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Fanny Lewald: Italia, 1847: un libro illustrato.

[Titolo originale: Italienisches Bilderbuch, 1847]

[Da Firenze a Roma]

A Otricoli, dove un tempo avevamo fatto tappa, vidi per la prima volta – e in una
misura che non mi sarebbe più accaduto di vedere in seguito – cosa si intende
quando, in Italia, si parla di sudiciume. Nella locanda non ho saputo decidermi a
prendere anche solo una sedia o una panca: ho preferito invece restarmene seduta
nella carrozza, dopo che, nel corso di una passeggiata per la città, abbiamo visto
spuntare, dai cumuli di immondizia, alcune sculture marmoree dell’Antico Egitto. In
questa piccola, poverissima città, è stata rinvenuta la celebre testa di Giove che
costituisce uno dei massimi capolavori dell’arte mondiale, ed è un vanto delle
collezioni vaticane.
Attraversammo la Sabina percorrendo le antiche strade lastricate con grosse pietre –
come la Via Cassia e la Via Flaminia. A Nepi, come pure a Civita Castellana, che
ospita nella sua prigione di Stato parecchi reclusi provenienti dalla Romagna, in tutte
le locande e i caffè in cui mettemmo piede, si parlava solo della rivolta di Rimini e
Bologna. Il governo veniva criticato aspramente, si compiangevano i reclusi e le loro
famiglie e si temevano nuove esecuzioni, poiché il governo era “tanto severo nelle
condanne quanto avaro nel perdono”. Il comportamento timoroso, le parole
pronunciate a bassa voce, l’apprensione delle persone, che si guardavano attorno
circospette mentre affrontavano l’argomento, erano segnali dell’avvilimento in cui
versava la regione a causa del gouvernement del vicario di Dio in terra.
Il mattino dell’11 ottobre fu di nuovo freddo e tetro, ma l’eccitazione intellettuale che
si impadronì di me al pensiero che sarei arrivata a Roma nel corso della giornata mi
impedì, malgrado avessi i brividi per il freddo, di starmene tranquilla nella carrozza.
A mezzodì, quando il vetturino si fermò in una locanda situata in aperta campagna,
proposi perciò al giovane scultore di proseguire per un tratto in mia compagnia, onde
contrastare sia il gelo che l’agitazione interiore.
Prendemmo dunque a camminare assieme: lui, figlio di un contadino tirolese con la
vocazione di artista, e io, che avevo oltrepassato i rassicuranti confini della felice vita
domestica per respirare l’aria irrequieta del mondo. L’uno estraneo all’altra, lontani
dai nostri familiari e in un rapporto di dipendenza reciproca: ed ecco che ogni
esistenza mi apparve un’entità assolutamente autonoma, un’opera d’arte giunta a
compimento per necessità interna. Pensai poi al territorio sul quale stavamo
camminando e la vita del singolo mi sembrò insignificante, a paragone di tutte le
epoche e dell’umanità intera.
Ci trovavamo nel mezzo della Campagna romana. Non c’era un albero, e nemmeno
un cespuglio, a perdita d’occhio. La calura estiva aveva ucciso i prati che, verdi e
freschi, avevano ricoperto, in inverno e primavera, quella regione increspata e dai
dolci declivi. Dal suolo rossastro erano spuntati, sparsi, dei cardi a foglie larghe: non
si vedeva una casa, né un gregge. Non si udiva il minimo rumore. Come se la Natura
volesse separare Roma da tutto il resto, per farla apparire più bella e conferirle così
un risalto ancora maggiore, quella Campagna cupa e mesta le si distendeva attorno
col suo malinconico silenzio. In seguito, ci passarono davanti alcuni poveri diavoli:
incontrammo, in una circostanza, due uomini alti e prestanti che ci chiesero
l’elemosina. Dissero che stavano girando da dieci giorni in cerca di lavoro, ma
invano. Il giovane scultore aprì la borsa per dare loro qualcosa, e io fui colta dal
timore che potessero strappargliela di mano. Si accontentarono invece dell’obolo,
ringraziarono e proseguirono il cammino.
Pensavo di continuo alle schiere di fedeli che avevano percorso quel territorio da
pellegrini, nonché agli eventi e agli scontri dei quali quella regione era stata
testimone. Il passato assumeva forme sempre più grandiose agli occhi del mio
intelletto, e la mente desiderava gettare uno sguardo nel futuro per individuare il
luogo in cui la crisi epocale, che vede l’umanità combattere angosciata e con
profonda passione, sarebbe stata decisa.
Una volta che fummo risaliti nella nostra carrozza, trovai sempre più straziante
quella calma innaturale. Il vetturino ci urlò che eravamo arrivati al mausoleo di
Nerone.
Mi sporsi dal finestrino e lì, oltre la pianura increspata che, lento, attraversa il biondo
Tevere, mi apparve all’improvviso la sacra Roma con le sue chiese e cupole,
sovrastata dalla gigantesca cupola di San Pietro, la cui croce splendeva nel bagliore
del sole appena spuntato dalle nuvole. Fu, per me, un segno dell’annunciazione e del
compimento.
Calde lacrime mi sgorgarono dagli occhi. La gioia, per aver conquistato una meta
tanto agognata; un presentimento del bello, che poi avrebbe preso forma; un senso di
vuoto, che si avverte quando, raggiunto un traguardo, viene meno la necessità dello
sforzo, e un’esultanza indicibile mi pervasero, tanto da farmi sentire per la prima
volta in maniera pesantissima, insieme alla profonda nostalgia per i miei affetti, il
fardello del godimento assaporato in solitudine. Fu uno degli stati d’animo più
toccanti e alti che abbia mai vissuto: uno stato d’animo colmo di gratitudine per il
mio destino, colmo di amore per il bene, la maestosità e la bellezza, e colmo di
volitiva fiducia in me stessa.
Arrivai, profondamente emozionata, alla periferia di Roma, agli apostoli di pietra che
facevano la guardia, ed entrai col cuore palpitante, per l’antica Porta del Popolo,
nella Città Eterna.