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Fabio Piselli

Singole esperienze collettive

Piselli scritti 1\2008


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a mio padre...
Introduzione

Ho riflettuto a lungo prima di decidere di scrivere un libro, mi sono posto


molte domande alle quali non sono stato capace di trovare le degne rispo-
ste, ho compreso che una risposta sarebbe potuta nascere proprio dalla
stesura di questo libro.
Una singola traccia lasciata nel cammino del confronto collettivo, stimola-
ta dalle mie esperienze; questo è lo scopo del mio scrivere, lasciare tracce,
delle parole ferme per pensieri fluttuanti, per stimolare delle nuove parole,
dei nuovi pensieri, il cui contenuto darà vita a dei nuovi confronti.
Non sono uno scrittore ma uno scrivente, non in terza persona come nei
rapporti giudiziari ma in prima persona nel mio sfogo emotivo, nel con-
fronto con la mia storia, guardando me stesso come un soggetto terzo per
meglio vedere il tutt’uno che voglio essere e restare.
Non sono uno scrittore ma un uomo che scrive ciò che ha vissuto, ciò che
ha visto, ciò che ritiene di aver conosciuto e riconosciuto della vita, con il
desiderio di comprendere quello che ancora non ha capito, scrivendo ad
una platea di lettori capaci di confronto.
Non cerco delle verità sulle stragi, sugli omicidi, sugli attentanti; voglio
invece capire il perché delle non verità sulle stragi, sugli omicidi, sugli
attentati; non cerco delle responsabilità se non in me stesso, come persona
singola e come membro di una collettività composta da molti singoli che
non sanno ancora costituire un insieme compatto e unito tanto da chie-
dere a gran voce la presenza di una responsabilità per l’assenza di molte,
troppe verità.
Questo libro mi consente di comprendere prima di tutto le mie responsa-

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Singole Esperienze collettive

bilità, di uomo, di cittadino, di membro di una comunità, di una società


civile che ha permesso l’occultamento e l’inquinamento di quelle verità
mai svelate. Mi consente di offrire e di ricevere il confronto sulle nostre
collettive responsabilità rispetto alla singola morte di ogni singolo indivi-
duo, rispetto ai singoli attentati ed alle stragi che hanno mietuto centinaia
di vittime.
Non cerco perciò di scoprire dei colpevoli occulti laddove tutti noi siamo
i palesi responsabili dello sfascio della nostra società, della Giustizia alla
deriva all’interno di uno Stato sfasciato che manifesta sempre più spesso
dei rigurgiti di fascismo.
Questo è lo scopo del mio libro, del mio sfogo, del mio confronto; com-
prendere cosa posso e cosa possiamo fare per difendere la legalità, per
rinforzare la Giustizia, per tutelare la collettività ed i milioni di singoli
cittadini che ne fanno parte contro le stragi, contro gli omicidi, contro gli
attentati posti in essere da mani ignote per conto di ombre grigie, proiet-
tate da figure di mafiosi, di politici collusi con le mafie, di massoni deviati,
da infedeli uomini dello Stato dei quali non si vede mai la faccia, nascosta
dai cappucci, dal mefisto, dalla barba finta.
La nostra storia democratica è costellata di attentati alla Democrazia fino a
mutarne la storia stessa, invertendone il significato, trasformandone il pro-
cesso evolutivo in uno Stato caratterizzato da rari momenti di Democrazia in
una storia di attentati. Inevitabile perciò parlare di trauma, di uno Stato afflit-
to dal trauma nascente dalla violenza patita, Stato che ha proiettato la propria
sindrome nei suoi cittadini, come le madri sofferenti fanno con i figli.
Cittadini che non hanno mai avuto la possibilità di elaborare questo trau-
ma ricevuto in prestito a causa della debolezza della verità, acquisito solo
per essere dei cittadini figli dello Stato malato in cui sono nati.
Siamo tutti legati al segreto che nasconde la verità di cui abbiamo bi-
sogno per svincolarci dalle maglie di quelle catene che debbono essere

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Introduzione

spezzate per permetterci di crescere, di incamminarci verso un indirizzo


democratico, invece che restare fermi, passivi all’interno di un presunto
clima di Democrazia.
Questo legame porta spesso il sigillo del segreto di Stato.
Rompere le catene significa violare il segreto, recidere quel cordone om-
belicale che ci lega alla Patria vilipesa dal suo stesso segreto; significa tra-
sformarci in civili soldati di un esercito di cittadini composto da una col-
lettività senza uniforme, forte e compatta con il proprio Stato, forte di
Democrazia, armata di tolleranza, difesa da occhi attenti e non guardinghi,
da orecchie capaci di ascoltare e non solo di sentire.
Collettività che ha le mani sporche del sangue versato dagli uccisi dal se-
greto, dal segno della morte che non si ripulisce, la morte infatti si può
solo elaborare con la scoperta della verità, oppure si può rimuovere con la
menzogna psichica o con quella di Stato.
Collettività che desidera comprendere la verità per elaborare il suo lutto,
per crescere ed essere capace di scegliere di capire e non di punire, per cam-
biare la propria morfologia da Stato strutturato in una struttura civile che
forma lo Stato, senza più il traumatico timore delle strutture deviate dello
Stato, quelle che nascondono i segreti.
Non sono uno scrittore ma uno scrivente che parla della propria esperienza
come se parlasse ad un altro da se, riconoscendo se stesso negli altri.
Mi confronto con le mie parole, mi riconosco frase dopo frase con la mia
storia, divento il critico lettore di quel me stesso scrivente e non scrittore,
di quel me stesso cittadino e non soldato, di quel me stesso membro di una
collettività e non più un alibi dell’egoismo collettivo che indica il singolo
soggetto come capro espiatorio delle responsabilità condivise.
Sono compatto con la mia storia caratterizzata dai pezzi di vita slegati
fra loro, che hanno necessità di riconoscere il proprio percorso per non
spezzarsi mai più.

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Singole Esperienze collettive

Sono cosciente che è impossibile sanare dei pezzi rotti, come sono co-
sciente che è impossibile rendere Giustizia a chi è morto ingiustamente,
per questo non cerco colpe ma cause, per questo non cerco colpevoli ma
responsabili, per questo non cerco segreti ma verità.
Desidero comprendere collettivamente i motivi delle zone grigie del mio
Stato per colorarne i contorni e far luce al suo interno, sperando di con-
tribuire a dare nuova vita al colore bianco come quello di un foglio nel
quale ognuno può scrivere la propria storia in piena libertà, in completa
Democrazia, senza più il trauma degli omicidi, delle stragi, degli attentati
di Stato, senza timore ma con la gioia di rappresentare se stessi membri e
parte di una comunità che forma lo Stato.
Desidero essere un singolo parte di una collettività responsabile e parte-
cipativa, essere dei cittadini coscienti e non coscienziosi, compatti e non
riuniti, liberi dal segreto e non prigionieri di verità rese segrete.
Cittadini che sanno e che possono perciò comprendere le proprie scelte po-
litiche, sociali e personali all’interno di uno Stato che gli permette e gli con-
sente di scegliere tramite la conoscenza della verità. Cittadini di ogni razza,
colore e religione che fanno politica per la sola ragione di esistere e respirare,
senza dover dimostrare di esistere e di respirare soffocando il respiro altrui.
In questo la nostra storia democratica ci ha trasformato, in ladri di aria, in
rapinatori di spazio, in estorsori di verità da mantenere segrete per conti-
nuare il ricatto del segreto, dando vita a flotte di dimostranti di un qualcosa
mai chiesto per dimostrare di non chiedere per paura delle dimostrazioni
delle richieste fatte.
Siamo ormai un insieme di questuanti di favori, di deboli membri di una
collettività accattona regolata da magnaccia, da re nudi di un regno vestito
di stracci, controllati da gendarmi violenti, tali per nascondere la propria
paura di indossare gli stessi stracci dei controllati.
Siamo ormai perduti nella morte che colpisce a caso, con una bomba, con

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Introduzione

un colpo vagante, in un traghetto in fiamme, timorosi di viaggiare per stra-


da e pronti a rincorrere le viuzze del potere, convinti di essere così immuni
e invulnerabili per poi scoprirci vittime quando la morte ci tocca da vicino,
mentre in realtà siamo già vittime quando allontaniamo la morte altrui.
Per questo scrivo, per liberarmi dal trauma, dalla paura che non nasce da
un clima di tensione bensì dalla calma apparente del caos democratico,
che diversamente da un blitz di regime addormenta le coscienze e non
risveglia la nostra ribellione; in fondo mi ribello a me stesso, non al pre-
sunto regime o alla cattiva Democrazia, perché sono il presunto regime e
sono la cattiva Democrazia.
Rinuncio perciò alla questua dei favori per essere libero, rinuncio a cono-
scere un segreto per non essere estorsore, rinuncio alla viuzza del potere
per restare apertamente in piazza, insieme agli altri e parte degli altri senza
braccia tese o pugni chiusi ma con la sola pesante responsabilità della vo-
lontà di conoscere la verità.
Per questo dobbiamo essere pronti a pagare un prezzo alto in termini di
sacrificio, dobbiamo essere capaci di porci in discussione senza cercare dei
colpevoli negli altri da noi, ma cercando noi stessi nella colpevolezza altrui.
è colpevole il solo mafioso quando mi elargisce il favore che gli chiedo?
è colpevole il solo politico quando mi assume grazie allo scambio del mio voto?
è colpevole il solo poliziotto che mi spacca la testa con il suo manganello
perché non ho il coraggio di denunciarlo?
è colpevole il singolo morto ammazzato perché permetto al mafioso di
ucciderlo con la mia omertà?
La verità è un male incurabile con il quale possiamo solo convivere, liberi
e leggeri mentre il segreto è un cancro per il quale stiamo lentamente
morendo nella non conoscenza, nella irresponsabilità, convinti di star
bene in un mondo di malati, felici di credere di star meglio perché siamo
circondati da altri e più gravi malati. Questo siamo ormai, dei benestan-

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Singole Esperienze collettive

ti immaginari, dei malati incoscienti appesantiti dalla fuga dalla verità,


vuoti e non leggeri.
Scrivo sperando di riuscire a dire agli altri quel che dico a me stesso, ascol-
tandomi attraverso gli occhi dei lettori per vedere quel che sento di me,
senza più la paura di ascoltare, senza più il timore di capire ma con il co-
raggio della ricerca della verità senza volerla attribuire a nessuno, perché la
verità stessa ci libera dalla colpevolezza, riconoscendoci colpevoli detentori
dei segreti altrui dei quali siamo le prime vittime.
Questo libro parla delle mie esperienze nelle quali riconoscere le tracce del-
le proprie e forse quel confronto mai riconosciuto con il quale specchiarsi,
leggendolo come se fossero la descrizione dei percorsi di vite comuni vissu-
te da una singola persona, le cui emozioni, le cui sensazioni sono parte di
una intelligenza collettiva.
Questo mio primo libro non ha un preciso ordine cronologico, escluso i
primi capitoli che descrivono il mio percorso fino all’inizio della carriera
militare, poi prende forma allo stesso modo in cui si materializzano i ri-
cordi intrusivi, che riportano alla mente un evento, doloroso o meno; è un
libro fatto di ricordi che rimbalzano nella memoria raschiandone via dei
pezzi fatti di emozioni vissute che mi hanno permesso di crescere.
Questo libro è la chiave che apre una cella, è la mano che carezza la testa di
un bambino, è il braccio armato che difende dalla paura, parla di me, della
mia vita, ampia e non necessariamente lunga.

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INIZIO

Sono nato a Livorno da genitori laziali, cresciuto sul mare, nel mare e con
il mare, che come una immensa placenta mi ha accolto nel suo ventre.
L’elemento acqua è stato alla base della mia vita, il fuoco ha invece cercato
di estinguerla durante la mia ultima esperienza con la morte, avvenuta nel
Novembre del 2007.
Ho iniziato a lavorare sin da bambino, figlio di un marittimo e di una
casalinga, figlio di una cultura nella quale imparare un mestiere significava
la prospettiva di un futuro lavorativo assicurato. Sin dalla metà degli anni
settanta ho fatto il garzone in un vetusto magazzino al servizio di un vec-
chio artigiano siciliano, un reduce della seconda guerra mondiale che si
rifugiò a Livorno dopo la fine del conflitto con un carretto a pedali, con il
quale nel corso degli anni ha fatto il venditore ambulante dei suoi prodotti,
fra cui spiccavano le statuine segnatempo che avevo imparato a costruire, a
decorare, a rifinire a mano con il trincetto e la fantasia.
Questo fino a quando nei primissimi anni ottanta il vecchio artigiano fu
arrestato per violenze sessuali contro i minori. Ancora non sapevo che
avrei rivisto il venditore fiorentino dei suoi trincetti molti anni dopo,
oggetto di attenzione da parte degli inquirenti nelle indagini per i delitti
del cosiddetto mostro di Firenze.
Non ancora diciassettenne mi sono arruolato volontario nell’Esercito Ita-
liano, presso la scuola allievi sottufficiali (SAS), con il desiderio di diventa-
re un pilota di elicotteri.
Desiderio compensato in parte, in quanto effettivamente ho volato, ma
come paracadutista e non pilotando un elicottero come avrei voluto.

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Singole Esperienze collettive

Ancora non sapevo che ciò che avrei vissuto nei tre anni in uniforme avreb-
be condizionato la mia vita da civile nel corso del successivo ventennio.
La mia storia professionale inizia nel 1985, la quale, nel corso di questi
ventitre anni, mi ha visto vivere delle esperienze tali da rappresentare un
valido confronto collettivo per comprendere alcune dinamiche adottate
all’interno di certi settori dello Stato che sviluppano quei meccanismi di
depistaggio, di collusione mafiosa, di connivenza massonica, che costitui-
scono quella zona grigia ove sbiadiscono i colori della Democrazia e della
legalità fino al punto di rendere opaca la Giustizia e daltonici i cittadini,
costretti a seguire le varie correnti cromatiche per individuare un sostegno
alle proprie speranze, per rinforzare il concetto della propria libertà.
Desidero capire la verità dei fatti affinché possa comprendere il vero, il fal-
so ed il verosimile nei fatti stessi, senza subire il condizionamento da parte
di chi la verità la occulta e la gestisce per difendere il proprio schieramento,
la propria fratellanza, il proprio ufficio, i propri interessi.
Ho cercato di capire per difendermi dagli attacchi ai quali non ho trovato
la giusta difesa, pagando la mia lotta con la sconfitta.
Proprio la sconfitta mi ha reso cosciente dell’assenza di una auspicata vit-
toria all’interno di una guerriglia di sconfitti, di affratellati soggetti dipinti
di emblemi, uniformi, medaglie e pentalfiani segreti. Tutti caratterizzati
dall’essere sconfitti dall’esistenza del segreto che come tale vince sulla ve-
rità. Un segreto che tutto tace, un silente protagonista circondato da degli
urlanti attori e da delle ambiziose comparse all’interno di un film che dura
sin dalla fine della seconda guerra mondiale, i cui registi usano nomi d’ar-
te dai quali è impossibile risalire alla loro vera identità. Come in un film
ne intravediamo le sagome, vediamo la proiezione della loro ombra senza
mai vederne il viso. Come in un film ci sono eroi e vittime, persecutori e
corrotti, moventi e manovratori, opportunità e opportunisti. Un film che
dura da troppo per il quale è giunto il momento di scrivere la parola fine.

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Inizio

Fine che giungerà quando sarà calato il sipario sui tanti segreti che na-
scondono le troppe verità, quando sarà tolto il cappuccio ed il passamon-
tagna dal viso delle ombre, quando le ombre si dissiperanno alla luce del
sole che ci consentirà di vedere, di conoscere, di riconoscere, di sapere e di
capire le verità della nostra storia di paese che ha avuto ed ha tuttora una
Democrazia a scartamento ridotto. Democrazia lenta, traumatizzata, pa-
tologica, affetta da ingerenze esterne che come nei deliri dei pazzi vede le
presenze, sente le voci, patisce una sorta di sindrome persecutoria tale da
non permetterne la crescita, la maturità, restando prigioniera dei propri
mostri, della propria sofferenza causata dall’autismo dei propri pensieri,
dal riflesso del buio che ha inghiottito i suoi cittadini, oscurati anch’essi
dalla pazzia della Democrazia stessa che ha fatto nascere milioni di insicu-
ri italiani con un trauma in prestito, le cui complicanze sono state aggra-
vate dai segreti che hanno impedito di conoscere la fonte della malattia
e di trovare così una cura, restando schiavi dei presunti guaritori i quali
hanno somministrato solo pillole di ipocrisia che hanno ucciso migliaia
di innocenti per rinforzare la paura della malattia e per continuare ad
affidarsi alle loro cure, alla loro gestione.
Ogni volta che un malato cittadino ha espresso il desiderio di capire si è
sviluppato un aggravamento, con l’improvvisa morte di altri innocenti svi-
luppando in realtà le uniche patologie di cui tutti noi siamo effettivamente
affetti, il terrore e la paura.

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L’ETà UNIFORMATA

Nel 1985 non avevo l’età per guidare una automobile ma potevo sparare
con un’arma, maneggiare esplosivi, apprendere e conoscere delle tecniche
di combattimento, partecipare ai servizi di ordine pubblico, svolgere la
sorveglianza armata in anni in cui la eco del terrorismo si stava appena
spegnendo, con gli attacchi alle caserme, il furto delle armi dei soldati da
parte dei componenti dei vari gruppi eversivi dalle tante sigle che hanno
caratterizzato la fine degli anni settanta e la prima metà di quelli ottanta.
Non avevo l’età per votare ma potevo prendere delle decisioni importanti
con il dito sul grilletto delle mie armi, che avrei potuto rivolgere contro
me stesso oppure contro gli altri; anni nei quali le munizioni erano vere, i
colpi erano in canna e la pressione psicologica che un adolescente subiva
all’interno dell’ambiente militare rappresentava la peggiore arma, l’ effetti-
va minaccia, il reale rischio di rottura, causata dallo stress, dall’ esaurimen-
to nervoso con tutte le sue potenziali conseguenze, come avvenne in alcune
caserme con dei casi di suicidio e di omicidio commessi da giovani militari,
da carabinieri, da poliziotti.
Ero un adolescente che non aveva ancora compiuto diciassette anni di età,
ero un soldato, un sottufficiale volontario dell’Esercito Italiano, prove-
niente da una vita civile fatta di sport come quello della lotta libera, fatta
di lavoro, fatta di scuola, fatta di ragazzine con cui scoprire gli umori ed
il gioco dell’amore.
Fatta di cocomeri rubati ai cocomerai ladri, fatta di fughe dalla Polizia con
i motorini truccati, fatta di mare, di scoperte che permettevano di capire,
conoscere, sapere e saper scegliere il proprio futuro, con le scelte a breve
termine come quelle compiute da un adolescente. Futuro fatto a tappe,

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Singole Esperienze collettive

fatto di idee repentinamente cambiate, fatto di condizionamenti esterni


provenienti da mille fonti e da quelli interni nascenti dalla naturale fase
evolutiva nella ricerca della identificazione all’esterno della famiglia, alme-
no così avrebbe dovuto essere.
Indossando l’uniforme ho uniformato la mia età a quella degli altri soldati
della scuola allievi sottufficiali che frequentavo, che era di ventiquattro
anni, tutti ragazzi che in molti casi avevano già avuto delle esperienze mi-
litari, inoltre si era appena conclusa la prima missione italiana svolta in
Libano, quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, del colon-
nello Franco Angioni e del piccolo Mustafà, la mascotte libanese; grazie
alla quale numerosi reduci, fra cui molti paracadutisti, avevano deciso di
scegliere la carriera militare arruolandosi con il primo corso utile, il 58°, il
nostro corso, quello dei sottufficiali comandato da un colonnello che pro-
prio in Libano era stato capo di Stato Maggiore del contingente; il quale
aveva proiettato sul corso tutta la sua psicologia militare, la sua mentalità e
soprattutto il suo personalissimo modo di comandare, di educare, di istru-
ire, di condizionare tutti noi giovani allievi che vedevamo in lui una guida
supportata da un altro ufficiale, un paracadutista che per noi rappresentava
un esempio da seguire ed una sorta di specchio futuro nel quale vedere ciò
che saremmo stati negli anni a venire proseguendo la carriera militare.
Sono stato inserito in mezzo al ristretto gruppo di allievi che aspiravano
di entrare al “nono”. Cioè al 9° battaglione “Col Moschin” della Folgore, gli
incursori, le forze d’élite dei paracadutisti. Gruppetto di allievi formato dai
reduci del Libano, dagli ex parà della Folgore, dagli ex marò del battaglione
San Marco, con i quali mi sono amalgamato e dai quali sono stato accettato
nonostante non fossi già stato un paracadutista come loro. La mia grinta,
la mia prestanza fisica forgiata dalla lotta libera, la mia “istintiva” attitudine
militare ed anche la mia parentela con due impiegati civili dell’ambasciata
americana di Roma, in servizio presso gli uffici della Defense Intelligence

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L’età uniformata

Agency, il controspionaggio militare americano, hanno certamente contri-


buito a costruire il personaggio di quel giovanissimo allievo che emergeva
per autorevolezza, qualità fisiche e morali e rendimento negli studi, questo
fu scritto in alcuni encomi ricevuti durante lo svolgimento del corso.
Il condizionamento psicologico quotidiano aveva ritmi incalzanti, con i
periodi di addestramento, con i servizi armati e lo studio, aggiunti al fatto
che, come aspiranti paracadutisti, ci eravamo eretti a gruppo elitario che
aveva il dovere di dare il massimo in ogni materia, in ogni attività; gruppo
sostanzialmente autoreferenziale, isolato dal resto degli allievi, estrema-
mente politicizzato nel quale il riferimento al Duce era costante in ogni
espressione fisica e verbale.
Non ancora diciassettenne, mi comportavo come un giovane uomo, vivevo
e mi relazionavo con dei ragazzi molto più adulti e maturi di me, alcuni
dei quali con esperienze specifiche nella lotta politica, specialmente i ro-
mani che provenivano in gran parte dalle sezioni del Movimento Sociale
Italiano e dal fronte della gioventù che durante la fine degli anni settanta
e l’inizio di quelli ottanta erano stati protagonisti dei gravi e feroci scontri
fra i ragazzini romani delle opposte fazioni. Gli altri ufficiali ed i sottuf-
ficiali che ci addestravano e comandavano, uomini adulti con famiglia,
coloro non paracadutisti, ci sembravano soggetti lontani dalla realtà in cui
eravamo immersi, i nostri referenti erano solo ed esclusivamente quelli che
provenivano dalla Folgore e che erano transitati alla SAS come istruttori o
come aggregati.
La mortificazione è stata un’arma per selezionare e per dividere, non i bravi
dai meno bravi oppure i deboli dai forti, ma noi da noi stessi, dalla nostra
dignità, dalla nostra personalità di giovani in crescita, specialmente i po-
chissimi adolescenti presenti in quel corso, i nati nel 1968 o poco prima.
La mortificazione era costantemente patita e costantemente perpetrata, in
ogni frase, azione, momento della giornata, sia nei termini dispregiativi

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Singole Esperienze collettive

che nelle punizioni fisiche e psicologiche inflitte per le più paradossali ra-
gioni, specialmente all’interno del gruppetto di ex parà, ragazzi che ave-
vano introdotto la stessa mentalità che questi avevano vissuto ed appreso
durante il tempo trascorso alla Folgore.
Sembrava che solo coloro capaci di resistere fossero i più forti, i più capaci
per affrontare chissà quali missioni in una ipotetica guerra, altra parola che
caratterizzava il contenuto dei nostri colloqui, mediati dai racconti dei re-
duci del Libano che in qualche modo la guerra l’avevano vista, soprattutto
coloro coinvolti negli scontri a fuoco con le varie fazioni libanesi in lotta
avvenuti nel periodo in cui il contingente italiano è stato presente a Beirut
e nelle altre località.
Fortunatamente i miei parenti presso l’ambasciata americana mi hanno
fornito il confronto necessario per non farmi lavare il cervello più di tanto,
consigliandomi sempre di pensare con la mia propria testa e soprattutto
permettendomi di conoscere i loro datori di lavoro, gli ufficiali del servizio
americano i quali avevano effettivamente conosciuto la guerra, molti di
loro provenivano dai reparti militari che avevano combattuto in VietNam,
erano persone che, diversamente dagli italiani, avevano vissuto esperienze
dirette nei vari fronti nei quali gli Stati Uniti erano stati militarmente pre-
senti a vario titolo.
Ho imparato perciò a riconoscere gli occhi di chi aveva visto una guerra
rispetto a quelli di chi raccontava di averla vista, riconoscendo perciò i
tanti italiani che millantavano storie di guerra libanese di cui esageravano
i contenuti in favore di noi allievi, felici anche di ascoltare le loro gesta
seppur poco credibili, pur di avere un riferimento con la guerra.
Le mie visite all’ambasciata americana di Roma non passarono inosserva-
te, d’altronde i miei colleghi erano interessati a conoscere qualche reduce
americano, un Rambo vero come quello del cinema, la voce si sparse e fui
contattato anche da un capitano paracadutista e da un maggiore in servizio

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L’età uniformata

presso “l’ufficio I” della SAS che vollero sapere notizie sul tipo di lavoro dei
miei parenti e sulle mie visite presso le basi militari americane alle quali
accedevo durante i periodi di licenza, in particolare quella di Camp Darby
vicino Livorno.
Dopo oltre otto mesi di corso, ormai diciassettenne, ormai esperto, con il
grado appena inferiore a quello di Sergente, cioè quello di caporale mag-
giore allievo sottufficiale, iniziai a comprendere il tipo di ambiente, il tipo
di lavoro che avevo scelto, a confrontarmi con quelli che allora erano i
miei desideri e con i risultati della scelta che avevo davanti agli occhi; con
l’esperienza acquisita in quei mesi duri e faticosi, nei quali ero cresciuto,
immerso nella mentalità militare, caratterizzata dalle parole onore e fedel-
tà, coraggio e ardimento, paura e viltà.
Ero felice di quanto avevo raggiunto, mi piaceva il lavoro, ero gratificato e
stimolato a finire il corso e raggiungere le scuole di specializzazione presso
la Folgore insieme ai miei colleghi, con i quali sapevamo di essere ad un
passo dal traguardo con risultati eccellenti. Un giorno accadde qualcosa
mentre stavo svolgendo il periodo di servizio di sorveglianza armata presso
una grande polveriera dislocata in Umbria, notai insieme ad altri due miei
colleghi la presenza di alcuni uomini in abiti civili intenti a movimentare
delle casse dentro il perimetro della zona militare; allarmammo perciò il
nostro livello superiore ma ci risposero evasivamente, dicendoci che era-
no solo dei bracconieri, perché la polveriera era ubicata all’interno di un
enorme bosco, una riserva di caccia, che questi probabilmente stavano solo
portando via dei cinghiali catturati con delle trappole.
Nelle casse? mi chiesi ricordandomi i trascorsi parentali con gli zii cac-
ciatori di cinghiali.
Tornato alla SAS segnalai il fatto ad uno degli ufficiali de “l’ufficio I” e
poco dopo iniziarono gli strani congedi di coloro che come me avevano
relazionato gli stessi episodi. Le ragioni furono le più disparate, dal ritro-

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Singole Esperienze collettive

vamento di sostanze stupefacenti in un caso, alle relazioni sessuali con mi-


norenni nell’altro, oppure dalle manifestazioni contrarie al regolamento
nel rapporto con le insegnanti civili in servizio presso la scuola, sostanzial-
mente con l’accusa di aver avuto con queste dei rapporti sessuali.
Alcuni allievi furono espulsi fra i quali due del mio gruppo elitario, quello
dei paracadutisti, entrambi reduci dal Libano ed entrambi sorpresi e soffe-
renti per il loro allontanamento dal corso.
Nell’Ottobre del 1985 mentre ero di pattuglia armata in caserma sono
stato colpito in faccia, presumibilmente da un altro allievo di guardia che
si svegliò improvvisamente e reagì in modo istintivo usando il suo fucile
come un bastone, per questo il mio naso iniziò a sanguinare, sono stato
portato all’ospedale civile ove certificarono dei semplici episodi di epistassi,
sangue dal naso appunto, causati dal colpo ricevuto. Successivamente mi
inviarono all’ospedale militare di Roma per essere ricoverato, nel quale gli
episodi di epistassi si trasformarono in una patologia cardiaca che causò il
mio proscioglimento dal corso, congedo che avvenne nel giro di un po-
meriggio nonostante i miei sforzi di avere dei maggiori chiarimenti e di
parlare con i superiori; certo di un errore chiesi a gran voce di incontrare il
comandante, di poter parlare con qualche ufficiale, con quelli che erano i
miei riferimenti militari ma anche psicologici da mesi ormai.
Mi misero alla porta ma paradossalmente dovettero avvisare mio padre che
sarei stato dimesso perché ero ancora minorenne.
A diciassette anni, seppur intelligente, non avevo la capacità di elaborare
una situazione simile, non avevo la conoscenza storica dell’epoca che stavo
vivendo, non avevo gli strumenti per poter ricostruire il quadro d’insieme
dei fatti in cui ero coinvolto.
Vivevo il dolore di vedere tutti i miei sacrifici andare in fumo, la soffe-
renza di patire una ingiustizia, il distacco da quel mondo che era il mio
mondo, nel quale avevo vissuto in una psicologia condizionante per mesi

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L’età uniformata

e mesi ventiquattro ore al giorno, armato e con ruoli di responsabilità per


ritrovarmi di fronte ad un cancello, costretto a riprendere i panni di un
minorenne, di un civile.
Ricordo infatti il mio dolore, il senso di vuoto che mi attanagliava, l’assen-
za di un perché certo con cui potermi confrontare, la velocità e l’imposi-
zione verso l’uscita che mi sembrò un lutto.
In poche ore tutti i miei riferimenti furono perduti, ero solo, costretto a
tornare civile in un mondo di civili che vedevano in me solo un muscoloso
ragazzino, un minorenne.
Ricordo la paura che provai quando, salito sul treno che mi portava a
Roma, in abiti civili, indossavo infatti una orribile camicia hawaiana che
un collega mi dette insieme ad un paio di jeans, parlando con una bella
ragazza presente nello scompartimento questa mi chiese che lavoro facessi.
Domanda alla quale non seppi rispondere prendendo coscienza di quel che
avevo subito, il furto della mia professione, del ruolo in cui mi ero identifi-
cato, nel quale stavo crescendo e con cui mi confrontavo quotidianamente
da mesi. Non risposi, non seppi cosa rispondere.
Ricordò che questa giovane bella ragazza, aveva venticinque anni, si chia-
mava Tatiana, mi guardò, mi sorrise e mi chiese l’età, quando le dissi che
avevo diciassette anni rimase a bocca aperta, disse che me ne dava almeno
ventisette e che sembravo uno “sbirro”, una “guardia” disse con esattezza
in romanesco, con quel fisico, con quello sguardo diretto e l’atteggiamen-
to attento, costruito nei mesi e condizionato proprio dal tipo di lavoro,
dall’ambiente nel quale lo sguardo fiero e l’occhio da duro era un marcato-
re di valenza fra un soldato per scelta ed un soldato per disoccupazione.
Capii in quel preciso momento che sarebbe stato difficile tornare ad essere
un adolescente e soprattutto tornare ad essere un civile.
Pochi giorni dopo il mio rientro a casa mi ero già attivato per dimostrare
l’errore che aveva causato il mio congedo.

21
Singole Esperienze collettive

Nel Novembre del 1985 un ufficiale medico della Folgore accertò la com-
pleta assenza di una patologia del mio cuore, quando sono stato invitato
a raggiungere Camp Darby perché uno dei miei parenti stava transitando
da quelle parti con qualche americano dell’ambasciata che desiderava sa-
lutarmi.
Il colloquio fu di grande rinforzo, specialmente quando mi dissero di non
preoccuparmi perché presto avrei indossato di nuovo l’uniforme, nel frat-
tempo mi invitarono a prendere contatto con un sottufficiale americano
della base con il quale iniziai un rapporto di amicizia che si protrasse per
lungo tempo, che mi insegnò molto, cose militari e non, mi offrì un con-
fronto umano fino a quando il telefono squillò con l’invito di raggiungere
di nuovo la scuola allievi sottufficiali dell’Esercito Italiano per essere final-
mente arruolato per la seconda volta.
Questo avvenne nella primavera del 1986, nel periodo in cui Reagan bom-
bardò Gheddafi come ritorsione militare per gli attentati imputati alla Li-
bia contro gli interessi americani, quando la Folgore raggiunse Lampedusa
perché furono lanciati dei missili dalla Libia; ero ormai cosciente dello
scenario internazionale, dei blocchi, dei ruoli.
Il periodo trascorso a Camp Darby mi aveva consentito di capire e di cre-
scere, di addestrarmi e di confrontarmi con chi, in prima persona, viveva le
scelte del proprio governo laddove inviava le truppe in operazioni militari,
con i ragazzi e gli uomini della 82° divisione delle forze speciali americane,
con quelli dello spionaggio elettronico della sezione di Coltano, località fra
Pisa e Livorno da dove Guglielmo Marconi stabilì le prime comunicazio-
ni in cui sorgeva un centro dell’intelligence americana della presunta rete
denominata “echelon”, le cui aliquote di operatori erano impiegate nei vari
teatri e nelle basi presenti in tutti il mondo, specialmente in Germania.
Dovetti rinunciare ai gradi ed alle qualifiche che avevo precedentemente
raggiunto, iniziando tutto di nuovo da zero, come se non fossi mai stato

22
L’età uniformata

un militare prima di allora, fui così inserito con il nuovo corso allievi
sottufficiali, il 60°.
I miei colleghi del 58° corso erano ormai giunti alle scuole di specializza-
zione, una volta concluso quel corso che mi fu impedito di terminare a
causa di un certificato medico risultato immediatamente strano, errato alla
prima visita medica di riscontro che effettuai presso vari ospedali militari.
Mi informarono che anche i due miei amici e colleghi, che subirono il mio
stesso trattamento con l’espulsione dal 58° corso, erano stati entrambi di
nuovo arruolati, uno presso la scuola sottufficiali della Marina e l’altro in
quella dell’Aeronautica Militare, entrambi furono, come me successiva-
mente inseriti nelle truppe d’elite, il primo trovò la morte contro le pale di
un rotore di un elicottero, il secondo è ancora un incursore della Marina.
Questo fatto mi rese felice ma confermò la mia ipotesi che quegli eventi
non furono una serie di singolari errori ma parte di un qualcosa che avrei
tentato di comprendere e che desideravo capire per conoscere la causa del
mio proscioglimento. Questo non per ragioni particolarmente eroiche ma
ben più pratiche, avrei dovuto essere un sergente paracadutista con uno
stipendio ben più elevato ed un corretto percorso di carriera, esattamente
come lo erano i miei colleghi, mentre invece a causa di quel presunto erro-
re medico ero stato costretto ad iniziare tutto daccapo.
Infatti dedicai ogni istante a cercare di conoscere i motivi per i quali av-
vennero quei congedi, individuandone le ragioni nella presenza dei civili
all’interno del perimetro del deposito munizioni in cui facevamo sorve-
glianza, alla polveriera, quelli che cacciavano i cinghiali nelle casse du-
rante le loro presunte battute di caccia, come mi disse qualche superiore
quando relazionai l’evento.
Non avevo più quella sudditanza nei confronti dei superiori o della isti-
tuzione stessa, i mesi trascorsi a Camp Darby mi avevano consentito di
comprendere molte cose, molte ipocrisie, molte differenze fra quel che

23
Singole Esperienze collettive

avrebbe dovuto sembrare e quel che effettivamente era la forza armata e le


sue componenti. Dentro la base avevo conosciuto gli operatori delle forze
speciali italiane ed americane, avevo compreso che esistevano strutture non
ortodosse, respiravo il clima di quel periodo che caratterizzava l’atmosfera
di Camp Darby; base che era molto importante, inserita negli equilibri
mondiali mantenuti dai due blocchi contrapposti fra est ed ovest. Il muro
di Berlino era ben saldo e nessuno ancora poteva immaginare che pochi
anni dopo sarebbe crollato e con lui i due blocchi che hanno caratterizzato
la guerra fredda per decenni.
Il mio diciottesimo compleanno lo festeggiai con quella ragazza incontra-
ta sul treno il giorno del mio congedo, Tatiana, divenni maggiorenne e
questo la sollevò da ogni eventuale complicanza penale. Ripresi il normale
percorso scolastico e di addestramento fino a quando sono stato di nuovo
prosciolto, questa volta senza tante scuse, mi fu detto che era un fatto che
avrei dovuto accettare le cui ragioni le avrei comprese successivamente.
I miei parenti all’ambasciata americana mi confermarono infatti che presto
sarei stato di nuovo arruolato, direttamente alla Folgore e che nel frattem-
po avrei soltanto dovuto riprendere i contatti con Camp Darby. Così feci
fino a quando nel Settembre del 1987 sono stato arruolato nella Brigata
Paracadutisti Folgore, nella quale dovetti simulare di non aver mai avuto
esperienze militari prima di allora, dovetti comportarmi come un normale
diciannovenne chiamato alle armi, come tutti gli altri giovani che si affac-
ciavano per la prima volta alla vita militare.
Sono stato inviato alla “Smipar” (scuola militare di paracadutismo) per ac-
quisire il brevetto di paracadutista militare, una volta ottenuto sono stato
quindi inviato al reparto operativo a Livorno, al 185°, ove transitai nei ruo-
li di carriera. Paradossalmente mi accolse proprio un sottufficiale che aveva
fatto il 58° corso con me, che con me era parte di quel gruppo elitario di
aspiranti paracadutisti, che con me aveva condiviso dieci mesi, gomito a

24
L’età uniformata

gomito. Il quale mi riconobbe ma non fece domande, aveva già visto cose
simili, colleghi che scomparivano per lungo tempo per poi tornare con gra-
di diversi e con il foglio matricolare in bianco, ormai era dentro il mestiere
e pensava che anche io fossi inserito in qualcosa del genere.
Al reparto non esistevo, nel senso che c’ero ma non partecipavo alle sue
attività, dopo l’alzabandiera andavo a Camp Darby fino al pomeriggio
quando tornavo in caserma e quindi me ne andavo a casa mia, vivevo
ancora con i miei.
Fino a quando nel Gennaio del 1988 sono stato definitivamente congeda-
to dall’Esercito Italiano, dopo tre anni di una singolare carriera, dopo tre
diversi arruolamenti e tre diversi congedi.
Parlavo correttamente inglese e ancora non avevo ben compreso per chi
lavorassi o che cosa avrei dovuto fare, il congedo fu la fine di una sorta di
corso, durato ben tre anni.
è stato in questo periodo che ho potuto apprendere ed imparare a pedi-
nare, ad attivare delle contromisure di sorveglianza, ad usare le armi, gli
apparati radio, ad apprendere le tecniche e le procedure per operare in
modo diverso dal classico militare di caserma, in modo ambiguo, strano,
marginale ed emarginato, solitario.
Alla Folgore mi sono sentito un fantasma, avevo atteso tanto per farne par-
te ed ora che c’ero ero praticamente invisibile, inserito fra gli invisibili, lon-
tano dal gruppo, dalla squadra, dal plotone, dagli altri. Parte di qualcosa
di sconosciuto ai più, di qualcosa di non facilmente interpretabile e molto
difficile da spiegare, qualcosa che era definito una sorta di dispositivo del
quale nulla sapevo.
Diciannove anni erano pochi, ma come diceva mio zio Domenico, i miei po-
chi anni contenevano già molto perché avevo vissuto in quegli ultimi tre delle
esperienze importanti che avevano consentito di concretizzare le mie qualità
interne ed esterne, maturando una consapevolezza fuori dal comune.

25
Singole Esperienze collettive

Per il resto del mondo ero un giovanissimo paracadutista, uno dei tanti,
anonimo e assolutamente compatibile con quell’ambiente, per altri ero un
sicuro e fidato collaboratore, come appare da alcuni rapporti informativi
della Difesa che mi riguardano. Ero felice di aver comunque raggiunto il
traguardo che mi ero prefissato, di aver superato le difficoltà e gli ostacoli,
sapevo che la Folgore era impegnata in tante operazioni non tutte cono-
sciute ed alcune riservate, sapevo dell’operazione in corso in Perù e di altre,
ero un giovane uomo pieno di energia, concentrato in particolare verso
ciò che la mia età mi stimolava, come le donne, la scoperta dei sentimenti,
della passione, l’autonomia lavorativa, l’indipendenza economica, la moto
ed i viaggi, cose da giovani.
Mi aspettavo di essere chiamato a fare quelle missioni delle quali sentivo
parlare dai colleghi più anziani e dagli americani, quelle dove sparisci per
un pò per andare in qualche zona calda, d’altronde i miei parenti mi ave-
vano consentito di comprendere la serietà del lavoro dell’ufficio ove erano
impiegati e m’immaginavo una sorta di attività del genere nel mio prossi-
mo futuro, anche se avevo dismesso l’uniforme, ma in fondo non ero così
interessato a fare la vita di caserma. Un ufficiale mi disse sarcasticamente
che ero un ottimo soldato ma un pessimo militare.
Non mi sarei mai aspettato invece quel che è accaduto nel Marzo del 1988,
quando sette carabinieri hanno suonato alla mia porta e mi hanno arresta-
to. Diciannove anni erano pochi, anche se ne dimostravo ventisette, erano
pochi per vedermi ammanettato.

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ARIA O SALETTA?

Il carcere è un contenitore di libertà. Non c’è nulla di poetico in carcere se


non la poesia dei carcerati per evadere dalla propria detenzione. Ogni cosa
dentro il carcere è psicologicamente studiata, dai colori delle mura alla ge-
stione dei rumori delle sbarre e delle porte blindate. Non c’è nulla dentro
il carcere se non la psicologia pura nella espressione dei suoi meccanismi
difensivi per fuggire da quella realtà dolorosa quale è la consapevolezza
della propria prigionia.
“vieni dalla libertà?” Mi chiese una guardia mentre mi stavano introducen-
do all’interno del carcere nel quale sarei rimasto per settantasette giorni.
Non risposi come non risposi mai più a nessuna domanda, a nessuna of-
fesa, a nessuna provocazione, se non con cenni facciali e accenni gutturali
per rispondere positivamente o negativamente alle sole domande che mi
hanno fatto mentre stavo dentro una gabbia, “aria o saletta?”.
19 anni erano pochi per essere contenuto dentro una cella, erano il fulcro
della libertà per qualsiasi adolescente in evoluzione, proteso verso la vita
e le scoperte che la vita consentiva di esperire. Mi sono accorto di essere
un ragazzo, un ragazzo di diciannove anni mentre la cella mi fu chiusa alle
spalle della sezione in cui mi parcheggiarono, nel momento in cui la guar-
dia chiuse la blindata con le mandate, il cui suono mi è rimasto impresso
nella memoria per anni. Da quell’esatto momento non ho più avuto ter-
rore di nulla, da quel momento la paura non è stata più il mio sensore ma
una sorta di siringa per adrenalina.
Il carcere è un contenitore di libertà. Parola che non avevo mai effettiva-
mente preso in esame; sembrava così scontata la libertà durante le mie

27
Singole Esperienze collettive

lunghe passeggiate nei boschi, le mie nuotate in mare aperto, le mie gite in
motocicletta, i miei voli con il paracadute, durante l’espressione dei senti-
menti e della passione dell’amore.
Non ero più libero ma un detenuto contenuto dentro un contenitore di
detenuti, oggetti e non più soggetti, cose di una casa circondariale.
Dei prigionieri.
Ero e mi consideravo un prigioniero e non un detenuto, il mio essere sol-
dato non era venuto meno solo perché poche settimane prima ero stato
posto in licenza illimitata senza assegni dall’Esercito, in attesa di congedo.
I giorni passavano nel nulla più assoluto, caratterizzato dalla mia scelta di
andare in saletta o all’aria durante l’ora consentita per uscire da quei centi-
metri della cella. Niente se non la mortificazione dei toni delle guardie, le
botte che prendevo per il mio rifiuto di chiamare “superiore” le guardie stes-
se. Infatti questo era il termine con il quale pretendevano di essere appellate
altrimenti non rispondevano a nessuna richiesta, che doveva essere obbliga-
toriamente fatta per scritto attraverso il modulo detto “la domandina”, da
richiedere alla guardia tramite la manifestazione di sudditanza chiamando-
lo appunto “superiore”. Ero stato un soldato per oltre tre anni, un paraca-
dutista, assistere a uomini in uniforme che si comportavano da persecutori
mi rendeva solo rabbioso e non vittima delle loro angherie, anche laddove
prendevo le botte o quando mi portavano alle cellette per somministrarmi
una serie di trattamenti molto violenti, soprattutto psicologicamente vio-
lenti. Fortunatamente l’addestramento ricevuto e le mortificazioni vissute
durante gli anni in uniforme mi hanno consentito di affrontare quella espe-
rienza, alla quale non era possibile reagire ma solo resistere.
La minaccia costante che mi veniva fatta era quella di una relazione negati-
va o di una denuncia da parte di una guardia, che avrebbe potuto non solo
peggiorare la situazione attuale ma anche svilupparne nuove e ben peggiori
fino ad allungare la permanenza in carcere.

28
Aria o saletta?

I giorni passavano ed io giocavo alla libertà, immaginandomi gli spazi


amati, immaginandone i colori che mi hanno fatto innamorare degli spazi
liberi come il verde del prato, l’azzurro del cielo ed il blu del mare. Giocavo
alla libertà mentre scrivevo parole piene d’amore alla fidanzatina che avevo,
un’amica d’infanzia, una compagna di scuola, una vicina di casa che poco
dopo divenne una poliziotta. Non smetterò mai di ringraziarla, perché se
sono riuscito a resistere dentro quella gabbia lo devo anche a lei ed al suo
meraviglioso modo di amare l’amore, con l’intelligenza e l’ironia, anche
nei momenti terribili come quelli, per due diciannovenni che eravamo;
affacciati alla finestra della vita, già decisi sul nostro futuro, incapaci di re-
agire a quel trauma se non con la fantasia dell’amore che abbiamo espresso
in tanti fogli bianchi colorati di emozioni, con i quali ci scambiavamo i
pensieri autistici dell’amore contenuto dentro una gabbia, nella quale ero
solo un cane e non avevo nemmeno il diritto di abbaiare.
Dopo un paio di settimane una guardia mi portò dentro una stanza, ogni
volta che uscivo dalla mia gabbia, ad ogni passaggio attraverso ogni singola
porta, cancello o blindata che fosse subivo una perquisizione. “Collega” così
si chiamavano fra di loro le guardie nell’avvisarsi mentre raggiungevamo
un filtro, un cancello o un ufficio. Non ho mai sentito o saputo un loro
nome se non quello di una guardia che avevo conosciuto prima del mio
arresto, il quale quando mi ha visto giungere in carcere mi ha guardato con
gli occhi sorpresi e sofferenti, in silenzio, in quei pochi secondi in cui ci
siamo guardati abbiamo deciso di non esserci mai conosciuti prima.
Nella stanza incontrai un uomo che avrà avuto più o meno una quarantina
di anni, aspetto militare, che non avevo mai visto prima. Mi chiese infatti
se avessi avuto l’impressione di conoscerlo o di averlo visto da qualche
parte durante il mio servizio militare. Mi chiamava per nome, Fabio, stra-
no per un militare pensai, generalmente si rivolgevano nei miei confronti
sempre con il cognome, col grado oppure con qualche simpatico sopran-

29
Singole Esperienze collettive

nome stimolato dal mio stesso cognome, con tutte le sue possibili interpre-
tazioni. Non si qualificò, non disse a quale reparto apparteneva, non disse
nemmeno di essere parte di una amministrazione dello Stato, quel giorno
si limitò a guardarmi, a chiamarmi per nome e ad osservarmi. Ascoltò il
mio silenzio per una decina di minuti poi se ne andò.
Avevo deciso di non avere alcun rapporto con gli altri detenuti, nessu-
na forma di amicizia, nessun contatto oltre quelli obbligatori o necessari,
nessuna relazione. D’altronde per loro ero una sorta di sbirro e non mi
vedevano di buon occhio, capirono solo che non ero amato dalle guardie
dalle volte in cui prendevo le botte o quando tornavo dalle cellette con il
viso gonfio di “schiaffi e solette”.
La saletta era una stanza di poco più grande della cella, ma sempre troppo
piccola per contenere tutti i detenuti di quel braccio, nella quale avevamo
la possibilità di giocare a scacchi oppure di leggere qualcosa. L’aria era
semplicemente un cortile murato ove muoversi, correre in circolo come i
topi, giocare a calcio. La saletta era anche il luogo ove assemblarci durante
le perquisizioni generali, quelle grosse, fatte in ogni cella con l’ausilio dei
cani; rinchiusi in questa saletta, nudi, mentre le guardie, che non erano
le solite della sezione ma di un altro reparto, controllavano e devastavano
quel poco che avevamo nelle celle. In cella d’altronde era possibile ave-
re ben poco oltre la chiave del piccolo armadietto situato all’esterno, per
aprire il quale occorreva chiamare un “superiore” e chiedere gli oggetti per
l’uso quotidiano che vi erano riposti, il cibo comprato a caro prezzo dallo
“spesino” ed altre cose.
Qualche giorno più tardi sono stato di nuovo portato al cospetto dello
stesso uomo, il quale questa volta mi disse quel che avrei dovuto fare, cioè
la “spugna”, semplicemente la spugna. Assorbire notizie ed informazioni
e riportarle a lui o a qualche altro suo delegato. Non si qualificò, non
disse nulla altro se non le indicazioni relative ai due detenuti dai quali

30
Aria o saletta?

avrei dovuto captare notizie, senza cercarle, solo assorbirle laddove sentite;
erano due uomini coinvolti in fatti di sangue, di armi e di eversione, con
omicidi sulla coscienza e senza coscienza sugli omicidi commessi in danno
di altri detenuti.
Anni dopo riconobbi quest’uomo in un ufficiale paracadutista, transitato
dalla Folgore al Sismi, indicato da una fonte qualificata, un ambasciatore,
di essere un appartenente alla Falange Armata, un operatore dell’ufficio
“K” della settima divisione del Sismi, quella di Gladio.

31
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

I ferri da campagna, così erano chiamati i braccialetti di metallo con le


maglie e la catena, mi stringevano i polsi tanto da farmi male mentre le
guardie mi trasferivano dal cellulare al tribunale per essere processato. La
lunga catena mi teneva legato a loro come un guinzaglio che sembrava non
finire mai. Mi misero dentro una gabbia nell’aula del Tribunale, offerto
agli occhi di tutti coloro presenti. Iniziò il dibattimento che ripercorse le
varie fasi dei presunti fatti che causarono il mio arresto, degne di essere
valutate e comprese per capire quanto era facile, per chiunque, finire in
galera con il vecchio codice penale, quello prima della riforma del 1989,
anche senza particolari intenzioni di incastrare qualcuno da parte di qual-
che poliziotto ossessionato dal proprio ruolo, dal bisogno di emergere e di
raccogliere encomi.
Nel Dicembre del 1986 un noto transessuale, prostituta abituale, raggiun-
se una piccola stazione dei Carabinieri per denunciare che la notte prima
aveva subito un furto, uno stereo portatile e 300.000 lire, da parte di un
giovane con il quale aveva avuto un rapporto sessuale dentro la sua abi-
tazione. Indicò il giovane come un militare, un amico del suo fidanzato,
anche questo militare, che il transessuale disse essere un carabiniere, un
carabiniere paracadutista.
Nel corso di pochi giorni egli cambiò per tre volte i contenuti della sua de-
nuncia senza mai indicarmi o segnalare nulla che potesse essere ricondotto
a me, fino a quando disse di avermi riconosciuto dentro un pub. Indicò ai
Carabinieri il mio nome ed il mio cognome che asserì di averli estratti da
un mio documento d’identità che qualcuno gli mostrò. In effetti ricordo
che una sera del marzo 1987, mentre mi trovavo dentro un noto pub cit-

33
Singole Esperienze collettive

tadino, in compagnia di due incursori paracadutisti, notai la presenza di


questo transessuale, molto noto in città, insieme ad un ragazzo che sapevo
essere un carabiniere paracadutista.
Mi fu presentato e mi chiese notizie circa un altro carabiniere paracadutista
che avevo probabilmente conosciuto, chiedendomi se avessi saputo qual-
cosa circa la sua attuale destinazione che indicò in una caserma di Bologna,
nella quale poco tempo dopo avverrà un massacro di Carabinieri.
Qualche giorno dopo alcuni carabinieri perquisirono la mia abitazione
dicendomi che ero stato accusato di rapina in danno del transessuale
e che cercavano lo stereo ed i soldi che secondo questi gli avrei rubato
durante il rapporto sessuale che, sempre secondo quanto detto dal tran-
sessuale, avremmo avuto il 16 Dicembre 1986. Negai ogni addebito e
accompagnai i carabinieri, diretti dal comandante della stazione nella
quale il transessuale aveva sporto la denuncia nella mia stanza, ove trova-
rono e sequestrarono un pugnale tipo militare ed una pistola giocattolo,
la riproduzione di quella vera, ma a salve. Non fu trovato nessun oggetto
riconducibile alla presunta rapina.
Nel frattempo proseguivo la mia strana carriera militare presso i vari reparti,
non seppi più nulla per un anno fino al giorno del mio arresto avvenuto nel
mese di marzo dell’anno successivo, giustificato dalla richiesta della custodia
cautelare in carcere per il pericolo di fuga e d’inquinamento delle prove.
Arresto richiesto con queste motivazioni a distanza di quindici mesi dal
presunto evento, mesi nei quali sarei potuto fuggire o avrei avuto il modo
di inquinare qualsiasi prova. Mesi nei quali ho servito lo Stato ricevendo
rapporti informativi e note caratteristiche più che positive.
Il processo fu caratterizzato dalla ilarità da parte degli astanti per gli argo-
menti trattati e per il modo che il transessuale aveva di raccontare i fatti,
contraddicendosi molto spesso, incalzato dalle domande del mio avvocato,
un principe del foro livornese grande amante de “il Vernacoliere”.

34
In nome del popolo italiano

L’evento che fece realmente ridere tutti fu quando il giudice chiese al tran-
sessuale di riconoscermi ed indicarmi, il quale aveva la scelta di indivi-
duarmi fra me ed una ragazza di colore che mi stava accanto, non sbagliò.
Questo fatto stimolò quella mia reazione emotiva che avevo contenuto
nei lunghi mesi di prigionia.
Sono stato condannato al massimo della pena, anni tre e mesi uno di
reclusione con l’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque, per i
reati di rapina e di armi.
Avevo già trascorso settantasette giorni in carcere e la prospettiva di pas-
sarci degli altri anni mi gelò il sangue.
Non rimasi soltanto colpito dalla condanna, per armi in special modo,
ma dalla sua entità, il massimo della pena per un diciannovenne incensu-
rato, che fino ad allora aveva fatto il militare di carriera, che nel periodo
nel quale fu consumato il presunto reato aveva compiuto diciotto anni da
pochi mesi. Soprattutto ero deluso dal fatto che non riuscii a dimostrare
che nei giorni in cui il transessuale disse che avvenne il fatto, ero alla base
americana Ederle di Vicenza.
Durante il viaggio di rientro in carcere sviluppai con l’immaginazione un
piano di fuga, avrei potuto colpire la guardia alla mia destra, disarmarla
e minacciare l’altra per togliermi i ferri, quindi evadere e raggiungere la
Francia. Purtroppo il tragitto fu più breve della mia fantasia e arrivammo
al carcere prima della fine della mia fantasiosa fuga. Ero scioccato, condan-
nato al massimo delle pena per qualcosa che non solo non avevo mai fatto,
ma che da quanto emerse al processo era evidente che non fosse mai av-
venuto. Pensai che probabilmente quella era una sorta di missione, pensai
che da fare solo la spugna sarei stato inoltrato in qualche altro carcere per
infiltrarmi in chissà quale gruppo eversivo, che la condanna per armi era
probabilmente una sorta di biglietto da visita per accreditarmi in qualche
modo verso la criminalità che avrei dovuto infiltrare. Volli pensare questo

35
Singole Esperienze collettive

per non affrontare il pensiero che ero stato condannato a tre anni ed un
mese di galera, che non ero più un incensurato, che la mia fedina penale
era stata sporcata. Avevo solo diciannove anni.
Qualche ora dopo, mentre ero nella mia gabbia subendo le grida degli altri
detenuti enfatizzati dalla notizia della mia condanna, mi raggiunse una
guardia dicendomi che era giunto l’ordine di scarcerazione e che sarei stato
trasferito agli arresti domiciliari, ove rimasi per altri cinque mesi.
Il carcere è stato il contenitore della mia libertà mentre gli arresti domici-
liari furono la mia libertà contenuta.
Vedevo tutto ciò che non potevo fare, dalla semplice passeggiata alla possi-
bilità di evadere. Erano una vera tortura psicologica, ove avevo tutto rispet-
to al nulla del carcere, mangiavo, avevo i miei affetti vicino, non c’erano le
guardie a prendermi a botte, ma sono stati ben peggiori del carcere perché ai
domiciliari ero la guardia di me stesso, ero il mio principale persecutore.
Ho festeggiato i miei venti anni di età da prigioniero, fu un complean-
no triste con le candele spente. Un giorno squillò il telefono e qualcuno
dall’altra parte della cornetta mi disse che ero stato rimesso in libertà.
Nonostante la mia giovane età ed il trauma che avevo vissuto, iniziato sin
dal mio primo strano congedo del 1985 fino al giorno del mio arresto,
cercai di capire in cosa ero stato coinvolto, sforzandomi di analizzare ogni
fatto al quale avevo partecipato o che avevo potuto sapere durante la mia
permanenza nelle varie caserme italiane oppure a Camp Darby.
Dal 1985 al 1988 la mia vita è stata caratterizzata dalla carriera militare,
dalle basi americane, dai paracadutisti. In qualche modo il soggetto che
mi aveva denunciato era riconducibile a questi elementi. Era un informa-
tore dei carabinieri, il suo fidanzato come egli ha ammesso e dichiarato in
atti era un carabiniere paracadutista, che avevo conosciuto dentro Camp
Darby. La sera che lo incontrai al pub ero con due incursori che lo co-
noscevano, anch’essi presenti spesso a Camp Darby i quali assistettero al

36
In nome del popolo italiano

nostro colloquio, mentre era in compagnia di un altro carabiniere para-


cadutista spesso presente alla base americana. Ancora non sapevo che uno
di questi due incursori, entrambi transitati dal Col Moschin al Sismi, era
un collaboratore del soggetto che mi chiese di fare la spugna. Ancora non
sapevo che l’altro incursore lo avrei rivisto durante il confronto che avrei
svolto alla Procura di Livorno venti anno dopo, relativo le indagini della
tragedia del traghetto Moby Prince. Ancora non sapevo che il giudice che
dispose il mio arresto sarebbe stato a sua volta arrestato e che un altro
giudice aveva il figlio tossicodipendente che prendeva la roba dallo stesso
fornitore del transessuale e di suo nipote, quest’ultimo poi morto per
overdose, tutti confidenti della polizia e dei carabinieri.
Nel momento in cui appena liberato andai a tuffarmi in mare aperto, men-
tre nuotavo, sapevo solo che avrei impiegato ogni mia risorsa per dimostra-
re la mia innocenza, per dire ai miei genitori che loro figlio aveva patito
quella tortura, e loro con me, senza colpa.
Il mare mi accolse ancora una volta con tutta la sua energia, era freddo,
provai una profonda sensazione di benessere, ad ogni bracciata l’acqua si
mischiava con le mie lacrime, le mie lacrime erano libere ed io con loro.
Quando incontrai i miei due parenti che lavoravano all’interno dell’am-
basciata americana di Roma, mio cugino Massimo e mio zio Domenico
impiegati al controspionaggio militare, mi dissero che quanto mi era acca-
duto era terribile, ma che ero stato considerato dai loro amici positivamen-
te per come avevo reagito, resistito e superato l’evento senza mai perdere la
calma. Che presto avrei avuto modo di riprendere la mia vita, di fare il mio
lavoro, l’unico che sapevo fare e che avevo fatto negli ultimi quattro anni
dei miei venti anagrafici, il lavoro del soldato.

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LEGIO PATRIA NOSTRA

Aubagne mi ha visto arrivare a bordo di una motocicletta con la pioggia


d’inverno, che abbandonai poco prima il cancello d’entrata del quartier
generale della Legione Straniera francese, il quale sembrava la bocca di un
imbuto che ingoiava centinaia di vite, per farle sparire e rinascere con un
kepì blanc calzato in testa, dopo aver distrutto e ricostruito la personalità
e la persona che aveva scelto di arruolarsi in questo mitico e mitizzato
reparto militare.
Mi accolse un legionario di origine ispanica, il quale dopo avermi intro-
dotto all’interno di alcuni locali mi prese i documenti, mi guardò, sorrise
beffardamente e mi salutò in francese. Dentro la caserma la vita era simile
a tutte le altre organizzazioni militari, cambiava solo il tipo di uniforme
ed i toni della cadenza che guidava la marcia, che nella Legione era molto
più lenta rispetto agli altri reparti, con un passo dolce, cantato, leggero. Mi
dettero una tuta ginnica con i colori della Legione, rosso e verde, raggiunsi
uno stanzone dove trovai gli altri aspiranti legionari, provenienti da mezzo
mondo, molti giovani, alcuni giovanissimi, qualcuno giunto in gruppo,
altri, come me, da soli.
La giornata era strutturata con adunate generali, chiamate con un fischio,
nelle quali alcuni legionari ci spiegavano, in francese, le attività da svol-
gere, quindi dall’attesa dietro il piazzale, ove c’era un grosso albero ed
una sorta di cortile sterrato, nel quale ci radunavamo in attesa del fischio,
senza nessun legionario a controllarci; le risse erano frequenti, qualche
cazzotto volava sempre fra i più nervosi, forse i più indecisi. C’era di tutto,
ragazzi in fuga da mandati di cattura, uomini in cerca di una nuova vita,

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Singole Esperienze collettive

ex militari innamorati del proprio lavoro, sognatori, frustrati, delinquen-


ti, vittime, varia umanità che la Legione avrebbe accolto, forgiato e reso
strumento per il governo francese.
La “gestapò” era la sezione della polizia militare della Legione Straniera,
ove incontrai un ufficiale che mi fece alcune domande, mi presero le im-
pronte, non ricordo se mi fecero anche la fotografia, ricordo invece il
commento di un legionario che sorridendo disse che sapevo come usare il
tampone dell’inchiostro, facendomi così capire che le informazioni su di
me le avevano già prese.
C’era un giovane ragazzo bianco proveniente dal Sud Africa, che parlava
uno strano inglese ed uno strano francese, avrà avuto diciotto anni, con
il quale feci coppia sia in camerata che nel cortile d’attesa, difendendoci
uno con l’altro contro qualche scatto di rabbia di uno dei tanti disperati,
specialmente quelli che non avevano scelto la Legione ma che non aveva-
no altra scelta nella vita, forse inseriti nella lista catturandi del loro paese
d’origine, forse semplicemente disperati che mal digerivano gli ordini e
l’inquadramento militare, specialmente quello della Legione Straniera che
non era certo un luogo di educande.
Alla momento della firma del contratto parlai con un ufficiale che mi spie-
gò che per i prossimi cinque anni sarei stato proprietà della Legione Stra-
niera francese, che avrei potuto cambiare il mio nome, che al termine della
ferma avrei potuto continuare la carriera militare oppure tornare alla vita
civile con un nome nuovo e la nazionalità francese, che il fatto che ero già
stato un paracadutista non contava nulla e che per diventare un parà della
Legione avrei dovuto eccellere in ogni attività. Nell’ufficio c’era anche un
legionario che mi parlò in italiano, infatti era italiano, il quale dopo che fir-
mai il contratto mi portò alla vestizione, ove ricevetti una uniforme verde
da lavoro per affrontare le settimane successive, caratterizzate da un colore
di un nastrino che cambiava in base al superamento di alcune selezioni,

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Legio Patria Nostra

fino a raggiungere l’arruolamento e l’invio presso la scuola di addestra-


mento nella quale dopo alcuni mesi di corso i soldati avrebbero ricevuto
l’emblema della Legione Straniera, il kepì blanc, con una caratteristica ce-
rimonia, fra canti e falò, fino al grido del motto “legio patria nostra” che
suggellava l’entrata nel mito.
Non raggiunsi mai quel momento, me ne andai prima, nonostante avessi
già firmato il contratto, ma ebbi modo di scambiare due parole con un
americano che, portandomi i saluti di mio cugino Massimo, mi propose di
entrare in alcune strutture private, ove portare la mia esperienza e la mia
voglia di imparare, ove avrei potuto continuare a fare il soldato senza le
costrizioni di un reparto militare.
Londra sembrava un grosso nuvolone con la gente sotto, non mi piaceva, era
fredda, umida e soprattutto grigia, mi mancava il mare, il sole che in quella
città non ho mai visto; fortunatamente il tempo era poco perché lo impe-
gnavo tutto nell’imparare questo mio nuovo lavoro, quello del consulente
privato per la sicurezza, inserito all’interno di un dedalo di società private in-
ternazionali, la maggior parte americane ed israeliane, che offrivano i più vari
servizi di sicurezza e di intelligence alle grandi industrie, a qualche governo,
ai grandi finanzieri, agli investitori nei paesi considerati ad elevato rischio,
quelli nei quali c’era una guerra in corso, c’era stata oppure avrebbe potuto
esserci in base ai rapporti della valutazione del rischio stilati dagli operatori in
teatro che misuravano la febbre ai vari leaders delle fazioni in lotta, special-
mente nei paesi africani. Stavo imparando l’arte della captazione, del pedi-
namento e delle contromisure di sorveglianza, stavo imparando a dossierare,
a compilare e valutare i rapporti informativi descriventi persone e strutture,
fatti e situazioni, mi addestravo fisicamente e mentalmente per affrontare le
difficoltà che avrei incontrato nei teatri operativi, stavo imparando le lingue
in attesa di raggiungere il prossimo paese di destinazione, la Germania Est;
era il 1989, avevo ventuno anni e stavo ringiovanendo.

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CHECK POINT CHARLIE 1989

Il treno era freddo, molto freddo, stavo viaggiando di notte in Germa-


nia diretto a Berlino, quando vidi per la prima volta due guardie della
Germania Est che erano salite a bordo per il controllo dei documenti dei
viaggiatori, era così strano vedere di persona il simbolo della guerra fred-
da, il nemico che mi avevano insegnato a temere, quello protagonista dei
tanti film nei quali Berlino era sempre stata rappresentata con un velo di
romanticismo e di tristezza; in realtà l’unico film che ben mi ricordavo era
stato “noi i ragazzi dello zoo di Berlino” e tanto romantica quella città non
mi apparse, come poco gentili furono i due militari della Germania Est,
che marciavano in modo così marziale anche mentre camminavano; pensai
per questo a quanto doveva essere stato pressante il condizionamento che
avevano subito e che probabilmente doveva essere costante durante tutta
la loro giornata.
Al mattino raggiunsi Berlino Ovest, lo “zoo” del film, cioè la stazione ferro-
viaria; la città era divisa nei settori inglese, americano, francese e quindi la
Berlino Est, d’influenza sovietica, triste.
Provai delle sensazioni strane, non avevo mai patito tanto freddo quanto
quel giorno, capii di essere molto lontano da casa, capii di essere immerso
nella parentesi della storia, al centro dell’asse che equilibrava gli scenari
mondiali, in una città distrutta e ricostruita sopra quella vecchia; la palude,
questo significava Berlino, un tempo sede di quella pazzia che era stato il
nazismo i cui simboli potevo vederli ancora in alcuni vecchi angoli della
città mai ricostruiti, le cui conseguenze erano davanti ai miei occhi, una
città divisa, fredda, grigia e triste, molto triste.

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Singole Esperienze collettive

I giorni trascorsero e piano piano imparai a muovermi all’interno della città,


fra i vari settori, specialmente imparai a capire che il Check Point Charlie chiu-
deva alle ventitre e che dopo sarebbe stato molto difficile tornare nel settore
occidentale senza incappare negli incessanti controlli della polizia dell’est,
molto simile ai personaggi dei film, con i loro vestiti neri di finta pelle,
le espressioni serie e quell’atteggiamento di perenne incazzatura, d’altronde
non è che facessero una vita particolarmente brillante oltre quel muro.
Conobbi Sabine, una meravigliosa giovane ragazza di Berlino Est che ama-
va pattinare, la incontrai in uno dei miei primi passi dall’altra parte del
muro, diffidandone subito convinto che fosse una sorta di guardia intenta
a capire i motivi delle mie visite, con la quale imparai l’arte della terribile
colazione dell’est formata da cibo dagli strani sapori, forti ed acuti. Nel
settore ovest mi spacciavo per un bisessuale italiano in cerca di libertà, in
fuga dalla oppressione italiana e speranzoso di trovare nella città aperta di
Berlino l’accoglienza gradita fra la numerosa comunità gay, bisex, lesbo
presente in città, con i suoi locali, le sue strade a tema, la sua atmosfera di
libertà come se fosse l’ultimo giorno sulla terra.
Il mio lavoro consisteva nel mettere in pratica quello che avevo imparato
a Londra, cioè penetrare gli obiettivi d’interesse, di volta in volta indicati
da coloro con cui collaboravo; obiettivi, cioè persone, di cui poco sapevo,
che frequentavano quei locali bisex nei quali io stesso mi ero inserito, che
avvicinavo fino a farmi portare nella loro casa o nella loro auto, ove poter
piazzare degli ambientali, prima di abbandonarli senza averne soddisfatto
i desideri, con uno dei migliori metodi per non stimolare la loro ira o la
loro curiosità, il vomito, bastava infatti simulare di vomitare e sputacchiare
qua e là per ridurre ogni velleità sessuale nei miei confronti, giustificando
che come italiano non ero abituato a bere tutta quella birra, scoraggiandoli
così dal persistere ogni approccio sessuale, da rimandare a tempo indeter-
minato, mai. Un pomeriggio mentre ero nel settore est ho assistito a come

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Check Point Charlie 1989

la storia può cambiare in un secondo, vidi la gente radunarsi come mai


prima, con le guardie che avevano delle espressioni fra il sorpreso ed il cu-
rioso, Sabine abbandonò i suoi pattini, mi prese la mano e mi disse di cor-
rere via, di tornare all’ovest perché non capiva quel che stava accadendo ma
sapeva quanto era elevato il rischio di finire in mezzo ad una sparatoria, co-
nosceva la violenza delle guardie, riconobbe le macchine degli uomini della
famigerata Stasi, corse dai suoi genitori che nel frattempo la raggiunsero
con la loro piccola Trabant, un’auto strana e buffa, simile alla Nsu Prinz
che aveva avuto mia madre prima di rinunciare a guidarla, dopo averla
battuta contro ogni cosa in movimento. Le dissero che non sapevano cosa
stava accadendo ma che era qualcosa di grande, mi sembrava di essere stato
proiettato in un passato remoto, con i colori, gli abiti, l’atteggiamento ed il
comportamento di quella gente, i cui sguardi esprimevano tanta paura ma
anche la speranza che qualcosa potesse cambiare. Entrai anche io in quella
strana scatola di metallo con le ruote piccole, che puzzava di miscela, ricor-
dandomi la mia vespa 125 ET3 primavera che avevo avuto qualche anno
prima, ereditata da mio fratello.
Raggiungemmo una fila di altre macchine, molte Trabant e qualche altra
appena più grande, piene di gente, non era mai accaduto prima che a
Berlino Est si potessero riunire così tante persone senza che le guardie ini-
ziassero a sparare, anche se lanciavano l’acqua con gli idranti, che si gelava
addosso dal freddo che c’era, stimolando delle danze spontanee simili a
quelle che facevano i deportati nei capi di concentramento.
Era il 9 Novembre 1989.
Quella sera ho avuto l’opportunità di fare la pace con la mia libertà, perduta
dentro un carcere italiano e mai ritrovata nonostante l’apertura della cella,
perché la libertà è uno stato d’animo e non solo la possibilità di muoversi.
La folla cresceva di ora in ora, sfidando quei pochi poliziotti che ancora
non si erano resi conto che anche loro erano di fronte alla possibilità di la-

45
Singole Esperienze collettive

sciare quel luogo triste e grigio, i quali manganellavano qualcuno di tanto


in tanto, fino a comprendere la stupidità di quel gesto, fino a diventare essi
stessi folla, che premeva contro un muro orribile, il quale dividendo Berli-
no aveva diviso il mondo intero; sparirono le armi ed apparsero i picconi,
le mazze, qualcuno arrivò con una ruspa vecchia, ma non riuscì a fare nulla
perché nel frattempo si guastò.
Da una parte e dall’altra del muro la gente si radunava, chiedendone a gran
voce l’abbattimento, le guardie sopra il muro stesso avevano riposto le armi
ed ormai erano solo il simbolo di un’epoca finita, caduta come stava per
cadere il muro, non crollato ma smembrato pezzo per pezzo, parete per
parete, sgranellato dalle tante unghiate di libertà, come piccoli morsi di
topi ansiosi di fuggire dalla gabbia.
Sabine piangeva e rideva, il padre aveva sognato di poter rivedere la sorella
rimasta all’ovest durante la costruzione del muro, la madre era invece fer-
ma, immobile dentro la piccola macchina, incredula; c’erano stati molti
morti prima di allora a causa degli spari delle guardie che colpivano chiun-
que avesse tentato di superare quel muro, ed ora quel mostro si era aperto,
crollato sotto il suo stesso peso, pronto ad accogliere le speranze ed i sogni
dei tanti berlinesi dell’est che in fretta e furia avevano caricato le piccole
macchine e si erano messi in fila per passare all’ovest, fuggire via da quel
mondo vincolante e pressante, dal controllo della Stasi, dalle delazioni, dai
comitati, dalla burocrazia, dalla povertà e soprattutto dal contenimento
fisico e culturale opprimente e deprimente.
Con Sabine ci perdemmo nella folla, non l’ho più rivista, non ho più sa-
puto nulla di lei e della sua famiglia, ogni tanto m’immagino che starà pat-
tinando in qualche città tedesca con i suoi figli, ai quali racconterà come
crollò il muro di Berlino, in compagnia di quel ragazzo italiano che parlava
tedesco con un terribile accento toscaneggiante, che riuscì a cucinare degli
spaghetti alla carbonara all’interno di una bettola dalle parti di Alexander

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Check Point Charlie 1989

Platz, per dei palati che poco capirono del gusto ma che apprezzarono il
coraggio della libertà trasformato in una mangiata collettiva, la quale era
vietata e che mi costrinse a restare clandestinamente all’est perché avevo
ormai superato le ventitre, l’ora del rientro dal Check Point Charlie, da
dove passai il giorno dopo con tutta la folla senza più tanti controlli, infatti
molti occidentali approfittarono di quel momento per rientrare all’ovest
dopo essere stati clandestinamente all’est, ognuno per le proprie ragioni.
Poi la vita riprese il suo corso, con altri controlli, meno marziali ma pre-
senti, fino allo smantellamento dei settori in cui era stata divisa Berlino e
la sua progressiva ricostruzione.
Berlino è stata la città più ricostruita al mondo, che nasconde un’altra città
nel suo sottosuolo, quella città che il nazismo avrebbe voluto più grande
ed imperiale di Roma per manifestare il dominio sul mondo, dopo aver
sterminato i nemici, dopo aver distrutto la vita di milioni di persone; un
sottosuolo ancora pieno di bunker, di dedali di viuzze costruite per difen-
dersi dagli incessanti bombardamenti degli alleati durante la seconda guerra
mondiale, con cucine, ospedali, caserme, uffici postali, birrerie, tutte nasco-
ste sottoterra, compreso il bunker nel quale Hitler pose fine alla sua vita.
La caduta di quel muro mi ha consentito di elaborare parte del trauma
patito con la mia prigionia, ho ritrovato il senso della libertà, la gioia della
libertà e soprattutto la capacità di crescere, di riconoscere la mia età, quella
di un ragazzo di ventuno anni, felice anche di giocare all’interno di un
lavoro serio, all’interno di fatti molto più grandi di me, nei quali ero parte,
comparsa, spettatore. Man mano che i giorni passavano iniziai a capire
che la caduta di quel muro fu troppo repentina per non rappresentare un
rischio di ulteriori crolli, come la storia poco dopo confermò.
Una sera incontrai un vecchio berlinese, che aveva bevuto molto, eravamo
seduti sui gradini delle fontane dell’Europa Palace, mi piaceva ascoltarlo,
conosceva qualche parola di italiano perché aveva combattuto sul fronte di

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Singole Esperienze collettive

Cassino durante la guerra, mi raccontò la sua storia, simile a quella di tanti


giovani berlinesi di allora; parlava del potere di Hitler, dell’enorme mac-
china del nazismo, delle sfilate nei viali nei quali si radunavano centinaia
di migliaia di persone inneggianti, di quei soldati alti e fieri, delle mille
bandiere, dei cavalli, dei canti, descriveva i fatti come se quella bottiglia di
un liquore indefinito fosse una sorta di macchina del tempo, i suoi occhi
erano una cinepresa capace di mostrarmi le immagini dei suoi ricordi, che
potevo vedere oltre che ascoltarli dalle sue parole alcolizzate. Mi raccontò
la guerra del pane, quando, poco dopo la presa di Berlino i sovietici lancia-
vano il pane alla folla di civili affamati, poco alla volta perché si divertivano
a vederli scannare fra loro, spinti dalla fame. Mi raccontò quando una sua
amica gli fornì i vestiti del marito morto sotto le bombe, ancora sporchi di
sangue, permettendogli così di non essere ucciso sul posto se avesse ancora
indossato la sua uniforme di soldato tedesco.
Mi raccontò quando, dopo la guerra, si sposò ed ebbe i suoi figli, poi la sua
sconfitta come marito e come padre ed ora stava lì, accanto ad un perfetto
sconosciuto, solo, in attesa che la cirrosi epatica se lo portasse via, ormai
vecchio e stanco anche dei suoi stessi ricordi. Si chiamava Peter, morì tre
mesi dopo, trovato assiderato non lontano dallo zoo di Berlino, che dava
il nome alla stazione ed al giardino zoologico, formato anche da tante per-
sone che si erano perse, diventando animali, perdendo il ruolo di uomini
per restare solo delle presenze, che si estinguevano per droga, per fame,
per freddo ed anche per quella vecchiaia che si portava via la memoria di
un’epoca fatta di uomini alti e biondi, cavalli e mille bandiere, troppe per
restare al vento, i cui drappi coprono ancora gli occhi sulla storia dalla
quale non abbiamo imparato nulla.

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IL SORRISO DI UN PADRE CHE MUORE

Nel 1991 tornai in Italia per qualche tempo, mio padre aveva scoperto di
essere il contenitore di un terribile tumore che se lo stava mangiando ed
intendevo stargli vicino, come al resto della mia famiglia nel percorso che
dovemmo affrontare fino alla sua morte, fatto di chemioterapia, di radio-
terapia, di dolore, di medicazioni, di speranze e di delusioni, di negazione
e di realtà, fino alla fine dei suoi giorni.
Ho sempre conosciuto mio padre, che si chiamava Mario, come un uomo
attivo, impegnato nel suo lavoro, faceva il capo draga, fumava tantissi-
mo, troppo, tanto che ha nutrito il suo tumore per anni, aggiunto a tutto
l’amianto che ha inalato, toccato e respirato nel corso del suo lavoro e chis-
sà cos’altro. Vederlo in quel letto d’ospedale, con il suo pigiama celeste era
una tortura, di tanto in tanto fuggiva dalla stanza per raggiungere la vicina
piazza dei miracoli ove si mischiava coi turisti, per fumarsi le sue sigarette
in pace; era ricoverato a Pisa, faceva la cavia in pratica, ma così riceveva una
migliore assistenza, ormai si era affezionato ai suoi medici ed aveva fiducia
in loro, sarebbe stato peggio convincerlo diversamente.
Era un uomo dei suoi tempi, nato e cresciuto sotto il fascismo, costretto a
crescere in fretta dalla guerra e dalla miseria, chiuso e riservato, non espri-
meva le sue emozioni ma era capace di amore, di bontà e di quell’altruismo
che lo caratterizzava, quasi come se volesse trasmettermi le sue carezze at-
traverso gli altri, che mi parlavano di lui con dolcezza.
Ricordo che da bambino mi portava a bordo delle sue draghe, delle bet-
toline, in darsena toscana ove aveva l’attracco proprio sotto la torre del
Marzocco, all’interno di una sorta di cantiere nel quale c’erano due pastori

49
Singole Esperienze collettive

tedeschi bellissimi, con cui giocavo, in attesa che papà avesse controllato
gli ormeggi e le apparecchiature di bordo. Salivo spesso sulla draga, amavo
l’odore di mare, di olio bruciato, di ferro reso rovente dal calore del sole, di
ruggine, di resine marine, di pesce.
Quando lo salutavo lasciandolo solo all’ospedale sentivo lo stomaco chiu-
dersi, non tanto per la paura di non vederlo più, ma perché sapevo bene
a cosa andava incontro, la chemioterapia, la radioterapia e tutto il resto,
con il tumore che gli stava mangiando le ossa, che sparivano letteralmente
dalle lastre, sostituite da collari, da ferri, da impalcature che trasformavano
mio padre in una sorta di cantiere umano. Era andato da poco in pensione
quando scoprì la malattia, aveva un orto che coltivava con passione e con-
tinuò a farlo fino a quando non fu costretto in ospedale, era ritornato alle
sue origini di contadino, dopo tanti anni in mare.
Ogni tanto mi sdraiavo sul letto, restavo immobile guardando il soffit-
to bianco, isolandomi dal resto del mondo, rifiutavo l’ipotesi che potesse
morire, cacciandola via con la coscienza di fuggire la realtà, per la quale
non ero ancora pronto come non lo erano mia madre e mio fratello; lui,
mio padre, lo aveva capito e manifestava il suo solito spavaldo coraggio
perché non aveva mai imparato ad avere paura nella sua vita, non che non
la provasse, non la sapeva esprimere come non riusciva ad esprimere i suoi
sentimenti, le sue emozioni; era il primo ad incoraggiare tutti noi quando
doveva affrontare delle terapie dolorose che gli marchiavano il corpo, che
mia madre curava con tutta la devozione e l’amore che aveva donato a mio
padre per tutta la vita, rinunciando a se stessa, senza farsi troppe domande,
vivendo il suo destino di moglie e di madre per come la sua cultura l’aveva
cresciuta e predisposta.
Vedere papà sdraiato sul divano di casa quando non era ricoverato in ospe-
dale era un sollievo, per quanto il colore del suo viso ed i segni nel suo
corpo non lasciavano spazio a grandi fantasie di guarigione, ma ero felice

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Il sorriso di un padre che muore

di saperlo a casa, con la famiglia, con il suo cane, Bigol, che non lo abban-
donava un attimo, che lo riscaldava con il suo corpo quando papà aveva le
crisi di freddo, sdraiandosi su di lui.
La notte che morì non feci in tempo a chiamare la mamma e mio fratello,
papà alternava momenti di coscienza con momenti nei quali dondolava la
testa da un lato all’altro dal dolore, il suo corpo era distrutto dal tumore,
non riuscivo nemmeno a potergli accarezzare la testa perché sentivo le ossa
muoversi, era tenuto insieme da una sorta di busto metallico che gli sorreg-
geva il mento per evitare che morisse soffocato, non aveva più le vertebre
cervicali, si era fatto così piccolo, così magro, così vecchio. Riprese co-
scienza e mi sorrise, gli detti da bere, togliendogli quell’orribile macchina
succhia bava, gli feci la barba e lo pulii ovunque, donandogli quella dignità
alla quale teneva tanto.
Morì poco dopo, in silenzio, sereno, forte, tanto forte da sconfiggere il do-
lore rinunciando fino all’ultimo alle smorfie della sofferenza e regalandomi
quello che nella sua vita rare volte era riuscito a fare, un sorriso, il sorriso
di un uomo che muore di fronte a suo figlio.
Questa immagine di mio padre ha cancellato in un attimo il nostro con-
flitto, la nostra difficoltà di relazionarci, le nostre difese, la nostra stupidità
per non esserci mai lasciati abbracciare, la nostra reciproca coscienza di
amarci, di essere vicini quando eravamo lontani, preoccupati uno dell’altro
in un tacito mutuale abbraccio; con quel sorriso mi ha donato la gioia del
suo ricordo che porto con me ormai da tanti anni, pronto a raccontare la
sua storia ai miei figli per tramandarne il coraggio di fronte al dolore, di
fronte alla morte che l’ha trovato vivo, anche nella coscienza che la sua vita
era giunta al termine.
Restai per alcune ore di quella notte a vegliare il corpo di mio padre, gli
legai il mento e le gambe con un drappo bianco, gli smontai quell’orribile
busto con tutti i suoi accessori, quindi chiamai mia madre e mio fratello

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Singole Esperienze collettive

che mi raggiunsero in ospedale, con i quali mi sentivo in colpa per non


essere riuscito ad avvisarli in tempo, affinché avessero potuto godere di
quello stesso sorriso.
Qualche settimana dopo la sua morte, mentre ero già tornato nella mia
casa, vivevo ormai da solo all’Isola d’Elba, con il mare fuori dalla porta, ero
nel letto che dormivo quando mi svegliai all’improvviso, mi misi a piange-
re chiamando mio padre, tutta la notte, belando come un bambino, come
quel bambino che si era ricordato il sorriso di suo padre che la memoria e
gli anni avevano nascosto. Mi ricordai infatti il sorriso che mi regalò mio
padre quando imparai ad andare in bicicletta, a cavallo di una graziella blu
con il contro pedale, sulla quale anche mio fratello aveva mosso le prime
pedalate: per tutta la notte mi ricordai che mio padre m’insegnò tante cose,
che mi regalò tanti sorrisi, mi addormentai solo al mattino, per poi risve-
gliarmi poco dopo, sorridente.
Aprii la porta, feci due passi e mi fermai in riva al mare per sentirne il
sapore, per ascoltare il vento, per guardare oltre la vita che per mio padre
era ormai finita.
Mi tuffai per farmi accogliere ancora una volta dall’energia del mare.

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GLI ORCHI A BANGKOK

Bangkok era una caotica città fatta di caotici silenzi alternati a rumori in-
fernali dei clacson, dei motori, dei cantieri. Mi rifugiavo spesso lungo il
fiume prendendo una barca per trovare quella quiete di cui avevo bisogno.
In quella città ho imparato a riconoscere i predatori di bambini, nei suoi
quartieri ove il sesso ed il turismo si confondevano in una unica offerta. Visi
occidentali, tedeschi, danesi, italiani, australiani, americani, francesi, quin-
di espressioni orientali dei giapponesi e dei coreani, tutti intenti alla scelta
della bambina o del bambino di turno con cui fare sesso, nel modo più gra-
dito, senza regole, senza umanità, solo oggetti di piacere fatti d’infanzia.
Tutti anonimi cittadini, gente comune che avrei potuto incontrare in qual-
siasi altro luogo, nessuna espressione a tradimento della loro pulsione, del-
la loro cultura pedofilica, nulla che potesse anche marginalmente renderli
diversi da me o dagli altri.
Raggiunsi il confine con la Cambogia per incontrare i miei committenti,
per i quali condussi un lavoro, quindi mi presi qualche giorno di relax a
Pukhet, mangiando frutta fresca in compagnia di una amica americana
che avevo conosciuto da poco e che mi raggiunse, Allison, impegnata in
una nascente associazione che anni dopo divenne il punto di riferimento
della lotta allo sfruttamento dei minori nel turismo sessuale, la quale
conduceva una ricerca proprio sulla prostituzione minorile e sulla richie-
sta da parte degli occidentali di bambini molto piccoli, prepuberi, anche
sotto i sei anni di età.
Aiutarla nel suo lavoro mi ha consentito di confrontarmi con una realtà che
conoscevo ma che non riconoscevo nella sua crudeltà, ove lo sfruttamento

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Singole Esperienze collettive

sessuale era alla base di un traffico e di un commercio dell’infanzia di più


ampio respiro. Riuscì a parlare con un pedofilo italiano, un bresciano in
pensione che si era trasferito in Thailandia da qualche mese, felicissimo
della sua scelta, al suo fianco c’erano tre bambine, molto piccole, dieci
al massimo dodici anni, occhi furbi e sorriso esperto, gergo classico delle
puttane, abbigliamento composto da capi da donne adulte indossati da
bambine, i capelli bellissimi, neri e lisci, curati, le mani stanche e gli occhi
di un solo colore, questo ricordo di quelle tre bambine.
L’uomo si sentiva paradossalmente un benefattore perché le aveva compra-
te da un bordello, le nutriva e le curava in ogni loro esigenza, ripagato dalle
attenzioni che le bambine avevano imparato a vendere per mantenersi quel
tutore gradito e ormai amato, con il quale la confidenza era così palese negli
ammicchi sessualizzati che non lasciavano spazio a dubbi di alcun genere.
Non provai particolari sensazioni di disagio, mi limitai ad osservare ed
imparare, guardando ed ascoltando l’uomo nei suoi racconti di caccia, nei
suoi dubbi durante la scelta delle bambine, preoccupato che fossero state
violate anche nell’orifizio anale, che egli desiderava integro, le aveva fatte
visitare per scongiurare il pericolo di malattie veneree, come fanno i fattori
alla scelta dei maiali nelle fiere agricole.
Allison lo osservava dall’alto verso il basso, era una ragazza molto bella,
proveniente dallo stato dello Utah, era una mormona, i capelli lunghi,
castano chiari e gli occhi di un blu profondo, intenso, preparata nella sua
materia, laureata in psicologia; dopo aver lavorato negli USA per qualche
tempo, decise di darsi alla cura dei bambini nei paesi del terzo mondo sce-
gliendo quell’associazione che gli aveva proposto alcuni incarichi.
Le traducevo quelle parole che anche io facevo fatica a comprendere a
causa del forte accento bresciano e del dialetto che mischiava all’italiano,
Fabrizio, questo era il suo nome, sembrava divertito dal mio interesse,
che comprese come una sorta di interesse diretto verso le bambine, verso

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Gli orchi a Bangkok

quel mondo senza regole ove potevi acquistare una bambina di sei anni
per meno di mille dollari americani.
Mi raccontò, vantandosene, delle sue esperienze con numerose minori tai-
landesi, delle fotografie che aveva scattato e che collezionava, degli incontri
con gli altri pedofili all’interno di una sorta di club nato spontaneamente nei
bar gestiti dai tedeschi che circondavano il quartiere del sesso di Bangkok.
Diffidava dei giapponesi che egli considerava dei sadici perché era risaputo
che i gestori dei bordelli preferivano vendergli direttamente le bambine ed i
bambini ad un prezzo elevato, coscienti che erano dei “vuoti a perdere”, che
li avrebbero maltrattati a tal punto da non essere più commercialmente uti-
li. Quando l’uomo ci lasciò lo osservammo andar via con le sue prede, tre
bambine molto piccole e molto basse, tutte capelli e profumo, ancheggianti
e paradossalmente felici di essere schiave di un solo uomo.
Allison mi raccontò che ben conosceva quel mondo, che la miseria, il de-
grado e soprattutto la richiesta avevano fatto crescere l’offerta in modo
esponenziale in tutto il paese, concentrando sulle maggiori località turisti-
che numerose bambine e adolescenti provenienti sia dalla Thailandia che
dalla Cambogia, dal Laos, dal VietNam. Mi disse che una grande responsa-
bilità in quel commercio l’avevano gli americani, i quali durante la guerra
con il VietNam trovavano in Bangkok l’isola felice ove sfogare i desideri
più perversi, aggravati dalla brutalità di quella guerra, città in cui trovava-
no l’offerta di quelle piccole donne.
Il giorno dopo mi portò in un villaggio nel nord del paese, molto picco-
lo, nel quale aveva iniziato un’opera di alfabetizzazione contro le malattie
veneree, una vera piaga per moltissime ragazzine, spesso ripudiate dalla fa-
miglia e costrette a tornare alla vendita del proprio corpo per sopravvivere,
oppure al procacciamento di altre bambine per soddisfare le richieste del
proprio padrone.
Incontrai una bambina con un sorriso smagliante, un viso molto bello,

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Singole Esperienze collettive

gli occhi profondi e le labbra che sembravano disegnate, con dei modi
gentili che le donavano una energia meravigliosa, aveva tredici anni, non
ricordo più il suo nome ma ricordo bene la sua storia, venduta a soli sei
anni dalla famiglia di origine ad un uomo che disse che l’avrebbe tenuta
come tuttofare a casa propria, invece la rivendette ad un primo bordello e
da lì ad altri fino a quando Allison la incontrò in un ospedale della carità
dopo che aveva partorito il suo bambino, che morì poco dopo, almeno
così le fu detto.
Allison mi spiegò che, quel che io stesso avevo notato e di cui ero rimasto
colpito nella bambina, era esattamente quello che gli occidentali cerca-
vano, la purezza della bellezza e la gentilezza in queste bambine e più in
generale nelle ragazze tailandesi, che facevano di loro delle amanti gradite,
delle schiave rassegnate, delle puttane ricercate. Mi spiegò quanto era faci-
le camuffarne l’età trasformando in bambine quelle ragazzine più grandi,
oppure in donne quelle bambine più piccole, in base ai gusti del cliente.
Chiesi se c’erano dei controlli di Polizia ma si mise a ridere dandomi con
il suo splendido sorriso la risposta più esauriente, continuammo il giro
delle visite sia in quel villaggio che in altri per tutto il resto della giornata,
successivamente tornammo a Bangkok ove avevamo appuntamento con
Fabrizio in un bar gestito da un tedesco.
Karl era un cinquantenne proveniente da Flensburg, nel nord della Ger-
mania, viveva in Thailandia da oltre venti anni, prima era stato in Bir-
mania e prima ancora in Malesia, ove aveva lavorato per una azienda
tedesca per poi mollare tutto e raggiungere Bangkok, il paradiso, diceva
lui. Guardava Allison con sospetto, aveva capito che non era una turista
e nemmeno una donna interessata ai massaggi tailandesi, lo rassicurai di-
cendo che era la mia ragazza e che le piacevano le donne, molto giovani;
Karl rise di gusto e mi strizzò l’occhio esclamando una frase in tedesco
alla quale risposi nella stessa lingua, iniziando così una conversazione più

56
Gli orchi a Bangkok

amichevole grazie alla quale ne conquistai la fiducia.


Mangiammo delle ottime aragoste alla piastra servite con tante e diverse
salse piccanti, bevendo finalmente una vera birra tedesca, apprezzata anche
da Allison che era interessata a capire i livelli di commercio dei bambini in
quel quartiere, nel quale i bordelli erano tanti, con le bambine in vetrina o
esposte in ampie aule per essere scelte dai clienti.
Fabrizio parlava solo bresciano, con qualche parola in inglese, mi colpì
quando gli chiesi come faceva a farsi capire, rispondendomi che molti
bambini parlavano italiano, confermandomi così l’importanza della pre-
senza degli italiani in quel paese, in quel commercio, talvolta gestito anche
da cittadini provenienti dal nostro bel paese, italiani brava gente pensai.
Karl ci introdusse all’interno del quartiere, indicandoci in quale locale an-
dare ed in quale non entrare, quale mafia temere e quale invece no, quanto
pagare e quanto pretendere, era un esperto di quel mondo in cui era ormai
immerso da anni. Allison sapeva manipolare la conversazione portandola
sulla richiesta di soggetti più raffinati, meno commerciali, una sorta di
mercato nero dei bambini, più riservato. Karl rispose che avremmo dovu-
to seguire i giapponesi per trovare qualche specialità particolare, Allison
rispose semplicemente che voleva comprare delle bambine per crescerle
come le sue schiave, per giocarci come le bambole, più o meno quello che
aveva fatto Fabrizio e le altre migliaia di uomini come lui. Le chiesi quante
donne erano inserite in quel circuito, mi dette una risposta agghiacciante
dicendomi il numero delle donne che raggiungevano quel paese per com-
prare le bambine per immetterle nella tratta delle schiave in favore dei
ricchi uomini arabi e del medio oriente. Quella sera capii quanto potevo
essere utile alla lotta contro la pedofilia e contro lo sfruttamento sessuale
dei bambini, non solo orientali, perché ero cosciente, anche ascoltando i
commenti di Fabrizio, di Karl e degli altri occidentali presenti nel locale,
di quanti bambini erano ormai stati inseriti nel circuito della prostitu-

57
Singole Esperienze collettive

zione minorile; anche in Europa, specialmente a Berlino, città che ben


conoscevo ove i bambini non avevano il viso orientale ma gli occhi chiari
degli slavi, dei russi. Rividi Allison qualche settimana dopo, rientrando
dal confine con la Cambogia, era stanca e si apprestava a tornare negli USA
per un evento che riguardava la sua comunità, composta da mormoni.
Rimanemmo in contatto per qualche tempo, poi si è sposata, ha avuto dei
figli ed ora è una brava analista, lavora nella sua comunità di mormoni,
nello Utah. Debbo ringraziarla perché è stata lei a stimolarmi nella scelta di
prestare la mia esperienza contro la predazione dei minori, insegnandomi
a comprendere la differenza fra il pedofilo e la pedofilia, fra l’abusante ed
il predatore di bambini.

58
EX JUGOSLAVIA

Non ho mai amato molto il freddo, Zagabria in quella prima metà degli
anni novanta mi presentò una giornata di vento teso e gelido, contro il
quale la mia sciarpa si arrese subito paralizzando la mia schiena ormai resa
marmo dalla rigidità fisica; fortunatamente arrivò la donna che mi accom-
pagnò all’International Hotel Zagreb. Era l’assistente di un ex colonnello
delle forze armate britanniche che si era riciclato in un dirigente di una so-
cietà privata che offriva consulenze per la sicurezza alle varie organizzazioni
presenti su tutto il territorio della ex Jugoslavia, martoriato dal conflitto
che era iniziato tre anni prima, poco dopo la caduta del muro di Berlino.
Non sapevo bene che tipo di servizio stava prestando per l’ UNPROFOR,
la forza delle Nazioni Unite, ma sapevo che avrei dovuto incontrarlo per
programmare la mia attività da condurre all’interno dei territori fra Mo-
star e Sarajevo, nei quali le feroci battaglie fra le parti in lotta avevano già
contribuito a smaltire la generazione dei giovani croati, serbi e bosniaci, fra
cristiani, ortodossi e musulmani.
Era in corso una delle tante tregue, fragile come le altre, condizionata ora
da un colpo di mortaio contro dei civili in fila per il pane o per l’acqua, ora
da un massacro di civili compiuto dalle varie bande paramilitari formate
da mercenari, da delinquenti, da presunti leader provenienti da mere espe-
rienze di ultras da stadio, ottimi catalizzatori di criminali e di avventurieri,
capaci di uccidere ma non di combattere in quella guerra civile, nella quale
le vittime maggiori sono state appunto i civili, mietuti dall’inciviltà colpe-
vole della civile Europa, resa cieca dalla propria ignavia e sorda alle grida di
chi aveva visto quell’orrore proprio al centro di una comunità, cui la storia

59
Singole Esperienze collettive

evidentemente aveva insegnato ben poco dopo il nazismo.


Il colonnello sembrava Higgins, quello dei telefilm di Magnum P.I. degli
anni ottanta, oppure Cico dei fumetti di Zagor, non mi ispirava grande
fiducia, mentre la giovane moglie che gli stava al fianco sembrava essere
il suo miglior consigliere, la quale si meravigliò del fatto che un italiano
potesse parlare così bene inglese e conoscere addirittura delle altre lingue,
giustificò il fatto in modo autonomo considerandomi figlio di emigranti,
glielo lasciai credere.
Raggiunsi Dubrovnik tre giorni dopo, ove incontrai un ufficiale svizzero
dell’UNPROFOR, una sorta di osservatore stanco di osservare quel che nes-
suno desiderava vedere e sapere, il quale mi dettagliò con mappe ed informa-
zioni rispetto alla via più sicura per raggiungere Sarajevo da solo, in modo
anonimo, senza grande copertura, in un territorio infestato da bande di varia
etnia, oltre ai reparti in lotta attualmente frenata dalla tregua in corso.
Ragusa era il nome originale di quella bellissima città costiera, una zona
relativamente calma escluso qualche colpo di mortaio, un paio di missili e
le solite sparatorie, ma niente rispetto alla distruzione avvenuta nelle altre
città della ex Jugoslavia, ora suddivisa in zone, territori, enclave.
I colori del mare erano stupendi durante il tramonto, nonostante il vento
freddo mi piaceva restarmene a ridosso lungo un piccolo pezzo di spiag-
gia che percorrevo con le mie scarpe d’avventura, le avevo nominate così
perché mi seguivano da molto tempo ormai nei vari teatri in cui avevo
operato; un anonimo paio di stivaletti di pelle, invecchiati e mantenuti
morbidi con il grasso del maiale, un vecchio metodo contadino che mia
nonna mi aveva insegnato fra la raccolta della mentuccia di campo e il
superamento abusivo della fila alla posta. La madre di mia madre era una
donna molto forte, durante la guerra il marito era sul fronte francese, lei
seppe tirare su tre figli, trovare da mangiare e soprattutto avere anche il
tempo per parlare male di qualcuno insieme alle altre donne del vicinato,

60
Ex Jugoslavia

mantenendo quella meravigliosa normalità pettegolante paesana nono-


stante i fascisti, i nazisti e le bombe.
Ero in attesa di salire su un autobus che portava verso Mostar alcuni anziani
che erano riusciti a raggiungere quelle zone considerate cuscinetto nelle quali
le varie organizzazioni umanitarie offrivano il rifugio temporaneo contro gli
assalti delle varie milizie, quando una anziana donna con un fazzoletto legato
in testa, quello tipico delle contadine, si staccò dalla fila per correre a salutare
il marito che invece sarebbe rimasto ancora un po’ a Dubrovnik, era una
misura di sicurezza adottata per evitare che intere famiglie fossero distrutte in
caso di attacco, quella di scaglionare le partenze dividendo i parenti.
Ci fu un grande abbraccio fra i due, magri e con la sofferenza scritta in
faccia, i quali si salutarono con una dolcezza che rare volte avrei rivisto in
vita mia, la donna carezzò il viso antico dell’uomo con il palmo della mano
mentre questi le metteva dei soldi ed un uovo in una sacca, non c’erano
lacrime ma era un pianto silente fatto di un millimetrico distacco di mani
fino alla loro completa divisione. La donna salì fra le grida dell’autista che
aveva paura di restare fermo troppo a lungo per non dare il tempo ad un
potenziale cecchino di collimare il bersaglio.
I cecchini erano infatti il fiore all’occhiello di quel massacro, pietanze spe-
ciali nel menù dell’orrore, capaci di abbattere le persone come mosche,
capaci di quella poesia di guerra che li stimolava a colpire le coppie di
giovani fidanzati in fuga su un ponte, attendendo che fossero capaci di rag-
giungersi benché già feriti e darsi la mano prima di essere finiti, proprio per
enfatizzare ancora di più il messaggio di morte siglato dal dito e dall’occhio
di un cecchino anonimo, vero rebus per gli osservatori che avrebbero do-
vuto relazionare la bandiera per cui sparava sui civili inermi.
Il viaggio iniziò, mi offrii di sedere in prima fila accanto all’autista, come
lui ero il più giovane a bordo, l’unico straniero, dissi di essere un giornalista
francese che intendeva fare un reportage sulla tregua in corso, sfruttando

61
Singole Esperienze collettive

quel poco di serbo-croato che nei mesi precedenti avevo imparato a parla-
re; una delle prime frasi che sono riuscito a dire durante il corso è stata non
mi sparate, mentre ho imparato a leggere in fretta la scritta campo minato in
caratteri cirillici. Ogni tanto vedevo l’espressione preoccupata dell’autista
quando in lontananza si affacciava un posto di blocco improvvisato, fino
a rilassarsi quando riconosceva i componenti di qualche milizia, alcuni dei
quali salivano a bordo per controllare gli occupanti, con lo sguardo truce,
da finto duro, armati fino ai denti, mi chiedevano chi fossi ed io mostravo
le tre o quattro macchine fotografiche che mi ero portato dietro, parlan-
do in francese e dicendo che desideravo incontrare quelli della Legione
Straniera che erano stati inviati come truppe dell’ONU a difesa dei civili,
quando ci riuscivano e quando qualche cecchino non ammazzava anche
loro. Sapevo che l’ONU non era molto amato, specialmente gli olandesi,
ma ero certo che proprio per la tregua in corso nessuno avrebbe rischiato
di colpire un giornalista francese, poco dopo che era stato ucciso l’ultimo
legionario. Mostravo anche una sorta di lasciapassare che nessuno avrebbe
mai letto. Solo in un caso ho temuto di fronte ad uno di questi miliziani il
quale era completamente ubriaco o drogato, giocherellava con una pistola
mentre mi chiedeva alcune cose in serbo-croato, non rispondevo e tenevo
la testa bassa in segno di sottomissione, al fine di gratificarlo sperando che
si allontanasse al più presto, così fece. Una delle procedure per evitare di
finire ammazzati da un miliziano ubriaco o arrogante è proprio quella di
dissimulare ogni capacità di reazione o di osservazione, evitando di guar-
dare il soggetto o ciò che lo circonda, immagine da scattare prima mental-
mente al momento della percezione del pericolo; evitando di rispondergli
per non dargli l’opportunità di interpretare male il contenuto della risposta
e di porre altre domande, mettendo in conto qualche spintone, qualche
cazzotto oppure un calcio; se fossi stato costretto a rispondere avrei do-
vuto farlo in modo secco e diretto con un si o con un no, senza stimolare

62
Ex Jugoslavia

discussioni, se non sapevo cosa rispondere bastava che iniziassi a piangere


ed implorare di non essere ucciso. Questo è ciò che mi era stato sommaria-
mente insegnato dai miei istruttori americani, israeliani, inglesi, sudafrica-
ni e francesi, tutti ex di qualche reparto militare del loro paese d’origine,
tutti membri di quella ragnatela di società private che contribuivano a
implementare il valore operativo della struttura del colonnello inglese per
il quale in quel momento stavo conducendo il mio lavoro, senza sapere
assolutamente chi fosse il suo committente principale. Ci fermammo poco
dopo aver raggiunto un ponte sulla strada, verso Sarajevo, qualcuno ne
approfittò per fare i propri bisogni, l’anziana donna tirò fuori l’uovo dalla
borsa e con dolcezza iniziò a sgusciarlo, mangiandolo a piccoli morsi, come
se carezzasse ancora il viso del proprio marito, probabilmente già in viaggio
su un altro autobus.
Hedna era un bosniaco sulla cinquantina, ex musicista, padre di due ragaz-
ze gemelle trucidate assieme alla moglie bosniaca dai componenti di qual-
che milizia serba una sera di due anni prima. Viveva in un villaggio intorno
a Sarajevo quando all’imbrunire giunse una Lada rossa con un megafono
che invitava la popolazione a consegnare le armi, il cibo, i valori ed i ribelli,
dicendo che poco dopo ci sarebbe stato un rastrellamento invitandoli a ri-
unirsi al centro del paese; le due figlie erano poco più che adolescenti, dalle
foto che mi mostrò notai che erano molto belle, anch’esse musiciste come
il padre, che suonava il violino, aveva suonato anche in Italia in gioventù
conservando un bel ricordo di Padova, la moglie era mora, coi capelli ricci,
conosciuta da bambino e cresciuta con lui. Quando giunse il reparto si
accorse che non erano soldati ma membri di una delle tante squadracce
formate da paramilitari, simili a quelli che avevano compiuto il massacro
di Vukovar, i quali per prima cosa divisero gli uomini dalle donne, i bam-
bini dalle madri, le donne giovani e le ragazze da tutti gli altri per portarle
a bordo di alcuni autobus, oppure in qualche angolo per violentarle senza

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Singole Esperienze collettive

troppa privacy, riuscendo a farlo anche di fronte a tutti, figli compresi.


Le due sorelle e la madre dovettero soddisfare oltre quattordici miliziani
prima di essere sgozzate e incravattate con la propria lingua, come loro le
altre che evidentemente si ribellarono in qualche modo o forse furono solo
uccise come esempio per tutti, proprio per evitare le ribellioni fra le donne
destinate ad una orribile forma di detenzione e di schiavitù, fino a partorire
dei serbi, fino a suicidarsi per non farlo, fino ad uccidere il proprio figlio
oppure ad abbandonarlo se in qualche modo fossero riuscite a sopravvive-
re. I giorni trascorsi con Hedna furono educativi, cercava di essere gentile
con tutti, aveva ereditato una golf da un suo parente scomparso da qualche
parte, che offriva ai giornalisti presenti a Sarajevo insieme ai suoi servizi
di autista e di guida, parlava un ottimo tedesco e sicuramente la sua scelta
fu fatta dal colonnello inglese anche prevedendo la sua capacità di reagire
in caso di attacco o di sequestro da parte di qualche paramilitare sbandato
o meno organizzato, soggetti che Hedna cacciava come prede, pronto ad
ucciderli con l’arma che teneva nascosta sotto la scocca della macchina.
Tornai a Mostar qualche giorno dopo, salutai Hedna con il quale imparai
a mangiare quei pochi frutti del suo orto di guerra, in quella desolante
miseria che era Sarajevo, compresi anche il gesto dell’offerta dell’uovo sodo
donato alla moglie da parte dell’anziano profugo, infatti al mercato nero
un uovo costava trenta marchi tedeschi, l’unica moneta valida al posto
della Kuna. La guerra è sempre stata un mezzo di arricchimento per i molti
che invece di combatterla l’hanno semplicemente sfruttata.
Mentre mi allontanavo sentivo il suono dei colpi di artiglieria che ave-
vano ripreso a dar voce alle grida della guerra, uno di questi qualche
settimana dopo donò la scusa alla NATO per intervenire contro que-
gli obiettivi già conosciuti e mai interdetti prima, quando raggiunse un
mercato facendo strage di cittadini inermi intenti a racimolare qualche
uovo sodo pagandolo con la vita.

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Ex Jugoslavia

L’UNPROFOR lasciò posto all’IFOR ed iniziò quella progressiva pacifica-


zione armata che ha permesso di mantenere le varie tregue fino al disarmo
definitivo, ha permesso di indicare al tribunale internazionale dell’Aja quei
presunti responsabili dei tanti crimini di guerra avvenuti nella ex Jugosla-
via, fra i quali mi auguro ci fosse stato anche chi ha trucidato la famiglia di
Hedna, sperando che lui non nasconda più un fucile sotto la scocca della
sua auto e che abbia ripreso a suonare il violino.
Il viaggio di ritorno verso Mostar fu particolarmente teso, eravamo in co-
lonna con tre auto, la prima in osservazione e bonifica, la seconda con a
bordo me ed il personaggio d’interesse, la terza a chiusura e copertura del
convoglio i cui mezzi non avevano altra protezione se non qualche piccola
arma individuale e l’esperienza degli autisti; nulla ci avrebbe salvato da una
bomba posta lungo la strada oppure da un tiro di RPG, sapevo benissimo
che solo il mantenimento dell’anonimato dei passeggeri di quel convoglio
avrebbe potuto garantire l’incolumità di tutti gli occupanti. Prendemmo
l’uomo all’Holiday Inn di Sarajevo, da un inglese che alloggiava alla stanza
825, riconoscibile da alcuni dettagli e dalla contromarca prestabilita, così
fu ed iniziammo a pianificare il percorso verso Mostar.
Questi non sapeva che avevo già fatto il viaggio inverso a bordo di un
autobus carico di profughi, che avevo lasciato lungo il percorso una serie
di piccole borse impermeabili con alcune razioni di sopravvivenza ad ogni
sosta, approfittando del momento di espletare le mie funzioni fisiologiche,
sacchetti contenenti anche gli accessori idonei per una eventuale fuga a
piedi attraverso la montagna. Non mi fidavo molto di lui come egli non si
fidava di me, mi istruì rispetto alla destinazione finale e sul fatto che lungo
la strada avremmo potuto incontrare una pattuglia dell’UNPROFOR for-
mata da legionari francesi, che in caso di problemi con questi avrei potuto
chiedere di parlare con un loro tenente di origine croata presente in teatro
del quale mi dette il nome e la contromarca. I tre autisti erano locali, rela-

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Singole Esperienze collettive

tivamente giovani, tutti e tre erano già stati nella Legione Straniera in pas-
sato, l’uomo d’interesse era di Mostar e ricopriva qualche carica all’interno
di ciò che restava della municipalità, il quale mi sorrise per non parlare mai
più fino alla destinazione finale, che fu proprio il municipio di Mostar.
Gli occhi erano attenti ma non ciechi di fronte alla bellezza di quei luoghi,
contornati dal suono del fiume, che aveva trasportato anche molti cadaveri,
la velocità delle auto non era sostenuta e potevo godere di quello spettacolo
naturale che mi appariva ad ogni curva, ad ogni tornante, ad ogni sosta.
Con gli occupanti delle altre auto ci parlavamo con i segni che avevamo
prestabilito nel breve briefing prima della partenza, fatti con le mani, con
i fazzoletti, con le frecce e con i fari, non usavamo ne radio ne radiotele-
foni, nulla di elettronico; lo sventolio di un fazzoletto fuori dal finestrino
dell’autista della prima auto significava di invertire la marcia il più velo-
cemente possibile e sganciarci dal convoglio, mentre quattro colpi di stop
consecutivi significava che era tempo di sosta, per fare il punto della situa-
zione e per verificare il riscontro di alcuni segnali lungo il percorso, in base
ai quali potevamo sapere l’indice di rischio dei prossimi chilometri.
In quella operazione si sono mosse una serie di cellule formate da uno a tre
operatori, i quali non sapevano nulla altro che il proprio perimetro d’azio-
ne, la propria missione coscienti che il rigoroso rispetto delle indicazioni
ricevute e soprattutto degli orari stabiliti significava la vita o la morte di
altri operatori. L’ex colonnello inglese che l’aveva organizzata era un esper-
to di questo tipo di esfiltrazioni, aveva scelto dei soggetti che difficilmente
si sarebbero rivisti ancora, cellule formate da team rodati, come i tre ex
legionari, oppure da singoli operatori provenienti da varie nazioni, ognuna
assolutamente indipendente ed autonoma che riferiva ad un proprio con-
tatto, diverso dal contatto di un’altra cellula.
Sentivo il vento freddo come la tramontana che mi soffiava sul collo, mi
sedetti lungo un’ansa del fiume, su una roccia per mangiare un boccone,

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Ex Jugoslavia

fra i miei compiti non c’era quello di fare sicurezza attiva, ci pensavano gli
autisti, dovevo solo raccogliere i segnali e valutarli per scegliere le opzioni
sul programma in base alla valutazione del rischio effettuata nel frattempo
da altri operatori. Provai una profonda sensazione di benessere quando
un raggio di sole raggiunse la mia faccia, chiusi gli occhi e mi lasciai
andare, il respiro del fiume scandiva il tempo mentre gli alberi filtravano
i rumori e gli odori trasportati dal vento, stavo bene ed ero sereno, ogni
tanto potevo sentire qualche colpo di artiglieria pesante in lontananza,
non avevo paura se non di qualche gruppo di sbandati che infestavano la
zona, pericolosi per quanto impauriti loro stessi d’incontrare delle truppe
regolari o peggio ancora i paramilitari.
Pensavo a come mi sarei comportato in caso di scontro a fuoco, se sarei
stato capace di sparare, di uccidere; avere un’arma rende forti, sicuri, ma
decisamente timorosi di doverla usare, in quel caso la pistola che tenevo
nella piccola borsa a tracolla avrebbe potuto far poco in caso di attacco
militare, sapevo che in tal caso avrei dovuto sganciarmi con l’uomo d’in-
teresse appena avvertiti i primi colpi, certo che gli autisti avrebbero tenuto
impegnati gli assaltatori con le loro armi e la loro capacità di tiro, questo
era una delle ipotesi per le quali avevo disseminato le razioni di emergenza
lungo il tragitto, che rappresentavano anche il segnale per la cellula di va-
lutazione del rischio del mio avvenuto passaggio.
Tutto era parte di uno studiato disegno, di cui solo coloro delegati dall’ex
colonnello inglese sapevano legare un punto ad un altro, come i giochi dei
cruciverba; disegno del quale noi eravamo solo i puntini neri. Giunsi a
Mostar relativamente tranquillo, consegnai l’uomo d’interesse ad un fran-
cese e mi sganciai, fine dell’operazione; ricevetti il mio compenso, quaran-
tamila dollari americani, contenuti in un pacchetto di banconote da venti,
cinquanta e cento dollari fasciato con la carta stagnola, tipo quella che si
usa per gli alimenti. Da quel momento avrei dovuto trovare il modo di ri-

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Singole Esperienze collettive

entrare in Italia, perché terminava ogni collaborazione con l’ex colonnello


inglese e con la sua ciurma.
Raggiunsi la cittadina di Stolac grazie al suggerimento di uno degli ex le-
gionari con cui ci salutammo bevendo un pessima birra, il quale m’indicò
un camion che doveva trasportare un gruppo elettrogeno da quelle parti,
parlò con l’autista che per un centinaio di marchi tedeschi mi affittò il
sedile del passeggero. Era parte di un convoglio di mezzi pesanti e questo
mi rassicurò sul fatto che la possibilità di essere venduto dall’autista era
minima, non avevo più la pistola con me, che avevo ricevuto e riconse-
gnato agli uomini del colonnello inglese, solo dopo averla pulita dalle mie
impronte, mi tenni la borsetta a tracolla che ancora conservo, ora ci metto
le lenze per andare a pesca.
Mangiai una sorta di spiedino di carne locale, prima di trovare un passag-
gio per Dubrovnik, intendevo arrivare prima del tramonto, così feci, trovai
una pensioncina appena fuori dal centro storico, umile e malandata, ma
accogliente come non mai nonostante l’acqua fredda. Il giorno dopo ne
approfittai per visitare le vecchie mura della cittadina, bellissima, con il
mare sullo sfondo che sembrava un disegno ed i suoi sapori che mi regala-
rono una salubre sensazione di pace.
Sentivo le voci dei bambini che attendevano in fila indiana di essere censiti
da qualche operatore umanitario, gli andai incontro e conobbi Hellen, una
grassa canadese con un viso bellissimo, lavorava per una agenzia dell’alto
commissariato per i rifugiati dell’ONU.
Aveva un profilo dolce, capelli biondi corti appena sopra le spalle, mi vide
che osservavo quei bambini sorridendo con gli occhi, prima mi squadrò
per bene poi mi sorrise anche lei, mi alzai e la raggiunsi salutandola in ser-
bo-croato, mi rispose in inglese chiedendomi se fossi dell’UNPROFOR,
risposi di no e rimase sorpresa.
Uno dei bambini si staccò dalla fila quando mi vide, corse incontro ad

68
Ex Jugoslavia

Hellen, si fece la pipì addosso, avrà avuto sette anni, magro come un chio-
do, era terrorizzato dalla mia presenza, mi abbassai, piegando le gambe e
raggiungendo la sua altezza, gli chiesi come si chiamasse ma non rispose,
non mi disse una parola, mi fissava con i suoi occhi grandi, blu di un ta-
glio particolare, lungo come quello dei gatti. Cercai invano di rassicurarlo,
continuava a tremare come una foglia mentre gli altri bambini lo osser-
vavano come se stessero guardano un teatrino delle marionette, scambiai
uno sguardo d’intesa con Hellen la quale nel frattempo le aveva preso in
braccio e gli cantava lentamente una sorta di ninna nanna in francese-
canadese, questo era il suo rodato metodo per calmare quel bambino, reso
muto dalla vista di qualcosa di terribile a cui aveva assistito. Hellen mi
raccontò che non hanno mai saputo chi fosse, quando fu consegnato da
qualcuno dalle parti di Pale che lo lasciò nelle mani dell’UNPROFOR
era ferito alle braccia, bruciate dal fuoco ed aveva una vistosa lacerazione
alla testa da cui gettava sangue, dopo qualche mese lo hanno inserito in
quel gruppetto gestito da Hellen, quello dei fortunati che sarebbero stati
inviati in Canada, in Germania, in Svezia ed in Italia entro breve tempo,
tutti apparentemente orfani, o meglio, non reclamati da nessuno; alcuni
dei quali avevano vissuto momenti d’orrore che gli causavano una infinita
serie di problemi fisici e psicologici, molti di loro avevano visto morire i
propri familiari, uccisi barbaramente da presunti combattenti nascosti dai
passamontagna e caratterizzati dal simbolo della tigre.
Trascorsi un paio di ore giocando con loro, sentendomi un bambino e
coinvolgendo gli altri in un gioco fatto di corse, di otto giri a testa bassa
intorno alla borsetta che avevo poggiato a terra e dei tentativi di mante-
nere l’equilibrio nel tornare velocemente al punto di partenza; mi sentivo
piccolo, mentre loro avevano perso la propria infanzia in quella guerra a
due passi dall’Europa nella quale altri bambini erano pronti ad accogliere
questi nuovi compagni nella propria classe.

69
Singole Esperienze collettive

Pensai che avrei potuto riconoscere ovunque quegli occhi, quegli sguar-
di, anche quando quei bambini sarebbero diventati adulti, più di quanto
quella guerra li aveva costretti a crescere, assumendo delle espressioni da
grandi, con gli occhi attenti e furbi, oppure pieni di terrore e persi in un
progressivo autismo dal quale non tornare mai più.

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MOBY PRINCE

L’hangar alla Darsena Toscana predisposto per l’accoglienza e l’esame dei


resti delle vittime, progressivamente recuperate dal Moby Prince ancora ro-
vente, si stava riempiendo di teli sbiancati allineati in terra, il cui numero au-
mentava ad ogni viaggio delle ambulanze fra la banchina e la darsena stessa.
Sotto bordo della nave l’odore era molto forte, avvolto in una cappa di
calore che sembrava aver fermato il tempo di fronte a quella bara fumante,
già vecchia, in cui si era trasformato quel traghetto che fino a poche ore
prima trasportava la vita.
Vedere i resti carbonizzati della immagine di un uomo, di una donna, di
un bambino, era come guardarsi allo specchio della paura, era capire che la
vita finisce davvero, che la morte esiste, che è terribile e dolorosa, che tra-
sforma un corpo, una mente, un sorriso in una maschera di resti bruciati
che hanno assunto una posizione innaturale, a babbuino, con le fratture da
combustione e quelle smorfie invisibili ma immaginabili sul viso che non
c’era più, cancellato dalle fiamme.
Guardarmi intorno e vedere padri, madri, fratelli, figli, mogli, amici, gi-
rovagare fra lenzuola stese e i corpi deturpati nella ricerca di tracce per
riconoscere un segnale della presenza dei propri cari, come se fosse stato un
gioco; scoperto, trovato, ora alzati e andiamo via. Ma non era così. Nessu-
no si è più alzato da quell’hangar. Mi alternavo fra l’hangar “Karin B” e la
banchina, sotto bordo del Moby Prince, il traghetto che poche ore prima
era finito addosso ad una petroliera, per cause che ancora oggi, diciassette
anni dopo, sono sconosciute; banchina lungo la quale decine di ambulanze
attendevano il proprio turno per portare una bodybag con dei resti umani

71
Singole Esperienze collettive

dentro, di tanto in tanto raggiungevo l’azienda mezzi meccanici ove erano


raccolte le famiglie dei passeggeri, delle vittime, che ancora speravano che
un loro caro fosse saltato in mare e magari disperso, che un loro padre, una
madre, un figlio, una sorella, un amico, un collega, un fidanzato avesse
avuto il tempo di gettarsi fuori da quella nave trasformata in un braciere.
Ricordo i colloqui avuti con un poliziotto del sud che aveva perduto il
fratello, con il quale abbiamo cercato conforto reciproco, perché anche io
ero terrorizzato da quel tipo di morte e dal dovermi confrontare con i veri
protagonisti di quella fine, le vittime ed i loro cari.
Forse, già in quei giorni, è stata dimenticata la verità di quei morti, già
metabolizzati, già andati, ormai non più parte della esigenza di appari-
re, di esserci, di partecipare a quell’evento grande, importante, nel quale
l’esposizione generale di tutti i soggetti coinvolti, dal semplice infermiere
al politico importante ha pian piano nascosto le vittime che lentamente
lasciavano il lenzuolo non più bianco nel pavimento dell’hangar, perché
riconosciuti dai parenti attraverso un anello, un bracciale, un brandello di
qualcosa che ricordasse una vita bruciata.
Sono trascorsi diciassette anni, io ho i capelli che si stanno imbiancan-
do, avevo ventitre anni quando ho partecipato a quell’evento, con il quale
sono cresciuto ed al quale sono ancora emotivamente e non solo vincola-
to tutt’oggi. Scoprire la verità ancora non conosciuta, desecretare quella
conosciuta, recuperare quella occultata, restaurare quella manipolata, po-
trebbe finalmente permettere a tutti di elaborare questa vicenda, affinché
il 10 Aprile di ogni anno, la ricorrenza di quella tragedia, sia un giorno di
ricordi teneri di persone morte in modo orribile, di abbracci fra i super-
stiti ormai rassegnati ma sereni e, non più, un evento da rincorrere nella
speranza di essere stati più veloci di chi questa verità continua a spingerla
sempre più in la.

72
ABILMENTE DIVERSI

Ho sempre amato lavorare con l’handicap, utilizzando l’ambiente acqua


come una grande sala di socializzazione e di riabilitazione. Mi ero preso
un periodo di riflessione, ero impegnato nello sviluppo delle attività sociali
in favore dei portatori di handicap fisico motorio, sensoriale ed intelletti-
vo, stavo conducendo un bel progetto assieme ad alcune associazioni ed
enti locali, introducendo nelle attività condotte in piscina con i numerosi
bambini disabili anche i bambini normodotati, fra i quali qualche ragaz-
zino proveniente dalla ex Jugoslavia, nella speranza che avesse superato il
trauma e non si facesse più la pipì addosso, una volta ormai diagnosticata
la sua forma autistica ed il suo mutismo.
L’handicap è un mondo grande, nel quale ci sono delle patologie terribili,
l’ho scoperto interagendo con un bambino sordo e cieco parlandogli solo
attraverso il tocco della mano, guidandolo in ogni spostamento fino ad
immergerlo in acqua ove sembrava rinascere. Gli appoggiavo la testa sulla
mia spalla destra mentre con una mano sotto la schiena lo tenevo a galla,
fino a sentire il suo corpo rilassarsi, cedere alla paura e abbandonarsi alla
carezza dell’acqua; non riuscivo a vederne il sorriso ma lo sentivo, avvertivo
la sua felicità di vivere un momento di gioia, che probabilmente non aveva
mai vissuto prima. La sua rigidità era dovuta al fatto di essere cieco ed
anche sordo, completamente isolato dal mondo esterno, una condizione
che provai a ricreare per comprendere bene come avesse potuto vivere quel
bambino, provando per poco tempo a bendarmi gli occhi ed a metter-
mi dei tappi nelle orecchie, riuscendo a fare pochi passi prima di perdere
l’equilibrio; non avevo più la percezione della profondità, irrigidendomi

73
Singole Esperienze collettive

sulle gambe e nelle spalle, avvertii la sensazione di vomito, provai molta


paura, capii meglio la condizione di quel bambino ed imparai il linguag-
gio da utilizzare con lui, comunicando proprio attraverso le nocche ed il
palmo della mano.
Osservavo i genitori dei vari bambini che educavo in piscina, alcuni por-
tavano i segni sul viso della sofferenza provata a causa delle numerose dif-
ficoltà incontrate per donare al proprio figlio una vita dignitosa; altri ave-
vano assunto una espressione rabbiosa, causata dalle frustrazioni provate,
dagli ostacoli reali e da quelli nati dal pregiudizio e dall’ignoranza.
Incontrai un mio grande amico d’infanzia, che negli anni settanta stava
sempre fuori dal negozio della mescita di vino del padre con un pallone
in mano, chiedendo a chiunque gli passasse vicino di giocare con lui, lo
faceva con quel meraviglioso accento livornese, “si gioaaa”; grande perché
era grande, sia di età che di fisico, aveva un grave ritardo mentale per il
quale aveva trascorso molto tempo nei manicomi prima che li chiudessero,
ove aveva subito di tutto, motivo per cui ogni volta che doveva entrare od
uscire da una porta si copriva il volto ed abbassava le spalle per paura di
essere colpito.
Ricordo che lo incontravo sempre nel tragitto che facevo a piedi da casa
verso la scuola, con i pochi libri tenuti insieme da una cinghia di cuoio
con la maniglia, i miei lunghi capelli biondi sempre spettinati, i miei jeans
a macchie scolorite ed il maglione a collo alto di trevira che ho odiato per
tutta l’infanzia; lo vedevo sempre con le spalle attaccate alla vetrina del
negozio del padre, vestito di nero oppure con un orribile maglione di lana
rosso, lo salutavo e lui subito alzava il pallone che teneva sotto il braccio
e mi gridava “Fabiooo...si gioaaa?” ridendo e rimbalzando di felicità sulle
gambe, con la bava che iniziava ad uscirgli dai lati della bocca grande, gli
rispondevo di si ed iniziavamo a tirare calci a quel pallone di cuoio vero,
non di plastica leggera, ma di quelli professionali, lui faceva la telecronaca

74
Abilmente diversi

cercando di sillabare dei nomi che allora mi erano sconosciuti ma che poi
compresi essere stati quelli dei giocatori che sentiva quando lui era ancora
un bambino, una ventina di anni prima, negli anni cinquanta, prima del
manicomio.
Non mi riconobbe quando lo accolsi in piscina, era cresciuto anche lui,
aveva ancora quella espressione dolce, ebete, felice e inconsapevole che lo
rendeva un gigante buono, escluso per quelle due o tre anziane alle quali
mostrò tutta la sua fallica virilità colto evidentemente da un momento
di passione inconscia. Un mattino lo vidi arrivare con un pallone sotto il
braccio, mi guardò e disse “Fabioo....si gioaaa?”
Non mi aveva riconosciuto ma aveva solo imparato il mio nome, ho voluto
però per un attimo credere al miracolo, lo ringrazio ancora per quel mo-
mento d’infanzia che mi ha regalato.

75
AL G.I.D.E.S.

Il mostro di Firenze era diventato per noi toscani un’abituale presenza, tan-
to da renderla oggetto di scherzi, cambiandone il nome, da Cicci il mostro
di Scadicci, a Nello il mostro di Orbetello e così via per quasi tutte le provin-
cie toscane, esclusa Pisa, non contemplata dai livornesi per antiche rivalità.
Pacciani ed i suoi compagni di merende rappresentano il meglio del peggio
della campagna toscana, per niente romantica e storicamente assassina,
con i loro soprannomi caratterizzanti il modo in cui erano interpretati
e vissuti dalla loro comunità, il “Torsolo”, il “Katanga”, il “Vampa” tutte
definizioni per descrivere la loro scarsa intelligenza e l’elevata tendenza alla
frequentazione di circoli, osterie varie ove incontrare altri avventori con i
quali raccontarsi storie ed avventure, il più delle volte nate dall’abbondante
uso ed abuso del buon vino toscano.
Da bambino ho avuto l’opportunità di conoscere il “Vampa”, cioè il Pac-
ciani, perché l’artigiano presso il quale lavoravo come garzone durante la
mia infanzia usava recarsi a Firenze per comprare i trincetti con i quali
intagliare le statuine segnatempo oppure l’alabastro utilizzato per costruire
dei portagioie che rivendevamo da quel carretto a pedali durante i mercati
oppure all’entrata dell’acquario di Livorno. L’ho visto solo due volte presso
il venditore di trincetti che, destino burlone, era a sua volta un parente di
un altro personaggio successivamente coinvolto nell’inchiesta infinita del
caso del cosiddetto mostro di Firenze.
Pacciani Sembrava uno come tanti altri, anonimo e caratteristico allo
stesso tempo, tozzo, basso, icona del suo vivere di campagna e di lavori
manuali.

77
Singole Esperienze collettive

Molti anni più tardi raggiunsi Firenze dopo che al telefono un collega mi
chiamò per andarlo a prendere alla uscita dell’autostrada, per raggiungere
il “magnifico”, un palazzo che ospitava la Polizia di Stato. Da qualche tem-
po collaboravo con la sua struttura privata specializzata nei servizi ausiliari
di Polizia Giudiziaria, intercettazioni telefoniche ed ambientali, penetra-
zione di obiettivi, società coordinata da un ex alto ufficiale del Sismi,
il servizio segreto militare. Quando giungemmo all’ingresso c’era già un
agente che ci aspettava, il quale ci fece accedere e salimmo fino all’ufficio
del Gides, il gruppo investigativo delitti seriali, quello che indagava sui
casi del mostro di Firenze.
Avremmo dovuto controllare il fonico di una intercettazione ambientale
ed il tracciato di una localizzazione satellitare che, una volta che fummo
delegati dal giudice per le indagini preliminari, fu posta in essere nei con-
fronti di un indagato dalla Procura della Repubblica di Perugia, coadiu-
vando la polizia giudiziaria la quale stava svolgendo delle indagini relative
la morte di un medico perugino, Francesco Narducci, morto nel 1985; da
informazioni acquisite il procuratore titolare dell’inchiesta ipotizzava che
questi fosse in realtà un esponente di quel livello occulto che commissiona-
va i delitti del mostro di Firenze, ucciso per evitare che egli potesse rivelare
qualcosa. Tutta l’indagine, lunga più di trenta anni, aveva visto più volte
la presenza di qualche manina occulta riferibile alla forte ingerenza masso-
nica, a qualche servizio segreto deviato, a qualche setta satanica o esoterica
che ospitava fra i propri adepti alcuni personaggi legati a quegli ambienti
o che ricoprivano delle importanti cariche in seno alle istituzioni, la cui
identità doveva essere mantenuta segreta, anche uccidendo ogni potenziale
testimone per tutelarne la riservatezza.
Erano ormai trascorsi molti anni da quando mi ero affacciato per la prima
volta in quel mondo di consulenti privati, provenienti nella maggior parte
dei casi da esperienze specifiche in seno alle forze armate, di polizia o dei

78
Al G.i.d.e.s.

servizi segreti, avevo ormai una valida esperienza per riconoscere i casi e
soprattutto la correttezza delle attività rispetto alla delega ricevuta dalla
autorità giudiziaria che richiedeva la nostra consulenza per piazzare delle
microspie ambientali, per intercettare delle comunicazioni telefoniche, ra-
dio, oppure via internet, per copiare fax, posta elettronica, videochiamate
ed ogni altra forma di comunicazione tradizionale ed elettronica.
Avevo già condotto numerose operazioni, penetrando gli obiettivi d’in-
teresse della polizia giudiziaria delegata dalla Procura procedente in tutta
Italia, piazzando i sistemi captativi nelle auto, nei furgoni, nelle barche,
nelle abitazioni, ovunque fosse necessario per riuscire ad ascoltare e vedere
i soggetti sui quali erano condotte delle indagini giudiziarie a loro carico;
coadiuvando il lavoro della polizia o dei carabinieri.
Il mio collega stava operando sul software del computer utilizzato per il
localizzatore satellitare piazzato nella macchina dell’indagato, un personag-
gio pubblico, famoso per il proprio lavoro, il quale dopo poche settimane
sarà arrestato proprio dagli uomini del Gides, unità speciale che una volta
di chiamava Sam, squadra anti mostro, uno di quegli strumenti tipici del
nostro paese che risponde alle emergenze il più delle volte attivando dei
dispositivi in modo approssimativo e certamente mai rodati prima, come
nel caso dei numerosi omicidi compiuti dal mostro di Firenze, considerati
appunto una emergenza.
Uno degli agenti si avvicinò chiedendoci di aggiustare il contenuto ori-
ginale di una delle intercettazioni, guardai il mio collega e lui guardò
me, entrambi imbarazzati da quella richiesta, apparentemente illegale,
fatta da un agente di una sezione speciale di polizia, da un ufficiale di
polizia giudiziaria che conduceva una indagine delicatissima e di grande
impatto sociale. Ci furono uno scambio di commenti fra il mio collega e
l’agente, nel frattempo mi ero preoccupato di attivare il registratore che
ho sempre portato con me, proprio per documentare casi del genere e

79
Singole Esperienze collettive

ridurre il mio ruolo in ogni eventuale problema che potesse nascere da


quel tipo di situazioni.
Il nostro strano paese ha visto nel corso della sua storia democratica una
serie infinita di depistaggi, di manomissioni di atti d’indagine, di inquina-
mento delle prove, di ingerenze nelle indagini da parte di soggetti appar-
tenenti ai servizi segreti, alla massoneria, a qualche struttura dello Stato,
occulta o segreta, tanto da impedire e ostacolare il raggiungimento della
verità sulle numerose stragi e gli omicidi eccellenti che hanno insanguinato
gli anni dall’immediato dopoguerra, dagli anni settanta fino a quelli no-
vanta con l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino. Motivo per il quale
quando sono stato chiamato da un ex generale dei servizi segreti militari
per lavorare a stretto contatto con la polizia giudiziaria, ho subito pensato
che sarebbe stato meglio prendere appunti, come mi avevano insegnato a
fare mio zio Domenico e mio cugino Massimo, i quali lavoravano all’in-
terno del controspionaggio militare americano ed erano ormai esperti di
certe faccende. Così feci ed il mio registratore acquisi dei colloqui che mi
preoccupai di consegnare successivamente ad un’altra autorità giudiziaria
con tutte le dovute cautele, atteso la probabile presenza di qualche poli-
ziotto infedele, di qualche agente dei servizi cosiddetti deviati, di qualche
massone che operava dentro la Procura di Firenze o di Perugia che avrebbe
potuto conoscere il contenuto di quanto da me acquisito e tentare di in-
quinarlo o di farlo sparire.
In realtà l’agente non chiese grandi manomissioni, solo di aggiustare alcuni
passaggi per togliersi dai guai rispetto la richiesta originale del procuratore
ed in grado anche di offrire un maggiore valore probatorio al castello ac-
cusatorio nei confronti dell’indagato, il quale era certamente in grado di
contrastare le indagini per i legami che aveva con importanti personaggi.
Mentre ero in quell’ufficio ricevetti una chiamata su un altro cellulare,
quello fornitomi da un uomo legato al servizio segreto militare qualche

80
Al G.i.d.e.s.

tempo prima, conosciuto nell’ambiente dell’ex generale del Sismi, il quale


mi chiese di copiare il contenuto dell’hard disk di uno degli agenti del
Gides, che conteneva le intercettazioni compiute nei confronti di un im-
portante personaggio, nel quale si parlava di massoneria, di rituali e di
servizi segreti; sembrava che questi fosse a conoscenza di quanto appena
avvenuto e della richiesta avanzata dall’agente, immaginai che il mio col-
lega avesse avvertito telefonicamente l’ex generale e questi si fosse mosso
attivando i suoi ex colleghi del Sismi, in particolare quest’uomo, che era
stato il suo capo reparto quando ancora era in servizio ai servizi. Così feci,
trattenendo il respiro fino quando non uscii da quel palazzo; avevo com-
preso di essere in ballo su una musica diretta da altri e che qualsiasi azione
avessi compiuto probabilmente ci avrei lasciato le ossa rotte, scelsi perciò
di soddisfare tutti e di continuare a prendere appunti con il mio piccolo
sistema di registrazione.
Ero arrabbiato, non tanto per essere stato coinvolto in una delle tante cose
strane che avevo già visto fare e vissuto nel corso della mia attività in que-
gli ambienti, quanto per la sensazione d’ingiustizia che provavo di fronte
all’ennesimo inquinamento di una indagine.
Soprattutto di quella indagine, che avrebbe dovuto scoprire, e forse ci stava
riuscendo, i responsabili di quei terribili delitti nei quali hanno perduto
la vita in modo atroce dei giovani, degli innamorati, dei figli, dei futuri
genitori interrotti dalla mano assassina di uno o più soggetti che la cultura
popolare tende a definire mostri come se fossero diversi, come se appar-
tenessero ad un mondo tutto loro, lontano dal nostro, mentre potremmo
incontrarli ogni giorno recandoci al lavoro, oppure nelle nostre stesse case,
perché chi ha compiuto o commissionato quegli omicidi forse è un padre
o un marito, di certo un figlio.
Ero rimasto impressionato dalla morte del padre di una delle ragazze uccise
dal mostro di Firenze, il quale aveva perso la salute ed ogni bene nella ricer-

81
Singole Esperienze collettive

ca della verità fino a ridursi, nel corso dei tanti anni di indagini, in miseria
e vivere di un sussidio raccolto da alcuni poliziotti di Firenze, i quali con
spirito di solidarietà gli fornivano quel poco necessario per vivere una vita
ancora dignitosa; quest’uomo morì con il cuore rotto a pochi passi dalla
Questura di Firenze, per strada, inseguito solo dall’erario dello Stato che
pretendeva dei soldi, lo stesso Stato che non gli aveva mai reso Giustizia
per la morte della figlia. Si chiamava Renzo Rontini.
Inoltre non sopportavo l’idea che qualcuno finisse in galera sulla base di
una intercettazione manomessa o aggiustata, solo per rinforzare il castello
accusatorio; paradossalmente ero convinto che proprio una stupida azione
del genere avesse potuto inquinare una ottima indagine fino ad allora con-
dotta, basata su elementi concreti che proprio quella manomissione poteva
rendere nulli; questo è l’inquinamento delle prove in un senso o nell’altro,
ove non sai se è compiuto per avvalorare una testi investigativa o per depi-
stare e distruggere le prove acquisite fino ad allora, era questo il dubbio che
mi aveva spinto a prendere appunti.
Provavo una strana sensazione, cosciente di essere una parte marginale di
qualcosa di importante, quella più debole, la più vulnerabile; erano tra-
scorsi degli anni da quando scelsi di non aderire al carrozzone dei venduti,
di tutti quelli che sembrano forti ma che sono solo schiavi della propria
debolezza, compensata da un ruolo di potere, di cui abusano.
Ero cosciente che avrei avuto qualche rogna, in un modo o nell’altro, per
questo feci una serie di copie di quanto trafugato in quell’ufficio e di tutte
le intercettazioni condotte. Ascoltandone alcune capii lo spessore di certi
personaggi, pubblici, famosi, potenti, al contrario della leggerezza con cui
commentavano la morte di tante giovani vite, con un linguaggio ed un
gergo da caserma, capii quanta bassezza c’era in certi piani alti.
Stavo valutando come far giungere quelle notizie ed i contenuti di quanto
avevo acquisito ad una autorità giudiziaria non inquinata, come lasciare un

82
Al G.i.d.e.s.

traccia, un marcatore che avrei potuto usare successivamente come riprova


della bontà dei documenti consegnati per verificare se fossero stati mano-
messi. Conoscere la storia aiuta, specialmente quella giudiziaria, quella del
terrorismo e degli anni di piombo, gli anni settanta e la metà degli anni
ottanta, nei quali coloro che allora erano dei semplici giudici istruttori
ora li avrei ritrovati presidente di sezione o capo procuratore all’interno di
qualche Procura della Repubblica o di tribunale, soggetti che avrei dovuto
scegliere per far giungere gli atti a Perugia, senza passare da Firenze, che
consideravo una procura certamente inquinata. Dopo una lunga riflessio-
ne scelsi perciò una Procura del nord Italia, che aveva a capo un magistrato
che condusse una importante e significativa indagine alla fine degli anni
settanta, che vedeva coinvolti dei pezzi deviati dello Stato, scelsi perciò di
steganografare gli atti all’interno di una normale denuncia per reati mino-
ri, che firmai presso una anonima sezione di polizia giudiziaria all’interno
della stessa Procura. Ci misero quasi due anni per essere recuperati e rag-
giungere Perugia, ma ci arrivarono.
Nel frattempo io ho subito un attentato e sono stato accusato di rivelazione
di segreti d’ufficio. Il mio tentato omicidio in realtà è stato ricondotto alla
tragedia del Moby Prince, in quanto stavo iniziando una collaborazione con
un avvocato che tutelava gli interessi di una parte offesa mirata ad acquisire
una importante testimonianza dall’ambiente militare americano ed italiano
inerente un presunto traffico di armi avvenuto la sera della tragedia.
L’avvocato era stato negli anni precedenti un giudice che la mafia fece salta-
re in aria con un bomba, uccidendo al suo posto una madre con i due figli
gemelli. Si salvò miracolosamente ma il ricordo di quelle vittime innocen-
ti, sventrate dall’esplosivo destinato a lui, lo accompagna tuttora.

83
MASSIMO

Avevo poco più di dodici anni quando squillò il telefono di casa, risposi
e sentii la voce di uno zio di Tarquinia, un fratello di mio padre, il quale
rimase sorpreso sentendo la mia voce, esclamando “ma allora chi è morto?”
rivolgendosi alla moglie che gli stava accanto. Passai la cornetta grigia a
mio padre, sempre restio dal rispondere al telefono, certo che fossero solo
problemi di lavoro, ormeggi rotti o draga affondata. Scoppiò a piangere,
non avevo mai visto prima di allora mio padre piangere, rimasi interdetto,
stavo quasi mettendomi a ridere quando papà si girò e disse a mia madre
“è morto Fabio”.
Fabio era il figlio della sorella gemella di mio padre, che viveva a Roma,
città natale di entrambi, era il minore di due fratelli, che qualche anno
dopo fu seguito in quello sperato aldilà anche da suo fratello maggiore,
mio cugino Massimo, morto annegato.
Fabio lo avevo visto poche volte ma ne ero affascinato, era un bellissimo
ragazzo con un fisico muscoloso, praticava anche lui lo sport della lotta
libera, amava viaggiare in giro per il mondo durante l’estate, si lanciava con
il paracadute, adorava il mare. Il padre, lo zio Domenico, era impiegato
presso l’ambasciata americana di Roma, all’interno della Defense Intelli-
gence Agency, il controspionaggio militare americano, non era un agente
segreto ma un autista degli attachè militari delle forze armate statunitensi.
Agenzia nella quale fu assunto anche Massimo dopo aver svolto il servizio
militare nei paracadutisti della Folgore, nella quale anche Fabio avrebbe
trovato spazio se la sua vita non fosse stata interrotta da una caduta dal-
la motocicletta che lo uccise, spezzandogli il collo. Era completamente

85
Singole Esperienze collettive

diverso dal fratello, più impulsivo, combattivo, avventuroso, sognatore,


anticonformista, era cresciuto negli anni settanta in quella Roma fatta di
ragazzini politicizzati, divisi fra rossi e neri, sempre pronti a picchiarsi e
troppo spesso anche ad uccidersi. Infatti la prima ipotesi fu che Fabio stava
fuggendo da un gruppo di comunisti che lo inseguivano dopo che egli
aveva scritto qualcosa sul muro di una sezione rossa, un simbolo fascista,
ma che non fu mai avvalorata o approfondita, morta come Fabio, una sera
di Maggio, al centro di Roma, come tanti altri ragazzi in fuga.
Crescendo gli somigliavo sempre di più, del quale oltre che portare lo stes-
so nome avevo anche la stessa fisionomia, praticavo lo stesso sport, ero
anche io un paracadutista, un sommozzatore, un viaggiatore, un sogna-
tore ed un anticonformista. Sia Massimo che la zia Ida, la sorella gemella
di mio padre, quando mi vedevano erano felici ma riconoscevo in loro
quell’espressione di nostalgia rivedendo in me molti tratti del fratello e del
figlio, al quale somigliavo anche nella postura, probabilmente condiziona-
ta dalla lotta libera, che rende muscolosi e con un collo grande. C’è sem-
pre stato un grande affetto fra noi, anche con lo zio Mimmo, scomparso
qualche anno dopo la morte di Fabio. Un gentiluomo che aveva vissuto il
periodo della seconda guerra mondiale dal quale aveva imparato ad essere
parsimonioso, a sfruttare le occasioni, da cosa nasce cosa, diceva sempre.
Con Massimo avevo un legame particolare, era un appassionato di moto-
ciclette, legato al suo gruppo di amici storici con i quali aveva condiviso
gioie e dolori, soprattutto le uscite in moto, le vacanze con i grandi viaggi
in moto in Europa, quelli che quando arrivi hai la schiena a pezzi. Ricordo
la prima volta che da bambino mi portò a bordo della sua motocicletta,
un Morini 900 rosso, mi spiegò come era fatta, come funzionava, come
usarla, come curarla, poi mi disse di stringermi forte a lui e di chiudere gli
occhi, all’epoca il casco non era obbligatorio, eravamo verso la fine degli
anni settanta, Massimo stava facendo il paracadutista nella Folgore, a Pisa,

86
Massimo

era un ripiegatore di paracadute umani. Provai una emozione fortissima


nel sentire la forza del vento, il rumore ed il calore del motore, la grande
velocità, sentivo le vibrazioni e mi tenevo stretto ai grandi muscoli dorsali
di mio cugino, che era un culturista, il quale ogni tanto mi dava qualche
pacca sulle gambe che tenevo strette alla motocicletta come mi aveva detto.
Trascorsi il più bel pomeriggio della mia infanzia.
Anni dopo, quando ero già nell’Esercito, con Massimo il rapporto si era
rinforzato, da adulti, da soldati, per quanto era un civile all’interno di una
struttura militare, ma usava le armi e si recava spesso alla sede del Sismi, a
portare la posta, diceva lui.
Gli anni trascorsero, noi crescemmo, Massimo si era sposato e divorziato,
visse dei momenti brutti dopo qualche incidente in moto, a causa dei quali
aveva perduto un pezzo di piede ad acquistato dei pezzi di metallo, dentro
la gamba ricostruita dopo che era andata in pezzi nell’ultimo scontro. Era-
vamo consapevoli del nostro lavoro, specialmente lui, al quale mi rivolgevo
per ogni confronto legato ai miei incarichi, soprattutto dopo la morte dello
zio Mimmo. Ogni volta che c’incontravamo, a Roma o altrove, il nostro
divertimento era mostrarci l’ultima cicatrice, causata da qualche incidente
che entrambi avevamo subito, in moto o in altro modo. Nonostante il
trascorrere degli anni notavo nei suoi occhi quella dolce espressione di
un uomo che ricercava il fratello in me, la cui somiglianza mi ha sempre
imbarazzato e reso fiero allo stesso tempo.
Ero a Venezia quando squillò il telefonino, era una americano che tentò di
dirmi qualcosa che riguardava Massimo, capii solo la parola morte, ma non
il resto perché la linea era interrotta, poi ebbi la certezza, Massimo era mor-
to, anche lui. Annegato dopo che era caduto dalla barca su cui viaggiava.
Il suo corpo era nero, su quel tavolo di metallo, gonfio, con una espressio-
ne impersonale, tanto che non sembrava più lui. Morto, già oggetto sotto
le mani del medico che stava conducendo l’autopsia sul suo cadavere. Mi

87
Singole Esperienze collettive

sforzavo di essere lucido, di non considerare quell’ammasso di carne, di


ossa, di cervello, di interiora, di polmoni, di reni, di fegato come i pezzi di
mio cugino. Prima che il medico iniziasse il suo macabro lavoro ero riusci-
to a esaminare esteriormente il corpo di Massimo, recuperato dal mare con
un elicottero, fortunatamente in tempo perché non iniziasse la decomposi-
zione; cercavo i segni di una squamazione, fra le dita dei piedi e delle mani,
cercavo dei segnali nel suo corpo, nei suoi occhi, che erano stati pieni di
vita, di dolcezza, di colore, ora resi ciechi dalla morte; cercavo qualsiasi
traccia che potesse giustificare il perché un esperto sommozzatore era mor-
to affogato nel giro di pochi minuti in uno specchio di mare calmo, caduto
da un piccola barca a vela, per morire nel mare che ha sempre amato.
Notai una ecchimosi sulla fronte, un chiaro segno di una contusione, ma
non sembrava profonda tanto da ipotizzare che avesse ricevuto un colpo
tale da stordirlo, cercai il più velocemente possibile di individuare ogni
elemento utile per capire i motivi della sua morte, le ragioni per le quali
stavo di fronte al corpo di Massimo e lui non c’era più.
Mi misi in contatto con un suo ufficiale presso il controspionaggio ame-
ricano, colpito dalla sua morte, era un suo amico e gli voleva bene, chiesi
se ci fossero ragioni per le quali Massimo avesse potuto essere stato ucciso,
rispose di no. Cercai informazioni ovunque, presso la capitaneria di porto
che condusse le operazioni di soccorso, non si trovavano più tre oggetti im-
portanti per mio cugino, il suo portafogli, il suo orologio e la sua macchina
fotografica di cui era un grande appassionato. Mesi dopo il suo tesserino di
servizio fu recuperato in Romania, il resto andò perduto fra le tante mani
che raccolsero i suoi effetti, forse tutto disperso in mare come la sua vita.
Nel corso delle indagini che stavo conducendo scoprii che un altro ad-
detto allo stesso reparto era stato trovato morto in circostanze sospette, in
un paese straniero, l’agenzia è presente in ogni ambasciata ed ha antenne
ovunque, come la CIA con la quale lavora a braccetto. Alla fine mi convinsi

88
Massimo

che la sua morte era stata causata da una serie di coincidenze singolari, dal
modo in cui era caduto dalla barca alla sua impossibilità di recuperare un
salvagente, fino alla velocità con cui è affogato.
Massimo era cosciente di svolgere un lavoro delicato, nel quale avrebbe po-
tuto conoscere notizie d’interesse per molti servizi d’intelligence, si lamen-
tava spesso che i suoi amici del Sismi ogni tanto gli chiedevano qualche fa-
vore, che lui negava sempre; era molto legato agli americani, era cosciente
che il benessere della sua famiglia ed il suo era dovuto proprio al lavoro che
prima il padre poi lui si erano guadagnati con la propria affidabilità, rico-
nosciuta dai più alti vertici della Difesa americana, che vollero omaggiarlo
con il picchetto d’onore durante il suo funerale, come quel soldato senza
uniforme che era, un uomo che non amava gli eserciti ma che lavorava per
l’esercito più forte del mondo.

89
SPOSO

Il mio matrimonio è stato un evento strano, diverso da come avevo cercato


di immaginarmelo. è stato un bel giorno, sereno, pieno di sorrisi, di gioia,
di consapevolezza di iniziare un difficile cammino, non più da solo come
ero stato abituato per tutta la mia vita. Sposarmi a trentotto anni è stata
una scelta di vita, non un momento nel corso della stessa, è stato come
concretizzare la mia giovinezza in un ruolo, quello del marito, nel quale
proiettare tutta l’esperienza, il vissuto, l’agito, il visto, il patito, l’amato di
una intera vita vissuta da giovane, pronto a viverla da giovane uomo.
Mi mancavano mio padre, mio cugino, guardavo mia madre con il suo
completo da matrimonio, non si sarebbe mai immaginata che mi sarei spo-
sato, convinta della mia assoluta necessità d’indipendenza, di solitudine,
di libertà. Vedevo gli altri parenti felici, certi della mia scelta, speranzosi
che non mi sarei ficcato in qualche guaio, consci che la mia vita fino ad
allora era stata completamente diversa dalla loro, più tradizionale, regola-
re, scandita da tempi e situazioni comuni, riconoscibili, non da chiamate
improvvise, incarichi all’estero, incidenti e strane faccende legate ai servizi
e alla giustizia, sapevano che ero un bravo ragazzo ma non capivano che
cosa facessi in realtà; c’era chi era convinto che fossi nel Sismi o nella CIA,
conoscendo il lavoro di Massimo e dello zio Domenico, chi invece sperava
che prima o poi avrei messo la testa a posto e quel giorno lo sperò ancora
di più. Mio suocero mi raggiunse con un sorriso e con gli occhi colmi di
felicità quando mi porse la mano di mia moglie, prima di sedersi accanto
alla sua, che aveva lo sguardo fisso sulla figlia che era bellissima nel suo
semplice vestito da sposa, raggiante, serena.

91
Singole Esperienze collettive

In realtà l’unico che era un po’ teso ero io, troppo rigido, anche per colpa
di quella dannata cravatta che mi stava strozzando e per i calzini troppo
stretti che mi fermavano la circolazione delle gambe, tanto che dovetti
inventarmi un balletto per riuscire a calarli fino alle caviglie, suscitando lo
sguardo di rimprovero di mia madre, uguale alla sua mamma, meraviglio-
so esempio di purezza, di semplicità, di spontaneità tarquiniese, che tale
è rimasta nonostante i quaranta anni trascorsi da quando è emigrata con
papà a Livorno.
L’amore è una emozione strana, che nasce spontaneamente ma che neces-
sita di essere coltivata, curata. Ho sempre creduto che l’unione fra due per-
sone fosse il risultato di un incontro a metà strada di due vite autonome,
le quali ne iniziano una comune pur mantenendo la propria indipendenza
una dall’altro. L’amore è perciò libertà, completa ed incondizionata libertà,
amore per la libertà del proprio marito e della propria moglie. Una coppia
è l’essenza della libera scelta di esserlo, formata da due singoli autonomi
ed indipendenti che rendono forte l’unione della propria libertà, non resa
debole dalla incapacità di agire, delegando passivamente la propria vita
nelle mani dell’altro.
L’amore è l’energia che stimola l’azione e mai una reazione, è quella spinta
capace di saldarti alla realtà pur mantenendo la tua voglia di sognare, è un
sentimento che ti accompagna ogni istante della giornata che dedichi alla
tua vita dedicata alla famiglia, la quale si dedica al rispetto della tua libera
scelta di dedicarti a loro, mantenendo la tua serenità di farlo con gioia e
non con rassegnazione, trasferendo amore e non rancore.
L’amore è la rappresentazione della propria esistenza individuale, come
persona, come essere umano parte di un mondo immenso e disperso in
quello stesso mondo, nel quale restare uno fra i miliardi, libero di amare
per come desiderato, indipendentemente dal sesso, dalla cultura, dal pre-
giudizio, l’amore non ha una etichetta ma è un dono che si fa e si riceve,

92
Sposo

sempre, felici di essere il destinatario di un sentimento.


L’amore è un sentimento da maneggiare con cura perché se troppo debole
rischia di rinforzare solo l’egoismo e la pretesa di un dono che non può
essere dato ma solo offerto; la famiglia è parte della vita, nella quale non
trovare la propria vita, ma viverla con loro, ognuno per come sceglierà di
fare, perché se amato e libero di amare saprà fare la scelta migliore, da non
giudicare ma da accettare e rinforzare, sia che ci gratifichi oppure che ci
renda tristi, perché l’amore nasconde sempre l’abbandono, la separazione,
verso la quale imparare ad essere tolleranti, proprio con la forza dell’amore
e non con la debolezza del voler essere amati.

93
PREDATORI E PREDE

Ascoltavo il racconto di quella bambina di undici anni resa donna dalla


violenza subita, che pativa sin da quando ne aveva sette. Avevo già cono-
sciuto altre volte il risultato della pedofilia, avevo prestato la mia attività
come consulente tecnico di parte in favore di altri avvocati che tutelavano
dei minori vittime di abusi sessuali, ma quel racconto era riuscito a scuote-
re il mio solito equilibrio, il mio distacco forzato per mantenere la capacità
di analisi dei fatti, senza grandi coinvolgimenti emotivi, senza particolari
condizionamenti di sorta.
I suoi occhi avevano assunto una tale espressione per cui era impossibile
dare loro una età, intensi, profondi, tristi e allegri allo stesso tempo, capaci
di guardare e non solo di vedere. Erano circondati da un viso piccolo, bian-
co, dolce e fragile, con la pelle delicata, profumata d’infanzia, colorata di
purezza che era stata sporcata dalle mani adulte di un pedofilo, che eravamo
riusciti a far arrestare e che avremmo dovuto incontrare e affrontare nel
lungo iter giudiziario che ci attendeva, per il quale avrei dovuto sostenere la
vittima con tutta la mia capacità di educatore e la mia esperienza di uomo.
Guardavo e riguardavo quei filmati amatoriali che il pedofilo aveva girato
durante le sue battute di caccia per predare quelle bambine fatte di pochi
anni e di tanta voglia di giocare, sei, sette, otto anni, non di più. Aveva una
passione per le bambine bionde, quelle con gli occhi chiari, coi vestitini
quasi sempre dai colori tenui, che osservava per giorni e giorni, studiando-
ne il comportamento, le abitudini, le movenze, osservando e pedinando la
famiglia per sapere quando e come colpire la sua vittima e predarla, portar-
la con se, nel suo rifugio, per coltivarla per mesi e mesi.

95
Singole Esperienze collettive

Osservavo le immagini, che descrivevano esattamente il racconto che mi


aveva fatto la bambina, vedere quel corpicino ancora prepubere, nudo, co-
perto dal corpo più grande e più forte del suo abusante, che la penetrava,
la spingeva e la batteva come fosse stato un animale da domare, fra le grida
della bambina, i suoi pianti, le sue dita che cercavano di coprire invano quel
poco di intimità che aveva imparato a riconoscere nella sua tenera età.
I filmati erano stati collezionati in modo maniacale da quel pedofilo, pro-
gressivi nei periodi evolutivi delle sue vittime, descrivevano le caratteristi-
che delle bambine, informazioni che questi scambiava con gli altri membri
della sua organizzazione, formata da numerosi predatori di bambini, non
solo italiani, ma anche europei, giapponesi, americani, tutti capaci di rapi-
re dei minori per trasformarli in oggetti di culto, di quella cultura pedofili-
ca alla quale si ispiravano e che avevano assunto come stile di vita.
Ero spaventato dalla normalità della vita di quelle persone, commercianti,
impiegati, operai, maestri, medici, poliziotti, professionisti con un alibi so-
ciale forte e tale da catalizzare la fiducia delle proprie vittime, ruoli chiave
per cacciare, per rapire, per violentare, per coltivare le proprie prede. La
volta in cui ho potuto guardare in faccia il pedofilo non ho visto una luce
particolare nei suoi occhi oppure uno sguardo cattivo, ho visto un semplice
uomo, comune uomo, normale uomo come tanti altri, goffo, impaurito,
preoccupato, piccolo piccolo che per sentirsi grande ha abusato della pic-
cola vita di una piccola bambina. Ora mi stava davanti, avrei potuto col-
pirlo, sfogare su di lui tutta la rabbia repressa accumulata durante la visione
di quei filmati che egli aveva girato, nei quali ho visto la bambina mentre
la forzava a cambiare la propria paura in uno strumento di alleanza al male
che subiva per non sentirlo più, per ridurre quel terrore che provava sotto
le mani di quell’uomo, piccolo.
I giorni, le settimane, i mesi trascorsi a stretto contatto con questa bambina
sono stati importanti per tutti e due, ero il suo educatore e lei mi educava

96
Predatori e prede

ad esserlo, perché non sapevo, non ero preparato, non avevo strumenti se
non le mie risorse interne per interagire con quella undicenne che aveva vis-
suto quattro anni da donna, costretta ad assumere un ruolo incompatibile
con la sua età cronologica, forzata a bruciare le tappe evolutive, non solo
fisicamente ma soprattutto psicologicamente, adeguata alla gestione delle
proprie emozioni, adattata alle emozioni del suo persecutore, vinta, preda.
Periodicamente l’accompagnavo dalla neuropsichiatra infantile che la se-
guiva, anch’essa disarmata di fronte a tanta violenza emotiva, la peggiore,
perché quella fisica si supera, quella psicologica si elabora, ma quella emo-
tiva rimane distrutta come un bombardamento di guerra, completamente
da ricostruire, senza più alcun riferimento evolutivo, rimbalzante fra l’im-
magine esterna di quella bambina ed il negativo interno che sviluppava
altre immagini, di terrore, di dolore, di paura, di completo abbandono
di una bambina mai cresciuta come tale, impedita nel farlo da un adulto
armato d’infanzia, il quale non ha solo deflorato la purezza di una minore,
ma ha minorato la sua possibilità di continuare ad essere una bambina
pura, nella sua semplicità, nella sua sorpresa della scoperta della vita; che
da quel momento le sarebbe apparsa come una grande finestra, dalla quale
vedere scorrere la vita altrui nell’attesa di riconoscere la propria, isolata da
una trasparenza nella quale osservare il buio dei suoi pensieri, resi piccoli,
minorati nella loro corretta struttura e viziati dai ricordi intrusivi, dalla
memoria degli abusi, dal dolore che fino a quel momento aveva cacciato
via e che ora presentava il suo conto a quel cervello troppo piccolo per con-
tenerlo, già scisso dalla realtà e preda di quei meccanismi difensivi attivati
inconsciamente proprio per non soffrire.
Ogni sua azione, ogni movimento era sessualizzato, ogni espressione ver-
bale nascondeva l’ammiccare sessualizzante che aveva imparato ad espri-
mere per soddisfare il suo aguzzino, con il quale era cresciuta. Mi trovavo
di fronte ad una bambina di soli undici anni capace di offrire una tale

97
Singole Esperienze collettive

energia sessuale da destabilizzare gli equilibri degli adulti, la sua fortuna,


fino a quel momento, consisteva nel fatto che non era ancora sviluppa-
ta, per quanto la sua prima mestruazione avvenne poche settimane dopo.
Fortuna perché se fosse sviluppata mentre era ancora nelle mani di quel
pedofilo probabilmente questi l’avrebbe ceduta o soppressa, ormai troppo
grande per le sue voglie. Fortuna perché ora aveva davanti a se una nuova
fase evolutiva con la quale identificarsi, abbandonando pian piano quella
bambina predata, violentata per rinforzare una giovane adolescente ancora
capace di piangere di fronte alla sua vagina violata, che ora gettava sangue
per natura e non più per le violenza subite.

98
IL CAPORALATO DELL’AMICIZIA

L’amicizia è qualcosa che non ho mai conosciuto, ho avuto tanti com-


pagni d’avventura ma mai un amico, una persona che in modo puro e
disinteressato abbia scelto di scambiarsi con me, uomo o donna che fosse.
Un mio anziano istruttore mi disse che quelli come noi hanno perduto i
requisiti per vivere una vita regolare, tradizionale, fatta di semplici cose, di
amici con cui mangiare insieme, scherzare, piangere, giocare, trascorrere il
tempo della vita anche in modo leggero, superficiale, intervallato da quei
momenti in cui la vita ti chiede di più, nei quali gli amici ci sono e ti stan-
no accanto.
Quelli come noi sono coloro che hanno perduto il proprio tempo evoluti-
vo, quelli che sono stati costretti ad essere adulti quando la propria imma-
turità era un diritto, quelli che sono stati costretti a fingere di essere im-
maturi quando la propria esperienza era un ostacolo per gli altri. Costretti
a fingere di essere mediocri e dissimulare la propria intelligenza, la propria
conoscenza per non stimolare le reazioni di paura, di sorpresa da parte di
chi aveva vissuto una vita tradizionale, caratterizzata da un substrato di
regolarità, di reciprocità di esperienze, di fatti e situazioni riconoscibili e
non particolari o addirittura quasi incredibili. Questo è uno dei motivi per
il quale sono stato in silenzio per tanti anni, dissimulando la conoscenza di
una lingua straniera giustificandola con un padre emigrante, giustificando
le molte lingue conosciute con un padre molto emigrante, giustificando
le conoscenze in più settori professionali con la scuse varie, perché dire
la verità, raccontare la propria storia sarebbe stato come imporre una co-
noscenza che richiede desiderio di conoscerla e non certo quel passivo

99
Singole Esperienze collettive

interesse che si può avere durante una cena o una birra dentro un pub.
Ho catalizzato molti adepti, ex militari, ex carabinieri, ex qualcosa colmi
della propria frustrazione per essere appunto degli ex. Pieni della speranza
che allacciando l’amicizia con me avrebbero potuto trovare il mezzo per
rientrare in quel circuito professionale dal quale erano ormai degli ex, in
un reciproco utilizzo strumentale della parola amicizia. Io usavo loro come
manovalanza, loro usavano me come caporalato, in un ambiente fatto di
padroni e schiavi, raramente di persone autonome e libere di vivere una
amicizia disinteressata.

100
IN LIBANO

Entrai nell’ufficio del pubblico ministero che indagava anche la tragedia


del traghetto Moby Prince avvenuta molti anni prima, il quale era uno dei
componenti del pool costituito proprio per individuare le cause di quella
strage, in cui sono morte almeno 140 persone in un rogo di vite annebbia-
to dall’ignavia e dalla incapacità investigativa, che ha trovato un risveglio
solo dopo tanti anni e dopo che un ex giudice scampato alle bombe della
mafia trovasse dei documenti utili per riaprire le indagini che loro non
hanno mai cercato prima.
Mi apprestavo per partire per il Libano, solo da qualche mese si erano
conclusi i bombardamenti israeliani contro il sud di quel paese bellissimo,
causando la morte dei soliti civili innocenti, dei soliti bambini recuperati
sotto le macerie un pezzo alla volta, come accade in tutte le guerre, nessuna
esclusa, siano esse umanitarie oppure autoritarie; sono conflitti e come tali
la gente muore, sempre, soprattutto chi la guerra non la combatte in armi
ma con l’arma della propria paura che spesso genera viltà; la paura è una
sensazione indispensabile per ognuno di noi, misura il giusto equilibrio
fra le azioni e le reazioni, quando questa misura si perde si attivano tutti
quei meccanismi legati al terrore che danno vita ai tradimenti, all’omertà,
all’ignavia che sono ben visibili in ogni tipo di conflitto.
La mia guerra stava invece per iniziare, appena concluso l’incontro con quel
PM, il quale mi chiese qualche notizia rispetto al monitoraggio elettroni-
co del porto di Livorno condotto nel periodo della tragedia del traghetto
Moby Prince, volle conoscere bene il mio rapporto, spesso conflittuale, con
alcuni poliziotti locali, la mia collaborazione con qualche struttura d’intel-

101
Singole Esperienze collettive

ligence non meglio specificata; soprattutto volle capire se stava di fronte


ad un mezzo scemo oppure a qualcuno che avrebbe anche potuto fornirgli
qualche notizia utile per le indagini. In quel momento, per quanto quel
magistrato non m’ispirava alcuna fiducia, tanto meno il suo collaboratore
di polizia giudiziaria, ho scelto di uscire in chiaro e di liberarmi da quella
corazza di ambiguità che mi portavo dietro da oltre venti anni. Per questo
ho invitato lo stesso pubblico ministero a pedinarmi, a monitorare il mio
incontro con un agente segreto militare americano che sarebbe avvenuto
pochi giorni dopo, a Firenze, proprio per pianificare le attività da condurre
il Libano. Non sono mai stato un agente segreto e mai ho voluto esserlo,
ma ho compiuto delle azioni d’intelligence privata che in alcune occasioni
hanno avuto delle convergenze con gli interessi militari di vari paesi.
In oltre venti anni tutto ciò che ho desiderato fare è stato dimostrare la mia
innocenza per i fatti per i quali la mia carriera militare è stata distrutta e
per i quali sono stato arrestato, scoprire i reali motivi che si nascondevano
dietro quegli eventi, nei quali il mio arresto è stato solo un piccolo episodio
di un programma di più ampio respiro. Senza capire che proprio quel desi-
derio di dimostrare è stata la mia condanna peggiore, che mi ha proiettato
in un mondo di ombre, nelle quali il desiderio di far risplendere la mia
innocenza è stata solo una grande utopia. Innocenza resa oscura proprio
dall’interazione con quelle ombre, dalla quale ho potuto solo salvare dei
pezzi di purezza e recuperare quelli ormai inquinati dalle azioni classiche
delle operazioni in ombra compiute da un’intelligence tradizionale e da
una meno ortodossa, forse la più operativa perché svincolata da catene di
comando e di controllo e legata solo alla propria calamita di riferimento,
un ex ufficiale di qualche servizio segreto che aveva capito che una intel-
ligence privata è in grado di compensare quelle numerose lacune di un
servizio di sicurezza istituzionale e produrre dei risultati concreti anche se
non proprio regolari, ma d’altronde non è un ambiente di educande, nel

102
In Libano

quale l’obiettivo non è mai la soluzione di un problema ma solo il raggiun-


gimento di una danno minore.
Sbarcai a Beirut nel bel mezzo della notte, assalito dai soliti tassisti abusivi,
la metà dei quali informatori di qualche servizio, che ignorai in attesa di
trovare l’auto preventivamente parcheggiata da qualche parte; dopo alcuni
minuti mi venne incontro un libanese, basso, tozzo, sudato, indossava una
maglia grigia, un paio di pantaloni blu, delle scarpe nere, che mi salutò in te-
desco, pronunciando quelle parole di contromarca che mi assicurarono che
era la persona che avrei dovuto incontrare per recuperare la macchina, una
vecchia Mercedes. La donna che era con lui avrà avuto una cinquantina di
anni, era ancora bella come lo sono molte donne libanesi, segnata dall’espe-
rienza e da una presunta propensione alla libera espressione dei ferormoni,
avallata da quell’uomo che diceva di essere il marito, probabilmente divenu-
to tale dopo tanti anni di duro magnacciato militante in Germania.
La strada verso il sud costeggiava il mare, bello, intenso, celeste, meno blu
del nostro, in lontananza potevo scorgere le sagome delle navi militari della
coalizione internazionale che aveva inviato dei contingenti di pace, fra i
quali quello italiano, per stabilizzare il territorio dopo il ritiro degli israe-
liani, che avevano lasciato sul posto il Mossad e qualche nave spia in alto
mare. Mi stavo dirigendo verso Al-Mansouri quando incontrai il primo
posto di blocco dell’esercito libanese, che superai con l’accordo che appena
giunto a Sidone avrei dovuto presentarmi al centro intelligence per essere
registrato ed ottenere i documenti ed il lasciapassare, consistente in un co-
dice numerico che sarebbe stato trasmesso alle varie postazioni di controllo
dislocate per tutto il sud fino alla linea blu verso il confine con Israele.
Mi fermai in un paesino sulla costa dove avrei dovuto incontrare un pa-
lestinese, il quale viveva del proprio taxi abusivo, gli bastava premere il
clacson per trovare i molti clienti che chiedevano un passaggio collettivo
per poche lire libanesi. La sua vecchia Mercedes non era solo vecchia ma

103
Singole Esperienze collettive

antica, sporca e puzzolente di sigarette artigianali, che mischiate al puzzo


di un presunto gasolio costituivano una insalubre miscela di odori difficile
da togliermi di dosso. Mi raccontava la sua storia, lui parlava in un francese
masticato ed io ascoltavo in un arabo conosciuto ma sempre in apprendi-
mento, comunque capivo che mi stava dicendo le sue vicissitudini di rifu-
giato in uno dei tanti campi profughi palestinesi, nei quali era difficile la
vita ed anche la morte, che raramente giungeva per cause naturali ma sem-
pre accompagnata da qualche raid israeliano oppure favorita dalla scelta
di sostenere la famiglia con il rimborso del kamikaze-martire, consistente
in una grossa somma di denaro e con l’apprezzamento sociale, che in certi
luoghi vale molto di più del denaro stesso.
Ci stavamo avvicinando a Tiro, ci fermammo vicino alla moschea sui viali
del lungomare, c’era un furgoncino con a bordo la macchina del caffè ed
il suo proprietario. Dopo i salamelecchi di rito, il caffè buonissimo e forte,
ci recammo dentro la moschea, loro pregarono, io ne approfittai per cono-
scere un altro palestinese da cui presi un’arma.
L’arma che recuperai non era un granché ma comunque utile in caso di
necessità, Tiro era un covo di spie, libanesi, italiane, francesi, americane,
tedesche, belghe, siriane, palestinesi, Hezbollah, iraniane, giordane, ognu-
na di loro aveva il proprio informatore, che spesso erano parte di una “co-
operativa” di informatori locali che si mettevano d’accordo per vendere le
proprie notizie, spesso fasulle, ma gestite in modo equilibrato e conver-
gente tanto da sembrare vere, tipo i pentiti italiani che avevano imparato a
soddisfare la convergenza del molteplice per trasformare in prove una serie di
chiacchere riportate di terza mano, seppure onorate di mafiosità.
Stavo mangiando al Rest House, il grande albergo che ospitava tutti gli alti
papaveri delle coalizioni militari, dell’ONU e dei vari governi, nel quale la
percentuale di belle donne superava ogni statistica delle probabilità, d’al-
tronde non c’è miglior strumento per acquisire notizie dai militari che una

104
In Libano

bella ragazza, magari assunta come cameriera, interprete, massaggiatrice,


donna delle pulizie o direttamente come collaboratrice di uno dei reparti
militari schierati sul territorio, sempre sotto minaccia di qualche attentato
alla libanese, con le auto imbottite di esplosivo, che di tanto in tanto face-
vano saltare in aria qualche esponente di qualche fazione o partito in lizza
per le imminenti elezioni.
La mia bella donna libanese si materializzò sotto forma di una operatrice
umanitaria di qualche agenzia dell’ONU, poliglotta e decisamente bellis-
sima, da cui trassi delle ottime notizie relative alla reale situazione al sud,
non tanto quella descritta dai vari telegiornali o rapportata dai militari.
La sera cenammo insieme ad altri suoi colleghi in un ristorante al vecchio
porto di Tiro, pesce buonissimo ed ottimo servizio, incluso il contatto con
un gruppetto di libanesi provenienti da Yarun, ricchi e spavaldi, circondati
dai loro guardaspalle e dalle loro donne.
Proprio quel paese era uno dei miei obiettivi e quell’incontro fu occasiona-
le ma utile per apprendere qualche notizia, senza fare domande, captando
quelle risposte non date.
Non mi presentai mai al centro intelligence di Sidone, per cui ero un per-
fetto clandestino armato in una zona del Libano considerata ad alto ri-
schio, fortunatamente c’era una base italiana, la 1\26, nella quale avevo un
amico ufficiale della Folgore che mi consentì di superare qualche ostacolo
burocratico, anche se poi finimmo nei guai con la Procura Militare insieme
al suo comandante, un giovane colonnello già esperto d’Iraq, il quale si
mise in contatto con un certo Flavio, il capo centro Sismi, il quale corretta-
mente con il suo incarico di agente segreto inviò i carabinieri paracadutisti
del Tuscania che mi arrestarono perché ero dentro la base con un nome
diverso dal mio. Mi portarono a Tibnin dove fui interrogato a lungo per
poi essere rilasciato nel bel mezzo della notte sotto il mio alloggio presso
Al-Mansouri, ove tanti occhi attenti degli Hezbollah iniziarono a chie-

105
Singole Esperienze collettive

dersi chi fossi. Il carabiniere paracadutista che mi teneva sotto controllo


era un ragazzo che avevo già visto qualche anno prima in Albania, in una
situazione simile, durante gli scontri dell’estate del ‘97, il classico militare
muscoloso e cagnesco, un armadio; scelsi come sempre di fare lo scemo,
iniziando un atteggiamento di curiosità simulando di spiare dai fogli o
dalle carte che erano sparse nel piccolo ufficio ricavato da un container,
proprio per gratificare il carabiniere tanto che mi feci “cogliere sul fatto”, il
quale mi guardò con lo sguardo esperto di quello che dice “ti ho beccato” e
felicissimo della sua missione girò i fogli per non farmeli leggere, relazio-
nando il suo superiore che “ero solo un coglione”.
Conclusi la mia missione libanese con la consapevolezza che sin dal suo ini-
zio il magistrato livornese si era attivato per monitorare sia me che l’agente
segreto americano incontrato a Firenze, cosciente che quell’invito che gli
feci non era solo una manifestazione di importanza ma soprattutto un sug-
gerimento per dove andare a guardare per ottenere le risposte a quei quesiti
che mi somministrò durante l’ interrogatorio. Dove recuperare quelle trac-
ce elettroniche che la sera della tragedia del Moby Prince avevano presumi-
bilmente visto tutto, ma come sempre rese cieche per interessi superiori.
Incontrai nell’inverno del 2007 un ex giudice che era l’avvocato dei fa-
miliari di alcune vittime della tragedia, un uomo deciso, schietto, capace,
esperto, segnato dall’esperienza del suo attentato, nel quale al suo posto
morirono tre persone innocenti, una madre con i suoi figli gemelli. Dopo
qualche incontro e qualche riscontro ci accordammo per incontrarci a Pisa
per poi riuscire a raccogliere la testimonianza di una persona che nel 1991
ricopriva un incarico nell’ambiente militare, italiano ed americano, forse
in grado di fornire quei documenti decisivi per capire le reali cause che
avevano portato un traghetto passeggeri contro una petroliera alla fonda
nella rada del porto di Livorno, relativi un presunto traffico di armi.
Facevo in pratica il quadruplo gioco, perché tutti sapevano quel che stava

106
In Libano

accadendo, lo sapeva la Procura di Livorno, lo sapevano i servizi segreti


militari americani, lo sapevano i nostri servizi segreti e lo sapevano anche
quei quattro scagnozzi che mi hanno assalito, stordito e dato fuoco. Ero
consapevole dei rischi, che tentai di comunicare allo stesso avvocato du-
rante l’incontro di qualche ora prima, dei quali egli stesso era ben consa-
pevole, ma d’altronde il gioco valeva la candela ed accettai di correrli come
li correva quell’ex giudice, scrittore, ora avvocato che non avrebbe dovuto
avere nessun interesse a rischiare la vita, se non la sete di giustizia e di verità
ed anche la possibilità di chiudere i conti con una sua storica indagine che
probabilmente spinse qualche manina mafiosa a premere un telecomando
di Stato per farlo saltare in aria come accadde successivamente con Falcone
e Borsellino. D’altronde non avevo altre scelte, sapevo che proprio la mia
scelta di uscire in chiaro aveva innescato un meccanismo che ormai aveva
preso vita autonoma; in certe faccende il battito delle ali di un piccolissima
farfalla può scatenare un tornado dall’altra parte del mondo.
I depistatori sono coloro che offrono false notizie per dirottare le indagini ma
negli affari di Stato le indagini nascono quasi sempre già depistate; il Moby
Prince è stato un affare di Stato nel quale i personaggi particolari come il
sottoscritto hanno potuto invece impistare gli inquirenti verso quegli indi-
rizzi investigativi sin dall’inizio omessi dal quadro d’insieme delle indagini,
coscienti della propria vulnerabilità e della scarsa spendibilità processuale.
Fabio Piselli non è certamente un soggetto presentabile all’interno di un di-
battimento che ha come oggetto una strage come quella del Moby Prince,
ne sono e ne sono stato pienamente cosciente. Motivo per il quale non ho
mai avuto interesse a dimostrare la mia tesi ma ho scelto di indirizzare gli
inquirenti verso l’acquisizione di quegli elementi che avrebbero soddisfatto
le esigenze di giustizia, riducendo così il mio protagonismo ed anche il
mio coinvolgimento probatorio. Ho detto e dato loro i nomi e gli indirizzi
precisi e segreti di soggetti appartenenti ai servizi d’intelligence, italiani ed

107
Singole Esperienze collettive

americani, che in funzione del proprio ufficio avrebbero potuto fornire


quelle notizie utili per acquisire la documentazione esistente relativa ai
tracciati radar, telefonici, radio e di altra origine riguardanti le operazioni
militari in corso nella rada di Livorno la sera del 10 Aprile 1991.
Ho fornito le indicazioni in mio possesso, senza fornire grandi spiegazioni
di come le avessi ottenute, spesso dicendo anche qualche fregnaccia per
tacitare i loro interessi più marginali, mantenendo focalizzata l’attenzione
verso il luogo ove poter rintracciare quei documenti capaci di risolvere uno
dei misteri d’Italia. Di farlo con gli strumenti chiari della giustizia italiana e
non oscuri della intelligence privata, deviata o meno ortodossa. Strumenti
che all’interno di un dibattimento processuale non sarebbero mai stati at-
taccati o resi nulli da informative fasulle di polizia o dei servizi, oppure da
un molteplice e convergente pregiudizio nei miei confronti.
Ho introdotto delle verità all’interno di alcune menzogne, il che è una
tecnica base delle informazioni d’intelligence, cosciente di commettere il
reato di fornire anche delle potenziali false informazioni ad un pubblico
ministero sotto interrogatorio come testimone; proprio la natura di talu-
ne informazioni ha richiesto questo metodo affinché i magistrati che mi
hanno escusso fossero capaci di resistere agli stimoli depistanti di altri sog-
getti, altresì interrogati, che hanno introdotto delle menzogne all’interno
di alcune verità. E’ il gioco delle spie del quale gli arbitri non conoscono le
regole, nel quale i giocatori vincono se riescono a manipolare gli arbitri, i
quali sono e restano paradossalmente i registi del gioco stesso.

108
FINE

Non c’è nulla di eroico nella sopravvivenza. Al contrario proprio il so-


pravvivere evidenzia la difficoltà di aver vissuto una vita spinta fino alla
esigenza di sopravvivere. Ci sono state alcune occasioni nelle quali ho ri-
schiato di essere ucciso, in Africa, in Bosnia, in Albania, altrove, di fronte
ad un uomo che mi ha puntato la sua arma, durante il coinvolgimento in
un conflitto a fuoco, sotto il tiro dell’artiglieria, oppure semplicemente
dimenticato in qualche deserto africano. Non ho mai acquisito forza dal-
la debolezza di sopravvivere ma ho perduto l’energia della vita vissuta in
modo sereno, una vita regolare, quella fatta di lavoro stabile e di famiglia,
di amici e di sport, di piccole cose e di eventi importanti.
Vivere ad alto rischio riempie di adrenalina ma svuota di sentimento, per
poi scoprirmi un uomo capace di emozioni e incapace di eroismo, perché
non mi considero un eroe per il solo fatto di aver scelto di dire la mia ve-
rità, dopo troppi anni di silenzio, oppure per essere sopravvissuto ad un
feroce attentato. Mi considero un uomo di quaranta anni che ha deciso
di augurarsi di arrivare a compierne ottanta, cosciente che non avrebbe
raggiunto i quarantacinque se avesse continuato a vivere in quel modo, in
quell’altalenante gioco delle identità che alla fine ne camuffavano una sola,
quella di un ragazzo pieno di voglia di normalità, di cose semplici e facil-
mente riconoscibili che la vita può offrire a chiunque, capace o incapace
di azioni eroiche. Ogni giorno temo che quattro scagnozzi possano finire
il lavoro iniziato dentro la mia auto, che questi hanno dato alle fiamme,
dalla quale sono uscito per il solo istinto di sopravvivenza, per la fortuna di
aver avuto delle braccia forti, per la disperazione causata dal fumo nero che

109
Singole Esperienze collettive

mi stava soffocando e dal calore delle fiamme che sentivo crescere alle mie
spalle. Ogni giorno temo di poter essere arrestato per aver violato qualche
segreto o per aver condotto qualche intercettazione abusiva.
Ogni giorno temo che la vita che sono riuscito a ricostruirmi possa essere
interrotta, ma sono felice di temere, perché finalmente vivo una vita nella
quale posso riconoscere di nuovo il terrore ed esprimere la mia paura senza
più il bisogno dell’adrenalina per sconfiggerla.
Posso tornare a nuotare in quel mare aperto che rappresenta la mia liber-
tà, nel quale vorrei essere sepolto, abbandonato alle onde, in cui ritrovare
il sapore di mio padre, di mio cugino, di mio suocero, delle mie lacrime;
il sapore della vita che merita di essere vissuta appieno per tutta la sua
durata fisica.
La morte è un evento inevitabile, è parte della vita, che tutti noi cerchiamo
di esorcizzare nei più svariati modi. Ho imparato ad accettarla non perché
l’ho vista in molte occasioni, ma perché non la conosco e non la voglio
conoscere fino a quando non verrà a prendermi per portarmi via con lei.
Sono sicuro però che la morte mi troverà vivo, non passivo, non rasse-
gnato, non deluso, non frustrato, semplicemente vivo e sereno con la mia
storia, nella quale ho elaborato i motivi per cui l’ho vissuta, augurandomi
di riuscire a scrivere un giorno anche la storia del mio futuro...

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Indice

Introduzione pag. 5

Inizio pag. 11

L’età uniformata pag. 15

Aria o saletta? pag. 27

In nome del popolo italiano pag. 33

Legio Patria Nostra pag. 39

Check Point Charlie 1989 pag. 43

Il sorriso di un padre che muore pag. 49

Gli orchi di Bangkok pag. 53

Ex Jugoslavia pag. 59

Moby Prince pag. 71

Abilmente diversi pag. 73

Al G.i.d.e.s. pag. 77

Massimo pag. 85

Sposo pag. 91

Predatori e prede pag. 95

Il caporalato dell’amicizia pag. 99

In Libano pag. 101

Fine pag. 109


Finito di stampare nel mese di giugno 2009
presso lo stabilimento
Tipografico Benvenuti & Cavaciocchi, Livorno