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Articolo pubblicato su carta su Limes 2/2009 Esiste l'Italia?

e on line su www.limesonline.com il 26/05/2009

ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Abbasso i tuareg!
di Antonio PASCALE

D A UNA QUINDICINA D’ANNI HO SVILUP-


pato una vera predisposizione d’animo verso i meteorologi. Meteopatia, suppongo.
Sapere in anticipo come, a seconda del tempo e dei venti, muterà, durante la gior-
nata, il mio carattere mi dà una certa sicurezza. E a proposito di meteorologi, tem-
po fa stavo ascoltando Luca Mercalli: che tempo che fa. Mercalli ha l’abitudine di
affrontare temi diversi, anche quelli non propriamente legati alla meteorologia. A
me, come sopra dichiarato, piacciono i meteorologi, quindi li ascolto con interesse.
Quel giorno a Mercalli chiesero cosa ne pensasse del nucleare. Rispose che sì,
ora il nucleare è più sicuro rispetto a un tempo, restava però il problema delle sco-
rie. Bene, ma, aggiunse: un paese come il nostro che non sa nemmeno gestire i ri-
fiuti può mai gestire le scorie nucleari? Meglio dunque non averlo il nucleare e af-
fidarsi alle cosiddette energie alternative. Ci fu un grande applauso in sala e ri-
cordo benissimo che anche io annuii con la testa, come a dire: mi piacciono i
meteorologi, dicono cose sensate.
Il fatto è che quando Mercalli fece questa dichiarazione, Caserta, Napoli e
provincia erano sotto una coltre di rifiuti. Un giorno sì e un giorno no, ricevevo la
telefonata di qualche amico di Caserta. Tutte telefonate di rimprovero, nemmeno
tanto larvate. In sostanza dicevano: noi non sappiamo più cosa fare, i rifiuti ci
sommergono, tu vivi a Roma, te ne sei andato da Caserta e ora non capisci come
noi viviamo. Qui dobbiamo fare qualcosa. Ma cosa?
Questa doppia dichiarazione – affermazione più domanda – è uno di quei
modi di dire ricorrenti che sento decine e decine di volte. E soprattutto dico centi-
naia e centinaia di volte. Ci sono le scorie nucleari e ci sono troppi rifiuti e i poli-
tici se ne fregano e la gente pure. Dobbiamo fare qualcosa, ma cosa?
Quella notte, scosso dai rimproveri, nemmeno tanto larvati, andando a dor-
mire ripensai alle parole di Mercalli: un paese che non riesce a gestire nemmeno i 59
ABBASSO I TUAREG!

rifiuti come può pensare al nucleare? Meglio dunque ricorrere alle energie alter-
native. Ci pensai un po’, finché non mi addormentai ma verso le cinque riaprii
gli occhi: ma se fosse il contrario? L’Italia è piena di ottimi tecnici nucleari, di
bravi ingegneri, di ottimi scienziati, tanto bravi che sono un tipico prodotto da
esportazione, perché mai non potremmo gestire il problema del nucleare?
Voglio dire, la dichiarazione di Mercalli e l’applauso della platea, compreso il
mio assenso da casa, non erano forse il risultato di questa (malinconica) equa-
zione atavica: dobbiamo fare qualcosa, sì ma non c’è niente che possiamo fare?
Un paese che non si fida delle proprie potenzialità? Che non ha carattere.
Dobbiamo fare qualcosa.
Sì, ma cosa?
Breve, ma per lo sviluppo della saggia, fondamentale, digressione: alcuni teo-
rici della narrazione – narrazione in senso alto – affrontano spesso quello che si
chiama: modello in tre atti. Un modello vecchio come il cucco. È stato canonizza-
to da Aristotele.
Nel primo atto, il protagonista si sceglie o si crea un obiettivo, scoprire la cau-
sa delle peste a Tebe, vincere la finale dei mondiali, conquistare la ragazza più
bella della scuola eccetera. Nel secondo atto il nostro protagonista fallisce il suo
obiettivo, quindi prima rinuncia, scoraggiato, all’azione, poi ci riflette, rivede i
suoi errori, passa al contrattacco e nel terzo atto, generalmente, vince. È un mo-
dello elementare, una matrice.
Ora, i suddetti teorici, nell’esaminare il modello, sottolineano l’importanza
del secondo atto, il momento nel quale il protagonista fa i conti con la propria co-
scienza, scopre che l’obiettivo dichiarato può essere sollevato su un piano morale,
più alto e nobile, solo se, con coraggio e tormentosa autocoscienza, si affrontano i
propri errori. Il secondo atto segna il momento della lotta: qui bisogna fare qual-
cosa. E la si fa davvero.
Quelle narrazioni dove il secondo atto è carente – nel quale, cioè, la ricerca,
l’inquietudine conoscitiva è ridotta a una pura formalità – danno vita a un’arte
blanda, carente, consolatoria, poco incisiva. Non è importante che cosa proponi,
se vincere la partita, o se prometti un milione di posti di lavoro, se vuoi bonificare
una palude, e nemmeno è importante se riesci a raggiungere il tuo obiettivo, quel-
lo che importa è la strada che scegli. Il protagonista – e l’artista per lui – attraverso
la ricerca che svolge nel secondo atto ci mostra un’inedita soluzione, una strada
magari già tracciata ma che avevamo paura a percorrere.
Ecco, mi sono chiesto quella notte, alle cinque di mattina: cosa penserebbe
un teorico della narrazione se dovesse riassumere il carattere italiano? Probabil-
mente arriverebbe alla conclusione che manchiamo di un serio secondo atto. Sia-
mo un popolo che ama le grandi dichiarazioni retoriche che colpiscono il nostro
cuore e contemporaneamente preferisce risolvere i conflitti a tarallucci e vino.
Siamo emotivi, a volte fortemente empatici, basta un’emozione per farci cambiare
idea, dunque l’uomo che si mostra forte, capace di parlare in maniera tronfia e
60 diretta al cuore, quell’uomo vince.
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Ora, a Napoli, Caserta e provincia, i rifiuti non sono più nelle strade o alme-
no non invadono le strade principali. Eppure fino a un anno fa leggevo svariate
dichiarazioni di politici, amministratori, esperti che dichiaravano: ci vorranno
almeno dieci anni per liberarsi da questi rifiuti. Cosa probabilmente vera. Così,
amministratori, politici, esperti discutevano sul da farsi: termovalorizzatori sì op-
pure no, differenziata sì o forse no e via di questo passo. Le questioni sul tavolo
erano tante che, pensavo, nemmeno fra dieci anni le risolveremo.
Poi Berlusconi ha tolto i rifiuti di mezzo. E ora, non c’è uno, dico un ammi-
nistratore, un esperto, un grillino eccetera che si chiede, ma se ci volevano dieci
anni per liberarsi da questi rifiuti – cosa probabilmente vera – dove ora sono fini-
ti? Si sono volatilizzati? Sono partiti via treno merci per la Germania, sono inter-
rati in qualche discarica?
La domanda è importante perché, sempre secondo i teorici della narrazione,
rappresenta appunto il secondo atto. Dove sono finiti i rifiuti? Sono scomparsi
quindi non dobbiamo più preoccuparci, almeno fino alla prossima crisi? E so-
prattutto, ora che la città è libera dobbiamo combattere per la raccolta differen-
ziata? Per la costruzione di termovalorizzatori? Oppure saltiamo il passaggio in-
termedio, quello analitico, tanto il conflitto per ora è risolto?
Siamo un popolo da primo atto che indirizza tutta la propria stupefacente
creatività nelle dichiarazioni di intenti e poi, fisiologicamente, avendo consumata
molta benzina nel primo atto, rinuncia via via all’analisi che, come si sa, non è
affatto creativa, ma è frutto di un costante rigore stilistico, metodologico eccetera.
Qui dobbiamo fare qualcosa per migliorare il secondo atto.
Ma cosa?

Cosa consigliano i drammaturghi?


Cautela. Cautela e metodo. Calma, per prima cosa abbassiamo il tono delle
nostre dichiarazioni, se partiamo da ipotesi più plausibili, più concrete, poi non
ci sembrerà così difficile affrontare il secondo atto. Cerchiamo di conquistarci le
emozioni, non di estorcerle con un ricatto emotivo. Non promettiamo miracoli.
Possiamo farcela. Abbiamo i migliori scienziati, bravi tecnici, persone abituate a
ragionare in termini di costi/benefici. Bilanci, non chiacchiere. Vero, no?
Sì, ma come? Siamo un popolo di poeti e santi, poi in ultimo di navigatori. È
la nostra natura. Voglio dire, preferiamo i toni accesi. Le dichiarazioni solenni.
Almeno così sembra a me. Da una quindicina d’anni, da quando abbiamo
detto addio alla nuova repubblica (e da quando soffro di meteopatia), ogni even-
to sembra annunciato con squilli di tromba: sta arrivando l’apocalisse, stanno
arrivando un milione di posti di lavoro, non ci sono più tasse, siamo in ottima
forma, siamo in profondissima crisi. Siamo sempre al primo atto, il nostro prota-
gonista promette di risolvere ogni cosa al più presto, oppure, nell’altra versione, si
è già arreso agli eventi indomabili, non gli resta che aspettare la fine del mondo,
la catastrofe globale. 61
ABBASSO I TUAREG!

La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è


fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora
è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho
incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare
la canzone di Battiato: la cura.
Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato
sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa:
Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza!
Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le cor-
renti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un
essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e
notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.
Volevano dirmi: tu non sei così!
Ma come si fa a essere così?
Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere
i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma
nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guar-
davano storto.
Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero
affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.
Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.
Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del qua-
le c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramen-
te non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo par-
lando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sem-
pre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.
Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi
cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici
della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal ma-
le, invadendolo con il proprio bene.
Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechi-
smo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.
Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della respon-
sabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia
cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi.
Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso
di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere.
E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.
Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i ri-
fiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni
e passa la paura, però, per favore, non fare domande.
Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo
62 sostituire la parola «cura» con «manutenzione».
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi
capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico,
umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’
te la tolgo.
La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiara-
zione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come
trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le co-
nosco così e così.

Una grande famiglia


Ma a noi italiani piacciono le persone che curano? In fondo: non tenere pen-
sieri, ci penso io, sono frasi rassicuranti. Ho ricordi che affondano nella prima in-
fanzia, mi affiorano alle mente pezzi di discussioni tra amici, parenti, tutti che
andavano nella stessa direzione: qui dobbiamo rivolgerci a qualcuno che conta.
E certo, mi dicono, tu sei del Sud, familismo amorale. Ne hai sentito parlare,
no? Avrai almeno studiato un po’ di sociologia. Hai letto Banfort?
Familismo amorale del Sud. Mah. Il familismo è amorale solo al Sud, al Nord
diventa utile strategia di potere. Ma ditemi voi, perché poi le famiglie del Sud sono
amorali e quelle del Nord sono potenti? È un po’ come la differenza di percezione
tra poveri e ricchi rispetto al problema droga: i poveri sono deboli e quindi si dro-
gano, i ricchi fanno esperienza della droga.
Non è questo il punto. Si tratta piuttosto di atavica sfiducia nelle nostre po-
tenzialità individuali. Siccome la democrazia, ovvero i valori su cui si fonda, so-
no costruiti attorno all’individualità, capite bene che siamo messi male. Inten-
diamoci, siamo vanitosi, al limite della presunzione, ma siamo stati anche abi-
tuati, almeno fin da piccoli, che da soli non possiamo far niente secondo le rego-
le, perché troppo potente è la burocrazia, la politica. Bisogna trovare qualcuno
che conta, quello che ci risolva il problema. Ergo: ci piacciono le persone che cu-
rano. Ergo: nella vita conviene specializzarci, o ci assumiamo il ruolo del cura-
tore o quello del bisognoso.
Nel primo caso c’è bisogno di elevato tasso di retorica e capacità di gestire ad
libitum il primo e il terzo atto. Nel secondo caso bisogna fare poco: sfruttare l’invi-
dia e trasformarla in benevolenza verso il nostro salvatore.
Ho ricordi che affondano nell’infanzia, mannaggia. Così forti che mi condi-
zionano anche oggi.
Esempio, devo iscrivere mio figlio alla scuola media, pubblica, si intende. So-
lita storia, mia moglie va a prendere informazioni e torna cupissima. Solita sto-
ria, dice. Quelli raccomandati andranno nelle sezioni migliori, troveranno bravi
professori, attenti. Quelli raccomandati avranno maggiori possibilità rispetto agli
altri, che detto con una metafora: si faranno in culo. Noi che vogliamo fare? Di-
ce lei. E che vogliamo fare? Dico. Ipotesi di mia moglie, informati un po’, vedi se
conosci qualcuno che ci può risolvere questo problema. Tesi mia in risposta: non 63
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conosco nessuno e non voglio conoscere nessuno. Ribattuta di mia moglie: quin-
di non vuoi impegnarti affinché tuo figlio abbia almeno una possibilità in più.
La possibilità che tu stesso non hai avuto, hai fatto scuole pessime, tanto è vero
che non sai nemmeno se biblioteca si scrive con una b o con due. Una dico io,
convinto. Ma mi sono buttato a indovinare, effettivamente ho fatto scuole medie
orribili (orri… con quante b?), ai salesiani. E abbraccio, con quante b? mi chie-
de ancora. Faccio finta di non aver sentito, il discorso continua, siamo passati
alle accuse, dunque la metto sul piano etico: l’Italia non cambierà mai se noi per
primi non cambieremo, dobbiamo risolvere il problema alla radice, se racco-
mandiamo (racco… o raco.… una o due c?) nostro figlio grazie a una strategia
poi togliamo il posto agli altri, se tutte le famiglie stanno facendo questo ragiona-
mento in questo momento vuol dire che stanno cercando un uomo capace di ri-
solvere il problema, un curatore. E perché lo cercano? Perché si ritengono mala-
ti, pessimisti, incapaci di risolvere la questione entro la legalità. Alla fine del gio-
co sai chi vince: Berlusconi.
Qui mia moglie mi fa l’applauso e mi dice: allora se sei coerente, adesso vai
dalla preside e le fai questo bel discorso, ti metti davanti al suo ufficio e controlli
che nostro figlio abbia la stessa possibilità (quante b?, mi chiede. Io faccio vedere
che sono concentrato su un piano più alto e mi chiedo: quante b?) degli altri, ov-
vero che le estrazioni vengano davvero fatte a sorte. Vai! Dimostra a tuo figlio che
suo padre crede seriamente nella legalità. Fai un po’ di manutenzione, altro che
discorsi pomposi sull’etica.
E vado a parlare con la preside. Lei mi rassicura con belle parole e io mi ras-
sicuro a mia volta. Come è semplice, penso. La legalità. Esco fuori e incontro
un’amica che mi confida un segreto: ci stiamo impegnando per fare andare no-
stra figlia con i professori migliori, perché è chiaro le sezioni non sono tutte ugua-
li e sai perché? Perché siamo in Italia, ci sono quei professori bravi che fanno be-
ne il proprio dovere e quelli che bravi non sono. Così mi dice la mia amica e con-
tinua: perché dovrei lasciare mia figlia in mano a professori ignoranti? La scuola
media è importante, se non correggi gli sbagli adesso te li porti dietro fino a che
campi. Mia figlia non sa ancora la differenza tra «c’è» verbo e «ce» congiunzione.
C’è verbo e ce congiunzione? Dico io, ma lei continua: ti rendi conto cosa sono
costretta a fare? Raccomandare mia figlia già a partire dalla terza media.
Le dico: per favore, non fare questo discorso a mia moglie.
Siamo italiani dunque. La nostra personale convinzione è che gli altri sono
poco convincenti, tranne qualcuno che invece è convincente. Dobbiamo fare del
tutto per andare con quelli convincenti. E per farlo è necessario convincere qual-
cuno e pregarlo di indirizzarci verso quelli convincenti. Sembra un gioco di paro-
le? Solo in apparenza.
Fin dalla tenera infanzia, questa convincente convinzione ci convince che
per evitare di scrivere biblioteca con due b (come nel mio caso) è opportuno lavo-
rare alla ricerca dell’uomo convincente, quello capace di convincere gli altri d’es-
64 sere più convincente degli altri. Insomma, in sostanza, meglio che la responsabi-
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lità se la prende un altro. A lui il potere e le rogne a noi la leggerezza, quella di


risplendere di luce riflessa. Tanto è tutto un discorso strategico. Primo e terzo atto.
Dichiarazione, risoluzione. Luce riflessa.

Ah, i bei tempi andati…


Ora, sempre questi benedetti teorici della narrazione sottolineano come l’e-
roe poco prima di cominciare il suo travagliato esame di coscienza e di immer-
gersi quindi nel secondo atto, si prende una pausa, si ritira dalla mischia, corre
dalla sua donna, si fuma una sigaretta, si beve una birra, oppure pensa ai bei
tempi andati.
Solo per un attimo, si intende, si concede la necessaria dose di nostalgia pri-
ma di tornare con più forza nel mondo moderno.
Noi italiani siamo di un’altra pasta. Ci chiediamo, ma perché in fondo dob-
biamo tornare nel mondo moderno e combattere? Questo secondo atto è così
scocciante, facciamo una cosa, dai, avviciniamoci quanto più è possibile, ma ri-
maniamo sulla soglia, quindi una donna, una sigaretta, e, naturalmente, i bei
tempi andati.
Come ci piacciono a noi (no, non si dice, un errore che mi porto dietro dalle
elementari, vabbè…) i bei tempi andati. Figurine, canzonette, vecchie Citroën
due cavalli, «Signorina Felicita, a quest’ora/ scende la sera nel giardino antico/
della tua casa. Nel mio cuore amico/ scende il ricordo. E ti rivedo ancora/ e Ivrea
rivedo e la cerulea Dora/ e quel dolce paese che non dico».
Dolce paese che non dico, diceva Gozzano. Italia scomparsa, diciamo noi.
Allora sì che il mondo aveva un sapore. La modernità è insapore, insalubre, tutto
un gioco di strategie per risultare convincenti. Che noia, che stress. E noi quindi
dovremmo far cosa? Affrontare la preside di turno per garantire legalità e demo-
crazia, prendere cioè di petto il secondo atto e tornare nel mondo moderno? Ma
dai, meglio una pausa, fermiamoci. Corriamo troppo no? Lo stress, il logorio, il
consumismo, lo spreco, la strategia. Vuoi mettere come si viveva una volta. Quan-
do si era così felici! Ritmi lenti.
Qualche giorno fa guardavo il Grande Fratello 9 – altra discussione in fami-
glia, io dico che lo faccio per ragioni sociologiche (bisogna capire la contempora-
neità) ma è chiaro a tutti che guardo solo Cristina del Basso e le sue tette (cosa
anomala perché preferisco il culo, le tette rimandano troppo a un immaginario
materno, quindi italiano. Ma è un discorso che andrebbe affrontato per bene).
Uno dei concorrenti di cui non ricordo il nome (e certo, guardi sono Cristina…)
non più che ventenne, ha dichiarato, en passant, che il pane non ha più il sapore
di una volta. Di solito, siamo portati a essere tolleranti e a sorridere quando
un’affermazione viene fatta dai nostri nonni, ma, come dice Bertinotti, «franca-
mente» mi è molto difficile capire come può un ventenne ricordare e apprezzare il
vecchio sapore del pane di una volta. 65
ABBASSO I TUAREG!

Una volta, scusate il bisticcio, la condizione temporale «una volta» significava


veramente «una volta», ossia tantissimo tempo fa, e non appena dieci anni fa. Ver-
rebbe da dire: «una volta» non è più quella «di una volta»
Gioco di parole? No, problema italiano, un altro: quello del sapere nostalgico,
un secondo atto blando, appena accennato.
Quelli che credono nel sapere nostalgico, pensano che tutto sia già avvenuto,
magicamente, in età passate. Quello che è avvenuto ha valore mentre il presente è
sinonimo di corruzione. Qualsiasi mutazione ci avvia verso la corruzione. In so-
stanza, il sapere nostalgico offende il presente. Ancora, il sapere nostalgico fa uso,
quando si trova a giudicare la contemporaneità, di canoni estranei ai sentimenti
dell’epoca e allora quel tipo di sapere rischia di fondare un sistema conoscitivo in-
quisitorio. Colui che giudica in tal senso non conosce il tema attuale né ha voglia
di farlo, dunque rischia di semplificare un problema complesso. Tuttavia questo
sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico – un po’ come Cri-
stina del Basso.
C’è un responsabile? Voglio dire, prima che noi ci spingessimo a dichiarare il
nostro disgusto per il pane moderno, prima che monaci, preti, vescovi e no global
ci parlassero del pane di ieri, c’è stato un fratello maggiore o uno zio che ha spin-
to i nostri ragionamenti in questa direzione? Un intellettuale che più di ogni altro
ha fondato il mito del sapere nostalgico? Lo dico, scusandomi e, visto che mi trovo,
chiedo le attenuanti generiche: Pasolini.
Penso a Pasolini ogni volta che mi capita di tornare a Napoli oppure quando
un amico mi chiama per parlare dei rifiuti.
Penso all’idea di sapere nostalgico. I guai che ha causato sull’immaginario.
Pasolini dedicò alla città di Napoli e ai suoi abitanti un trattato pedagogico fi-
losofico, Gennariello, uscito in 13 puntate a partire dal 6 marzo 1975. Il trattato
cominciava così: «Benché sia ormai un po’ di tempo che non vengo a Napoli, i na-
poletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono, appunto, in
concreto, e per di più ideologicamente, simpatiche. Essi infatti non sono cambiati.
Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia. E questo, per me, è molto impor-
tante, anche se so che posso essere sospettato per questo delle cose più terribili… Ma
che vuoi farci, preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica
italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italia-
na, preferisco le scenette, sia pure un po’ naturalistiche, cui si può ancora assistere
nei bassi napoletani, alle scenette della televisione della repubblica italiana».
Poi nel trattato Pasolini affrontava parecchie questioni, l’aborto, il sesso, la
lingua, i borghesi.
Sono passati trent’anni da Gennariello e chissà se aveva ragione quando af-
fermava che la città era una sorta di resistenza attiva all’omologazione, perché i
napoletani provengono da una cultura antica, mitica, sono tuareg pieni di alle-
gria e di affetto naturale: «Considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere. Un
giorno mi sono accorto che un napoletano durante un’effusione di affetto mi sta-
66 va sfilando il portafoglio, glielo ho fatto notare e il nostro affetto è cresciuto».
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Questo, a conti fatti, adesso e anche allora, significa che il portafoglio se ve lo


rubano a Roma, probabilmente vi sentirete oggetto di violenza, passerete una
brutta giornata, se vi accade a Napoli è motivo di allegria naturale, non ve lo ru-
ba un ladro, cioè un individuo soggetto ai sensi di legge (come tutti) ma un tua-
reg. Qualcuno che nel tempo non si è mai modificato.
Capite bene che se abbiamo un modello così puro, perché è la somma di espe-
rienze anche esse purissime e che ci rimandano a un immaginario mitologico,
poi qualsiasi spostamento pur minimo da questa idea è sinonimo di corruzione.
Disfatta. Mutamento antropologico. Apocalisse. Tutti atti di vanità, in fin fine, ti-
picamente italiani. Te l’avevo detto io…
Creazionismo. Il punto è questo. Gli italiani sono creazionisti, amano le cose
passate perché rassicurano, come rassicurano le cose che esistono da sempre. In
Italia, pure gli atei sono creazionisti. Centocinquant’anni dalla prima edizione
dell’Origine delle specie e siamo ancora fermi al sapere nostalgico. Crediamo nei
tuareg che ci rubano il portafoglio.
Del resto l’alternativa è il consumismo, l’omologazione, lo stress, il logorio, e
quindi meglio non affrontare il secondo atto, stiamo sulla soglia, ricordiamoci di
come era bello quando a sfilarci i portafogli erano i napoletani di una volta. Uno
scambio di sapere, era quello, altro che furto. Mica come oggi.
Ma perché noi che usiamo (o abusiamo di) tutti i prodotti della modernità,
poi rimpiangiamo quello che è stato?
Detta in breve, e semplicemente, credo sia colpa della cultura di sinistra e
non solo di Pasolini. Ha sostituito l’idea di progresso (allora marxista) con il sape-
re nostalgico o nel peggiore dei casi con il revival. È riuscita a vincere là dove non
avrebbe dovuto vincere. Ha sfondato e occupato il territorio che apparteneva alla
destra, quello della tradizione e del mito. Del creato incorruttibile.
A volte guardo alcuni personaggi in televisione, esponenti della nuova sini-
stra, e penso, ma (porca puttana) quelle stesse idee che, in gioventù, ho combattu-
to, perché mi sembravano rimandare a un immaginario puro e pericolosamente
epurato dagli aspetti violenti, un immaginario falso che scambiava condizione
per vocazione, tutte queste idee alle quali quelli che come me si ritenevano di sini-
stra opponevano la concezione del progresso, tutte queste idee ora me le ritrovo in
televisione, il sabato sera. Pure in prima serata.
Ma una volta, Marx non aveva detto che la scienza (e il progresso) è il mi-
glior alleato della rivoluzione? D’accordo, anche quell’idea di progresso era una
costruzione astratta, ideologica, ma almeno ora affrontiamo questo progresso
con concretezza: è nostro dovere, il secondo atto, appunto. La preside ci chiama.
Andiamo.
Niente da fare, la sinistra ha cominciato a rimpiangere (i vecchi presidi di
una volta…). Per evitare di fare i conti con la sconfitta ed elaborare un nuovo
piano strategico con dettagliata analisi costi/benefici, ha preferito mettere su un
triste teatrino con due attori, da una parte il valore della tradizione dall’altra
parte la corruzione della modernità. I due attori sono burattini con connotati ve- 67
ABBASSO I TUAREG!

ramente grotteschi, pertanto la tradizione è sempre millenaria e dunque carica di


significati, la modernità è sempre omologante e corruttrice di antichi saperi.
Sono discorsi che solo vent’anni fa, quelli di noi che erano di sinistra avreb-
bero respinto perché, appunto, considerati di destra e pure un po’ fascisti.
Ora invece fanno tendenza e allora ci tocca assistere allo scontro epico tra la
musica popolare, i cibi genuini, i piccoli contadini, i locali biologici contro le
multinazionali, il grande mercato, il complotto economico.

Il piccolo orto di una volta…


Naturalmente è faticoso per tutti, anche per i sostenitori della tradizione, far
tornare i conti, diciamo così, in campo.
C’è bisogno di portare avanti una dichiarazione di fede, religiosa, del tipo…
del tipo… ecco per esempio come quelle alla Carlo Petrini: Terra Madre, sapere
antico, contadini di tutto il mondo che si scambiano i semi, Vandana Shiva, agri-
coltura sinergica, biodinamica, biologica, pratiche che nascono dal sano rappor-
to tra uomo e natura. È anche strano notare come quelle trasmissioni di sinistra,
Parla con me, Che tempo che fa accolgono con entusiasmo ogni discorso del sud-
detto tipo. I conduttori ascoltano e sembrano contenti: si sentono dalla parte giu-
sta del mondo, la natura, le energie alternative, il piccolo orto, l’organico, il biolo-
gico: che meraviglia, il sano rapporto uomo/natura.
Sano rapporto uomo/natura. Ma che significa? Esiste davvero questo sano
rapporto, cioè esiste davvero la natura? Per i creazionisti sì. Per Petrini sì. Per i
cattolici anche, ma del resto il cristianesimo ha sfondato a sinistra e tra i ricchi di
sinistra. Quanti Rutelli convertiti, quante preghiere mattutine. Quanti monasteri
frequentiamo per ritemprarci, quanti priori, abati, missionari pubblicano (gene-
ralmente per Einaudi) libri sul pane di ieri o sulla vita in povertà e quante copie
si vendono dei loro libri. Tante! La natura, prodotto della creazione, esige rispetto
per i suoi doni, cogliamoli con discrezione, non ce ne facciamo nemmeno accor-
gere. Quanti ricchi di sinistra la pensano così. Gli stessi ricchi che fanno corsi di
sopravvivenza nella natura selvaggia, prima di tornare in azienda e dirigere con
polso duro i dipendenti – a volte detesto i ricchi.
Per me no, però. Sono laico. La natura è un prodotto di un’equazione, nasce
dall’interazione tra noi e l’ambiente. Noi modifichiamo l’ambiente e l’ambiente
modifica noi, il risultato si chiama natura. È sfuggente, aleatoria, e per questo,
per essere definita, ha bisogno di misurazioni, di costante monitoraggio. Ha biso-
gno di apporti conoscitivi moderni, di manutenzione, appunto.
Faccio per dire, ho conosciuto un agricoltore sinergico molto arrabbiato con
la modernità, l’agricoltura convenzionale, gli antiparassitari, le multinazionali
eccetera. Mi chiedete cos’è un agricoltore sinergico? Non lo so. So che è diverso
dall’agricoltore biodinamico e da quello biologico. Perché? Non lo so, vi dico.
Non lo dico io, che è diverso, lo diceva lui, era contro Sloow Food e i biodinami-
68 ci. Era uno scissionista.
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Ho provato a indagare ma sono differenze così minime, sfumature che non


saprei riportarvi – ci sono, comunque, dei siti che lo spiegano. Se ci tenete.
Ma non è questo il punto. Il punto è che lui coltivava 23 mq di terra. Coltiva-
va un fazzoletto di terra grande quanto il mio balcone. Pure io sul mio balcone
non uso concimi. È un modello di sviluppo sensato questo?
No, è semplicemente un altro aspetto del carattere italiano: il piccolo orto. O
meglio, il mio piccolo orto che non è soggetto alla corruzione della modernità, il
mio piccolo orto che può far miracoli. Non perché produca davvero, ma perché in
Italia nessuna cosa è foraggiata e finanziata come i piccoli orti.
E qui torniamo al seno di Cristina del Basso. La mamma italica che ci finan-
zia con generosità e senza farci troppo pensare alle conseguenze del nostro agire.
Per questo il forum sul seno di Cristina è così frequentato, tanto che anche Pano-
rama ha dedicato una copertina all’evento – meglio la preferenza verso il culo lai-
co, mi verrebbe da dire, non nel senso della fortuna.
Insomma, è un modello di sviluppo serio questo? Un paese che per restare in
tema agricolo vede le sue colture gravemente danneggiate da attacchi di insetti,
che è in affanno con le esportazioni, che importa il 60% dei mangimi zootecnici
– per non parlare dell’energia – questo paese che avrebbe bisogno di un serio pia-
no quinquennale, e di investimenti innovativi, un paese come il nostro che avreb-
be bisogno di una costante innovazione, preferisce concentrarsi sui piccoli orti di
una volta, il passato di pomodoro.
Un paese così, non c’è dubbio, crede solo nel primo atto. Per restare in campo
agricolo, crede nelle dichiarazioni di fede. L’agricoltura biologica, sinergica, bio-
dinamica, i piccoli orti naturali, fanno miracoli. Aboliscono insetti, producono
prodotti sani eccetera.
Ma perché aboliscono gli insetti? Ma perché è biologico, sano, naturale, per-
ché il rame che si usa in agricoltura biologica contro alcune crittogame non è mi-
ca un metallo pesante che può causare in dosi eccessive seri danni, no è energia
vitale. Energia vitale, capito. Così mi ha detto un archeoagronomo. Cos’è? Non lo
so, ma lavora tanto, collabora con Report, perché ci sono trasmissioni di sinistra
che sono brave nel denunciare, ma non appena si tratta di fare un bilancio, beh
allora si torna al passato, al biologico, all’archeoagronomia.
Lavoisier e la sua tabella periodica non contano, il rame non fa male, perché
è energia vitale. Fede, retorica, equivoci e così via. Non fa niente, a noi piace fi-
nanziare la fede, la retorica.
Dunque per restare sul pratico, l’archeoagronomo, mi ha detto a me, infede-
le, che questo tipo di agricoltura (biologica, biodinamica), miracolosamente non
subisce attacchi né da insetti, né da funghi né da parassiti. Nei campi di pomodo-
ro coltivati con metodi biologici non è presente il virus del mosaico, quello che per
capirci ha fatto strage del famoso prodotto tipico, il pomodoro San Marzano.
È la soluzione della sinistra. Archeoagronomia sinergica. Torniamo al passa-
to dunque, è semplice. Facciamo a meno della chimica e di quelle corrotte biotec-
nologie. Non ci servono, basta tornare alla natura, quella mitica, religiosa, di spi- 69
ABBASSO I TUAREG!

rito creazionista, cioè immutata, capace di autoregolarsi, la natura romantica,


tipica della concezione della destra, appunto.
Eppure, basterebbe essere un po’ filologi, una professione di cui davvero si sen-
te la mancanza, per renderci conto che in quei luoghi dove, per forza di cose, si
pratica agricoltura biologica, come parte dell’Africa, gli insetti ci sono eccome, fan-
no danni e le produzioni scarseggiano. Provate a dirlo a un agronomo africano
cosa pensa dell’agricoltura biologica. Però state attenti a vantarvi perché rischiate,
come una volta successe a me, a Praga, prima della caduta del Muro, in vacanza,
quando dichiarai che ero comunista. Che cosa? Mi dissero così: che cosa?
In alcuni Stati africani il pil è fermo agli anni Settanta. E a proposito di pas-
sato, se proprio vogliamo dirla tutta, basta pensare a quando i contadini irlande-
si, scozzesi e quelli di gran parte dell’Europa, che coltivavano piccoli appezza-
menti di terra senza uso alcuno di concimazioni di sintesi e antiparassitari in ge-
nere, si era nel 1845, si videro distruggere dalla peronospora (uno studio del
2001 pubblicato su Nature sostiene si tratti di Phytophthora infestans) l’intera pro-
duzione di patate.
Una carestia così forte da causare un milione di morti e da costringere altri
due milioni all’emigrazione forzata negli Usa.
Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Ma dimostrerebbero tutti la
stessa cosa, da quella natura di una volta (biologica, biodinamica, sinergica…)
siamo scappati, ci teneva in gabbia, eravamo troppo schiavi delle sue mitologiche
braccia.
Ma gentile Dandini, caro Fazio, cari compagni di sinistra, e dai, lasciate
questi venditori di nostalgia, ascoltate di tanto in tanto un tecnico, per favore, è
un appello.

Sinistra vs sinistre
C’è insomma il carattere italiano e il carattere di sinistra. E ci sono le persone
sinistre e le persone di sinistra. Poi esistono le persone di sinistra che danno molto
credito a persone sinistre. Vandana Shiva è una persona sinistra a cui le persone
di sinistra danno molto credito. Tiene addirittura corsi estivi alla scuola del Pd.
Devo spiegarvi. Questa cosa della sinistra e delle persone sinistre.
Non so voi, io per esempio ho un punto di rottura. Un punto oltre il quale non
sopporto più alcune immagini idealizzate e pompate da solenni dichiarazioni.
Non so il vostro punto di rottura (posso lasciarvi la mia mail per uno scambio d’o-
pinioni in proposito), io tollero molte cose ma crollo sempre sui contadini indiani.
Quando sento parlare dei contadini indiani, io rischio di finire al manicomio.
Dico: o voi o io.
La sinistra era terzomondista con tutto quello che significava. Ora rimpiange
il passato terzomondista. Con tutto quello che significa. Guardo il Tg3. Domenica
26 ottobre, al Tg3 delle 19, Vandana Shiva dichiara: «I semi sterili Ogm hanno
70 causato in questi anni 100 mila suicidi tra i contadini indiani». Un’affermazione
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

simile non c’è dubbio fa battere indignati i nostri cuori. Ha il giusto afflato che
caratterizza un primo atto. L’ha detta anche dalla Dandini, se andasse da Fazio
sarebbe lo stesso.
La Shiva veste con il sari e il bindi e dunque diventa ai nostri occhi la tipica
indiana, un prodotto tipico da esportazione. Come se io, di origine napoletana,
andassi per il mondo con indosso la maschera di pulcinella, diventerei il tipico
napoletano adatto a far ridere.
I prodotti tipici siffatti sono molto ambiti dai media, soprattutto – è una mia
ossessione – funzionano nelle trasmissioni ad uso e consumo della sinistra.
Il più delle volte, però, operazioni simili, difendono, come nel caso in questio-
ne, contadini idealizzati e non in carne e ossa. Colpa della nostra angoscia di
morte: più la avvertiamo più la idealizziamo.
In tutto questo bailamme retorico, abituati come siamo – fa parte del nostro
carattere – alla retorica (indovinello, uno scrittore dichiara: negli anni Settanta
facevo parte di quella frangia del corteo che ci proteggeva dalle confidenze del ne-
mico. Chi indovina che lavoro faceva questo scrittore? Posso lasciarvi la mia mail
per scambio) non ci chiediamo mai se la Shiva abbia fornito dati esatti e se li ab-
bia letti correttamente, in fondo è una laureata in fisica e dovrebbe seguire un
metodo epistemologico.
Così non è, la Shiva segue un metodo emotivo e ricattatorio, di sicuro poco
analitico. Purtroppo noi ci eccitiamo per le dichiarazioni ad effetto ma non da-
vanti a grafici che confutano quelle dichiarazioni. È un problema moderno: l’a-
nalisi non emoziona nessuno, la parola sì.
In Italia, la parola viene prima di tutto.
I semi Ogm non sono sterili. Come tutte le piante che si ottengono per semi,
anche quelle Ogm sfruttano il vigore eterotico, ossia se si prendono due linee pure
e stabili per caratteri diversi e si incrociano, il prodotto di questo incrocio, detto
F1 sarà più produttivo (per le leggi di Mendel). Ma se si mettono a coltura semi a
partire dall’F1, le generazioni successive perderanno vigore.
Ragione per cui tutti i contadini da decenni ormai in tutto il mondo (almeno
dove la rivoluzione verde è arrivata) comprano ogni anno i semi dalle industrie
sementiere. Conviene farlo, oltre al vigore eterotico questi semi sono conciati e
dunque esenti da virus e patogeni.
Si otterranno piante più sane, omogenee e tutte produttive allo stesso modo.
Stessa cosa per i prodotti Ogm e per il cotone Bt – che ricordiamo produce una
tossina letale solo per gli insetti, in quanto viene attivata in ambiente alcalino e il
nostro stomaco contiene acido cloridrico. E poi i villi intestinali mancano dei re-
cettori che agganciano la tossina.
L’agenzia internazionale Ifpri, in prima linea nella lotta alla fame nelle aree
più svantaggiate, ha pubblicato un documentatissimo report che smentisce Shiva.
In estrema sintesi: il numero di agricoltori suicidi non è un fenomeno in aumen-
to in India. Dal 2002, anno di introduzione su larga scala del cotone Bt, il nu-
mero dei suicidi fra i contadini è in diminuzione rispetto ai suicidi totali nel pae- 71
ABBASSO I TUAREG!

se. Inoltre in questi anni, ci dice il report, sia le rese sia la superficie coltivata a
cotone con l’avvento del Bt hanno avuto un vero e proprio boom. L’India, pur col-
tivando il 25% della superficie mondiale a cotone, ne produceva solo l’11%. Oggi,
grazie al Bt l’India ha superato gli Stati Uniti. Ancora, secondo tutti gli studi pub-
blicati, il Bt non solo ha aumentato la resa, ma ha anche ridotto – e di tanto –
l’uso di insetticidi. Se il cotone Bt produce di più e inquina di meno, perché i con-
tadini si suiciderebbero a causa di quel cotone? Forse ci sono variabili più com-
plesse da esaminare, che necessitano di un approccio analitico e non emotivo.
Il suicidio dei contadini è dovuto, secondo il report, a variabili complesse, le-
gate soprattutto all’accesso al credito. Non dispongono di assicurazione sui pro-
dotti, dunque se il raccolto, per calamità naturali, è perduto, all’azienda viene a
mancare denaro contante per reimpiantare una coltura, deve per forza chiedere
un prestito e se non può onorare il debito la situazione dell’azienda si fa, anno
dopo anno, più difficile.
Ci sono dunque variabili più complesse da esaminare che necessitano di un
approccio analitico e non emotivo, altrimenti il nostro apporto al problema si li-
miterà alla tipica indignazione di sinistra che produrrà il tipico sapere nostalgi-
co di sinistra.
Insomma, dopo aver letto un report così dettagliato, con grafici e note a chio-
sa, dopo aver chiarito alcuni aspetti che le dichiarazioni della Shiva tendevano,
al contrario, a occultare o a semplificare, dopo tutto questo, ci si chiede: ma oggi,
in un regime di semplificazione emotiva così spinto e tenace, oggi che la crisi del-
la sinistra ci fa preferire il sapere nostalgico all’analisi comparativa, oggi che la
mediocrità si è impadronita dei settori deputati alla conoscenza, oggi, per au-
mentare il nostro tasso di conoscenza cosa è più importante, freddi ma seri e
analitici dati tecnici o dichiarazioni emotive a largo effetto?
Ah, dimenticavo, il report si conclude così: i contadini indiani vedono nel co-
tone Bt una potenzialità e non una minaccia.

Dacci oggi il nostro metodo scientifico quotidiano


Infine, come la mettiamo nome? Per cambiare il nostro paese, per passare
dalla cura alla manutenzione, per parlare costantemente con i presidi che ge-
stiscono il futuro dei nostri figli e assicurare a loro una buona sezione, per i
contadini nostrani e quelli indiani, per tutto questo e altro ancora, come la
mettiamo nome?
Sei uno scrittore, no? Dacci un po’ di luce, non limitarti solo a prevedere la
data della prossima apocalisse.
Io proporrei di affidarci alla metodologia scientifica. Insomma un patto si-
nergico (non nel senso di agricoltura) tra le due culture, per il bene dell’Italia, e
per costruire il futuro, potremmo scambiarci saperi e metodi.
L’epistemologia infatti si basa su un costante secondo atto.
72 Compagni, amici, fratelli, italiani, è quello di cui abbiamo bisogno.
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

Mi rendo conto, il metodo scientifico non è di moda. La moda è dire che la


scienza è venduta al potere. Questo lo dicono in tanti. Trattasi, infatti, di un feno-
meno (tristemente) noto.
Se affrontate un argomento scientifico, ora di moda, ma con declinazioni di-
verse: Ogm, nucleare, staminali eccetera, con persone che militano in associazio-
ni varie, ambientaliste, politiche di sinistra, dovunque vi capita di affrontare l’ar-
gomento – angolo di strada, radio, televisione – potrete ascoltare la seguente affer-
mazione: nella nostra associazione (ambientalista, politica) militano scienziati
indipendenti che svolgono ricerche indipendenti. È la questione del nostro orto
scissionista che è più bello del vostro. Oppure, siccome voi siete corrotti noi dob-
biamo difenderci dalla corruzione cercando un protettore.
Siccome sono uno scrittore, posso spingermi a dire che dichiarazioni siffatte
vanno catalogate sotto la voce: affermazione retorica o ricattatoria.
Il tuo interlocutore, cioè, vuole estorcerti un’emozione. Non intende guada-
gnarsi la tua attenzione con l’analisi ma, al contrario, ti spinge subito in un an-
golo dichiarando che (lui) sta dalla parte giusta del mondo perché (i suoi) scien-
ziati sono, appunto, indipendenti.
Capite bene che un’affermazione siffatta contiene un sottotesto nemmeno
tanto velato: siccome le risorse sono limitate, se noi deteniamo gli scienziati indi-
pendenti, voi vi beccate gli scienziati non indipendenti.
Dunque, tanto per chiarire (ancora un sottotesto), vi beccate quegli scienziati
che sono al servizio delle multinazionali, finanziati con soldi sporchi che masche-
rano la verità eccetera. In teatro o in narrativa quelli che vi ricattano emotiva-
mente sono considerati o mestieranti o persone (artisticamente) disoneste.
Agli angoli delle strade, in televisione o in radio, però, espressioni ricattatorie
come quella di sopra sono una costante: fidatevi di noi, votateci, finanziateci,
perché la nostra ricerca è indipendente.
Quello che preoccupa non è tanto il singolo ricatto emotivo ma che queste af-
fermazioni, ripetute sui media e ripetute in un paese come l’Italia, storicamente
sensibile al fascismo e quindi alle affermazioni totalitarie (e false), queste affer-
mazioni, dicevo, formano un immaginario poi difficile da smontare.
Ogni volta bisogna, con pazienza certosina, spiegare al tuo interlocutore che
il metodo scientifico ha il dovere di scartare le dichiarazioni retoriche ad effetto.
Ma mentre spieghi l’abc epistemologico, il tuo interlocutore è già avanti pron-
to a ricattarti con un’altra affermazione retorica. Non si finisce mai.
In realtà le discipline scientifiche si basano su un ottimo metodo. Questo me-
todo si fonda su tre importanti step: il lavoro viene pubblicato su una prestigiosa
e accreditata rivista; viene poi discusso, cioè esaminato punto per punto e pub-
blicamente da gruppi di scienziati che impegnano tutte le loro energie e il loro
sapere per trovare eventuali punti deboli e dunque scartare il lavoro o decidere
di proseguire; vengono eseguiti esperimenti in vari laboratori e questi esperimenti
per essere considerati validi devono per forza riprodurre i risultati ottenuti dalla
teoria di partenza. 73
ABBASSO I TUAREG!

Questo metodo dunque valida una teoria solo dopo un travagliato esame e
un’accurata ricerca della prova. È un metodo democratico, nel senso più umile
del termine, per riuscire nel suo intento gli scienziati devono redigere un inventa-
rio, quello che regge all’onere della prova e quello che invece non funziona.
Insomma, nella comunità scientifica io non posso dire: siccome sono indi-
pendente ho visto l’unicorno, fidatevi e finanziatemi. Devo non solo dimostrare la
presenza dell’unicorno, ma affidare i miei dati a una comunità di esaminatori, i
quali, a prescindere dalle mie nobili dichiarazioni di indipendenza, li dovranno
analizzare punto per punto, e poi, attraverso esperimenti ripetuti in vari laborato-
ri, riprodurre il mio unicorno.
Il grande pubblico generalista a digiuno di metodo scientifico e, a ragione,
annoiato dalle procedure di validazione, spesso finisce per accontentarsi della
prima notizia, specie se è sostenuta da un forte tasso di retorica.
Il più delle volte le notizie che finiscono sui media e che tanto allarmano o in-
dignano riguardano lavori che sono ancora nella fase preliminare. In sostanza,
ci si può spingere ad affermare che la scienza è contro le singoli opinioni, ossia
chiede con insistenza la verifica (pubblica e democratica) di quanto affermato
Si capisce che in un regime d’opinioni diffuse e perdipiù sostenute con esca-
motage ricattatori, dove vince chi la dice più grossa (accusando gli altri di mala-
fede) il metodo scientifico dovrebbe non solo diffondersi a partire dalle scuole ele-
mentari (così si può ancora migliorare), non solo dovrebbe indagare sulle teorie
che i piccoli orti diffondono, ma fungere da bussola orientativa, soprattutto in un
paese come l’Italia, sempre così in bilico tra interesse privato e pubblica credulità.

Sogno a occhi aperti


Sogno anche io. Romanticamente. Sogno che il tempo migliori e la mia me-
teopatia si spenga, che Mercalli parli solo delle previsioni del tempo e lasci perdere
il nucleare, che i napoletani, i casertani, comincino a fare a botte con quelli che
gli dicono: sembri proprio un tuareg, che Fazio e Dandini invitino in trasmissio-
ne un genetista di fama o il direttore dell’Ifpri, che il Grande Fratello diventi an-
cora più importante perché in fondo è una trasmissione utile a selezionare quelli
che sanno fare qualcosa da quelli che non sanno fare niente, questi ultimi infatti
scelgono il Grande Fratello ed è un bene. Se facessero gli avvocati, gli architetti, i
medici lo farebbero male e a me non va di dover combattere con la preside per
iscrivere mio figlio in una buona sezione e poi scoprire che il professore ha chiesto
l’aspettativa per soddisfare la sua giusta esigenza di creatività. Quindi è meglio
che lo si sappia subito. Uno, dieci, cento Grandi Fratelli.
Sogno però che la ricerca pubblica sia finanziata, che nessun politico dica:
quando sento la parola cultura metto mano alla pistola, così che agronomi, gene-
tisti, biologi, astronomi, ingegneri nucleari, insomma tutti quelli che hanno ri-
nunciato al Grande Fratello, possano avere tempo e modo di sperimentare tutto
74 ciò che il futuro annuncia come possibile, basandosi esclusivamente sulle loro
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

passioni. E sono sicuro che, spronati a dovere, inventeranno nuove molecole chi-
miche o reattori nucleari di quarta generazione capaci di distruggere gli insetti e
di fornirci energia senza contaminare l’ambiente – perché il mondo lo si salva
anche attraverso il buon uso della chimica e dell’energia – o vaglieranno la capa-
cità di alcune piante di produrre seme in assenza di polline (apomittica), così da
sganciare i contadini, e non solo quelli indiani, dall’industria sementiera e nello
stesso tempo migliorare la produzione. E sogno che un politico dichiari coraggio-
samente: qui le chiacchiere stanno a zero, valgono più i dettagliati bilanci
costi/benefici. E ancora, sogno un paese che sappia affrontare il suo secondo atto
ogni volta con coraggio e per farlo faccia uso di tutta la cultura disponibile, senza
steccati, senza limiti parrocchiali da difendere. E alla fine questo paese giunga,
stremato, ma non importa, al terzo atto, proponendoci a sorpresa una dichiara-
zione di limite e non di potenza.
Un paese che abbia il coraggio di dire: era una buona idea ma siamo stati
troppo arroganti nel proporla o forse siamo diventati troppo vecchi per portarla
avanti, abbiamo fatto degli sbagli ma non sappiamo quali, allora, un paese così
di sicuro vedrà arrivare al suo cospetto nuove menti, chimici, agronomi, ingegne-
ri, letterati, artisti, pronti a prendere il testimone della buona idea e a lavorare af-
finché non finisca in cattive mani o venga risucchiato nel buco nero del passato.

PS. Naturalmente sogno che gli archeoagronomi diventino semplicemente


agronomi.

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