ero uno studente. Non fui sorpreso, lui pure aveva un'aria da studente, e infatti tir subito fuori il libretto dell'Universit di Vienna e me lo mise sotto il naso. Studiava legge, era al quarto semestre, e faceva un po' di soldi nelle fiere. -Vede come facile, disse -potrei vendere qualsiasi cosa. Ma non c' niente di meglio delle camicie. Queste stupide donnette credono che le regali . Disprezzava le sue vittime, quelle camicie si strappavano tutte nel giro di una settimana, una camicia cos non la si poteva portare pi di quattro o cinque volte, poi era finita... ma lui se ne infischiava, quando quelle donnette se ne fossero accorte, lui

sarebbe stato mille miglia lontano. -E l'anno prossimo? domandai. -L'anno prossimo? L'anno prossimo? . La mia domanda lo lasci esterrefatto. -L'anno prossimo avr tirato le cuoia. E se per caso non avr tirato le cuoia, sar da qualche altra parte. Cosa crede, che torner qui? Me ne guarder bene. E lei, l'anno prossimo, torner qui? Se ne guarder bene anche lei. Lei per la noia, io per le camicie . Mi vennero in mente le rondini, e pensai che sarei tornato per rivederle; ma mi guardai bene dal dirglielo, ed ebbe lui l'ultima parola. Alla sagra c'erano molte altre cose da vedere, ma io feci amicizia con una sola persona, un uomo con i capelli rossi e una gamba di legno; se ne stava seduto sui gradini della vecchia locanda, con una gruccia accanto, la gamba di legno allungata davanti a s. Mi chiesi che cosa stesse facendo, non mi sarebbe mai venuto in mente che chiedesse l'elemosina. Ma poi notai che, di tanto in tanto, qualcuno gli allungava una moneta e che lui, senza scomporsi, diceva: -Dio ve ne renda merito! . Gli avrei domandato volentieri da dove veniva, aveva un'aria da forestiero, con quegli enormi baffi rossi, che sembravano ancora pi rossi dei capelli, ma quel -Dio ve ne renda merito! aveva un suono del tutto locale. Mi imbarazzava rivolgergli la parola come a un mendicante, cos feci finta di non aver notato niente e per il momento non gli diedi nulla, proponendomi di rimediare in seguito. Sono certo di non aver usato un tono di condiscendenza quando gli domandai da dove venisse; ma lui non nomin n una localit n una nazione e, con mio grandissimo stupore, disse. -Sono mormone . Non sapevo che in Europa ci fossero i mormoni. Ma forse quell'uomo era stato in America e l era vissuto fra i mormoni. -Quanto tempo stato in America? . -Non ci sono mai stato! . Sapeva che la risposta mi avrebbe sorpreso e aspett un poco prima di spiegarmi che anche in Europa, e persino in Austria, c'erano dei mormoni, e nemmeno tanto pochi. Tenevano le loro riunioni ed erano in contatto gli uni con gli altri. Poteva anche mostrarmi il loro giornale.

Avevo la sensazione di disturbarlo nel suo lavoro, doveva fare attenzione alla gente che entrava e usciva dalla locanda, perci me ne andai dicendogli che sarei tornato pi tardi. Ma quando lo feci l'uomo era sparito, e io non riuscivo a capacitarmi di non averlo visto mentre si allontanava; con la sua gamba di legno, la gruccia e i capelli rosso fuoco non poteva passare inosservato. Entrai nella locanda, che era piena zeppa, e improvvisamente, nella grande sala, lo vidi seduto a un tavolo con altra gente davanti a un piccolo bicchiere di vino del colore dei suoi capelli. Sembrava solo, nessuno parlava con lui, o forse era lui che non parlava con nessuno. Mi sembr strano che si mescolasse, come qualsiasi altra persona, ai clienti del locale davanti a cui aveva chiesto l'elemosina fino a pochi minuti prima. Ma non sembrava preoccuparsene, stava tranquillamente seduto, con il busto eretto; forse alla sua destra e alla sua sinistra c'era un po' pi di spazio che fra le altre persone. Con quei capelli di fuoco, e soprattutto con quei baffi, spiccava fra tutti, lui solo mi sarebbe saltato agli occhi, fra la gente del suo tavolo, anche se non gli avessi parlato prima. Aveva un'aria da attaccabrighe, ma nessuno gli rivolgeva la parola. Appena mi ebbe notato, mi fece segno tutto contento per invitarmi al suo tavolo. Dovette appena spostarsi per farmi posto, e trovammo persino una sedia l vicino, perch qualcuno si era alzato per andarsene. Alla fine sedemmo vicini, stretti stretti, come vecchi compari, ed egli insistette per offrirmi un bicchiere di vino. Aveva la sensazione, disse, entrando subito in argomento, che m'interessassero i mormoni. Tutti erano contro i mormoni. Nessuno voleva aver niente a che fare con lui solo perch era mormone. Tutti pensavano che avesse un sacco di mogli. La gente non sapeva altro dei mormoni, ammesso che ne sapesse qualcosa. Era una tale scemenza, lui era senza moglie del tutto, sua moglie aveva tagliato la corda, proprio per questo era andato dai mormoni. Erano brava gente, tutti lavoravano, nessuno se ne stava mai con le mani in mano, nessuno beveva alcoolici, era una cosa che da loro

non esisteva proprio, non come l, e accenn irosamente al mio bicchiere che il suo fosse gi vuoto forse l'aveva dimenticato - e con un ampio movimento del braccio incluse tutti gli altri bicchieri della sala. Gli piaceva parlare di quell'argomento, non si stancava di ripetere che i mormoni erano brave persone. Ma la gente, disse, era molto irritabile, bastava che lui aprisse bocca perch qualcuno dicesse: -Chiudi il becco! oppure -Vattene in America dai tuoi mormoni! . Gli era gi capitato di esser sbattuto fuori da un locale soltanto perch si era messo a parlare dei mormoni. Tutti ce l'avevano con lui, soltanto per quello. Eppure lui non chiedeva niente agli altri, non prendeva soldi da nessuno quando era al chiuso, solo all'aperto, ma questo non li riguardava, ci rimettevano forse qualcosa? La gente non sopportava che uno potesse trovare qualcosa di buono nei mormoni, per la gente i mormoni erano come i pagani o gli eretici, qualcuno gli aveva perfino domandato se tutti quelli coi capelli rossi erano mormoni. Sua moglie glielo diceva sempre: -Levati di torno, coi tuoi capelli rossi. Sei sbronzo. Puzzi . A quel tempo beveva parecchio, e perci era capitato varie volte che sua moglie gli facesse saltare la mosca al naso e si buscasse un paio di legnate dalla sua gruccia. Per questo l'aveva piantato. Era tutta colpa dell'alcool, e cos un tale, una volta, gli aveva detto che i mormoni facevano perdere alla gente il vizio di bere, nessuno di loro beveva, proprio nessuno. Allora era andato da loro, ed era proprio vero; i mormoni lo avevano curato, e adesso non toccava pi una goccia d'alcool; e di nuovo fiss con rabbia il mio bicchiere, che non osavo vuotare. Sentivo l'irritazione della gente seduta al nostro tavolo. E' vero che lui non fissava mai i loro bicchieri; ma in compenso le sue parole erano chiarissime. La sua predica contro l'alcool si fece pi rumorosa e violenta, aveva finito il suo bicchiere da un pezzo e non ordin pi nulla. Non osavo offrirgli un cicchetto. Mi alzai per un momento e pregai la cameriera di portargli un altro bicchiere, ma non subito, dopo un po' che fossi tornato a sedermi.

Lessi sulle sue labbra la domanda che stava per farmi, ma riuscii a prevenirla pagando subito la consumazione. Improvvisamente egli si trov di nuovo davanti il bicchiere pieno; disse -Dio ve ne renda merito e subito lo tracann tutto d'un fiato: alla salute bisognava bere, questo si, lo facevano anche i mormoni. Erano brava gente, tanto brava che era impossibile farsene un'idea, qualcosa a un povero diavolo lo davano tutti, non erano persone senza cuore, una compagnia di mormoni seduta a un tavolo era capace di offrire un bicchiere dopo l'altro a un povero diavolo e di continuare a bere alla sua salute finch si ritrovavano tutti ubriachi; ma lo facevano per compassione, perci era diverso, per compassione bere era permesso. Perch non brindavo con lui? Lui mi aveva offerto, per compassione un bicchiere di vino e ora qualcuno gli aveva fatto arrivare, per compassione, un altro bicchiere; oh, potevamo bere tranquillamente, anche i mormoni lo facevano, e quella era gente severa, se gente cos severa lo permetteva, nessuno poteva averci niente da ridire. Ma a nessuno veniva in mente di dire alcunch; adesso che aveva bevuto, nessuno ce l'aveva pi con lui. Gli sguardi degli uomini seduti al nostro tavolo (fra cui un paio di giovanotti forzuti che prima avevano avuto una gran voglia di dargli una lezione) si fecero pi gentili e inoffensivi. La gente brind con lui all'America. Egli disse che io venivo di l, ero venuto a trovarlo, dovevo per forza dire qualcosa, perch sentissero come parlavo bene la lingua. Tirai fuori, molto imbarazzato, due o tre frasi in inglese, e quelli brindarono con me, forse per verificare se bevevo sul serio: dati i miei contatti con quel tipo, infatti, mi avevano preso sicuramente per un emissario dei mormoni. La scuola dell'ascolto. Tornato a casa nella Haidgasse, dalla signora Weinreb, ricominciai a origliare mio malgrado - ma non potevo fare diversamente - la voce cattiva del -boia nella cucina. Dopo la visita notturna della signora Weinreb il mio sonno si era fatto pi leggero, ero sempre in attesa di episodi

analoghi. Ma, soprattutto, non mi dava pace il rapporto malsano della signora Weinreb con i ritratti del marito, appesi dappertutto. I ritratti erano tanti e, tranne che per le dimensioni e le cornici, si distinguevano a malapena uno dall'altro; ma ciascuno di essi aveva un significato e tutti facevano il loro effetto. La signora Weinreb assolveva le sue devozioni davanti a quei ritratti seguendo un turno preciso; ma, poich non ero in casa durante il giorno, non ero in grado di determinarlo. Avevo la sensazione che entrasse nella mia stanza tutti i giorni; come avrebbe potuto trascurare i ritratti che vi erano appesi? Quella notte era venuta in uno stato che sembrava di trance; ma che cosa succedeva di giorno, quando il boia non dormiva, e seguiva, controllava ogni sua mossa? Forse la signora Weinreb era sempre in stato di trance, forse il suo stato era prodotto dalla vista delle fotografie che aveva sotto gli occhi in ogni momento, su ogni parete. Due occhi, e poi ancora due occhi, sempre gli stessi occhi, fissi su di lei. In tutte le fotografie il signor Weinreb era vecchio, a quanto pare non esistevano foto del marito da giovane; lei, certamente, non l'aveva mai conosciuto senza la barba che gli incorniciava il volto e se, al momento della sua morte, avesse trovato dei ritratti di lui in et giovanile, li avrebbe messi da parte come quelli di uno sconosciuto. Ma immaginare che egli avesse un aspetto severo sarebbe un errore; lo sguardo era mite, bonario, sempre lo stesso. Anche quando era fotografato in mezzo ai colleghi, il suo aspetto non era minaccioso, bens conciliante, come quello di un paciere, di un mediatore, di un conciliatore. Tanto pi incomprensibile mi appariva l'inquietudine della signora Weinreb. Che cos'era che la spingeva senza posa da un ritratto all'altro, qual era il comando che quell'uomo aveva lasciato dentro di lei, e non le dava pace, rinnovandosi come un'ipnosi -multipla , davanti agli occhi di ogni fotografia? Una volta, incontrando la signora Weinreb in anticamera, mi misi a scambiare due parole con lei, e dovetti farmi forza per non domandarle

come stesse il signor Weinreb. Ma lei non faceva che ripetere, tutte le volte, quanto era caro, buono e distinto, e che uomo istruito era stato il dottor Weinreb. Una volta dissi con rammarico: -Peccato che non sia pi in vita da tanto tempo ; ma lei rispose subito, spaventata: -Non da tanto tempo . -Ah no? E da quanto? domandai, cercando di assumere un'espressione altrettanto affabile quanto quella del defunto; ma poich mi mancava la barba, non ne fui capace. -Questo non posso dirlo, non lo so proprio rispose lei, e spar svelta nella sua stanza. Non appena mettevo piede in casa, diventavo inquieto come lei; ma non lo davo a vedere e cercavo di non guardare i ritratti, per i quali sentivo una certa ripugnanza. Le loro cornici erano sempre perfettamente spolverate, e la lastra di vetro lavata di fresco. Li guardavo come se fossero costituiti soltanto dalla cornice e dalla lastra di vetro. Ero, credo, in attesa di una catastrofe, mi aspettavo un esito tremendo, cio la distruzione di quei ritratti. Una volta sognai che c'era il boia nella mia stanza, la cuoca, la zia di Ruzena, che per la verit, di solito, nella mia stanza non entrava mai; un ghigno feroce sul volto ed in mano un enorme fiammifero acceso, andava da un ritratto all'altro del signor Weinreb e, con tutta calma, gli dava fuoco. Teneva le braccia, la mano e il fiammifero sempre alla stessa altezza, e pi che camminare sembrava che scivolasse. I piedi non li vedevo, nascosti com'erano dalla lunga sottana che arrivava fino a terra. I ritratti si accendevano subito, ma senza il minimo rumore, come fossero candele. Il luogo si trasformava in una chiesa, ma io sapevo che l c'era il mio letto e che ci stavo dentro, e mi svegliai in preda al terrore per l'empiet di stare a letto in una chiesa. Questo sogno lo raccontai a Veza, che prendeva sul serio i sogni, senza privarli della loro forza con interpretazioni scontate. Non le era sfuggito che il culto dei ritratti della signora Weinreb mi aveva profondamente turbato. -Forse disse - il boia che incoraggia questo culto. Quella donna sa tutto, e con l'aiuto dei ritratti tiene la sua

padrona in uno stato di soggezione. Quella casa la chiesa di Satana, e siccome tu ci abiti e ci dormi, fintanto che rimarrai in quel posto non sarai mai tranquillo . Sentivo che Veza, con poche parole, aveva tradotto il sogno nella nostra lingua, quella che conosciamo meglio, senza ingarbugliarne i nessi pi sottili. Sapevo che dovevo andarmene da quella stanza, da quella casa, da quella strada, da quel quartiere. Ma da l alla Ferdinandstrasse, dove abitava Veza, non c'erano pi di dieci minuti a piedi, ecco il vero motivo che mi aveva indotto a prendere quella stanza in affitto. Potevo comparire di colpo sulla via di Veza e farle un fischio, proprio sotto la sua finestra, e cos placare le mie inquietudini esercitando su di lei una sorta di controllo. E non solo potevo appurare se era a casa o era uscita, se era sola o aveva visite; anche quando leggeva per conto suo, o stava studiando, in ogni momento, insomma, purch mi venisse voglia di andare da lei, Veza si sentiva in dovere di invitarmi a salire. Non ebbi mai l'impressione di disturbarla, e forse in effetti non la disturbavo, ma era comunque una schiavit: per lei, che non poteva mai esser sicura che non le comparissi davanti all'improvviso; per me, che mi sentivo attirato anche da motivi indegni, cio dal desiderio di sapere esattamente che cosa Veza stesse facendo. Mi avrebbe attirato in ogni caso, perch non c'era nulla di pi bello che stare con lei, ammirarla e, mentre l'ammiravo, raccontarle le cose che avevo pensato o che avevo fatto. Lei ascoltava, nulla le sfuggiva, e bench evitasse i commenti espliciti, si riservava su ogni cosa un giudizio personale, che nulla poteva confondere. Prendeva nota fra s e s delle cose che le sembravano intelligenti, nei nostri colloqui sarebbero tornate. Per lei non era ozioso n presuntuoso occuparsi delle cose dello spirito, ma anzi perfettamente naturale. C'erano pensieri altrui che trovavano in noi una rispondenza, una sorta di eco, e quindi ci davano forza. Veza li conosceva, apriva i Diari di Hebbel e mostrava al suo interlocutore ci che egli stesso aveva appena detto, ma

questi non si vergognava, perch quel passo non lo conosceva. Le sue citazioni non erano paralizzanti, arrivavano solo quando il loro effetto era corroborante. Anche le sue riflessioni, del resto, erano spesso stimolate dalle tante letture, che le erano familiari. Fu lei che allora port Lich -tenberg nella mia vita. Altre volte opponevo resistenza; notai presto in lei, per esempio, una sorta di sciovinismo per tutto ci che femminile. A chi esaltava le donne non sapeva resistere; per Peter Altenberg, che aveva visto molte volte (sin da quando, ragazzina, lo incontrava talora ai giardini pubblici) - aveva una vera adorazione, simile a quella che Altenberg stesso aveva manifestato per le donne e per le ragazzine. Io questa cosa la trovavo ridicola, e glielo dissi senza peli sulla lingua. Meno male che qualcosa mi aiutava a prendere le distanze da Veza; altrimenti, a poco a poco, sarei rimasto schiacciato dalla sua cultura. Al suo Altenberg opposi i miei svizzeri: Il ragno nero, di Gotthelf e I tre pettinai amanti della giustizia di Keller. Su alcuni punti importanti, avevamo vedute opposte. Lei amava Flaubert, io Stendhal. E quando aveva voglia di litigare, quando aveva perso la pazienza a causa della mia diffidenza o per gli eccessi della mia gelosia (a piccole dosi, la mia gelosia le faceva piacere), allora cominciava ad attaccarmi con il suo Tolstoj. Anna Karenina era il personaggio femminile che Veza amava di pi e, quando parlavamo di lei, arrivava talvolta a una tale veemenza da dichiarar guerra a Gogol, il mio grande russo. Pretendeva da me una palinodia per Anna Karenina, un personaggio che mi annoiava perch non aveva proprio nulla in comune con Veza, e siccome io non cedevo (in quei casi avevo la fermezza di un martire: avrei preferito lasciarmi fare a pezzi piuttosto che offrire sacrifici a una falsa dea), lei metteva mano senza battere ciglio ai suoi strumenti di tortura; ma, anzich infierire su di me, infieriva su Gogol. Conoscendone i lati deboli, cominciava subito con Taras Bulba, quel cosacco che le ricordava da vicino Walter Scott.

Io mi guardavo bene dal difendere Taras Bulba e cercavo di spostare il discorso sulle opere davvero immense di Gogol, sul Cappotto e sulle Anime morte; peccato, diceva lei con aria ipocrita, che della seconda parte di quest'ultimo romanzo fosse rimasto tanto poco. Forse, dopo i primi capitoli, quella parte sarebbe migliorata; e che ne pensavo degli anni trascorsi da Gogol in Russia dopo il ritorno in patria, quando, spaventato per gli effetti prodotti dalla sua stessa opera, aveva cercato di dimostrare a ogni costo la sua fede e la sua devozione al governo, scrivendo quelle miserabili Lettere agli amici e bruciando la sua opera pi vera? Nell'intera storia della letteratura universale non conosceva nulla di pi spaventoso degli ultimi anni di Gogol; e pensare che era morto a soli quarantatr anni. Come si poteva stimare ancora un simile concentrato di vilt quand'anche avesse avuto paura delle fiamme dell'inferno? Che ne dicevo, in confronto, dell'ultimo Tolstoj, che era vissuto il doppio dei suoi anni e, anche dopo aver portato a termine Anna Karenina, della quale io non capivo una parola, era riuscito a creare dei capolavori che persino io, misogino incallito, dovevo per forza rispettare? Ma, soprattutto, Tolstoj aveva dimostrato sino alle ultime ore della sua vita un'ostinazione, un coraggio, perfino una generosit senza pari, quello che gli inglesi chiamano spirit. Una persona che stimava Gogol pi di Tolstoj lei non riusciva proprio a prenderla sul serio. Io mi sentivo annientato, certo, eppure non volevo cedere. Che cosa era capitato a Tolstoj, al conte Tolstoj, con tutto il suo coraggio? le domandavo. Era mai finito in prigione, era mai stato processato? Aveva mai dovuto lasciare la sua signorile dimora? Era morto in esilio? Gli capitata la donna, mi rispondeva; s, l'ha proprio lasciata la sua -signorile dimora , ed morto in una sorta di esilio. Io ci provai a salvare l'onore di Gogol. Aveva osato di pi, si era spinto pi in l. Nelle opere davvero importanti, dicevo, la sua audacia non ha eguali. Ma egli stesso non si era

reso conto della propria audacia e quando, ad un tratto, gliel'avevano messa sotto gli occhi, si era mortalmente spaventato di se stesso, sentendosi come le cose che aveva attaccato, e tutti gli zeloti da cui fu circondato dopo il suo ritorno in Russia lo minacciarono con le pene dell'inferno: l'inferno per tutti i personaggi che aveva creato. Proprio la sua fine spaventosa stava a dimostrare la grandissima forza e novit di quei personaggi. Veza poteva anche deriderlo, ma derideva la fede di Gogol, nient'altro. E non era proprio la fede che venerava di pi nel vecchio Tolstoj? Ma Veza non tollerava che io mettessi sullo stesso piano l'odiosa fede bigotta instillata in Gogol dai vescovi ortodossi e la fede che Tolstoj si era conquistato da solo, a prezzo di un indefesso esame di coscienza. Erano due cose del tutto incommensurabili. La nostra faida accanita e interminabile sfociava alla fine in una sorta di compromesso. Questo, in accordo con la materia letteraria del contendere, era a sua volta un'opera letteraria: le annotazioni di Gorkij sul vecchio Tolstoj che le avevo dato da leggere. I ricordi su Tolstoj erano la cosa migliore che Gorkij avesse mai scritto: annotazioni sparse che aveva lasciato a lungo nel cassetto, prima di tirarle fuori, e mai aveva guastato con una patina di falsa ed esteriore unitariet. Questo ritratto del vecchio Tolstoj aveva profondamente commosso Veza. Diceva che era il pi bel regalo che le avessi mai fatto. Quando la discussione si avvicinava a quell'opera, entrambi sapevamo che il peggio era passato. Allora poteva succedere che lei dicesse una frase per me torturante: -Ecco la cosa che desidero di pi al mondo: vorrei che tu scrivessi cos . Non era una meta che mi potessi prefiggere. E non soltanto perch era irraggiungibile. Molte cose sono irraggiungibili, ma uno pu cercare di inclinare le proprie vele in quella direzione. La grandezza di quei ricordi per, dipendeva pi dal tema che dallo scrittore. Forse che ora esisteva, nel mondo, un Tolstoj? E, quand'anche fosse esistito, ce ne

saremmo accorti? E, ammesso che fossi capace di meritarmelo, l'avrei incontrato? Era un desiderio temerario, e forse Veza non avrebbe dovuto esprimerlo. Tuttavia, anche se non ho mai ripensato a quella sua frase senza sentire la stessa fitta dolorosa che allora mi provocava, penso che dire l'irraggiungibile sia giusto. Dopo non possiamo pi contentarci di poco e l'irraggiungibile rimane tale. La cosa strana di quei colloqui era questa: non riuscivamo a influenzarci a vicenda. Veza restava fedele alle cose che si era conquistata da sola. Molto di ci che le proponevo la colpiva: ma solo se lo trovava gi in s lo faceva suo. Nelle nostre lotte non c'era mai un vincitore. Quelle lotte si protrassero per mesi, anzi, come si vide poi, per anni; e non si conclusero mai con una capitolazione. Ciascuno aspettava il giudizio dell'altro, ma senza prevenirlo. Poteva succedere che le cose da dire fossero affrontate in maniera sbagliata, ma in tal caso la voce si sarebbe spenta sul nascere. Veza si ingegnava proprio di evitare questo, era la sua preoccupazione segreta. Lo faceva con tenera premura, ma non come una madre, perch noi due eravamo sullo stesso piano. Nonostante l'irruenza delle sue parole non si dava mai arie di superiorit. Ma non le sarebbe neppure venuto in mente di sottomettersi: se, per amor di pace o per debolezza, avesse taciuto la sua opinione, non avrebbe mai potuto perdonarselo. Forse -lotta non la parola giusta per le nostre controversie, perch lo scopo era conoscerci a fondo, non solo valutare la prontezza dell'altro e le sue forze. Veza non avrebbe mai potuto ferirmi con intenzione maligna. Io per nulla al mondo avrei voluto ferirla. Eppure il nostro impegno alla sincerit intellettuale non era meno stringente di quello che avevo conosciuto negli anni della mia prima adolescenza. Di tutta l'intolleranza che avevo ereditato non riuscii a liberarmi neppure con lei. Tuttavia imparai a conoscere l'intimit con un essere pensante, e in questo l'essenziale non era soltanto ascoltare ogni parola, ma cercare di comprenderla, e

dimostrare di averla compresa rispondendo con precisione, senza travisarla. Il rispetto per le persone comincia da questo: non passar sopra alle loro parole. Potrei dire che quella fu la lezione tacita di quel periodo, bench fosse fatta di tante parole; perch l'altra lezione dello stesso periodo, la lezione opposta, fu una lezione squillante, clamorosa. Con le parole degli altri si pu fare di tutto: questo me lo insegn Karl Kraus. Operava sulle cose che leggeva in un modo che toglieva il fiato. Era un maestro nell'inchiodare gli uomini alle loro stesse parole. Ma non per questo risparmiava ad essi l'accusa esplicita delle sue parole. Usava entrambe le armi, e sapeva schiacciare chiunque. L'ascoltatore si godeva lo spettacolo non solo perch riconosceva la legge da cui le sue parole erano dettate, ma anche perch, trovandosi in mezzo a tanti altri, sentiva in s quell'immensa risonanza che si chiama massa e che si manifesta quando non sentiamo pi di urtare in qualcosa di esterno a noi. Ero deciso a non perdere una sola di quelle esperienze, neanche una me ne lasciavo scappare. Alle letture di Kraus andavo anche quando ero ammalato, con la febbre alta. E cos mi abbandonavo al gusto dell'intolleranza, che era gi forte per natura e che, in quelle circostanze, venendo per cos dire legittimato, si accresceva in modo inaudito. Ma intanto imparavo ad ascoltare, e questo era molto pi importante. Ogni cosa che veniva detta, dovunque, in qualsiasi momento, da chiunque, era una cosa che si offriva all'ascolto, una dimensione del mondo che fino a quel momento uno non aveva nemmeno sospettato: e poich si trattava del rapporto fra la lingua e gli uomini, in tutte le sue varianti, era forse la dimensione pi importante, in ogni caso la pi ricca. Ascoltare in quel modo era impossibile senza rinunciare ai propri impulsi. Non appena si era dato via libera alle cose da ascoltare, occorreva tirarsi indietro e limitarsi a recepire, senza lasciarsi ostacolare da giudizi, indignazioni, entusiasmi. Il punto importante era che ciascuna di queste maschere acustiche (come poi le avrei chiamate) non si mescolasse con le

altre, anzi mantenesse la sua forma pura, non falsata. A lungo non mi resi conto delle riserve che stavo accumulando. Sentivo soltanto una bramosia di modi di dire, desideravo che avessero un profilo chiaro e netto, che uno potesse prenderli in mano come un oggetto, dovevano venire in mente all'improvviso, senza nessi avvertibili con qualcos'altro, e allora uno doveva recitarseli da solo a voce alta non senza stupirsi per la loro rotonda levigatezza, per la sicura cecit con cui essi escludevano tutto il resto che al mondo c' da dire, dunque quasi tutto, tutto, perch quei modi di dire conservavano una sola propriet: quella di doversi ripetere senza fine. Quel bisogno di maschere acustiche, di maschere autonome, per cos dire, indipendenti da quelle che avevo potuto ascoltare negli Ultimi giorni dell'umanit di Karl Kraus e che ormai conoscevo a memoria, lo sentii per la prima volta, credo, a Sankt Agatha, nell'estate del 1926, mentre me ne restavo per ore e ore a contemplare le rondini, il loro volo rapido e leggero, e intanto ascoltavo le loro strida sempre uguali. Quelle strida non mi stancavano mai, nonostante la ripetizione; proprio come i guizzi meravigliosi del loro volo. Forse, in seguito, le avrei dimenticate; ma venne la sagra, e con essa il venditore di camicie sotto la mia finestra, con il suo grido sempre uguale: -Oggi non me ne importa un fico secco se faccio i soldi o se rimango a secco! . Sin da bambino mi piaceva ascoltare la gente che strillava per la strada; speravo sempre che restassero nei paraggi, che non se ne andassero troppo in fretta. Il venditore di camicie era rimasto due giorni nello stesso posto, piantato sotto la mia finestra. Quando io, proprio a causa di tutto quel baccano, mi ritiravo nel piccolo giardino per mettermi a scrivere come al solito al tavolo di legno, subito ritrovavo le rondini, le quali, senza lasciarsi disturbare per nulla dal trambusto della fiera, seguitavano a compiere le stesse evoluzioni, a lanciare le stesse strida. Le due ripetizioni sembravano uguali, tutto era ripetizione, quei suoni, ai quali non riuscivo a sfuggire, erano fatti

di ripetizione; e anche se la maschera usata dal venditore di camicie era falsa, anche se nel colloquio che avevo avuto con lui egli si era rivelato uno studente in legge che sapeva perfettamente ci che voleva e diceva, il suo uso coerente di quella maschera, insieme ai suoni sempre identici ma naturali delle rondini, mi fece una grande impressione, tanto che pi tardi, appena ritornato a Vienna, la ricerca dei -modi di dire mi spinse a infaticabili spedizioni notturne per le strade e le osterie della citt leopoldina. Verso la fine dell'anno il quartiere cominci a diventare troppo stretto per me. Cominciavo a desiderare strade pi lunghe, percorsi pi ampi, gente diversa. Vienna era una citt grandissima, ma il cammino dalla Haidgasse alla Ferdinandstrasse era molto breve, e inoltre la Praterstrasse, dove avevo abitato qualche mese con mio fratello, sembrava non offrirmi pi nulla di nuovo. Ormai quei percorsi eran diventati una routine. Nella Haidgasse mi attendevo ogni notte una catastrofe. Forse anche per questo avevo spesso cattivi pensieri e correvo sotto le finestre di Veza, nella Ferdinandstrasse, per placare la mia inquietudine alla luce della sua stanza. Se la trovavo buia, e Veza era uscita, le serbavo rancore, anche se ero stato avvertito in anticipo. Qualcosa in me sembrava pretendere che Veza restasse sempre in casa, indipendentemente dai suoi impegni. A poco a poco mi accorsi che quella possibilit di controllo, la vicinanza tra la mia casa e la sua, la tentazione di cedere ogni volta a impulsi di questo genere stavano accentuando la mia diffidenza e diventavano un pericolo sia per lei che per me. Bisognava creare una distanza fra noi, dovevo andarmene dalla Haidgasse; la cosa migliore sarebbe stata mettere tutta Vienna in mezzo a noi, in modo che ogni volta, andando da Veza o ritornando, potessi fare la conoscenza delle strade, delle grandi porte cittadine, delle finestre, dei locali, per poter ascoltare tutte le voci senza lasciarmene spaventare, per potermi consegnare a loro e incorporarle in me, pur rimanendo disponibile a recepirne di nuove. Volevo trovarmi e

crearmi un quartiere mio, all'altro capo della citt; e Veza, almeno una volta ogni tanto, doveva venire a trovarmi, libera dalla tirannia del cattivo vegliardo addomesticato che la costringeva a stare sempre con l'orecchio teso: nessuno poteva garantire infatti che un giorno, tutto a un tratto, strappandosi dal fuoco del proprio inferno, egli non avrebbe fatto irruzione nel sacro recinto. Inventare altre donne. Durante le vacanze di Pasqua del 1927 me ne andai a Parigi, a trovare la mamma e i fratelli. Ormai erano l da quasi un anno, e non si erano organizzati male. I miei fratelli erano riusciti ad ambientarsi nelle nuove scuole, con la lingua (l'avevano imparata molto tempo prima, quando erano stati due anni in collegio a Losanna) non avevano avuto difficolt. A Parigi si trovavano bene, e soprattutto Georg, il minore, che ormai veniva chiamato Georges, stava evolvendo esattamente nel modo che io avevo desiderato. Era un ragazzo molto alto, con gli occhi scuri e la parola facile, bravo soprattutto in filosofia. Il suo talento per le distinzioni logiche mi lasciava sbalordito (non era certo riconducibile alla mia influenza) e gli dava, a sedici anni, una certa autonomia, che egli faceva valere con successo nelle lunghe lettere che mi scriveva e durante la mia visita, anche nei nostri colloqui. Era acuto e ingegnoso, a scuola erano convinti che si sarebbe dedicato alla filosofia. Adorava il francese, come io adoravo il tedesco, anche se n il francese n il tedesco erano stati la nostra prima lingua. Fra noi, per, parlavamo in tedesco; anche Georg era un fedele lettore della -Fackel , che avevo avuto l'incarico di mandargli regolarmente da Vienna. Una delle sue qualit pi notevoli era che parlava ogni lingua che sapeva (e con l'andar del tempo ne impar parecchie) non meno bene di un nativo, anzi, perlopi meglio. Con tutto il suo acume e la sua limpidit intellettuale Georg era un ragazzo dolcissimo, che pur prodigandosi per nostra madre, pensava di non far mai abbastanza. Riempiva il vuoto che io avevo lasciato in lei, ed evitava ogni conflitto. Era ben

consapevole di quanto profondamente io l'avessi colpita. Con una maturit psicologica che andava ben oltre i suoi anni, aveva capito che cosa era successo fra noi e non lo scordava. Ascoltava con pazienza le dure accuse che la mamma lanciava contro di me e, pur senza contraddirla, badava a non darle ragione in tutto, in modo da non precludere ogni via alla nostra riconciliazione. Sembrava che si fosse accollato il mio antico amore, arricchito e affinato da una dolcezza che a me era sempre mancata. Era una vera fortuna per la famiglia che io me ne fossi andato, ed era una fortuna anche per me. Ma, per completare l'opera, per tranquillizzare la mamma e me stesso, dovevo levarle dal cuore la spina pi dolorosa, una spina che aveva un nome. Ancor prima che si trasferisse a Parigi, avevo capito che c'era un solo mezzo per alleviare il tormento della mamma e, cosa che mi stava anche pi a cuore, per proteggere Veza dal suo odio: inventare altre donne. Avevo cominciato a farlo, nelle mie lettere, e presto cominciai a prender gusto a quelle mutevoli storie. Di donne dovevo inventarne pi d'una, ogni donna che avessi preso troppo sul serio, ogni donna che acquistasse una posizione dominante l'avrebbe angosciata, ridestando il suo odio. Avrebbe cominciato a temere il suo influsso su di me e ne avrebbe fatto una figura satanica, capace di toglierle il sonno; per questi motivi si imponeva un avvicendamento. Dopo un po' di esperienza, arrivai alla soluzione perfetta. Dovevo inventare due donne molto diverse, fra le quali non sapevo risolvermi. Una non abitava a Vienna, ma neppure l'altra era troppo vicina, altrimenti lo studio ne avrebbe sofferto, perch avrei perso troppo tempo. Nessuna delle due doveva strappare all'altra la vittoria, questo le avrebbe dato un potere pericoloso: sarei stato, come scriveva la mamma, in sua bala. Non ebbi scrupoli di coscienza a inventare quelle storie, non le consideravo bugie nel senso usuale della parola. Ulisse, che era sempre rimasto il mio modello, mi aiut a superare gli aspetti imbarazzanti della situazione. Una cosa bene inventata era una storia, non una bugia, e inoltre il

fine dell'iniziativa era buono, addirittura caritatevole, come si vide ben presto dai suoi effetti. La difficolt maggiore consisteva nel fatto che mi sentivo in dovere di informare Veza. Senza che lei lo sapesse, senza il suo consenso, non potevo n inventare n sviluppare le mie storie; cos, non potei fare a meno di dirle la verit, sia pure a poco a poco, a piccole dosi, e con tutta la delicatezza possibile, sulla profonda animosit che la mamma nutriva nei suoi confronti. Per fortuna Veza aveva letto un numero sufficiente di buoni romanzi per capire che cos'era successo. E poi, siccome avevo cominciato ad attuare il mio piano prima che lei ne venisse a conoscenza, ormai non poteva pi farmi tornare indietro. Ma Veza temeva che mia madre potesse venire a sapere la verit da altri, e questo, ne era certa, avrebbe solo peggiorato la situazione. Io le obiettai che la cosa migliore era guadagnare tempo. Quando fosse passato qualche anno e mia madre si fosse abituata al fatto che io avevo una mia vita indipendente, e magari avessi scritto un libro che lei potesse veramente apprezzare, allora anche sapere come in effetti stavano le cose l'avrebbe colpita assai di meno. Mi riusc di convincere Veza, che intuiva anche, senza che io gliene avessi mai parlato, il mio grande timore che la mamma, per gelosia, potesse giungere a una vera e propria aggressione contro di lei. A una cosa, tuttavia, non avevo pensato: al modo in cui le mie storie, piuttosto asciutte e povere di particolari, avrebbero acceso la fantasia di mia madre. Quando arrivai a Parigi per Pasqua, le donne, in base alle mie lettere, erano due: -Maria di Salisburgo ed -Erika , una violinista che abitava a Rodaun, un sobborgo di Vienna; Veza la vedevo solo di tanto in tanto, non mi piaceva pi. Quando arrivai a Parigi, ero ancora in anticamera, non avevo ancora visto la casa, ci eravamo appena salutati e gi mia madre mi chiedeva di Erika. Ma soltanto quando per un attimo rimanemmo soli, senza i miei fratelli, aggiunse: -Ai ragazzi non ho detto nulla: ma dimmi, come va con Maria? Vieni direttamente da Vienna o

ti sei fermato a Salisburgo? . Non le sembrava opportuno disse, che i miei fratelli sapessero di quel doppio amore, avrebbe potuto influire negativamente sulla loro moralit. Aveva raccontato di Erika, sperava che la cosa non mi desse fastidio, e cos lo spauracchio di Veza era bandito per tutti i membri della famiglia, ciascuno di loro poteva pensare alla mia vita viennese senza eccessive preoccupazioni. Cos stavano ormai le cose; ora dovevo accontentare la curiosit di mia madre, che mi faceva un'infinit di domande. Voleva sapere tutto; ma le sue domande erano diverse a seconda che i miei fratelli fossero presenti oppure no. Trovava divertentissimo che Maria, la salisburghese, fosse un segreto fra me e lei. Mi consigli persino di non farne parola con il resto della famiglia: la cosa avrebbe potuto nuocere al mio buon nome, perch, in fondo, sembrava un po' peccaminosa. Ma lei, personalmente, doveva confessarmi che non mi avrebbe mai giudicato capace di tanta assennatezza in un problema pratico della vita. Ma, probabilmente, tutto era avvenuto per caso, e lei non avrebbe dovuto elogiarmi, dato che si trattava di una pura coincidenza. Qualche giorno dopo, quando feci la mia prima lunga passeggiata con Georg (mio fratello voleva farmi vedere alcune cose che, malgrado fossi gi stato a Parigi, sicuramente non avevo ancora visto) egli mi disse - ma solo dopo aver discusso con me dei nostri -veri argomenti, quelli di carattere intellettuale - che la mamma stava molto meglio. La fine della mia storia con Veza aveva avuto su di lei un effetto miracoloso. Poi mi fiss con uno sguardo serissimo, esitando, come se dovesse dire una cosa che non si decideva a tirar fuori. Io lo incoraggiai, bench avessi intuito quel che stava per arrivare. -Che cosa ne penso io di questa faccenda, non hai bisogno di chiedermelo disse. -Spero che non continuerai per sempre a giocare con le persone come hai fatto con Veza . Esit di nuovo. -Sai almeno come sta? Non hai paura che possa farsi del male? . Gli avevo sempre voluto bene, e in quel momento lo amai ancora di pi. Mi riproposi di dire la verit a Georg

prima che a chiunque. Ma ora era troppo presto. Mi faceva davvero una gran tristezza lasciargli credere che la sorte di una persona a cui io tenevo tanto mi stesse meno a cuore che a lui, Georg in fondo la conosceva appena. A questo aspetto delle mie stupide frottole non avevo pensato affatto, era giusto che ora dovessi farci i conti. Georg ci pensava sempre, quando eravamo soli. Era convinto che una persona piantata in asso in maniera cos indegna dovesse sentirsi in pericolo, e avesse bisogno di particolari premure. La stessa delicatezza e capacit di immedesimazione di cui dava prova per la vita della mamma a Parigi, Georg le aveva, con il pensiero, anche per la vita di Veza a Vienna. Cercava di infondere nel mio animo affetto e calore per lei, ma non me ne parlava, n tanto meno mi dava consigli. Al Louvre, che visitammo insieme pi di una volta, si ferm davanti alla Sant'Anna, la Vergine e il Bambino di Leonardo, guard a lungo la figura di Sant'Anna e poi guard me. Il sorriso di Sant'Anna, disse, gli ricordava il sorriso di Veza. Insomma, Georg aveva visto Veza e si ricordava benissimo di lei, bench, forse, non si fossero scambiati neppure una parola. Poi mi domand, come se stessimo parlando di pittura e nient'altro, se mi piaceva Leonardo. C'era gente che trovava sdolcinato il sorriso dipinto sui volti di Leonardo; lui no. Dipende da questo, dissi io: se si conoscono delle persone capaci di sorridere a quel modo, bench la loro vita non sia affatto sdolcinata. Georg fu soddisfatto. Sentivo che voleva scoprire la mia vera opinione su Veza, verso la quale era convinto che io mi fossi comportato malissimo. Sentivo che per lui era un problema di giustizia, perch, a casa, aveva sentito su Veza le cose pi orribili, e aveva sempre taciuto, pur essendo convinto di sapere come stavano veramente le cose. Quando arrivammo davanti alla Zattera della Medusa di Gricault, ne rimanemmo entrambi affascinati. Mi stupivo che Georg non riuscisse a staccarsene, aveva soltanto sedici anni. -Sai perch queste teste sono cos vere? mi disse, e mi raccont -

la cosa mi giungeva nuova - che Gricault aveva prima ritratto le teste di alcuni ghigliottinati per riuscire a dipingere le figure della Zattera. -Io non avrei mai potuto risposi. -E' per questo che non hai fatto il medico. Non saresti mai stato capace di eseguire un'autopsia . Allora capii che Georg non aveva rinunciato all'idea di studiare medicina, e ne fui felice; la filosofia, allora in primo piano, non avrebbe tenuto il campo per sempre. La sua partecipazione, la sua conoscenza del dolore, la sua capacit di sopportare la vista della morte senza lasciarsene travolgere, la sua pazienza, ma anche il senso di giustizia che lo spingeva a non defraudare nessuno dell'attenzione cui aveva diritto - tutto questo mi diceva che Georg era fatto apposta per la professione del medico, e che l dove io, malgrado il mio profondo rispetto per quell'attivit, avrei fallito, lui invece sarebbe riuscito. In fatto di coscienziosit ci davamo dei punti a vicenda; era buffo che entrambi ci soffermassimo a lungo davanti a quadri che non ci dicevano nulla, mentre ci sentivamo attratti da altri quadri, che conoscevamo bene perch ci piacevano in modo particolare. Georg ebbe il pensiero gentile di domandarmi se ci tenevo a vedere la sezione di archeologia babilonese; quel gesto alludeva alla mia vecchia passione per Gilgamesh. Neppure questo aveva dimenticato, non aveva dimenticato proprio nulla, il periodo turbolento della Radetzkystrasse non aveva cancellato nessun ricordo degli anni precedenti. Rinunciai ai babilonesi, che lo annoiavano, ed egli mi condusse, per ricompensarmi, davanti ai Quattro storpi, un piccolo, splendido Brueghel. -Cos verrai di nuovo a trovarci mi disse. -Credi che non sappia perch non lasci Vienna? Sono i Brueghel, Karl Kraus e... ma l'ultima cosa che in passato avrebbe detto, non riusc a pronunciarla. Eravamo pi vicini che mai; il fatto che Georg circondasse di mille attenzioni proprio la persona che per me era stata la pi importante di tutte, e alla quale io avevo fatto del male, mi dava un grande sollievo. Sapevo, certo, di essere innocente (le

cose non sarebbero potute andare diversamente); eppure mi sentivo colpevole; e soltanto quando ero solo con mia madre, e vedevo coi miei occhi la sua espressione raggiante perch alle sue domande su Maria io rispondevo con ricchezza di particolari, soltanto allora mi passavano i rimorsi. Mia madre s'interessava soltanto a Maria, e non alla violinista, che pure aveva gi dato dei concerti e suscitava nei critici un certo interesse. Aveva per Maria parole di commiserazione, perch viveva a Salisburgo, lontano da me; ma la sua lontananza rappresentava per mia madre un vero toccasana. La bellezza di Maria aveva fatto colpo su di lei; e mi riteneva fortunato per averla incontrata; tuttavia non si meravigliava troppo che piacessi a Maria, anche se io, paragonato al mio fratello pi giovane, che era bellissimo, non ero certo un ragazzo attraente. -Tu sei un poeta mi disse una volta all'improvviso, proprio mentre stavo poeticamente sviluppando la mia storia per lei. -Hai talento immaginativo. Non sei noioso, come tanti giovani. In una citt come Salisburgo la gente sensibile ai poeti. Lei non vede in te un chimico. E' questa la tua fortuna . Rimasi a Parigi tre settimane, nella casa di rue Copernic, e non pass giorno senza che la mamma cercasse di farmi raccontare qualche cosa di nuovo sul conto di Maria. Al suo modo di domandare ero incapace di resistere. Non tacqui neppure qualche particolare preoccupante, la spaventosa avarizia della madre di Maria, per esempio; Maria ne soffriva. -Capita anche nelle migliori famiglie, rispose la mamma -pensa soltanto al patrigno di Veza! . - Gi questo indicava che il suo stato d'animo era radicalmente mutato. Anche lei, dunque, aveva pensato qualche volta che Veza in casa sua dovesse sentirsi tremendamente oppressa. E, al momento del distacco, mezz'ora prima che chiamassimo il taxi che avrebbe dovuto portarmi alla stazione, la mamma, cedendo a un impulso di magnanimit, parl - riferendosi a Veza - come avrebbe parlato una volta: -Non essere duro con lei figliolo! Ha avuto un colpo crudele, e adesso a terra. Non raccontarle tutto. Non deve sapere come sono belli i tuoi due

amori. Non dimenticare che adesso deve vivere sola. E' difficile, per una donna, dopo una simile sconfitta, conservare la stima di se stessa. Per una donna vivere sola la cosa pi difficile. Non ti ha fatto nulla di male, perch sei riuscito a sfuggire alle sue reti. Non ne trover un altro come te, che si lasci accalappiare nelle sue reti, perch nessuno ingenuo com'eri tu allora. Vi ho educati alla purezza dei sentimenti, e lei se n' accorta subito. Che abbia messo gli occhi su di te, figliolo, una cosa che depone a suo favore. Falle una visita di tanto in tanto, ma non troppo spesso, per non alimentare la sua sofferenza. Dille che non puoi andare perch lo studio ti impegna pi di prima - tu adesso ti stai preparando alla vita, una faccenda seria e non puoi permetterti di sprecare il tuo tempo . Avevo in testa questo discorso, quando la lasciai. Ero contento che in lei il Burgtheater non fosse morto del tutto. Ma ero ancora pi contento che il suo odio si fosse tramutato in compassione. Mia madre si era talmente calata nel mio racconto che, senza alcun ritegno, manifestava la sua preferenza per una delle due rivali. A quale delle due io volessi pi bene non era affatto chiaro; ma lei si gett con tutto il suo peso dalla parte di Maria. E' sempre meglio, diceva, pensare a una persona lontana. Se si troppo vicini, facile irritarsi e farsi del male a vicenda, tutto diventa insipido, e poi quel violino portava nel nostro rapporto una nota falsa. Bisogna amare la persona, non lo strumento che suona; altrimenti ci si potrebbe accontentare dei suoi concerti. Ma non dovevo credere che lei volesse conoscere questa Maria. Pensava che avrei potuto restarle fedele sino alla fine dei miei studi, cio ancora per due anni, appunto perch Maria abitava a Salisburgo e non a Vienna. Naturalmente era curiosa di vederla, questo s, io ero portato alle esagerazioni, lei forse non l'avrebbe affatto trovata questa gran bellezza. E poi, se a Maria avessi fatto conoscere mia madre, certo si sarebbe montata la testa, e questo non era opportuno. Non dovevo legarmi, per carit, avevo tutta la vita davanti a

me, al giorno d'oggi chi si lega a ventidue anni proprio uno sciocco. La vista dello Steinhof. A Colmar rimasi un giorno intero davanti alla pala di Isenheim, non mi ero accorto del momento in cui ero arrivato e neanche mi accorsi di quello in cui me ne andai. Quando il museo chiuse, provai il desiderio di essere invisibile per poterci restare tutta la notte. Guardavo il corpo di Cristo senza lacrimevole smarrimento, lo stato orripilante di quel corpo mi sembrava vero, e davanti a quella verit compresi ci che mi aveva turbato nelle altre crocifissioni: la bellezza, la trasfigurazione. La trasfigurazione si addice al concerto degli angeli, ma non alla croce. Ci da cui nella realt avremmo certo distolto lo sguardo con raccapriccio qui, in questo dipinto, era ancora possibile coglierlo nella sua pienezza: un ricordo dell'orrore che gli uomini si procurano l'un l'altro. La guerra e la morte chimica erano ancora abbastanza vicine, nella primavera del 1927, per conferire veridicit a quel dipinto. Troppo spesso, forse, il compito pi insostituibile dell'arte stato dimenticato: non la catarsi, n la consolazione, n il talento di disporre ogni elemento in funzione di un lieto fine. Perch il lieto fine non ci sar. Ma peste, e piaghe, e tormento, e orrore - e se la peste ha smesso di infierire, al suo posto inventiamo orrori pi atroci. Che cosa possono le illusioni consolatorie, davanti a questa verit? Essa sempre uguale a se stessa e deve rimanere dinanzi ai nostri occhi. Tutti gli orrori che incombono sull'umanit sono anticipati in questo dipinto. Il dito di Giovanni, mostruosamente, lo dice: cos adesso, e cos sar ancora. E qual il significato dell'agnello in questo paesaggio? Era questo l'agnello, quest'uomo che imputridisce sulla croce? E' cresciuto, diventato uomo per essere inchiodato alla croce e farsi chiamare agnello? Mentre io ero l, davanti alla pala c'era anche un pittore, che stava copiando Gr newald. Non sembrava n oppresso n imbarazzato, rifletteva a lungo su ogni pennellata. Avrei voluto che non ci fosse, non c'era nessun altro all'infuori di lui, pensavo che

avrebbe attaccato discorso. Ma non disse una sola parola, anch'egli preferiva esser lasciato in pace, e anzi, se una cosa saltava agli occhi, era che proprio non badava a me. Cercai di togliermi dalla mente la sua copia. Mi spostai in modo da non vederla. Ma non pensarci era impossibile. Anche restare cos a lungo mi imbarazzava. Ero sempre l, senza far niente, un po' come lui, neanche lui se ne andava, ma, almeno, aveva il pennello in mano e si dava da fare. Era un uomo solido, di mezza et, con il volto inespressivo, non segnato dal dolore; era quasi incredibile che quel volto fosse l accanto al volto del dipinto, che fosse l nello stesso tempo, nello stesso spazio, e fosse, per mestiere, alle prese con l'incommensurabile, che non perdeva di vista nemmeno per un attimo. Mi vergognavo talmente, davanti al copista, che di tanto in tanto sparivo dietro la pala, come se volessi guardarla dall'altra parte. Sentivo il bisogno di sottrarmi alla copia della crocifissione, ma anche alla crocifissione stessa, e il pittore doveva pensare che lo facessi per un riguardo a lui. Forse quando era solo si trasformava, forse faceva dei versacci per sostenere quel confronto. Quando sbucai di nuovo da dietro, sembr sollevato, mi sembr che sorridesse. Io osservavo lui come lui osservava me. E' strano che di fronte a un simile dipinto si noti un uomo in carne e ossa? Se ne ha bisogno, perch egli non appeso alla croce. Finch occupato con la sua copia, nulla gli pu capitare. Era questo il pensiero che pi mi colpiva. Contro ci che si vedeva c'era un'unica difesa, non distogliere mai lo sguardo. La salvezza consiste nel non voltare il capo. Non la salvezza dei vili. Non una falsificazione. Ma allora il copista che attua la salvezza nella sua forma pi compiuta? No, perch dato il modo in cui deve vedere, egli scompone. Egli si salva rifugiandosi in frammenti la cui appartenenza al tutto procrastinata. Finch li dipinge, essi non fanno parte di quel tutto. Poi torneranno a farne parte. Ma in certi periodi egli non pu affatto vedere il tutto, essendo assorbito da un particolare, ci che

conta per lui la precisione di quel particolare. Il lavoro del copista finzione. Non come il dito di Giovanni. Il dito del copista non indica, ma si muove ed esegue. Non c' niente di meno impegnativo di questo suo modo di guardare, un modo che non lo trasforma. Qualora lo trasformasse, non riuscirebbe a finire la sua copia. Dimenticai il copista soltanto alcuni anni dopo, quando riuscii a trovare le grandi riproduzioni della pala di Gr newald che appesi nella mia camera. Tornando da Colmar dovevo, prima di tutto, cercare la stanza nella quale in seguito le avrei appese. La trovai presto, per cos dire al primo colpo, e senza poter valutare ci a cui, in realt, mi sarebbe servita. Volevo degli alberi, tanti alberi, e gli alberi pi vecchi che conoscevo nei dintorni di Vienna si trovavano nel Lainzer Tiergarten. Il primo annuncio su cui mi cadde l'occhio si riferiva proprio alle vicinanze del Tiergarten. Andai a Hacking, capolinea della Stadtbahn, la ferrovia urbana, varcai il misero fiumiciattolo di nome Wien, sul cui periglioso passato si raccontano delle storie assolutamente inverosimili, poi cominciai a risalire il pendio, oltrepassai la Erzbischofgasse (che di l, correndo lungo un muro, arrivava sino a OberSanktVeit - per quella via avevo sempre avuto una predilezione), per piegare infine nella Hagenberggasse. Proprio all'inizio della salita, nella seconda casa a destra, si trovava la camera segnalata dall'annuncio. La padrona di casa mi condusse al secondo piano, tutto occupato da quella camera, e apr la finestra. Alla prima occhiata fuori, la mia decisione fu presa: in quella stanza ci dovevo abitare, e per molto tempo. Oltre lo spiazzo di un parco giochi, e al di l della Erzbischofgasse, lo sguardo si posava sugli alberi, molti grandi alberi che - come pensavo facevano parte del giardino arcivescovile. Pi oltre, dall'altro lato della valle della Wien, sulla collina che avevo di fronte, vedevo lo Steinhof, la citt dei pazzi, cintata da una lunga muraglia, all'interno della quale in altri tempi ci sarebbe stato posto per una citt. Aveva il suo duomo, e lo sfavillio della cupola

della chiesa di Otto Wagner giungeva fino a me; la citt era composta da molti padiglioni, che, da lontano, sembravano ville. Da quando ero a Vienna, avevo spesso sentito parlare dello Steinhof, nella citt dei pazzi vivevano seimila persone. In realt, pur non essendo proprio vicina, mi appariva nitidissima, e io cercai di immaginare che cosa avrei potuto vedere inoltrandomi con lo sguardo, attraverso le finestre, dentro le sale. La padrona di casa, che certo aveva interpretato male la mia occhiata fuori dalla finestra - avr avuto sessant'anni, la sottana le arrivava a terra -, mi fece un discorsetto sulla giovent moderna e sulle patate che ormai costavano il doppio. Io la ascoltai sino alla fine, senza interromperla (forse ebbi la sensazione che quel discorso l'avrei risentito spesso, in futuro) e, per evitare malintesi, dichiarai subito, appena ebbe finito, che volevo da lei il permesso di ricevere le visite della mia amica. Lei la chiam subito -la signorina fidanzata , e mise bene in chiaro che doveva venirmi a trovare una sola -signorina fidanzata . Le dissi anche che nella stanza avrei dovuto portare i miei libri, e che ne avevo molti. Questo sembr rallegrarla, che uno studente avesse molti libri le sembrava giusto e naturale. Le difficolt furono maggiori invece, per quello che volevo appendere alle pareti, poich dagli affreschi della Cappella Sistina, le cui riproduzioni portavo sempre con me sin dall'epoca zurighese di villa Yalta, non volevo separarmi. -Dovr usare per forza le puntine? disse la signora; ma poi cedette, il prezzo, che non era alto, l'avevo accettato subito, e parlandole dei libri le avevo ispirato fiducia; non le piaceva cambiare continuamente inquilino, e uno che portava con s molti libri aveva certo intenzione di restare per parecchio tempo. Arrivai, dunque, con le riproduzioni della Sistina; ma non perdetti di vista il mio vero proposito, cercare le riproduzioni della pala di Isenheim e appendere alle pareti tutti i particolari di quel dipinto di cui fossi riuscito a entrare in possesso. La ricerca dur a lungo. In questa

stanza ho abitato per sei anni e qui ho scritto, dopo aver appeso intorno a me le riproduzioni di Gr newald, Auto da f. La padrona di casa, che abitava al pianterreno con il marito e i figli gi grandi, la vedevo di rado, solo una volta al mese, quando le davo personalmente la cifra dell'affitto e, subito dopo, lei saliva in camera per portarmi la ricevuta. Ma ogni tanto qualcuno veniva a cercarmi mentre ero fuori; allora lei mi aspettava sulla porta di casa e ricevevo un resoconto particolareggiato sull'aspetto, le maniere e i desideri del mio visitatore. Diffidava di qualunque visita e, se veniva da me qualcuno che avevo conosciuto per caso nel quartiere, per prendersi qualche cosa da leggere, lei mi metteva energicamente in guardia dai malintenzionati, che venivano soltanto a ficcare il naso, per vedere che cosa c'era da rubare. Qualunque cosa la mia padrona avesse da dirmi, finiva con il discorso sulla giovent moderna. Pi in basso ancora, nello scantinato, abitava la vedova di un guardaboschi, che aveva passato la maggior parte della sua vita, insieme al marito, nel Lainzer Tiergarten. Aveva pi o meno le funzioni di una domestica. Rifarmi il letto e spazzare la mia stanza era compito suo. Io la vedevo nei giorni in cui non andavo in laboratorio e restavo a casa quasi tutta la mattinata, e lei mi parlava del periodo vissuto nel Lainzer Tiergarten. La signora Schicho era una donna anziana, gentile, molto grassa, con i capelli bianchi e il viso rosso, che al minimo sforzo e a ogni movimento si imperlava di sudore; le rare volte in cui ero presente mentre metteva in ordine, la stanza era presto invasa da un odore penetrante, bench porte e finestre restassero aperte, creando una corrente che avrebbe dovuto cambiare l'aria. Non era un tanfo disgustoso, ma un odore di burro non pi freschissimo, eppure non ancora veramente rancido. Sarei uscito, anche per sottrarmi a quell'odore, ma la signora Schicho aveva un modo di raccontare al quale non sapevo resistere. Di solito non parlava del bosco, e neppure della casa del guardaboschi dove aveva vissuto con il marito, a meno che non

fossi io a farle delle domande a proposito dei cinghiali e dei gufi; in tal caso rispondeva gentilmente, ma senza alcuna partecipazione. Assai pi sovente riandava col pensiero agli ospiti illustri che avevano visitato il parco al seguito dell'Imperatore. Con orgoglio, ma senza prosopopea, la signora Schicho mi parl della -giornata dei tre Imperatori , quando l'imperatore di Russia, l'imperatore di Germania e l'imperatore Francesco Giuseppe si erano fermati, alti sui loro cavalli, davanti alla casa del guardaboschi, e lei aveva offerto a ciascuno un brindisi di benvenuto. Li aveva ancora davanti agli occhi tutti e tre, come se fossero l, descriveva i loro pennacchi, le uniformi, i volti, ricordava i cavalli che montavano e le parole con cui l'avevano ringraziata dell'accoglienza. Il racconto non aveva un tono servile, sembrava, piuttosto, che fossero ancora l e, mentre allungava le braccia per mostrarmi in che modo aveva offerto il bicchiere a ciascuno dei tre imperatori, la signora Schicho sembrava un po' stupita che nessuno le venisse incontro a prenderle il calice di mano. Tutto era svanito; dov'erano gli imperatori? Com'era possibile che di tutto ci non fosse rimasto pi nulla? Anche se la signora Schicho non lo disse mai ben chiaro, n diede a vedere di rammaricarsene, io sentivo che quello era per lei un mistero non meno che per me, e che proprio quel mistero la spingeva a raccontare l'episodio con tanta energia e vivacit. Non facevo mai colazione nella mia camera, non ci tenevo neppure il pane o la frutta. Avevo sempre desiderato un posto che fosse libero dal cibo, e che non fosse disturbato da nulla di ci che ritenevo insignificante o fastidioso. La chiamavo, scherzosamente, la mia ansia di -pulizia ; Veza, quando veniva a trovarmi, la capiva, e non cerc mai, come fanno di solito le donne, di organizzare nella mia stanza una specie di economia domestica. Anche di quel mio desiderio di conservare la stanza libera da cose del genere Veza diede come al solito una interpretazione originale e per me lusinghiera: era dovuto al mio

rispetto per i Profeti e le Sibille appesi alle pareti, o forse al mio rispetto per Michelangelo, che poteva lavorare indefinitamente senza pensare al cibo. Ma questo non significava che mi lasciassi mancare nulla o che facessi addirittura la fame. Nella Auhofstrasse, a cinque minuti da casa mia, scendendo la collina, c'era una latteria che vendeva yogurth, pane e burro, cibi che potevo consumare tranquillamente all'unico tavolino del negozio, seduto sull'unica sedia. Era l che facevo colazione prima di andare in laboratorio. E quando restavo a casa ci tornavo anche pi tardi, durante la giornata. In quegli anni vivevo volentieri di pane e burro e yogurth, perch risparmiavo il pi possibile per comperarmi dei libri. La signora Fontana, che mandava avanti la latteria, non aveva nulla in comune con la signora Schicho. La voce era puntuta, proprio come il suo naso che ficcava dappertutto. Durante il pasto ricevevo informazioni dettagliate su ogni cliente che aveva lasciato il locale o che secondo lei, sarebbe entrato fra breve. Quando quell'argomento era esaurito, il che non succedeva tanto in fretta, arrivava il turno del suo primo matrimonio, che era andato storto sin dall'inizio. Il primo marito della signora Fontana, prima prigioniero in Russia, era finito in Siberia, c'era rimasto qualche anno e l era morto di malattia. Molto tempo dopo, era ritornato un suo amico, portando il suo estremo saluto, la fede nuziale e una foto di gruppo nella quale si vedevano il defunto, l'amico stesso e altri compagni di prigionia. Quella foto era un ricordo prezioso, e il suo proprietario non se ne separava mai, bench la mostrasse spesso e volentieri. Tutti i prigionieri si erano fatti crescere la barba e perci non era possibile riconoscerli. Il proprietario della foto aveva l'abitudine di puntare il dito su una barba, la seconda in basso da destra, e ogni volta diceva: -Ecco quello sono io. Non mi riconosce? Eh, quelli erano tempi! . Poi assumeva un'espressione solenne e, indicando un'altra barba, la seconda in basso da sinistra, dichiarava: -E questo era il mio amico e predecessore, dica pure

tranquillamente il primo signor Fontana; ma, naturalmente, non si chiamava cos. Dovrebbe chiedere a mia moglie. Le canter su di lui un'intera litania . Perch di litanie sul suo secondo marito la signora Fontana non poteva certo cantarne. Lei si alzava molto presto, dato che il negozio apriva di buon'ora. Lui dormiva tutta la mattina, perch rincasava molto tardi, all'una di notte, con l'ultima corsa della ferrovia urbana, e talvolta anche pi tardi, tornando a piedi dal suo solito caff in citt; la moglie dormiva da un pezzo, e lui non la vedeva nemmeno. Si alzava nel pomeriggio, quando lei era in negozio, e subito ritornava in citt a trovare i suoi amici. Lei era facile alle scenate, e lui stava lontano di casa pi che poteva. Ma nel primo pomeriggio, prima di tornarsene in citt, qualche volta le dava il cambio in negozio. Fu cos che lo conobbi e che egli mi raccont della Siberia. Dopo un paio d'anni, la tensione fra i coniugi Fontana era arrivata a un punto tale che lei lo cacci di casa. Il loro non era un matrimonio, diceva la signora, non avevano nulla in comune. Lui si serviva della casa di lei soltanto per venirci a dormire. Per il resto, non le rivolgeva nemmeno la parola. Quando lei era in piedi il marito dormiva, e appena lei si era addormentata, egli si alzava di nuovo. Alla fine lui se ne and, e il mattino seguente lei me lo disse, soddisfatta e amareggiata al tempo stesso. Il marito non si era portato via quasi nulla, perch in effetti non possedeva nulla; ma quel poco che aveva se l'era preso, persino due chiodi arrugginiti. -Si figuri un po', i chiodi arrugginiti si portato via, neppure un chiodo mi ha lasciato . Dal tono sembrava che lei avrebbe conservato volentieri uno di quei chiodi arrugginiti (per ricordo? per dispetto?); e invece neppure un chiodo aveva voluto lasciarle. Almeno fossero stati nuovi; ma non lo erano, erano soltanto dei vecchi chiodi arrugginiti. Il signor Fontana era un uomo molto piccolo, che camminava tutto storto e piegato in avanti, come se si fosse rotto malamente la spina dorsale.

Senza pi un capello in testa, aveva un'aria smunta e mal ridotta; sembrava sempre che gli occhi dovessero riempirglisi di lacrime da un momento all'altro; ma in realt il suo ciglio restava asciutto. Quando si trovava nel negozio, capitava qualche volta che entrasse la splendida, florida contessa che abitava con la famiglia nelle vicinanze. Era una donna alta e robusta, che sapeva cavalcare e cacciare (io per non la vidi mai n a cavallo n a caccia), aveva una voce squillante e faceva gli acquisti come se la latteria esistesse soltanto per lei. Tuttavia i suoi acquisti non erano affatto cospicui, non aveva mai abbastanza denaro con s. Ogni tanto si portava dietro i tre figli piccoli, e allora non si poteva fare a meno di pensare al suo petto prorompente; al signor Fontana schizzavano fuori gli occhi dalle orbite stanche. Serviva la contessa con sollecitudine, e senza la sua solita aria astiosa; chiunque altro entrasse, quando lui era in negozio, veniva accolto con una faccia seccata. La contessa non era ancora uscita tutta intera dalla porta, che lui si voltava verso di me e mi diceva con entusiasmo (allora s che aveva le lacrime agli occhi): -Che giumenta! Da rimanerci secchi! . Credo che venisse nel negozio a quell'ora soltanto per vederla (altrimenti avrebbe dormito ancora un po'); e lei, come se avesse un appuntamento, veniva sempre alla stessa ora, e si faceva servire soltanto da lui. Certe volte ammucchiava davanti a s, sul banco della latteria, tutte le cose che si era fatta dare e poi (non era molto brava nei calcoli) cominciava a rifare il conto di quel che aveva preso. Il signor Fontana, che era felice di trattenerla, per potersela rimirare ancora un po', l'aiutava a fare le somme. I soldi che la contessa portava con s erano sempre di gran lunga insufficienti e, bench piacesse moltissimo al signor Fontana, a credito non riceveva mai nulla; cos gli acquisti dovevano sparire dal banco uno dopo l'altro. La contessa non si vergognava affatto di quella operazione; non saper fare i conti non era mica un disonore; di cavalli, in compenso, se ne intendeva molto. Senza manifestare il minimo disappunto,

restituiva una cosa dopo l'altra, mentre il signor Fontana si permetteva di aprirle la mano con una pressione affettuosa, e resosi conto, con un'occhiata fulminea, di quanti soldi aveva portato con s, di colpo interrompeva la restituzione dicendo: -Basta cos. Ha giusto i soldi che le servono! . La contessa sent la sua mancanza quando egli se ne and, perch ora veniva servita dalla signora Fontana, la quale dimostrava minor comprensione per le sue scarse doti aritmetiche e in fondo sospettava che esse nascondessero l'intenzione di imbrogliarla. Anche la signora Fontana faceva i suoi commenti quando la contessa usciva dal negozio con i bambini: -Quella a scuola non c' stata mai. I conti non capace di farli, e neanche sa scrivere. Ma pensi un po' se un tipo del genere dovesse mandare avanti un negozio come il mio! . La contessa non era insensibile a quella ostilit, e uscita dal negozio diceva a me: -Peccato che non ci sia pi quell'uomo cos educato! Lui s che era una persona educata! . Era chiaro che non aveva saputo nulla dei chiodi arrugginiti. Anch'io sentivo la mancanza del signor Fontana, ma soprattutto dei suoi discorsi sulla Siberia. In realt lui viveva ancora laggi. Gli amiconi del solito caff ascoltavano volentieri i suoi racconti sulla Siberia. Al caff doveva andarci tutti i giorni, mi diceva, lo aspettavano, volevano che continuasse a raccontare. E di cose da dire ne aveva ancora moltissime, era ben lungi dall'aver vuotato il sacco. Avrebbe potuto scrivere un libro intero sulla Siberia. Ma gli riusciva pi facile parlarne a voce. Subito, sin dalla prima volta, quando lui aveva cominciato a parlare della Siberia, sua moglie si era addormentata. Per lei esisteva soltanto l'anello nuziale. Gliel'aveva gi detto il suo amico, il primo marito: per l'amor di Dio, riportale la fede, altrimenti non avr pi un momento di pace! Per lei era un oggetto di valore. Lui avrebbe anche potuto tenerselo. Ma era una promessa a un amico morto, e l'aveva mantenuta. Anche se fosse stato un milione, l'avrebbe restituito, accontentandosi della mancia che si

riceve consegnando un oggetto smarrito. E a essere leale che cosa ci aveva guadagnato? Adesso sul groppo aveva una lattaia, anzich una contessa. Un anno dopo la partenza del signor Fontana, nella zona riapparve la Siberia. In mezzo a maschere mortuarie. Ibby Gordon mi attraeva per il suo spirito e la sua allegria, e parlava per trovate. Mai una volta ho sentito da lei la frase che mi aspettavo, diceva sempre una cosa diversa. Era ungherese, ma riusciva a trasformare anche quel fatto in una sorpresa, poich da ogni errore faceva nascere una trovata. Di alcune parole ho preso coscienza per la prima volta grazie a Ibby; quando una parola tedesca le piaceva in modo particolare, se la portava via; da quel momento la parola riappariva soltanto in forme nuove; queste forme ricordavano che la parola era sparita e rimandavano, in modo sempre diverso, all'entit perduta. Ibby parlava adagio, nulla di quel che diceva andava smarrito, ogni sillaba aveva la sua particolare intonazione, nessuna parola si lasciava incalzare e spingere avanti dalla parola seguente. Ma Ibby pensava in fretta, perci molte cose premevano, aspettando il proprio turno e, prima di venir fuori, si crogiolavano nella sua mente, soddisfatte di s. Tante cose soddisfatte, sempre nuove, si mettevano in fila una dietro l'altra e, nella sconfinata allegria che da questo derivava, non c'era posto per lo spavento, per il dolore, per la noia o per l'angoscia. Se eri insieme a Ibby, non potevi credere che, da qualche parte, esistesse il dolore, perch tutto ci che di triste le capitava di vedere o di ascoltare perdeva il suo peso, si trasformava in qualcosa di lieve, di aereo; e poich Ibby non si lamentava mai di quel che succedeva a lei, come serbarle rancore se si prendeva gioco delle paure altrui? Sembrava una scultura di Maillol, una classica figura agreste, e il viso assomigliava a un frutto, un fulgido frutto che sta per maturare. Il suo nutrimento consisteva in tutto ci che vedeva intorno a s d'incongruo e di grottesco. L'avresti potuta giudicare spietata; ma lo era anche verso se

stessa. Ti stupivi che la sua ironia, cos acuta e mordace, le facesse tanto bene. Quel ritratto della felicit e della salute spesso non aveva niente da mangiare; ma su questo non spendeva una parola, tranne che per farlo diventare una storiella divertente: e come appariva ben nutrita, agli sguardi degli uomini, mai sazi di contemplare le sue magnifiche spalle! Tutto ci che ha a che fare con le tradizioni, il senso dell'ordine e le normali regole della vita quotidiana le era scivolato addosso senza lasciare traccia. Raccontava qualcosa del suo passato, ma con grande noncuranza, come se non fosse mai esistito. Ricordo il nome del suo paese d'origine (Marmaros Sziget, nell'Ungheria orientale, ai piedi dei Carpazi), perch mi ricordava il marmo in cui Maillol l'aveva scolpita. Il suo nome, Ibolya, in ungherese Violetta, sembrava ridicolo, e per fortuna nessuno ci pensava; la chiamavamo, brevemente, Ibby. Il nome da ragazza, Feldmesser, mi piaceva di pi, ma lei ne era imbarazzata, forse per via della sua famiglia, di cui non sapevo nulla. Come poetessa aveva adottato il nome Gordon, e a quello teneva molto; sembrava la sola cosa della propria persona che le stesse a cuore. A Budapest aveva incontrato Friedrich Karinthy, uno scrittore satirico ungherese, che laggi era una celebrit; io non avevo letto nulla di lui, ma, a giudicare da ci che ne diceva Ibby, ricordava Swift. Ibby divent la sua amica, scriveva poesie che gli piacevano, Karinthy, si diceva, era stato conquistato dalle sue poesie non meno che dalla sua bellezza. Aranka, sua moglie, una donna appassionata, una tenebrosa bellezza zigana, come diceva Ibby, si era gettata dalla finestra del terzo piano per gelosia; bench gravemente ferita, si era salvata per un puro miracolo. Karinthy era rimasto a tal punto sconvolto dal gesto disperato di sua moglie, che aveva deciso di troncare immediatamente il legame con Ibby; e, per salvare la vita della moglie, aveva esiliato Ibby da Budapest, nonch dall'Ungheria. Un suo amico la scort oltre il confine, sino a Vienna, dove Ibby arriv senza bagaglio, soltanto con

uno spazzolino da denti, che mostrava volentieri. Non aveva la vita facile, ma ne parlava senza lamentarsi. Per Aranka non provava piet, ma neppure per se stessa, si limitava a osservare il lato ridicolo della situazione. Il famoso scrittore le aveva messo come sentinella il suo amico pi fidato, il quale doveva controllare che lei non varcasse di soppiatto il confine per tornare in Ungheria. L'amico le affitt una stanza nella Strozzigasse. Ibby doveva presentarsi ogni giorno in un certo caff. Cos l'amico correva subito a telefonare a Karinthy, a Budapest: -Ibby qui. Non sparita . Allora otteneva qualcosa da mangiare. L'affitto le veniva pagato, ma non le davano nient'altro, temevano che potesse acquistare il biglietto per tornare a Budapest. Se non si presentava al caff, l'amico veniva a cercarla a casa sua, nella Strozzigasse; ma, in tal caso, non le dava niente da mangiare. Ecco come mi apparve, quando la vidi per la prima volta: la dea Pomona, solo che in mano, al posto della mela, aveva uno spazzolino da denti. Pass qualche settimana, e Ibby capit in un circolo della jeunesse dore di Vienna, dove subito cominciarono a contendersela due fratelli. In quell'ambiente tutti le avevano messo gli occhi addosso; ma, dato che i pretendenti erano molti, e le facevano la corte tutti insieme, Ibby fece appello a tutta la sua scaltrezza e riusc, mettendoli uno contro l'altro, a respingere ogni assalto. Le maggiori difficolt le ebbe comunque con i due fratelli, che facevano uno pi sul serio dell'altro. Ibby rimase a Vienna quasi un anno e in quel periodo la vidi spesso, ci incontravamo al caff, e lei mi raccontava, con voce calma e distaccata e quel suo modo di parlare freddo, radioso e irresistibilmente comico, tutto ci che capitava intorno a lei. Io non potevo evitare di ascoltarla, e lei non poteva evitare di raccontare. Mi era grata del fatto che non cercavo di tirar l'acqua al mio mulino. Con me, diceva, si riposava dalla sua bellezza, una bellezza incolpevole; intuiva che sentivo la sua bellezza come la sentiva lei stessa: un peso di fronte ai cui effetti si restava disarmati.

Uno dei due fratelli dirigeva una grande libreria che aveva ereditato alla morte del padre; l'altro, considerato il pi intelligente e il pi colto, aveva studiato di tutto, gli piaceva cambiare, e ora si occupava di filosofia. Rudolf, il libraio, era un ometto insignificante, minuto, poco appariscente, che si sforzava di far colpo vestendosi con cura e pettinandosi continuamente i pochi capelli che aveva in testa. Era totalmente succubo di Ibby, non meno dell'altro; ma, arido e privo di fantasia com'era, per lui era molto pi difficile interessarla. Suo fratello, invece, ascoltava volentieri la gente e poi distribuiva i suoi consigli, balbettando lievemente, ma senza mai fermarsi. Rudolf, che non dava mai consigli perch lui stesso ne avrebbe avuto bisogno, doveva affidarsi alle novit librarie, soprattutto ai libri d'arte che aveva sotto mano in negozio, e infatti se ne serviva per fare a Ibby dei regali a sorpresa e per intrattenerla. Un giorno le port un libro intitolato L'eterno sembiante, una collezione di maschere mortuarie pubblicata da poco. Io arrivai proprio nel momento in cui Ibby stava aprendo il pacco, e ben presto, dopo poche pagine, sia lei che io ne fummo conquistati. Accadde una cosa che fino a quel momento tra noi sarebbe stata impensabile: tacemmo, rimanemmo ammutoliti. Eravamo seduti uno accanto all'altra, e cos Rudolf, che mal sopportava quel silenzio carico d'intesa, ci lasci il libro e se ne and. Non avevo mai visto delle maschere mortuarie, erano una cosa totalmente nuova per me. Sentii di essere pi che mai vicino a quell'attimo del quale non sapevo quasi nulla. Sul titolo del libro, L'eterno sembiante, non stetti a riflettere pi che tanto. La diversit degli uomini mi aveva sempre affascinato, ma non mi aspettavo che quella diversit giungesse, pi nitida che mai, sino al momento della morte. Ero inoltre sbalordito del fatto che fosse possibile preservarla fino a quel punto. Della sparizione dei morti avevo patito sin da bambino. Rimangono il nome e le opere, ma a me non bastava. A me interessava anche la loro corporeit, ogni tratto, ogni

minima contrazione del volto. Quando sentivo la sua voce, che sempre avevo nell'orecchio, invano cercavo il suo volto; egli mi appariva in sogno, anche quando non lo desideravo; ma non potevo evocare quel volto a mio piacimento. Anche se lo vedevo (assai raramente), ormai era cambiato, aveva subto le leggi della propria dissoluzione. E ora mi vedevo davanti, immutabili, coloro che vivevano insieme a me con i loro pensieri e le loro opere, coloro che amavo per le loro azioni, oppure odiavo per i loro misfatti; li vedevo con gli occhi chiusi - ma era come se potessero riaprirli, come se ancora non fosse accaduto nulla d'irreparabile; li avevano ancora gli occhi? sentivano ancora ci che si diceva soltanto a loro? Erravo, indeciso, dall'uno all'altro volto, come se dovessi afferrarli e trattenerli uno per uno. Non riuscivo a capacitarmi che fossero tutti riuniti in quell'unico libro. Temevo che se ne andassero nelle direzioni pi diverse, ognuno nella propria. Pochi ne riconobbi senza guardare il nome. Senza nome erano inermi, totalmente indifesi. Ma, non appena venivano ricongiunti al loro nome, si sentivano garantiti dalla dissoluzione. Sfogliai avanti, poi, inopinatamente, tornai indietro; erano ancora l, c'erano tutti, nessuno era scappato, nessuno protestava contro l'ordine che gli era stato assegnato nella fila, il caso che aveva messo insieme quel libro non li aveva oltraggiati. L'ultimo istante prima della dissoluzione: come se uno avesse richiamato a s per l'ultima volta tutto ci che pu essere, e avesse dato il suo benestare a quella estrema presentazione. Ma questo assenso non di tutte le maschere: ci sono maschere che feriscono, maschere rivelatrici. Il loro senso sta nella tremenda verit che svelano, ed questo l'elemento dominante in cui quella vita doveva sfociare: il fardello di Walter Scott, la demenza straziante del vecchio Swift, l'orrenda, divorante malattia di Gricault. In tutte le maschere si potrebbe cercare soltanto l'orrore, l'orrore della morte. Allora sarebbero maschere di uomini assassinati. Ma sarebbe anche una falsificazione: c'

dell'altro, al di l della morte che assassina. E' l'arresto del respiro, ma come se esso venisse conservato. Il respiro ci che l'uomo possiede di pi prezioso ed pi che mai prezioso proprio alla fine. L'ultimo, estremo respiro conservato come immagine nella maschera. Ma come pu il respiro diventare immagine? La prima maschera che vidi aprendo il libro, e che continuai a cercare e guardare, era la maschera di Pascal. Qui il dolore ha raggiunto la sua perfezione, ha trovato il suo senso, a lungo cercato. Il dolore che deve rimanere pensiero non in grado di fare di pi. Se esiste un morire che va oltre il lamento, qui che lo abbiamo di fronte. Una dimestichezza con la morte conquistata a poco a poco, a piccoli passi, indicibilmente piccoli, sostenuta dal desiderio di varcare quella soglia per attingere, di l da essa, l'ignoto. Esistono molti libri sui credenti e sui martiri che, per amore dell'altra vita, vogliono essere liberati da questa vita. Ma qui abbiamo di fronte l'immagine di un credente nel momento in cui ha raggiunto la sua meta. E' un credente, certo, che ha saputo anche mortificarsi; ma, infinitamente di pi di quanto si sia mortificato, egli ha pensato. Cos tutto ci che ha intrapreso contro questa vita si specchiato nel suo pensiero. Il suo sembiante pu dirsi eterno, poich esprime, appunto, l'eternit alla quale anelava. Egli riposa nel suo dolore, non vuole pi lasciarlo. Vuole tutto il dolore che l'eternit disposta ad accogliere e, quando lo ha raggiunto nella pienezza massima che da essa gli concessa, quel dolore lo offre all'eternit e varca la sua soglia. Il 15 luglio. A distanza di pochi mesi dal mio trasferimento nella nuova stanza, accadde un fatto che esercit un influsso profondissimo sulla mia vita successiva. Fu un avvenimento pubblico, uno di quei rari avvenimenti che turbano a tal segno una citt intera che essa, da allora in poi, non pi la stessa. La mattina del 15 luglio 1927 ero rimasto a casa, non ero andato come al

solito all'Istituto di Chimica nella W hringerstrasse. Nel caff di Ober --SanktVeit mi misi a leggere i giornali del mattino. Sento ancora l'indignazione che mi travolse quando presi in mano la -Reichspost e lessi un titolo a caratteri cubitali: -Una giusta sentenza . Nel Burgenland c'era stata una sparatoria, alcuni operai erano rimasti uccisi. Il tribunale aveva assolto gli assassini. L'organo di stampa del partito al governo dichiarava, o meglio strombazzava, che con quella assoluzione era stata emessa una -giusta sentenza . Pi che l'assoluzione in quanto tale, fu proprio questo oltraggio a ogni sentimento di giustizia che esasper enormemente gli operai viennesi. Da tutte le zone della citt i lavoratori sfilarono, in cortei compatti, fino al Palazzo di Giustizia, che gi per il nome incarnava ai loro occhi l'ingiustizia in s. La reazione fu assolutamente spontanea, me ne accorsi pi che mai dai miei sentimenti. Inforcai la bicicletta, volai in citt e mi unii a uno di questi cortei. Gli operai di Vienna, che normalmente erano disciplinati, avevano fiducia nei loro capi del partito socialdemocratico e si dichiaravano soddisfatti del modo esemplare in cui essi amministravano il Comune di Vienna, agirono in quel giorno senza consultare i loro capi. Quando appiccarono il fuoco al Palazzo di Giustizia, il borgomastro Seitz, su un automezzo dei pompieri, cerc di tagliar loro la strada alzando la mano destra. Fu un gesto assolutamente inefficace: il Palazzo di Giustizia and in fiamme. La polizia ebbe l'ordine di sparare, i morti furono novanta. Sono passati cinquantatr anni, eppure sento ancora nelle ossa la febbre di quel giorno. E' la cosa pi vicina a una rivoluzione che io abbia mai vissuto sulla mia pelle. Da allora so con assoluta precisione quel che accadde durante l'assalto della Bastiglia, un tema sul quale non avrei pi bisogno di leggere una parola. Mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorb in s completamente, non avvertivo in me la bench minima resistenza contro ci che la massa faceva. Mi meraviglio che in una simile disposizione di spirito

fossi ancora in grado di percepire in tutti i particolari ogni singola scena che si svolgeva davanti ai miei occhi. Ne voglio raccontare una. In una strada laterale non lontana dal Palazzo di Giustizia che stava bruciando, ma in posizione defilata e comunque ben distanziata rispetto alla massa, un uomo con le braccia alzate e le mani congiunte sopra la testa in un gesto di disperazione, gridava gemendo: -Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli! . -Meglio i fascicoli che gli uomini! gli dissi, ma a lui questo non importava affatto, aveva in testa soltanto i fascicoli, e a me venne in mente che forse in quel palazzo egli stesso aveva a che fare, magari come archivista, con dei fascicoli; l'uomo era inconsolabile, e a me, malgrado la situazione, fece un effetto comico. Al tempo stesso per mi indignava. -Ma non vede che laggi hanno sparato sulla gente, dissi iroso -e lei parla di fascicoli! . Lui mi guard in faccia come se neanche esistessi e gemette di nuovo: -Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli! . Pur essendosi messo in disparte, la situazione non era per lui priva di pericoli, non era possibile non udire il suo lamento, anch'io infatti l'avevo udito. Nei giorni e nelle settimane di profondissimo abbattimento che seguirono, in cui non riuscivamo a pensare ad altro e gli eventi di cui eravamo stati testimoni si ripresentavano continuamente davanti ai nostri occhi perseguitandoci ogni notte fin dentro il sonno, in quei giorni, dicevo, esisteva un unico collegamento legittimo con la letteratura: Karl Kraus. La mia idolatrica venerazione per Kraus raggiunse allora il suo culmine. Provai, questa volta, un sentimento di gratitudine per un'azione pubblica ben precisa, non saprei indicare nessun'altra persona per la quale io abbia mai provato tanta riconoscenza. Sotto l'influsso del massacro di quel giorno, Kraus aveva fatto affiggere dappertutto a Vienna dei grandi manifesti nei quali, rivolgendosi al capo della polizia Johann Schober, responsabile di avere ordinato la sparatoria e responsabile dunque dei novanta morti, gli intimava di -dare le dimissioni . Fu un atto

individuale, Kraus fu l'unica figura pubblica che prese un'iniziativa, e mentre gli altri personaggi celebri a Vienna non ne mancavano mai - non volevano esporsi o forse non volevano rendersi ridicoli, soltanto in Kraus il coraggio fu pari all'indignazione. I suoi manifesti furono in quei giorni l'unico nostro sostegno. Io passavo da un manifesto all'altro, mi fermavo davanti a ciascuno di essi, e avevo la sensazione che tutta la giustizia di questa terra fosse penetrata nelle lettere dell'alfabeto che componevano il suo nome. E' gi da qualche tempo che ho messo sulla carta questa cronaca del 15 luglio e delle sue conseguenze. La riprendo, qui, alla lettera; (*) forse proprio la sua concisione pu dare un'idea dell'importanza di ci che accadde quel giorno. Da allora ho cercato a pi riprese di avvicinarmi a quel giorno, che forse, dopo la morte di mio padre, stato quello che ha inciso di pi nella mia vita: sono costretto a dire -avvicinarmi , perch afferrarlo molto difficile; fu cos vasto, cos diffuso, si estese per tutta la citt, una grande citt; e fu anche per me un giorno di movimento, non feci nient'altro che percorrere la citt in lungo e in largo. Tutte le mie sensazioni, in quel giorno, erano vincolate a un'unica direzione. E' (*) Sono qui riportate, in effetti, con qualche lievissima variazione, alcune pagine del saggio del 1973, Das erste Buch: Die Blendung [Il mio primo libro: Auto da f], tratto dalla raccolta Das Gewissen der Worte, Carl Hanser Verlag, M nchenWien, 1975. Il saggio apparso nella traduzione italiana di Renata Colorni, che qui riprodotta, in appendice al romanzo di E' Canetti, Auto da f, Adelphi, Milano, 1981 [N'd'T']. il giorno che mi rimasto pi chiaro nel ricordo; ma questa chiarezza dovuta esclusivamente al sentimento che provai, un sentimento che col passare delle ore nulla pot deviare. Io non so chi abbia dato come meta il Palazzo di Giustizia agli immensi cortei che provenivano da ogni zona della citt. Si potrebbe anche pensare che la cosa avvenne da s; ma non

un'ipotesi molto attendibile. Qualcuno deve pur aver lanciato per primo la parola d'ordine -Al Palazzo di Giustizia! . Tuttavia, non importante conoscere il nome di quella persona, dal momento che la parola d'ordine fu fatta propria da chiunque pot udirla, e da ciascuno fu accolta senza esitazioni, riflessioni, titubanze indugi o dilazioni, e tutti trascin in una sola direzione. Pu darsi che l'essenza del 15 luglio sia entrata senza residui nel mio libro Massa e potere. Se cos fosse, sarebbe impossibile ricostruire in qualsiasi forma l'esperienza originaria nella sua interezza a partire dalle singole sensazioni di quella giornata. La lunga corsa in bicicletta verso la citt. Il percorso non lo ricordo pi. Non so dove ho cominciato a incontrare la gente. Non mi vedo con chiarezza in quel giorno; ma sento ancora quella febbre, le corse concitate avanti e indietro, la fluidit del movimento. Tutto dominato dalla parola -fuoco , e poi dal fuoco stesso. Un colpo in testa. Forse un caso che io non abbia visto nessuna aggressione contro i poliziotti. Ho visto invece sparare sulla folla e la gente crollare a terra. Gli spari sembravano frustate. E ho visto la gente correre nei vicoli laterali e subito dopo riapparire e di nuovo radunarsi in massa. Vedevo la gente cadere e i morti stesi al suolo, ma non ero vicinissimo a loro. Un orrore tremendo, soprattutto davanti a quei morti. Mi avvicinavo, ma poi li scansavo, non appena gli ero vicino. Nella mia eccitazione mi sembrava che i morti diventassero pi grandi. Poi per raccoglierli, arrivavano gli uomini del servizio d'ordine, e intorno a loro di solito si faceva il vuoto, come se la gente temesse che gli spari piovessero di nuovo proprio in quel punto. I soldati a cavallo facevano pi spavento di tutti, forse perch essi stessi avevano paura. Davanti a me un uomo sput, facendo cenno con il pollice della mano destra a un punto imprecisato dietro le sue spalle. -L ne hanno appeso uno! Gli hanno tolto i calzoni! . Contro chi sputava? Contro l'assassinato o contro

l'assassinio? Non vedevo il punto indicato. Una donna, davanti a me, lanci un grido fortissimo: -Peppi! Peppi! . Aveva gli occhi chiusi e barcollava. Tutti cominciarono a correre. La donna cadde. Ma non era stata colpita. Sentii uno scalpiccio di cavalli. Non andai verso la donna, che era stesa a terra. Corsi con gli altri. Sentivo che dovevo correre con loro. Volevo rifugiarmi in un portone, ma non riuscivo a separarmi dalla gente che correva. Un uomo molto alto e robusto, che camminava veloce accanto a me, si batt il pugno sul petto e continuando a correre url: -Hanno sparato qui! Qui! Qui! Qui! . D'un tratto non lo vidi pi. Non era caduto. Dov'era? Questa era forse la cosa pi inquietante: si vedeva e si sentiva una persona, un gesto vigoroso che oscurava tutto il resto, e poi, ad un tratto, quella persona spariva, come inghiottita dal suolo. Tutto cedeva, ovunque si aprivano baratri invisibili. Ma i fili che tenevano unito l'insieme non si spezzavano; anche quando all'improvviso ti trovavi da solo, ti sentivi scuotere e tirare con forza. Perch dappertutto udivi qualcosa, c'era come un ritmo nell'aria, una musica crudele. Si pu chiamarla musica, ne eri trascinato. Non avevo la sensazione di camminare sulle mie gambe. Eri immerso in un vento, una folata di suoni. Una testa rossa emerse davanti a me, ora qui ora l, emerse e scomparve, riemerse e scomparve, si alzava e si immergeva, mi sembrava che nuotasse, la cercai con gli occhi come se dovessi seguire i suoi ordini, pensavo che fossero dei capelli rossi, ma poi mi accorsi che era solo un fazzoletto rosso e smisi di cercarla. Non incontrai e non riconobbi nessuno, se rivolgevo la parola a qualcuno era gente sconosciuta. Ma parlai a poche persone. Ascoltavo molto, c'era sempre qualcosa da ascoltare nell'aria, il suono pi tagliente erano urla di sdegno, quando sparavano sulla folla, e la gente cadeva. Le urla, allora, diventavano tremende, soprattutto quelle delle donne si sentivano con chiarezza. Mi sembrava che le urla di sdegno evocassero gli spari. Eppure vedevo che non era cos, perch gli spari

continuavano, anche quando le urla cessavano. Dappertutto si sentivano gli spari, anche molto lontano, schiocchi di frusta, di continuo. L'ostinazione della massa, che appena ricacciata, subito risbucava compatta dai vicoli laterali. La gente non si lasci distogliere dall'idea del fuoco, il Palazzo di Giustizia and in fiamme, bruci per ore, e in quelle ore la febbre sal, raggiunse il suo apice. Era una giornata caldissima, le fiamme non si vedevano, ma il cielo era rosso per un largo tratto, e si sentiva l'odore della carta bruciata, migliaia e migliaia di fascicoli dati alle fiamme. Gli uomini del servizio d'ordine si vedevano dappertutto, erano riconoscibili dalle giacche a vento e dalla fascia intorno al braccio, si distinguevano dai poliziotti perch erano disarmati. Come armi avevano le barelle sulle quali adagiavano i morti e i feriti. Si prodigavano con grande zelo, e spiccavano per la loro diversit tra la gente che imprecava con furore, sicch non sembravano appartenere a quella stessa massa. Spesso il loro apparire in ogni punto della manifestazione segnalava la presenza di vittime che la gente non aveva ancora visto. Non vidi appiccare il fuoco al Palazzo di Giustizia, per me ne accorsi, prima ancora di vedere le fiamme, dal mutamento nel tono di voce della massa. Quel che era successo la gente se lo gridava da lontano; dapprima non capii; le voci suonavano gioiose, non stridule, non avide, ma come liberate. Era il fuoco l'elemento di coesione. Sentivi il fuoco, la sua presenza era schiacciante, anche laddove non riuscivi a vederlo lo avevi in mente, la forza di attrazione del fuoco e quella della massa facevano tutt'uno. Le salve della polizia scatenavano urla di sdegno, le urla di sdegno nuove salve: ma dovunque ti trovassi esposto agli spari o dovunque tu ti fossi apparentemente rifugiato - il legame con gli altri, palese o nascosto, a seconda del luogo, conservava comunque la sua efficacia, magari per vie tortuose, visto che non era possibile diversamente, e quel legame ti riconduceva nella sfera dominata dal fuoco.

Quel giorno, che fu pervaso da una sensazione unitaria (un'unica, immensa ondata, che si abbatt sulla citt e la sommerse: quando l'onda lentamente riflu, sembrava incredibile che la citt esistesse ancora), quel giorno fatto di innumerevoli particolari, ognuno dei quali mi si inciso profondamente nella memoria, nessuno di essi svanito. Li ricordo nitidamente tutti, ciascuno isolato dagli altri e ben riconoscibile nelle sue caratteristiche; eppure ognuno parte dell'immensa ondata senza la quale ogni singola scena apparirebbe vacua e priva di senso. E' l'ondata che bisognerebbe afferrare, non i particolari; io ho tentato di farlo a pi riprese, nell'anno immediatamente successivo, e poi sempre, di continuo; ma non ci sono mai riuscito. Non potevo riuscire, perch nulla pi enigmatico e incomprensibile della massa. Se l'avessi capita sino in fondo, non avrei inseguito per pi di trent'anni il progetto di decifrarla e di descriverla, come altri fenomeni umani, nel modo pi completo possibile. Nemmeno se mettessi in fila, una dietro l'altra, tutte le singole scene che per me costituiscono quella giornata, con rigore e nettezza, badando a non imbellettare n rimpicciolire n esagerare nulla nemmeno cos riuscirei nel mio intento di renderle giustizia, perch in essa ci fu anche dell'altro. Ho sempre sentito lo strepito dell'ondata che spingeva in superficie i particolari, e solo se potessi interpretare e raffigurare l'ondata in s potrei dire: s, nulla stato rimpicciolito. Anzich prendere di mira questo o quel dettaglio, potrei parlare delle conseguenze che quel giorno ha avuto in seguito sul mio pensiero. Alcune delle nozioni pi importanti confluite nel mio libro sulla massa le devo al 15 luglio. Le cose che sono andato a cercare nelle fonti pi disparate, che ho estrapolato, esaminato, trascritto, letto e riletto quasi al rallentatore, le ho tutte potute confrontare con il ricordo di quell'evento centrale; un ricordo che rimase nitidissimo malgrado tutto ci che accadde in seguito su scala pi ampia, coinvolgendo un maggior numero di persone e con effetti mondiali di pi

vasta portata. Proprio il carattere del 15 luglio come fatto isolato e circoscritto alla citt di Vienna confer a quel giorno, per la riflessione degli anni successivi, placato lo sdegno e scemata la febbre, un valore quasi emblematico: quello di un evento che stato delimitato con precisione nello spazio e nel tempo, che ha avuto una motivazione inconfutabile e poi si svolto in maniera chiara e inconfondibile. Avevo sperimentato, una volta per tutte, ci che in seguito avrei chiamato una massa aperta; avevo visto come si era formata: moltissimi uomini erano confluiti da ogni parte della citt in lunghi cortei che da nulla si lasciavano deviare o confondere, orientati dalla posizione dell'edificio che portava il nome della Giustizia, ma che a causa di quell'infame verdetto incarnava ai loro occhi l'ingiustizia in s. Avevo visto che la massa non pu non disgregarsi, che teme moltissimo la propria disgregazione e fa di tutto per evitarla; che essa si specchia nel fuoco che ha acceso e riesce a evitare la disgregazione solo finch quel fuoco continua a bruciare. La massa si oppone a ogni tentativo di spegnere il fuoco, perch la sua vita dura quanto dura quel fuoco. La massa sopporta ogni assalto, si lascia mettere in fuga, dividere, ricacciare indietro; ma, bench i caduti, i morti e i feriti siano distesi per le strade, sotto gli occhi di tutti, e bench la massa sia priva di armi, essa si raduna di nuovo, perch il fuoco brucia ancora, e il suo riflesso illumina il cielo sopra le piazze e le strade. Ho visto che la massa pu fuggire senza farsi prendere dal panico; che -fuga di massa e -panico sono due cose ben diverse. Finch, nella fuga, la massa non si disgrega nei singoli individui, incapaci ormai di pensare ad altro che a se stessi e alla propria incolumit personale, finch ci non accade, la massa, pur essendo in fuga, continua a esistere; e quando cessa la fuga, la massa pu tornare di nuovo all'attacco. Ho capito che la massa non ha bisogno di un capo per formarsi, checch ne dicano le teorie correnti su di essa. Ho avuto davanti agli occhi, per un giorno intero, una massa

che si era formata senza capi. Qua e l, molto raramente, c'era qualcuno, un oratore, che interpretava lo stato d'animo della massa. Ma l'importanza di questi oratori era minima, erano persone anonime, che non avevano contribuito in alcun modo allo scatenarsi della massa. Ogni descrizione che riservi a costoro una posizione centrale falsifica i fatti. Se c'era una cosa che, spiccando su tutto il resto, scatenava la massa, questa era la vista del Palazzo di Giustizia in fiamme. Le salve della polizia frustando la massa, non la disperdevano, ma anzi la rendevano pi compatta. La vista degli uomini in fuga per le strade era una mera apparenza; poich, anche correndo, essi capivano che alcuni di loro sarebbero caduti per non rialzarsi mai pi. E questo scatenava l'ira della massa non meno del fuoco. Quel giorno tremendo, di luce abbagliante, lasci in me la vera immagine della massa, la massa che riempie il nostro secolo. La lasci in me a tal punto, che ritornai a contemplarla, sia per libera scelta sia per una specie di coazione. Sono tornato di continuo a quell'immagine, e anche adesso sento quanto mi sia difficile staccarmene, perch solo in minima parte ho raggiunto l'intento che mi ero prefisso: arrivare a conoscerla. Le lettere nell'albero. L'anno che segu fu totalmente dominato da questo avvenimento. Fino all'estate del 1928, i miei pensieri ruotarono intorno ad esso, non mi occupai di nient'altro. Pi che mai ero deciso a scoprire cosa sia veramente la massa, quella massa che mi aveva soggiogato dall'esterno e dall'interno. Stando alle apparenze, continuavo i miei studi di chimica e cominciai a lavorare per la tesi di laurea, ma l'argomento che mi avevano assegnato era talmente poco interessante che a stento scalfiva in superficie la mia mente. Appena avevo un momento libero, passavo allo studio delle cose che veramente ritenevo importanti. Per strade tra loro diversissime e in apparenza assai remote dal mio tema, cercavo di accostarmi al fenomeno della massa cos come l'avevo vissuto. Cercavo la massa nella storia, ma nella storia di

tutte le civilt. La storia e l'antica filosofia cinese mi affascinavano ogni giorno di pi. A occuparmi dei Greci avevo gi incominciato molto tempo prima, all'epoca di Francoforte; ora mi immersi nello studio degli storici antichi, Tucidide in primo luogo, e inoltre nella filosofia dei Presocratici. Che studiassi le rivoluzioni era naturale, la rivoluzione inglese, quella francese e quella russa, ma ora cominci anche a balenarmi l'importanza delle masse nei fenomeni religiosi, e quell'avidit di conoscere tutte le religioni, che da allora non mi ha pi abbandonato, si manifest per la prima volta in quel periodo. Lessi le opere di Darwin nella speranza di trovarvi qualcosa sulla formazione delle masse fra gli animali, e lessi anche, gi allora con notevole impegno, alcuni libri sulle societ degli insetti. In quel periodo devo aver dormito poco, passavo notti intere a leggere. Provai a scrivere qualcosa, mi cimentai in qualche saggio. Erano tutti lavori di sondaggio e di preparazione per il mio libro sulla massa, (*) ma di scarso valore, perch si basavano su (*) Canetti riproduce, dall'inizio del capoverso fino a questo punto, un passo del suo saggio del 1973 Il mio primo libro: Auto da f. Vedi sopra la nota a p' 39 [N'd'T']. conoscenze troppo esigue. In realt quello fu l'inizio di un nuovo espandersi delle mie indagini in molte direzioni, che imboccai tutte insieme, senza pormi alcun limite, e questo fu un bene. Non che l'obiettivo delle mie ricerche fosse vago (volevo trovare delle testimonianze sulla natura e sugli effetti della massa in tutti i campi dell'esistenza); ma, dato che alla massa si era fatta poca attenzione, queste testimonianze erano scarse, e il vero risultato fu che imparai ogni sorta di cose che con la massa non avevano niente a che vedere. Nomi cinesi, e presto anche giapponesi, mi divennero familiari, cominciai a sentirmi a mio agio in mezzo a loro, come all'epoca dei miei studi liceali con i Greci. Fra le traduzioni dei classici cinesi m'imbattei in Chuangtzu, che, di tutti i filosofi, quello che ho conosciuto pi a fondo; influenzato

dalla lettura delle sue opere, cominciai a scrivere un saggio sul Tao. Per scusarmi con me stesso di essermi tanto allontanato dal mio tema principale, cercai di convincermi che non sarei mai riuscito a capire la massa senza aver prima sperimentato l'estremo isolamento. Ma il vero motivo del fascino che esercitava su di me quella tendenza originalissima della filosofia cinese era, anche se allora non me lo sarei confessato apertamente, l'importanza che in essa attribuita alle metamorfosi. Fu un buon istinto, oggi me ne rendo conto, a spingermi verso le metamorfosi; l'attenzione che vi dedicai mi preserv dal diventare schiavo del mondo dei concetti, rispetto al quale sono sempre rimasto ai margini. E' sorprendente l'abilit, non posso chiamarla in altro modo, con cui riuscii a tenermi alla larga dalla filosofia astratta. Di ci che stavo cercando in quanto massa, un fenomeno cos concreto e imponente nella filosofia, a quell'epoca, non trovai la minima traccia. Solo molto pi tardi riuscii a cogliere i travestimenti della massa e la forma in cui essa si presenta nel pensiero di alcuni filosofi. Fu cos, in questo modo precipitoso e tumultuoso, che imparai moltissime cose, e credo che nessuna di esse sia rimasta in superficie; tutto ha messo radici, tutto si esteso e diramato in zone adiacenti. Fra cose tra loro lontanissime si sono creati forti legami sotterranei. Essi mi rimasero a lungo nascosti, e questo fu un bene, perch vennero alla luce parecchi anni dopo, pi forti e pi saldi che mai. Mettere troppa carne al fuoco non mi sembra un grosso rischio. La vita ci induce di per s a chiusure e limitazioni, non possiamo evitare del tutto questa tendenza; tuttavia la possiamo arginare e contrastare cercando di dare alle nostre conoscenze un impianto il pi possibile vasto. La disperazione che mi assal dopo il 15 luglio, una specie di paralisi da orrore che a volte mi sorprendeva a met del mio lavoro, impedendomi di proseguirlo, dur pi di sei settimane, fino all'inizio di settembre. Il manifesto che Karl Kraus fece affiggere in quel periodo ebbe

l'effetto di una catarsi, liberandomi di quella paralisi. Ma il mio orecchio rimase sensibile alla voce della massa. Quel giorno era stato dominato dal tremendo fragore delle urla, urla di sdegno. Erano urla micidiali, alle urla rispondevano gli spari, e le urla diventavano pi forti ogni volta che le persone colpite crollavano al suolo. In alcune strade le urla si spegnevano, in altre si gonfiavano sempre pi, e man mano che ci si avvicinava all'incendio diventavano pi forti, addirittura inestinguibili. Non molto tempo dopo le urla si trasferirono nelle vicinanze della Hagenberggasse. A meno di un quarto d'ora di strada dalla mia camera, a H tteldorf, dall'altra parte della valle, si trovava il campo sportivo della Rapid, sul quale si giocavano le partite di calcio. Nei giorni di festa vi accorreva una gran folla, che non si lasciava sfuggire una sola partita di quella celebre squadra. Io non ci avevo mai badato gran che; il calcio non mi interessava. Ma una delle domeniche dopo il 15 luglio, era un giorno altrettanto afoso, mentre stavo aspettando visite e tenevo aperta la finestra, sentii, all'improvviso, le grida della massa. Pensai che fossero urla di sdegno; l'esperienza di quel giorno terribile era ancora a tal punto radicata in me che per un attimo rimasi sgomento e cercai con lo sguardo il fuoco da cui quell'esperienza era stata illuminata. Ma il fuoco non c'era, sotto il sole brillava la cupola dorata della chiesa dello Steinhof. Tornai in me e mi misi a riflettere: quelle urla dovevano venire dal campo sportivo. Come per darmi una conferma, quei suoni si ripeterono; tesi spasmodicamente l'orecchio; non erano urla di sdegno, eppure era la massa che gridava. Ormai vivevo laggi da tre mesi, e non ci avevo mai badato. Chiss quante volte quei suoni potenti e strani erano gi arrivati sino a me; ma io ero stato sordo, e solo il 15 luglio mi aveva aperto le orecchie. Quella domenica non mi mossi pi dal mio posto, e ascoltai tutta la partita. Le urla di trionfo erano state causate da un goal, e venivano dalla parte dei vincitori. Si sent anche e suon ben diverso, un grido di delusione. Dalla mia finestra non potevo vedere nulla,

me l'impedivano alberi e case, la distanza era troppa; ma sentivo la massa, essa sola, come se tutto si svolgesse a pochi passi da me. Non potevo sapere da quale parte venissero le grida. Non sapevo quali erano le squadre in campo, i loro nomi non li avevo notati e neanche cercai di appurarli. Evitai perfino di leggere la cronaca sportiva sul giornale e, nella settimana che segu, non mi lasciai coinvolgere in discorsi sull'argomento. Ma durante i sei anni che trascorsi in quella stanza non persi occasione di ascoltare quei suoni. Vedevo la folla affluire laggi, alla stazione della ferrovia urbana. Se a una certa ora ne vedevo pi del solito, sapevo che di l a breve ci sarebbe stata una partita e prendevo posto alla finestra della mia camera. Non mi facile descrivere la tensione con cui seguivo da lontano la partita invisibile. Non ero parte in causa, perch le parti neanche le conoscevo. Erano due masse, questo era tutto ci che sapevo, due masse ugualmente eccitabili, che parlavano la medesima lingua. Separato dal teatro degli avvenimenti, e perci non disturbato da cento particolari di poco conto, ho avuto allora la sensazione di ci che in seguito avrei definito e cercato di descrivere come -massa doppia . Ogni tanto, quando ero molto preso dal mio lavoro, mettevo il mio tavolo al centro della stanza e scrivevo anche durante la partita. Ma, qualunque cosa scrivessi, non c'era suono proveniente dal campo della Rapid che potesse sfuggirmi. A quelle grida non mi abituai mai, ogni suono proveniente dalla massa lasciava in me la sua impronta. Nei manoscritti di quell'epoca che ho conservato mi pare di poter riconoscere ancora oggi ogni singolo brano che scrissi mentre udivo quelle grida, come se essi fossero contraddistinti da un'arcana notazione musicale. Quel luogo, non ci sono dubbi, teneva desto l'interesse per il mio vero compito anche quando mi dedicavo a tutt'altro. Ogni tanto, a intervalli di tempo non troppo lunghi, ricevevo cos un nutrimento sonoro. Nell'epoca del mio isolamento al margine della citt, un isolamento che per ottimi motivi avevo voluto e cercato, e al quale, infatti, devo le poche cose che

sono riuscito a portare a termine negli anni di Vienna, sono rimasto sempre in contatto, anche quando in fondo non ne avevo voglia, con quel fenomeno oscuro e misterioso che prima di ogni altro si imponeva alla mia mente. Di tanto in tanto, in un momento che non ero mai io a scegliere, esso si metteva a parlarmi con insistenza, riportandomi al progetto al quale, altrimenti, avrei forse cercato di sottrarmi, per dedicarmi a compiti meno gravosi. A partire dall'autunno, ricominciai ad andare ogni giorno all'Istituto di Chimica, per lavorare alla tesi, che peraltro non m'interessava affatto. La consideravo un'occupazione secondaria, e accettavo di svolgerla soltanto perch ormai l'avevo incominciata. Prima o poi dovevo portare a termine tutto ci che avevo iniziato: era una legge fondamentale del mio carattere, di cui io stesso non sapevo farmi una ragione, non mi sarebbe sembrato giusto interrompere neppure i miei studi di chimica, per i quali allora ostentavo disprezzo, dal momento che ormai ero arrivato a buon punto. Ma vi contribuiva inoltre un segreto rispetto per la disciplina, che mai avevo voluto ammettere: la conoscenza dei veleni. Dopo la morte di Backenroth, li avevo sempre in mente, mai una volta mettevo piede in laboratorio senza pensare con quanta facilit ciascuno di noi poteva procurarsi del cianuro. In laboratorio c'era pi d'una persona che sosteneva, non del tutto apertamente, e tuttavia in maniera inequivocabile, che le guerre non possono essere evitate. Questa opinione non era sostenuta soltanto da coloro che simpatizzavano per i nazionalsocialisti. Essi erano gi numerosi, anche se quelli che conoscevo pi da vicino, i miei compagni di laboratorio, non avevano un atteggiamento aggressivo e ostile. Nell'ambiente quotidiano di lavoro, essi non esprimevano quasi mai le proprie convinzioni. Personalmente, tutto ci che avvertivo in loro era un certo riserbo, che per si trasformava talvolta in cordialit, non appena essi notavano il mio disgusto per ogni forma di attaccamento al denaro. Alcuni dei compagni pi parsimoniosi erano gente di campagna, che non

avrebbe affatto potuto mantenersi agli studi senza fare economia, era gente che dimostrava apertamente la propria felicit ogni volta che gli si dava un oggetto senza farsi pagare. Mi divert lo sbalordimento di un ragazzotto di campagna che, senza conoscermi affatto, si sarebbe aspettato da me (a dispetto di tutte le apparenze esteriori) la personalit ben dissimulata, di un perfetto commerciante di bestiame. Ma ho conosciuto anche qualche studente alla cui franchezza e ingenuit ripenso ancora oggi con stupore. Durante una lezione incontrai un giovanotto che mi colp per il suo sguardo luminoso e per il suo modo energico e al tempo stesso riservato di muoversi in mezzo alla folla. Attaccammo discorso, e in seguito ci rivedemmo ogni tanto. Era figlio di un giudice e, a differenza di suo padre, mi disse che aveva fiducia in Hitler. Quella fede era sostenuta da motivi assolutamente personali, che egli dichiarava con assoluta franchezza, direi quasi con grazia: guerre non dovevano essercene mai pi, la guerra era la peggiore delle sventure che potesse capitare all'umanit, e se c'era un uomo in grado di salvare il mondo dalla guerra, questi era Hitler. Quando gli dissi che ero convinto del contrario lui tenne duro, dicendo che l'aveva sentito parlare, e Hitler aveva detto proprio cos. Per questo era dalla sua parte, e nessuno avrebbe mai potuto fargli cambiare idea. Rimasi talmente sbalordito che lo cercai di nuovo e ripresi con lui parecchie volte quello stesso discorso. Ma egli non faceva che ripetere le stesse frasi sulla pace, o ne trovava di ancora pi belle. Lo vedo ancora davanti a me, il volto ardente di un apostolo della pace, e mi auguro che non sia stato costretto a pagare con la vita questa sua fede. Vivevo a tal punto a lato della chimica, che non posso ripensare a quel periodo senza che mi vengano in mente volti e conversazioni che con la chimica non hanno nulla a che vedere. Forse era proprio questo uno dei motivi che mi spingevano ad arrivare puntuale in laboratorio e a frequentare regolarmente le lezioni: la possibilit di incontrarvi un gran numero di giovani, senza bisogno di

andarmeli a cercare. In quel modo ho conosciuto, incidentalmente e con naturalezza, tutti gli orientamenti ideologici dell'epoca, senza farci su uno studio particolare. Allora perlopi, nessuno pensava realmente alla guerra, o, ammesso che qualcuno ci pensasse, si trattava della guerra passata. Ricordare che allora, nel 1928, ci sentivamo cos lontani da una nuova guerra, mi riempie di terrore. Che la guerra, cos, all'improvviso, potesse tornare, e tornare come fede, non era senza rapporto con la natura della massa, e non fu affatto un istinto sbagliato quello che mi indusse a indagare nelle pieghe nascoste di quella natura. Allora non mi rendevo conto di quante cose stavo imparando, in laboratorio, da conversazioni su argomenti apparentemente futili e di scarsa importanza. Venivo a contatto con tutte le fedi politiche che suggestionavano il mondo a quel tempo e, se fossi stato realmente aperto (come mi illudevo di essere) a ogni realt concreta, avrei potuto ricavare da quelle conversazioni apparentemente irrilevanti tutta una serie di cognizioni assai significative. Ma il mio rispetto per i libri era ancora troppo grande; avevo appena cominciato a percorrere la strada verso il vero libro, il singolo uomo raggomitolato in se stesso. Da quando abitavo nella Hagenberggasse, la strada per arrivare fino a Veza era davvero lunga; fra noi c'era tutta Vienna, nella sua massima estensione. La domenica lei mi raggiungeva, nelle prime ore del pomeriggio, e andavamo al Lainzer Tiergarten. Il tono dei nostri colloqui non era cambiato, io continuavo a darle ogni nuova poesia che scrivevo, lei le custodiva tutte, con cura, in una piccola borsa di paglia e durante la settimana mi scriveva, commentandole, delle belle lettere che io custodivo in casa mia con cura non minore. Ormai c'era molto spazio fra noi, e nel Lainzer Tiergarten sviluppammo un vero e proprio culto per gli alberi. Si trovavano, in quel parco, alcuni splendidi esemplari che andavamo a cercare con aria da intenditori, per sederci ai loro piedi. Uno di quegli alberi svolse una

parte piuttosto inconsueta. Attraverso Ibby Gordon, la persona pi gaia del mondo, avevo conosciuto le maschere mortuarie. Quelle immagini mi appassionavano a tal punto che regalai il libro a Veza. Era, non ci avevo pensato, una grave mancanza di tatto da parte mia, perch tutto ci che aveva a che fare con la morte apparteneva al regno di Veza. Quando le portai il libro di cui le avevo parlato, lei fece una smorfia da corvo maligno e lo gett con rabbia sul pavimento. Io lo tirai su, lei di nuovo lo gett a terra e si rifiut di aprirlo. Non era roba per lei, disse, era roba per quell'altra persona, che si spacciava per poetessa e sghignazzava sempre, era lei che mi aveva fatto scoprire le maschere. Disse proprio -sghignazzava ; Veza non conosceva Ibby, ma io le avevo raccontato della sua gaiezza e, dato che la gaiezza era ci che a Veza pi mancava, lei pensava che io ritenessi Ibby una poetessa soltanto per quella ragione, per la sua gaiezza; e non poteva accettare che Ibby, con le sue maschere mortuarie, facesse irruzione nel suo mondo. Mi ripresi il libro, Veza minacciava di gettarlo fuori dalla finestra e certamente l'avrebbe fatto. La sua gelosia era per me una novit piacevole. A Veza raccontavo tutto, ero assolutamente sincero con lei, le avevo detto che a Ibby non mi legava null'altro che le nostre chiacchierate, e lei ci credeva. Ma durante quelle chiacchierate capitava ogni tanto che Ibby mi recitasse le sue poesie in ungherese. Un giorno arrivai da Veza tutto entusiasta e cominciai a inneggiare alla bellezza dell'ungherese, il cui suono fino allora non mi era mai piaciuto. Dissi che era, senza alcun dubbio, una delle lingue pi belle del mondo, e raccontai a Veza che Ibby cercava di tradurre nel suo buffo tedesco le poesie che scriveva in ungherese. Io avevo messo un po' d'ordine in quel tedesco impossibile, pieno zeppo di errori, e Ibby poi aveva ricopiato la versione corretta. Erano, dissi, poesie estremamente argute, ben diverse dalle mie, cos selvagge e frenetiche; erano poesie fredde e piene di spirito, che Ibby aveva scritto assumendo un ruolo ben

preciso, che cambiava di volta in volta. Veza ascolt ogni cosa per filo e per segno; le dissi esplicitamente che non potevo certo riconoscere a quei versi la dignit di vere poesie (e questo era vero, stando alle mie convinzioni di allora); tuttavia bastava guardarmi mentre parlavo per comprendere che le avevo ascoltate e corrette con grande piacere. Pass un po' di tempo, poi ci fu la scena delle maschere mortuarie, e non mi facile riferire i fatti che seguirono. Dovrei raccontare come Veza arriv un giorno nella Hagenberggasse, sal in camera mia (io non c'ero), prese tutte le sue lettere (sapeva dove le tenevo) e se le port nel Lainzer Tiergarten. Dovette camminare per un bel po', ma finalmente trov un punto in cui il muro era sbrecciato, e perci pot scalarlo senza troppa fatica. Poi cerc un albero che si biforcava pi o meno all'altezza dei suoi occhi e l, in una cavit, depose il grosso pacco delle sue lettere. Quindi se ne torn nella Hagenberggasse e, arrivando, mi trov a casa. Mi accorsi che era in uno stato di grande eccitazione, e ben presto riuscii a farle dire che le sue lettere non c'erano pi; ammise di averle portate via; nel bosco, disse, le ho buttate nel bosco. Fui preso dal panico e la scongiurai di farmi vedere dove, certamente non ci era passato ancora nessuno, quel giorno il parco era chiuso, ero sicuro che avremmo potuto trovare e salvare le sue lettere. Il mio panico le fece bene, quanto tenessi alle sue lettere era impossibile non vederlo; insomma, si lasci ammansire e mi guid subito sui suoi passi, mentre io non le davo tregua, ripercorrendo il cammino, tutt'altro che breve, nel parco. Ci arrampicammo sul muro, Veza ritrov l'albero (se l'era guardato molto attentamente), mi disse che dovevo raggiungere la biforcazione, cos feci, le mie dita sentirono la carta. Erano le sue lettere, ne ero sicuro; le tirai fuori, le abbracciai e le baciai. Ballai, tenendole in mano, sul muro e per tutta la strada, fino alla Hagenberggasse. Veza mi veniva dietro, ma io non le badavo, tutta la mia attenzione era concentrata sulle lettere salvate, tenevo il pacco fra le braccia come se fosse un bambino,

salii in camera facendo gli scalini a quattro a quattro e rimisi le lettere nel loro cassetto. Veza fu molto commossa dal mio comportamento, la gelosia era sparita, ora ci credeva che la amavo moltissimo. Pu darsi che da allora io abbia visto Ibby pi raramente; ma continuai a vederla, e quando ci incontravamo al caff, le chiedevo nuove poesie. Ibby le recitava volentieri, io volevo sempre sentirle prima in ungherese e poi, dopo che mi ero lasciato incantare dal loro suono, ci mettevamo insieme a tradurle in tedesco. Ricordo ancora qualche titolo: Suicida sul ponte, Il capo dei cannibali malato, Culla di bamb, Pamela, Emigrante sul Ring, Funzionari comunali, Djvu, Ragazza con specchio. Con l'andar del tempo, Ibby accumul una piccola scorta di poesie tradotte in tedesco, ma, finch rimase a Vienna, non ne fece nulla; le sue poesie servivano solo a divertire noi due. Se prima non le avessi ascoltate in una lingua di cui non capivo una sola parola, forse quelle poesie non mi avrebbero detto proprio niente. Ma mi piaceva la loro leggerezza, l'assenza di ogni pretesa aulica o profonda, quel -parlato fatto di locuzioni correnti ma sempre inattese, tutti elementi che prima non avrei mai messo in relazione con la -poesia . Non le feci vedere nessuna delle mie poesie, la cosa mi imbarazzava. Dalla nostra conversazione, sempre colorita e ricca di trovate, Ibby si era fatta l'idea che fossero cose mirabolanti, di cui lei non era del tutto degna. Risparmiargliene la lettura le sembrava solo un riguardo da parte mia. Non volevo umiliarla, pensava, e di questo mi era grata; e intanto mi intratteneva con tutte le storie degli sciocchi che le facevano la corte, assillandola vanamente. Le cose andarono avanti cos fino alla primavera del nuovo anno. Poi Ibby non ne pot pi. Soprattutto tra i due fratelli la lotta per ottenere i suoi favori era diventata feroce, insomma la faccenda si era fatta seria. Ibby ne fu molto infastidita, tutto questo la annoiava; cos un giorno spar da Vienna. Per quasi due mesi non seppi pi niente di lei. Poi, quando ormai avevo perso quasi ogni speranza, arriv una sua lettera da

Berlino. Stava bene, scriveva, le traduzioni delle sue poesie le avevano portato fortuna. Non so chi l'avesse introdotta a Berlino; anche in seguito su questo punto Ibby non mi disse mai nulla, neanche una sillaba; fatto sta che di colpo si trov in mezzo a persone interessanti, conobbe Brecht e D blin, Benn e George Grosz; le sue poesie erano state accettate dal -Querschnitt e dalla -Literarische Welt , e presto sarebbero state pubblicate. Poi scrisse di nuovo, insistendo con calore perch andassi a Berlino anch'io, almeno per le vacanze estive. Lo sapeva benissimo, diceva, che da luglio a ottobre ero libero, per tre mesi interi. Un suo amico, un editore, mi avrebbe ospitato volentieri, aveva bisogno di qualcuno che gli desse una mano a mettere insieme il materiale per un libro. Per me far colpo su quella gente sarebbe stato facile come un gioco, e lei aveva una tale quantit di cose da raccontarmi che neppure tre mesi sarebbero bastati. Le lettere si infittirono e, man mano che l'estate si avvicinava, diventarono pi pressanti. Dovevo proprio sempre andare in montagna? Ormai le conoscevo certamente a memoria, e poi, che cosa c'era al mondo di pi noioso delle montagne? Le montagne avevano la tremenda caratteristica di non cambiare mai, e dunque non sarebbero scappate. Ma che Berlino rimanesse ancora per molto tempo cos interessante com'era ora, questo no, non poteva garantirmelo. E che cosa ne sarebbe stato di lei il giorno che non avesse pi avuto poesie? Nessuno era bravo come me a tradurle, e non sarebbe stato affatto un lavoro, a noi due bastava stare insieme a chiacchierare per far saltar fuori le poesie in tedesco. Avevo davvero il coraggio di lasciarla morire di fame laggi, proprio ora che aveva finalmente la possibilit di guadagnarsi da vivere con le sue poesie? Forse pensava davvero alla traduzione delle sue poesie; ma credo che tenesse ancor di pi alle nostre chiacchierate, a potermi raccontare tutto, prendendo in giro la gente a suo piacimento, senza guastarsi con i suoi nuovi amici. Non ce la faceva pi a tacere, aveva un'infinit di cose da

raccontarmi. Una volta mi scrisse che, se non fossi andato subito da lei, presto avrei letto sui giornali una notizia tremenda: a Berlino era esplosa una poetessa, perch costretta al silenzio. Le sue lettere erano dosate in modo tale da farmi intendere con estrema chiarezza che tacevano qualcosa: ma quello che non poteva scrivermi me l'avrebbe raccontato a voce a Berlino. Era una citt estremamente eccitante e piena di cose straordinarie, lei stessa non poteva credere ai suoi occhi. La mia curiosit cresceva ogni volta che ricevevo una sua lettera. Tutte le persone da lei nominate erano famose per qualche motivo. Dei poeti che citava non avevo letto quasi nulla ma, come chiunque altro, sapevo chi erano. E, pi di qualsiasi poeta, per me contava George Grosz. L'idea che avrei potuto vederlo fu decisiva. Il 15 luglio 1928, appena terminato il semestre, partii per Berlino con l'idea di passarvi l'estate. Parte quarta: La ressa dei nomi (Berlino 1928). I fratelli. Wieland Herzfelde aveva una mansarda in una casa del Kurf rstendamm, al numero 76. La casa sorgeva proprio in mezzo alla baraonda, ma lass l'atmosfera era tranquilla, al chiasso quasi non si pensava. Durante l'estate Wieland si era trasferito con la famiglia fuori citt, vicino al Nikolassee; una parte della casa di Berlino l'aveva affittata, il resto me lo mise a disposizione per lavorare. Avevo una piccola camera da letto e, accanto ad essa, uno studio con un bel tavolo rotondo. Sul tavolo era ammucchiato tutto ci che poteva essermi utile per il mio lavoro. In questo modo, con mia grande soddisfazione, potevo lavorare indisturbato, senza bisogno di andare in casa editrice, dove il chiasso era molto e lo spazio poco. Wieland si allontan dal suo ufficio per un paio d'ore, per discutere a casa con me il suo progetto. Si trattava di una biografia di Upton Sinclair, che proprio in quei giorni festeggiava il suo cinquantesimo compleanno. La casa editrice Malik era nota soprattutto per la pubblicazione dei disegni di George Grosz. Ma si interessava anche

alla letteratura russa pi recente, e non soltanto a quella. Infatti, dopo aver pubblicato un'edizione delle opere complete di Gorkij e un'edizione di Tolstoj, si concentr soprattutto sugli autori che si erano affermati dopo la Rivoluzione. Per me il pi importante di tutti era Isaac Babel, che ammiravo molto, non meno di George Grosz. La Malik, tuttavia, oltre ad avere un nome di prestigio, vantava anche un notevole successo di pubblico, dovuto essenzialmente a Upton Sinclair, l'autore pi importante della casa. In seguito alle sue rivelazioni sui mattatoi di Chicago, Upton Sinclair era diventato uno degli scrittori pi letti d'America. Scriveva moltissimo, sforzandosi continuamente di trovare nuovi abusi degni di essere stigmatizzati dalla sua penna. Questi non mancavano, Sinclair era coraggioso e lavorava molto, e cos ogni anno usciva un suo nuovo libro, ogni volta pi grosso. Di lui si parlava con rispetto, soprattutto in Europa. Allora stava per compiere cinquant'anni e aveva gi pubblicato un numero tale di libri che per un altro potevano essere l'opera di tutta una vita. E' anche dimostrato che il suo romanzo su Chicago [La giungla] port all'eliminazione di alcuni abusi nella gestione dei mattatoi cittadini. Non meno importante per la sua notoriet fu la circostanza che la letteratura americana moderna, destinata in seguito a conquistare il mondo, era a queli'epoca soltanto agli esordi. La fama di Upton Sinclair era legata al -tema dei suoi libri, l'America, ed significativo che sia stato proprio Sinclair, il quale attacc quasi ogni aspetto della vita americana, da vero muckraker (*) qual era, a diffondere pi di ogni altro l'interesse per il suo paese, e a dare il contributo pi rilevante a quella moda -americana che allora imperversava a Berlino e contava fra le sue vittime Brecht, George Grosz e molti altri ancora. L'influenza di Dos Passos, di (*) Cacciatore di scandali [N'd'T']. Hemingway, di Faulkner, scrittori di statura incomparabilmente pi elevata, si fece sentire soltanto in seguito. Allora, nell'estate del 1928, non si

poteva criticare Wieland Herzfelde se prendeva sul serio Upton Sinclair e aveva persino in mente di scrivere una sua biografia. Ma poich il lavoro della casa editrice lo occupava moltissimo, Wieland aveva bisogno di una mano; per questo mi aveva invitato, su raccomandazione di Ibby, a passare in casa sua i mesi estivi. Arrivato a Berlino, non potevo camminare in citt per pi di dieci passi senza incontrare un uomo famoso. Wieland conosceva tutti e subito mi present a tutti. Io a Berlino non ero nessuno, e lo sapevo benissimo; a ventitr anni ancora non avevo fatto nulla, avevo soltanto una grande fiducia in me stesso. Eppure fui trattato in un modo che mi sorprese: non con disprezzo, ma con curiosit e, soprattutto, senza condanne sbrigative. Dal canto mio, dopo aver subto per quattro anni l'influenza di Karl Kraus, non avevo in testa nient'altro se non una quantit di giudizi sprezzanti e di condanne senza appello, e non potevo attribuire alcun valore a tutto ci che recava i segni dell'egoismo, dell'avidit o della superficialit. Karl Kraus aveva dato prescrizioni precise riguardo a tutto ci che bisognava condannare. A noi non era neanche permesso di prenderle in esame, perch Kraus lo aveva gi fatto e la sua decisione valeva per tutti. A Vienna, perci, la vita intellettuale era come sterilizzata, vi regnava una forma particolare d'igiene che vietava qualsiasi promiscuit. Appena un argomento era diventato di dominio pubblico e finiva sulle pagine dei giornali, subito veniva messo al bando da Kraus e perci diventava intoccabile. A Berlino mi trovai immerso di colpo in una vita totalmente opposta; l i contatti, contatti incessanti e di ogni genere, erano diventati il vero contenuto dell'esistenza. Pur senza rendermene conto, dovevo essere predisposto a quel tipo di curiosit intellettuale, perch ad essa cedetti ingenuamente, con assoluto candore; proprio come a Vienna, subito dopo il mio arrivo, mi ero gettato a capofitto nelle fauci della tirannide, che mi avevano graziosamente preservato da qualsiasi tentazione, cos ora, a Berlino, mi lasciai travolgere per alcune settimane dalla Babele del

peccato. Per fortuna non ero solo, avevo due persone che mi guidavano, Ibby e Wieland, ed erano talmente diverse tra loro che ricevetti un duplice aiuto. Wieland conosceva tutti, perch era sul posto da tempo. Era arrivato a Berlino prima della guerra, a diciassette anni, e si era conquistato l'amicizia di Else LaskerSch ler. Grazie a lei aveva conosciuto la maggior parte dei poeti e dei pittori berlinesi, soprattutto coloro che si raccoglievano intorno allo -Sturm . Ma Wieland doveva alla LaskerSch ler anche di pi, ossia il nome della casa editrice che aveva fondato all'et di ventun anni, insieme a suo fratello e a George Grosz; ebbene, non sono io il solo a ritenere che quel nome esotico - Malik - contribu notevolmente a far conoscere la casa editrice. Fra lo stupore di tutti, Wieland si era rivelato un ottimo uomo d'affari. La sua abilit contrastava talmente con il suo fresco aspetto d'adolescente che quasi non sembrava credibile. Wieland, in fondo, non era un avventuriero, e tuttavia molte persone erano conquistate dal gusto dell'avventura che gli veniva attribuito. Entrava facilmente in stretto contatto con la gente, proprio come un bambino, ma non si lasciava mai irretire da nessuno e si allontanava dalle persone con la stessa rapidit con cui le aveva avvicinate. Non avevi mai la sensazione che appartenesse completamente a qualcuno. Sembrava che potesse piantarti in asso in qualsiasi momento. Non gli si attribuivano legami sentimentali e la gente si domandava da dove egli traesse la propria forza. In effetti era sempre sul chi vive, sempre agile e pronto, mai appesantito da cognizioni inutili; bench aborrisse la cultura corrente, era sempre bene informato, ma solo grazie al suo ottimo fiuto e non a letture astratte coltivate con zelo; eppure, quando si trattava di pubblicare un libro, diventava sorprendentemente preciso e, tutto a un tratto, ostinato e puntiglioso come un vecchio signore. I due atteggiamenti, quello dell'adolescente e quello del vecchio signore ricco di esperienza coesistevano in lui simultaneamente e in parallelo e si

facevano avanti a turno, a seconda delle circostanze. C'era un uomo, per, che per Wieland era pi che un parente. Wieland gli era legato da un cordone ombelicale che probabilmente non era affatto segreto; la cosa, tuttavia, tendeva a passare inosservata, perch tra i due, nonostante il fortissimo legame, la diversit era tale che sembravano nati su due diversi pianeti: quest'uomo era John Heartfield, il fratello maggiore di Wieland, di circa cinque anni pi vecchio di lui. Wieland si abbandonava volentieri alla tenerezza e alla commozione, lo si sarebbe potuto definire un sentimentale, ma tale era soltanto a tratti. Era un uomo che poteva scegliere fra ritmi diversi tutti ugualmente a lui congeniali; e solo uno, quello della commozione, era un ritmo lento. John Heartfield, invece, era sempre rapido, le sue reazioni erano talmente spontanee che egli stesso ne era travolto; era un uomo magro, piccolissimo, e ogni volta che gli veniva un'idea faceva un salto. Pronunciava le sue frasi con veemenza, come se, con un balzo, volesse avventarsi sul suo interlocutore, per poi ronzargli intorno con ira, come una vespa. La prima volta lo notai in pieno Kurf rstendamm: stavo camminando, ignaro, fra lui e Wieland, cercando di spiegare a quest'ultimo, che me l'aveva chiesto, non so che cosa riguardo alle termiti: -Sono completamente cieche, dissi -e si muovono soltanto in gallerie sotterranee . Tutt'a un tratto John Heartfield salt su, accanto a me, e mi diede sulla voce, come se fossi io il responsabile della cecit delle termiti, o come se le avessi accusate della loro cecit: -Termite sarai tu! Tu s che sei una termite! ; e dopo di allora non mi chiam pi in altro modo. Quella volta mi spaventai, pensavo di averlo offeso, e non sapevo perch, non gli avevo mica detto che era lui una termite. Mi ci volle un bel po' per comprendere che egli reagiva cos a tutto ci che per lui era nuovo. Era questo il suo modo di imparare, poteva imparare soltanto con aggressivit; e si potrebbe dimostrare, credo, che in ci risiede anche il segreto dei suoi fotomontaggi. Riuniva e metteva a

confronto le cose che l'avevano fatto -saltar su , e la tensione di quei balzi rimasta nei suoi fotomontaggi. John era, io penso, il pi irriflessivo di tutti gli uomini. La sua vita era un continuo succedersi di moti spontanei e irruenti. Rifletteva soltanto quando era alle prese con un fotomontaggio. Dato che non stava a ragionare su ogni cosa come altri uomini, rimaneva giovanilmente iracondo. Il suo modo di reagire era senza dubbio una forma di collera, che per di egoistico non aveva nulla. John imparava soltanto se si sentiva aggredito; perci, se voleva imparare qualcosa di nuovo, doveva percepire la novit come aggressione. Altri lasciano che il nuovo gli scivoli addosso senza far presa, oppure lo mandano gi a grandi sorsate, come uno sciroppo. John doveva scuoterlo con furore, per poterlo trattenere senza privarlo della sua forza. Solo a poco a poco compresi quanto quei due fratelli fossero indispensabili l'uno all'altro. Wieland non criticava mai nulla di quello che faceva John. Non cercava scuse per il suo insolito comportamento, e neanche cercava di spiegarlo. Per lui era semplicemente ovvio, e solo quando cominci a parlare della sua infanzia compresi ci che li legava. Erano quattro orfani, due fratelli e due sorelle, ed erano stati educati, da genitori adottivi, ad Aigen, vicino a Salisburgo. Wieland si era trovato bene coi genitori adottivi, mentre Helmut, il maggiore (cos si chiamava John prima di prendere quel nome inglese) aveva incontrato parecchie difficolt. Avevano sempre saputo che quelli non erano i loro veri genitori, e cos tra loro si era creato un fortissimo attaccamento. La vera forza di Wieland stava in quel legame con suo fratello. Si erano fatti insieme una posizione a Berlino. Per protestare contro la guerra, Helmut aveva cambiato ufficialmente il proprio nome in John Heartfield. C'era voluto del coraggio, perch lo aveva fatto in tempo di guerra. George Grosz, che incontrarono in quel periodo, divenne per entrambi un intimo amico. Quando fondarono la casa editrice Malik, John Heartfield, com'era naturale, si assunse

l'incarico di progettare le copertine. Ciascuno aveva la propria famiglia, vivevano separati, non si opprimevano n si limitavano a vicenda; eppure li si vedeva sempre insieme, nella vita turbolenta e iperattiva di Berlino si muovevano all'unisono. Brecht. La prima cosa che mi colp in Brecht fu il suo travestimento. Mi portarono a mezzogiorno da Schlichter, il ristorante frequentato dalla Berlino intellettuale. Soprattutto gli attori vi affluivano in gran numero, ti indicavano ora questo ora quello, e subito li riconoscevi, attraverso i giornali illustrati erano entrati a far parte dell'immagine d'obbligo della vita pubblica. Ma, bisogna dire, nel modo di muoversi, di salutare, di raccontarsi i pettegolezzi, di mangiare, di bere e di pagare il conto non facevano poi questa gran scena. Era un quadro variopinto, ma senza il colore del palcoscenico. Brecht fu l'unico fra tutti che mi salt agli occhi, a causa del suo travestimento proletario. Era magrissimo, con un viso affamato che a causa del berretto, sembrava un po' storto; le parole gli uscivano di bocca legnose e smozzicate; sotto il suo sguardo ti sentivi un oggetto prezioso ormai privo di valore, che lui l'uomo del banco dei pegni, soppesava con i suoi occhi neri e penetranti. Parlava poco, e sul risultato della valutazione non riuscivi a sapere nulla. Sembrava incredibile che avesse solo trent'anni; non aveva l'aspetto di un uomo invecchiato precocemente, ma di un uomo che sempre stato vecchio. L'idea che Brecht assomigliasse a un vecchio usuraio in quelle settimane non mi diede pace. Da quell'idea mi sentivo perseguitato, non foss'altro perch sembrava un controsenso. Essa era alimentata dal fatto che Brecht onorava l'utilit pi di qualsiasi altra cosa e faceva notare in tutti i modi il suo grandissimo disprezzo per i -nobili sentimenti. E per utilit egli intendeva utilit pratica, solida efficienza; in ci aveva qualcosa della mentalit anglosassone, nella sua variante americana. Il culto dell'americanismo allora aveva messo radici, soprattutto fra gli artisti di sinistra. Per il numero delle insegne luminose e delle automobili, Berlino a

quell'epoca gareggiava con New York. Non c'era nulla per cui Brecht manifestasse una tenerezza pari a quella che dedicava alla sua automobile. I libri di Upton Sinclair, che denunciavano scandali e abusi di ogni genere, producevano un effetto contraddittorio. I lettori condividevano, certo, lo stato d'animo che aveva portato all'aspra denuncia della corruzione, ma al tempo stesso assimilavano profondamente il sostrato della vita americana da cui quella stessa corruzione era sorta, e auspicavano il diffondersi, in estensione e profondit, di quel modo di vivere. Anche Chaplin, fra gli altri, allora si trovava a Hollywood, e il suo successo, persino in quell'atmosfera, poteva essere applaudito con la coscienza tranquilla. Brecht aveva nell'aspetto anche qualcosa di ascetico, era una delle sue contraddizioni. La fame poteva sembrare digiuno, come se egli si astenesse a bella posta da ci che era oggetto della sua cupidigia. Non era un gaudente, in tutto ci che effimero non trovava appagamento, non riusciva a espandersi. Ci che prendeva (e prendeva alla rinfusa a destra e a manca, di sopra e di sotto, tutto ci che poteva essergli utile) doveva adoperarlo subito, era la materia prima della quale si serviva per produrre incessantemente. Era fatto cos, fabbricava sempre qualcosa, era questa la sua vera natura. I discorsi con cui provocavo Brecht, soprattutto quando affermavo che si deve scrivere soltanto per convinzione, mai per denaro, nella Berlino di allora dovevano suonare decisamente ridicoli. Brecht sapeva molto bene ci che voleva, e si faceva guidare a tal punto dalle proprie intenzioni che non gliene importava affatto se per quello che faceva veniva anche pagato. Anzi, dopo un periodo di angustie economiche, il fatto di ricevere dei soldi lo considerava un buon segno, un segno di successo. Brecht sapeva come valutare il denaro, contava soltanto la persona che lo prendeva, la provenienza del denaro non aveva importanza. Brecht era sicuro che nulla potesse distoglierlo dai suoi

propositi. Chi lo aiutava a realizzarli si metteva dalla sua parte (altrimenti, si sarebbe dato la zappa sui piedi). Berlino pullulava di mecenati, facevano parte dello scenario. Brecht se ne serviva senza farsene dominare. Detto questo, i discorsi con cui io lo infastidivo pesavano meno di una piuma. Del resto non lo vedevo quasi mai da solo. C'era sempre Ibby con noi, e Brecht, data la sua mentalit, scambiava l'arguzia di Ibby per cinismo. Aveva notato che Ibby mi trattava con rispetto, non accadeva mai che lei si mettesse dalla sua parte; scandalizzarmi e farsi gioco di me, quando Ibby mi chiedeva un chiarimento in sua presenza, era una cosa che lo stuzzicava. Certe volte, riguardo a una cosa qualsiasi, di nessuna importanza, Brecht commetteva un errore; in tal caso Ibby non si lasciava fuorviare da lui, adottava il mio punto di vista e ne faceva tesoro nella conversazione senza batter ciglio, astenendosi per dalle battute canzonatorie, che, a quel punto, sarebbero state indirizzate contro Brecht. Dal fatto che Ibby, quando era con lui, evitasse di prenderlo in giro, Brecht doveva aver capito che la sua compagnia non le era indifferente. A modo suo, Ibby aveva ceduto all'eccitante atmosfera d'avanguardia che lo circondava. Brecht aveva scarso interesse per le persone, e tuttavia le tollerava; dava retta a coloro che continuavano a essergli utili; gli altri li prendeva in considerazione soltanto se rafforzavano la sua concezione del mondo, peraltro piuttosto monotona. Col passar del tempo, proprio questa concezione del mondo ha dato un'impronta sempre pi forte ai suoi drammi, mentre nella poesia Brecht si rivelato all'inizio di una vitalit che non ha eguali tra i suoi contemporanei, e in seguito, grazie ai cinesi - ma non questo il luogo per parlarne -, egli ha raggiunto una sorta di superiore saggezza. La cosa suoner sorprendente, eppure, con tutta l'ostilit che provavo per lui, devo ammettere che gli devo molto. Proprio in quel periodo - pensare che quasi ogni giorno avevo con Brecht qualche breve baruffa - lessi il Libro di

devozioni domestiche. Quelle poesie mi entusiasmarono, le divorai in un soffio, senza pensare all'autore. Alcune di esse mi penetrarono nelle ossa, come la Leggenda del soldato morto o Contro la seduzione; ma anche Ricordo di Maria A' e Del povero B' B'. Molte, la maggior parte di quelle poesie, mi fecero una grande impressione. Le mie composizioni erano polverizzate, ridotte in cenere. Dire che me ne vergognavo sarebbe dir troppo; semplicemente non esistevano pi, non era rimasto nulla, neppure la vergogna. Da tre anni la stima che avevo di me stesso traeva alimento dalle poesie che scrivevo. Eccetto che a Veza, non le avevo mostrate a nessuno; a lei, per, le facevo vedere quasi tutte. Avevo preso sul serio il suo incoraggiamento, mi ero fidato del suo giudizio. Alcune poesie mi avevano a tal punto inebriato, che mi sembrava di espandermi sino ai confini dell'universo. Avevo scritto di tutto, non solo poesie, ma per me contavano soltanto le poesie - oltre all'intenzione di scrivere un libro sulla massa. Ma quella era solo un'intenzione, chiss, potevano volerci degli anni, e comunque, per il momento, ancora non c'era quasi nulla; solo qualche appunto, qualche breve abbozzo su cose che avevo imparato in vista del mio libro; ma ci che avevo imparato non erano idee mie, quelle erano ancora di l da venire. Ci che ritenevo mio erano le molte composizioni in s conchiuse, le poesie ora brevi ora lunghe che avevo scritto, e ad un tratto tutto questo era spazzato via con un colpo di spugna. Non sentivo alcuna piet per quella roba, me ne sbarazzai senza rammarico, erano solo macerie fumanti, nient'altro. Non cambiai idea sull'uomo che aveva scritto le vere poesie; tutto in lui mi respingeva, da quell'impulso irresistibile a travestirsi fino alla sua lingua legnosa; ma ammiravo, amavo le sue poesie. La mia avversione per Brecht era davvero grandissima, sicch quando lo vidi non gli dissi una parola sulle sue poesie. In sua presenza, e soprattutto quando apriva bocca, venivo preso ogni volta da un sentimento di collera, che per non

lasciavo trapelare pi del mio entusiasmo per il Libro di devozioni domestiche. Ogni volta che Brecht pronunciava una delle sue solite frasi ciniche, subito io replicavo con una frase severa e altamente morale. Una volta dissi - nella Berlino di allora dev'essere suonato buffo - che un poeta deve isolarsi, se vuol fare qualcosa di buono. Un poeta ha bisogno di periodi dentro il mondo e di periodi fuori dal mondo, nel pi stridente contrasto tra loro. Brecht disse che teneva sempre il telefono sul tavolo e che riusciva a scrivere soltanto se lo sentiva squillare in continuazione. Una grande carta geografica del mondo era appesa alla parete di fronte a lui ed egli la guardava sempre, per non essere mai fuori dal mondo. Io non cedetti, e, bench annichilito dalla consapevolezza che le mie poesie erano assolutamente inutili e insignificanti, perseverai nel dare i miei consigli all'uomo che scriveva quelle poesie bellissime. La morale era una cosa, i fatti un'altra: davanti a Brecht che teneva conto soltanto dei fatti, per me contava solo la morale. Me la presi coi manifesti pubblicitari che infestavano Berlino. Brecht replic che lui non ne era affatto disturbato e che anzi la pubblicit aveva il suo lato positivo. Aveva scritto una poesia sulle automobili Steyr, disse, e in cambio gli avevano dato un'automobile. A me sembrava che quelle parole le avesse pronunciate il diavolo in persona. Con quella confessione, sbandierata come una vanteria, Brecht mi debell e mi ridusse al silenzio. Appena ce ne fummo andati, Ibby osserv, come se niente fosse: -Gli piace molto guidare l'automobile . A me - sovreccitato com'ero - sembrava un assassino: io avevo in mente la Leggenda del soldato morto e lui, intanto, partecipava a un concorso a premi per le automobili Steyr! -Anche adesso vezzeggia la sua macchina, disse Ibby -ne parla come se fosse la sua amante. Perch non avrebbe dovuto vezzeggiarla prima, in modo da farsela regalare? . Ibby piaceva a Brecht, che rispettava in lei quel piglio arguto e poco sentimentale che tanto contrastava col suo florido aspetto da ragazza di campagna. Ibby, del resto,

non lo disturbava, non gli chiedeva mai niente, non si poneva in concorrenza con nessuno, era comparsa a Berlino come la dea Pomona, e cos com'era venuta in qualsiasi momento poteva scomparire. Il mio caso era ben diverso; ero arrivato da Vienna con grandi arie, votato alla purezza e alla severit di Karl Kraus, al quale, dopo il manifesto sul 15 luglio, appartenevo pi che mai, anima e corpo. E, come se non bastasse, non tenevo per me le opinioni altisonanti e corroboranti di Karl Kraus, mi sentivo in dovere di sbandierarle. Erano passati solo due o tre anni da quando ero riuscito a sottrarmi alle discussioni domestiche riguardanti il denaro, e il loro effetto non si era ancora esaurito: non vidi Brecht una sola volta senza manifestare il mio disprezzo per il denaro. Dovevo alzare la mia bandiera, dovevo giocare a carte scoperte: non si scrive per i giornali, non si scrive per denaro, di ogni parola che si scrive si risponde con tutto il proprio essere. Tutto ci irritava Brecht per pi di un motivo: non avevo pubblicato nulla, di me non aveva mai sentito parlare e, per lui, che teneva in grande considerazione la realt, dietro le mie parole c'era il vuoto. Dato che nessuno mi aveva fatto delle offerte, non mi era mai capitato di rifiutare nulla. Nessun giornale mi aveva proposto una collaborazione, perci non avevo avuto resistenze da opporre. -Io scrivo solo per denaro diceva Brecht, asciutto e astioso. -Ho scritto una poesia sulle automobili Steyr, e in cambio mi han dato un'automobile Steyr . Eccola di nuovo quell'automobile, veniva fuori spesso nei suoi discorsi, era fierissimo della sua Steyr, che guidava a rotta di collo. La distrusse in un incidente, ma riusc a procurarsene una nuova con un'altra trovata pubblicitaria. La mia situazione, per, era ancora pi complicata di quanto si potrebbe credere da ci che ho detto sin qui. Infatti l'uomo che era la mia fede e le mie idee, l'uomo che veneravo pi di ogni altro al mondo, l'uomo che con le sue collere e il suo fervore era per me una ragione di vita, l'uomo al quale non avrei mai osato avvicinarmi (una sola volta, dopo il 15 luglio, gli avevo rivolto una preghiera; ma

non era una supplica, era una preghiera di ringraziamento, e non immaginavo neppure che lui potesse ascoltarla) - Karl Kraus, insomma, in quel periodo si trovava a Berlino ed era in rapporti di amicizia con Brecht, lo incontrava spesso, e fu proprio attraverso Brecht che io lo conobbi, quando mancava qualche settimana alla prima dell'Opera da tre soldi. Non vidi mai Kraus da solo; era sempre in compagnia di Brecht e di altre persone interessate a quello spettacolo. Non gli rivolsi la parola, mi vergognavo di fargli capire tutto ci che egli significava per me. Dalla primavera del 1924, dal mio arrivo a Vienna, non avevo perso una sola delle sue letture. Ma lui non lo sapeva, e anche se Brecht il quale senza dubbio aveva intuito quel che mi passava nell'animo, gli aveva rivolto qualche osservazione scherzosa in proposito (il che era poco probabile), Kraus, comunque, non lasci trapelare nulla. A quella esaltata lettera di ringraziamento per il suo manifesto sul 15 luglio non aveva badato per niente, ma era ovvio, il mio nome non gli diceva nulla, chiss quante lettere simili alla mia aveva ricevuto e buttato via. Preferivo di gran lunga che Kraus ignorasse tutto di me. Sedevo, in circolo, accanto a Ibby, senza dire una parola. Mi sentivo oppresso dall'idea di esser seduto allo stesso tavolo di un dio. Avevo la vaga sensazione di essere un intruso. Kraus era completamente diverso da come lo avevo visto durante le sue letture. Non lanciava n frecciate n folgori, non condannava nessuno. Fra tutte le persone sedute in quella stanza saranno state dieci o dodici - egli era il pi cortese. Li trattava tutti come se fossero persone fuori dell'ordinario, e le sue parole suonavano premurose, come se assicurasse a ciascuno la sua particolare protezione. Si sentiva che nessuno sfuggiva alla sua attenzione, sicch l'onniscienza che gli veniva attribuita restava intatta. Eppure si metteva a bella posta dietro agli altri, uno fra i tanti, un uomo mite, pacifico preoccupato di non urtare la suscettibilit dei presenti. E con quanta naturalezza sapeva sorridere! A me in verit sembrava che fingesse.

Dopo averlo sentito recitare nei ruoli pi diversi, sapevo quanto gli riusciva facile fingere; ma quella volta lo vidi nell'unica parte che non mi sarei aspettato da lui; e non la cambi, per un'ora o pi rimase la stessa. Da lui mi aspettavo cose inaudite e sentivo delle frasi complimentose. Trattava con delicatezza ogni persona seduta a quel tavolo; ma con amore, come se fosse suo figlio, trattava solo Brecht, il giovane genio - il suo figlio d'elezione. La conversazione ruotava intorno all'Opera da tre soldi che ancora non si chiamava cos; si stava appunto discutendo del titolo da dare a quell'opera. Furono fatte molte proposte, Brecht le ascoltava con pacatezza, non sembrava affatto che si parlasse del suo dramma, n che egli si riservasse la decisione ultima. Le proposte furono talmente numerose che non riesco pi a ricordarmi chi le fece. Anche Karl Kraus illustr una sua idea, ma senza cercare d'imporla; anzi la gett nel dibattito con aria interrogativa, come se egli stesso avesse dei dubbi. Fu subito soppiantata da un'idea migliore, ma neppure quella rest padrona del campo. Non so a chi sia venuto in mente il titolo definitivo; a proporlo fu Brecht stesso, ma pu darsi che gli fosse stato suggerito da una persona che non era presente, e che egli volesse sentire che cosa ne pensavano gli altri. Nel suo lavoro Brecht aveva una sorprendente spregiudicatezza nel passare sopra a ogni precisa demarcazione di possesso. Ecce homo. -Adesso si va da Grosz mi disse Wieland un giorno. A me non sembrava possibile che ci si potesse andare cos, come se niente fosse. Wieland voleva andare da Grosz a prendere non so che di cui aveva bisogno per la casa editrice, ma voleva anche far colpo su di me; aveva notato subito che a Berlino c'era un personaggio che io ardevo dalla voglia di conoscere. E per lui era un vero divertimento offrirmi tutto ci che a Berlino esisteva di interessante. La mia inesperienza non gli riusciva sgradevole. Gli ricordava la sua, quando era appena arrivato. Non aveva la sete di dominio di Brecht, che era

sempre circondato da adepti. Brecht, che voleva essere considerato un duro, aveva certo cominciato precocemente a presentarsi come tale. Sforzarsi di sembrare pi vecchi di quanto si , non apparire mai giovani, cos la pensava Brecht, l'ingenuit per Brecht era spregevole, lui la odiava e la metteva sullo stesso piano della stupidit. Brecht non voleva farsi mettere i piedi in testa da nessuno e, anche quando ormai non ne avrebbe avuto pi bisogno da un pezzo, continuava a ostentare la sua precoce maturit, come uno scolaretto che fuma il suo primo sigaro e raduna i suoi compagni intorno a s, per incoraggiarli. Wieland, invece era innamorato della ingenuit dei propri anni infantili, li vedeva come una stagione idillica. Nella cinica Berlino di quell'epoca gli era riuscito di affermarsi. Era tutt'altro che un uomo indifeso, aveva a portata di mano tutte le leve giuste e si era dimostrato abile nella cosiddetta lotta per la vita, che richiede durezza, ma soprattutto indifferenza. Eppure era in grado di farsi largo solo se restava fedele all'immagine di quell'ingenuo orfanello che un tempo era stato, e sapeva parlare di se stesso come se la sua situazione non fosse mutata. Mentre lavoravamo ci lasciavamo prendere, di tanto in tanto, da quei discorsi e, per quanto assillante fosse allora il ritmo della vita berlinese - quando stavamo seduti al tavolo rotondo in quella stanza della sua mansarda, ci capitava spesso di allontanarci da Upton Sinclair, il tema del nostro lavoro, per rivolgerci al giovane Wieland. In fondo il Wieland di allora aveva soltanto trentadue anni; ma il salto dal Wieland di quindici anni prima appariva comunque vistoso. Wieland mi mostrava tutto, e in primo luogo le persone da conoscere a Berlino, come se egli stesso fosse arrivato per la prima volta in quella citt, e si divertiva al mio sbalordimento, senza osservarlo troppo da vicino perch non era tanto di me che gli importava, quanto di se stesso, di com'era stato lui alla mia et. Per fortuna, non mi umiliava mai: dappertutto mi presentava come -amico e collaboratore . Eppure lo conoscevo soltanto da pochi giorni, e non avevo

ancora collaborato affatto. Non pretendeva da me alcuna garanzia, non voleva leggere niente di mio, forse gli avrebbe dato fastidio leggere qualcosa ( strano che Wieland, l'editore che ho conosciuto meglio e pi intimamente di ogni altro, non sia mai diventato, neppure in seguito, il mio editore). Per lui era sufficiente parlare con me. Alcune cose le aveva sentite da Ibby, altre le raccontai io stesso, ma la cosa pi importante per lui era potermi raccontare, nella sua Berlino, le sue ingenuit e il suo amore per la propria giovinezza. Insomma, ci che gli importava era che io lo stessi ad ascoltare e in effetti, ascoltandolo, lo conquistai; non posso dire di averlo fatto per calcolo; lo ascoltavo volentieri, ho sempre ascoltato volentieri la gente che parla di s, questa inclinazione apparentemente mite e passiva in me molto forte, talmente forte da costituire la mia idea pi intima della vita. Morto, sar, quando non ascolter pi ci che un uomo mi racconta di se stesso. Perch mi aspettavo tanto da Grosz? Che cosa significava quell'uomo per me? Ammiravo i disegni di Grosz fin da quando, a Francoforte - dunque sei anni prima - avevo visto i suoi libri nella vetrina della libreria per ragazzi. Da allora quei disegni non ero pi riuscito a togliermeli dalla mente, e sei anni, quando si giovani, sono molti. Fin dalla prima occhiata mi avevano colpito nel profondo. Era proprio la stessa sensazione che aveva suscitato in me tutto ci che avevo visto al tempo dell'inflazione, compresa la visita del signor Hungerbach e la sordit di mia madre, il suo rifiuto di prendere atto di qualunque cosa succedesse intorno a noi. Mi piaceva che quei disegni fossero cos violenti, senza riguardi per nessuno, spietati, atroci. Vi erano raffigurate cose estreme, che perci mi sembravano vere. Una verit di compromesso, una verit che attenua, che si sforza di spiegare o di fornire giustificazioni, per me non era una verit. Sapevo che personaggi di quel genere esistevano davvero, lo sapevo fin dagli anni infantili di Manchester, quando nello -zio orco avevo ravvisato il mio nemico, che tale per me sarebbe poi

sempre rimasto. Non molto tempo dopo aver visto quei disegni, ascoltai Karl Kraus a Vienna, e l'effetto fu lo stesso. Ma sentendomi io votato alla parola, cominciai a imitare Karl Kraus, il quale, soprattutto, poteva insegnarmi l'arte dell'ascolto, ma anche, sino a un certo grado (e non senza una certa ripulsa da parte mia), la retorica dell'accusa. George Grosz non lo imitai mai, disegnare mi era sempre stato precluso. Cercavo e trovavo nella realt i suoi personaggi; ma sentivo nei suoi confronti l'inevitabile distacco che deriva dall'uso di un diverso mezzo espressivo. Ci che Grosz sapeva fare per me era irraggiungibile; egli parlava in un'altra lingua; riuscivo a comprenderla, ma non avrei mai potuto imparare a usarla per conto mio. Perci Grosz non divent mai un modello per melo ammiravo moltissimo, ma non fu mai un modello. Quando entrai per la prima volta in casa sua, Wieland mi present, secondo il suo solito, come -amico e collaboratore . Per conseguenza, non mi sentii troppo piccolo. Non pensai che Grosz conosceva bene tutti gli amici di Wieland e quindi, gi soltanto per questo, sapeva certamente che non ero uno di loro. Tutto a un tratto mi trovavo a Berlino, di me non si era mai parlato prima, Ibby aveva annunciato il mio arrivo da Vienna, questo era tutto. La mia insicurezza, tuttavia, fu presto superata, perch Grosz cominci a mostrarci i suoi disegni. Mi trovai di fronte ad alcuni lavori che aveva appena terminato. Grosz era abituato a mostrare i suoi disegni a Wieland, che li aveva pubblicati e fatti conoscere. Li sceglievano insieme, e Wieland trovava i titoli. Anche quella volta, come per abitudine, vennero fuori dei titoli. A Wieland piaceva suggerirne pi d'uno, in fretta, uno dietro l'altro. Non c'erano discussioni, di solito Grosz accettava i titoli di Wieland, che gli avevano portato fortuna. Grosz portava un abito di tweed e, diversamente da Wieland, era vigoroso e abbronzato. Stava aspirando la pipa e sembrava un giovane capitano, non inglese per (parlava molto), caso mai americano; ma aveva un atteggiamento cos aperto e cordiale che il suo modo di vestire non mi parve un

travestimento. Mi faceva sentire libero e perci davanti a lui mi lasciai andare, dimostrandomi entusiasta di tutti i disegni che man mano ci mostrava. Lui se ne rallegr, come se il mio entusiasmo contasse molto, e di tanto in tanto, se facevo qualche osservazione su un disegno, guardava Wieland ammiccando. Mi venivano in mente le parole giuste e, mentre davanti a Brecht non sapevo aprir bocca senza farmi prendere in giro, in Grosz suscitavo interesse e simpatia. Mi domand se conoscevo il suo album intitolato Ecce homo; no, dissi, la censura l'aveva vietato. Egli si avvicin a una cassapanca, ne sollev il coperchio e prese una cartella, che mi porse come se fosse una cosa da nulla. Pensavo che me l'avesse data da guardare e la aprii; ma la mia idea fu subito corretta: avrei potuto farlo a casa, con comodo, la cartella era un regalo per me. -Un regalo cos non capita a tutti disse Wieland, che conosceva l'impulsivit dell'amico; ma avrebbe anche potuto non dirlo, nessun atto di generosit mi mai sfuggito, e da quello rimasi letteralmente sopraffatto. Posai la cartella, per non lasciarmi andare a ridicoli gesti di felicit con la cartella in mano, e non avevo ancora finito di esprimere la mia gratitudine quando arriv un visitatore, l'ultima persona che avrei desiderato e che mi sarei aspettato di vedere in quel momento: Bertolt Brecht. Entr con atteggiamento rispettoso, camminava un po' curvo e portava un regalo per Grosz, una matita, una matita normalissima, che depose, con gesto energico e carico di significato, sul suo tavolo da disegno. Grosz accett il modesto omaggio, trasformandolo in qualcosa di pi grande. Disse: -Mi mancava proprio una matita cos. Mi fa veramente comodo . Quella visita mi disturbava; tuttavia mi fece bene vedere Brecht da un punto di vista nuovo. Ecco com'era, quando voleva esprimere la sua approvazione; il fatto che lo facesse con tanta riservatezza e parsimonia faceva ancora pi effetto. Mi chiesi in che rapporti fosse Grosz con lui, e se Brecht gli andasse a genio. Brecht non rimase a lungo, e quando se ne fu andato, Grosz disse a Wieland, prendendolo da parte, come se io non

dovessi sentire: -Non ha tempo, deve andare a piluccare la letteratura europea . Il tono non era astioso, ma forse un po' dubitativo, come se avesse su Brecht varie opinioni che tra loro non collimavano. Quando lasciammo Grosz, le nostre strade si separarono; Wieland se ne and in casa editrice, mentre io ritornai nella mansarda, dove, al mio tavolo rotondo, mi attendeva il lavoro ai documenti sulla vita di Upton Sinclair. Paragonata alle cose che aveva scoperto come muckraker, ovvero cacciatore di scandali, la vita di Sinclair sembrava noiosa: non per colpa delle vicende della sua esistenza (aveva avuto una vita difficile), ma per la linearit delle sue idee. Era un puritano dalla testa ai piedi, e a dire il vero, essendolo anch'io, una certa affinit tra noi era inevitabile; tuttavia, bench approvassi di tutto cuore i suoi attacchi contro la corruzione e gli abusi, la degradazione e l'ingiustizia, mi rendevo conto che essi erano totalmente privi di smalto, lo smalto della satira. Nulla di strano, perci, che invece di mettermi subito al lavoro aprissi la cartella con i disegni di Ecce homo: l c'era tutto ci di cui si sentiva la mancanza in Upton Sinclair. La raccolta era stata vietata perch ritenuta oscena. E non si poteva negare che pi di un disegno potesse dare quell'impressione. Ma io accettai tutto, con una sensazione strana, in cui si mescolavano orrore e apprezzamento. Dalla cartella emergevano le figure pi schifose della vita notturna berlinese; ma erano raffigurate in quel modo proprio perch l'autore provava nei loro confronti un senso di schifo; cos, almeno, pensavo io, attribuendo il mio disgusto anche all'artista. Non ne sapevo ancora molto, ero a Berlino da una settimana, giorno pi giorno meno; quella a Grosz era stata una delle prime visite. A Brecht mi aveva presentato Ibby, da Schlichter; si trattava di un poeta, e tanto bastava perch Ibby fosse convinta che Berlino non potesse offrire nulla di pi interessante. Andavamo da Schlichter ogni giorno; Brecht vedeva Ibby volentieri, ma siccome lei mi portava sempre con s, forse proprio per

questo Brecht mi aveva preso a bersaglio delle sue beffe. Wieland non volle essere da meno; sapeva che ci tenevo a vedere Grosz molto di pi che a vedere Brecht, e cos, il sesto giorno circa dopo il mio arrivo, mi condusse da lui. Ora che l'avevo portata a casa mia, la cartella di Ecce homo s'interpose come una lente fra me e Berlino; da allora quasi tutte le cose che vidi in quella citt, soprattutto di notte, presero le tinte di quei disegni. Probabilmente, se non li avessi avuti, quelle stesse cose ci avrebbero messo pi tempo per penetrare in me. Continuavo ad avere un interesse piuttosto scarso per la libert sessuale. Ma quei disegni, violenti e spietati come mai ne avevo visti in vita mia, mi ci fecero sbattere il naso, e tutto ci che raffiguravano lo presi alla lettera; non mi sarebbe neanche venuto in mente di dubitarne: come certi paesaggi si vedono soltanto con gli occhi di determinati pittori, cos io vidi Berlino con gli occhi di George Grosz. Guardando quei disegni per la prima volta, ero talmente estasiato e spaventato al tempo stesso, che non riuscivo a staccarmene; e a un certo punto, quando Ibby entr nella mia stanza, vide disseminati sul tavolo gli acquarelli colorati che avevo trovato nella cartella come fogli sparsi. Non mi aveva mai visto con una cosa simile in mano, e la scena le sembr buffa: -Ci hai messo poco a diventare un berlinese; a Vienna andavi pazzo per le maschere mortuarie e ora... disse, abbracciando i fogli con un ampio gesto della mano, come se io li avessi disposti sul tavolo intenzionalmente e con cura. -Sai, continu -a Grosz questa roba piace molto. Quando ubriaco si mette a parlare del -prosciutto . E' alle donne che pensa e comincia a guardarle in una certa maniera. Io faccio finta di non capire. Ma lui, allora, si mette a cantare le lodi del -prosciutto . Ero indignato. -Non vero! Non gli piace affatto! Per questo i suoi disegni sono cos belli. Credi che se no li guarderei? . -Tu non puoi soffrire questa roba, fece Ibby -lo so, lo so benissimo. Perci a te posso dire tutto. Ma a lui s, a lui piace! Aspetta di vederlo una

volta ubriaco, quando se ne vien fuori col suo -prosciutto . Ibby poteva parlare in questo modo, faceva parte del suo personaggio. Quando usava, in quel contesto, la parola -prosciutto , era impossibile non capire a che cosa alludesse. Grosz, ubriaco, aveva cercato di metterle le mani addosso e poi aveva cominciato a cantare le lodi del suo corpo, lodi che forse avrebbero offeso, o quanto meno irritato profondamente, un'altra donna del suo tipo. Quella parola si riferiva a Ibby, e lei la ripeteva, ma dal tono della sua voce non sembrava che la cosa la toccasse minimamente. Ibby restava inviolata, come se Grosz non avesse mai cercato di allungare le mani, tutto ci che la interessava era il racconto nudo e crudo che mi stava facendo. Per questo mi aveva voluto a Berlino, per potermi raccontare tutto. Gli uomini la perseguitavano, dovunque si presentasse fioccavano le allusioni pi scabrose. Con lei ci provavano sempre tre o quattro uomini contemporaneamente; prima o poi, pensavano, qualcuno l'avrebbe spuntata. Ma nessuno ci riusciva, e cos Ibby divent un personaggio enigmatico. Si escogitavano le ipotesi pi astruse: non era affatto una donna, dicevano, ne aveva soltanto l'aspetto, era riuscita diversa dalle altre, forse era come sbarrata. Un individuo particolarmente diffidente della cerchia di Brecht, Borchardt si chiamava, sosteneva che Ibby fosse una spia. -Da dove viene? E' saltata fuori di punto in bianco. Chi ? La si trova dappertutto, e sta sempre a sentire quel che si dice . Lei ne rideva, conservando il suo buon umore. Tutto questo lo trovava ridicolo; ma, finch era sola a Berlino, non poteva confidarsi con nessuno, perch in quel mondo, dove tutto era permesso, i rapporti sessuali erano sacri e venivano presi terribilmente sul serio; mai quella gente avrebbe perdonato a Ibby le battute sfottenti che erano l'unica reazione che quel tema le suggeriva. Ibby non poteva vivere senza canzonare, prendere in giro la gente con frasi spiritose e inaspettate era la sua necessit, il suo impulso; per questo non aveva avuto pace finch non era riuscita ad

attirarmi a Berlino. Quel che avevamo in comune era un interesse insaziabile per ogni genere di persone. In lei la curiosit era venata di umorismo, e io ascoltavo volentieri i racconti che mi ammanniva con tanta dovizia. Ma in realt non li trovavo tanto buffi. Mi sentivo turbato dalla diversit delle persone, che pur facendo di tutto per riuscire a capirsi continuavano tuttavia a non capirsi mai. Ognuno faceva parte per se stesso e, a dispetto di tutte le apparenze, restava solo; eppure non smetteva, continuava nel proprio tentativo. Ibby mi raccontava dei fraintendimenti clamorosi ai quali aveva assistito, e in un gran numero di malintesi incappavo io stesso, ma lei portava nel mio mondo molti esempi che io, uomo, non avrei mai potuto sperimentare. Bella e corteggiata com'era, Ibby non faceva che ricevere le proposte pi assurde; ma era come se lei non esistesse affatto, e al suo posto ci fosse una statua dotata di una vita apparente, alla quale quelle proposte venivano indirizzate. E ci che lei rispondeva non veniva udito affatto, neanche giungeva alle orecchie dei suoi corteggiatori; ad essi premeva una cosa soltanto: fare le loro proposte e, possibilmente, soddisfare i loro appetiti. Non avrebbero saputo dire, alla fine, come mai non erano riusciti a ottenere nulla, dal momento che non erano in grado di intendere le risposte di lei. E neanche li interessava molto sapere qualcosa sui loro rivali; pur avendo tutti il medesimo obiettivo, qualsiasi cosa avessero appurato, l'avrebbero trovata strana e incomprensibile. Mentre Ibby teneva a mente con estrema esattezza ciascuna delle loro dichiarazioni e delle loro avances, per poterle capire, ognuno di loro avrebbe dovuto prescindere da se stesso; e nessuno era disposto a farlo. Isaac Babel. Un grande spazio, nei miei ricordi del periodo berlinese, occupato da Isaac Babel. Non pu essere rimasto a Berlino per molto tempo, eppure ho come la sensazione di averlo visto ore e ore ogni giorno, per settimane intere, anche se non sempre parlavamo molto. Mi piacque a tal punto (pi di tutte le altre persone - e furono

molte - da me incontrate in quel periodo) che nella memoria mi si dilatato, sicch, basandomi su di essa, sarei propenso a concedergli tutti i novanta giorni che ho trascorso a Berlino. Babel veniva da Parigi, dove sua moglie, pittrice, era allieva di Andr Lhote. In Francia si era fermato in varie localit. Considerava la letteratura francese la sua terra promessa e Maupassant il suo vero maestro. Gorkij, che aveva scoperto Babel, lo proteggeva con affetto e gli aveva dato i consigli pi intelligenti e lungimiranti che un uomo possa desiderare; l'aveva aiutato con profonda intuizione delle sue possibilit, ma anche con acume critico, senza egocentrismo, preoccupandosi di lui e non di se stesso, con seriet e senza ironia, ben sapendo com' facile distruggere uno scrittore giovane, debole e sconosciuto, prima ancora che egli abbia potuto rendersi conto dei suoi talenti nascosti. Dopo un periodo piuttosto lungo passato all'estero, Babel era a Berlino di passaggio, sulla via del ritorno in Russia. Arriv, se non sbaglio, verso la fine di settembre, e credo che in realt non si sia trattenuto pi di due settimane. Dei due libri che l'avevano reso famoso, L'armata a cavallo e le Storie di Odessa, entrambi pubblicati in traduzione tedesca dalla casa editrice Malik, il secondo l'avevo letto pi di una volta. Potevo ammirare Babel senza sentirmi troppo lontano da lui. Di Odessa avevo gi sentito parlare da bambino, quel nome si collegava a un periodo molto remoto della mia esistenza. Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, bench lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice

viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la sua giusta collocazione. Ero curioso di Babel come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a met. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Cos Babel aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa. Era un uomo piccolo, tarchiato, con la testa perfettamente rotonda, nella quale la prima cosa che ti colpiva erano le spesse lenti degli occhiali. Forse per via delle lenti, anche gli occhi, che teneva molto aperti, sembravano particolarmente rotondi e sbarrati. Appena arrivava Babel, subito ti sentivi acutamente osservato; e intanto ti dicevi, come per ricompensarlo di tanta attenzione, che malgrado l'impressione suscitata dagli occhiali, era un tipo largo di spalle, vigoroso e niente affatto gracile. L'incontro tra noi avvenne da Schwanecke, un ristorante che allora mi parve assai lussuoso, forse perch ci si andava di notte, dopo il teatro, e pullulava soprattutto di divi della scena. Quasi non facevi in tempo a notarne uno, che un altro, considerato ancora pi importante, ti passava davanti agli occhi; ce n'erano moltissimi in quell'epoca di fioritura del teatro, tant' che rinunciavi ben presto a prender nota di tutti. Ma Schwanek -ke era anche frequentato da scrittori, pittori, mecenati, critici e giornalisti di primo piano, e ogni volta Wieland - che sempre mi accompagnava - si dichiarava dispostissimo a darmi le informazioni che desideravo. Li conosceva tutti da tanto di quel tempo che non gli facevano pi il bench minimo effetto; in bocca sua i loro nomi non suonavano pomposi; sembrava, anzi, che egli mettesse in dubbio il loro diritto alla celebrit, come se fossero

sopravvalutati, e destinati ben presto a scomparire dalla scena. Aveva anche lui la sua scuderia, gli autori che aveva scoperto e di cui pubblicava i libri e, com' naturale, cercava di attirare su costoro l'attenzione del pubblico e di essi parlava pi volentieri e pi diffusamente che non degli altri. Da Schwanecke, la notte, Wieland non si metteva a sedere a un tavolo isolato insieme ai suoi fedeli, non teneva a distanza le altre persone, anzi si mescolava volentieri ai crocchi pi folti, dove amici e nemici sedevano alla rinfusa, e cercava un bersaglio da attaccare. Combatteva per la sua causa con audaci sortite, non amava le posizioni difensive; di solito, per, non si fermava a lungo, perch notava ben presto un altro crocchio, nel quale sedeva qualcuno che gli faceva venir voglia di partire di nuovo all'attacco. Non mi ci volle molto tempo per scoprire che non era il solo a prediligere questo metodo aggressivo. Ma c'era anche chi sosteneva la sua battaglia a forza di lamentose recriminazioni, e persino qualcuno che veniva l, in mezzo a quel fracasso, soltanto per tenere la bocca chiusa; era una minoranza, certo, che per si notava molto: volti muti e contratti, che emergevano, come isole, nel paesaggio tumultuoso, tartarughe attaccate alla loro bottiglia; dovevi chiederne il nome agli altri, perch essi non reagivano alle domande dirette. La sera in cui Babel comparve da Schwanecke per la prima volta, era riunita, intorno a un lungo tavolo nella prima stanza, una brigata numerosa. Io ero arrivato tardi e mi ero timidamente seduto all'estremit del tavolo, molto vicino alla porta, sul bordo di una sedia, in modo da potermi eclissare velocemente in qualsiasi momento. Il -pezzo forte della compagnia era Leonhard Frank; aveva un viso marcato e rughe profonde, sembrava che dopo aver attraversato tutte le cime e tutti gli abissi ne fosse rimasto segnato, ma con un certo compiacimento, in modo visibile a tutti; di figura era slanciato e muscoloso, indossava un vestito di ottimo taglio e sembrava sempre sul punto di scattare; una frase gli sarebbe bastata per

slanciarsi come una pantera sopra il tavolo, per tutta la sua lunghezza; ma, nel balzo, il vestito non si sarebbe sgualcito, non si sarebbe spostato neanche di un millimetro. Nonostante le rughe profonde, non aveva l'aspetto di un vecchio, ma quello di un uomo nel fiore degli anni. Da giovane, si diceva con reverenza, aveva fatto il fabbro (o, come dicevano altri, meno poeticamente, il lattoniere). Forte e agile com'era, non c'era da stupirsene; riuscivo a immaginarmelo davanti all'incudine, ma senza quel vestito, che mi disturbava. Comunque non si poteva negare che qui, da Schwanecke, egli si sentisse infinitamente a suo agio. In modo diverso, la stessa cosa valeva anche per i poeti russi seduti intorno al tavolo. Essi a quel tempo viaggiavano spesso, e a Berlino ci venivano volentieri; quella vita turbolenta e spensierata andava d'accordo con il loro temperamento. Con Herzfelde erano in rapporti cordiali; non era l'unico editore dei loro libri, ma tra tutti era il pi seguto. I suoi autori non passavano mai inosservati, sarebbe stato impossibile, non foss'altro per le copertine disegnate da suo fratello, John Heartfield. Al tavolo sedeva anche Anja Arkus, si diceva che fosse una nuova poetessa; certo era la donna pi bella che avessi mai visto in vita mia, anche se crederlo sar difficile, perch aveva la testa di una lince. Il suo nome non l'ho mai pi sentito; forse ha scritto con uno pseudonimo, o forse morta precocemente. Dovrei parlare di altre persone sedute a quel tavolo soprattutto di coloro, oggi dimenticati, dei quali sono forse il solo a ricordare il volto, se non il nome. Ma qui non posso farlo, perch quella sera stata importante per un motivo ben preciso, sicch tutto il resto sembra impallidire. Fu la sera in cui vidi per la prima volta Babel, un uomo che non si faceva notare per nessuno degli aspetti che appartenevano tipicamente all'atmosfera di Schwanecke: Babel non era venuto come l'attore di se stesso e, per quanto fosse attratto da Berlino, non era -berlinese nello stesso senso degli altri, era

piuttosto -parigino . La vita delle celebrit non lo interessava pi di quella della gente comune; forse, anzi, di meno. Non si sentiva a suo agio nella cerchia delle persone illustri e anzi cercava di evitarle; per questo motivo si rivolse all'unica persona sconosciuta che sedeva a quel tavolo e che, con quella compagnia, non aveva niente a che spartire. Quella persona ero io, e la sicurezza con cui Babel se ne accorse, sin dal primo sguardo, la dice lunga sul suo colpo d'occhio e sulla infallibile lucidit che aveva conquistato con l'esperienza. Non riesco a ricordare le prime frasi. Gli feci posto, ma lui rest in piedi. Pareva indeciso se trattenersi o no. Eppure, piantato l, sembrava irremovibile, come se si fosse piazzato davanti a un profondissimo baratro, noto a lui solo, per sbarrarne l'accesso. L'impressione dipendeva forse dal fatto che le sue larghe spalle impedivano la vista dell'ingresso. Non vedevo pi chi entrava nel ristorante, vedevo soltanto lui. Con un'espressione di scontento dipinta sul volto, rivolse ai russi seduti al tavolo due o tre frasi incomprensibili, che per mi ispirarono fiducia. Ero sicuro che si riferissero al locale, che gli appariva sgradevole non meno che a me, ma lui poteva dirlo. Pu anche darsi che mi sia accorto che quel locale non mi piaceva soltanto grazie a Babel. Infatti la poetessa con il volto di lince sedeva poco lontano da me, e la sua bellezza compensava tutto. Ci tenevo che Babel restasse e in lei riponevo tutte le mie speranze. Chi non sarebbe rimasto, per starle accanto! La poetessa gli rivolse un cenno per fargli capire che poteva sedersi vicino a lei; ma Babel scosse il capo e indic me con il dito. Quel gesto poteva significare soltanto che gli avevo gi offerto io un posto a sedere; tanta cortesia mi lasci estasiato e confuso. Io mi sarei seduto senza esitare, sia pure con estremo imbarazzo, accanto alla poetessa; Babel invece, per non mortificarmi, aveva rifiutato. A quel punto lo costrinsi a sedersi al mio posto e andai a cercarmi una sedia. Ma non se ne trovavano, mi avvicinai a tutti i tavoli, vagai inutilmente nel

locale per un po'; quando ritornai, a mani vuote, Babel era sparito. La poetessa si rifer che, siccome non voleva rubarmi il posto, aveva deciso di andarsene. Quella sua prima azione, della quale io ero stato il pretesto, potr forse sembrare insignificante; ma, com' naturale, a me fece una grande impressione. Mentre stava l in piedi, con quella sua aria solida e massiccia, mi aveva ricordato L'armata a cavallo e gli eventi meravigliosi e terrificanti da lui vissuti, fra i cosacchi, durante la guerra russopolacca. Anche la scarsa simpatia per il locale che avevo creduto di notare in lui andava d'accordo con quell'impressione; e quell'uomo, che aveva dietro di s un'esperienza cos dura, cos crudele, non solo aveva dimostrato tanta delicatezza d'animo e tanto rispetto per un giovane che non conosceva, ma da quel momento lo onor del suo interesse. Babel era molto curioso, a Berlino voleva vedere tutto, ma -tutto per lui significava la gente, gente di ogni tipo, non soltanto quelli che frequentavano i locali degli artisti e delle celebrit. Il posto che gli piaceva pi di tutti era Aschinger; l ci ritrovavamo, fianco a fianco, a mangiare, molto lentamente, una zuppa di piselli. Con i suoi occhi a palla, dietro le lenti molto spesse, Babel guardava gli avventori intorno a noi, li guardava tutti, uno per uno, e sembrava non averne mai abbastanza. Gli seccava che a un certo punto la minestra finisse, avrebbe desiderato un piatto senza fondo; voleva, infatti, una cosa sola: continuare a guardare e, siccome la gente cambiava in fretta, di cose da osservare ce n'erano molte. Non ho mai visto nessuno guardare con tanta intensit; rimaneva perfettamente immobile, soltanto l'espressione degli occhi, che inseguivano senza posa i vari personaggi, mutava in continuazione. Guardando, non rifiutava nulla, era sempre serissimo, le cose pi normali e quelle pi insolite erano per lui ugualmente importanti. Si annoiava soltanto in mezzo agli spendaccioni che si trovavano regolarmente da Schwanecke o da Schlich -ter. Quando c'ero anch'io, Babel,

entrando, mi cercava con gli occhi, e prendeva posto non troppo lontano. Ma non restava seduto a lungo; poco dopo, mi faceva un cenno e diceva: -Andiamo da Aschinger! . E io, con chiunque mi trovassi, balzavo in piedi e lo seguivo: il fatto che a Babel piacesse portarmi con s da Aschinger lo ritenevo infatti l'onore pi grande che a Berlino potesse essermi concesso. Ma non era tanto lo scialo nei locali celebri che Babel intendeva stigmatizzare, facendo il nome di Aschinger. Ci che veramente non poteva soffrire era il continuo pavoneggiarsi degli artisti. Tutti volevano accentrare l'attenzione su di s, ognuno recitava la propria parte, l'atmosfera era resa letteralmente irrespirabile da tante manifestazioni di vanit spietata. Babel era un uomo generoso; per arrivare pi in fretta da Aschinger prendeva volentieri il taxi, anche per distanze brevi, e al momento di pagare si avvicinava come un fulmine al tassista e mi spiegava, con cortesia squisita, che doveva pagare lui. Aveva appena ricevuto una somma di denaro, diceva, e non potendo portarla con s, doveva spenderla a Berlino; l'istinto mi suggeriva che tutto ci non era affatto vero; eppure mi costringevo a credergli, incantato dalla sua prodigalit. Babel non si lasci mai sfuggire quel che pensava della mia situazione: che ero uno studente il quale, con ogni probabilit, non guadagnava un soldo. Gli avevo confessato che ancora non avevo pubblicato nulla. -Non importa, aveva detto -c' tempo per queste cose , come se fosse quasi una vergogna aver gi pubblicato dei libri. Credo che mi avesse preso in simpatia perch aveva sentito il mio imbarazzo in mezzo a tutti quei tromboni, preoccupati soltanto della propria celebrit. Con lui parlavo poco, molto meno che con tanti altri. E non parlava molto nemmeno lui, preferiva stare a guardare la gente; con me diventava loquace soltanto quando il discorso cadeva sulla letteratura francese. Ammirava soprattutto Stendhal e Maupassant. Pensavo che mi avrebbe parlato a lungo dei grandi scrittori russi; ma per lui era certo un argomento troppo scontato; o magari gli sembrava una

forma di ostentazione dilungarsi sulla letteratura del proprio paese. Forse per c'era dell'altro; forse Babel rifuggiva dall'inevitabile superficialit di una simile conversazione: la lingua in cui erano scritte le grandi opere di quella letteratura era anche la sua lingua, mentre io, nel migliore dei casi, potevo conoscerle soltanto in traduzione. Non avremmo parlato della stessa cosa. Babel prendeva la letteratura talmente sul serio che non poteva non detestare ogni giudizio impreciso, ogni forma di approssimazione. Il mio ritegno, del resto, non era minore: neanch'io me la sentivo di mettermi a parlare con lui dell'Armata a cavallo e delle Storie di Odessa. Comunque sono convinto che dalle nostre discussioni sugli scrittori francesi, Stendhal, Flaubert e Maupassant, Babel si sia reso conto del grande significato che le storie da lui narrate avevano per me. Infatti, ogni volta che gli chiedevo qualcosa, su questo o quell'argomento, mi riferivo, pur senza dirglielo, a un passo dei suoi libri che avevo in mente. Babel riconosceva all'istante quel nesso da me sottaciuto, e rispondeva in modo semplice e preciso. La soddisfazione per la sua risposta me la leggeva in faccia, e forse gli faceva piacere che io non mi sentissi imbarazzato nel porgli ulteriori quesiti. Babel mi parlava di Parigi, dove sua moglie, la pittrice, viveva ormai da un anno. Credo che fosse stato da lei di recente, per portarla via con s, e che gi avesse di nuovo nostalgia di Parigi. Babel preferiva Maupassant a Cechov; tuttavia, quando feci cadere il discorso su Gogol (il mio scrittore preferito), egli cos si espresse, con mio lieto stupore: -Questo i francesi non l'hanno, Gogol manca ai francesi . E aggiunge, dopo una pausa di riflessione, per compensare quella che poteva sembrare una vanteria: -I russi hanno forse Stendhal? . Mi accorgo che su Babel ho pochissimi elementi concreti da riferire, anche se per me ha contato pi lui di qualsiasi altra persona incontrata a Berlino. In sua compagnia, mi sembrava di vedere tutto ci che avevo letto di lui: non era

molto in verit, ma era stata una lettura cos concentrata che il suo riverbero si proiettava su ogni istante che passavamo insieme. E un'altra cosa mi piaceva di lui: il suo modo di accogliere le impressioni di una citt sconosciuta, di una lingua che non era la sua. Non usava paroloni ed evitava con cura di mettersi in mostra. Se poteva passare inosservato, vedeva meglio. Degli altri accettava tutto, non scartava neppure ci che gli riusciva sgradevole, anzi, quanto pi una cosa lo faceva soffrire, tanto pi la lasciava agire su di s. Lo sapevo gi dalle sue storie di cosacchi: al loro fascino sanguinoso soggiacevano tutti, pur senza conoscere l'ebbrezza del sangue. Ora che Babel si trovava a tu per tu con il fascino smagliante di Berlino, ebbi modo di vedere quanto fosse indifferente alle chiacchiere e alle vanit in cui tanti altri sguazzavano. In presenza di quel vuoto sfavillio, Babel passava oltre con fastidio, mentre osservava con occhi avidi un'infinit di persone intente a consumare la loro zuppa di piselli. Sentivi che non sapeva prendere nulla alla leggera, anche se una cosa simile non l'avrebbe mai detta. La letteratura per lui era sacra; era un uomo incapace di risparmiarsi, e mai e poi mai avrebbe potuto abbellire alcunch. Il cinismo gli era estraneo, e questo era in rapporto con la sua concezione severa e impegnativa della letteratura. Ci che trovava buono non avrebbe mai potuto utilizzarlo, a differenza di altri scrittori i quali, piluccando qua e l, davano a intendere di volersi presentare come una specie di coronamento di tutto ci che c'era stato prima di loro. Per il fatto di sapere che cos' la letteratura, Babel non si sentiva superiore agli altri. Dalla letteratura era posseduto, e non dagli onori o dai quattrini che da essa potevano derivargli. Non credo di aver visto Babel diverso da com'era in realt, solo per il fatto che parlava con me. Sono certo che Berlino mi avrebbe corroso come liscivia, se non l'avessi incontrato. Le metamorfosi di Ludwig Hardt. Una domenica capitai a una matine di Ludwig Hardt un dicitore amato dai

poeti, un talento apprezzato da tutti, ma in particolare dall'avanguardia. Quando si parlava di Hardt, nessuno storceva il naso; neppure Brecht, che di solito ne diceva di tutti i colori, osava pronunciare uno dei suoi soliti verdetti legnosi. Si diceva che soltanto Ludwig Hardt sapesse recitare con pari maestria la poesia classica e quella moderna. La sua capacit di trasformarsi veniva esaltata da tutti, era un vero attore, si diceva, un attore di rara intelligenza. I suoi programmi erano costruiti con grande raffinatezza. Nessuno, andando ad ascoltarlo, si era mai annoiato; e questo a Berlino voleva dir molto, perch era una citt dove erano in tanti a tentare la fortuna. Per quanto riguardava me e lo stato di asservimento nel quale allora mi trovavo, c'era un altro elemento che mi rendeva perplesso: Hardt era stato amico di Karl Kraus e infatti, negli anni precedenti, aveva letto alcuni brani degli Ultimi giorni dell'umanit. Ma poi, proprio a causa di quella lettura, lui e Kraus avevano litigato e rotto ogni rapporto. E ora al repertorio degli scrittori moderni recitati da Hardt mancava un solo autore significativo, l'unico che gli fosse stato espressamente proibito: Karl Kraus. La matine era dedicata a Tolstoj, e io ci andai con Wieland, Hardt aveva scelto dei brani dall'edizione di Tolstoj pubblicata dalla casa editrice Malik. Wieland, altrimenti, non sarebbe certo venuto; gi non smaniava per gli attori in genere, e comunque assisteva a uno spettacolo solo quando proprio non poteva farne a meno. Era il suo modo di difendersi dall'eccesso di offerta che c'era a Berlino. Quella citt, mi spiegava, logorava in fretta le persone. Chi non trovava in s la capacit di resistere era perduto. Bisognava risparmiare la curiosit e riservarla soltanto alle cose importanti per il proprio lavoro. Un conto erano quelli che venivano in visita e se ne andavano dopo un paio di settimane, un conto erano loro, che siccome a Berlino dovevano viverci un anno dopo l'altro non potevano continuamente lasciarsi intenerire. Perfino da Ludwig Hardt, ammirato da tutti, Wieland si recava soltanto in onore della sua edizione di Tolstoj;

comunque mi convinse ad accompagnarlo. Andai con lui e non me ne sono pentito. Non ho mai potuto dimenticare ci che Hardt recit in quell'occasione. Ma quando, dopo lo spettacolo, ci ritrovammo tutti insieme in casa di un mecenate berlinese, Hardt mi fece fare una di quelle figuracce dalle quali si impara di pi che da qualsiasi offesa. Otto anni dopo, a Vienna, Ludwig Hardt divent mio amico. Era un uomo piccolissimo, cos piccolo che mi fece impressione. Aveva una testa stretta, scura, da meridionale, capace di trasformarsi in un batter d'occhio, cos in fretta e cos profondamente da non riuscire pi a riconoscerlo. Sembrava che fosse scosso da lampi, lampi che recitava, figure e poesie che aveva nella memoria, e che a tal punto gli appartenevano che sembravano nate con lui. Non poteva star fermo un attimo, a meno che non diventasse un personaggio corpulento e tardo nei movimenti, come lo zio Eroska dei Cosacchi di Tolstoj; e fu proprio in questa parte che lo vidi per la prima volta. La sua testa era diventata perfettamente rotonda, il torace ampio e robusto. Era bravissimo a giocare coi baffi, e io avrei giurato che in scena si fosse messo un paio di baffi finti (quando in seguito dichiar che non aveva mai portato i baffi in vita sua, e neanche si sognava di andare in giro con i baffi finti in tasca, io non gli credetti). Fra tutti i personaggi di Tolstoj, quel cosacco rimasto per me il pi vivo, perch lui lo recit. Era un vero prodigio vedere come il piccolo, delicato Ludwig Hardt si trasformava ad un tratto in un cosacco alto, pesante, massiccio - senza spostarsi dalla sedia e dal tavolo, senza saltare in piedi neppure una volta, n assecondare con movimenti appropriati quella sua metamorfosi. Il brano che lesse era piuttosto lungo, ma sembrava accorciarsi sempre pi, gli ascoltatori temevano che cessasse di colpo. Hardt lesse poi alcuni racconti popolari; ricordo soprattutto Di quanta terra ha bisogno l'uomo?, e ne fui talmente commosso che mi persuasi che quei racconti fossero l'essenza di Tolstoj, le cose pi belle e pi autentiche che egli avesse mai

scritto. Ogni libro di Tolstoj che presi in mano in seguito mi sembr senza vita, al confronto, perch non lo sentivo pi dalla viva voce di Ludwig Hardt. Egli, in parte, mi ha guastato Tolstoj. Il suo Eroska dai Cosacchi mi rimasto familiare. Da allora, dal 1928, mi pare di conoscerlo, di conoscerlo meglio di tanti intimi amici. Ma Hardt intervenne ancora pi a fondo nei miei rapporti con Tolstoj. Quando, subito dopo la guerra, rilessi La morte di Ivan Ilic, quel racconto mi conquist con la stessa forza con cui, nel 1928, mi avevano conquistato i racconti popolari. Mi sentivo trasportato lontano; nella camera del malato, pensai all'inizio; ma poi mi resi conto, con stupore, che sentivo le parole di quel racconto dalla voce di Ludwig Hardt. Mi trovavo a teatro, nella sala semibuia nella quale Hardt aveva recitato. Hardt era morto, eppure il suo programma si era esteso, e La morte di Ivan Ilic, pur essendo un racconto assai pi lungo, era entrato a far parte dei racconti popolari che avevo ascoltato allora dalla sua viva voce. La cosa pi incisiva che mi sento di dire su quella matine proprio questa: il suo influsso si dilat nel tempo, si estese fino a un'epoca molto pi tarda. Tuttavia, per rendere questo racconto un po' meno inverosimile, aggiunger che, negli anni seguenti, ho ascoltato molte altre letture di Ludwig Hardt. A Vienna, dopo che diventammo amici, veniva spesso a casa nostra, e ci parlava per ore, ci parlava fintanto che avevamo voglia di starlo a sentire. Aveva pubblicato un libro con i suoi programmi, e di tutte le meraviglie in esso contenute ben poco ci fu negato. Imparai a conoscere la voce di Hardt in tutta la ricchezza delle sue possibilit. Parlavamo spesso della metamorfosi, di quel tema mi occupavo sempre di pi. E proprio lui per primo mi aveva spinto in questa direzione con la sua metamorfosi nel vecchio Eroska, durante quello spettacolo a Berlino. Dopo la guerra, quando seppi della sua scomparsa, presi in mano La morte di Ivan Ilic; credo che sia stato una specie di rito funebre in onore di Hardt

l'attribuire alla sua voce quel racconto che da lui non avevo mai ascoltato. Ma torniamo a quel primo incontro; non ho ancora riferito tutto. Manca il dramma satiresco di cui diventai, alla fine, la vittima paziente. Dopo la matine il dicitore fu invitato, insieme a parecchie altre persone, nella casa di un avvocato berlinese; qui gli ospiti furono abbondantemente rifocillati, e si trovarono cos bene che si trattennero quasi tutto il pomeriggio. Tutto era perfetto, non solo il buffet. Alle pareti pendevano i quadri dipinti dai pittori di cui si parlava, sui tavolini erano sparse le novit librarie che la critica aveva commentato, in bene o in male. Non mancava nulla, appena nominavi un libro, il padrone di casa si affrettava a portartelo; te lo metteva sotto il naso, lo apriva, non rimaneva altro che cacciarselo in bocca. Ogni sforzo ti veniva risparmiato. Personaggi famosi stavano seduti qua e l, masticando o ruttando. A dispetto dello zelante padrone di casa, tuttavia, si intrecciavano anche tra i suoi ospiti conversazioni intelligenti e stimolanti. Pi di tutti si sentiva a suo agio Ludwig Hardt. Era l'unico che superasse in mobilit lo scattante anfitrione; era ancora pi attivo, saltava in continuazione sui tavolini, recitava orazioni famose, passando da Mirabeau a Jean Paul. Non era affatto stanco, avrebbe potuto continuare a recitare chiss per quanto tempo. La cosa pi straordinaria era questa: si interessava persino agli sconosciuti; infatti, fra un balzo e l'altro, faceva di tutto per coinvolgerli nella conversazione. Non si dava pace finch non aveva scoperto la paternit spirituale dei suoi interlocutori. Anch'io gli capitai sotto gli occhi, e, contagiato dalla sua espansivit, non gli nascosi il mio entusiasmo. Mi ringrazi, a modo suo, raccontando delle cose interessanti sulla propria origine. Era figlio di un allevatore di cavalli della Frisia e, da giovane, scorrazzava molto spesso a cavallo su e gi per la campagna. Piccolo e leggero com'era, faceva proprio pensare a un fantino. Finalmente avevo capito perch non poteva fare a meno di saltellare continuamente e, con molto rispetto,

avanzai questa interpretazione. Ogni frase che gli riusciva gradita egli la ricambiava con espressioni di squisita cortesia. La sua ricchezza di trovate e la sua vena parodistica lo accomunavano a E'T'A' Hoffmann. Di questo rapporto Hardt era cosciente, ma non era un rapporto esclusivo. Hardt non poteva ripetere una frase altrui, da chiunque essa provenisse, senza imitare colui che l'aveva pronunciata. La mia figuraccia - arrivato il momento di parlarne - ebbe origine da uno dei suoi salti: Hardt salt da Hoffmann a Heine, e su di lui cominci a sbizzarrirsi con tale virtuosismo che fu subito chiaro: Heine era uno dei suoi cavalli di battaglia. Non appena me ne resi conto, certamente devo essermi bloccato, e ci fu un rallentamento nel processo di libero scambio che tra noi si era instaurato; Hardt, tuttavia, cap al volo quel che era successo e, di punto in bianco, cominci a tirar fuori tutti gli argomenti che erano stati portati contro Heine, proprio con le parole di Karl Kraus che io conoscevo fin troppo bene. Le diceva come si recita una parte, ma con grande convinzione. Io ci cascai in pieno, e completai fedelmente pi di una citazione, senza accorgermi che Hardt mi stava prendendo in giro. La cosa and avanti per un bel pezzo; avevo la sensazione di essere esaminato sulla mia conoscenza della -Fackel . Solo quando Hardt s'interruppe di colpo, e, passando ad altri temi della -Fakkel , inton un peana in onore di Matthias Claudius, di Nestroy e di Wedekind, mi caddero le bende dagli occhi e mi accorsi di essermi reso ridicolo sino alla fine dei miei giorni. Come per scusarmi, a un certo punto gli dissi: -Lei per non la pensa cos, su Heine! . -In effetti! fece lui, e cominci (fu un bello schiaffo per me) a recitare con forza trascinante alcune poesie di Heine che facevano parte del suo repertorio preferito. Credo che Hardt, in questo modo, abbia scosso per la prima volta la mia fede in Karl Kraus. Egli, infatti, si era misurato con lui sul suo stesso terreno, come oratore, e gli aveva tenuto testa. Hardt recit I ratti vagabondi e I tessitori della Slesia con una violenza e una furia

che nulla avevano da invidiare a Karl Kraus. In me fu l'irruzione del proibito; e, nonostante i divieti, le minacce, le maledizioni, il mio cuore era troppo sano per non fargli spazio. L'effetto fu tanto pi intenso in quanto Hardt stesso aveva appena finito di enumerare tutti gli argomenti che erano stati portati contro Heine: ma ora quelle accuse si sbriciolavano, diventavano polvere. Sentii che qualcosa stava cedendo dentro di me e che ne avrei dovuto subire le conseguenze. Giacch le barriere erette da Karl Kraus erano state la mia difesa contro Berlino. Ora mi sentivo pi debole di prima e il mio smarrimento aumentava sempre pi. Il nemico aveva gi espugnato due baluardi. Il mio dio, Karl Kraus, si era seduto a fianco di Brecht, che aveva scritto una poesia pubblicitaria sulle automobili, e i due si erano scambiati una quantit di complimenti; e ora Ludwig Hardt, che una volta aveva capito Kraus ed era stato suo amico, aveva dischiuso nel mio animo una breccia irreparabile in favore di Heine. Invito nel vuoto. A Berlino tutto era ugualmente a portata di mano, e ogni effetto era permesso; non si impediva a nessuno di farsi notare, purch non temesse di far fatica. Perch farsi notare non era certo facile; si sentiva dappertutto un gran baccano, e in mezzo al baccano e alla ressa eri sempre consapevole che di cose da sentire e da vedere ce n'erano moltissime. Tutto era permesso; i divieti, presenti in qualsiasi luogo, e pi che mai in Germania, cadevano a Berlino come rami secchi. Anche se venivi da una vecchia capitale come Vienna, a Berlino ti sentivi un provinciale e spalancavi tanto d'occhi, finch non ti abituavi a tenerli bene aperti. Nell'aria c'era un che di penetrante e di corrosivo, che attirava e stimolava. Ti gettavi avidamente su ogni cosa, senza guardarti da nulla. L'orrendo bailamme che ti colpiva nei disegni di Grosz non era affatto un'esagerazione, a Berlino era naturale, era come una seconda natura che qui diventava insostituibile, a poco a poco ci si faceva l'occhio. Ogni tentativo di isolarsi aveva un che di perverso,

anzi era l'unico atteggiamento che veniva ancora considerato perverso; e, ammesso che per breve tempo ci si riuscisse, presto tornava la smania e di nuovo ci si tuffava nella mischia. Tutto era permeabile a tutti, l'intimit non esisteva e, quando esisteva, non veniva perseguita per se stessa, era solo una messa in scena con la quale si sperava di vincere l'intimit di un altro. In una specie di corrente alternata, l'elemento animalesco e quello intellettuale, nella loro nudit e al massimo della tensione, qui si intrecciavano di continuo. Chi anche prima di arrivare a Berlino aveva ben desti i propri istinti animali, qui li esaltava al massimo, per tener testa agli istinti altrui, e se non era molto forte si logorava in fretta. Chi, invece, essendo piuttosto determinato dal proprio intelletto, ancora non aveva concesso gran che alla propria animalit, non poteva fare a meno di sentirsi soggiogato dalla ricchezza e dall'abbondanza di ci che Berlino offriva al suo spirito. Assaliti da ogni parte e senza riguardi dagli stimoli pi diversi e contraddittori, non si aveva il tempo n per capire n per riflettere; le sferzate arrivavano di continuo e cos numerose che non si sentiva altro, e ancora non era passato il dolore per i colpi appena ricevuti che gi ne arrivavano altri. Aggirandosi per Berlino, ci si sentiva come un pezzo di carne frolla; non frolla abbastanza, per, e proprio per questo ci si aspettava ad ogni istante una nuova frustata. Tuttavia, ci che mi impression pi profondamente, e si rivel determinante per tutto il resto della mia vita sino ad oggi, fu l'inconciliabilit delle diverse impressioni che ricevevo. Ogni singolo individuo che -era qualcuno , e molti lo erano, si scagliava addosso agli altri con tutto il suo peso. Gli altri lo capivano, o forse no, chi lo sa; ma almeno era riuscito a farsi ascoltare, n sembrava turbato dal fatto che altre persone si facessero ascoltare in maniera diversa. Chi trovava udienza contava qualcosa; ma, a quel punto, doveva continuare a menar botte da orbi, per non smettere di ottenere udienza presso l'opinione pubblica.

Forse nessuno aveva agio di domandarsi quale sarebbe stato il risultato di tutto questo. Certo non una vita limpida, ma non a questo si era mirato; il risultato erano libri, quadri, opere di teatro, una contro l'altra, alla rinfusa. Ero sempre in compagnia, o di Wieland o di Ibby, non andavo mai in giro da solo per Berlino - non questo il modo giusto per conoscere una citt, ma forse era appropriato alla Berlino di allora. Si viveva in gruppi, in cricche; forse laggi la vita era cos dura che nessuno l'avrebbe potuta sopportare in altro modo. Udivi continuamente dei nomi, per lo pi nomi conosciuti: qualcuno era atteso, qualcun altro stava per arrivare. Che cos' un'epoca di splendore? Un'epoca di grandi nomi, tanti, vicinissimi gli uni agli altri, che per non si soffocano, pur combattendosi aspramente a vicenda. Ci che importa il contatto, un contatto quotidiano, permanente, e i colpi che ciascuno disposto a tollerare, poich non offuscano il suo splendore. Una certa insensibilit ai colpi che vengono inferti, quasi un pretenderli, la voglia di star l a riceverli. I nomi si sfregavano l'uno contro l'altro, a questo avevano mirato; in una osmosi misteriosa, un nome cercava di carpire all'altro tutta la luminosit possibile, e poi lo piantava immediatamente in asso, per trovare in fretta un altro nome su cui ripetere lo stesso procedimento. Questo saggiarsi e strusciarsi dei nomi aveva qualcosa di frettoloso, ma anche di arbitrario. La cosa divertente era questa: non si riusciva mai a sapere quale sarebbe stato il prossimo nome. Tutto dipendeva dal caso; poich da ogni parte arrivavano a Berlino nomi nuovi in cerca di fortuna, tutto era possibile. La perpetua attesa di sorprese, di fatti inaspettati o spaventosi, ti metteva in un leggero stato di ebbrezza. Per sopportare quell'enorme quantit di stimoli, per non cadere in uno smarrimento totale e definitivo, chi viveva stabilmente a Berlino si abituava a non prender nulla troppo sul serio, e men che mai i nomi. Il primo in cui osservai questo -cinismo dei nomi fu un individuo che vedevo

abbastanza spesso. Tale cinismo si traduceva nella sua abitudine di esprimersi in maniera ostile e aggressiva nei confronti di chiunque si fosse messo in luce in un qualsiasi campo. La sua sarebbe anche potuta passare per una posizione politica, ma in realt era tutt'altro, era solo una forma di lotta per l'esistenza. Dovevi essere parco di riconoscimenti, dovevi tirare calci in tutte le direzioni, se volevi essere qualcuno. Chi non era capace di tirar calci in tutte le direzioni era perduto, poteva anche andarsene subito, Berlino non era fatta per lui. Importantissimo era farsi vedere in continuazione; per giorni, per settimane, per mesi. Passare al Romanisches Caf (e, ancora pi in su, da Schlichter o da Schwanecke) era piacevole, d'accordo, ma certo non ci si andava solo per divertirsi. Quelle frequentazioni nascevano da una necessit alla quale nessuno osava sottrarsi, la necessit di mettersi in mostra. Chi non voleva essere dimenticato doveva assolutamente farsi vedere. Questo valeva per ogni posizione e ceto sociale, anche per gli scrocconi, i quali, purch mantenessero in buono stato il personaggio che recitavano e lo preservassero dalle alterazioni aggirandosi di continuo per i tavoli del Romanisches Caf, riuscivano sempre a ottenere qualcosa. Un fenomeno essenziale della vita berlinese in quell'epoca erano i mecenati. Ce n'erano molti, sparsi dappertutto a fare la posta alle novit. Parecchi erano fissi in citt, altri venivano a Berlino di tanto in tanto; qualcuno faceva la spola tra Berlino e Parigi. Il primo - un uomo baffuto, con un viso rotondo come una palla e labbroni che tradivano il suo amore per la buona cucinalo incontrai al Romanisches Caf. Ero con Ibby, non c'era molto posto, e quando al nostro tavolo si liber una sedia, il signore con baffi e labbroni si accomod vicino a noi e rimase in perfetto silenzio. Noi due parlavamo, tanto per cambiare, delle poesie di Ibby, a cui avevano offerto di pubblicarne un certo numero, e Ibby me ne recit alcune per decidere con me quali dovesse consegnare. Il signore ascoltava sorridendo con ostentazione,

come se capisse tutto. Con quella espressione sul viso sembrava un menu coi nomi delle pietanze scritti solo in francese. Apr la bocca un paio di volte, come per dire qualcosa, ma poi riammutol. Forse stava cercando le parole. Alla fine le trov, con l'aiuto di un biglietto da visita, che ci porse. Era il proprietario di una fabbrica di sigarette, e abitava a Parigi, nei pressi del Bois de Boulogne: di l si poteva guardare nella pentola di ogni operaio, e rendersi conto di quel che c'era dentro. Quella storia della pentola e del suo contenuto, assolutamente genuino, venne fuori minacciosa, fu quasi un'esplosione che ci fece sobbalzare, e proprio in quell'attimo egli ci invit a pranzo con estrema cortesia e cordialit. Ci schermimmo, dicendo che dovevamo discutere di una cosa importante. Insistette, anche lui doveva parlarci. Fu cos incalzante che cominciammo a incuriosirci e andammo a pranzo con lui. Ci port in un ristorante costoso che non conoscevamo; si dilung in qualche frase ampollosa sulla bont della cucina francese, nomin BadenBaden, la sua citt natale, e poi mi domand, con grande modestia, se poteva avere il piacere di offrire, per un anno, una rendita mensile di duecento marchi alla giovane poetessa. Un contributo minimo, una cosa da nulla, ma veniva proprio dal cuore. Non disse una parola sulle poesie che aveva udito. Gli bastava non averle comprese. Conosceva Ibby da un'ora e non l'aveva mai vista prima in vita sua. Era bella, certo, e quando recitava le sue poesie, persino il suo ungarotedesco aveva un suono seducente. Ma dubito che quell'uomo avesse una grande sensibilit per cose di questo genere. Quando Ibby, rispondendo alla mia domanda, espressa in un tono pieno di riserve, si dichiar invece ben disposta ad accettare la sua offerta, il mecenate le baci la mano con gratitudine, senza per permettersi null'altro. Eppure era un uomo nel fiore degli anni, che sapeva ci che voleva, e non soltanto in fatto di menu. Ma qui si trattava di mecenatismo, era di questo che voleva parlarci. Egli mantenne la parola e, siccome fra l'altro non viveva a Berlino, non ci prov neppure

a imporre a Ibby la sua compagnia. Avevo diviso i mecenati in due categorie: i rumorosi e i silenziosi; questo faceva parte dei silenziosi. Il volume della loro voce cresceva se potevano prender parte alla conversazione; ma, per poterlo fare, dovevano familiarizzarsi con il gergo dei gruppi che avevano deciso di sostenere. In compagnia di Grosz e della gente che ruotava intorno alla casa editrice Malik, si vedeva spesso un giovanotto del quale non ricordo pi il nome. Era ricco, chiassoso, e ci teneva a esser preso sul serio. Partecipava alle discussioni e argomentava volentieri; forse ogni tanto capiva anche qualcosa, comunque la prima volta che parl in mia presenza mi tocc sentire la teoria del bicchier d'acqua. Era una teoria molto in voga a quell'epoca, tutti a Berlino la conoscevano a memoria; ma, quando egli la raccont, prese proprio in mano un bicchiere vuoto, lo port alla bocca, fece finta di vuotarlo, e infine lo pos sul tavolo, con disprezzo, lontano da s: -L'amore? Un bicchier d'acqua, vuotato il bicchiere, finito tutto! . Aveva dei baffi biondi che si gonfiavano con orgoglio: ogni volta che se ne usciva con la teoria del bicchier d'acqua, i baffi si rizzavano. Quel giovanotto era un finanziatore munifico, forse sovvenzion anche la casa editrice Malik; in ogni caso era un benefattore di George Grosz. Un mecenate davvero silenzioso, che non interloquiva mai, perch conosceva talmente bene il suo campo che preferiva non dire delle sciocchezze su argomenti di competenza altrui, era un uomo piuttosto giovane di nome Stark, che aveva a che fare con le lampadine Osram. Lo si incontrava spesso, ascoltava tutto con attenzione, non diceva mai nulla e, di quando in quando, si rendeva utile, se proprio era necessario, ma senza mettersi in mostra e comunque con misura. In una casa in centro che apparteneva a lui, o alla sua societ, c'era un appartamento libero, tre belle stanze in fila. Stark lo offr a Ibby per un paio di mesi; dopo, era impegnato. Nelle stanze c'erano dei tappeti stesi per terra, ma per il resto erano completamente vuote. Stark ci fece mettere un divano per dormire,

nient'altro. A tutto il resto doveva provvedere Ibby. Lei ebbe l'idea divertente di lasciare la casa vuota, senza neppure un mobile, e di invitare la gente nel vuoto. -I mobili devono dirli loro, sosteneva Ibby -voglio solo ospiti inventivi . Per stimolare la loro inventiva, nella stanza di mezzo pascolava, sul tappeto verde, un asinello di porcellana. Era graziosissimo, Ibby lo aveva visto nella vetrina di un antiquario, era entrata, e in cambio di quell'asinello si era offerta di dedicargli una poesia. -Brecht un'automobile e io un asino: che cosa preferisci? mi aveva chiesto, ben sapendo quale sarebbe stata la mia risposta. La proprietaria del negozio aveva accettato l'affare, a Berlino c'era anche gente fatta cos, e Ibby, stupefatta, aveva scritto per leila sua poesia migliore , che andata perduta. Per inaugurare la nuova casa Ibby invit molta gente; ogni ospite, per prima cosa, veniva condotto davanti all'asino, per fare la sua conoscenza; poi era invitato ad accomodarsi dove pi gli piaceva. In tutto l'alloggio non c'era una sedia, la gente restava in piedi, oppure si accoccolava sul pavimento. Alle bevande si era provveduto; anche per questo c'erano dei mecenati. Vennero tutti, nessuno di coloro che avevano sentito parlare della casa vuota voleva perdersi lo spettacolo; e la cosa strana fu che tutti restarono, nessuno aveva voglia di andarsene. Ibby mi preg di tener d'occhio George Grosz: temeva che, appena un po' brillo, si mettesse ad assalirla e, in quello stato, dicesse tutte le cose alle quali io non volevo credere. Ma Grosz, quando arriv, era davvero incantevole, un dandy in grandissima forma, che si era perfino portato dietro un tipo carico di bottiglie per Ibby. -Peccato che io non m'innamori mai disse Ibby. -L'inizio di oggi delizioso. Ma... aspetta! . Non ci fu bisogno di aspettare molto. Grosz era arrivato gi alticcio, anche se recitava la parte del raffinato. Si mise a sedere sul divanoletto, Ibby era accoccolata l accanto sul pavimento. Egli allung il braccio verso di lei, ma Ibby si ritrasse in modo da non farsi toccare.

Allora Grosz sbott, non ci fu modo di tenerlo: -Eh, gi, lei non si fa mai avvicinare da nessuno! Non becca mai niente nessuno! Chiss cosa crede di fare! . E avanti di questo passo, e peggio, molto peggio ancora. Poi, cambiando solfa, cominci a cantare le lodi del -prosciutto : -Prosciutto, prosciutto, tu sei il mio diletto! . Ibby mi aveva anticipato tutto, sin dal giorno in cui ero stato da Grosz per la prima volta, quando ero tornato a casa con la cartella di Ecce homo da lui regalata, totalmente conquistato dalla sua persona e pieno di venerazione per l'acume del suo sguardo e l'inflessibilit con cui fustigava i vizi della societ berlinese. E adesso Grosz era l, paonazzo, ubriaco, in preda a un'agitazione incontrollabile perch Ibby lo evitava; era l che imprecava senza vergogna sotto gli occhi di tutti, anche se i presenti non si scandalizzavano per nulla; tutto a un tratto Grosz mi sembr uno dei suoi personaggi. Ero disperato, non ce la facevo pi; ero furioso con Ibby che l'aveva messo in quella situazione, sapendo benissimo ci che sarebbe accaduto. Volevo andarmene, ero l'unico ospite che non si sentiva a suo agio, e cos sgusciai verso l'uscita. Ma non riuscii a passare; Ibby, che mi aveva tenuto d'occhio per tutto il tempo, era gi davanti alla porta d'ingresso, e mi sbarrava la via. Aveva paura. Aveva provocato tutto per dimostrarmi che Grosz si comportava davvero nei suoi confronti come lei mi aveva raccontato. Ma quella volta l'esplosione era stata talmente violenta e prolungata che ora Ibby aveva paura di quell'uomo. Lei, che non temeva mai nulla, che mille volte si era salvata da situazioni incresciose (me le aveva raccontate tutte, le conoscevo a memoria), proprio lei non aveva il coraggio di rimanere in quella casa, che pure brulicava di gente, se io non restavo a proteggerla. In quel momento la odiai, perch non potevo lasciarla sola. Ormai ero costretto a ubbidirle, e a star l, davanti a uno dei pochi uomini che ammiravo a Berlino, un uomo che era stato generoso con me e si era comportato nel modo che continuavo ad aspettarmi da ogni essere umano,

ebbene quell'uomo ero costretto a vederlo mentre perdeva la sua dignit; e, per di pi, dovevo fare attenzione che Ibby riuscisse a sottrarsi alla sua vista e non gli capitasse pi a tiro. Avrei preferito che Ibby se ne andasse via con lui, tanto era tremendo sentire le sue urla. Nessuno sembrava stupito, bench nessuno ridesse; la gente era avvezza a quelle scenate, a Berlino facevano parte della vita quotidiana. Volevo andarmene, andarmene e basta; e, poich non potevo andarmene da quella casa, volevo andarmene da Berlino. Fuga. Questo accadde a settembre inoltrato. Alla fine di agosto ero stato con Ibby alla prima dell'Opera da tre soldi. Un'esecuzione raffinata, freddamente calcolata. L'espressione pi fedele di quella Berlino. La gente si applaudiva, si riconosceva, si piaceva. Prima la mia pancia, poi la mia morale, nessuno degli spettatori avrebbe potuto dirlo meglio, un verso che fu preso alla lettera. Adesso che era stato detto, nessun maiale avrebbe potuto sentirsi pi soddisfatto. E anche all'abolizione della pena aveva provveduto il messaggero a cavallo, su un autentico cavallo. All'autocompiacimento smaccato che trasudava da quello spettacolo pu credere soltanto chi l'ha visto con i propri occhi. Se il compito della satira fustigare l'uomo per le ingiustizie che pensa e che commette, e per le azioni malvagie che compie, le quali, crescendo e moltiplicandosi, lo fanno assomigliare a una belva, ebbene quello spettacolo esaltava al contrario tutto ci che di solito vien tenuto pudicamente nascosto; in compenso ogni forma di piet veniva irrisa nella maniera pi azzeccata ed efficace. Certo, era tutta roba di seconda mano, il sapore era appena ravvivato da qualche fresca volgarit; ma proprio quelle volgarit erano la parte autentica dello spettacolo. Non era un'opera, e neppure ci che era stata in origine, una parodia dell'opera; (*) era un'operetta - il solo elemento non falsato di tutto l'insieme. Alla forma dolciastra dell'operetta viennese, nella quale il pubblico ritrovava intatto tutto ci

che desiderava, Brecht aveva contrapposto un'altra forma di operetta, l'operetta berlinese, le cui durezze, turpitudini e banali giustificazioni erano desiderate dal pubblico non certo meno, e anzi forse di pi delle sdolcinature viennesi. La mia accompagnatrice non si era dimostrata affatto ben disposta nei confronti di quest'opera, e non fu meno sorpresa di me nel vedere gli (*) Riferimento a The Beggar's Opera [l'opera del mendicante] del poeta inglese John Gay (1685-1732), il melodramma satirico rielaborato da Brecht nell'Opera da tre soldi [N'd'T']. spettatori, che alla fine dello spettacolo si precipitarono entusiasti sul palcoscenico con una voglia tremenda di sfasciare tutto. -Romanticismo da bassifondi, fu il commento di Ibby - tutto falso . Io le fui grato, avevo la stessa sensazione e infatti adoperai anch'io la parola -falso ; tuttavia, ci che avevamo in mente erano due cose assai diverse. Lei pensava, ed era un'idea pi originale di quella dell'opera, che ognuno sarebbe stato ben contento di essere un falso mendicante come quelli l, solo che era troppo vile per proclamarlo apertamente. In tutto questo lei vedeva dunque una forma di raffinata ipocrisia, piagnistei di pronto impiego regolabili a piacere, perch tanto sul tutto vegliava una superiore autorit che lasciava a ciascuno la libert di divertirsi, sollevandolo per da ogni responsabilit. Io vedevo le cose in modo molto pi semplice: ogni spettatore sapeva benissimo di essere Mackie Messer, e ora, finalmente, aveva trovato qualcuno che lo aveva dichiarato apertamente; ma, per di pi, si sentiva approvato e ammirato per questo. Le nostre interpretazioni erano assai divergenti, ma, non toccandosi, neanche si disturbavano e anzi si confermavano a vicenda nel rifiuto. Quella fu la sera in cui mi sentii pi vicino a Ibby. Mai nulla poteva coglierla di sorpresa. La massa rumoreggiante del pubblico per lei non esisteva. Ibby non si sentiva mai inclusa in una massa. L'opinione pubblica non la prendeva neppure in considerazione; era come se non la

sentisse. Berlino pullulava di manifesti pubblicitari, ma lei, pur passandoci in mezzo, non ne era sfiorata. Non le restava impresso un solo nome di tutti quegli -articoli ; quando aveva bisogno di qualcosa per il suo uso quotidiano, non sapeva mai n come si chiamava, n dove poteva trovarlo e, per ottenere queste informazioni, era costretta a indagini avventurose in qualche grande magazzino. Osservando una manifestazione di centomila persone sfilarle sotto gli occhi, Ibby non si sentiva n attirata n respinta; le cose che diceva subito dopo non si distinguevano in nulla da quelle che aveva detto prima. Aveva guardato con attenzione, notando pi particolari concreti di qualsiasi altra persona; ma nulla di tutto ci contribuiva, connettendosi, a formare una direzione, una volont, una costrizione. In quella Berlino tutta echeggiante di violente lotte politiche, mai una volta la sentii pronunciare un giudizio politico. Forse tutto ci dipendeva dal fatto che Ibby era incapace di ripetere le cose che dicevano gli altri. I giornali non li leggeva, e neanche le riviste. Se per caso la vedevo con in mano una rivista, sapevo perch: vi era stampata una delle sue poesie, e lei voleva mostrarmela. Era proprio cos, non mi sbagliavo mai, e quando le domandavo che cos'altro c'era in quel fascicolo, mi diceva, scuotendo il capo, che non ne aveva la pi pallida idea. Spesso questo suo atteggiamento mi dava fastidio e la accusavo di amare troppo se stessa. Si comportava come se al mondo non esistesse che lei. Ma questo rimprovero era ingiusto, perch Ibby era attenta alle persone - a tutti i tipi di persone - pi di chiunque altro. Per me era un vero mistero che non si lasciasse mai trascinare dalla massa; tuttavia, alla prima dell'Opera da tre soldi, ci che mi piacque fu proprio l'atteggiamento che spesso avevo criticato in lei. A Berlino avevo visto molte cose che mi avevano sconcertato e confuso. Trasformate, trasposte altrove, e ormai riconoscibili soltanto per me, esse sono confluite nei libri che ho scritto in seguito. Ma a me ripugna ridurre e riportare alle sue

motivazioni originarie ci che ormai ha una sua vita autonoma. Perci ho preferito scegliere pochissime cose, di quei tre mesi passati a Berlino, e precisamente le cose che hanno conservato una fisionomia riconoscibile, e non si sono del tutto dissolte nelle vie tortuose e segrete, dalle quali prima dovrei estrarle, per poi rivestirle a nuovo. A differenza di molte persone, e in particolare di coloro che soggiacciono al fascino di una verbosa psicologia, io sono convinto che non si debba malmenare, tormentare, estorcere il ricordo, n tentare di renderlo pi seducente con apposite esche; io mi inchino dinanzi al ricordo, al ricordo di ogni uomo. Ma voglio lasciarlo intatto, cos come appartiene all'uomo, che esiste per essere libero; e non nascondo la mia ripugnanza per coloro che si arrogano l'arbitrio di sottoporre il ricordo a una serie di interventi chirurgici che alla fine lo fanno assomigliare ai ricordi di tutti gli altri. Che si facciano pure operare il naso, le labbra, le orecchie, la pelle, i capelli, se proprio ci tengono; che si facciano mettere degli occhi di un altro colore, se cos dev'essere, e magari un altro cuore, che batta un annetto di pi; che tocchino, smussino, liscino, livellino tutto; ma il ricordo, per favore, lo lascino in pace. Dopo questa professione di fede, parler di ci che ho ancora ben chiaro davanti agli occhi, evitando anche in seguito di indagare le zone in penombra. Quando l'epoca, grazie al suo comune denominatore, L'opera da tre soldi, riconobbe se stessa nella gioia di riempirsi la pancia prima di pensare alla morale, e quando si avvent avidamente su quella parola d'ordine di comodo, che tutte le forze in campo potevano sottoscrivere, solo allora la mia resistenza cominci a organizzarsi. Fino a quel momento, la tentazione di restare a Berlino era diventata per me ogni giorno pi forte. Mi muovevo in un caos, ma un caos che appariva inesauribile. Ogni giorno giungeva a Berlino qualcosa di nuovo a cacciar via il vecchio, che a sua volta era stato nuovo tre giorni prima. Le cose fluttuavano in mezzo al caos come cadaveri, e in compenso gli

uomini si trasformavano in cose. La chiamarono -Nuova Oggettivit . Dopo le lunghe grida disperate dell'espressionismo, non poteva che essere cos. Eppure la gente, malgrado tutto, sia che continuasse a gridare, sia che fosse gi diventata -oggetto , riusciva a passarsela piuttosto bene. I nuovi arrivati, purch dopo qualche settimana riuscissero a dissimulare il proprio smarrimento e a farsi notare come persone lucide e argute, venivano subito considerati utilizzabili e ricevevano buone offerte che avrebbero dovuto allettarli a restare. Ogni novit era buona, non foss'altro perch non sarebbe rimasta tale per molto tempo. Tutto ci che era nuovo veniva accolto a braccia aperte, ma intanto la gente gi si guardava intorno alla ricerca di altre novit, perch l'esistenza e il rigoglio di quell'epoca, a suo modo davvero grande, dipendeva dal fatto che le novit si susseguivano ininterrottamente. Ancora non eri nessuno, ma venivi utilizzato lo stesso; ti muovevi quasi sempre in mezzo a gente che poco prima, a sua volta, era stata nuova. -Vecchio residente era considerato chi esercitava una professione -decorosa , e la pi decorosa di tutte era pur sempre - e non soltanto ai miei occhi - la professione medica. D blin e Benn, per esempio, non erano certo personaggi qualunque. Il loro lavoro li sottraeva alla routine della continua autoesibizione. Li vidi entrambi, ma di rado e di sfuggita, sicch non potrei dire nulla di significativo sul loro conto. A maggior ragione ero colpito dal modo in cui la gente ne parlava. Brecht, che non dava mai credito a nessuno, nominava D blin con il massimo rispetto. Le rare volte in cui lo vidi incerto su qualcosa, sentii che diceva: -Di questo dovr parlare con D blin , come se D blin fosse il saggio a cui egli era solito rivolgersi per avere un consiglio. Benn, che trovava piacevole la compagnia di Ibby, era l'unico uomo che non la molestasse. Ibby mi regal un biglietto che Benn le aveva mandato; egli le augurava per l'anno nuovo -tutte le cose che una bella e giovane donna pu desiderare dalla vita , enumerandole una per una. Non

c'era nulla, su quel biglietto, a cui Ibby avesse pensato anche una sola volta. Benn si era fatto un'idea di Ibby basandosi sulle apparenze, e a quella impressione si era attenuto. Il biglietto, che con Ibby non aveva niente a che vedere, proprio per questo sembrava vergato da uno scrittore assai vigoroso e sicuro delle proprie sensazioni. In quanto -nuovo sarei potuto rimanere a Berlino e, dal punto di vista del successo esteriore, sono sicuro che le cose non mi sarebbero affatto andate male. Una certa magnanimit faceva parte integrante di quell'ingranaggio. E non era cos facile dire di no, quando si era incoraggiati a restare con tanta cordiale insistenza. La mia, inoltre, era una posizione del tutto anomala; non soltanto potevo incontrare liberamente chiunque desiderassi, ma, attraverso i racconti di Ibby, ero informato su ogni persona in una maniera particolarissima, del tutto inattingibile a chiunque altro. Ibby conosceva la gente nei suoi aspetti pi ridicoli; il suo sguardo era spietato, ma preciso; nei suoi racconti non c'era mai nulla di falso o di approssimativo: ci che non vedeva coi suoi occhi e non sentiva con le sue orecchie per lei non esisteva. Ibby era un testimone oculare assai ricercato, che aveva da dire pi cose di chiunque altro, perch il sottrarsi era una parte davvero essenziale del suo modo di vivere. Nelle settimane dopo la -prima , quando l'impulso a salvare me stesso da quel mondo cominci ad articolarsi, mi consigliai con Ibby. Dovevo tornare a Vienna, le dissi, per dare gli esami, e poi in primavera mi sarei laureato. Questa era sempre stata la mia idea. Poi, nell'estate successiva, sarei potuto ritornare a Berlino, e chiss, avrei preso forse una decisione diversa, non potevo saperlo, dipendeva da come mi sarei sentito. Ibby, che non era affatto sentimentale, disse: -Tu non ti legherai mai. Non puoi legarti. Io e te siamo fatti allo stesso modo, anche a me con l'amore succede cos . Ibby intendeva dire che lei non si lasciava imporre nulla da nessuno; n con le chiacchiere, n con le lusinghe, n

con la forza. E inoltre trovava un ottima idea che io pensassi agli esami. -E' qui che ti vogliono, tutti questi artisti! Rompersi la testa per quattro anni in laboratorio e poi non dare la tesi, la troverebbero una vera pazzia. Non proprio il caso! . Di poesie era ben fornita, gliene avevo tradotte in tedesco un numero notevole, pi di quante gliene sarebbero servite nel corso di un anno. L'uomo delle sigarette, quello che aveva ascoltato la nostra conversazione sulle sue poesie, le aveva messo a disposizione una rendita mensile per tutto l'anno, e Ibby aveva gi ricevuto la seconda rata accompagnata da un biglietto cortese e rispettoso. Ibby mi facilit le cose esattamente nel modo che da lei mi aspettavo. Non eravamo amanti, non ci eravamo mai baciati; ma fra noi erano presenti, quasi in carne e ossa, tutte le persone delle quali avevamo parlato, una foresta che continuava a crescere, che non poteva esaurirsi, n da parte sua, n da parte mia. Le lettere non erano il suo forte, e neanche il mio; lei, certamente, mi scrisse, e talvolta le scrissi anch'io; ma era ben povera cosa, senza vederla e senza udire i suoi racconti. Tre settimane dopo la -prima , il ricevimento nella sua casa vuota rappresent per me uno shock che distrusse l'incanto delle sue storielle. Cominciai a vergognarmi di ci che sentivo raccontare da lei sulle altre persone. Mi accorsi che era Ibby a provocare negli uomini un certo tipo di reazioni, al solo scopo di potermele raccontare. Quando, alla fine, compresi che le sue storie erano cos fresche, originali e precise perch lei stessa allettava gli uomini, suscitando in loro i comportamenti ridicoli di cui aveva bisogno per i suoi racconti - quando mi accorsi, insomma, che Ibby dirigeva le voci che io non mi saziavo di ascoltare; quando, alla fine, confessai a me stesso che non avevo mai sentito dalla sua bocca, neppure una volta sola, una frase benevola su qualcuno, non foss'altro perch sarebbe risultata noiosa, ad un tratto cominciai a provare antipatia per lei, e barattai volentieri i suoi discorsi

sfottenti con il silenzio di Babel. Nelle ultime due settimane passate a Berlino vidi Babel ogni giorno. Poich lo vedevo da solo, mi sentivo pi libero, e credo che anche lui preferisse cos. Da Babel ho imparato che possiamo guardare un uomo per un pezzo e tuttavia non saper nulla di lui; che solo dopo molto tempo - solo quando l'abbiamo perso di vistasi capisce se sappiamo davvero qualche cosa di un uomo; e che, anche senza sapere nulla, possiamo benissimo tenere a mente le cose che vediamo e sentiamo; che le cose riposano in noi, intatte e incontaminate, fintanto che non ne abusiamo per divertire gli altri. Da Babel ho imparato anche un'altra cosa, che, dopo la scuola della -Fakkel , alla quale ero andato per tanto tempo, mi sembrava forse ancora pi importante: quanto sia meschino trinciare giudizi e condanne per il puro gusto di farlo. Mi fu dato di conoscere il suo modo di guardare gli uomini: a lungo, il pi a lungo possibile, senza dire una sillaba su ci che aveva visto; ho conosciuto la sua lentezza, il suo riserbo, il suo mutismo; ma anche l'importanza che egli assegnava a tutto ci che si offriva al suo sguardo, perch Babel guardava con avidit instancabile, la sua unica forma di avidit. Anch'io ero avido, ma la mia avidit era ancora rozza, e non del tutto sicura della propria legittimazione. Forse ci siamo incontrati in una parola che non abbiamo mai pronunciato mentre eravamo insieme, e che ora mi torna in mente di continuo, quando penso a lui. La parola apprendere. Della dignit dell'apprendere Babel era pervaso, non meno di me. Sia il suo spirito che il mio erano stati destati da un apprendimento precoce, e da un rispetto smisurato per ogni forma di apprendimento. Ma il suo apprendere era gi tutto rivolto agli uomini. Babel non aveva bisogno di un pretesto - quello di ampliare le sue conoscenze - n di una necessit, di uno scopo, di un proposito qualsiasi per studiare gli uomini. Anch'io, in quel periodo, cominciai a interessarmi davvero agli uomini e, da allora, ho passato la maggior parte della mia vita a cercare di comprenderli. Ma a quell'epoca avevo ancora bisogno di dire a me stesso che lo facevo

soltanto per allargare le mie conoscenze. A un certo punto, per, tutti i pretesti si sbriciolavano, tranne uno solo, l'attesa: volevo che tutti gli uomini, me compreso, diventassero migliori, e per questo su ciascuno di loro dovevo essere informato con assoluta precisione. Babel, con la sua immensa esperienza, bench avesse soltanto undici anni pi di me, aveva superato da un pezzo questo punto di vista: il desiderio che gli uomini diventassero migliori non serviva da pretesto alla sua sete di conoscenza. Sentivo che, bench in Babel questo desiderio fosse non meno insaziabile che in me, esso non lo induceva mai ad autoingannarsi. Le cose che Babel cercava di conoscere sugli uomini erano indipendenti dalla gioia, dal tormento o dalla desolazione che questo poteva dargli: studiare gli uomini gli era necessario. Parte quinta: Il frutto del fuoco (Vienna 1929-1931). Il padiglione dei pazzi. Nel settembre 1929, quando ritornai a Vienna dopo un secondo soggiorno a Berlino, ebbe inizio finalmente quella che io chiamavo la vita -necessaria , una vita, cio, determinata dalle proprie intime necessit. Con la chimica avevo chiuso, a giugno mi ero laureato, concludendo degli studi che mi erano serviti a rinviare le decisioni, e dei quali, per il resto, non mi era mai importato nulla. Il problema della sussistenza era risolto: avevo un contratto di traduzione per due libri americani, con una scadenza che potevo rispettare lavorando quattro o cinque ore al giorno. La prospettiva di ulteriori traduzioni non mancava. Dato che il lavoro era ben pagato - conducevo una vita assai modesta nella Hagenberggasse - avevo davanti a me due o tre anni di libert. La traduzione mi riusciva facile, ed era un lavoro che avevo preso sul serio, in quanto mi dava da vivere; il contenuto di quei libri, per, mi toccava solo superficialmente, e di quando in quando mi sorprendevo, durante il lavoro, a pensare a tutt'altro, cio ai fatti miei. Con la decisione di staccarmi da Berlino mi ero procurato, certo, una calma esteriore; ma il ritorno a

Vienna non fu affatto un idillio. Ero pieno di domande e di chimere, di dubbi, di cattivi presagi, di timori di un'imminente catastrofe, ma ero anche animato da una volont tenacissima di orizzontarmi, di isolare le singole cose, di accertare la loro direzione e farmene, in questo modo, un'idea chiara. Nulla di tutto ci che avevo visto nei due periodi trascorsi a Berlino si lasciava mettere da parte. Di giorno e di notte, veniva a galla tutto quanto, senza regola, senza senso, cos almeno mi sembrava, assillandomi in forme diverse, proprio come i diavoli di Gr newald, la cui pala d'altare avevo appeso, nelle riproduzioni dei suoi particolari, alle pareti della mia stanza. Era chiaro che da quella esperienza avevo assorbito pi di quanto io stesso volessi ammettere. L'espressione alla moda, -rimuovere , non sembrava fatta per me. Nulla era stato rimosso, tutto era presente, sempre, contemporaneamente, e con tanta nitidezza che sembrava di poterlo toccare con mano. Ci che prima emergeva davanti a me, a ondate, e poi veniva spinto via da altre ondate, era l'effetto di una marea sulla quale non avevo alcun potere. Avevo la sensazione continua della vastit e della ricchezza di quel mare, ribollente di mostri che riconoscevo uno per uno. La cosa spaventosa era che ognuno di quei mostri aveva il suo volto, mi guardava, apriva la bocca, diceva qualcosa o almeno voleva dirla. Le visioni deformi che mi assillavano erano premeditate, rispondevano a un'intenzione precisa, mi trascinavano nel loro tormento, avevano bisogno di me, mi sentivo costretto a mettermi a loro disposizione. Ma, appena avevo trovato la forza per farlo, quelle visioni erano cacciate via da altre visioni, che m'investivano con pretese non minori. E poi, di nuovo, tutto ritornava, ma niente si fermava abbastanza a lungo da lasciarsi afferrare e decifrare. Invano allungavo le braccia e le mani, troppe cose mi assillavano da ogni parte, dominarle era impossibile, mi sentivo perduto. In realt, pensavo, non era affatto una sfortuna che nulla di ci che avevo vissuto nelle settimane

berlinesi si fosse inaridito, che tutto si fosse conservato intatto. Avrei potuto metterlo sulla carta, e ne sarebbe risultata una cronaca colorita, e forse non priva d'interesse. Sarei in grado di metterlo sulla carta anche oggi, tanto a lungo si conservato. Ma una pura cronaca mai e poi mai sarebbe riuscita a cogliere l'essenziale: la minaccia di cui quell'esperienza era carica, le direzioni contrapposte verso le quali mi tirava. Perch l'uomo unico, unitario, che aveva accolto tutte quelle esperienze e che ora, apparentemente, le conteneva in s, altro non era che un'immagine illusoria. Ci che egli conteneva in s era mutato, perch veniva custodito insieme ad altro. La tendenza vera delle cose era una tendenza centrifuga, esse cercavano di staccarsi il pi rapidamente possibile le une dalle altre, puntando in direzioni opposte. La realt non era nel centro, con le briglie in mano, a tenere insieme il tutto, esistevano solo, ormai, molte realt, tutte all'esterno. Erano realt lontanissime tra loro, prive di collegamenti reciproci, chi cercava di conciliarle era un falsario. Molto lontano, al limite estremo di un cerchio, quasi ai confini del mondo, stavano, come duri cristalli, le nuove realt verso le quali mi avviavo. Bisognava che le puntassi come riflettori verso l'interno, sul nostro mondo, per poterlo scandagliare con la loro luce. Queste realt erano il vero strumento della conoscenza: grazie ad esse avrei potuto penetrare il caos da cui mi sentivo invaso. Se quei riflettori non erano troppo pochi, se erano stati concepiti nella giusta maniera, il caos si sarebbe lasciato scomporre nei suoi elementi. Nulla doveva essere trascurato, nulla doveva esser lasciato cadere, i soliti trucchi per armonizzare il tutto facevano ribrezzo, nessuno escluso. Chi ancora si credeva nel migliore dei mondi possibili, che continuasse pure a tenere gli occhi chiusi, seguitando ad appagarsi dei suoi ciechi entusiasmi: la conoscenza di ci che ci stava dinanzi non gli era certo indispensabile. Poich tutto ci che avevo visto era stato possibile contemporaneamente,

dovevo trovare una forma che contenesse quel tutto senza impoverirlo. Descrivere gli uomini e i loro comportamenti cos come mi si erano presentati, senza parlare al tempo stesso di ci che sarebbero diventati in seguito, sarebbe stato, per l'appunto, un impoverimento. La potenzialit delle cose, che affiorava ogniqualvolta mi confrontavo con il nuovo, e restava inespressa, bench la avvertissi con grandissima intensit, quella potenzialit andava completamente perduta proprio nelle descrizioni che si consideravano -precise . In realt tutto aveva una certa direzione, tutto tendeva a sopraffare il resto, l'espansione era una propriet essenziale degli uomini e delle cose; ma per riuscire a capire almeno in parte questo processo, le cose bisognava isolarle una per una. Era un po' come doversi districare in una foresta vergine, dove tutto cresceva in un confuso groviglio, era come se ogni virgulto bisognasse separarlo da tutti gli altri, ma senza danneggiarlo o sradicarlo, per poterlo poi osservare intensamente da solo, lasciando che continuasse a crescere senza mai pi perderlo di vista. Con il ritorno in un ambiente le cui caratteristiche principali erano la quiete e la moderazione, ci che avevo portato con me, la mia esperienza vissuta, divent pi che mai invadente. Avevo un bel cercare di placarmi e limitarmi, l'esperienza vissuta non mi dava pace. Provavo con lunghe passeggiate, prive di particolari sorprese. Percorrevo la lunga strada di Auhof, da Hacking a Hietzing e ritorno, costringendomi a non camminare troppo in fretta. Cos pensavo di abituarmi a un ritmo diverso. Qui non c'era nulla che a ogni angolo di strada mi cogliesse alla sprovvista; costeggiando quelle case basse e a un solo piano, mi sembrava di percorrere una strada di periferia del secolo passato. Cominciavo a camminare piano piano, non mi ponevo una meta precisa, non pensavo a un locale nel quale avrei voluto fermarmi, sia pure soltanto per il piacere di scrivere. Durante il cammino nulla doveva indurmi a girare la testa di colpo a destra o a sinistra, non dovevo avere davanti agli occhi un ballo di san Vito,

niente suoni striduli e penetranti ma un viandante della preistoria: questo volevo essere, una creatura che non ha nulla da cui scappare, nulla verso cui accorrere, che non scantona, non inciampa, non urta, non spinge, che non deve per forza trovarsi in un posto o in un altro, che ha tempo, tempo libero, e che, soprattutto, non si sogna neanche di avere un orologio. Ma, quanto pi perfetto era il vuoto che mi ero fatto intorno, quanto pi cominciavo a camminare leggero e disinvolto, tanto pi irresistibile arrivava l'aggressione: un pugno sugli occhi, una pietra in testa; irresistibile, perch veniva da dentro. Una figura del tempo al quale cercavo di sfuggire non mi lasciava pi, ed era una figura che non conoscevo. Era appena nata, e, bench sapessi di dove veniva - la sua caratteristica era l'invadenza -, bench si impadronisse senza piet di tutto quello che avevo dentro, per me era una figura completamente nuova. Non l'avevo mai incontrata, lo sbigottimento iniziale diventava terrore, mi saltava addosso, accoccolandosi sulle mie spalle mi incrociava le gambe sul petto, e poi mi dirigeva, alla velocit voluta, dove pi le piaceva. Io mi ritrovavo, senza fiato, sulla strada di Auhof, una strada che avevo scelto perch era inoffensiva e senza vita, a fuggire come un invasato, con il pericolo, al quale non potevo sottrarmi, accoccolato sulle spalle. Ero terrorizzato; eppure sapevo che mi stava succedendo l'unica cosa che avrebbe potuto salvarmi dal caos che mi ero portato dietro. La salvezza fu che si trattava di una figura dai contorni ben definiti, che andava avanti senza fermarsi, radunando le cose disperse e prive di senso e dando ad esse un corpo. Era un corpo terrificante, ma vivo. Mi minacciava, ma seguiva una direzione. Sapevo a che cosa mirava; mi incuteva un terrore del quale non riuscivo mai a liberarmi del tutto, per eccitava anche la mia curiosit. Che cosa sar capace di fare? Dove vuole andare a parare? Per quanto tempo durer? A un certo punto dovr scomparire? Appena cominciano a definirsi i contorni di una simile figura, il rapporto si inverte e non pi tanto sicuro chi

dei due possieda l'altro trascinandolo dove meglio crede. Quando correvo in quello stato avanti e indietro per un bel po', ripercorrendo sempre pi furiosamente lo stesso cammino, finivo per fermarmi in un locale qualsiasi, dove ero stato sbattuto, e l mi mettevo a sedere. Quaderno e matita erano subito pronti, e cominciavano le annotazioni; ci che mi era accaduto durante quel moto si convertiva in parole scritte. Come descrivere quello stato di annotazione continua? All'inizio mancava ogni nesso. Annotavo alla rinfusa. Un'articolazione, qualcosa che potesse essere definito l'inizio di un ordine cominci con la suddivisione in personaggi. L'attivit prevalente alla quale mi dedicavo era un iroso tentativo di distogliere lo sguardo da me stesso mediante una metamorfosi. Abbozzai dei personaggi che avevano un modo personalissimo di vedere le cose, che non potevano pi darsi da fare a casaccio, e anzi incanalavano tutti i loro sentimenti e tutti i loro pensieri in una direzione ben precisa: alcuni di questi personaggi ritornavano spesso, altri sparirono dopo i primi tentativi. Esitavo a dar loro dei nomi, non erano individui qualsiasi, come questo o quell'altro che conoscevo, ognuno di essi era inventato a partire dal suo intento principale, da ci che lo spingeva innanzi senza posa, lontano dagli altri. Ogni personaggio doveva avere una visione tutta sua delle cose, e quella visione, che dominava il suo mondo, non era paragonabile alla visione di nessun altro. Bisognava che tutto combaciasse con quel punto di vista. Il rigore con cui tutto il resto era escluso dal mondo del personaggio era forse la cosa a cui tenevo di pi. Era un laccio che avevo estratto da una matassa aggrovigliata, e volevo che fosse puro, indimenticabile. Doveva imprimersi nella memoria come un don Chisciotte. Doveva pensare e dire delle cose che nessun altro individuo avrebbe mai potuto n pensare n dire. Doveva impersonare a tal punto un aspetto del mondo, che il mondo senza di lui sarebbe stato pi povero, ma non solo pi povero, anche pi falso. Uno di loro era l'Uomo della Verit, colui che aveva gustato fino

all'ultima goccia tutte le gioie e tutti i dolori della verit; ma tutti loro avevano a che fare con una particolare specie della verit: quella della coerenza con se stessi. Alcuni, non molti, scomparvero; ne rimasero in vita otto, che mi avvinsero senza tregua per un anno intero. Ognuno era indicato con una lettera maiuscola, l'iniziale dell'intento o della qualit che lo dominava. Dell'Uomo della Verit ho gi parlato. V' era il Visionario, che voleva lasciare la terra e raggiungere gli spazi interplanetari; tutti i suoi pensieri erano diretti a questo scopo, andarsene dalla terra, la sua indomita sete di scoprire cose nuove si nutriva dell'avversione per tutto ci che gli toccava vedere quaggi. La sua sete di nuovo e d'inaudito si nutriva del disgusto per l'-al di qua . - C'era R', il fanatico Religioso e C', il Collezionista. C'era lo Scialacquatore e il Nemico della Morte. C'era anche A', l'Attore, che poteva vivere soltanto in perenne, rapida metamorfosi, e poi l'Uomo dei Libri. Bastava che una di queste iniziali fosse scritta in cima a una pagina, perch io mi sentissi incanalato e mi lanciassi con furore in quell'unica direzione. La massa infinita di cose che avevo dentro di me cominciava a selezionarsi, a separarsi nei suoi elementi. Avevo a che fare - ho gi usato questa parola - con dei cristalli, e quei cristalli dovevo isolarli da un informe garbuglio. Non ero ancora riuscito a tenere nulla sotto controllo, nulla di tutto ci che, dopo Berlino, mi aveva riempito di orrore e di sinistri presagi. Che poteva mai venirne fuori, se non un incendio spaventoso? Sentivo la spietatezza di quella vita: le cose scorrevano l'una accanto all'altra, senza mai veramente affrontarsi. Saltava agli occhi che non soltanto nessuno capiva l'altro, ma che nessuno voleva capirlo. Cercai di venire a capo del problema costruendo dei lacci, pochi lacci ben individuati che legavo ad alcuni individui, e fu allora che nacque qualcosa che assomigliava a un principio di chiarezza nella massa del vissuto. Scrivevo ora su questo ora su quel personaggio, senza una regola

riconoscibile, a seconda dell'impulso che mi assaliva, talvolta lavoravo perfino a due lacci diversi nello stesso giorno, attenendomi tuttavia strettamente ai limiti di ciascuno, che in effetti non furono mai oltrepassati. La linearit dei personaggi, i loro limiti intrinseci, l'impeto che li sospingeva in un'unica direzione ciascuno di questi uomini era una specie di missile vivente -, le loro incessanti reazioni a un ambiente mutevole, la lingua di cui si servivano in maniera inconfondibile (comprensibile, s, ma diversa da quella di chiunque altro), il fatto che fossero fatti soltanto di quel loro limite e, all'interno di esso, di pensieri audaci e sorprendenti che esprimevano in quella loro lingua nulla di tutto ci che ne dico, cos in generale, pu dare di essi un'idea precisa e convincente. Un anno intero fu riempito dagli abbozzi su questi otto personaggi, e fu l'anno pi ricco, ma anche pi dissipato di tutta la mia vita. Avevo la sensazione di avere a che fare con una -Comdie humaine , e siccome si trattava di personaggi estremi, chiusi ermeticamente gli uni verso gli altri, la chiamai la -Comdie humaine dei folli . Quando scrivevo in casa (non scrivevo solo durante le mie passeggiate) avevo davanti agli occhi i padiglioni dei pazzi dello Steinhof. Pensai a coloro che vi erano rinchiusi e li misi in relazione con i miei personaggi. La muraglia che circondava lo Steinhof divenne la muraglia della mia impresa. Scelsi il padiglione che vedevo pi distintamente e l mi immaginai una corsia, nella quale i miei personaggi, alla fine, si sarebbero ritrovati. A nessuno pensavo di riservare come fine la morte. Nell'anno degli abbozzi era andato crescendo sempre pi il mio rispetto per gli uomini che si erano a tal punto allontanati dai propri simili da essere ritenuti pazzi, e perci mi mancava il coraggio di uccidere i miei personaggi, foss'anche uno solo. Nessuno di essi era arrivato al punto in cui io potessi prevederne la fine. Ma la morte, come fine, la escludevo a priori, li vedevo tutti insieme nella

corsia del padiglione che avevo scelto per loro. La loro esperienza, che sentivo preziosa e unica nel suo genere, doveva conservarsi laggi. Come conclusione intravedevo questo: si sarebbero messi a parlare fra loro. Ciascuno, dalla propria segregazione, avrebbe trovato qualcosa da dire agli altri, e quelle frasi, nella loro stranezza, avrebbero avuto un significato inaudito. Mi sembrava una degradazione per loro, pensare alla guarigione. Nessuno di essi doveva ritornare alle ore insignificanti di una normale vita quotidiana. Adattarli a noi sarebbe stato sminuirli, e questo non lo volevo: le loro esperienze, cos uniche e irripetibili, mi erano troppo preziose. Un grande, inesauribile valore attribuivo invece alle loro relazioni reciproche. Se i detentori di quelle lingue a senso unico avessero trovato qualcosa da dirsi, qualcosa che per loro avesse un senso, allora anche noi comuni mortali, cui era preclusa la dignit della follia, avremmo potuto ancora sperare. Questo era l'aspetto utopistico del mio progetto; e, bench nella citt dello Steinhof l'avessi sempre presente, per cos dire in carne ed ossa, dal punto di vista temporale esso era ancora lontano, anzi lontanissimo. I personaggi stavano ancora prendendo forma e i loro destini erano cos vari, che tutto era ancora possibile, qualsiasi colpo di scena. Una fine irrevocabile, per, la escludevo: era come se avessi dato al personaggio per me pi assillante, il Nemico della Morte, il potere di disporre della vita degli altri. Qualunque fosse stata la loro sorte, sarebbero rimasti in vita. Dalla mia finestra avrei guardato verso di loro, nel loro padiglione, e ora l'uno ora l'altro si sarebbe mostrato alla sua finestra, chiusa dall'inferriata, e mi avrebbe fatto un cenno. L'ammansimento. A Hacking, proprio accanto al ponticello sulla Wien, frequentavo un piccolo caff che restava aperto fino a tarda ora. Una notte fui colpito da un giovane seduto in mezzo a un gruppo di persone che non sembravano adatte a lui. Era alto, con un viso luminoso e occhi chiarissimi. Beveva e parlava

volentieri, ma al suo tavolo l'animazione era forse eccessiva, volavano insulti e improvvise esplosioni di collera che non lo sfioravano. Lo riconobbi da una fotografia che avevo visto, era Albert Seel, autore di una casa editrice berlinese; dopo esser stato prigioniero in Russia, Seel aveva scritto un libro sulla propria esperienza; io il libro non l'avevo letto, mi era rimasto in mente soltanto il titolo, nel quale compariva la parola Siberia. Essendo seduto al tavolo accanto al suo, gli domandai senza imbarazzo, da tavolo a tavolo, se era veramente Albert Seel; egli, sempre raggiante, ma con un certo impaccio, disse di s. Poi m'invit a sedermi al suo tavolo e mi present i suoi amici. Ricordo i nomi Mandi e Poldi, gli altri li ho dimenticati. Mi presentai come studente e traduttore, anche se studente non ero pi, suscitando una sonora risata fra i compagni di Seel. Costoro mi osservavano in un modo che per me era del tutto nuovo, come se avessero grandi progetti su di me e dovessero esaminarmi per vedere se ero il tipo adatto. Intellettuali non erano, parlavano un linguaggio primitivo, rozzo e violento, giustificandosi con me a ogni frase, come se li avessi criticati. Non li conoscevo per niente, non avevo idea di chi fossero, ma il fatto che fra loro si trovasse uno scrittore, sia pure tutt'altro che famoso, m'ispirava fiducia: da quando ero tornato a Vienna, qualche mese prima, non avevo pi incontrato un solo scrittore. Davanti a loro non provai n diffidenza n paura; notai per la loro insicurezza davanti a me, e rimasi meravigliato dal grande valore che attribuivano alla propria forza fisica. Seel parlava rivolgendosi al vino che aveva davanti a s, e presto non reag pi ai miei tentativi di portare il discorso su temi letterari. -Ogni cosa a suo tempo disse, scacciando via le mie domande come mosche importune. -Quando sono con i miei amici voglio divertirmi . Ma forse evitava i discorsi letterari per una specie di tatto, dal momento che i suoi amici non sarebbero stati certo in grado di seguirli. Presto, dunque, mi accontentai di ascoltare quel che

dicevano gli altri, e non mi ci volle molto a capire che parlavano di -prodezze della cui natura, peraltro, non riuscivo a farmi un'idea esatta. Soprattutto Poldi, il pi alto e il pi forte di tutti, amava vantarsi di aver messo fuori combattimento questo o quell'altro con il suo pugno enorme. In fatto di pugni non c'era mai nessuno che osasse affrontarlo. Mandi, il pi piccolo, con il suo viso da scimmia e il suo aspetto straordinariamente agile e snodato, raccont con grande vivacit come, poco prima, fosse riuscito ad aizzare i cani di una villa. Non sapevo perch mai avesse dovuto aizzare quei cani, e stavo ad ascoltarlo con l'ingenuit di un neonato, quando Poldi, di punto in bianco, mi diede una gran pacca sul petto con la sua manaccia e mi domand se conoscevo la villa nella quale volevano entrare - salt fuori che era la casa della contessa, la -giumenta della latteria. Mi venne voglia di fare uno scherzo e risposi, come se si fosse trattato di un tentativo di effrazione, che avevano scelto la casa sbagliata: dal -conte non c'era niente da rubare. Mi presi una seconda pacca sul petto, ancora pi forte, e Poldi mi disse, con un tono tra il minaccioso e il beffardo: che cosa mi saltava in mente, non si sarebbero certo sognati di andare a rubare da quella gente! Proprio a Hacking, dove tutti li conoscevano! Non erano mica cos stupidi, al Mandi piaceva spararle grosse. Mi resi conto che scherzando avevo detto qualcosa di inopportuno, e pur senza capire il motivo della reazione irritata di Poldi, ammutolii di colpo. La conversazione prosegu in toni piuttosto grevi, e a voce sempre pi alta. Il tavolo intorno al quale, oltre a me, non sedevano pi di cinque o sei persone era il pi animato del locale, frequentato di solito da gente piuttosto silenziosa e amante della solitudine: qualche vecchio pensionato, due o tre coppiette, mai compagnie numerose. Quella sera, per, il locale mi sembr particolarmente silenzioso, come se nessuno si azzardasse a far chiasso, per non mettersi in competizione su quel terreno con il nostro tavolo. Il signor Bieber, il proprietario, che era in piedi dietro il suo banco - dal

mio posto potevo vederlo bene sembrava irritato. Di solito aveva sempre qualcosa da fare, non lo vedevo mai con le mani in mano, ma quella sera era diritto, immobile, e guardava sempre dalla mia parte; avevo persino l'impressione che ammiccasse discretamente, ma non ne ero sicuro. Al nostro tavolo l'atmosfera si faceva sempre pi minacciosa. Poldi e Mandi cominciarono a litigare e a insultarsi, con espressioni che persino in quel luogo mi colpivano per la loro trivialit. Seel, immutabilmente raggiante, cercava di mettere pace, accennando a me, come se io da quel litigio potessi farmi una cattiva opinione della loro compagnia. La cosa sort un certo effetto, nel senso che i due contendenti si riconciliarono e, in compenso, cominciarono entrambi a guardarmi con aria torva. Seel disse che era tempo di andare a casa, il locale stava chiudendo; ma i suoi amici rimasero seduti; io, invece, mi alzai, e certo era questo che Seel voleva ottenere; stava cercando di proteggermi dai suoi compagni, dato che l'atmosfera diventava sempre pi truce. Mi alzai, dunque, e mentre salutavo un po' del mio stupore davanti a quella gente, che per me era del tutto nuova, si trasform probabilmente in cordialit, tant' che Poldi mi disse: -Io sono sempre qui . Mandi, che aveva un'aria assai pi perfida, aggiunse: -Venga a trovarci! Uno studente pu sempre farci comodo! . Andai al banco per pagare, e il signor Bieber mi accolse con voce sepolcrale e soffocata; non l'avevo mai sentito parlare in un tono cos cupo, e men che mai sussurrando. -Per amor di Dio, dottore, faccia attenzione, brutta gente, quella. Non si sieda pi al loro tavolo! . Aveva paura, il suo avvertimento poteva insospettire la tavolata laggi, perci, parlandomi in un sussurro, sorrideva ostentatamente. Io risposi sullo stesso tono e sussurrando a mia volta: -Ma uno scrittore, conosco un suo libro . Sembr cadere dalle nuvole. -Macch scrittore, viene sempre con quella gente e gli d man forte . Nelle sue frasi c'era come un tremito, davvero aveva paura per me, ma anche per se stesso, perch, come mi disse il

mattino dopo durante un lungo colloquio che ebbi con lui, essendo tornato da solo nel locale, i miei nuovi conoscenti erano una famigerata banda di scassinatori. Tutti erano gi stati in prigione pi di una volta. Il Mandi, che si arrampicava come un gatto, l'avevano appena rilasciato; prima era stato in carcere con Poldi, ma poi i due erano stati separati. Erano tutti della zona, e il signor Bieber li avrebbe cacciati volentieri dal suo locale se non fosse stato troppo rischioso. Quando gli chiesi che cosa mai avrebbero potuto farmi, non ero mica una casa, e da me, a parte i libri, non c'era niente da rubare, egli mi guard come se fossi un mentecatto: -Ma non capisce, dottore, vogliono farla cantare, vogliono sapere da lei dove possono andare a rubare. Non gli ha mica gi detto qualcosa, per caso? . -Ma se non ho la pi pallida idea di quello che pu esserci da rubare! Qui non conosco nessuno risposi. -Ma come, non abita lass, dove ci sono le ville, nella Hagenberggasse? Stia attento, per carit. La prossima volta uno di quelli l'accompagner fino alla porta di casa e le chieder informazioni su ognuna di quelle ville. Chi ci abita qui? E l chi ci sta? Non dica niente, dottore, non dica niente, per l'amor di Dio, altrimenti, se poi succede qualcosa, la colpa sua! . Non ero ancora del tutto convinto, e una sera, poco tempo dopo, ritornai in quel locale e mi sedetti accanto a un altro conoscente, un vecchio pittore, facendo finta di non aver notato la -ganga che era seduta abbastanza lontano, all'angolo opposto della sala. Quella volta erano venuti senza Seel, e non c'era neppure Mandi; notai soltanto Poldi, quando alz in alto una mano per indicare non so che. Ma doveva essere successo qualcosa, non facevano baccano, anzi parlavano a bassa voce; i fatti sembravano dar ragione a me e non alle sinistre previsioni del signor Bieber; nessuno, infatti, bad a me, non mi salutarono, e tanto meno m'invitarono al loro tavolo. Portandomi il caff, il signor Bieber disse: -Oggi non resti sino all'ora di chiusura, dottore, oggi se ne vada prima . Dal tono sembrava convinto che io avessi in mente di fare chiss che cosa a notte fonda.

Trovavo la sua sorveglianza un tantino fastidiosa, ma, per amor di pace, me ne andai via presto. Mi ero allontanato dal caff soltanto di pochi passi quando sentii sulla spalla la mano possente. -Faccio la sua stessa strada disse Poldi, che mi aveva rapidamente seguito. -Abita lass anche lei? . -No, ma debbo fare quella strada . Su quel -debbo non diede altre spiegazioni. Trovavo assai poco piacevole percorrere in sua compagnia quel viottolo buio - l'unico che portasse alla Hagenberggasse - ma non lo feci notare; domandai soltanto: -Il Seel oggi non c'era? E neppure il Mandi? . Ma non fu una frase felice; segu infatti una mostruosa imprecazione contro il Mandi, e un diluvio di episodi su quell'uomo -d'interesse (cos lo chiamava, volendo dire -interessato ) si rivers su di me. Che non osasse comparirgli mai pi davanti agli occhi, disse, non era mai riuscito a sopportarlo, preferiva addirittura Seel, che pure era un tipo con cui non si poteva andare d'accordo. Che razza di libro era quello che aveva scritto il Seel? Sulla prigionia, dissi, sulla gente che aveva conosciuto in Siberia, quando era prigioniero di guerra. -Siberia? sghignazz Poldi, dandomi una manata sulla spalla. -In Siberia quello non c' mai stato! In galera, s. Ma non in Siberia . -S, c' stato tanto tempo fa, quando era ancora molto giovane . -Certo, certo, quando era ancora in fasce, non cos? . Per farla breve, Poldi non voleva ammettere che Seel fosse stato in galera non come delinquente ma come prigioniero di guerra, e mi spieg che mentiva, mentiva sempre. Nessuno di loro gli credeva mai, qualsiasi cosa dicesse, quello era un tipo che inventava continuamente qualcosa; ma che esistesse un libro scritto da lui, questo a loro non l'aveva mai detto. Se n'era guardato bene, altrimenti avrebbero scoperto che, come al solito, erano solo bugie. Che ne pensavo, io, di un uomo che ha sempre bisogno di dir bugie? Lui non ce l'avrebbe mai fatta, lui diceva sempre la verit. Mi aspettavo che, secondo le previsioni del signor Bieber, Poldi cominciasse a interrogarmi sulle ville che incontravamo per via; ma era

talmente preso dalle bugie di Seel e dal proprio amore per la verit che non mi domand nulla. Fu la mia fortuna, perch sui proprietari di ville che interessavano a lui, anche volendo, non avrei saputo dirgli assolutamente niente. Della maggior parte di quella gente non conoscevo neppure il nome, e se, messo alle strette, fossi riuscito a farmi venire in mente qualche particolare innocuo, certo gli sarebbe sembrato insignificante o simile a una delle bugie di Seel. Arrivati vicino alla Erzbischofgasse, Poldi interruppe per un attimo i suoi sproloqui sulla sincerit. Sfruttai la pausa per indicare una casa sulla destra: -Conosce il Marek, quello che abita nella Erzbischofgasse, al numero 70, e viene portato a spasso da sua madre in carrozzella? . Non lo conosceva, e la cosa mi stup; il giovane Marek, nella sua carrozzella, si vedeva dappertutto; quando sua madre non lo portava in giro, se ne stava sdraiato al sole davanti a casa sua. Da solo o in compagnia, stava sempre coricato, non poteva camminare, non poteva muovere n le braccia n le gambe; la testa, sollevata obliquamente, era pure appoggiata, e accanto ad essa, su un cuscino, stava aperto un libro; una volta, passando, l'avevo visto tirar fuori la lingua e girare con essa una pagina del libro. Non ci avevo creduto, bench avessi visto chiaramente la scena: la lingua era lunga, a punta e di un rosso sorprendentemente vivo. Cos gli ero passato davanti di nuovo, come per caso, camminando lentamente in modo da lasciargli il tempo di leggere con attenzione una pagina intera; e infatti, quando ormai gli ero arrivato molto vicino, vidi la sua lingua schizzar fuori e girare il foglio. Da due o tre anni, ormai, ossia dal mio arrivo nella Hagenberggasse, avevo notato quel giovane; ogni volta che lo incontravo con sua madre che spingeva la carrozzella, facevo un cortese cenno del capo verso di loro, mormorando -Buon giorno ; ma da lui non avevo mai ricevuto risposta. Supponevo che parlare gli riuscisse difficile non meno che muoversi, da questo derivava il mio ritegno a intavolare una conversazione con lui.

Aveva un viso piuttosto lungo, la carnagione scura, capelli folti e grandi occhi castani che teneva fissi su di te quando gli andavi incontro; e anche dopo, quando eri passato oltre, continuavi a sentirteli addosso per un bel pezzo. Di tanto in tanto stava sdraiato al sole senza leggere, con gli occhi chiusi. E allora era bellissimo vedere come li apriva, non appena sentiva un rumore. Sembrava sensibilissimo al rumore dei passi, perch, anche quando era assopito, nessuno gli passava vicino senza che egli aprisse gli occhi. Anche se si cercava di camminare piano, per non svegliarlo, lui sentiva sempre i passi sulla ghiaia e non perdeva occasione di gettare la sua lunga occhiata sul passante. Sapevo che una volta o l'altra avrei attaccato discorso; ma, dato che speravo di abitare a lungo nella zona, non avevo fretta. Nessun'altra persona dei paraggi occupava di pi i miei pensieri. Chiedevo a tutti informazioni su di lui, e ad alcune cose che mi furono dette quasi non riuscivo a credere. Dicevano che fosse uno studente universitario di filosofia, ecco perch accanto a lui, sul cuscino c'erano sempre quei libri. Aveva un tale talento, si diceva, che alcuni professori dell'Universit di Vienna venivano fino a Hacking di loro iniziativa, per dargli lezioni private. Sciocchezze, pensai, assurdit, fino al giorno in cui, durante un pomeriggio assolato, vidi il professor Gomperz, quell'uomo alto e barbuto, con un aspetto quale io immaginavo dovessero avere i cinici greci, seduto accanto alla carrozzella del giovane Marek. Il suo corso sui Presocratici l'avevo seguito parecchio tempo prima; l'eloquio del professor Gomperz non era esaltante come il tema che trattava, ma in compenso ce la metteva tutta. Quando lo vidi sul serio, seduto davanti al giovane Marek, rivolgersi a lui con gesti ampi e lenti, mi spaventai a tal punto che cambiai strada e feci una deviazione per non passargli vicino e non doverlo salutare. Eppure sarebbe stata l'occasione migliore, e anche pi dignitosa, per conoscere finalmente il paralitico. Adesso - era passata la mezzanotte di una notte scurissima - stesi il

braccio, dalla sommit del viottolo, in direzione della casa di Marek, e domandai all'omaccione che mi accompagnava, pi alto di me di tutta la testa, se conosceva il paralitico. Poldi si stup della direzione che indicavo - a destra del viottolo. Per essere sicuro che io intendessi proprio quel punto, egli stese nella stessa direzione, con la lentezza che gli era abituale, la sua manona. -Ma l non c' niente, disse -non c' nessuna casa . E invece s, una casa c'era, una sola, il numero 70, una casa bassa, certo, a un piano solo, una casa poco appariscente, non una villa; le ville, le sole che interessassero a Poldi e di cui egli conoscesse l'esistenza, s'inerpicavano su per la collina dalla parte sinistra, formando per l'appunto la Hagenberggasse, la strada in cui io abitavo. Poldi volle sapere che cos'era quella storia del paralitico, e io mi misi a parlarne, raccontando tutto quello che ero riuscito a sapere di lui. Avevo appena incominciato, quando, ad un tratto, mi venne in mente che i due, di viso, si assomigliavano moltissimo, anche se quello di Marek era assai pi sottile, e sembrava il viso di un asceta, mentre Poldi aveva la faccia gonfia: forse mi ero accorto della somiglianza soltanto perch ora, nell'oscurit, non ci vedevo bene. Ma ricordavo benissimo Poldi da quella conversazione notturna nel caff, mi aveva colpito proprio per i suoi occhi scuri e imploranti, cos in contrasto con le sue manacce. -Vi assomigliate, dissi ora -ma solo di viso. Lui completamente paralizzato. Non pu muovere n braccia n gambe. Ma non creda che sia un tipo triste. E' coraggioso, nessuno lo penserebbe. Non pu muoversi, eppure studia. I professori vengono apposta a trovarlo nella Erzbischofgasse, per fargli lezione. E non gli chiedono un soldo. Del resto, non potrebbe pagare. Non ha soldi . -E quello assomiglia a me? domand Poldi. -S, ha i suoi stessi occhi. Proprio gli stessi occhi. Se una volta vien qui a vederlo, mi creda, le sembrer di guardarsi allo specchio . -Ma se uno sciancato! disse Poldi con un certo malumore; sentivo che

cominciava ad arrabbiarsi per quel paragone. -Non di testa, per! Di testa pi intelligente di tutti noi! Non pu andare da nessuna parte, e studia all'universit. I professori vanno a trovarlo perch possa studiare. Una cosa mai successa. Deve pur avere in testa qualcosa, altrimenti non andrebbero. Vuol proprio saperlo? Io per quel ragazzo ho una grandissima stima! Anzi, lo ammiro! . Era la prima volta che parlavo con tanto entusiasmo di Thomas Marek. E pensare che in realt neanche lo conoscevo. Ma neppure in seguito, quando diventai suo amico, avrei potuto parlare di lui con maggiore entusiasmo. Ci eravamo fermati. Da quando avevo fatto segno in direzione di quella casa non eravamo andati avanti di un passo. Poldi si rese conto soltanto a poco a poco delle reali condizioni fisiche di Thomas Marek. Un paio di volte domand se veramente non poteva muoversi da s. -Assolutamente no. Non pu fare un passo. Non pu mettersi in bocca da solo un pezzo di pane. Non pu portarsi un bicchiere alle labbra . -Ma bere, pu bere? E masticare? Pu inghiottire, pu ingoiare il cibo, almeno? . -S, s, questo s. E sa anche guardare! Lei non sa come bello da vedere, quando apre gli occhi! . -Ed uno che assomiglia a me? . -S, ma solo di viso! Come sarebbe contento, lui, se avesse le sue manacce! Pensi come sarebbe contento, se potesse accompagnare qualcuno, come lei ora accompagna me! Ma non pu farlo, non ha mai potuto! Neppure quando era ancora un ragazzino ha mai potuto farlo . -E a lei piace! Pensare che solo uno sciancato! . Ma, a quel punto, la parola -sciancato mi fece arrabbiare: dopo tutto quello che avevo detto, non avrebbe pi dovuto usarla. -Per me non uno sciancato! dissi. -Per me un uomo meraviglioso. Se lei non lo capisce mi fa solo pena. Credevo che lei capisse . Ero talmente infuriato che dimenticai a chi stavo parlando e mi misi a fare la voce grossa. Continuai con il mio peana, non la smettevo pi, non potevo smettere. Una volta esauriti i particolari concreti di cui ero a conoscenza, cominciai a inventarne di nuovi, ed ero talmente convinto di

dire il vero che Poldi continuava ad ascoltarmi, limitandosi a interrompermi, di tanto in tanto, con una sola frase, sempre la stessa: -E quello assomiglia a meDi ? . viso, ho detto; di viso le assomiglia moltissimo . E subito, era pi forte di me, riprendevo il mio racconto. Venivano in visita delle donne da lontano, soltanto per vederlo. -Si mettono davanti alla sua carrozzella, e lo guardano. Sua madre porta fuori una sedia, perch possano sedersi. Potrei giurare che sono innamorate di lui. Stanno l in attesa che lui le guardi. Lui non pu accarezzarle, non pu far niente con loro. Ma pu guardarle, con gli occhi . E tutto quello che dicevo era vero, anche se lo stavo inventando quella notte. Quando, poco tempo dopo, diventai amico di Thomas Marek, vidi con i miei occhi le donne e le ragazze che venivano a vederlo, e quello che non vidi me lo raccont lui stesso. Quella notte il mio accompagnatore ed io non facemmo insieme pi neanche un passo. Poldi era diventato sempre pi silenzioso, non us pi la parola -sciancato e dimentic che voleva accompagnarmi sino al cancello del mio giardino per dare a modo suo un'occhiata in giro. Dimentic le ville. Aveva in mente il giovane che assomigliava a lui, ma non poteva stare in piedi e neanche camminare. Gli porsi la mano, ma solo quando ebbi finito il mio peana. Egli la prese, quasi con titubanza, e non la strinse forte come faceva sempre. Si volt, e and gi per il viottolo che avevamo percorso insieme in salita. Non mi faceva pi paura. Il sostegno della famiglia. A partire da quella notte il mio imbarazzo davanti a Marek diminu di colpo. Avevo parlato talmente tanto di lui che smisi di evitarlo. Quel peana che gli avevo intonato me l'aveva reso pi familiare. E non mi era sfuggito che il mio racconto cos pieno di slancio aveva ammansito quel tipaccio che dopo la mezzanotte mi aveva accompagnato con passi pesanti su per la Erzbischofgasse. Da allora ogni interesse per Poldi e per la sua combriccola svan del tutto. Io non badavo quasi pi a loro, quando entravo in quel caff ci facevamo un cenno da lontano, ed essi non

manifestarono pi la minima curiosit nei miei confronti. Non so in quale forma fosse stato loro riferito il mio comportamento di quella notte. Comunque, quale che fosse la loro valutazione della faccenda, non mi riusc di cavare una parola di bocca dalle persone che bazzicavano quei poveri diavoli. Il loro originario interessamento, tuttavia, non si trasform in disprezzo e neppure in odio; mi lasciarono tranquillo, mi lasciarono in pace a tal punto che sentivo da parte loro quasi una lieve simpatia; tutt'altro che ostentata, certo, anzi a malapena percettibile, e tuttavia sufficiente a suscitare la disapprovazione del proprietario del caff. Che l'individuo pi robusto e intrattabile della banda mi fosse venuto dietro non era sfuggito al signor Bieber, che perci volle sapere che cosa era successo tra noi quella notte. Con sua grande delusione, gli risposi che non era successo nulla. -Ma come, non l'ha accompagnata fino alla porta di casa? disse lui, con un tono che era quasi una minacciaNo, . fino alla Erzbischofgasse . -E poi? . -Poi ha fatto dietrofront . -Senza chiederle niente?! . -No, non mi ha chiesto niente . -Se non fosse lei, dottore, nessuno la crederebbe . Era sicuro che gli nascondessi qualcosa; e in effetti aveva ragione, perch io non dissi una parola sul vero argomento della nostra conversazione; non avevo abbastanza stima per l'uomo che m'interrogava. Forse, inoltre, non avevo voglia di stare a sentire - e meno che mai da uno come lui - le solite frasi sprezzanti sulle persone che, non essendo in grado di stare in piedi e di muoversi da sole, non sono altro, alla fin fine, che un peso per il contribuente. -E cos quell'individuo sarebbe venuto su con lei zitto zitto. Non sembra proprio da lui . -Non ho detto che sia stato sempre zitto; comunque non mi ha chiesto niente. Del resto, non avrei saputo proprio che cosa rispondergli . Forse fu questa frase a rendere il proprietario del caff ancora pi diffidente nei miei confronti. Figurarsi se non avrei saputo che cosa rispondergli! Abitavo nella zona da due o tre anni. In tanto tempo si vengono a sapere una quantit di cose.

E, in ogni caso, dichiarando che non mi aveva chiesto niente e che perci non aveva manifestato intenzioni criminose, io, in realt, proteggevo quel manigoldo. Mi accorsi che adesso il signor Bieber faceva molta attenzione al momento in cui io entravo nel suo caff. Quando erano arrivati -loro ? Quando arrivavo io? Quand' che loro evitavano a bella posta di venire, anche se io c'ero? Perch non mi rivolgevano pi la parola? C'era sotto qualcosa. Poich di un rapporto palese non c'era traccia, il signor Bieber concluse che esisteva tra noi un rapporto segreto; e anzi era cos rigorosamente segreto che doveva avere un significato ben preciso. Il signor Bieber subodorava qualcosa, era certo, graniticamente certo, che ci fosse sotto qualcosa di losco, e aspettava che un colpo di scena mettesse tutto in chiaro. Raramente di mattina io comparivo nel suo locale, ma, quando un giorno vi entrai di buon'ora, egli venne diritto verso di me e mi disse senza tanti complimenti, nel suo solito modo: -Questa volta andata storta! . -Che cosa andato storto? . -Su, l'avr certo sentito anche lei! Li hanno acciuffati tutti! Prima li hanno lasciati entrare in casa, e poi hanno fatto scattare la trappola. I quattro li han gi messi dentro. Gli daranno parecchi anni! Con tutti quei precedenti! Doveva finire male per forza! E stanno cercando anche il Seel. E' sparito, lo scrittore! . Pronunci l'ultima parola con un tono di scherno che era diretto o a me (mi vedeva scrivere spesso), oppure alla mia pretesa di conoscere un libro scritto da Seel. Not che la notizia mi aveva colpito, e coron le sue informazioni con queste parole piene di premura: -Vede come ho fatto bene a metterla in guardia. Se no anche lei, adesso, avrebbe delle noie . Mi immaginai il mio accompagnatore di quella notte, sprizzante energia da tutti i pori, in una cella angusta, e allora compresi perch il mio racconto sul paralitico l'aveva colpito tanto profondamente da fargli dimenticare i suoi propositi e da indurlo a tornarsene indietro a mani vuote. Gi, non mi aveva chiesto niente, nemmeno una domanda mi aveva fatto, glie n'era mancato il tempo, era rimasto

invischiato in quella storia che gli avevo gettato sul capo come una rete. Si parlava di uno che gli assomigliava e non poteva muovere n gambe n braccia; era davvero mal messo, ancora peggio di lui quand'era in cella. Tutto era capitato abbastanza in fretta; dalla notte del mio colloquio con Poldi al giorno in cui seppi che il ragazzone dalle mani possenti era di nuovo chiuso in una cella erano passati pochi mesi. Ma ormai mi ero costruito un'immagine cos viva ed eccitante del giovane paralitico che un incontro con lui era inevitabile. Non giravo pi alla larga, quando vedevo che qualcuno parlava con lui, in piedi accanto alla carrozzella, anzi gli passavo davanti, salutavo scandendo le sillabe, e quando udii per la prima volta la voce del paralitico rispondere al mio saluto, ne fui lietamente sorpreso. Era come un soffio che saliva dal di dentro, dal profondo, e dava colore e forma al suo saluto; continuavo ad avere nell'orecchio quel suono, e avevo voglia di riascoltarlo. Il giorno successivo fortuna volle che trovassi seduto accanto a lui il professor Gomperz. Lo riconobbi da lontano dalla sua lunga barba e dalla figura che, anche seduta, sembrava alta e dritta. Non sapevo se mi avrebbe riconosciuto, quando a lezione gli avevo rivolto la parola ero sempre in mezzo a moltissimi altri studenti, e una volta sola gli avevo fatto una breve visita per una faccenda di ordinaria amministrazione. Ma lui, mentre mi stavo avvicinando, mi not subito e mi guard con tanta sorpresa che, senza provare alcun imbarazzo, mi fermai e gli porsi la mano. Egli fece solo un cenno del capo e non mi tese la sua, e io arrossii di vergogna per la mia mancanza di tatto. Come avevo potuto porgergli la mano, in presenza di un uomo paralizzato! Ma il professore, rivolgendosi a me con lenta affabilit, mi preg di dirgli il mio nome, che gli era passato di mente, e subito dopo mi present a Thomas Marek. -Il mio giovane amico la vede spesso passare di qui, disse -e ha capito che anche lei studente; ha un istinto infallibile per le persone. Perch non viene una volta a trovarlo, dato che abita da queste parti? . Marek gli aveva gi detto tutto

questo, mentre io mi stavo avvicinando; anch'egli mi aveva notato, proprio come io avevo notato lui, e si era fatto dire dove abitavo. Il professor Gomperz aggiunse che Thomas Marek studiava filosofia come materia principale; andava da lui una volta alla settimana, per due ore, ed era cos soddisfatto dei risultati che gli sarebbe piaciuto venire su pi spesso; purtroppo, per, non aveva tempo: la strada era lunga, quelle visite prendevano un pomeriggio intero; Thomas Marek, tuttavia, se lo sarebbe meritato che egli venisse su due volte alla settimana. Il tono non era di adulazione, anche se quelle parole erano certo dette per incoraggiarlo: era il tono diretto e univoco che mi sarei aspettato da un filosofo cinico. Ma il paralitico, con il suo forte soffio, dichiar: -Io non so ancora fare niente. Ma far di pi . Da quel momento in poi le cose procedettero in fretta. Era l'inizio di maggio, il paralitico se ne stava spesso sdraiato al sole davanti a casa, io gli facevo visita e sua madre correva dentro a prendermi una sedia, in modo che non me ne andassi via troppo presto. Cos mi fermavo a lungo, sin dalla prima volta pi di un'ora. Quando feci per salutarlo, egli mi disse: -Lei crede che io sia gi stanco. Non mi stanco mai, quando ho la possibilit di fare una discussione seria. Con lei parlo volentieri. Si fermi ancora un po'! . Fui spaventato dalla vista delle sue mani, che prima, passandogli davanti in fretta, non avevo mai notato. Le dita erano anchilosate e rattrappite, ed egli non poteva muoverle a suo piacimento; quel giorno erano finite contro il fil di ferro della rete di recinzione del giardino e, ferendosi, vi si erano attorcigliate con una tale forza che non riuscivano pi a staccarsi. La prima volta che sua madre venne fuori di casa, liber con precauzione le dita dalla rete, una per una, e non fu affatto una cosa semplice; poi spinse la carrozzella di Thomas un poco pi lontano, in modo che le dita non potessero pi impigliarvisi. E intanto mi scrut con i suoi occhi infossati (era una donna precocemente invecchiata), e mi rivolse la tacita preghiera, soltanto

con gli occhi, di fare attenzione che la carrozzella non scivolasse di nuovo contro il reticolato. Thomas era sempre scosso da un lieve movimento che si comunicava anche alla carrozzella. Sua madre gli vers in bocca la sua medicina; doveva prenderla parecchie volte al giorno, disse Thomas, quando lei si fu allontanata; aveva degli spasimi cos violenti che non poteva far nulla senza quel farmaco, n leggere n parlare; ma quello era un buon rimedio, lo prendeva gi da molti anni. Faceva sempre effetto, per qualche ora. Quale fosse la sua malattia, nessuno lo sapeva. Era una malattia completamente sconosciuta. Era gi stato pi volte, per lunghi periodi, alla clinica neurologica, dove era stato visitato dal professor Pappenheim in persona, dato che il suo caso era molto interessante. Ma neppure Pappenheim era riuscito a capirci qualcosa, la sua malattia era unica, tant' che ancora non aveva un nome. Questo lo ripet pi volte; che nessuno avesse la sua stessa malattia era una cosa importante per Thomas. E poich non aveva un nome, anche per lui rimaneva un segreto, e non doveva vergognarsene. -Non ne verranno mai a capo, disse -non in questo secolo, almeno; in seguito, chiss; ma allora la cosa non mi riguarder pi . Sin da piccolo aveva avuto difficolt a stare in piedi, ma i suoi arti non erano deformi, non si notava nulla di particolare. Aveva circa sei anni, quando le braccia e le gambe avevano cominciato a deformarsi e rattrappirsi, e da allora la situazione era andata continuamente peggiorando. Thomas non disse mai nulla sul periodo in cui erano cominciati gli spasimi, forse lo aveva dimenticato, e comunque fra noi esisteva un tacito accordo per cui io non dovevo domandare mai nulla a sua madre. Tutto ci che sapevo di Thomas me lo diceva lui stesso; detto da un altro, non avrebbe certo avuto lo stesso significato; la forza del suo soffio, infatti, un soffio che saliva da dentro, dal profondo, conferiva alle sue parole la caratteristica inconfondibile del respiro. Le sue erano parole in statu nascendi, lasciando la sua bocca si espandevano come tiepido vapore, non erano i

detriti solidi che rotolano gi dalle nostre bocche. Gi la prima volta mi parl di un'opera filosofica che aveva intenzione di scrivere, ma non disse su quale argomento. Voleva innanzitutto finire gli studi, e laurearsi; lo riteneva necessario affinch in seguito la sua opera fosse presa sul serio. Una volta che l'avesse scritta, non voleva essere letto per compassione, desiderava invece essere giudicato come tutti gli altri, cio in base al merito. Accanto a lui, sul cuscino, era stato posato un volume della Storia della filosofia di Kuno Fischer. Si era proposto di leggere quell'opera in dieci volumi, frase per frase, ed era arrivato circa a met di quello su Leibniz, un grosso tomo. Voleva farmi vedere un errore di stampa che trovava buffissimo. Di colpo tir fuori la lingua, e con essa in un battibaleno sfogli il libro tornando indietro di dieci pagine; ecco, lo aveva trovato il passo che cercava, e muovendo il capo di scatto m'invit a leggerlo io stesso. Non avevo capito bene se dovevo prendere in mano il volume, non mi sembrava il caso di levarlo dal cuscino, e mi facevano un po' ribrezzo quelle pagine che - sino al punto in cui era arrivato - erano tutte state lambite dalla sua lingua ed erano impregnate della sua saliva. Siccome esitavo, egli mi disse: -Lo prenda, lo prenda pure in mano. Viene dalla biblioteca del professor Gomperz, che ha la pi grande biblioteca filosofica di Vienna . L'avevo sentito dire, e mi fece una grande impressione sapere che il professor Gomperz metteva a disposizione di Thomas Marek i volumi di quella biblioteca. -Non gl'importa se i suoi libri restano qui da me per tanto tempo. Il volume su Spinoza ce l'ho ancora in casa. Dice che un onore, per i libri, essere letti cos a fondo . E, dicendo questo, estrasse la lingua con mossa fulminea e scoppi a ridere. Sentiva che tutto ci che si riferiva al suo modo di leggere mi toccava profondamente, ed era raggiante di felicit per il fatto di potermi offrire una cosa cos fuori del comune. Lui stesso voleva goderne, prima che io mi ci abituassi. Gli capitava spesso di avere delle visite,

mi disse in seguito, ma dopo una volta o due i visitatori pensavano di aver visto ornai tutte le sue peculiarit e non tornavano pi. Questo lo offendeva, perch di cose da dire ne avrebbe avute moltissime, tutte cose di cui quella gente non aveva la pi pallida idea. Ma non se ne meravigliava, perch conosceva gli uomini. Aveva un metodo infallibile per riconoscere il carattere delle persone, le osservava mentre camminavano. Quando era sdraiato al sole davanti a casa e, non avendo pi voglia di leggere, chiudeva gli occhi, non dormiva mai. E rideva fra s e s della gente che si preoccupava di camminare senza far rumore, per non svegliarlo. Quello era appunto uno dei suoi metodi per studiare il carattere dei passanti: il loro modo di cambiare passo mentre si avvicinavano, e p