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LA RIVOLTA D’IRAN NELLA SFIDA OBAMA-ISRAELE

OBAMA L’EUROPEO E
UN’ISAF PIÙ AMERICANA di Giovanni DEL RE

Gli europei apprezzano il nuovo corso del presidente americano


in Afghanistan ma non vogliono fornire i rinforzi richiesti.
Presto le truppe di Washington saranno il doppio di quelle alleate.
L’aumento degli aiuti allo sviluppo.

P
« OCO DOPO LA PRESENTAZIONE DA PARTE DEL
nuovo presidente americano della strategia per l’Afghanistan, il ministro degli Este-
ri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha trovato parole di encomio. «La nuova strate-
gia americana», ha detto a marzo alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, «si
avvicina fortemente alle idee europee. Impegno militare e ricostruzione civile, le
due cose vanno di pari passo» 1. Meno di un mese dopo, il 3 aprile a Strasburgo, in
occasione del solenne summit per i 60 anni della Nato, parole entusiastiche anche
da parte del presidente francese Nicolas Sarkozy: «Approviamo completamente e
sosteniamo la nuova strategia americana in Afghanistan» 2.
Tutte rose e fiori, insomma, per l’idea di Barack Obama che non si può vince-
re in Afghanistan ricorrendo solo alle armi, ma che occorrono maggiori sforzi in
tutti i campi? In realtà a ben guardare la vicenda dei nuovi piani Usa del dopo-Bu-
sh, si capirà come, in parte almeno, il neoinquilino della Casa Bianca ha di che re-
stare deluso, anche se ha ben saputo far buon viso a cattivo gioco. Del resto avreb-
be già dovuto metterlo in allarme un’altra frase pronunciata nella stessa intervista
alla FAS da Steinmeier, sia pure riferita in particolare all’impegno della Bunde-
swehr, l’esercito tedesco, in Afghanistan: «non dobbiamo porci obiettivi irraggiun-
gibili in Afghanistan».
Il fatto è che Obama fin dall’inizio ha fatto capire che per poter far avanzare lo
sviluppo occorre sicurezza, e per questo la componente militare resta essenziale.
Che cosa si aspettasse dagli alleati lo aveva fatto già capire nel suo celebre discor-
so, ancora candidato alla Casa Bianca, tenuto alla Colonna della Vittoria a Berlino,

1. Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, 28/3/2009.


2. Nella conferenza stampa congiunta con Barack Obama del 3/4/2009. Citazione tratta da un dispac-
cio dell’agenzia stampa Afp. 1
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il 24 luglio 2008. «Riconosco le enormi difficoltà in Afghanistan», aveva detto allora,


«ma il mio paese e i vostri hanno una posta importante nel successo della prima
missione Nato oltre i confini dell’Europa. Perché per il popolo dell’Afghanistan, e
per la nostra sicurezza condivisa, il lavoro va fatto. L’America non può farlo da so-
la. Il popolo afghano ha bisogno delle nostre e delle vostre truppe; del nostro e
del vostro sostegno per sconfiggere i taliban e al-Qå‘ida, per sviluppare la loro [de-
gli afghani] economia, e per aiutarli a ricostruire la loro nazione. C’è troppo in gio-
co per voltare le spalle adesso» 3.
Nel febbraio del 2008 l’allora senatore Obama era stato ancora più netto. «Per
quanto riguarda i nostri alleati della Nato», aveva dichiarato in volo verso Beau-
mont, Texas, «sono stato molto chiaro: dobbiamo fare di più per sostenerli [degli
afghani]. Dovremmo togliere alcune delle limitazioni 4 che sono state poste sulle
loro [degli alleati] forze laggiù. Non si può avere una situazione in cui gli Stati Uniti
sono chiamati a fare il lavoro sporco, o meglio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e
nessun altro vuole impegnarsi nella battaglia contro i taliban». Per chi non l’avesse
capito, Obama allora è stato ancora più esplicito: «È importante, credo, chiedere di
più ai nostri alleati europei» 5.
Quello che è piaciuto agli europei, dopo l’insediamento del neopresidente al-
la Casa Bianca, è l’accento sulla strategia globale, che, al contrario della dottrina
neocon di George W. Bush, dà spazio quasi uguale, almeno in teoria, allo sforzo
militare e a quello civile e di sviluppo, una filosofia che informa l’azione di impor-
tanti membri europei dell’Isaf (International Security Assistance Force), la missione
internazionale guidata dalla Nato in Afghanistan, come la Germania o l’Italia.
Così, in un libro bianco della Casa Bianca 6 si legge con chiarezza: «La nostra
strategia contro gli insorti deve integrare la sicurezza della popolazione creando
un’efficace governance locale e sviluppo economico. Stabiliremo la sicurezza ne-
cessaria per fornire spazio e tempo per le attività di stabilizzazione e di ricostruzio-
ne». E più avanti: «Aumentando la capacità civile rafforzeremo le relazioni tra il po-
polo afghano e il suo governo. Un drastico incremento dell’expertise civile afghana
è necessario per facilitare lo sviluppo di sistemi e istituzioni in particolare a livello
provinciale e locale, fornire l’infrastruttura di base e creare alternative economiche
all’insurrezione a tutti i livelli della società afghana, in particolare in agricoltura. Gli
Stati Uniti dovranno svolgere una parte importante nel fornire questa expertise, ma
per rispondere in modo efficace ai bisogni dell’Afghanistan sarà necessario che tut-
ti gli alleati e partner, l’Onu e altri organizzazioni internazionali e non governative
incrementino notevolmente il loro coinvolgimento in Afghanistan».

3. Citazioni tratte dalla trascrizione del discorso pubblicata dal sito Internet del New York Times.
4. Il riferimento è ai cosiddetti caveat, le limitazioni sull’impiego delle truppe. Così, ad esempio, il ca-
veat tedesco fa sì che i militari di Berlino non possano essere spostati nelle zone più «calde» nel Sud
del paese. Analoghi i caveat italiani. Questi ultimi, però, sono stati ultimamente parzialmente «allenta-
ti» consentendo una maggiore flessibilità all’impiego delle nostre truppe.
5. Citazioni tratte da un dispaccio Reuters,«Obama says Europe must do more in Afghanistan»,
28/2/2008.
2 6. Consultabile su www.whitehouse.gov/assets/documents/Afghanistan-Pakistan_White_Paper.pdf
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Insomma, tutti devono fare qualcosa di più per l’Afghanistan, non si può stare
ad aspettare che come al solito il grosso del fardello se l’assumano gli Stati Uniti,
come si è visto, ad esempio, persino nel cuore dell’Europa del dopoguerra, con le
guerre intestine nell’ex Jugoslavia. «Quando diciamo che tutti devono fare di più»,
ha spiegato a Bruxelles a chi scrive un alto diplomatico Usa, «non vogliamo dire
per forza dare più truppe o attrezzature militari. Può voler dire più fondi, o più aiu-
to allo sviluppo, o più addestratori della polizia, ci sono varie opzioni. A questo
punto non ci sono scuse per nessuno».

Il no europeo
Il punto è che però molti alleati ritengono di aver già fatto il massimo. Così,
dal punto di vista delle truppe già a febbraio dagli alleati europei si è levato un co-
ro quasi unanime. «È fuori discussione immaginare rinforzi ulteriori», ha fatto sape-
re a giro di posta il ministro della Difesa Hervé Morin, mentre il premier olandese
Jan Peter Balkenende ha annunciato il progressivo ritiro dei suoi 1.700 soldati a
partire dal prossimo gennaio. E da Berlino, che ha nel Nord dell’Afghanistan 3.800
militari, ancora a marzo è arrivato un altro njet: il ministro della Difesa Franz Josef
Jung ha ribadito che, a parte il rinforzo di 600 uomini già deciso a dicembre (di cui
200 per le elezioni presidenziali del 20 agosto, il resto è destinato a restare) di altre
truppe non se ne parla affatto. Lo stesso dicasi dell’Italia, che dispone di 2.350 mili-
tari stabili in Afghanistan. Nel corso del Consiglio atlantico a livello di ministri della
Difesa, lo scorso 11 giugno a Bruxelles, Ignazio La Russa ha sottolineato che «non
è previsto» che il battaglione aggiuntivo di circa 500 uomini resti oltre le elezioni.
Washington e i vertici Nato, invece, avevano chiesto con forza che questi militari in
più restassero stabilmente.
Quanto agli aiuti allo sviluppo, anche qui gli Stati Uniti puntano a dare il buon
esempio. Così, oltre a 21 mila soldati in più entro il 2010, Washington sta incre-
mentando anche gli sforzi per la cooperazione allo sviluppo dell’Afghanistan. Il 19
marzo scorso, James A. Bever, direttore della Task-Force Afghanistan-Pakistan di
Usaid (l’agenzia di aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti) ha annunciato l’invio di altre
150 persone, di cui 45 collocate a Kabul e le altre nelle province, portando a 721 il
totale del personale Usa di cooperazione in Afghanistan. Il tutto mentre Obama ha
chiesto al Congresso, per l’anno fiscale 2009, un incremento di 100 milioni di dol-
lari per l’aiuto allo sviluppo 7.
È già un miracolo che al summit di Strasburgo Obama sia riuscito a strappare
la promessa di un rinforzo totale (a parte i 21 mila militari che Washington man-
derà in più) tra tutti e 42 i partecipanti alla missione Isaf (tra cui i 26 paesi Nato),
pari a 5 mila uomini di cui 3 mila solo per elezioni e dunque destinati a rientrare
subito dopo il voto, mentre il resto avrà soprattutto funzioni di addestramento più
7. Dichiarazione di fronte alla Commissione sulla supervisione e alla sottocommissione sulla riforma
della sicurezza nazionale e degli affari esteri della Camera dei rappresentanti, a Washington. Il testo è
consultabile sul sito di Usaid, www.usaid.gov. 3
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che di operazioni sul terreno. Forze messe in campo da una decina di paesi (tra
cui Italia, Belgio, Spagna, Francia, Germania, Polonia, Gran Bretagna e altri). Non
molto, e dire che il summit si era aperto su auspici peggiori. «Merkel pronta allo
scontro con Obama», titolava in marzo un dispaccio della redazione tedesca del-
l’Associated Press. «Con quel che ha fatto dal 2002», tuonava il 26 marzo la cancel-
liera tedesca, la «Germania non ha certo di che vergognarsi».
Alla fine, i toni si sono stemperati, anche se la sostanza non cambia di molto.
A parte i 5 mila soldati aggiuntivi, gli alleati hanno concordato, su proposta france-
se, di lanciare la missione di gendarmerie, per l’addestramento di una sorta di poli-
zia militare afghana, forte di 300 persone, cui partecipano paesi che hanno questo
tipo di polizia, la stessa Francia (con la gendarmerie), l’Italia (con i carabinieri, 100
saranno mandati a Kabul), e poi Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Spagna. Dal
canto suo, la Germania ha promesso di pagare circa la metà (57 milioni di dollari)
dell’incremento di 100 milioni di dollari del fondo destinato a finanziare le Forze
armate afghane, in vista del traguardo di 134 mila soldati afghani. Altri 500 milioni
di dollari saranno destinati all’assistenza alla popolazione civile. Quanto basta, co-
munque, per consentire a Obama di mostrarsi soddisfatto. «Questi impegni in ter-
mini di truppe, addestratori e civili», ha dichiarato al termine del vertice, «rappre-
sentano un forte investimento sul futuro della nostra missione in Afghanistan e sul
futuro della Nato» 8. Ironicamente, quando i giornalisti hanno chiesto a Sarkozy co-
me mai, però, alla fine, la vasta parte degli sforzi, anzitutto militari, fosse a carico
degli Usa, il presidente francese ha risposto laconico: «Sta trionfando la visione eu-
ropea» 9.
Il risultato dello scarso entusiasmo europeo è scontato quanto inevitabile:
quella che tutti, sia pure solo dietro le quinte e mai apertamente, definiscono «l’a-
mericanizzazione» della missione internazionale in Afghanistan. In effetti, già le ci-
fre schiettamente militari la dicono lunga: con l’arrivo dei 21 mila soldati Usa di cui
si è detto, in Isaf si avranno 47 mila soldati statunitensi a fronte di circa 33 mila di
tutti gli altri paesi partecipanti. Considerando il totale di 68 mila soldati americani
includendo l’altra missione sul terreno, Enduring Freedom 10, il rapporto sarà di un
militare di altri paesi contro due statunitensi.
Anche il massiccio incremento della presenza civile e di cooperazione Usa si
farà sentire con forza.

La nuova Isaf americana


Washington sta già procedendo a un riassetto complessivo della missione Isaf
in Afghanistan. Anzitutto, come segnale di un drastico cambio di strategia militare,

8. Cfr. «Nato Backs Obama’s Afghan Plan but Pledges Few New Troops», The Washington Post,
5/4/2009.
9. Ibidem.
10. Del resto, come si è accennato, da oltre un anno Isaf ed Enduring Freedom hanno un comandante
4 unico, con la prassi del cosiddetto «doppio cappello», che ora tocca a Stanley McChrystal.
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Obama, tramite il suo ministro della Difesa Robert Gates «ereditato» dall’ammini-
strazione Bush, ha licenziato il comandante Usa dell’Isaf, il generale David McKier-
nan, lo scorso 11 maggio, in quanto considerato troppo «tradizionalista» nella stra-
tegia bellica. A sostituirlo è stato il generale Stanley McChrystal, noto per l’uccisio-
ne del capo di al-Qå‘ida in Iraq Abû Muâ‘ab al-Zarkåwø e considerato più adegua-
to a rispondere alla guerriglia. Ma questo è solo l’inizio.
McChrystal ha disegnato un piano di riassetto, che è stato accolto dai ministri
della Difesa dei paesi alleati alla riunione del Consiglio atlantico dell’11 e 12 giu-
gno scorso a Bruxelles. Il meccanismo indica apertamente, questa «americanizza-
zione», anche se Washington formalmente si ostina a negarla. A occuparsi della
strategia d’insieme sarà lo stesso McChrystal, che avrà sotto di sé due altri coman-
di, del tutto nuovi. Uno di questi due sarà affidato al suo numero due designato, il
generale Usa David Rodriguez, che si occuperà della tattica giorno per giorno. L’al-
tro comando, anch’esso guidato da un generale Usa, Richard Formica, si occuperà
invece della formazione e dell’addestramento dell’esercito e della polizia afghana.
Formica, che già guida una struttura simile nel quadro di Enduring Freedom, sarà
responsabile di una missione di addestramento Nato che centralizzerà gli sforzi in
questo ambito. Tre generali Usa ai posti chiave, più chiaro di così.
A questo si aggiunge l’intenzione di Washington di assumere il diretto control-
lo delle pericolosa provincia di Kandahar, a sud dell’Afghanistan, l’anno prossimo,
quando gli olandesi si ritireranno. Londra ha fatto trasparire una leggera irritazio-
ne, visto che, finora, il comando ruotava tra i tre paesi che vi partecipano, oltre al-
l’Olanda la stessa Gran Bretagna e il Canada. Un’irritazione che probabilmente
avrà poco impatto ed è destinata a svaporare. In questo modo gli Usa, che già han-
no il comando della provincia orientale al confine con il Pakistan, saranno respon-
sabile di tutta la parte più bellicosa del paese.
D’altra parte, ha commentato il segretario generale uscente della Nato Jaap de
Hoop Scheffer, gli alleati (forse tra questi la Gran Bretagna è la meno toccata, visto
il suo robusto contributo) non devono lamentarsi di questa «americanizzazione».
L’unica alternativa, ha detto l’olandese, è rispondere alle effettive esigenze di Isaf.
La stampa americana, intanto, ironizza. Le iniziali Isaf, starebbero in realtà, scrive il
New York Times, per «I Saw America Fighting», sono stato a guardare l’America
mentre combatteva 11.

11. «Nato Meeting to Highlight Strains on Afghanistan», The New York Times, 3/4/2009. 5
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