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ESISTE L’ITALIA?

DIPENDE DA NOI

È UN CALCIO
MALATO
A UNIRE L’ITALIA di Giovanni ARMILLOTTA

Non è il pallone come sport a legare lo stivale, ma


la combinazione di affari, politica, disagio giovanile
e violenza che lo circondano. Uno spettacolo che deve
continuare, senza mai cambiare (in meglio).

P UOI ESSERE DI DESTRA O DI SINISTRA.


Puoi anche essere non italiano, cioè qui immigrato da poco, o un nostro emigrato
all’estero, però una cosa puoi averla in comune con l’«altro»: la squadra di calcio.
È così: da Campione d’Italia a Lampedusa.
La politica e il calcio sono prossimi a livello d’intercomunicazione, componen-
do la memoria nazionale di ognuno di noi. La prima ha avuto Tangentopoli, la se-
conda Calciopoli e le loro stagioni di processi e vergogne. E poi basta dare un’oc-
chiata ai media per farci persuasi di quanto siano geneticamente necessari al no-
stro essere italiani.
Il calcio, la sua violenza e la politica. Sono questi gli argomenti sui quali di-
scutiamo più frequentemente e volentieri, e sui quali difficilmente è possibile tro-
vare un compromesso. E questo perché chi segue il calcio e chi è interessato alla
politica molto spesso nutre una vera e propria passione verso il proprio club o
partito. Su tante cose si può cambiare idea, i pareri subiscono anche revisioni, ma
quando entriamo in questioni di fede, allora il calcio diventa l’unica cosa vera-
mente seria. Il calcio rispecchia il corso di questo paese, più propenso a soluzioni
sbrigative che non pianificate o di lungo periodo. Ecco perché vi sono entrati cor-
ruzione, poteri forti, clan, economia e frustrazione sociale. La fusione di calcio e
politica ottiene una miscela devastante, in cui si combinano interessi che ne attira-
no sempre di maggiori.
Il tutto è esploso nel campionato 2001-02, quando si aprì per il nostro sport
nazionale il lustrum horribile, ancor peggiore del calcio scommesse che scosse gli
anni Ottanta 1. Sei anni fa, improvvisamente, ciò che era reputato un ambiente sa-

1. Per un resoconto giuridico-penale dettagliatissimo sulle vicende che falsarono lo svolgimento del
campionato di calcio 1979-80, cfr. «Le sentenze della C.A.F. sullo scandalo delle scommesse», Alma-
nacco Illustrato del Calcio, XL, 1981, p. 163. 1
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no, fu devastato da un’ondata di scandali, ripetutisi regolarmente sino al 2006-07 2.


Istituti calcistici ma innanzitutto extrasportivi, sia della giustizia ordinaria che am-
ministrativa, entrarono stabilmente a fare parte della nostra vita quotidiana di tifosi.
Parole e astuzie contabili quali plusvalenze, doping amministrativo, falso in bilan-
cio, diventarono familiari al ragazzo e al pensionato, dal bar all’aula parlamentare.
Nel decadimento dell’avvenimento sportivo, evento trasformatosi in sublimi-
nale fonte di profitto industriale, vi sono una serie di cause preponderanti. Prima
di tutto la trasformazione della figura del presidente in imprenditore, con il suo de-
siderio di trasferire nel calcio le stesse politiche attuate con successo o fallimento
negli altri settori, partendo dall’idea che un grande club può essere gestito e gover-
nato esattamente come la fabbrichetta o la holding. Si adottano flessibili e adegua-
te strategie di management, all’interno delle quali la nozione di prestazione passa
sempre più per quella di risultato immediato e concreto e, al contempo, l’alea del-
la vittoria, o sportività, non sia appannaggio di chi abbia giocato meglio, ma di co-
lui che ha investito di più, per cui non vuol rimetterci. I tifosi, da base del calcio
passano a spettatori televisivi-e-paganti di un film che, nel fine settimana, assume
al massimo i colori diretti di un prato verde per il coraggioso che voglia andare alle
stadio. Lo stesso nuovo modello di partito, importato da oltre Atlantico, mescola i
modi in cui i sostenitori tifano: un insieme di supporter, presenti a livello territoriale,
completamente deideologizzati e a elevato livello di immedesimazione propria 3,
quale alternativa al nulla del politico. Il tifoso ormai è divelto in maniera assoluta
dallo spirito associativo che dovrebbe essere un momento di spensieratezza e alle-
gria, e non visione di questo sport a guisa di violenta esacerbazione. Per cui l’anzi-
detto stato d’animo è piatto e fittizio, in quanto si sono perse a poco a poco le radi-
ci stesse della sua ancestralità.
Giocoforza si sono poste le premesse all’invasione devastante del denaro. Si
partì cambiando la struttura giuridica dei club,portandoli dall’ambito del mero so-
dalizio romantico ed eroico a quello tipico dell’azienda. Fu fatto con la legge 586
del 18 novembre 1996 4 che «sancisce il passaggio del mondo dello sport professio-
nistico a un sistema business oriented» 5. Fu introdotto lo scopo di lucro per i club i
quali si mutano, praticamente, in società per azioni. «La nuova legge, consentendo

2. 2001-02: caso Fiorentina e diritti televisivi; 2002-03: crack Cirio e salvataggio della Lazio, decreto
spalmadebiti, piano Baraldi, caso Catania, decreto salvacalcio, lodo Galliani; 2003-04: false fideiussio-
ni, crack Parmalat, lodo Petrucci, doping amministrativo; 2004-05: stagione dei fallimenti compreso il
Perugia, caso Genoa, caso Reggina; 2005-06: Calciopoli 1 (Moggiopoli): il 14 luglio 2006 Juventus pri-
vata del titolo e declassata all’ultimo posto nonché revocato il titolo 2004-05; scudetto 2005-06 asse-
gnato a tavolino all’Internazionale; ulteriore sentenza il 25 luglio e arbitrato il 27 ottobre, entrambi
sempre del 2006); 2006-07: Calciopoli 2: il 18 giugno 2008 la Juventus ha patteggiato una pena pecu-
niaria, uscendo così da Calciopoli 2, il secondo filone dello scandalo legato alle schede telefoniche
svizzere trovate dopo la prima sentenza (coinvolti numerosi arbitri); la squadra torinese verserà nelle
casse del settore giovanile e scolastico della Figc 300 mila euro, suddivisi in tre rate annuali da 100
mila euro l’una.
3. I. DIAMANTI, «Calcio & Politica», Il Venerdì di Repubblica, 8/7/2005.
4. Essa aiutò pure i club a sistemare i propri bilanci dopo la rivoluzionaria sentenza Bosman.
5. M. BRAGHERO, S. PERFUMO, F. RAVANO, Per sport e per business: è tutto parte del gioco, Milano 1999,
2 Franco Angeli, p. 99.
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la distribuzione degli utili tra gli azionisti, ha aperto una nuova età del calcio, uno
spettacolo pienamente inserito nello show business e affidato a società di capitale
comune, in cerca di profitti» 6. Molti gruppi economici si avvicinarono al mondo
del pallone, trasformandolo in un vero e proprio affare sporco, un meccanismo
creato per consegnare celebrità, quattrini, autorità; oltre all’elemento politico-pro-
pagandistico di alcuni presidenti, poi entrati in parlamento.
Oggi il calcio è iniquo. È uno sport malato, se per sano intendiamo quel mon-
do trascorso ove contavano solo la tecnica, il gioco e l’entusiasmo dei tifosi. È un
corpo contaminato, con un costante bisogno di apporto fisiologico terzo (non im-
porta da parte di chi e come). Nel calcio è presente un atteggiamento crepuscolare
che si riferisce alla «cronica lontananza delle istituzioni, la nota diffidenza nei con-
fronti della politica» 7. Lontananza e diffidenza degli italiani i quali, loro malgrado,
sono accomunati nel paese intero da una sorta di artificiale apatia, alla stessa stre-
gua del fumatore che tira fuori la sigaretta dal pacchetto, accorgendosi di averla fu-
mata solo nel momento in cui butta via la cicca.
Ciò che oggi è spettacolare nel calcio non è più il gioco, ma la violenza da
cui scaturisce, anch’essa parto della storia del nostro paese della quale è un ri-
flesso nazionale.

I primi segnali del marcio


«Il tizio che ha lanciato il petardo si è arrampicato su una cancellata esattamen-
te mezz’ora prima dell’inizio della partita ed è entrato gratis sotto gli occhi di agenti
di polizia che se per caso fossero intervenuti sarebbero stati chiamati fascisti assas-
sini». Non è un uomo di destra che parla, anzi scrive, preso da sacro furore vetero-
istituzionale. È un notissimo giornalista, Gian Paolo Ormezzano. E non l’ha scritto
lunedì 4 febbraio 2007, il primo dopo la morte di Filippo Raciti, ma un altro lunedì:
il 10 febbraio 1975 sulle pagine del quotidiano che allora dirigeva, Tuttosport.
Il giorno prima, a San Siro, nel corso di Milan-Juventus, un rigore alle zebre fe-
ce infuriare i tifosi locali. Petardi e oggetti sul prato di gioco, risse fra opposti soste-
nitori e fuori tafferugli con le forze dell’ordine. Alla fine, un centinaio di feriti, un
arresto e alcuni fermi. I torinesi ebbero la partita vinta a tavolino 2-0 per delibera
del giudice sportivo (Zoff colpito da una pietra), e in seguito vinsero lo scudetto
1974-75 precedendo il Napoli di due punti.
Non era l’esordio di un fenomeno nuovo, ma una contingenza inedita e il
coevo periodo storico-politico ne ampliarono gli echi al sentire di opinione pub-
blica e società civile.
Era la prima volta che alla «Scala del calcio» si svolgevano episodi così gravi.
Inoltre, allora, San Siro era considerato, prima di tutto per la competente sporti-

6. A. PAPA, G. PANICO, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna 2000, il Mulino, p. 424.
7. F. BORDIGNON, L. CECCARINI, «Gli italiani nel pallone», Quaderno speciale di Limes, «La palla non è ro-
tonda», supplemento al n. 3/2005, p. 28. 3
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vità del proprio pubblico, il proscenio di una città alto-borghese e perciò esente
(si pensava) dagli scoppi di rabbia di classe operaia locale e proletariato meridio-
nale immigrato, storicamente condannati alla degradazione nello stesso momento
in cui, alla domenica, il padrone invitava loro alla propria mensa calcistica d’eva-
sione. Invece quel giorno, al simposio, fu pericolosamente minacciata l’incolu-
mità dei commensali.

Origini del tifo organizzato


Gli incidenti meneghini trovarono terreno di coltura in quelle associazioni di
tifo organizzato (Commandos Tigre, Commandos Fossa dei leoni, Settembre rosso-
nero eccetera) il cui riconoscimento era stato favorito, sin ad inizio anni Settanta 8,
dai palazzi del calcio. I tifosi organizzati (agli inizi del 1975 vi erano già oltre due
milioni di iscritti) 9 erano stati voluti dall’establishment quali strumenti di controllo
sociale, ossia la risposta del potere alla richiesta di maggiore partecipazione (e au-
spicata distrazione) delle masse in una cesura nella quale lo sviluppo del terrori-
smo rosso occidentale e la pressione sovietica orientale preoccupavano i governi
democristiani 10 e il Pci che, lo stesso anno, si era messo a riparo sotto l’ombrello
della Nato nel corso dei lavori del XIV Congresso (Roma, 18-23 marzo 1975: ossia
un mese e nove giorni dopo Milan-Juventus).
La ragione, la necessità, la scusa, il pretesto da cui scaturirono tali organizza-
zioni erano molto semplici: lo sviluppo della piccola imprenditoria turistica attra-
verso l’allestimento delle trasferte al seguito dei club; la preparazione di stendardi,
cartelloni, addobbi in stoffa; la sistemazione dei predetti sugli spalti; l’allestimento
del servizio d’ordine; e ulteriori funzioni di gran lunga più interessanti ai fini delle
volontà dirigenziali. Argomenti che iniziarono a mettere a nudo le contraddizioni
che il loro sviluppo comportava per gli stessi tifosi. Il tifo organizzato teneva i con-
tatti con i vertici dei club per la linea che esso doveva adottare sul mercato nei ri-
guardi dei calciatori, oltre a svolgere galà serali in cui prendevano parte ed erano
premiati assi del pallone, tecnici e nomenklature. Tutto ciò aveva il fine di accre-
scere la credibilità partecipativa. E a tale scopo le società tutelavano la mistificante
apparenza consultiva, e al contempo, nei fatti, erano le dirigenze stesse a incanala-
re ipnopedicamente le tifoserie militanti attraverso i mass-media.
Mancava ovviamente l’indirizzo politico, se non in qualche ragione sociale,
come ad esempio le milaniste Brigate rossonere fondate il 19 ottobre 1975 11 (tutto-
8. La Federazione italiana sostenitori squadre calcio fu fondata proprio nel 1970 a Torino, e oggi ha
sede a Milano: alla presidenza Francesco Lotito dell’AS Roma (89.97.230.138/chi_siamo.htm,
27/7/2008).
9. Cfr. i quotidiani sportivi di quei giorni.
10. Nel periodo dei fatti in questione era in carica il governo Aldo Moro IV (Dc-Pri; appoggio esterno
di Psi, Psdi e SVP): 23/11/1974-12/2/1976, con Ugo La Malfa alla vicepresidenza, Luigi Gui all’Interno
e Mariano Rumor agli Esteri.
11. «Il Gruppo Brigate rossonere nasce dalla fusione tra Cava del demonio e ultras, due piccoli gruppi
della curva Sud, e viene subito ripopolato da alcuni ex appartenenti alla Fossa dei leoni, che a quei
4 tempi era situata a metà strada tra il tabellone e la curva Sud. La prima uscita del nostro striscione av-
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ra operanti) ed altri casi. Ed è proprio quest’assenza che alimentava l’apoliticità


conformista del tifoso che tale doveva restare per non arrecare pregiudizio alla
struttura olimpica super partes. Di conseguenza la tentata depoliticizzazione era in
termini di indirect rule (club-associazionismo) favorente l’assimilation (associazio-
nismo-tifoso). Non per nulla le categorie che aderivano maggiormente alla parteci-
pazione organizzata, da un lato s’individuavano nel ceto medio (impiegati e picco-
li commercianti) e dall’altro nel sottoproletariato urbano emarginato. Mentre i pri-
mi per tradizione sono propensi alle blandizie integrazionistiche per la scalata di
classe, i secondi, invece, individuavano nel tifo organizzato una momentanea val-
vola di sfogo per uscire dalla frustrazione del proprio isolamento. È chiaro che en-
trambi i gruppi non si sarebbero mai incontrati in un progetto di contestazione del
sistema, non avendo in comune l’appartenenza alla stessa classe sociale. Non con-
vergendo in un fine unico, assieme davano la propria disponibilità all’attivismo per
la protezione del sistema-calcio e dei suoi valori – aspetto essenziale nella relazio-
ne biunivoca club-sostenitori. La partita era necessario restasse «quell’oasi di svago
e di serenità sterilizzata da ogni contaminazione della lotta di classe» 12.
Ed i fatti di San Siro giunsero a conclusione di una fase, appunto, non serena
per tutto l’apparatčik: invettive reciproche all’interno, critiche nei confronti dei
direttori i gara, eventi parasportivi quali l’affaire del presidente dell’Hellas Verona
Saverio Garonzi, rapito il 29 gennaio e liberato quarantott’ore prima di Milan-Ju-
ventus.
Oltre a tutto ciò si ergeva la singolare evoluzione storico-sociale che iniziò a
sviluppare ciò che viviamo settimanalmente. Però, la nota stonata di tutto quello
che sta accadendo è che pare la polizia intervenisse meno ieri e più oggi. Non si
vuol dire che ieri le masse avevano dei punti di riferimento politici ben chiari, e le
proteste e le lotte erano rivolte alla struttura e non a corpi definiti dello Stato co-
me succede oggi.

Il calcio quale alternativa


Quanto accadde tra gli anni Sessanta e Settanta e soprattutto il successivo
vuoto politico lasciato dagli estremismi parlamentari, verso cui si infrangeva la
protesta giovanile dei ceti non abbienti, e lo sviluppo del terrorismo (caso che
coinvolse una percentuale infinitesimale degli scontenti di destra e sinistra), in-
dussero le masse in toto a non appoggiarsi più alle ideologie, bensì a rivolgere al
calcio una reale istanza di presenza sociale per poi, di là, votare i partiti tradizio-
nali. Era palese, sin da allora, che lo svolgimento del calcio-spettacolo incontrava
le prime contraddizioni che si ponevano nello stretto rapporto con i fatti stessi
che si sarebbero voluti eliminare. La collera e gli attriti originati dalla fabbrica e

viene a Bologna-Milan (1-1, 63’ Vincenzi-M, 74’ Chiodi-M, n.d.r.) il 19 ottobre 1975», cfr. www.brigate-
rossonere.net/storia.html, 27/7/2008.
12. E. BELFORTE, «Lo sport del capitale», Ombre Rosse, n. 9-10, luglio 1975, p. 75. 5
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dalla società ancora di stampo agrario-paternalistico, verso i quali la partita di cal-


cio avrebbe dovuto fungere da scarico da parte di coloro che avevano sfiduciato
ogni riferimento politico.

Risorse e crisi del sistema


Però la suddetta incognita era ben calcolata dagli anticorpi istituzionali. Lo sta-
dio come punto unico di collisione sistemica era sicuramente auspicabile a zone
maggiormente collegate alla struttura, poiché le violenze a sfondo calcistico esclu-
dono vedute di coesione classista. In parole povere si applicava il motto di un illu-
stre medico siculo-altoatesino: «Meglio che 50 mila si massacrino allo stadio che 50
in armi sulle montagne».
Inoltre la passionalità istintiva sulla quale gli scontri da stadio sono fomentati,
allontana dal conscio dello sconvolt i veri motivi – quelli esterni – per cui egli ma-
nifesta scontento in maniera virulenta. D’altronde la leggerezza di traguardi e l’au-
togiustificazione del gesto sono pesanti limitazioni: la protesta contro un rigore ne-
gato o inesistente giammai si trasformerà in rivoluzione. E fu questo punto – l’ina-
nità delle false ragioni – che indusse l’establishment a imporre alla magistratura il
teorema trino della «saracinesca danneggiata».
Mi spiego. Quando la saracinesca (i.e. gli effetti per incidenti nei pressi dei
luoghi sportivi) subiva dei danni per cause calcistiche, in genere i teppisti non sop-
portavano pene, al limite erano richiamati e/o segnalati in/dalla questura. Se l’inci-
dente avveniva per manifestazioni politiche la pena, sia pure mitigata, era applica-
ta. Essa si manifestava appieno solo se fosse/ro il/i singolo/i a commettere l’infra-
zione assumendo la fattispecie di crimine.
Però il motto del ragusano-bolzanino non paga più, in quanto i 50 mila a prin-
cipio anni Novanta – col rivolgimento degli equilibri geopolitici mondiali che ave-
vano presieduto quasi mezzo secolo di vita politica nazionale – sono usciti dagli
stadi prendendosi le città e perciò pregiudicando il potere delle caste calcistica e
politica, che non riescono a controllare il fenomeno. Che cosa è venuto meno?
In un passo di un mirabile saggio di oltre trent’anni fa, Enzo Belforte ci illustra
i freni che presiedevano a quelle che ricordiamo ancora come le-belle-domeniche-
allo-stadio: «L’aspetto più importante, nella pratica, del rapporto fra società calcisti-
che e sostenitori [è] il modo in cui la prima può assicurarsi, senza pericolo e senza
spesa, un’efficace polizia consensuale. Il suo compito è quello di prevenire, repri-
mere in prima istanza ed eventualmente delazionare alla polizia vera tutte le mani-
festazioni di intolleranza sportiva (congressi clandestini, lancio di petardi e oggetti
vari in campo, invasioni eccetera) che potrebbero recar danno economico e mora-
le alla società. La necessità di usare questa milizia volontaria deriva innanzitutto
dal fatto che è sempre preferibile evitare la contrapposizione immediata tra forze
dell’ordine ufficiali e tifosi scontenti. In quelle condizioni psicologiche e ambienta-
li facilmente lo scontro può generalizzarsi e far trasparire la netta contrapposizione
6 di classe fra civili e braccio armato dello Stato. Il membro del servizio d’ordine può
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invece usare verso il tifoso esagitato le categorie della persuasione o dell’esecra-


zione collettiva, dato che si presenta come un suo simile che agisce nell’interesse
della società» 13. Ed è da allora che nacquero gli ultras.

Pseudo/veri tifosi, ultras e hooligan


Spesso si parla di pseudo-tifosi, a cui si oppongono i vero-tifosi. Ma chi sono
i vero-tifosi? Persone agiate, molto eleganti e con nessun problema di come far
quadrare il pranzo con la cena fra le belle pareti di lussuosi appartamenti in ornati
residence. Essi si recano allo stadio, ma se la propria squadra soccombe, al massi-
mo un sorriso deluso e una pacca sulla spalla del vero-tifoso avversario: i due si
sono divertiti.
Ma per chi invece non resta nulla – oltre le umiliazioni, la miseria, l’affitto one-
roso, la famiglia da mantenere, la disoccupazione, gli invivibili quartieri dormito-
rio, l’aria malsana, l’immondizia straripante – la squadra di calcio amata diventa l’u-
nico valore.
Perciò la discriminazione sociale tra tifosi veri e ultras è ideale al gioco del
consenso. S’insuffla con essa disparità, una censura e un’ulteriore segregazione eti-
ca degli ultras, come classe metapolitica malvagia e contro cui occorre stare all’er-
ta, giacché è dormiente in ogni agire sociale. Ecco perché nei media, all’indomani
di torbidi, si stigmatizzano sempre gli hooligan, sezionandoli: cattivi allo stadio, ma
buoni negli altri giorni della settimana ai loro posti di lavoro. Il caso di Gabriele
Sandri (morto l’11 novembre 2007) è emblematico, così come è stato esposto sui
mezzi di telecomunicazione.
L’ultras-hooligan è un aspetto del dibattito generale che le istituzioni portano
avanti per piegare all’assimilazione coloro che sfuggono, e quindi non accettano,
il binomio calcio-affari sporchi. Si vuole che l’opinione della società civile riprovi
gli effetti, sorvolando con indifferenza sulle cause politico-storiche. E nello sport,
dove prevalgono sempre le cause tecniche (come affermò Fanfani su Il Popolo
dell’11 febbraio 1975, negando ogni connessione sociale e dando la colpa al gio-
co in sé 14), la distorsione della realtà è un gioco da ragazzi. L’ha dimostrato am-
piamente l’Uefa, censurando, e quindi rendendole inesistenti, le violenze scatena-
tesi ai recenti Europei 2008.

Le soluzioni inaccettabili
L’unico modo per frenare il male che sta attanagliando il calcio è stato propo-
sto dal quotidiano della Santa Sede il 4 febbraio 2007, dopo l’uccisione di Ermanno

13. Ivi, p. 74.


14. «[La] violenza è organizzata allo scopo di colpire lo Stato anche attraverso le sue istituzioni sporti-
ve. (…) Nessuno potrà giustificare le intemperanze degli esaltati: i gesti canaglieschi non trovano po-
sto nello sport. Tuttavia siamo convinti che i disordini creati dai teppisti hanno una matrice squisita-
mente tecnica: a virulentarli sono gli episodi di gioco» (Ivi, p. 76). 7
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Licursi (27 gennaio), dirigente di una squadra di dilettanti calabrese, e dell’ispetto-


re capo di polizia Raciti (3 febbraio). Il giornale vaticano non ha parlato di buoni e
cattivi, bensì ha proposto soluzioni concrete: «Siamo, infatti, convinti che non ba-
sterà fermare il calcio per qualche domenica per risolvere il problema, perché non
ci vorrà molto – il passato ce lo insegna – e si ricomincerà come prima, magari an-
che peggio, fino alla prossima tragedia annunciata. E poi tutti di nuovo pronti a
scandalizzarsi, a indignarsi, a fare analisi sociologiche anche giuste ma inutili per-
ché senza seguito. Occorrono, invece, segnali forti, inequivocabili, forse anche im-
popolari, perché la misura è colma. È giunto il momento di dire sul serio basta. Si
abbia il coraggio – nonostante i forti interessi economici in ballo – di fermare al-
meno per un anno questo baraccone» 15.
Solo dopo la sospensione per una stagione alla prossima morte, coloro che te-
mono di perdere l’unico bene, ci penseranno bene prima di commettere l’ennesi-
ma scelleratezza. Ma non si vuol fare. Non si vogliono mutare le cose.

Rivoluzione e restaurazione
All’indomani della rivoluzione (3 maggio 2006) che condusse alle dimissioni
dell’eterno Franco Carraro 16 (8 maggio), ci fu la breve parentesi dei commissari
straordinari della Figc: prima Guido Rossi (16 maggio-19 settembre) e poi Luca
Pancalli (dal 21 settembre). Una settimana dopo, Rossi nominò Francesco Saverio
Borrelli a capo ufficio indagini della Figc e condannò la Juventus (14 luglio). Il suc-
cessore Pancalli si rese immediatamente impopolare dopo l’assassinio di Raciti,
per la sospensione di tutti i campionati e le partite di ogni nazionale (4 febbraio
2007) – atto senza precedenti – in memoria del povero funzionario dello Stato. E
proprio in seguito all’umana, giusta e indignata decisione di Pancalli, Antonio Ma-
tarrese – guadagnatosi l’8 agosto precedente lo scranno di presidente della Lega
Calcio – fece molto scalpore con la seguente cinica dichiarazione: «Lo spettacolo
deve continuare, questa è un’industria tra le più importanti d’Italia, un’industria
che paga i suoi prezzi. I morti del sistema calcistico purtroppo fanno parte di que-
sto grandissimo movimento che le forze dell’ordine non sono ancora in grado di
controllare» 17.
Il 2 aprile 2007 salì alla presidenza Giancarlo Abete (già vicepresidente 1996-
2000 e 2001-06) con la benedizione di Giovanni Petrucci, presidente del Coni.
Nomi sicuramente autorevoli, ma non nuovi e profondamente collegati a quel
passato che si sarebbe voluto porre alle spalle. Rossi voleva creare l’uomo nuovo,
in realtà gli si chiedeva solo di resuscitare il cadavere con sudari puliti. Quando
egli andò oltre provocò il terrore.
15. G. VALLINI, «Il dovere di dire sul serio “basta”», L’Osservatore Romano, 4/2/2007.
16. Franco Carraro esordì in campo internazionale nel remoto 1968 e con estremo pragmatismo, in
merito ai fatti che condussero il calcio europeo al cospetto dell’invasione sovietica della Cecoslovac-
chia (cfr. G. ARMILLOTTA, «Il calcio e i carri armati. L’estate di Praga 1968», Affari Esteri, Rivista trimestra-
le promossa dal ministero degli Affari esteri, Roma, n. 159, luglio 2008, pp. 609-616).
8 17. it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Matarrese, 27/7/2008.
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In più c’è da dire che i vertici della giustizia sportiva non erano altro che un
compromesso fra le nomine di Rossi e quelle meno recenti effettuate da Carraro
(attualmente membro del comitato esecutivo dell’Uefa). «In tema di miglioramenti
mancati, anche i direttori di gara rappresentano un ulteriore buco nell’acqua. La
sospensione di alcuni di essi in seguito allo sviluppo della parte ordinaria di Cal-
ciopoli toglie ancora credibilità, poiché tali arbitri, prima di essere sospesi, hanno
continuato a svolgere il proprio compito per circa tre quarti della stagione»18.
La sensazione che si trae dalla suddetta epopea è quella della paura di un
cambiamento radicale. Nel calcio, così come nella politica, i personaggi sono sem-
pre i soliti. Affermava Rossi: «Me la ricordo ancora questa scena. Ero seduto davan-
ti a Petrucci, c’erano Gamberale e Pancalli. E Petrucci mi disse: “Guardi noi la sfi-
duciamo. Io questi non li tengo più”. (…) Più ripenso a quei giorni e, in particola-
re, a quell’ultimo incontro con Petrucci, più mi convinco che la verità è che non
volevano cambiare nulla. Il Coni aveva paura dei cambiamenti reali. Il Coni e il go-
verno. Non volevano cambiare nulla» 19.
Sì, l’Italia esiste per il suo calcio.

‘Se l’Italia imparasse dagli azzurri’


Conversazione con Marcello LIPPI, commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio
a cura di Mauro DE BONIS

LIMES Il marchio Italia esiste ancora nel calcio mondiale?


LIPPI Esiste eccome. Ed è molto forte e molto chiaro. E questo non tanto perché l’I-
talia è campione del mondo, ma perché un campionato di serie B di alto livello co-
me quello che c’è da noi non c’è da nessuna parte del mondo. Così come i cam-
pionati di serie C1 e C2: tornei molto difficili, come in nessun altro paese.
Ciò si ripercuote su tutto il movimento calcistico. Anche sulla classe arbitrale: i no-
stri arbitri che crescono nelle categorie succitate arrivano alla massima serie netta-
mente più preparati dei loro colleghi stranieri, i cui campionati hanno un tasso di
difficoltà minore del nostro.
La professionalità, la qualità, la cultura del lavoro che hanno i nostri calciatori è ri-
scontrabile in pochissime altre nazioni. Ecco perché io, anche per tornaconto per-
sonale, quando parlo dei nostri calciatori dico sempre che basterebbe un piccolo

18. D. CHIMENTI, “Le lunghe estati calde”. Calcio, malaffare e politica 2002-2007, Università degli Stu-
di di Pisa, facoltà di Scienze politiche, a.a. 2006-2007, p. 68.
19. loreasroma.spaces.live.com/blog/cns!6A016CF89ACD8FCA!758.entry, 27/7/2008. 9
È UN CALCIO MALATO A UNIRE L’ITALIA

sforzo, e cioè diventare un po’ più educati sul campo, rivolgersi agli arbitri e ai
guardalinee in maniera più corretta, per perfezionare l’immagine del giocatore di
calcio italiano. Ma purtroppo i nostri in campo sono un po’ maleducati.
LIMES Il nostro calcio è ancora considerato difensivista?
LIPPI Il nostro modo di concepire il gioco del calcio è ormai più che moderno. Ab-
biamo superato i luoghi comuni come quello del catenaccio, che ogni tanto i tede-
schi o gli inglesi tirano fuori non sapendo più dove aggrapparsi per giustificare i
loro insuccessi. Il nostro è un mondo veramente moderno, anche sul piano della
programmazione scientifica del lavoro. Gli allenatori italiani – e non parlo solo di
Capello, Spalletti, Prandelli o di altri nomi noti – sono fra i migliori al mondo. E or-
ganizzano le loro squadre come pochi altri. Anche questa è l’immagine del calcio
italiano nel mondo.
LIMES Il calcio italiano rispecchia il nostro paese, nel bene e nel male?
LIPPI Il calcio è uno dei tanti volti di una nazione. Noi abbiamo tantissime eccellen-
ze in Italia, e in tutte mi sembra ci siano gli stessi problemi che si riscontrano nel
calcio. Il problema semmai è che tra queste eccellenze manca la capacità di coo-
perazione. Ognuno fa per conto suo. Sono mondi separati. Non c’è, per intender-
ci, la capacità di fare squadra.
LIMES Secondo lei esistono problemi di integrazione razziale nei nostri campionati?
LIPPI No, nella maniera più assoluta. Nel mondo del calcio, anche perché è comun-
que un mondo di privilegiati, problemi del genere proprio non esistono. I giocato-
ri che vengono da fuori vengono accettati in maniera totale.
LIMES Cosa fa di alcune società italiane e di alcuni singoli calciatori dei punti di rife-
rimento su scala mondiale?
LIPPI Innanzitutto le vittorie. Prendiamo il Milan, che se non sbaglio – anche per-
ché Berlusconi e Galliani ce lo ricordano molto spesso – è la squadra che ha più ti-
toli al mondo. E poi la Juventus, che segue a ruota. A livello europeo, mi sembra
che dopo il Manchester la squadra di Torino abbia più tifosi di tutti. La grande sto-
ria e il ricco palmarès fanno sì che queste compagini diventino punti di riferimento
internazionali. Ma non è soltanto questo. Ancora la Juventus, per esempio, non è
soltanto una delle squadre che ha vinto di più al mondo e con il maggior numero
di tifosi: è poi una delle squadre che quanto a marketing e a merchandising han-
no prodotto fino a qualche anno fa gli introiti maggiori, dietro al Manchester e a
pochi altri club.
Poi ci sono calciatori, come ad esempio Totti, che sono conosciuti in tutto il mon-
do pur non avendo vinto molto. Il perché lo sanno e lo apprezzano tutti: sono
sempre rimasti legati alla loro squadra, ne sono diventati la bandiera e hanno spo-
sato con assoluta fedeltà la causa della loro città e della loro società. Pagandone
chiaramente il prezzo, perché girando nelle tre-quattro migliori squadre del mon-
do avrebbero potuto vincere di più.
LIMES Cosa ha significato vincere il Mondiale per i milioni di italiani residenti al-
10 l’estero?
ESISTE L’ITALIA? DIPENDE DA NOI

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È UN CALCIO MALATO A UNIRE L’ITALIA

LIPPI È questo l’aspetto più bello e più positivo, che ci ha reso felici e che ci ha
commosso maggiormente quando abbiamo vinto il Mondiale. Vedevamo la faccia
di tutti quegli italiani e immaginavamo il loro stato d’animo nell’aver dovuto lascia-
re il proprio paese e andare a costruirsi altrove un futuro per se stessi e per le loro
famiglie. E capivamo quanto poteva essergli costato.
Quando siamo arrivati sembrava quasi che ci implorassero: «Fate bene, fate bene,
perché noi viviamo qui». E quando le loro implorazioni hanno cominciato a essere
esaudite e abbiamo cominciato a vincere, e soprattutto quando abbiamo vinto con
la Germania, c’erano 10 mila italiani fuori dell’albergo che piangevano e ci diceva-
no: «Voi non avete idea di cosa ci avete regalato», «ci avete dato dieci anni di soddi-
sfazioni».
La vera grande commozione è stata quella. È chiaro che tornare e trovare al Circo
Massimo due milioni di persone ad aspettarci è stato magnifico. Ma la gioia, la
commozione e la soddisfazione per gli italiani che vivono lontano da casa loro, è
stata un’altra cosa.
LIMES Intorno alla Nazionale c’è lo stesso entusiasmo nel Nord e nel Sud del paese?
LIPPI L’entusiasmo c’è dappertutto, perché noi, e lo dico con un pizzico di orgoglio
e non di presunzione, ce lo siamo anche riconquistato dopo che si era un po’ per-
duto. Io mi ricordo che quando quattro anni fa cominciammo la nostra avventura
c’era un certo disamore nei confronti della Nazionale. Aleggiavano molti luoghi
comuni: tutti viziati, pensano solo alle donne e alle macchine. Adesso invece intor-
no alla Nazionale c’è un entusiasmo che diventa maggiore al Sud soltanto perché lì
si hanno minori possibilità di vederla giocare.
LIMES Oltre al calcio cosa rappresenta meglio l’Italia all’estero?
LIPPI Si possono fare tanti esempi. Mi vengono in mente la moda e il cinema, ma
anche cose come la cantieristica da diporto, per me che vivo in una città di mare.
Anche in questo settore siamo campioni del mondo.
LIMES La formula che vuole il nostro campionato come «il più bello del mondo» è
ancora valida?
LIPPI Quando qualche anno fa questa formula è stata coniata, non si intendeva «il
più bello» in senso spettacolare. Ma «il più bello» perché il più emozionante, perché
il più difficile. Perché la squadra migliore può perdere con l’ultima in classifica.
Perché le squadre sono tutte organizzate, gli allenatori sono tutti bravi. Ecco per-
ché è davvero il più bello, il campionato più avvincente e quello più istruttivo per
chi ci viene a lavorare.

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