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ARMENIA: LA POLITICA DELLA MELAGRANA


di Roberto Nocella*

Una grande diaspora per un piccolo Paese: lo strano rapporto tra la Repubblica
d'Armenia e gli armeni nel mondo. Un'indipendenza recente e un'identità
nazionale multipla. Il progetto Oskanian. Una impervia risalita economica. Le
relazioni difficili con i vicini: due confini su quattro sono chiusi.

L’Armenia è uno Stato - crisalide, poco più grande della Lombardia, in cui i conflitti interni
sono apparsi a lungo essere dormienti (per poi esplodere in tutta la loro virulenza il primo marzo
2008), a differenza, ad esempio, della Georgia, in cui le dinamiche interne/esterne per quanto
riguarda l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia si sono avvitate su se stesse nell’estate dello scorso anno,
dopo una contorta (e spesso controversa) spirale di dichiarazioni al vetriolo, attentati, incidenti ed
operazioni militari.
Agli occhi di un osservatore esterno l’Armenia si è a lungo presentata come un Paese capace
di adagiarsi su di una superficie di “rocce urlanti”, acquattata com’è tra l’Azerbaigian, con cui
tecnicamente è ancora in guerra per il Nagorno Karabakh, e la Turchia, tra la Georgia e l’Iran.
Cosa per molti versi sorprendente, se si tiene in considerazione che due confini su quattro sono
chiusi[1].
Ancor più interessante è scoprire che nell’immaginario armeno questa superficie non è
delimitata da confini statali ma va al di là di essi sino a ricomprendere Stati tra loro così distanti
come l’Argentina e l’Australia[2]. Il dubbio sull’identità caucasica del popolo armeno è dunque
forte. Questa superficie è infatti la nazione che è ben simboleggiata da un frutto: la melagrana. Se
la si spacca i suoi semi si spargono. Così si è, per l’appunto, formata la diaspora.
Ai tempi dell’Unione Sovietica, gli abitanti dell’Armenia, gli haïastantsi, chiamavano
affettuosamente gli armeni della diaspora, gli spiurkahaï, con il nomignolo “aghparih” che
significa “piccolo fratello”, forse anche manifestando un malcelato sentimento di superiorità
intellettuale. Poi, a seguito dell’indipendenza si incrociarono due sguardi: quello degli armeni
d’Armenia, impoveriti ma al tempo stesso speranzosi, e quello degli armeni della diaspora, ricchi
ma traumatizzati dalla storia[3]. L’Armenia, improvvisamente, non era più una nazione senza
Stato[4].
Oggi Jerevan vorrebbe modellare le sue relazioni con la diaspora seguendo un modello a
raggiera (hub and spokes) e ponendo al centro dell’universo armeno il nuovo Stato di recente
formazione[5]. Stato le cui risorse non si trovano sotto terra ma sparse per il mondo e alle quali
è bene fare ricorso[6], come del resto messo in evidenza nel nuovo documento sulla strategia di
sicurezza nazionale pubblicato sul sito del Ministero della Difesa armeno[7]. Una sfida di cui
intendiamo analizzare gli aspetti principali.

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Identità trans-nazionale

Secondo stime della Cia, la popolazione della Repubblica d’Armenia ammonta a 2.967.004
(luglio 2009). Fuori dei confini statali il numero di armeni è addirittura superiore e pari quasi al
doppio[8].
In Armenia i capisaldi dell’identità sono tre: l’alfabeto inventato da Mesrop Mashtots, la
religione (cristiana apostolica armena) e il manto, talvolta gelido, della storia che conferiscono
a questo popolo non solo autostima ma anche un profondo senso della dignità. Quest’ultimo
elemento è piuttosto controverso e venne contestato all’inizio degli anni novanta, perché un
popolo può trovare rifugio nella storia, rifugio che poi è capace di tramutarsi in prigione. Levon
Ter-Petrosian, il primo presidente della nuova Armenia indipendente, in un’intervista rilasciata
alla rivista “Armenian International Magazine” sostenne addirittura che la storia era una “fake
science”. Sarebbe stato dunque inutile ricercare in essa le tracce di qualsivoglia “ideologia
nazionale” e destino.
L’ex ministro degli Esteri Vartan Oskanian, armeno della diaspora nato in Siria che ha avuto
modo di completare la propria formazione accademica negli Stati Uniti, ha approfondito la
questione in occasione di un viaggio in Nord America effettuato nel 2006, definendo l’identità
degli armeni multi-layered, come se essa per effetto degli eventi storici avesse subito un processo
di stratificazione e di sedimentazione includendo elementi ad essa estranei, che l’avrebbero
tuttavia arricchita. Per la sola esistenza di una diaspora, che Oskanian ritiene preesistente agli
eventi della Prima guerra mondiale, anche l’identità degli armeni d’Armenia non può che subire
un continuo processo di mutazione.
Ogni armeno d’oltre confine, nella prospettiva di Jerevan, può contare su tre riferimenti
culturali e geografici: la madrepatria, associata alla Repubblica d’Armenia (per quanto essa
rappresenti unicamente la periferia dell’Armenia storica); il luogo dove i propri antenati si erano
momentaneamente rifugiati nel corso della Prima guerra mondiale (la Siria, il Libano o la Francia,
ad esempio) identificato come “country of origin”; il luogo attuale dove essi vivono. L’identità
armena è dunque multipla, perché rapportata a tre entità territoriali: la madrepatria (o “homeland”),
la “host country” e, come detto, la “country of origin”.
Oskanian non manca di sollevare, nelle considerazioni svolte nei suoi frequenti discorsi dedicati
al tema, il problema della percezione che all’estero si ha della Repubblica d’Armenia e dei processi
politici ed economici che la contraddistinguono. Si tratta di un tema estremamente delicato, fosse
solo per il cortocircuito istituzionale del 1999, allorquando un commando irruppe nell’Assemblea
nazionale facendo una strage in diretta televisiva (morirono, tra l’altro, il primo ministro Vazgen
Sargsyan e lo speaker del Parlamento Karen Demirchian), o per la proclamazione dello stato di
emergenza nel marzo del 2008.
L’ex capo della diplomazia armena dichiarava in Canada che in generale la diaspora non può
e non deve dare per scontati i processi politici ed economici riguardanti l’“institution building” di
un Paese in transizione in quanto essi “spesso non sono trasparenti”. Fare confronti con le realtà
delle “host countries” determinerebbe soltanto insoddisfazione allentando i legami tra l’Armenia
e la Spjurk (termine con cui viene chiamata la diaspora[9]): la Repubblica d’Armenia, a titolo di

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esempio, figurava – ricordava Oskanian – all’82mo posto nell’indice di sviluppo delle Nazioni
Unite mentre il Canada al quinto[10].

Il ruolo economico della diaspora armena

Il ruolo economico della diaspora in Armenia non è ancora soddisfacente, nonostante alcuni
interventi abbiano dato risultati apprezzabili come nel caso della costruzione di nuovi terminali
presso l’aeroporto Zvarnots della capitale ad opera di Eduardo Eurnekian, un ricco imprenditore
argentino di origini armene.
Del resto, la diaspora si è avvicinata a questo territorio alle pendici del monte Ararat a seguito
di tre avvenimenti in particolare: la tragedia del terremoto del 7 dicembre del 1988, l’indipendenza
della Repubblica d’Armenia proclamata il 21 settembre del 1991 e la subitanea guerra contro
l’Azerbaigian per il futuro del Nagorno Karabakh, che gli armeni chiamano Artsakh.
Con decreto presidenziale venne istituito nel marzo del 1992 l’Hayastan All Armenian Fund,
tuttora funzionante, allo scopo di convogliare le risorse della diaspora in Armenia e nel Nagorno
Karabakh[11]. Gli interventi hanno avuto però un carattere più che altro emergenziale, anche
perché la principale preoccupazione per il nuovo Stato armeno era la sopravvivenza, tenuto
inoltre conto della penuria dei rifornimenti energetici e della chiusura temporanea della centrale
nucleare di Medsamor. L’indipendenza era il punto terminale di un secolo difficile per gli
armeni, anzi di “un millennio difficile”[12]. La diaspora avrebbe inoltre incontrato difficoltà
(come tuttora incontra) a federarsi in quanto coacervo di culture politiche differenti. In aggiunta,
l’amministrazione di Levon Ter-Petrosian ebbe un rapporto non idilliaco con essa ed
estremamente conflittuale con i partiti che la rappresentavano nel Paese. La doppia cittadinanza
non venne concessa, ufficialmente perché, in tempo di guerra, avrebbe impossibilitato la
formazione delle Forze armate armene (non a caso in quel periodo proliferarono a Jerevan le
università private allo scopo di evitare la coscrizione)[13].
L’assistenza umanitaria è stata sì utile, anzi indispensabile, non essendo possibile fare a meno
di essa in certe circostanze (si pensi, ad esempio, al ruolo della Fondazione Lincy del magnate
Kerkor “Kirk” Kerkorian): senza diaspora Oskanian dubita che ci potesse essere nuovamente
un’Armenia indipendente[14]; alla lunga questa frastagliata realtà non è stata tuttavia in grado
di avviare dinamiche di sviluppo di lungo periodo. In un’intervista al Financial Times l’attuale
Presidente Serzh Sargsyan lamentava lo scarso livello di investimenti provenienti dagli ambienti
della diaspora[15]. Diaspora che è per lo più nota per via delle rimesse che permettono a molte
famiglie, come si suole dire, di arrivare a fine mese.
In uno studio del Fondo Monetario Internazionale è stato analizzato l’impatto di queste rimesse
sull’economia della Repubblica d’Armenia[16]. Gli esperti distinguono tra una “old diaspora”
insediata in Medio Oriente, negli Stati Uniti e in Europa ed una “new diaspora” in Russia,
categoria nella quale sono compresi anche i lavoratori stagionali. La distinzione non appare del
tutto convincente tenuto conto che parte della comunità armena nella Federazione Russa si è
costituita meccanicamente a seguito della disgregazione dell’Unione Sovietica e non per effetto
della soppressione di un’entità statale e nazionale di riferimento, che anzi veniva, proprio nel 1991,
contestualmente alla luce. Allo stesso modo coloro che sono migrati verso la Russia e in misura

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minore negli Stati Uniti e in Canada durante i combattimenti con l’Azerbaigian e dopo il cessate-
il-fuoco del maggio del 1994 lo hanno fatto per ragioni non certo riconducibili a quelle che nel
corso della storia hanno determinato l’emergere di una diaspora armena[17].
Non esiste una stima precisa delle rimesse, perché gli individui tendono, in genere, a celare
le proprie fonti finanziarie. Al di là della reticenza delle singole persone nei confronti del Fisco,
il Fmi è riuscito a ricavare informazioni più dettagliate dalle banche locali. Ebbene, il dato che
emerge è sorprendente: nel 2005, attraverso i canali bancari, sono stati trasferiti in Armenia ben
753 milioni di dollari. Secondo la Banca centrale armena a questa cifra andrebbero sommati i
trasferimenti non bancari, arrivando ad una stima pari a 965 milioni di dollari. Nel primo
semestre del 2008 l’ammontare delle rimesse tramite i soli canali bancari è corrisposto addirittura
a 668,6 milioni di dollari[18]. A causa della crisi economica mondiale si è però recentemente
assistito ad un calo delle rimesse, in particolare dalla Russia[19].
Gli esperti del Fmi sottolineano come le rimesse possano avere un duplice impatto
sull’economia armena: positivo se i fondi a disposizione vengono investiti in educazione; negativo
qualora essi contribuiscano ad accrescere unicamente i consumi. In tal caso, i cittadini della
Repubblica d’Armenia potrebbero essere affetti da “moral hazard”, ossia potrebbero comportarsi
sul piano economico nella sicurezza di avere sempre a disposizione il paracadute della diaspora.
Questa forma di assistenzialismo si traduce, a lungo andare, in un ostacolo de facto all’iniziativa
privata e, soprattutto, non favorisce un cambio di mentalità tra i cittadini armeni. Numerosi studi
empirici su come vengono utilizzate le rimesse da altri popoli (in Egitto, Grecia, Guatemala e
Pakistan) dimostrano che in media il 60% dei soldi viene speso in consumi. In Armenia le rimesse
cosiddette “tradizionali”, ossia quelle frutto dello stipendio dei lavoratori, siano essi all’estero per
un periodo superiore ad un anno oppure stagionali, influenzano soprattutto i consumi e sembrano
avere una natura anti-ciclica, ossia quando i consumi diminuiscono, aumentano le rimesse così da
permettere future espansioni dei consumi stessi. Gli investimenti nel mercato immobiliare armeno
(che gli studiosi considerano alla stregua di “other remittances”) hanno avuto invece l’effetto di
aumentare enormemente i prezzi di vendita degli immobili a Jerevan nel corso degli anni.
Le rimesse producono anche un’altra conseguenza molto importante: essendo trasferite in valuta
straniera che poi deve essere convertita necessariamente (è obbligo di legge in Armenia infatti
pagare nei negozi con la moneta nazionale) si è assistito ad un forte apprezzamento del dram,
la moneta locale, nei confronti del dollaro, trend continuativo dal 2003, che si è attenuato nel
2008 e che ha subito una forte battuta d’arresto il 3 marzo del 2009 con un deprezzamento della
valuta pari al 22%. Se si prende in considerazione il Pil armeno, l’aumento dell’1% del valore delle
rimesse si riflette in un apprezzamento corrispondente dell’1% del dram. Tale apprezzamento ha
così depotenziato nel tempo le rimesse quale strumento attraverso il quale arrecare beneficio agli
strati più bisognosi della popolazione.
È stato inoltre osservato che i finanziamenti di cui possono beneficiare le singole famiglie
difficilmente avviano dinamiche di sviluppo. Alcuni economisti hanno accertato che i beneficiari
delle rimesse in Armenia non solo lavorano un numero di ore inferiore ma spendono anche meno
nell’educazione dei propri figli[20]. Coloro che fanno affidamento sulle rimesse sono, in aggiunta,
disincentivati a ricorrere ai prestiti bancari. In conformità con la “remittance decay hypothesis” si

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rileva, inoltre, che la disponibilità ad inviare denaro ai propri cari in madrepatria diminuisce con
il passare del tempo trascorso all’estero, in genere superata la soglia dei 5-7 anni[21].
Al di là della pur importante questione delle rimesse, in uno studio della Banca Mondiale
sono elencate le molteplici ragioni che hanno impedito alla diaspora armena di rivestire un ruolo
trainante a immagine di quanto invece realizzato, tanto per fare un esempio, dalla diaspora cinese,
da cui è provenuto il 70% degli investimenti esteri diretti in Cina nel periodo 1985-2000.
Innanzitutto, la Repubblica d’Armenia non costituirebbe la vera terra ancestrale, essendo
quest’ultima appartenente non alla regione caucasica ma all’Anatolia: lo dimostrerebbe il fatto che
non si è assistito ad un fenomeno analogo a quello che ha contraddistinto la nascita di Israele,
ossia al ritorno in patria allo scopo di insediarsi in pianta stabile[22]. Ne consegue che parte degli
armeni della diaspora (quella che alcuni, come visto, chiamerebbero “old diaspora”) rapportandosi
sentimentalmente ed emotivamente più che altro alla regione dei loro avi perseguirebbe in
primo luogo, con riferimento all’attuale Turchia, obiettivi politici. Quei pochi animati da spirito
imprenditoriale si sarebbero, invece, originariamente imbattuti in una realtà vischiosa e immobile
al tempo stesso, per effetto del passato sovietico, dunque estremamente diversa dalle aspettative
coltivate, finendo col sentirsi “strangers in a strange land”. Va aggiunto che tra le
aspettative disattese figuravano forse non solo immagini bucoliche e richiami più o meno lucidi
a pregresse età dell’oro ma anche “tax holidays” e regimi di esenzioni non sempre assicurati in
un’economia che si presentava inizialmente, tra l’altro, come scarsamente diversificata e incapace
di assorbire manodopera qualificata.
A detta di alcuni, a partire dai primi anni di indipendenza e, in particolare, dalla cessazione delle
ostilità con gli azeri, l’élite al potere, giudicata corrotta, avrebbe preferito e favorito la ricezione di
aiuti, maggiormente gestibili e controllabili, piuttosto che di investimenti[23]. La predominanza
di finalità politiche, sociali e culturali rispetto a quelle economico-imprenditoriali sarebbe stata
inoltre un portato delle (poche) strutture in cui la diaspora armena si riuniva e organizzava: partiti
politici radicati all’estero (si prenda ad esempio il Dashnaktsutyun, il Ramgavar o partito liberal-
democratico armeno e il partito Hunchakian di stampo social-democratico[24]), chiese, scuole e
giornali.
Particolarmente utile per lo sviluppo delle aree rurali potrebbe essere, secondo alcuni studiosi,
la costituzione di “hometown associations”, specie in Russia: associazioni che con l’ausilio del
governo centrale di Jerevan potrebbero finanziare progetti di ricostruzione nelle cittadine o nei
villaggi dai quali provengono, sulla scia di iniziative già avviate in Messico e nell’El Salvador
all’inizio degli anni novanta dagli emigranti messicani e da quelli salvadoregni[25].
Parimenti importante potrebbe essere la costituzione di associazioni di categoria tra i membri
della diaspora. Gli esempi di questo tipo si contano tuttavia sulle dita di una mano: Armentech
nell’ambito dell’information technology, l’Armenian Jewelers’Association e l’Armenian-American
Health Association of Greater Washington[26]. Nel corso di un congresso organizzato a San
Francisco, Oskanian ha sostenuto che proprio i partenariati tra specialisti e professionisti
costituiscono il futuro delle relazioni tra l’Armenia e la Spjurk. È stata inoltre sottolineata da
parte dell’ex ministro l’opportunità di più frequenti contatti tra scienziati così da potere dedicare
maggiore attenzione ai temi della ricerca e dell’innovazione tecnologica [27].

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La diaspora potrebbe infine tramutarsi in una “search network” assolvendo il prezioso compito
di canale di contatto tra la Repubblica d’Armenia ed il mondo esterno, canale che nell’interesse
degli armeni d’Armenia non deve costituire l’unica modalità di internazionalizzazione delle
proprie istanze e interessi. Al contempo sarebbe utile che il “brain drain” verificatosi all’inizio
degli anni novanta si trasformasse in una “brain circulation” permettendo all’Armenia di potere
attingere a risorse umane maggiormente qualificate. Volendo utilizzare una terminologia propria
dell’UNESCO il “brain drain” dovrebbe tramutarsi alla lunga in un “brain gain”.

La politica della melagrana

Le idee poc’anzi elencate per un rilancio, soprattutto economico, del ruolo della diaspora in
Armenia sottendono un ripensamento generale delle relazioni con la Spjurk. Proprio Oskanian
è stata la persona che più di ogni altra ha ricercato il giusto centro di gravità tra la Repubblica
d’Armenia, la diaspora ed il Karabakh, i magneti più potenti della nazione armena. Questa ricerca
non ha avuto soltanto uno spessore accademico, presupponendo bensì una precisa linea di politica
estera, tesa a incanalare le risorse, le memorie, le pulsioni e le emozioni di una realtà frastagliata,
la diaspora per l’appunto, verso lo sviluppo del piccolo e giovane Stato caucasico.
Un primo tentativo venne esperito nell’ambito del congresso Armenia – diaspora che si tenne
nel settembre del 1999. All’epoca il presidente Robert Kocharian sottolineava l’importanza di
trovare adeguate formule di co-partnership[28]. A suo avviso, gli armeni della Spjurk avrebbero
dovuto contribuire al rafforzamento dello Stato armeno, confrontandosi in primo luogo con
due questioni “pan-armene”: la soluzione del conflitto sul Karabakh e la crescita economica
dell’Armenia, senza tuttavia menzionare in alcun modo la Turchia. Questa prima conferenza
venne però offuscata dal citato attentato al Parlamento del 27 ottobre. Ci furono così “more
questions raised than answered”, come osservò in seguito il ministro degli Esteri Oskanian[29].
Nel maggio del 2002 vennero riprese le fila del discorso con l’organizzazione di una seconda
conferenza. Il presidente nel suo indirizzo di saluto non occultò il passato rischio di guerra civile
dopo i misfatti del 1999 e nel fare riferimento alle conseguenze di ordine politico e strategico
dell’11 settembre dichiarò che la politica ufficiale di complementarietà tra le grandi potenze
adottata da Jerevan non mancava di riverberarsi positivamente negli ambienti della diaspora,
contribuendo a superare quelle rivalità ed incomprensioni che sarebbero potute insorgere dalla
radicata presenza di armeni in Occidente così come in Asia e, soprattutto, in Medio Oriente[30].
La reiterazione dell’evento, in fondo, stava a testimoniare la volontà delle autorità armene di
trasmettere gli interessi della Repubblica d’Armenia negli ambienti della diaspora, nel tentativo di
ridurre ad unicum la nazione armena, o quantomeno di cambiare gli equilibri e i rapporti di forza
tra le sue tre componenti (Armenia, Artsakhe Spjurk).
Con la nuova Costituzione approvata per via referendaria nel novembre del 2005 e la previsione
della doppia cittadinanza sono state poste le premesse per una nuova fase politica della storia
recente della nazione armena: i cittadini della diaspora potranno in linea di principio esercitare
diritti politici prima non riconosciuti e votare, a patto che ritornino in Armenia; ciò dopo
l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale, il 26 febbraio 2007, di alcuni emendamenti alla
legge sulla cittadinanza del 6 novembre del 1995[31]. La Spjurk, precedentemente organizzata, se

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del caso, in gruppi di pressione presso i governi stranieri, potrà dunque re-inventarsi e misurarsi
con la realtà agrodolce della Repubblica d’Armenia. Nell’ottica dell’ex ministro degli Esteri la
disposizione costituzionale servirebbe anche ad impedire che i cittadini che emigrano all’estero
perdano la cittadinanza armena[32]. Tuttavia, è bene specificare che gli emendamenti sono stati
sinora di difficile applicazione[33].
Nel solco delle conferenze Armenia-diaspora un vero e proprio cambio di paradigma si registra
alla terza edizione tenuta il 18-20 settembre 2006 nella capitale armena. Dalla lettura della
dichiarazione finale si evincono gli obiettivi di Jerevan: rafforzare lo Stato armeno affinché esso
non sia risucchiato nuovamente dalla storia; aiutare la diaspora a salvaguardare le proprie radici e
le proprie tradizioni; veicolare le sue risorse in un progetto di sviluppo concreto.
Il rafforzamento dell’apparato statale è indispensabile, perché gli armeni non si sarebbero
ancora commisurati adeguatamente, per stessa ammissione dell’ex ministro degli Esteri, all’idea
di Stato-nazione: “lo Stato-nazione è per noi un fenomeno nuovo, con nuove, sconosciute regole”.
Regole, quelle democratiche, che in particolare il Consiglio di Europa, cui l’Armenia ha aderito
il 25 gennaio del 2001, l’Unione Europea, attraverso la Politica di Vicinato, e gli Stati Uniti
sono suscettibili di alimentare e che parte della diaspora, in particolare quella oramai radicata in
Occidente, potrebbe contribuire a diffondere.
Gli armeni corrono inoltre il rischio di non assegnare la giusta importanza all’indipendenza,
perché per secoli ne hanno fatto comunque a meno. A Washington, il 21 ottobre del 2006,
Oskanian afferma quanto segue: “siccome non abbiamo mai avuto una vera indipendenza, a volte
pensiamo di non meritarla oppure che ci sarà necessariamente portata via di nuovo. Voglio dirvi
che non solo gli armeni meritano l’indipendenza, ma sono anche capaci di essere indipendenti
(…)”[34].
Si potrebbe aggiungere che proprio in quest’ottica l’Armenia è, sul piano geopolitico, percepita
e identificata all’esterno non più come la frontiera tra grandi imperi, con l’implicito rischio di
essere fagocitata da uno di essi, ma come cerniera tra il cristianesimo e l’Islam, sulla falsariga
del titolo di un libro citato da Oskanian in una conferenza sponsorizzata a Jerevan dal centro
britannico Wilton Park (“The South Caucasus: perception of the region and challenges”, 6-9
novembre 2006)[35]. Proprio come Paese cristiano, addirittura il primo della storia, l’Armenia
intende proporsi come punto di incontro tra mondi rappresentati spesso in contrasto tra loro.
“Anche se la storia ci ha resi realisti, la geografia ci costringe ad essere idealisti: quale piccolo
popolo nella perenne condizione di cuscinetto tra imperi siamo diventati testimoni dei benefici del
dialogo tra civiltà. E in questo dialogo ci siamo impegnati da secoli”. In tal senso, le relazioni tra
Armenia ed Iran sono per molti versi esemplificative degli orientamenti di Jerevan[36] così come
lo sono quelle con i Paesi arabi, dal Libano alla Siria, dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto. Forti
anche le assonanze con la causa palestinese e meno quelle con Israele, che ha ambasciate a Tbilisi
e a Baku ma non a Jerevan. Un discorso che non viene tuttavia portato alle estreme conseguenze,
come nel caso del programma nucleare iraniano per il quale l’Armenia non intende giocare alcun
ruolo di mediazione, e quindi di cerniera, onde non arrischiare le sue relazioni con Teheran.
Allo scopo di raggiungere la prima e la terza finalità (affermazione di una “statehood” armena e
predisposizione di un ampio partenariato di sviluppo pubblico-privato), il governo ha annunciato
nel Settembre del 2006 un programma destinato ad abbattere il tasso di povertà nelle aree rurali.

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In Armenia le campagne hanno una caratteristica particolare: quella di non avere una popolazione
rurale dal momento che durante l’Unione Sovietica l’economia ruotava attorno alla produzione
degli stabilimenti industriali, per lo più caduti successivamente in disuso[37]. Il progetto mira
inoltre a scongiurare il rischio di una popolazione decrescente, partendo da una considerazione
semplice: senza armeni non ci può essere Armenia, a meno che quest’ultima non si riduca ad una
città-Stato, Jerevan, la cui sicurezza in un’area tanto turbolenta come quella caucasica sarebbe
tutta da verificare. L’Italia, per inciso, ha rivestito un ruolo chiave di start-up avendo per prima,
rispetto ad altri Paesi, deciso di finanziare con ben 500.000 euro questa iniziativa, intuendone
le potenzialità non solo di sviluppo ma anche di ricaduta in termini di stabilizzazione regionale:
dei circa 1.000 villaggi di cui è costellata l’Armenia almeno 200 si trovano entro tre miglia dal
confine[38].
Il secondo obiettivo (“aiutare la diaspora a salvaguardare le proprie radici”) è indicativo
dell’intenzione di Jerevan di porre gli armeni d’oltre confine sotto la propria governance. Nel
2006, dunque, a 15 anni dall’indipendenza, trascorso un periodo in cui la diaspora ha rappresentato
in termini materiali e psicologici il “petrolio dell’Armenia”, lo Stato si propone sul variegato
palcoscenico della nazione armena come l’ancora di salvezza di tutti coloro i quali vedono il
proprio patrimonio culturale erodersi per effetto dei matrimoni misti (assai rari nella Repubblica
d’Armenia) e della residenza in altri contesti socioeconomici. In un recente saggio pubblicato sulla
rivista Politique Internationale si accenna a questo proposito all’“eterno problema delle diaspore”:
quello della sopravvivenza[39]. Sul piatto della bilancia dei rapporti tra l’Armenia e la Spjurk
viene posto dunque un dato culturale, per molti versi di natura immateriale: la patria e i suoi
valori, meglio incarnati dalla Repubblica d’Armenia piuttosto che da una diaspora caleidoscopica,
dai mille volti e poco omogenea (se non nell’avanzamento, talvolta, di posizioni oltranziste, non
solo con riguardo alla Turchia ma anche alla Georgia, dove risiede un’ampia comunità armena, in
difficoltà, in particolare, nella depressa regione meridionale di Samtskhe-Javakheti)[40].
Questa, in estrema sintesi, la ricetta proposta da Oskanian anche allo scopo di superare
stereotipi e diffidenze che in parte tuttora caratterizzano i rapporti tra l’Armenia e la diaspora,
due anime della stessa nazione. Nel solco di quanto da lui realizzato, il nuovo esecutivo armeno
si è dotato a partire dall’ottobre del 2008 di un Ministero appositamente dedicato ai rapporti con
la diaspora, che è diretto da una donna, Hranush Hakobian[41]. Dalle prime informazioni
divulgate, risulta che una delle principali priorità d’azione sarà la fornitura di assistenza tecnica
alle scuole armene all’estero[42]. Al contempo, il nuovo Ministero ha formalizzato ed avviato
una collaborazione con il United Nations Development Program (Undp) al fine di sviluppare il
progetto Tokten (Transfer of Knowledge Through Expatriate Nationals)[43]. Alla luce dei
recenti sviluppi nelle relazioni internazionali di Jerevan, la politica a raggiera dello Stato armeno
avrà comunque come principale banco di prova il disgelo tra Armenia e Turchia.

La storia degli armeni è a lungo stata, in assenza di un referente statale, una storia per così
dire molecolare, fatta di singole persone sparse per il mondo. Con il riaffiorare della Repubblica
d’Armenia, e dunque di un punto di riferimento, l’essenza della nazione dovrebbe essere racchiusa
dalla frase “noi siamo armeni” e non più da quella “io sono armeno”. Sembra opportuno in
proposito ricordare che lo Stato armeno viene chiamato dai locali Hayastan, ossia Stato degli
Hay, dal nome del leggendario progenitore del popolo degli armeni, l’arciere Haik. La distinzione

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terminologica tra haïastantsi e spiurkahaï (dove il prefisso e suffisso haï richiamano la comune
provenienza etnica) idealmente dovrebbe essere superata o comunque mantenuta ma tenendo
presente che entrambe le definizioni costituiscono sottocategorie o sottoinsiemi di un unico
concetto.

*Le opinioni espresse nel presente scritto sono da considerarsi personali e non impegnano il
ministero degli Esteri.

[1] Quanto al confine armeno-turco si rimanda ai recenti sviluppi.


[2] Il ministro degli Esteri Edward Nalbandian ritiene che il ruolo dell’Armenia sia in una certa misura definito da
una serie di “piccole Armenie” nel mondo (cfr. Politique Internationale, “L’Armenie et le Monde - Entretien avec E.
Nalbandian”, n. 122, www.politiqueinternationale.com).
[3] G. MINASSIAN, Caucase du Sud – la nouvelle guerre froide (Arménie, Azerbaïdjan, Géorgie), Paris 2007,
Autrement Frontières, p. 86.
[4] A. BAIBOURTIAN, A foreign policy for a small State: Armenia’s case, Japan Institute of International Affairs,
Tokyo, 31/10/2007, www.jiia.or.jp/en.
[5] R. NOCELLA, “L’Armenia e la Diaspora”, Affari Esteri, Aprile – Primavera 2007, n. 154, p. 426 e ss.
[6] Statement by H.E. Vartan Oskanian, Minister of Foreign Affairs at the first ArmTech Congress ’07, San
Francisco, 07/07/2007 (www.armeniaforeignministry.com).
[7] Si tratta del documento approvato il 26 gennaio 2007 nell’ambito di una apposita sessione del Consiglio di
sicurezza nazionale. Il testo è disponibile su www.mil.am. Solo per fare un esempio, nel novembre del 2008 la
“Hayastan All-Armenian Fund” ha raccolto negli ambienti della diaspora ben 35 milioni di dollari che saranno
utilizzati per progetti infrastrutturali sia in Armenia che nel Nagorno Karabakh (Armenialiberty, “Donors pledge
record $35m for Pan-Armenian charity”, 28/11/2008).
[8] È interessante notare che per alcuni studiosi l’ultima riserva demografica della Repubblica d’Armenia sarebbe
costituita dalla “diaspora interna” al territorio dell’ex Unione Sovietica: area dalla quale si sarebbe registrato negli
ultimi anni un flusso migratorio in entrata (cfr. A. e J.-P. MAHÉ, L’Arménie à l’épreuve des siècles, Gallimard 2005,
France, p. 124).
[9]La parola “Spjurk” sembra sia stata utilizzata da Nerses Shnorhali nel dodicesimo secolo, il quale, riferendosi
agli armeni, affermò che essi erano "i spiurs ashkharhi" (ossia “sparpagliati per il mondo”). Si veda: “Fresh
perspectives on Armenia-diaspora relations” (interviste a Khachig Tölölyan e Krikor Beledian), Armenian Forum,
www.gomidas.org/forum/af3c.htm.
[10] Speech by H.E. Vartan Oskanian Minister of Foreign Affairs at the University for Peace Conference on Capacity
building for Peace and Development: Roles of Diaspora, Toronto, 19/10/2006 (www.armeniaforeignministry.com).
L’anno seguente l’Armenia è scesa all’83esimo posto.
[11] www.himnadram.org.
[12] Speech by H. E. Vartan Oskanian Minister of Foreign Affairs Republic of Armenia at the 15th Anniversary
Celebration of Armenia Indipendence, Washington DC, 21/10/2006 (www.armeniaforeignministry.com).
[13] S.H. ASTOURIAN, From Ter-Petrosian to Kocharian: leadership change in Armenia, University of California,
Berkeley 2000, pp. 40-1.

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[14] Statement by H.E. Vartan Oskanian Minister of Foreign Affairs Republic of Armenia at the Advocacy
Conference, Washington DC, 27/03/2006 (www.armeniaforeignministry.com).
[15] Financial Times, 10/04/2007.
[16] IMF, Republic of Armenia: selected issues, Country report 06/434, Dicembre 2006 (www.imf.org/external/pubs/
ft/scr/2006/cr06434.pdf).
[17] Ufficialmente il governo armeno ammette che dal 1992 in poi il numero di persone che hanno abbandonato il
Paese è compreso tra 900 mila e un milione (fonte: www.backtoarmenia.am).
[18] E. DANIELYAN, “Cash transfers to Armenia jump to a new high”, Armenialiberty, 05/08/2008.
[19] IMF Country Report No. 09/140, May 2009.
[20] D.A. GRIGORIAN e T.A. MELKONYAN, “Microeconomic implications of remittances in overlapping
generations model with altruism and self-interest”, IMF Working Paper, WP/08/19, January 2008, p. 32 e ss.
[21] Ibidem, p. 20.
[22] L’ambasciatore armeno a Londra, Vahe Gabrielyan, in una lettera all’Economist sui rapporti armeno-turchi ha
voluto sottolineare come la popolazione armena ora non sia più declinante, ma crescente per effetto dei ritorni in
Armenia (The Economist, 14/06/2008).
[23] Y. KUZNETSOV & C. SABEL, “International Migration of Talent, Diaspora Networks and Development:
Overview of Main Issues” in Diaspora Networks and the International Migration of Skills – How countries can draw
on their talent abroad, WBI development studies, Washington 2006, p. 17.
[24] Tra i partiti citati il più influente in Armenia è il Dashnaktsutyun (Federazione Rivoluzionaria Armena, ARF
nell’acronimo inglese). D’ispirazione socialista, esso venne fondato nel 1890 a Tbilisi da Christofor Mikaelian,
Rostom Zarina e Simon Zavarian. Nel 1892 si suddivise in due organismi operativi: l’“Eastern Bureau” incaricato
di organizzare attentati all’interno dell’Impero Ottomano ed il “Western bureau” basato a Ginevra con uffici anche
a Londra, Berlino, Parigi, Roma, Bruxelles, impegnati nella propaganda politica presso i principali governi europei.
Quando l’Armenia si rese indipendente nel 1918, l’ARF ottenne il potere. Durante il periodo sovietico il partito venne
proscritto. Rimase comunque influente presso la diaspora negli Stati Uniti, in Canada, in Libano, in Israele, in Siria,
in Grecia, in Argentina, in Australia e in Francia. Ritornò in auge dopo il 1991, per poi essere dichiarato fuori legge
dall’ex Presidente Levon Ter-Petrossian. Dopo le elezioni del 2003 è divenuto nuovamente partito di maggioranza.
A seguito delle ultime parlamentari del maggio del 2007 ha sottoscritto un accordo di collaborazione con il Partito
Repubblicano e Armenia Prospera. Un’altra intesa, inclusiva anche del Partito Orinats Yerkir, è stata finalizzata il 21
marzo 2008. I dashnaki hanno abbandonato le fila governative nell’aprile del 2009 a seguito della pubblicazione del
primo comunicato congiunto dei ministeri degli Esteri di Armenia, Turchia e Svizzera in materia di normalizzazione
e sviluppo delle relazioni turco-armene.
[25] V.A. MINOIAN & L.M. FREINKMAN, “Armenia: what drives first movers and how can their efforts be scaled
up?”, in Diaspora Networks and the International Migration of Skills – How countries can draw on their talent
abroad cit., pp. 144-145.
[26] I siti internet dove trovare informazioni utili su queste associazioni sono: www.armentech.org, www.aja.org,
www.aahagw.org.
[27] Statement by H.E. Vartan Oskanian, Minister of Foreign Affairs at the first ArmTech Congress ’07 cit.
[28] http://www.armeniadiaspora.com/conference99/speech.html.
[29] http://www.armeniadiaspora.com/conference2002/htms/VOInterviewJan.html.
[30] http://www.armeniadiaspora.com/conference2002/htms/agenda.html.
[31] Pacchetto di emendamenti che non aveva incontrato il favore dell’allora Primo Ministro e leader del partito
Repubblicano Andranik Margarian. In particolare, una proposta repubblicana di tenore restrittivo venne bollata come
“incostituzionale” dal Ministro della Giustizia dell’epoca, David Harutiunian. Decisiva per il passaggio di questi

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emendamenti, che causavano estrema diffidenza nel principale partito della maggioranza, sarebbe stata, a detta di
molti osservatori, l’opinione dell’allora capo dello Stato Robert Kocharian (sulla questione si veda: A. BEDEVIAN,
“Armenian coalition divided over dual citizenship”, Armenialiberty, 22/02/2007, E. DANIELYAN, “Armenia allows
dual citizenship amid controversy”, Eurasianet, 26/02/2007 e A. BEDEVIAN e R. MELOYAN, “Armenian Bill on
dual citizenship passed”, Armenialiberty, 26/02/2007).
[32] H.E. Mr. Vartan Oskanian, Minister of Foreign Affairs of the Republic of Armenia, Addresses the students
of the International Affairs Dept. of Yerevan State University, Yerevan, October 28, 2005
(www.armeniaforeignministry.com).
[33] Un cittadino con doppia cittadinanza potrà votare, dunque, solo se residente in Armenia e non all’estero.
Egli non potrà tuttavia essere eletto né alla Presidenza della Repubblica né all’Assemblea Nazionale in qualità di
deputato. Gli emendamenti riguardanti il diritto di voto dei cittadini con doppia cittadinanza non hanno trovato
piena esecuzione prima delle parlamentari del maggio 2007. Sia la Commissione di Venezia che l’OSCE/ODIHR
hanno notato, ad esempio, che la Commissione elettorale centrale non ha accertato, attraverso lo stabilimento
di apposite procedure e regolamenti, se i candidati alle parlamentari avessero una doppia cittadinanza oppure
no (Joint opinion on the 26 February 2007 amendments to the Electoral Code of the Republic of Armenia by
the Venice Commission and the OSCE Office for Democratic Institutions and Human Rights, Strasburgo, 08/
06/2007, disponibile sul sito dell’OSCE). Nel primo interim report (http://www.osce.org/documents/odihr/2007/
04/23888_en.pdf) della missione di monitoraggio elettorale dell’ODIHR guidata dall’ambasciatore sloveno Boris
Frlec un apposito paragrafo è dedicato al tema: in esso si legge che non era ancora chiara la procedura di
determinazione della doppia cittadinanza (“Some confusion appears to exist with respect to implementation of these
amendments”). In un blog dedicato alle presidenziali si sottolinea che l’aver spogliato le ambasciate e i consolati
armeni della loro funzione di “polling stations” attraverso gli emendamenti del febbraio 2007 ha di fatto impedito
di votare ad alcuni cittadini armeni che per lavoro o studio si trovano all’estero e che non hanno potuto/voluto fare
rientro in Armenia (Armenia Election Monitor 2008, http://blog.oneworld.am/2007/07/22/absentee-voting/).
[34] Speech by H. E. Vartan Oskanian Minister of Foreign Affairs Republic of Armenia at the 15th Anniversary
Celebration of Armenian Indipendence, Washington DC, 21/10/2006 (già citato).
[35] Minister Oskanian’s opening remarks at the Wilton Park conference on the South Caucasus – Perceptions and
challenges of the region, 09/11/2006 (www.armeniaforeignministry.com).
[36] R. NOCELLA, “La sottile linea rossa”, Limes – rivista italiana di geopolitica, n. 5/2006, p. 141 e ss.
[37] Rural Poverty Eradication, Yerevan 2006, Ministry of Foreign Affairs, p. 9.
[38] Intervista del ministro degli Esteri Vartan Oskanian rilasciata ad “Armenia TV” il 17 maggio 2006
(www.armeniaforeignministry.com).
[39] M. LEART, “L’atout de la diaspora”, Politique Internationale, n. 122, www.politiqueinternationale.com.
[40] È proprio facendo leva su questo aspetto che il governo ha buon gioco a perorare approcci di politica
estera, che non siano ostaggi del passato. In relazione alla risoluzione del conflitto sul Karabakh, alla questione del
riconoscimento del genocidio e ai rapporti con la Turchia, Oskanian afferma a Toronto che “in qualità di autorità
responsabili della sicurezza e della prosperità della popolazione, sappiamo che queste tre dolorose, complesse sfide
vanno affrontate avendo in mente il futuro e non il passato”. Sulla condizione degli armeni nella regione georgiana
di Samtskhe-Javakheti si veda: R. NOCELLA, “Samtskhe-Javakheti: la Georgia instabile”, www.limesonline.com,
articolo pubblicato il 29/04/2009 nell’ambito del Focus Eurussia 2.0.
[41] E. DANIELYAN, “Armenia to set up Diaspora Ministry”, Armenialiberty, 12/06/2008 e “Armenia Diaspora
Minister named”, Armenialiberty, 27/06/2008. Secondo Stepan Safaryan, membro del partito d’opposizione
“Heritage”, l’idea di costituire un Ministero si è consolidata a seguito della crisi in cui è precipitato il Paese dopo le
presidenziali del febbraio del 2008 (G. ABRAHAMYAN, “Dealing with Diaspora: Armenia to set up new ministry
for compatriots abroad”, Armenianow, 24/06/2008).

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[42] Per il 2008 le risorse finanziare sono ammontate unicamente a 100 mila dram (pari a circa 330 mila dollari) ma
aumenteranno nel 2009 (cfr. S. AVOYAN, “Armenia to boost ties with Diaspora”, Armenialiberty, 29/10/2008).
[43] Si veda: www.globalarmenia.am/en/news/2008-09-29/25.

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