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PAOLO RUMIZ

LA GERUSALEMME PERDUTA
I luoghi misteriosi dove s'incontrano le religioni di occidente e di oriente

Foto di MONIKA BULAJ


INTRODUZIONE:

La Gerusalemme Perduta
Seimila chilometri in tre mesi, un viaggio
emozionante dall'Italia al sepolcro di Cristo

GERUSALEMME - Scende la notte, quasi più nessuno tra le


vecchie mura. Solo ombre che passano in silenzio, monaci
incappucciati che sbucano da un'arcata per sparire in una laterale.
Sulla "Via Dolorosa" un uomo trascina una croce per penitenza, o
forse per grazia ricevuta. Lontano, il suono di un organo. Il resto è
gatti che frugano nelle immondizie, botteghe sprangate, il grande
sonno del suk. Tacciono i muezzin e le campane. Tacciono gli
ebrei, che non fanno mai rumore. Di notte, passata l'orda dei
turisti, la città santa esce dal tempo.

Sul tetto del Sepolcro, sotto le stelle, neri monaci etiopi


accendono candele accanto all'albero del pepe; uno di loro si
assopisce, chiuso in una tunica nera, accanto a un libro nero e a un
bastone nero. Di sotto, in un angolo della navata, un diacono
greco sale una scala ripidissima con un vassoio di focacce per la
messa di mezzanotte. Poco più a Nord, nel palazzo
cinquecentesco della "Custodia di Terra Santa", i frati di Santo
Francesco russano nel sotterraneo dove lo spagnolo Ignazio di
Loyola, fondatore dei Gesuiti, venne rinchiuso secoli fa (non dai
turchi padroni, ma dai cristiani, che videro in lui un esaltato
attaccabrighe).

Fine del mese di luglio, anno 2005. Il viaggio è finito. Seimila


chilometri in due mesi, attraverso gli Appennini, i Balcani, la
Grecia, Istanbul, l'Anatolia fino ai confini dell'Iraq. E poi Siria,
Giordania, Israele. Un "Camino de Santiago" nella direzione
contraria, in cerca dei cristiani d' Oriente verso le terre dei
minareti, tra ciò che resta di un passato millenario. Un
pellegrinaggio attraverso mercati, biblioteche, deserti, templi,
locande, rovine nel vento, metropoli. Un "ritorno" alle origini
della fede, col Vangelo, il Corano e la Torah intrecciati in un
unico filo rosso fin dalla partenza a sorpresa, in mezzo alle Alpi.

***

Le immagini tornano. Le ultime città bianche a picco sulla


pianura piena di messi, là dove il Tigri esce dalle montagne. La
grande Luna mediterranea, ferma sopra un gigantesco ulivo
macedone, un patriarca più vecchio di Cristo e capace di dare
ancora frutto. Le notti del deserto, ardenti e piene di stelle. Un
sotterraneo di Milano pieno di enigmi. Un sigaro fumato con i
pastori, nelle praterie di Abramo. E l'alba dopo un temporale,
purissima, sul Monte Nebo, dove Mosé morì in vista della Terra
Promessa. Mi chiedo se saprò raccontare tutto questo.

Altre ombre vanno verso il Sepolcro, si assiepano attorno alla


tomba. Un monaco palestinese dalla barba e codino grigio-ferro le
smista energicamente, quasi brutalmente. Poco in là, sotto un
lampadario, suore ucraine vestite di nero si buttano a terra come
fagotti, mentre pope, archimandriti e diaconi escono da una nube
d' incenso per varcare un tramezzo tappezzato di sacre immagini.
"La vita è nella tomba", sussurra ghignando il vescovo greco
Theofilos, per spiegare a me, misero cristiano d' Occidente, che il
mistero è tutto in quelle reliquie.

Niente in questo viaggio ha rispettato le previsioni. Ero diretto al


Monte Athos, roccaforte maschile della fede, e poi ho bussato ai
monasteri delle femmine sui monti della Grecia. Ho seguito
donne sciite nella moschea di Damasco, e le ho viste genuflettersi
davanti a un minareto dedicato a Cristo. In Kosovo, in mezzo
all'odio, ho trovato l'oasi di pace più straordinaria del viaggio.
Con un eremita ho pregato per la pioggia, ed è arrivata la neve,
benedetta dopo anni di sete. E il mattino dopo, in fondo a un
deserto color senape, è apparso il Monte Libano, immacolato
come la cordigliera delle Ande.

Il mondo è sconvolto dal terrore. Eppure, quante crepe nello


scontro di civiltà. Ragazze in chador che chiedono la fertilità alla
Madonna. Musulmani che bevono vino. Ebrei che cantano
canzoni dell'Islam. Cristiani che si prostrano fronte a terra e
sedere per aria, come i seguaci di Maometto. Rabbini rumeni
nerovestiti come i preti ortodossi, islamici che non costruiscono
minareti e altri che ti parlano degli ebrei come dei cugini partiti.

In Turchia, durante una partita di calcio, ho sentito bambini


litigare in aramaico, la lingua del Nazareno. In Grecia, ho visto
sgozzare un toro in onore delle sante icone. E poi altari che un
tempo erano sacri mattatoi, storie sugli adoratori del diavolo ai
confini dell'Iraq, gli ultimi fuochi di Zoroastro. Qui a
Gerusalemme ho giocato a briscola e bevuto anisette con
un'allegra brigata di francescani. E ovunque ho trovato la sorpresa
di una birra. Anche ai margini del grande mare astemio dell'Islam.

***

Eppure m'avevano avvertito. Specie un frate, una sera, sul mare di


Venezia. "Impara in fretta - disse - la geografia del sacro non c'
entra con la religione. La religione è regola, apparato. Il sacro è
altro...misterium tremendum...nostalgia di un'assenza...Ti
sorprende dove non te l'aspetti. In una chiesa o in una sinagoga
diroccata, in un mendicante che ti guarda, sulla cima di un monte.
Il sacro è un fiume sotterraneo...ignora confini e conflitti.
Chiamalo dio, se vuoi. Ti sarà sempre vicino, lo scrive anche il
Corano. Come la tua vena giugulare".

Il frate aveva ragione. Nulla è rimasto negli schemi. Più andavo a


Oriente, più mi allontanavo da Roma, più il cristianesimo
diventava minoritario e privo di potere temporale, e più il suo
insegnamento risplendeva. Le chiese più piene della mia vita le ho
viste ad Aleppo, nella repubblica islamica di Siria. Le più vuote,
nella laicissima Turchia. E il posto più impenetrabile non è stata
la sinagoga di Istanbul o la moschea di Damasco, ma il Vaticano.
I mezzi di trasporto, corsari anche quelli. Un camion guidato da
un turco pazzo per la Luna, sua segreta Dea Madre. Pescherecci
greci che portavano vettovaglie all'isola abitata da un unico
monaco, reso barbaro dalla solitudine. Un uomo che andava a
pieni dalla Francia a Gerusalemme, in cerca della moglie morta.
E, ancora, un treno italiano pieno di slave che cantavano inni
stupendi al Signore. E poi le attese. Il treno per Bagdad che non
partiva. Le ore in piedi davanti a una poliziotta israeliana
adolescente che masticava chewing gum e sfogliava il mio
passaporto, senza guardarmi negli occhi.

***

La notte rinfresca, è l'ora dei pipistrelli, arriva la brezza dal


Giordano, mille metri sotto il Monte degli Ulivi. è dolce l'aria di
Gerusalemme, pare velluto. Una processione disegna ombre
enormi davanti a un lampione, se ne va con le sue litanie, si lascia
dietro solo l'eco del "Saecula saeculorum". Ho gli occhi pieni di
ori, ceri accesi, splendidi riti, icone uscite da sonni millenari. E
poi quei pellegrini russi, capaci di tracciare rotondi arcobaleni col
semplice segno della croce, come contadini nel gesto largo della
semina.
Ma è uno splendore che inganna. Quegli ori mentono: non dicono
che il cristianesimo è in pericolo. A Istanbul i greci sono scesi da
trecentomila a cinquemila. Ho visto il loro patriarca, Bartolomeo,
chino sulla sua scrivania, solo sotto il ritratto di Ataturk, assediato
da mille minareti che si chiamavano nella sera. A Est di Istanbul il
vuoto turco è ancora più tremendo. I cristiani che un secolo fa
erano milioni, oggi sono poche famiglie disperse. Così poche che
un giorno ho creduto di essere uno zoologo pazzo, alla ricerca di
una specie estinta.
Sul magico altopiano di Tur Abdin, il Monte degli Adoratori,
punto più orientale dell'itinerario, ho trovato un villaggio con
cinquanta cristiani dimenticati dal mondo, discendenti dei pochi
sopravvissuti alla mattanza del 1915. Con loro, un unico ringhioso
monaco, asserragliato in un eremo, che urlava ai fedeli come un
pastore alle pecore, armato di bastone e vestito di nero come
mago Merlino.
Qua e là si restaura una chiesa, arriva una donazione, la speranza
rinasce. Ad Antiochia, un francescano ha rimesso in piedi la
comunità in pieno accordo con ortodossi, musulmani, ebrei.
Qualche armeno anziano ritorna. Tra Mar Nero e Mediterraneo,
un vecchio prete indomito di nome Roberto fa centomila
chilometri l'anno per dir messa e tenere in vita le ultime chiese
rimaste nella più lontana Anatolia.
Ma è una corsa in salita. In Kosovo i monaci sopravvivono solo
grazie a una barriera di blindati italiani. In Israele, la tensione tra
ebrei e musulmani schiaccia proprio chi non c' entra, le genti di
Cristo. "Non c' è ostilità contro di noi - ti dicono queste - ma non
c' è futuro. Viviamo in un Paese sigillato. I giovani se ne vanno.
Niente lavoro, niente matrimoni. Siamo sempre di meno". Sembra
impossibile che accada proprio dove il cristianesimo ha scritto la
sua leggenda.

***

Che notte. Le stelle fanno una curva lunga sulla Moschea della
roccia, luogo santissimo dell'Islam, del Giudaismo e della
Cristianità, e l'ombra della cupola pare un'astronave persa nelle
galassie. Nel quartiere musulmano la civetta ripete il suo grido
metallico, quasi ultraterreno. Nella cattedrale di San Giacomo si
alza un canto veloce, tenebroso, inconfondibile. Sono gli armeni,
in fuga da millenni col Libro sotto braccio. Pregano come soldati,
mentre la Luna penetra dal lucernario e taglia con un raggio blu
l'aria piena d'incenso.
La minaccia dell'Islam? C' è dell'altro. Il nazionalismo, per
cominciare. Nel 2004, un centinaio di chiese serbe in Kosovo
sono state date alle fiamme da albanesi (musulmani ma anche
cattolici) impregnati di filo-americanismo e coccolati dalla Nato.
Un secolo fa, i bulgari ortodossi hanno distrutto i monasteri greci
del Nord con più ferocia degli ottomani. E i turchi hanno
massacrato greci, armeni e siriaci solo durante l'agonia
dell'impero, quando Ataturk si avviava a bandire alfabeto arabo,
velo e barbe, mettendo in riga gli imam.
E poi, l'indifferenza. In Cappadocia i visitatori europei
arrostiscono spiedini nelle chiese rupestri senza nemmeno
chiedersi come mai, in una terra intrisa di storia cristiana, non ci
sia più un solo cristiano. Non un siriaco, un armeno, un greco.
Come se tutto fosse finito da ottanta secoli, non da ottant' anni. E
qui a Gerusalemme, guardando turisti in bermuda parlare al
telefonino davanti alla tomba di Cristo come fossero a
Disneyland, ho pensato al tramonto dell'Occidente.
Incredibilmente, in questo disastro, i cristiani hanno tempo per
farsi la guerra. Persino nel Sepolcro, è uno scontro di processioni
e cori; uno strepito che solo l'organo cattolico sa far tacere,
sparando la cannonata finale. "Una volta era peggio - scherza
Michele Piccirillo, mitico francescano scopritore dei più bei
mosaici di Terrasanta - i cattolici buttavano pepe in polvere dalle
balaustre sui greci che cantavano di sotto, per farli starnutire".
La ruggine è così antica che, per evitare risse, le chiavi del tempio
sono da secoli in mano a un musulmano. Siamo divisi in ventidue
confessioni. Ebbene, persino in ciascuna esse regna la discordia.
Tutte ballano sull'abisso. I russi si sbranano fra anticomunisti e
non, si lanciano accuse di furto, corruzione, droga. Le lobby
cattoliche si fanno guerra per i miliardi del turismo religioso. I
greci hanno quasi linciato il loro patriarca che aveva venduto agli
ebrei terreni nella città vecchia. Gerusalemme può essere una
gabbia di folli.

***

Ma ora dormono tutti: i russi, i siriaci, i drusi, i maroniti, i copti.


Dorme l'ebreo hassid Gideon Lewensohn, dopo essersi tolto il
cappello di pelliccia, aver recitato le ultime preghiere, e messo a
letto cinque dei suoi otto figli. Dorme Awni Amarneh, vecchio
custode musulmano di una sinagoga, pure lui padre di otto figli,
che ogni giorno traversa paziente il check point per fare il suo
lavoro. Dorme di sonno inquieto Ibrahim Igbaria, cristiano di rito
greco della Capitale, che ha sposato una donna di Ramallah ma
non può farla abitare in casa sua, perché la legge rende quasi
impossibile l'immigrazione dai Territori.
Un'ultima birra sulla terrazza dell'hotel Mishkenot, davanti alle
stelle del Monte Sion. Tutto si ricompone, in fondo al labirinto.
Le bombe sull'Iraq, le Torri Gemelle, l'incendio balcanico, il
crollo del Muro. Qui è la matassa che riannoda i fili trovati sui
monti della Cappadocia e nei manoscritti della Biblioteca
Ambrosiana a Milano; nei monasteri dei Balcani, sull'isola degli
Armeni a Venezia o sulla tomba di Schindler, qui vicino, verso la
valle di Josafath.
Ho in mano un "komboloi", un piccolo rosario a palline nere di
maiolica, regalato da un greco a Salonicco. Solo stanotte ho
imparato a farlo volare nel modo giusto tra le dita. Sempre
stanotte, m'accorgo che questo viaggio non è durato due mesi, ma
anni. La spinta gliel'ha data la morte di un grande Papa, ma tutto è
cominciato molto tempo prima. Ha un'incubazione lunga la febbre
di Gerusalemme. E' una malattia che ti mangia, cresce per
contagio, si nutre di incontri, letture, coincidenze, sogni. E ora,
che la storia cominci.

(19 agosto 2005)


CAPITOLO 1:

Le trincee del sacro


Viaggio al confine delle fedi
Parto dai monaci di Bose.
Sulla carta segnano le tappe: il Kosovo, Urfa,
Damasco... Alchimisti, cabalisti pazzi, algoritmi tracciati sulla sabbia...

"Be shannà habaa Birushalaim".


La frase mi fulmina come un sortilegio in una notte di Luna ai
piedi del Monte Rosa, estate 2004, rifugio Zamboni. La sussurra
una donna anziana, guardando il cielo su una panca con due
bambini che le si stringono accanto. "Birushalaim": che magnifico
suono. È ebraico di certo. Dentro c'è "Shalom", pace, la parola-
chiave.

Dopo averla sentita, sembra che null'altro conti. Nemmeno


l'immensa parete Est del Rosa che diventa azzurra, emette
scricchiolii col freddo della notte.
La donna è ebrea, e racconta ai nipotini la storia del suo popolo.
Mi spiega che la formula vuol dire: "l'anno prossimo a
Gerusalemme", ed è l'augurio che si fa la prima sera di pasqua. Lo
stesso dei tempi dell'esilio, fatto mentre sull'Egitto arrivavano le
piaghe di dio. Dam, Barad, Chinim, Choshech: sangue, grandine,
pidocchi, tenebre. Sorride: "Ci vada anche lei, il prossimo anno".

I tre rientrano al rifugio, la Luna tramonta. Mi chiedo perché


Gerusalemme mi cerchi fin quassù, sotto le stelle dell'Orsa. Forse
sono queste valli traversate da eserciti di pellegrini, migranti e
disperati. Forse è questa concava parete di ghiaccio, orientata
come un radar verso il silenzio siderale.
....
Primavera 2005, il sole cala dietro il Monte Rosa. Malpensa è a
due passi, ma c'è una pace infinita. Dalla piazzetta di Tornavento
sul Ticino, alta sul fiume, la pianura verso è un lago buio, rotto
solo dai ghirigori argentati del Sesia e dal riflesso di qualche
risaia. Sulla scarpata scroscia il canale Villoresi e, più in basso, il
fiume. Non è più la Padania, ma la Mesopotamia, con sullo
sfondo le montagne della Turchia. E il Rosa è l'Ararat di Noé.

È passato un anno, a Roma hanno appena eletto il nuovo Papa,


sento che il viaggio si farà. Troppe coincidenze. Succede, con i
viaggi dell'anima. Un'amica ti racconta di aver trovato in soffitta
la spada del nonno templare, un professore ti spedisce in
fotocopia il manoscritto di un Anonimo che nel sesto secolo andò
nella città di dio. Poi un tale sul treno ti narra i segreti del Monte
Athos, "ultimo approdo per Gerusalemme prima del grande vuoto
turco". Accumuli incontri, letture, segni. Finché ti manca solo il
viatico.

È per questo che vado al monastero di Bose. In tanti mi hanno


detto di farlo. È una comunità nata da un'idea: unire i cristiani
d'Occidente e Oriente. Essere Athos e Cluny insieme. Lo cerco
all'orizzonte. Prima di Ivrea, sotto la linea delle montagne, c'è
un'ombra gigantesca, inquietante, inconfondibile, distesa come un
dinosauro estinto. È la Serra, la morena glaciale più lunga
d'Europa. Ecco, Bose luccica lassù.

....

Ultime risaie, alberi secolari, una miniera d'oro abbandonata, poi


il piano inclinato della Serra, disseminato di castelli e santuari.
Non lontano Fra Dolcino consumò la sua ribellione alla Chiesa di
Roma, e, dopo il massacro della sua gente fu bruciato vivo al
termine di indicibili turture. Un paese di nome San Sudario e
un'altura dove le tribù pre-romane eseguivano le condanne a
morte conferma che qui il sangue e il sacro si intrecciano
nell'intimo, e che l'incanto del luogo è tutt'uno con la sua storia
tremenda. In alto, appartato in una valletta, il monastero.

Enzo, il priore, mi riceve dopo il vespro. "Vada subito sulla linea


di scontro tra Oriente-Occidente. Gli ortodossi ci abitano sopra. È
un terreno incredibile. Produce guerre ma anche vitalità e fede.
Deve andarci per capire". Enzo ha zigomi da nomade centro-
asiatico, occhi azzurri che mandano lampi. Il tramonto gli
incendia la barba grigia. Racconta di Konya, dove è nata la
mistica di Mevlana, "la cosa più bella che ha dato l'Islam", e di un
gigantesco candelabro ebraico a sette braccia nel duomo di
Milano.

Messaggio chiaro: cerca i cristiani d'Oriente, ma fai attenzione, le


tre religioni del libro s'intrecciano, non puoi viaggiare in una
ignorando le altre. "Il sacro - insiste - è un filo unico, seguilo
senza paura"; e mostra sopra il monastero un colle dedicato a
Sant'Elia. "La Grecia è piena di alture dedicate a Elia. Ed Elia, in
antico, altro non era che Elios, il carro fiammeggiante del sole".
"E rammenti - dice congedandosi - il suo non è un viaggio di
andata. È un ritorno. Alle origini della fede".
....
Ceno con Sabino e Adalberto, distaccati alla mia tavola dal priore.
Con loro anche Ludwig, Matthias, Paolo. Mangiamo in letizia
rape rosse e mirtilli. Chiedo: ma che monaci siete? "Monaci di
fatto". Non siete un ordine? "No - ridono versandomi un Barbera -
ma nemmeno un disordine". Penso: chissà come vede il Vaticano
questi straordinari briganti della fede. Ma già Sabino decolla
sull'arcipelago cristiano d'Oriente; caldei, nestoriani, siriaci, greci
e altri ancora, un elenco che esaurisce in un attimo il block notes.

Quando arriva il nocino, i cinque si impossessano della carta del


Mediterraneo Orientale e cominciano a tracciare linee. "Vedi?
Qui è Tur Abdin, l'Athos dei siriaci". "E Bari, la tomba di San
Nicola? Quella non la puoi mancare". "E il Kosovo, guai
dimenticarlo!". "Poi Urfa... ah, la moschea di Abramo!". Volano
senza avvertirti dal passato al presente. "Aleppo, le melodia
cristiane più antiche del mondo...", "Damasco, il patriarca Ignazio
quinto Azim...". "Sì - imploro - ma di che secolo?". Debordano,
vorrebbero mandarmi in Egitto, al monastero di Ouadi el Natrun,
dove cresce l'uva e l'olivo.

Basta, è notte fonda. Sopra il portale un galletto in ferro aspetta


già il mattino. C'è scritto: "Jam gallus canat fervidus/et
somnolentos increpat". Il vento scende dai ghiacciai, fa cantare le
betulle. Canta anche la fontana sotto la mia stanza. Vado a nanna
ma il sonno non viene. Ormai, penso, è la febbre da viaggio.
Guardo il Cristo bizantino dipinto sopra il mio letto. E se fossi già
partito senza saperlo? Forse tutto questo cercare di chiesa in
monastero non è affatto un preambolo, ma già la mia strada.
....

La sera dopo torno a valle a cercare un prete che conosco. Ha


ottant'anni, abita da solo in mezzo alle risaie, dopo una vita spesa
a tuonare contro l'egoismo dei lumbard. Lo trovo immerso nella
lettura, s'è fatto crescere un barbone candido da mago. Mi
abbraccia. Gli dico di Gerusalemme e del fatale incantesimo in
ebraico. Confesso che da allora i miei sogni si sono riempiti di
visioni inverosimili. Alchimisti, fuochi greci, cabalisti pazzi,
algoritmi tracciati sulla sabbia, icone dagli occhi inquietanti.
Scribi, aruspici, imbalsamatori egizi. "Ma questa - esulta - è la
sindrome di Gerusalemme! C'è un solo modo di farsela passare:
andarci". Mi prende sottobraccio e mi porta fuori. È felice.
Escono le prime stelle, il verde smeraldo delle risaie si spegne, un
airone ci vola basso sulla testa. "Ascolta, il mondo s'è riempito di
foschi annunciatori di Armageddon. Opportunisti senza Dio che
incitano allo scontro con l'Islam e insegnerebbero il cristianesimo
anche al Papa... Ma ce ne fosse uno, uno solo, di questi furbi
predicatori cui importi davvero cosa accade ai cristiani d'Oriente!
Quelli non sanno nemmeno che ci sono cristiani in Iraq, Kosovo,
Israele, Turchia. A quelli importa solo del loro mezzobusto, dei
loro padroni, del fottuto petrolio che sta distruggendo il mondo".

"Smetti di leggere - incalza - smetti di cercare e parti. Vai a


Oriente, cerca i cristiani, torna e racconta". Mi abbraccia, la notte
è piena di grilli. Traverso il vialetto in ghiaia, ma quando sono al
cancello, lui mi richiama. Mi volto, la barba gli splende d'argento.
Dice: "Ma nishtanà halaila hazè mikol haleilot?". Ancora la
lingua ebraica! Forse è davvero l'ultimo sigillo. Traduce: "Cos'ha
di speciale questa notte rispetto alle altre notti?". Indovinalo, mi
fa con l'occhio furbo chiudendo l'uscio. Lo saprò quella stessa
notte. È il 23 aprile, vigilia di pasqua per gli ebrei. La data giusta
per andare a Gerusalemme.

(1 agosto 2005)
CAPITOLO 2:

Tra la città di Dio e quella dell'uomo


tutti i segreti del Monaco milanese
Milano, Biblioteca Ambrosiana. L'uomo in tonaca snocciola la sua sapienza
"Per fare il viaggio giusto non cerchi i luoghi, ma le persone"

"Le chiedo una sola cosa: non faccia il mio nome. Mi chiami il
Monaco, e basta. E ora venga, scendiamo nel sotterraneo".

Milano, Biblioteca Ambrosiana. L'uomo in tonaca traversa un


corridoio in penombra, pieno di libri. Li conosce uno per uno. E'
magro, snocciola la sua sapienza con voce un po' nasale, calma,
quasi soporifera. Passa davanti alla sala della Rosa, l'ex sacrestia,
dove i dottori bibliofili attorniano un manoscritto deposto su un
leggìo. Senza fermarsi, spiega che quello è "un testo cristiano di
Tikrit, la città di Saddam". Già, nel medioevo l'Iraq era pieno di
cristiani, chi se lo ricorda più. Traversa un magazzino, stacca una
grossa chiave da un pannello, la gira in una porticina, apre, scende
una scala in mezzo a affreschi sbiaditi del Rinascimento.

C'è poca luce. In fondo, i piedi "sentono" un pavimento a lastroni


enormi e consumati dal tempo. Siamo due metri sotto il traffico di
Milano. "Questo è il foro romano, quarto secolo dopo Cristo. Da
allora è cambiato quasi nulla". Sopra, il soffitto di una cripta,
poggiato su due file di pilastri. Non se ne vede la fine, gli occhi
faticano a leggere l'oscurità. Qua e là gocciolio, busti di bronzo
lasciati in un polveroso abbandono. "Siamo nel Sepolcro. E' qui
da novecento anni. L'hanno costruito i Lombardi dopo la Prima
Crociata, quella del prode Anselmo, che morì sulla strada del
ritorno...".

***
Il Monaco racconta. Nel 1100 i crociati vollero quella
riproduzione per vincere la nostalgia della tomba autentica,
l'ombelico del mondo cristiano. La vollero, guarda caso, in un
altro ombelico: il foro, il simbolo della Civitas, all'incrocio delle
grandi strade romane, Cardo e Decumano. Due segni della croce
sovrapposti. Una coincidenza non casuale. Indica una parete in
penombra: "Quello è l'ambulacro, anche nella città santa ne
troverà uno così. E la tomba è lì in fondo. Lì, nel Seicento, San
Carlo Borromeo si chiudeva in digiuno e preghiera, da solo. Se
guarda bene, lo può vedere ancora, oltre la grata, accanto al
sarcofago".

E' vero. C'è un uomo chino su una tomba. Sta fra quattro colonne
collegate da robusti tramezzi in ferro, in uno spazio rettangolare
più basso di un metro rispetto al pavimento romano. E' una statua
seicentesca, illusionismo barocco puro. Il cancello è aperto, il
lucchetto ha la chiave sopra, come se l'uomo fosse entrato un
minuto prima. Lo avvicini di spalle, e per guardarlo bene in faccia
non basta la luce fioca di una lampadina. Serve un cero acceso. E
la fiamma subito movimenta e approfondisce le ombre del vestito
cardinalizio. Rendendo la verosimiglianza ancora più
impressionante.

***

"Questo posto non lo conosce nessuno, ed è meglio così. Siamo in


Italia: arriverebbe un restauratore pazzo a estirpare la magia dei
secoli". Il Monaco distilla ancora ironia, risale la scala di pietra,
esce nella luce forte del giorno. Spiega che per capire il luogo
bisogna uscire, entrare fino in fondo nella topografia di Milano.
Trovare la chiave del punto d'incontro tra la città di dio e quella
dell'uomo, la Gerusalemme celeste e quella terrestre. E affrontare
la tempesta di simboli che si condensano in quel punto preciso. Il
foro-sepolcro.

Usciamo. Milano tuona di traffico. Sul retro della Biblioteca c'è


una piazza, il suo nome è del Santo Sepolcro. "La geomanzia non
era una scienza approssimativa. Si misurava l'inclinazione del
terreno e quindi il deflusso delle acque, si tagliava l'universo in
quattro parti eguali e solo allora si disegnavano le due strade
maestre della città. Era la Quadratio Orbi per costruire l'Urbs.
Ecco, questa piazza è il grande incrocio".

"Questo è il cuore della città, ammesso che la città un cuore ce


l'abbia", ghigna il Monaco. "Guardi qui la carta. Se prolunghiamo
corso di Porta Romana e via Manzoni, ignorando il reticolo di
strade sghembe successive, non arriviamo affatto al Duomo, ma
esattamente qui nel Sepolcro. L'angolo a novanta gradi è
perfetto".

***

La carta dice anche altro. A due passi dal Sepolcro c'è la Zecca,
poco in là Piazza Affari. Banche dappertutto. Come mai Religione
e danaro si sovrappongono in modo così totale proprio qui? Che
c'entra Dio con la Milano dei danè? Torniamo alla Biblioteca,
muro perimetrale esterno, lato Nordovest. Se ne diparte una via
ortogonale, che costeggia la Banca d'Italia: via della Moneta.
"Questa strada esiste da duemila anni. E prima della banca c'era
un tempio, a Giunone Moneta". Un altro sfondamento prospettico.
"Denaro viene dall'aramaico "din", che significa religione. Ma
"religione" è un concetto che non ha poco a che fare con la fede,
esiste solo nel Mediterraneo antico. Vuol dire regola, unità di
misura, elemento commerciabile. E di riflesso anche denaro".

E Moneta, allora? "Moneta, money, stessa parentela. La radice è


sempre la lingua di Gesù. "Divino" si diceva "Mon"". Denaro e
moneta, un nesso doppio, sopravvissuto per duemila anni. Chiedo
al Monaco come ha potuto durare così a lungo. "Nel nome è
sempre contenuta l'essenza divina della cosa. "Nomen" e "numen"
coincidono, nel mondo antico. Perciò il nome non si cambia se la
"res" permane. E il nome "Mon" dimostra un'efficacia
straordinaria: svela un nesso primordiale, il segreto del legame tra
il tempio e il denaro".

Ora tutto quadra. Prima di diventare chiesa del Sepolcro, questo


spazio apparteneva alla gilda degli zecchieri, quelli che
stampavano moneta. I quali non avevano fatto altro che insediarsi
là dove stavano i loro predecessori pagani. "Da chi viene quasi
linciato San Paolo quando arriva a Efeso?" mi stuzzica la guida.
"Dagli argentieri, sistemati nel tempio di Artemide! Paolo aveva
detto che la loro era una falsa dea, e quelli reagirono. Se lui
diceva il vero, l'argento cambiava padrone. Non era una roba da
ridere. Efeso era la zecca, la banca centrale dell'Asia".

***

Di nuovo piazza del Santo Sepolcro. Apprendo che da qui


Mussolini annunciò la marcia su Roma. I primi fascisti si dissero
"sansepolcristi" ed è difficile pensare che fosse casuale. Partire
per la conquista del potere dal foro romano di Milano (che fu
quarta città dell'impero dopo Roma, Treviri e Costantinopoli), dal
capolinea di Gerusalemme e della prima crociata, e da segni
esoterici legati alle corporazioni, voleva dire qualcosa.

Sulla piazza stava un ospedale e un'antica farmacia. Anche qui


una vicinanza voluta. Al sepolcro non era legata solo la scienza
bancaria. Quello di Gerusalemme era segnato dalla memoria delle
"tre Marie" - la Madonna, la Maddalena e la Maria di Cleofa - che
portarono unguenti alla tomba di Gesù. Da lì una raffinata
produzione di farmaci e profumi la cui fama arrivò fino al Khan
della Cina già ai tempi di Marco Polo.

A Milano fu la stessa cosa. "Sul sarcofago dove prega la statua di


Borromeo - spiega il Monaco - sono scolpiti soldati che dormono,
angeli con la sindone, e anche una Maria Maddalena con
unguenti. Proprio attorno a San Carlo crebbe una produzione
raffinatissima di medicinali. Qui era la "Carlo Erba" di allora. Sa,
non si finisce mai di trovare cose qui dentro... Ma il senso di tutto
lei lo troverà solo a Gerusalemme. Per questo lei deve fare questo
viaggio. Usciamo fuori dalla biblioteca, venga nel mio studio.
Posso darle indirizzi utili".

Due stazioni di metropolitana, una casa antica. L'uomo sale al


secondo piano, gira la chiave nella toppa, entra in una stanza
ingombra di libri, apre l'agenda, copia alcuni nomi e numeri di
telefono, me li porge. Poi, accompagnandomi alla porta, mi fa
l'ultimo regalo. "Quando Elia fugge sul monte Oreb inseguito dal
re Achab, dio gli dice: "Elia, dove mi cerchi? Io non sono nel
vento, non sono nel fuoco e nemmeno nella brezza. Sono là dove
tu mi adori". E allora ascolti. Se vuol fare il viaggio giusto, non
vada a cercare i luoghi, ma le persone".
(2 agosto 2005)
CAPITOLO 3:
Venezia, porta della cristianità d'oriente
Storia di una sinagoga "errante"
"I cristiani d'Oriente sono un arcipelago di diversità". Il viaggio deraglia
su una storia di ebrei e un intero luogo di culto trasferito a Gerusalemme

SUL TRENO PER VENEZIA - dove mi imbarcherò per i


Balcani - mi assale un'ansia tremenda. Che gliene importa agli
italiani di un viaggio alla ricerca di dio? Esiste ancora nel mio
mondo il senso dell'Altrove? Ieri a Milano cercavo scarpe da
viaggio, roba semplice, multiuso. Ero in una strada luccicante di
negozi; c'era di tutto, il tecno, lo sportivo, il fighetto. Ma la scarpa
normale non c'era. In più, i commessi mi guardavano come fossi
matto. I loro occhi dicevano: "Ma chi è questo qui? Vuole scarpe
per camminare... Non s'è mai sentito... La scarpe servono per
apparire...". E io, tra le masse adoranti alle vetrine, pensavo: forse
in Italia Dio si è fatto scarpa, telefonino, mutandina.

Venezia, vaporetto per San Giorgio, dove pernotterò nel


monastero dei benedettini. Oltre punta della Dogana, l'isola
compare, solitaria col suo campanile in mezzo alla laguna, e
sembra già un avamposto. Contro che cosa? L'orda islamica?
Oppure il diluvio dei nuovi barbari che passano per Venezia senza
conoscerne la storia o il profumo d'Oriente? O magari l'illustre
Fondazione che governa l'isola e vorrebbe - leggo sui giornali -
sfrattare i monaci per fare... una foresteria?

Sento che fare questo viaggio sarà niente rispetto alla fatica di
scriverlo. Sbarco sul molo abbacinante di luce. E il convento,
accanto alla chiesa, pare già un'Arca di Noé che salva dal grande
nulla della terraferma.

***

"Dicamus laudes domino fervente prompti spiritu". Una voce


baritonale rompe il silenzio, riempie la navata della cappella della
Deposizione, si tira dietro altre voci. I monaci attaccano i salmi
dell'"ora media", seguono sul "Liber Hymnarius" un reticolo di
note quadrate, solide, medievali. Padre Uberto, 84 anni, mi
bisbiglia: "La sente la forza del gregoriano? Meglio delle chitarre
e dei mandolini, no? Ci pensi: tutto questo non esisterebbe senza
il latino". Solo il priore Basilio non canta e non legge. Ha occhiali
come fondi di bottiglia, s'è mangiato gli occhi lavorando una vita
sui manoscritti.

Cena nel refettorio, rumore sommesso di stoviglie e di vino


versato, lettura del Levitico. Poi suona una campanella e la
consegna del silenzio si rompe. Ho accanto Pierre, un giovane
monaco francese in trasferta dai fratelli lagunari. Mi pone subito
la domanda-chiave: "La culla del cristianesimo è tra Eufrate e
Mediterraneo, sì o no? Lo è, nessun dubbio. E allora perché ce ne
siamo dimenticati?". Risponde a se stesso: "E' successo che le
invasioni barbariche, il Rinascimento e l'Illuminismo hanno
generato un pensiero che, rifiutando l'Oriente come qualcosa di
evoluto, ci ha isolato delle nostre radici".

Sera viola davanti all'imbarcadero, dal chiostro arriva il "Gloria


Patri et Filii". Una pace sublime. Pierre perfeziona il pensiero: il
cattolicesimo è "logique, morale, administration". L'ortodossia è
"contemplation". Spiega che quando è arrivata la marea islamica,
questa spiritualità è emigrata nel mondo slavo, e oggi "forse solo
in Russia e Ucraina che trovi ancora la dolcezza della fede
antica". Noi, invece, "abbiamo modernizzato tutto, tranne, forse,
questo fantastico canto gregoriano". "Loro, i cristiani d'Oriente,
sono rimasti un arcipelago di diversità; noi abbiamo Roma, il
Vaticano, un solo potere e una sola liturgia. Loro amano il Cristo
che risorge, la salvezza che si compie. Noi il Cristo crocefisso, la
carne flagellata, il patimento. Due pianeti".

***

Venezia è il "gate" per l'altra cristianità. Sei già oltremare: puoi


persino risalire come un pesce tutte le gerarchie di Bisanzio fino
all'ultima sorgente. Ti capita di bussare a una chiesa greca per
chiedere accrediti, e che un barbuto reverendo Nicola dal titolo di
"sacellario" ti spedisca da un reverendissimo "archimandrita" del
trono ecumenico, "protosincello" Policarpo, il quale - dopo lunga
anticamera tra "presbiteri", "protopresbiteri" e "despoti" - ti apre
la strada per sua eminenza reverendissima "metropolita"
Gennadios, arcivescovo d'Italia ed "esarca" per l'Europa
meridionale. Il tutto per arrivare a sua santità Bartolomeo
"patriarca di Costantinopoli-Seconda Roma", che apporrà l'ultimo
sigillo al salvacondotto per la tua destinazione finale.
Capita anche che, nei tempi morti di questa affascinante trafila
luccicante di ori e profumata di incensi, il tuo viaggio riassuma -
già prima di partire - duemila anni di storia cristiana e soprattutto
tu abbia il tempo di incontrare armeni, siriaci, russi, e persino
musulmani ed ebrei, i quali ti racconteranno altre storie, che
subito ti faranno deragliare in direzioni impreviste, smarrire in un
dedalo di calli come in una storia di Corto Maltese. Non sei più tu
che domini il viaggio, ma è il viaggio a portarti dove vuole. La tua
cloche trema come quella di un aereo in picchiata; e impari subito
che opporsi non solo è inutile, ma controproducente. Tanto, quelli
che paiono ostacoli si sveleranno opportunità, che ti porteranno
comunque alla meta. Gerusalemme, il condominio primordiale dei
monoteismi.

***

Sapevo che gli ebrei fossero erranti; non sapevo che errassero le
sinagoghe. Ignoravo che queste fossero capaci di traversare mari,
volare da un continente all'altro con rotoli di preghiera, arredi e
rabbini, come in un quadro di Chagall. E invece succede, le
sinagoghe volano. Lo scopro nel Ghetto di Venezia, il padre di
tutti i ghetti (il nome viene da una vecchia fonderia, il "getto")
dove uno studioso della Serenissima mi narra questa fantastica
storia.

C'era una volta, a due passi da Venezia, nella cittadina di


Conegliano, un'antica sinagoga dimenticata. Un giorno,
cinquant'anni fa, arrivò un ingegnere da Israele e chiese di portare
arredi e decorazioni a Gerusalemme, per dare un luogo di
preghiera agli ebrei d'Italia trasferiti in Terrasanta. Ebbe l'assenso
dal Comune e, durante i lavori, apprese che la sinagoga aveva
funzionato per l'ultima volta tra il '17 e il '18, dopo lo
sfondamento di Caporetto.

Un plotone di soldati asburgici di religione ebraica, guidati da un


rabbino, si era acquartierato proprio lì, dietro la linea del Piave.
La cattolicissima Austria - pensate che tempi - aveva anche imam
e rabbini inquadrati nella truppa. Idem per le cucine da campo: ce
n'erano per cristiani, ebrei e musulmani. Fu così che il rabbino
mitteleuropeo riattivò l'edificio e vi officiò la pasqua del '18. Ma
poi fu lo sfondamento italiano sul Piave, l'abbandono e la fuga.
Gli imperi crollarono, e venne il disastro. Trionfarono gli stati-
nazione, i popoli gridarono "Dio con noi", e ripresero a
massacrarsi.

Ed eccoci al 1954, inaugurazione solenne della sinagoga,


luccicante di arredi barocchi restaurati. Arrivano rabbini da mezza
Israele. Tra loro, un anziano sconosciuto, più commosso degli
altri, che alla fine si svela. E' lui, il rabbino asburgico di
Conegliano! Aharon Wishon, scampato a due guerre mondiali e
all'Olocausto, che sbuca dalle nebbie del tempo. La sua sinagoga
l'ha seguito; è volata a lui dal mondo di ieri. Da allora, il vecchio
non l'abbandonerà più, fino alla morte.

***

Imbarco per la Dalmazia e il Montenegro, sacco e zaino sul molo,


vortici di gabbiani. Sto per partire, ma Venezia imbroglia di
nuovo le carte, mi narra altre storie, mi spinge in altre direzioni.
Ormai, il viaggio fa di me ciò che vuole. Un amico viene a
salutarmi e mi parla di un prete veneto che ha vissuto trent'anni
con i beduini di Terrasanta, in posti senza acqua né luce. Una
leggenda.

"Cercalo, si chiama Aldo Tolotto, Abuna Aldo per i pastori che


l'hanno avuto accanto per trent'anni". O semplicemente Aldo, per
quelli di Motta di Livenza, dov'è nato nel '46. Penso: è lui il mio
uomo. Perché non l'ho saputo prima? Devo trovarlo prima di
partire, un passepartout per i beduini è troppo prezioso. La
decisione è immediata: rinuncio all'imbarco e vado a cercarlo. E
non so ancora che questa pista mi porterà nel posto meno
prevedibile. Il cuore segreto del Vaticano.
(3 agosto 2005)
CAPITOLO 4
Il prete del deserto trapiantato a Roma
e il monaco cinese che vide il conclave
Don Aldo, un prete di Terrasanta. Un "duro" che oggi gestisce
il residence dei cardinali. La storia di un Marco Polo alla rovescia
dal nostro inviato PAOLO RUMIZ

© MONIKA BULAJ

"Aldo Tolotto, il prete del deserto? Eccome se mi ricordo di lui"


s'illumina una pia donna nella curia di Venezia. "E' un duro.
Quando lo mandarono in Giordania, un capotribù lo sfidò a pugni
e lui disse: va bene, ma chiamati un avvocato; se ti rompo il naso
non voglio grane. Fu così che il boss rinunciò alla sfida e i
beduini rispettarono quell'italiano che non arretrava mai". Come
si fa a non cercare un tipo simile, un prete di Terrasanta che ha
vissuto trent'anni tra le pecore, sotto le stelle, in posti senz'acqua
né luce?

Telefono ad Amman, ma senza risultato. In Israele stessa storia.


Risposte elusive. I preti non parlano volentieri dei loro colleghi.
Poi ecco le prime tracce, al "Notre Dame", l'ospizio dei pellegrini
della Città santa. Pare che l'abbiano chiamato a dirigerlo da due
anni. Ma il prete è scomparso anche da lì. L'hanno appena
trasferito a Roma. Ma dove? Altre risposte elusive. Provo con i
centralinisti del Vaticano, che sanno sempre tutto. Funziona. Mi
passano la "Domus Sanctae Martae", dove una segretaria mi dice
che sì, don Aldo sta ricevendo cardinali.

Cardinali? La casa di Santa Marta? Ma non è l'albergo dell'ultimo


Conclave, quello che ha eletto Ratzinger? Stupefacente. L'uomo
dei beduini dirige l'albergo più esclusivo del mondo. "Venga - mi
chiama poco dopo - venga fra tre giorni alla porta del
Sant'Uffizio. Dica alla guardia svizzera che è per me".

***

Mi aspetto un palazzone antico, popolato di velluti e penombre.


Invece la domus Sanctae Martae in Roma - il più illustre
caravanserraglio della cristianità d'Occidente - è un grande cubo
moderno e senza storia, pervaso di un clima svizzero, quasi
farmaceutico. Anche la sala d'aspetto è anonima e tirata a
specchio. Ma il mio stupore è compensato dall'attesa. Ora, ne
sono certo, vedrò entrare un profeta dagli occhi ardenti. Immagino
la sua barba, la tonaca, i sandali da frate.

Invece no. Mi compare un uomo di marmo, impenetrabile e


controllatissimo. Perfettamente rasato, completo nero, scarpe
lucidate. Sono stupefatto. Don Aldo potrebbe essere tutto e il
contrario di tutto: un direttore di banca, un cardinale, un agente
segreto. Sono di fronte a un fenomeno capace di sopravvivere tra
arabi ed ebrei, pastori e papi, pelli di capra e lussuosi velluti. Mi
porta nel suo studio mega-direzionale, si acquatta come un
gattone dietro montagne di carte, mi fornisce paternamente nomi,
indirizzi, consigli.
Eppure non posso credere che un carovaniere come lui possa
resistere tra i marmi, le arie condizionate e i bisbigli del conclave
più sprangato della storia. E invece ci sta a meraviglia: "Tutto è
funzionato come un orologio - sorride senza modestia - e avrebbe
potuto funzionare così per mesi". Gli chiedo se ha ancora il tempo
di guardare le stelle. E lui: "E' l'uomo che fa il posto, non
viceversa".

***

Fuori, San Pietro è immersa in una luce che accieca e ti perde


nell'immensità dei colonnati. Dove sono? San Pietro venne da
Oriente, ma l'Oriente dov'è? Nel Tempio l'organo si arrampica da
bassi tenebrosi a timbri altissimi, ma l'organo è uno strumento
inconcepibile agli ortodossi. Troppo rimbombo. Dai tetti dei
palazzi si sporgono statue gesticolanti e vagamente ansiogene che
niente hanno a che fare con la rigidità delle icone d'Oriente.
Ricordano i cardinali al funerale di Wojtyla, quando un colpo di
vento ne sollevò le vesti e svelò volti terrei per la tensione come
nella "Sepoltura del conte di Orgaz", un famoso quadro di El
Greco.

Forse l'Italia non è divisa tra Nord e Sud ma tra Adriatico e


Tirreno. L'Adriatico è Grecia, simbolo, mito. Il Tirreno è tutto ciò
che l'Oriente non ha mai conosciuto: allegoria, rinascimento,
barocco, Spagna e controriforma. "L'essenza di Santa Sofia -
scrive duramente Robert Byron, viaggiatore inglese del
Novecento - è atmosferica, quella di San Pietro è concreta e
incombente. Una è la casa di Dio, l'altra il salotto dei suoi
rappresentanti. Una è consacrata all'illusione, l'altra alla realtà".
Passano fiumi di giapponesi, e la presenza del grande polacco
sembra già dolorosamente svanita dopo aver riempito i media del
mondo intero.

Busso alla Congregazione per le Chiese Orientali. Sulle pareti,


tempere dei luoghi santi russi: Vladimir, Rostov, il Cremlino.
Icone, mobili Moghul, un corridoio che porta alla stanza vuota del
prefetto, il cardinale Ignazio Mussa Daud, patriarca emerito di
Antiochia, in missione chissadove. Ricevo ancora consigli,
numeri di telefono. Ma anche lì la leggenda mi sfugge. E' come se
con l'elezione del nuovo papa fossero saltate le centraline. C'è
fibrillazione, un gran traffico di delegazioni in ansia. Tutta la
macchina è tesa a interpretare la volontà di un uomo solo, il
sovrano di San Pietro.

Dove cercare nutrimento? Forse è meglio cercare nei libri, nella


storia millenaria del luogo. Vado alla Biblioteca Vaticana, chiedo
un permesso per leggere alcuni manoscritti e soprattutto
raccogliere immagini di questo luogo straordinario, ma tutto si
arena in una lunga trafila, al termine della quale arriva un cortese
e inesorabile "Non possumus". Non ci posso credere, chiedo lumi
agli uffici, mi dicono che "la questione è sub secreto" e "non si
possono dare ragguagli al riguardo". Che fare?

***

"Ma che segreto. Il Vaticano ha venduto il copyright sulle


immagini a una società californiana, e adesso ha un contratto-
capestro che lo vincola fino al 2010. Tutto qui". Il Prelato ghigna
con amarezza. Un altissimo prelato. Guarda fuori dalla finestra i
tetti della città eterna. Mormora: "Ma che ci sta a fare a Roma
cialtrona. Questo è un luogo di burocrati, di corridoi vuoti. Vada
via, il Cristianesimo non sta al Centro, sta in periferia, dove non
c'è potere. Vada lontano, tra la gente. Roma non ha il senso del
mondo, è una vecchia che si specchia in se stessa. Era così già
secoli fa... Adesso ascolti...".

Su una terrazza romana, con le prime stelle che si accendono sui


colli, l'uomo mi narra una storia stupefacente. L'arrivo in
Vaticano di un monaco cinese, nell'anno del Signore 1287.
Rabban Sauma si chiamava, cristiano nato a Pechino. Rabban,
l'equivalente di Rabbi per gli ebrei. Un Marco Polo alla rovescia,
inviato del Gran Khan per chiedere ai cristiani di fare fronte
comune contro l'Islam che dilagava dall'Asia Centrale al Nord
Africa. "Lo sappiamo da un manoscritto in lingua siriaca del
Trecento, trovato più di un secolo fa nel Kurdistan".

Dopo Tabriz e il Caucaso, il monaco si imbarca per


Costantinopoli, prosegue via mare per lo stretto di Messina, dove
vede una montagna che "emette fuoco di giorno e fumo di notte",
l'Etna. Attorno a Napoli assiste a una battaglia campale tra
aragonesi e angioini. Quando arriva a Roma, scopre che il papa
Onorio quarto è appena morto e il conclave stava per avviarsi. E
scopre che in Vaticano non hanno la minima idea delle
dimensioni della cristianità verso Oriente. Non sanno che il verbo
dei nestoriani, a suo tempo bollati come eretici, è arrivato da
secoli fino alle sponde del Mar Giallo.

I cardinali sono perplessi. Chi è costui? Che teologia professa?


Rabban chiede di essere messo alla prova e celebra una messa. I
prelati sono stupefatti. Dopo mille anni, i cristiani cinesi sono
ancora quasi identici, nel rito, ai cristiani d'Europa. "Vede?",
sorride il Prelato, "Roma non ha mai avuto la percezione
geografica della nostra fede". Apre un giornale. "Guardi qui,
parlano del pericolo etiope, come se tutti gli etiopi fossero
musulmani. Ma lo sanno che l'Etiopia è un Paese a maggioranza
cristiana? Lo sanno che quella è una delle chiese più antiche del
mondo e che lì esiste anche il Vangelo di Maria? No. Ormai
guardiamo al mondo con l'occhio degli americani...".
Stappa una bottiglia di Malvasia, lo versa in due bicchieri. "Vada
a Oriente, faccia un Camino de Santiago nell'altra direzione. Era il
sogno di Wojtyla. Vada. In nomine patris et filii et spiritus
sancti".
(4 agosto 2005)
CAPITOLO 5
"Bargrad", in Puglia per San Nicola
con la fede delle badanti russe
Un treno carico di donne che lavorano in Italia o vengono da lontano
La meta è il capoluogo pugliese. Canti per il santo più amato d'oriente

Che ci faccio sul treno per Bargrad? Perché è pieno di donne


slave? Che mare vedo dal finestrino? Dove diavolo è Bargrad?

La voce del controllore mi strappa dal dormiveglia dell'alba.


"Signo', o' bigliett". Sì, il biglietto. Eccolo qua. Sopra c'è stampato
Bari, Italia. Ecco, vede? Vado a Bari, il mio imbarco per
Gerusalemme. Bari, la città di Nicola, il santo più santo dei
cristiani d'Oriente. Nicola il buono, il barbuto, il semplice, il
protettore dei viaggiatori. E le donne? Badanti. Russe, rumene,
ucraine, immigrate in Italia. Dove vanno se non a Bargrad, la Bari
degli slavi, rapite da un sublime incantamento, su questo intercity
ortodosso che fila a cento orari sull'Adriatico?

Per capire il mistero della Russia, mi disse un giorno un prete


bergamasco, non serve andare a Novgorod o navigare nel Mar
Glaciale Artico verso le isole Solovki, il monastero che Stalin
trasformò in gulag. Basta andare a Bari di giovedì, il giorno che i
russi dedicano a Nicola. Scendere nella cripta dove stanno le ossa
del santo. Lì c'è già tutto. Gli ori, i canti, l'estasi, le candele. E se
nella penombra ci sono pellegrini silenziosi, stanchi e incantati,
non puoi sbagliare. Sono russi. Venuti da distanze immense, dalla
pancia della Grande Madre. Via mare, in aereo, in pullman, in
treno. O a piedi.

Così ora eccomi qua, all'alba di un giovedì, salito apposta su un


treno di badanti che viene da Milano. L'occasione, avevano
saputo, era speciale. In basilica erano attesi altri pellegrini da San
Pietroburgo e dalla Siberia più lontana che ci sia, la Iakuzia. Un
posto da settanta sotto zero.

***

L'intercity ronfa, pieno di pendolari italici. Le slave no, sono


sveglissime. Fanno il loro pic-nic a filo di mare. Focacce,
frittatine, paste-sfoglie al pathé di melanzane, insalate russe. Roba
squisita, fatta in casa. Giovanni, un cieco venuto in pellegrinaggio
con la sua brava ucraina, se la gode: "Nemmeno mia madre mi
trattava così". Manca solo la vodka, e tra queste donne con larghi
zigomi e occhi a mandorla, robuste come lavandiaie o esili come
ballerine del Bolscioj, il treno già ti spara dieci fusi orari più a
Oriente.

Poi, nel silenzio, Maria comincia a cantare. Una voce purissima.


Irina le va dietro. Poi Nastassija, e il canto diventa coro. Maria ha
trent'anni, fa la cameriera a Modena, è laureata, e nel tempo libero
studia musica. Spiega: "E' il salmo 103. Canziamo di come zio ha
creato la terra". Inverte deliziosamente la "ti" con la "zeta". Ma
proprio quel "dio" che diventa "zio" svela un'intimità col sacro
che l'Ovest ha perduto. Sussurra: "Canziamo per Batuska", il
paparino. Chi? Ma sì, il pope che s'è assopito, affranto di
stanchezza, dopo aver confessato tutta la notte.

Viaggiatori tosti i russi. "Grazie a una combinazione diabolica -


scrisse nell'Ottocento tale marchese de Custine - il russo è in
continuo movimento, non essendo libero". Col comunismo è
andata peggio; la Russia è diventata una centrifuga di anime
perse. Stalin spostava popoli interi con un dito. Purghe,
deportazioni, manicomi, gulag, orfanotrofi di stato. Così qualcuno
ha fatto di necessità virtù, ha inventato il vagabondaggio anti-
sistema collegandosi alla tradizione dei pellegrini mistici. Un
filone antico, nato in Anatolia, e poi emigrato a Nord, quando i
Turchi invasero le terre di Bisanzio.

Il treno arriva, e Bari è già Oriente. La luce delle pietre, le icone


nei vicoli, il vento di Borea, il blu del mare tra le arcate. Bari non
è Napoli. Napoli è Spagna, teatro barocco, grida di comari. Qui
invece c'è silenzio, nella contr'ora il rumore delle stoviglie nei
vicoli è più forte delle voci. Le russe ricominciano a cantare, si
sentono a casa, più vicine a Costantinopoli che a Roma. Davanti
alla basilica assaltano gioiosamente i siberiani e il loro vescovo.
E' giovane, rosso di pelo, e si chiama Zosima, come l'eremita de
"L'Idiota" di Dovstojeskij.

"La mia diocesi - spiega - è grande cinque volte la Francia e ha un


milione di abitanti. Per andare da una chiesa all'altra devo usare
l'elicottero". E Nicola che c'entra con voi? "Le prime chiese, oltre
il circolo polare, sono state costruite nel suo nome. E' Nicola che
ci protegge dalle alluvioni del fiume Lena, che quando è in magra
è largo cinque chilometri". Già, te n'eri dimenticato. Ci sono
cristiani anche oltre la Mongolia.

"Non c'è russo che non sappia trovare Bari sulla carta geografica"
gongola Giovanni il priore, trentenne domenicano, col sorriso
smagliante dei commessi viaggiatori d'una volta. "A Mosca mi
conoscono più che a Roma, un giorno mi hanno fermato per
strada perché mi avevano visto in Tv". Sa benissimo di gestire un
posto unico al mondo. Il solo dove cattolici e ortodossi coabitano,
dividendosi il tempo con precisione condominiale.

Nella cripta c'è una messa cattolica, ma le donne delle grandi


pianure non se ne accorgono. Non immaginano che questa cosa
parlata, con poco canto e poche genuflessioni, senza ori, icone e
luccichio di candele, possa essere una messa. E quando, a
mezzogiorno, tocca agli ortodossi, il salto di atmosfera è
impressionante. Il gregge accende centinaia di ceri come fosse
Natale, si affolla attorno alla sorgente di luce dorata e alla reliquia
protetta da una grata di ferro. Una tensione di diecimila chilometri
che si scioglie.

I russi sono attoniti, attraverso la cancellata possono vedere per la


prima volta nella loro vita la parte più segreta del sacrificio: il
pane pugnalato dal sacerdote, attimo tremendo che normalmente
si consuma dietro il tramezzo chiamato "iconostasi", che
rappresenta il diaframma fra terra e cielo, mondo visibile e
invisibile. A Bari la magìa è nuda. Una decina tra pope, vescovi,
diaconi e chierichetti in paramenti rossi e dorati va e viene attorno
alla tomba-altare, si inchina, s'incurva, innalza canti attorno a un
unico, interminabile basso continuo.

***

Viktor è arrivato da Mosca, ha l'occhio severo e una barba come


Mosé. E' la quarta volta che viene in basilica. Dice: "I baresi non
sanno che tesoro hanno. Qui qualsiasi grazia chiedi con fede, la
ottieni". Un giorno, racconta, dio mandò in Russia San Nicola e
San Cassiano. I due trovarono un contadino, col suo carro
affondato nella melma. Cassiano si mise a pregare, Nicola invece
diede una mano e spinse il carro. Allora dio chiamò a rapporto i
due santi e chiese al primo: come mai non sei sporco? Cassiano
rispose: io ho pregato. E Nicola: io ho lavorato. "Allora dio
decise. Diede a Nicola due feste l'anno, in marzo e in dicembre, e
a Cassiano una sola, e per giunta il 29 febbraio". Perfida festa
bisestile, che ricorre un anno sì e tre no.

Le russe se ne vanno, squadriglie di rondini volteggiano attorno ai


campanili, la Luna si riempie lentamente. Un domenicano si
avvicina, capisce il mio rapimento. Si chiama Dalmazio, è un
venerando professore in teologia. Ha la tonaca, pare uscito da una
miniatura bizantina. Risplende di dolcezza. "Vede, l'umanità si
sente capita dal Santo più che dai ministri del sacro. Anni fa, in
Columbia, vidi una donna col volto solcato dal dolore che pregava
davanti a una madonna nera, trafitta dalla pena come lei. Le
chiesi: como stas? E lei, guardando Maria, sospirò: nos nos
entendemos, noi due ci capiamo".

***

Addio amiche badanti, il treno riparte, il cielo diventa viola, il


mare di strass, vele passano nel maestrale. Ma il vecchio ansima,
incalza, è come se volesse togliersi un peso. "La nostra teologia,
con le sue categorie logiche, è una scuola di ateismo. Il rapporto
vero col sacro passa attraverso la carne e le ossa... Il pane della
comunione non ci entra forse nel corpo? La religione vera è
innamoramento, "Saudade"... nostalgia della pienezza di un
incontro che non lascia strascichi di colpa... e poi, la donna è la
creazione più stupenda di dio... si ricordi, Cristo disse: le
prostitute vi precederanno nel regno dei cieli...". E se ne va,
ciabattando, tra le rondini della sera.
(5 agosto 2005)
CAPITOLO 6:
Al fronte delle religioni
il paradosso d'oriente
Oltremare non c'è solo Medjugorie. Ho visto frati cantare inni nazisti. Una
notte
in mare con Moni Ovadia per raggiungere il Montenegro e la via dei santuari

"Avevi dubbi, compagno?" ride Moni Ovadia sull'imbarcadero


per il Montenegro, con una bisaccia di trequarti sulla spalla.
Tramonta su Bari, il cielo è pieno di rondini, il "violinista sul
tetto" è volato fin qui, per farsi un pezzo di viaggio in Terrasanta.
La sua voce rauca mi tormentava da tempo al cellulare, in cerca di
un passaggio. Gli dicevo "vieni", e ogni volta gli impegni lo
risucchiavano: Mosca, Dublino, Germania.

Stavolta eccolo davvero. Dannato Ovadia, il compagno perfetto


per beffare i detector piazzati sulla linea di scontro di civiltà.
Ebreo, italiano, bulgaro, di lingua greca e slava, bardo e ramingo,
imprendibile e indefinibile, sempre in cerca del sacro e
testardamente laico nell'anima.
Si parte in un mare increspato, con l'ultimo sole che taglia le nubi
come la spada Excalibur. C'è vento forte, le sedie di plastica si
spostano da sole sul ponte, ma tra le scialuppe si creano spazi di
bonaccia. Ci acquattiamo come gatti di strada, a fantasticare di
minareti e montagne sacre, tavole della legge ed enigmi
pitagorici. Addosso, una strana sensazione. Sappiamo
perfettamente dove andiamo, ma non sappiamo più bene "da
dove". Mentre le luci del Sacro Suolo si estinguono a Sud, ci
chiediamo cosa stia diventando l'Italia, questa Italia di farisei, atea
e clericale, sfacciatamente opportunista. Sempre meno "europea",
e sempre più "islamica" nella sua cristianità.

Moni fiuta l'aria come un lupo. Oltremare non c'è solo


Medjugorie, il tempio mariano che segna la frontiera di guerra del
cattolicesimo. C'è l'altra metà dei cristiani, l'ortodossia. C'è il
Kosovo, con le sue cento chiese distrutte dagli albanesi appena un
anno fa.

Che enigma. In Occidente mettono bombe nelle metropolitane e


sui treni, le chiese sono intatte, ma si grida alla guerra di
religione. In Kosovo fanno saltare in aria le chiese, ma in Italia
nessuno lancia l'allarme della fede. Abbiamo rimosso a tal punto i
fratelli ortodossi? Abbiamo dimenticato che Cristo venne da
Oriente? Ci siamo rinchiusi nel mondo cattolico-protestante dei
ricchi? L'Europa è diventata così piccola? Poi ci penso: gli
albanesi sono islamici, ma prima di tutto filo-americani. Possibile
che sia tutto così banale?

***

Stelle, umidità sul ponte. Non c'è nessun Camino de Santiago che
valga questo andare dall'altra parte, verso la Terra dello scontro
che però è la stessa dove gli ebrei non hanno conosciuto Olocausti
e dove, fino a ieri, i cristiani hanno tenuto le posizioni nonostante
infinite guerre. Oggi si guarda a Occidente. Ma che c'è oltre
Santiago, se non il nulla dell'Oceano? "A Oriente invece - ghigna
Ovadia - c'è l'intuizione pazzesca di Abramo, quella di un Dio
unico di fronte al quale tutti sono egualmente stranieri, dunque
fratelli...".

Continua: "E che cos'è la terra promessa? Mica la Palestina, no...


La terra promessa è la terra e basta, la terra che è di Dio e non
dell'uomo...". La faccia larga del bulgaro si dilata ancora, rivela
lisci zigomi centroasiatici e due occhi piccoli, acuminati come
quelli di un predatore notturno.

"Ma lo sai che cos'è il Giubileo? Non è solo festa grande. E'
azzeramento di tutto, ridistribuzione delle proprietà,
riconoscimento che la terra la possono lavorare i residenti ma
anche i forestieri... E' questo che dice Dio ad Abramo".

E oggi, Moni? "Oggi spuntano i fanatici, che in nome di Dio


ignorano anche la Torah... gente che impugna il Corano o il
Vangelo come una clava... Bisogna sconfiggerli... con
l'ermeneutica... in principio c'è il Verbo, non c'è niente da fare...
La Scrittura, nessuno può darne l'interpretazione autentica... è
fatta per essere studiata, non scagliata come un'arma... se lo fai,
sei blasfemo, bastardo, idolatra di merda".

***

Esce una Luna di pergamena, Moni scende in cabina, il traghetto


vibra nelle fondamenta, punta verso la Montagna Nera, sente che
la linea delle battaglie si avvicina. Orrende guerre in nome di Dio.
Lepanto, Sarajevo, Drina, Kosovo Polje. In Bosnia ho trovato
pope ortodossi che benedivano gli assassini dei musulmani. A
Mostar, francescani col mitra in pugno che cantavano canzoni
naziste. Nella stessa città ho litigato con un vescovo che si
ostinava a considerare "fatalità" le bombe dei cattolici e
"barbarie" quelle degli serbi. A Tuzla ho sentito per la prima volta
un imam incitare alla Jihad.

Mondi terribili. Alla facoltà di teologia di Sarajevo, i frati


tenevano trecce d'aglio sul tavolo, ne mangiavano a chili contro i
vermi e il malocchio. Fino a pochi anni fa, usavano circondare i
cimiteri di una striscia di pelle di agnello, lunghissima, tagliata a
spirale, per segnare il territorio con un gesto pagano millenario.
Erano così briganteschi che anni fa un visitatore apostolico fu
inviato da Roma a calmare i loro bollenti spiriti. Ma la ciurma
facinorosa lo sequestrò e lo riportò nottetempo al confine della
Croazia, con le armi in pugno.

***

La costa ripida piena di ulivi si avvicina, ha il colore del platino,


la Luna la inonda di una luce liquida. E' l'ora degli dei, il mare è
calmissimo, una baia della tranquillità. Ripenso a una notte di un
anno fa, a fine settembre, passata in una chiesa abbandonata di
Zacinto. Aghios Andreas si chiamava, stava su un faraglione a
picco sullo Jonio, isolata in mezzo a cespugli impenetrabili di
corbezzolo e ginestra. Il tetto era sfondato, ma per un attimo
l'ultimo sole entrò dalla porta fin dentro l'iconostasi, e rianimò i
santi semicancellati dal sole e dalla pioggia. Fu per quel momento
magico che decisi di dormire lassù.

Fu una notte rivelatrice. Quando si svegliarono i grilli, la foresta


disse storie più antiche di Cristo. Parlò la montagna. Parlarono le
alture i cui nomi di santi - Sant'Elia, Santa Maria o San Dionisio -
nascondevano a malapena divinità più antiche degli dei olimpii.
Dietro a Elia c'era Elios, il sole; dietro a Maria, la grande Dea
Madre del Mediterraneo. Parlarono le piccole cappelle votive con
le icone e i lumini ad olio messe a guardia delle strade e degli
incroci. Parlò la Grecia del Fauno, di Dionisio e di Demetra.

Dalla Bosnia alla Grecia, da Sarajevo a Maratona, la linea delle


battaglie registrava affollamenti record di divinità. Perché
succedeva? Erano le religioni a produrre lo scontro? Erano gli dei
che, confrontandosi, generavano guerre? Avevano ragione i
teorici del conflitto di civiltà? E se invece - mi suggerivano quelle
alture selvagge costellate di santuari - fosse tutto il contrario? Se
fossero le guerre a generare il sacro? Se fossero le genti di quelle
isole e di quelle montagne, sapendo di trovarsi su una linea di
scontro millenario, a disseminare il territorio di dei (o di santi)
come esorcismo contro un destino troppo grande per loro?

Non ho visto mai più una notte così animata. Su un muretto, ai


piedi di un affresco di San Crisostomo, una mantide e un geco si
fronteggiarono per la vita e per la morte, battendo poi entrambi in
ritirata. Un cane color miele venne ad annusarmi e poi mi si mise
vicino. Una colonna di formiche illuminata dalla Luna sembrò un
rigagnolo di mercurio. Le ultime tartarughe marine uscirono dalle
uova nell'isola di Marathonissi. I pescherecci rientrarono in ordine
sparso. Un gallo rauco urlò verso il paese di Kerì, poi la Luna si
inabissò nello Jonio.

***

Alba. Il portellone si abbassa tra cigolii terrificanti, ci vomita


sulla battigia come il Leviatano fece con Giona. Svetozar, il
taxista, ci aspetta. Davanti a noi la muraglia del Montenegro.
Oltre, una Via Lattea di santuari, il "Camino" dell'ortodossia, una
rete semisconosciuta nei territori della fede d'Oriente. San Basilio,
tra Podgorica e Niksic, eremo antichissimo sulle montagne nere.
E oltre, nella Serbia profonda, i monasteri di Sveta Gora,
Studenica, Sopocani, Crna Reka. Più a Sud, Decani, isolato tra i
minareti e protetto dai soldati italiani. E' lì che passeremo la notte,
dopo avere oltrepassato le gole e la frontiera. In Kosovo, la
Terrasanta dei serbi.
(6 agosto 2005)
CAPITOLO 7
Nel monastero kosovaro di Decani
il martello di Noé suona per la pace
E' un paradiso blindato, protetto dagli italiani dell'Onu. Anche gli Ottomani
difendevano i monaci. Cambia il rapporto col tempo e tutto diventa millenario

Quattro del mattino, un ticchettio perfido sveglia il monastero, un


colpo forte e tre leggeri, regolari e ravvicinati come lo stantuffo di
una locomotiva, il timbro secco di un picchio che trivella il
tronco. Che roba è? Ora ricordo. A cena ci hanno avvertito:
"Prima dell'alba sentirete il Symandron". Mi sporgo dalla finestra
e nella notte chiara, sul prato dentro le mura, vedo l'ombra
allampanata di un monaco che gira attorno alla chiesa battendo
una tavola con un martelletto di legno. E' lui il picchio mattiniero.
Tòc-tic-tic-tic, tòc-tic-tic-tic.... Se senti questo rumore verso la
Terrasanta, non puoi sbagliare: è un monastero ortodosso.

Noi siamo a Decani, nella terra dove è nata l'ortodossia serba e


poi s'è incendiata la Jugoslavia: il Kosovo, detonatore dello
scontro tra slavi e albanesi. Decani, la Cluny dei Balcani, paradiso
blindato, protetto dagli italiani sotto bandiera Onu. Oltre il
porticato vedo le loro sigarette accese nella foresta; son lì a
pattugliare la strada. Senza di loro Decani non esisterebbe: nel
2004, centodieci luoghi santi sono stati incendiati o dinamitati per
ritorsione, dopo i massacri serbi del '99. Ho visto, arrivando qui,
le loro terribili macerie.

Nelle camerate la gente si sveglia. Solo Moni Ovadia russa beato.


Siamo arrivati insieme, ma lui nicchia ancora nel lettone per
pellegrini. Esco in corridoio, accanto alla scarpiera c'è un monaco
che si mette i sandali. Gli chiedo: "Za sto sluzi cekic?", a che
serve il martello? Lui: "Serve a Noé, per chiamare gli animali
nell'Arca". Fantastico, siamo già in Oriente. Il frate non usa il
passato ma il presente, dice "Noé" come se parlasse di suo zio. E'
già cambiato il rapporto col tempo. Ogni gesto diventa millenario.

***

Con i blindati attorno, il senso del martelletto è di una folgorante


semplicità. Vuol dire: dentro è l'Arca, la salvezza. Fuori il diluvio,
i briganti. Ma il Symandron è anche un espediente per
sopravvivere. Di notte, nessuno lo nota. Le campane, invece,
irriterebbero gli albanesi, che vedono nel monastero solo un segno
del potere serbo maledetto.

La guerra può essere anche acustica. Chi perde, tace. Chi vince, fa
rumore. Attorno a Sveti Jovan Bigorski, per esempio, un idillico
monastero in Macedonia (lì intorno si è girato "Prima della
pioggia", film-simbolo della maledizione balcanica), gli albanesi
hanno piazzato altoparlanti da stadio, e appena i frati vanno a
dormire, li massacrano di decibel. Non preghiere del muezzin.
Rock duro per spaccare i timpani. Gli albanesi hanno una
religione sola: l'Albania.

***
Profumo di legna, rumore del fiume, il cielo rischiara. Decine di
ombre traversano il chiostro per la funzione. Monaci, neri e
barbuti come briganti, alti come giocatori di basket. Teodosij il
priore, severo, di pelo grigio. Ksenofont e Andrej, due visi da
"Signore degli Anelli". Sava, il vice-priore, col biondo codino.
Avvakum, taciturno, un sorriso da gnomo. Abitano un mondo di
tagliagole, ma emanano una mitezza da boscaioli.

Nella chiesa una luce azzurra crea un effetto lanterna magica sulle
pareti affollate di santi, immagini vecchie di sei secoli. Pie donne,
profughe dai villaggi, si inchinano davanti a un sarcofago posto su
due supporti di pietra, gli strisciano sotto carponi. E' la tomba di
Stefano di Decani, con dentro un terribile segreto. Fu accecato dal
padre, poi assassinato dal figlio. In Oriente è facile trovare tracce
di turpitudini nei luoghi più idillici. Sbudellamenti,
defenestrazioni, gente impalata, evirata. Forse non esiste pace
senza il sangue del martirio.

Il sole sorge e l'abside piena d'incenso s'incendia. Molte chiese


medievali guardano a Est per celebrare il rito della luce, ma qui lo
spettacolo è moltiplicato dall'iconostasi, il tramezzo che nel
mondo ortodosso separa i fedeli dalla parte più sacra del rito.
Oltre la paratìa, dove intravvedi i monaci che entrano, escono,
s'incurvano, si prostrano, tolgono e rimettono fulgidi paramenti,
l'incendio diventa fuoco greco, ti cola oro fuso negli occhi,
deflagra nella chiesa disegnando un ventaglio di spade di luce.
Pentagrammi, quasi, dove il fiato dei cantori traccia nella nube di
fumo aromatico le note di un canto antico d'Oriente.

***

Si fa colazione sul loggiato, un ballatoio di legno antico, lungo


più di cinquanta metri. Menù: mousse di fragole con panna, latte
acido, zuppa di verdure, grappa di prugne. Arriva Moni, è
folgorato dalla tavola imbandita, dal ruscello che brilla nell'erba,
da questo sublime equilibrio che, dice, "può essere solo frutto
della cultura giudaico-cristiana", da questa pace trovata proprio
nella terra della discordia. "Che vita idiota la nostra... Guarda qui,
invece, guarda. Ogni gesto è saturo di senso, sacralità. Mangiare,
bere, apparecchiare la tavola".

Si parla del Turco, che fu signore dei Balcani. Del suo pugno di
ferro. Ma i monaci ci spiazzano: "Gli Ottomani? Ci davano scorta
armata, come voi italiani". La scorta contro chi? "I signorotti
albanesi". Già, ma al Sultano che importava di voi? "Avevamo un
segreto. Allevavamo i falchi da caccia per la corte di Istanbul".
Straordinario. Viva i falchi, penso, riapriamo l'allevamento. E
viva gli imperi, casa comune dei popoli. Viva gli Ottomani, viva
gli Asburgo. Abbasso le nazioni, regressioni infantili delle
culture.
Dal fondovalle piove l'ultima luce, purissima. La chiamano
"Sviete Tihi", luce silente. Poi, appena il sole scende dietro le
montagne, la valle ha un brivido, si riempie di vento e odore di
neve. Le donne apparecchiano, dalle cucine arriva profumo di
pane. Sul tavolo niente carne: nella terra delle grigliate, il
monastero è vegetariano. Patate fritte, un paté di melanzane
chiamato Ajvar, olive, formaggio di capra, vino, uova strapazzate,
scalogno. E già si preparano dolcetti e caffè.

***

Soldati italiani parlottano nel sagrato. Devono scortare il vescovo


che parte per Belgrado. Qui si viaggia solo di notte, sempre per
non irritare gli albanesi. Vigilanza armata, auto con vetri
affumicati. E non si fa affatto la strada più breve. Bisogna
attraversare il Montenegro, passando due volte le montagne.
"D'estate è uno scherzo" sorride Andrej. "E' d'inverno che capisci
quanto siamo isolati. Lassù trovi solo neve, ghiaccio, nebbia. E
contrabbandieri".

Sento dire che l'Onu se ne andrà da queste terre già nel 2006 e che
l'Italia vuole restare in Afghanistan per altri dieci anni. Pare che
l'idea sia degli stessi partiti che ci asfissiano con le "radici
cristiane" dell'Europa. Già due anni fa qualcuno da Roma aveva
dato ordine di allentare la sorveglianze ai monasteri in Kosovo, e
l'ordine fu revocato in extremis solo grazie all'indignazione di un
funzionario Onu che avvertì la stampa by-passando la politica.

***

Esce la luna, il vento cala, nella valle resta solo il rumore del
fiume, si tira tardi chiacchierando sul loggiato. E' tutto così
semplice: se i nostri se ne vanno, non ci sarà più cristianesimo in
quell'angolo dei Balcani. Metto sul tavolo un bel cardo viola a
stelo lungo, trovato nel bosco: Andrej lo benedice, consiglia di
portarlo a Gerusalemme come portafortuna, facendolo essiccare a
testa in giù. Le pie donne sparecchiano, preparano la zuppa per il
piantone italiano che smonta. Avvakum gioca con la Brojanica, il
rosario nero a cento nodi.
Il pellegrino Ovadia s'imbarca in una discussione tosta su
ermeneutica e cabala. Ma ha filo da torcere, la barbuta masnada è
diabolicamente colta. Poco prima, ha trovato un frate lavandaio
che discettava di Tarkowski. Un ultimo grappino, ed ecco che le
ombre della notte ci regalano la visione finale. Una fila di
pellegrini italiani con bisacce, ceri accesi e bastoni da viaggio,
che escono dal bosco e bussano al portone, dopo aver traversato
mare e montagne solo per ritrovare Decani, perla dimenticata
sulla strada di Gerusalemme.
(7 agosto 2005)
CAPITOLO 8
I bulgari e i romani d'oriente
la frattura dello scisma non è saldata
In Grecia tra le gole dello Struma. Un obelisco ricorda i soldati dello zar
accecati
per ordine di Basilio II. "L'Islam? Prima devono parlarsi cattolici e ortodossi"

La prima cosa che vede un bulgaro, entrando in Grecia attraverso


la gola del fiume Struma, è un obelisco sormontato dall'aquila a
due teste di Bisanzio. Sta a guardia della frontiera, vicino ai resti
della cortina di ferro. Ovadia, che è bulgaro, la nota subito.
Legge: "A Basilio II imperatore, combattente per la libertà degli
Elleni, gli epigoni sentitamente posero". Basilio, chi sarà mai.
Cerchiamo su un libro, scopriamo che nel 1014 il nostro sorprese
i confinanti in un'imboscata proprio in quel luogo. Li massacrò,
fece quindicimila prigionieri; e da allora lo chiamarono
"Sterminatore dei bulgari". Ma il bello viene dopo.

Di ogni centuria, "Basilio accecò novantanove uomini", e al


centesimo "risparmiò un occhio solo perché potesse condurre i
compagni alla presenza del loro re". E quando la triste
processione si trascinò fin nel palazzo dello zar Samuele, costui
"fu colto da malore e morì". Mentre leggiamo, arriva un tipo
palestrato con una ragazza. Esce dall'auto, depone fiori sul
monumento. Ovadia sonda il terreno, chiede al greco se le cose
andarono così. Risposta: "Certo che li acciecò, fu un gesto di
clemenza. A quei tempi ai prigionieri si tagliava la gola". Ah.

***

"I pètra stavromèni ap' tòn ànemo / O ànemos i sighalià". Moni si


stende in riva al fiume sotto un platano, recita una lirica di Yannis
Ritsos. "La pietra incrociata dal vento / il vento la quiete / non si
sente niente / solo il batticuore della pietra...". Una contadina
passa e sorride, con un mazzetto di basilico contro i démoni.
Sull'altra riva una mandria di vacche, marroni come il fiume, se la
gode a mollo fino ai garretti. "Ki i pètra tis kardiàs pu dulèvete", e
la pietra del cuore che si lavora / con la rabbia e col dolore /
pesantemente, piano e fermamente.

Pensiamo ai bulgari messi in fila davanti al boia, che li accieca


uno per uno. Doveva essere una moda, da quelle parti. In Kosovo
non ci avevano raccontato dell'orrore inflitto a Santo Stefano di
Decanj, privato degli occhi dal padre e poi ammazzato dal figlio?
All'inizio della guerra dei Balcani, i giornali di Belgrado non
infiammarono i serbi con una storia analoga? Raccontarono che
gli albanesi, e prima di loro i turchi, avevano grattato gli occhi dai
santi affrescati sulle chiese. Per sfregio, o per privarli del potere
salvifico concentrato nello sguardo.

Accanto a un monumento cristiano che glorifica un acciecamento


di massa, è fatale che ci assalgono dubbi. In fondo, di affreschi
"orbati" ne trovi anche nel nostro Sud, dove i Turchi non
dominarono affatto. E allora, pensando al feticismo per le icone
nello spazio bizantino dalle Calabrie alla Russie, un'altra verità -
assai meno ovvia - comincia a disturbarci. Chissà che a grattare le
immagini, in Serbia, non fossero affatto gli infedeli, per sfregio,
ma i fedeli, per feticismo terapeutico. I cristiani, e non i turchi.
Per avere la polverina magica contro la gotta o l'artrite.

***

Sulla strada per Salonicco, bandiere gialle tra i campi. Guardiamo


da vicino e riecco l'aquila bicipite dell'impero defunto, la stessa
del patriarcato di Costantinopoli. A proposito, anche Istanbul è un
nome che qui è meglio non fare troppo. Meglio dire
"Costantinopoli", e tutti ti sorrideranno. Meglio ancora, "Polis", la
città delle città, il baricentro perduto. Allora i greci ti ameranno
davvero.

Pomeriggio, l'ora dell'ouzo, l'anice fredda che ti stende. Troviamo


un bar, con tre pensionati, Nikos, Dionisos e Takis, immobili
sotto un pergolato, posseduti da una sublime pigrizia. Nikos parla
tedesco, è stato professore. Gli dico del mio viaggio e lui mi fa
subito l'esame. "Lo sai perché i cretesi sono vestiti di nero?". Dico
che no, non lo so. E lui: "Portano il lutto per la caduta di
Costantinopoli". Riecco l'Oriente, il tempo che va più piano,
come in Serbia. L'orologio della storia fermo al 29 maggio del
1453, caduta di Bisanzio in mano turca.

"Voi credete che il greco sia Atene, Partenone, Pericle. Vero


niente. Sai come le chiamiamo noi quelle cose là? "Keramìdes",
tegole, ruderi. Il greco di oggi è altra cosa. E' Santa Sofia, icone,
ortodossia. Il greco non è nemmeno più greco. E' romano,
"romiòs", bizantino. Roma eravamo noi, quando voi eravate in
mano ai Visigoti. Bisanzio teneva in vita per l'Europa il fermento
del pensiero...". Riecco i Balcani. Gratti sotto il sirtaki, e trovi un
Paese incazzato col mondo intero: Bulgaria, Macedonia, Albania,
Turchia, Europa, America. E ovviamente il Vaticano del papa
tedesco.

***

Planiamo su Salonicco nel temporale, il mare ha color topo e il


cielo pure, sembrano un'unica muraglia. "Salonique sale et
unique", città sporca e unica, dicevano gli ebrei che la fecero
prosperare prima di essere decimati dai nazisti con l'attiva
collaborazione dei greci. "Nel porto se non parlavi ebraico-
spagnolo non eri nessuno" brontola Ovadia. Poi con le tombe
ebraiche hanno pavimentato le strade, e le moschee (qui nacque
Ataturk, il padre della nazione turca) sono diventate negozi di
scarpe.

Moni parte a caccia di libri sefarditi per uno spettacolo che sogna
di fare da sempre, ma da sempre rinvia, prigioniero com'è del suo
personaggio yiddish. Il Mediterraneo preme nella sua anima
bulgara. "Pensa - sussurra - allo sgomento di questi ebrei del Sud,
figli della cultura del sole, che non andarono solo nell'abisso della
morte, ma anche nel mondo dell'ombra, sotto cieli sempre più
bassi...".

Il cielo si apre su un tramonto indaco. Meletis, psichiatra matto


per la teologia, ci porta sulle massicce fortificazioni bizantine in
collina. "Guarda che roba; vengono da tutto il mondo a studiarle.
Come fate voi latini a rimuovere Bisanzio? Chi ha fermato gli
arabi? Solo Carlo Martello a Poitiers, o anche qualcun altro a
Oriente? Quale impero ha resistito per mille anni dopo la caduta
di Roma?". Sento che mi avvicino alla linea di faglia, alla
millenaria frattura.

Faccio la domanda giusta: "Furono peggio i turchi o i bulgari?". E


lui, senza esitare: "i crociati". Ah. Eccola, dietro il 1453, l'altra
data, quella che sanguina ancora! Il 1204, la Quarta Crociata,
voluta dal Papa, che brutalizzò Costantinopoli e poi, per
sessant'anni, saccheggiò tesori, distrusse statue in bronzo di
Lisippo per farne monete, violò tombe di imperatori per rubarne
gioielli. "Si ordinò di distruggere anche l'Athos, ma alcuni crociati
ebbero il coraggio di disubbidire".

***

Si finisce a sardoni fritti nell'ex quartiere ebraico, lo psichiatra-


teologo è un torrente in piena. Gli brucia orribilmente che al
funerale di Wojtyla la messa l'abbiano celebrata agli uniati, gli
ortodossi che obbediscono a Roma. "E' stato uno sgarro voluto. In
Vaticano sanno che per noi gli uniati sono peggio dei cattolici.
Sono come figli che abbandonano la casa del padre e ne usurpano
il nome fingendo di essere ancora di famiglia... Una frode in
commercio...".

La voce di Meletis supera il fracasso dei mandolini:


"Questa è una ferita piena di pus... la nostra è una guerra civile
che dura da mille anni... dobbiamo guardarla in faccia, o non ci
sarà accordo, mai, mai... fallirà anche la Costituzione europea...
Cattolici e ortodossi devono parlarsi, per poter poi dialogare con
l'Islam... se non lo faremo, avremo degli Iraq dappertutto...".
Scandisce le sillabe: "Oso dire che per un ortodosso è più facile
pregare accanto a un mu-sul-ma-no che accanto a un cat-to-li-co".
E si accascia dietro a una barriera di antipastini, lische di sardoni
e bicchieri semivuoti.

Ormai deragliamo in tre, usciamo sotto le stelle, Moni declama in


greco, ha il magone perché domani torna in Italia. La retsina fa il
suo effetto, la cupola di Santa Sofia diventa un Partenone che si
gonfia in verticale, dalla tomba di Filippo il Macedone esce una
quercia millenaria che affonda le radici negli dei della tenebra, e
allarga le fronde verso l'Italia, la Russia e la Terrasanta lontana.
(8 agosto 2005)
CAPITOLO 9:
"Kurban", tra festa e rito religioso
la macellazione del toro sacro
In un villaggio macedone si celebra il sanguinoso sacrificio di un animale
Gli abitanti sono traci che hanno preso dai turchi queste antiche credenze

Le corde si tendono, il toro sul camion esita, poi spicca un salto


pesante sullo spiazzo in terra battuta. Otto quintali, un adulto
giovane, l'età della corrida. Lo legano accanto a un caprone, gli
affiancano una pecorella, ed ecco, nell'attimo in cui la trinità si
compone, tra i platani passa un brivido di vento. L'animale piscia
tranquillo. Su una trave, l'argano per lo squartamento. Nel terreno
hanno già spalancato la botola dove defluirà il sangue, ma capisci
che non è una fogna, è una finestra sull'Ade. E' Ulisse che torna,
versa nell'Oltretomba ciò che serve a dissetare i morti, per vederli
un attimo solo. La tensione è micidiale, insopportabile, lo
svelamento del mistero si avvicina.

Ecco, ora nessuno sorride più. Le icone sono portate fuori, infilate
su aste e piantate una accanto all'altra su un tavolo lungo, alto e
stretto, munito di appositi buchi. La gente arriva da ogni parte con
vino, dolci, ex voto, cesti decorati di trine. Il capo della
cerimonia, il vecchio Panaiotis, alimenta l'incenso, senza mai
smettere di fumare. Sofia, un'ateniese, guarda estatica il cielo.
Giuro a me stesso che non svelerò il nome di questo luogo; questa
gente non si merita ficcanaso intorno. Le sante immagini sono
tolte dal tavolo, bagnate nell'acqua. Ora tutti ripetono
freneticamente il segno della croce. Infiorano di rosso anche il
toro, gli mettono un mazzetto di maggiorana sulla testa. Il
momento arriva.

La bestia crolla dopo il colpo alla cervice, il coltello entra, il


sangue esce a torrenti. In un minuto, anche il caprone e la pecora
giacciono negli ultimi spasmi. Tutti si baciano, capisci il nesso
tenebroso che esiste tra sacro e violenza. Forse il sacrificio della
bestia serve a "imbrogliare" la natura umana, la sua parte più
oscura, a deviare la nostra aggressività su qualcosa che non sia un
nostro simile. Tutti in fila vanno a baciare le icone allineate sul
tavolo, si lavano le mani in un catino, se le passano sul viso. Solo
una donna in rosso, unghie laccate pure di rosso, grassa,
apparentemente assente, seduta accanto al toro che scalcia ancora,
non toglie gli occhi dal sangue.

***

"Anastenaria? La festa dove ammazzano il toro? Sì, è qui dietro.


Continui fino al chiosco e giri a sinistra, poi... Ma che ci va a fare
da quei turchi? E' gente strana... Lasci perdere". Comincia così la
giornata del sacrificio, in un villaggio della profonda Macedonia.
L'uomo del bar vuole scoraggiarmi, ma è troppo tardi, sono già
oltre, lo vedo nello specchietto che fa un gesto di benedizione per
salvarmi l'anima. Giro a sinistra, c'è una chiesa con sopra la sua
brava cicogna d'ordinanza, il pope è in giardino, zappa le aiole, gli
ripeto la domanda. La risposta è ancora più dura: "Non andate...
Sgozzano animali, accendono fuochi e ci ballano sopra. Attenti:
sangue e fuoco non sono di dio, ma del demonio".

Ora eccomi qua, grazie a Ghiorghos, uno della confraternita. E'


alto, donchisciottesco, capelli crespi e baffi grigi. Mi augura
"Hronia pollà", tanti anni, buoni naturalmente. Il luogo del
"Kurban", la sacra macellazione (parola turca) è una casa con
cortile in terra battuta, in mezzo ad altre case, in una contiguità
tipicamente mediterranea, con la festa che procede nell'apparente
indifferenza del vicinato.

***

Comincia con una "band" di uomini e ragazzini che attacca una


musica martellante di "Dauli" e "Lire", tamburi e strumenti ad
archetto usciti dal medioevo balcanico. La scala è pentatonica, da
Grecia antica. Un caprone con una corona di fiori rossi viene
issato su un furgone, portato in giro per il paese, la banda gli va
dietro. Due uomini in grembiale bianco e stivali di gomma
fumano, affilano i coltelli, bevono caffè freddo. I macellai.

Eppure che strano. Non c'è nulla che preluda al sangue. Il clima è
da briscola e scampagnata; i bambini si rincorrono, le mamme li
lasciano fare; Panaiotis sorride con la cicca di traverso. L'assenza
di formalità è tale che non capisci dove stia il sacro. C'è solo una
tranquilla ripetizione di gesti, e la consapevolezza - altrettanto
tranquilla - che quei gesti servono a garantire la continuità del
mondo.

Nella casa comune le donne predispongono la cottura delle carni


sacrificali, le vecchie chiacchierano di nulla, gli uomini fumano.
La sala grande ha un divano che corre lungo tre pareti e ospita
sulla quarta, in un soppalco in penombra, accanto a candele, rose
rosse, fazzoletti rossi ed ex-voto, le icone di famiglia. Gloriose,
vecchie di secoli, baciate dai visitatori, tramandate di padre in
figlio, incastrate nell'argento annerito; effigi - ti dicono subito -
che non entrano in chiesa, non hanno "nulla a che fare con la
religione ufficiale".

Il Konaki (si chiama così, è un'altra parole turca) appartiene a un


pool di famiglie di cultura tracia profughe dalla Bulgaria; greci,
che hanno convissuto per secoli col Turco musulmano, ma non
col bulgaro cristiano. Una volta crollato l'impero, negli anni
Venti, sono stati obbligati alla fuga dai fratelli slavi, in nome di
un nuovo dio, la Nazione. Oggi, come tutti gli sradicati, si
aggrappano alla loro storia. Resistono più degli altri alla
modernità che uccide lingue, liturgie, leggende.

***

Ora che il toro è abbattuto e lo squartamento inizia, le icone


centenarie rientrano al chiuso tra nuvole d'incenso, gli uomini le
stringono al petto teneramente, come fossero neonati. Tutte
portano la doppia effigie di Costantino, primo imperatore
cristiano, e di sua madre Elena, colei che ritrovò la Croce. I
tamburi e le lire riattaccano, picchiano come le cornamuse degli
Highlanders, la musica dilaga, abbatte ogni barriera. Ballano tutti,
ormai, scalzi e a occhi chiusi. Uomini, ragazze, una vecchia di 80
anni, un ciccione sudato; avvocati, contadini, mercanti, operai.
Ciascuno segue un suo misterioso sentiero, protetto da un
involucro invisibile, uno stato di "transe" che fa sentire chiunque
altro un estraneo, anche in assenza di steccati.

"Costantino Costantino", il canto ripete il nome, Sofia ne bacia


l'immagine, se lo mangia con gli occhi come fosse una persona
viva, sussurra che "lui non è solo l'imperatore, è l'eroe mitico che
difende la frontiera orientale". Chi? Non si sa. Forse l'ombra di
Alessandro il Grande. E difatti la musica è militare, non ha nulla
di chiesa. E' "una preparazione alla battaglia", un antichissimo
training autogeno per vincere la paura dello scontro. Il segreto, mi
piace immaginare, della falange macedone. Di certo, il segno di
dei antichi; riti orfici, oppure Dioniso.

Poi arriva la rivelazione. "Fino a un secolo fa questa cerimonia si


teneva in chiesa", spiega Ghiorghos. Ma come? E il diavolo? E
l'anatema del pope? Allora è tutto chiaro: il divorzio dal
paganesimo è roba dell'altroieri. Penso a Giuliano l'Apostata,
l'imperatore che dopo Costantino tentò di restaurare gli dei pagani
e, morendo, dichiarò la sua sconfitta mormorando: "Hai vinto,
pallido Galileo". Non sapeva che gli dèi gli sarebbero
sopravvissuti per millenni. Una brigata di dèi-partigiani travestiti
da santi, infiltrati nel cristianesimo.

***

Le donne cucinano le carni sulla brace, le interiora sono chiuse in


un sacco e portate lontano su un furgone. Vanno sepolte a grande
profondità, consegnate all'Altrove in un luogo segreto dove i cani
non possano dissacrarle. "Questa gente sa che tutto va ripetuto
esattamente com'era" spiega Miranda, un'antropologa entrata nella
confraternita. "Se un solo dettaglio va perduto, tutto perde senso".

In cucina i musicanti divorano quantità spaventose di cibo. Sono


stanchissimi, svuotati. Ghiorghos dorme su un divano, Panaiotis
russa su un altro. I Traci aspettano l'ora dei grilli, ma non per
dormire: per ballare sul fuoco. E sanno già che i tamburi li
perseguiteranno per giorni, gli picchieranno in testa anche dopo la
prova del sangue e del fuoco.

(12 agosto 2005)


CAPITOLO 10
Nel monastero della Madonna nera
ecco il tesoro di Trebisonda
Dopo il monito di un pope rinuncio al viaggio sul monte Athos
Gli zoo di Aghia Paraskevì "Repubblica di uomini dedicata a una donna"

"Non vada sull'Athos, la


Montagna Sacra... Se ci va, non
tornerà più", mi fulmina un pope
dall'occhio folle come il profeta
Elia. Succede in una libreria di
Salonicco, lui s'è accorto che
sono straniero e cerco libri
religiosi. "E' vero - gli dico -
vado sulla Montagna".
E gli esibisco la lettera di raccomandazione appena arrivata da
Istanbul da Sua Santità in persona, il patriarca Bartolomeo.
"Vedo, vedo - brontola - con questa lei può entrare quando vuole.
Complimenti. Ma non ci vada". Non molla l'uomo nero.

Spiega: "L'Athos è una repubblica di uomini, eppure è dedicato a


una donna. L'unica. Maria, la Dea. Come lo spiega? Lì è il fondo
del mistero, la tenebra, i millenni. Lì è la Grecia vera". Penso a un
tranello anti-cattolico. E' già le seconda volta che un pope greco si
mette di traverso sulla mia strada. Ma il sospetto è infondato,
l'uomo parla sul serio. Vuole illuminarmi. "L'Athos non può
essere parte di un viaggio. L'Athos è IL viaggio. L'universo, il
labirinto. Se ne esci, vuol dire che non sei arrivato in fondo, e
allora bari... Ma poiché ci vuole una vita per arrivare in fondo,
dall'Athos puoi uscire solo da morto".

***

Quella sera, in una pensione di Ouranopolis, porto d'imbarco per


la Montagna Sacra, fatico a dormire con quel buio ammonimento
nell'orecchio. Nella stanza accanto, sento risate di tedeschi che
preparano gli zaini. Non mi va di andare con tutta quella gente.
Per di più piove. Sopra la penisola c'è una nube, alta come un
fungo nucleare, una lampada fin de siècle a forma di cavolfiore,
percorsa da lampi; esplosioni gialle, violacee, color ciclamino. Il
mio cardo viola dei Balcani, attaccato allo zaino, s'è rattrappito,
ha il capo chino. Sogno l'acqua che tuona giù dalle grondaie di
Simonos Petras, il più arcigno, verticale, tibetano, dei monasteri.
Vedo eremiti sotto la nube, arroccati sulle rocce, scagliare pietre
nel precipizio contro l'intruso che sale. Sento il pope che ghigna:
"Min pas", non andare.

Al mattino ho già deciso. Non vedrò l'Athos, l'unica repubblica


teocratica al mondo, il cuore di tenebra della Grecia, la roccaforte
della grande Dea Madre. Vado altrove, sui monti selvosi verso la
Bulgaria, oltre le praterie e i fiumi, le cicogne e i campi di
battaglia, oltre i villaggi che danzano con le icone, sgozzano i tori
e ballano sul fuoco. La carta indica strade a tornanti verso santuari
dai favolosi nomi d'Oriente. Aghios Prodromos, Aghia Paraskevì,
Ekosifoinissi. Ci vado, e ancora non so che il mio viaggio nel
bastione del monachesimo maschile diventerà un viaggio
nell'universo delle femmine.

***

"Ekosifoinissi" compare tra le nubi, abbarbicato su una montagna,


in fondo a una strada rovinata dalle frane. Foresta fitta, pioggia
sottile; qui la Grecia classica non esiste più, è già quella
primordiale del fauno. E subito cominciano le sorprese. Da dentro
non arrivano preghiere ma il rombo di un diesel. E' una suora che
guida un trattore col rimorchio, infila il porticato di misura e sale
verso i campi nella foresta. Da una balaustra un'altra suora fa
cenno di entrare. Dentro, monache chiacchierone e pienotte come
comari.

Un'anziana, alta un metro e cinquanta, mi fa sedere, poi va a


prendere un vassoio d'argento pieno di dolcetti e una tazzina con
un infuso d'erbe di montagna.

Racconto che vado a Gerusalemme, mostro la lettera di


Bartolomeo. Accorrono altre monache, estasiate. Muoiono dalla
curiosità di sapere. Parlano solo greco, ma ci si capisce, i ricordi
del liceo funzionano. C'è di nuovo aria di temporale, una monaca
batte l'asse di legno col martelletto per chiamare alla preghiera del
vespro. Arrivano la badessa Alexia e un gruppo di giovani
poliziotte greche in ritiro spirituale, mentre gli altoparlanti
sparano canti femminili verso le montagne, la frontiera e il
nemico bulgaro che devastò questi luoghi. E tutta la valle si
riempie di vento, tuoni e litanie.

***

Torno giù tra le praterie, c'è un magnifico sole radente, sorpasso


una Toyota col cassone, l'auto tipica dei contadini greci. A bordo,
un frate identico a San Crisostomo, una foresta di pelo candido e
le mani come badili. Al suo fianco una suora di mezza età, radiosa
e ciccia come una bambola russa. Dietro, due monachelle giovani
e una bambina. Mi fanno segni, ci fermiamo per fraternizzare a un
distributore. Mi invitano: "Venga con noi al monastero". Li seguo
e, in fondo a un dedalo di stradine, in una campagna verde come
la Baviera, ecco il sacro eremo, femminile pure quello. Il vecchio
spinge un portone con rosse borchie di ferro e mi fa entrare.
"Benvenuto ad Aghia Paraskevì".

Dentro, l'inverosimile. Migliaia di uccelli. Pavoni che lanciano


gridi sinistri. Papere, cigni, pernici, pappagalli, fagiani, tutti
rinchiusi in enormi voliere. Intorno, ruscelli, cascate, aiuole
esotiche, l'affresco di un monaco crocefisso tra un serpente alato,
una lonza, un pavone, un diavolo e due tartarughe. Diresti che è
un'arca di Noé: ma tutto porta verso altre latitudini. C'è
un'abbondanza animale e botanica da foresta pluviale amazonica,
da racconto di Garcia Marquez. Mi chiedo chi ha voluto e pagato
questa macchina costosa. Gli edifici sono nuovi, avranno al
massimo dieci anni. Che significa tutto questo?

Mi invitano per la cena, e a quel punto lo stupore diventa


sbigottimento. La sala da pranzo, tutta in legno, con finestroni sul
bosco, è anch'essa uno zoo. Solo che la zoo, stavolta, è una
finzione perfetta. Cervi in gesso, asinelli di pelouche, cagnetti di
cartapesta, e poi tigri, elefanti, leoni, aquile, colombe, pinguini,
oche, pappagallini, e ovviamente i pavoni. C'è persino un orologio
a forma di cane e un telefono a forma di albero. Troppi simboli,
mi viene il mal di testa, mi mancano le parole. Non sono di fronte
a banale cattivo gusto, ma a un'impressionante allegoria, a un
kitsch coerente, al disegno di una mente sola.

Chiedo al monaco di spiegarmi, ma mi risponde che lui, oltre al


greco, parla solo il turco. Forse è una pista. Tanti greci sono
venuti dall'Anatolia. Su una parete un altro segno: una foto inizio-
Novecento con monache di Trapezunte, cioè Trebisonda, sul Mar
Nero. Chissà, forse è un monastero traslocato da laggiù. Sì, ma
che c'entrano gli uccelli? Mi danno una stanza in fondo a un
loggiato tra le magnolie, col letto tra un Cristo Pantocrator e una
Madonna con bambino. Neanche lì riesco a dormire, c'è Luna
piena, i pavoni gridano.

Penso alla badessa invisibile, che prega e dorme nel buio come la
madonna nera in una cripta. Mi chiedo: anche ammesso che riesca
a capire questo posto, come farò a farmi capire?

***

Sbuca un'alba arancione, il giardino è di un verde caraibico, vibra


di piccole ragnatele coperte di rugiada. Fuori le suore sono già al
lavoro, nutrono le oche, i polli, i pavoni. Ne affronto una, quasi
con disperazione. Le chiedo, aiutandomi con le mani intrecciate a
mo' di ali: "Mi dica, perché gli uccelli?". Lei depone il secchio del
mangime, si deterge il sudore e sorride. Un sorriso lungo, mite.
Poi dice: "Paradiso". E poiché, nell'attimo di silenzio che segue,
mi folgora l'immagine di Trebisonda del tempo felice, una
seconda, decisiva domanda, mi esce dalla bocca: "Paradiso
perduto?". E la monaca, dolcemente: "Sì". Poi mi prende la mano
e mi porta nella chiesa.

Dentro, la rivelazione ultima. Reliquie millenarie. Mai visto


niente di simile. Mascelle, tibie, dita di santi, incastrate in cornici
d'argento massiccio. E poi lei, la dea del monastero, Maria
Paraskevì, Maria del Mar Nero, nera pure lei, che ti fissa nel buio,
la madonna che salva gli occhi, immobile in una cornice
dell'iconostasi, sopra una montagna di occhiali lasciati come ex
voto dalla gente dei villaggi. Ecco il senso di tutto. Dei pavoni,
delle cascate, dello zoo finto nella foresteria. Il tesoro di
Trebisonda, paradiso perduto.
(12 agosto 2005)
CAPITOLO 11
Istanbul, nel Vaticano ortodosso
i fedeli quasi in via di estinzione
Governa la cristianità d'oriente, ma ha solo 5 mila fedeli. E il patriarca
Bartolomeo I dice messa in una piccola chiesa nell'ex quartiere ebraico

Prime luci della sera, odore di


carbonella e pesce azzurro alla
brace, pescherecci squinternati
che escono rollando, arrancano
nel Mar di Marmara oleoso e
senza vento. Sulla rive di Cum
Kapi i pescivendoli chiudono
bottega, ferryboat inghiottono e
vomitano uomini tra Asia ed
Europa, la città imperiale è
immersa in un filtro opaco:
terra, mare, cielo, tutto risplende
di luce gialla e foschia. Nei
ristoranti all'aperto, coppie
sorseggiano anice fredda con
l'ultimo sole che illumina le
mura di Bisanzio, ancora lì,
intatte dopo 1600 anni.

Dietro, l'acquedotto romano sorvola un dedalo di stradine dove, la


sera, puoi vedere ancora sgozzare pecore e galli, in mezzo a fiumi
di gente.

In lontananza, la cupola di Santa Sofia emerge planetaria e


leggera come uno scudo stellare, già inghiottita dal viola della
sera. Hagia Sofia, un millennio più antica di San Pietro, ancora in
piedi dopo i mille terremoti della storia e della Terra. I turchi non
ebbero pace, finché non riuscirono a superarne in grandezza la
cupola. Santa Sofia era il modello dei modelli, così come il
cristianesimo era l'archetipo, il padre nobile dell'Islam. Quando -
solo mille anni dopo - l'architetto Sinan costruì la moschea di
Solimano, finalmente più grande, il Sultano lo fece uccidere
perché non svelasse al mondo il segreto del suo lavoro. La grecità
romana (cioè bizantina) di Istanbul ti incanta ancora.

Ma quando la leggenda ti cattura e il passato diventa presente,


proprio allora il canto dei muezzin comincia tra Yenikoy e
Uskudar, dilaga e ti sveglia dal sogno; sono migliaia di minareti
puntati sul cielo come missili che si chiamano tra Asia ed Europa,
migliaia di voci che sorvolano le flotte in attesa di passare il
Bosforo. Ora tutto è chiaro, il viaggio non può più deviare. Si va a
cercare i cristiani "in partibus infidelium", gli ultimi rimasti nel
mare dell'Islam. Istanbul è il collo d'oca. Ora c'è una sola strada
per Gerusalemme.

***

Il Papa dei greco-ortodossi, sua santità Bartolomeo, patriarca di


Costantinopoli "la Nuova Roma", dice messa in una minuscola
chiesa di Balat - quartiere ex-ebraico di pescivendoli, ciabattini e
immigrati anatolici - all'ombra delle gigantesche moschee di
Fatih, in un labirinto vociante di strade sghembe, baracche, panni
stesi, rivendite di kebab, donne islamiche imbacuccate e malconce
case terrazzate in legno, tipiche del Bosforo. Ieri era il monarca di
una comunità di 400 mila elleni che dai tempi dell'impero
ottomano costituivano, assieme agli ebrei, il fondamento della
grande Istanbul, il cuore delle professioni, arti e mestieri.

Oggi sono cinquemila gli elleni d'Istanbul. E oggi nella chiesa -


dedicata alla madonna nera di Vlacherna e alla sua sacra fonte -
trovo al massimo cinquecento fedeli, in gran parte turisti
proveniente da Atene. Non è una messa, è una conta. Ci si va per
sentir parlare una lingua che non sia il turco. E difatti tutti
chiacchierano, dentro c'è un brusio da mercato che fa a pugni con
la sacralità dei paramenti e il lamento millenario delle litanie.
Bartolomeo è seduto su un trono, sembra stanco, lontano, assente.

Ma poi dal coro si innalza una nota bassa e continua, in cui


distinguo parole note: Angelon, Antropon, Cosmos, Theon,
Ouranos. Si rincorrono e si riprendono in un eterno inizio.
M'accorgo che essere prete, nel mondo ortodosso, è una questione
di polmoni. Il canto è inscindibile dalla messa, un prete stonato è
inconcepibile. Ma ecco che dietro l'iconostasi - il sacro tramezzo -
si leva una nube luminosa d'incenso, un pope solleva un libro
sopra la testa e vi entra, il patriarca lo segue, e nell'istante del
sacrificio il vento spalanca una finestra. Tutti si inchinano, ma le
donne anziane vanno oltre, si genuflettono, toccano il tappeto con
le mani e le ginocchia, ti svelano che quella cosa per noi
"islamica" è in realtà un atto primordiale della cristianità che il
mondo musulmano ha ereditato.

Bartolomeo dalla lunga barba


racconta ai fedeli la sua visita ai
fratelli ortodossi di Cipro e
Romania, disegna la speranza di
una nuova epoca di libertà, néa
epohì eleftheriàs, poi un coro
rumeno si schiera sull'altare
come un plotone di soldati, innalza una canzone a Maria. Un'onda
d'urto potente che varca i finestroni della chiesa, passa sul
quartiere che fu degli ebrei, riesce a cavalcare persino i
giganteschi minareti dell'Islam, ma poi si perde nella pioggia tra i
gabbiani del Corno d'Oro.

***

La sera il Grande Vecchio dei greci mi riceve al Fanar, il


Vaticano degli ortodossi, un grande edificio in legno scuro con
ballatoi, simile a un rifugio alpino. Nel suo studio, sotto un ritratto
di Ataturk, con le finestre che danno sui mille minareti di
Istanbul, pare un uomo ancora più mite e solo. Solo come può
essere un parroco di campagna in una gigantesca metropoli.

Spera in "tempi migliori", ma intanto assiste all'estinzione lenta


della comunità, stanco di officiare sempre più funerali e sempre
meno battesimi. Sembra impossibile che quest'uomo governi la
cristianità dal Caucaso all'Adriatico, Grecia compresa.

Molti ad Atene lo accusano di essersi compromesso col potere


turco (accusa facile visto che non si sceglie nessun patriarca senza
l'assenso di Ankara) ma Bartolomeo ha addosso un compito
tremendo: tenere l'avamposto della vecchia Costantinopoli,
impedire che anche l'ultima ombra di pluralismo delle fedi sia
spazzato via dallo scontro di civiltà. Di fronte a quest'uomo, solo
mi chiedo cosa m'aspetta nel mio viaggio a Oriente. Se a Istanbul
è così, cosa sarà oltre? In quale solitudine vivranno i cristiani
rimasti nell'Anatolia profonda, nella pancia di questo Paese che
bussa alla porta d'Europa?

Bartolomeo racconta della difficoltà a trovare vocazioni, delle


chiese della prima cristianità ridotte a reperti archeologici, della
loro straordinaria bellezza, di una messa tenuta - con l'assenso del
governo di Ankara - in un grande tempio senza più soffitto vicino
a Smirne, nel quale "pioveva la luce grande del cielo" e sul quale
"volavano come angeli gli uccelli del Signore". Mi regala una
croce come portafortuna del viaggio. "Sono stanco - si scusa - ho
celebrato due messe, incontrato molte persone. E stasera sono
invitato a cena da un turco che anni fa, al tempo degli scambi di
popolazioni, dovette lasciare la Grecia per venire qui. Un atto
importante, un bel segnale di riconciliazione".

***

"Lo sapevi che il Sultano volle che a Istanbul ci fosse il 52 per


cento di musulmani e il 48 per cento di genti di altre fedi? Dicono
che questa proporzione fu studiata con i maestri della cabala, gli
ebrei. Il Sultano la mantenne per secoli, anche a costo di trasferire
popolazioni a forza. Riteneva che in quei numeri stesse la fortuna
della città". Bar dell'Hotel Londres, quattro del mattino, a due
passi da Galatasaray. Ismail, un professore dell'università del
Bosforo, mi descrive le meraviglie della metropoli multinazionale
di un tempo. Fuori, un fiume di auto. Istanbul non dorme mai, è
una città dove se non sei forte non sopravvivi. E stanotte, con
questo rumore di clacson, sembra di sentire tutta l'Asia che preme
per entrare in Europa.

E' speciale la birra dell'hotel Londres, cadente e semi-dimenticato,


pieno di gabbie con surreali pappagalli parlanti. Ora che hanno
restaurato il Pera Palace, capolinea dell'Orient Express e luogo
favorito di Agatha Christie, non c'è quasi nulla che ricorda il
favoloso tramonto dell'impero ottomano, tranne queste vecchie
scale ingombre di oggetti, queste stanze sghembe dalle porte che
chiudono male e i velluti verdi belle époque. Oggi Istanbul è la
pallida ombra della città plurale che era. Ovunque crescono
grattacieli, ma il Globale non porta cosmopolitismo. Porta tra i
poveri il rifiuto dell'Occidente.
(12 agosto 2005)
CAPITOLO 12
Mevlana, nel cuore dell'Anatolia
la tomba dell'inventore dei dervisci
Nel cuore dell'Anatolia il santuario di Rumi massimo poeta dell'Islam
Gli imam tollerano la devozione solo perché attira turisti

Un flauto solitario, un catafalco verde, folle incantate che entrano


in silenzio, si sparpagliano sui tappeti, si appartano a pregare.
Sembra non ci sia nient'altro nel santuario. Nemmeno le altre
tombe in penombra, più piccole, con sopra i turbanti dei
venerabili che dormono sul fianco destro, il viso rivolto alla
Mecca. Null'altro conta per quegli uomini e quelle donne che
mormorano in piedi, con le mani aperte, come per prendere acqua
a una fonte, come gli antichi cristiani. Non parlano con Allah ma
con quella tomba verde. La cripta di Rumi, detto Mevlana,
massimo poeta dell'Islam e inventore dei dervisci rotanti, i
cercatori dell'estasi. Tra Lui e i fedeli, nessun imam. Solo
l'energia dello spirito.

E' come un faro il santuario di Mevlana, col suo tetto verde


smeraldo piantato in mezzo all'altopiano anatolico, un tronco di
cono simile a una gonna plissettata. E' venerdì, tuonano gli
altoparlanti della moschea strapiena, nella piazza accanto, ma
quella moschea è un altro mondo. Konya è la città più islamica
della Turchia, e l'Islam duro non ama né le tombe né le danze dei
dervisci. Nulla dev'esserci al di fuori di Allah. La massa
genuflessa in moschea è disturbata da quel luogo santo fuori
ordinanza. Di cosa ha paura? E io, se cerco davvero i cristiani
d'Oriente, che ci faccio, in un ventoso e rovente venerdì di
preghiera, in questo labirinto di minareti urlanti?

***
Tutto è cominciato per caso, due anni fa, in una piccola "tekke"
(luogo di preghiera) di Istanbul, frequentata da mistici Sufi legati
a Mevlana. Per entrarci, avevo ottenuto un viatico da Gabriel
Mandel Khan, un affascinante turco-afghano padrone di dieci
lingue, grande padre in Italia di un'importante confraternita Sufi,
gli Halveti. Quando bussai, Ibrahim Baba, un vecchio
veneratissimo, m'accolse come un figlio e disse: "Il nostro nome
viene da Halva, ritiro, perché il nostro sceicco, il capo prescelto,
deve ritirarsi per 40 giorni in una stanza senza finestre, con solo
un buco per ricevere il cibo". E mi fece sedere alla turca a un
tavolo rotondo, a due passi dai maggiorenti della santa congrega.

Si mangiò in silenzio, c'erano trecento persone accovacciate sui


tappeti in diverse sale. Gente nobile, composta. Neanche l'ombra
del fanatismo di altre consorterie, come i Rufai che si bucano con
gli spilloni. Ebbi cibo salato, latte acido, un dolce al miele detto
Lokum. Dopo un'ora, lo sceicco ruppe il silenzio e parlò. "Noi
non c'entriamo con le masse che si prostrano per conformismo.
Non facciamo proseliti. Vogliamo solo svezzare la nostra anima,
all'interno di un gruppo". Ci siamo, pensai. Ecco tutti i segni di
una venerabile, esclusiva consorteria della fede.

"L'orefice batte col suo martelletto, a ogni colpo ripete il nome di


Dio. Il derviscio ruota e a ogni giro si perde in Dio. Il suo
cappello di panno è una pietra tombale: ruotando, muore. Sente il
sapore dell'altro mondo, il Nur, l'energia luminosa visibile da tutte
le creature. Poi torna tra i vivi, e allora ogni suo atto è una
celebrazione di Lui". Il capo parlò ancora: "se ragioniamo
soltanto, il nostro sarà solo un rullaggio senza decollo. Il volo
vero comincia quando si abbandona la mente. Dio è indefinibile,
si raggiunge solo col cuore. Per esempio - mi disse con un lampo
di sfida - lei provi a definire il profumo della rosa".
Tacque, aspettando la risposta. Nella "Tekke" non volava una
mosca. Tutti si aspettavano che convenissi che la rosa era
indefinibile. Ma l'occidentale che era in me osò provarci. Dissi:
"Erba bagnata di rugiada, latte, vaniglia, scorza di pesca, pelle di
donna". Mi accorsi che l'intereprete esitava a tradurre. Quando lo
fece, tutti si guardarono. Capii che la risposta era letta come una
sfida. Così ammorbidii: "Certo, non sarà il vero profumo della
rosa. Ma il fatto di averci provato è anch'esso una forma di
preghiera". Nella confraternita passò un'onda di sollievo. Ero
uscito indenne dalla prova.

***
Così fui ammesso alla preghiera, che durò cinque ore, fino a notte
fonda. Ero l'unico cristiano presente. Cominciò con uomini
schierati in file diagonali, rivolti alla Mecca. L'angolo tra quella
direzione e l'asse della moschea diceva forse che l'edificio era
stato una chiesa. Partì un flauto, poi un canto, un ritmo nomade,
regolare come un metronomo, costruito attorno a una nota unica
di fondo. Lo guidava un cieco dalla voce purissima, che restava
sospesa nell'aria come un grido nel deserto. Quel cieco cantava
come se Qualcuno abitasse in lui.

A intervalli, dopo una pausa di silenzio, i trecento precipitavano


sui tappeti per la genuflessione, con un rumore di tuono. Poi una
voce solitaria lanciava un richiamo, un ordine secco, e tutti si
rialzavano. Se chiudevi gli occhi, sentivi la carovana sotto le
stelle, l'eterno ciclo dell'andare, accamparsi e ripartire.
Attaccarono i tamburi, e la preghiera mi portò lontano, nelle
steppe dell'Asia centrale. Poi la marcia accelerò, divenne respiro,
affanno, orgasmo. I trecento ondeggiavano come alghe nel mare.
Il confine tra eros e adorazione s'era rotto, come nel Cantico dei
cantici. S'erano rotti anche i confini tra fedi.
Dietro ai Sufi vidi gli Apostoli, e dietro agli Apostoli, Abramo.
Dissi questa mia impressione a uno degli Halveti, e questi rispose
che avrei dovuto andare in Anatolia, perché quella era la sorgente
di tutto: della fede dei cristiani e dell'Islam. Lì era nato il pensiero
di Mevlana e quello dei Padri della Chiesa. Citò Giovanni
Crisostomo e Basilio di Cesarea. Poi, quando gli diedi il biglietto
da visita, s'illuminò: "amico, nel suo nome c'è già la chiave del
suo viaggio. Rumi, come il nostro maestro che da cinquecento
anni ci indica la strada. E Paolo, il santo che diffuse il
cristianesimo tra i pagani. Tutti e due sono venuti da lontano, e
hanno espresso il meglio di sé a Konya. Qui in Turchia".

Quella notte, in un alberghetto sul Bosforo, mi buttai a leggere


tutto quello che avevo sui Sufi. Scoprii che si erano innestati sulla
mistica cristiana al suo apogeo, riequilibrando poi col calore
dell'estasi la freddezza dogmatica, l'algoritmo dell'Islam. Rumi
aveva portato al massimo il loro linguaggio poetico. Capii perché
i Sufi erano odiati dall'Islam ortodosso e perché la Chiesa, nei
secoli bui, aveva messo al rogo i mistici del cristianesimo.

***

Così eccomi a Konya, in una sera di rondini, col flauto di


Mevlana che gioca col vento anatolico, propone all'anima
lontananze dimenticate verso il Caucaso e l'Eufrate. "Ascolta il
flauto di canna quante cose narra e come triste lamenta la sua
separazione; da quando sono stato strappato dal canneto il dolce
mio suono fa gemere uomini e donne". Ritorna quanto mi disse un
frate a Bari, accanto alla tomba di San Nicola: la fede come
nostalgia, il santo che stabilisce con l'uomo un rapporto senza
intermediari, il corpo come strumento rivoluzionario di preghiera.
Donne scalze pregano ansimando rauche sui tappeti, portano alla
sincronia invocazione e respiro, arretrano senza voltarsi, le mani
aperte ai lati delle orecchie. "Serve a cacciare i demoni" sorride
Abdullah, un professore dell'università di Konya. "Questo non è
Islam, è qualcosa di assai più antico". Intanto villaggi interi
arrivano dalle montagne solo per vedere quella tomba verde, li
senti dall'odore di naftalina, dai vestiti presi dall'armadio per
l'occasione.

E' tutto così lampante: gli imam tollerano questa devozione


popolare solo perché attira turisti.

Altrimenti la spazzerebbero via. Non posso ammettere che Konya


sia quella tomba, nient'altro che quella tomba. Il vento leva turbini
di polvere, danza in cerchio come i dervisci. Sento che il viaggio
si avvicina al suo centro affascinante e terribile. L'Anatolia senza
più cristiani. La terra di Basilio, Paolo, Crisostomo e di tanti altri
santi, oggi solo una culla vuota.
(12 agosto 2005)
CAPITOLO 13
Tre santi dalla Cappadocia al Trentino
Viaggio a ritroso sulle loro tracce
Allora, 16 secoli fa, i cristiani erano a oriente. Sisinio, Martirio e Alessandro
furono trucidati in val di Non. Ritorno alla loro terra origine

Notte anatolica sterminata,


vento, nessun paese, nessuna
luce, nessuna cometa che indichi
la strada. Il pullman per il
profondo Est viaggia senza
scosse, pieno di maschi
addormentati come una tradotta militare. Hakan, il mio vicino, mi
russa sulla spalla. Per terra, bucce di semi di zucca abbrustoliti.
Fuori, un'onda lunga di praterie color cenere, stelle, minareti.
Dicono che sull'altopiano non piove da anni. Si va come su
un'astronave nell'ignoto. Una navicella che sonda il vuoto della
cristianità a Est di Istanbul. Un vuoto angosciante, perché
coincide con la culla, l'Anatolia dei Padri della Chiesa.

E' tutto finito nella terra di Basilio, Crisostomo, Timoteo, Tecla,


Efrem, Gregorio, Ignazio. Finiti gli armeni, i siriaci, i greci.
Milioni, un secolo fa; oggi, poche decine. Prima rifiutati come
stranieri, ammazzati come quinte colonne di potenze esterne,
spazzati dall'orrenda stagione dei nazionalismi. Poi sorvegliati a
vista, accusati ancora oggi di minare l'unità dello Stato, di far
proseliti. Ma guai accettare l'idea di un viaggio solo archeologico,
come fanno le agenzie di viaggio. Sarebbe mettere una pietra
tombale su chi rimane. Qui devi farti pescatore di uomini. Cercare
nel presente di chi, oggi, è turco e cristiano insieme.

***

Mica lo sanno gli italiani che una volta, alla fine dell'impero, il
mondo era alla rovescia: la Turchia risplendeva di cristianesimo e
noi eravamo terra pagana. Allora, Roma era una succursale
periferica della nuova fede nata a Oriente, e posti come le Alpi
erano così irriducibilmente attaccati agli dei antichi, da portarsi
dietro fino all'oggi una fama brigantesca. A Trento, per esempio,
dicono che quelli della Val di Non sono "Brusamadonne". I
montanari carnici, pure loro, gente "cence dio e cence madone",
cioé senza né dio né madonna. I biellesi neanche parlarne, dopo la
rivolta di Dolcino.

I trentini la fecero grossa, le madonne le bruciarono davvero. O


meglio, bruciarono santi, tre in un colpo solo. Monaci venuti
dall'Anatolia. La storia è dell'anno 397, quando San Vigilio
vescovo di Trento scrive a Sant'Ambrogio a Milano: sono
sconfortato, non ce la faccio a portare Cristo nelle valli, quella
gente non molla i vecchi idoli. Leggo dal suo epistolario: "Come
guidare la Chiesa di questa città affinché si apra
all'evangelizzazione delle vallate? Quale metodo impiegare
perché i pagani si volgano a te, stella radiosa del mattino?".

Dopo qualche mese arriva la risposta: caro Vigilio, avrai tre


giovani dalla Cappadocia; hanno accolto il mio invito e verranno
da te non per mesi o anni, ma per sempre. Vigilio esulta, annuncia
il miracolo alla sua gente. I giovani ardenti di fede - Sisinio,
Martirio e Alessandro - arrivano e si stabiliscono in Val di Non,
verso il Passo del Tonale, ma la tensione si alza subito. E' maggio,
festa di Saturno, e per tradizione si abbatte un toro. Ma una
famiglia, battezzata, rifiuta di partecipare alla festa di paese.
Non era mai accaduto. La folla, inferocita, accusa dello sgarro i
tre forestieri adoratori di un altro dio, invadono la loro casa,
colpiscono Sisinio con una scure, ne fanno strazio, poi Martirio
viene trafitto da pali. Alessandro, ancora vivo, è legato ai due
corpi e portato sul rogo dove muore tra le fiamme. Scriverà,
affranto, Vigilio: "Così ripaghi il Signore, popolo stolto e
insipiente? E venne la notte prima di mezzogiorno, il cielo si
coprì di nubi così nere e dense che tutti fuggirono. Lampi radenti
il suolo, tuoni terrificanti e un acquazzone forte da far tremare la
terra, poi l'orizzonte si tinse di un rosso spaventoso". I tre
diverranno i santi protettori del Trentino.

***

Enrico mi aspetta nel villaggio di Ortahisar, in una piazzetta


deserta circondata di picchi cariati e vertiginosi, sul più alto dei
quali sventola la rossa bandiera turca. E' alto, forte come un
taglialegna e risplende di mitezza. Viene dalle stesse valli di San
Vigilio, per cercare, dice, le radici della sua fede. Albeggia, il
pullman se ne va, nell'unico bar aperto ci servono un caffè denso
come inchiostro. "Un cammello nudo può camminarci sopra"
gongola il cameriere con un'incomprensibile metafora che sembra
alludere a una prelibatezza speciale.

Intorno, per miglia e miglia, la Cappadocia. Un dedalo di valli la


cui trigonometria è rivelata solo da suoni animali. Uno sterminato
chicchirichì; un ragliare, abbaiare, tubare che si sveglia e si
moltiplica senza fine. "Lo senti lo spirito santo che abita questi
luoghi?", mormora Enrico della sua costellazione perduta. "Ogni
metro di terra è impregnato di preghiera. Migliaia e migliaia di
monaci. Sai, dopo aver visto la tomba dei tre santi in Val di Non,
ho pensato: ecco, non potevamo ricevere da loro dono più bello,
la fede. E allora mi piace venire qui, a restituire quella visita di
sedici secoli fa".

Perché tante chiese? "Erano parte integrante di un sistema di orti,


ruscelli deviati, terrazzamenti, piccionaie per raccogliere
fertilizzante. La gente portava cibo ai monaci per aiutarli a
pregare, e la preghiera aiutava la comunità a tenere il male
lontano e propiziare il raccolto. Una perfetta coabitazione".
Sembra mille anni fa, è invece è finito l'altroieri. "Vai a Zelve -
esorta Enrico - un paese disabitato poco lontano. Pensa: solo
trent'anni fa suonava ancora la campana".

***

"Se fossi Allah, mi verrebbe l'emicrania a sentirmi pregare cinque


volte al giorno" sorride Ali guidandomi in una valletta angusta,
mentre il muezzin attacca a volume esagerato la preghiera del
tramonto. "Io vado in moschea due volte l'anno, e ad Allah non
chiedo niente, ringrazio per quello che ho, e basta". Rigattiere
affabulatore, chiamato "il matto" per il suo poetare, Crazy Ali è
anche lui, a suo modo, un figlio di quest'angolo di mondo che ha
fabbricato più monaci dell'altopiano del Tibet, di questi antri sacri
che anche da vuoti emanano tremenda energia.

E' stato Moni Ovadia a dirmi: vai da lui, "è un personaggio


mitico, portagli i miei saluti". Ed eccomi qui al crepuscolo, nel
suo piccolo Eden, pieno di rispettoso silenzio. Intorno a noi, tra i
pinnacoli, le prime stelle, "Prova a parlare col paesaggio -
sussurra Ali - ti risponderà". Estrae come un prestigiatore frutta
secca dalla sua bisaccia e spiega il suo personale rapporto con
l'eterno. "Prendi quello che ti serve dagli uomini, dalle religioni,
dalla natura e dalle stelle, pesta tutto in un mortaio, aggiungi le
tue spezie preferite, e portalo sempre dietro in un sacchetto.
Nessuno può obbligarti a essere quello che non sei. L'acqua
portata da lontano non fa girare il mulino".

Cammina felpato per un sentiero, sale tra due rocce, taglia un


altro pendio, non fa cadere un solo sassolino, poi sparisce dietro a
una parete giallo-rosa. Da un buco sento la sua voce: "Sali!". Una
mano scende dall'alto, come nella "Lampada di Aladino", e quella
mano mi tira su verso il buio pesto. "Adesso aspetta e non
muoverti". Lentamente gli occhi si abituano all'oscurità: sono
dentro una chiesa vuota, sull'orlo di una scaletta che scende
chissadove. In alto, piccole finestre aperte sulle stelle. Colonne, la
fonte battesimale, l'altare, delle tombe. Tutto è scavato dal vivo.
Ottocento anni fa.

"Ora chiudi gli occhi", ordina Ali. Quando li riapro la chiesa è


popolata di candele accese, la roccia pulsa d'oro fuso nel più
assoluto silenzio. Le anime perse tornano. E Ali il matto, in piedi
in mezzo alla navata, mi guarda fisso sorridendo. Poi, lentamente,
con la mano destra, disegna una lunga spirale ascendente che ha
già il ritmo del decasillabo, incide fedelmente la metrica delle
pause su un pentagramma che non c'è. Poi attacca, a bassa voce,
quasi bisbigliando, con le vocali dure, centroasiatiche della lingua
turca, e mi porta sillaba dopo sillaba fino all'ultimo segreto di
questo antro che ridiventa utero, luogo primordiale di fertilità.
(13 agosto 2005)
CAPITOLO 14
I sopravvissuti di Tur Abdin
Dove i cristiani sono quasi estinti
Sul Monte Athos dei siro ortodossi, un favoloso altopiano
ai confini dell'Iraq. "Qui non è come ad Istanbul"

Dalla Cappadocia fino a


Gerusalemme non puoi
sbagliare, la strada è una.
Discesa verso Tarso, la città di
Paolo, curva a 90 gradi in fondo
al Mediterraneo e poi giù su Antakya, l'Antiochia dove i cristiani
si dettero il nome e il marchio di fabbrica. Ma il destino si mette
di traverso. La mattina della partenza col bus, Enrico, il pio
gigante trentino, mi chiede un favore. "Devo mandare un regalo a
un monaco di Tur Abdin". Tur Abdin, il favoloso Altopiano degli
adoratori ai confini dell'Iraq, il Monte Athos dei siro-ortodossi. I
più lontani, i più sfortunati della costellazione cristiana d'Oriente.
Quattro gatti dimenticati dalle convenzioni internazionali, gente
che dalla storia ha preso solo bastonate. Guardo la carta: tra
andata e ritorno, 1500 chilometri in più. Una follia.

Quando poi Enrico mi mostra, con un sorriso angelico, uno


scatolone cubico di mezzo metro di lato con dentro un maxi-
modellino in pietra di chiesa rupestre, resto senza parole.
L'impresa è pazzesca. Ma il gigante alpino approfitta del mio
sbigottimento per dirmi, come illuminato dalla provvidenza:
"Pensa, proprio oggi un camionista parte dal Diyarbakir, e può
portarti con sé. Poi ti troverà un altro mezzo per continuare. Non è
magnifico?". Diavolo d'un cristiano, fa di me ciò che vuole. Sa
già in partenza che il fascino della meta mi farà dire di sì. E difatti
dico di sì. A mezzogiorno, con la lucida consapevolezza di essere
un matto, mi imbarco con bisaccia, zaino e chiesa rupestre sul
camion di Suleyman. Un turco doc, con baffoni e rosario appeso
al cruscotto. Sullo sfondo il vulcano innevato di Kayseri, l'ex
Cesarea, un cono più grande del Fuji Yama.

***

Il paesaggio diventa mongolico. Pietre dappertutto, come un


bombardamento di meteoriti. Sull'asfalto, buche come crateri, pali
della luce nel nulla. Ogni tanto, pastori, poi brutti villaggi senza
centro, minareti fatti in serie. Mi avvicino alle terre di Abramo -
l'alto Eufrate - ma il vuoto della cristianità è totale. Dove sto
andando? Mi sento un astronomo in cerca di una nebulosa
perduta, uno zoologo pazzo che insegue una specie estinta. Ma
quel nome, Tur Abdin, bellissimo, mi attira come una stella
polare. Gli ultimi cristiani autoctoni della Turchia abitano lì. Figli
e nipoti dei pochi sopravvissuti alle stragi dell'inizio Novecento.
Mi accorgo che il modellino viaggiante s'è trasformato nel segno
di una chiesa nomade, figlia di spazi carovanieri, rimasta senza
terra.

Nemmeno una donna in giro. L'unica la intravvedo a un lavaggio


rapido. Un fantasma. Il marito l'ha sigillata nella macchina prima
di farla entrare negli spazzoloni insaponati. Occhi a terra,
imbacuccata come un uovo di pasqua, mentre lui fuma beato col
benzinaio. Mi accorgo che Suleyman mi sorride divertito. E' come
se dicesse: "da noi si fa così". Poi chiede con l'occhio astuto: "Do
you like turks?", ti piacciono i turchi?
Ovviamente le locande sulla strada - cucine incluse - sono un
universo maschile. Ma è lì che collaudi una qualità unica dei
turchi, quella di interpretare i bisogni del forestiero. Anche nella
taverna più sperduta, scattano come soldati e ti servono da re. I
turchi sono un popolo marziale, dolce e volonteroso insieme. Una
sera di qualche anno fa a Edirne, sulla mitica strada di Istanbul in
bicicletta con Altan ed Emilio Rigatti, dovendoci alzare prima
dell'alba, avvertimmo che l'indomani la colazione non sarebbe
stata necessaria.

Al mattino, invece, trovammo una tavola splendidamente


imbandita solo per noi, con accanto le bici ripulite. E un
cameriere nella penombra si godeva la nostra felicità come se
quella fosse da sola un premio sufficiente.

***

La cosa più difficile è capire come un popolo così straordinario


possa aver compiuto dei pogrom. E' un discorso un po' ozioso,
perché vale, in fondo, per qualsiasi popolo, italiani inclusi. Vale
per tedeschi, russi, giapponesi. Nella guerra di Bosnia ho
imparato che spesso la dolcezza dei popoli è direttamente
proporzionale al loro furore aggressivo, capace di accendersi in
un attimo. La propaganda fa più presa sulle anime semplici. Sono
quelle che si spaventano prima, e prima trasformano la paura in
violenza difensiva. E anche in Turchia il massacro dei cristiani
parte tutto dalla propaganda.

Quei massacri c'entrano poco con l'Islam. Con l'impero ottomano


la coabitazione col cristianesimo era stata buona. I cristiani erano,
con gli ebrei, l'ossatura intellettuale ed economica della Turchia.
Armeni, siriaci e greci erano nazioni dentro l'impero, ciascuna
con la sua struttura giudiziaria e religiosa riconosciuta. Il rapporto
con il Sultano era esclusivamente fiscale e militare. Ma proprio
per questo, dalla vigilia della Grande Guerra, greci, siriaci e
armeni vengono improvvisamente percepiti come traditori, quinte
colonne dello straniero. Elementi di metastasi nel Grande Malato
d'Europa.

I cristiani avevano anche un altro problema. Erano ricchi. In


quanto "infedeli" pagavano più tasse degli altri, tasse così alte che
un greco o un armeno poteva solo emigrare o far soldi. E' ovvio
che, nell'ora del sangue, una simile élite economica possa
diventare oggetto di preda. Più difficile è capire come la pressione
sui cristiani sia proseguita anche dopo il sangue, nella stagione del
kemalismo, il regime più laico della nebulosa islamica mondiale.
"Per il turco - mi avevano detto a Istanbul - andare in moschea
non è solo un'attestazione di fede. E' prima un'affermazione di
turchitudine. Significa: non sono greco, armeno o altro. Non sono
un nemico interno del Paese". E' il blocco mentale di una nazione
ancora giovane, che impaurita dalle sue diversità.

***

L'Eufrate, la sua acqua verde, nevi lontane, le prime kefiah, il


Grande Oriente che si avvicina. Poi Diyarbakir, la città nera, le
sue mura metafisiche con dietro un cielo di temporale verde e
grigio topo. Suleyman contratta con un furgone la continuazione
del mio viaggio, riparte. E' l'ora della preghiera, davanti alle
moschee c'è sempre gente. Sembra un'adunata militare. I turchi
sono un popolo militare: è qualcosa che sta scritto nella cultura e
nel paesaggio. L'Anatolia, in fondo, sfornava grandi soldati già
prima dell'arrivo dei turchi: se Bisanzio resse alle invasioni mille
anni più a lungo di Roma, fu perché questi contadini-guerrieri
discendenti degli Ittiti fornirono uno scudo umano formidabile.

Qui cominciano le terre della paura, abitato da curdi ed


estremismo islamico. La polizia è ovunque, le strade sono
pattugliate da soldati. Non far nomi è una prudenza necessaria.
Quasi tutti, in questo viaggio in Turchia, mi hanno chiesto di non
essere nominati. "Avrei la vita più facile se mi dichiarassi ateo"
mi dice un giovane cristiano. "Qui non è Istanbul: appena una
comunità si estingue, sbucano i geometri del comune e la chiesa
diventa moschea. Intellettuali e ulema gridano contro le chiese, e i
turchi ci cascano. Non ci sono quasi più cristiani, ma la radio li
terrorizza con la favola del nemico interno".

La situazione stava migliorando, poi è arrivata la guerra di Bush


in Iraq, e al conformismo kemalista s'è sommata la sciagura
dell'Islam integralista. Risultato: se non sei musulmano non ce la
fai, ti converti per sopravvivere. Talvolta le famiglie si spaccano.
Un vecchio armeno è passato all'Islam e, poiché il figlio si
rifiutava di compiere lo stesso passo, lo ha minacciato fisicamente
e poi diseredato. Per evitare ritorsioni, le botteghe dei cristiani
preferiscono chiudere il venerdì.

"Ormai basta respirare per essere accusati di proselitismo. E la


conversione, si sa, è alto tradimento". Chiedo: come mai non si
sanno queste cose in Europa? "Semplice, la Turchia è un Paese
Nato. E poi voi europei vi limitate a Istanbul, non avete idea di
cosa succede nell'Anatolia profonda. Qui è durissimo essere
cristiani".
(15 agosto 2005)
CAPITOLO 15
Lo scrigno dell'aramaico
Quassù gli dei si parlano
Mardin non appartiene alla terra, è aggrappata al cielo
Il Tigri luccica lontano. I piccoli urlano come tarantolati...

Mardin non appartiene alla terra;


è aggrappata al cielo. Precipita a
Sud con torri, minareti e
campanili, bombardata di luce
bianca come la scogliera di un
mare caraibico, arroccata sul precipizio - lungo centinaia di
chilometri - che separa l'altopiano anatolico dalla piana dei
babilonesi. Mardin, confine tra lo spazio totalitario dei nomadi-
soldati (e delle donne infagottate) e la cultura degli agricoltori,
città-sentinella che si affaccia sulle terre di Abramo. Da qui
Gerusalemme è improvvisamente vicina; inizia un spazio più
dolce, flemmatico, quasi mediterraneo, il mondo dei siriaci. Il
luogo dove incontro il primo superstite dell'armata perduta.

"Piacere, Ahmet, cristiano di Mardin". Dopo duemila chilometri


di cristianità estinta, è come un'anima viva nel day after. Ha 67
anni, è robusto, abbronzato, e appena può viene qui, al monastero
di Deir el Zafran, poco fuori città, mitica roccaforte
dell'ortodossia. Prende secchio e cazzuola e lavora al restauro
dell'eremo con altri volontari. Il luogo toglie il fiato. Il Tigri
luccica lontano, cinquecento metri più in basso. "Vengo a
lavorare per conto di dio" ride detergendosi il sudore. "This is
Mardin - esulta - come fai a non amarla?", e fa un gesto largo nel
vuoto, come un nibbio dal suo nido. La civiltà più antica della
storia è ai suoi piedi. "Da qui la Siria, l'Iraq, la Turchia. Ma è lo
stesso mondo".

***

A Mardin gli dei si parlano. Al monastero arrivano migliaia di


visitatori musulmani, travolti dalla forza del luogo. La comunità
ortodossa, fatta di caldei, siriaci e nestoriani, avrà al massimo
duecento persone - i superstiti dei pogrom dell'inizio Novecento -
ma vive con meno angoscia l'accerchiamento dei minareti. Il
motivo non è immediatamente comprensibile. Lo cerchi nell'aria,
nella luce, nelle strade contorte, nei robusti palazzi giallini o nelle
volte ad arco acuto che ricordano la Sicilia arabo-normanna. Poi
capisci. Qui la lingua dei cristiani non è più il greco. E' l'arabo. E
questo cambia tutto.

Succede che, come ovunque nello spazio islamico, anche qui il


muezzin gridi le sue preghiere in arabo, la lingua di Allah. I
turchi, però, parlano solo turco, e non capiscono il muezzin.
Subiscono cinque volte al giorno, dai minareti, un
bombardamento acustico incomprensibile. Succede così che i
cristiani siano gli unici a capire le parole del Profeta: un
paradosso che forse disturba i musulmani, ma certamente offre ai
cristiani un bel vantaggio psicologico.

E poi c'è il rispetto che incutono questi monasteri, più antichi di


qualsiasi moschea. Deir el Zafran è del 397, come dire che è
ininterrottamente in uso dall'epoca di San Crisostomo. La chiesa
di Kirklar porta la data del 569. Forse per questo nessuno l'ha
toccata, contrariamente a migliaia di chiese anatoliche. A Mardin
il cristiano è ancora parte della comunità e della storia.
***

Sera nella città vecchia, partita di pallone tra bambini nel cortile
della chiesa dei siri. C'è una rissa a fondo campo, i genitori
intervengono, c'è qualche spintone. I piccoli urlano come
tarantolati, ma la loro lingua non è turco né arabo. Troppo poche
le "h" aspirate, e le vocali dure sono assenti. C'è semmai qualcosa
che ricorda l'ebraico. Chiedo all'arciprete di tradurre. "Vuol dire
puttana tua madre, sei più deficiente di un cammello, e altre
amenità". In che lingua, gli domando. E lui: "Aramaico".
Aramaico? La lingua di Cristo? Certo. Di Cristo e dei siri, che un
tempo erano gli assiri della Mezzaluna fertile.

Ora me ne accorgo, in sacrestia altri bambini urlano nella stessa


lingua. Entro e vedo un maestro dallo sguardo terribile che
infligge loro la lettura di un librone antico. I ragazzini - una
decina - ripetono meccanicamente. Senza quelle lezioni,
parlerebbero solo arabo, oltre ovviamente al turco. Il maestro mi
fa un cenno imperativo: esci, i bambini si distraggono. Ma sembra
dire: che vuoi capire, turista, qui si celebra la lingua di Gesù, la
sopravvivenza di un popolo.

L'arciprete - Papas Gabriel - mi invita per un thé sulla terrazza di


casa, un altro balcone mozzafiato sulla Mesopotamia. Con lui, un
vecchio secco e adrenalinico, un siriano di Aleppo, professore di
aramaico e profugo dalla Turchia. Nome: Abrohum, cioè Abramo.
È nato anche nella stessa città di Abrano: Urfa, l'antica Edessa. La
nostra, dice dei siriaci, è una cultura "che consente una perfetta
intermediazione fra mondo arabo e occidente". Peccato, fa capire,
che abbiamo sempre avuto tutti contro. Crociati, arabi, americani.
Arriva una bambina tutta mossettine, va dall'arciprete, gli
bisbiglia qualcosa all'orecchio, lo bacia sulla barba e scappa. Poi
un bimbetto di cinque anni, in una valle di lacrime, corre pure lui
dall'uomo nero. Il prete lo prende in braccio, lo consola, dice:
"questo è la mia mascotte". Dalla casa un terzo ragazzino, sui
quindici anni, chiama Papas Gabriel, e Papas Grabriel risponde.
Da una finestra della casa, una donna giunonica, vestita di nero,
ardenti occhi mediterranei e riccioloni sulle spalle, chiede
qualcosa al reverendo con un quarto bambino in braccio. "Sono
suoi?" chiedo al prete scherzando. "Sì" risponde Papas Gabriel.
"Ne ho fatti tredici, così in chiesa mi sento meno solo".

***

Scende una notte da pullover, piena di stelle. Il cardo viola del


Kosovo vibra sulla finestra appeso testa in giù; la brezza
dell'altopiano scende per i vicoli come un torrente in piena.
Lontano, in basso, sembra l'oceano, e invece è la pianura che
luccica. Immagini le greggi, il bruco illuminato dell'Orient
Express (chiuso per guerra) che punta su Baghdad, i bagliori
maledetti del petrolio e delle bombe. Verso Sudest, la nebulosa di
Nusaybin, il luogo di Efrem il Siro, grande Padre della Chiesa, un
centro della fede che ebbe una notorietà dieci volte superiore a
quella di Gerusalemme. Mondi dimenticati.

Da una terrazza, una giovane straniera guarda l'infinito con le


lacrime agli occhi. "Perché piangi?" le chiedo. E lei: "Perché sono
felice". Mardin è fatta così. Gronda di fede e magia. In aramaico
"Din" vuol dire religione. "Mar" significa santo. Mi torna in
mente Mar-duk, il dio mesopotamico, il signore della sapienza,
"colui che trattiene la notte e libera il giorno". La chiesetta-
giocattolo della Cappadocia, da regalare al monaco di Tur Abdin,
mi aspetta in camera, chiusa nello scatolone. Domani è la
consegna, duecento chilometri più a Est. Quasi al confine
iracheno.
***

All'alba il vento cambia, ora sale dalla pianura, rovente. Intorno,


stridii di uccelli e profumo di panetterie; caffè e barbieri già
aperti. Ma la gente pare tesa e distratta. Poi capisco: ci sono
soldati. Controlli antiterrorismo. Camionette della polizia, ordini
secchi, pattuglie in mimetica che corrono nei vicoli. Sulla strada
per Midyat trovo soldati a cavallo, posti di blocco. Eppure mi
sento a casa. Per la prima volta, da Istanbul.

Forse sono le prime donne colorate, capaci di sorridere a un


uomo: le curde, con i loro scialli di organza, che zappano,
comprano, vendono, trottano a cavallo nei campi con i figli in
sacche di canapa, come le donne dei pellirosse. Forse è la terra,
che invece di diventare più gialla, polverosa e carovaniera, si fa
sempre più verde, nelle terre alte verso il Tigri. Mimetizzati tra le
rocce, campi, terrazzamenti e giardini; e gli highlanders che arano
con gli asini, rivoltano con pazienza una terra ingrata.

Ma forse, a farmi star bene, è la dolce lingua aramaica con cui la


gente mi saluta. Qui il passaggio di uno straniero è ancora un
evento. In un villaggio dei ragazzini mi circondano estasiati, in
silenzio. Regalo loro - scatenando felicità - quello che mai darei ai
bambini d'Italia: quaderni di scuola, rossi, gialli e blu. E proprio
in quell'attimo un raggio obliquo di sole illumina il giro di boa del
viaggio. Tur Abdin, l'Altopiano degli Adoratori.
(15 agosto 2005)
CAPITOLO 16
In un dolce altopiano
l'ultimo dei Re magi
Resiste l'unico villaggio turco
in cui tutti gli abitanti, 18 famiglie, sono cristiani

Mago Merlino non abita sulle


scogliere della Cornovaglia o
nelle muschiose foreste dove
dorme Excalibur. S'è trasferito
cinquemila chilometri più a Est,
nelle terre alte del Tigri, in fondo alla Turchia, in un dolce
altopiano disseminato di monasteri, assordato dalle cicale,
profumato di rosmarino e investito di una luce rosa
soprannaturale. E' Tur Abdin, il Monte degli adoratori, il Monte
Athos dei siriaci, il punto più orientale del viaggio.

Il Mago è solo nella prateria, ha una lunga tonaca nera, sale a


passo svelto verso il monastero di Mar Gabriel. Un luogo mitico,
fondato nel 397 e sempre abitato da allora. E' uno hobbit di un
metro e quaranta con scarpe a punta lunghissime, abnormi. Ha un
copricapo pure nero, simile a un mefisto, costellato di croci
bianche, la barba grigia, l'occhio ardente, quasi feroce, da despota.
Con un lungo bastone tiene lontani i cani e fa deviare le greggi.
Chiedo ai contadini come si chiama. "Abuna Moshe, padre
Mosè", mi dicono quasi con paura. E' un monaco, imbarbarito
dalla solitudine, sentinella degli ultimi cristiani di quassù. Il suo
nodoso scettro di legno dice che in lui il monarca, il prete e il
pastore sono una sola persona.
Il piccolo uomo degli altopiani bussa al portone sprangato.
Aspetto con lui. Nessuna risposta, il sole picchia. E' tutto così
strano. Sono venuto fin qui solo per esaudire la preghiera di un
pellegrino italiano incontrato per caso: portare a un monaco di
quassù un modellino di chiesa rupestre pesante otto chili e più
grosso di un panettone. Intorno, i monasteri e le chiese si perdono
a vista d'occhio sulle colline coperte di frutteti.

Mi sveglia un rumore di chiavistelli, un chierico apre il portone,


fa passare il monaco, mi guarda perplesso, col mio comico
scatolone in mano. Chiedo di Issa, che qui vuol dire Gesù, il
destinatario del regalo. Mi fanno entrare. Mar Gabriel è una
fortezza, ha muraglioni di un metro e mezzo. Solo così è potuto
sopravvivere a turchi, arabi, persiani, mongoli, crociati, bizantini.
Sempre lì, sulla linea più sismica del Medio Oriente.

All'inizio del '900 non ci furono solo le stragi degli armeni, ma


anche dei siriaci. Furono rubate vite, averi, chiese (trasformate in
moschee), bambini, donne. Molte delle vecchie musulmane di qui
sono cristiane rapite allora. Poi venne la guerriglia curda. Ancora
nel 1995 trovavi i morti sulla strada, e ficcare il naso quassù era
un bel problema. Ora tutto è più tranquillo, la Turchia s'è
ammorbidita, Mar Gabriel rinasce e dalla diaspora arrivano i soldi
per il restauro.
Issa-Gesù arriva e si scusa, sta traducendo un testo aramaico con
altri diaconi. Mi spiega che è una cosa lunga, bisogna discutere
ogni virgola, ogni accento.

Potremo vederci solo prima della cena in refettorio. Sembra che


da Mardin fino a qui tutti i cristiani siano posseduti da un unico,
tirannico comandamento: conservare la lingua più antica della
cristianità, che la Turchia centralista di Ataturk bandì per quasi un
secolo in tutte le sue forme scritte.
Intanto Merlino si moltiplica: altri monaci dal nero mefisto
formicolano tra celle, cucine, scalinate e sotterranei, vanno verso
la chiesa per la funzione. A Mar Gabriel si insegna ancora che il
mondo è stato creato cinquemila anni fa "perché così sta scritto".
La Scrittura, il Verbo, va ripetuto senza porsi domande, come i
bambini di Mardin davanti al maestro e al suo librone aramaico.
Un mondo fossile che per l'antropologo è una pacchia, ma per il
fedele può diventare una prigione.

***

Mi chiamano alla messa, sbucano anche le monache, confinate in


penombra lontano dall'altare. I Maghi stanno davanti, hanno facce
scolpite da balenieri. La chiesa è una cassa acustica perfetta, ha
qualcosa di etiope e persiano insieme. Muri nudi e qualche tessuto
con storie di santi; accanto a me ne ho uno che toglie un serpente
dalla bocca di una donna. Intanto due cori maschili si rimandano
lo stesso motivo bi-tonale. Sono i tenebrosi canti di Urfa, la città
di Abramo, detti per questo canti urfalei, i più antichi della
cristianità. Visto il conservatorismo maniacale di questa gente, c'è
da giurare che da duemila anni non è cambiata una nota.
Inchini e contro-inchini, è che come se i mosaici di
Sant'Apollinare a Ravenna fossero diventati cosa viva.

Il chierichetto fa oscillare il turibolo con violenza, ne sprigiona un


rumore di sonagli che sembra un frinire di grilli amplificato cento
volte. Serve, mi dicono, a chiamare gli angeli. Issa ricompare,
ringrazia ancora, racconta di questi luoghi segnati dal sangue, dice
di confidare in tempi migliori. Poi mi porta nei sotterranei, dove
dormono le ossa di dodicimila monaci e vescovi. O meglio, ciò
che ne resta, perché furono in gran parte rubate dagli eserciti di
passaggio per il loro potere talismanico.
Il vescovo, Timoteos Samuel Akhtash (sentite che nome), mi si
siede di fronte senza un sorriso e con una punta di insofferenza.
Sputa rumorosamente per terra, racconta dei venti milioni di
siriaci sparsi nel mondo, ma non capisco se parli di una fede o di
una nazione. Di certo, non parla solo a nome del suo gregge. Qui
Dio è padre-padrone, lo vedi dal feroce maschilismo di queste
terre, dove uomini e donne mangiano separati in casa, e le
ragazzine vivono blindate fino all'età da marito, per paura che
sposino un musulmano.

A Tur Abdin il Divino è paura, non misericordia. La sua


componente umana è quasi inavvertibile. Ormai ho davanti il Dio
totalitario dell'Oriente.

***

"Vada a Han - mi dicono - la madre di tutti i monasteri di Tur


Abdin. Sta a Nordest, sono appena cinquanta chilometri. E' lì che
vive Abuna Moshe. Vada, e capirà cos'era il nostro mondo". E
così rieccomi in movimento, con Gerusalemme che si allontana
ancora. Ma più mi avvicino a quelle colline, più la luce della sera
gonfia ogni corrugamento, e più ho l'impressione di andare in
fondo al mistero, l'essenza, l'Om. Non entro in un altopiano, ma in
una costellazione, un luogo celeste. Lo capisco da tanti segnali.
Due camionisti che si fermano per la preghiera serale, come
rapiti, in mezzo alla brughiera. Donne curde che salutano con
gioia da lontano. Poi, un anziano con in testa una coppola -
copricapo assai poco turco - occhi turchini e un sorriso dolce, che
mi chiede un passaggio.

Si chiama Azis, e deve andare al suo paese, Mar Jakup, cioè San
Giacomo. E' l'unico cristiano rimasto. Gli altri sono curdi, i nipoti
di quelli che eseguirono materialmente le stragi novant'anni fa,
"Oggi - spiega - c'è intesa perfetta". Quando gli dico che vado a
Han, ammutolisce, gli occhi gli si riempiono di lacrime. Chiede:
"Posso venire con lei?". Così eccoci in due, verso il cuore di Tur
Abdin. A ogni tornante è un Eden che si dischiude, ogni isoipsa è
un pastino di frutteti. Nubi basse a Est, sole a Ovest, due
arcobaleni nel cielo nero, passeri fermi a mezz'aria controvento.

Mastichiamo mandorle verdi. Azis piange in silenzio. Erano


trent'anni che non tornava quassù.
"Han", possibile che un monosillabo contenga tutto questo? Entro
nel monastero, le parole mi mancano. L'ultimo sole illumina una
conchiglia sopra l'altare, tutto è fermo da un millennio e mezzo.
Poi rientrano le greggi, capisco che questo è l'unico villaggio
completamente cristiano della Turchia. Solo diciotto famiglie, ma
è un miracolo. Oltre al monastero, cinque chiese, il segno di un
grandioso passato. Vado come in trance, la mia percezione del
cristianesimo perduto si dilata ormai verso la Persia e l'Asia
Centrale. Cammino nella brughiera, mi accorgo che il terreno mi
rimbomba sotto. Sono su un rigonfiamento, lo circumnavigo per
capire. Ed ecco che, a Occidente, si spalanca un'immensa navata
in rovina con l'ultimo raggio verde che penetra dal portone che
non c'è. La luce segue ancora la sua vecchia strada. Folgora il
Sancta Sanctorum.
(17 agosto 2005)
CAPITOLO 17
Sale la luna, il camion si ferma
nelle valli di Abramo e Noè
Dall'altopiano al Mediterraneo
un autocarro al posto dell'Orient Express, inagibile per guerra

Sera a Midyat, albergo con


rubinetti guasti, zanzare,
pipistrelli, struscio deprimente
di soli uomini. Una birra,
figurarsi. In soli 50 chilometri, il
paradiso di Tur Abdin è lontano
come le stelle dell'Orsa,
ricomincia l'Islam duro di
provincia. Il paese vecchio, che
fu dei bottegai siriaci, la notte si
svuota. La vita, si fa per dire,
emigra in periferie di case non finite, fango e luci cimiteriali.
Midyat è un paese di sradicati. Intorno era pieno di chiese, e ora
vedi solo minareti. Nell'unica locanda aperta dopo le 20, la foto di
un torvo imam mi guarda insistentemente nel piatto. E' in posti
così, scrivono i giornali di Istanbul, che crescono gli attentatori
che nel 2003 hanno messo le bombe a Istanbul.

Ascolto la radio con l'interprete, capisco che la Turchia sarà anche


laica ma l'Islam è ovunque. Se una chiesa diventa moschea, la Tv
spiega che è "ridiventata moschea", come se i cristiani in Anatolia
fossero stati solo una parentesi. Se in Europa si nomina il
"genocidio armeno", ti raccontano che sono stati gli armeni ad
aggredire i turchi. E se Bruxelles, come condizione all'ingresso
nell'Ue, chiede più libertà per le minoranze religiose, la radio
traduce così: "l'Europa chiede ad Ankara di dare un loro stato a
curdi, armeni, greci e siriaci". Tutto falso ovviamente. Mi chiedo
se Erdogan vuole davvero entrare in Europa o fa il gioco delle tre
carte.

***

Ho un'idea un po' folle: tornare sul Mediterraneo in treno sulla


vecchia linea dell'Orient'Express, che costeggia il confine siriano.
Dicono che funziona ancora, il collegamento con Baghdad è
chiuso per guerra, ma alla stazione di Dusaybin ci si può ancora
imbarcare per l'Occidente, verso Iskenderun, l'antica
Alessandretta. Così scendo in taxi per la scarpata anatolica fin
nella piana mesopotamica, ma quando arrivo, la stazione è chiusa,
c'è solo un merci in attesa nella prateria. Intorno, vento
incandescente, papaveri e un immenso silenzio.

A due passi dalla stazione, i ruderi della chiesa di San Giacomo,


Mar Jakup. Ne cerco l'anno di costruzione, è il 308. Numeri da
brivido. Gli anni di Costantino il Grande. A due passi, la scuola
teologica di Efrem il Siro, anche lui del quarto secolo. Per saperne
di più mi dicono di cercare Daniyel, un cristiano che abita sopra la
chiesa e segue i lavori per conto del monastero di Mar Gabriel.
Ma anche lì, nessuno. E la stazione resta chiusa, senza treni
passeggeri.

Mi salva, come sempre in Turchia, un camionista. Sta mangiando


da solo, sulla strada per Gaziantep, all'ombra del suo bestione
tintinnante di chincaglierie e portafortuna, sopra un tavolino
ribaltabile. Gli offro un toscano, che nei viaggi difficili è un
passepartout indispensabile per attaccar discorso. Orhan - così si
chiama - s'illumina, mi fa accomodare, offre pomodori e
formaggio. E' fatta. Domani saremo a Iskenderun.
***

Orhan è un vero maschio turco. Coprirebbe le donne come


monache, ma le immagina ossessivamente nude. Le spoglia con
gli occhi con una trasparenza imbarazzante. "Le spagnole - ride -
devono essere una cannonata". Ovviamente mi chiede come sono
a letto le italiane, ma mi obbligo a essere reticente per un fatto di
onore nazionale. Il doppio binario erotico di Orhan dipende poco
dall'Islam, è un fatto tribale antico. E difatti il mio pilota, filando
verso Urfa in mezzo a praterie impercettibilmente ondulate, mi
rivela di essere un musulmano distratto. "Io adoro Ay. La Luna.
Fin da bambino".

E così, quando a Ovest di Urfa, la città di Abramo, Orhan vede la


Luna sorgere dallo specchietto retrovisore, rallenta e parcheggia
su uno spiazzo. "Mi fermo sempre - dice - a ogni tramonto. In
qualsiasi Paese e con qualsiasi tempo. Ma oggi è una sera
speciale, c'è la Luna piena". Tira fuori due sdraio, le orienta verso
Est, ed eccoci davanti alla cotogna gialla che sorge dall'altopiano
iranico. "Vedi, lassù ci sono cammelle meravigliose, puoi berne il
latte dalle tette. E poi elefantesse che nuotano nel Mare della
Tranquillità, anche quello è pieno di latte".

E' un grande Orhan. Estrae una bottiglia di vino rosso di Mardin,


ci dividiamo mezzo bicchiere a testa. Risento il brivido della
Bosnia d'anteguerra: la delizia impagabile della lentezza d'Oriente
che si sposa con l'ebbrezza del vino. "Una volta - mi confida -
avevo la mia personale agenzia di viaggio con la Luna. Ma da
quando gli americani sono sbarcati lassù ho dovuto chiuder
bottega. Ora mi basta guardarla dalla Terra". Un ultimo toscano,
ormai la mente viaggia dalle bianche nevi dell'Ararat al rosso
naso di Noé, ubriaco in mezzo al grano.
***

Quando arriviamo a Iskenderun la Luna tramonta in un mare


fermo come l'olio, è quasi l'alba, alla nostra sinistra c'è un'ombra
enorme, irreale. Nebbie lunari la scalano, insinuandosi nei valloni.
E' l'altopiano del Musa Dagh, cioé "Montagna di Noé". E' qui che
gli armeni, nella Grande Guerra, consumarono l'unica resistenza
vittoriosa alle truppe ottomane. Domani voglio andarci; a
Istanbul, dopo un'infinita trafila, sono riuscito ad avere l'entratura
giusta. Sul Musa Dagh c'è l'unico villaggio veramente armeno
della Turchia. Vakifli è il suo nome, ed è la riserva indiana dove
la diaspora passa l'estate e i vecchi emigranti tornano a morire.

Dico addio a Orhan l'adoratore della Luna, mi installo


nell'alloggio per pellegrini della chiesa cattolica, retta dal vescovo
e vicario apostolico Luigi Padovese, francescano studioso di
patristica. Un campo-base perfetto per riaversi dalle polverose
traversate anatoliche e affrontare l'ultima strada per il Giordano.
Suor Rinaldina e suor Rachele mi accudiscono come un figlio.
Farad, un cristiano factotum di nascita iraniana, mi riempie di
informazioni sulla strada. Il tassista musulmano che mi aspetta
per andare sulla montagna armena è più curioso di me. Confessa:
"Non sono mai andato lassù".

***

L'auto sale per i tornanti a precipizio su un mare abbacinante,


taglia terrazzamenti, costeggia aiuole, orti, prugne, aranci,
melograni, cipressi, gelsomini. Vakifli è un incanto. Bers Kartun,
la guida armena che incontro quassù, spiega che qui avvennero gli
unici ritorni dopo la grande fuga, perché la zona era diventata
protettorato francese. M'accorgo che, pur di vivere in pace,
nessuno vuol rivangare gli orrori del passato. "Noi? Mai andati
via. Non siamo mai scappati per fuggire dagli Ottomani. Mai
conosciuto un turco cattivo". Nei bar la gente batte carte sotto
enormi ritratti di Ataturk e lunghi attestati di fedeltà alla nazione.

Ma che qualcosa sia accaduto non lo capisci dalle case-bonbon di


Vakifli. Lo vedi dai villaggi vicini, musulmani, brutti e zeppi di
minareti. Le case non finite, la mancanza di cura nell'agricoltura,
un senso diffuso di precarietà, tutto dice che si tratta di luoghi
abitati troppo in fretta da gente portata da altrove. Talvolta
cristiani convertiti da bambini, salvati da musulmani. Bers mi
consiglia di salire ancora, da un certo signor Bulos, uno con la
memoria lunga.
Chiediamo la strada a un vecchio, che ci guarda strano e chiede:
"Che ci andate a fare lassù, sua figlia Lucy si è già sposata!". Che
vorrà dire? A noi che ce ne importa della figlia di Bukos? Poi
tutto si chiarisce. Vakifli è un luogo dove la diaspora viene a
cercar moglie da tutto il mondo. Donne armene doc, occhi neri
ardenti, seno debordante, sorriso largo che arpiona. L'operazione
è delegata a un piccolo commando di intermediari che combinano
il matrimonio a distanza e poi organizzano le celebrazioni.
Sempre qui, nel mese di agosto.

Tramonto, scendiamo al mare, in una baia deserta un pescatore in


acqua fino alla cintola butta la sua rete. Pace assoluta. Mi tuffo, il
luogo è magico. La sera ne saprò il motivo: esattamente da lì sono
scapparono quelli del Musa Dagh. Fuori, le navi li aspettavano
per salvarli. E sempre lì, diciannove secoli prima, Pietro e Paolo
si imbarcarono per evangelizzare l'Italia.
(18 agosto 2005)
CAPITOLO 18
Antiochia, crocevia delle fedi
dove a Messa si va con la kefiah
Torah in greco nella sinagoga
Una sola Pasqua per cattolici e ortodossi, che pregano in arabo

Alle sette del mattino mi


sveglia un boato terrificante.
Tamburi, prove microfono a
volume da infarto, passi
cadenzati, centinaia di voci che
urlano all'unisono la stessa
tiritera. Sono nella foresteria
cattolica di Iskenderun,
instupidito dal sonno, dopo una
notte-sudario piena di zanzare,
con un ventilatore coloniale che
stantuffa lento sul soffitto. Apro
la finestra sul palmeto e guardo
fuori.

Non è l'ammassamento di un battaglione. E' l'alzabandiera in una


scuola elementare. Inno nazionale, appello dei bimbi in divisa,
preside che tuona dal podio, un'allocuzione interminabile, accanto
al busto di Ataturk. Il Turchia si fa così. La Turchia è nominata
centinaia di volte: solo in Croazia ho visto una cosa simile, alla
vigilia della guerra jugoslava. Anche allora c'erano ragazzini
inquadrati e un preside-soldato tuonava al microfono. Il Dio-
Nazione ha ovunque la stessa faccia e la stessa voce.

***
Preparo il sacco per Antiochia, scendo in cucina per colazione, le
pie donne raccontano del deserto della cristianità che le circonda.
Rachele e Rinaldina non si sono mosse quasi mai da Iskenderun,
mi chiedono di mandar loro gli appunti di viaggio via mail.
Hanno sete di conoscere, seguono i miei racconti sull'ultimo
Oriente come due bambine che ascoltano una fiaba. Chi invece
viaggia in modo pazzesco è padre Roberto Ferrari, un francescano
ottantenne ipercinetico e asciutto come un ballerino di tango.

"Ormai sono più turco dei turchi" ride di sé. In realtà è un


cristiano da combattimento, da ultima frontiera. Vive qui da
mezzo secolo; guida centomila chilometri l'anno per raggiungere
le chiese più dimenticate e impedire che diventino moschee. Al
primo segno di smobilitazione, piomba sul posto, rianima i fedeli,
dice messa, rende omaggio alle autorità locali, incontra gli imam,
sfoggia il suo turco ineccepibile. L'hanno messo in galera più
volte, ma non ha paura di nulla. Chissà se a Roma hanno idea di
quanto debba la cristianità a un uomo del genere.

***

Appena scollino sopra Iskenderun, l'aria stagnante finisce e


compare, mille metri più in basso, una terra nuova, la valle
dell'Oronte, il fiume di Antiochia. Praterie, vento, campi di grano
e greggi di capre bionde. Mosé dovette vedere qualcosa di simile
affacciandosi sul Giordano al ritorno dall'Egitto. C'è, nell'aria, la
stessa dolce rilassatezza di Mardin. E' il mondo arabo che si
avvicina. Siamo ancora in Turchia ma ricompaiono le kefiah
palestinesi, molte donne non portano più il velo, e sono anche più
belle, segno infallibile di una terra sanguemisto, dunque
tollerante.
La città luccica in un tramonto arancione, per strada vedo
fricchettoni a passeggio, comari che prendono il fresco sedute
sulla porta di casa, anziani con la coppola mediterranea che
sorseggiano anice fredda al bar. L'andatura militaresca del turco
anatolico finisce, le ragazze ancheggiano, trovo persino due
omosessuali che leccano lo stesso gelato. Anche i minareti sono
diversi, privi del loro allarmante profilo missilistico. Sono più
larghi, paciosi. Dicono che è per via dei terremoti, qui
frequentissimi. Ma forse non è solo per questo.

***

Per racimolare qualche fedele in più, il buon Papas Gabriel, prete


ortodosso di Mardin, è andato sul sicuro. Ha scodellato tredici
figli, li ha indottrinati per bene e alle messe li schiera davanti
all'altare a cantare in aramaico. Per riempire la sua chiesa
cattolica di Antiochia, padre Domenico Bertogli, frate
francescano con obbligo di celibato, ha scelto un altro espediente.

S'è messo a comprar vecchie case, una accanto all'altra, nella


parte antica della città. Le ha rimesse a nuovo, collegate fra loro,
arredate alla turca con giardini di limoni e gelsomini, trasformate
in foresteria e luogo d'incontro aperto a tutti. Autorità,
musulmani, ebrei, pellegrini cristiani di ogni confessione.
Il luogo è così ben mimetizzato che ci passo davanti cinque volte
senza notarlo. Ho l'indirizzo preciso, ma trovo solo un minareto
con una strana punta a ombrello, la chiesa ortodossa dei greci con
le scritte in arabo, e già lì comincio a perdermi. Poi ecco una
sinagoga chiusa con gli orari delle funzioni appesi sulla porta. Il
tutto in mille metri quadrati. I cattolici dove sono? Ma ecco, nel
mezzo del quartiere ebraico, sotto la finestra di una casa privata
all'ingresso di un vicolo cieco, un cartello minimale: "Katolik
Kilisesi", chiesa cattolica.
***

Il "puerto escondido" di padre Domenico è una delizia d'Oriente.


Frescura, aranceti, il pozzo, il thé di menta che sobbolle, la panca
nel posto giusto. "Qui non ti annoi mai - dice con forte accento
emiliano - passano continuamente pellegrini con storie nuove.
Antiochia non la puoi evitare. Le radici cristiane dell'Europa sono
qui. I cristiani erano una setta di ebrei, poi venne Paolo e tutto
cambiò, disse che il Vangelo poteva essere annunciato
direttamente ai pagani. Ci furono liti terribili con gli altri ebrei,
ma vinse Paolo".

L'aria di Antiochia produce splendidi frutti bastardi. In sinagoga


si legge la Torah in greco, nella chiesa dei greci si prega in arabo,
in quella cattolica si usa il turco. Il tutto è immerso in quel
fantastico paradosso che vede i muezzin sgolarsi in una lingua -
l'arabo - che i turchi musulmani non possono capire. Ma non
basta: ad Antiochia capita che un ortodosso prenda la comunione
nella chiesa dei cattolici, e viceversa. Da qualche tempo, anche la
data della pasqua è stata unificata. "Divisioni per cui ci si
ammazzava fra cattolici e ortodossi, oggi non hanno più senso"
spiega il francescano. "Non possiamo più presentarci disuniti
davanti all'Islam. Non siamo credibili".

***

Nella chiesa dei greci mi raccontano la storia di una prostituta


musulmana che un giorno chiede di parlare al pope. Non vuole
confessarsi, ma solo chiedere al Dio dei cristiani di darle più
clienti. Gli dei, qui come altrove, non si misurano con la teologia
ma con l'efficacia pratica. Così, in questa parte della Turchia, non
è infrequente che un musulmano vada in chiesa. Le donne
chiedono la fertilità alla Madonna, figura esaltata dal Corano, ma
poco gradita al mondo iper-maschilista degli imam. Ma
soprattutto ci sono gli aleviti, musulmani molto speciali che non
velano le donne, non costruiscono minareti, pregano Allah in
casa, usano l'incenso nelle funzioni e partecipano alla pasqua
degli ortodossi.

Anche di questa storia, che ne sappiamo noi cristiani d'Occidente?


Nulla. Eppure gli aleviti non sono poche migliaia. Sono milioni,
forse venti; come dire un turco su tre. Credono alla divinità ma
non alla morte di Gesù. Un Dio non può morire sul serio. Un Dio
che si fa uomo è sempre meno concepibile, più viaggi verso
Oriente. Raccontano che quando ad Antiochia uscì il film sulla
Passione di Mel Gibson, gli aleviti si ribellarono sdegnati. Un Dio
che soffre così non s'era mai visto, dissero, non poteva essere che
una controfigura. "E la Madonna - si chiesero - perché piangeva
tanto, con la gloria che l'aspettava in cielo?"

***

"Guardalo bene, come fai a non fidarti di una faccia così?". Nella
sua stanza disadorna in una baracca col tetto in lamiera, Maria
guarda dolcemente la sua icona di Cristo. Non è un prezioso
dipinto in cornice d'argento. E' un ritaglio di giornale vecchio di
vent'anni, appeso al muro sopra il letto. Poco lontano, un
orsacchiotto di peluche. Con Gesù Maria parla continuamente; ha
più di ottant'anni - è nata non sa nemmeno lei quando - capelli
nerissimi e una serenità contagiosa. S'è fatta battezzare da vecchia
da padre Domenico e quel Cristo bizantino è il suo unico amico.

Qualcuno, passando davanti alla sua casa di convertita, sputa per


terra per disprezzo. Ma Maria non ha paura di nulla. Mi saluta
sull'uscio, mi regala un mazzetto di fiori viola e biscotti fatti da
lei, perché "in viaggio bisogna mangiare". E' povera in canna, ma
mi mette in mano anche un sacchetto di caffè. "In Siria - spiega -
non ne hanno di buono". Il suo sorriso è la mia ultima immagine
della Turchia.
(19 agosto 2005)
CAPITOLO 19
Passato il confine siriano
ecco tacchi alti e scollature. E sul seno la croce ortodossa
Aleppo, favolosa città-bazar
dove le donne non si coprono
Tra i luoghi più affascinanti d'Oriente è diventata il rifugio
dei cristiani cacciati in massa dai signori di Istanbul

La Siria si annuncia con odore


di lenticchie, reticolati, camion
in attesa, uomini in ciabatte che
fanno la fila all'ufficio
passaporti e un poliziotto
identico a Saddam Hussein che
mi controlla le date dei timbri
con la sigaretta accesa sulle
ventitré. Cresce visibilmente
l'onnipotenza della burocrazia,
ma anche l'abilità di by-passarla. Per cinquanta euro, il tassista
che mi porta da Antiochia ad Aleppo dribbla code, garitte e
controlli militari lanciando agli uomini in divisa veloci sguardi
d'intesa subito ricambiati. Ma il cambiamento più visibile è un
altro. Gli sguardi verso le femmine diventano ostentatamente
famelici.

E qui viene il bello. Le donne non si coprono affatto. Non tutte


almeno. Alla fila per la dogana intravedo due puledre brune con
scollature trionfali, tacchi alti e gonne al ginocchio. Penso a
viaggiatrici incoscienti, e invece no: parlano arabo. Sono siriane
di Aleppo, e per giunta cristiane. Hanno la croce che scintilla sul
seno, una di ametista, l'altra d'oro e brillanti. Croci quadrate,
ortodosse, palpitanti, ostentate come bandiere in mezzo alle
musulmane occhi-bassi nei loro veli scuri. Portate con orgoglio
assai più che con civetteria.
Succede che nella repubblica islamica di Siria, Paese arabo e
candidato Paese-canaglia nello scadenziario bellico di George
Bush junior, i cristiani se la passano infinitamente meglio che in
Turchia. Non vivono la loro fede in semi-clandestinità, ma la
sbandierano. L'arrivo ad Aleppo è uno choc dopo il vuoto
anatolico. Chiese strapiene di fedeli, vibranti di orazioni forti
come tuoni, più affollate di qualsiasi chiesa europea. Chiese
aperte, senza guardie armate, senza metal detector. E piene di
donne in fiore che scoprono le ginocchia come segno di libertà
che fa la differenza, senza che per questo gli imam lancino
maledizione alcuna. Chissà quanto durerà, con l'aria che tira,
questa pacchia di tolleranza.

***
Aleppo è una Polinesia del cristianesimo. Non dipende solo
dall'antica discendenza aramaica e cristiana della Siria. E' che la
città-bazar tra le più favolose d'Oriente, è anche la più vicina alla
Turchia ed è diventata per questo il rifugio dei cristiani cacciati in
massa dai signori di Istanbul. Antiochia per esempio, la città dove
è nato il cristianesimo, ha cinque patriarchi, ma nessuno di essi ci
vive. Sono tutti all'estero, e tre su cinque stanno ad Aleppo.
Caldei, greci, armeni, siriaci, cattolici, ortodossi, nestoriani. I resti
di un mondo plurale da sempre diviso, illuminato da roghi,
terremotato da eresie, scomuniche, fanatismi e guerre dottrinali,
qui si ritrova unito in esilio, in una miracolosa polifonia della
fede.

Cinquanta chiese nel solo centro storico: da dove cominciare?


Busso al vescovado dei greci, mi apre un diacono pallidissimo,
efebico e senza voce (per un pope perdere le corde vocali è un
handicap grave, le messe ortodosse sono tutte cantate). Capisce
che mi sono perduto, mi fa accomodare sotto un fico, nel patio, e
disegna pazientemente a matita una mappa della città. In un
surreale silenzio, dispiega davanti ai miei occhi, su un foglio, tutto
l'arcipelago cristiano.

Una ventina di confessioni in tre chilometri quadrati. Una densità


da mal di testa. Un labirinto immerso in fiume di folla vociante
dove la chiesa confina col ciabattino, la birreria e la moschea si
trovano dirimpettai, il campanile suona più forte del minareto. Ad
Aleppo il venditore di liquirizia lancia il suo richiamo davanti al
negozio di arredi sacri, e le donne coperte dei musulmani si
mescolano senza problemi con le greche e le siriane dai labbroni
rosso ciliegia, davanti alle gioiellerie e alle boutique di biancheria
intima.

***
I turisti occidentali viaggiano
solo in branco, hanno paura di
chissà che cosa. Mi accorgo che
sono l'unico straniero che si
muove da solo. Davanti alla
chiesa dei siro-ortodossi trovo
tre italiani spaventatissimi - due
uomini e una donna - guidati da
un profeta pazzo annunciatore di
sventure. "Pregate che l'ora è
vicina, nessuno ci crede ma la parola di Dio si compirà, nemmeno
Sodoma e Gomorra ci credevano. In Siria se un cristiano da una
sberla a un musulmano va in galera, se un musulmano ammazza
un cristiano, non lo tocca nessuno".

Lo guardo bene, ha gli occhi folli di Achab durante la caccia alla


balena bianca. Ha un barbone grigio arruffato e sfugge a tutte le
domande dirette. Il dialogo si svolge più o meno così. Di dove
sei? "Vengo dal cuore di Dio". Dove vai? "Dove vuole il
Signore". Dove sei stato? "In novantadue Paesi diversi". Chi sei,
come ti chiami? "Volevano farmi vescovo di Aleppo, ma ho
rifiutato". I tre che accompagnano il guru (poi saprò il suo nome e
i suoi precedenti truffaldini) pendono dalle sue labbra e aspettano
tremando Armageddon.

***
Verso le 11, in mezzo alla folla del suk, mi imbatto in un
serpentone candido di bambine in vestito da sposa, tutte riccioli,
fiocchi, angeliche alette dietro le scapole. Sono siro-cattoliche e
vanno cantando alla prima comunione in mezzo a nuvole di
incenso. Le seguo, è uno spettacolo da non perdere. Le bimbette,
sui sette-otto anni, hanno come scorta un servizio d'ordine di
scout e ragazze in divisa. Mica roba da oratorio come da noi: no,
tacchi alti e permanente per le femmine, vestito da Rambo per i
maschi.

In sacrestia i bambini sono già schierati, in tenuta candida da


fraticelli; attorniano un prete gigantesco con una jellaba
altrettanto enorme, lo abbracciano, lo baciano, lo chiamano
"Abuna", cioè "Don" in lingua araba. "Abuna, abuna, abuna
Razou!" Razou è il nome di questo prete-papà dall'autorità
indiscussa su cui i bambini si buttano come fosse un materasso.
Sui banchi della chiesa attende mezza borghesia siriana di
Aleppo. Sembrano stranieri venuti da lontano per un matrimonio.
Hanno facce meno arabe persino dei siciliani. Sembrano
mitteleuropei, l'ordine è svizzero, l'eleganza italiana,
l'ambientazione da spy story anni Venti.

***
Non c'è coprifuoco la notte ad Aleppo. Il fiume di gente non si
ferma mai tra il centro, il bazar e la gigantesca fortezza araba
illuminata che pare uscita dal "Signore degli Anelli". Il glorioso
hotel Baron, dove passarono Churchill e Lawrence d'Arabia, è
diventato un costoso rudere per orfani dell'Orient Express, e dopo
mezzanotte, viste le imposte fatiscenti e il caldo, è difficile
convivere con le urla dei gatti e la puzza delle immondizie che si
ammonticchiano sul retro. Così non ti resta che uscire e inseguire
il sogno di una birra.

"Fatti l'ultima bevuta in Turchia" mi avevano detto prima di


partire dall'Italia, conoscendo la mia dipendenza dall'orzo
fermentato freddo. Esco, quindi, con poca speranza. E invece, di
nuovo, il pregiudizio occidentale va in frantumi. La birra c'è,
eccome. Non d'importazione. Siriana, con fabbrica a Damasco.
Non serve nemmeno rintanarsi in un ristorante per stranieri, puoi
servirti all'aperto. Nella zona dei saponi - i mitici, verdi,
profumati saponi di Aleppo - c'è anche un chiosco con vini di
ogni tipo, superalcolici, e ovviamente la birra. La quale nacque,
pare, proprio da queste parti, tra il Nilo e il Tigri.

Faccio in tempo di passare alla messa notturna dei greci; ormai le


litanie, l'orzo fermentato e l'eros delle cristiane d'Aleppo,
miscelandosi in terra islamica, creano l'ebbrezza di un cocktail
sconosciuto. La chiesa è piena come il Gange a Benares. Dal
canto baritonale dell'archimandrita emergono parole arabe prima
sentite solo in moschea: Bizmillah, Rahmanir, Allah, Salam
Aleikum. Che tempesta nell'anima. Ripenso alla frase "Radici
cristiane dell'Occidente" e mi vien da ridere. Vedo Nicola, il santo
d'Anatolia, vestito in rosso Coca-Cola, in mezzo a bimbi grassi e
biondi e non posso più trattenermi. Devo uscire, farmi largo tra la
folla per liberare una risata lunga, talismanica, che si perde verso
la periferia e il deserto.
(20 agosto 2005)
CAPITOLO 20
La neve cade
sopra al deserto
Tuona e tira vento a Deir Mar Musa
la valle che a 1500 metri chiude il monastero di San Mosè

TUONA e tira vento, il cielo si


abbuia, la gola echeggia di
belati. Fa freddo a Deir Mar
Musa, la pietrosa valle che a
1500 metri - tra Aleppo e
Damasco - chiude il monastero di San Mosé alto come una
sentinella sul deserto della Siria. Sto salendo a cercare Frédéric,
un eremita francese di 32 anni che allestisce il suo antro di
preghiera, una delle centinaia di grotte abitate da secoli qui
intorno, per farne la sua abitazione. Ce ne sono altri come lui,
sulle rocce intorno.

Mi accorgo che il monastero giù in basso, altro non è che la


reception di un arcipelago di eremi, solitudini oranti disperse.
Mansueti cani pastori mi accompagnano in questo piccolo ouadi
segnato da piogge antiche, disseminato di escrementi di capra e
microscopici fiori gialli, rossi, viola e blu, che vibrano nel vento
alpino. Le dolomie piene di cicatrici ocra e rosa, segnate da
ghiaioni e precipizi, invocano imperiosamente l'acqua che non
viene, la valle chiusa crepita di tuoni.

Frédéric lo trovo a orecchio, dal rumore amplificato della sua


zappa che scava nelle pietraie. Lo chiamo, mi aspetto di veder
sbucare una faccia patita e triste, o ferocemente aggressiva come
quelle degli ultimi solitari del Monte Athos.

Dalla scarpata, invece, si sporge nel vuoto un ragazzone dalla


faccia di guida alpina, biondo e allegro, che mi dice "Bienvenu" e
mi spiega come aggirare lo strapiombo che ci separa. Depone la
pala, mi fa accomodare nella grotta dal pavimento piatto in terra
battuta, come poltrona indica un masso. E' la sua casa, l'ha
battezzata al femminile, Marie Magdalène, com'è giusto per
questo grembo di pietra. Sta lavorando al tetto, destinato a
riparare il terrapieno d'ingresso aggrappato alla parete con una
muraglia costruita chissà quanto tempo fa. Gli faccio la domanda
più banale: "Perché?". E lui mi racconta la sua storia.

***
"Sono di Grénoble e ho viaggiato molto fin dall'adolescenza per
dare un senso alla vita. Cristo? Non l'ho mai cercato, è stato lui a
trovare me. E' cominciato a vent'anni, facevo il taglialegna in
Alsazia, e un giorno, girando a suonare la chitarra nei paesi come
un "troubadour", trovai monete in una fontana e le rubai. Ero al
verde. Dopo un po' cominciai a sentirmi male, non era solo la
vergogna, era qualcosa di molto più forte.

Per liberarmi di quel peso diedi le monete ai poveri, e da quel


momento i segni si infittirono. Cominciai a leggere del
monachesimo, m'innamorai dei copti d'Egitto, vidi in loro il top
della purezza".
E allora? "Ho lasciato tutto e sono partito per l'Egitto. Ma per
strada sono passato di qui, e ho trovato esattamente quello che
cercavo. Un equilibrio perfetto tra azione e contemplazione.
Accoglienza e solitudine. Cristianesimo e cultura araba
dell'accoglienza. Così sono rimasto". Intanto nubi pesanti ci
avvolgono, colano nell'imbuto dell'ouadi, il freddo aumenta e
comincia a piovigginare.

Frédéric si fa il segno della croce. "Mon ami - sussurra come per


non disturbare la metamorfosi del cielo - hai portato l'acqua, non
sai cosa significa per questo luogo". Ci stringiamo nel fondo della
grotta per ripararci dal temporale, e dal quel momento non siamo
più soli. C'è una presenza invisibile intorno. Chiedo: questa grotta
era già abitata? "Certo, trovo continuamente cocci di ceramica.
Ho la sensazione netta di riaprire un libro di storia e scrivere una
pagina nuova". Il buio cresce, batto i denti, tuona di nuovo, l'orlo
della grotta gocciola. Domando: i monaci morti sono ancora qui?
"Certo, queste rocce sono impregnate di preghiera".

In quell'attimo il vento cessa e una nube alpina color anice invade


il nostro precario rifugio. "Frédéric - chiedo ancora - loro ci
stanno ascoltando?". Stavolta risponde il cielo. La pioggia diventa
grandine, il terrapieno s'imbianca. In montagna nevica. Non
succedeva da cinque anni. "Sono loro - sorride dolcemente il
francese - li hai sentiti".

***
Lampeggia, scendiamo al monastero sotto il diluvio, Frédéric urla
nel vento, impossibile sentirsi altrimenti. "Il senso di quest'acqua
benedetta è nella sete che l'ha preceduta! Per questo ho cercato il
deserto! La sete del corpo aiuta a capire quella di Dio!". Il
francese si lascia inzuppare con gioia, cerca apposta le
pozzanghere con i sandali. "La fede è desiderio, e il desiderio
passa attraverso il corpo! Il mondo occidentale ha ucciso il
desiderio ingozzando il nostro corpo!". Arriviamo sotto il
monastero, un quadrilatero di muraglie vecchio di mille anni,
quasi tibetano, accessibile solo da un buco alto un metro, fatto
apposta per tener lontani i briganti. Non ce lo vedo un Papa che si
mette gattoni per entrare qui dentro. Deir Mar Musa è un posto
per duri.

Passando per quel tunnel buio, nonostante premurosi


avvertimenti, do una zuccata a un architrave nascosta, come tutti i
nuovi venuti, e mi ritrovo dopo un attimo in cucina, fradicio e
intontito, davanti a un thé bollente. Ci vien da ridere: a causa del
freddo Frédéric ed io abbiamo il naso rosso come ubriaconi. Dalle
foresteria sento una voce stentorea che impartisce ordini in arabo.
E' padre Paolo, il leader gesuita che ha scoperto e restaurato
questo luogo quand'era in rovina. Esce in tonaca e ciabatte, è
massiccio come un armadio, un "homo faber" prima che un
mistico, l'albergatore instancabile di una roccaforte visitata da
migliaia di pellegrini, un costruttore di ponti tra il mondo
aramaico dei cristiani e quello degli arabo-musulmani, tra i
frutteti irrorati dal Monte Libano e il deserto dei pastori.

Per arrivare quassù devi camminare mezz'ora in salita, ma


l'afflusso è continuo, stasera è previsto l'arrivo di un pullman di
polacchi. Nessun filtro tra qui e il mondo, nessuna reception come
sull'Athos. Ci sediamo, scalzi, su un tappeto e Paolo racconta.
"Questo luogo è fatto per l'incontro fra cristiani e musulmani, e
questo incontro realizza la pienezza finale della nostra fede. Tutto
è orientato verso questa escatologia. Il monastero orientale fa
parte del paesaggio islamico fin dal tempo di Maometto. Quando
il Profeta dell'Islam va alla Mecca per scrivere il Corano, non fa
che imitare i monaci. Sia per i musulmani che per i cristiani,
venire qui è come tornare alle sorgenti". Mentre ascolto, un
gattone grigio si sistema sulla mia pancia e comincia a ronfare.

***
Il cielo si pulisce, diventa madreperla, e verso il deserto si apre un
doppio arcobaleno. L'acqua della valle canta dopo la grande
pioggia, l'ouadi è ridiventato torrente. Fa un freddo becco, ma c'è
il vento; i monaci portano la biancheria ad asciugare, centinaia di
lenzuola si gonfiano come vele, il monastero pare un brigantino in
navigazione sotto le stelle. Dalla cucina arriva profumo di
zucchine e pane, nella piccola chiesa - sotto gli affreschi di
Sant'Elia, San Paolo e di Cristo Pantokrator - si officia la messa
del vespero, col rito siro-ortodosso in lingua araba. La parola più
insistente è "Nur", luce. Poi, un canto: "Leila al illa, la illallah",
c'è un solo dio, è la stessa preghiera dei musulmani, ma priva
della seconda parte: "e Maometto è il suo profeta". Chissà cosa
direbbe di tutto questo il Santo Uffizio a Roma.

Vado a nanna sopra la stalla, nella dependance dopo la fontana.


Sento i belati e l'odore del formaggio nuovo e del letame. I
polacchi sono già arrivati, un battaglione rumoroso fin troppo
esuberante. Mi chiedo se l'incanto di questo luogo saprà resistere
alla sua visibilità, se questo ponte fra culture saprà reggere all'urto
dei profeti del malaugurio e ai pasdaràn di ogni fede. Un cane
pastore mi sorveglia, fiuta l'aria, mi lecca la mano. E' una
femmina dal pelo chiaro, Dada. Teme che mi perda, vorrebbe
dormissi anch'io con le sue capre. Fumo un sigaro sul balcone,
l'aria profuma di neve, il generatore si spegne, vedo l'ombra di
Frédéric che sale alla sua grotta nel buio più assoluto.
(21 agosto 2005)
CAPITOLO 21
Come un piccolo Cremlino
nel deserto siriano, un'anima tutta al femminile
Il monastero di Seydnaya
il canto delle cupole d'oro
Le donne islamiche pregano la Madonna per avere figli

©MONIKA BULAJ

ABDUL, il tassista, mi aspetta all'alba in fondo alla gola sotto il


monastero, la giornata si annuncia tersa dopo la pioggia e il
freddo del giorno prima. A Oriente non c'è che la ferrovia, le
ultime montagne brulle verso l'oasi di Palmira, poi nient'altro che
il deserto siriano. In quella direzione, spiega Abdul, abitano gli
Yazidi, setta irachena degli Adoratori del Diavolo. "Credono che
Lucifero sia stato perdonato da Dio e reinsediato a capo delle
schiere angeliche. Sono brava gente, non hanno mai fatto male a
nessuno, ma hanno una fama pessima. Sono maledetti da tutti".
Mi sfiora l'idea di un'altra favolosa deviazione, ma ora non c'è più
tempo. Gerusalemme aspetta.

L'auto risale con larghe curve aeronautiche verso l'altopiano che


porta a Damasco, emerge nell'aria fine su uno spazio stepposo e
senz'anima viva, tagliato da un unico nastro d'asfalto. L'auto
diventa un aliante, vola verso la Terra Promessa su uno perfetto
scenario teatrale: oltre il parabrezza, una pietraia color senape, poi
l'ocra della sabbia punteggiata da mulinelli di vento, poi ancora il
grigio-cenere delle colline, e infine, oltre il filo verde dei frutteti,
il bianco freddo del Monte Libano. Pare la gobba di Moby Dick.
Scintilla in un cielo turchese già mediterraneo, gonfio come una
vela nel Maestrale.

Pochi villaggi, soldati sulla strada, qualche mezzo blindato


dell'esercito. Israele e il Golan sono vicini, sto viaggiando su
un'altra linea sismica. E poiché proprio nei punti di scontro della
politica maturano i frutti più puri della fede, ecco laggiù il
monastero di Ma'alula, mimetizzato sotto un faraglione, in un
paesaggio andaluso da Sierra Nevada. Abdul mi spiega la strada
per arrivarci a piedi, attraverso un canyon che ha il nome di Santa
Tecla, percorso da un torrente. Lo scendo velocemente, l'acqua
canta fin sotto il santuario bianco e dorato, con le sue silenziose
da monache nere. Hanno appena aperto i cancelli, nella cappella è
cominciata la funzione, l'incenso vibra di lumini e litanie.

***
Boris Nikolajevic Aradov compare allora. Entrando dal chiostro
pieno di luce, all'inizio è solo un'ombra con un'aureola. La barba
gli splende d'argento, ha braccia sono lunghe, ieratiche, le mani
da contadino. Ma ecco che si avvicina a un'icona in punta dei
piedi, si prostra, tocca il pavimento, poi si inarca all'indietro, alza
gli occhi chiusi al soffitto e, con un gesto rotondo simile a quello
del seminatore di grano, porta sulla fronte la mano chiusa alla
maniera ortodossa, col pollice contro la punta delle altre dita. E'
solo il primo dei quattro gesti del segno della croce. M'accorgo
che noi occidentali, al confronto, disegniamo il Padre-Figlio-
Spirito Santo con una rigidezza da soldati.

Solo un russo sa fare a quel modo il gesto della cristianità. E'


difatti è un russo, un pellegrino di Stavropol, ha settant'anni, e
viene dal Caucaso a piedi. E' la quarta volta che tenta di andare a
Gerusalemme, ma ogni volta, al confine israeliano, lo rimandano
indietro. Per questo ci riprova. "Dio, quanto vorrei andarci prima
di morire", dice segnandosi ancora. "Ho tentato da Cipro,
dall'Egitto, dalla Giordania. Niente da fare". Gli occhi emanano
calma, mitezza contadina. "Mah, Dio mi aiuterà", e si segna
ancora. Ha sandali, un giubbino leggero, un sacchetto di plastica
con un po' di frutta e dell'acqua, un tascapane fuori moda che gli
pende all'altezza del fondoschiena, un bastone di ciliegio a forma
di croce con parole in cirillico incise sopra. Nient'altro.

Mi accorgo che ha fretta, mi porta nella sua stanza, dove un altro


russo - un compagno trovato per strada - sta chiudendo un sacco
enorme per ripartire a piedi verso Damasco. Si chiama Dimitri, è
siberiano, ha 42 anni, è grande e forte come un orso degli Urali.
Gli chiedo se visiteranno anche chiese cattoliche. "Solo in caso di
grandi eventi - risponde - altrimenti andiamo in quelle ortodosse.
Solo lì riusciamo a pregare sentendoci a casa". Mi accorgo che
Dimitri è un uomo coltissimo, cita scrittori francesi, rumeni,
inglesi. Rifiuta la modernità, non prende mai aerei né treni. Si
muove solo a piedi o in bicicletta. Ma, a differenza del vecchio
Boris, è divorato dalla fretta.

Chiedo a quei due di accettare un passaggio fino alla statale. Sono


solo sei chilometri, un piccolo strappo alla regola. Accettano,
Boris scende al parcheggio con la sua croce-bastone, ridisegna il
suo ineguagliabile segno di fede di fronte al driver, gli dà la mano
con un sorriso di gratitudine. Ad Abdul, che credevo un duro,
luccicano gli occhi di commozione. Pochi minuti di strada e ci
abbracciamo accanto al guard-rail. "Te lo giuro amico russo -
penso fra me - ti farò avere un visto per Gerusalemme". E mentre
di due se ne vanno sulla superstrada, Abdul si svela: "Sono
cristiano melchita", e tira fuori dal cruscotto il rosario e la croce.
Per delicatezza, non gli avevo chiesto la sua religione. Ora
sorride, anzi si mette a cantare.

***

Il monastero di Seydnaya -
dedicato alla Madonna - è un
piccolo Cremlino nel deserto. Le
sue cupole d'oro sovrastano il
villaggio arabo come meringhe,
il suo interno ospita mosaici con
l'effigie di Giustiniano e
Teodora, trionfi di penombre e
candelabri fiammeggianti,
monache con vesti nere che
sembrano chador, canti stupendi
sospesi nell'aria. Duro da digerire un posto simile, per chi urla
allo scontro fra Cristo e Maometto. A Seydnaya vengono anche
donne musulmane, a chiedere a Maria la benedizione di far figli.
Ma che cos'è, questa coabitazione di Russia e deserto se non
Bisanzio? Da dove se non da Bisanzio - la seconda Roma - a'
venuta l'anima di Mosca, la Terza Roma?

Dalla chiesa arrivano le note di un coro celeste. Le monache si


affollano attorno all'archimandrita, baciano le icone del sacro
tramezzo verso la parte segreta dell'altare. Il canto viene dall'alto,
da una balaustra sopra la porta d'ingresso. Cinque donne in nero.
Non è un posto per uomini Seydnaya, la sua anima è tutta
femminile. Delle cinque voci, una si leva con purezza assoluta,
intesse senza ombra di esibizionismo la trama di un canto
bizantino in lingua araba. E' piccola, ha il naso a punta, ogni tanto
si mette le mani sul volto come sopraffatta dalla forza sua stessa
voce, da una corrente divina che la invade dall'esterno e la
riempie di stupore. Ogni nota è come se dicesse: ma come, sono
io che faccio questo?

***
Ma ecco il primo pellegrino di area cattolica, in un angolo del
monastero, che tira il fiato su una terrazza verso il tramonto. Si
chiama Gérard, è francese e viene a piedi dalla Dordogna, una
delle culle del monachesimo occidentale. Come Boris è tostato
dal sole, segnato da rughe, ha i capelli d'argento. Per il resto,
viene da un altro pianeta. "Je suis pas un pélérin", non sono un
pellegrino, spiega a scanso di equivoci. "La mia è una camminata
mistica e culturale, non vado a caccia di luoghi santi, mi basta la
gioia di svegliarmi al mattino". Ma poi l'Invisibile ci mette le
coda: "Mia moglie è morta da poco, faccio questo viaggio per
ritrovarla. E per riconquistarla spiritualmente".

"Non sono una bestia della marcia, mi basta andare


tranquillamente e farmi un'idea dei popoli che incontro.
Soprattutto della Turchia, che cerca di entrare in Europa". Che
impressione ne ha avuto? "Stupefacente. Quante lezioni
potremmo ricevere dai turchi noi francesi! Se non fosse per amore
della solitudine, avrei potuto accettare un invito ogni sera. Noi
siamo chiusi, duri. I turchi sono generosi, onesti, ospitali, curiosi e
gentilissimi. Hanno un solo difetto, come greci e italiani. Non
concepiscono che tu possa muoverti a piedi, e pensano che tu
abbia la macchina guasta. Ma anche i siriani sono gente
splendida. Pensi, amico mio, tra Istanbul e qua ho avuto offerte di
passaggio persino da trattori".
(22 agosto 2005)
CAPITOLO 22
Nel bazar l'ultima colonia di ebrei
Una donna in nero mi guida fino alla tomba del Battista
Il Gesù di Damasco
cristiani prima di San Paolo
E' da un minareto nel suk della capitale siriana che Cristo
annuncerà la fine dei tempi, o almeno così dicono gli sciiti

Il cruscotto psichedelico di
Ahmed buca la notte verso
Damasco, incrocia camion
sauditi illuminati come alberi di
natale, affianca un serpente di
luci con le prime targhe
irachene, si riempie di musica
carovaniera, supera un grande
cartello azzurro con la scritta
Baghdad, mi spinge in un
dormiveglia popolato di raffinerie illuminate (il Kuweit?), donne
misteriose (Aleppo?) e canneti nel vento (Nassiriya?) verso il
Golfo Persico. E' un vero califfo Ahmed il tassista. Pacioso e
debordante, con in bocca sempre la stessa, fondamentale parola-
chiave: "No problem". Sul sedile posteriore uno scatolone di
biscotti, il narghilé, una scorta di bottiglie d'acqua, una coperta
per dormire.

Alla fine dell'autostrada, la Capitale brilla sul fianco di una


montagna come una granita al limone, una cesta di diamanti
nell'antro di Alì Babà, una nebulosa di mille e una luce bianca
completamente priva di tracce rettilinee. L'aria è purissima, il
deserto è vicino. Sei milioni di abitanti, ma non è una megalopoli
di alieni, è una città plurale dove ti senti a casa anche da straniero,
un centro che ha conservato parte della sua originale complessità.
Ma tutta la Siria è fatta così, il segno antico di Cristo è ovunque,
dal Monte Libano al deserto, visibile, sbandierato, diluito in una
presenza islamica mai totalitaria: quella discreta e tollerante degli
Aleviti, i musulmani più vicini a Gesù.

"Mi raccomando, appena entri in Siria avverti il ministero che stai


viaggiando con visto da giornalista", mi hanno ripetuto a Roma
prima di partire. Ebbene, sono tre giorni che telefono con
insistenza a Damasco, ma non c'è funzionario che si allarmi o
voglia appiopparmi un angelo custode. L'unica cosa che mi
sorveglia è la faccia di Assad jr., il giovane presidente-oculista
onnipresente su mille cartelloni. Viaggio in libertà, ho
l'impressione che tutto in Siria sia meglio di quello che ti aspetti.

***
Il primo segnale parte nitido, poi un secondo, un terzo, un quarto
rompono definitivamente il silenzio. Non è più la voce
preregistrata che esce in simultanea dai minareti turchi. Quella dei
muezzin siriani è un'anarchia polifonica totale. Richiami striduli,
baritonali, rauchi, lenti, nasali, profondi oppure bassi come quelli
di un pope. Un'onda sonora ramificata che invade il labirinto con
la prima luce del sole e ti conduce verso la grande meta, la
moschea degli Omeiadi. Un magnete della fede, nel cuore del
bazar.

Ahmed mi guida nelle strade piene. Compaiono i primi chador,


neri, inconfondibili. Incorniciano il volto di donne dagli occhi
terribili, invecchiate in fretta, che vanno piagnucolando alla
moschea, per pregare nel mausoleo di Hussein, il martire dei
martiri, il segno insanguinato della discordia con i sunniti. "Stai
attento - avverte il tassista - no muslim", quelle non sono
musulmane. Come non sono musulmane? "Shia, shia, no muslim"
ripete Ahmed con convinzione. Sono sciite, persiane o irachene.
Quindi non musulmane. La deviazione nell'Islam spinge subito il
viaggio in direzioni inattese.

Mi fermo a parlare con tre donne in nero, accovacciate


nell'ombra. Capiscono che sono italiano. Una mi chiede soldi,
un'altra mi dice di seguirla, si leva le scarpe all'ingresso della
moschea, traversa scalza l'immenso cortile inondato di luce, si
ferma nell'aria rovente col vento che le gonfia il sottanone, si gira
su se stessa, guarda in alto, dirige il mio sguardo verso un
minareto sul muro perimetrale esterno della moschea, e sibila:
"Issa", Gesù. Ahmed conferma, è Gesù. Il minareto è la torre dove
Lui annuncerà la fine dei tempi e dividerà i buoni dai reprobi. Qui
a Damasco lo sanno anche i bambini.

La sciita mi fa ancora cenno di


seguirla nella luce calcinata del
cortile, mi porta ululando piano
all'ingresso principale della
moschea. Ululano sempre queste
donne in nero, è come se il loro
chador imprigionasse e lasciasse
sfiatare un dolore infinito.
Accarezzano muri, baciano
portali, biascicano piangendo
litanie. Dentro, un brusio di fedeli, mendicanti, turisti musulmani
con videotelefonini, una coabitazione di estasi e indifferenza,
tecnologia imbecille e proporzioni pitagoriche. La donna traversa
i tappeti verso il centro della moschea, si ferma davanti a un
grande sarcofago appena visibile in una gabbia di vetri verdi.

"Giovanni Battista", sussurra. E' la tomba di Giovanni Battista,


traduce Ahmed sempre più sicuro di sé. E' il mausoleo dell'uomo
del Giordano, circondato di pellegrini pachistani in lacrime,
sauditi genuflessi, donne venute da chissadove che infilano
banconote propiziatrici in ogni fessura della tomba, bambini che
giocano sui tappeti. Un catafalco verde, come quello di Mevlana a
Konja. E anche qui, come nella casa dei dervisci, un'onda
devozionale diretta, che by-passa l'egemonia degli imam,
richiama imperiosamente il cristianesimo dal cuore più profondo
dell'Islam. "Lasciati portare dall'onda del sacro", mi avevano
avvertito prima di partire i monaci di Bose in Piemonte. Ma
stavolta non immagino neppure lontanamente che la sorpresa è
solo all'inizio.

***
Un antiquario tenta di accalappiarmi chiedendomi da dove vengo.
Sì chiama Josef, parla anche l'italiano ed è siro-cattolico. "Noi di
Damasco - si vanta - siamo diventati cristiani prima di San
Paolo". Mi invita nella bottega; dalla terrazza al terzo piano,
spiega, potrò vedere tutta la città. Saliamo una scala a chiocciola,
sbuchiamo in un negozio ingombro di oggetti. "Ecco - dice - da
questa parte hai i tessuti dei musulmani. Qui i legni intarsiati dei
cristiani. E qui gli ottoni fatti dagli ebrei". In tre pareti, le tre
religioni del Libro sotto forma di suppellettili.

Ebrei? Ce ne sono ancora? "Ce ne saranno sì e no una ventina.


Vivono qui da tremila anni, il grosso se n'è andato dieci anni fa,
con gli accordi di Madrid, dopo la prima guerra del Golfo". Sento
che il viaggio mi porta indietro nel tempo con una logica di ferro.
Ogni monoteismo rimanda al suo predecessore. La donna sciita
mi ha spedito da Cristo, ora il cristiano mi spedisce dagli ebrei.
Dalla terrazza l'antiquario indica la sinagoga, lontano, in un
labirinto simile ai Bassi napoletani.

Chiedo ad Ahmed se se la sente. "No problem" risponde senza


scomporsi. Damasco e Gerusalemme sono ancora in guerra, le
linee telefoniche tagliate, ma noi partiamo in cerca di ebrei nel
cuore del bazar. Idea talmente folle da essere fattibile. Where is
haus yahuddin? "Ici très peu de juifs"; "Juifs allés, allés". Pochi
ebrei, ebrei partiti. Ma tutti collaborano a orientarci senza
imbarazzo. Il quartiere non ha perso la memoria. Un ciabattino mi
disegna una mappa, il falegname ci manda nella bottega di un
robivecchi. Ormai navighiamo a vista, Ahmed è stupefatto. Ha
vissuto 20 anni a Damasco ma per quelle strade non c'è mai stato.

Il macellaio mi manda dal panettiere, una stanza rovente come


l'antro di Efesto, col forno che inghiotte pagnotte e le cuoce in un
attimo gonfiandole come palloni. Distribuisco sigari, i lavoranti ci
regalano pane caldo. La gente dei vicoli lo compra appena fatto
dalla finestra della bottega. Chiedo: "La sinagoga? Dov'è la
sinagoga?". Un cliente indica una casa sprangata con catene,
ripete "Yahuddin", m'accorgo che il rione è pieno di case chiuse,
il segno di un epico trasloco. Riparto per stradine coperte di vite
americana.
Un nome, via El Katateeb, un patio con alberi di fico, mosaici e
immondizie, miseria e nobiltà. Poi le mura della scuola ebraica
fondata appena 15 anni fa e subito abbandonata. Una custode ci
caccia via. La scuola è diventata di Stato, il suk della storia ha
inghiottito anche questo.

Me ne vado, ma con la strana sensazione di essere a casa, protetto


da un'unica confraternita mercantile, come se il bazar fosse
abitato da ebrei travestiti da musulmani, un popolo di Zelig dove
la parola "levantino" diventa di colpo trasparente.
(23 agosto 2005)
CAPITOLO 23
Al confine tra Giordania e Israele, per vedere un'alba biblica
In fondo alla scarpata sul mar Morto, la frontiera al ponte di Allenby
Alle pendici del Nebo
il monte dove morì Mosè
Il fiume sacro di Gesù oggi è un rigagnolo fangoso
La scorta di due agenti per evitare di finire sulle mine

Una corriera
nella valle del Giordano

C'E' un filo nero a Ovest, si


gonfia nell'aria incandescente, si
comprime, si allunga, quasi
scompare, punta lentamente a
Sud. Migratori: non possono
essere altro. Guardo la carta
della Siria, da quella parte c'è
solo il Giordano. La valle spacca il deserto come un colpo di
scimitarra, indica con precisione astronomica il Mezzogiorno, si
tuffa sotto il livello del mare verso Tiberiade, poi si inabissa tra
due scarpate fino al Mar Morto. I migratori volano seguendo
l'acqua, dunque quello che vedo non è solo un fiume. E' anche un
corridoio aereo, e le oche selvatiche lo seguono fottendosene di
guerre e reticolati, libere verso il Tropico. Mi accorgo con un
tuffo al cuore che il mio viaggio sta finendo.

"Taxi! Taxi for Jordan!", la giornata comincia così, alla stazione


dei bus di Damasco, con assalti di candidati-chauffeur, una
girandola di trasferimenti da un'auto all'altra, un efficiente
passaparola tra autisti dello stesso clan. Ti garantiscono,
comunque sia, il trasloco ad Amman, non importa con quanti
mezzi. L'importante nel business sono la calma e i preliminari.

Scambio una sigaretta siriana con un sigaro toscano, ognuno


sniffa con calma il dono altrui, elogiandolo, ed è fatta. Si parte
nell'ingorgo della megalopoli col mangiacassette che spara arabic
music very strong. Dopo è solo steppa, sacchi di plastica che
rotolano nel vento.

In Giordania la faccia di Hussein Junior si sostituisce a quella di


Assad Junior, i prezzi aumentano, Israele torna raggiungibile dal
cellulare, la faccia dei poliziotti diventa ancora più mite, le case si
fanno più europee. Il quinto tassista della giornata (i traslochi
avvengono in punti prestabiliti con precisione cronometrica, come
per la merce clandestina) chiede subito "New Papa good?", com'è
il nuovo Papa? Si ricorda benissimo di Wojtyla. Traversiamo la
circonvallazione di Amman, rivedo sulla mia destra i migratori,
ma più vicini.

Ormai stiamo seguendo la strada di Mosé verso il Giordano.

***
Tramonta sulle cupole dorate di Màdaba, ultima isola cristiana
prima del confine d'Israele. Nella chiesa greca di San Ghiorgos tre
uomini si rimandano, in arabo, note pazzescamente basse. Di
nuovo quel mix di Russia e Mediterraneo che svela il marchio
millenario di Bisanzio prima delle dominazioni islamiche. Due
agenti passeggiano chiacchierando col mitra a tracolla, mi aiutano
a cercare un Internet point, mi indicano persino un locale con la
birra. La balconata sul Giordano (un salto in basso di mille metri)
è vicinissima, lo senti dalle correnti d'aria e dalle prime luci che
brillano sui colli nel cielo color pesca.
Dal barbiere trovo due italiani nel sapone fino agli occhi. Si
occupano di beni culturali e vanno in un luogo che ho appena
conosciuto, il monastero di Mar Musa, per monitorarne gli
affreschi. Domenico si specializza in conservazione dell'arte,
Gaetano è laureando, e con tutto quel candido morbidume sul
mento paiono i santi Basilio e Crisostomo. La conversazione che
si svolge attraverso lo specchio, tra il mio divano e le loro
seggiole da dentista, viaggia su temi off-limits sotto la
supervisione cerimoniosa del barbiere. Si parla delle allucinazioni
e degli incubi che popolavano le notti degli eremiti; o dell'idea di
Purgatorio, nata solo nel Medioevo, che l'Alighieri raccontò tra i
primi.

E poi le icone, i loro occhi terribili, tramite ipnotico con


l'invisibile, rintanate nel semibuio o portate fuori nelle grandi
occasioni, sfolgoranti come spade, come fece il Papa Leone per
impressionare e bloccare i barbari alle porte di Roma.
Traslochiamo accanto al fuoco e a un gran vino turco, Gaetano
spiega che le immagini di oggi sono fatte per apparire, tant'è vero
che in Occidente "si cura solo ciò che è visibile". Le icone no: le
più belle erano proprio quelle nascoste. Era così anche in
Occidente, prima del Rinascimento. "I dipinti di Santa Maria
Novella - spiega Gaetano - diventano sempre più poveri più sali
verso la cupola". E Giotto? "Giotto era ancora l'antico. Ad Assisi
siamo andati a lavorare sui suoi affreschi, crollati col terremoto.
Abbiamo trovato dettagli incredibili a 23 metri d'altezza!".

***
I muezzin mi svegliano con le stelle, è un'onda acustica che arriva
dalla valle dell'Indo, galoppa sui fusi orari, si moltiplica di
minareto in minareto come i richiami dei galli, sbatte contro la
muraglia del Giordano, si arrampica fino a Gerusalemme. Il senso
di accerchiamento di Israele lo senti già da quest'onda che sorvola
Una bambina di 7 anni
sorveglia le pecore

i campanili superstiti di Màdaba e il tempio solitario del Monte


Nebo dove morì Mosé, alto sui pascoli che scendono al fiume di
Cristo.

Aspetto che il sole sorga sulla Terra Promessa. Nedal e Rafat, due
poliziotti di frontiera in mimetica blu, incontrati per caso, mi
accompagnano nella brughiera, preoccupati che finisca su un
campo minato. In alto, un jet scende in silenzio verso Amman, in
basso un'upupa vola a saltelli nella direzione opposta.
Gerusalemme luccica sul crinale di fronte, il cielo è nitido, la
grande pioggia fuori stagione che due giorni fa ha innevato il
Monte Libano, ha ripulito l'aria. Non poteva andar meglio.
Quando sogni la valle del Giordano, è con un cielo simile.

Oro fulgido cola da Oriente, riempie le vallette, annuncia altre


onde sonore: uccelli, cani, e asini. Escono le greggi, poi il sole, la
sua luce scende verso l'ombra blu-aviatore del Mar Morto. I due
poliziotti sono dolcissimi; uno ha gli occhi umidi da cerbiatto, mi
spiega che in arabo timo si dice "ghessum", e chiocciolina
"halasum". Ci fumiamo l'ultimo sigaro. I due ragazzi in divisa mi
dicono la strada per una malga di beduini quattrocento metri più
sotto.
Ci arrivo a piedi, è un balcone magnifico sulla nuova terra. Il
pascolo recintato è tenuto da tre bimbetti. Il capo è Haya, sette
anni, una femminuccia. Munge e sorride. Le regalo la mia scorta
di frutta, che divide con i fratellini. Non me ne sono accorto: sono
già abbondantemente sotto il livello del mare, col sole alto e
imperioso come il carro fiammeggiante del profeta Elia.

***
Il Giordano non c'è più, è un rigagnolo lento e fangoso, l'hanno
svenato e gli hanno rubato l'anima. Conosco il procedimento.
Funziona ovunque allo stesso modo. Proclami sacro un fiume, lo
decori con cartelli e musei, poi lo intubi, lo inquini e lo disidrati. I
fascisti hanno messo monumenti alla Patria sul Piave, poi l'hanno
ridotto a un deserto di ghiaie. La Padania ha nominato Dio il Po,
poi ci ha rovesciato il doppio dei veleni. Non parliamo dei russi
con il favoloso Oxiana, ucciso dalla piantagioni di cotone.

Qui non conta nemmeno Cristo, nei frutteti sulle due rive vedi alti
zampilli che vaporizzano nell'aria rovente già prima di cadere a
terra. Giordania e Israele non si scambiano colpi da fuoco ma
sono in guerra per l'acqua. E c'è di peggio: i fili spinati della
frontiera. Il luogo del battesimo è già crocefissione, una corona di
spine anziché un nascimento. Vicino alla "no man's land" trovo
profughi iracheni parcheggiati qui dai tempi della prima guerra
del Golfo e dell'embargo americano. Vendono arachidi sotto un
sole da paura. Molti sono cristiani, totalmente dimenticati
dall'Occidente. Non contano nulla i cristiani dell'Islam.
Che brutto posto. Un visitor center, un cartello con la scritta
"Bapitsm Site", canneti, fango secco, qualche resto archeologico,
uno shuttle dove ti guardano a vista, caldo da crepare, il
telefonino che fa "bip" ogni tre minuti per la guerra dell'etere fra
le due telefonie, israeliana e giordana. Poveri i pellegrini di una
volta: se tornassero non riconoscerebbero nulla. Magia finita.

In fondo, oltre la polvere, la scarpata israeliana sul Mar Morto


sembra infarinata di neve e invece è solo ustionata dal sole. Ma
ecco la frontiera sul ponte di Allenby, uno dei posti più caldi del
Medio Oriente, a cavallo di un fiume che non c'è.
(24 agosto 2005)
CAPITOLO 24
Uno dei luoghi più venerandi della cristianità tra Betlemme e Gerusalemme
Le donne devono restare fuori e aspettare che i mariti escano
Alla roccaforte di Mar Saba
monastero per soli uomini
Ma a monte e a valle il luogo sacro è assediato da rifiuti e scarichi

Meglio prendersi un
tranquillante prima di entrare in
Israele per il ponte di Allenby, il
più tosto di tutti i confini. Non è
per i controlli, prevedibili con
l'aria che tira durante il ritiro dei
coloni dai Territori. È per la
mancanza di rispetto. Tutto
sembra lì per alzare la tensione, non per abbassarla: il
giovanissimo Rambo senza divisa che mastica gomma col mitra a
ciondoloni, tenuto con civetteria; la coda sotto il sole di mamme
con bambini; la soldatessa ventenne che sfoglia il passaporto
come se toccasse un bavoso lumacone, per minuti, lasciandoti in
piedi in silenzio senza guardarti negli occhi.

Il tutto ha un solo vantaggio: ti fa capire come deve sentirsi un


extracomunitario nelle nostre questure.
Impressionante è l'assenza di interlocutori adulti. Nessuno a cui
spiegare perché nel tuo passaporto c'è questo o quel visto
sospetto. Il confine più strategico d'Israele pare in mano a una
banda di teen-ager alle prime armi. I meno goffi sono gli addetti
ai detector dei bagagli, tutti africani; almeno sorridono.

È venerdì, mi spiega un palestinese, la frontiera resta in mano ai


giovanotti perché i "vecchi" sono filati per il shabbat. È
incredibile, il confine chiude baracca al tramonto di venerdì. È un
confine della fede. Le pulitrici sono già in azione, passano con
acqua saponata e spazzolone sotto le sedie, mi fanno spostare
altrove. Ormai, il sole è quasi al tramonto.

Restiamo da sdoganare in due, un vecchio di Gerico ed io. Poi ci


danno i passaporti, forse più per stanchezza che per reale contezza
sulle nostre intenzioni. Offro al palestinese un passaggio in taxi
verso casa, anche se vado in un'altra direzione. È simpatico, gli
sono simpatico. Le ombre si allungano, prime luci e prime stelle,
bivacchi di soldati in mezzo alla lavanda. Non c'è anima viva,
solo baracche, tende di beduini, canneti di papiro e piante di
senape al vento.

***
Il vecchio mi invita a dormire a casa sua, accetto. È cristiano, me
lo dice solo dopo che gli ho detto sì. Chiede alla moglie, ai figli e
ai nipoti di lasciarci soli, poi, davanti a un piatto di ceci, comincia
a raccontare nella sera piena di grilli. "Hai visto cosa significa
vivere qui? Ti manca l'aria. Questa è la nostra vita da 40 anni.
Siamo nulla per gli ebrei perché siamo arabi". Chiedo: ma gli
arabi musulmani come vi trattano? "In Europa dite che c'è guerra
tra Islam e Cristianesimo. È falso. Vai a Gerusalemme e dimmi se
vedi guardie armate attorno al Sepolcro. Non ce ne sono, perché
non ce n'è alcun bisogno. Qui nessun musulmano attaccherà mai
una chiesa".

E allora? "Siamo troppo pochi. Non c'è futuro. Non c'è lavoro. Se
hai fatto l'università te ne vai. I migliori di noi l'hanno già fatto
nel '48. Se mia figlia volesse sposarsi con un palestinese d'Israele,
non potrebbe abitare da lui. La cristianità qui sta morendo, non si
faccia impressionare dagli incensi e dai pellegrini. A
Gerusalemme nessun patriarca ti dirà quanto grave è la situazione,
per quieto vivere. This is the battle of Jerusalem. Si lotta per ogni
metro di terreno e il grosso dei terreni in Città Vecchia è cristiano.
La pressione è bestiale, il patriarca greco ha dovuto cedere e
vendere, per essere riconosciuto. E quando i suoi l'hanno
scoperto, a pasqua, l'hanno quasi linciato".

"I cristiani di Gerusalemme sono la comunità cristiana più isolata


del mondo. Hanno perso i contatti col loro ambiente naturale, il
Medio Oriente. In Siria siamo classe dirigente, qui facciamo al
massimo i camerieri. Siamo in gabbia, non possiamo costruire
nemmeno sulle nostre terre. Ma voi europei non vedete nulla, vi
basta mangiar bene e abbronzarvi".

Vado a letto col cuore in disordine, non riesco ad addormentarmi,


sento che in questo viaggio c'è troppo da dire, mi sto perdendo
ancora, e sono in vista del Sepolcro. Tornano i sogni agitati
dell'inizio, i monaci neri, gli imbalsamatori, i maghi.

Verso le tre mi accorgo che nella stanza nevica. Fiocchi lenti e


gonfi che vanno, obliqui, alla stessa velocità. Li tocco, mi
sfuggono. Hanno già formato una soffice montagnola in un
angolo. Sembrano polline, ma fuori non è primavera. Poi capisco:
è il cardo viola del Kosovo, il cardo benedetto raccolto nella terra
dell'odio e conservato fin qui, appeso a testa in giù, come aveva
suggerito padre Sava al monastero di Decani. I fiocchi candidi
portano semi viola filiformi, ruotano come le gonne dei dervisci.
È un mese che lo curo, il mio cardo dei Balcani, lo difendo dagli
urti, dal vento, dai metal detector. Sembrava secco. E invece s'è
svegliato, stanotte, nell'aria dolce della Palestina.

***

Il monastero greco di Mar Saba compare fra gli strapiombi a una


curva del torrente. Il sole è allo zenith, sono cinque ore che
cammino in una gola desertica dalle sponde del Mar Morto. Ho
chiesto al tassista di aspettarmi in cima al sentiero a metà
pomeriggio, con i bagagli. È tanto che sogno di raggiungere
questo luogo, uno dei più venerandi della cristianità, spesso
ignorato dal turismo dei cattolici.

Non è un semplice quadrilatero, ma una cascata di torri, cupole,


contrafforti, muraglie, ballatoi, scale, terrazze e cornicioni, tutti
gialli come la scarpata dove stanno miracolosamente in bilico,
orlati da un'ombra che ne riproduce fedelmente la forma, sull'altro
lato della gola.

Unica cosa di diverso colore, la bandiera greca bianco-blu che


garrisce al vento. Nel mondo ortodosso Dio e nazione non sono
gran che divisi, le nostre chiacchiere sulla laicità dello stato fan
ridere; in Grecia gli albanesi, per lavorare, fino a ieri dovevano
battezzarsi. Mar Saba è anche una dura roccaforte maschile. Il
santo, Saba appunto, non volle lì dentro la sua amatissima madre
neppure da morta. Le fece costruire un bel mausoleo, ma fuori, di
fronte all'ingresso. La sua tomba isolata è la prima cosa che vedi,
venendo quassù dal Mar Morto.

Il mio arrivo conferma la regola: fuori le mura, un'orda di mogli


greche che chiacchierano all'ombra di pochi alberi, in attesa che i
loro uomini, unici ammessi all'interno, finiscano la visita. Alcune
scrivono bigliettini di preghiera, ci arrotolano dentro euro, dollari
o valuta israeliana, e li passano con occhi umili al frate portinaio,
unico autorizzato a comunicare con loro.

Sono distrutto dal caldo, spero che il mio aspetto da pellegrino


convinca il frate a farmi entrare, o almeno bere. Ma non c'è niente
da fare, prima devono uscire i greci. E così, come per il Monte
Athos, decido di rinunciare alla visita. Questione di orgoglio.

***

Mentre aspetto il taxi mi accorgo che dalla gola arriva una puzza
tremenda. È il fiume. Scendo a vedere, ma non trovo acqua. C'è
uno scolo orripilante. Tutta la periferia di Betlemme sfoga lì
dentro, invelenisce di miasmi ogni minuto della santa vita
monacale. Non è un gran benvenuto nella città di Dio. Risalgo,
trovo il tassista nervosissimo, e capisco subito perché. È arabo
palestinese, ma ha targa israeliana, e intorno può esserci qualche
testa calda. Non ha paura di chi gli si avvicina, perché parla arabo
perfetto e la complicità scatta subito. Ha paura delle sassate che
possono arrivare da lontano.

Viaggiamo su un crinale ventoso e desertico, e l'odore da vomito


ricomincia. Stavolta viene dal cielo. Odore di plastica e copertoni
bruciati. È una discarica a cielo aperto, a monte del monastero. Il
fumo è tale che la visibilità si azzera. Povero Mar Saba, assediato
di puzza dall'acqua e dall'aria. Ma ormai, in un mare in tempesta
di colline color ocra, comincia la periferia di Betlemme. Il
campanile della Natività è già visibile. Greggi, bambini padroni
della strada, gruppi di giovani disoccupati che ciondolano agli
incroci. In fondo, nel cielo vellutato della sera, il profilo del
Tempio e della Cupola della Roccia. Siamo arrivati a
Gerusalemme.
(25 agosto 2005)
CAPITOLO 25
Finalmente a Gerusalemme, ultima tappa del viaggio
Sul tetto del tempio un monaco legge le scritture sotto le stelle
Il mantra del Santo Sepolcro
dopo i turisti in bermuda
Qui si insegna a respirare e pregare imitando il ritmo del mare

CIONDOLANO davanti alla


tomba di Cristo, con la minerale
in una mano e il cellulare
nell'altra. Rasati a zero, spalle
fuori e bermuda al limite della
decenza. Un branco di ebeti,
ecco l'Occidente, i difensori
della cristianità, in coda davanti
alla "cripta ubi corpus Eius positum fuit". L'occhio del monaco
che li smista è colmo di disgusto, se potesse li caccerebbe a
bastonate, ma loro non se ne accorgono. Guardano nel nulla. Uno
si infila un dito nel naso. Un altro quasi grida "Oh, that's
beautiful". L'unica variante è "wonderful". Tertium non datur.

"Cosa vuoi aspettarti dall'Europa e dall'America", scuote la testa


l'armeno George Hintlian, gerosolimitano da generazioni,
sorbendosi la dose quotidiana di volgarità d'importazione
all'ingresso del Sepolcro. "I cristiani spariranno, e non se ne
accorgerà nessuno. Spariranno dall'Iraq. Spariranno dall'Egitto e
dall'Etiopia. In Turchia sono quasi spariti. In Kosovo succederà
presto. Ma i turisti continueranno a dire "That's beautiful". E i
diplomatici manderanno relazioni al cloroformio a Washington e
Bruxelles".
***
Dall'interno arriva il basso forte di un organo. È cattolico: gli altri
condòmini del Sepolcro non hanno quella che i francescani
chiamano "l'artiglieria". Le canne tuonano, la chiesa vibra, una
processione sale dai sotterranei, emerge nella navata con
paramenti, ori, ceri, incensi, diaconi e chierichetti. Per ultimo, con
una grande croce in mano, seguito da una folla di oranti, il
Custode di Terrasanta, Pierbattista Pizzaballa, alto, col pizzo. Un
uomo mite, ma così vestito fa quasi paura. La processione è un
serpente che avanza in penombra, fa il giro della cripta, si
distende per la chiesa intera, quasi si mangia la coda.

Durante le messe c'è un accordo tacito fra cristiani: non


intralciarsi. Ora che tocca ai cattolici, gli etiopi si rintanano negli
angoli in penombra. Gli armeni provano in uno scantintato i loro
cori guerreschi di fede. I greci fanno di più, letteralmente
fuggono. Hanno allergia all'organo, che è figlio del Rinascimento
e del Barocco, epoche che i figli di Bisanzio sono fieri di non aver
mai conosciuto. L'organo ne è la quintessenza scenografica e
acustica. Li sottopone a un bombardamento sensoriale patetico
che per loro è quasi offensivo.
***
È il momento giusto. Mi infilo nella sacrestia greca, c'è il vescovo
Teofilos col barbone grigio ferro. Il suo patriarca Ireneo Primo è
stato appena sfiduciato con violenza dai fedeli per aver venduto a
intermediari ebrei proprietà greche della Città Vecchia. Come dire
il caos. Teofilos avrebbe altre gatte da pelare, ma in quel
momento non gli importa che di spiegare la sua insofferenza per
l'Occidente e le sue spettacolari messe cantate. Assisto senza fiato
a una spettacolare demolizione dell'illuminismo.

"Sente come cantano? - mi dice guardandomi con furbi occhi


levantini - alla fine tutti usciranno di qui e si sentiranno meglio.
Ma è vera fede? È vero mistero? No, è teatro emozionale. Tell
me, tell me, who believes..., mi dica, chi crede ancora
nell'incarnazione oggi in Europa? Anche l'America s'è perduta.
Noi del Medio Oriente lo sappiamo, non abbiamo più illusioni,
abbiamo capito che musulmani ed ebrei credono con più forza. Le
loro teocrazie vinceranno su vostri valori defunti: moralismo,
individualismo, emozioni, denaro...".

Indica nella direzione della cripta: "Remember, life is in the


grave, la vita, il suo mistero, è nella tomba, in quella tomba. Voi
non ci credete veramente. Non capite che queste reliquie sono la
prova fisica della resurrezione". In quell'attimo dalla porta
socchiusa, sbuca una testa. È un turista, ovviamente occidentale e
in bermuda. Non chiede: posso entrare. Entra e basta, ci guarda
come suppellettili. Mi aspetto che Theofilos gli tiri un candelabro,
e invece lo ignora. Come fosse passato di lì un microbo.
***
Alla Custodia di Terrasanta, un palazzone cinquecentesco
addossato alle mura, una brigata di francescani banchetta in letizia
e dissolve all'istante, col suo chiacchiericcio latino, le minacciose
profezie di Theofilos. "L'Occidente finito?" borbotta padre
Pizzaballa con accento bergamasco, "mah, certo siamo in crisi,
ma c'è tanto del buono. Va solo valorizzato. Non amo il
catastrofismo. E poi, come si fa a parlare di teocrazia...". Nel
salone lungo una cinquantina di metri, percorso da tavoli fratini
lungo tutto il perimetro, vanno e vengono leccornie. "Mangi,
mangi, dopo tutto questo viaggio" mi esorta, porgendo una zuppa
inglese con panna, un ragazzo vestito da poverello d'Assisi.

Si va tutti in biblioteca per la mezz'oretta di relax, imperniata


sulla briscola e un liquorino all'anice chiamato Arak, parente
meno aggressivo della Rakija balcanica. Accanto a me, frate
Salvatore Comunale, napoletano; farà cent'anni a novembre. Che
solarità qui dentro. Che bella dimensione dell'ora et labora.
Confronto Theofilos e Pierbattista e penso: hanno ragione
entrambi, solo che uno vede il bicchiere mezzo vuoto, e l'altro
mezzo pieno. Possibile che non esista uno spazio di
conciliazione? Come facciamo a litigare per un organo mentre
l'Islam avanza? Che credibilità abbiamo?
***
Racconto del mio viaggio a Jack Arbib, un ebreo, a una cena
dell'Istituto italiano di cultura. I suoi occhi emanano un'ironia
contagiosa, è come se mettesse ordine nel mio subbuglio di
sensazioni. "Le faccio un dono, ascolti. In ebraico bussola si dice
Matspen. E sa come si dice coscienza? Matspun. Stessa radice. La
coscienza, come sa, l'abbiamo inventata noi ebrei. Sa cosa vuol
dire? Che la sua strada la deve cercare dentro di sé".

Ritorna l'ammonimento del monaco milanese, all'inizio del


viaggio: non cercare i luoghi, ma le persone. Dio era qui e non me
n'ero accorto, sta scritto nella Genesi. Giacobbe lo trova in un
pascolo coperto di sterco e capre. Il Corano lo addita addirittura
più vicino della tua vena giugulare. Il monoteismo è figlio del
nomadismo, di una cultura che rifiuta l'idea di nazione legata a un
luogo. Mi spiegano che la parola "arabo" e la parola "ebreo"
vengono entrambe da "Habiru", nomade. Forse è tutto
dannatamente semplice.

Parliamo del ritiro dei coloni da Gaza, del muro di divisione con i
palestinesi. Forse tutto questo finirà. In fondo nel 1989, anche il
muro di Berlino sembrava eterno. Se il muro cade anche qui, se
gli togli questa gabbia agli ebrei, chi li tiene più, con l'anima
nomade che si ritrovano. Torneranno a frullare per il mondo. Con
o senza bussola.
***
Notte senza luna, ritorno al Sepolcro, la città vecchia s'è svuotata.
Non so più dove cercare la pace dopo la cacofonia del giorno.
C'era, penso, più armonia tra fedi a Sarajevo, prima che dei pazzi
la distruggessero invocando il Dio-nazione. Qui mi sembrano tutti
un po' matti. A Gerusalemme si diventa matti. C'è una sindrome
ben codificata dagli psichiatri. Le fedi monoteiste diventano fedi
monopoliste, in guerra per briciole di potere e terreni.

Sul tetto del tempio, sotto un cielo immenso pieno di stelle, c'è un
monaco etiope, Michael, avvolto in una coperta. È solo, legge le
Scritture senza bisogno di candela. Mi saluta con un'occhiata, mi
ha giù visto durante il giorno, poi torna a immergersi nella lettura.
Che nobiltà in quest'uomo. Ci siamo dimenticati che il fascismo,
in nome della razza italica, massacrò la sua gente, un altro popolo
cristiano, uno dei più antichi della Terra. I più poveri, anche, qui
nel Sepolcro di Cristo.

Michael esce dal silenzio. "Guarda questa meraviglia sopra di noi


e respira, imita il ritmo del mare. Onda e risacca, onda e risacca. E
ripeti "Sia benedetto Dio santo e misericordioso" con lo stesso
ritmo del respiro. È una tecnica antica come la fede". Mentre ci
provo, Michael bacia il suo libro, si chiude nella coperta. Una
leggerezza nuova scende tra di noi.
(26 agosto 2005)