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Mi riferisco in queste mie dichiarazioni alle deposizioni del signor Massimo

Ciancimino e a quelle ad esse direttamente collegate.


Ritengo di dovere fare una premessa alle dichiarazioni che far. Esse sono
sostenute da una serie di documenti che allego non certo con lintento di introdurli
nel processo, questa sar una valutazione di codesta Corte, il mio intento solo
quello di dimostrare che quanto andr dicendo non pretende di essere accettato
sulla parola, ma trova fondamento e riscontro nel materiale inoppugnabile che
allego.
Quale ufficiale dei Carabinieri ho retto il comando del Gruppo Carabinieri di
Palermo dal 22 settembre 1986 al 9 settembre 1990 e in successione ho prestato
servizio al Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dal 3 dicembre 1990 al 15
gennaio 1999, ricoprendo le cariche di comandante del Reparto Criminalit
Organizzata sino al 31 agosto 1992, di vice comandante dal 1 settembre 1992 sino
al 9 settembre 1997 e di comandante dal 10 gennaio 1997 sino al 15 gennaio 1999.
Il cap. Giuseppe De Donno, nel corso del mese di giugno1990, mentre era effettivo
al Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, quale comandante di Sezione e
quindi da me dipendente, arrest per due volte lex sindaco di Palermo Vito
Ciancimino a conclusione di indagini, da lui esperite, che avevano riguardato la
conduzione degli appalti per la manutenzione delle strade e degli edifici scolastici
della citt.
A seguito di questa e di precedenti vicende giudiziarie, allinizio del 1992 Vito
Ciancimino era stato oggetto di due procedimenti penali conclusesi con due
condanne:
. una definitiva (2 aprile 1992) a tre anni e due mesi di reclusione per il
procedimento relativo alla manutenzione scuole e strade di Palermo, scaturito dalle
indagini del cap. De Donno;
.laltra in primo grado (17 gennaio 1992) a dieci anni di reclusione pi tre di libert
vigilata per associazione di tipo mafioso ed altro, per cui linteressato era
appellante.
Nel corso del mese di giugno 1992, il cap. De Donno, sfruttando incontri casuali
verificatisi nel corso di suoi viaggi da e per Palermo, incontr e prese contatto con
Massimo Ciancimino, da lui conosciuto nel corso di perquisizioni a casa del padre,
stabilendo con lui una corretta interlocuzione. Lufficiale, titolare delle
investigazioni sfociate nellinchiesta mafia-appalti, ben conosceva il ruolo di
protagonista che aveva rivestito e che ancora rivestiva allepoca Vito Ciancimino

nel condizionamento degli appalti pubblici e pi in generale la sua funzione di


cerniera tra il mondo politico-imprenditoriale e lambito mafioso.
Nellottica di acquisire elementi utili alla prosecuzione delle indagini per giungere
allindividuazione dei responsabili degli omicidi di quellanno, in particolare per
quanto attiene la strage di Capaci, e sulla base delle interlocuzioni avute con
Massimo Ciancimino, siamo dopo lattentato di Capaci e prima di quello di via
DAmelio, De Donno ritenne che, opportunamente contattato, Vito Ciancimino
avrebbe potuto accettare il dialogo e al limite accondiscendere a qualche forma di
collaborazione, se non altro per dimostrare la sua sempre proclamata estraneit a
cosa nostra.
Su queste basi, lufficiale chiese a Massimo Ciancimino se il padre sarebbe stato
propenso ad un incontro con lui. Il rifiuto, opposto inizialmente, cadde
successivamente e Vito Ciancimino accett dincontrare il capitano, che venne da
me autorizzato a proseguire i suoi contatti.
Dopo un primo incontro di studio con lufficiale, a seguito della strage di via
DAmelio, egli manifest una certa propensione al dialogo. Lorrore per le morti di
Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fu asseritamente per Vito
Ciancimino la spinta che lo avrebbe indotto ad accettare linterlocuzione con
lufficiale.
Il cap. De Donno preliminarmente sollecit un parere sulle vicende siciliane che
riguardavano il suo interlocutore e Ciancimino descrisse i fatti che lo avevano visto
protagonista, da cui emergeva chiaramente la fondamentale funzione di snodo da
lui avuta nei rapporti tra mafia e mondo politico-imprenditoriale.
Per Ciancimino il sistema tangentizio era connaturato alleconomia nazionale e per
forza di cose si sarebbe ricostituito alla fine del periodo, allora in corso, di mani
pulite.
Sulla base di questa constatazione, egli non esit a proporre allufficiale un piano
di lavoro nel quale lui, Ciancimino, per conto della Stato, si sarebbe inserito nel
sistema illegale degli appalti al fine di un loro controllo. In pratica una sorta di
agente sottocopertura di settore.
Lufficiale prese ovviamente tempo, rimandando ad uneventuale fase successiva
di collaborazione questa ipotesi di lavoro che, stante il personaggio che la
proponeva, risultava inattuabile. La proposta, tuttavia, stava ad indicare una certa
volont di dialogo da parte del Ciancimino e De Donno pens di sfruttarla
chiedendogli se era disponibile ad incontrare un suo superiore, il col. Mori,
ottenendone una risposta affermativa. Preventivamente, infatti, lufficiale, che mi
informava costantemente sullo sviluppo dei suoi contatti, mi aveva prospettato
questa ipotesi su cui avevo concordato.

Ciancimino, seppure non fosse ritenuto formalmente un uomo donore, era


notoriamente collegato ai capi della famiglia corleonese, allora dominante in
cosa nostra.
Accettai quindi lincontro, anche se con forti dubbi sui suoi esiti, decidendo di
trattare Ciancimino come una fonte confidenziale, seppure tutta da valutare, nella
scontata considerazione che per combattere concretamente la mafia occorreva
confrontarsi con chi dellorganizzazione conosceva perfettamente i personaggi e le
trame, anche se questi tipi di contatti presentavano maggiori problematicit e
indubbi pericoli, anche personali.
Nella vicenda, per, ritenevo di avere un vantaggio importante dato dal fatto che
Ciancimino era in attesa di decisioni connesse ai propri procedimenti giudiziari
aperti che, se a lui sfavorevoli come era probabile, lo avrebbero riportato in carcere
definitivamente.
Male che fosse andata avremmo potuto avere considerazioni e spunti informativi
che, nella difficolt del momento, potevano essere sempre utili. Se tutto invece
fosse andato bene, sino a giungere ad una collaborazione piena, sicuramente la
lotta alla mafia avrebbe effettuato un salto di qualit forse decisivo.
Il primo incontro con me avvenne nel pomeriggio del 5 agosto 1992
nellabitazione romana del Ciancimino, in zona piazza di Spagna/villa Medici
(vds. agenda Mori 1992 gi in questi atti). Questo primo abboccamento fu una
semplice presa di contatto e serv per conoscere linterlocutore. Parlammo anche
del mio superiore dellepoca, il gen. Antonio Subranni, che Ciancimino ricordava
in servizio a Palermo, nel grado di maggiore, quale comandante del locale Nucleo
Investigativo dei Carabinieri.
Verso la fine dello stesso mese, precisamente il 29 agosto 1992 (vds. agenda
1992), si tenne il secondo incontro. Ricordo che prima di recarmi allappuntamento
ne informai il gen. Subranni e, scherzando, gli dissi che il Ciancimino aveva dato
di lui una buona valutazione professionale.
In questo contatto Ciancimino chiese a me ed al cap. De Donno, che stato sempre
presente a tutti i miei incontri con lex sindaco di Palermo, cosa volevamo da lui. Il
momento non consentiva certo richieste dirette e immediate ed era necessario
capire sin dove Ciancimino si voleva eventualmente spingere. Oggi, a distanza di
venti e pi anni, la situazione totalmente diversa, ma se allora si voleva invertire
la tendenza negativa del momento, era necessario usare accortezza e pazienza,
sfruttando bene ogni occasione che si presentava.
Partendo dalle acquisizioni raggiunte dalla inchiesta su mafia e appalti da noi
condotta e dalla convinzione, fornita da tante precedenti indagini, che Ciancimino
rappresentasse lo snodo dei rapporti collusivi e criminali tra politica, imprenditoria

e mafia, ero determinato ad acquisire da lui elementi che mi potessero fare


progredire nelle indagini e addivenire allidentificazione di mandanti ed autori
delle stragi di Capaci e via DAmelio.
Feci cos un quadro della situazione a seguito delle due stragi e chiesi un parere su
come si poteva venire a capo della situazione. Ciancimino rispose che ci avrebbe
pensato su in base alle sue conoscenze di cose siciliane, rimandando ad un
successivo incontro, che lui stesso avrebbe fissato, le sue valutazioni.
A quel punto, seppure Ciancimino non avesse detto nulla di particolare, restava il
fatto significativo che aveva ammesso di conoscere persone e fatti vicini a cosa
nostra e se avesse portato qualche notizia, di tipo sia pure interlocutorio, si
sarebbe spinto ad ammissioni o considerazioni da noi sicuramente sfruttabili.
Decisi anche, sulla base delle facolt concessemi dal codice di rito, di non
informare, in quella fase, la Procura della Repubblica di Palermo. Ci in relazione
a quanto ho descritto in questa sede sui contrasti sorti tra i magistrati di
quellUfficio sugli sviluppi dellinchiesta mafia appalti ricordati anche dalla dott.
sa Liliana Ferraro nella deposizione qui resa il 16.6. 2016.
Il terzo incontro avvenne l1.10.1992 (vds. agenda 1992). Ciancimino ci disse che
aveva preso contatto con laltra parte, senza specificare lidentit dei suoi
interlocutori, riferendoci che aveva riscontrato perplessit perch, avendo fatto i
nostri nomi, gli era stato chiesto chi rappresentassimo. Gli risposi di non
preoccuparsi e di andare avanti cos. Questa risposta che non lo poteva
accontentare in condizioni normali, in quel momento lo accontent, perch anche
lui aveva esigenze impellenti da soddisfare che gli sconsigliavano di assumere
posizioni rigide; cos prese per buona una risposta che esaustiva certamente non
era e decise di procedere oltre.
Nel corso dellincontro, Ciancimino ci consegn due copie della bozza di un suo
libro, intitolato Le Mafie, scritto su persone e fatti politico-amministrativi da lui
conosciuti come protagonista e testimone delle vicende siciliane degli anni appena
trascorsi. Nel testo egli sosteneva la tesi di una sostanziale convergenza di intenti
operativi tra mafiosi e politici. Il Ciancimino mi disse che era sua intenzione farlo
pubblicare e che ne aveva gi distribuito delle copie per sensibilizzare al suo caso
persone in grado di aiutarlo una volta conosciuta la verit.
A riguardo aggiunse che quelli del libro erano anche gli argomenti che voleva
trattare quando fosse riuscito ad essere ricevuto dalla Commissione Parlamentare
Antimafia e al riguardo chiese anche un mio interessamento. Egli, convinto che
dietro le morti di Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre la
matrice mafiosa, vi fosse un disegno politico, voleva esporre questa sua ipotesi
davanti ad un consesso politico e nel senso mi preannunci una sua lettera al

Presidente della Commissione, nella quale avrebbe rinnovato la sua richiesta di


essere sentito, formulata sino dagli anni ottanta.
Il libro Le Mafie, citato anche dal Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori, fu
trasmesso dal ROS, il 2 febbraio 1993, ai magistrati della Procura della Repubblica
di Palermo.
Per quanto attiene ai contatti con lon. Luciano Violante e i relativi collegamenti
con le vicende di Vito Ciancimino, rimando alle mie dichiarazioni spontanee qui
rese il 21 gennaio 2016.

Il 18 ottobre 1992 (vds. agenda 1992), avvenne il quarto, e per questa fase, ultimo
mio incontro con Ciancimino.
In questo incontro, come gi aveva fatto in quello precedente, il Ciancimino chiese
un mio interessamento per ottenere laudizione dalla Commissione Parlamentare
Antimafia, interessamento che promisi avrei fatto qualora avessi riscontrato che ne
esistevano le possibilit.
Nella circostanza ci fu inaspettatamente comunicato che era stato stabilito il
contatto con laltra parte e ci venne chiesto, assolte alcune precondizioni, che cosa
offrivamo.
Le precondizioni, a dire di Ciancimino, prevedevano che gli incontri dovessero
avvenire allestero, il mediatore fosse Ciancimino e si avesse un occhio di riguardo
per i suoi problemi di carattere giudiziario.
Tutte queste richieste, mi apparvero piuttosto la conferma delle preoccupazioni
personali di Ciancimino che tendeva a cautelarsi rispetto alla sua difficile
situazione giudiziaria.
Ritenendo quindi che Ciancimino stesse solo cercando di ottenere qualche
beneficio per s e, al limite, pensasse ad un espatrio in qualche modo autorizzato,
risposi direttamente al quesito principale postomi.
Non avendo nulla da offrire, perch eravamo l solo in funzione del nostro ruolo
professionale, dissi che Riina, Provenzano e tutti gli altri latitanti avrebbero dovuto
consegnarsi e noi, in cambio, avremmo trattato bene le loro famiglie.
A questa affermazione Ciancimino replic energicamente che in tale modo lo
volevamo morto e che, anzi, volevamo morire pure noi.
Aggiunse che non poteva assolutamente riferire una simile risposta e che avrebbe
detto al suo interlocutore che ci sarebbe stata una pausa di riflessione.
Che io mirassi esclusivamente a ottenere la collaborazione del mio interlocutore o
almeno qualche informazione utile ai fini delle indagini che avevo in corso, emerge
dalla stessa risposta da me formulata al Ciancimino a conclusione dei nostri
contatti confidenziali e da lui riportata, sia nelle dichiarazioni fatte

successivamente ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo a partire


dal 27 gennaio 1993, si veda in particolare le dichiarazioni rese il 17 marzo 1993
alle ore 09.30 ( allegato 1), che nello scritto di suo pugno, intitolato I Carabinieri
( allegato 2), sequestrato al figlio Massimo nel corso di una perquisizione a cui
venne sottoposto, in Palermo, il 17 febbraio 2005.
La mia replica infatti prevedeva la consegna incondizionata dei capi di Cosa nostra
posizione questa che fa ampiamente comprendere come una trattativa, basata per
sua natura su di un dare ed un avere, non era stata, almeno per quanto mi
riguardava, nemmeno ipotizzata.
Osservo ancora che, qualora fossi stato lintermediario, ovviamente per conto di
referenti superiori, di una trattativa, non avrei risposto di getto come anche Vito
Ciancimino conferma nelle sue dichiarazioni, ma avrei chiesto tempo per acquisire
la valutazione dei miei mandanti, cos da ricevere disposizioni e, se del caso,
attribuire ad altri il fallimento di un tentativo che per noi prevedeva pi di qualche
rischio diretto, visto e considerato che i nostri nomi erano stati fatti da Ciancimino,
sempre a suo dire, ai suoi interlocutori mafiosi.
In questa e in altre vicende, a seconda di quali sono gli specifici interessi di chi le
tratta, io e De Donno veniamo considerati alternativamente o dei fuoriclasse
dellinvestigazione o tanti minus habens che procedevano nelle indagini senza la
parvenza del discernimento.
Penso che non siamo n luna n laltra cosa, ritengo comunque che un minimo di
buon senso ce lo dovrebbero concedere tutti, cos da evitare nella fattispecie di
risultare le vittime sacrificali di un gioco, che se ci avesse riguardato, sarebbe stato
molto pi grande di noi.
Usciti dal colloquio, il cap. De Donno mi espresse la sua delusione per la fine del
rapporto, ma io ribattei che Ciancimino, con la sua reazione preoccupata, aveva
dimostrato di avere realmente preso contatto con ambienti di cosa nostra e che
mirava assolutamente ad evitare il carcere; quindi forse tutto non era
compromesso.

Nel corso del mese di novembre 1992, il cap. De Donno, attraverso Massimo
Ciancimino, seppe che Vito Ciancimino lo voleva incontrare da solo.
Ritornato dallappuntamento, lufficiale mi rifer che Ciancimino, dichiaratosi
pienamente collaborativo, gli aveva chiesto cosa effettivamente volessimo e che lui
gli aveva risposto che a noi interessava catturare i capi di cosa nostra, cio Riina
e Provenzano.

Ciancimino ne aveva preso atto, precisando subito che aveva indicazioni pi


immediatamente sfruttabili su Riina Salvatore, chiedendo a riguardo le mappe della
zona di Palermo che, da viale della Regione Siciliana va verso Monreale, con lo
schema dei relativi allacci dellAzienda municipalizzata degli acquedotti (AMAP),
questo perch, sulla base della conoscenza di alcuni lavori che erano stati effettuati
anni prima nella zona ove pensava potesse trovarsi labitazione di Salvatore Riina
riteneva, consultandole, di poterla localizzare.
Acquisita la documentazione, De Donno ritorn da Ciancimino che non fu
soddisfatto del materiale chiedendo altre mappe per una zona diversa ed attigua a
quella che aveva precedentemente indicato.
Poche ore dopo lincontro avvenuto il 18.12.1992 Ciancimino venne arrestato in
esecuzione di un provvedimento di custodia cautelare emesso, sul presupposto del
pericolo di fuga, dalla Corte dAppello di Palermo.
Vito Ciancimino quindi non contribu in alcun modo alla cattura di Tot Riina, ma
sono convinto che, se avesse potuto e ne avesse avuto il tempo, ci avrebbe messo
sulla pista giusta perch, a quel punto della sue vicende giudiziarie, aveva ormai
capito che solo un contributo di quella importanza gli avrebbe consentito di
mantenere lo stato di libert, che era per lui la ragione ed il senso stesso della vita.
Da qui, il passo successivo ad una collaborazione piena, sarebbe stato un fatto
possibile.
In tutta questa fase dei contatti, Ciancimino mai ebbe a dirci chi fosse il suo
interlocutore o se avesse ricevuto documenti dalla parte mafiosa con richieste di
qualsiasi tipo che ci potessero interessare. N, quindi, tantomeno, ci fece vedere o
consegn alcun documento.

Il 19 dicembre 1992 venne arrestato Vito Ciancimino.


Il 10 gennaio 1993 (vds. agenda Mori 1993 gi in questi atti) incontrai a Torino
il dott. Giancarlo Caselli che, di l a qualche giorno, doveva assumere la carica di
Procuratore della Repubblica di Palermo. Con il magistrato esistevano rapporti che
risalivano allepoca della lotta al terrorismo, e prima di iniziare la nuova attivit,
mi aveva chiesto di fargli un preliminare punto di situazione sulla realt
palermitana.
Sul posto, accompagnato da un collega, seppi anche della cattura, avvenuta in
Borgomanero (NO), di Baldassare Di Maggio, che si era aperto subito a
collaborazione. Concordai con il dott. Caselli, che era gi in contatto con i
magistrati palermitani, il tipo di attivit che doveva conseguentemente svolgere il

Reparto del ROS che da tempo sviluppava una specifica azione, dintesa con la
Procura di Palermo, volta alla cattura di Salvatore Riina.
In tale circostanza, nel quadro generale della situazione che delineai, riferii, per
sommi capi, anche del mio tentativo di approccio con Vito Ciancimino ed il dott.
Caselli, che si mostr interessato, mi chiese di tenerlo informato degli eventuali
sviluppi.
Il 15 gennaio 1993 venne arrestato dal ROS Riina Salvatore. Nella stessa giornata,
il dott. Giancarlo Caselli assunse le funzioni di Procuratore della Repubblica di
Palermo.
Nel corso di quel mese di gennaio, qualche giorno dopo la cattura di Riina
Salvatore, lavvocato Giorgio Ghiron, difensore di Vito Ciancimino, mi contatt
telefonicamente dicendomi che il suo cliente voleva parlare con me ed il capitano
De Donno. Di conseguenza venne richiesta la prevista autorizzazione al Ministero
della Giustizia per svolgere un colloquio investigativo in carcere ed informai
preventivamente delliniziativa il dott. Caselli.
Il 22 gennaio 1993 (vds. agenda 1993) svolsi il colloquio investigativo con Vito
Ciancimino che dichiar essere sua intenzione riaprire con noi il rapporto
confidenziale interrotto dal suo arresto. Gli chiarii la nuova situazione per cui la
prosecuzione di un dialogo poteva avvenire solo su di un piano di formale
collaborazione con gli organi dello Stato e quindi con la magistratura competente.
Dopo qualche tergiversazione egli accett.
Rientrando al ROS, trovai ad attendermi il dott. Caselli. Il magistrato, presente
anche il generale Subranni, manifest la sua soddisfazione per questa prima
apertura e mi annunci che avrebbe iniziato al pi presto lescussione del
Ciancimino.
La tempestivit nellinformare della vicenda il Procuratore della Repubblica di
Palermo sta a ribadire che, da parte mia, non vi era alcuna volont di nascondere
qualcosa, ma solo quella di incanalare un tentativo sicuramente difficile, ma
potenzialmente molto fruttuoso, verso il referente non solo competente per
funzioni, ma anche pienamente disposto sostenermi, in quanto convinto
dellimportanza delliniziativa. Atteggiamento che la precedente direzione della
Procura ritenevo non avesse.

Il 24 gennaio 1993, con protocollo n. 12864/2 del ROS, ragguagliai anche


formalmente il Procuratore della Repubblica di Palermo del colloquio investigativo

svolto con Vito Ciancimino, comunicando la sua volont di essere ascoltato dal
magistrato.
Il 27 gennaio 1993 iniziarono gli interrogatori di Vito Ciancimino da parte del dr.
Giancarlo Caselli e del dr. Antonio Ingroia. Nel corso delle sue dichiarazioni il
Ciancimino riepilog le modalit dei suoi contatti con me e De Donno su cui nulla
ebbero ad eccepire i magistrati procedenti, Giancarlo Caselli e Antonio Ingroia.
Si vedano in particolare le dichiarazioni rese il 17 marzo 1993, alle ore 09.30 da
Vito Ciancimino ai magistrati della Procura di Palermo (allegato 1).
Nel corso dei suoi interrogatori, ad alcuni dei quali abbiamo assistito io e/o il
capitano De Donno, Ciancimino riepilog, negli stessi termini da me sopra
riportati, la storia dei nostri contatti, ricordando anche la proposta fattaci
dinfiltrarsi nel sistema degli appalti al fine del loro controllo da parte dello Stato.
Egli conferm sostanzialmente anche la cadenza temporale degli stessi, collocando
per il suo primo incontro con me, ed in ci posticipandolo, una volta il 25 agosto
ed unaltra l1 settembre 1992, invece del precedente 5 agosto.
Se, come poi sostiene Massimo Ciancimino, ci fossimo messi daccordo io e Vito
Ciancimino sui tempi ed i contenuti delle sue dichiarazioni, avremmo certamente
evitato discrepanze su di un particolare, la data dinizio dei nostri colloqui,
fondamentale per la ricostruzione dei fatti che qui interessano.
Sia nella fase dei contatti preliminari con me e De Donno, che in quella delle
deposizioni rese ai magistrati, Ciancimino non fece mai nomi di imprese o
imprenditori da sfruttare per rendere operativa la sua proposta connessa al
controllo degli appalti, che rimase esclusivamente a livello di una sua personale
ipotesi di lavoro.
Il 2 luglio 1993 ( vds. agenda 1993 ), incontrai nel mio ufficio il dr. Caselli ed il
dr. Ingroia. Tra laltro fu trattato il tema degli interrogatori di Vito Ciancimino per
i quali i due magistrati mostrarono il loro scetticismo alla luce delle dichiarazioni
ritenute non conclusive sino a quel punto rilasciate dallex sindaco di Palermo.
Il 13 luglio 1993 ( vds. agenda 1993 ), previa telefonata del giorno prima, mi
venne a trovare lavv. Ghiron il quale, a proposito dellandamento, sino al quel
punto non significativo, degli interrogatori di Ciancimino mi disse che il suo difeso
si era determinato a fornire un pi sostanziale contributo di conoscenza agli
inquirenti.

Il 22 luglio 1993 ( vds. agenda 1993) i magistrati della Procura della Repubblica
di Palermo effettuarono un ulteriore interrogatorio di Vito Ciancimino, anche da
me caldeggiato alla luce delle notizie fornitemi dallavv. Ghiron. Latto fu ancora
una volta deludente.
La serie degli interrogatori di Vito Ciancimino si concluse senza che i magistrati
ravvisassero elementi tali da considerare come produttive le sue dichiarazioni.
In merito alle dichiarazioni del Ciancimino, i magistrati della Procura della
Repubblica di Palermo Caselli, Pignatone, Ingroia e Patronaggio conferirono, da
quellestate del 1993 e sino al 1997, una serie di deleghe dindagini alla Sezione
del ROS comandata dal capitano De Donno che le esplet senza che, allesito,
fosse eccepito qualcosa.
Il 17 febbraio 2005, a Palermo, come gi ricordato, nel corso di una perquisizione
nellabitazione palermitana del figlio Massimo, fu rinvenuto tra laltro un
manoscritto di pugno di Vito Ciancimino, intitolato I Carabinieri (allegato 2), nel
quale vengono riepilogate, negli stessi termini descritti da me e dal cap. De Donno
e dianzi riportati, le fasi dei nostri incontri.
Osservo che il documento fu ottenuto con un atto a sorpresa, cio con una
perquisizione, modalit di per s sempre pi credibile, per il tipo di acquisizione, di
una consegna spontanea.
Peraltro, come dimostrer la produzione che verr effettuata dalla mia difesa,
questo non lunico manoscritto nel quale Vito Ciancimino parla, di questa
vicenda, negli stessi termini riferiti da me e dal cap. De Donno.
Per ultimo, in relazione a questa vicenda, vorrei fare rilevare che le ricostruzioni
dei fatti formulate il 6.06.1998 dalla 2^ Corte dAssise di Firenze nel processo
contro Bagarella Leoluca + 25, ribadite poi in sede di appello, e dalla 3 Sezione
Penale del Tribunale di Palermo, nel processo contro Mori Mario + 1, in data
20.02.2006, tra loro concordanti, confermano pienamente la versione proposta da
me, dal dr. De Donno ed anche, per la parte che ci riguarda, da Vito Ciancimino.
Le tre sentenze sopra citate sono gi agli atti di questo processo.
Stesso orientamento ha manifestato il GIP del Tribunale di Palermo che, con suo
decreto n. 15123/01 del 20.09.2004, ha archiviato, su conforme parere della
Procura della Repubblica, il procedimento penale n. 18101/00 iscritto a carico di
Riina Salvatore, Cin Antonino e Ciancimino Vito (allegato 3).
Un anno dopo la cattura di Riina Salvatore realizzata dai carabinieri del ROS il 15
gennaio 1993, iniziarono una serie di articoli giornalistici che mettevano in dubbio
le modalit della cattura del capo di cosa nostra ed evidenziavano, in particolare,

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la mancata perquisizione della sua abitazione. La polemica, riproposta negli anni,


indusse la Procura della Repubblica di Palermo ad aprire per due volte un fascicolo
processuale che venne chiuso, in entrambi i casi, con la richiesta di archiviazione.
La seconda richiesta non venne accolta dal GUP del Tribunale di Palermo che
dispose (18 febbraio 2005) il rinvio a giudizio mio e del capitano Sergio De Caprio
che AVEVA proceduto materialmente allarresto, per favoreggiamento del Riina,
con laggravante dalla finalit di avere agevolato lassociazione mafiosa.
Con sentenza del 20 febbraio 2006, la 3^ Sezione Penale del Tribunale di Palermo
ci assolse perch il fatto non costituiva reato e la Procura della Repubblica non
interpose appello.
Nel corpo della motivazione venne tra laltro affermato che non vi era stata
nessuna trattativa tra i Carabinieri del ROS e cosa nostra.

Il signor Massimo Ciancimino, a partire dalla primavera del 2008, ha rilasciato una
serie di dichiarazioni ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo in
relazione ai rapporti che il padre intrattenne con me e lallora cap. Giuseppe De
Donno.
Su questi rapporti, come inizialmente ho ricordato, sin dalla seconda met degli
anni novanta, erano intervenute, in sedi giudiziarie diverse, sia le dichiarazioni mie
e di De Donno, che quelle di alcuni collaboratori di giustizia, trovando ampio
risalto e diffusi commenti sugli organi dinformazione.
Voglio cio dire che praticamente tutto, sin da quellepoca, era noto. Logica
avrebbe voluto che, in quel periodo, se Vito Ciancimino o i suoi familiari avessero
ritenuto di individuare falsit, o ricostruzioni degli avvenimenti non aderenti alla
realt, avrebbero potuto intervenire a loro volta per puntualizzare o smentire ogni
aspetto ritenuto falso o non corretto, al fine di ristabilire la verit ed il loro buon
nome.
Questo non avvenuto e solo dopo molti anni dalle prime emergenze su quei fatti,
Massimo Ciancimino ha sentito il bisogno di intervenire.
Nel frattempo per egli era stato coinvolto in un procedimento penale relativo alla
gestione del patrimonio paterno che, in appello, lo ha visto condannato a tre anni e
quattro mesi di reclusione. Nel contesto di questa vicenda, egli aveva subito, 17
febbraio 2005, una perquisizione, prima da me ricordata, disposta dalla Procura
della Repubblica di Palermo, nella quale era stata sequestrata documentazione
autografa di Vito Ciancimino, relativa anche alla fase dei contatti con me ed il cap.
De Donno.
Anche allora Massimo Ciancimino, seppure sollecitato dai magistrati che
procedevano, aveva ritenuto di tacere e mantenne tale atteggiamento anche durante

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il processo in primo grado che lo riguardava, iniziato il 15.11.2006, e conclusosi


per lui, con una condanna a cinque anni ed otto mesi di reclusione.
Solo il 7 aprile 2008, un mese dopo linizio del procedimento dappello a cui era
interessato, aperto il 6 marzo 2008, il Ciancimino decise di rilasciare dichiarazioni
in merito ai rapporti, di circa sedici anni prima, tra il padre e gli ufficiali del ROS.
Queste dichiarazioni, caratterizzate da uninusitata diluizione nel tempo,
accompagnate da fughe di notizie e preannunci sensazionalistici, inframmezzate da
interviste sui giornali ed apparizioni televisive ben orchestrate, hanno creato una
sorta di processo mediatico, tuttora in corso, che ha finito per indurre,
nellopinione pubblica, convincimenti che i fatti e gli esiti processuali non hanno
assolutamente ratificato ed hanno, anzi, sonoramente smentito.
A corredo dei suoi interrogatori Massimo Ciancimino ha consegnato anche:
. una serie di documenti, per lo pi manoscritti ed attribuibili al padre;
. alcuni messaggi, i cos detti pizzini, da lui ascritti a Bernardo Provenzano ed
asseritamente inviati da costui al padre;
Oltre agli aspetti che riguardano i contatti miei e del dott. De Donno con Vito
Ciancimino che tratter qui di seguito, Massimo Ciancimino ha sottolineato che il
padre:
. aveva rapporti con il prefetto Emanuele De Francesco e lAlto Commissario
Domenico Sica;
. aveva fatto parte di Gladio;
. era stato contattato dal ministro Attilio Ruffini per evitare che la mafia si
intromettesse nelle ricerche dellon. Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse;
. era stato anche interessato, sempre dallon. Ruffini, perch non emergessero le
responsabilit della Francia nel disastro aviatorio di Ustica;
. era in contatto con tale Carlo/Franco, un funzionario dei Servizi di Sicurezza
che assicurava il collegamento con i ministri Mancino e Rognoni, i quali erano al
corrente della trattativa in corso tra il padre e i Carabinieri. Con questa persona
anche Massimo Ciancimino aveva avuto rapporti sia diretti che mediati da altri
appartenenti ai Servizi.
Nellaffrontare questa vicenda occorre preliminarmente sottolineare alcuni aspetti
che ne sono il presupposto.
Vito Ciancimino ha sempre respinto ogni accusa rivoltagli, e sino agli ultimi giorni
di vita, con dichiarazioni e scritti, ha cercato di giustificare i suoi atti. Si veda, ad
esempio, il documento manoscritto, databile allanno 2002, da lui intitolato

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REVISIONE PROCESSI DI VITO CIANCIMINO (ex art. 630 lettera d del


c.p.p.), sequestrato a Palermo, il 17 febbraio 2005, a Massimo Ciancimino e nel
quale lex sindaco di Palermo sollecita la revisione dei suoi processi definendosi
lunico uomo politico condannato per delitti di associazione mafiosa con pena
che sto scontando per intero (allegato 4).
Il tentativo di venire a capo dei suoi guai giudiziari ha rappresentato per lui una
costante a partire dal 1984, epoca del suo primo arresto, poi nel periodo del
soggiorno obbligato a Rotello (CB) e infine, nel corso degli anni novanta, quando
si avvicinavano preoccupanti scadenze giudiziarie.
Vito Ciancimino, quindi, nel rapporto con me e De Donno intravedeva una sponda
a cui appoggiare il suo intento volto ad evitare ulteriori e definitive carcerazioni e
su questo tentativo, stante limpellenza degli avvenimenti per lui negativi, punt
tutto; anche a costo di rischi personali.
Il figlio Massimo, anche lui, in questa vicenda, gioca la sua utilitaristica partita,
infatti riportando in maniera volutamente asettica, ma soprattutto de relato,
affermazioni e vicende della vita del padre, si ritagliato una parte che nello
stesso tempo quella di vittima e di spettatore.
Spettatore per interessato a comparire quale dichiarante pienamente credibile per
la Procura della Repubblica di Palermo nel cui Tribunale si decidono le sorti della
principale vicenda nella quale era stato direttamente coinvolto e relativa al
patrimonio paterno. Che la sua collaborazione appaia sospetta, consegue, in primo
luogo, dalla constatazione che egli si deciso a rilasciare dichiarazioni, solo a circa
sedici anni dalle vicende di cui riferisce, ed anche a rate. Sono infatti ormai
numerosissime le sue dichiarazioni, diluite nellarco di oltre otto anni e supportate
da una altrettanto cospicua produzione documentale!
Egli sostiene, a sua giustificazione, che in tutti gli anni che vanno dal 1993 al 2008,
nessuno lo ha cercato, ma questo non vero. Infatti, il 10.10.2005, egli si rifiut di
rispondere ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo che lo volevano
sentire anche sui rapporti del padre con i Carabinieri del ROS, con lon. Silvio
Berlusconi e con il senatore Marcello DellUtri.
Si veda copia del verbale dinterrogatorio reso da Massimo Ciancimino ai
magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, Lari, Pignatone, Buzzolani,
Prestipino e Sava, il 10.10.2005 (allegato 5)
Disponendo delle carte del padre e delle dichiarazioni in pi sedi ufficiali rilasciate
da me e da De Donno, consultando le risultanze processuali collegabili ai fatti di
suo interesse, seguendo le interpretazioni giornalistiche in merito, rivisitate alla
luce degli orientamenti giudiziari a lui pi favorevoli ed usufruendo di alcuni anni
di tempo per ricostruire ed armonizzare il tutto, Massimo Ciancimino ha potuto
approntare un resoconto al primo impatto quasi credibile, avendo avuto cura di non

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dimenticare anche i particolari. Ad esempio segnalo la finezza realizzata


sfruttando un lapsus in una mia indicazione, data nel corso di una deposizione,
circa lubicazione dellabitazione romana del padre, da me collocata, invece che
nella zona di Villa Medici, in quella di Villa Massimo. Su questo particolare egli
ha imbastito il dato relativo allesistenza di un ufficio nella disponibilit dei
Servizi, ovviamente mai individuato, in cui il padre incontrava riservatamente il
prefetto Emanuele De Francesco, direttore del SISDe.
Io non credo proprio che Vito Ciancimino abbia incontrato il prefetto De
Francesco almeno per quanto attiene lepoca dei fatti indicati da Massimo
Ciancimino, 1990/1992, dato che il dott. De Francesco era in pensione da almeno
cinque anni e quindi non ricopriva pi da tempo incarichi istituzionali. Per risulta
evidente il tentativo del giovane Ciancimino di legarmi in qualche modo allambito
dei Servizi di allora, e quindi anche a quel Carlo/Franco, che nelle sue
ricostruzioni risulta costantemente immanente ma, novello Godot in versione 007,
mai si manifesta ad altri, cos da non essere ancora identificato e questo malgrado
calchi la scena informativa asseritamente dallepoca del ministro Restivo, cio da
pi di quaranta anni. Un caso veramente unico nella storia dellintelligence
italiana!
Infine, Massimo Ciancimino, messo alle strette dai diversi magistrati procedenti ha
indicato, senza alcun sostegno documentale, nel Carlo/Franco, pi persone.
Prima il prefetto Gianni De Gennaro salvo, a fronte delle reazioni dellinteressato,
tentare una goffa, parziale retromarcia; poi il consigliere Ugo Zampetti, Segretario
Generale del Quirinale, infine una persona ripresa in fotografia alle spalle del
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dott. Gianni Letta. Non
pago di ci ha indicato due funzionari del Servizio quali contatti del padre e
collegati al signor Carlo/Franco, cio Lorenzo Narracci e Rosario Piraino che solo
dopo lunghe peripezie giudiziarie sono riusciti a dimostrare lestraneit alle accuse
loro rivolte. Ovviamente tutte le persone sopra citate hanno querelato Massimo
Ciancimino. I procedimenti relativi sono in corso ad eccezione di quello intentato
dal dott. Rosario Piraino che ha ottenuto la condanna in sede civile del suo
accusatore. La prassi di buttare l un accusa e poi ritrattare o modificare in funzione
delle smentite ricevute una costante del Ciancimino che ne ha dato prova anche
in questo processo rivedendo e modificando molte sue affermazioni alla luce delle
contestazioni ricevute in precedenti dibattimenti.
La messa in scena di Massimo Ciancimino, ad unanalisi pi approfondita, risulta
per del tutto inattendibile, perch egli non dispone dei fondamenti conoscitivi
della materia, fatto che gli avrebbe consentito di appoggiarsi a riferimenti pi
validi invece di quelli romanzeschi usati.

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Valga come esempio la lettera da lui consegnata al Tribunale di Palermo


l8.02.2010 che avrebbe dovuto dimostrare lattivazione di suo padre, da parte
dellon. Attilio Ruffini, a proposito del caso del disastro di Ustica. In realt il testo,
datato 23 settembre 1978, se effettivamente di pugno del Ruffini, consiste in
unasettica presentazione/raccomandazione, a persona terza rispetto a Vito
Ciancimino e non rimanda in alcun modo al caso Ustica (allegato 6). Ora Massimo
Ciancimino avrebbe dovuto informarsi, cos avrebbe scoperto che il disastro aereo
di Ustica avvenne quasi due anni dopo, precisamente il 27.06.1980. N la lettera
dellon. Ruffini potrebbe riferirsi allinteressamento che sarebbe stato richiesto
anche per il caso Moro, visto che il presidente della Democrazia Cristiana fu
sequestrato il 16 marzo e fatto ritrovare morto il 9 maggio 1978, cio ben prima
della data indicata sulla lettera.
Gi dalle sue prime dichiarazioni rese ai magistrati della Procura della Repubblica
di Palermo, ricordo iniziate il 7 aprile 2008, e sino a quelle della primavera del
2011, Massimo Ciancimino ha costellato le sue affermazioni con documenti sia
manoscritti che dattiloscritti la maggior parte dei quali attribuibili al padre.
Tutte le affermazioni che appaiono difformi da quelle rese nel corso degli anni
direttamente ai diversi magistrati che lo hanno interrogato o stilate di pugno da
Vito Ciancimino, vengono per presentate in fotocopia e quindi senza alcuna
validit giuridica e pratica. Infatti stato dimostrato tecnicamente in altri
procedimenti come esse possano essere state facilmente modificate con il sistema
del photoshop, tecnica da tempo usata in ambito informatico, che consente la
trasposizione di brani manoscritti attribuibili ad un soggetto, da un testo in
fotocopia ad un altro, cos da ottenere un documento sicuramente ancora autografo
laddove riporta la grafia dellinteressato, ma certamente non pi autentico.
Peraltro, malgrado ogni artifizio dialettico o tecnico volto a dimostrare le sue tesi,
la ricostruzione degli avvenimenti proposta da Massimo Ciancimino, contrasta, per
quanto attiene alla vicenda dei miei rapporti con Vito Ciancimino, con una serie di
dati di fatto non scalfibili.
Infatti egli:
- non ha mai assistito ai colloqui tra il padre, il col. Mori ed il cap. De Donno e
quindi non pu riferirne i contenuti, anche perch le relative registrazioni, che
aveva annunciato di volere consegnare, non si sono pi viste. Io mi auguro sempre
che le possa produrre perch nel caso non potranno che confermare quanto da noi
dichiarato;

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- non in grado di sostenere, con dati di fatto, la sua affermazione secondo cui,
gi prima della morte del dr. Borsellino, vi erano stati incontri tra me ed il padre.
Invece i riscontri disponibili attestano il contrario e confermano la mia versione dei
fatti;
- non ha prodotto dichiarazioni o scritti autentici attribuibili al padre che valgano a
sostenere la ricostruzione degli avvenimenti da lui prospettata;
- non in grado di provare la sua tesi secondo cui la cattura di Tot Riina si deve a
Bernardo Provenzano;
- non ha elementi concreti per sostenere che fu il cap. De Donno a consigliare il
padre a fare richiesta del passaporto o ad interessarsi per il rientro nel possesso dei
suoi beni;
- non pu affermare che De Donno gli avrebbe promesso che sulla vicenda sarebbe
stato messo il segreto di stato anche perch su quegli stessi argomenti il padre era
gi stato inteso dai magistrati e questo lufficiale lo sapeva;
- non ovviamente in grado di dimostrare che io dettavo i contenuti delle
dichiarazioni che il padre rilasciava ai magistrati di Palermo;
- non riesce, sino ad oggi, a dare unidentit credibile ed una collocazione formale
ed istituzionale al signor Carlo/Franco e ai suoi collaboratori che, nei racconti da
lui proposti, assumono contorni molto pi vicini a personaggi di Ian Fleming che a
soggetti in carne ed ossa.
Sulla base di quanto sopra, proporr la mia ricostruzione dei fatti, producendo
invece elementi concreti a sostegno delle mie affermazioni.
Voglio premettere a queste considerazioni una precisazione che ritengo io debba,
sia per ragioni personali che deontologiche.
Nelle sue torrenziali dichiarazioni Massimo Ciancimino ha attribuito al cap. De
Donno attivit scaturenti da sue iniziative e al gen. Subranni la funzione di garante
del nostro agire.
Ci non vero.
Il gen. Subranni era il mio superiore diretto, ma nella qualit di ufficiale di PG pi
elevato in grado ero io il responsabile dellattivit operativa del ROS ed a me
competeva scegliere gli indirizzi dindagine ritenuti pi produttivi e confacenti. Il
gen. Subranni fu da me avvertito del contatto con Vito Ciancimino nellimminenza

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del secondo incontro (29 agosto 1992) e, dallalto della sua esperienza e della
grande professionalit che tutti gli riconoscono, mi consigli attenzione e
prudenza, stante la difficolt del rapporto con un interlocutore dal vissuto dellex
sindaco di Palermo, da lui conosciuto professionalmente avendo a suo tempo
prestato servizio in quella citt.
Per quanto attiene allazione del cap. De Donno nel rapporto con Vito Ciancimino,
evidente che tutta la sua attivit era da me passo dopo passo conosciuta e
autorizzata.
Il ROS un Reparto dellArma dei Carabinieri e quindi con articolazioni ed
attribuzioni gerarchiche ben definite e io ho sempre conosciuto e rispettato gli
obblighi e i doveri che mi competevano nei confronti dei miei dipendenti.
Ritornando alla specifica vicenda dei rapporti tra me e Vito Ciancimino, si possono
evidenziare i seguenti aspetti salienti nelle dichiarazioni del figlio Massimo:

a. Vi fu una trattativa tra Stato e mafia condotta dal col. Mori e dal
cap. De Donno con la mediazione del padre Vito Ciancimino.
Preliminarmente tengo a sottolineare che per trattativa io intendo una negoziazione
che presuppone un dare ed un avere. Se questo il senso che si vuole attribuire ai
miei contatti con Vito Ciancimino, allora siamo proprio fuori tema. Io volevo solo,
ma non era poca cosa per quei tragici momenti, avere notizie ed informazioni su
cosa nostra e, nellipotesi migliore, giungere alla collaborazione dellex sindaco di
Palermo, convinto che se fossi riuscito ad evidenziare al mio interlocutore la
convenienza di una sua fattiva collaborazione, avrei ottenuto un risultato che
avrebbe potuto far realizzare un salto di qualit fondamentale nella lotta alla mafia.
Questo termine da me e dal dott. De Donno usato nelle nostre dichiarazioni davanti
alle Corti dAssise di Firenze e Caltanissetta quando avremmo potuto adoperare
invece analogamente contatto, relazione, rapporto, scambio di idee, abboccamento,
discussione ed altri simili, diventato la parola dordine per un certo tipo di
approccio del tutto fuorviante e scorretto ad una specifica indagine su cosa nostra.
E su questo termine evocativo si cimentano tuttora i cultori un tanto al chilo della
materia per elaborare ipotesi a vanvera, al solo scopo di tenere in piedi
artificiosamente una ben definita impostazione ideologica. Per me Ciancimino era
solo ed esclusivamente una potenziale fonte informativa da trattare in base al
disposto dellart. 203 c.p.p. che consente allufficiale di pg. questi tipi di contatti.
Circa poi lesistenza di una reale trattativa tra Stato e mafia, attribuita da Massimo
Ciancimino ad una mia iniziativa, constato che in merito hanno interloquito pi

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Uffici Giudiziari (Caltanissetta, Firenze e Palermo) dove, sia come teste,


unitamente al cap. De Donno e nel quadro di procedimenti conseguenti alle attivit
criminali di cosa nostra, sia come imputato, sono stato inteso o giudicato. Le
relative sentenze hanno comunque sempre concluso che, da parte mia e di chi
operava con me, non furono mai posti in essere comportamenti che dimostrassero
la volont di scendere a patti o trattare con lorganizzazione mafiosa. In
particolare, restando a quella che a mio avviso appare la pi significativa tra le
pronunce che mi riguardano perch ormai definitiva, e cio quella che mi ha visto
nella veste di imputato per favoreggiamento di elementi appartenenti a cosa
nostra e non gi come teste, cio la sentenza emessa dalla 3 Sezione del
Tribunale di Palermo il 20 febbraio 2006, relativa al cos detto covo di Riina,
questa ha concluso, come gi ho ricordato, con unassoluzione piena non appellata
dalla Procura della Repubblica di Palermo.
Anche il successivo procedimento penale aperto sempre dalla Procura della
Repubblica di Palermo a carico mio e di un altro ufficiale da me dipendente per il
favoreggiamento di Bernardo Provenzano e nel quale sono state prodotti buona
parte dei documenti poi introdotti anche nel presente dibattimento, sia in primo
grado nel proc. n. 1760/80 R.G.T. (allegato 7), che in appello, per il quale si
attendono ancora le motivazioni (allegato 8 il dispositivo della sentenza), si
concluso con la piena assoluzione emessa da due Collegi del Tribunale di Palermo.
Nel senso delle sentenze sopra citate, soccorrono anche le affermazioni di Vito
Ciancimino.
Nelle dichiarazioni rilasciate ai magistrati della Procura della Repubblica di
Palermo, Giancarlo Caselli ed Antonio Ingroia, il 17 marzo 1993, alle ore 09.30
(allegato 1), sostiene che:
. io avevo chiesto la consegna senza contropartite dei latitanti mafiosi e che lui
aveva ritenuto troppo angusta la proposta per poterla discutere:
. aveva stabilito di continuare il suo rapporto con i Carabinieri;
. quelle persone che aveva contattato nellambito di cosa nostra erano pazze o
avevano le spalle coperte per assumere latteggiamento sprezzante da loro tenuto
davanti alle sue proposte.
Analoghe considerazioni egli espone nel documento di suo pugno, intitolato I
Carabinieri, rinvenuto il 17 febbraio 2005 nel corso della perquisizione effettuata,
congiuntamente, da militari dellArma e della Guardia di Finanza, in Palermo,
nelle varie pertinenze del figlio Massimo (allegato 2)
Vito Ciancimino ribadendo quindi, in epoca successiva, i contenuti delle sue
dichiarazioni ai magistrati della Procura di Palermo, fornisce la pi evidente e

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diretta delle conferme alla ricostruzione degli incontri da lui avuti con me e De
Donno.
Quanto sopra dimostra, in maniera che non pu prestarsi ad equivoci, come fosse
assolutamente fuori da qualsiasi ipotesi collegabile ad una trattativa, lapproccio
che sottintendeva la risposta al quesito, postomi da Vito Ciancimino, circa le
eventuali offerte da prospettare ai suoi interlocutori. Peraltro le considerazioni
espresse dal Ciancimino stesso evidenziano altres come questi avesse compreso
perfettamente il tenore e le pericolose conseguenze che la mia risposta
comportavano, tanto da preoccuparsi anche di trovare una formula che consentisse
unuscita meno traumatica dal contatto che aveva ormai instaurato con me e De
Donno.
Dalle parole dellinterlocutore-ambasciatore di cosa nostra, riportate da Vito
Ciancimino, emerge come naturale conseguenza che lorganizzazione mafiosa
ignorava lattivit dei due Carabinieri, che pure erano stati indicati
nominativamente, e non ne riconosceva quindi la funzione di controparte.
Ciancimino, riferendosi ai suoi interlocutori mafiosi, conclude che o erano pazzi,
o avevano le spalle coperte; cio avevano altri soggetti come riferimento e con
cui trattare.
Da quanto sopra si deduce che, se una trattativa vi stata, questa non da
attribuire a Mori e De Donno, ma a qualche altro che, agli occhi di cosa nostra,
appariva senzaltro pi qualificato di noi.

b. La trattativa tra i Carabinieri e Vito Ciancimino ebbe inizio tra le

stragi di Capaci e via DAmelio.


I tempi che hanno segnato lo sviluppo dei contatti con Vito Ciancimino, sono stati
da me prima ricordati. Sullargomento potr interloquire anche il dr. De Donno che
fu colui che li inizi, ovviamente da me autorizzato.
Massimo Ciancimino dice che De Donno lo avvicin subito dopo Capaci e Mori
inizi i contatti con suo padre ben prima della strage di via DAmelio, al punto che
il 29 giugno 1992 lo aveva gi incontrato tre volte ed unaltra lo incontr prima del
19 luglio 1992, ma a sostegno della sue affermazioni non porta alcuna prova.
I tempi dei contatti con Vito Ciancimino, come ricordato, sono stati indicati, sia da
me che da De Donno, davanti alle Corti dAssise di Firenze e Caltanissetta in
epoca non sospetta, precisamente il 27 gennaio 1998 (allegato 9) ed il 27 marzo
1999 (allegato 10), da allora nessuno, a cominciare dalle sentenze delle due Corti

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dAssise citate, documentalmente o con argomentazioni convincenti, ne ha


contestato la veridicit.
Sulla vicenda una parola chiarificatrice stata messa, ancora una volta, da Vito
Ciancimino, il quale, nelle sue dichiarazioni ai magistrati di Palermo, Caselli ed
Ingroia, il 17 marzo 1993, alle ore 0930 (allegato 1), afferma che dopo le tragiche
morti dellon. Lima, del dott. Falcone e del dott. Borsellino aveva deciso di
collaborare con i Carabinieri incontrando prima il capitano De Donno e poi il
colonnello Mori fissando questi incontri tra la fine di agosto e linizio di settembre
1992. La tempistica il Ciancimino la conferma poi anche nel suo manoscritto
intitolato I Carabinieri, rinvenuto a Palermo il 17 febbraio 2005 in locali nella
disponibilit del figlio Massimo (allegato 2).
Queste affermazioni, pur con limprecisione che sposta il primo contatto con De
Donno a fine agosto e quello mio al primo di settembre, confermano
sostanzialmente la tempistica indicata da me e dallo stesso De Donno.
Se per ve ne fosse poi ancora bisogno, la conferma della ricostruzione dei tempi
fatta da me e De Donno e ribadita da Vito Ciancimino, trova una puntuale
convalida nelle dichiarazioni rese della d. sa Liliana Ferraro e dellon. Claudio
Martelli.
Infatti, la d. sa Ferraro, in questa sede, il 16.6.2016, ha precisato che lincontro con
il cap. De Donno avvenne subito dopo la cerimonia del trigesimo della morte del
dott. Giovanni Falcone e prima del suo incontro allaeroporto di Fiumicino con il
dott. Paolo Borsellino che del 28 giugno 1992. Nella sua deposizione davanti a
codesta Corte dAssise la dott. sa Ferraro, a richiesta ha precisato che il capitano
De Donno, apparsole molto turbato per la morte del dott. Falcone:
. aveva espresso lintento di ottenere il sostegno del Ministro Martelli per non
perdere la centralit nelle indagini in termini di antimafia a seguito dellistituzione
della DIA;
. aveva agganciato Massimo Ciancimino e si riprometteva di agganciare anche il
padre con lintento di scoprire gli assassini del dott. Falcone.
La dott.sa Ferraro aveva poi riferito il contenuto dellincontro con il capitano De
Donno al dott. Borsellino quando si erano incontrati a Fiumicino. Il magistrato non
le sembr particolarmente interessato alla vicenda, chiedendogli piuttosto notizie
sul rapporto mafia e appalti. Nei successivi contatti solo telefonici da lei avuti col
dott. Borsellino nel corso del successivo mese di luglio 1992 non si parl pi
delliniziativa del ROS nei confronti dei Ciancimino.
Analoghi concetti sono stati espressi dalla dott. sa Ferraro il 28.9.2010 nel
procedimento n. 1760/08 tenuto davanti alla IV Sezione del Tribunale Penale di

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Palermo (allegato n. 7) e nellaudizione da lei resa davanti alla Commissione


Parlamentare Antimafia il 16 e 22 febbraio 2011.
Lon. Claudio Martelli, nella serie di dichiarazioni rese a sua volta in merito,
ultime delle quali quelle qui rilasciate il 9 giugno 2016, ha confermato sia le date
indicate dalla dott. sa Ferraro come i motivi che secondo lui avevano spinto il
capitano De Donno a chiedere il suo appoggio e cio la possibilit di continuare
le indagini sugli assassini del dott. Falcone.
Il Martelli ha confermato altres il suo disappunto per lattivit che svolgeva il
ROS da me diretto nel campo delle indagini antimafia che secondo lui, dopo
listituzione della DIA, non erano pi di sua competenza, sostenendo che del
comportamento del Reparto da lui ritenuto non corretto aveva informato il
Ministro dellInterno Nicola Mancino, il Capo della Polizia Vincenzo Parisi, poi
deceduto, e il direttore della DIA Giuseppe Tavormina.
Il generale Tavormina, e lon. Mancino, sentiti rispettivamente l8.2.2011 e il
24.2.2012 nel procedimento n.1760/08 del Tribunale di Palermo (allegato 7),
hanno smentito di essere stati informati sullargomento dal Martelli e il generale lo
ha qui riconfermato quando il 9.1.2015 stato inteso come teste.
A prescindere dal fatto che Martelli ne abbia o meno parlato con Mancino, Parisi e
Tavormina, resta la considerazione che appare strano come un navigato uomo
politico come lui si rivolgesse per le sue rimostranze alle persone istituzionalmente
sbagliate, perch nella fattispecie altri dovevano essere aditi per lamentare il mio
comportamento e precisamente: il Ministro della Difesa, quale mio superiore
politico, e il Comandante Generale dellArma dei Carabinieri quale mio superiore
tecnico, e ci non avvenuto.
Sul fatto poi che la DIA allepoca, ma anche oggi, avesse una sorta di esclusiva
sulle indagini antimafia un convincimento che esclusivamente del Martelli,
perch la legge istitutiva della DIA sanciva solo lobbligo del coordinamento tra il
nuovo Ente e i Servizi Centrali delle Forze di Polizia, appunto SCO, ROS e GICO
che tuttora svolgono piena attivit nel campo del contrasto alla criminalit
organizzata.
In base a quanto sopra dichiarato dai due testi Ferraro e Martelli, si ricava che
nellultima decade del mese di giugno 1992, il cap. De Donno aveva preso contatto
con il solo Massimo Ciancimino e si riprometteva di poterlo fare, in prosecuzione,
con il padre. Ne consegue che le affermazioni di Massimo Ciancimino, il quale
sostiene che, prima del 29 giugno 1992, il padre aveva parlato gi due o tre volte
con il col. Mori, sono false e falsa, quindi, tutta la sua ricostruzione della
vicenda.

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Unaltra conferma sui tempi di quei contatti viene dalla testimonianza


dellavvocato Fernanda Contri che dichiara come, il 27 luglio 1992, quando si vede
con me, io le riferisca della mia intenzione, non ancora realizzata, dincontrare
Vito Ciancimino. Si vedano le dichiarazioni rese alla Corte dAssise di
Caltanissetta da F. Contri il 14.2.2014 nel processo contro Madonia Salvatore
Mario + 4 (allegato 11) e che peraltro deve essere intesa a breve anche in questo
processo.
Si ricava allora che la collocazione temporale dei contatti tra Mori e De Donno con
Vito Ciancimino fu quella indicata in tutte le sedi dagli ufficiali del ROS e laddove
esistono discrepanze sulle date, queste sono posticipate (25/26 agosto, 1 settembre
1992) e non gi anticipate.
Come ultima considerazione, appare infine di tutta evidenza che se Vito
Ciancimino avesse voluto riconsiderare tempi e modi di quegli incontri, lo avrebbe
potuto fare con successive dichiarazioni, ovvero attraverso gli scritti che sino agli
ultimi mesi di vita ha redatto e conservato, ma ci non avvenuto.

c. La versione su come si svilupparono i contatti tra suo padre da una


parte e Mori e De Donno dallaltra, fu un escamotage concordato per
coprire i veri protagonisti della trattativa e garantire da eventuali
ritorsioni anche lui, Massimo Ciancimino.
Per sostenere documentalmente questa affermazione, cio la voluta falsit delle
dichiarazioni del padre, Massimo Ciancimino porta esclusivamente le fotocopie di
tre pagine estratte dal libro di Lino Jannuzzi intitolato Il processo del secolo,
consegnate ai magistrati Di Matteo, Ingroia e Guido nel corso dellinterrogatorio
da lui reso il 29.10.2009 (allegato 12).
Sul margine sinistro bianco della prima delle pagine consegnate, la 253 del libro, si
legge manoscritto in stampatello: IL FALSO E CHIARO E LAMPANTE, con
una grafia che il figlio afferma essere di Vito Ciancimino. Massimo Ciancimino
sostiene che questa annotazione la dimostrazione che suo padre aveva inteso
sconfessare la versione del rapporto con i Carabinieri, da lui fornita ai magistrati
Caselli ed Ingroia nel verbale redatto il 17.03.1993, alle ore 09.30 (allegato 1).
Se andiamo ad analizzare comparativamente il testo di Lino Jannuzzi e quello del
verbale sopra citato, si ricava che il libro:
. riporta, trascrivendoli, interi brani delle dichiarazioni di Vito Ciancimino
rilasciate il 17.03.1993 alle ore 09.30 ai magistrati della Procura della Repubblica
di Palermo;

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. omette, ritengo per scelta espositiva dellautore, alcuni punti delle affermazioni di
Vito Ciancimino.
Esaminando i periodi tralasciati, si nota che essi non sono relativi ai fatti, ma per lo
pi attinenti a notazioni che Vito Ciancimino fa riferendosi a sue personali
valutazioni.
Se egli avesse inteso sconfessare la complessiva versione del rapporto tra lui ed i
Carabinieri, avrebbe senzaltro usato pi complete, puntuali e pungenti espressioni
che certo non mancavano alla sua prosa, ma questo non era chiaramente il suo
intento. La falsit che egli sottolinea, la attribuiva a Lino Jannuzzi che, omettendo
qualche considerazione che lo interessava perch qualificante aspetti positivi del
suo comportamento, lo aveva convinto che anche lautore del libro fosse partecipe
di quel complotto che mirava a distruggerne limmagine, il patrimonio e
lattivit pubblica.

Queste considerazioni non sono mie interessate conclusioni, ma affermazioni dello


stesso Vito Ciancimino che, nel commento da lui manoscritto alle dichiarazioni
rilasciate alle ore 09.30 del 17.03.1993, consegnato dal figlio Massimo il
15.05.2008 ai magistrati della Procura di Palermo ed anchesso acquisito
processualmente, scrive nella seconda pagina:
Lino Jannuzzi nel suo libro IL PROCESSO DEL SECOLO ha fatto una sintesi
anomala delle mie dichiarazioni fornite in questo verbale.
In buona sostanza Jannuzzi venuto in possesso di copia del verbale ha COPIATO
INTEGRALMENTE alcuni periodi, saltandone altri come si pu facilmente
verificare comparando il verbale con le pagine 253, 254 e 255 laddove comincia a
pag. 253 con dice Vito Ciancimino e finisce a pag. 255 con ARRESTATO.
Non mi sembra che vi siano ulteriori commenti da fare se non la considerazione
che Massimo Ciancimino, prima di consegnare documenti di cui era in possesso,
avrebbe dovuto, almeno lui, la cura di leggerli; avrebbe evitato cos di commettere
errori clamorosi.
L affermazione circa lesistenza di unintesa tra il padre ed i Carabinieri invece
smentita dai fatti.
Massimo Ciancimino potrebbe avere una parvenza di credibilit se tutto si fosse
concluso con larresto di Vito Ciancimino il 19 dicembre 1992. Dopo quella data
per, costui, detenuto a Roma nel carcere di Rebibbia, fisicamente e moralmente
prostrato, confess al figlio Giovanni di essere stato tradito e venduto .
Un uomo che si sentiva cos trattato avrebbe certamente riferito ai magistrati, che
lo avrebbero interrogato ad iniziare dal giorno 27 gennaio 1993, il reale sviluppo

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dei fatti, riferendo anche di quelle intese che, essendo stato lui tradito da qualcuno,
non avevano pi efficacia ed anzi acuivano e non sminuivano i pericoli personali e
dei suoi familiari.
Se poi, per assurdo, non avesse ritenuto di farlo nemmeno in quella circostanza,
non avrebbe omesso di dire il vero successivamente, per esempio nel manoscritto
intitolato I Carabinieri, rinvenuto nella gi ricordata perquisizione del 17
febbraio 2005 alle pertinenze del figlio Massimo (allegato 2) o in altri.
Infatti, quando, nel marzo 1999, egli usc dal carcere, non poteva non avere avuto
notizia delle dichiarazioni mie e del dott. De Donno, rilasciate a Firenze e
Caltanissetta (le prime delle quali, a Firenze, come gi ricordato, furono del
27.01.1998) a riguardo dei contatti con lui intercorsi, cos, se vi avesse rilevato
falsit e conseguenti pericoli per s ed i suoi, questa volta, proprio per tutela, le
avrebbe confutate.
Invece, anche allora, lasci inalterata la versione fornita in precedenza. Versione
confermata peraltro in quelle che, almeno per le mie conoscenze, sono le sue
ultime dichiarazioni, rilasciate congiuntamente ai magistrati, Grasso, Ingroia,
Amelio e Tescaroli in rappresentanza delle Procure della Repubblica di
Caltanissetta, Firenze e Palermo, il 3 aprile 1998, quindi pi di due mesi dopo le
dichiarazioni mie e di De Donno, davanti alla Corte dAssise di Firenze, relative
alla vicenda (allegato 13).
Vito Ciancimino, infatti, nel verbale redatto in forma riassuntiva, a fronte della
richiesta se aveva qualcosa da aggiungere a proposito delle dichiarazioni di
Giovanni Brusca, del generale Mori e del capitano De Donno che lo riguardavano,
afferma quanto segue:
Prendo atto di quanto le SS. LL. mi richiedono.
Non ho altro da aggiungere rispetto a quanto ho gi dichiarato.
Mentre, dalla trascrizione integrale dellinterrogatorio, alle pagine 52 e 53, sostiene
quanto segue:
. alla pagina 52: Invece io entrai dentro subito! E cominci la collaborazione
con i Carabinieri e Caselli! Che lei che io non intendo ripetere qua! Perch,
siccome trascritto nel verbale che abbiamo sia io che Caselli, se lei ne vuole
sapere quali sono stati i rapporti, io mi rifaccio a quelli del verbale!;
. alla pagina 53:
E scritto nel verbale ma io non ho per quelli, io,
non intendo modificare una virgola rispetto ai verbali firmati da me, da Caselli
.
Se ora si considerano le affermazioni di Massimo Ciancimino circa il fatto che io
avrei preparato anzitempo il padre su cosa dire ai magistrati della Procura di

24

Palermo nella serie di interrogatori da lui sostenuti ad iniziare dal 27.01.1993 e


sino al 1994, come si giustificano le dichiarazioni sopra riportate, conseguenti ad
una iniziativa largamente successiva nel tempo, che ribadiscono
inequivocabilmente quanto a suo tempo Vito Ciancimino aveva sostenuto? Il fatto
che la tesi di Massimo Ciancimino contraddetta, oltre che dalla considerazione
che appare veramente difficile immaginare come un gruppo di magistrati
sperimentati si faccia ingannare per cos tanto tempo, anche dal fatto che Vito
Ciancimino le sue dichiarazioni le ha rilasciate a pi magistrati ed in tempi diversi,
convalidandole poi, in momenti anche successivi, con scritti di suo pugno e senza
mai smentirsi.
Questa lulteriore conferma delle falsit delle dichiarazioni di Massimo
Ciancimino.

d. Lui ed il padre, con la collaborazione di Bernardo Provenzano,


avevano consentito la cattura di Riina. Infatti il latitante aveva indicato
labitazione del capo di Cosa nostra su delle mappe inviategli da Vito
Ciancimino che le aveva avute, a sua volta, dal cap. De Donno.
La versione di Massimo Ciancimino falsa. La vicenda stata ricostruita nel corso
di una serie di dibattimenti tenutisi a Caltanissetta, Firenze e Palermo, senza che
fossero rilevati aspetti contrastanti rispetto a quelli forniti da me, dal dott. De
Donno e dallallora cap. Sergio De Caprio che oper materialmente larresto del
Riina e che ne ha riferito in diversi procedimenti. Arresto che, ripeto, avvenuto in
conseguenza di indagini che nulla hanno a che fare con il rapporto mio e di De
Donno con Vito Ciancimino.
Nel corso del mese di novembre 1992, Vito Ciancimino, dichiaratosi al cap. De
Donno pienamente collaborativo ed appreso che lintento del ROS era quello di
catturare Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, chiese le mappe di una
determinata zona della citt di Palermo, essendo asseritamente in grado di
identificare il luogo dove si trovava labitazione del Riina, in quanto a conoscenza
di lavori che, a suo tempo, vi sarebbero stati eseguiti.
De Donno, procuratosi una copia di quanto gli era stato richiesto, si rec
nellabitazione romana del Ciancimino consegnandogli il tutto. Nella circostanza,
al capitano, fu fatto presente che era necessario disporre anche delle mappe relative
ad un'altra zona di Palermo e lufficiale, preso atto della nuova richiesta, gliele
port il 18 dicembre 1992. Poche ore dopo questo incontro Vito Ciancimino venne
arrestato.

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Questa versione stata accettata in tutti i giudizi in cui se ne parlato per il


semplice fatto che stata confermata dal Ciancimino nelle dichiarazioni rese ai
magistrati di Palermo il 17 marzo 1993 alle ore 09.30 (allegato 1) e nel pi volte
citato scritto intitolato I Carabinieri (allegato 2) ed in altri suoi scritti autografi.

Se questi sono i fatti, descritti in due momenti temporali diversi e distanti, si deve
conseguentemente concludere che le mappe non sono mai uscite dallabitazione
dei Ciancimino, dove poi furono rinvenute, perch non ve ne fu nemmeno
materialmente il tempo stante la quasi contestualit tra la loro consegna e larresto
del Ciancimino.
Le mappe, peraltro tralasciate dalla polizia giudiziaria che aveva proceduto all
arresto nellabitazione del Ciancimino, sono state a suo tempo trasmesse dal cap.
De Donno ai magistrati procedenti, come da loro richiesta.
A questo punto si rende necessario spiegare la sottolineatura che prima ho fatto
circa la consegna, da parte di De Donno, delle mappe in una sola copia, aspetto
che potrebbe apparire ozioso. Nelle sue dichiarazioni Massimo Ciancimino ha
tenuto a fare una precisazione, allapparenza di scarsa utilit, affermando che il
padre gli aveva fatto fare una copia delle mappe, poi portata a Palermo e
consegnata da Provenzano; la notazione invece molto importante. Se non avesse
fatto questa precisazione circa lesistenza di una fotocopia delle mappe consegnate
da De Donno, come avrebbe potuto spiegare che su quelle trasmesse alla Procura
della Repubblica di Palermo non vi era tracciato alcun segno asseritamente
tracciato da Provenzano; fatto che smontava tutta la sua acrobatica ricostruzione
della vicenda? Questa una conferma degli artifizi studiati da Massimo
Ciancimino per rendere sostenibili le sue affermazioni.
Dopo larresto, giocandosi in quel momento le sue speranze di libert, Vito
Ciancimino avrebbe avuto tutto linteresse, al fine di ricevere il riconoscimento
della sua collaborazione e ottenere di conseguenza i benefici relativi, libert
compresa, di illustrare, ai magistrati che lo interrogavano, il contributo
eventualmente fornito per la cattura del Riina. Ormai il suo rapporto collaborativo
con i Carabinieri era noto anche a cosa nostra quindi lunica possibilit che gli
rimaneva era quella di sfruttare il suo ipotetico intervento per la cattura di Riina.
Non lo fece per, perch questo contributo non cera stato.
Se invece, per assurdo, si accettasse come vera laffermazione che Bernardo
Provenzano avrebbe contribuito in maniera determinante alla cattura di Riina,
allora perch fare andare avanti e indietro le mappe quando era molto pi semplice
e sicuro usare un bigliettino, ovvero un pizzino, con lindicazione dellindirizzo.

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Canale questo, secondo i racconti di Massimo Ciancimino, da anni ed anche in


quel periodo (visti i pizzini asseritamente di Provenzano da lui prodotti),
proficuamente usato tra il latitante ed il padre?
Inoltre come si spiegherebbe che una serie di collaboratori di giustizia hanno
concordemente affermato che il Provenzano, avrebbe attivato le sue conoscenze
per individuare e catturare il capitano Ultimo, torturarlo per farsi dire chi gli
aveva indicato labitazione di Riina e poi sopprimerlo?
Infatti, a riguardo, i collaboratori di giustizia:
. Cancemi Salvatore (Si veda il verbale di interrogatorio reso il 22 luglio 1993 ai
magistrati della Procura della Repubblica di Palermo);
. Guglielmini Giuseppe (Si veda il verbale di interrogatorio reso il 9 maggio
1997 al sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, dr. Maurizio De Lucia);
. Ganci Calogero (Si veda il verbale di interrogatorio reso il 17 marzo 2000 al
sostituto procuratore della Repubblica dott. sa Teresa Principato),
hanno concordemente riferito circa lintenzione espressa da Provenzano Bernardo
di sequestrare ed uccidere il capitano Ultimo, ovvero il capitano De Caprio.
Nel senso rilevano anche le dichiarazioni di Anzelmo Francesco Paolo e La
Barbera Gioacchino circa le intenzioni di alcuni degli esponenti pi in vista di
cosa nostra di sequestrare e poi uccidere il capitano Ultimo (Si veda in allegato
14 la Richiesta per lapplicazione delle misure cautelari inoltrata l11 novembre
1998 dalla DDA di Caltanissetta nellambito del procedimento n. 1902/98 mod.
21).
Se quindi Provenzano, a detta concorde dei collaboratori di giustizia, voleva
interrogare Ultimo e poi ucciderlo, non pare logico ritenere che sia stato lui a
tradire Riina, in quanto rischiava, da unipotetica confessione dellufficiale, di
venire indicato come la spia che aveva informato Ciancimino.
Per concludere su questo argomento, ritengo sia esaustivo quanto, a riguardo,
sostiene la gi citata sentenza (allegato 5) emessa il 20 febbraio 2006 dal Tribunale
di Palermo 3 Sezione che, sul fatto, cos recita:
Listruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il
latitante (Riina Salvatore) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in

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base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero
sviluppati, in primo luogo, grazie allintuito investigativo del cap. De Caprio.

e. Nel corso della trattativa tra Stato e cosa nostra fu consegnato al


padre un documento di richieste, formulate dalla parte mafiosa, il cos
detto papello, che egli poi avrebbe dato al col. Mori.
Questa affermazione completamente inventata. Se Vito Ciancimino mi avesse
mostrato un qualsiasi documento che, asseritamente, ovvero per mia deduzione,
avrebbe potuto essere attribuito ad esponenti mafiosi, lavrei immediatamente
sequestrato in quanto in quel momento conseguivo il risultato che mi ripromettevo
dal rapporto instaurato con Ciancimino che, costretto ad ammettere un suo diretto
contatto con cosa nostra, sarebbe stato poi obbligato in qualche modo a
collaborare per evitare la detenzione, che scaturiva automaticamente dal possesso
di quel documento e che io non gli avrei certo evitata.
Non vedo poi come un uomo che, dopo il suo arresto, si riteneva tradito e
venduto avesse remore, allatto degli inizi degli interrogatori da parte dei
magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, nel riferire di avere svolto
una trattativa per conto di esponenti dello Stato, che se per costoro sarebbe stata
da considerare disonorevole, era invece per lui la prova di una fruttuosa ed
apprezzabile volont di collaborazione con le Istituzioni.
In quellambito gli sarebbe anche convenuto citare le personalit politiche che gli
erano state indicate come mandanti dagli ufficiali dei Carabinieri ma, secondo
Massimo Ciancimino, anche da Carlo/Franco.
Egli, invece, non fece nulla di tutto questo anzi, nelle sue dichiarazioni del 31
marzo 1993 ai magistrati Caselli ed Ingroia, sostiene di temere per la sorte dei suoi
familiari a seguito della pubblicazione della notizia della sua collaborazione con i
Carabinieri e chiede che della sua collaborazione vengano informati il capo dello
Stato e le altre autorit istituzionali (allegato 15).
L affermazione conferma due aspetti rilevanti di questa vicenda:
- Vito Ciancimino non aveva gestito alcuna trattativa e per lui, quindi, nessun
uomo politico era al corrente dei suoi contatti con i Carabinieri, ancora alla data del
31 marzo 1993, quando egli chiede che vengano informate alcune cariche
istituzionali;

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- nessuna versione di comodo era stata concordata con i Carabinieri, perch solo
dopo due mesi dallinizio delle sue dichiarazioni, (27 gennaio 1993), ed in seguito
ad una fuga di notizie circa una sua ipotetica collaborazione con i magistrati, egli si
preoccupa della sicurezza dei familiari.
A proposito poi delle richieste contenute nel fantomatico papello, considero
esclusivamente laspetto che si ricava dai documenti consegnati da Massimo
Ciancimino e in particolare quel post-it collocato in fondo allelenco delle richieste
stesse.
Vi si nota, scritta con ogni attendibilit di pugno da Vito Ciancimino, la seguente
affermazione: Consegnato SPONTANEAMENTE, al colonnello dei
Carabinieri Mario Mori dei ROS. Lindicazione dovrebbe dimostrare che
lelenco con le richieste costituenti il papello mi sarebbe stato consegnato,
spontaneamente e direttamente, da Vito Ciancimino. A parte il fatto che un post-it,
proprio per la sua natura, pu essere appiccicato di volta in volta l dove fa pi
comodo, a riguardo mi permetto le seguenti osservazioni.
Se prendiamo in esame il gi citato documento manoscritto da Vito Ciancimino,
intitolato REVISIONE DEI PROCESSI DI VITO CIANCIMINO (ex art. 630
lettera d del c. p. p.), acquisito (allegato 4) il 17 febbraio 2005 nel corso della
perquisizione nei magazzini di pertinenza di Massimo Ciancimino, siti in Palermo,
via Margherito di Brindisi, civici dal 39 al 51, alle pagg. 4 e 5, si legge:
A questo punto ritengo doveroso () iniziare ad integrare il mio libro Le
Mafie che ho scritto a Rotello in domicilio coatto per decisione della
Magistratura palermitana. L ero stato inviato dal pi eletto della categoria il
sommo Giovanni Falcone di cui ho ampiamente riferito nel mio libro Le
Mafie. Tale libro, inedito, da me stato consegnato nellottobre 1992
spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori comandante dei ROS
(oggi generale) e poi nel febbraio successivo venne acquisito, col mio pieno
consenso, dallallora Procuratore della Repubblica Giancarlo Caselli mentre mi
trovavo detenuto nel carcere di Rebibbia.
Se si va a controllare quanto riportato sul post-it sopra descritto, si riscontrano le
stesse parole usate da Ciancimino nel documento sequestrato il 17 febbraio 2005
con laggiunta della data (nellottobre 1992) e della mia qualifica (comandante).
Se si considera per che lo stesso Vito Ciancimino a dire che fu lui a
consegnarmi, nellottobre del 1992, il suo libro Le Mafie, appare evidente come
quel post-it non era relativo al fantomatico papello, bens alla copia del libro che
mi voleva dare.

29

Ma perch creare un post-it con le indicazioni del destinatario? Per il semplice


motivo che Vito Ciancimino, nellintento di divulgare la propria verit, aveva
deciso di inviare il suo libro a pi persone.
A riguardo, si veda quanto scrive, da pag. 45 a pag. 55, nel libro intitolato Lanno
dei Barbari Giampaolo Pansa (allegato 16), che afferma di avere ricevuto, tra la
fine di ottobre ed i primi di novembre 1992, da Vito Ciancimino, il libro Le
Mafie, per il quale lautore gli aveva anche richiesto una valutazione.
Peraltro non doveva essere Giampaolo Pansa lunico, oltre a me, si era rivolto Vito
Ciancimino a riguardo della pubblicazione del suo libro, se vero che proprio
Pansa, a pag. 46, riferisce che lo stesso Ciancimino aveva chiesto un consiglio al
giornalista Lino Jannuzzi su come impostare la stesura di Le Mafie.
Da queste considerazioni emerge chiaramente come il post-it sia stato collocato
successivamente ed in maniera fraudolenta sul documento indicato come il
papello da Massimo Ciancimino.
Per le vicende qui trattate, sono anche di rilievo le gi citate dichiarazioni, rese il
20 ottobre 2009, da Giovanni Ciancimino, laltro figlio di Vito Ciancimino, il
quale nel gi pi volte citato processo intentatomi per favoreggiamento di
Bernardo Provenzano dal Tribunale di Palermo, ha affermato che il padre, lo aveva
informato dei suoi contatti con Mori e De Donno ma che lui non riteneva
personaggi altolocati cio idonei a gestire una trattativa di quel genere.
Se io ed il cap. De Donno non potevamo, ed a ragione, essere considerati dei
personaggi altolocati, ne deriva che non eravamo noi quei soggetti che potevano
vantare autorit tale da poter gestire una trattativa delle delicatezza, segretezza ed
importanza di quella che aveva mediato Vito Ciancimino.
Questi peraltro lo conferma implicitamente quando riferisce che, allorch ebbe
preso contatto con linterlocutore dellaltra sponda, si sent chiedere, in modo
altezzoso, chi rappresentassero quei due Carabinieri di cui lui aveva fatto
esplicitamente i nomi. Si veda le gi citate specifiche dichiarazioni rese ai
magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, Caselli ed Ingroia, il 17
marzo 1993, ore 09,30 (allegato 1).
Quando poi, venti / venticinque giorni dopo il suo arresto (19. 12. 1992), Giovanni
and a trovare il padre detenuto a Roma-Rebibbia, lo trov fisicamente provato e
psicologicamente abbattuto. Nella circostanza Vito Ciancimino gli disse: Mi
hanno tradito, mi hanno venduto
Massimo Ciancimino, nelle dichiarazioni rilasciate ai giudici del Tribunale di
Palermo, accusa De Donno di avere carpito la fiducia di suo padre dimostrandogli,
attraverso lindicazione di un articolo de LEspresso (allegato 17), il suo

30

interessamento presso i giudici della Sezione Misure Patrimoniali del Tribunale di


Palermo per farlo rientrare in possesso dei beni, sequestratigli con una sentenza
emessa nel 1985, conseguente al suo arresto con laccusa di associazione per
delinquere di tipo mafioso. Larticolo in questione riportato a pagina 69 de
LEspresso del 6.12.1992, come gi anche dichiarato dallo stesso Massimo
Ciancimino nellinterrogatorio del 4.08.2009 ai magistrati della Procura della
Repubblica di Palermo.
A parte il fatto che il dott. De Donno potr esprimersi su questa vicenda, la chiara
dimostrazione dellinfondatezza dellaffermazione di Massimo Ciancimino data
dal contenuto del sopra citato articolo. Nel testo si evidenzia come avverso lesito
della consulenza, definita favorevolmente per Vito Ciancimino il 6.07.1992, cio
quattro mesi prima, si starebbero muovendo il Ministro di Grazia e Giustizia, il
Consiglio Superiore della Magistratura, ed alcuni magistrati.
Con tutta la buona volont di questo mondo, non proprio credibile che un uomo
del disincanto e dellacume di Vito Ciancimino potesse essere convinto e quindi
ingannato, nel valutare fatti che lo riguardavano, unicamente da un articolo, i cui
contenuti, peraltro, gli dovevano essere noti da tempo.
Unultima precisazione vale per il problema gi accennato della richiesta del
passaporto che Massimo Ciancimino attribuisce ad un capzioso input mio e di De
Donno per mettere da parte il padre e fare intervenire un altro intermediario nella
trattativa.
Se avessimo voluto eliminare da unipotetica trattativa Vito Ciancimino, non
sarebbe stato necessario inventare il complicato marchingegno descritto dal figlio
che prevedeva, per lattuazione, il coinvolgimento di pi persone e quindi la
scopertura della nostra attivit; sarebbe bastato interrompere i contatti con la scusa
che non stavano portando ad alcun risultato pratico, cos come normalmente si
procede in questi casi nei rapporti con una fonte informativa, e tutto sarebbe finito.
In merito, comunque, Vito Ciancimino precisa:
- nelle dichiarazioni rese ai magistrati di Palermo Caselli ed Ingroia, il 17 marzo
1993, alle ore 09.30 (allegato 1):
.... Dissi al cap. De Donno che avrei chiesto il passaporto per le vie
normali;
- alla pagina 13 del manoscritto intitolato I Carabinieri (allegato 2):
Per chi non lo sapesse dobbiamo subito dire che la richiesta del
passaporto (concordata col mio avvocato) era perfettamente legittima.

31

Su questo argomento hanno anche riferito la dott. sa Liliana Ferraro e lon. Claudio
Martelli.
La dott. sa Ferraro nella deposizione qui resa ha ricordato che io le parlai della
volont espressami da Vito Ciancimino di richiedere un passaporto, ma non le
chiesi nessun interessamento, talch lei ritenne che io volessi conoscere un suo
parere in merito sollecitandole solo una valutazione.
Per contro il Martelli riferisce che, informato dalla Ferraro delliniziativa del
Ciancimino, avendo ritenuto che i Carabinieri volessero fargli ottenere un
passaporto, attiv il Procuratore Generale di Palermo pro tempore, dott. Bruno
Siclari, perch stroncasse liniziativa. Anche in questa circostanza il Martelli ha
voluto mettere in risalto il suo operato di paladino della legalit, dando la sua
interpretazione per fatti conosciuti solo de relato, ma senza conoscerne i reali
contenuti e quindi andando fuori tema.
Dallesame degli atti giudiziari connessi alla vicenda (allegato 18), infatti, si ricava
la conferma che non furono i Carabinieri a fare chiedere il passaporto a Vito
Ciancimino; infatti, non stata la sua richiesta inoltrata alla Questura di Roma il
5.11.1992 a provocarne larresto. Se cos fosse stato avrebbe una parvenza di
logica, almeno per quanto riguarda lo sviluppo dei tempi, laffermazione di
Massimo Ciancimino. Il fatto che lordinanza della III Sezione Penale della Corte
dAppello di Palermo, datata 18.12.1992, con la quale si disponeva il ripristino
della custodia cautelare in carcere nei confronti di Vito Ciancimino, originava da
uniniziativa del Procuratore Generale della Repubblica di Palermo in data 27.10.
1992, quindi prima del 5 novembre, data in cui Vito Ciancimino chiese la
restituzione del passaporto. La motivazione della richiesta rimandava ad indagini,
convalidate da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra cui Gaspare Mutolo,
ed al conseguente gravissimo, concreto ed attuale pericolo di fuga del Ciancimino,
indicato come uno dei protagonisti di quella stagione mafiosa. Questa richiesta,
peraltro, non era un fatto nuovo, ma la conferma della scontata attenzione della
magistratura palermitana alle vicende di Vito Ciancimino.
Infatti, anche prima delle condanne che ho gi ricordate, la Procura della
Repubblica di Palermo aveva richiesto ed ottenuto, in data 22.12.1990, dalla V
Sezione Penale del Tribunale di Palermo che fosse negata la concessione del
passaporto, sollecitato, in quella circostanza, da Vito Ciancimino alla locale
Questura.
Io e De Donno, ovviamente, non ignoravamo tutto ci e non facendo parte della
categoria dei Carabinieri delle barzellette non potevamo inventarci raggiri su di
una vicenda che non consentendo margini di discrezionalit, non ci permetteva,
anche se lo avessimo voluto, nessun tipo dinganno.
Vito Ciancimino ne parl a De Donno e noi prendemmo tranquillamente atto del
suo intento, certi sullesito negativo delliniziativa, considerate le sue pendenze

32

penali e la sua notoriet criminale che rendevano impossibile la favorevole


accettazione della richiesta, ma anche convinti che, essendo Ciancimino in
possesso della carta didentit, difficilmente sarebbe stato possibile impedirgli
lespatrio qualora lavesse voluto.
Ci a dimostrazione che quanto sostenuto a riguardo da Massimo Ciancimino,
anche in questa occasione, falso, come complessivamente falsa tutta la sua
ricostruzione dei miei contatti col padre Vito Ciancimino. Ho finito.

ELENCO ALLEGATI:
Dichiarazioni rese da Vito Ciancimino alla Procura della Repubblica di Palermo il
17 marzo 1993, ore 09.30. Allegato 1.
Manoscritto I Carabinieri sequestrato a Massimo Ciancimino il 17 gennaio 2005.
Allegato 2.
Decreto di archiviazione del Gip del Tribunale di Palermo del procedimento n.
18101/00 a carico di Rina Salvatore, Cin Antonino e Ciancimino Vito. Allegato
3.
Documento manoscritto intitolato Revisione Processi di Vito Ciancimino (ex art.
630, lettera d del c.p.p.). Allegato 4.
Interrogatorio reso il 10 ottobre 2005 da Massimo Ciancimino alla Procura della
Repubblica di Palermo. Allegato 5.
Lettera a firma dellon. Ruffini datata 23 settembre 1978. Allegato 6.
Procedimento Penale iscritto al n. 1760/80 R.G.T. del Tribunale di Palermo.
Sentenza n. 4035/13 R. S. Allegato 7.
Dispositivo della sentenza emessa il 19 maggio 2016 dalla V Sezione Penale della
Corte dAppello di Palermo. Allegato 8.

33

Deposizioni rese il 24 gennaio 1998 da Mori Mario e De Donno Giuseppe davanti


alla Corte dAssise di Firenze nel proc, pen. Contro Leoluca Bagarella + 25.
Allegato 9.
Deposizioni rese il 27 marzo 1999 da Mori Mario e De Donno Giuseppe nel
procedimento c. d, Borsellino ter. Allegato 10.
Deposizione resa il 14 febbraio 2015 da Fernanda Contri alla Corte dAssise di
Caltanissetta nel proc. contro Madonia Salvatore Mario + 4. Allegato 11.
Fotocopie di alcune pagine del libro intitolato Il processo del secolo di Lino
Jannuzzi. Allegato 12.
Dichiarazione resa il 3 aprile 1998 da Vito Ciancimino ai magistrati delle Procure
della Repubblica di Caltanissetta, Firenze e Palermo. Allegato 13.
Ipotesi di attentato contro il capitano dei Carabinieri Ultimo. Testimonianze.
Allegato 14.
Dichiarazioni rese da Vito Ciancimino alla Procura della Repubblica di Palermo il
31 marzo 1993. Allegato 15.
Stralcio del libro intitolato Lanno dei Barbari di Gianpaolo Pansa. Allegato 16
Copia di un articolo del settimanale LEspresso del 6 dicembre 1992. Allegato
17.
Atti giudiziari relativi alla richiesta di passaporto da parte di Vito Ciancimino.
Allegato 18.

34

35

Il 16 ottobre 1992 (vds. agenda 1992) ricevetti una telefonata dellon. Luciano
Violante, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che conoscevo da
tempo per pregresse vicende professionali, il quale mi preannunci, per le ore
18.00 del 20 ottobre successivo, laudizione davanti alla Commissione del generale
Subranni, quale comandante del ROS, e mia, nella qualit di vice-comandante e di
responsabile operativo del Reparto.

Il 15 giugno 1993 ( vds. agenda 1993 ), ricevetti una telefonata dal difensore di
Vito Ciancimino, lavv. Giorgio Ghiron, il quale, a nome del suo cliente, ribad
lintenzione di essere inteso da parte della Commissione Antimafia. Gli risposi
dicendogli di produrre una formale istanza in merito.

Di questo e di altre vicende di servizio, nel pomeriggio stesso, parlai con il dr.
Caselli sul volo di Stato che conduceva entrambi a Palermo.

Infatti a riguardo si afferma:


.. Se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a
smentire lipotesi della trattativa mafia-Stato avente ad oggetto la consegna
del Riina, deve concludersi che pi verosimilmente liniziativa del gen. Mori
fu finalizzata solo a fare apparire lesistenza di un negoziato, al fine di
carpirne le informazioni utili sulle dinamiche interne a cosa nostra e
sullindividuazione dei latitanti. Sembra confermare una tale interpretazione
anche il rilievo che il comportamento assunto dal cap. De Donno o
dallimputato ( Mori ) apparirebbe viziato da unevidente ed illogica
contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono da Ciancimino a
trattare chiedendo il massimo, la resa dei capi, senza offrire nulla. .
Nel merito la sentenza precisa:
.. La mancanza di prova sullesistenza di questi motivi di Stato che
avrebbero spinto gli imputati ad agire, ed anzi la dimostrazione in punto di
fatto della loro inesistenza ed incongruenza sul piano logico, per le

36

considerazioni gi esposte considerato, altres che la controprestazione


promessa avrebbe vanificato tutti gli sforzi investigativi compiuti sino ad
allora dagli stessi imputati, anche a rischio della propria incolumit personale,
e lo straordinario risultato appena raggiunto non consente di ritenere
integrato il dolo nella fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma.
Ed anche:
.. Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, n come
ragione di Stato n come volont di agevolare specifici soggetti, diversi
dallorganizzazione criminale nella sua globalit lipotesi accusatoria
rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilit logica non
verificata. .
Ed infine:
.. In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed
anzi escludono ogni logica possibilit di collegare quei contatti intrapresi dal
col. Mori con larresto di Riina ovvero affermare che la condotta tenuta dagli
imputati nel periodo successivo allarresto sia stata determinata dalla precisa
volont di creare le condizioni di fatto affinch fosse eliminata ogni prova
potenzialmente dannosa per lassociazione mafiosa.

Si possono cos riepilogare:


. gi prima della morte del dr. Borsellino, il col. Mori aveva incontrato Vito
Ciancimino;
. il padre, che non si fidava molto delle possibilit dei due Carabinieri, i quali
avevano visto demolita la loro inchiesta sugli appalti dallintervento dellon.
Salvo Lima presso il procuratore della Repubblica di Palermo, dr. Pietro
Giammanco, era stato per tranquillizzato dal sig. Carlo ovvero Franco , un
uomo dei Servizi Segreti non meglio individuato, che seguiva passo dopo passo
lattivit di Vito Ciancimino e dei Carabinieri.
.. il generale Subranni era il garante del col. Mori e del cap. De Donno;
. Vito Ciancimino, tramite il dr. Antonino Cin, aveva inizialmente trattato con
Tot Riina, il quale aveva fatto pervenire una serie di richieste, scritte di suo
pugno contenute in un papello che , seppure da lui ritenute esorbitanti, erano
state comunque mostrate e consegnate ai Carabinieri. A riguardo aveva preparato

37

a sua volta un elenco di proposte che considerava pi realistiche. Il cos detto


contropapello;
. stante lirresponsabilit del Riina, Vito Ciancimino, in una fase successiva,
aveva preso accordi con Bernardo Provenzano per neutralizzare il capo di cosa
nostra facendolo arrestare, cos da portare a termine la trattativa su basi
accettabili;
. Provenzano aveva indicato, su delle mappe richieste da Ciancimino al cap. De
Donno, labitazione del Riina. Laccordo prevedeva per la clausola che la casa
non doveva essere perquisita, perch Riina custodiva documenti che, una volta
arrestato, gli avrebbero consentito di provocare sconquassi a livello nazionale;
. quando il 19 dicembre 1992 fu arrestato, Vito Ciancimino cap di essere stato
tradito e sostituito, quale intermediario della trattativa, dal senatore Marcello
DellUtri che la prosegu col Provenzano, sempre sotto il controllo di
Carlo/Franco;
. la richiesta del passaporto inoltrata da Vito Ciancimino, causa del
provvedimento giudiziario che aveva provocato il suo arresto, era frutto del
tradimento perpetrato dai Carabinieri che lavevano consigliata. Il cap. De Donno
aveva anche illuso Ciancimino circa il suo interessamento perch potesse
rientrare in possesso dei beni a suo tempo confiscatigli, mostrandogli un articolo
de LEspresso che prospettava questa ipotesi;
. la versione fornita da Vito Ciancimino ai magistrati di Palermo, circa modalit e
tempi dei suoi contatti con Mori e De Donno, era stata concordata con questi
ultimi per tutelare la sua famiglia nonch autori e ispiratori della trattativa;
. le dichiarazioni, rese da Vito Ciancimino ai magistrati della Procura della
Repubblica di Palermo a partire dal 27 gennaio 1993, venivano preparate
preventivamente dal col. Mori;
. Vito Ciancimino, dopo larresto, aveva avuto anche un colloquio con il dr. Piero
Grasso, a richiesta del magistrato, ma non si era poi confidato con lui, perch
Grasso era venuto col segretario per interrogarlo;
. Vito Ciancimino voleva che fosse informato anche lon. Violante, che riteneva
indispensabile per la buona riuscita della trattativa, in relazione alla funzione di
rilievo da questi rivestita sia negli ambienti della Magistratura che del mondo
politico;
. era stato ripetutamente contattato da persone che lui riteneva collaboratori di
Carlo/Franco che lo avevano invitato al silenzio su quanto lui conosceva della
trattativa;
. in pi circostanze il cap. De Donno gli aveva assicurato che non sarebbe mai
stato chiamato a dare conto di quanto conosceva sulla trattativa, sui cui contenuti
sarebbe stato comunque apposto il segreto di Stato. Anche Carlo/Franco lo
aveva tranquillizzato nel senso;

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. anche il fratello Giovanni aveva visto Carlo/Franco;


Vito Ciancimino si vantava di avere registrato Mori e De Donno nel corso dei
loro incontri;
. sempre Carlo/Franco lo aveva avvertito pochi giorni prima del suo arresto,
consentendogli di mettere al sicuro allestero i documenti relativi alla trattativa.
Con Carlo/Franco aveva avuto rapporti telefonici sino al 2004, ed anche nel
corso del 2009 un suo collaboratore era andato a trovarlo a casa contestandogli le
pubbliche propalazioni circa i fatti del 1992/1993 che sarebbero dovute restare
segrete.
Anche il fratello Giovanni aveva visto il signor Franco/Carlo

Da queste ultime indicazioni si dovrebbe dedurre che, per il figlio, Vito


Ciancimino costituiva una sorta risorsa della Repubblica, da impiegare per
le emergenze nazionali e questo mi sembra veramente un po troppo !
Vito Ciancimino stato un uomo dalla personalit complessa, protagonista in
negativo di una fase della vita politico-amministrativa della Sicilia, caratterizzata
da una gestione della cosa pubblica turbata dallillecito e macchiata da evidenti e
gravi connivenze con la criminalit organizzata di tipo mafioso, e le sue vicende
giudiziarie ne hanno ampiamente dimostrato le responsabilit, sia sul piano morale
che penale.

Si aggiunga a ci che, a distanza dei fatti, quando i protagonisti, o sono scomparsi


o si sono gi espressi, e comunque i riscontri possibili non sono agevoli, facile
creare artificiosamente un complesso di situazioni che, coerenti con una storia gi
nota, consentano, nel dettaglio, scostamenti anche significativi dal vero.
..Chiamai i Carabinieri i quali mi dissero di formulare questa proposta:
consegnino alla Giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon
trattamento alle famiglie. Ritenni questa proposta angusta per potere aprire una
valida trattativa e convenni con i Carabinieri di comunicare a quelle persone che
le trattative dovevano considerarsi chiuse, come se i Carabinieri non avessero pi
niente da discutere. In realt avevo convenuto con i Carabinieri che era meglio
non fare conoscere la loro proposta, troppo ultimativa, perch essa avrebbe
definitivamente chiuso qualunque spiraglio. Stabilii peraltro di continuare a titolo

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personale i miei rapporti con i Carabinieri. Frattanto riflettevo che quelle persone
( la controparte mafiosa ), per assumere latteggiamento arrogante di cui sopra
dovevano essere pazze o avere le spalle coperte...
, il 17 gennaio 2005, egli afferma:
.. Chiamai i Carabinieri i quali mi dissero di formulare questa proposta:
consegnino alla Giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon
trattamento alle famiglie. Ritenni questa proposta angusta per potere aprire una
valida trattativa e convenni con i Carabinieri di comunicare a quelle persone che
le trattative dovevano considerarsi chiuse, come se i Carabinieri non avessero pi
niente da discutere. In realt avevo convenuto con i Carabinieri che era meglio
non fare conoscere la loro proposta, troppo ultimativa, perch essa avrebbe
chiuso definitivamente qualunque spiraglio. Stabilii peraltro di continuare a titolo
personale i miei rapporti con i Carabinieri. Frattanto riflettevo che quelle persone
( la controparte mafiosa ), per assumere latteggiamento arrogante di cui sopra
dovevano essere pazze o avere le spalle coperte.
Unultima considerazione residua dallesame delle dichiarazioni di Vito
Ciancimino ed attiene allesistenza della cos detta trattativa. Mi rifaccio sempre
alle dichiarazioni di Vito Ciancimino rese ai magistrati di Palermo, Caselli ed
Ingroia, alle ore 0930 del 17 marzo 1993, nelle quali egli sostiene anche che il suo
interlocutore aveva assunto un atteggiamento sprezzante esprimendo meraviglia
che i Carabinieri si fossero rivolti proprio a lui cos dimostrando una mancanza
dinteresse che evidenziava una presa di posizione folle o le spalle ben coperte:
..Questo mio piano fu dai Carabinieri accettato e una ventina di giorni dopo
incontrai una persona, organo interlocutore di altre persone. Pensavo che questo
interlocutore fosse asettico invece assunse un atteggiamento che considerai
altezzoso e arrogante, perch riferendo le cose dettegli dalle altre persone con le
quali faceva da tramite mi apostrof pi o meno con queste parole: si sono
rivolte a lei? Allora aggiustino prima tutte le cose sue e poi discutiamo .
Giudicai questo atteggiamento altezzoso ed arrogante se non altro perch cerano
problemi temporali, nel senso che il mio processo in appello era fissato per il 18
gennaio e mancava perci spazio per un qualche intervento. Sta di fatto che questo
atteggiamento altezzoso rafforz in me lidea della possibile matrice politica di cui
sopra ho detto...
E ancora, sempre nel prosieguo delle sopra citate dichiarazioni:
Frattanto riflettevo che quelle persone, per assumere latteggiamento
arrogante di cui sopra dovevano essere pazze o avere le spalle coperte. Io mi ero

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presentato allintermediario facendo nomi e cognomi, menzionando cio


(autorizzato da loro) il Capitano De Donno e il Col. Mori, come mio
lasciapassare , dicendo che i due al pari di me erano preoccupati per la
situazione. A questo punto il mio interlocutore avrebbe potuto esprimere qualche
valutazione sul contatto che i Carabinieri avevano preso con me, ma non espresse
valutazione alcuna al riguardo. Espresse soltanto meraviglia perch i Carabinieri
si erano rivolti proprio a me.
Linterlocutore (che era anche ambasciatore) neppure mi chiese che cosa i
Carabinieri volessero. Si limit a dirmi quel che ho gi riferito e cio che se si
erano rivolti a me prima di tutto dovevano aggiustare le cose mie. Solo che non si
trattava di un aggiustamento come spostare unauto. Cera, come ho detto,
quantomeno un problema di tempi per il processo dappello fissato per gennaio. In
sostanza la mancanza dinteresse dellinterlocutore-ambasciatore, per le proposte
dei carabinieri e nel contempo la prospettiva di un impossibile aggiustamento mi
portarono appunto alla riflessione che un atteggiamento simile potevano tenerlo
soltanto persone che fossero o pazze o con le spalle molto coperte ..
Identico concetto, praticamente con gli stessi termini, Vito Ciancimino lo esprime
nel manoscritto, intitolato I Carabinieri, rinvenuto a Palermo nel corso della
perquisizione cui fu oggetto il figlio Massimo il 17 gennaio 2005.
. . Avevo avuto dal Cap. De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni.
Le avevo respinte. Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto;
quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva
lasciato sgomento ) cambiai idea e ricevetti nella mia casa di Roma il predetto
capitano ;

Preliminarmente lUfficio mi chiede se abbia nulla da aggiungere, in ordine


a quanto gi in precedenza dichiarato allAutorit Giudiziaria di Palermo, anche
con riferimento alle recenti notizie diffuse da organi di stampa circa le
dichiarazioni di Giovanni Brusca, del Gen. le Mario Mori e del Capitano
Giuseppe De Donno.

Infatti, Vito Ciancimino, nella dichiarazione rilasciata alle ore 09.30 del 17 marzo
1993, ai magistrati Caselli ed Ingroia della Procura della Repubblica di Palermo,
afferma:

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. I Carabinieri accolsero la mia proposta e mi sottoposero - su mia richiesta mappe di alcune zone della citt di Palermo nonch atti relativi ad utenze AMAP,
perch esaminando questi documenti e facendo riferimento a due lavoretti sospetti,
in quanto suggeritimi a suo tempo ( una decina di anni fa ) da persona modesta ma
vicina ad un boss, fornissi elementi utili per lindividuazione di detto boss. ..
Analogamente, nello nel suo manoscritto intitolato I Carabinieri, riferisce:
.. I Carabinieri accolsero la mia proposta e mi sottoposero - su mia
richiesta mappe di alcune zone della citt di Palermo nonch atti relativi
ad utenze AMAP, perch esaminando questi documenti e facendo
riferimento a due lavoretti sospetti, in quanto suggeritimi a suo tempo (una
decina di anni fa ) da persona modesta ma vicina ad un boss, fornissi
elementi utili per lindividuazione di detto boss.

Vito Ciancimino, nelle sue dichiarazioni rese alle ore 09.30 del 17 marzo 1993 ai
magistrati Caselli e Ingroia, proprio alla luce dellatteggiamento di sostanziale
indifferenza manifestato, di fronte alle sue profferte, da linterlocutoreambasciatore, espresse la volont di collaborare. Infatti egli, nella circostanza,
sostiene:
. .. Decisi di passare il Rubicone e comunicai ai Carabinieri che volevo
collaborare efficacemente. Chiesi che i miei processi tutti inventati si
concludessero bene. Consegnai una copia del mio libro-bozza. Proposi, come
ipotesi di collaborazione un mio inserimento nellorganizzazione a vantaggio dello
Stato; ma pochi giorni dopo questa sua annunciata decisione egli fu arrestato.

Intanto occorre osservare che il post-it si riferisce a qualcosa che viene


consegnata, mentre Massimo Ciancimino riferisce che il papello mi fu
solo mostrato.
. Mentre ribadisco la mia volont di collaborare, dichiaro che linaspettata
pubblicazione di parte del contenuto dei miei verbali ha suscitato in me notevole
apprensione per due motivi: innanzitutto perch il solo sospetto di una mia
collaborazione potrebbe bastare alle cosche di porre in essere scellerataggini nei
confronti dei miei familiari. In secondo luogo perch il fatto ha innescato un fatto
politico di grande interesse, come lo spazio e i titoli dei giornali chiaramente
rivelano. Intendo allora che sia fatta assoluta chiarezza, rivelando che fin dal

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25/08/1992 (prima di essere arrestato), senza sollecitazioni avevo deciso di


collaborare con i Carabinieri e ritengo che di ci debbano essere informati il
Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro degli Interni
e il Ministro di Grazia e Giustizia.

. il padre gli aveva detto che egli stava facendo una mediazione tra laltra
sponda (cio la mafia) e personaggi altolocati (da intendersi esponenti
qualificati dello Stato);
. tra i personaggi altolocati non potevano comprendersi, con tutto il rispetto, il
col. Mori ed il cap. De Donno;
. andato a trovare suo padre, venti-venticinque giorni dopo il suo arresto, lo
aveva trovato fisicamente e moralmente provato, al punto che gli avrebbe detto:
Mi hanno tradito, mi hanno venduto, senza per specificare chi lo avesse tradito
e venduto;
Mi preme anche fare osservare che se fossi stato compartecipe col Ciancimino
di una trattativa quanto meno per me disonorevole, mi sarei ben guardato dal
sollecitare un incontro ed anzi avrei fatto limpossibile per evitare che lui
potesse avere un contatto con i magistrati della Procura della Repubblica di
Palermo, rivelando cos i contenuti dei nostri colloqui.
tra laltro:
.Manifestai la mia intenzione di collaborare ma chiesi un contatto con un
livello superiore. Conseguentemente il capitano De Donno torn a casa mia (mi
pare il 1 settembre 1992) accompagnato dal col. Mori. ..;
mentre nel gi indicato manoscritto intitolato I Carabinieri,
. Il capitano dei carabinieri, Giuseppe De Donno, varie volte in incontri ( pi o
meno occasionali ) con mio figlio Massimo ( suo conoscente e coetaneo ) lo aveva
sollecitato, con gentilezza e cortesia, a chiedermi di potere avere un
abboccamento con me:
Io con altrettanta cortesia, ogni volta, avevo rifiutato il colloquio.
Per la successione di TRE FATTI CLAMOROSI:
a) lassassinio dellOn. Lima che mi ha SCONVOLTO;
b) la strage in cui per Falcone che mi ha INORRIDITO;

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c) la strage in cui per Borsellino che mi ha lasciato SGOMENTO,


mi hanno indotto a cambiare idea ed ho accettato di incontrare il capitano De
Donno, a casa mia a Roma ( Via San Sebastianello 9 ).
Come naturale e logico avrebbe dovuto parlare il capitano, dato che la richiesta
del colloquio era stata avanzata da lui invece, senza tanti preamboli, parlo io ed
affermo che respingo con REPULSIONE e SDEGNO la situazione che si venuta
a
CREARE, ma puntualizzo che, QUELLO CHE E PIU GRAVE, NON RIESCO a
VEDERE LO SBOCCO.
Ipotizzo per i tre fatti delittuosi UNA UNICA MATRICE, dietro la quale
POSSIBILE intravedere un DISEGNO POLITICO.
Aggiungo che in OGNI CASO sia che la MATRICE fosse solo MAFIOSA, sia che
fosse POLITICO-MAFIOSA, sia che fosse solo POLITICA LA SICILIA, comunque,
ne sarebbe uscita MASSACRATA SU TUTTI I PIANI.
Ero angosciato perch vedevo LO SDEGNO dipinto sulla faccia dei miei FIGLI.
Manifesto al capitano la mia pi ampia collaborazione, per concordiamo che la
mia disponibilit doveva essere trasferita a livello SUPERIORE, sul piano
ISTITUZIONALE.
Mi parl del colonnello dei carabinieri, MORI e restammo di intesa di
reincontrarci.
Questo colloquio tra il capitano e me si svolto verso la fine di Agosto (25 o 26 )
del 1992 . Col colonnello Mori e col capitano De Donno ci siamo incontrati il
primo Settembre successivo, sempre a casa mia a Roma..
Aggiunse poi che per laudizione non poneva alcuna precondizione, che invece in
altre precedenti circostanze ed in pubbliche dichiarazioni aveva posto. Riteneva
egli che, in quella sede, avrebbe potuto fare luce su molti episodi e chiarire la sua
posizione.
Pertanto le dichiarazioni di Brusca Giovanni circa una infiltrazione dellimpresa
Reale da parte del ROS, allo scopo di individuare gli appalti condizionati dalla
mafia, solo frutto di sue mere deduzioni, non supportate da alcun riscontro.

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