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000-000 QS Med Lim fratelli 29-05-2009 17:08 Pagina 1

IL MARE NOSTRO È DEGLI ALTRI

LIBANO-EGITTO:
ISLAMISMO RAMPANTE
PER STATI IN CRISI?

C’ È UN PERICOLO REGIONALE NELL’AFFAIRE


Õizbullåh in Egitto? Quale connessione con il movimento della Fratellanza mu-
sulmana? Quali conseguenze per le vicine elezioni in Libano? Tre punti di vista
espressi sull’autorevole rivista egiziana al-Ahram Weekly.

La rete di Õizbullåh in Egitto è solo la punta di un iceberg


di Abdel Moneim SAID

È sbagliato pensare che la scoperta di una rete segreta di Õizbullåh in Egitto


riguardi solo i rapporti tra Il Cairo e l’organizzazione islamista. In realtà ha più a
che fare con la dimensione regionale. Primo: l’esistenza del gruppo di Õizbullåh
non è connessa alla guerra di Gaza e alla necessità di aiutare i palestinesi in diffi-
coltà. Le indagini hanno dimostrato che la prima cellula di questa rete è stata rea-
lizzata nel 2005 e il principale sospetto, Såmø Muõammad Manâûr, è stato arrestato
il 19 novembre 2008, alcune settimane prima della guerra israeliana a Gaza. Secon-
do: si tratta di un’infrastruttura in grado di svolgere varie operazioni paramilitari.
Gaza potrebbe essere stata un obiettivo, ma probabilmente non il più importante.
Terzo: la rete si estende oltre la connessione tra Beirut – dove gli ordini venivano
dati al Cairo, dove la testa dell’organizzazione si nascondeva – e il Sinai e il Canale
di Suez dove operava. Piuttosto è parte di una più ampia rete internazionale a sua
volta interconnessa con altri network dediti al traffico di armi, in particolare dall’I-
ran – attraverso il Golfo, l’Oceano Indiano e il Mar Rosso – ai porti sudanesi e da lì
attraverso il territorio egiziano o altre regioni. Quarto: una rete di queste dimensio-
ni è capace di realizzare attacchi contro qualsiasi gruppo di paesi arabi. Si possono
facilmente immaginare i suoi legami con reti analoghe in altri paesi, come lo Ye-
men, il Bahrein, la Siria, la Giordania e oltre. Infine, una rete con queste capacità
non può operare su tale scala senza il coordinamento con l’intelligence, le Forze
armate e altre strutture di uno Stato. Lo Stato, in questo caso, è l’Iran. 1
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Il confronto non è tra l’Egitto e Õizbullåh o tra Il Cairo e Õasan Naârallåh, ma


tra le forze radicali nella regione e le forze moderate. Le proteste e le condanne
che abbiamo sentito negli ultimi giorni suggeriscono che questo conflitto è entrato
in una nuova fase. Anche se la realizzazione di tali reti ha avuto inizio non solo
prima della guerra a Gaza, ma anche prima della guerra in Libano dell’estate del
2006, la successione temporale non è stata casuale. Queste iniziative sono state
preliminari all’avvio di un movimento rivoluzionario in molti paesi arabi.
Non è la prima volta nella storia contemporanea del Medio Oriente che forze
radicali prendono a pretesto la causa palestinese per alimentare il dissenso e cer-
care di assicurarsi e mantenere il controllo di questo o quell’altro paese arabo, o
per aiutare i gruppi radicali in altri paesi e cercare di destabilizzare i governi che ri-
fiutano di essere intimiditi. Tra gli innumerevoli esempi ricordiamo Saddam, che
usò la causa palestinese per prendere il controllo dell’Iraq e, più tardi, per invade-
re il Kuwait. Il regime Ba‘ñ siriano allo stesso modo ha utilizzato i palestinesi come
pretesto per invadere il Libano e intromettersi negli affari libanesi. Oggi Teheran e
il suo alleato Õizbullåh vogliono trarre vantaggio dalla causa palestinese per ga-
rantirsi il controllo del Libano e da lì infiltrarsi in altri paesi arabi. Õasan Naârallåh
non ha mostrato il minimo imbarazzo quando ha ammesso l’esistenza della sua re-
te segreta in Egitto. Per lui era perfettamente naturale, non si mostrava affatto
preoccupato di cosa pensassero gli egiziani. Dopo tutto non conta l’egiziano in
quanto individuo ma importa solo che obbedisca ai comandi dei saggi che sanno
condurre la battaglia.
Gli equilibri in Medio Oriente sono diventati una sorta di groviglio. Le divisio-
ni sono tracciate non tra i paesi arabi e quelli non arabi, o tra alcuni paesi arabi e
altri, ma all’interno dei singoli paesi. Il Sudan è un valido esempio. Questo grande
paese dispone di enormi ricchezze e potenzialità. Tuttavia l’islamismo radicale ha
iniettato il suo virus nel paese, precipitandolo in guerre di religione senza fine, ri-
volte locali e azioni terroristiche. Le conseguenze sono il Sud vicino alla secessio-
ne, la profonda frattura che separa il Dårfûr, dal centro e i tanti altri segnali di
frammentazione di un paese al collasso.
A capo di questa nazione fatiscente siede un uomo ricercato dal Tribunale pe-
nale internazionale. Eppure, a dispetto di queste tragiche circostanze, il presidente
di un paese che sta per diventare uno dei cosiddetti «Stati falliti» si precipita a
Doha, in occasione della guerra di Gaza, per abbracciare il presidente iraniano.
Poi più tardi si scopre che il suo paese è luogo di transito di un’operazione di con-
trabbando di armi attraverso l’Egitto e un importante anello della rete segreta di
Õizbullåh che conduce fino all’Iran. Inoltre, nonostante sia al collasso, il Sudan sta
partecipando al tentativo di smembrare lo Yemen malgrado Âan‘å’ sia uno dei più
strenui sostenitori della causa palestinese. Lo scopo di tutto ciò è rafforzare le rela-
zioni tra i vari Stati falliti, in cui il caos, i movimenti rivoluzionari e l’estremismo re-
ligioso governino dietro la santa bandiera della causa palestinese.
2 C’è molto da imparare dal caso della rete di Õizbullåh in Egitto. Fortunata-
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mente il governo egiziano ha avuto la capacità e la forza per far fronte a questo
stratificato complotto. Oltre alla dimensione militare vi era quella politica, cioè la
strategia di puntare sull’ingenuità di alcuni gruppi di opposizione egiziani, tale da
farli cadere nella trappola di mettere a rischio la sicurezza dell’Egitto per l’amore
della causa palestinese, che Õizbullåh usa così abilmente per i propri fini. Allo
stesso tempo c’erano i media, che hanno approfittato di quella lunga schiera di
scontenti sempre pronti ad applaudire e marciare dietro chiunque prometta di li-
berare la Palestina, anche se il percorso della liberazione deve passare per il
Kuwait, Il Cairo o Beirut. Mi riferisco in particolare ad alcune tv satellitari arabe,
pronte a sacrificare i fatti pur di fare audience.
Nulla di ciò sarebbe accaduto se non ci fosse stato un vuoto strategico nella
regione. È ora di considerare con attenzione il caos «distruttivo» che l’Iran e i suoi
accoliti stanno cercando di diffondere, per le ripercussioni che può avere. L’Egitto
può aver avuto successo questa volta, ma non deve abbassare la guardia. Non ba-
stano lo scambio di informazioni e collaborazioni temporanee con altri paesi arabi:
è necessaria una strategia complessiva.

Le due anime dei Fratelli musulmani


di ‘Amr ÕAMZÅWØ

I parlamentari collegati ai Fratelli musulmani si sono ben comportati nel cor-


so della discussione in parlamento sul caso della rete di Õizbullåh in Egitto. Si so-
no schierati chiaramente e inequivocabilmente a difesa della sicurezza nazionale
egiziana e hanno condannato tutti i tentativi di violarla per qualsiasi motivo, sia
pure in nome della resistenza o dell’aiuto alle fazioni palestinesi a Gaza. Ma le di-
chiarazioni della Guida suprema Muõammad Mahdø ‘Åkif non avrebbero potuto
essere più dannose per i Fratelli musulmani. ‘Åkif ha bollato il caso della cellula
di Õizbullåh come un’esagerazione dei media e ne ha minimizzato la rilevanza
per la sicurezza nazionale, dicendo che «ci sono due linee di condotta nella regio-
ne, una opera per proteggere la resistenza e perseguire la vittoria sul nemico sio-
nista, l’altra è interessata solo a tranquillizzare gli americani e i sionisti». Altri
membri della leadership dei Fratelli musulmani egiziani hanno fatto eco alle di-
chiarazioni della Guida suprema, sottolineando che la cellula aveva l’obiettivo di
sostenere la resistenza in Palestina, non di danneggiare l’Egitto. L’affermazione è
difficile da credere anche per i più creduloni e va contro le convinzioni della
maggioranza del popolo egiziano.
La cosa che ci interessa qui, tuttavia, è che la disparità di opinioni tra il gruppo
parlamentare e l’Ufficio della Guida suprema è indicativa di visioni divergenti al-
l’interno della Fratellanza musulmana sul concetto stesso dello Stato e della sua si-
curezza. Mentre il primo è coerente con la sua volontà di diventare un soggetto at- 3
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tivo e responsabile della vita politica egiziana, la posizione del secondo esprime la
continuazione della logica del confronto e del conflitto permanente tra i Fratelli
musulmani, come organizzazione ufficialmente illegale, e l’élite al potere.
In parlamento, a difesa della sovranità egiziana e della sicurezza nazionale, il
deputato della Fratellanza musulmana ‘Iâåm Muœtår ha dichiarato che «la sicurez-
za nazionale dell’Egitto è una linea rossa che a nessuno dovrebbe essere consen-
tito di superare». Anche con maggior fervore il deputato Õasanayn al-Šûrà ha sot-
tolineato che i parlamentari della Fratellanza musulmana «condannano qualsiasi
attacco contro la sicurezza nazionale egiziana. “Egypt first!”, L’Egitto prima di tut-
to!». Tali dichiarazioni riflettono un modo di pensare che abbraccia pienamente il
concetto di Stato-nazione e gli dà la precedenza sul concetto antitetico di un mo-
vimento di resistenza che trascende i confini, come giustificato dal punto di vista
teologico nei proclami e nelle pubblicazioni della Fratellanza musulmana. Que-
st’ultima è la logica che è stata utilizzata, in alcune occasioni, per giustificare la ri-
volta contro l’autorità e le manifestazioni a sostegno del jihåd, in Libano nel 2006
e in Palestina nel 2008.
La posizione dei parlamentari della Fratellanza musulmana rappresenta un
comportamento politico responsabile, di chi è consapevole di dove si ferma l’op-
posizione politica e inizia la necessità di stare uniti sulle grandi questioni nazionali.
Ma le dichiarazioni alla stampa della Guida suprema e di alcuni membri del suo
Ufficio di presidenza a difesa di Õizbullåh e del suo uso del territorio egiziano per
sostenere i palestinesi nella Striscia di Gaza riflettono la sopravvivenza di una peri-
colosa tendenza nella leadership dei Fratelli musulmani. In contrasto con la linea
dell’Egypt first del suo gruppo parlamentare, la leadership della Fratellanza ha agi-
to in conformità con quello che potremmo definire il principio della «resistenza
prima di tutto», nell’ambito del quale le preoccupazioni sulla sovranità nazionale e
la sicurezza sono a un lontano secondo posto.
Sono convinto che la divergenza di posizioni tra i deputati della Fratellanza
musulmana e l’Ufficio della Guida suprema non è parte di una cinica divisione dei
ruoli, con un gruppo che si affretta a placare l’opinione pubblica scioccata dalle ri-
velazioni sulle attività di Õizbullåh in Egitto, e l’altro che continua a mostrare la sua
antica solidarietà con il movimento di resistenza più influente del mondo arabo.
Piuttosto l’opinione dei parlamentari è collegata soprattutto alla consapevolezza
dei doveri e degli obblighi che derivano dal prendere parte alla vita politica ufficia-
le di una nazione. La Fratellanza ha intuito immediatamente che il suo futuro nel-
l’Assemblea del popolo era subordinato al fare propria una posizione inequivoca-
bilmente patriottica contro la violazione della sovranità egiziana da parte di Õiz-
bullåh. Sapevano che l’adozione della retorica militante islamica della resistenza li
avrebbe squalificati anche agli occhi del popolo. Inoltre, l’ammissione di responsa-
bilità di Õasan Naârallåh ha privato i parlamentari di qualsiasi possibilità di rifugiar-
si in una zona grigia. Essi non possono più, per esempio, mettere in dubbio la ve-
ridicità delle informazioni rivelate dalle agenzie per la sicurezza o l’effettivo coin-
4 volgimento di Õizbullåh.
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IL MARE NOSTRO È DEGLI ALTRI

La coesistenza tra la visione nazional-statale e quella «al di sopra dello Stato»


non può durare a lungo tra le file dei Fratelli musulmani. Se l’organizzazione spera
di entrare pienamente nella vita politica egiziana, dovrà porre l’Egitto al primo po-
sto e scegliere l’atteggiamento del suo blocco parlamentare. Se invece conta di
continuare a essere un movimento teocratico la cui visione trascende le necessità
dello Stato-nazione, allora ci sono poche speranze che possa emanciparsi dal suo
stato di organizzazione illegale.

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