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ESISTE L’ITALIA?

DIPENDE DA NOI

MILANO TERRA DI MEZZO


OVVERO IL TRIONFO
DEL GLOCALISMO di Matteo BOLOCAN GOLDSTEIN

La capitale lombarda è, al contempo, crocevia delle


dinamiche globali e fulcro di potenti interessi locali.
Ma, al pari del Nord Italia, non riesce a ‘fare sistema’.
L’Expo 2015 è un’occasione da non sprecare.

1. I N UN RECENTE INCONTRO MILANESE,


la studiosa Saskia Sassen sottolineava che, se il multilateralismo è rimasto sostan-
zialmente lettera morta nella relazione tra gli Stati-nazione, tale prospettiva ha in-
vece segnato altre dimensioni territoriali e funzionali, come quella rappresentata
dai rapporti attivi nella rete delle città globali. Non intendiamo discutere nel meri-
to le considerazioni della Sassen, ma semplicemente assumere tale immagine
multilaterale come evocativa degli intensi processi di mondializzazione che han-
no investito simultaneamente tutte le componenti territoriali – statuali e locali, ur-
bane e regionali – e come base per avanzare qualche osservazione sui comporta-
menti di Milano, una città storicamente considerata tra le più internazionali nel
panorama italiano.
Non è usuale parlare di geopolitica a proposito di una città, ma è indubbio
che provare a pensare, in tali termini, alle dinamiche di una città partecipe della re-
te urbana mondiale possa avere alcuni vantaggi, a partire dalla consapevolezza
che le «“reti” stanno iniziando a sfidare i “territori” (...) come principio organizzati-
vo della geopolitica globale» e che per comprendere le relazioni di potere nello
spazio è necessario emanciparsi da una nozione di territorialità politica esclusiva-
mente riferita allo Stato nazione, per confrontarsi con ciò che John Agnew indica
come un «regime territoriale misto» 1 nel quale convivono i flussi della rete urbana
mondiale, la regolamentazione territoriale di matrice statuale e la costruzione di
identità sociali e politiche che operano su una varietà di scale geografiche.
Nel contempo, occorre considerare quanto il presunto carattere unitario dei
comportamenti di una città sia tutto da dimostrare. Riferirsi infatti a una realtà ur-
bana, così come a un attore collettivo, è spesso una finzione retorica, anche quan-

1. J. AGNEW, Making political geography, London 2002, Blackwell (ed. ital., Franco Angeli, 2003, 157). 1
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do si tenta – nei migliori dei casi – di avanzare strategie unitarie di sviluppo più o
meno «pianificate». Se questa cautela vale in generale, essa sembra particolarmente
valida nel caso milanese: un contesto, connotato da un accentuato pluralismo isti-
tuzionale e sociale, che presenta problemi di rilievo, a partire da quello riguardan-
te la definizione geografica di ciò che chiamiamo Milano.
Questo tema, a sua volta, rimanda al problema della mancata corrispondenza
tra le dimensioni territoriali e funzionali della città e la sua costretta spazialità am-
ministrativa, per porre rimedio alla quale non sembra affatto credibile l’istituzione
di una città metropolitana definita da confini stabiliti una volta per tutte. Milano, in-
fatti, sembra caratterizzarsi sempre più per la progressiva regionalizzazione delle
sue funzioni e delle sue reti produttive; ma tale processi avvengono in modo assai
segmentato, per circuiti e per distinte piattaforme territoriali di riferimento.
Anche grazie all’evidenza di questi fenomeni, recentemente si è tornati a riflet-
tere sul profilo autentico di una Milano «terra di mezzo». Lo ha fatto la Camera di
commercio in occasione della conferenza economica tenutasi nel febbraio 2005,
avviando «una riflessione sull’Italia del Nord e su Milano (...) intesa non come terri-
torio amministrativo e neppure solo come spazio economico-produttivo delimita-
to, ma come plesso di nodi di reti inserito in un ambito globale» 2.
In questo senso, è dunque opportuno provare a discutere sinteticamente gli
aspetti controversi del cambiamento in corso e dei suoi scenari di sviluppo, assu-
mendo fino in fondo le ambiguità costitutive delle geografie milanesi.

2. Al di là della retorica sulla Milano città europea che ha accompagnato in


modo insistente la transizione terziaria degli anni Ottanta del secolo scorso, soste-
nuta dall’imperativo della competizione urbana e da una vasta e ripetitiva letteratu-
ra sul rango delle città, Milano ha sempre manifestato una originale proiezione in-
ternazionale, fortemente connessa alla dimensione economica e culturale dei traf-
fici commerciali e del fare impresa, così come al riconosciuto prestigio delle sue
istituzioni locali: da quelle musicali a quelle sportive, da quelle sanitarie a quelle
della formazione e della ricerca. Se in questa prospettiva possiamo affermare che
le élite professionali milanesi sono pienamente partecipi di quelle reti cosmopolite
che influenzano le dinamiche dell’innovazione sociale e culturale, tuttavia la città
nel suo insieme mostra una scarsa coscienza internazionale e sembra trascurare
questa immensa risorsa di apertura relazionale che potrebbe segnare in modo si-
gnificativo il profilo del suo sviluppo civile ed economico.
I milanesi, infatti, rimangono sorpresi ogniqualvolta studi e ricerche interna-
zionali, osservando la città dall’esterno, la rappresentano attivamente inserita nel
reticolo urbano mondiale, o ne rimarcano il profilo di regione urbana economica-
mente e territorialmente differenziata. È successo di recente, sia in occasione della

2. P. BASSETTI, «Introduzione», in M. MAGATTI ET AL., Milano, nodo della rete globale. Un itinerario di
analisi e proposte, Milano 2005, Bruno Mondadori. Per gli sviluppi di questo lavoro di analisi e di di-
battito culturale si rinvia ai primi numeri della rivista Dialoghi internazionali – Le città nel mondo, di-
2 retta da M. Magatti e G. Sapelli.
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territorial review predisposta dall’Ocse nel 2006 3, sia per il clamore suscitato dai
risultati degli studi del geografo inglese Peter Taylor.
In ragione di una sistematica osservazione analitica dei comportamenti del
world city network, Peter Taylor e il suo gruppo di ricerca 4 hanno tentato di mi-
surare il grado di connettività urbana in ragione dei reticoli di relazioni emergenti
dalla imprese attive nei servizi avanzati (agenzie di pubblicità, società di consu-
lenza, studi legali internazionali, società assicurative, istituti di credito e finanziari
eccetera). Diversamente dalle tante classifiche condotte negli ultimi trenta anni
sulla gerarchia urbana mondiale, prevalentemente statiche, ora l’accento viene
posto su aspetti relativi alle dinamiche: il fare rete di una città diventa una capabi-
lity decisiva.
Tali indagini conducono a una importante valutazione della posizione di Mila-
no. L’indice globale di connessione, calcolato per le 123 principali città mondiali
pone Milano all’ottavo posto dopo Londra, New York, Hong Kong, Parigi, Tokyo,
3. Territorial review fortemente voluta dall’amministrazione provinciale di Milano e presentata al co-
spetto delle principali cariche istituzionali – nazionali e locali – nel convegno «Milano globale. Com-
petere e fare sistema», tenutosi a palazzo Isimbardi il 27 novembre 2006.
4. P.J. TAYLOR, World city network: a global urban analysis, London 2003. Per gli sviluppi di questo
approccio si veda il sito www.lboro.ac.uk/gawc/. Per la discussione sul caso milanese, cfr. C. CIBORRA,
L. SENN, in M. MAGATTI et al., op. cit. e S. MARIOTTI, «Globalizzazione e città: le lepri del capitalismo»,
Stato e mercato, 1, 2007. 3
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MILANO E LE SUE PORTE


I processi che riconduciamo al termine «globalizzazione» sono segnati da potenti re-
toriche: tra queste, quella che vorrebbe tale pervasiva dimensione annientare ogni
prospettiva geografica e affermare in questo modo una progressiva despazializzazio-
ne dei processi sempre più alimentati da nodi, reti e flussi privi di consistenza mate-
riale. Di fronte a tali letture, l’esperienza decennale dell’associazione Globus et Lo-
cus, voluta e diretta da Piero Bassetti, si distingue nell’avanzare lungo una prospetti-
va glocale nell’intento di capire e intercettare i flussi, riproducendo e valorizzando i
luoghi (www.globusetlocus.org). A partire dall’esperienza del volume collettivo Mi-
lano nodo di una rete globale (2005), nel quale Bassetti rifletteva sul «problema cen-
trale della carenza di racconti e di misurazioni sulla piattaforma-Milano, sul “giaci-
mento” su cui essa poggia e sul sistema delle reti in e out che lo alimenta», nasce e si
sviluppa il progetto di ricerca Milano globale e le sue porte, coordinato da Paolo Pe-
rulli e i cui primi risultati sono consultabili sul sito della Camera di Commercio di Mi-
lano che ha sostenuto e finanziato l’indagine (www.mi.camcom.it).
La ricerca pone al centro i flussi a partire dall’analisi di sei porte-funzioni significative
per Milano, indagate da altrettanti studiosi: la porta logistica (Fabrizio Dallari, Uni-
versità C. Cattaneo Liuc), la porta fieristica (Enrica Baccini, Fondazione Fiera Mila-
no), la porta aeroportuale (Roberto Zucchetti, Gruppo Clas – Università Bocconi), la
porta universitaria (Gabriele Ballarino, Università degli Studi di Milano), quella della
ricerca e dell’innovazione (Angela Airoldi, Certet, Università Bocconi) e, da ultimo,
quella del design (Mino Politi, ad Federmobili, Centro studi industria del legno). Co-
me spiega Paolo Perulli presentando il lavoro sulle pagine della rivista Dialoghi in-
ternazionali. Le città nel mondo (vol. 6, 2007) la ricerca ha preso le mosse dalla ne-
cessità di elaborare nuovi misuratori di Milano globale (indici di connettività e di po-
sizionalità della città nella rete urbana mondiale) e il lavoro si è rivolto a «individua-
re, rappresentare e iniziare a misurare i flussi alimentati da alcune grandi funzioni
dell’economia di Milano, non ancora adeguatamente studiati». E sono proprio i flussi
di persone, imprese, merci e servizi, informazione e conoscenza a caratterizzare le
dinamiche dei sei «sistemi funzionali di accesso, transito e uscita a/da Milano» al cen-
tro dell’indagine; essi mostrano significativamente le «geografie variabili» di Milano,
sia quelle più territorializzate, nell’ambito della regione urbana milanese e del Nord
Italia, sia quelle che mostrano, invece, spazialità reticolari alle varie scale.

Singapore e Chicago (ma prima di Los Angeles e Madrid). Milano risulta di connet-
tività elevata nei settori del credito e finanza, pubblicità, assicurazioni e studi legali;
di connettività molto elevata nel settore della consulenza. Nel cosiddetto potere di
rete, cioè la capacità di attrarre attività di servizio, essa scende a livelli medi; risa-
lendo invece la classifica quando si misura il livello della gateway city, cioè il luo-
go in cui «bisogna esserci».
L’analisi a là Taylor si inserisce in una corrente di riflessione che, ormai da al-
cuni anni, pone al centro l’idea che siano le città piuttosto che gli Stati a fare svi-
luppo economico, interagendo tra loro nello scacchiere globale in quanto sono se-
de di quelle attività qualificate di servizio che garantiscono gli scambi e – più in ge-
4 nerale – il coordinamento dell’attività economica del capitalismo mondiale. Ai la-
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vori pionieristici di Peter Hall negli anni Sessanta (il testo The world cities è del
1966), in cui Milano veniva già considerata una «città abbastanza particolare», se-
guono, durante gli anni Ottanta, le ricerche che legano strutturalmente i fenomeni
urbani a quelli della ristrutturazione economica mondiale.
Dobbiamo ad un autore come John Friedmann la precisazione di un’ipotesi
interpretativa che inaugurerà un vasto insieme di ricerche internazionali e segnerà
una decisa ripresa degli studi urbani nella spiegazione dei fenomeni connessi a
quello che diverrà, di lì a poco, il tema pervasivo della globalizzazione 5. Indicati-
va, a questo proposito, l’Esposizione internazionale della XVII Triennale di Milano
del 1988, intitolata Le città del mondo e il futuro della metropoli, che tenta di far
luce sulle nuove forme di competizione mondiale determinate dall’emergere di un
«sistema globale di aree di produzione e consumo, organizzate e controllate dal ca-
pitale transnazionale» 6.
Certamente di acqua ne è passata molta sotto i ponti, e quel dominio incontra-
stato del sistema finanziario transnazionale e della ideologia neoliberista 7 mostra
di vacillare sotto i colpi di una crisi economica e istituzionale del capitalismo di
portata storica. Essa segna una discontinuità profonda con la fase che abbiamo alle
spalle e riconfigura in forme imprevedibili le nuove gerarchie e i nuovi rapporti tra
Stati, mercati e territori.
Questo ha per Milano un significato particolare. Se infatti la forza originale
della città risiede nel suo modo di crescere relazionale, nel suo profilo produttivo
non specializzato e in una identità irriducibilmente plurale 8; se la sua traiettoria
più recente mostra dinamismi scomposti, certamente frutto della capacità di co-
gliere nuove opportunità di sviluppo (si pensi alla vicenda dell’Expo) mescolata
con spinte più tradizionali verso una crescita edilizia assai poco selettiva; allora
una città dai tratti tanto peculiari ha di fronte a sé un problema strategico di scale
di riferimento per la sua azione e di connessioni spaziali da sviluppare e mante-
nere nel tempo.

3. Il tema delle proiezioni spaziali di Milano non può essere ridotto a una sem-
plice definizione allargata del campo urbano in termini di dominanza territoriale.
Questo approccio era forse possibile in un’altra fase dello sviluppo della città,
quando i rapporti tra città e campagna, tra centro e periferie, rispondevano preva-
lentemente a logiche polarizzate e a territorialità pressoché fisse. La fase propria-
mente industriale del capitalismo ha per lungo tempo segnato il territorio e la città,
condizionando anche le varie teorie della localizzazione e inibendo così una lettu-
ra più aperta dei processi. Una lettura che, come indicavano anni fa i geografi eco-
nomici Michael Storper e Richard Walker, può combinare in modo fertile una ana-

5. Per una rassegna di posizioni: N. BRENNER, R. KEIL, a cura di, The global cities reader, London 2006.
6. L. MAZZA, «Introduzione», in L. MAZZA (a cura di), Le città del mondo e il futuro delle metropoli,
Esposizione internazionale della XVII Triennale, catalogo, Milano 1988.
7. D. HARVEY, A brief history of neoliberalism, Oxford 2005 (trad. it., il Saggiatore, 2007).
8. Su questi aspetti insistono i contributi di G. SAPELLI e di L. SENN contenuti in M. MAGATTI ET AL., op. cit. 5
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EXPO 2015: SOGNI E INCUBI DI MILANO


Contrariamente a diversi pronostici, il 31 marzo dello scorso anno Milano conse-
gue l’assegnazione dell’Expo 2015 vincendo l’agguerrita competizione della città
turca di Smirne. Il tema scelto è Nutrire il pianeta, energie per la vita. Il sindaco
Letizia Moratti – per prima – può esultare per la scelta compiuta dal Bureau Inter-
national des Expositions di Parigi; perché se è vero che dietro a tale risultato gioca
un fattore insolito per l’Italia – la candidatura di Milano è stata infatti condivisa e
sostenuta in forma bipartisan dal governo Prodi, dai presidenti della Regione Lom-
bardia Roberto Formigoni, e della Provincia Filippo Penati – è pur vero che un ri-
sultato avverso sarebbe crollato addosso alla sola Moratti, senza fare sconti. L’eufo-
ria segna così il clima dei primi giorni di aprile 2008. Ma nei mesi successivi il qua-
dro della situazione muta sensibilmente. L’ampio sostegno politico alla candidatura
internazionale di Milano si è infatti consumato in un gioco di conflitti interno al
centro-destra, riguardante sia il profilo della nuova società di gestione e dei suoi
amministratori, sia la natura e le dimensione delle risorse che sosterranno l’opera-
zione nei prossimi sette – ora sei! – anni. Decisive, nel nuovo contesto, le elezioni
politiche nazionali, con il ritorno di un governo a guida Berlusconi, e il soprag-
giungere di una crisi finanziaria mondiale di proporzioni storiche, con risvolti
drammatici sulla disponibilità della spesa pubblica.
Tuttavia, il mutamento di scenario generale non aggiunge elementi determinanti
nella considerazione di alcune debolezze e ambiguità connaturate allo stile milane-
se di promozione e gestione delle politiche di sviluppo. In questo senso, la vicenda
Expo presenta tratti esemplari:
• il prevalere della dimensione immobiliare e infrastrutturale sulla progettazione
politica e culturale dell’evento. Nella sua storia Milano ha sempre accentuato que-
sto aspetto materiale e immediato nel ricavare benefici dalla crescita, a scapito di
una proiezione progettuale e meditata delle opportunità di sviluppo (questa consa-
pevolezza sembra motivare l’invito del sindaco a non pensare a un grattacielo co-
me simbolo della cittadella dell’Expo, ma a percorrere strade con un diverso impat-
to fisico e simbolico);
• la delicata sovrapposizione di ruoli e interessi in campo. A partire dalla composi-
zione del consiglio di amministrazione e dalla scelta per la presidenza della nuova
società di gestione • che gestirà l’evento con importanti poteri di centrale appal-
tante – ricaduta sull’attuale presidente di Assolombarda, l’associazione di rappre-
sentanza delle imprese milanesi;
• la marcata tendenza della città a pensare l’evento in proprio – un Expo di Milano
– piuttosto che a progettare un Expo dei territori. Ciò si pone in forte tensione con
un tema – l’alimentazione – che dovrebbe facilitare la valorizzazione di risorse e
saperi radicati in una Italia caratterizzata dalle varietà locali (si pensi solo alla rete
dei distretti alimentari e agroindustriali, ai centri della ricerca biotecnologica, alla
rete delle fiere del gusto e degli slow food).
Malgrado tale impronta milanese, l’Expo rimane un’importante occasione per la
città e insieme una sfida politica e gestionale, sia per qualificare la produzione di
beni pubblici essenziali e duraturi per la società locale, sia per consentire una rin-
novata apertura internazionale della città e del paese in grado di smentire ogni ten-
tazione regressiva di protezionismo economico e culturale.
6
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lisi del radicamento territoriale delle produzioni con quella che venne denominata
geographical industrialization, nel senso di un approccio in grado di cogliere la
mappa delle interdipendenze geografiche di un settore o di una filiera produttiva
alle differenti scale 9.
In questa direzione, Milano potrebbe davvero assumere il profilo di quella che
Neil Brenner ha chiamato «un’economia regionale che evolve nel tempo», piuttosto
che quello, più tradizionale, di un’unità urbana comunque delimitata. E qui, dav-
vero, il campo territoriale di riferimento e di articolazione spaziale delle dinamiche
e degli interessi di Milano sembra coincidere con quello dell’intero Nord Italia. Pie-
ro Bassetti ha ripetutamente posto questo tema: quale funzione ha il Nord Italia
nella globalizzazione e, in questa chiave, quale il ruolo del nodo milanese?
Tale questione non ha solo a che fare con la posizione geografica della città,
terra di mezzo collocata sull’asse est-ovest, ponte tra l’Europa dei Quindici e la
nuova configurazione continentale a Ventisette, e su quello nord-sud, che relazio-
na l’Europa con il bacino del Mediterraneo. Ma anche con le dimensioni funzionali
– sociali ed economiche – che caratterizzano il Nord Italia. Una Milano, quindi, al
contempo terminale e punto di transito di flussi materiali e immateriali nel conte-
sto dinamico di una macroregione settentrionale che rappresenta, già oggi, uno
dei principali addensamenti di nodi urbani e funzionali a livello mondiale 10.
Tale immagine è suggestiva. Ma cosa sappiamo noi oggi del Nord e del suo
funzionamento? È possibile una lettura del Nord che si emancipi dal tradizionale
schema dualistico nazionale e si misuri con i processi che investono il capitalismo
contemporaneo nella dimensione mondiale? Queste sono alcune delle domande e
delle sollecitazioni avanzate di recente da Arnaldo Bagnasco, che sottolinea quan-
to i pervasivi processi di globalizzazione vadano di pari passo con fenomeni di re-
gionalizzazione caratterizzati da rimescolamenti profondi nelle forme di organizza-
zione territoriale dell’economia e della società 11.
Questa prospettiva di indagine sposta significativamente il fuoco dell’attenzio-
ne dalle città globali all’emergere di nuove formazioni sociali urbano-regionali, va-
riamente denominate mega-city region nell’ambito degli studi urbani, o global
city-region in quello della geografia economica 12. Proprio dall’ambito del nuovo
regionalismo economico 13 Arnaldo Bagnasco attinge la definizione di city-region
come «amalgama territoriale di economia e società in cerca di rappresentanza poli-
tica», avanzata da Allen Scott, per delineare un’ipotesi di lavoro proprio per il con-
9. M. STORPER, R. WALKER, The capitalist imperative. Territory, technology and industrial growth,
Oxford 1989, Basil Blackwell.
10. Per un raccolta sistematica dei contributi di Piero Bassetti negli ultimi anni, si veda Dieci anni di
idee e pratiche 1998-2008, Lugano-Milano 2008, Globus et Locus.
11. A. BAGNASCO, «L’organizzazione dei sistemi locali in un mondo di reti: distretti e città come attori
strategici», Atti dei convegni lincei, 203, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2004.
12. P. HALL, K. PAIN, a cura di, The polycentric metropolis. Learning from mega-city regions in Europe,
London 2006, Earthscan Publications; A.J. SCOTT, a cura di, Global city-regions. Trends, theory, policy,
Oxford 2001, Oxford University Press.
13. M. STORPER, The regional world. Territorial development in a global economy, New York 1997, The
Guilford Press; A.J. SCOTT, Regions and the world economy. The coming shape of global production,
competition, and political order, Oxford 1998, Oxford University Press. 7
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testo del Nord Italia. Tali amalgami in evoluzione – ancora privi di una forma stabi-
le – si presentano, infatti, come agglomerati policentrici e multisettoriali di vasta
scala e il loro maggiore o minore grado di strutturazione e integrazione dipende
molto dalla possibilità di sperimentare nuove forme di rappresentanza politica, in-
tesa come capacità di costruzione di una identità riconoscibile e condivisa e di una
comune traiettoria evolutiva di sviluppo.
Una prospettiva, questa, analiticamente fertile e politicamente ardua, come si
evince dall’osservazione quotidiana dei comportamenti e delle dinamiche che ca-
ratterizzano la macro-regione. Malgrado si assista a numerosi tentativi di dialogo e
di cooperazione territoriale su scale differenti: città, regioni, province, distretti pro-
duttivi e sistemi locali faticano ad affermarsi come attori territoriali dello sviluppo.
Da un lato, in quanto scontano il loro carattere di agenti debolmente coesi, non in
grado di dispiegare strategie coerenti nel tempo e dovendo, alla fine, subire una
dimensione della politica ancora intrappolata nella geografia delle partizioni am-
ministrative. Dall’altro, perché soffrono del mancato controllo delle risorse (a parti-
re da quelle finanziarie sottese all’agognato federalismo fiscale) e subiscono la for-
za e l’azione dei singoli attori funzionali che appaiono, oggi, come i veri e propri
decisori strategici. Attori in grado di avanzare efficienti investimenti settoriali che
condizionano le arene decisionali, di intercettare flussi di spesa pubblica e di mi-
nare ogni possibilità di governo delle interdipendenze e delle complementarietà
territoriali. Al riguardo, si pensi solo alle difficoltà ad integrare le società multiuti-
lity, alla competizione interna al settore fieristico-espositivo, alla concorrenza spie-
tata tra aeroporti e nodi logistici, alla proliferazione costosa delle università e delle
piattaforme commerciali.
Non c’è filiera funzionale che, attualmente, mostri comportamenti virtuosi,
non esiste un dossier aperto a Milano – da Malpensa alla Fiera, dall’Expo all’Agen-
zia per l’innovazione – che non parli del Nord e che non rimandi con forza al tema
decisivo: come alimentare convenienze a cooperare in luogo di esasperati com-
portamenti «privatistici» dei principali attori dello sviluppo.

4. Nonostante una decisa tendenza alla semplificazione delle forme del potere
politico – dalla riforma dei nuovi sindaci alla logica del maggioritario, fino alle
pressioni verso il presidenzialismo e un rapporto diretto tra leader politici e con-
senso – da anni assistiamo al proliferare policentrico dei poteri e alla moltiplicazio-
ne delle sedi e degli ambiti che connotano le relazioni tra politica, società e territo-
ri. Questo si evidenzia, in particolare nei processi decisionali relativi allo sviluppo
territoriale, sempre più caratterizzati da logiche di investimento segmentate, segna-
te dalla determinazione e dalla forza di agenti che pianificano il loro sviluppo in
assenza di un quadro di riferimento complessivo, negoziando di volta in volta le ri-
sorse e le procedure necessarie per corrispondere in modo efficiente ai propri
obiettivi aziendali.
Se osserviamo Milano e le regioni settentrionali da questa prospettiva, dobbia-
8 mo riconoscere che le principali funzioni trainanti l’attuale ciclo di sviluppo urba-
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no e territoriale – si parla enfaticamente di superluoghi – ci restituiscono un’imma-


gine multicentrica delle territorialità in gioco 14. La quale non è solo indicativa delle
scelte localizzative di molti agenti funzionali, ben oltre i confini di ciò che abbiamo
storicamente considerato città, ma sembra il riflesso geografico del pluralismo so-
ciale e istituzionale che caratterizza la società del Nord.
La moltiplicazione di «autonomie funzionali» che autoregolano le proprie
istanze di crescita e imprimono le proprie scelte nello spazio urbano è dunque
uno di quei temi che non può essere liquidato con il semplice rilancio formale del
primato della pianificazione pubblica delle istituzioni locali, rimandando, invece,
ai difficili equilibri tra le forme della rappresentanza territoriale e quelle della rap-
presentanza funzionale e sociale degli interessi 15.
Da questa prospettiva, è necessario riconoscere che il caso milanese esibisce
un tratto forte dell’attuale fase di sviluppo e trasformazione territoriale del capitali-
smo delle reti 16, un tratto che sembra estendersi all’intero contesto delle regioni
settentrionali, laddove è presente una società civile fortemente strutturata e in larga
parte emancipata dalla politica. Esso ci indica che gli effetti spaziali concreti dei va-
ri investimenti non sono solo l’esito delle relazioni decisionali tra la pubblica am-
ministrazione e il campo degli operatori immobiliari (un campo in fase di moder-
nizzazione, ma segnato da assetti oligopolistici e da comportamenti collusivi) ma
sono spesso riconducibili all’azione e alle risorse mobilitate da importanti operato-
ri di reti, la cui autonomia e capacità decisionale sembra oggi esprimere in modo
scomposto nuove geografie urbane ed economiche.
Tali agenti, le cui azioni spesso producono importanti effetti di «politica estera»
per le città e per l’intero paese (le «reti lunghe» frequentate dai «padroni dei flussi»,
per dirla con Aldo Bonomi), territorializzano dunque le proprie strategie, nego-
ziando e programmando con i poteri pubblici tradizionali (spesso da una posizio-
ne di forza). Essi abitano il territorio producendo architetture rilevanti che segnano
il paesaggio contemporaneo, costruiscono manufatti e servizi che ospitano i nuovi
comportamenti sociali nello spazio da parte delle molte popolazioni metropolita-
ne, rappresentano poteri reali, non solo in virtù delle molte risorse che sono in
grado di mobilitare ma anche per la politicità dei loro comportamenti. Spesso, le
élite dirigenti di tali organizzazioni sono refrattarie alla politica intesa come dire-
zione dello Stato e come governo pubblico del territorio e, di rimando, sembrano
preferire un’azione in proprio o solo strumentale al reperimento delle risorse pub-
bliche loro necessarie. Ma anche questa propensione non fa che rimarcare il pro-
blema di fondo di una elevata politicizzazione dei comportamenti degli attori fun-
zionali che non fa emergere alcuna chiara direzione evolutiva.

14. M. BOLOCAN GOLDSTEIN, «Città senza confini, territori senza gerarchie», in L’Italia delle città. Tra
malessere e trasfigurazione, Società geografica italiana, Rapporto annuale 2008, a cura di G. DEMAT-
TEIS, Roma 2008.
15. G. SAPELLI, La democrazia trasformata. La rappresentanza tra territorio e funzione: un’analisi
teorico-interpretativa, Milano 2007, Bruno Mondadori.
16. A. BONOMI, «Liberalizzazioni, capitalismo delle reti, territorio», il Mulino, 5, 2006. 9
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Proprio nella difficile composizione tra interessi dei territori e interessi delle
funzioni e nella possibile convergenza tra «politiche estere» e «politiche domesti-
che» degli attori che affollano Milano e l’intera macro-regione settentrionale sem-
bra giocarsi un aspetto decisivo della «questione del Nord» e della sperimentazione
di nuove forme di rappresentanza politica. Su questo terreno di innovazione istitu-
zionale e di sperimentazione di politiche è chiamata a misurarsi la presunzione
egemonica di Milano nelle dinamiche del nuovo regionalismo.

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