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L’AFRICA A COLORI

PERCHÉ SI MUORE
IN DĀRFŪR di Federico DE RENZI

La guerra in Sudan rischia di trasformarsi in conflitto regionale.


La strategia del leader sudanese al-Bašør per il controllo del greggio.
Il peso delle confraternite mistiche e l’ombra di bin Laden.
Gli interessi energetici cinesi e le ambiguità degli Stati Uniti.

1. IL 24 APRILE 2006 LA RETE TELEVISIVA


Aljazeera ha diffuso un ulteriore comunicato di Osama bin Laden. Nel suo mes-
saggio, la guida di al-Qå‘ida sostiene che il recente embargo imposto dall’Occiden-
te al governo di Õamås costituisce un’ulteriore prova del fatto che è in corso una
guerra dei crociati sionisti contro l’islam. E per la prima volta ha anche menzionato
la crisi del Dårfûr. Egli ha esortato i combattenti musulmani del Sudan e della Peni-
sola arabica «a prepararsi ad una lunga guerra contro i predoni crociati in Sudan
occidentale», e a contrastare gli sforzi occidentali, particolarmente americani, per
dividere il paese. E ha dichiarato che il suo obiettivo non è difendere Khartum, ma
l’islam 1.
La sortita di bin Laden si inserisce in un contesto di tensione senza precedenti
nella regione. L’11 aprile scorso, il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi
Annan, ha pubblicamente espresso la sua preoccupazione per l’intensificarsi della
già grave crisi umanitaria e politica in atto lungo il confine tra Ciad e Sudan, so-
prattutto in seguito all’irruzione di gruppi armati provenienti da quest’ultimo pae-
se, internazionalmente noti come janjawid (ar. sudanese ãanãawød < ãinn, demo-
ne, ãawåd, cavallo: demoni a cavallo), nel campo profughi di Goz Amer (Ciad su-
dorientale). Il campo, gestito dall’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unh-
cr), è situato a 95 km dal confine sudanese e accoglie circa 17.700 profughi della
regione del Dårfûr meridionale. Questi costituiscono solo una piccola parte degli
oltre 300 mila morti e dei due milioni di sudanesi fuggiti alla guerra di sterminio
scoppiata all’inizio del 2003 nel Sudan orientale. La presenza di questi profughi sul
suolo ciadiano è il motivo per cui gruppi armati sudanesi compiono continue in-
cursioni nel Ciad, contribuendo al prolungarsi sine die di quella che ormai è una

1. «Bin Laden: West Waging a Crusade», Aljazeera.Net, 24/4/2006, english.aljazeera.net 161


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PERCHÉ SI MUORE IN DĀRFŪR

guerra dichiarata tra Ciad e Sudan. Ma gli scontri tra i vari gruppi politici sudanesi e
ciadiani, e le violenze sulla popolazione che ne seguono, sono da considerarsi co-
me il preludio ad una guerra regionale, che rischia di estendersi dall’Egitto alla Ni-
geria? Quello in Dårfûr è solo un conflitto fra etnie, o vi sono altre ragioni?

2. L’area interessata dagli scontri, Dårfûr centromeridionale e Ciad orientale,


costituisce una delle zone più ricche di petrolio dell’intera Africa. Il Sudan poi, con
i suoi 2.505.813 kmq, le sue oltre cinquecento popolazioni e decine di lingue, si
presta a ogni sorta di scontro per il controllo del territorio. I giacimenti del Dårfûr e
del Sudan meridionale (Kordofan, Baõr al-Ôazål ed Equatoria) fanno di questo
paese il settimo produttore di petrolio del continente dopo Nigeria, Libia, Algeria,
Angola, Egitto e Guinea-Bissau. Il controllo dei giacimenti è fondamentale per il
Sudan, specie dopo le sanzioni sulla commercializzazione del petrolio imposte da-
gli Stati Uniti nel 1997.
La Chevron iniziò le prime estrazioni nella regione del Baõr al-Ôazål già nel
1978. In seguito a questa scoperta il governo di Khartum, allora guidato dal gene-
rale Ãa‘afar Muõammad al-Numayrø, ridisegnò i confini giurisdizionali del Baõr al-
Ôazål per escludere il governo locale dalla gestione delle riserve petrolifere. Que-
sta decisione trasformò la tradizionale lotta per il controllo delle riserve idriche del
Baõr al-Ôazål e dell’Alto Nilo, estendendo gli scontri a tutto il paese. L’esclusione
del governo locale dalla gestione delle riserve petrolifere, insieme all’imposizione
della šarø‘a nel Baõr al-Ôazål, regione a maggioranza cristiana e animista, fecero
scoppiare la cosiddetta seconda guerra civile, conclusasi solo nel gennaio del 2005
con la firma del Comprehensive Peace Treaty 2.
Dalla metà degli anni Ottanta, con il protrarsi della guerra civile tra il nuovo
governo filoislamico di ‘Umar Õasan Aõmad al-Bašør (inizialmente appoggiato dal
religioso Õasan al-Turåbø) e i ribelli del Sudan People’s Liberation Army/Move-
ment (Spla/M) nel Sud, la Chevron abbandonò il paese. Dopo l’uccisione di tre im-
piegati della Chevron da parte dei ribelli del Spla/M nel 1984, i giacimenti rimasero
inattivi fino al 1997. Quell’anno giunse in Sudan la canadese Talisman, che insieme
alla compagnia di Stato sudanese Sudapet fondò la Greater Nile Petroleum Opera-
ting Company (Gnpoc). La quale, dopo le accuse di corresponsabilità nelle violen-
ze della guerra civile e nella crisi del Dårfûr, dal 2002 ha cominciato a vendere le
sue concessioni nel Sudan meridionale e nel Dårfûr a compagnie asiatiche. Lo
stesso hanno fatto le compagnie europee, come la svizzero-svedese Lundin Oil AB
(Ipc) e l’austriaca OMV Aktiengesellschaft, vendendo parte delle loro concessioni
rispettivamente alla malese Petroliam Nasional Berhad (Petronas) e all’indiana
Ongc Videsh Limited. Gli attuali azionisti della Gnpoc sono infatti la China Natio-

2. Per oltre vent’anni i ribelli del Sudan People’s Liberation Army/Movement (Spla/M, al-Õarakat al-
Ša‘abiyya li Taõrør al-Sûdån) guidato dall’ex colonnello John Garang de Mabior (morto il 30 luglio
2005), ritenendo illegale lo sfruttamento non condiviso delle risorse delle loro terre, hanno combattu-
to contro le forze governative. Gli impianti petroliferi delle compagnie straniere erano i loro obiettivi
162 primari.
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L’AFRICA A COLORI

IL DARFUR IN GUERRA Livello di insicurezza


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nal Petroleum Company (Cnpc), International (Nile) Ltd., (Cinl), sottogruppo della
China National Petroleum Corporation (40%); la Petronas Carigali Nile Ltd. (Pcnl),
sottogruppo della malese Petronas (30%); la Ongc Nile Ganga BV, (Ongbv), sotto-
gruppo della compagnia di Stato indiana Ongc Videsh Limited (25%); e infine la
compagnia nazionale Sudapet Ltd. (Sudapet) (5%).
Prima della scoperta del petrolio nel Sud del paese e nel Dårfûr infatti, quella
del Sudan era un’economia di sussistenza, basata sull’allevamento e, nelle poche 163
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aree fertili, sull’agricoltura e sulla produzione di cotone. Gli scontri in corso non
fanno quindi della crisi in Dårfûr e della conseguente guerra con il Ciad un’anoma-
lia geopolitica, se visti nel più ampio contesto della guerra civile.
L’attuale conflitto tra Ciad e Sudan è iniziato formalmente il 23 dicembre del
2005, quando il governo del Ciad dichiarò lo stato di guerra con il Sudan 3. Esso ri-
guarda essenzialmente le popolazioni islamiche non arabe del Sudan occidentale
(Sûdån al-Ôarb) e del Ciad orientale, e alcuni gruppi di pastori seminomadi ara-
bofoni appoggiati dal governo di Khartum. Questi arabi, noti collettivamente come
bagara o baqara (ar. mucca), giunsero nella regione del Dårfûr (ar. Dår Fûr, «terra
dei fur») con la conquista degli ultimi regni cristiani di Nubia da parte dei turchi
mamelucchi d’Egitto (1250-1517). I due grandi gruppi arabi del Sudan, noti come
ãuhayna e ãa‘aliyyûn, durante l’amministrazione ottomana (1560-1821), turco-egi-
ziana (Turkiya, 1821-1885) e del regime fondato dal Mahdø (l’Atteso, Aõmad ibn
‘Abd Allåh, mistico appartenente alla Sammåniyya, 1844-1885) furono importanti
mercanti di schiavi (ãallåba) e devoti seguaci dei mistici che islamizzarono la re-
gione. Con il governo del condominio anglo-egiziano (1898-1956), gli abitanti lo-
cali si sono divisi essenzialmente tra allevatori di bovini e cammellieri. Il gruppo
ãuhayna è formato dai ãamåla (kababøš e šukriyya) e dai baqara veri e propri
(silå’im, õawåzma, masøriyya, õumr, rizayqåt, õabbåniyya, banø õalba, ma‘aliyya,
banø rašød, rašå‘ida e ta‘å‘iša), presenti tra Kordofan, Baõr al-Ôazål e Dårfûr centra-
le. I ãa‘aliyyûn si dividono oggi tra danåqla (gente di Dongola), õasaniyya, kawåõ-
la, gøma e õusainåt. Dal Ciad orientale passano poi i salåmåt e i søla (arabo-berbe-
ri). Tra i non arabi vi sono i fur, agricoltori stanziali bantu che danno il nome all’in-
tera regione e abitano il massiccio del Ãabal Marra. Questi fondarono il primo Sta-
to islamico autoctono del Sudan, il sultanato nero di funj (al-Sultan al-Zarqa’, 1504-
1916). Vi sono poi i masalit, i berti, i bargu, i bergid, i tama e i tunjur, contadini se-
mistanziali. Nel Dår Zaôåwa, parte del deserto libico, vivono poi i bidåyåt e, ap-
punto, gli zaôåwa (numerosi anche nel Ciad orientale), cammellieri.
Agli occhi degli arabi, gli autoctoni del Sud e del Dårfûr, anche quando musul-
mani, sono ancora oggi visti come schiavi (ar. ‘abød). Questi due stili di vita, in una
zona semidesertica dove il possesso dell’acqua è fondamentale, sono causa di una
lotta per la sopravvivenza. Benché oltre il 40% della popolazione sia musulmana,
l’appartenenza etnica bantu-sudanese fa sì che i popoli della regione si sentano
più vicini ai gruppi che abitano il Ciad piuttosto che a Khartum. Con la guerra civi-
le del Ciad negli anni Ottanta, gli scontri in atto esacerbarono gli animi dei fur e
degli zaôåwa, i quali accusarono il governo di Khartum non solo di favorire l’im-
migrazione degli «arabi» nelle loro terre, ma anche di sostenere militarmente i loro
nemici oltreconfine. Quello che sta accadendo non è altro che un’appendice di
questa guerra per lo sfruttamento delle risorse, che negli ultimi mesi è poi si è al-
largata a tal punto da coinvolgere direttamente, oltre ai due Stati interessati e a di-
versi gruppi combattenti, la Francia, l’Unione Africana e l’Onu.
164 3. S. HANCOCK, «Chad in “state of war” with Sudan», BBC News, 23/12/2005, news.bbc.co.uk
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L’AFRICA A COLORI

Tra i gruppi combattenti vi sono il Front unit pour le changement démocrati-


que (Fuc), i janjawid, e la Alliance of Revolutionary Forces of West Sudan. Il con-
flitto vede coinvolta anche l’Eritrea, accusata dalle Nazioni Unite di sostenere i
guerriglieri nel Dårfûr meridionale, e la Libia anche se ha svolto il ruolo di media-
tore nel processo di pace. L’opera di mediazione è stata tentata anche da Repubbli-
ca Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria e Unione Africana,
quest’ultima sostituita il 13 aprile scorso dall’Onu, attuale responsabile della gestio- 165
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PERCHÉ SI MUORE IN DĀRFŪR

ne della crisi politica tra i due paesi. Nelle dichiarazioni dei mesi passati il governo
ciadiano ha più volte fatto appello ai suoi cittadini perché si mobilitassero contro il
«nemico comune», rappresentato dai militanti del Rassemblement pour la démocra-
tie et la liberté (Rdl), dalla Socle pour le changement, l’unité et la démocratie
(Scud) e dai miliziani janjawid sudanesi che passano il confine in cerca di bottino,
all’inseguimento dei rifugiati sudanesi (fur e masalit).
L’Rdl, formato nell’agosto del 2005 da ex militari dell’esercito ciadiano, è gui-
dato da Muõammad Nûr ‘Abd al-Karøm, anch’egli un ufficiale disertore. Il gruppo
ha sempre negato legami con il governo sudanese, anche se il suo principale
obiettivo è il rovesciamento di Idriss Déby, presidente del Ciad. Déby, influente
membro del popolo zaôåwa e capo del Mouvement patriotique de salut (Mps), salì
al potere il 1° dicembre 1990 in seguito ad un colpo di Stato appoggiato dalla Li-
bia. L’obiettivo di Gheddafi, dopo le fallite invasioni del Ciad settentrionale (1980-
1987) divenne, negli anni 1987-1989, la creazione di un «corridoio arabo» attraverso
il Nordafrica. Questo prevedeva l’espulsione o l’eliminazione delle popolazioni
non arabe del Dårfûr centrale, da attuarsi attraverso la Legione araba. Il 28 febbraio
1991, dopo un governo provvisorio di tre mesi, Déby venne eletto presidente della
Repubblica e da allora ha sempre sostenuto i gruppi ribelli zaôåwa del Dårfûr con-
tro gli arabi. Alcuni gruppi legati all’ex presidente Habré, comandante delle Forces
armées du Nord (Fan) durante la guerra civile degli anni Settanta, cominciarono ad
organizzarsi.
Lo Scud è nato nell’ottobre del 2005 ed è anch’esso formato da ex militari del-
l’esercito ciadiano. Dalla sua fondazione è guidato dal trentenne Yaya Dillo Djérou
e dal fratello. Lo Scud condivide con lo Rdl l’obiettivo di rovesciare il presidente
Déby. Già dalla fine del 2003 le milizie janjawid avevano iniziato a compiere degli
sconfinamenti in territorio ciadiano, specie nella zona di Adré, abitata principal-
mente da rifugiati zaôåwa, non lontana dal confine con il Sudan. Con le loro razzie
e violenze contro i civili, i janjawid hanno suscitato la reazione del governo ciadia-
no, culminata con l’invio di alcuni reparti nella zona delle incursioni, per lo più re-
clutati tra le tribù baqqara del Nord del paese, che avevano sofferto per le carestie
seguite alla siccità e per la conseguente scomparsa dei pascoli. Sembra poi che il
governo negli ultimi quattro anni abbia reclutato anche tribù arabe del Ciad, come i
salamat e i fellata, facili a seguire i messaggi dell’islam radicale, tanto che furono tra
i primi muraõõaløn reclutati dal National Islamic Front (Nif) di Õasan al-Turåbø ne-
gli anni Ottanta. Dei 15 mila combattenti janjawid i più sono criminali comuni, fa-
cilmente sacrificabili alle pressioni della comunità internazionale, e solo pochi ap-
partengono alle tribù baqqara del Dårfûr. Gli attacchi dei janjawid sono spesso pre-
ceduti da bombardamenti aerei e appoggiati da truppe governative, comandate a ri-
pulire il terreno per la creazione di pozzi e oleodotti. I legami di sangue e religiosi
con alcuni membri del governo sono molto importanti per i janjawid 4.
4. L’attuale guida, Mûsà Hilål, figlio di un importantissimo šayœ della Khatmiyya dei Ãalûl rizayqat, si
è vantato più volte di godere dell’appoggio del governo, tanto che a suo dire tutte le operazioni dei
miliziani sono comandate da alti ufficiali dell’esercito. Dopo queste sue dichiarazioni, nel 2005 venne
166 richiamato a Khartum.
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L’AFRICA A COLORI

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Il 18 dicembre 2005 l’Rdl e lo Scud hanno attaccato le truppe ciadiane nei


pressi della città di Adré, appoggiati dai janjawid. Tra il 26 ed il 28 dicembre 2005 i
due gruppi si sono uniti ad altri movimenti ribelli a Modeina, nel Ciad orientale,
dove hanno costituito il Front unit pour le changement démocratique (Fuc), di cui
è stato eletto presidente Muõammad Nûr. Gli obiettivi del nuovo movimento erano
la rinuncia al potere da parte di Déby e l’avvio di un periodo di governo ad inte-
rim di due anni, a cui sarebbero seguite delle libere elezioni. Il 6 gennaio tuttavia,
alcuni miliziani janjawid hanno attaccato le città ciadiane di Borota, Adré e Modai-
na, mettendo a rischio la posizione del Fuc. L’8 febbraio il presidente del Ciad 167
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Idriss Déby, il presidente del Sudan ‘Umar Õasan Aõmad al-Bašør e il colonnello
Gheddafi hanno siglato l’accordo di Tripoli, con il quale si poneva formalmente fi-
ne alla guerra. Il 6 marzo scorso si è poi riunito, sempre a Tripoli, il comitato mini-
steriale africano, composto dai ministri degli Esteri di Ciad, Sudan, Libia, Congo e
Burkina Faso e dal presidente del consiglio esecutivo della Comunità degli Stati
del Sahara-Sahel (Cen-Sad). Il comitato, guidato dal ministro degli Esteri libico
‘Abd al-Raõmån Šalôåm, insieme al commissario per la Sicurezza e la pace dell’U-
nione Africana Sa‘ød Ãinnøt, ha deciso la creazione di gruppi di sorveglianza del-
l’Unione Africana lungo il confine tra Ciad e Sudan. Questi sono posizionati in die-
ci punti del confine, cinque per lato, e gli Stati interessati devono provvedere al lo-
ro funzionamento. Lo stesso al-Bašør si è di recente impegnato in tal senso.
Tuttavia, già dalla fine di febbraio, e lungo tutto il corso degli ultimi due mesi,
gli scontri sono continuati e le incursioni dei janjawid si sono intensificate. Questi
ultimi hanno attaccato la città ciadiana di Amdjereme compiendo razzie e ucciden-
do centinaia di civili, fin quando non sono stati costretti ad arrendersi dalle pattu-
glie di confine 5. Il 13 aprile scorso, poi, le forze ribelli e i janjawid hanno attaccato
la capitale N’djamena, in piena violazione dell’accordo di Tripoli. Come risposta a
questi attacchi, il presidente Déby ha interrotto le relazioni diplomatiche con il go-
verno di Khartum, espellendo i suoi diplomatici e minacciando di cacciare i 200
mila rifugiati provenienti dal Dårfûr. Il governo del Ciad ha ripetutamente accusato
il presidente al-Bašør di essere il vero responsabile degli attacchi dei janjawid, di
armare i gruppi ribelli ciadiani e di aver recentemente ordito un colpo di Stato
contro lo stesso Déby. Oltre a ciò il ministro del Petrolio ciadiano Maõmat Õasan
Nasser ha dichiarato all’Associated Press che se la comunità internazionale non
fosse intervenuta il Ciad avrebbe chiuso i suoi oleodotti. Questo paese infatti, pur
non possedendo riserve importanti, tuttavia, già dagli anni Settanta ospita sul suo
territorio le compagnie ExxonMobil, Petronas e Chevron, gestori dell’oleodotto
Ciad-Camerun 6.
Le accuse mosse ad al-Bašør circa la sua collusione con i janjawid non sono
infondate, poiché la loro nascita è strettamente legata alla composizione etnica
dell’esercito sudanese, ambiente da cui l’attuale presidente proviene. Sebbene l’e-
sercito sia composto al 60-65% da nuba del Kordofan e da coscritti del Dårfûr, può
contare anche su numerose truppe del Sud del paese, per lo più composte da
dinka. Dal momento che queste truppe sono considerate inaffidabili, il governo al-
Bašør ha dovuto cercare un’altra forza militare, motivata dall’odio verso le popola-
zioni locali, con cui controllare gli scontri in Dårfûr e garantire alle compagnie pe-

5. HRW Backgrounders, Darfur Bleeds: Recent Cross-Border Violence in Chad, hrw.org/backgroun-


der/africa/chad0206/
6. Queste, stando alla Banca mondiale, tra l’ottobre 2003 e il dicembre 2005, hanno esportato dal Ciad
133 milioni di barili, senza però pagare al governo i giusti diritti. Vedi: «Chad accuses Sudan of instiga-
ting coup attempt», Sudan Tribune, 14/4/2006, www.sudantribune.com; Les Neuhaus, «Chad Threa-
tens to Cut Off Oil Pipeline», Associated Press, 15/4/2006, www.ap.org; «Chad threatens to halt oil ex-
port», Aljazeera.Net, 15/4/2006, aljazeera.net; MBendi, «Chad – Oil And Gas Industry: Exploration &
168 Production», www.mbendi.com
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L’AFRICA A COLORI

trolifere straniere la sicurezza necessaria per compiere i rilievi e avviare il processo


d’estrazione.

3. In risposta a questa politica di ricomposizione etnica dal febbraio del 2003 i


ribelli del Dårfûr si sono organizzati in due movimenti politici armati, internazio-
nalmente noti come Sudan Liberation Army/Movement (Sla/M) e Justice and Equa-
lity Movement (Jem).
Lo Sla/M è composto principalmente da elementi fur e zaôåwa, oltre a piccole
rappresentanze di elementi masalit, daju e di altri gruppi. Le origini del gruppo
possono essere tracciate nelle milizie di autodifesa create dai fur alla fine degli an-
ni Ottanta, quando un avvocato fur, ‘Abd al-Wåõid Muõammad al-Nûr, creò il pri-
mo nucleo di quello che sarebbe divenuto il Darfur Liberation Front (Dfl, al-Ãabha
al-Tahrør al-Dårfûr), rinominato, il 14 marzo 2003, Sudan Liberation Army (Sla, Al-
Ãayš al-Tahrør al-Sûdån). Nel 2002 il gruppo ribelle, appoggiato dall’Eritrea, at-
taccò una stazione di polizia vicino al confine eritreo, uscendo così allo scoperto.
Minni Arkou Minnawi, capo del movimento, sostiene che questo non ha una natu-
ra separatista, ma si batte per l’aiuto alle popolazioni colpite dalle carestie e dalla
guerra, per lo sviluppo, il riconoscimento politico del Dårfûr e l’avvio di una mis-
sione di peacekeeping internazionale. Il movimento sostiene un approccio nazio-
nalista secondo il quale le regioni remote del Sudan dovrebbero ricevere la stessa
attenzione del corridoio del Nilo. Come gran parte dei gruppi armati coinvolti ne-
gli scontri, lo Sla si sostiene a spese dei civili, muovendosi su automezzi veloci ar-
mati con mitragliatrici, su modello di quelli usati dalla guerriglia tuareg in Mali e in
Niger negli anni Novanta. Le armi vengono generalmente fornite dalle comunità
fur degli Stati del Golfo Persico e delle altre parti del paese. Nel febbraio del 2004
lo Sla entrò a far parte della National Democratic Alliance (Nda), formata da gruppi
del Sudan meridionale (Spla) e da vari partiti d’opposizione del Nord, organizzati
nel Beja Congress, un gruppo militante con una lunga tradizione di lotta armata
nella seconda guerra civile. Con quest’ultimo, nel febbraio del 2004, ha firmato un
accordo di cooperazione per porre fine alla mancata rappresentanza dei non arabi
nel governo del paese. Khartum ha in seguito accusato il governo di Asmara di so-
stenere i ribelli.
Il Justice and Equality Movement (Jem) si è formato nel 2003 come fazione
interna allo Sla/M ed è guidato dal dottor Œaløl Ibråhøm Muõammad, seguace di
Õasan al-Turåbø. Il movimento ha una connotazione fortemente islamica, e sem-
bra che lo stesso al-Turåbø finanzi il movimento. Tuttavia alcuni dei ribelli cattura-
ti dalle truppe governative sono stati trovati in possesso di armi e documenti cia-
diani. Il Jem, formato in larga parte da zaôåwa, ha le sue basi in Ciad e qui trova
le sue reclute, spesso fallata e masalit dei campi profughi. Da qui, il 25 aprile
2003, i gruppi ribelli attaccarono l’aeroporto militare di al-Fåšir, capitale del
Dårfûr settentrionale, compiendo diverse incursioni contro le installazioni militari
sudanesi nel Dårfûr meridionale (Nyala), dove sono presenti alcuni siti d’estrazio-
ne gestiti dalla compagnia di Stato cinese China National Petroleum Company 169
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(Cnpc). Il legame di al-Turåbø con il Jem è fondamentale per comprendere l’atteg-


giamento del governo verso i ribelli. Al-Turåbø è stato ed è tuttora una delle mas-
sime autorità spirituali della confraternita mistica della Mahdiyya/Ansariyya 7. Co-
gnato di al-Mahdø 8, negli anni 1964-69 al-Turåbø fu alla guida dello Islamic Char-
ter Front (Icf), ramo sudanese dei Fratelli musulmani egiziani (al-Iœwån al-
Muslimûn) e nel 1983, durante la presidenza Numayrø, portò come ricordato al-
l’introduzione della šarø‘a, oltre a suggerire la condanna a morte del politico isla-
mico moderato Maõmûd Muõammad ¡aha (1909-1985), uno degli artefici dell’in-
dipendenza del paese e da sempre ostile a Numayrø e al suo regime (1969-1983).
Nel 1988 al-Turåbø partecipò al governo di al-Mahdø in qualità di vice primo mini-
stro e ministro degli Esteri. Nell’aprile del 1991 la rigida interpretazione del Cora-
no e l’enfasi posta da al-Turåbø sullo hudûd, il codice penale tradizionale islami-
co, portarono alla proibizione, per i civili del Dårfûr, di portare armi, in cambio di
un risarcimento. Questo provvedimento servì da pretesto ad al-Turåbø e ad al-
Bašør per avviare, tra il 1991 ed il 1992, delle campagne di «pacificazione» nella re-
gione dei Monti Nuba (Kordofan), nel Baõr al-Ôazål e nel Dårfûr. Ufficialmente
gli interventi avevano lo scopo, stando alle parole dell’allora governatore del
Dårfûr al-Tayyib Ibråhøm Muõammad Œayr, di spazzare via i ribelli dal Baõr al-
Ôazål. In realtà venne portato avanti un vero e proprio jihåd tanto contro i cristia-
ni (nel caso del Kordofan) quanto contro i musulmani eterodossi, quali ad esem-
pio i beja, appartenenti per lo più a confraternite rivali alla Mahdiyya (ad esempio
la Tiãåniyya, diffusa nel Baõr al-Ôazål).
A questo già grave scontro socio-culturale ed economico, nel 1991 si aggiunse
l’arrivo in Sudan di Osama bin Laden, partito dall’Arabia Saudita a causa della pre-
senza delle truppe statunitensi impegnate nell’operazione Desert Storm in Kuwait.
Al-Turåbø invitò personalmente bin Laden in Sudan in occasione della Conferenza
popolare araba e islamica, tenutasi a Khartum tra il 25 ed il 28 aprile 1991, che
coinvolse gruppi quali Õamås, Õizbullåh, Jihåd egiziana e Gia 9.
Il 12 gennaio 1994 al-Bašør, da poco eletto presidente (16 ottobre 1993), per
circoscrivere gli scontri e gestire meglio le risorse petrolifere ridisegnò i confini in-
terni del Dårfûr, creando le attuali tre regioni del Dårfûr settentrionale, meridionale
e occidentale. E per rendere più efficace la sua azione di governo sciolse il Ccr, di-
venendo così capo dell’esecutivo e capo del legislativo.
La rivalità tra i vari gruppi andò tuttavia acuendosi, specie dopo la rielezione
plebiscitaria (98%) di al-Bašør nel 1996 e la nomina di al-Turåbø a portavoce della

7. Fondata nel 1881 dal Mahdø, da allora è la grande rivale dell’altra grande confraternita del Sudan, la
Œatmiyya. Fondata nel 1824 nella regione della Šayqiyya (Dongola) dal mistico Muõammad ‘Utmån
al-Mørôanø (1793/4-1852, già appartenente alla Idrøsiyya), oggi è guidata da Sayyid Muõammad
‘Utmån al-Mørôanø, capo del Democratic Unionist Party (Dup).
8. D.H. JOHNSON, The Root Causes of Sudan’s Civil Wars (African Issues), Bloomington, Indiana Uni-
versity Press, 2003, p.17.
9. National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, The Foundation of the New Ter-
rorism, 2.3 The Rise of Bin Ladin and Al Qaeda (1988-1992), www.9-11commission.gov/re-
170 port/911Report_Ch2.htm.
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L’AFRICA A COLORI

nuova Assemblea nazionale, carica seconda solo alla presidenza. Forte di questa
sua posizione, al-Turåbø introdusse una nuova legislazione, per la quale l’Assem-
blea nazionale limitava i poteri del presidente, riservandosi di rimuoverlo in caso
di necessità. Tra l’ottobre 1996 ed il dicembre 1997, in seguito agli scontri tra com-
battenti arabi provenienti dal Ciad e nomadi masalit, il presidente al-Bašør dichiarò
lo stato d’emergenza nel Dårfûr occidentale, esteso poco dopo a tutte e tre le pro-
vince della regione e allo Stato del Kordofan settentrionale. Il governo ciadiano,
dopo aver allestito alcuni campi profughi, cominciò ad accusare Khartum di essere
la vera causa della fuga dei civili sudanesi in Ciad. Lo stesso al-Bašør dichiarò a sua
volta che gli scontri in corso nel Dårfûr occidentale erano in realtà fomentati da
non ben definiti «nemici della nazione», al fine di distogliere l’opinione pubblica in-
ternazionale dalla guerra contro i ribelli dello Spla/M nel Baõr al-Ôazål.
Tra questi «nemici» vi era al-Turåbø, e in risposta alla sua condotta, nel dicem-
bre 1999 al-Bašør proclamò lo stato d’emergenza nazionale, sospese la costituzio-
ne, sciolse l’Assemblea nazionale e nel 2000 lo rimosse dalle sue cariche costitu-
zionali e politiche, epurandone i sostenitori.
Il Nif si scisse quindi in due diversi partiti, il National Congress Party (Ncp,
Õizb al-Mû’tamar al-Watanø), guidato dal presidente, e il Popular Congress Party
(Pcp, Õizb al-Mû’tamar al-Ša‘abø). L’anno successivo il leader sudanese fece arre-
stare al-Turåbø, accusato di avere avviato negoziati segreti con lo Spla/M senza
l’approvazione del governo, eliminando così il suo unico rivale per la presidenza.

4. Tra il 1998 ed il 2001 al-Bašør dovette affrontare numerosi problemi interni.


Al-Qå‘ida, dopo l’espulsione di bin Laden dal Sudan nel 1996, continuava ad ope-
rare nel Dårfûr e nel Baõr al-Ôazål, anche se su scala ridotta. L’attentato all’amba-
sciata statunitense a Nairobi, attribuito ad una cellula di al-Qå‘ida, nel 1998 portò al
bombardamento della fabbrica di medicinali di al-Šifa, dove si pensava venissero
prodotte armi chimiche per l’organizzazione di bin Laden. Dopo l’11 settembre
2001, al-Bašør, pur condannando gli attentati ed esprimendo la sua solidarietà agli
Stati Uniti, non potè nascondere a lungo la guerra civile nel Sud del paese e gli
scontri tribali in corso in Dårfûr, acuitisi enormemente dal 2002.
A partire dalla fine di quell’anno e per i due anni successivi, al-Bašør iniziò le
trattative di pace con i gruppi ribelli del Sudan meridionale e, approfittando anche
delle loro divisioni interne, si accordò con loro per un’autonomia amministrativa
della durata di sei anni.
Il 10 dicembre 2003, a causa dell’acuirsi della crisi umanitaria in Dårfûr, l’Onu
e l’Unione Africana riuscirono ad organizzare una conferenza di pace tra il gover-
no sudanese e i ribelli dello Sla nella città di Abéché, nel Ciad orientale. Gli scontri
e le violenze contro i civili tuttavia non si arrestarono e il 25 maggio 2004 il Consi-
glio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò il Sudan per le gravi violazioni dei
diritti umani e delle leggi internazionali perpetrate in Dårfûr, intimando al governo
di Khartum di impedire ai janjawid di compiere violenze contro i civili. Il 26 mag-
gio governo e ribelli si incontrarono a Naivasha, in Kenya, stabilendo un accordo 171
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PERCHÉ SI MUORE IN DĀRFŪR

composto da tre protocolli chiave, per cui il governo si impegnava a condividere i


proventi delle ricchezze naturali (acqua e petrolio) nelle regioni di Abyei, dei mon-
ti Nuba e del Nilo Azzurro meridionale.
Nel luglio del 2004 gli stessi Colin Powell e Kofi Annan si recarono in Sudan
per incontrare il presidente al-Bašør, minacciando non meglio precisate azioni da
parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu qualora il governo di Khartum non aves-
se posto fine alle violenze delle milizie. Dopo la visita del segretario generale, il
presidente al-Bašør annunciò l’immediato disarmo dei janjawid e di tutti gli altri
gruppi combattenti del Dårfûr, promettendo di riaprire i confini alla organizzazioni
umanitarie. Il governo e i ribelli si incontrarono di nuovo il 15 luglio 2004 ad Addis
Abeba, ma gli scontri continuarono. Il 30 luglio il Consiglio di Sicurezza propose la
risoluzione 1556, con cui si intimava a Khartum di disarmare i janjawid entro un
mese e si imponeva l’embargo sulle armi a tutte le milizie presenti in Dårfûr. Russia
e Cina tuttavia opposero il loro veto e la stessa Lega Araba propose al Consiglio di
sicurezza una «soluzione africana» alla crisi, cosa che venne discussa in quei giorni
in Ghana.
Dato il protrarsi degli scontri, l’Onu approvò nuove sanzioni sull’esportazione
di petrolio codificate nella risoluzione 1564 del 13 settembre 2004, con la quale ve-
niva creata una Commissione d’inchiesta internazionale sul Dårfûr e incrementato
a 4.500 il numero degli uomini della forza di pace dell’Unione Africana. Il 19 no-
vembre 2004 governo e ribelli firmarono un impegno a far cessare le ostilità entro
un anno, ma il giorno successivo l’esercito sudanese e i miliziani janjawid attacca-
rono il campo rifugiati di Gør, vicino Niyålå, in presenza di numerosi osservatori in-
ternazionali e di alcuni giornalisti. Nei giorni successivi venne bombardata la città
di ¡awøla 10. Il 25 gennaio 2005 la commissione d’inchiesta internazionale sul
Dårfûr dichiarò che, nonostante il governo di Khartum e le milizie janjawid fosse-
ro responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, tuttavia non era stata condotta
una politica di genocidio. Il 29 marzo il Consiglio di Sicurezza approvò la risolu-
zione 1591, con la quale si rafforzava l’embargo sulle armi e sulla vendita di petro-
lio. Alcuni alti funzionari del governo sudanese e lo stesso presidente vennero rite-
nuti responsabili di crimini di guerra.
Con le Nazioni Unite bloccate e la sola Unione Africana a gestire la crisi, gli
scontri sono proseguiti per tutto il 2005. John Garang, dopo esser stato nominato
vicepresidente della repubblica l’8 luglio 2005, è morto in circostanze sospette tre
settimane dopo, sembra abbattuto dalla stessa contraerea sudanese. Nel settembre
2005 ad Abuja, in Nigeria, il Jem e lo Sla iniziarono delle trattative con il governo
per la cessazione delle ostilità, ma il movimento di Minnawi e le truppe governati-

10. A metà luglio del 2004 Human Rights Watch ottenne le copie di alcuni documenti del governo su-
danese che descrivevano una politica ufficiale di sostegno alle milizie janjawid. Vedi: Darfur Docu-
ments Confirm Government Policy of Militia Support. A Human Rights Watch Briefing Paper, July
20, 2004 hrw.org/english/docs/2004/07/19/darfur9096.htm; Emily Wax, «After Accord, Sudan Camp
Raided. Shelters Reportedly Destroyed and Residents», Washington Post, 10/11/2004, www.washing-
tonpost.com; Emily Wax, «Violence Fractures Cease-Fire In Sudan. Darfur Town Bombed Following
172 Rebel Attacks», Washington Post, 24/11/2004, www.washingtonpost.com
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L’AFRICA A COLORI

ve vennero accusate dagli uomini della forza di pace dell’Unione Africana di ripe-
tute violazioni del cessate il fuoco. Le trattative sono poi riprese il 21 novembre
ma, come ricordato all’inizio, il 18 dicembre 2005 l’Rdl e lo Scud, appoggiati dai
janjawid, hanno attaccato le truppe ciadiane nei pressi della città di Adré.
Il 23 febbraio 2006 gli Stati Uniti hanno iniziato il loro mese di presidenza del
Consiglio di sicurezza, facendo approvare l’avvio di una missione di pace delle Na-
zioni Unite in Dårfûr. Secondo i piani dovrebbero essere inviati tra i 12 mila e i 20
mila uomini, da affiancarsi ai 7 mila dell’Unione Africana già presenti.

5. L’invio di questo contingente internazionale non dovrebbe essere in grado


di impedire alla Cina di continuare indisturbata la sua politica petrolifera in Dårfûr
e nel Sudan meridionale. Negli ultimi due anni il governo di Pechino è divenuto il
principale investitore nell’industria petrolifera del Sudan e nei progetti di sviluppo
di trasporti e infrastrutture a questa legati. Nel giugno 2003 il consorzio cinese
Ccmd (formato dalla China International Water & Electric Corporation and Si-
nohydro Corporation, già China National Water Resources and Hydropower En-
gineering Corporation), la Alstom, la Lahmeyer International e la Abb firmarono
con il governo sudanese un contratto di 650 milioni di dollari per la costruzione di
una diga sul Nilo. Tra i finanziatori, oltre alla Export-Import Bank of China, vi sono
diversi fondi per lo sviluppo di paesi del Golfo. I lavori per la diga di
Hamadab/Merowe sono iniziati a gennaio del 2005 e dovrebbero finire tra due an-
ni. Situata 350 km a nord di Khartum, la diga dovrebbe produrre 1.250 Mw d’elet-
tricità e fornire acqua per l’agricoltura della regione di Dongola. Nonostante vi sia-
no stati di recente scontri tra i locali e le persone coinvolte nella costruzione, e lo
International Rivers Network (Irn) statunitense abbia espresso delle perplessità cir-
ca l’impatto ambientale, il progetto è in fase di completamento.
La Cina ottiene dal Sudan il 6,9% delle sue importazioni totali di petrolio e nei
passati sei anni, ha realizzato diversi impianti petroliferi, un oleodotto di 1.512 km,
una raffineria e un porto. La Cina è stata in grado di realizzare questi suoi progetti
grazie all’uscita di scena delle compagnie statunitensi accusate dall’opinione pub-
blica internazionale di essere direttamente coinvolte nelle violenze legate alla
guerra civile. Il Sudan rappresenta il tipico caso di come la Cina entri in Africa con
quello che gli analisti statunitensi chiamano un «pacchetto completo»: denaro, co-
noscenze tecniche e una grande influenza in istituzioni quali il Consiglio di sicu-
rezza, per proteggere il paese ospite da eventuali sanzioni internazionali 11.
La China National Petroleum Corporation, attraverso la partner Petronas, è
presente anche in Ciad, insieme alla Chevron e alla ExxonMobil. La Cina è riuscita
ad evitare che il Consiglio di sicurezza applicasse sanzioni troppo dure verso il Su-
11. Il 3 aprile scorso sono partiti da Pechino 25 membri dell’Esercito di liberazione del popolo, co-
mando di Jinan, facenti parte della missione di peacekeeping diretta in Dårfûr, approvata il 24 marzo
scorso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A questi sono seguiti da poco altri 435 elementi. La missio-
ne è stata caldeggiata dal presidente di turno (aprile 2006) del Consiglio di Sicurezza, il cinese Wang
Guangy. «UN Security Council says Darfur peace deal must occur by April 30», Sudan Tribune,
12/4/2006, www.sudantribune.com 173
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PERCHÉ SI MUORE IN DĀRFŪR

dan o altre misure preventive relative ai crimini contro l’umanità perpetrati in


Dårfûr, come nel caso della risoluzione 1564 circa l’embargo sulle esportazioni di
petrolio, a cui inizialmente si oppose l’allora ambasciatore Wang Guangy, addu-
cendo il pretesto dei massacri di civili, per poi astenersi 12.
Il 10 aprile il ministro sudanese per l’Energia ‘Awwåd Aõmad al-Ãåz e il presi-
dente del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit, vicepresidente della Repubblica, hanno
inaugurato un nuovo oledotto che corre per 1.500 km tra il bacino di Melut e Port
Sudan. L’oleodotto è stato realizzato dalla Petrodar, nata dalla collaborazione tra la
Cnpc e la malese Petronas con piccole quote della cinese Sinopec. Per il governo
questo nuovo oleodotto incrementerà la produzione a 500 mila barili al giorno. Gli
analisti ritengono che questa cifra rappresenti solo il 15% dell’intera produzione
che il Sudan è in grado di fornire. Il governo autonomo del Sud, guidato dopo la
morte di Garang da Mayardit, teme tuttavia di non ricavarne alcun provento. Le
aree di Abyei e dell’Alto Nilo, infatti, non sono ben definite dal Comprehensive
Peace Agreement del 2005, e sono ancora oggetto di incursioni dei janjawid con-
tro lo Spla/M13.
Lo sfruttamento delle risorse petrolifere del Dårfûr meridionale e del Sudan in
generale sono solo la parte più visibile della politica africana della Cina, che va
dallo sviluppo di progetti agricoli allo sfruttamento delle miniere. È quindi impro-
babile che l’attuale guerra tra Sudan e Ciad possa essere risolta senza il contributo
della Cina stessa, per quanto sotto l’ombrello Onu.

12. CH. IGIRI, P.N. LYMAN, Giving Meaning to «Never Again»: Seeking an Effective Response to the Dar-
fur Crisis and Beyond, Council on Foreign Relations Special Report, n. 5, September 2004, pp. 15-17.
174 13. «Sudan’s Kiir to inaugurate pumping of oil from blocks 3, 7», Sudan Tribune, 10/4/2006.