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1) La frase di Natalino al De Felice: "Aprimi la porta che ho sonno.

Ed ho il babbo
ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c'è la mi' mamma e lo zio che sono
morti in macchina."
Oggettivamente la frase riassume le tre cose che Natalino ha da dire al De Felice: farlo
entrare, accompagnarlo dal babbo che è a casa malato ed infine che la mamma e lo "zio"
sono morti in macchina.
E' plausibile per un bambino di sei anni reduce da quel che sappiamo, compresa una
lunga camminata da solo al buio senza scarpe in un terreno molto difficoltoso, riassumere
la situazione con questa lucidità?
-Dato univocamente confermato da varie fonti-

2) Natalino giunge ad una casa ad oltre due chilometri di distanza dal luogo del delitto
guidato, a suo dire, da una lucina accesa. Tralasciamo il fatto se potesse o meno vedere
quella lucina: sicuramente avrebbe potuto scorgere in lontananza le luci della strada dove
giunse, ma altrettanto sicuramente avrebbe potuto scorgere le abitazioni dal lato di Villa
Castelletti oppure lo stesso abitato di Lecore che si trovano a pochissimi minuti di
cammino. Perché mai avrebbe dovuto dirigersi verso le abitazioni più lontane?
Impossibile sbagliare la valutazione della distanza di un luogo che si trova a 2-300 metri
rispetto ad uno a oltre due chilometri. Inoltre lungo il percorso si trovavano (e si trovano
tutt'oggi) alcuni casolari sicuramente visibili. Mai però Natalino ha riferito di aver anche
solo provato a bussare ad uno di questi. Anche questo appare inspiegabile se il bambino
fosse stato da solo ed in cerca di aiuto.
- Dati oggettivo certi, confermati dal rapporto degli inquirenti del 25 agosto 1968-

3) Tralasciamo il particolare, che è controverso, dei calzini sporchi o puliti o lacerati.


Nonostante fosse certamente scalzo (le scarpe vennero ritrovate in macchina) Natalino
non presentava alcun graffio quando fu visitato dal medico. Venne rilevato soltanto "un
marcato rossore alla periferia degli occhi".
Possiamo pensare che non sia stato visitato con una certa cura, visto il lungo cammino
fatto al buio ed i rischi di ferite ed infezioni? Qualsiasi persona, anche non medico, sa che
un bambino di quell'età torna a casa molto spesso con le ginocchia "sbucciate" dopo
essere stato a giocare con gli amici. Possibile percorrere due km al buio attraversando tra
l'altro gli alti mucchi di ghiaia, che sappiamo per certo si trovavano sul percorso,
arrivando senza un graffio?
-Dal verbale del 25 agosto 1968, relativo al sopralluogo del 24 agosto con Natale Mele.
NB - nessuna fonte ha mai parlato di alcun graffio o ferita sul corpo di Natalino-

4) Durante il sopralluogo con Natalino del pomeriggio 24 agosto alle 16.30 circa sulla
strada da lui percorsa la notte del delitto, quando sopraggiungono al luogo in cui si
trovavano i cumuli di ghiaia (depositati a causa dei lavori di asfaltatura della strada
parallela), il maresciallo Ferrero dubitò fortemente che il bambino possa avere superato
quegli ostacoli da solo al buio e gli disse: "Senti Natalino, come vedi su questa strada è
impossibile camminare senza scarpe, forse hai fatto altra strada e non questa". Il bambino
replicava: "questa è la strada e da qui sono passato a piedi". Al che il verbalizzante
replicava: "bada Natalino, se non dici la verità questa notte al buio rifaremo la stessa
strada, però senza scarpe come quella notte". Al che il Mele di scatto rispose: "No! Quella
notte mi portò il mio babbo", precisando: "a cavalluccio". Non possiamo da questo avere
alcuna certezza, ma dobbiamo rilavare che Natalino in un primo momento appare ben
deciso a confermare la sua versione di aver camminato da solo. La minaccia del
maresciallo sicuramente non è ortodossa ed il suo comportamento è discutibile. Però così
andarono le cose e la domanda che mi faccio è questa: se Natalino aveva davvero fatto
quel percorso di notte al buio e senza scarpe e voleva dimostrare al maresciallo di essere
passato di lì, perché non ha rifatto la stessa cosa quel pomeriggio in piena luce, con le
scarpe per dimostrare che lui poteva scavalcare quegli ostacoli? Da notare anche il
particolare del "cavalluccio". Se l'è inventato di sana pianta?
-Dal verbale del 25 agosto 1968, relativo al sopralluogo del 24 agosto con Natale Mele-

5) Nel proseguimento del sopralluogo del 24 agosto, si raggiunge un ponticello


intersecante una strada sterrata che conduce dai Colli Bassi di Signa a Sant'Angelo a
Lecore. Natalino dichiara di essere stato lasciato lì dal padre che se ne era tornato
indietro, mentre lui aveva proseguito a piedi fino alla casa bianca del De Felice la cui
luce accesa sicuramente si poteva intravedere da quel punto. Se partiamo dall'ipotesi che
Natalino menta ed abbia fatto il percorso da solo, come si spiega questa affermazione
completamente inventata da un bambino di sei anni? E' da rilevare che
quest'affermazione, che sia o meno vera, ha una sua logica intrinseca: chiunque l'avesse
accompagnato, molto probabilmente l'avrebbe proprio depositato in quei paraggi,
altrimenti avrebbe rischiato di essere visto nella zona della strada trafficata (via Vingone)
ed in prossimità delle abitazioni. Se si suppone quindi che Natalino abbia fatto la strada
da solo, dovremmo quindi anche assumere il fatto che si sia inventato di sana pianta
questo dettaglio assolutamente verosimile, ma non certo alla portata della logica di un
bambino di sei anni, che non può assolutamente ragionare in questo modo: "dirò che il
babbo mi ha lasciato qui perché se davvero mi avesse accompagnato da qui in poi
qualcuno l'avrebbe potuto vedere e sarebbe meno credibile che mi abbia portato fino alla
casa dove ho suonato il campanello".
-Dal verbale del 25 agosto 1968, relativo al sopralluogo del 24 agosto con Natale Mele-

6) Nell'ipotesi che Natalino sia arrivato da solo all'abitazione del De Felice si deve anche
assumere come coincidenza o casualità il fatto che nell'abitazione adiacente vivesse
Silvano Vargiu, servo pastore (probabilmente amante) di Salvatore Vinci, che fu tra l'altro
uno dei due amici che diedero gli l'alibi per quella notte?
-Dalla sentenza-ordinanza del 13 dicembre 1989 del giudice istruttore Mario Rotella-

7) Natalino Mele fu risentito molti anni dopo quando emerse la cd "pista sarda". Disse di
non ricordare più nulla dei tragici fatti, diede comunque nuovamente la versione di aver
compiuto da solo il tragitto, ma alla fine ammise anche di aver telefonato alla zia Maria
Mele (sorella del padre Stefano) riguardo all'interrogatorio che avrebbe appunto dovuto
subire. "...mi ha consigliato di dire che quella notte dormivo e quindi non ero in grado di
riferire nulla". Sentita dunque dagli inquirenti, oltre a dichiararsi convinta dell'innocenza
del fratello, ma ormai rassegnata alla vergogna a cui era soggetta la famiglia riguardo a
questo caso, confermò di aver suggerito a Natalino di non dire nulla. Ragioniamo sul
punto: è assolutamente evidente che Natalino, fin dai giorni immediatamente successivi
al delitto e negli anni seguenti, deve per forza aver detto la "sua verità" riguardo a quella
notte alla zia Maria, con cui evidentemente si confidava, visto che la chiama prima di
essere interrogato. Ammettiamo che il delitto sia stato compiuto da un estraneo. Cosa può
aver detto Natalino alla zia? Che non ha visto, oppure non ha riconosciuto colui che
sparava. Perché in tal caso la zia Maria gli consiglia di non dire la verità, ma di dire che
dormiva e non può ricordare nulla? E più in generale: perché c'è sempre stato questo
condizionamento, assai evidente negli atti, sul bambino? Anche qui, proviamo a partire
dall'ipotesi che un estraneo totale commise il delitto. Se Natalino non avesse visto o non
avesse individuato in chi vide quella notte un volto noto, che motivo ci sarebbe stato di
"istruire" il bambino anche soltanto a non ricordare? Bastava lasciargli dire la verità che
evidentemente non avrebbe compromesso nessuno, anzi avrebbe scagionato tutti, se
nessuno dei sardi fosse stato coinvolto.
-Verbale di istruzione sommaria di Natale Mele del 16 agosto 1982-

8) Tra le sei e le sette del mattino successivo al delitto, gli inquirenti suonarono alla porta
di un vicino di casa di Stefano Mele, il quale invece si affaccia subito alla finestra di casa
al piano superiore giustificandosi: "Aspettavo che mi portassero la notizia se del caso
fosse capitato qualcosa". E' una frase naturale per uno che non sa nulla? Si può dire in
effetti che fosse preoccupato
visto che la moglie non era rientrata, ma in tal caso perché non cercarla o chiamare le
forze dell'ordine? Lui si giustificherà dicendo che stava male, ma evidentemente non così
male da restare alzato e completamente vestito, così infatti viene trovato.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica del
21 settembre 1968-

9) Nella medesima circostanza viene comunicata a Stefano Mele la notizia dell'uccisione


della moglie e di Lo Bianco che si trovavano a "convegno amoroso". La reazione
dell'uomo è "relativa e poco genuina: non si preoccupa di sapere come è successo, bensì
precisa immediatamente che per tutta la notte non si è mosso da casa." Ognuno può
valutare questa reazione in modi diversi, d'altronde il comportamento di ciascuno in
circostanze simili è soggettivo e non facile da interpretare. Però non si può non rilevare
che, trattandosi nello specifico di un soggetto con comprovati limiti intellettivi, questo
comportamento fa il paio perfetto con quello di Natalino che arriva a casa del De Felice
con una frase già pronta all'uso. Si concilia tutto ciò con una persona che non sapeva
nulla di quel che era accaduto quella notte?
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica del
21 settembre 1968-

10) Sempre nella circostanza di cui sopra Stefano Mele viene trovato vestito di tutto
punto per uscire, ma con le mani sporche di grasso. Le ipotesi più svantaggiose per lui
sono due: quella degli inquirenti che ritennero che si fosse sporcato con il grasso della
bicicletta, quindi che fosse uscito quella notte e quella per cui avrebbe cercato, magari
istruito da qualcuno, di pulirsi le mani dalle tracce di polvere da sparo che sarebbero state
rilevate dal guanto di paraffina (e ne commenteremo gli esiti nel punto successivo). Quali
sono invece le ipotesi nel caso fosse stato completamente estraneo ai fatti della notte?
Non si può escludere naturalmente che si sia sporcato le mani stando in casa, ma da
nessuna parte agli atti si trova una sua qualsiasi spiegazione per queste mani sporche di
grasso. Questo è il dato oggettivo che fa riflettere.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica del
21 settembre 1968-

11) L'esito del test della paraffina su Stefano Mele è il seguente: "mano destra:
colorazione azzurra in una zona di circa tre millimetri in corrispondenza della piega della
pelle tra il pollice e l'indice." Altra circostanza non probante, ma comunque sospetta.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica
del 21 settembre 1968-

12) Sappiamo che Stefano Mele sostenne una serie di accuse per il delitto nei confronti
dei vari amanti della moglie. Tra queste cerchiamo di estrapolare degli elementi che
paiono degni di riflessione: in particolare sostenne di aver prestato la somma di 150.000
lire a Salvatore Vinci ed altrettanti glieli avrebbe prestati Barbara Locci. Quando avrebbe
chiesto al Vinci di restituirgli la somma la risposta sarebbe stata "Io prima o dopo faccio
fuori tua moglie e così facciamo pari del debito", aggiungendo che aveva fatto fuori in
passato la prima moglie con il gas. E' evidente che nessuna affermazione di Stefano Mele,
se non corredata da prove inoppugnabili può essere presa per buona. Però soffermandoci
a riflettere su queste frasi emergono due importanti considerazioni: poteva avere Stefano
Mele la "raffinatezza mentale" di inventarsi di sana pianta una frase come quella sopra
virgolettata attribuita a Salvatore?". E soprattutto, come poteva avere un qualsiasi
sospetto che Salvatore Vinci potesse aver ucciso con il gas la prima moglie dal momento
che il caso era stato archiviato dagli stessi inquirenti come suicidio e che non si ha alcuna
notizia che indichi che i due si conoscessero già in Sardegna?
-Processo verbale di interrogatorio di Stefano Mele del 23 agosto 1968 ore 11.35-

13) Nella versione in cui dichiara che Salvatore Vinci era suo complice la notte del
delitto, Stefano Mele afferma tra l'altro che Salvatore gli consegnò una pistola
avvertendolo: "Guarda che ci sono otto colpi". Questo dettaglio degli otto colpi sparati
corrisponde alle conclusioni dell'autopsia che però non era ancora stata effettuata quando
Mele fece queste dichiarazioni, anzi, le fonti giornalistiche parlavano di sei colpi e sulla
scena del crimine erano stati rinvenuti soltanto cinque bossoli. Ha indovinato Stefano
Mele un dettaglio del quale nemmeno gli inquirenti potevano essere al corrente?
-Processo verbale di interrogatorio di Stefano Mele del 23 agosto 1968 ore 21.00-

14) Nella medesima circostanza Stefano Mele dichiara tra l'altro di aver trovato la moglie
con le mutandine abbassate al ginocchio e di aver provveduto a tirargliele su, oltre che
aver in qualche modo risistemato nell'auto i due corpi. Anche questi dettagli saranno
confermati dall'autopsia ed anche di questi Stefano Mele non poteva avere alcuna idea se
non fosse stato sul luogo del delitto durante la notte.
-Processo verbale di interrogatorio di Stefano Mele del 23 agosto 1968 ore 21.00-

15) Quando Stefano Mele, il pomeriggio del 23 agosto, viene scortato in auto dagli
inquirenti per un sopralluogo sulla scena del crimine, sbaglia più volte strada,
dimostrandosi molto più confuso rispetto ad esempio a quanto farà Natalino il giorno
dopo, nel riconoscere il percorso. A mio modo di vedere questo è un dettaglio
estremamente significativo su cui riflettere. Alcuni infatti sostengono legittimamente che
Stefano Mele fu in qualche modo aiutato dagli inquirenti nella ricostruzione in modo da
poterlo rapidamente mandare a processo e chiudere il caso. Se così fosse però, per quale
motivo nei rapporti emergerebbe questa sua incapacità di orientarsi per le strade attorno a
Signa? Si darebbero la zappa sui piedi gli inquirenti che stanno cercando di incastrare
Stefano Mele? Proviamo invece a cercare una logica in tutto questo e considerare
semplicemente il fatto che i rapporti contengano la verità, come è più che probabile. Se
ipotizziamo che Mele fu accompagnato in auto da qualcuno quella notte, è sicuramente
plausibile che poi di giorno non sia stato in grado di ricostruire il percorso di una strada
che evidentemente non conosceva bene, lui che era abituato a usare solo la bici per
andare al lavoro. Al punto successivo vedremo l'implicita conferma di questo particolare.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica
del 21 settembre 1968-

16) Nella medesima circostanza si giunge di fronte al cimitero di Signa, che si trova in
linea d'aria a circa trecento metri dall'imbocco della stradina ove furono rinvenuti i corpi.
Leggiamo il verbale: "Per evitare che il Mele possa essere influenzato dagli inquirenti,
viene fatto camminare avanti, ad una certa distanza e da solo. Gli inquirenti seguono i
suoi passi. Il mele, raggiunta l'estremità delle mura del cimitero, si ferma, si orienta e
quindi prosegue dritto fino a fermarsi allo inizio della strada interpoderale Signa-
Sant'Angelo a Lecore. dopo un attimo la imbocca, percorre circa 150 metri e si ferma nel
punto quasi preciso ove è stata rinvenuta l'autovettura con i due cadaveri." Ecco, come
dobbiamo ragionare qui, ricollegandoci anche al punto precedente? Dobbiamo pensare
che gli inquirenti in questo rapporto ufficiale mentano sul punto specifico, laddove poche
righe sopra avevano scritto che il Mele non era in grado di trovare in auto la strada
giusta? Chi ha visto i luoghi del delitto capisce benissimo che dal cimitero di Signa (che
si trova prima della Villa Castelletti), una qualsiasi persona che non sia stata quella notte
sulla scena del crimine non avrebbe mai potuto ritrovare il punto esatto in cui era
parcheggiata l'auto. Noi stessi la prima volta che ci andammo, nonostante i riferimenti,
sbagliammo, venendo a trovarci sulla strada parallela al viottolo giusto. Se usiamo solo la
logica dobbiamo concludere che Stefano Mele la strada per arrivarci non la sapeva, ma
una volta giunto in prossimità del luogo, riuscì a trovare rapidamente il punto in cui
avvennne il delitto. Da notare che nel verbale si precisa che solo dopo che Mele aveva
individuato il punto in cui si trovava l'auto, venne fatta portare in loco un'auto dello
stesso modello per proseguire nella ricostruzione.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica
del 21 settembre 1968-

17) Nel mostrare agli inquirenti come aveva ricomposto i cadaveri il Mele urta la leva
dell'indicatore di direzione che automaticamente si accende. Il Mele a questo punto
vedendo la luce esclama: "Anche la notte è capitato così: ho messo la mano su questo
posto e si è accesa la luce". Riflessione: il fatto che la freccia fosse rimasta accesa
avrebbe anche potuto saperlo da Natalino, visto che, inopinatamente, gli era stato
consentito di passare la notte precedente con il figlioletto. Ma da qui a pensare che Mele
consapevolmente, per potersi meglio autoaccusare, simuli con abilità questo incidente
(soltanto il fatto che gli venga in mente questa raffinatezza...) credo che di strada ce ne
corra davvero parecchia. Oppure anche qui dobbiamo ipotizzare una falsità messa a
verbale?
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica
del 21 settembre 1968-

18) Sempre nel mostrare come aveva ricomposto i cadaveri Stefano Mele dice che la
scarpa del Lo Bianco gli si era sfilata dal piede. In effetti quando i carabinieri giunsero
sul posto dopo il delitto ed aprirono la portiera dal lato passeggero, dove si trovava
appunto il corpo dell'uomo, una scarpa scivolò a terra, evidentemente rimasta appoggiata
alla portiera. Anche questo dettaglio, a livello teorico, potrebbe averlo saputo da Natalino,
ma pare ai limiti del fantascientifico che Natalino l'abbia notato quella notte e poi riferito
al padre.
-Rapporto giudiziario del brigadiere Gerardo Matassino alla Procura della Repubblica del
21 settembre 1968-

19) Nel 1982 il novantaduenne Palmerio Mele (padre di Stefano) riferisce agli inquirenti
con inaspettata lucidità: "Mio figlio Stefano mi ha detto di essere innocente e mi ha fatto
capire di essere stato attirato in una trappola da uno dei fratelli Vinci..." (seguono
considerazioni personali dello stesso Palmerio che sospetta di Francesco che ritiene il più
feroce dei tre). Considerazione: pare molto difficile che Palmerio Mele si inventi questa
cosa, che effettivamente sembra proprio farina del sacco di Stefano. Quanto poi siano
vere le affermazioni di Stefano fatte con chicchessia, questo è un altro conto e non
proviamo nemmeno a capirlo. Quello che però è evidente è che neanche con il padre
Stefano Mele dice di essere completamente estraneo al delitto e di non avere idea di chi
ne sia responsabile.
-Verbale di istruzione sommaria di Palmerio Mele del 16 agosto 1982-

20) Il 19 agosto 1982 viene intercettata una telefonata tra le sorelle di Stefano Mele;
Maria e Teresa. La prima riferisce alla seconda che Stefano avrebbe detto la verità sul
delitto di Signa solo in punto di morte (per averlo saputo dalla sorella Antonietta) e
Teresa di rimando: "a me disse: non te lo posso dire; perché se ve lo dico ho paura anche
per voialtri". Di nuovo la solita considerazione: a nessuno dei suoi familiari Stefano Mele
riferisce mai di non avere nulla a che fare col delitto di Signa.
-Rapporto giudiziario del colonnello Nunziato Torrisi del 22 aprile 1986-

21) Il 27 agosto 1982 sia Maria che Palmerio Mele confermano una circostanza già
indicata dall'altra sorella Antonietta, cioè che all'epoca del processo di appello di Stefano,
un Vinci (ed in questa circostanza si chiarisce che era il maggiore, Giovanni) aveva
contattato Antonietta per ottenere un colloquio in carcere con Stefano Mele fingendosi un
parente. Il vecchio Palmerio specificò: "Preciso, in merito alla visita ricevuta da mia
figlia Antonietta, che a recarsi da lei fu quello dei Vinci più grassottello e più bassino, che
credo si chiami Giovanni. Questi disse di 'non fare movimenti' perché lui sapeva che
Stefano non aveva commesso gli omicidi e chi era il vero assassino". Altra circostanza
che su cui non è possibile evidentemente fare ipotesi ragionevoli, ma di per sè piuttosto
eloquente. Giovanni Vinci, il primo degli amanti della Locci era l'unico che mai era stato
coinvolto da Stefano Mele come correo. Eppure anche lui vuole parlare con Stefano.
Altra circostanza piuttosto inspiegabile se si parte dall'assunto che nessuno dei sardi fosse
coinvolto nel delitto.
-Verbale di istruzione sommaria di Palmerio Mele del 27 agosto 1982-

22) Il 24 gennaio 1984, a seguito di perquisizione domiciliare, nel portafogli di Stefano


Mele, ospite nella circostanza del fratello Giovanni, viene rinvenuto un biglietto scritto da
quest'ultimo, in cui sono riportate le seguenti tre frasi:
- RIFERIMENTO DI NATALE RIGUARDO LO ZIO PIETO
- CHE AVESTI FATTO IL NOME DOPPO SCONTATA LA PENA
- COME RISULTA DA ESAME BALLISTICO DEI COLPI SPARATI
Anche in questo caso non ci avventuriamo a comprendere il senso esatto del messaggio,
ma ci fermiamo all'evidenza che Giovanni Mele cerchi di influenzare le dichiarazioni del
fratello Stefano. E di nuovo ci chiediamo: se nessuna di queste persone ha avuto
minimamente a che fare con il delitto, come si spiegano tutti questi condizionamenti, a
distanza di 15 anni?
-Rapporto giudiziario del colonnello Nunziato Torrisi del 22 aprile 1986-

23) L'alibi di Salvatore Vinci per la notte del delitto di Signa vede come testimoni Nicola
Antenucci (suo dipendente) e Silvano Vargiu (suo figlioccio) che avrebbero giocato a
biliardo con lui. Il primo, davanti al magistrato Caponnetto fa una notevole confusione
sui giorni, dichiarando all'inizio che la serata della partita con Salvatore era il martedì (il
giorno precedente al delitto), poi sollecitato a ricalcolare i giorni conferma la data del
mercoledì 21 agosto. Il secondo invece verrà sentito solo un mese dopo il delitto ed
interrogato nel 1985 dal giudice Rotella dichiarerà che Salvatore, incontrandolo una sera
al bar, gli comunicò che Stefano vinci lo accusava e gli disse: "Guarda che tu sei
testimone, perché io quella sera al bar ero a giocare con te". L'altro presunto testimone
della serata dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) essere stato l'altro dipendente di
Salvatore, nonché suo compagno "storico" Saverio Biancalani, mai sentito all'epoca del
delitto, che nel 1985 si trincerò dapprima in un mutismo assoluto, tanto da essere
minacciato di incriminazione per reticenza, poi ammise che non poteva ricordarsi
dell'episodio, ma che parecchie volte era stato in quei tempi a giocare a biliardo con
quegli amici. E' evidente che l'alibi di Salvatore Vinci risulti alla prova dei fatti molto
debole, ma la cosa più interessante da rilevare è che lo si può comparare con quello
fornito nel 1984 in seguito al delitto di Vicchio, allorquando Antonietta D'Onofrio, sua
compagna dell'epoca, non fu in grado di confermare la data esatta in cui con la sua
bambina e Salvatore si era recata in centro a Firenze a prendere un gelato. Anzi, alla fine,
pressata dal magistrato ammise che Salvatore in anticamera le aveva "rinfrescato la
memoria" riguardo alla data giusta. E' piuttosto evidente la tendenza di Salvatore Vinci a
condizionare i testimoni su avvenimenti realmente accaduti, ma in date diverse da quelle
in cui necessita di un alibi.
-Dalla sentenza-ordinanza del 13 dicembre 1989 del giudice istruttore Mario Rotella-

24) Giuseppe Barranca, al processo Mele, riferisce di non essere a conoscenza di rapporti
tra il cognato Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, ma ammette di aver tentato almeno un
approccio con la donna che però gli rispose: "Ci potrebbero sparare mentre siamo in
macchina". Anche qui non possiamo trarre la conclusione che Barbara fosse stata
esplicitamente minacciata, lo possiamo solo supporre, ma è un'altra circostanza che
contrasta con l'ipotesi di un assassino completamente avulso dal giro Locci-Lo Bianco.
-Processo a Stefano Mele - Verbale di dibattimento del 20 marzo 1970-

25) Nel giorno del delitto di Signa accadono tre episodi fuori dalla routine, che
riguardano alcuni dei protagonisti (o supposti tali) della vicenda:
-Stefano Mele nella mattinata si sente male sul lavoro e viene riaccompagnato a casa dal
cognato di Antonio Lo Bianco, Giuseppe Barranca.
-Piero Mucciarini, cognato di Stefano Mele, fornaio, durante la notte del delitto prende un
permesso e non va al lavoro.
-Francesco Vinci ha il Gabbiano fuori uso dal meccanico.
-Dalla sentenza-ordinanza del 13 dicembre 1989 del giudice istruttore Mario Rotella-

26) Nel giorno del delitto di Signa (secondo Maria Lo Bianco, sorella di Antonio, mentre
secondo Francesco Vinci accadde tre giorni prima) Francesco Vinci fa una sorta di
sfida/scommessa con Antonio Lo Bianco, che egli non sarà capace di portarsi a letto
Barbara Locci. L'episodio avviene presso il bar Posta di Lastra a Signa.
-Dalla sentenza-ordinanza del 13 dicembre 1989 del giudice istruttore Mario Rotella-

27) Un'importante elemento oggettivo che differenzia il delitto di Signa da quasi tutti i
successivi è il mancato uso dell'arma da taglio. I soli altri due casi in cui questo non
avviene trovano una giustificazione assai ragionevole: a Baccaiano siamo assolutamente
certi che l'assassino non ne ebbe il tempo materiale, a Giogoli si ha l'unica situazione in
cui non c'è una vittima femminile che è indiscutibilmente l'oggetto primario dell'interesse
dall'assassino nell'uso dell'arma bianca. Si può affermare altresì che il delitto di Signa non
contenga alcuna traccia di maniacalità ed anche in questo caso i casi analoghi sono i due
sopra citati, che come sappiamo bene hanno delle ragioni evidenti per cui i
comportamenti maniacali non vengano messi in atto. C'è chi giustamente afferma che la
presenza imprevista del bambino abbia dissuaso l'aggressore dal mettere in atto gli
oltraggi ai corpi. Ma in tal caso si dovrebbe ritenere che l'aggressore abbia individuato la
macchina dei due in loco. Si è già accennato a questo elemento: data la caratteristica dei
luoghi è più probabile un pedinamento fin dall'uscita del cinema ed in tal caso il bambino
non sarebbe passato inosservato. Inoltre anche il punto successivo contraddice
l'immediata fuga dell'assassino alla scoperta del bambino.

28) Un'altra differenza notevole ed oggettiva tra i delitto di Signa e gli altri è che qui i
corpi vengono sicuramente riposizionati e ricomposti in auto, nello specifico la donna
viene rivestita e con ogni probabilità, secondo i rilievi investigativi, le vengono rialzate le
mutandine alla meglio. In nessuno degli altri delitti accade qualcosa di simile, anzi
accade esattamente l'opposto: quando possibile il corpo della donna viene sempre
vilipeso e lasciato nudo. Se a Signa si vuole presupporre un atto di tipo maniacale, ci si
dovrebbe necessariamente orientare verso quello che è definito un SK di tipo
"missionario" il quale potrebbe appunto rivestire le vittime per contrappunto a quella che
lui ritiene una loro azione moralmente censurabile. Ma questo contrasta totalmente con
tutti gli atti maniacali che si riscontreranno già a partire dal 1974 ed è piuttosto evidente.
29) Altro elemento che merita una qualche riflessione: in tutti i delitti il SK manifesta
interesse per la borsetta femminile (escludendo di nuovo Baccaiano e Giogoli per gli
stessi motivi del punto 27) rovesciandone abitualmente il contenuto. A Signa non c'è la
minima traccia di questo. Ha avuto il tempo di ricomporre i cadaveri, ma non si è
apparentemente curato di frugare nella borsetta, a meno che non lo abbia fatto con cautela
in modo da non lasciarlo vedere. Anche questo è un elemento di differenziazione
notevole: si può in sostanza dire che a Signa non si ha traccia della curiosità morbosa per
gli oggetti personali della vittima femminile invece presente negli altri episodi.

30) Riportiamo infine integralmente una parte dell'intervista di Mario Spezi a Francesco
Vinci, poco dopo la sua scarcerazione:
− Perché Stefano Mele non dice la verità?
− Ha paura. Paura per sé, per il figlio non lo so. Oppure copre qualcuno che gli interessa
in modo particolare, qualcuno che sa che MELE non lo tradirà mai. Secondo me Stefano
MELE partecipò all'uccisione della moglie per questi motivi. Il cadavere di Barbara fu
trovato rivestito. Quale assassino ha interesse a fare questo se non è in qualche modo
vicino alla famiglia della vittima? Il piccolo Natalino fu risparmiato e portato in salvo e
anche questo può essere fatto da qualcuno che gli era vicino. Voi mi chiedete chi? Può
capitare tra gente di mala che ci si chieda un favore che poi si rende. Ma Stefano non
conosceva nessuno del giro. Non aveva amici.
− Allora?
− Allora ci deve essere qualcuno a lui molto vicino che nessuno sospetta.
− Quest'uomo, dopo il delitto del 68 è diventato il mostro, ha ucciso altre sette coppie.
Che tipo è secondo te?
− È un uomo molto intelligente, uno che sa muoversi di notte in campagna anche a occhi
chiusi uno che sa usare il coltello non come gli altri. Uno che una volta ha avuto una
delusione.
Non c'è bisogno di addentrarsi in molte considerazioni, salvo il fatto che più di un
testimone nel corso del processo Pacciani si disse convinto che Francesco Vinci sapesse
chi era il Mostro di Firenze, probabilmente ricattandolo o legandolo in qualche modo a
sé, e che poi intimorito, avesse cercato di far perdere le sue tracce. Sappiamo come andò
a finire. Si deve credere che una persona astuta come Francesco Vinci avrebbe parlato
così con i giornalisti se il delitto di Signa fosse stato compiuto da un estraneo totale? Non
appare invece questa sua intervista una sorta di "assicurazione" del tipo: guarda che se mi
capita qualcosa resta una mia testimonianza pubblica che qualcuno saprà interpretare. Ed
in effetti per quasi 10 anni non gli capitò nulla...
-Da La Nazione del 1 novembre 1984-