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STORIA ANTICA DELLA FILATURA E TESSITURA La filatura e la tessitura Numerosi passi letterari classici raccontano come sia nel

mondo greco sia nel mondo etrusco la filatura e la tessitura fossero tra le attivit femminili pi comuni, praticate da coloro che appartenevano alle classi pi ricche. Le fonti sono confermate dai numerosi rinvenimenti effettuati in tutto il territorio etrusco: pesi da telaio, rocchetti, fuseruole, fusi e conocchie sono venuti alla luce sia allinterno delle abitazioni, dove quotidianamente si svolgevano queste attivit, sia nelle sepolture, dove la presenza di questi attrezzi sottolinea lappartenenza della deposizione ad una donna agiata, devota alla vita domestica. La filatura il procedimento che consente di trasformare le fibre tessili (lana e lino) dal loro stato grezzo in filo utilizzabile; fin dallepoca villanoviana essa veniva quotidianamente praticata dalle donne negli ambienti domestici, impiegando una tecnica rimasta praticamente intatta fino ai giorni nostri. Dopo il lavaggio e la cardatura (procedimento che consiste nel districare la matassa grezza e liberarla dalle impurit), la fibra, avvolta intorno ad un cilindro di legno (conocchia), era trasformata in filo da tessere, tramite il fuso e la fuseruola. Il primo consiste in una semplice asta di legno alla quale si imprimeva un movimento rotatorio per attorcigliare la fibra in filo; la regolarit del movimento era assicurata da un piccolo contrappeso di forma globulare (fuseruola), fissato alla parte inferiore del fuso; esso serviva inoltre ad impedire al filo di srotolarsi. Il filo cos preparato era avvolto intorno al rocchetto, un utensile in terracotta di forma cilindrica molto simile agli esemplari moderni. Nella fase successiva, la tessitura, il filato cos ottenuto era lavorato per ottenere il tessuto finito; lo strumento impiegato era il telaio, del quale in antico esistevano vari tipi. In Etruria era utilizzato il telaio verticale, composto da due montanti uniti da una traversa orizzontale, alla quale erano fissati i fili dellordito, tenuti in tensione dai pesi da telaio legati in basso. La tela era tessuta facendo passare attraverso lordito, in senso orizzontale, il filo della trama ed infittendola con lausilio di alcuni strumenti, come il pettine. TRATTO DA http://www.massamarittimamusei.it/archeologico/filatura.htm La filatura e la tessitura A parte la preparazione e la cottura dei cibi, le attivit do-mestiche peculiari della donna etrusca (anche di elevato ceto so-ciale) erano la filatura e la tessitura della lana e delle fibre vege-tali (lino). Gi in epoca villanoviana, i corredi delle tombe fem-minili contengono frequentemente rocchetti e fuseruole di cera-mica e, talvolta, fusi di bronzo. Lattivit della tessitu-ra, del resto, documentata negli scavi degli abitati da numerosi pesi da telaio, di norma realizzati in terracotta in forma troncopiramidale, oppure costituiti da semplici ciottoli(il telaio vero e proprio era invece interamente di legno).Alcune antiche scene figurate, per esempio sul tintinnbulo di bronzo di Bologna (VII sec. a.C.), riproducono le diverse fasi di lavorazione delle fibre tessili, in particolare della lana.Dopo essere stata cardata, cio pulita e pettinata, questulti-ma veniva attorcigliata in fili grezzi e poi filata con il fuso (in legno, osso o bronzo); il filo cosottenuto, avvolto sui rocchetti, era quindi utilizzato per la tessitura, eseguita per lo pi mediante telaiverticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione, a gruppi, dagli appositi pesi.

La filatrice Le nostre nonne ci possono raccontare che cosa siano alcuni oggetti custoditi o appesi alla parete del vecchio deposito, "rimesa". Sono arco, fuso e conocchia ("arc", "fusu" e "canocchia"),

attrezzatura per filare gi menzionata da Catullo a proposito delle Parche che tessono i destini umani. Le stoffe non si compravano tutte pronte, ma si producevano in proprio. Si partiva con la coltivazione delle piante di cotone, "vammace", la raccolta dei batuffoli e la privazione dei semini. Con la canocchia in una mano e un po' di "vammace" nell'altra, si cominciava a torcerla con le dita e ad arrotolarla dopo aver fatto un nodo alla parte alta del fuso per fissarla. Si dava cos il via alla danza "ti lu fusu", da ripetere tutte le volte che il fuso si fermava; il che poteva succedere abbastanza spesso se non si lanciava bene la fusaiola. Quanta saliva era necessaria per umidificare le dita che dovevano attorcigliare il filo in modo compatto e uniforme! E se c'era ancora qualche impurit sul batuffolo tenuto in mano, si utilizzavano le labbra come una terza mano ed il filo risultava pi bello ed omogeneo. Il fuso si riempiva di filato ed ecco un rocchetto per accogliere il bioccolo, pronto per essere tessuto. E poi? Un nuovo nodo e via con una nuova danza.

Maurizio Bettini

Catullo tra fuso e conocchia

Ho pensato a questo punto di presentare due esempi antichi scelti in un territorio particolarmente favorevole. Lo chiamerei quello dei fatti-fatti, ossia la descrizione/interpretazione non di eventi, del genere caro appunto alla storia evenemenziale (la caduta di Sagunto, la morte di Agrippina); ma piuttosto la descrizione/interpretazione di pratiche, quella care cio alla storia sociale. Nella fattispecie, si tratta della descrizione/interpretazione del parto da un lato, della descrizione/interpretazione della filatura dallaltro. Fatti del genere si prestano molto meglio ad essere valutati dal punto di vista della loro costruzione. Si tratta, infatti, di fenomeni che rispondono a precise contreintes, biologiche nel primo caso, tecniche nel secondo caso. In entrambe queste pratiche esiste, insomma, uno zoccolo di oggettivit che rende immediatamente visibili le modalit della loro costruzione da parte di fonti ed interpreti. 2. Catullo fra il fuso e la conocchia

Nel carme 64, Catullo descrive le Parche nellatto di filare il destino in occasione delle nozze di Peleo e Teti. La descrizione abbastanza dettagliata1:

Catullo, Carmina 64, 310 - 314

aternumque manu carpebant rite laborem. Laeva colum molli lana retinebat amictum, dextera tum leviter deducens fila supinis formabat digitis, tum prono in pollice torquens libratum tereti versabat turbine fusum;

le mani compivano ritualmente il proprio eterno lavoro: la sinistra reggeva la conocchia avvolta di morbida lana, mentre la destra, ora formava con leggerezza il filo, con le dita rivolte allins, ora girandolo [il fuso] con il pollice rivolto in basso, faceva ruotare il fuso bilanciato dal fusaiolo ben levigato. H. Blmner, specialista di antichit romane e di storia delle tecniche, descriveva cos (daprs Catullo), il movimento della filatrice: di regola la filatrice tiene la conocchia nella sinistra e con la destra tira fuori un filo dalla matassa. Questo filo, dopo averlo ritorto con la punta delle dita, lo aggancia al gancio del fuso e lo arrotola a questultimo. Mentre fa girare il fusaiolo con lindice e il pollice, e tira contemporaneamente gi dalla conocchia il filo inumidito, questo viene attorcigliato e si avvolge intorno al fuso, che ora pende gi dal filo2. Ai tempi di Catullo la filatura era una pratica quotidiana e comune, le madri di famiglia e le schiave dedicavano gran parte del loro tempo a questa occupazione. Filare era una delle occasioni pi sociali, oltre che rituali, per le donne romane, che lavorando in gruppo parlavano fra loro e si raccontavano storie3. Perch mai Catullo avr descritto questa operazione in un modo che a noi sembra poco verosimile? Per un Romano, cos come per un Greco, conoscere larte della filatura non sarebbe stato semplicemente insolito, ma addirittura disonorevole. Ce lo rivela indirettamente Plinio il vecchio,

quando ci dice che filare il lino decoroso (decorum) anche per gli uomini (viri)4: segno che filare la lana, al contrario, non era affatto decoroso per dei viri. E ce lo dice esplicitamente lAchille di Stazio, quando, nascosto a Sciro fra le donne, per sfuggire al suo fato di morte, dichiara a Patroclo: io ormai so svolgere il filo della conocchia, ho vergogna e fastidio a confessarlo5. Achille si vergognava (pudet taedetque) di saper fare proprio quello che Catullo aveva cercato di descrivere: tirar gi il filo della conocchia. La barriera del genere non solo impediva di avere confidenza con le attivit riservate alle donne, ma addirittura esigeva che non fossero praticate, pena uninfrazione del decorum maschile; pena la vergogna che avrebbe colpito quel maschio che con loro avesse avuto confidenza. Luomo che fila, come Achille a Sciro, una figura carnevalesca, evoca il mondo alla rovescia. E questo non solo nella cultura greca e romana. Approfondendo in seguito le ricerche sulla filatura antica, mi sono imbattuto in alcune immagini che mi hanno fatto rivedere la descrizione di Catullo sotto una luce diversa. Si tratta di donne che reggono la conocchia con la mano sinistra, come dice Catullo, e non con la destra. Inoltre, queste donne sono ritratte nel gesto di formare il filo con la destra, sempre come dice Catullo, mentre il fuso penzola libero, appeso al filo, quasi allaltezza del suolo. Le interpretazioni moderne di queste immagini, vogliono che la filatrice fosse in grado di imprimere un movimento rotatorio al fuso con la destra, e poi di mantenere questo movimento a quel che si capisce agendo direttamente sul filo che si andava formando, fin quando il fuso non toccava terra. Allora bisognava avvolgere il nuovo filo al fuso e ricominciare da capo 6. Abbiamo creduto di rendere giustizia alle antiche filatrici affermando che un uomo, il quale considerava indecoroso per un maschio il loro mestiere, poteva averle descritte in modo sommario e invece ci siamo accorti che, ai milioni di antiche filatrici anonime, si rendeva in realt maggior giustizia approfondendo il loro vero modo di filare, e finendo cos con il dare ragione al maschio Catullo. Questo esempio, inutile sottolinearlo, di carattere incomparabilmente minore rispetto a fatti storici ben pi rilevanti - in definitiva si tratta solo di un passo di Catullo, di una conocchia, di un filo e di un fuso! Per, proprio per questo suo carattere minore, pu risultare anche molto significativo.

Plinio,Naturalis Historia 18, 19: linumque nere et viris decorum est Stazio, Achilleis 634 - 636.: ast ego / tenuare colus (pudet haec taedetque fateri) / iam scio 6 E. D. Reeder, Pandora. Women in Classical Greece, princeton University Press 1995, 215 sgg.
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