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La flotta dellImpero Romano

La marina romana, era una flotta cosmopolita: quasi un terzo dei classiari (marinai), era composto da egiziani; molti altri erano greci, fenici, e siriani; tutti gli altri facevano parte delle restanti etnie, che vivevano sotto il dominio di Roma. I giovani si arruolavano in un'et compresa tra i 16 e i 23 anni e il loro servizio durava non meno di 20-26 anni, al termine dei quali diventavano cittadini romani. Si stima che il totale complessivo dei marinai, in epoca augustea, fosse non inferiore ai 45 000 uomini, con una retribuzione annua, pari a 150 denari a persona, che gi alla fine del I secolo sal a 200, poi a 300 nel II secolo e a 450 nel III secolo (a.C.). Questi sistematici aumenti di salario, erano comunque da attribuire ad un tentativo, di ovviare alla continua svalutazione del denario e alla conseguente perdita del potere dacquisto. Comunque, nelle rispettive epoche, gli uomini classiari della flotta imperiale, guadagnavano in media il 50 per cento in meno delle truppe di terra, vale a dire i legionari della fanteria; il loro salario annuale era di 225 denari all'epoca di Augusto, 300 nel I secolo, 450 nel II e 675 nel III. Si richiedeva grande perizia e responsabilit da parte di tutti i classiari ed in particolare ad alcune figure chiave:

Il timoniere (gubernator), doveva non solo conoscere i porti, ma anche gli scogli, le secche o i banchi di sabbia presenti lungo la rotta di navigazione. Inoltre allo stesso si richiedeva

grande capacit di manovra durante gli scontri navali, quando era di fondamentale importanza individuare il miglior andamento di rotta per colpire e affondare le navi nemiche ed evitare a loro volta, di essere speronati dagli avversari. I comandanti delle navi (navarchi), dovevano avere grandi capacit di comando e di guida per il proprio equipaggio. Ai rematori era richiesto coraggio e grande sforzo fisico, come era necessario durante una battaglia navale, quando sul mare calmo, senza un soffio di vento, tutto veniva affidato alla spinta dei remi, per poter colpire gli avversari con i rostri ed affondarli; evitando a loro volta di rimanere incastrati o imbrigliati alla nave colpita, facendo una rapida manovra di marcia indietro e riposizionandosi di nuovo in tutta fretta, per un possibile nuovo attacco (speronamento).

La flotta romana, era composta da due tipologie di navi: Le navi da carico (naves onerariae) e quelle da guerra (naves longae). Le navi da guerra, erano dotate di remi e vele quadre per la navigazione, ma in fase di combattimento venivano usati solo i remi; per una migliore strategia di attacco e di difesa. Attacco che abitualmente si faceva, con uno speronamento della nave nemica, tramite un rostro di metallo che rivestiva la prua della nave. Alcune imbarcazioni erano dotate di torre da combattimento in legno, una passerella per abbordaggio (corvo) e alcune macchine da guerra, catapulte, baliste, scorpioni, che venivano montate sulle navi, solo in procinto di una battaglia. A differenza delle navi da guerra, quelle da carico navigavano quasi sempre a vela. Ma in particolari manovre , come laccostamento alle altre navi, lattracco ai pontili, o il distacco dagli arenili, queste imbarcazioni usavano anche i remi. La vela

quadra di cui disponevano, riusciva con una particolare tecnica di manovra, a navigare anche con il vento leggermente contrario; questa tecnica consisteva nel chiudere una parte della vela (spostandone un lembo di lato), cos da prendere solo una piccola quantit del vento che soffiava e soprattutto nella direzione voluta. In pratica questo modo di modificare la vela, dandole una forma quasi triangolare, anticipava per analogia, un uso primitivo della vela latina.

Tipologia di navi da guerra romane Liburna: I Liburni erano una antica popolazionre dell'Illiria, in origine stanziata lungo tutta la costa orientale dell'Adriatico. Furono loro a inventare la liburna, una nave da guerra veloce e leggera, utilizzata soprattutto per la pirateria. Marco Vespasiano Agrippa aveva notato, che la nave dei pirati illirici, era dotata di carena e vele tondeggianti, che le dava una grande mobilit da renderla quasi inafferrabile. Dopo aver catturato la prima di queste navi, nel 156 a. C. (sconfiggendo gli Illirici), non esit a copiare questo modello di nave, ad un solo ordine di remi (liburna), dal cui modello si costru la flotta romana e tutta la sua evoluzione, con le (naves longae), come la bireme, la trireme, e cos via . Questa fu l'arma segreta, che permise alla flotta romana, comandata da Ottaviano, la storica vittoria nella battaglia di Azio nel 251 a. C.. Dalle epigrafi rinvenute, ci sono stati tramandati i nomi di una dozzina di liburne, inquadrate nell'armata navale, visibile nella fonda del porto di Miseno. Questi tipi d imbarcazioni disponevano di rostri acuminati, di diversa forma e materiale, che caratterizzavano le prue di queste navi; i rostri costituivano l'arma pi temibile per i nemici, perch provocavano con lo speronamento, l'affondamento delle navi.

Il rostro penetrava nella fiancata della nave nemica, facendola a pezzi e gettando lo scompiglio fra i rematori, l'equipaggio e i soldati imbarcati. L'acqua invadeva le stive, squilibrava progressivamente l'assetto dello scafo e il pi delle volte, provocava l'affondamento dell'imbarcazione. Il rostro rappresentava larma pi utilizzata ed efficace della flotta imperiale romana. La raffigurazione di questo, divenne anche elemento decorativo che compariva sulla corona navale (il massimo riconoscimento, che veniva attribuito ai comandanti della flotta, che risultavano vittoriosi). Gli strateghi della flotta imperiale, avevano studiato, progettato e perfezionato tutte le possibili tecniche e soluzioni, per rendere la flotta potente e imbattibile come le legioni che operavano a terra. Praticamente riprodussero anche in mare, le condizioni di superiorit bellica, che li caratterizzavano nelle battaglie terrestri. Sul ponte delle navi, sopratutto delle biremi e delle triremi (rispettivamente con due e tre ordini di rematori), era montata una passerella di legno per larrembaggio, che all'estremit presentava un acuminato uncino, questo marchingegno era denominato corvo. L'obiettivo dei comandanti romani (oltre allo speronamento), era anche quello di accostarsi alle unit nemiche ed affiancarsi, in maniera di poter usare il corvo Una volta completata questa manovra, la passerella veniva abbassata violentemente, grazie ad un sistema di carrucole ed il corvo, penetrava profondamente nel ponte di legno della nave avversaria, tenendola ben ancorata a se stessa e immobile, in modo da permettere ai soldati di andare allarrembaggio, affrontando i nemici con furiosi corpo a corpo, sulle loro stesse navi, colpendoli con le daghe e proteggendosi con gli scudi. In pratica, si ripeteva sulla nave, lo stesso modo di combattere, che i legionari romani praticavano sulla terraferma.

Durante la fase di avvicinamento di queste nave, verso una imbarcazione nemica, si utilizzavano tutte le armi a lunga gittata, che potevano avere a disposizione; dalle catapulte (che lanciavano pesanti proiettili di pietra, o palle incendiarie), agli onagri, alle baliste (che scagliavano dardi di piccole e grandi dimensioni), oppure con armi individuali, come archi con frecce semplici o incendiare e giavellotti. Questa operazione produceva gravi danni alle navi avversarie, che spesso prendevano fuoco o imbarcavano acqua, provocando molto scompiglio tra i nemici, creando le migliori condizioni per il successo finale, che spesso avveniva con laffondamento della nave avversaria.

Modello di una liburna.

Bireme: Le bireme romane, erano conosciute sin dal V secolo a.C. e nel tempo, non hanno subito sostanziali modifiche. Erano lunghe circa 24 metri, con una larghezza di circa 6, contenevano due file di rematori seduti sulla stessa panca. Erano dotate anche di una vela quadra e grazie al loro peso (leggero) ed alle dimensioni contenute, riuscivano a raggiungere in navigazione una discreta velocit e manovrabilit. Lo scafo era dotato a prua di un rostro ed in coperta trovavano posto le torri di legno e le attrezzature da combattimento, che venivano installate prima della battaglia. Le torri erano colorate in modo da indicare l'appartenenza della flotta. Sempre in coperta vi era la postazione del comandante un abitacolo coperto da una tenda. Le vele e gli alberi venivano, in caso di battaglia, scaricati nella pi vicina base o sulle spiagge. Trireme: La trireme, era un tipo di nave da guerra che utilizzava come propulsione, oltre alla vela, tre file di rematori (da cui deriva il nome greco) disposti sulle due fiancate dello scafo. La trireme comparve dapprima nella Ionia (nel 550 circa a.C.), come evoluzione della pentecontera (nave fenicia); poi venne adottata dai Greci, per essere copiata dai cartaginesi e infine dai romani. Le triremi vennero utilizzate da questi eserciti, con leggere modifiche tecniche. L'importanza storica delle triremi fu notevole. Essa divenne l'arma principale dell'antiche flotte del Mediterraneo; diventando la protagonista indiscussa, del periodo storico di quel tempo, arrivando fino al primo secolo d.C.. Aveva le stesse caratteristiche tecnico-tattiche della bireme, ma con un grandezza e una stazza superiori.

Modello di una trireme greca

Equipaggio di una trireme, nel periodo classico greco: Una trireme Greca del periodo classico, aveva un equipaggio di circa 200 uomini, compresi 5 ufficiali. In genere era formato da: Trierarca comandante della trireme, responsabile amministrativo della nave. Ciberneta (nocchiere, o timoniere), ufficiale esecutivo delle manovre, responsabile della guida della nave e del viaggio. Keleuste responsabile del morale dellequipaggio e del loro addestramento.

Pentecontarchos (comandante di cinquantina), ufficiale amministrativo. Prorate (ufficiale di prua), responsabile per la tenuta di una continua sorveglianza. Auleta (flautista), che dava il ritmo di vogata ai rematori. 170 Rematori su tre file sfalsate di livello: 62 traniti nella fila di banchi superiore, 54 zygiti nella fila intermedia di banchi, 54 talamiti nella fila di banchi pi bassa. 10 Marinai addetti alle manovre delle vele e dellancore. 10 Opliti (soldati della fanteria pesante greca). 4 Arcieri (soldati addetti al lancio di frecce incendiarie). Delle navi romane, si pu ipotizzare una certa analogia, con quella di origine greca sopra descritta, anche se con qualche piccola differenza tecnica, dovuta alle strategie militari del periodo e dal differente esercito che le usava. Di questa tipologia di nave, lImpero romano ne costru di pi grandi e potenti, per avere una maggiore supremazia, sul dominio del Mediterraneo.

Particolare di un corvo

Quadrireme: Nave con quattro file di rematori per ogni lato (da cui il nome). Non si discostava molto dalla pi piccola trireme. Oltre alla grandezza, avevano anche un numero maggiore di uomini e mezzi; torri di legno e strutture da combattimento, che venivano installate solo prima della battaglia, mentre gli alberi e le vele venivano lasciati nella pi vicina base navale, o sulla spiaggia in prossimit dellaccampamento. Le torri, fatte di struttura pi leggera, indicavano con i loro colori, a quale flotta o reparto appartenesse la nave. Alcuni manicotti di cuoio proteggevano gli scalmieri (fori di uscita dei remi), dalle ondate pi alte. Linterscalmo di circa un metro, era la consueta distanza tra i remi. Poteva essere di color porpora, la vela della nave ammiraglia della flotta; altrimenti le vele delle navi da guerra erano di solito bianco opaco, o in alcuni casi di color grigio-celeste, per mimetizzarsi meglio con lambiente circostante. Le grandi navi come questa, erano dotate di un armamento formato da torri per arcieri, catapulte ed anche da alcuni onagri. Questa tipologia di nave, risale al I secolo a.C.

Quinquereme:
Molto simile alla quadrireme come struttura, la differenza era la sua stazza, pi grande e potente. Nave con cinque file di rematori per ogni lato (da cui il nome). La quinquereme (in latino) era un tipo di nave da guerra a remi usata prima dai cartaginesi e dai romani, dal IV secolo a.C., al I secolo d. C.; derivata dalle precedente quadrireme , che era levoluzione della trireme.

Possibile rappresentazione in sezione di una quinquereme

Esareme: Vi era, infine, una sola nave che trasportava lo Stato Maggiore dell'esercito (dall'imperatore, al praefectus classis), ma che non prendeva per parte agli scontri. Aveva per lo pi la funzione di deterrente per impressionare il nemico, o anche solo quello di trasportare il princeps in parata militare. Nonostante la funzione probabilmente dimostrativa, era comunque armata di tutto punto e di molti uomini ed era molto imponente per la sua dimensione. Risulta, infatti, che a partire da Augusto in poi, per tutto l'alto Impero romano, vi fosse una sola esareme, che svolgeva il ruolo dammiraglia dell'intera flotta romana. L'esareme o sixes (in latino, era un tipo di nave pesante, di cui non si conosce con certezza se fosse con sei ordini di remi per lato oppure una trireme

con due rematori per remo. Secondo lo storico antico Plinio il Vecchio, questa era stata inventata a Siracusa: Le sixes erano certamente presenti nella flotta di Dionigi II di Siracusa (circa nel 350 a.C.), ma potrebbero essere state inventate anni prima, da suo padre (Dionisio I). Le sixes erano rare e appaiono nelle fonti, soprattutto come fiore all'occhiello della flotta romana. Nella battaglia di Azio (31 a, C.) la nave esareme, era presente in entrambe le flotte, ma con una notevole differenza; mentre nella flotta di Ottaviano, era la nave pi grande; in quella di Marco Antonio era la pi piccola, sempre dopo le quinqueremi Una sola esareme, la Ops, risultava essere la nave pi grande in servizio, presso la flotta di Miseno. La disposizione esatta dei remi, dell'esareme, non molto chiara. I racconti sulle sixes, utilizzate nel I secolo a.C., durante le guerre civili romane, indicavano che le navi avevano un'altezza simile alle quinqueremi ed avevano sul ponte torri e terrazze da combattimento, oltre a diverse macchine da guerra (catapulte, baliste, onagri e scorpioni).

Navi da trasporto romane:


Oneraria: Le navi onerarie erano navi piu' corte e piu' larghe rispetto a quelle da guerra; di aspetto tondeggiante, la loro lunghezza era di circa tre volte la loro larghezza, che era a sua volta il doppio del pescaggio (nella media una nave era lunga 19 metri, aveva una larghezza di circa 6 e un pescaggio leggermente inferiore ai 3 metri). La prua era arrotondata e spesso dotata di un tagliamare,

un dispositivo per migliorare la qualita' della navigazione; la poppa poteva terminare, con una testa di cigno rivolta all'indietro ed era spesso appesantita da decorazioni, sculture e motivi architettonici. Talvolta le navi possedevano una scialuppa di approdo, che veniva lasciata in mare assicurata alla poppa. Nella maggior parte dei casi la cabina si trovava a poppa e sul suo tetto era posizionato il timoniere; a poppa erano presenti due unita' remo-timone uno per lato fissati tramite corde ai bordi della nave. Questi erano manovrati da una barra trasversale , il clavus, inserita nella testa del remo perpendicolarmente a questo, che li faceva ruotare sul proprio asse; questo tipo di timone, non necessitava di un grande sforzo fisico, da parte del timoniere. Generalmente queste imbarcazioni si muovevano grazie alla forza del vento, che andava a gonfiare le vele, sull'albero maestro, fissato a sua volta, nella parte centrale della chiglia, questo albero sosteneva un pennone, con una grande vela quadra o trapezoidale, sopra alla quale poteva trovarsi (in alcuni esemplari), anche una seconda vela piu' piccola, di forma triangolare. A prua si trovava un secondo piccolo albero, inclinato in avanti come un trinchetto, che reggeva una piccola vela rettangolare. I romani, riuscivano a navigare con la vela quadra, anche con il vento contrario, applicando una tecnica particolare che poteva anticipare levoluzione della vela latina: In pratica usavano sollevare un lembo basso della vela, facendola diventare quasi un triangolo, che poteva essere crearsi sul lato sinistro o destro, in base alla direzione da cui soffiava il vento. Tutte le navi erano comunque dotate di remi, che venivano utilizzati soprattutto nelle manovre di accostamento alle altre imbarcazioni o approdi, oppure per allontanarsi dalle acque basse degli arenili; per questo motivo il numero di rematori era molto esiguo.

Per quanto riguarda il tonnellaggio, questo variava a seconda delle esigenze commerciali; la capacit di trasporto era calcolata in anfore (circa 50 chilogrammi ognuna ) o in modii (circa 6.6 chilogrammi). La capacita' di 10.000 modii di grano (circa 70 tonnellate) era il limite minimo, per le navi di tonnellaggio medi; alcune imbarcazioni di stazza maggiore portavano anche 3.000 anfore (150 tonnellate). Esistevano anche le muriophoroi, letteralmente portatrici di 10.000 anfore (500 tonnellate), considerate le navi piu' grandi del periodo fine-repubblicano ed imperiale; navi capaci di trasportare fino a 1200 tonnellate, come la Isis, una nave della flotta granaria di Alessandria, descritta da Luciano (Navigium, 5), come la pi grande in assoluta (due volte e mezzo, la capacit delle muriophoroi). Queste onerarie potevano avere in dotazione una scapha, piccola barchetta, che veniva issata sulle navi pi grandi, o legata alla scafo e portata a traino. Actuaria: Nave leggera, scoperta, non adatta al combattimento. Questo tipo di imbarcazione, la cosiddetta navis actuaria, serviva per il trasporto delle truppe di terra , compresi i reparti di cavalleria e i loro approvvigionamenti. Secondo Ammanio Marcellino, alcune di esse potevano trasportare fino ad 800 armati. Erano delle imbarcazioni non molto grandi, con solo quindici remi per lato e dotate di vele. Avevano inoltre, una chiglia piatta e timoni anche anteriormente, per poter sbarcare le truppe sulle spiagge e tornare in mare aperto senza incagliarsi. Si ritiene che avessero una lunghezza media di 21 metri, per 6,50 metri di larghezza, con una profondit della linea di galleggiamento, pari a 80-90 centimetri. che furono utilizzate durante la spedizione germanica di

Germanico nel 16 del calendario Gregoriano, e che durante la campagna sasanide di Giuliano, ne furono costruite ben 1000 sull'Eufrate, su cui vennero imbarcati circa 20000 classiarii (marinai), per il trasporto di grano, legname e macchine dassedio. Caudicae o caudicariae: Di forma piatta e allargata, era una specie di barcone, abilitato al trasporto fluviale (in uso sul tevere nel periodo romano). Veniva trainata da animali, dalla riva del fiume secondo un sistema di propulsione detto dellalaggio. Specialmente quando il terreno era impervio, i romani usavano trasportare macchine da guerra, animali e viveri sui fiumi con le caudicariae. (Fino a qualche secolo fa, se ne faceva ancora uso su molti fiumi dEuropa). Speculatoria: Nave da esplorazione. Era una nave leggera e veloce, spesso mimetizzata con colori marini, per svolgere il suo compito senza essere notata dalle popolazioni . Celocia: Nave leggera e veloce, a remi e vela, usata solo per scopi militari, con funzioni tattiche (ordini o strategie), o ausiliarie (sostegno). Hippogogoa: Questa era una nave, adibita per il trasporto di truppe a cavallo o solo cavalli o altri animali, ed erano strutturate in modo particolare che permetteva limbarco e lo sbarco di questi esemplari e delle loro provviste alimentari

Ipotetica rappresentazione di carico, di una nave hippogogoa , adibita al trasporto di cavalli o animali vari.

Lo scandaglio
Prima dellinvenzione dell astrolabio arabo e del compasso, lo scandaglio pu a buon diritto essere considerato lo strumento pi importante nella navigazione antica, secondo per importanza solo allabilit del gubernator (timoniere). Generalmente realizzato in piombo, pi raramente in ferro o in pietra, era di forma conica, emisferica, pi o meno cilindrica, era munito di una cavit alla base, che veniva riempita con il sego, o una resina; talvolta erano presenti dei chiodi conficcati a forma radiale, delle membrane o delle scanalature; tutti espedienti atti a trattenere il grasso allinterno del manufatto. Questo infatti, non veniva utilizzato, solo per saggiare la batimetria del fondale, ma anche per prelevare dei campioni di materiale, che venivano intrappolati nellincavo dello scandaglio, nel sego o resina, con cui era riempito. Questo strumento dava la possibilit, non solo di evitare le secche o calcolare le correnti, ma dava agli uomini esperti, una campionatura morfologica delle coste, con precise indicazioni sulla distanza, che separava limbarcazione alla terra ferma. Il prelievo di sabbie e fanghi, attraverso lattenta osservazione della loro granulometria, la consistenza dei materiali, del loro colore e a volte addirittura del loro sapore (metodi empirici ma efficaci), gli permettevano di stabilire la tipologia della costa antistante e anche unapprossimata direzione e distanza. Lo scandaglio era ed rimasto uno strumento di navigazione fondamentale, apparteneva alla vita dei marinai ed era usato abitualmente, soprattutto nella navigazione di piccolo cabotaggio

e in prossimit della costa ove maggiori erano i pericoli di incagliarsi fra le secche e i bassifondi. Si ipotizza, che per i bassi fondali, come ad esempio quelli fluviali o portuali, con una profondit non superiori ai 15 metri, erano usati scandagli, con una sonda dal peso medio, di circa quattro chilogrammi, questi attrezzi servivano a controllare il fondale durante il cammino ed evitare di incagliarsi sugli scogli o arenarsi sul fondo un maggiore peso di questi sarebbe stato superfluo. Per i fondali pi alti invece, era consigliabile uno scandaglio, che avesse una sonda di peso maggiore; come quelli rinvenuti in fondo al mare dagli archeologi subacquei. Alcuni rari esemplari di scandagli, avevano un peso di circa 10 chilogrammi, altri fatti di piombo erano pesanti circa 13 chilogrammi. Queste sonde pi pesanti, pare fossero destinate, principalmente per scandagliare in alto mare e servivano a rilevare la posizione approssimata, in base alla natura del fondo marino. Infatti per le alte profondit, uno scandaglio, con un peso leggero sarebbe stato piuttosto impreciso e la sua leggerezza non avrebbe consentito una rapida discesa e la presenza di correnti ne avrebbe deviato il percorso, con la conseguente falsatura della misura, se non addirittura la possibilit di non riuscita.

La vela
Le vele antiche romane, erano di forma quadrata, rettangolare o trapezioidale, ma i marinai avevano la conoscenza e la pratica per navigare con andature di bolina, per poter risalire col vento

contrario; questa tecnica si otteneva mediante il sollevamento di un angolo o un lembo inferiore della vela, che poteva essere sinistro o destro in base alla direzione in cui soffiava il vento; questo avveniva per mezzo di una fune scorrevole tra alcuni anelli posizionati opportunamente per questo scopo e il sollevamento minore o maggiore della vela , imprimeva pi o meno forza alla spinta del vento, modificando la velocit di rotta, secondo la condizione del mare. Questa manovra era detta pedem facere e fu il primo passo verso linvenzione tardiva della vela latina. (In pratica funzionava come una tenda veneziana).

Lancora
L'ancora un oggetto pesante, utilizzato per trattenere una barca o una nave che galleggia sullacqua, questa viene calata sul fondale, in un punto ben preciso e viene fissata, per mezzo di una fune o di una catena, all'imbarcazione che la deposta. L'ancora uno strumento antico, conosciuto e usato dagli Egiziani, i Fenici, i Greci e successivamente dai Romani; subendo nel tempo notevoli miglioramenti, ma conservando comunque alcuni dei tratti originari. Come descritte dai poemi omerici, le prime ancore erano costituite da grosse pietre legate a delle corde vegetali: sono state rinvenute ancore di pietra, risalenti addirittura, all'Et del bronzo. Nel tempo queste si sono evolute, passando da materiali come la pietra, il legno, il piombo, il bronzo, il ferro, la ghisa e lacciaio. Un'ancora lavora esercitando le forze di resistenza sufficienti a trattenere l'imbarcazione a cui essa collegata. Sono due i modi primari di realizzare questa azione: tramite il peso, che tende a

spingere l'ancora sul fondo, e tramite la sua forma, che permette una presa ottimale sui fondali. Le ancore una volta terminato il loro utilizzo, devono essere sollevate di nuovo a bordo, della propria imbarcazione . Ai primordi, il problema dellancora era risolto in maniera molto semplice, legando cio limbarcazione ad un sasso, quandessa si trovava sufficientemente vicino alla costa, oppure portandosi dietro il sasso, che legato ad una corda veniva gettato in acqua, nel momento del bisogno, fino a fargli raggiungere il fondale; assicurando un punto sufficientemente fermo allimbarcazione, grazie allattrito determinato dal proprio peso, secondo il principio dellancora a gravit. Le pi antiche testimonianze si trovano in Egitto e risalgono agli anni 2800 a.C., raffigurate in certe pitturazioni tombali; o agli anni 2000 a C., secondo reperti litici votivi, trovati nei templi della XII dinastia faraonica. sempre esistito un particolare rapporto tra il marinaio e le divinit e grazie a queste offerte votive, che ci viene trasmessa una preziosa documentazione, anche per larcheologia dellancora, come gli esemplari trovati nei templi di Traxien e Hagarat a Malta (et del ferro); oppure lancora votiva ritrovata a Cipro, nel tempio di Ptah a Karnak (cinta di Ammon) nellEgitto del Nuovo Impero. A cominciare dallOdissea di Omero, la letteratura greca e romana, fa spesso cenno alle pietre di fondo, a lungo impiegate e trovate numerose nei fondali; attribuibili fino al primo millennio d.C.. Queste vennero usate anche dai Vichinghi e in molte altre popolazioni, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Cipro. Ancora litica a gravit, di epoca ellenistica, con una ricostruzione ipotetica delluso.

Fu fatto un importante progresso nel mestiere del marinaro, con lintroduzione dellancora; poi con lo sviluppo e la diffusione dellarcheologia subacquea, il quadro si fa pi chiaro. Lancora veniva perduta facilmente e un gran numero di esemplari giace ancora sui fondali marini, lungo le rotte dellantichit. Risale al primo millennio, lancora a forma di piramide appiattita, appartenente alla colonia fenicia di Motya in Sicilia e non pochi sono gli esemplari ritrovati nei palazzi di Cnosso e di Mallia nellisola di Creta; poi via via, fino alle ancore di Capo Miseno, di Pozzuoli e delle navi di Nemi, per quanto riguarda larea del mediterraneo; ma appartengono anche delle navi vichinghe per larea dellEuropa Settentrionale. La sostituzione del sasso ( descritto da Omero), con lancora capace di mordere il fondale, devessere considerata frutto di unevoluzione assai lenta e graduale. Il legno, materia facilmente lavorabile anche se deperibile, diventava primo elemento costitutivo dellancora, legno che necessitava di essere appesantito con sbarre di pietra o di piombo. Secondo linterpretazione di F.Moll (il primo a seguire studi approfonditi sulle ancore antiche), sono stati inizialmente i Greci a colare il piombo a forma di T. Nella nave di Mahdia, risalente al primo secolo a.C., la traversa misurava pi di 2 metri e mezzo con peso di 700 kg. Le estremit dei bracci ancora lignei, apparivano ricoperte da punte metalliche (bronzo o ferro) per evitarne la rapida usura o danni. Il modello primitivo sembra sia stato formato da un fusto con un solo braccio, come nellancoressa (eterstomos o monbolos).

Sardegna. Ceppi di piombo con la scritta greca, che invoca la fortuna. In seguito, si applicarono al fusto due bracci simmetrici (dstomos o amfbolos) terminanti con patte triangolari consententi una presa pi sicura. Allestremit superiore del fusto veniva sistemato un anello di corda o di metallo, per la fune di ritenuta; un altro anello, nella parte opposta, sotto il diamante, serviva per facilitare la manovra di recupero. Ma solo i reperti del Lago di Nemi, venuti alla luce nel corso di una delle pi grandi opere di archeologia navale, hanno chiarito definitivamente, o quasi, la morfologia dellancora antica mediterranea. Non esiste un accordo tra gli antichi autori, in merito a chi fu linventore dellancora di ferro. Ancore metalliche sono conosciute gi agli inizi del 700 a.C., secondo quanto indicato da F.Bury, grazie ad un reperto da lui studiato.

La teoria secondo la quale furono i Greci ad introdurre luso dellancora fin dalla prima antichit si basa sul fatto che il termine ancora deriva dalla parola greca ancyra attestata in Pindaro nel 522 a.C..

Ricostruzione di ancora romana lignea, del lago di Nemi. Lunga m. 5,5.

Ancora romana in ferro, con ceppo mobile, trovata nel 1857 nellantico lido di Pompei.

Nel 1930, era stata trovata nel lago di Nemi, la seconda e pi grande ancora, costruita con legno di quercia, con bracci a V, unghie di ferro e ceppo di piombo, con e resti di un cavo dormeggio, pari a 10 cm di diametro. I bracci a V coesistevano con i bracci ad arco di cerchio (come nellancora di ferro anchessa di Nemi, foderata di legno), che finiranno per prevalere ma molto tempo dopo.

Disegno schematico di una Liburna, da cui copiarono, da cui i romani svilupparono le la loro flotta di navi (bireme, trireme, quadrireme e cos via) .

Dagli studi di molti decenni e al compimento del lavoro, con programmi computerizzati: Questo il risultato della migliore configurazione tra un centinaio possibili, ricercati da dati storici, dell'antica inconografia e dal monumento della quinquereme romana (scala 1:1) dell'isola Tiberina, che ci restituisce con l'Architetto Maurizio Ascani, il modello in 3D di una quinquereme romana, che partecip vittoriosa alla prima guerra punica; questo modello di nave, venne copiato dai romani ai cartaginesi, nell'ultimo anno della guerra.

Posizione ipotetica di rematori, in una nave trireme.

Questi rematori, in navi di stazza pi grande, potevano essere anche di numero superiore, seduti sullo stesso banco e atti a manovrare lo stesso remo; logicamente di proporzioni piu lungo i, in modo da dare una maggiore forza alla voga e di conseguenza , una grande spinta e una pi alta velocit alla nave .

Altre definizioni di barche romane

camarae (navi coperte del Ponto). catascopium (nave esploratrice). caupuli (piccole battelli da pesca). cercuri (navi sottili e veloci, dorigine asiatica). corbitae (navi da carico, tipo onerarie). cydarum (barca da trasporto). gauli (navi da carico mercantili, di probabile origine fenicia). lembi (piccole unit molto veloci). lenunculi (piccoli lembi usati per la pesca). lintres (piccoli battelli fluviali). longae (navi da guerra). mydia (piccole imbarcazioni). myoparones o parones (navi sottili per pirateria). oriae o horiae (barche da pesca). placidae (battelli a remi). pontones (chiatte da trasporto fluviale). prosumiae , geseoretae o oriolae (piccole unit da ricognizione). ratariae (battelli a remi). stlattae (chiatte). vectoriae (navi da trasporto).

Adattato e trascritto da Antonio Migliaccio, alias Toni