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conflittiglobali

la guerra dei mondi

Conflitti globali
Pubblicazione semestrale Comitato scientifico: Roberto Bergalli (Universidad de Barcelona), Didier Bigo (Sciences Politiques, Paris), Bruno Cartosio (Universit di Bergamo), Nils Christie (Oslo University), Roberto Escobar (Universit Statale di Milano), Carlo Galli (Universit di Bologna), Giorgio Galli (Universit Statale di Milano), Vivienne Jabri (Kings College, London), Alain Joxe (cole des Hautes tudes en Sciences Sociales, Paris), Giovanni Levi (Universit di Venezia), Michael LeVine (University of California), Giacomo Marramao (Universit degli Studi Roma Tre), Isidoro Mortellaro (Universit di Bari), Michel Peraldi (Lames-Cnrs-Mmsh, Aix-en-Provence), Iaki Rivera Beiras (Universidad de Barcelona), Emilio Santoro (Universit di Firenze), Amalia Signorelli (Universit di Napoli), Verena Stolcke (Universidad Autonoma de Barcelona), Trutz von Trotha (Universitt Siegen), Jussi Vhmki (Tampere University), Gianni Vattimo (Universit di Torino), Rob J. Walker (Keele University), Adelino Zanini (Universit di Ancona), Danilo Zolo (Universit di Firenze). Comitato di redazione: Alessandro Dal Lago (coordinatore), Luca Burgazzoli, Mauro Casaccia, Roberto Ciccarelli, Filippo Del Lucchese, Massimiliano Guareschi, Maurizio Guerri, Luca Guzzetti, Marcello Maneri, Augusta Molinari, Salvatore Palidda, Gabriella Petti, Fabio Quassoli, Federico Rahola, Fulvio Vassallo Paleologo.
Direttore responsabile: Roberto Ciccarelli Copertina e progetto grafico: Rosie Pianeta Segreteria di redazione: Dipartimento di scienze antropologiche (Disa) Corso Podest 2 16128 Genova tel. 010/20953732 Conflitti globali, n. 1, in attesa di registrazione presso il Tribunale di Milano ISBN: 88-88865-07-1 La pubblicazione di questa rivista possibile grazie al contributo della Dg XII dellUnione europea (progetti di ricerca European Liberty and Security denominati Elise e Challenge). Servizio Abbonati: tel. + fax: 02/58317306; info@shake.it; www.shake.it Abbonamento annuo: Per lItalia euro 25,00; per lestero euro 35,00 C.C.P. 26845206 intestato a ShaKe ShaKe Viale Bligny 42, 20136 Milano, tel. + fax 02/58317306, www.shake.it, e-mail: info@shake.it Stampato presso Bianca e Volta, Truccazzano (MI)

SOMMARIO

P r esentazione LA GUERRA DEI MONDI La guer ra-mondo Alessandro Dal Lago La Mobilitazione globale Lo spazio planetario della guer ra in Er nst Jnger Maurizio Guerri R i b a l t a r e Clausewitz L a g u e r ra in Michel Foucault e Deleuze-Guattari Massimiliano Guareschi I l l a v o r o d e l l I m p e r o e la r e g o l a z i o n e d e m o c r a t i c a d e l l a v i o l e n z a g l o b a l e Alain Joxe La par t e d e l l e v i t t i m e Note sullumanitarismo tra guer re di inger enza, politiche di sicur ezza e contr ollo delleccedenza Federico Rahola Globalizzazione violenta, violenza globalizzata e mer cato della violenza Trutz von Trotha SPETTRI Una lettera di Max Weber su guer ra e pacifismo Alessandro Dal Lago Tra due leggi Max Weber Lo scontr o delle definizioni. Su Samuel Huntington Edward Said MATERIALI Sistemi di occupazione e nuove guer r e nellEur o p a s u d - o r i e n t a l e Devi Sacchetto

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Letica ambigua degli aiuti. Il lavor o umanitario fra civile e militar e d a l l e c r i s i i u g o s l a v e a l l a g u e r ra in Iraq Roberto Ciccarelli e Giuseppe Foglio RECENSIONI Mar tin Shaw, La rivoluzione incompiuta Michael Mann, Limper o impotente Massimiliano Guareschi Anders Stephanson, D e s t i n o m a n i f e s t o Roberto Ciccarelli S a m u e l H u n t i n g t o n , La nuova America Roberto Ciccarelli Emmanuel Todd, Dopo l'imper o Luca Guzzetti James Gow, Defending the West Alex Foti

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PRESENTAZIONE

Pensare i conflitti politici e sociali, in unaccezione molto ampia, senza proiettarli su scala planetaria oggi privo di senso. Ci non significa perseguire unimpossibile lettura unitaria o globale del conflitto come avviene, al prezzo di unevidente deriva ideologica, nelle teorie oggi prevalenti di destra (scontro di civilt) o di sinistra (guerra civile globale) quanto piuttosto comprendere la rete di implicazioni di cui ogni conflitto espressione. Cos, per esempio, la posta del controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente in gioco su diversi piani: egemonia americana, ruolo dellEuropa (con le sue divisioni e diverse sfere dinfluenza), economia globale, mercato petrolifero, crisi dei nazionalismi arabi, movimenti religiosi ecc. Ognuno di questi piani sia locale, sia globale e interconnesso con gli altri secondo linee di trasformazione che, fase dopo fase, producono un certo quadro strategico. Pensare di definire il quadro in modo monocausale o ricorrendo a logiche binarie (come il conflitto impero-resistenza globale) oppure alla mera meccanica delle forze (geopolitica) un modo per inibirsi la comprensione dei conflitti globali. La tentazione, oggi prevalente, di una spiegazione culturalista dei conflitti priva di respiro, in quanto cristallizza in slogan cognitivi processi molto pi complessi e sfaccettati. Questo emerge dalla situazione irachena, in cui levidente alleanza tattica antioccidentale di gruppi che si richiamano a culture o confessioni eterogenee laici ex baathisti e nazionalisti, gruppi di ispirazione sunnita e sciiti di vario genere, autonomi e filoiraniani, islamici generici, propaggini dellinternazionale miliardaria di bin Laden o di altre reti ha svuotato di senso lipotesi di spiegazione religiosa o culturale della guerra scoppiata dopo la sensazionale dichiarazione di Bush secondo cui la missione [era] compiuta. Non per questo, ovviamente, si tratta di ignorare il ruolo
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delle culture (o, in senso lato, della cultura) nellanalisi dei conflitti sociali e politici. necessario invece abbandonare il pregiudizio secondo cui il conflitto oppone modelli culturali pi o meno compatti e riflettere, al contrario, sulla natura politica di molti supposti conflitti culturali. Un aspetto decisivo dello stile analitico che qui si propone linteresse per il carattere aleatorio dei conflitti contemporanei (a partire dalla fondamentale intuizione clausewitziana della guerra come gioco a rischio). Sottolineare la dimensione aleatoria significa semplicemente riconoscere la limitata prevedibilit dellesito di ogni partita, tattica e strategica, nella definizione del quadro conflittuale, dal singolo teatro fino alla situazione complessiva o globale. Si deve tenere conto che, date le caratteristiche dei conflitti contemporanei ubiqui e interconnessi, e in questo senso globali laccelerazione dei processi continua, e comunque superiore a quella che caratterizzava il mondo sinistramente rassicurante del bipolarismo. I processi sono resi sempre pi veloci e quindi scarsamente prevedibili dal ruolo che il ricorso alle armi ha nella definizione dei conflitti. Lubiquit della guerra, e quindi della decisione armata, eventualizza per cos dire le dinamiche politiche e sociali che siamo abituati a pensare come lunghe o lente. Quando si sceglie di combattere, si rischia per definizione, ci si espone alla sconfitta (strettamente militare, strategica, tattica o politica a seconda dei casi). Il solo fatto di ricorrere alluso indiscriminato e normale delle armi produce contraccolpi inimmaginabili, difficili da prevedere per qualsiasi analisi strategica. Naturalmente, alla guerra corrisponde sempre una resistenza che va al di l della mera o apparente sconfitta sul campo dei pi deboli (lIraq insegna). La resistenza tende a trasformarsi in vittoria quando gli sconfitti rifiutano di combattere come vogliono i pi forti. Napoleone comincia a perdere il suo impero in Spagna in quanto gli spagnoli non accettano le battaglie campali ma praticano la guerriglia, e in Russia perch gli avversari operano una ritirata strategica in spazi sconfinati; gli americani tendono a perdere le guerre che non si adattano al loro modello strategico (Vietnam, Iraq), allo stesso modo dei russi in Afghanistan e Cecenia. Naturalmente i modelli evolvono: la resistenza popolare alla vietnamita costosissima (1 milione e mezzo di morti vietnamiti contro i 58.000 americani) e quindi ragionevole pensare che il terrorismo indipendentemente da considerazioni morali rappresenti linevitabile forma che assume la resistenza contro nemici armati in modo ipertecnologico. Daltra parte, nulla di particolarmente nuovo sotto il sole: proprio ci che oggi chiamiamo terrorismo ad avere permesso su scala limitata, non globale, i successi dei gruppi clandestini ebraici contro gli inglesi in Palestina e del Fronte di liberazione nazionale algerino contro i par francesi... Con queste considerazioni, non si vuole proporre una rivista di studi militari, ma una rassegna di ricerche e interventi che, nellanalisi dei conflitti locali-globali non ignorino la dimensione militare come interfaccia abituale oggi, pi di ieri del sociale e del politico. Quindi, una rivista che assuma le trasformazioni del militare come piano di analisi non esclusivo ma rilevante della conflittualit contemporanea. Ecco allora che diventano cruciali, insie6

me allanalisi dellubiquit della guerra, aspetti e problemi come la militarizzazione della societ nellera del terrorismo, la sorveglianza, il controllo urbano, la gestione militare delle migrazioni, le nuove modalit di internamento (dai campi per combattenti illegittimi ai Cpt per migranti clandestini), le trasformazioni del diritto in chiave di emergenza, il peace keeping ecc. In breve si propone un tipo di analisi che mira a comprendere la dimensione biopolitica e strategica dei conflitti nellera della globalizzazione. Con il richiamo alla biopolitica e quindi a Foucault non intendiamo rivendicare alcuna filiazione teorica. Diversamente, il metodo elaborato da Foucault nellambito di una ricerca ancora legata a un ambito nazionale appare straordinariamente adatto al quadro di implicazione globale che si offre al nostro sguardo per diverse ragioni: Non esiste il Potere globale o lImpero, ma una rete di poteri imperiali (neocoloniali o continentali) che ridefiniscono continuamente i loro ambiti di reciproca interferenza ed esclusione (oggi il potere degli Stati uniti in larga parte egemone, sul piano militare, ma non si deve dimenticare che la capacit di intervento americana si scontra con limiti oggettivi: si veda il peso politico-militare effettivo o virtuale di Cina, Russia e altri mondi...). Esistono diversi piani strutturali di potere, politico, militare, finanziario, economico, tecnologico, mediale, culturale ecc. Non ha senso presupporre una loro solidariet a priori (alla lunga, se il prezzo del petrolio cresce in modo esponenziale, qualcuno, negli Stati uniti o altrove, chieder il conto a G.W. Bush del suo avventurismo), mentre necessario analizzarne le congiunzioni, le disgiunzioni, le solidariet e i conflitti. I poteri, o le costellazioni di poteri occasionali o stabili, suscitano, per la loro dinamicit e produttivit, le correlative resistenze, che a loro volta non sono necessariamente solidali tra loro. Non si d un Soggetto allopposizione globale, mentre esistono i soggetti in relazione ai poteri, e questi in relazione ai soggetti. Pensare di semplificare il quadro unificando, se non altro su un piano categoriale, i resistenti non altro che un escamotage chiliastico, un modo per non analizzare le costellazioni empiriche poteri-resistenze. Non esistono strategie unificate dei poteri globali, e tanto meno intenzionali o onniscienti. Le guerre imperiali in alcuni casi possono condurre a vittorie spettacolari (Golfo 1991, Kosovo 1999), ma anche a ritirate precipitose (Somalia 1993) e a veri e propri fallimenti e impasse (Iraq, a partire dal 2003). Pertanto, i piani strategici si riformulano in continuazione, come politique politicienne armata su scala globale. Il linguaggio foucaltiano strategie e tattiche, alleanze, avanzate e ritirate ecc. (sempre al plurale) risulta quindi adeguato per descrivere le trame empiriche dei poteri. Internamenti, controlli, sbarramenti, barriere interne ed esterne, confini evolvono in relazione alla gestione, da parte dei poteri, dellubiquit del conflitto. La vita delle societ non pu essere pensata in modo autonomo dal qua7

dro delineato di una conflittualit globale. Possiamo ritenere che il mondo evolva senza immaginare a breve o lungo termine una sua unificazione in una societ globale dei controlli, in cui la singolarit dellesistenza e delle sue scelte, lespressione politica dei gruppi, lazione in difesa delle libert individuali e collettive sia sempre pi condizionata dallincombere di un opprimente reticolo di condizionamenti. In poche parole, si ripropone qui il metodo dellempirismo radicale o positivismo felice di Foucault, per trascenderlo nella scala molto ampia che divenuta la nostra. La Redazione, marzo 2005

la guerra dei mondi

LA GUERRA-MONDO*

di Alessandro Dal Lago

Poche attivit umane sono cos intensamente sociali come la guerra moderna. [...] In tutto il mondo, dopo il 1914, ogni stato maggiore ha riconosciuto che il valore individuale dei soldati inessenziale quanto la loro bellezza.1

La natura sociale della guerra Partiamo da un semplice assunto: la guerra un fatto sociale e quindi le sue trasformazioni tendono a riflettersi sullassetto della societ e sulle forme della vita associata. A prima vista si tratta di una di quelle ovviet che suscitano le ironie di chi non si occupa di scienze sociali. A uno sguardo pi attento, tuttavia, questa tesi appare pi complessa, perch chiama in causa linterazione tra due dimensioni solitamente considerate agli antipodi: la societ, ovvero linsieme di relazioni che tengono assieme gli esseri umani, e la guerra, cio la situazione estrema in cui essi si contrappongono fino al punto di darsi la morte.2 In realt, come si cercher di mostrare in dettaglio, guerra e societ non sono incompatibili. Anzi, proprio la loro implicazione a mo* Desidero ringraziare, per i loro contributi critici, Didier Bigo, Massimiliano Guareschi, Luca Guzzetti, Alain Joxe, Salvatore Palidda, Federico Rahola e Rob J. Walker, oltre agli amici e colleghi che partecipano al seminario su La guerra come sistema di pensiero organizzato presso il Dipartimento di studi antropologici (Disa), Facolt di Scienze della formazione dellUniversit di Genova. 1 J.G. Ballard, A Users Guide to the Millennium. Essays and Reviews, HarperCollins, London 1996, p. 13. 2 Mentre la definizione di societ pi o meno ovvia, per quanto generica, quella di guerra contro-

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strarci come tra interno ed esterno della societ occidentale, tra la nostra esistenza apparentemente protetta o normale e la conflittualit del resto del mondo, non esista soluzione di continuit. Ci tanto pi vero quanto pi i conflitti di ogni parte del mondo tendono a connettersi, sovrapporsi e influire su tutti gli altri.3 In generale, le relazioni tra guerra e societ appaiono abbastanza in ombra nelle scienze sociali. Nel XX secolo (epoca del massimo sviluppo della sociologia e dellantropologia), pochi autori di spicco se ne sono occupati, come se la guerra fosse uneccezione, unanomalia da ignorare.4 Esiste certamente unimportante tradizione di sociologia delle professioni e delle organizzazioni militari, ma proprio la guerra, come dinamica quasi sempre imprevedibile e fattore di cambiamento, a non trovare che un posto marginale nel sapere normale della societ.5 Si tratta di una lacuna, o se vogliamo di una rimozione, che si estende ad altri saperi come la filosofia politica o la politologia. Insomma, quando la parola spetta alle armi, la conoscenza sembra arrestarsi. Si potr osservare che, per secoli, la storia stata storia di guerre, se non di battaglie, ma ci cambia poco il quadro di reticenza a cui alludiamo. Solo recentemente, infatti, il discorso storico ha affrontato la descrizione siversa. Ai fini della mia discussione, il termine guerra indica qualsiasi tipo di conflitto armato esterno in cui siano coinvolti, ufficialmente o di fatto, stati o coalizioni di stati. Si veda, in questo senso, la voce War dellEncyclopaedia Britannica. 3 R.B.J. Walker, Inside/Outside. International Relations as Political Theory, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1995. Cfr. A. Dal Lago, La sociologia di fronte alla globalizzazione, in P.P. Giglioli (a cura di), Invito allo studio della sociologia, il Mulino, Bologna 2005. 4 Se si prescinde da Comte e Spencer, gli scritti sulla guerra dei fondatori della teoria sociale (Durkheim, Weber, Simmel, Pareto ecc.) sono occasionali e polemici. E questo vale per il pi grande di tutti, di cui pi oltre, in questo numero, diamo un esempio: M. Weber, Zur Politik im Weltkrieg. Schriften und Reden 1914-1918, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tbingen 1988. Tra i teorici della generazione successiva solo Raymond Aron ha mostrato un interesse organico per la guerra: R. Aron, Penser la guerre. Clausewitz, Gallimard, Paris 1976; Id., Il Ventesimo secolo. Guerra e societ industriale, il Mulino, Bologna 2003. Da un punto di vista sociologico, la sistemazione pi importante di Aron Pace e guerra tra le nazioni, Comunit, Milano 1983. A quarantanni dalla data di pubblicazione (1962), questo lavoro mostra limiti insuperabili, non tanto per lassorbimento della riflessione sulla guerra nel quadro abbastanza convenzionale delle relazioni internazionali, quanto per lassenza di unanalisi approfondita delle istituzioni militari. Un tentativo di indagare la morfologia sociale generale dei conflitti armati fu intrapreso nel secondo dopoguerra dalla cosiddetta polemologia: G. Bouthoul, Le guerre, Longanesi, Milano 1981 (ed. or. 1951). Si tratta di unimpresa non del tutto priva di interesse, ma destinata allo scacco per le sue pretese totalizzanti. 5 Marginale, naturalmente, rispetto alle conoscenze manualistiche. Se si prescinde dalla letteratura storico-politica (sul ruolo della violenza e delle rivoluzioni nella modernit), linteresse sociologico sembra essersi indirizzato soprattutto verso la sociologia della professione militare e delle sue relazioni con la societ civile. Tra i titoli pi significativi: S.P. Huntington, The Soldier and the State. The Theory and Politics of Civil-Military Relations, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1957; M. Janowitz, The Professional Soldier. A Social and Political Portrait, The Free Press, New York 1960; Id., The New Military, Norton, New York 1968; S. Andreski, Military Organisation and Society, University of California Press, Berkeley 1968; D.R. Segal, H. W. Sinaiko (a cura di), Life in the Rank and File, Brasseys, Washington (Dc) 1986; J. Van Doorn, Armed Forces and Society, Mouthon, The Hague 1968; J. Burk (a cura di), The Military in New Times, Westview, Boulder (Co.) 1994, C. Moskos, J.A. Williams, D.R. Segal (a cura di), The Postmodern Military. Armed Forces after the Cold War, Oxford University Press, Oxford -New York 2000. Tra i tentativi, in chiave marxista, di indagare i rapporti tra capitalismo e guerra: M. Shaw (a cura di) War, State and Society, MacMillan, London 1984, M. Mann, States, War and Capitalism, Blackwell, London 1988; M. Shaw, Dialectics of War. An Essay on the Social Theory of War and Peace, Pluto Press, London 1988. In generale, sullo stato dellarte nella sociologia militare e della guerra: T. Caplow, P. Vennesson, Sociologie militaire, Armand Colin, Paris 1999.

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stematica della guerra (o meglio del combattimento) come situazione sociale limite in cui sono implicati esseri umani in carne e ossa.6 La definizione della guerra come fatto sociale rimanda a due prospettive distinte. Per la prima, la guerra, al pari di qualsiasi altra attivit umana, come la scienza o larte, sarebbe comprensibile solo nel quadro di specifiche forme di societ. Ogni modo di fare la guerra riflette in senso lato un tipo di ordinamento sociale e politico. Per limitarsi allera moderna, chiunque comprende la differenza tra le incessanti guerre dinastiche del secolo XVIII, combattute da eserciti formati in larga parte da mercenari, e quelle totali del secolo XX, in cui stati nazionali, democrazie o dittature hanno messo in campo forze armate di milioni di uomini per ridurre allimpotenza gli avversari. La seconda prospettiva meno evidente, perch riguarda la natura specificamente sociale di ogni attivit bellica. Bench raramente i manuali di sociologia ne trattino, la guerra un fatto sociale per eccellenza, sia perch mette alla prova nella situazione della morte di massa (e di ci che ne consegue, lutti e distruzioni) la coesione delle societ,7 sia perch si presenta come un insieme di processi socialmente complessi: mobilitazione economica, innovazione scientifica e tecnologica, disciplinamento e addestramento di vaste formazioni armate, complesse prestazioni intellettuali (la strategia e la pianificazione delle campagne militari), attivit gestionali articolate (la guida e il controllo di ingenti macchine organizzative che devono, per definizione, affrontare la possibilit costitutiva di essere distrutte o menomate).8 Lassunto da cui siamo partiti non si limita a mettere in luce la complessit sociale della guerra ma sottolinea anche come essa trasformi la societ. La ragione principale di questa capacit risiede in unautonoma funzione propulsiva dei conflitti. Non c mai stata guerra che si sia conformata ai piani degli strateghi. E ci per un complesso di motivi: in primo luogo, difficile che i piani di una parte, elaborati nel chiuso degli stati maggiori, possano tenere conto delle contromosse degli avversari. In secondo luogo, ogni guerra incorpora, al livello sia della strategia, sia della tattica, fattori inerziali e aleatori che Clausewitz chiamava frizione e che oggi vengono definiti nebbia della guerra o carattere non-lineare dei conflitti.9 In altri termini, ogni guerra
6 J. Keegan, Il volto della battaglia, il Saggiatore, Milano 2001. Dopo la pubblicazione delledizione originale di questopera (1976) si diffusa nella storia militare la tendenza a considerare guerre e battaglia anche in una prospettiva dal basso. Cfr., per esempio, M. Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Mondadori, Milano 1998, in cui la ricostruzione strategica e militare viene integrata, spesso meccanicamente, da una massa di testimonianze di combattenti. 7 Potremmo in realt vedere nella guerra lo stesso ruolo di innovazione sociale che Durkheim attribuiva ai fenomeni criminali. Cfr. . Durkheim, Le regole del metodo sociologico - Sociologia e filosofia, Comunit, Milano 1963. 8 Per unanalisi, tecnica ma illuminante, della complessit organizzativa della macchina militare nelle situazioni di guerra: M. van Creveld, Command in War, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1985. Ma la migliore definizione della complessa socialit della guerra resta C. Ardant du Picq, Etudes sur le combat, Hachette et Dumaine, Paris 1880, che pu essere considerato un corrispettivo in campo militare degli studi di Durkheim sulla solidariet sociale. Sarebbe interessante confrontare in dettaglio i due autori. 9 K. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1970. Lossessione per una strategia capace di superare i fattori aleatori al centro, come vedremo oltre, della Rivoluzione negli affari militari. Cfr. W. Owens, Lifting the Fog of War, Farrar, Straus & Giroux, New York 2000.

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un gioco di cui si possono prevedere tuttal pi le mosse iniziali, ma molto difficilmente le linee evolutive. Soprattutto, limprevedibilit si traduce in una mobilitazione di forze che tendono a trascinare le parti in lotta in un processo cumulativo di reciproca distruzione. Lesperienza militare del Novecento si pu riassumere in sostanza come passaggio da conflitti teoricamente limitati a conflitti illimitati. Quanto pi una parte alza il tiro, allo scopo di battere il nemico, tanto pi questo adotter forme di lotta nuove e totalizzanti. E questo significa il coinvolgimento di forze sempre pi ampie e, al limite, di tutte le energie economiche e sociali nella guerra. Lesempio pi noto di questo carattere cumulativo e innovativo dei conflitti armati senzaltro la Prima guerra mondiale.10 Nel 1914 gli stati maggiori delle potenze che stavano per affrontarsi sui campi di battaglia pensavano a campagne di pochi mesi, in quanto ancora vincolati allidea della guerra manovrata e di movimento tipica del XIX secolo.11 Loffensiva tedesca a occidente, basata su un grandioso progetto di accerchiamento delle forze anglo-francesi (il piano Schlieffen), sembr in un primo momento realizzare il suo obiettivo, la conquista di Parigi, che avrebbe dovuto porre fine al conflitto.12 Invece si aren, sia per lincapacit tedesca di dominare un teatro cos vasto e lesaurimento delle forze allattacco, sia per la tenace resistenza francese. Quello che le potenze belligeranti non avevano previsto era che la guerra, a causa della mobilitazione di milioni di uomini e dello sviluppo di armi sempre pi potenti, non avrebbe contrapposto degli eserciti, ma intere societ. Di conseguenza, gli stati europei furono coinvolti in una guerra di trincea quinquennale che modific profondamente lequilibrio politico del continente, gettando le premesse di un conflitto ancora pi devastante. La memoria dellimmane macello, intrecciata alla grande depressione economica, condizion per decenni la politica estera delle potenze grandi e piccole. In Germania, Italia e Giappone cre un senso di frustrazione e di rivalsa che aliment il nazionalismo estremo, il militarismo e infine il riarmo degli anni Trenta. In Inghilterra e Francia, provoc una depressione sociale e politica che imped di valutare esattamente il significato dellespansionismo nazista e fascista e dellaggressivit giapponese.13 Le guerre trasformano la societ non solo in riferimento ai rapporti di forza tra le potenze. Esse modificano profondamente le forme della vita associata. In alcuni paesi, e non solo quelli sconfitti, la Prima guerra mondiale scaten nuove forme di conflitto politico, che si tradussero in rivoluzioni e nellascesa di regimi totalitari. In altri, non fu estranea a cambiamenti come
10 Naturalmente, il coinvolgimento totale pu essere solo di una parte, come nelle guerre di popolo del secolo XX (per esempio, la guerra del Vietnam). 11 J. Keegan, La prima guerra mondiale, Carocci, Roma 2002. 12 Il piano Schlieffen un caso pressoch esemplare di utopia strategica. Schlieffen, capo di stato maggiore dellesercito del Reich fino a poco prima dello scoppio della grande guerra, lo elabor a partire da una complessa meditazione sullaccerchiamento strategico, che si ispira esplicitamente al modello insuperato della battaglia di Canne, in cui Annibale distrusse lesercito romano. Schlieffen, in altri termini, riteneva che la forma strategica fosse in qualche misura indipendente dalle circostanze storiche e materiali: A. von Schlieffen, Cannae, in Gesammelte Schriften, 1, Mittler, Berlin 1913. 13 P. Brendon, Gli anni trenta. Il decennio che sconvolse il mondo, Carocci, Roma 2002.

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lo sviluppo industriale, lespansione dei consumi per riavviare uneconomia impoverita, la diffusione, a partire dagli anni Venti, dellautomobile e dellaviazione civile, i prodromi delleconomia sociale e dei sistemi di gestione autoritaria del lavoro, processi che influirono profondamente sulla vita quotidiana, famigliare e lavorativa, di centinaia di milioni di persone.14 A loro volta, questi cambiamenti profondi giocarono un ruolo decisivo nella trasformazione degli apparati militari e nel modo di fare la guerra. Nella fase di sotterranea combustione internazionale che caratterizza lapparente intermezzo pacifico dellentre deux guerres (1918-1939), il pensiero militare conobbe una trasformazione spettacolare. Ossessionati dallo stallo della guerra di trincea, gli stati maggiori elaborarono strategie basate sulle nuove armi mobili, le forze corazzate e laviazione, capaci di colpire il nemico a distanza e in vasti spazi aperti.15 Di conseguenza, la tecnologia applicata alla guerra ebbe un nuovo impulso. Nellimminenza del secondo conflitto mondiale, gli interi corpi sociali delle potenze grandi e piccole furono chiamati a contribuire a uno sforzo economico e industriale senza precedenti.16 Ci port, a partire dal 1939, a realizzare forme di guerra ancora pi totalizzanti.17 Ladozione del bombardamento strategico (con lobiettivo di distruggere le risorse economiche e industriali del nemico) ebbe leffetto di coinvolgere massicciamente le popolazioni civili dei paesi belligeranti (con leccezione degli Stati uniti) e di provocare un numero incalcolabile di vittime. Infine, con il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la guerra convenzionale
P. Aris, G. Duby (a cura di), La vita privata. Il Novecento, Laterza, Roma-Bari 1988. In sostanza, il principio della dinamicit strategica si sostitu a quello dellurto statico. Non si trattava pi di distruggere le forze avversarie in una battaglia decisiva, ci che aveva portato allo stallo della guerra di trincea, ma di paralizzare il nemico con forze mobili, anche numericamente inferiori, con il compito di tagliare fuori le forze avversarie e di colpire i centri nevralgici dellavversario (B. H. Liddell Hart, La seconda guerra mondiale. Una storia militare, Mondadori, Milano 1998). Liddell Hart, che si considera il padre teorico della guerra di movimento, tende a enfatizzare limportanza del Blitzkrieg. Come mostrer oltre, si tratta di una classica sopravvalutazione dellelemento teorico della strategia. In ogni caso, il modo di fare la guerra convenzionale elaborato negli anni Trenta, a cui continua a ispirarsi quello contemporaneo, si basa, oltre che sulla mobilit delle forze, sullintegrazione del combattimento terrestre (forze corazzate) con quello aereo e navale: B.H. Liddell Hart, Larte della guerra nel XX secolo, Mondadori, Milano 1971. Per quanto riguarda la teoria del bombardamento strategico, il classico in materia un italiano: G. Douhet, Il dominio dellaria e altri scritti (1932), Aeronautica militare-Ufficio storico, Roma 2002. Il miglior saggio complessivo sullevoluzione della guerra nella prima met del secolo XX a mio avviso M. van Creveld, The Transformation of War, The Free Press, New York 1991. 16 Il testo fondamentale in materia resta Aa.Vv., Le soldat du travail. Guerre, fascisme et taylorisme, in Recherches, 32-33, 1978. 17 Cfr. E. Ludendorff, Meine Kriegeserinnerungen (1914-1918), De Gruyter, Berlin 1919 (in cui viene descritta, in termini auto-celebrativi, la totalizzazione del primo conflitto mondiale) e soprattutto id., Der Totale Krieg, stampato in proprio, Berlin 1936, ristampa anastatica Archiv Verlag 1986. Questultimo opuscolo si pu considerare il primo tentativo di tirare le fila delle innovazioni militari della prima guerra mondiale. Si tratta di contributi in larga parte ideologici, comprensibili nel quadro del revanscismo e del nazionalismo tedesco tra le due guerre. Un discorso a parte va fatto per lespressione teorica insuperata di questi cambiamenti e cio lopera di E. Jnger. Bench anchessi alimentati dallesperienza della guerra di trincea, i contributi di Jnger hanno saputo individuare la fusione di guerra e vita sociale, di economia di pace e di guerra, divenuta centrale nellepoca delle guerre totali e, sotto forme ovviamente diverse, nel nostro tempo di guerra permanente, ubiqua o endemica. Cfr. saggi come Der Kampf al inneres Erlebnis, Die Totale Mobilmachung o Der Weltstaat, ora in E. Jnger, Smtliche Werke, 7, Betrachtungen zur Zeit, KlettCotta, Stuttgart 1980; inoltre Id., Loperaio. Dominio e forma, Longanesi, Milano 1984 e i testi occasionali raccolti in Scritti politici e di guerra 1919-1933, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2003.
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sembr toccare un punto di non ritorno. La pace, ancorch risultante dalla paura di distruzioni inimmaginabili, sembrava per la prima volta nella storia a portata di mano. Dal terrore cosmico alla guerra diffusa Oggi sappiamo che si trattato di unillusione. Secondo una valutazione grezza ma significativa, il numero di vittime causate nel mondo intero dai conflitti successivi al 1945 di gran lunga superiore a quello della prima guerra mondiale.18 Anche prescindendo dalle innumerevoli crisi locali o regionali, dalle guerre tra Israele e paesi arabi o dai tardivi conflitti coloniali (degli inglesi in Kenia, dei francesi in Indocina e Algeria), il confronto tra impero americano e impero sovietico, o tra capitalismo e comunismo, stato tutto tranne che pacifico o freddo (Corea, Vietnam, Corno dAfrica, Angola, Afghanistan e cos via).19 Solo lEuropa occidentale stata al riparo, durante la Guerra fredda, dagli effetti del conflitto armato. Ci ha portato i paesi usciti dalla Seconda guerra mondiale a proiettare, con un tipico riflesso eurocentrico, la loro condizione di pace sul resto del mondo.20 In ogni caso, lillusione del pacifismo europeo cessata subito dopo il 1989. Dapprima, la latente disintegrazione della federazione iugoslava sfociata in una serie di conflitti armati che ha coinvolto gli interi Balcani. In seguito, varie coalizioni occidentali guidate dagli Stati uniti sono intervenute in diverse parti del mondo in nome della legalit internazionale (Kuwait, 1991), dellumanit o dei diritti umani (Somalia, 1993; Bosnia, 1995; Kosovo, 1999), della libert duratura (Afghanistan, 2001), della lotta al terrorismo o della pura e semplice egemonia (Iraq, 2003). Lo stato di guerra dura ormai da un quindicennio e soprattutto sembra destinato a continuare per un tempo indefinito. Ma soltanto con gli attacchi dell11 settembre 2001 vasti strati dellopinione pubblica occidentale hanno realizzato che la guerra, anche se di tipo nuovo, era ricomparsa nellorizzonte della vita quotidiana. Si tratta allora di stabilire se e come la guerra permanente a cui di fatto ci siamo abituati stia cambiando la nostra esistenza. Si tratta di un problema la
18 Cfr. R. Leger Sivard, World Military and Social Expenditures, World Priorities, Washington (Dc) 1996, ripreso in M. Renner, State of the War. I dati sociali, economici e ambientali del fenomeno guerra nel mondo, Edizioni Ambiente, Milano 1999, stima in venti milioni le vittime delle guerre della seconda met del secolo XX. A mio avviso, la cifra sottostimata, perch i dati, aggiornati al 1995 sono relativi solo ai conflitti maggiori (Corea, Vietnam, intervento sovietico in Afghanistan) ma non tengono conto di una miriade di crisi locali, alcune dei quali pluridecennali (Angola, Eritrea, Somalia, Etiopia, Colombia) o di altre (come quella tra Iraq e Iran), per cui non esistono dati certi. Se a tutto ci aggiungiamo le guerre recenti (Golfo, Balcani, Cecenia, intervento americano in Afghanistan, Iraq, Ruanda, Zaire ecc.) la cifra potrebbe raggiungere i 30 milioni su un totale di 120 complessivi dallinizio del XX secolo. Il dato pi significativo forse la percentuale di vittime civili. Se questa era di poco inferiore al 50% per la Prima guerra mondiale, salita all80% per i conflitti successivi al 1945. 19 Si calcola, per esempio, che il solo colpo di stato del 1965 in Indonesia (che pu essere considerato come un episodio della guerra fredda) abbia causato un milione di vittime. 20 Unillusione in cui sono caduti , anche se per poco tempo, osservatori competenti. Cfr. M. Shaw, The Post-military Society, Polity Press, London 1991.

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cui corretta impostazione dipende dalla comprensione della natura della guerra contemporanea. su questo punto che lanalisi incorre nelle maggiori difficolt. Gran parte degli attuali conflitti sfuggono allidea di guerra divenuta abituale nel XX secolo. Baster citare solo un esempio, irrisorio ma rivelatore. Quando, nel febbraio 1991, fu chiaro a tutti che la coalizione guidata da George Bush sarebbe intervenuta per espellere le forze irachene dal Kuwait, in alcune citt italiane si diffuse il panico. Le cronache riportano che molti, soprattutto donne e anziani, si precipitarono nei supermercati per fare incetta di scorte alimentari. Limminenza della guerra evocava probabilmente, non solo in chi aveva vissuto direttamente le vicende belliche di quarantacinque anni prima, spettri come il razionamento, gli allarmi aerei, i bombardamenti delle citt. In seguito, nonostante le guerre si siano moltiplicate, il panico non si ripetuto. Nella primavera del 1999, dopo qualche timore che la Serbia reagisse ai bombardamenti lanciando missili sulla costa adriatica, le coalizioni occidentali hanno potuto combattere le loro guerre senza temere ritorsioni dirette. Durante tali conflitti, la vita quotidiana dellOccidente continuata pi o meno inalterata. In fondo, lo choc dell11 settembre e la paura generalizzata del terrorismo confermano la pretesa che si possa combattere alla periferia senza che il centro, cio il nostro mondo, sia coinvolto. Ovviamente, dopo l11 settembre 2001 a New York e l11 marzo 2004 a Madrid, questa pretesa si rivelata fragile. Ma la presenza della guerra nelle nostre vite non si limita allo spettro del terrorismo. Essa determina piuttosto una mobilitazione che, lungi dal costituire uno stato deccezione, riorienta stabilmente le nostre abitudini, cio le forme in cui si volge normalmente la vita sociale. Alcuni di questi cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti e si possono riassumere nella formula del primato della sicurezza: inasprimento dei controlli alle frontiere, negli aeroporti e in generale nei luoghi di transito, potenziamento e onnipresenza dellintelligence, sospetto generalizzato verso gli stranieri, soprattutto se di origine nordafricana, mediorientale, araba o islamica, allestimento di campi per prigionieri privi di uno status preciso e quindi di qualsiasi garanzia (Guantanamo, campi in Iraq e Afghanistan ecc.).21 Il primato della sicurezza significa in ultima analisi la militarizzazione del controllo sociale, cio la gestione in termini militari (al limite, bellici) delle minacce portate alle societ occidentali dallesterno (infiltrazioni terroristiche) o dallinterno (cellule dormienti). La militarizzazione del controllo comporta due conseguenze principali. La prima riguarda il fatto che certe categorie di esseri umani, in quanto sospettate di connivenza con il nemico, sono sottratte alle normali garanzie giuridiche su cui lOccidente ha costruito la propria rappresentazione di culla del diritto. Il Patriot Act voluto da Bush e confezionato dal ministro Ashcroft, listituzione dei campi di detenzione come Guantanamo, levidente normalit della tortura nel carcere di
21 Il discorso si potrebbe allargare a reti di sorveglianza elettronica come il famigerato sistema Echelon e a tutti gli accordi di cooperazione in materia di intelligence, prevenzione e controllo che vengono stipulati a vari livelli dagli stati occidentali: D. Campbell, Il mondo sotto sorveglianza. Echelon e lo spionaggio elettronico globale, Eleuthera, Milano 2002.

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Abu Graib rappresentano listituzione di un regime militare speciale riservato ai terroristi.22 La seconda conseguenza la messa in stato daccusa virtuale e reale di quei tipi umani, in particolare i migranti, considerati inclini, per la loro natura sociale irregolare, ad accogliere la propaganda dei nemici della libert. In questo senso, i centri di detenzione (ormai diffusi in tutto il mondo) per stranieri illegittimi o clandestini, non sono formalmente diversi dalle carceri militari speciali, in quanto riservati a soggetti privi di qualsiasi legittimit sociale. Si pu anche notare che ormai il principio dellinimicizia (su cui si fonda la militarizzazione del controllo) tenda a investire qualsiasi minaccia dellordine costituito (ci vale, sotto determinate circostanze, anche per lopposizione interna allOccidente).23 Altri cambiamenti, invece, meno evidenti ma probabilmente capaci di provocare effetti imprevedibili, si possono compendiare nella formula del primato della decisione armata. A partire dal 1999, quando la guerra contro la Serbia fu condotta dalla Nato senza il consenso dellOnu, si affermato il principio di ingerenza militare dellOccidente in tutto il mondo. La giustificazione o legittimazione di questa attivit di polizia globale fa leva sulla minaccia del terrorismo e di chi lo sosterrebbe (i cosiddetti rogue states, in primo luogo) ma , in sostanza, autoreferenziale.24 Assumendo che solo lOccidente pratichi il diritto nelle relazioni interne e internazionali (si trovi cio in una situazione giuridica ideale), e disponga dei mezzi per farlo rispettare, si gettano di fatto le premesse per la costituzione di un potere militare globale legittimato dalle circostanze.25 Circostanze peraltro durature, in quanto si ritiene che ogni prevedibile opposizione armata al suo esercizio ricada nella fattispecie del terrorismo. Non altro il significato profondo dello slogan enduring freedom o delle dichiarazioni di Bush secondo cui la lotta al terrorismo potrebbe durare intere generazioni.26 La guerra al terrorismo non riposa quindi su alcuna legittimazione convenzionale, bens su un potere di fatto o capacit di intervento, che naturalmente pu essere giustificato con il
22 Come sar specificato oltre, il fatto che si tratti di nemici della civilt comporta che ad essi non si applichino nemmeno le convenzioni, per altro assai aleatorie, del diritto di guerra. Ci non significa per, come si ritiene spesso, che le misure adottate dal governo americano (e non solo da questo) siano illegali. Sono piuttosto procedure formalmente legali con cui la guerra al terrorismo viene sottratta al controllo della legge ordinaria. un paradosso apparente che ha dei precedenti celebri, come il regime speciale istituito dallo stato tedesco nei confronti degli ebrei (cfr. E. Fraenkel, Il doppio stato, Einaudi, Torino 1983). Per una discussione sullimpatto delle misure eccezionali negli Stati uniti di oggi: R.C. Leone, G. Anrig jr. (a cura di), The War on our Freedoms. Civil Liberties in an Age of Terrorism, Public Affairs, New York 2003. 23 per esempio divenuto normale sostenere, a destra e sinistra, che il comportamento violento, per esempio in una manifestazione di piazza, il primo passo verso il terrorismo. Le cronache italiane riportano innumerevoli tentativi di collegare (da parte di inquirenti e anche magistrati) la sovversione sociale al terrorismo islamico. 24 A. Dal Lago, Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l11 settembre, ombre corte, Verona 2003. 25 La nozione di Occidente, in questo contesto, del tutto convenzionale. In essa ricadono ovviamente Usa, Europa e tutti i loro alleati in ogni parte del mondo. Vedremo come, pur essendo variabile, la nozione di occidente coincida con quella di civilt occidentale nel senso reso popolare da S.P. Huntington, Lo scontro delle civilt e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997. 26 Lespressione enduring freedom solitamente tradotta come libert duratura. Poich per il verbo to endure significa, oltre che durare, sopportare, potremmo anche tradurre lo slogan con sopportare la libert. Insomma, la guerra duratura, secondo Bush il prezzo da pagare per la libert.

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richiamo alla superiorit culturale (economica, sociale e anche militare) della civilt occidentale.27 In questo senso, il potere di intervento, cio la guerra, assume una funzione costituente e quindi capace di ri-configurare le relazioni globali di potere.28 Dire che la guerra assume oggi un potere o ruolo costituente significa perci che essa la fonte di nuove relazioni sociali e politiche. Per cominciare, accanto alle istanze politiche nazionali e internazionali, si sviluppano poteri di fatto nuovi o, se istituiti da tempo, capaci di mutare funzioni e ambiti di intervento. Tra i primi rientrano le alleanze ad hoc che hanno combattuto le guerre in Afghanistan e in Iraq e si pongono di fatto come braccio armato della legalit internazionale, con o senza mandato Onu, nonch la progettata forza europea di intervento rapido, il cui raggio di azione non si limita certamente al Vecchio continente. Tra i secondi possiamo citare la Nato, che nel 1999 intervenuta in Kosovo. In entrambi i casi, queste strutture militari, occasionali o stabili che siano, tendono a promuovere o imporre nuove forme di organizzazione politica ed economica dei paesi in cui intervengono. Si considerino la presenza militare in Afghanistan, il protettorato militare della Nato sui Balcani meridionali (Bosnia, Kosovo e, in senso lato, Macedonia e Albania) o la coalizione che sta gestendo loccupazione dellIraq. Questultima composta dalle forze armate dei due stati che hanno travolto lesercito iracheno nel 2003 e da contingenti militari di diversi paesi europei, asiatici e sudamericani con compiti di polizia militare. In realt, queste forze non sono che lavanguardia armata di una struttura di occupazione che comprende un gran numero di forze private di sicurezza,29 di imprese (in maggioranza americane) con compiti di ricostruzione delle infrastrutture e del sistema economico e di agenzie pubbliche o semipubbliche occidentali (servizi segreti, esperti di sicurezza, Ong ecc.) che gestiscono gli apparati civili, dai sistemi educativi ai beni culturali. Si tratta dunque di unoccupazione politica, econo-

27 Secondo la teoria sociale classica, la legittimazione di un ordinamento la giustificazione del suo diritto a essere in vigore. La legittimazione pu quindi riposare sulla tradizione, sul carisma e sulle procedure giuridiche. Nel caso del potere costituente globale, la legittimazione basata sulla forza militare, anche se giustificata da intellettuali e chierici globali in termini di superiore civilt. 28 In questi anni, un buon numero di libri revanscisti ha riaffermato lintrinseca superiorit dellOccidente su ogni altro tipo di cultura, passata o presente. Emblematici, in questo senso, V. Hanson, Massacri e cultura, Garzanti, Milano 2002 (che attribuisce la superiorit militare occidentale al razionalismo, da Maratona alla Guerra del Golfo) e D.S. Landes, La ricchezza e la povert delle nazioni. Perch alcune sono cos ricche e altre cos povere, Garzanti, Milano 2001, per il quale la nostra superiorit economica piuttosto una faccenda di libert di iniziativa. Per una critica di questo imperialismo retrospettivo resta indispensabile E. Said, Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale delloccidente, Gamberetti, Roma 1998. In un senso analogo, ma molto meno esplicita, la posizione di A. Sen, Democracy and its Global Roots, in The New Republic, 6 ottobre 2003. 29 Come vedremo, il trasferimento a imprese private di attivit non solo di supporto (logistica, approvvigionamento, polizia, sicurezza ecc.), ma anche di combattimento uno degli aspetti pi innovativi della guerra contemporanea: N. D. Schwartz, The War Business, in Fortune, 3 marzo 2003. Secondo I. Traynor, The Privatisation of War, in The Guardian, 10 dicembre 2003, il rapporto tra soldati privati e forze armate regolari in Iraq di circa 1 a 10 (mentre allepoca della guerra del Golfo, nel 1991, era di 1 a 100). P. Singer, Corporate Warriors. The Rise of Privatized Military Industry, Cornell University Press, Ithaca, 2003, conferma questa valutazione e stima in circa 100 miliardi di dollari il giro daffari annuo di questo settore. Cfr. anche M. dEramo, Privatizzazioni da combattimento, il manifesto, 6 aprile 2004.

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mica e amministrativa che trova nella vittoria militare del 2003 la sua unica fonte di legittimazione. Ripartire da Clausewitz? Vediamo dunque nella guerra un fenomeno capace di trasformare la societ secondo direzioni in gran parte innovative. Potremmo esprimere lo stesso concetto definendo la guerra contemporanea come un sistema sociale di pensiero. Questa espressione si ispira allopera di Michel Foucault e indica una formazione concettuale che, senza essere necessariamente organica, esplicitata o rappresentata da tradizioni ufficiali e canoniche come la filosofia, nondimeno capace di orientare il modo di pensare teorico e pratico di una certa epoca. Foucault ha portato alla luce sistemi di pensiero come le rappresentazioni scientifiche minori a cavallo dellilluminismo, limmagine della follia in et classica, il carcerario e il disciplinamento moderni, la volont di sapere nella cultura contemporaneo della sessualit. In particolare, ha individuato lessenza del pensiero bellico moderno nel razzismo di stato, unidea questa estremamente feconda, anche se la prospettiva sviluppata da Foucault ancora limitata agli stati nazionali e alle singole societ, e non si estende alle dimensioni trans-statuali e transnazionali che oggi vengono comprese sotto letichetta indubbiamente usurata di globalizzazione.30 Foucault ha insistito sulla necessit di rovesciare il senso della massima di Clausewitz, secondo cui la guerra la continuazione della politica con altri mezzi.31 Per lui invece la politica la continuazione della guerra con altri mezzi (come, in un certo senso, per Carl Schmitt). Agli occhi di Foucault il politico appare come il travestimento di una guerra civile fondamentale tra gruppi sociali, in sostanza tra il ceto dominante e un corpo sociale costitutivamente riottoso. Si tratta, a mio avviso di una posizione che fraintende la lettera dellespressione di Clausewitz, per il quale con politica si intendeva la politica estera, e cio i rapporti tra stati sovrani, ma anche di un fraintendimento felice e produttivo.32 Infatti, oggi pi di ieri, impossibile postulare una netta separazione tra politica interna ed estera. E questo non per il deperimento degli stati nazionali, che avrebbero ceduto quote della sovranit a istanze globali, ma esattamente per il motivo contrario, cio la riorganizzazione degli stati nazionali in costellazioni o coalizioni, pi o meno variabili, che
M. Foucault, Bisogna difendere la societ, Feltrinelli, Milano 1998. Si prova quasi ritegno a citare laffermazione di Clausewitz, tanto nota (cfr. K. von Clausewitz, Della guerra, cit. p. 38). sintomatico per che la conoscenza di questo testo fondamentale, lunico che meriti la definizione di teoria generale della guerra occidentale, si arresti per lo pi a tale massima e non riguardi invece laltra fondamentale nozione della guerra come gioco, azzardo o strategia non lineare. Questo secondo punto alimenta un diffuso dibattito che sfocia anche nelle teorizzazioni pi avveniristiche: D.S. Alberts, T.J. Czerwinski (a cura di), Complexity, Global Politics and National Security, National Defense University, Washington (Dc) 1998; L.P. Beckerman, The Non-linear Dynamics of War (1999), in www.belisarius.com. 32 Cfr. A. Pandolfi, Foucault e la guerra, in Filosofia politica, 16, 3, 2002. Si veda soprattutto in questo numero il contributo di Massimiliano Guareschi.
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agiscono su una scena globale per ragioni egemoniche. In altri termini, si potrebbe ritradurre la (libera) versione che Foucault ha operato della massima di Clausewitz nella proposizione seguente: La politica globale la continuazione della guerra globale con altri mezzi. Con ci, essenzialmente, si stabilisce lesistenza di una dimensione continua, anche se ovviamente articolata, di guerra e politica globale.33 Lintuizione di Foucault consente di liberarsi dallopinione di senso comune secondo cui la guerra sarebbe unanomalia, la deviazione dal retto cammino dellumanit, lemergere di unirrazionalit antiprogressiva, lo scatenamento di pulsioni arcaiche e cos via.34 Certo, c qualcosa di vero in questi giudizi, almeno se ci si colloca al livello dellindividuo combattente e degli orrori a cui partecipa. Ma le cose appaiono del tutto diverse quando lanalisi investe i meccanismi e i sistemi militari nelle loro relazioni organiche con la politica e leconomia globale. Allora la guerra appare piuttosto come laltra faccia della politica globale, un sistema di opzioni non alternativo, ma del tutto complementare, ai sistemi di governo pacifici. Dalla fine della Guerra fredda, la violenza militare, cio limposizione di scelte politiche con la forza delle armi, apparsa come una risorsa continua, normale, quotidiana in un quadro politico in evoluzione. Guerre, pertanto, politiche in misura varia e miranti a obiettivi eterogenei, non sempre evidenti o del tutto comprensibili nel quadro delle apparenti razionalit che le dovevano motivare o giustificare. Guerre per il controllo delle risorse, per la liquidazione di resistenze locali (si pensi allo stato di guerra permenente in Palestina), per la ridefinizione delle zone di influenza o per tutti questi motivi insieme. Che alcune di queste guerre non siano state dichiarate, e in alcuni casi nemmeno considerate tali, indica semplicemente che lo stato di guerra oggi ubiquo.35 Intendiamoci, non si tratta di una novit. Piuttosto, il fatto che oggi la scala dei conflitti sia globale in ogni parte della terra (che cio, in linea di principio, ogni conflitto locale abbia effetti su tutto il mondo) ha squarciato il velo dellideologia occidentale che aveva marginalizzato il ruolo della guerra nellaffermazione della cultura euro-americana: ideologia liberale, economicista, democratica, secondo cui il successo dei valori dellOccidente benessere economico, libert politica, governo rappresentativo, sviluppo scientifico e tecnologico sarebbe il frutto di unintrinseca superiore capacit, e non invece il risultato di uno stato di guerra che ha lasciato dietro di s, nel corso di un paio di secoli, centinaia di milioni di cadaveri. Si tratta di uni33 Per Foucault, la guerra essenzialmente regolativa, ci che comporta il passaggio in senso stretto dal governo alla governamentalit, in cui la guerra perde ogni carattere di eccezionalit: M. Foucault, Scurit, Territoire, population.Cours au Collge de France. 1977-1978, Gallimard-Seuil, Paris 2004; Id., Naissance de la biopolitique. Cours au Collge de France. 1978-1979, Gallimard-Seuil, Paris 2004. Sullidea di violenza regolativa si veda ora S. Kurtenbach, P. Lock (a cura di), Kriege als [ber]Lebenswelten. Schattenglobalisierung, Kriegskonomien und Inseln der Zivilitt, Dietz, Bonn 2004. 34 Si tratta di una mitologia a cui la psicanalisi ha ampiamente contribuito: D. Pick, La guerra nella cultura contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1994. 35 E in questo senso oggetto di teorie che possono applicarsi indifferentemente ai fatti complessi, come leconomia o le catastrofi naturali: M. Buchanan, Ubiquit. Dai terremoti al crollo dei mercati, dai trend della moda alle crisi militari: la nuova legge universale del cambiamento, Mondadori, Milano 2001.

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deologia esplicita, ma pi spesso implicita, basata cio sulla rimozione caratteristica di una divisione esasperata del lavoro intellettuale. Espunzione della guerra e della sua normalit nelle scienze sociali e nella teoria economica e politica, afasia filosofica, riduzione del fenomeno bellico nel discorso storico a variante del gioco politico-diplomatico: processi di cancellazione culminanti, appunto, nella bizzarra idea della patologia, come se la guerra fosse cio una malattia dellOccidente e non invece la sua condizione fisiologica. Sarebbe interessante procedere, sulla scia di Foucault e di Warburg, a unarcheologia o a una genealogia dellassenza di guerra nellautoedificazione del pensiero occidentale. Un lavoro tutto sommato faticoso ma non impossibile, se solo ci si affidasse al contrappunto, nel discorso filosofico, di disinteresse e occasionali pulsioni guerresche, qualcosa che tra reticenze e furori omicidi ci riporta fino alle sorgenti della narrazione occidentale.36 Non bastano le occasionali intuizioni di un Machiavelli o di uno Schmitt, i contorti progetti pacifisti di Kant, le saette di Nietzsche e persino le brillanti affabulazioni storiche di Foucault o Deleuze e Guattari ad assolvere la tradizione filosofica dal sospetto di una generale connivenza, di un silenzio-assenso sulla guerra.37 Le meraviglie dellintelligenza Dire che la guerra assume oggi pi di ieri una funzione costituente, anche se implicita o rimossa, significa riconoscere non solo che progettualit politicosociale e progettualit militare vanno perfettamente daccordo, ma che, al limite, la seconda a determinare il ritmo della prima. Il discorso non si limita alle tecnologie divenute perfettamente ordinarie (e anzi assunte come simbolo di uno sviluppo pacifico e perfino della libert di comunicare) che hanno unorigine militare, come Internet. Basterebbe limitarsi al fatto che nella societ di mercato oggi trionfante, in cui il ruolo della mano pubblica considerato scandaloso, sopravvive, anzi prospera, il pi straordinario apparato di welfare militare che la storia abbia conosciuto. Se Roma, con una trentina di legioni attive al momento di massimo sviluppo,38 era considerata limpero
36 Sono gli storici della guerra antica a notare che allubiquit della guerra nella Grecia classica non corrispondono, nella filosofia greca, se non riflessioni occasionali: Y. Garlan, Guerra e societ nel mondo antico, il Mulino, Bologna 1987; S. Villatte, Les philosophes devant la guerre, in P. Brun (a cura di), Guerres et societs dans les mondes grecs (490-322), Editions du temps, Paris 1999. 37 A. Dal Lago, Qualcosa di impensato. Note sulle relazioni tra filosofia e guerra, in aut aut, 324, 2004. Cfr. A. Philonenko, Philosophie de la guerre, Vrin, Paris 1976. 38 Allapogeo dellimpero romano, alla fine del I secolo d.C., il numero complessivo dei legionari, che difendevano i confini di un territorio che andava dalla Scozia a nord alla Persia a sud est, non superava i 180.000 uomini (C.M. Wells, Limpero romano, il Mulino, Bologna 1992). Come sappiamo da Procopio, le armate bizantine di Giustiniano, uno degli imperatori pi militaristi, raggiungevano raramente i 1520.000 uomini (L. Brhier, Le monde byzantine, 2, Les institutions de lEmpire byzantine, Paris 1949). Fino allepoca delle armate napoleoniche, e pur in un incessante seguito di conflitti, gli eserciti europei moderni superavano raramente la dimensione considerata ottimale di 30-40.000 uomini (J. Keegan, La grande storia della guerra, Mondadori, Milano 1997). vero che le dimensioni degli eserciti non sono commensurabili. Tuttavia, anche a prescindere dalle due guerre mondiali, il XX secolo ha visto unincredibile espansione degli apparati militari. La coalizione anti-irachena del 1991 era composta da pi di 700.000 uomini, di cui due terzi non combattenti.

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pi militarizzato dellantichit e la Prussia di Federico II, con un esercito di alcune decine di migliaia di uomini, un vero e proprio stato-caserma, che cosa dovremmo dire degli Stati uniti contemporanei, che hanno sul libro paga del Department of Defense pi di due milioni di uomini, senza contare i riservisti, la guardia nazionale e gli altri milioni che lavorano per la parte civile del complesso militare-industriale? E che dire dei mercenari, degli altri milioni di portatori darmi a fini civili, come poliziotti di ogni tipo o doganieri oggi arruolati nella guerra senza fine al terrorismo? Il sistema militare, apparentemente silenzioso o raggelato in tempo di pace, e dispiegato e pi o meno trionfante in quello di guerra, sembrato una sorta di implicito male necessario finch, dopo il 1989, le convenzioni, intellettuali, politiche e giuridiche, hanno cominciato a sgretolarsi, rivelando il mondo come un solo grande campo di battaglia. Naturalmente, si tratta di uno scenario marziale profondamente nuovo, del tutto adeguato alle direzioni prese negli ultimi decenni dalleconomia e dalla scienza. I primi anni Novanta hanno visto laffermarsi dellutopia tecnocratica in campo strategico, nota come Rma o Rivoluzione nelle questioni militari. Per comprenderne il significato, necessario ricordare che la storia militare occidentale convenzionalmente contrassegnata da svolte a cui si d il nome di rivoluzioni.39 Per limitarsi allepoca moderna, tali sono considerate la diffusione su larga scala delle armi da fuoco (XVI e XVII secolo), lintroduzione degli eserciti di leva (tra XVIII e XIX secolo), ladozione di forze corazzate e aviazione strategica (prima met del XX secolo). La Rma segnerebbe unulteriore svolta, la pi radicale di tutte, in quanto capace non solo di assumere il mondo come campo di applicazione, ma anche e soprattutto di realizzare, in linea di principio, la progressiva riduzione, se non sparizione, dellelemento umano combattente.40 Il nucleo strategico della Rma essenzialmente costituito dallimpiego delle nuove tecnologie (informatiche, comunicative, robotiche) nei settori militari in cui lelemento umano sempre stato preponderante: raccolta di informazioni sul terreno e combattimento. Qui i soldati in carne e ossa sarebbero progressivamente sostituiti, anche se non esclusivamente, dallautomazione dei sistemi di informazione (infowar) e dallimpiego preponderante della guerra aerea e missilistica per neutralizzare le forze armate nemiche.41 In un certo senso, il secondo conflitto del Golfo del 199142 rappresenta la transizione tra la guerra di tipo novecentesco e la Rma. Bench i sistemi di comunicazione e difesa aerea (nonch le difese terrestri degli iracheni) fossero stati completamente distrutti dagli alleati, alle forze di terra (corazzate e di fanteria) fu affidato il compito di completare il lavoro e di ripulire il
39 Per una sintesi del problema R. A. Preston, S.F. Wise, Storia sociale della guerra, Mondadori, Milano 1973; R. Hale, Guerra e societ nellEuropa del Rinascimento (1450-1620), Laterza, Roma-Bari 1987; lautorit in materia G. Parker, La rivoluzione militare. Le innovazioni militari e il sorgere dellOccidente, il Mulino, Bologna 1999. 40 M. OHanlon, Technological Change and the Future of Warfare, The Brookings Institution, Washington (Dc) 2000. 41 Si veda M. De Landa, La guerra nellera delle macchine intelligenti, Feltrinelli, Milano 1996. Cfr. C. H. Gray, Postmodern War. The new Politics of Conflict, Routledge, London 1997. 42 Convenzionalmente, il primo conflitto del Golfo considerato quello tra Iraq e Iran (1979-1988).

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Kuwait dalle truppe di Saddam Hussein. In ogni caso, la straordinaria disparit nel computo delle perdite (poco pi di 300 tra gli alleati, diverse decine di migliaia tra gli iracheni) suscit lillusione che lincomparabile preponderanza occidentale in termini di tecnologie informatiche, aeree e missilistiche rendesse ormai residuale la guerra di terra. Anche questultima, basata sullintegrazione di forze corazzate e aviazione tattica (cannoniere volanti, elicotteri dattacco) sarebbe divenuta una sorta di formalit. Nasce subito dopo la Guerra del Golfo lideologia della guerra a zero perdite (occidentali), insieme alla propaganda sulla capacit di missili e bombe intelligenti di causare solo poche vittime (danni collaterali) nella popolazione civile (guerra a costo umano zero). Lapogeo della Rma (un misto di utopia e propaganda) viene toccato nella guerra del Kosovo del 1999, in cui per la prima volta nella storia lattacco della coalizione Nato non comport nemmeno un caduto tra gli attaccanti e poche centinaia (in realt, alcune migliaia) di vittime, soprattutto civili, tra i serbo-iugoslavi. Nasce inoltre in questo periodo la teoria della guerra asimmetrica. Tra i teorici pi visionari di parte americana comincia a circolare lidea secondo cui la risposta del nemico alla invincibilit occidentale labbandono della guerra convenzionale e anche della guerriglia tradizionale (il cui modello pu essere considerato la guerra di popolo teorizzata e praticata tra gli anni Cinquanta e Settanta dal generale vietnamita Giap), in quanto troppo costosa in termini umani. La risposta asimmetrica consisterebbe soprattutto nel ricorso a forme di guerra reticolare (netwar), in cui piccole cellule terroristiche, autonome e prive di una struttura centralizzata, mirano a colpire i centri nevralgici dellOccidente e degli Stati uniti, secondo il ben noto precetto strategico dello sciame (swarming) in cui ci si muove separatamente per colpire insieme.43 Non c dubbio che, fin da principio, gli strateghi americani abbiano avuto in mente il modello al Qaeda, che conoscevano benissimo, avendo gli Stati uniti partecipato, pi o meno direttamente, al finanziamento delle imprese di Osama bin Laden allepoca della guerriglia contro i russi in Afghanistan.44 Il principio di fondo che alla guerriglia terroristica si deve replicare con una controguerriglia basata sugli stessi principi strategici.45 La prima risposta all11 settembre, che gli analisti statunitensi avevano larga43 J. Arquilla, D. Ronfeldt, Swarming and the Future of Conflict, Rand, Santa Monica 2000; J.A. Edwards, Swarming on the Battlefield. Past, Present and Future, Rand, Santa Monica 2000. degno di nota del carattere iperteorico e in qualche modo utopistico di queste teorie il fatto che lo sciame sia considerata una tattica in qualche misura atemporale e che, di conseguenza, classici del pensiero strategico, anche antico, siano utilizzati in chiave ipermoderna. Si tratta di un ulteriore esempio del carattere spesso autoreferenziale del discorso strategico. vero comunque che, accanto alle teorie della grande strategia, esiste nella tradizione anche pi remota una notevole produzione in materia di piccole guerre, guerre di frontiera, guerra anti-insurrezionale, a partire almeno dal pensiero militare bizantino, che si trov ad affrontare combattenti irregolari o non convenzionali come turchi, peceneghi, arabi ecc. Cfr. lo Strategikon dellimperatore Maurizio e la Taktika di Leone VI il saggio. Ampi stralci di questi trattati, oggi tornati di moda negli Stati uniti, si trovano in G. Chaliand (a cura di), Anthologie mondiale de la stratgie. Des origines au nuclaire, Laffont, Paris 1990. Altri esempi in U. Albini, V.U. Maltese (a cura di), Bisanzio nella sua letteratura, Garzanti, Milano 2004. 44 Cfr. J. Burke, Al Qaeda. La vera storia, Feltrinelli, Milano 2004. 45 La letteratura in tal senso amplissima. Per una sintesi recente B. Berkowitz, The New Face of War. How War will be fought in the 21st Century, Simon & Schuster, New York 2003. Lidea che la guerra evolva

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mente previsto anche se non erano stati ovviamente capaci di localizzare lattacco, la guerra del 2002 in Afghanistan, in cui la Rma sembra trovare lapplicazione pi completa: bombardamento strategico dei santuari talebani e di al Qaeda, delega allAlleanza del Nord del lavoro sporco (la liquidazione dei talebani in campo aperto), utilizzo di uno sciame di piccole unit di controguerriglia (agenti Cia e britannici, ranger, Delta force, specialisti inglesi ecc.) contro la rete di Osama bin Laden nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan. La scelta, nel marzo del 2003, di invadere lIraq con una forza relativamente leggera stata il frutto non solo della fretta e di errate valutazioni strategiche (nessuno aveva previsto la scelta degli iracheni di non sacrificare le proprie truppe in scontri di terra dallesisto scontato e di riservarsi di combattere dopo la vittoria), ma anche di un eccesso di fiducia nel nuovo modo di fare la guerra. Convinti che la vittoria del 1991 e lembargo, insieme al consueto e devastante attacco aereo, avrebbero annullato ogni possibile resistenza, gli americani e gli inglesi si imbarcavano in unimpresa che si sarebbe rivelata subito infinitamente pi difficile.46 indispensabile a questo punto misurare lo scarto tra strategie teoriche e applicazioni pratiche. Esso dipende anche dai conflitti tra consiglieri civili (fondamentali nel sistema decisionale americano) e gerarchie militari, e, in queste ultime, tra diverse scuole strategiche. Tendenzialmente, le gerarchie militari appaiono caute nello sposare le concezioni strategiche pi avveniristiche e restano legate a una cultura pi tradizionalista. In proposito, si possono segnalare almeno due conflitti rilevanti: il primo, allepoca della guerra aerea del Kosovo port alla rimozione del generale Wesley Clark, che riteneva indispensabile un intervento terrestre,47 il secondo, tra i capi dello stato maggiore americano e il ministro della difesa Rumsfeld. I militari ritenevano, a ragione, che linvasione dellIraq fosse stata preparata affrettatamente e i circa trecentomila uomini utilizzati (di cui solo un terzo combattente) non risultassero sufficienti a mantenere lordine dopo leventuale presa di Baghdad.48 Tutto questo mostra che la Rma solo un orizzonte teorico, e per di pi controverso, da cui non dobbiamo derivare alcuna indicazione di lungo periodo sullevoluzione della guerra contemporanea.49 Lattuale modo di fare la guerra sembra aperto a un ventaglio di opzioni
necessariamente in tal senso molto controversa. Per un punto di vista tradizionalista C.S. Gray, Modern Strategy, Oxford University Press, Oxford-New York 1999. 46 sorprendente che uno storico e osservatore del calibro di John Keegan abbia non solo giustificato la guerra in Iraq, ma sostenuto che si trattato di una guerra ben condotta e vinta: J. Keegan, The Iraq War, Hutchinson, London 2004. 47 W. Clark, Vincere le guerre moderne. Iraq, terrorismo e limpero americano, Bompiani, Milano 2004. 48 Poco prima dellinizio della guerra in Iraq usciva sulla rivista dello Us Army War College, la pi prestigiosa istituzione accademica dellesercito americano una drastica confutazione della dottrina BushRumsfeld: J. Record, The Bush Doctrine and War with Iraq, in Parameters. Us Army War College Quarterly, primavera 2003, pp. 4-21. Lo stesso autore ha duramente criticato in seguito la conduzione della guerra in Iraq: Id., Bounding the Global War on Terrorism, Strategic Studies Institute, Us Army War College, Carlisle 2003. Questo saggio, pubblicato da unistituzione militare, ha avuto una notevole risonanza sulla stampa americana e ha contribuito ad incrinare la leggenda della missione compiuta. 49 Si ha limpressione che la Rma sia spesso valutata pi a partire dalle visioni dei suoi teorici che

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in larga parte politiche, spesso in contraddizione tra loro e largamente occasionali. Ma questo significa ammettere che non esiste alcuna soluzione di continuit radicale tra scelte di pace e di guerra nel sistema egemonico americano.50 Il fallimento strategico in Iraq ha condizionato largamente le elezioni del novembre 2004 (che non stato affatto un referendum sulla pace ma sul modo ottimale di fare la guerra), mentre la conferma di Bush porter alla scelta di nuove opzioni militari. Queste a loro volta non si escludono, ma coesistono in uno scenario in cui lapparato militare pronto in ogni momento ad agire come braccio armato della politica egemonica. La civilt della guerra La guerra esercita una funzione costituente anche in un senso pi ampio, influenzando le strutture globali della cultura. Consideriamo la sfera dellinformazione. Bench apparentemente pluralistica su scala mondiale, perch articolata in innumerevoli sfere locali e nazionali, linformazione globale in realt influenzata da un piccolo numero di fonti e di organi, televisivi e di stampa, che ricadono nellorbita dellOccidente e in primo luogo degli Stati uniti. Anche televisioni celebrate per la loro imparzialit dipendono, in caso di crisi internazionali, da catene molto vicine allestablishment politico-militare americano, quali Cnn o Fox Tv. Inoltre, levento dell11 settembre 2001 ha fatto s che quasi tutti i media occidentali si siano allineati sulle posizioni del governo americano, in nome del patriottismo o della difesa della nostra civilt. Daltra parte, da quando linformazione considerata esplicitamente elemento essenziale della strategia militare, i media sono stati di fatto arruolati nelle armate occidentali, cos da rendere impossibile una copertura indipendente delle guerre.51 Nel 1991, lo stato maggiore della coalizione proib la libert di movimento degli inviati sul teatro delle operazioni. Nel 2003, i giornalisti sono stati embedded, cio messi in divisa e aggregati ai reparti di
da unanalisi del suo impatto reale. Esemplare in tale senso la divulgazione sensazionalistica di U. Rapetto, R. Di Nunzio, Le nuove guerre. Dalla Cyberwar ai black bloc, dal sabotaggio mediatico a bin Laden, Rizzoli, Milano 2001. Un caso analogo costituito dallappropriazione da parte cinese dei segreti della Rma. Qualche anno fa la stampa riportava la preoccupazione degli ambienti militari americani a causa della pubblicazione di un saggio di due ufficiali dellaviazione cinese: Q. Liang e W. Xiangsui, Guerra senza limiti. Larte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2001. In realt, quasi tutto il materiale citato dai due autori facilmente reperibile su Internet. 50 In fondo, il concetto di guerra preventiva (elaborato allepoca di Clinton) indica il permanente stato di allerta e di guerra, che cos diviene unopzione corrente di politica estera. Cfr. A.B. Carter, W.J. Perry, Preventive Defense. A new Security Strategy for America, Brookings Institution Press, Washington (Dc) 1999. 51 La manipolazione dellinformazione come strumento di guerra globale teorizzata in D. Arquilla, D. Ronfeldt (a cura di), In Athenas Camp. Preparing for Conflict in Information Age, Rand, Santa Monica 1997. La Guerra del Golfo forse lesempio pi sensazionale di fabrication militare prima che le armi di distruzione di massa di Saddam fossero usate come casus belli del 2003. Dallinvenzione dei crimini commessi dagli iracheni in Kuwait fino alla censura sulle operazioni militari, tutta linformazione sulla guerra stata manipolata dallo stato maggiore alleato. Cfr. J. MacArthur. The Second Front. Censorship and Propaganda in the Gulf War, University of California Press, Berkeley 1992. In generale sulla propaganda di guerra, vecchia e nuova: A. Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra calda, fredda, tiepida..., Ediesse, Roma 2005.

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seconda linea. Uninformazione alternativa o indipendente scoraggiata con mezzi spicci e comunque militari. Nel 1999, in Kosovo, la televisione serba fu distrutta da un attacco missilistico, mentre in Iraq diverse troupe di emittenti arabe, come al Jazeera e la televisione di Abu Dabi, sono state ripetutamente nel mirino degli americani durante la presa di Baghdad.52 La militarizzazione dellinformazione non in contraddizione con lapparente pluralismo comunicativo che si addice a una societ di mercato globale. Piuttosto, essa agisce in modo intermittente nelle fasi di mobilitazione e di acme dei conflitti. Inoltre, si estende ai processi ordinari che filtrano le notizie, attribuendo loro un rilievo globale o facendole retrocedere o sparire nel retroscena dellofferta informativa. Anche in mancanza di Diktat da parte di militari o politici, le notizie che contraddicono le verit politiche ufficiali scompariranno, semplicemente perch nessun organo di informazione interessato a riprenderle.53 Data la massa di informazione teoricamente disponibile, una notizia tale solo se politicamente sostenuta, se cio risulta fabbricata, ripresa o convalidata da istituzioni dotate di autorit sulla scena globale. Il governo statunitense ha potuto fare credere al mondo che gli iracheni fossero in grado di colpire loccidente con armi di distruzione di massa solo perch, dopo l11 settembre, gli si riconosceva una sorta di pretesa o diritto alla verit.54 Linfluenza della guerra sulla cultura si esercita inoltre su piani molto pi ampi della semplice imposizione di unagenda politico-mediale. Se i leader occidentali (con leccezione dei pi dilettanteschi, come Berlusconi) possono dare prova di cautela nello stabilire lequivalenza terrorismo-mondo arabo o sovversione globale-Islam, ci non avviene ai vari livelli dei loro consi52 Per uneccellente e documentata discussione delle strategie comunicative della guerra contemporanea: S. Rampton, J. Stauber, Vendere la guerra. La propaganda come arma dinganno di massa, Nuovi mondi media, Bologna 2003. 53 K. Lydersen, Us Plan for Global Domination Tops Project Censored s Annual List, in Alternet, 16 settembre 2003. Si considerino, per fare un esempio, i dati sulle vittime, civili e militari, in Iraq. Dopo pi di un anno e mezzo di guerra, i caduti della coalizione superano i 1500, di cui quasi 1300 dopo la vittoria del 2003. Si tratta di una cifra ufficiale (Pentagono) che non comprende per i deceduti dopo il trasferimento dallIraq e i mercenari o gli addetti alla sicurezza valutabili intorno al 10% delle forze operative. pertanto ragionevole ammettere che il numero dei caduti delle forze combattenti dellalleanza si avvicini alle 2000 unit. Si tratta di una cifra che, se diventasse notizia, attirerebbe lattenzione del mondo (e soprattutto dellopinione pubblica americana) sulla gestione fallimentare delloccupazione dopo la facile vittoria, o pseudoguerra, della primavera 2003. Per molto meno, e cio la morte di una ventina di ranger a Mogadiscio durante un tentativo maldestro di catturare due luogotenenti di Aidid, Bill Clinton ritir le forze Usa dalla Somalia: M. Bowden, Black Hawk Down, Rizzoli, Milano 2002; D. Halberstam, War in Time of Peace. Bush, Clinton and the Generals, Scribner, New York 2001). Ma questi dati non sono una notizia, per il semplice motivo che i media globali non ne fanno una notizia. Difficilmente questi dati, facilmente reperibili sui siti delle organizzazioni pacifiste o di istituti indipendenti di ricerca, usciranno dalla rete, dove sono disponibili a centinaia di migliaia di navigatori. Internet, tuttavia, non costituisce un palcoscenico informativo globale, anche se in certe occasioni (come le mobilitazioni anti-G8 o pacifiste) favorisce una diffusione ad ampio raggio delle informazioni. La rete, insomma, pu spostare settori importanti, anche se minoritari, dellopinione pubblica mondiale, ma non imporre determinate notizie nellagenda politicomediale che resta dominata dai mezzi di informazione come le televisioni e i grandi organi di stampa. 54 Anche dopo che la storia delle armi di Saddam si rivelata priva di fondamento, i media vicini all establishment Usa tendono ad assolvere Bush, cio il governo, attribuendo la responsabilit a dei subordinati o cattivi consiglieri: M. Hosenball, M. Isikoff, E. Thomas, Cheneys long Path to War, in Newsweek, 17 novembre 2003.

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glieri, degli intellettuali pi influenti o semplicemente degli opinionisti il cui scopo agitare le acque per vendere articoli o libri. Il saggio di Samuel Huntington sullo scontro di civilt (destinato a un pubblico colto) o i pamphlet oscurantisti di Oriana Fallaci (che hanno un target pi generico) confermano lopinione secondo cui sarebbe in corso una guerra tra culture e religioni, o un attacco generalizzato del terrorismo contro lOccidente. Non affatto necessario che questa opinione sia maggioritaria (di fatto non lo , se si crede ai sondaggi degli istituti di ricerca internazionale, come Eurobarometro). sufficiente che sia legittimata, che venga diffusa dai media popolari e quindi costituisca lo sfondo su cui i governi occidentali ancorano le giustificazioni, implicite o esplicite, delle loro strategie. La militarizzazione della cultura si traduce soprattutto in modi diffusi di pensiero (o di non-pensiero) che non sempre necessitano di espressioni esplicite. In una guerra, di qualsiasi tipo, il nemico perde ogni connotazione specifica per divenire esclusivamente un bersaglio da colpire.55 Ora, la generalizzazione dellostilit implicita nelle guerre contemporanee il terrorista rimanda allarabo o allislamico, lo stato canaglia a tutta la sua popolazione ecc. rende una porzione rilevante dellumanit un potenziale bersaglio, deumanizzandola. Nasce qui la sostanziale indifferenza per il destino delle popolazioni coinvolte nei conflitti contemporanei che emerge quando si o ci si sente in guerra. Pochissime voci si sono levate a denunciare gli effetti dellembargo Onu contro lIraq che, a partire dal 1991, ha causato, direttamente o indirettamente, la morte per denutrizione o mancanza di cure di un milione e mezzo di persone. Cos come pochi si sono preoccupati delle vittime civili delle azioni militari e dei bombardamenti in Somalia, Kosovo, Serbia, Afghanistan e Iraq. Massacri, torture, campi di sterminio e sofferenze dei civili vengono esclusivamente chiamati in causa quando avvengono al di fuori delle guerre occidentali.56 Come stato notato da Jacques Derrida, la terminologia politico-militare corrente degrada i nemici a nemici dellumanit (terroristi, canaglie, banditi, criminali quando svolgono un ruolo attivo) o a materia inerte, animali o cose, quando si tratta delle popolazioni altre coinvolte nelle nostre guerre.57 La degradazione del nemico conosce sfumature diverse. Si va dalla creazione di categorie ad hoc, come quella di nemico combattente, con cui si definiscono i terroristi catturati in Afgahanistan o altrove e internati nella base americana di Guantanamo,58 alla pura e semplice cancellazione delle
55 facile mostrare comunque che questa prospettiva fondata sulla paura rende fragile il sistema che la sostiene, costringendo oggi gli Stati uniti a stare perpetuamente con il dito sul grilletto: A. Joxe, Limpero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, cit.; B. Barber, Limpero della paura. Potenza e impotenza dellAmerica nel nuovo millennio, Einaudi, Torino 2004. 56 Si tratta di uno strabismo, culturale prima che morale, che mi sembra prevalente nella letteratura assai diffusa sui diversi tipi di genocidio, come se le democrazie fossero per definizione immuni da queste pratiche. Si veda, per esempio, S. Power, Voci dallinferno. LAmerica e lera del genocidio, Baldini & Castoldi Dalai Editore, Milano 2002, in cui si attribuisce agli Stati uniti il dovere di intervenire in ogni parte del mondo per impedire o punire i genocidi. Non nasconde invece limplicazione diretta o indiretta dellOccidente nei genocidi del XX secolo Y. Ternon, Lo stato criminale, Corbaccio, Milano 1997. 57 J. Derrida, Stati canaglia, Raffaello Cortina, Milano 2003. 58 C. Bonini, Guantanamo, Einaudi, Torino 2004.

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vittime da parte dellinformazione. Non c stata guerra, dal 1991 in poi, in cui i vincitori si siano preoccupati di proporre una valutazione delle vittime civili. Luso dellespressione danni collaterali per indicare le vittime civili dei bombardamenti esprime perfettamente lequiparazione degli altri esseri umani a semplici cose coinvolte fatalmente dalla guerra. Questo stile daltronde del tutto coerente con la pratica militare della risposta indiscriminata, di cui costituisce in realt una pura e semplice estensione linguistica. Quando ununit combattente occidentale attaccata sul terreno, reagisce facendo il vuoto interno a s. Poich il nemico sempre e comunque terrorista, si mira a distruggere il suo habitat civile e quindi non solo a colpire qualunque cosa si muova, ma anche la popolazione in cui presumibilmente si annida. La dinamica dei combattimenti urbani a Mogadiscio (1993), in Palestina, Cecenia e oggi in Iraq sostanzialmente la stessa.59 Le forze armate regolari colpiscono in modo generalizzato i civili, bombardando i santuari di terroristi o guerriglieri situati negli agglomerati urbani,60 e quindi cercando essenzialmente di obliterare ogni appoggio, effettivo o virtuale, al nemico. In questo senso, la tattica occidentale sostanzialmente speculare a quella dei terroristi, il cui scopo coinvolgere i civili per mobilitarli contro il nemico. Come abbiamo gi indicato, si tratta di un caso evidente di guerra asimmetrica, ossia di conflitto in cui una parte dotata di forza schiacciante cerca di distruggere un avversario infinitamente pi debole che combatte in modo non convenzionale e scorretto.61 Ma lasimmetria acquista qui un significato molto pi ampio della sua dimensione militare. In generale, quando lOccidente combatte si pu parlare di unasimmetria di tipo antropologico. La definizione militare del nemico come barbaro o criminale esclude qualsiasi riconoscimento del suo status di combattente. Di conseguenza, verr trattato come un mero problema tecnico, equiparandolo a un disastro o a una piaga naturale, a unepidemia.62 Si tratta allapparenza di una riproposizione del modello razzista delle guerre coloniali e di conquista, i cui esempi estremi sono costituiti dallaggressione italiana contro lEtiopia nel 1936 e dallinvasione nazista dellUnione sovietica nel 1942. Ma oggi per giustificare la pratica della guerra asimmetrica non necessaria alcuna teoria esplicita dellinferiorit delle razze, come negli anni Trenta e Quaranta, in quanto assumendo che la sola cultura (legittima) sia la nostra, gli altri saranno inevitabilmente considerati privi di cultura o portatori di culture abnormi, di mostri culturali (come, appunto, il fondamentalismo). Quindi, la guerra asimmetrica non com59 M.C. Desh, Soldiers in Cities. Military Operations on Urban Terrain, Strategic Studies Institute, Us Army War College, Carlisle 2001, discute le insuperabili difficolt del combattimento urbano per un esercito convenzionale, anche se dotato delle armi pi sofisticate. 60 Il fatto che i combattenti nemici siano raramente definiti guerriglieri offre unidea della svalutazione costitutiva dellavversario. Si noti che ci si traduce in un indebolimento delle tattiche antiguerriglia, poich impedisce una reale comprensione delle motivazioni, del modo di pensare e quindi di combattere dei nemici: I. Beckett, Modern Insurgencies and Counter-Insurgencies, Routledge, London-New York 1991. 61 Per questa definizione: S. Metz, Strategic Asimmetry, in Military Review, 4, luglio-agosto 1997. 62 D. Tucker, Fighting Barbarians, in Parameters. Us Army War College Quarterly, estate 1999.

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battuta contro uomini diversi ma contro non-uomini. In questo senso, il trattamento del nemico razzista in senso iperbolico, perch non assume la sua inferiorit razziale, ma la sua esclusione a priori dal genere umano.63 Normalita della guerra-mondo Non c bisogno di leggere tra le righe dei loro testi per vedere come i consiglieri del principe americano siano del tutto consapevoli del carattere razzista dei conflitti contemporanei. Il diritto di fare la guerra viene oggi proclamato in base alla pretesa di una superiorit culturale assoluta. 64 La barbarizzazione del nemico consente sia di produrre in una larga parte del mondo occidentale il consenso sulla guerra permanente, sia di condurre i conflitti senza alcun riferimento alle forme giuridiche, alle convenzioni o ai vincoli del diritto internazionale. In questo campo, lunica formalit ideologica e ha lo scopo di condizionare lopinione pubblica interna, giustificando in nome di fini superiori (la difesa della nostra civilt) misure come linternamento dei prigionieri nemici in campi sottratti a qualsiasi controllo, luso sistematico della tortura e limpiego di armi di distruzione di massa.65 Se questa la realt, necessario riconoscere che non disponiamo di unattrezzatura teorica sufficiente a immaginarne gli sviluppi e tanto meno capace di prefigurare possibili vie duscita. Un pensiero politico che parta dalla centralit della guerra nellattuale sistema-mondo non nemmeno agli inizi. Da una parte manca una piena consapevolezza del ruolo che la guerra ha svolto e svolge nellascesa dellegemonia occidentale sul globo, prima europea e poi americana. Dallaltra, se empiricamente facile individuare le espressioni militari del predominio occidentale come si sviluppato nella fase successiva al 1989, regna loscurit o la confusione sulla natura dellopposizione a tale predominio. Credo che non ci si allontani troppo dal vero se si sottolinea che composita ed eterogenea, in quanto prodotta essenzialmente dallautonoma logica militarista di quello che si suole definire impero.66 Una logica che divenuto corrente definire eccezionalismo, sulla scia del dibattito tedesco degli anni Trenta sullo stato deccezione.67 In questa definizione si celano per degli equivoci. Secondo Carl Schmitt (che in questo caso e63 Per una discussione dellevoluzione dei conflitti del Novecento in questo senso: P. Sloterdijk, Schume, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2004. 64 R. Kagan, Il diritto di fare la guerra, Mondadori, Milano 2004. 65 I fini superiori possono essere anche trovati, alloccasione, nei diritti umani:. A. Gambino, Limperialismo dei diritti umani. Caos o giustizia nella societ globale, Editori riuniti, Roma 2001. 66 Nel loro Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale (Rizzoli, Milano 2004), Michael Hardt e Antonio Negri sembrano avanzare lipotesi che alla guerra imperiale si opponga una sorta di movimento democratico globale che, dopo una fase di accumulazione paziente di forze, potr sfociare prima o poi in una sorta di insurrezione generale. Una tesi del genere non ovviamente confutabile, in quanto si basa su una petizione filosofica di principio. Mi limito a notare che il concetto di moltitudine passa sotto silenzio lestrema eterogeneit (politica, economica, sociale e militare) di chi si oppone alle politiche imperiali. In tal modo, la debolezza costitutiva del movimento no-global viene trasformata, con un escamotage teorico, nella sua forza. 67 G. Agamben, Stato deccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

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stremizzava la definizione weberiana dello stato come detentore del monopolio della violenza), lo stato deccezione la misura che il beatus possidens del potere formalmente legittimo pu strutturalmente assumere per eliminare una situazione di guerra civile interna.68 Non si comprende perci come tale concetto possa estendersi a una condizione planetaria che mai, se non nella mezza finzione delle istituzioni mondiali come lOnu, stata governata da alcun monopolio legittimo della forza. La violenza e la guerra non sono derive di un ordine legittimo, ma condizioni di normale esercizio del potere sulla scena internazionale.69 Ci a cui oggi assistiamo un nuovo tipo di normalit. Non si tratta di una mera questione terminologica, ma pi semplicemente dellintima connessione tra guerra e politica (ed economia) nel nostro mondo globalizzato. Fin quando leconomia-mondo si baser su ci che Weber chiamava la lotta economica per lesistenza, atroce e priva di compassione, che la fraseologia borghese designa come pacifico lavoro della civilt,70 la guerra, in qualsiasi forma tradizionale o innovativa sar linterfaccia della vita sociale globale. Per noi, che abitiamo nel recinto pi o meno protetto dellimpero, si tratta tuttal pi dellimmersione nella cultura della paranoia e degli echi di boati lontani o vicini. Per tutti gli altri, nemici reali o virtuali, della possibilit concreta della distruzione e della morte. Non illudiamoci: un movimento di opposizione globale alla guerra, capace di neutralizzare la natura militarista dei poteri imperiali, oggi poco pi di unutopia. Spetta a noi, abitanti della costellazione imperiale, il dovere teorico e politico di iniziare a decostruire il razzismo globale su cui lo stato di guerra attuale si edificato e che ne identifica sempre pi esplicitamente il progetto.

68 C. Schmitt, Il concetto di politico, in Id., Le categorie del politico, il Mulino, Bologna 1972. Michel Foucault ha mostrato inoltre come il concetto di stato deccezione possa risalire alla concezione classica (per esempio in Gabriel Naud) del colpo di stato come misura del monarca per ristabilire lordine (M. Foucault, Scurit, Territoire, Population. Cours au Collge de France. 1977-1978, cit.). abbastanza curioso che di Schmitt si citi oggi molto meno il saggio sullordine internazionale e la guerra, da cui traspare una sorta di nostalgia per unepoca in cui la guerra sarebbe stata in qualche modo in forma, in sostanza un gioco cruento regolato per convenzione tra gli antagonisti: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 2003. La lettura di questo testo (insieme ad altri come Terra e mare) indica che Schmitt vede nella supremazia dei mezzi lavvento di una guerra di distruzione a cui non si possono pi applicare le vecchie categorie del diritto internazionale. Non eccezionalismo dunque, in questo Schmitt, ma normalit politica della guerra globale. 69 Questo si evince facilmente dal fatto che quando dopo aver mantenuto un atteggiamento sostanzialmente ambiguo Kofi Annan ha definito illegale laggressione anglo-americana contro lIraq, ci non ha avuto alcuna conseguenza pratica. In questo senso, pi realistico definire la situazione globale contemporanea come una condizione di anarchia, in cui il potere militare pi forte (Usa) cerca non gi di fondare o sostenere un ordine legittimo, bens di sfruttare la situazione a suo vantaggio mediante una continua mobilitazione militare. Per la definizione di anarchia internazionale H. Bull, The Anarchical Society. A Study of Order in World Politics, Macmillan, London 1995. 70 M. Weber, Zur Politik im Weltkrieg. Schriften und Reden 1914-1918, cit., p. 41.

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LA MOBILITAZIONE GLOBALE
Lo spazio planetario della guerra in Ernst Jnger

di Maurizio Guerri

In ogni situazione e di fronte a chiunque il singolo pu diventare il prossimo rivelando cos i suoi tratti originali, la sua nascita principesca. In origine la nobilt consisteva nelloffrire protezione dalla minaccia di mostri e demoni. ci che tuttora distingue un carattere superiore: ed quanto ancora risplende nella figura del secondino che passa di nascosto al prigioniero il tozzo di pane. Questi gesti non possono andar perduti: il mondo intero ne vive. Sono i sacrifici su cui esso poggia.1

Il secolo della notte della guerra della morte La filosofia contemporanea quando non tace, come spesso accade, vacilla nel tentativo di comprendere lidea della guerra, nonostante proprio la guerra in versione calda, fredda o covante sotto le ceneri abbia rappresentato levento che pi ha segnato la storia del Novecento, sul piano politico, economico, sociale, giuridico. Con la fine della separazione del mondo in blocchi contrapposti le domande intorno alla guerra si sono moltiplicate, cos come i modi in cui gli eventi bellici si manifestano: guerra umanitaria, guerra chirurgica, operazione di polizia internazionale, guerra giusta, guerra preventiva, guerra al terrorismo, guerra di pacificazione, guerra di civilt. Ma che cosa diciamo quando usiamo queste parole? Quale la genealogia
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E. Jnger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, pp. 115-16.

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che sta alla base di locuzioni ampiamente contraddittorie o ambigue come guerra umanitaria e polizia internazionale? Jan Patocka, pochi anni prima che unemorragia cerebrale provocata da un interrogatorio della polizia ceca ponesse fine nel 1977 alla sua vita, aveva assunto come questione filosofica fondamentale la domanda relativa al senso e alla funzione della guerra allinterno della storia occidentale: per comprendere il senso delle guerre contemporanee necessario che esse siano poste in relazione con la Prima guerra mondiale e ancor di pi occorre che esse siano concepite come il periodico riemergere di una guerra che iniziata nel 1914 non si mai conclusa. In Le guerre del XX secolo e il XX secolo come guerra (1975) Patocka osserva che, se si escludono rare eccezioni, i tentativi ottocenteschi e novecenteschi di comprendere la guerra sono funzionali al punto di vista della pace, del giorno e della vita.2 Se interpretata in questo modo, la Prima guerra mondiale si mostra al pari di ogni altro conflitto solo come una pausa spiacevole ma necessaria di cui bisogna farsi carico in vista di determinati scopi propri della continuit della vita, ma nella quale non c nulla da cercare di positivo.3 Patocka ritiene invece che per comprendere la Prima guerra mondiale sia necessario cercare in essa qualcosa di positivo, poich senza dubbio la guerra rimane il fenomeno fondamentale di questo XX secolo.4 Occorre cio imparare a vedere come la Prima guerra mondiale contenga in se stessa un valore esplicativo, come possegga il valore di esprimere senso.5 proprio la capacit di visione della positivit del conflitto mondiale che risulta essere sostanzialmente estranea a tutte le filosofie della storia e pertanto a tutte le interpretazioni della guerra mondiale che ci sono note.6 Sia che si ricorra allidea di uno scontro tra la civilt slava e quella tedesca, sia che la si spieghi come conflitto imperialistico insorto allultimo stadio del capitalismo,7 oppure quale risultato dellesagerato soggettivismo moderno che si obiettivizza con violenza8 ci si perde in interpretazioni che tentano vanamente di ricondurre il senso del conflitto mondiale a fini ideali esterni al conflitto stesso. Tutte queste chiavi di lettura perdono di vista la questione relativa alla comprensione della Prima guerra mondiale e tendono invece a rendere funzionale levento bellico a uno degli ideali del giorno e della pace sorti
2 J. Patocka, Le guerre del XX secolo e il XX secolo come guerra, in Id., Saggi eretici sulla filosofia della storia, Cseo, Bologna 1981, p. 144. Sullinterpretazione patockiana della guerra e sulla sua funzione nella storia europea si rinvia innanzittutto ai fondamentali studi di G. D. Neri, LEuropa dal fondo del suo declino, e La guerra in Id., Il sensibile, la storia, larte. Scritti 1957-2001, ombre corte, Verona 2003; nonch ad A. Pantano, Una riflessione filosofica a partire dal mondo naturale, in J. Patocka, Il mondo naturale e la fenomenologia, Mimesis, Milano 2003. Si vedano anche le seguenti raccolte di studi: E. Tassin, M. Richir (a cura di), Jan Patocka. Philosophie, phnomnologie, politique, Millon, Grenoble 1992; D. Jervolino (a cura di), Leredit filosofica di J. Patocka, Cuen, Napoli 2000; M. Guerri, Dalla civilt europea alla pedagogia delle bombe. La guerra di G. D. Neri e Le guerre del XX secolo e il XX secolo come guerra di J. Patocka, in Materiali di estetica, 10, 2004. 3 J. Patocka, Le guerre del XX secolo e il XX secolo come guerra, cit., p. 144. 4 Ibid. 5 Ibid 6 Ibid. 7 Ivi, p. 143. 8 Ibid.

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nel XIX secolo. Tuttal pi, scrive Patocka, la guerra cos come vista da Hegel o da Dostoevskij pu servire a determinare quelle scosse salutari di cui la vita civile ha bisogno per non irrigidirsi e non addormentarsi nella routine.9 In tutte queste letture emerge una concezione della vita e della storia quale continuum temporale in cui levento bellico appare come semplice passaggio sulla via del raggiungimento di uno degli ideali del giorno e della pace, come un istante infelice ma necessario per lemancipazione dellessere umano, come uno sforzo doloroso ma finalizzabile al progresso del genere umano. Non si tratta di affermare che non necessario rifarsi al periodo precedente per comprendere la Guerra mondiale, ma sulla base di idee, dei programmi e degli scopi dellepoca precedente possibile spiegare soltanto linsorgere di quella terribile volont [...] che ha spinto innumerevoli altri milioni di uomini a dedicarsi alla preparazione immensa e incessante di questo monumentale autodaf.10 In base agli ideali del giorno e della pace non possibile spiegare il contenuto di questo secolo e il suo sprofondare nella guerra.11 La miopia o addirittura la cecit che sorprendono il pensiero che va alla ricerca del senso delle guerre contemporanee discenderebbero dunque da un errore di prospettiva considerando il quale possibile comprendere la ragione per cui, proprio nel secolo della notte della morte e della guerra, la guerra sia la questione meno direttamente presente al pensiero stesso: non si tratta di comprendere la Prima guerra mondiale con la logica del giorno e della vita escludendo dalla visione i suoi aspetti oscuri e notturni,12 ma di spingere la filosofia e il pensiero nel suo complesso a fissare lo sguardo nella guerra, nella notte e nella morte, fino al punto di rifondare s stessa, fino a operare una trasvalutazione di tutti i valori, proprio a partire dalla comprensione positiva dellevento bellico che secondo modalit differenti attraversa tutti gli ambiti della vita delluomo contemporaneo. In questo modo i luminosi ideali del giorno iniziano a mostrare il loro lato oscuro e ad apparire quali mere giustificazioni ideologiche di un processo dominato dalla nuda Forza. La Prima guerra mondiale se compresa in quanto evento dotato di un proprio senso, si caratterizza quindi per lemergere di un nuovo tipo di rapporto tra lessere umano e lelementare. La novit di questo rapporto, il suo non essere pi dominabile dalla forme borghesi della vita e della pace ci che risulta determinante per la comprensione della dimensione epocale della Prima guerra mondiale. Solo se fissiamo locchio sulla guerra mondiale non potr sfuggirci che il XX secolo il secolo della notte, della guerra e della morte.13 Per questa ragione parlare delle guerre del XX secolo significa concepire il XX secolo come il secolo della guerra, come lepoca in cui la guerra irrompe nella normalit del giorno. proprio in riferimento a tali questioni che Patocka ritiene necessario rivolgersi a Jnger come allautore che ha saputo pensare lelemento positi9

Ivi, p. 144. Ibid. 11 Ibid. 12 Ibid. 13 Ivi, p. 144.


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vo dellevento bellico mondiale, riuscendo cos a valutarne la dimensione cosmica ed epocale, il suo caratterizzarsi come fondamentale mutamento nellesistenza umana,14 o come scrive Jnger in Ueber den Schmerzen (1934) quale assoggettamento delluomo a una nuova legalit.15 La dimensione globale della guerra La vita di Ernst Jnger stata fino alla fine del secondo conflitto mondiale unesistenza in guerra: Carl Schmitt fino allultimo giorno di un lungo rapporto di amicizia non cess mai di chiamare lamico Ernst il capitano. Nel 1913 Ernst Jnger si arruola nella Legione straniera, a diciannove anni combatte come fuciliere nella Prima guerra mondiale, ferito 14 volte e in pi occasioni dato per morto; nel 1918 gli viene conferita la croce dellOrdre Pour Le Mrite. Negli anni Venti attivo nei circoli nazionalistici antiweimariani, ma solo qualche anno pi tardi rifiuta un seggio in parlamento offertogli dalle camicie brune e lingresso nella cerchia dei poeti ufficiali della Germania, declinando linvito a diventare membro della Deutsche Akademie der Dichtung. A partire dal 1934 cessa ogni forma di collaborazione con le riviste nazionalistiche. Nel 1939 pubblica il famoso romanzo Auf den Marmorklippen che subito inteso dalle alte sfere del potere politico come un attacco al regime. Partecipa alla Seconda guerra mondiale ed decorato con la croce di ferro al merito militare. Nel 1942 proibita la pubblicazione del diario Grten und Strassen. Il volume Der Friede (1944) deve circolare clandestinamente. Dalla fine della guerra sino al 1949 le autorit di occupazione fanno divieto a Jnger di pubblicare. Grazie anche allintervento di intellettuali come Bertolt Brecht e Hannah Arendt, Ernst Jnger pu in seguito tornare attivamente alla propria vita di scrittore. Dagli anni Cinquanta fino alla morte ha condotto unesistenza dedita alla calma degli studi nel piccolo villaggio di Wilflingen. Se dunque facile aspettarsi che il tema della guerra sia ampiamente presente nella opere del capitano Jnger sotto forma di ricordo diaristico o come metafora di uneterna condizione umana, non ovvio che essa emerga come questione filosofica, ossia che la guerra sia assunta, secondo la penetrante visione di Patocka, in modo positivo, quale evento in se stesso dotato di senso. Nel primo paragrafo di Die totale Mobilmachung (1930)16 Jnger precisa infatti che la trattazione eviter accuratamente di occuparsi della guerra in senso universale, quale materia pura dellemozione: come la diversit dei paesaggi che circondano lo Hekla e il Vesuvio tende a svanire quanto pi ci si avvicina alle fauci incandescenti del cratere,17 cos svaniscono le differenze relative ai mezzi e alle idee, qualora si intenda osservare
Ivi, p. 148. E. Jnger, Sul dolore, in Id., Foglie e pietre, Adelphi, Milano 1997, p. 173. 16 Per una analisi delle diverse edizioni dello scritto Die totale Mobilmachung (1930, 1941, 1942, 1963, 1980) si veda C. Galli, Al di l del progresso secondo E. Jnger: magma vulcanico e mondo di ghiaccio, il Mulino, 5, 1985. 17 E. Jnger, La mobilitazione totale, in Id., Foglie e pietre, cit., p. 113. Sui temi plutonici e labirintici
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la guerra quale nuda lotta per la vita e per la morte. Ma per Jnger la questione fondamentale invece quella di guardare e di comprendere i paesaggi che danno forma alla superficie e quindi di riuscire a raccogliere alcuni dati che distinguono lultima guerra, la nostra guerra, il maggiore e pi fatale evento di questepoca, da tutte le altre guerre di cui la storia ci ha tramandato il ricordo.18 Gi nel 1925 Jnger aveva sottolineato limportanza di fissare lo specifico tratto espressivo della facies bellica19 di ogni guerra perch
lo stile di unepoca si manifesta in battaglia con la stessa chiarezza con cui si rivela in unopera darte o nel volto di una citt. Per tale ragione nessuna guerra uguale allaltra, in ciascuna si combatte in nuove forme e con nuovi mezzi in vista di nuovi obiettivi, e in ciascuna fa la sua entrata sulla scena cruenta degli eventi un nuovo tipo duomo.20

Nel modo specifico di conduzione delle battaglie si esprime dunque lo stile di unepoca e con esso il tipo duomo che compare sulla scena della storia. Quale sia lo stile bellico che si forma in Europa nel corso della Prima guerra mondiale emerge da una delle pi nitide definizioni jngeriane di totale Mobilmachung: la Mobilitazione totale un atto con cui il complesso e ramificato pulsare della vita moderna viene convogliato con un sol colpo di leva nella grande corrente della energia bellica.21 In questa sintetica definizione si coglie quel rovesciamento di prospettiva illustrato con precisione da Patocka: non si tratta di guardare alla guerra dal punto di vista degli interessi del giorno e della pace o secondo prospettive estranee a una comprensione positiva della guerra stessa, ma di riuscire ad analizzare secondo quali modalit e con quali risultati tutta lesistenza umana sia diventata effettivamente riconducibile a uno specifico stile della guerra. Non solo un aspetto della vita, lo stato di guerra, ma la vita moderna nella sua totalit viene declinata sub specie bellica e alla guerra resa funzionale. Questo significa in primo luogo che ogni ambito della vita attiva reso utilizzabile per la guerra: Accanto agli eserciti che si scontrano sui campi di battaglia nascono i nuovi eserciti delle comunicazioni, del vettovagliamento, dellindustria militare: lesercito del lavoro in assoluto.22 La Mobilitazione totale non implica solo una disponibilit23 illimitata del materiale utilizzabile per scopi bellici, bens muta il concetto stesso di utilizzabilit, in funzione del sistema del lavoro. Questa mutazione riscontrabile sul piano individuale nella descrizione della figura del soldato. Per il dispiegamento della Mobilitazione totale non pi sufficiente armare il braccio ma necessario un armamento che arrivi fino al midollo, fino al pi sottile nervo vitanella letteratura della Guerra mondiale (compresi gli scritti jngeriani) si veda E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identit personale nella Prima guerra mondiale, cit., pp. 184-215. 18 E. Jnger, La mobilitazione totale, in Id., Foglie e pietre, cit., pp. 113-14. 19 E. Jnger, La battaglia di materiale, in Id., Scritti politici e di guerra (1919-1933), Libreria editrice goriziana, Gorizia 2003, vol. I, p. 65. 20 Ibid. 21 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 119. 22 Ivi, p. 118 23 Ivi, p. 122.

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le.24 Sul piano individuale il simbolo e il modo effettivo di operare della guerra non pi rappresentato dal solo braccio che usa larma: ora la totalit dellindividuo, il suo corpo e la sua anima, che sono disponibili a essere utilizzati come arma. Tutto ci reso possibile dalla sua totale sottomissione alla legalit del sistema del lavoro. Analogamente, sul piano collettivo la massa non sufficiente che sia coinvolta in senso nazionalistico, bens necessario che si muti in massa disciplinata e cio che sia assolutamente disponibile a funzionare per i nuovi scopi bellici secondo le leggi del lavoro, da intendersi secondo la visione jngeriana esposta in Der Arbeiter (1932) non nei termini di semplice attivit tecnica25 ma quale totalit dellesistenza che in atto anche nei sistemi della scienza.26 Come spiegava Jnger nelle Annotazioni al Lavoratore pubblicate nel 1964:
La giornata lavorativa si compone di ventiquattro ore; pertanto la distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero diventa secondaria. Quando lascia il posto di lavoro lessere umano accede a unaltra funzione del sistema trasformandosi di volta in volta in consumatore, in utente della rete di trasporto o in fruitore di informazioni.27

Il fatto che Jnger parli di esercito del lavoro in assoluto non casuale: la massa borghese solo trasformandosi in massa che opera secondo le leggi del lavoro cio in carne disciplinata e uniformata28 assume la disponibilit non pi a ordinarsi secondo secondo un sistema stabile, ma a funzionare secondo il processo di dispiegamento della forza, a vivere in conformit alle leggi della mobilit e del rischio al punto che la guerra non ha pi uno spazio limitato nellordine dello stato, ma occupa illimitatamente le membra del singolo e della collettivit. La Mobilitazione totale in quanto riconduzione di tutta la vita sub specie bellica non solo descrivibile a livello negativo come mera distruzione dei vecchi confini tra campagna e citt, tra umano e materiale, tra armamento regolare o irregolare, tra dimensione convenzionale e non convenzionale dello scontro armato, ma concepibile in modo positivo, come configurarsi di un nuova dimensione spazio-temporale dominata dalla normalit della guerra che scorre nel corpo della collettivit. Carlo Galli ha osservato che Mobilitazione totale significa essenzialmente che la prospettiva e la rappresentazione della guerra governano anche lo stato di pace, ovvero che il ritmo della Mobilitazione anche politica della mobilitazione, e che tale politica ha per scopo essenziale la potenza, la possibilit della guerra.29 Ma questo frenetico ritmo imposto dal processo di Mobilitazione tende a caratterizzarsi come epoca definitivamente temporanea in quanto da fase eccezionale tende a cristallizzarsi in situazione normale, la condizione mostruosa lascia intravedere una legge, dietro la dismisura si scorge una misura.
Ivi, p. 118. E. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, Guanda, Parma 1991, p. 82. 26 Ivi, p. 83. 27 E. Jnger, Maxima-Minima. Adnoten zum Arbeiter, Klett-Cotta, Stuttgart 1983, p. 46. 28 E. Jnger, Sul dolore, in Id., Foglie e pietre, cit., 15, p. 181 29 C. Galli, Ernst Jnger: La mobilitazione totale e il nichilismo, in L. Bonesio (a cura di), E. Jnger e il pensiero del nichilismo, Herrenhaus, Seregno 2002, p. 75.
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Dunque, secondo Jnger leccezionale irruzione della logica della guerra nella politica finisce per rappresentare lingresso dellesistenza umana in un normale nuovo modo di vivere che ha per oggetto lorbe terrestre.30 In questo senso la figura del Lavoratore fa la sua apparizione in unaltra dimensione spazio-temporale. Carl Schmitt ha colto fino in fondo la Mobilitazione totale quale rivoluzione spaziale osservando la funzione svolta dallaeronautica nella metamorfosi della guerra e la sua funzione allinterno della storia del mondo. Con il volo meccanico oltre alla terra e al mare la guerra conquista un ulteriore elemento, laria, con un effetto rivoluzionario tale che, come si legge in Land und Meer (1942), laeronautica arriva a essere definita come arma spaziale: Leffetto di rivoluzione spaziale che ne deriva, infatti, particolarmente forte, immediato, manifesto.31 Ma, appunto, non si tratta di un mero aumento quantitativo dei luoghi deputati agli scontri armati, quanto piuttosto di una conquista di un nuovo elemento che esprime lavvenuta trasformazione dello concezione dello spazio in quanto tale: rendere disponibile lo spazio come spazio della guerra in forza della diffusione totale della logica del lavoro:
Oggi non concepiamo pi lo spazio come una mera dimensione in profondit, vuota di qualsiasi contenuto pensabile. Lo spazio diventato per noi il campo di forze dellenergia, dellattivit e del lavoro delluomo. Soltanto oggi diventa per noi possibile un pensiero che in ogni altra epoca sarebbe stato impossibile, e che un filosofo tedesco contemporaneo ha cos espresso: non il mondo a essere nello spazio, bens lo spazio a essere nel mondo.32

Questa inedita concezione dello spazio come campo di forze dellenergia ovvero del lavoro corrisponde allannullamento di ogni confine interno al mondo di ieri e al configurarsi di una nuova spazialit planetaria attraversata in ogni ambito dal moto di dispiegamento della Mobilitazione totale. Lo spazio mobilitato dal Lavoratore si pone come dimensione altra rispetto al luogo corporeo della civilt greca, allo spazio assoluto e vuoto della scienza newtoniana o allo spazio come forma della conoscenza sensibile di Kant: le cose non sono pi conoscibili secondo lesperienza umana, ma esistono nella misura in cui sono ridotte a enti disponibili a diventare puro oggetto dellesperimento umano, del suo lavoro. Lo spazio diventa cos funzionale allo sperimentalismo tecno-scientifico. Questa tendenza allo sperimentalismo descritta sul piano dellastrattezza e dellinsensatezza della comunicazione mass-mediatica nel saggio Ueber den Schmerz:

E. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, cit., p. 81; ma si veda anche Sul dolore, cit., p. 179. C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002, p. 107. Su questo tema cfr. anche C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello Jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991, pp. 417-29. 32 C. Schmitt, Terra e mare, cit., p. 109. Il pensiero cui Schmitt si riferisce il seguente: N lo spazio nel soggetto, n il mondo nello spazio. piuttosto lo spazio ad essere nel mondo, perch lessere-nelmondo, costitutivo dellEsserci, ha gi sempre aperto lo spazio: M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p. 145.
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C in noi una tendenza, strana e difficile da descrivere, a conferire allevento vivo il carattere di un preparato scientifico. [...] In molti casi lavvenimento stesso sparisce dietro la sua trasmissione, e diventa perci un puro oggetto. Abbiamo visto cos processi politici, sedute parlamentari o gare sportive il cui unico significato quello di essere trasmesso su scala planetaria. Lavvenimento non pi legato a uno spazio o un tempo particolari, poich lo si pu riprodurre a piacere e infinite volte in ogni luogo.33

Circa la rivoluzione temporale connessa alla figura del Lavoratore la questione ampiamente affrontata da Jnger soprattutto in Der Sanduhrbuch (1954) e An der Zeitmauer (1959): basti ricordare come in Il libro dellorologio a polvere lorologio meccanico appaia come la macchina che a differenza di gnomoni e clessidre non misura gli attimi, ma produce attraverso la sospensione di tutte le forze naturali quel tempo assolutamente uniformato (nellorologio meccanico si compenetrano movimenti uniformi e uniformemente periodici)34 che il tempo del Lavoratore. In particolare nella sospensione della forza di gravit interna al meccanismo dellorologio contenuto, scrive Jnger, se non il motivo conduttore della nostra cultura, per lo meno uno dei tratti che la contraddistinguono e la differenziano da tutte le altre.35 Qui si assiste alla produzione di un tempo definitivamente astratto e al rovesciamento del rapporto tra uomo e lavoro: non pi la presenza umana a qualificare il lavoro, ma la obiettiva tabella di marcia del lavoro automatizzato che prescrive la presenza alluomo. Il tempo del Lavoratore universalmente valido e impiegabile, proprio in quanto produzione seriale dellindistinto e dellinsensato, in quanto tempus mortuum:36 cos esso diventa tempo assoluto e planetario, in forza della eliminazione dei contenuti rituali che circolarmente tornano e del venire in primo piano della pura processualit astratta e obiettiva. La facies bellica del lavoratore Lindissolubile rapporto di guerra e lavoro nonch lemergere allinterno del sistema-lavoro37 di una nuova dimensione spazio-temporale costituisce il nucleo centrale della Mobilitazione totale. Il passaggio dalla Mobilitazione parziale alla Mobilitazione totale viene infatti descritta da Jnger come la dissoluzione dellindividuo borghese prodotta dal tipo umano del Lavoratore38 che si conclude con laprirsi di un altro universo spazio-temporale. Con il compiersi di questo processo i confini che definivano gli ambiti specifici del potere politico e della forza economica e la loro relazione con la forza militare sono svaniti e con ci la storia della guerra come azione armata limitata si conclude: ora limmagine stessa della guerra finisce per sfo33 34

E. Jnger, Sul dolore, in Id., Foglie e pietre, cit., p. 177. E. Jnger, Il libro dellorologio a polvere, Adelphi, Milano 1994, p. 101. 35 Ivi, p. 74. 36 Ivi, p. 127. 37 E. Jnger, Sul dolore, cit. p. 181. 38 E. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, cit., p. 109 (tr. it. modificata).

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ciare in quella ben pi ampia, di un gigantesco processo lavorativo.39 Del resto, come si avuto modo di ricordare in precedenza, il passaggio dalla singola azione isolata alla serie dei processi gi rende possibile la comprensione della differenza essenziale fra le antiche technai e la tecnica contemporanea,40 e dunque tra lo spazio limitato dellarte della guerra e lillimitatezza della violenza nella Mobilitazione totale. dunque il lavoro la forza che scardina lordine statico delle antiche technai e con esso il vecchio gioco della guerra, trasformando il terreno della vita civile in smisurato campo di battaglia, al punto che la figura assunta dalla collettivit quella di essere in generale esercito del lavoro: ora lampiezza dello spazio della guerra perfettamente sovrapponibile a quello della massa disciplinata dei lavoratori. Diventa cos sempre pi arduo stabilire in quali luoghi venga compiuto il lavoro decisivo della guerra, perch il fronte della guerra e il fronte del lavoro sono identici.41 Lo stato di pace e lazione armata si fondono in unico processo lavorativo. Ci non significa che tutti i lavoratori siano sempre coinvolti in azioni armate, ma che tutti ricoprono almeno indirettamente un significato bellico, che ognuno indipendentemente dallo stato di guerra o di pace energia potenziale disponibile per lesercizio della guerra, ovvero che la guerra come processo sempre attiva in ogni punto del sistema-lavoro. La questione pi importante rappresentata dallidea che lesercito del lavoro costituisca il definitivo svuotamento di senso della contrapposizione tra guerra e pace, poich lessenza della massa disciplinata al lavoro risiede nella convertibilit della funzione del lavoratore in quella del soldato e viceversa. Nel mondo dominato dalla forza della Mobilitazione totale limmagine dellevento bellico gi inscritta nellordine che regola lo stato di pace,42 laddove per evento bellico non dobbiamo intendere pi la guerra come azione armata e lo stato di pace come condizione di vita civile che si oppone alla guerra, ma due momenti di un unico processo in accelerazione egualmente funzionali al dispiegamento della Mobilitazione totale. Per questo nel saggio Sul dolore Jnger definisce il motto ultima ratio legis inciso sui cannoni tedeschi puntati sui fronti della Prima guerra mondiale niente pi che un semplice ricordo.43 A partire dalla Prima guerra mondiale la nota tesi clausewitziana ha perduto la capacit di spiegare ci che nella guerra accade: da allora assistiamo piuttosto al suo rovesciamento, ovvero ci troviamo nella condizione in cui la politica la continuazione della guerra con altri mezzi.44 La politica perde la capacit di controllare e limitare la guerra poich tutte le costruzioni politiche
E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 118. Gli antichi non progettarono macchine pi complesse di quelle che la nostra meccanica definisce semplici. Potremmo chiamarle piuttosto dispositivi, cio un complesso di strumenti. [...] Non solo era la forza muscolare di uomini e cavalli a sostenere la parte pi importante del lavoro, ma si trattava di interventi singoli e ben distinguibili. Si trattava di azioni, non di processi. (E. Jnger, Il libro dellorologio a polvere, cit., p. 123, corsivi nostri). 41 E. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, cit., p. 103. 42 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 119. 43 E. Jnger, Sul dolore, cit., p. 172. 44 A. Gnoli, F. Volpi, I prossimi titani. Conversazioni con E. Jnger, Adelphi, Milano 1997, p. 83.
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della modernit vengono svuotate di senso e rese funzionali al dispiegamento della Mobilitazione totale. Lenergia bellica indifferentemente operante nei diversi punti dello spazio planetario del Lavoratore. Nellimpiego assoluto dellenergia potenziale, che trasforma gli stati industriali belligeranti in fucine vulcaniche, si annuncia nel modo forse pi evidente il sorgere dellet del lavoro: esso fa della Guerra mondiale un evento storico pi siginificativo della Rivoluzione francese.45 Quando osserviamo i fenomeni che si accompagnano allemergere della figura dellArbeiter non dobbiamo pensare tanto al valore che ricoprono allinterno della sfera tecnica, quanto porre attenzione al loro essere espressioni di un nuovo modo di vivere: che questo sia laspetto determinante, scrive Jnger in Ueber den Schmerz, risulta evidente dal fatto che il carattere strumentale non si limita allambito proprio dello strumento ma tenta di sottomettere lo stesso corpo umano.46 Il lavoro attraverso la Mobilitazione totale tende a esercitare un dominio (non pi leggibile secondo le categorie politiche moderne) che d una nuova forma alle cose, diventa cio la forma delleffettualit, il modo in cui si manifesta qualsiasi evento che esiste e ha senso. Per questa ragione secondo Jnger la Mobilitazione totale non pu essere concepita come qualcosa che tende a compiersi secondo una finalit a essa esterna, come una misura che debba essere eseguita, ma come qualcosa che si compie da s.47 Carlo Galli ha spiegato con estrema chiarezza che la Mobilitazione totale [...] non agita dalla razionalit rivolta allo scopo ma [...] dellassenza di fini si fa un fine, [...] viene dopo il progresso e non un fatto ideologico, ma la condizione formale per contenuti differenziati.48 Unulteriore messa a fuoco della valenza illimitata, impersonale e ateleologica della totale Mobilmachung, il suo costituire un radicale mutamento dellesistenza delluomo e del suo complessivo rapporto con le cose viene dal confronto di Jnger con la nozione heideggeriana di Gestell.49 Jnger in An der Zeitmauer intende riferirsi al Gestell quale circostanza o scenografia: Il suo lato economico, trainante e connesso alla potenza, non ha un significato interiore per luomo. Il suo compito precipuo consiste nelladditare e condurre in una direzione.50 In modo consonante alla lettura jngeriana, Patocka in Libert et sacrifice spiega che il Gestell non deve essere confuso
E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 118. E. Jnger, Sul dolore, cit., p. 179. 47 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 121 48 C. Galli, Ernst Jnger: La mobilitazione totale e il nichilismo, in L. Bonesio (a cura di), E. Jnger e il pensiero del nichilismo, cit., pp. 71-72. 49 Il termine Gestell reso con imposizione da Gianni Vattimo (cfr. la nota terminologica in M. Heidegger, La questione della tecnica, in Id. Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976-1985, p. 14, n. 1) e impianto da Franco Volpi (cfr. F. Volpi, Glossario, in M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 19952, pp. 1003-04). La trattazione pi ampia del concetto di Gestell nella seconda conferenza di Brema (1949) intitolata appunto Das Ge-Stell (in M. Heidegger, Gesamtausgabe, 79, Klostermann, Frankfurt a. M. 1975 e sgg., pp. 24-45), ma si vedano oltre la gi citata conferenza La questione della tecnica, anche Nietzsche, cit., e lo scritto del 1957 Identit e differenza, in aut aut, 187-188, gennaio-aprile 1982, pp. 2-38. 50 E. Jnger, Al muro del tempo, Adelphi, Milano 2000, p. 165. Un altro importante accenno alla nozione heideggeriana di Gestell in E. Jnger, La forbice, Guanda, Parma 1996, p. 52.
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con un ente di natura tecnica, economica, sociale o altro, ma un modo di comprensione di ci che , il modo in cui le cose e il mondo ci appaiono ai nostri giorni.51 Analogamente il lato tecnico e il lato economico, nonch lassenza o la presenza di azioni armate non sono gli aspetti decisivi della Mobilitazione totale. Questo ordine di problemi riguardano solo particolari modi di manifestazione, condizioni contingenti in cui di volta in volta si realizza la disponibilit52 alla totale Mobilmachung. La guerra della Mobilitazione totale segna in questo senso una svolta rispetto a tutta la storia mondiale della guerra: da azione armata limitata diventa situazione illimitata.53 proprio questa uniforme e illimitata disponibilit allinterno delle singole nazioni che costituisce il senso pi profondo della Prima guerra mondiale attribuendo a questo evento, scrive Jnger, un aspetto di natura cultuale.54 Cos come, per quanto illuminanti, le spiegazioni di genere economico si rivelano inadeguate per esprimere il senso profondo di imprese quali la costruzione delle piramidi egizie o delle cattedrali gotiche, analogamente lapparire senza scopo della Mobilitazione totale pu essere compreso solo se concepito quale evento di tipo cultuale. Jnger, in particolare, pensa al progresso come alla grande religione popolare del XIX secolo, attraverso cui diventa comprensibile la smisurata potenza del richiamo che con la sua efficacia poteva conquistare le masse alla causa dellultima guerra, realizzando la parte decisiva, quella religiosa, della Mobilitazione totale.55 Le grandi parole dordine che richiamavano alla guerra, pur distinguendosi per la loro diversa ascendenza ideologica, per i differenti progetti politici a cui miravano, risultavano tutte conformi circa lappello alla Mobilitazione espresso nel contenuto di progresso. Terribile nel suo nitore limmagine creata da Jnger per definire il modo in cui le diverse parti politiche hanno tutte indistintamente richiamato le masse alla Mobilitazione appellandosi con le loro parole dordine alla fede nel progresso:
Per quanto queste parole dordine possano apparire rozze e chiassose, non ci sono dubbi sulla loro efficacia: esse ricordano quei pezzi di stoffa colorata con cui nelle battute di caccia, si attira la selvaggina verso le bocche da fuoco.56

Sotto questo aspetto non c nessuna differenza essenziale tra le forze politiche e gli schieramenti nazionali in campo nella Prima guerra mondiale: esiste solo una differenza tra chi si reso gi disponibile alla Mobilitazione totale e chi pi o meno consapevolmente difende lantica sicurezza borghese destinata a essere spazzata via dalla guerra, tra nazioni che hanno gi trasposto la loro forza in energia bellica, potendo sfruttare il vantaggio dei paesi proJ. Patocka, Libert et sacrifice. Ecrits politiques, Millon, Grenoble 1990, p. 279. E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 122. 53 Sulla condizione di guerra globale come situazione: C. Galli, La guerra globale, Laterza, RomaBari 2002, pp. 84 e sgg. 54 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 123. 55 Ibid. 56 Ibid.
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grediti57 e nazioni come la Germania che invece pretendono di opporre alloperante forza della Mobilitazione totale i valori ideali della Kultur o lideologia del progresso della Zivilisation. Scrive Jnger:
La Germania doveva inevitabilmente essere sconfitta [...] perch pur avendo preparato con tutto lo scrupolo possibile la sua mobilitazione parziale continuava a precludersi la via di quella totale, e perch lintima natura della sua macchina bellica le consentiva di raggiungere, sopportare e soprattutto sfruttare solo un successo di proporzioni limitate.58

Ma per gli Stati uniti, nazione retta da un regime costituzionale democratico, la mobilitazione pot procedere con misure di una drasticit che era risultata impossibile in uno stato militare come la Prussia.59 Questo per Jnger comprensibile poich gi durante il conflitto non era pi in questione se uno stato fosse o meno uno stato militare, ma in che misura fosse capace di mettere in atto la Mobilitazione totale.60 Il tipo di regime politico in quanto tale indifferente per il dispiegarsi della Mobilitazione totale.61 Ci che conta solo la maggiore plasmabilit e dunque la minore stabilit delle figure politiche62 che un sistema in grado di produrre. In questo senso il liberalismo democratico appare come la condizione politica pi adeguata: la celebre battuta involontaria sui pezzi di carta che Bethmann Hollweg pronuncia dopo avere invaso il Belgio e a fronte delle proteste dei belgi stessi che si appellano ai trattati che garantivano la neutralit alla nazione, mostra che il cancelliere non aveva compreso che oggi un pezzo di carta come quello su cui scritta la costituzione ha un significato simile a quello che ha per i cattolici unostia consacrata, sicch se lassolutismo pu permettersi di stracciare i trattati la forza del liberalismo consiste nellinterpretarli.63 Questa capacit di interpretazione dei trattati appare come la forza determinante di una nazione democratica gi da tempo disponibile alla Mobilitazione totale come gli Stati uniti. Il principio della libert dei mari cui accenna Jnger un caso particolare attraverso il quale si pu osservare in quale modo uno stato totalmente mobilitato possa operare fino a riuscire a mostrare che linteresse privato pu assurgere al rango di postulato umanitario, al livello
Ibid. Ivi, p. 124. Ibid. 60 Ibid. 61 Come emerge dal quadro storico ricordato da Jnger: Il giubilo con cui da noi lesercito segreto del progresso e il suo invisibile stato maggiore salutarono il crollo della Germania, mentre gli ultimi combattenti stavano ancora affrontando il nemico, assomigliava al giubilo per una battaglia vinta. [...] Tra le forze che si erano disputate la partita non vi era alcuna differenza essenziale. [...] Cos, ancora nei giorni decisivi, i ministri socialdemocratici del Reich poterono prendere in considerazione lidea di lasciare in piedi la corona: la cosa non avrebbe significato altro che una questione di facciata. Sulledificio il progresso gravava ormai da tempo con tali ipoteche da non lasciar sussistere pi alcun dubbio sulla vera situazione proprietaria (Ivi, p. 132). 62 Su questi aspetti del pensiero jngeriano si rinvia a C. Galli, Spazi politici. Let moderna e let globale, il Mulino, Bologna 2001 pp. 114-17; Id. Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, il Mulino, Bologna 1996, cap. III; P. Barcellona, Lo spazio della politica. Tecnica e democrazia, Editori Riuniti, Roma 1993. 63 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 127.
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di una questione generale che tocca lumanit intera.64 La capacit democratica di interpretare i trattati tende quindi a produrre una verit universalmente valida sul piano politico analoga a quella universale validit scientifica producibile operando sperimentalmente, tecnicamente. Anche in questo senso occorre intendere lidea jngeriana secondo cui il tipo del Lavoratore si insinua negli spazi vuoti del sistema corporativo e vi introduce la propria scala di valori65 un sistema di valori in cui tecnica ed ethos sono divenuti sorprendentemente sinonimi.66 Umano diventa ci che assolutamente valido sul piano scientifico, ovvero ci che pu essere prodotto sperimentalmente come luniversalmente valido. Linterpretazione scientificotecnologica delluniverso, scrive Carlo Sini, si atteggia a rivelazione dei caratteri universali e oggettivi delluniverso. Sicch, ci che la tecnica fa del mondo diviene ci che il mondo .67 I valori occidentali assolutamente validi tendono a uniformare il mondo imponendosi come universalmente veri, e proprio per questo umani in senso assoluto, fino ad aprire un abisso che li separa rispetto a chi non pu o non vuole condividerli.68 La tendenza allidentificazione di tecnica ed ethos coincide con la scomparsa dellethos dello stato nazionale69 e con laffacciarsi di unera caratterizzata da un vuoto di dominio normativo connesso al processo di Mobilitazione. A esso si sostituisce il dominio dei concetti universali.70 Per Jnger non si tratta di essere a favore o contro la democrazia liberale, ma di riconoscere come questa forma politica sia ora necessaria, essendo quella che pi si rende disponibile alla Mobilitazione totale e come pure non abbia la possibilit di costruire un dominio da intendersi come quello stato nel quale lo sconfinato spazio del potere trova il suo riferimento centrale in un punto dal quale esso appare come spazio del diritto.71 Questo significa che nel mondo della democrazia universale che procede verso una Mobilitazione di carattere planetario non esiste un luogo di potere in base a cui governare la guerra e la pace, n criteri di giudizio secondo cui valutare la moralit e la giustizia di unazione di tipo imperiale da parte di unorganizzazione statale. In Der Arbeiter la genealogia di questo processo osservata muovendo dal confronto tra le guerre di successione e le guerre nazionali:
Nello spirito del principio di nazionalit, lacquisto di unesigua striscia di territorio al confine molto meno legittimo di quanto non sia, nel sistema politico dellequili64 Ibid. Sulla dottrina di Monroe e sulla traduzione del suo significato da difensivo-continentale a marittimo-aggressivo operata da Roosevelt: C. Schmitt, Il concetto di Impero nel diritto internazionale. Ordinamento dei grandi spazi con esclusione delle potenze estranee (1939), Istituto nazionale di cultura fascista, Roma 1941; Id., Il nomos della terra, cit., pp. 207 e sgg, 325 e sgg, 368 e sgg. 65 E. Jnger, Sul dolore, cit., p. 174. 66 Ivi, p. 184. 67 C. Sini, Passare il segno. Semiotica, cosmologia, tecnica, il Saggiatore, Milano 1981, p. 331. 68 Sullidea di democrazia occidentale come punto darrivo acquisito della storia umana: G.D. Neri, Sulla guerra, e LEuropa dal fondo del suo declino, cit. 69 E. Jnger, Maxima-Minima. Adnoten zum Arbeiter, cit., p. 71. 70 E. Jnger, Sul dolore, cit., p. 150. 71 Ivi, p 65.

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brio dinastico, lacquisto di un intero regno in seguito a un matrimonio. Nelle guerre di successione si tratta quindi di due contendenti, entrambi di riconosciuto diritto, e uno di essi deve essere scelto secondo uninterpretazione che tende a prevalere sullaltra. Nelle guerre nazionali, si tratta di due specie di diritto, in senso generale. Cos, anche le guerre nazionali ci riportano allo stato di natura.72

A tal punto, secondo Jnger, i principi politici del XIX secolo, nazione e societ si rivelano inadeguati a dominare la Mobilitazione totale attuata attraverso la diffusione globale della logica del lavoro. La concezione secondo cui le nazioni sono modelli individuali [...] subordinati alla legge morale in s preclude la possibilit di costruire autentici imperi,73 e venendo a mancare un tribunale superiore esterno alla nazione stessa, qualsiasi sforzo teso ad aver validit oltre i confini nazionali non pu essere fondato che sul mero dispiegamento di forze.74 Non diverso il fallimento dellaltro principio che rappresenta la concezione statale ottocentesca, la societ. In questo caso il tentativo di introdurre una forma di dominio attuato attraverso lestensione di una sfera del diritto indipendente dalla sfera del potere:
Si giunge cos a organi come la Societ delle nazioni organi il cui presunto controllo su immensi ambiti giuridici in singolare contrasto con il loro reale potere esecutivo.75

Appellandosi alle categorie politiche ottocentesche di nazione e societ non possibile ricondurre il potere in una forma fondata sul diritto e dunque governare la conduzione della guerra e la sua distinzione dalla pace. Questo vuoto di nomos riempito da un dominio di fatto76 che si realizza e si esercita attraverso la convergenza di tecnica ed ethos; tale passaggio segna sul piano dei conflitti lannullamento di qualsiasi arte della guerra e dunque la destituzione di significato di qualsiasi ethos cavalleresco, di qualsiasi rito: Nel mondo del Lavoratore il rito sostituito da una sequenza tecnicamente esatta, allo stesso tempo amorale e non-cavalleresca.77 In questo senso, dunque, occorre intendere le parole di Jnger quando si riferisce a un ritorno di modalit di conduzione della guerra assolutamente privo di regole, da stato di natura. in un tale contesto che dopo la Prima guerra mondiale diventa possibile che vengano combattute guerre di cui non si prende atto, poich il pi forte ama presentarle come penetrazione pacifica o come unazione di polizia contro bande di briganti guerre che esistono in pratica, non in teoria.78 Anche questi, scriveva Jnger negli anni Trenta, sono nuovi e insoliti fenomeni dai quali emerge come caratteristica comune ed essenE. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, cit., p. 171. Ibid. 74 Ibid 75 Ivi, p. 172. 76 M. Cacciari, Geo-filosofia dellEuropa, Adelphi, Milano 1994, p. 128. 77 E. Jnger, Sul dolore, cit., p. 179. Sulla distruzione di ogni forma di rito connesso alla vita del soldato nella Prima guerra mondiale: E.J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identit personale nella Prima guerra mondiale, cit., cap. III. 78 E. Jnger, LOperaio. Dominio e forma, cit., p. 172.
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ziale una sorta di daltonismo umanitario espressione di una vera e propria cecit dinanzi ai colori che rivestono il mondo reale.79 Come ha osservato Carlo Galli, let globale si caratterizza da un punto di vista bellico come let in cui guerra e politica [...] non formano spazio, in senso politico moderno, westfaliano80 e Jnger inizia a riconoscere le forme in cui questo processo si cristallizza gi nello svolgimento delle guerre mondiali e successivamente nella suddivisione del mondo in due blocchi. Lincapacit dello stato di produrre politica in senso moderno a opera della diffusione su scala globale della Mobilitazione totale comporta una metabasis eis allo genos che esprime il definitivo annullamento di valore e di efficacia politica dello stato e della guerra. Nel pieno della Guerra fredda Jnger infatti osservava che:
La similarit dei due partner colossali che, se non attraggono a s i territori degli stati storici, pure ne assumono la sovranit, suscita limpressione che abbiamo qui a che fare con dei modelli, anzi con degli stampi: con le due met di ununica forma da impiegarsi per fondere e costruire lo stato mondiale. Con ci non si intende una semplice operazione di addizione, un raddoppio, ma una trasformazione qualitativa, lascesa a una potenza che oggi non ancora possibile rappresentarsi.81

La suddivisione in blocchi successiva alla fine dei conflitti mondiali non pu dunque essere vista come in grado di generare un ordine politico nel senso moderno del termine, ma deve essere intesa come il primo passaggio nella formazione di uno spazio globale in cui lidea moderna di stato perde la facolt di produrre politica e storia: Con il raggiungimento della sua grandezza finale, lo stato non conquista soltanto la sua massima estensione spaziale, ma anche una nuova qualit. Lo stato in senso storico cessa di esistere.82 La scimmia di Ercole La guerra dei Lavoratori proprio nei suoi caratteri essenziali ed epocali il suo irrompere nella vita come normale e illimitato processo lavorativo, lo svincolarsi della violenza da ogni forma di ritualit e dai confini della politica, nonch la tendenza dei conflitti ad assumere i tratti irregolari83 di una guerra civile planetaria84 appare come la situazione che rende posIbid. C. Galli, Guerra globale, cit., p. 53 81 E. Jnger, Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione, Guanda, Parma 1998, p. 31. Da mettere in relazione con la nozione jngeriana del Weltstaat lidea schmittiana di Einheit der Welt: C. Schmitt, Lunit del mondo, in Id., Lunit del mondo e altri saggi, Pellicani, Roma 1994. 82 E. Jnger, Lo Stato mondiale, cit., p. 78. 83 In particolare la figura del partigiano a interpretare per Jnger la normalit del modo di conduzione irregolare della guerra (cfr. soprattutto Sul dolore, cit., pp. 159 e sgg.). Cfr. A. Burkhardt, Die Innenseite der Macht. Zum Partisanischen bei E. Jnger, in H. Mnkler (a cura di), Der Partisan. Theorie, Strategie, Gestalt, Westdeutscher Verlag, Opladen 1990. La riflessione jngeriana sul partigiano come figura del mondo elementare ripresa da C. Schmitt in Teoria del partigiano. Note complementari al concetto di politico, il Saggiatore, Milano 1981. 84 La questione della mutazione della guerra regolare in guerra civile presente in Jnger fin dagli
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sibile lemergere della dimensione globale della guerra. Una democrazia della morte globale lesito del necessario sconfinamento della guerra dai confini politici imposto dalla Mobilitazione totale, sicch linsinuarsi del terrore nella vita quotidiana e la diffusione del massacro su scala industriale appaiono aspetti che devono essere visti non come incidenti sul percorso della democratizzazione del mondo, ma come gli specifici tratti espressivi della facies bellica85 del Lavoratore: questo il volto indistinto86 del dio della guerra nellera della espansione planetaria della democrazia del lavoro. Come ogni vita, scriveva Jnger in La Mobilitazione totale, produce il germe della propria morte, cos la comparsa delle grandi masse racchiude in s una democrazia della morte.87 Il terrore e lannientamento che emergono in tutta la loro eccezionale mostruosit nel fuoco totale della Prima guerra mondiale appaiono gi come la situazione normale dei futuri conflitti globali:
Let del colpo mirato ormai alle nostre spalle. Il comandante di una squadriglia aerea che a notte fonda impartisce lordine di bombardare non fa pi alcuna distinzione tra militari e civili, e la nuvola di gas letale passa come unombra su ogni forma di vita. Ma la possibilit di siffatte minacce non presuppone una Mobilitazione parziale o generale: presuppone una Mobilitazione totale, che si estende anche al bambino nella culla. Esso minacciato come tutti gli altri se non addirittura di pi.88

Le bombe lanciate dallalto che colpiscono indistintamente soldati e civili e i gas mortali che si diffondono su ogni forma di vita sono le armi universali e democratiche della guerra dei Lavoratori che mostrano come proprio allinterno del primo conflitto mondiale, svoltosi tra entit statali caratterizzate da un proprio sovrano ius ad bellum, abbia avuto luogo quello svuotamento di senso dello ius publicum europaeum e della organizzazione statale che sulla limitazione e sulla regolamentazione della guerra si fondava. Come gi stato ricordato, la guerra aerea opera secondo Schmitt quella rivoluzione spaziale che svolge un ruolo determinante nel declino di quella mutual relation between protection and obedience che aveva reso possibile lordinamento della guerra terrestre secondo i principi della conferenza dellAja:
Laereo arriva volando e getta le sue bombe, oppure attacca scendendo a volo radente e quindi riprende quota: in entrambi i casi adempie alla sua funzione di annienta-

scritti degli anni Trenta (cfr. per esempio La mobilitazione totale, cit., p. 129: La Mobilitazione totale cambia terreno ma non cambia senso quando, invece degli eserciti regolari, incomincia a mettere in movimento le masse della guerra civile), ed centrale in La pace, Guanda, Parma 1993, e in Lo Stato mondiale (per esempio, p. 32: Il suo [dello Stato mondiale] approssimarsi si annuncia nel fatto che lidea di una guerra civile mondiale fa scomparire gli Stati dalla politica e fa sbiadire i contorni dei conflitti). Il tema della guerra civile mondiale affrontato da C. Schmitt in Teoria del partigiano, cit., e da H. Arendt in Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunit, Milano 1999. Si veda anche R. Schnur, Rivoluzione e guerra civile, Giuffr, Milano 1986. 85 E. Jnger, La battaglia di materiale, cit., p. 65. 86 Lespressione utilizzata da Qiao Liang e Wang Xiangsui nel saggio Guerra senza limiti. Larte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2001, parte I, cap. II. 87 E. Jnger, La mobilitazione totale, in Id., Foglie e pietre, cit., p. 121. 88 Ivi, p. 120.

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mento e abbandona quindi immediatamente al suo destino (vale a dire: alle sue autorit statali) il territorio bombardato, con le persone e le cose che vi si trovano. La considerazione della connessione esistente tra protezione e obbedienza, esattamente come quella del rapporto tra tipo di guerra e preda, mostra lassoluto disorientamento spaziale e il carattere di puro annientamento della guerra moderna.89

Con la fine della guerre en forme, la dimensione dellannientamento democratico diventa coessenziale allesercizio della guerra stessa. Schmitt insiste inoltre su un altro aspetto connesso alla perdita di confini della violenza bellica: la limitazione dei mezzi di annientamento e la limitazione della guerra non riguardano solo il diritto di preda e il rapporto con la popolazione colpita dalla guerra, ma anche la questione della guerra giusta. Linevitabile verificarsi di unasimmetria tra le forze in campo rende possibile lacuirsi del contrasto tra le parti in lotta. Il conflitto tender allora a essere spostato sul terreno del bellum intestinum da parte di chi in stato di inferiorit, mentre chi si trova in condizione di superiorit dovr appellarsi alla justa causa e dichiarer il nemico criminale, dal momento che il concetto di justus hostis non pi utilizzabile:
Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro i turbatori della pace, criminali ed elementi nocivi, deve anche essere potenziata la giustificazione dei metodi di questo police bombing. Si cos costretti a spingere la discriminazione dellavversario in dimensione abissali.90

In questo vuoto di dominio sulla guerra, nellimpossibilit di produrre identit e senso politico attraverso lazione violenta, lo scenario normale che si prospetta secondo Jnger quello di una diffusione planetaria di conflitti irregolari in cui figure eccezionali come il partigiano tendono ad assumere sempre pi la funzione normale di soldati regolari, decretando contemporaneamente la fine della coscrizione obbligatoria e dellesercito di massa. La crisi della spazialit politica moderna si esprime sotto forma di mutazione della figura del soldato che ora difficilmente distinguibile dal poliziotto91 e dal tecnico,92 ma anche dallo scorticatore e dal macellaio.93 In un colloquio del 1995, Jnger osserva che dal punto di vista dellarte della guerra possibile comparare le guerre antecedenti la Prima guerra mondiale a una partita a scacchi, ma dal 1914 limmagine della scacchiera e del gioco in generale non funziona pi:
del tutto inutile star l a studiare quali mosse cambiare, come spostare diversamente alfiere o cavallo, torre o re. Il fatto che si ribaltato il tavolo su cui stava la scacchiera: i guerrieri, i combattenti non esistono pi come ceto o casta, e il fuoco non viene pi dai cannoni, ma diventato assoluto.94

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C. Schmitt, Il nomos della terra, cit., p. 429. Ivi, p. 430. E. Jnger, Il trattato del ribelle, cit., p. 111. 92 E. Jnger, Il libro dellorologio a polvere, cit., p. 126 93 E. Jnger, Sul dolore, cit., p 151. 94 A. Gnoli, F. Volpi (a cura di), I prossimi titani. Conversazioni con E. Jnger, cit., p. 83.

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Nelle guerre contemporanee emerge con tutta la propria forza terrifica il destino nichilistico della civilt europea: non pi guerra come clausewitziana continuazione della politica con altri mezzi condotta da potenze politiche statali, ma dispiegamento globale della Mobilitazione totale che tende a trasformare lutopia del regnum hominis nellincubo del regimen hominum.95 Per questa ragione, scrive Jnger, ora la prospettiva pi spaventosa quella rappresentata dalla tecnocrazia, una sovranit sotto controllo, esercitata da spiriti mutili e mutilanti.96 In quello che Alain Joxe definisce come il caos imperiale,97 assistiamo alla quotidiana riduzione degli altri a entit politicamente nulla il che comporta, scrive Alessandro Dal Lago, la trasformazione della guerra in poliziapulizia su scala globale in cui non esiste pi riconoscimento del nemico.98 Uno dei pericoli pi grandi del processo di normalizzazione della guerra funzionale al sistema-lavoro, della normalit e della quotidianit della violenza che circola incessantemente e in modo sottile e impercettibile99 viene dalla ideologica criminalizzazione di chi considerato nemico, dallo spingere la discriminazione dellavversario in dimensione abissali. Nella ricostruzione della facies bellica della Mobilitazione totale la dimensione del terrore e dellannientamento appare quale elemento essenziale e non come minaccia esterna alla trasformazione della democrazia occidentale in democrazia planetaria del lavoro.100 In questo senso, la statica contrapposizione tra valori occidentali e fanatismo orientale, tra democrazia dei paesi civilizzati e tirannia dei popoli pi primitivi si presenta come una di quelle forme di consapevole o inconsapevole produzione ideologica del nemico, che denuncia comunque la propria cecit dinanzi alla genealogia della dimensione globale della violenza e dimostra lassenza di comprensione della portata intrinsecamente imperialistica e tirannica di quella che Jnger gi negli anni Trenta aveva definito come democrazia della morte. La costruzione dello spazio planetario del Lavoro si realizza come tendenza alluniformit attraverso la distruzione sistematica delle altre forme culturali, ma proprio in questa opera di annullamento dellaltro, la razionalit europea tende a estraniarsi rispetto alla propria provenienza, a occultare la propria radice tragica essendo incontrollabile e irriducibile al funzionamento tecnico e alla calcolabilit economica, non essendo pro95 G.D. Neri, LEuropa dal fondo del suo declino, cit., p. 281 che sulla scorta della riflessione di Patocka scrive: Quello che da Bacone a Marx era stato sognato come il regnum hominis si realizza come un regimen hominum, un dominio sulluomo dove chi comanda una potenza anonima, laccumulazione di energia come tale, la Forza che gli uomini sono inetti a controllare, che anzi tutti si dispongono a servire. 96 E. Jnger, Al muro del tempo, cit., p. 152. 97 A. Joxe, Limpero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, Sansoni, Milano 2004, p. 33. 98 A. Dal Lago, Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l11 settembre, ombre corte, Verona 2003, pp. 37-38. 99 Per sviluppare tale questione occorre prendere in considerazione almeno la dottrina della seconda coscienza esposta nello scritto Sul dolore, cit., pp. 175 e sgg. 100 Sul terrorismo come modus operandi che mira non alleleminazione precisa dei soldati avversari, ma allannientamento generalizzato del nemico e del suo ambiente e sulla sua nascita nello scenario della guerre en forme tra Stati: P. Sloterdijk, Schume, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2004. Sulla dimensione nichilistica della guerra contemporanea S. Markus, M. Mnkler, W. Rcke (a cura di), Schlachtfelder. Codierung von Gewalt in medialen Wandel, Akademie Verlag, Berlin 2003.

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ducibile come lequivalente-indifferente.101 Se dunque come scriveva Jnger evidente che la figura del Lavoratore pi forte della pi antica opposizione, che anche lultima: quella tra Oriente e Occidente,102 rimane altrettanto vero che Oriente e Occidente continuano a vivere non in quanto luoghi assoluti, bens come metafore di due atteggiamenti umani fondamentali, posizioni inscindibili, ineliminabili come poli in eterna tragica tensione.103 Alla democrazia occidentale accade qualcosa di analogo a ci che secondo Nietzsche decret la morte della tragedia antica.104 Come il dramma tragico svuotato della forza aorgica, divenuto incapace di parlare la lingua straniera di Dioniso non pu che rispecchiarsi in se stesso fino ad assumere le sembianze e gli atteggiamenti della scimmia di Ercole, cos labbandono, anzi lannullamento sistematico dellaltro da parte della tirannia dei valori democratici muta lessenza della democrazia occidentale che ora, per dirla con Nietzsche, dialettica sofistica, democrazia imitata e mascherata proprio come il dramma euripideo. La portata di questo mutazione massimamente visibile fissando lo sguardo su quella logica della forza105 che emerge nellesecuzione politica dellimperativo democratico rendere laltro uguale a noi. Come ha scritto in modo lapidario Guido Davide Neri: Mai come nellattuale pedagogia delle bombe si manifesta la verit del detto che proprio il medium il messaggio.106 Nelluso della guerra come via per una cosiddetta civilizzazione democratica si svela lessenza della versione contemporanea della democrazia occidentale, nonch il destino nichilistico del suo progetto. Parlano di noi oggi le immagini con cui si chiude Die totale Mobilmachung: in quei luoghi nei quali la maschera umanitaria quasi cancellata ci che rimane della rete planetaria intrecciata dalla Mobilitazione totale un feticismo della macchina mezzo grottesco e mezzo barbarico,107 lo svanire del sogno della libert stritolato come nella ferrea morsa di una tenaglia:108
uno spettacolo grandioso e terribile vedere i movimenti delle masse sempre pi omologati, su cui lo spirito del mondo getta la sua rete. Ciascuno di questi movimenti non fa che rendere la presa pi stretta e pi implacabile, e qui agiscono forme di costrizione che sono pi forti della tortura: cos forti che luomo le saluta con giubilo.109

M. Cacciari, Geo-filosofia dellEuropa, cit., p. 129. E. Jnger, Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione, cit., p. 78. 103 E. Jnger, Il nodo di Gordio, in E. Jnger, C. Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo, il Mulino, Bologna 2004, p. 52. 104 Che cosa volevi, empio Euripide, quando cercasti di costringere ancora una volta questo morente a servirti? Mor fra le tue braccia violente, e allora sentisti il bisogno di un mito imitato, mascherato, che come la scimmia di Ercole sapeva ormai soltanto adornarsi con lantica pompa. E come per te moriva il mito, moriva per te anche il genio della musica: per quanto tu saccheggiassi con avide mani tutti i giardini della musica, anche cos giungesti solo a una musica imitata e mascherata. E poich avevi abbandonato Dioniso, anche Apollo abbandon te. (F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 19721977, p. 74. 105 G. D. Neri, Sulla guerra, cit., p. 294. 106 Ibid. 107 E. Jnger, La mobilitazione totale, cit., p. 134. 108 Ivi, p. 135. 109 Ibid.
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Sviluppando specialmente la riflessione sulla metamorfosi della guerra di Ernst Jnger e di Carl Schmitt, Carlo Galli osserva che lessenza della guerra globale quella di non essere una Terza guerra mondiale e di non essere neppure una guerra dei mondi (del mondo islamico contro il mondo cristiano), quanto piuttosto la manifestazione del fatto che la globalizzazione un mondo di guerra.110 In questo senso la incessante cupa proliferazione di fronti avversi che si delineano sulla base della contrapposizione di ideologie, religioni e valori non d forma a identit politiche intese come fattori di ordine politico, ma solo immagini fantasmatiche in reciproca immediata negazione.111 Proprio nel superamento di questo deserto fantasmatico e ideologico consiste il primo passo per ritessere le trame di un ethos occidentale in grado di essere fedele al senso della propria provenienza culturale e allaltezza della comprensione del destino di quella globalizzazione che nella implicazione mondiale della storia europea ha la propria ragione e che non pu certo essere lasciata alle spalle come ununiforme dismessa.112 Un ethos che si realizza praticando quella che Jnger ha definito una nuova scienza, oggi la pi fertile di tutte, la dottrina della libert umana di fronte alle nuove forme che ha assunto la violenza.113

110 C. Galli, Guerra globale, cit., p. 55. Su questi temi si vedano anche le riflessioni di A. Dal Lago, Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l11 settembre, cit.; D. Zolo, Chi dice umanit. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino 2000; S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano 2000; S. Vaccaro, Globalizzazione e diritti umani, Mimesis, Milano 2004; G. Buonaiuti, A. Simoncini (a cura di), La catastrofe e il parassita, Mimesis, Milano 2004; L. Bonanate, La politica internazionale tra terrorismo e guerra, Laterza, Roma-Bari, 2004. 111 C. Galli, Guerra globale, cit., p. 36. 112 G.D. Neri, LEuropa dal fondo del suo declino, cit., p. 271. 113 E. Jnger, Il trattato del ribelle, cit., p. 24.

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RIBALTARE CLAUSEWITZ
La guerra in Michel Foucault e Deleuze-Guattari

di Massimiliano Guareschi

Sul piano geopolitico, la seconda met degli anni Settanta e linizio degli anni Ottanta del secolo passato scorrono nel solco del declinante ordine bipolare, fra insorgenze della Guerra fredda e segni, sempre pi evidenti, dellincapacit di uno dei due contendenti nel tenere il passo dellaltro. Per quanto riguarda lEuropa, la guerra sembra essere ormai consegnata, nelle sue forme pi tipiche, alla dimensione della memoria, mentre il presente si colloca lungo lorizzonte di mutual destruction inscritto nella dinamica del conflitto nucleare, che priva la guerra dei suoi tratti di riconoscibilit pi tipici, inducendo a riflessioni che spesso abbandonano il terreno pi specificamente politico per configurarsi, assumendo una prospettiva quasi biologica, in termini di sopravvivenza della specie. Certo, in quel periodo si parla molto di guerriglia, insurrezione, lotte di liberazione, ma in riferimento allaltrove degli spazi della decolonizzazione o di periferie nelle quali i vincoli dellordine bipolare appaiono meno stringenti. Questo, in sintesi, il contesto nel quale una formula, ribaltare Clausewitz, con ovvio riferimento al noto adagio La guerra la continuazione della politica con altri mezzi emerge dalla tematizzazione della guerra di autori che hanno fortemente rinnovato i quadri della riflessione filosofica e politica del Novecento Michel Foucault da una parte, Gilles Deleuze e Flix Guattari dallaltra legati da evidenti affinit teoriche ma che in proposito, come si avr modo di vedere, manifesteranno significative divergenze di prospettiva. La guerra delle razze Nel 1976 in Francia sembra manifestarsi un particolare interesse nei confronti di Karl von Clausewitz. In quellanno, infatti, sono pubblicati i due vo52

lumi di Penser la guerre. Clausewitz, in cui Raymond Aron proietta sullo scenario dello scontro fra Stati uniti e Unione sovietica la concettualizzazione della guerra proposta dal generale prussiano.1 Sempre nel 1976, Michel Foucault tiene al Collge de France un corso, dal titolo Bisogna difendere le societ, al cui centro si colloca lesplicita intenzione di ribaltare lassunto di Karl von Clausewitz secondo cui La guerra la continuazione della politica con altri mezzi.2 Punto di partenza del discorso foucaultiano lesigenza di riproblematizzare, a partire da uninversione allo stesso tempo di scala e di senso, del concetto di potere in rottura con i modelli sedimentati da secoli di riflessione filosofico-giuridica.3 In tale prospettiva, la chiave di intelligibilit del potere deve essere cercata non sul piano della sovranit, della legge e dellautorit ma al livello molecolare di una microfisica volta a sondare la dinamica dei rapporti di forza che reggono tutte le relazioni caratterizzate da qualche forma di asimmetria. Nella sua ricerca, Foucault intende smarcarsi da una concezione economicistica delle relazioni di potere che, in termini del tutto diversi, caratterizzerebbe le prospettive sia liberali sia marxiste. In ambito liberale si procederebbe a unequiparazione delle dinamiche di potere alla circolazione dei beni come mostra il frequente ricorso alla declinazione pubblicistica di concetti giusprivatistici come il contratto, la delega, lalienazione. Diversamente, in ambito marxista la sintassi del potere tenderebbe a ricalcarsi, per ratificarla e stabilizzarla, sulla struttura dei rapporti di produzione. Nelle parole di Foucault: Nel primo caso abbiamo, se volete, un potere politico che troverebbe nel processo dello scambio, nelleconomia della circolazione dei beni, il suo modello formale. Nel secondo, un potere politico che avrebbe nelleconomia la sua ragion dessere storica, il principio della sua forma concreta e del suo funzionamento attuale.4 Per disegnare unalternativa ai paradigmi economicisti, che assuma quindi il potere come autonomo oggetto di indagine, vengono quindi individuati due possibili strumenti analitici, la repressione e la guerra:
A partire dal momento in cui si cerca di liberarsi dagli schemi economicisti per analizzare il potere, ci si trova immediatamente di fronte a due ipotesi forti: da una parte, il meccanismo del potere sarebbe la repressione [...] dallaltra, la base del rapporto di potere sarebbe lo scontro bellicoso delle forze [...]. Queste due ipotesi non sono inconciliabili, al contrario; sembrano anzi concatenarsi in modo abbastanza verosimile. Dopo tutto, la repressione non sarebbe ancora la conseguenza politica della guerra, un po come loppressione, nella teoria classica del diritto politico, era labuso della sovranit nellordine giuridico?5

In Bisogna difendere la societ il ricorso alla coppia repressione-guerra come


R. Aron, Penser la guerre. Clausewitz, Gallimard, Paris 1976. M. Foucault, Bisogna difendere la societ, Feltrinelli, Milano 1998. M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976; Id., Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977. 4 M. Foucault, Bisogna difendere la societ, cit., p. 21. 5 Ivi, p. 23.
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criterio guida per un rinnovato approccio al potere procede non privo di perplessit. In particolare, si pu notare come Foucault in quegli stessi anni si fosse impegnato in una serrata critica al concetto di repressione, al suo carattere eminentemente negativo, che avrebbe trovato una compiuta formulazione in La volont di sapere, uscito proprio nel 1976.6 Per quanto riguarda la guerra si potrebbe forse fare un discorso per alcuni versi analogo, in quanto il proposito di Foucault di dedicarsi negli anni seguenti a studi di argomento bellico e militare, sembra essere stato in seguito lasciato cadere, per il prevalere di altri interessi o forse, pi probabilmente, per lentrata in crisi della prospettiva di ricerca da cui essi procedevano.7 Tornando a von Clausewitz, Foucault afferma che il potere la guerra, la guerra continuata con altri mezzi.8 Il ribaltamento della formula del generale prussiano si presenta come un artificio retorico utile per sottolineare come ogni relazione di potere si fondi su un rapporto di forza storicamente stabilito attraverso la guerra. La politica, quindi, sarebbe chiamata non a riassorbire le fratture della guerra ma a perpetuare una condizione di squilibrio e asimmetria ricodificando continuamente gli esiti delle armi nel linguaggio delle consuetudini, delle leggi e delle istituzioni. in tale sequenza che si manifesta la correlazione fra guerra e repressione. Ci significa che allinterno della pace civile ovvero in un sistema politico, le lotte politiche, gli scontri a proposito del potere con il potere, per il potere, le modificazioni dei rapporti di forza [...], non dovrebbero che essere interpretate come la prosecuzione della guerra.9 Lutilizzo della guerra come operatore per analizzare la pace sociale evoca immediatamente il nome di Thomas Hobbes, che dalla guerra partiva per dedurre la possibilit dellordine artificiale garantito dal Leviatano. Foucault rigetta immediatamente una simile associazione in quanto a suo parere nella costruzione hobbesiana la guerra, malgrado quanto comunemente si pensi, non svolgerebbe alcun ruolo. Tale rilievo non rimanda semplicemente al carattere ipotetico del bellum omnium contra omnes, ma soprattutto al fatto che nello stato di natura di cui parla Hobbes in realt non si giunge mai alle vie di fatto, al dispiegamento materiale del conflitto. E in effetti nel Leviatano non si parla di guerra quanto di stato di guerra per indicare il gioco di rappresentazioni incrociate, la diplomazia infinita, in forza delle quali ciascun individuo, anche il pi forte, giunge alla conclusione di non essere in grado di garantirsi la sicurezza dagli attacchi altrui:
Nella guerra primitiva di Hobbes non ci sono battaglie, non c sangue, non ci sono cadaveri. Ci sono solo rappresentazioni, manifestazioni, segni, espressioni enfatiche, astute, menzognere; ci sono inganni, volont travisate nel loro contrario, inquietudini mascherate da certezze [...]. Ma non siamo realmente in guerra. In ultima analisi,

M. Foucault, La volont di sapere, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 19-48. M. Foucault, Bisogna difendere la societ, cit., p. 25. Cfr. Id., Scurit, territoire, population, Gallimard- Seuil, Paris 2004; Id., Naissance de la biopolitique, Gallimard-Seuil, Paris 2004. 8 Ivi, p. 22. 9 Ivi, p. 23.
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ci significa che lo stato di guerra secondo Hobbes non pu essere caratterizzato come una stato di ferinit bestiale in cui gli individui si divorerebbero fra loro.10

Per Foucault, quindi, Hobbes, lungi dal presentarsi come il teorico dei rapporti fra guerra e costituzione del potere politico, appare come un autore determinato a eliminare la guerra in quanto realt storica [...] dalla genesi della sovranit.11 Ma quale senso attribuire a un simile tentativo volto a neutralizzare la guerra allinterno del discorso inerente lobbligazione politica? Per rispondere alla domanda a parere di Foucault indispensabile stabilire contro chi abbia pensato Hobbes. Il discorso, a questo punto, non pu che spostarsi sulle guerre di religione, su Beemoth, la bestia marina contro la quale viene invocato il mostro terrestre Leviatano. In tale contesto, Foucault individua la circolazione di un discorso storico centrato sulla guerra e linvasione disponibile a una pluralit di usi e appropriazioni, funzionale a una duplice contestazione, aristocratica e popolare, del potere regio. Si parla di anglo-sassoni e dellinvasione normanna che avrebbe insediato sullisola un nuovo sovrano, Guglielmo il conquistatore, e una nuova aristocrazia proveniente da oltremanica. La stessa narrazione, declinata in termini differenti, pu funzionare come discorso sia di legittimazione dellassolutismo regio in base al diritto di conquista, sia di svelamento dellorigine usurpatoria dellordine monarchico e aristocratico, con conseguente richiamo al diritto di resistenza dei discendenti degli oppressi sassoni. contro un simile uso politico della storia che per Foucault opererebbe il tentativo hobbesiano di neutralizzare le guerre reali, ricorrendo allantidoto concettuale dello stato di guerra, per delineare una condizione caratterizzata dallassenza di vincitori e vinti, dominanti e dominati, in quanto la subordinazione alla terziet del sovrano, fondata sulla paura, svuota e scongiura ogni opposizione binaria allinterno del corpo politico. Nello stato di natura, qualsiasi rapporto di forza ha un carattere contingente, instabile e reversibile. Di conseguenza nessun uomo pu essere certo della propria sicurezza, nemmeno il pi forte dal punto di vista fisico, in quanto un rivale potrebbe sempre prevalere, magari cogliendolo di sorpresa o servendosi dellinganno. Nel modello elaborato da Hobbes, limpossibilit di concludere la guerra di tutti contro tutti, di cristallizzare rapporti di forza che garantiscano una condizione di sicurezza, spingerebbe i singoli a rinunciare al loro diritto assoluto su tutto. In tal senso, le diverse modalit di formazione della sovranit presentate nel Leviatano, istituzione e acquisizione, vengono riportate a una comune matrice, quella della volont di sottomettersi a un potere superiore per avere salva la vita, che trova uneloquente esemplificazione nella soggezione dellinfante ai genitori. Lobbligazione politica, quindi, per Hobbes deve essere svuotata di qualsiasi contenuto storico ritenuto terreno ambiguo e ambivalente, in grado di supportare sia la legittimazione delle istanze di potere sia le rivendicazioni antagoniste di gruppi e fazioni
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Ivi, p. 82. Ivi, p. 86.

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per essere fondata sulla funzionalit dei meccanismi artificiali preposti a garantire lo scambio obbedienza-protezione. Per Foucault lindividuazione dellobiettivo polemico di Hobbes coincide con la sottolineatura di una linea, denominata storico-politica, che inizia ad affermarsi a partire dal XVII secolo come alternativa ai modelli filosoficogiuridici della sovranit. In essa il tema del conflitto fra le razze svolge un ruolo centrale e contribuisce a stabilire una visione tensiva, dicotomica e conflittuale della societ, vista come attraversata in permanenza da un irriducibile conflitto fra segmenti della popolazione che trova origine dalla frattura indotta dalla conquista, dallasimmetria introdotta dallesito di una battaglia storicamente situata. In tale ottica, si potrebbe dire, la guerra non mai finita, ma continua sotto il sembiante della pace, come relazione sociale permanente: la pace come continuazione della guerra con altri mezzi. In Bisogna difendere la societ Foucault segue i passaggi e le metamorfosi del discorso storico-politico nello spazio e nel tempo. Lanalisi si sposta cos dallInghilterra alla Francia, dove al centro della storia nazionale si collocano i conflitti e le convergenze fra galli, romani e germani. Un livello compiuto di elaborazione del discorso della guerra delle razze sar proposto nel XVIII secolo da un autore su cui Foucault si sofferma a lungo, Henry de Boulainvilliers, capofila dellopposizione nobiliare allassolutismo borbonico, la cui problematica si configura nei seguenti termini: come ha potuto laristocrazia franca vittoriosa perdere il potere e i privilegi derivanti dalla conquista stretta nella morsa dellalleanza fra assolutismo regio e borghesia gallo-romana? Con Sieys emerge unulteriore articolazione del discorso storico-sociale, in una prospettiva tuttavia che vede il terzo stato ormai coincidere con la nazione e la dualit in procinto di risolversi attraverso la rimozione dei residui aristocratici: Perch non rimandare nelle foreste della Franconia tutte quelle famiglie che conservano la folle pretesa di discendere dalla razza dei conquistatori e di essersi insediati in forza di diritti di conquista.12 Una simile prospettiva trover quindi un pi esteso sviluppo in autori ottocenteschi quali Guizot e i fratelli Thierry, che a partire dallunificazione postrivoluzionaria della nazione si proporranno di ricostruire, alla luce delle rinnovate esigenze del metodo storico, la guerra delle razze intorno alla quale si era articolata per secoli la storia della Francia. La reazione sgomenta di Augustin Thierry ai moti del 1848, che segnavano lemergere di quella che ai suoi occhi era uninconcepibile frattura nel corpo sociale, mostra come per lo storico la chiusura del ciclo rivoluzionario si dovesse tradurre in una completa espulsione della guerra dalla trama di relazioni della nazione. Con i fratelli Thierry, inoltre, il discorso storico-sociale passa per una profonda rielaborazione che condurr a una vera e propria biforcazione. Con Augustin Thierry la guerra delle razze tende a perdere i contenuti pi propriamente etnici per configurarsi in termini di conflitto di classe, mentre il contrario avviene con il fratello Amde, il cui discorso si incammina verso una prospettiva modernamente razzista. Sintetizzando, per Foucault le analisi centrate sulla guerra della razze si
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E.-J. Siyes, Che cosa il terzo stato?, Editori riuniti, Roma 1989, pp. 10-11.

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presentano come opzione teorica alternativa rispetto alla tradizione filosofico-giuridica centrata sulla sovranit, la rappresentanza e il contratto. Le specificit introdotte dal discorso storico-sociale possono essere riassunte come segue. In primo luogo, la guerra di cui si parla non ipotetica ma storica, un evento collocato precisamente allinterno delle vicende di un determinato paese, i cui effetti si protraggono nel tempo definendo il terreno di disputa fra contrapposti schieramenti. Nella filigrana della pace apparente, la guerra costituisce quindi il principio di intelligibilit delle relazioni sociali e delle dinamiche istituzionali. Un ulteriore elemento chiave del discorso storico-sociale rappresentato dalla esplicita parzialit del soggetto che lo pronuncia: Chi racconta la storia, chi ritrova la memoria e scongiura loblio [...] necessariamente situato da una parte o dallaltra; nella battaglia, ha degli avversari, si batte per ottenere una specifica vittoria.13 Ai modelli filosofico-giuridici che ambiscono alla neutralit e alluniversalit Foucault contrappone i saperi situati e belligeranti del discorso storicosociale. Nel progetto genealogico foucaultiano, incentrato sulla sottolineatura del nesso saperi-poteri, la guerra viene presentata come il luogo di gestazione di quei discorsi che assumono la loro internit ai rapporti di forza come criterio di verit. Ne consegue unapologia dello storicismo, individuato come stile di pensiero che anzich esorcizzare il conflitto assume la guerra come elemento fondamentale dei processi storici e delle dinamiche sociali. Per Foucault si potrebbe facilmente mostrare come, dal XIX secolo in avanti, tutte le grandi filosofie siano state, in un modo o nellaltro, antistoriciste. Si potrebbe anche mostrare come tutte le scienze umane si fondino [...] sul fatto di essere antistoriciste.14 La stessa storiografia, da questo punto di vista, nei ricorrenti richiami a superare la superficie dellhistoire bataille per attingere il livello delle strutture economiche e sociali testimonierebbe della tendenza alla rimozione della guerra che caratterizza le scienze sociali. Diversamente lo storicismo, cos come definito da Foucault, afferma lineludibile legame tra sapere storico e pratica della guerra, muovendosi al di fuori di unidea che permeerebbe da millenni il sapere occidentale e secondo la quale il sapere e la verit non possono non appartenere al registro dellordine e della pace, e che non si possono mai ritrovare dalla parte della violenza, del disordine e della guerra.15 Nel discorso sulla guerra delle razze sviluppato in Bisogna difendere la societ possono essere colti punti di contatto e incroci con gli itinerari di ricerca di altri autori, per esempio con il Frederick Meinecke di Le origini dello storicismo, ma soprattutto con Marx, che a pi riprese ha indicato in Augustin Thierry e nella storiografia francese incentrata sulla guerra delle razze il modello agonale sul quale avrebbe elaborato il concetto di lotta di classe.16 A tal proposito, si pu rilevare come il confronto con il marxismo rapM. Foucault, Bisogna difendere la societ, cit., p. 50. Ivi, p. 151. Cfr. M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1998, pp. 393-399. 15 M. Foucault, Bisogna difendere la societ, cit., p. 152. 16 K. Marx, F. Engels, Opere, 39, Lettere 1852-1855, Editori riuniti, Roma 1972, pp. 399-400; 532-537.
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presenti forse il principale sottotesto del corso. Del resto a pi riprese, in testi minori collocabili proprio intorno al 1976, Foucault afferma come la tradizione marxista abbia approcciato il concetto di lotta di classe privilegiando la classe e lasciando cadere le questioni legate alla lotta:
A colpirmi, nella maggior parte dei testi se non di Marx quantomeno dei marxisti il fatto che, con leccezione forse di Trotskij, viene quasi sempre passato sotto silenzio ci che si intende per lotta quando si parla di lotta di classe. Che significa lotta? Conflitto dialettico? Scontro politico per il potere? Battaglia economica? Guerra? La societ civile attraversata dalla lotta di classe non forse la guerra continuata con altri mezzi?17

A interessare Foucault sono i punti di vista prospettici, collocati nelle mischie e non sulle alture da cui si suppone di avere una visione superiore, neutra e imparziale, della battaglia. La dialettica, da questo punto di vista, viene esplicitamente individuata non come una concettualizzazione filosofica del discorso storico-sociale ma nei termini di una sua colonizzazione e neutralizzazione allinterno della logica della contraddizione e della ricomposizione: La dialettica hegeliana, e con essa penso tutte quelle che lhanno seguita, deve essere compresa [...] come la colonizzazione e la pacificazione autoritaria da parte della filosofia e del diritto, di un discorso filosofico e politico che stato un tempo una constatazione, una proclamazione e una pratica della guerra sociale.18 Una ricerca che a prima vista pu apparire come unesercitazione erudita su negletti autori del passato a una pi attenta considerazione rivela quindi unintentio politica direttamente calata nellattualit. La stessa polemica non tanto con Marx quanto con il marxismo, nelle sue versioni pi dogmaticamente dialettiche, rimanda al contesto politico-ideologico degli anni Settanta, e alle vicende e ai dibattiti che in quel periodo coinvolgono il Foucault militante, dalla fondazione dellUniversit di Vincennes al Groupe dinformation sur le prisons. Ricapitolando, quindi, si pu osservare come la guerra in Foucault sia chiamata in causa per due ordini di problemi strettamente correlati. Da una parte come operatore analitico, come ipotesi concettuale, in grado di supportare unanalisi del potere alternativa alle concezioni filosofico-giuridiche centrate sulla sovranit e il contratto; dallaltra come tratto distintivo di una tipologia di discorso calato nelle lotte, da recuperare in chiave attualizzante, che rifiuta ogni postura universale per affermare la propria disposizione partigiana. La presa di distanza da Hobbes, tuttavia, sembra avvenire sulla base della condivisione di un terreno comune, in base al quale la guerra viene utilizzata in forme differenti per sondare lordine interno, la pace civile perimetrata dalle frontiere del regno. La riflessione hobbesiana sulla guerra, come noto, si concentra soprattutto sulla questione della costruzione dellobbligazione politica dei sudditi nei confronti del sovrano. Lo schema proposto per quanto concerne il commonwealth daltra parte non estendibile, nonostan17 18

M. Foucault, Dits et crits, 3, Paris, Gallimard 1994, pp. 310-311. Cfr. Ivi, p. 268. M. Foucault, Bisogna difendere la societ, cit., p. 56.

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te le apparenti analogie, allarena internazionale. Assolutamente diverso infatti lo stato di natura che vige nei rapporti fra i regni, dove le diversit ponderali che intercorrono fra i vari soggetti si caratterizzano per la possibilit di stabilire rapporti reciproci improntati alla prevedibilit: il piccolo stato non ha alcuna possibilit, anche servendosi dellinganno o di qualche bizzarro escamotage, di prevalere su una formazione statuale di dimensioni e potenza maggiori. Ci, peraltro, spiega come lo stato di natura, nellarena internazionale, possa condurre a una forma di ordine, attraverso la stabilizzazione di un equilibrio non contingente, prescindendo dal ricorso allartificio del Leviatano per affidarsi alla cristallizzazione naturale di un bilanciamento di forze. Foucault, da parte sua, valorizza la guerra come forma limite del conflitto, come criterio ermeneutico che consente di problematizzare la pacificazione dello spazio allinterno delle proprie frontiere rivendicata dallo stato. Da qui la valorizzazione di quelle modalit di discorso che, di contro alle rappresentazioni unitarie del regno, colgono nella filigrana della pace sociale il perdurare di una guerra mai conclusa. Del resto, a parere di Foucault il rovesciamento della massima secondo cui La guerra la continuazione della politica con altri mezzi altro non farebbe che ripristinare un assunto che lo stesso generale prussiano intendeva ribaltare affermando la piena statalizzazione della guerra. In tale contesto, la politica di cui la guerra pu essere prosecuzione solo quella estera. Il processo a cui si fa riferimento quello che aveva provveduto a escludere la guerra dal territorio statuale per proiettarla al di fuori delle frontiere. In sintesi, il monopolio delluso legittimo della forza allinterno del territorio di cui parla Weber, che necessariamente passa per la cancellazione dal corpo sociale, dal rapporto fra uomo e uomo, tra gruppo e gruppo, di ci che si potrebbe chiamare guerra quotidiana e che veniva giustappunto chiamata guerra privata.19 nei confronti della neutralizzazione della dimensione politica interna, quindi, che reagisce il discorso foucaultiano. Diversamente, alla guerra interstatale, come contrapposizione degli stati nellagone internazionale, o alla sua riformulazione a partire dallemergere di differenti forme di organizzazione del potere, non viene riservata particolare attenzione. Al di l delle differenze, Hobbes e Foucault paiono condividere il medesimo posizionamento allinterno della spazialit politica dello stato moderno, in fase aurorale luno, crepuscolare laltro. Del resto, anche lanalisi della societ disciplinare, cos come su un altro registro dei regimi biopolitici, si colloca, proprio per la dimensione storica che assume, allinterno delle logiche di quei contenitori di potere confinato, per usare lespressione di Anthony Giddens, che stabiliscono una chiara demarcazione fra il dentro e il fuori, linterno della polizia e lesterno della guerra. La riflessione sulla guerra di Deleuze e Guattari, diversamente, come si avr modo di vedere, procede lungo altre linee.

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Macchina da guerra e apparato di cattura Delirare la storia, addirittura la storia universale, questo il progetto che da Antiedipo arriva a Mille piani.20 Il discorso di Deleuze e Guattari si sviluppa lungo scansioni temporali assai ampie, allinterno delle quali lordine nazionale-internazionale in cui resta confinata lanalisi foucaultiana costituisce un segmento fra gli altri. I luoghi e i tempi in cui viene ambientato il rovesciamento della formula di Clausewitz, di conseguenza, sono assai diversi. In scena un canovaccio storico-universale che ha due protagonisti principali, lapparato di cattura (o stato) e la macchina da guerra nomade, due differenti concatenamenti colti nellintrinseca instabilit delle loro relazioni. In Mille piani Deleuze e Guattari approcciano la guerra a partire da una prospettiva non tanto storica quanto mitica o mitologica. La loro guida Georges Dumzil, per il quale la sovranit politica indoeuropea avrebbe due poli, magico e giuridico: rex e flamen, raj e brahman, Romolo e Numa, Odino Tyr, Varuna e Mitra. Da tale schema sarebbe esclusa la guerra, che si aggiunge come terzo polo, venendo da altrove: Tullo Ostilio, Thor e Indra. Per Deleuze e Guattari la macchina da guerra, composizione di uomini, armi e animali, invenzione dei nomadi. Lo stato in quanto tale, non possiede fra le proprie funzioni la guerra, che deve sottrarre ai nomadi, catturando la loro macchina e trasformandola in qualcosa di diverso: lesercito, la funzione militare. I grandi regni che sembrano emergere quasi dal nulla agli albori della storia, in Egitto, Mesopotamia, Creta o India, a un certo punto sono travolti da orde armate di carro da combattimento e arco composto che sembrano provenire dal nulla hyksos, hurriti, cassiti, ittiti, ariani, micenei, sciti rispetto alle quali si rivelano impotenti. Salvo poi imparare la lezione, assimilando le innovazioni dei nomadi per dotarsi di un potenziale militare che permetter in molti casi agli stati di prendersi notevoli rivincite. Tuttavia, nel corso dei secoli, dalle steppe e dai deserti si assister a periodiche irruzioni oltre il limes degli stanziali di successive incarnazioni della macchina da guerra nomade: gli unni, gli arabi, i turchi, i manch e soprattutto i mongoli, lorda per eccellenza. Notevoli sono le coincidenze fra il quadro tracciato dai due filosofi francesi e le posizioni espresse da un accreditato storico militare come John Keegan: Intorno alla met del II millennio a.C. i popoli che avevano imparato le tecniche di costruzione e uso del carro e dellarco composto scoprirono [...] che contro le tecniche da loro ideate [...] i difensori delle terre colonizzate non erano in grado di opporre resistenza. [...] I popoli giunti sui carri insegnarono agli assiri e agli egizi sia le tecniche sia lethos della guerra imperialista ed entrambe le potenze [...] ne adottarono lidea.21 Per Deleuze e Guattari la cattura della macchina da guerra e la sua istituzionalizzazione militare, tuttavia, non procede in modo lineare assumendo una configu20 G. Deleuze, F. Guattari, LAntiedipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1975; Id., Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, CooperCastelvecchi, Roma 2003. 21 J. Keegan, La grande storia della guerra. Dalla preistoria ai nostri giorni, Mondadori, Milano 1994.

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razione compiuta e definitiva ma si presenta come un processo sempre aperto, reversibile, attraversato da una continua tensione. Ci dipenderebbe dal fatto che la macchina da guerra e lapparato di cattura dipendono da logiche diverse, tanto che la loro composizione appare intrinsecamente problematica e instabile. La macchina da guerra invenzione dei nomadi, il loro modo di occupare lo spazio desertico e non ha necessariamente a che fare con la guerra. O meglio, si correla in termini esclusivi alla guerra solo quando viene appropriata da un apparato di stato. La macchina da guerra non quindi definita dalla guerra, che incontra nel momento in cui il suo moto entra in collisione con le striature che i sedentari hanno posto sul suo cammino, ma dalla modalit di distribuzione e composizione dei nomadi nello spazio liscio del deserto:
La guerra ne deriva necessariamente perch la macchina da guerra si scontra con gli stati e le citt, ossia con le forze (di striatura) che si oppongono alloggetto positivo: da quel momento la macchina da guerra ha per nemico lo stato, la citt, il fenomeno statale urbano [...]. allora che diventa guerra [...]. Lavventura di Attila o Gengis Khan mostra bene questa successione delloggetto positivo e negativo.22

Per cogliere il senso del discorso sviluppato in proposito da Deleuze e Guattari pu risultare utile richiamare lattenzione su un noto passaggio del Vom Kriege in cui Clausewitz sottolinea, con rigida consequenzialit, come la decisione della guerra spetti al difensore e non allattaccante, in quanto questultimo sarebbe ben lieto di non incontrare alcuna resistenza nellincedere verso la realizzazione dei suoi scopi. Con le sue parole: Se cerchiamo filosoficamente lorigine della guerra, non nellattacco che vediamo sbocciarne il concetto, poich esso non ha per scopo la lotta [...]; ma ha invece origine nella difesa, poich questa ha per scopo assoluto la lotta, essendo il respingere lattacco e il combattere una cosa unica.23 La macchina da guerra per Deleuze e Guattari nasce come aggregazione numerica, in rottura con lorganizzazione a stirpi e lignaggi, nella steppa o nel deserto. il suo aspetto aritmetico:
Ovunque la macchina da guerra presenta un curioso processo di replica o sdoppiamento aritmetico, come se operasse su due serie asimmetriche e diseguali. Da una parte infatti i lignaggi o le trib sono organizzati e ricomposti numericamente; la composizione numerica si sovrappone ai lignaggi per fare prevalere il nuovo principio. Dallaltra, nello stesso tempo, si estraggono uomini da ogni lignaggio per formare un corpo numerico speciale. Come se la nuova composizione numerica del corpo lignaggio non potesse avere successo senza la costruzione di un corpo proprio, a sua volta numerico. [...] Il corpo sociale non pu essere numerato senza che il numero formi un corpo speciale.24

Gengis Khan, nel predisporre la sua formidabile orda procede a organizzare numericamente lignaggi e guerrieri sottomettendoli a cifre e capi (decine e
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G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., p. 572. K. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1970, p. 473. 24 Ivi, p. 542-543.

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decurioni, centinaia e centurioni, migliaia e chiliarchi) estraendo per da ogni lignaggio aritmetizzato un piccolo numero di uomini che costituiranno la sua guardia personale.25 Lo stesso aveva fatto Mos che, dopo avere censito e organizzato numericamente le trib, promulga una legge secondo la quale i primogeniti da quel momento appartenevano di diritto a Yahv; e poich naturalmente erano troppo piccoli, il loro ruolo nel Numero sar trasferito a una trib speciale, quella dei leviti, che fornir il corpo del Numero o la guardia speciale allarca.26 Deleuze e Guattari individuano in tale sistema di ripartizione unopzione strategica volta non solo a disattivare laristocrazia dei lignaggi ma anche e soprattutto a impedire la cristallizzazione di un apparato di stato. Esplicito in proposito il riferimento alle tesi dellantropologo Pierre Clastres, secondo il quale le cosiddette societ primitive lungi dallignorare lo stato, sarebbero caratterizzate dalla concreta operativit di dispositivi, primo fra tutti la guerra, volti a scongiurarne la formazione.27 Cos come per Marcel Mauss il potlach rappresentava un meccanismo volto a impedire la concentrazione della ricchezza, allo stesso modo la guerra contribuirebbe in maniera decisiva, nei contesti primitivi, a mantenere la dispersione e la segmentariet dei gruppi coinvolgendo il guerriero in un processo di accumulazione di gesta e imprese che lo conduce alla solitudine e a una morte prestigiosa ma non allacquisizione di potere.28 Secondo Deleuze e Guattari un analogo discorso vale per i nomadi che devono essere considerati non un semplice passaggio, arretrato, nella linea evolutiva delle societ umane ma una specifica modalit di distribuzione degli uomini, delle forze, delle risorse e dei movimenti che attraversa, con declinazioni diverse, la storia universale. E cos la macchina da guerra appare rivolta sia contro gli stati reali che incontra sul suo cammino sia contro gli stati potenziali al suo interno, di cui scongiura il consolidamento. I meccanismi dellorganizzazione numerica e dellestrazione di un corpo speciale caratterizzano anche, con finalit e obiettivi ovviamente diversi, listituzione militare che per Deleuze e Guattari rappresenterebbe il tentativo sempre instabile operato dallo stato di captare la macchina da guerra. Il ricorso degli eserciti allorganizzazione decimale cosa nota. Diversamente, opportuno notare come in effetti il ricorso a corpi speciali incentrati su un elemento estraneo schiavi, stranieri, infedeli rappresenti una costante dellistituzione militare, come mostrano i casi della guardia islamica di Federico II, dei giannizzeri, dei mamelucchi oppure, per venire a tempi pi recenti, della Legione straniera o dei gurka dellesercito britannico:
Il corpo speciale e, soprattutto, lo schiavo-infedele-straniero colui che diviene soldato e credente, pur restando deterritorializzato rispetto ai lignaggi e allo stato [...]. Si tratta di uninvenzione della macchina da guerra, che gli stati continueranno a utiIvi, p. 543. Ibid. P. Clastres, La societ contro lo stato. Ricerche di antropologia politica, ombre corte, Verona 2003. 28 M. Mauss, Saggio sul dono. Forme e motivo dello scambio nelle societ arcaiche, Einaudi, Torino, 2002; P. Clastres, Archologie de la violence, in Libre, 1, 1977; Id., Malheur du guerrier sauvage, in Libre, 2, 1977.
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lizzare, di adeguare ai loro fini, al punto da renderla irriconoscibile o di ripresentarla sotto forma burocratica di stato maggiore o in forma tecnocratica di corpi molto particolari o nello spirito di corpo che servono lo stato almeno quanto gli resistono.29

Si spesso parlato dei limiti politici dei nomadi, abili e scaltri come guerrieri ma incapaci di mettere in forma gli esiti delle loro imprese belliche. Per Deleuze e Guattari la questione pi complessa. La macchina da guerra, infatti, facendosi stato negherebbe se stessa, mutando di natura. Di conseguenza lalternativa che si impone sar la seguente: restare macchina da guerra, percorrendo lo spazio imperiale come fosse un deserto (Gengis Khan) o trasformarsi in esercito o apparato di stato volgendosi a quel punto contro il pericolo nomade che preme alle frontiere (Tamerlano). Tra queste due polarit estreme di colloca una variet di stati misti, in cui a diversi gradi i nomadi si sedentarizzano e i sedentari si nomadizzano, le macchine da guerra si disciplinano come funzione militare e gli eserciti sfuggono al controllo degli apparati di stato per disegnare traiettorie che rimandano alla macchina da guerra. Trasformandosi in funzione militare, la macchina da guerra viene sottoposta a un processo di disciplinamento, sul quale si sofferma anche Foucault ovviamente assumendo una determinazione temporale pi definita, la transizione allet moderna quando individua proprio nellesercito uno dei luoghi privilegiati di formazione del potere disciplinare.30 Ritornando al delirio storico-universale di Deleuze e Guattari:
Non si pu certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole [...] che animano unindisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo allabbandono e al tradimento, un senso dellonore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato.31

Heinrich von Kleist appare cos come il cantore per eccellenza di unindisciplina sempre emergente della macchina da guerra e della sua irriducibilit alla cattura da parte dellapparato di stato. Arminio, riluttante a qualsiasi alleanza, che scaglia la sua orda barbarica contro limpero romano; il principe di Homburg condannato per avere disobbedito agli ordini dei superiori, pur avendo in tal modo conseguito una vittoria decisiva; Michel Kolhaas determinato a seguire fino alle pi estreme conseguenze, scontrandosi con le pi alte autorit terrene, la linea germanica della faida; Pentesilea, regina della muta guerriera delle amazzoni che scegliendo Achille viola la legge del suo popolo che prescrive di attaccare il primo nemico che appare alla vista. Fra il guerriero e il polo della sovranit la tensione appare costante: I discendenti di Eracle, Achille e poi Aiace, hanno ancora forze sufficienti per affermare la loro indipendenza di fronte ad Agamennone, luomo del vecchio stato, ma non possono nulla contro Ulisse, luomo dello stato moderno nascente, il pri29 30

Ivi, p. 545. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, cit. 31 G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., pp. 505-506.

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mo uomo di stato moderno.32 E sar proprio a Ulisse che spetteranno in eredit le armi di Achille, e non al guerriero Aiace, che sconter con la follia il torto fatto alla dea. Senso dellonore, spirito di corpo, codici particolari, una crudelt irriducibile nelle sue modalit alla violenza di stato: queste per Deleuze e Guattari sono alcune delle manifestazioni dello scarto che rende intrinsecamente problematica listituzionalizzazione del guerriero nella funzione militare. Da ci deriva la diffidenza che gli stati hanno da sempre manifestato nei confronti dei propri eserciti, supporto necessario delle politiche di difesa ed espansione ma anche presenza inquietante il cui disciplinamento appare sempre precario e aperto a possibili contraccolpi. Lincorporazione della funzione bellica, che pu assumere forme diverse (ricorso ai mercenari o milizia territoriale, coscrizione o esercito professionale) procede, infatti, da una specifica operazione che snatura la macchina da guerra volta originariamente a occupare lo spazio desertico e a incontrare il combattimento solo accidentalmente a contatto con le striature che arrestano il suo corso affidandole la guerra come obiettivo esclusivo. Sintetizzando: Quando lo stato si appropria della macchina da guerra, questa tende a prendere la guerra come obiettivo diretto e primario, come oggetto analitico (e la guerra tende ad assumere come obiettivo la battaglia). Simultaneamente lapparato di stato si appropria della macchina da guerra e la macchina da guerra prende la guerra per obiettivo e la guerra si subordina agli scopi dello stato.33 Nel lessico di von Clausewitz si tratta della subordinazione della guerra alla politica, che stabilisce gli scopi affidandone il conseguimento allazione militare. A questo punto viene chiamato in causa uno dei pi controversi temi del pensiero del generale prussiano, quello relativo allo statuto della guerra assoluta, latto di forza condotto sino al raggiungimento dellobiettivo senza soluzione di continuit che secondo il rigore filosofico dovrebbe caratterizzare lattivit bellica.34 Sulla questione la letteratura critica si ampiamente esercitata a partire dal carattere non sempre coerente delle osservazioni avanzate dallo stesso von Clausewitz che oscilla fra il configurare la guerra assoluta come ipotesi logico-teorica, la cui realizzazione pratica sarebbe impedita dal peso delle contingenze materiali e politiche, o come un caso limite passibile di una concreta incarnazione, come mostrerebbero i riferimenti allavventura napoleonica.35 Deleuze e Guattari, da parte loro, considerano il problema alla luce della differenza strutturale fra la macchina da guerra, con il suo modo di percorrere lo spazio liscio, e il disciplinamento dellattivit bellica agli scopi politici operato dallo stato:
La distinzione fra guerra assoluta come idea e le guerre reali si rivela fondamentale, specie se considerata alla luce di un criterio diverso da quello proposto da ClauIvi, p. 501. Ivi, p. 573. K. von Clausewitz, Della guerra, cit., pp. 774-775. 35 R. Rusconi, Clausewitz il prussiano. La politica della guerra nellequilibrio europeo, Einaudi, Torino 1999, pp. 278-300.
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sewitz. Lidea pura sarebbe quella non di uneliminazione astratta dellavversario, ma di una macchina da guerra che appunto non ha la guerra come obiettivo e con essa mantiene soltanto un rapporto sintetico, potenziale o supplementare. Di conseguenza la macchina da guerra nomade non ci sembra, come in Clausewitz, un caso di guerra reale fra gli altri, ma al contrario il contenuto adeguato allidea.36

A partire da ci, la massima clausewitziana per eccellenza, secondo cui la guerra la continuazione della politica con altri mezzi, sarebbe da leggersi non tanto come una constatazione quanto come assunto normativo, in regime di guerra reale, circa la modalit di incorporazione della macchina da guerra nellapparato di stato, con la politica che predispone il quadro allinterno del quale si svolge lattivit militare. Da un simile punto di vista, si potrebbe aggiungere, significativo come lo stesso Clausewitz individuasse nella guerra di popolo promossa da Napoleone, con lesercito che assumeva i tratti di una macchina in grado di autoalimentarsi sulla base del carburante del nazionalismo,37 lelemento di rottura che sembra portare a concreta realizzazione lo schema logico-deduttivo della guerra assoluta.38 La guerra, quindi, rappresenterebbe un flusso di cui gli stati si appropriano solo parzialmente, subordinandone lo scopo, labbattimento totale dellavversario, agli scopi della loro progettualit politica. A parere di Deleuze e Guattari, tuttavia quando loggetto della macchina da guerra appropriata diviene la guerra totale, [...] scopo e obiettivo entrano in nuovi rapporti che possono arrivare alla contraddizione.39 Da ci deriverebbe lambivalenza dellautore di Vom Krieg a proposito dello statuto della guerra assoluta e della sua possibile realizzazione nelle guerre napoleoniche:
Di qui lesitazione di Clausewitz che in alcuni passaggi afferma che la guerra totale resta condizionata dallo scopo politico degli stati, mentre in altri sottolinea come essa tenda a realizzare lidea della guerra incondizionata. Infatti lobiettivo rimane essenzialmente politico e determinato come tale dallo stato ma lo scopo stesso divenuto illimitato. Si direbbe che lappropriazione si sia rovesciata e che gli stati tendano a ricostruire unimmensa macchina da guerra di cui sono ormai soltanto le parti, opponibili e giustapposte.40

E cos lo stato, dopo essersi impadronito della macchina da guerra, si troverebbe a subire una sorta di effetto di ritorno che lo vedrebbe sottomettersi alloggetto di cui si appropriato che eccedendo la funzione che gli stata assegnata assume la figura della guerra totale, vista non semplicemente come guerra di annientamento ma come conflitto che trascende le determinazioni, e le regole del gioco, militari per coinvolgere lintera societ. Per individuare i passaggi decisivi che scandiscono lappropriazione dello stato da parte della macchina da guerra lattenzione di Deleuze e Guattari si rivolge ai fascismi storici e alla Guerra fredda. Nel caso dei fascismi, si sottolinea come la guer36 37

G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., p. 576. M. DeLanda, La guerra nellera delle macchine intelligenti, Feltrinelli, Milano 1996. 38 K. von Clausewitz, Della guerra, cit., pp. 775-776. 39 G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., p. 577. 40 Ibid.

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ra, pur se nominalmente sottomessa a scopi politici di tipo imperialistico, assuma un movimento illimitato che non ha altro obiettivo che se stesso.41 Altro passaggio chiave rappresentato dallordine bipolare della Guerra fredda, in cui una macchina da guerra planetaria assume come obiettivo la pace della sopravvivenza e del terrore. Deleuze e Guattari, nel considerare lequilibrio della mutual destruction, tendono a non drammatizzare gli elementi di contrapposizione fra i due blocchi per sottolineare la convergenza funzionale che conduce alla presa sullintero globo di ununica macchina da guerra. Unintegrazione su cui si soffermano anche le parti di Mille piani dedicate a tematiche di ordine economico, secondo le quali lesistenza del campo socialista non smentiva affatto lipotesi dellunificazione del mercato capitalistico, rispetto al quale leconomia di piano avrebbe rappresentato una variante, parassitaria e inefficiente, e non unalternativa. Riassumendo, lo stato si appropria della macchina da guerra, a cui attribuisce lobiettivo esclusivo della guerra, subordinandola ai propri scopi politici. Ed ecco la formula di von Clausewitz: La guerra la continuazione della politica con altri mezzi. Con Napoleone e la guerra di popolo, attraverso la mobilitazione patriottico nazionalistica, si rimane allinterno di tale paradigma anche se la coerenza con cui viene perseguito lobiettivo (Ziel) cortocircuita la funzione prescrittiva e di comando dello scopo politico (Zwek). Con qualche oscillazione, von Clausewitz parla di guerra assoluta. La crescente integrazione fra guerra ed economia che nel secolo seguente conduce alla guerra di materiali imprime alla dimensione bellica una svolta profonda. Siamo nellambito della guerra e della mobilitazione totale che promuove una ristrutturazione complessiva, a partire dalle esigenze militari, delle relazioni sociali, politiche ed economiche:
I diversi fattori che tesero a fare della guerra una guerra totale, e specialmente il fattore fascista segnarono linizio di un inversione del movimento: come se gli stati, dopo il lungo periodo di appropriazione, ricostituissero una macchina da guerra autonoma, attraverso la guerra che facevano gli uni contro gli altri.42

Fino a quel punto, tuttavia, la massima clausewiziana sembra conservare un minimo di capacit descrittiva, in quanto la guerra fascista restava continuazione della politica con altri mezzi sebbene questi altri mezzi divenissero esclusivi o lo scopo politico entrasse in contraddizione con lobiettivo. Da qui la definizione di stato suicida coniata da Paul Virilio in riferimento allesperienza nazista.43 Diversamente, di vero e proprio ribaltamento della formula di von Clausewitz si pu parlare a proposito della situazione che si afferma a partire dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, con lequilibrio del terrore e della dissuasione. La macchina da guerra a questo punto non ha pi per obiettivo la guerra ma la pace, nel quale riassorbe, sempre per utilizzare la terminologia del generale prussiano, lo scopo (Zwek), os41 42

Ibid. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., pp. 644-645. 43 P. Virilio, Velocit e politica. Saggio di dromologia, Multhipla, Milano 1981.

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sia la componente di comando politico: Appare qui linversione della formula di Clausewitz: la politica che diventa continuazione della guerra, la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata.44 Secondo Deleuze e Guattari, nello scenario dellordine bipolare si ricostruirebbe la macchina da guerra che assume, al di l delle opposizioni fra le sue parti, lintero globo come spazio liscio. Quel flusso di guerra assoluta di cui gli stati si erano appropriati per subordinarlo agli scopi politici fuoriesce dai limiti che le erano stati assegnati in quanto funzione militare, la subordinazione dellobiettivo allo scopo, e si ricostruisce in macchina da guerra:
La macchina da guerra riforma uno spazio liscio che aspira adesso a controllare, circondando tutta la terra. La guerra totale stessa superata, verso una forma di pace ancora pi terrificante. La macchina da guerra ha preso su di s lo scopo, lordine del mondo, e gli stati non sono pi che oggetti o strumenti asserviti a questa nuova macchina. qui che la formula di Clausewitz si rovescia effettivamente, perch per poter dire che la politica la prosecuzione della guerra con altri mezzi non basta invertire le parole come se si potesse pronunciarle in un senso o in un altro ma necessario seguire il movimento reale alla conclusione del quale gli stati, dopo essersi appropriati di una macchina da guerra ed averla asservita ai loro scopi, producono nuovamente una macchina da guerra che prende su di s lo scopo, si appropria degli stati e assume sempre pi delle funzioni politiche.45

Con ogni evidenza, molte di queste riflessioni non sembrano solo riferirsi al passato prossimo ma risultano per molti versi applicabili anche al contesto unipolare, nelle sue fasi soft e hard, che caratterizza il mutamento di scenario intervenuto con la fine della Guerra fredda. Ancora pi attuali appaiono in proposito le osservazioni circa la materializzazione di un sistema di insicurezza organizzata o una figura, il nemico qualunque, che emersa nella precedente configurazione geopolitica sembra oggi definire con pi chiarezza la propria funzionalit:
Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre pi grandi [..]; labbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora pi terribile della morte fascista; labbiamo vista mantenere o suscitare le pi terribili guerre locali [...] labbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era pi un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il nemico qualunque [...] multiforme, manovriero e onnipresente[...], dordine economico, sovversivo politico, morale.46

Perch rovesciare Clausewitz? Per chi parla di guerra, a qualsiasi livello, citare von Clausewitz quasi un obbligo, unabitudine o un riflesso condizionato. E cos, prima o poi, in tutti
44 45

G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, cit., p. 645. Ivi, pp. 577-578. 46 Ivi, p. 578.

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i discorsi che toccano questioni belliche la famosa massima salta fuori, e magari si finisce con il ribaltarla, soprattutto per segnalare i cambiamenti intervenuti dal tempo delle guerre napoleoniche.47 Non stupisce quindi che sia Michel Foucault sia Gilles Deleuze e Flix Guattari, nellincontrare la questione della guerra, non si siano sottratti alla tentazione di comporre diversamente i fattori della sentenza secondo cui la guerra la continuazione della politica con altri mezzi. Al di l delle convergenze di fondo di carattere filosofico, tuttavia, i due percorsi su cui ci siamo soffermati si incamminano lungo territori, temporalit e nuclei problematici assai diversi. Michel Foucault, come si diceva, si confronta con la formula clausewitziana allinterno di un progetto di ricerca volto a individuare, allinterno della tradizione della modernit, una linea di riflessione sullordine politico alternativa a quella centrata sulla neutralizzazione del conflitto, tipica delle soluzioni filosofico-giuridiche. Ribaltare Clausewitz, in tale contesto, significa insistere sul carattere guerreggiato delle relazioni di potere, vedere nella filigrana della pace i segni di una guerra che non mai finita, e che la politica conduce con altri mezzi, fissando nellapparente neutralit delle istituzioni e delle procedure le reali dinamiche di sottomissione e assoggettamento. In tal senso, linterlocutore privilegiato, in termini di referente polemico da rovesciare, non appare il generale prussiano, che sembra in qualche modo limitarsi a fornire uno slogan, quanto Thomas Hobbes, autore fondamentale di quella tradizione del contratto e della sovranit in contrapposizione alla quale Foucault recupera e valorizza i discorsi sulla conquista, lusurpazione e la guerra delle razze. La critica a Hobbes, tuttavia, si sviluppa a partire dalla condivisione di un medesimo terreno problematico: quello relativo al rapporto fra guerra e ordine sociale, che acquisisce significato allinterno della spazialit confinata dello stato. Rovesciare Clausewitz, in tale prospettiva, significa in primo luogo orientare la massima del generale prussiano dal contesto interstatale in cui originariamente si colloca, a quello interno, per cogliere nel conflitto, e non nella sua neutralizzazione, la base delle relazioni di potere. Diversamente per Deleuze e Guattari von Clausewitz non un pretesto, ma un interlocutore privilegiato. Da questo punto di vista, il riferimento al Vom Kriege, in termini espliciti e impliciti, contrappunta le sezioni di Mille piani dedicate alla macchina da guerra e allapparato di cattura. Ribaltare Clausewitz significa allora proiettare gli schemi del generale prussiano, ovviamente reinterpretati senza soverchie preoccupazioni filologiche e alla luce di alcune ipotesi teoriche forti, sulla storia universale fino a raggiungere gli scenari geopolitici, sociali e tecnologici del Novecento. In tale prospettiva la macchina da guerra appare configurarsi come un concatenamento che attraversa i secoli e i millenni coniugandosi in forme sempre diverse e instabili con gli apparati di stato. Tale impostazione, come ovvio, risulta decisamente meno condizionata, rispetto a quella adottata da Foucault, dal riferimento,
47 C. Schmitt, Il concetto di politico, in Id., Le categorie del politico, il Mulino, Bologna 1972; A. Gnoli, F. Volpi, I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jnger, Adelphi, Milano 1997, p. 83.

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alle forme, alla spazialit e alle opposizioni (interno-esterno, militare-civile ecc.) della modernit politica. Proprio da ci discende il carattere profetico, rispetto al presente, di analisi calibrate su unepoca precedente, la Guerra fredda, allinterno della quale tuttavia Deleuze e Guattari colgono, al di sotto della continuit delle vecchie forme, loperativit di potenti processi di integrazione, di ridisegno degli assetti planetari, di inedite combinazioni fra spazi lisci e striati. Si tratta grosso modo di quella che con termine abusato si oggi soliti definire globalizzazione. Ed proprio a tale livello geopolitico che con un paio di decenni di anticipo sembra collocarsi il discorso sulla guerra sviluppato in Mille piani.

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IL LAVORO DELLIMPERO E LA REGOLAZIONE DEMOCRATICA DELLA VIOLENZA GLOBALE


di Alain Joxe

Si pu parlare di regolazione del capitalismo, in termini sia di de-regolazione sia di ri-regolazione, come di una pratica democratica in quanto tale azione opera su metodi e fenomeni che non sono meccanismi naturali, leggi scientifiche o volont divine che simpongono a tutti, ma decisioni politiche concepite e adottate da uomini e da societ concrete. A che punto siamo rispetto a tale questione, in quale spazio e tempo simili decisioni risultano controllabili dai popoli? E cosa hanno a che fare con tutto ci le minacce di guerra o le guerre stesse? Regolare il capitalismo con o senza la guerra? sempre stato possibile regolare il sistema capitalista allavvicinarsi di una crisi. I metodi si possono classificare in due grandi categorie: rilancio pacifico del sistema attraverso la redistribuzione dei redditi tramite la leva fiscale, la spesa pubblica, linvestimento in grandi progetti di pianificazione, il rilancio della domanda attraverso laumento dei consumi di massa; rilancio della spesa pubblica e delleconomia di committenza orientata agli armamenti, corrispondente a una sterilizzazione del capitale in un primo stadio, poi alla sua distruzione violenta con la guerra. Il rilancio attraverso il consumo comporta una forma di socialismo (Roosevelt, New Deal, keynesismo), il rilancio attraverso la guerra implica forme di pianificazione della spesa pubblica, ma anche una militarizzazione delle clas70

si popolari e derive totalitarie (nazismo, fascismi). Non si riusciti a evitare la seconda guerra mondiale; il New Deal stato un fallimento e luscita degli Stati uniti dalla crisi si ebbe solo con lentrata in guerra. Poi con la ricostruzione pianificata (piano Marshall, Alto Commissariato al piano ecc.), ma non certo attraverso il liberismo deregolato. La Guerra fredda, accompagnata dalla guerra di Corea e dai conflitti legati alla decolonizzazione, fu un periodo fasto per lEuramerica liberale poich ci si limitava a una mimica della guerra civile mondiale, sospesa dal terrore nucleare, mentre tutte le reali operazioni belliche erano esportate verso il Sud. In quella fase, tutte le regolazioni capitaliste potevano essere confederate e armonizzate politicamente senza ricorso necessario alla grande guerra reale. Lalleanza strategica, politica ed economica occidentale contro il comunismo sovietico legittimava la corsa agli armamenti, che poteva essere considerata come una regolazione attraverso una sorta di versione militare del keynesismo, senza guerra mondiale. Nel corso dei trenta gloriosi, la transnazionalizzazione delle imprese capitaliste guadagnava terreno. Lalternanza di dittature militari e processi di democratizzazione mascherava sotto il velo del conflitto politico e ideologico la permanenza della linea costante della deregolamentazione economica organizzata a profitto del centro, con lestensione delle grandi societ transnazionali e della gerarchia delle imprese medie o piccole da esse dipendenti. Dieci anni dopo la fine della Guerra fredda, sotto il dominio delliperpotenza liberale degli Stati uniti, il cattivo sviluppo attraverso la deregolazione e lerosione dello stato giunto oggi a un limite. in tale circostanza che si scatena, con il governo Bush, una nuova fase di rilancio attraverso la guerra. La guerra contro il terrorismo proclamata guerra senza fine per due ragioni. Il terrorismo non un nemico ma una tecnica di resistenza a un sistema militarmente superiore. Poich il sistema mondializzato accentua lineguaglianza e approfondisce il fossato fra ricchi e poveri, la tentazione di ricorrere al terrorismo non sembra destinata a estinguersi in tempi brevi. A causa della transnazionalizzazione, gli interessi strategici del sistema capitalista divengono progressivamente non pi localizzabili nei territori nazionali. Ne consegue che il rilancio globale attraverso la corsa agli armamenti, la distruzione del capitale e la guerra non trova naturalmente punti di caduta locale meritevoli di un impegno bellico. Gli stati-nazione anticapitalisti come la Corea del Nord o lIraq sono casi rari. Perci risulta necessario, e si procede in tal senso, produrre continuamente zone di intervento per creare una regolazione militare globale permanente fondata sulla repressione dei devianti ostili alla deregolazione e ai suoi effetti catastrofici. In effetti, allinfuori di stati che raggiungono livelli demografici e territoriali da impero, tali che le catastrofi possono essere delocalizzate allinterno (Cina, Russia, Brasile), i casi di raggiungimento di una situazione di equilibrio nel processo di mondializzazione attraverso manovre agili (Cile, Malesia
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ecc.) rappresentano eccezioni fragili. Questi rari successi risultano un utile argomento per i dottrinari neoliberisti, ma non possono mascherare il fatto che il rischio di catastrofi prevale sulle success story nella maggioranza delle zone sottosviluppate del mondo. La deregolazione liberista un modo di regolazione fra i tanti, pi o meno pacifici o violenti. La questione che oggi si pone riguarda la possibilit che la confederazione di criteri proposta dal presidente Bush, chiamata guerra permanente contro il terrorismo, possa porsi come modello di regolazione globale oppure conduca a una crisi di egemonia ancora pi grave, equivalente a una guerra civile mondiale. Si potr evitare questa terza guerra mondiale? Per conseguire tale fine tuttavia necessaria una serie di riforme globali profonde, come affermano i movimenti critici della mondializzazione liberista. Per definire tali problematiche in modo chiaro e delineare i fronti di lotta occorre comprendere la rappresentazione strategica del mondo fatta propria dallimpero americano, il soggetto dominante in materia di impiego della forza. La scomparsa dellUnione sovietica al momento della Guerra del Golfo ha aperto un periodo strategico del tutto nuovo, segnato dalla fine dellalleanza strategica della Guerra fredda. Questa alleanza aveva legittimato nel sistema occidentale la coordinazione dei diversi modi di regolazione in un concerto agile e consensuale. La caduta del muro di Berlino, la Guerra del Golfo e il crollo dellUnione sovietica mettevano fine al nemico comunista, definito tale dagli Stati uniti dal fin 1917. Gli Stati uniti si consideravano come centro del capitalismo industriale mondiale gi prima della Grande guerra, tuttavia la rivoluzione sovietica rafforz tale autorappresentazione che assorbe settanta anni di esistenza degli Stati uniti, ossia un terzo della loro storia. La scomparsa del nemico designato crea un vuoto identitario per gli Stati uniti. Essi hanno contratto labitudine di definirsi in opposizione. I modelli di creazione del consenso, il populismo americano, si trovano ovviamente messi in crisi da questa scomparsa dellAltro. La speranza di un nuovo ordine mondiale pacifico arriva alla vigilia della Guerra del Golfo (il discorso di Bush padre sul new world order), ma si dissolve assai presto, con lo scoppio di una serie di piccole guerre brutali accompagnate da genocidi parziali (Somalia, Ruanda, Balcani, Caucaso). Con la presidenza Clinton, su alcuni conflitti locali interminabili, la cui origine data dagli anni Quaranta, si tenta di implementare processi di pace. Qualcuno riesce (Nicaragua, Libano), altri si trascinano senza successo (Colombia, Palestina). In quella fase, gli Stati uniti intervenendo nei Balcani mettono fine alle guerre di pulizia etnica promosse dai regimi ex comunisti diventati nazionalisti (la Croazia di Tudjman e la Serbia di Milos evic e Karads ic ). Lobiettivo centrale del clintonismo, tuttavia, rimaneva lenlargement, ossia legemonia globale mondo attraverso il dominio economico. Tale unilateralismo si militarizza lentamente a causa dellinfluenza crescente dellestrema destra repubblicana e delle nuove formulazioni strategiche che si diffondono fra i militari a seguito dellapplicazione della rivoluzione elettronica agli strumenti militari. Soprattutto dopo lelezione presiden72

ziale di Bush jr., la frazione minoritaria dellestrema destra del partito repubblicano (emersa sotto Reagan) prende la direzione degli affari sulla base di una dottrina semplificata, appoggiandosi a un neoliberalismo dogmatico, accompagnato da un militarismo da fumetti e da un fanatismo religioso daltri tempi. Ne discende un pensiero unico che tende a indebolire la capacit di negoziazione pluralista e ad imporre la regolazione militare come linea strategica unificata, alla maniera bolscevica (o wahabita). Lintento quello di rimettere in forma dalla fondamenta lo spazio-tempo della violenza in modo da incidere sullo spazio-tempo delleconomia per giungere a una sorta di sistema integrato. Tale militarizzazione permanente, con ogni evidenza, potrebbe condurre a immani disastri. La globalizzazione delleconomia di mercato si accelerata negli anni del dopo Guerra fredda e ha modificato le poste in gioco economiche nella loro relazione con le dinamiche politiche relative alla pace e alla guerra. Un complesso di vecchi dispositivi mentali, politici e strategici, sembra girare a vuoto nel nuovo scenario, al punto che lecito chiedersi se la morale politica tradizionale e il diritto internazionale non siano destinati a morire sotto i nostri occhi. Si assiste alla cancellazione dei limiti tradizionali fra pace e guerra, fra stati in grado di dichiarare la guerra e firmare la pace. La guerra del Bene contro il Male proclamata da Bush allindomani dellattentato dell11 settembre non pu finire con una negoziazione, un accordo o una divisione delle zone di influenza. Nessuna pace possibile fra il Bene e il Male. Nessun armistizio fra Dio e il Diavolo. Quindi, in prospettiva, nessuna pace appare pensabile. Ci si pu rassegnare ad accettare una simile rappresentazione? Si pu ammettere che possa imporsi in base ai semplici proclami di un presidente americano? O di un terrorista saudita? Sicuramente no. In effetti, occorre relativizzare la metamorfosi messa in scena da un governo statunitense radicale sotto lo choc di un attentato estremista. Il mantenimento della pace e lo sviluppo economico reale restano gli obiettivi prioritari dellumanit, e la controcorrente ostile al militarismo dellattuale leadership americana comincia a organizzarsi. Nuovi spazi-tempo La globalizzazione finanziaria conduce alla fine dei conflitti economici strettamente localizzabili. Di conseguenza le crisi e le guerre locali rimandano a cause globali e la pace locale non dipenda pi dalle poste in gioco o dagli attori locali. In un simile contesto, sin dal 1997, emerge negli Stati uniti un pensiero strategico che con lucidit prevede che non ci sar pi pace e il mondo conoscer conflitti senza fine, cio allo stesso tempo senza termine e privi di uno scopo delimitato.1 la fine della nozione di pace sociale, gestita nel quadro dello stato-nazione, considerato come garante del buon vicinato sociale. Le due globalizzazioni in corso si presentano strategicamente e tecnica1

R. Peters, Constant Conflict , in Parameters dicembre 1997, pp. 4-14

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mente come sottoprodotti della rivoluzione elettronica, militare ed economica. Prima di creare nuovi spazi, la globalizzazione economica e militare lavorano sul tempo, sulla scala della temporalit. Leconomia e la guerra sono caratterizzate, rispettivamente, dalla produzione e dalla distruzione. La produzione e la distruzione, non essendo improntate alla stessa temporalit, determinano differenti fenomeni di spazialit geografica: lo spazio-tempo della produzione economica deve essere distinto dallo spazio-tempo della distruzione militare. Ma la rivoluzione elettronica introduce nelleconomia lo spazio-tempo della decisione rapida, tipica del tempo militare della distruzione, e nella strategia militare la messa a fuoco degli obiettivi (ciblage o focussing di alta precisione) che caratterizza lazione politica o poliziesca. Il sapere economico diventa potere finanziario, il sapere militare potere poliziesco. Torniamo alla questione del tempo nei rapporti di forza economici, sociali, politici, militari e scientifici. Si pu affermare che il fattore decisivo nel rapporto di forza fra paesi o classi risieda nelle forze disponibili, quantificabili, accumulate dalle diverse parti in causa. In materia di superiorit o inferiorit strategica, tuttavia, occorre stabilire una distinzione fra la determinazione socio-economica e la decisione politico-strategica, che operano con temporalit diverse: una su tempi lunghi, laltra su tempi corti. Questa precisazione fa riferimento ad Antonio Gramsci, che nelle Note su Machiavelli distingue tre livelli del rapporto di forza, essi stessi divisi in sottolivelli gerarchizzati dalla struttura (economico-sociale) alla sovrastruttura (politica-militare-tecnica).2 La determinazione economica gioca sul lungo periodo. Nei sistemi di produzione preindustriali, i tempi lunghi presiedono alla produzione e allo stoccaggio delle riserve, nel sistema capitalista allinvestimento e alla produzione. Il tempo corto della decisione presiede allazione militare in quanto interamente destinata alla distruzione, ed pi facile distruggere che produrre.3 Nel sistema di produzione capitalista, linvestimento dei profitti nella ricerca e sviluppo e nella produzione futura rende il ciclo di riproduzione del capitale un sistema a tempi lunghi. Il problema teorico attuale quello di dare uno statuto esplicativo allirruzione della rivoluzione elettronica e alla preminenza apparente del tempo breve e della messa a fuoco di precisione, comuni alla logica militare e alla logica finanziaria, e ai danni che ne conseguono. Secondo Gramsci, la scala di ascesa dalla struttura alla sovrastruttura (nella colonna di sinistra della figura) implica linnesco della mediazione: ogni livello, tranne quello puramente strutturale o sovrastrutturale, assume il significato di una mediazione fra il piano inferiore e superiore. Questo schema permette di pensare la causalit storica come oscillante (senza che le contraddizioni divengano necessariamente antagoniste) fra un polo determinante del lungo termine e un polo decisivo del breve termine con la mediazione (egemonica) della politica che naviga (o tergiversa) nel tempo medio del commercio, delle elezioni, dei bilanci.
2 A. Gramsci, Note sul Machiavelli, Editori riuniti, Roma 1973, pp. 68-72. Cfr. A. Joxe, Le Rempart social, Galile, Paris 1979, pp. 160-163. 3 T.C. Schelling, Arms and Influence, Yale University Press, New Haven 1966.

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Polo decisivo sovrastruttura decisione tempo breve 3. forza militare 3.2 tecnico-militare 3.1 politico-militare 2.3 politica 2.2 lobby 2.1 economico-corporativo accelerazione informatica (tecnico-poliziesca) 2bis. forze tecnologiche

2. forza politica

1. forze sociali

1.2 relazioni sociali di produzione 1.1. forza produttive (tecnico-economica) accelerazione informatica tecnico-finanziaria

Polo deterrminante infrastruttura produzione tempo lungo

Lo schema di Gramsci offre una chiara rappresentazione del rapporto di forza militare riassunto da von Clausewitz nella formula secondo cui la guerra la continuazione della politica con altri mezzi. Esso permette anche di evidenziare come i rapporti di forza militari siano inscindibili, per il legame tecnologico che intercorre fra il tecnico-militare e il tecnico-economico, dai rapporti di forza economici. La scala che qui rappresento come mediazione bis (tecnologica) non trova corrispondenza in Gramsci, che da parte sua non ammetteva lesistenza autonoma di un rapporto di forza tecnologico. A nostro avviso, invece, tale scala diventata una sorta di anello, attraverso la mediazione provvisoriamente non politica (sino al trionfo delle tesi ecologiste) della scienza e della tecnologia (produttiva e distruttiva). Fra il tecnico-economico e il tecnico-militare si situano, infatti, i mezzi materiali, che propongono una mediazione software fra decisione distruttiva (il tempo corto) e la determinazione produttiva (il tempo lungo). Questo momento resta indefinito in Gramsci. Si trattava di una casella vuota, ma oggi il tecnico-militare e la sua dipendenza reciproca con il tecnico-economico sembrano chiudere il cerchio fra i due poli. Si pu allora dire che Gramsci situava a monte il ruolo oggi svolto dalla rivoluzione elettronica nel riassetto del rapporto di forza militare ed economico. A proposito delle temporalit, si pu affermare che: la determinazione socio-economico propria al sistema di gestione a lungo termine della produzione e a medio termine della commercializzazione; la decisione politico-strategica propria al sistema di gestione: a medio termine della minaccia di repressione virtuale dello stato di diritto; a breve termine della distruzione e la morte reale della guerra.
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per certi versi fra questi due poli (minaccia di morte virtuale e commercializzazione) che si situa lo spazio della manovra egemonica, nel senso in cui Gramsci pensa lesercizio e la riproduzione del potere attraverso il consenso.4 I tempi brevi e la decisione accelerata della speculazione di borsa rinviano pi alla temporalit distruttiva politico-militare che a quella lunga dellinvestimento produttivo. Laffermarsi (borsistica o manageriale) di una temporalit accelerata, caratteristica del tecnico-militare, rappresenta quindi una falsa mediazione per quanto riguarda la temporalit economica determinante e produce catastrofi economiche attraverso decisioni di breve termine (si veda il caso dellArgentina), siano esse involontarie o perfettamente consapevoli, il cui unico fine il profitto immediato. il rapporto di forza fra questi quattro insiemi di cause, e leffetto dellaccelerazione delloperativit delle sfere economiche e militari senza mediazione della politica spinta dallambito scientifico-tecnologico che ordina il mondo in un tipo di spazio misto: di produzione di distruzione. Il padroneggiamento dello spazio-tempo della violenza economica e militare dovr rimanere politico, o ridiventarlo, pena la morte della sovranit popolare (democratica). Causalit complesse e controllo democratico sullopzione guerra-pace Al di l del grado di unificazione o sovrapposizione dei diversi spazi (economico, politico, militare), come definire in termini di causa e effetto le relazioni che collegano la violenza militare, il discorso politico, le scelte economiche, linnovazione tecnologica? Con ogni evidenza stiamo assistendo a una tendenza allinformatizzazione della guerra e dei conflitti economici. La spinta impressa dalla rivoluzione informatica produce un processo di trasformazione delle mansioni militari in compiti puramente polizieschi, e delle mansioni economiche in funzioni puramente finanziarie. Ma come si deve considerare la modifica intervenuta nei settori militari ed economici dal punto di vista del controllo democratico che pu ancora essere esercitato sullopzione guerra-pace? Il controllo politico sovrano oggi contrario agli obiettivi imperiali. Secondo la terminologia strategica americana, che si interessa pi agli effetti che alle cause, pi alla sanzione che alla prevenzione, lespressione to shape the world designa un modellamento antidemocratico. Il ricorso alle temporalit accelerate della repressione o alla produzione del consenso mediatico permette di dare forma allo spazio politico (di guerra) sottraendo ogni efficacia alla sovranit popolare. Tale sistema di rapporti di forze sta cambiando profondamente da sedici anni a questa parte, e non si ancora stabilizzato: esso genera nuove forme di intervento, di spedizione, di repressione. Ovviamente anche la resistenza a tale sistema si vede costretta ad assumere nuove forme.
4 Per la comparazione fra questo schema gramsciano e i criteri di Carl Schmitt: A. Joxe, Voyage aux sources de la guerre, Puf, Paris 1991, pp. 70-82.

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Lesigenza di decifrare, con riferimento ai casi concreti, il mistero del potere imperiale tanto pi urgente quanto maggiormente esso appare pi virtuale che reale, pi sistemico che decisionale. Bisogna costringere il diritto di pace e di guerra a ripassare sotto il controllo dei cittadini per concrete esigenze politiche interne ed esterne, e quindi costituzionali e diplomatiche. Ridimensionare penalmente la sovranit dellimpresa. Nella congiuntura attuale, occorre rinnovare la definizione teorica della globalizzazione delleconomia mondiale, alla luce della crisi finanziaria sopraggiunta nel 2002, in termini pi caricaturali e rapidi di quanto ci si potesse aspettare, sullonda delle bancarotte fraudolente avvenute al centro del sistema. La crisi della globalizzazione finanziaria sorge dopo il 2002 come fattore politicamente destabilizzante per la sovranit delle imprese.5 La disgiunzione stabilita dalla dogmatica ideologia liberista fra razionalit economica di impresa e violenza ragionata dello stato subisce, negli Stati uniti, lo choc di una domanda populista di repressione nei confronti dei dirigenti dazienda truffatori e dei banchieri o revisori loro complici. La globalizzazione economica diventata quindi un processo politico e giudiziario che mette in causa il potere presidenziale americano e quello del padronato transnazionalizzato. Il potere federale ha scelto di colpire duro i singoli truffatori senza mettere in discussione la libera impresa. In Europa siamo in attesa di una reazione pi politica. Controllare i poteri di guerra degli esecutivi. Lesecutivo americano ha dichiarato dopo l11 settembre una guerra globale, fatta di spedizioni locali, in nome della lotta antiterrorista globale. Questo bellicismo pezzente risulta attualmente negli Stati uniti funzionale a neutralizzare con la paura la critica populista nei confronti delle lite economiche. Larticolazione fra guerre ed effetti finanziari perversi sta modificando la globalizzazione. In effetti, oggi non pi possibile avanzare una definizione teorica della globalizzazione che non tenga conto del ruolo centrale rivestito dalla violenza militare o paramilitare dellimpero. Opporsi alla guerra contro lIraq non significava schierarsi dalla parte di Saddam Hussein ma frenare il trattamento militare delle crisi politiche e sociali del Medio Oriente, il cui esempio pi scandaloso resta la Palestina. Non perdere di vista il Pentagono. Considerare separatamente leconomia liberista e la violenza globale conduce a unimpasse, nella quale finisce anche lopera di Antonio Negri e Michael Hardt Impero. La mancata considerazione del potere militare imperiale come mezzo e non come semplice fautore della guerra compresa quella sicuritaria nelle banlieue e nelle periferie la conseguenza di un approccio economicista (marxista tradizionale) ai rapporti di forza. La sottovalutazione dei mezzi repressivi moderni una lacuna ti5 Propongo di precisare questa nozione di sovranit delle imprese che sorge di fronte alla sovranit popolare situandola al cuore del problema politico scatenato dalla globalizzazione economica: A. Joxe, Limpero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, Sansoni, Milano 2003, pp. 34-38.

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pica dei teorici sia marxisti sia liberali che considerano leconomia come la sola causa determinate dei rapporti di forza. Se non si precisa sufficientemente il ruolo svolto dalla rivoluzione informatica nei rapporti di forza e si sostituisce il termine spinozista di moltitudine a quello di popolo per sfuggire ai limiti obsoleti della scala dello stato nazione si rischia di approdare a una sorta di clintonismo ideale. Diversamente, occorre accompagnare la riflessione sui cambiamenti innescati dallinformatica con uno studio preciso della topografia della violenza, della non violenza e della localizzazione della lotta democratica nello spazio transnazionale deregolato. Limportanza della resistenza in Europa LUnione europea resta un ambito democratico in grado di resistere politicamente, economicamente e militarmente alla deregolazione economica dellimpero in quanto dotata delle dimensioni di scala degli Stati uniti. Essa pu quindi resistere anche alla regolazione militare in cui si lancia limpero americano. Affinch lUnione europea sia nelle condizioni di svolgere tale ruolo in modo reale e non virtuale occorre che le forze democratiche e sociali si impegnino fortemente su obiettivi che possono sembrare formali mentre in realt costituiscono le poste in gioco e i simboli della sovranit democratica che possono assumere un valore paradigmatico anche senza avere nellimmediato effetti globali. Dal punto di vista politico, la futura costituzione democratica dellUnione europea non deve essere una maschera per il mantenimento, dietro una legittimit fondamentalmente diplomatica, di un potere pi burocratico che democratico. I dibattiti sulla costituzione devono essere molto pi vivaci e transfrontalieri. La questione quella di passare allorganizzazione della sovranit popolare a scala dellEuropa unita. Dal punto di vista della sicurezza, la guerra e la pace nei dintorni dellEuropa devono essere vigilate dallopinione pubblica con molta pi precisione e sensibilit, senza concessioni al vocabolario e agli stereotipi lanciati dalle mode americane. Bisogna esigere la soluzione degli scandali pi eclatanti: lindipendenza dei palestinesi, la fine degli orrori in Iraq, la ripresa di un progetto di sviluppo concertato nel Mediterraneo. Sul piano interno, cercando di risalire alle cause dei problemi, si pu bloccare lo scivolamento verso il modello della guerra contro le banlieue e le periferie. Lallontanamento dello stato repressivo dallo stato di diritto deve essere scongiurato e la difesa dei diritti delluomo rafforzata attraverso una critica permanente. Dal punto di vista economico, i problemi della perequazione dei redditi, del trattamento sociale delle diseguaglianze, della lotta al razzismo e allesclusione devono essere affrontati in modo che la definizione concreta dellEuropa come repubblica che privilegia le soluzioni sociali diventi un luogo comune dei dibattiti politici in tutti i paesi, nel Vecchio continente e altrove.
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Per concludere, i successi che gli europei possono conseguire in questa resistenza alla deregolamentazione militarizzata attraverso lalleanza con le forze democratiche globali, comprese quelle statunitensi, potranno condurre a rappresentazioni capaci di fare concorrenza su tutti i piani agli stereotipi paranoici del puntamento globale (ciblage o targeting) e dellassassinio preventivo che ci giungono attualmente dallAmerica. Si contribuir cos a rovesciare la tendenza allemergere di una sorta di reazione nobiliare fascistoide su scala globale, che sembra del tutto incline a seppellire lhabeas corpus, a ristabilire la lettre de cachet (o editti del principe), a generalizzare i campi di detenzione in nome della difesa dal terrorismo e dellespansione della democrazia. (Traduzione Salvatore Palidda)

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LA PARTE DELLE VITTIME


Note sullumanitarismo tra guerre dingerenza, politiche di sicurezza e controllo delleccedenza

di Federico Rahola

Tra lo stupore e lorrore: con questa sensazione siamo costretti a convivere, per lo pi impotenti, nel presente della guerra preventiva un tempo scandito dalla barbarie quotidiana di conflitti infiniti, funestato da attentati suicidi ed esecuzioni in diretta, segnato da luoghi come Abu Ghraib e Guantanamo. Stupore e orrore, per esempio, hanno accompagnato le reazioni internazionali al massacro compiuto nel teatro di Mosca nellottobre del 2002, per poi rimpossessarsi ingigantiti, a due anni di distanza, di tutti coloro che seguivano gli sciagurati sviluppi del sequestro dei bambini nella scuola di Beslan. L, tra quei cadaveri, i filosofi della politica avranno potuto scorgere limmagine definitiva della crisi in cui precipitata lidea stessa di stato, di uno stato, cio, che non opera pi distinzioni tra amici e nemici, tra civili inermi e terroristi. Il conflitto ceceno, in ogni caso, si inserisce a tutti gli effetti nello scenario imposto dalla permanent war, dove la serialit di orrori e stupori sembra superare ogni limite politico e soprattutto non concedere spazio alla memoria. Cos i cadaveri dei terroristi gasati dalla miscela di droghe vasodilatatorie e sarin, quelli occultati in sacchi dei civili che non ce lhanno fatta e quelli iperesposti e inguardabili dei bambini del Daghestan disposti in fila lungo le mura devastate della loro scuola, sono stati rapidamente neutralizzati e archiviati, come del resto le indagini che avrebbero dovuto accertare cause e responsabilit di quelle morti, previste o meno, volute o meno. Il messaggio suonava piuttosto chiaro: si trattava dellennesimo fronte di un conflitto che infinito soprattutto perch in esso ogni confine appare destinato a saltare. In nome della sicurezza, quindi, e della guerra preventiva, anche la distinzione tra civili e terroristi (un vero finis terrae nelle retoriche post 11 settembre 2001) finisce per assumere unassoluta indeterminazione. Certo,
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unidea di sicurezza davvero estrema quella suggerita dallo specialista Putin, dove lelemento di rottura consiste proprio nella direzione paradossale e nella dimensione totalizzante che le si attribuisce. Ma se il segno nuovo (e di una novit che in Russia riporta indietro, azzerando il tempo), il senso non lo affatto, limitandosi a riprodurre allinterno di confini nazionali ci che la dottrina della guerra preventiva ha esteso globalmente. La differenza tra il sacrificio di alcuni cittadini per colpire i terroristi e quello di intere popolazioni sottoposte a bombardamenti e a un fuoco incrociato che sempre nemico per punire gli stati terroristi cui appartengono, risulta infatti davvero sottile, praticamente inesistente. Allude a esistenze il cui status formale in un caso viene travolto, nellaltro non si mai dato se non come finzione. E porta alla luce il grado zero di una figura che accompagna come un basso continuo le guerre del presente, oscillando tra una visibilit mediatica spesso ridondante e quasi ossessiva, e unassoluta inconsistenza politica: quella della vittima. Intenzione di queste pagine interrogarsi sullo status tanto immediato quanto nei fatti negato e irrappresentabile che appartiene alle vittime. Oggi vittima categoria in cui ci si imbatte ovunque e comunque: dallestremo dei genocidi (per lo pi evocati a sproposito, rischiando cos di banalizzare nel paragone sia la parola sia i soggetti coinvolti) alle deportazioni in massa, dalla cronicit di intere popolazioni costrette alla fame alla banalit del male di abusi e vessazioni, fino al fumo passivo. Ma dietro allapparente autoevidenza, dietro a una definizione che sembra spiegarsi da sola, che cosa davvero in gioco quando si parla di vittime? Limpressione che in un campo semantico cos vasto si celi un inganno, o meglio uninsidia: il fatto di avere a che fare con una categoria, al limite giuridica, ma eminentemente morale, e come tale essenzialmente impolitica, o forse metapolitica, se si segue fino in fondo la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith. Siamo sicuri allora che vittima sia la parola giusta per definire soggetti la cui condizione invece quasi sempre politica, ma il cui status non emerge mai, resta come scoperto dal lessico della politica? Per questo, a una definizione che per la sua indeterminatezza rischia di assolvere tanto chi la pronuncia quanto soprattutto la situazione che denota, suggerisco di affiancarne unaltra, collocata probabilmente agli antipodi di ogni categoria morale, e in ogni caso altrettanto immediata: quella di eccesso. A partire da una distinzione, questa s tutta politica, che riguarda in astratto una generica capacit di voce: ci sono vittime che parlano, che si definiscono come tali (e quindi agiscono, mettono in atto un processo di vittimizzazione), e vittime che invece non hanno voce e vengono cos definite da altri. Questa quota di umanit cumulativamente ascritta a vittima, in s decisamente maggioritaria, comprende soggetti che, come suggerisce Gayatry Spivak, sono quasi sempre geopoliticamente situati: dalle masse in fuga da conflitti e carestie ai corpi esanimi dei cittadini sacrificati da Putin, a quelli dei civili afghani, iracheni, kosovari, serbi o palestinesi, colpiti accidentalmente o, peggio ancora, per avere essi stessi confuso una bomba a frammentazione con un aiuto umanitario, fino ai migranti naufragati nel Mediterra81

neo. Si tratta di individui collocati definitivamente aldil delle frontiere statuali-nazionali, e quindi oltre ogni idea di cittadino, la cui vita e la cui morte diventano irrilevanti, non contano e non si contano e per i quali la morte, quando incombe, per lo pi accidente tecnicamente ineludibile, rubricato nel lessico osceno del warfare management come un danno collaterale. Proprio la formula danno collaterale, corollario inesorabile delle altrettanto inesorabili vittime di tutti i conflitti contemporanei, un sintomo che tradisce la specifica idea di umanit che ha agito come presupposto implicito e costante delle operazioni di ingerenza armata degli ultimi anni, lungo un filo rosso che dalla Somalia e dal Kosovo salvati da un intervento umanitario arriva allAfghanistan e allIraq scioccati e domati. Limpressione che, a seguirlo davvero, questo filo finisca per relativizzare o comunque contestualizzare meglio il presente, il suo porsi come ipotetica cesura perentoria rispetto al tempo che lha preceduto un tempo da cui le guerre parevano definitivamente bandite o ridotte alla cifra progressiva di operazioni di ingerenza umanitaria, e in cui tutto sembrava cooperare nel segno dellapertura, verso la realizzazione di uno scenario di enlargement e di condizioni ottimali per loperare dei mercati. Se infatti ci si affranca dalla versione mainstream che interpreta la guerra preventiva come legittimata esclusivamente dalla minaccia terrorista, si scopre la trama di un ordine (e le virgolette sono obbligatorie) che stato costitutivamente attraversato da conflitti, perlomeno a partire dal 1991, anno della prima crociata irachena.1 Un ordine, cio, che ha restituito alla guerra quella centralit che la stagnazione bipolare sembrava aver attenuato e che in realt aveva solo concentrato localmente, lontano da Occidente 2 facendola agire, al di l di ogni lettura eccezionalista, come autentica condizione di possibilit, principio regolativo di un capitalismo oggi interamente globalizzato, che per mantenere gli squilibri su cui si alimenta non pu non ricorrere alla forza.3 Ci, tra le altre cose, consente di problematizzare ogni tentativo di rappresentare il presente di guerra come congiuntura assoluta, inciampo temporaneo nel processo lineare di costituzione di una superficie globale che si vorrebbe sconfinata e potenzialmente liscia, priva di attriti ed esteriorit. Al contrario, credo che solo a partire dal ruolo centrale della guerra sia possibile comprendere il tipo di esteriorit, siderale e assoluta, che questordine continuamente produce ed esige come residuo costante e inesorabile, e cio come eccesso. Detto in altri termini, dietro a un presente che sembra sovvertire il tempo
1 Per un quadro sintetico, si veda A. Dal Lago, Polizia globale. Note sulla trasformazione della guerra in Occidente, ombre corte, Verona 2003. 2 Indagando la contabilit di conflitti e di vittime che hanno accompagnato gli anni della Guerra fredda, si scopre come una tale stagnazione sia stata leffetto pi o meno oggettivo di uninstabilit e di una conflittualit altrettanto endemiche e solo meno visibili. Per unanalisi delle guerre postcoloniali della Guerra fredda, si veda M. Mazower, Dark Continent, Penguin Book, London 1998. 3 Del resto, e stiamo parlando di oggi, lesito del vertice di Cancun, dove Europa e Stati uniti hanno imposto il libero scambio a intere aree del mondo esigendo poi il rispetto di gabbie di protezione nei rapporti commerciali che li riguardano direttamente, dimostra come un tale equilibrio si possa mantenere solo su uno stato di guerra permanente.

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e la stessa idea di spazio che lhanno immediatamente preceduto, possibile cogliere elementi di continuit che incrinano ogni tentativo di lettura lineare e immediata tanto del processo di costituzione imperiale quanto della guerra permanente che sembra averne sconvolto la trama. Linee che possono agire sia orizzontalmente (e che Alain Joxe invita a disporre su un continuum, dalle operazioni di ordine pubblico fino allo scontro teologico di civilt)4 sia verticalmente (sullescalation che salda la prima Guerra del Golfo allultima), trovando nella cifra della sicurezza il proprio punto di non ritorno. Nelle pagine che seguono ci proponiamo in ogni caso di recuperare il significato di una tale continuit concentrando lattenzione su un tratto apparentemente secondario, rintracciabile a 360 gradi nei presupposti e negli esiti delle guerre di ingerenza degli ultimi dieci anni, e deducibile dalla generalizzata indifferenza per gli effetti politici, sociali e materiali dei conflitti sulle popolazioni colpite. ovvio, immediatamente evidente, che un tale atteggiamento non possa venire attribuito esclusivamente alle guerre del presente. Le proporzioni che assume oggi, per, tendono a conferirgli un particolare carattere sintomatico, direttamente riscontrabile nelle modalit tecniche in base a cui le guerre vengono condotte (luso massiccio dellaviazione, le vittime accidentali perch indistinguibili, gli aiuti umanitari che si confondono con le bombe), nelle conseguenze immediate che producono sui territori colpiti (gli esodi forzati, la devastazione ambientale), nelle forme attraverso cui si governa la vita delle popolazioni (la militarizzazione delle operazioni di assistenza, le identificazioni in massa di civili). E ancora, nella produzione a ciclo continuo di sfollati, nella creazione di enormi campi profughi, in uno stato di guerra che si protrae ben oltre la fine delle operazioni militari, e di morti quotidiane, normali, naturali. Ora, proprio da questi tratti, reperibili senza soluzione di continuit in ogni territorio teatro di guerra, che, a grandi linee, emerge lautentico significato politico di unumanit in eccesso, quale sottoprodotto costante delle guerre di ingerenza: unumanit, cio, che le guerre sovraespongono e contemporaneamente costringono, arginano. Ed per questo motivo che si possono leggere tali guerre (anche) come dispositivi di controllo delleccedenza. Si tratta di unipotesi ulteriormente rafforzata dal tipo di ordine che accompagna laftermath delle operazioni militari: un ordine che si afferma nella forma costante di protettorati attraverso il dispiegamento di ingenti presidi internazionali, che territorializza intere popolazioni impedendo ogni possibilit di asilo in paesi terzi,5 un ordine che esclusivamente etnico e per questo risulta inesorabilmente infestato da conflitti a bassa intensit. Dalla Somalia abbandonata a se stessa dopo il fallimento delloperazione Restore Hope al Kosovo monoetnico e popolato da minoranze perseguitate (che con la loro presenza legittimano il protettorato internazionale imposto dalla risoluzione 1244 delle Nazioni unite), allAfghanistan dilaniato
Cfr. A. Joxe, Limpero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, Sansoni, Milano 2003. infatti sulla base di una presenza internazionale in loco che possibile respingere o comunque non ammettere rifugiati in paesi terzi, evadendo il principio di non refoulement contemplato dallo Statuto internazionale in materia di asilo del 1951. Rimando, in proposito, a R. Cohen, F. Deng, Masses in Flight. The Global Crisis of Internal Displacement, Brooking Institution Press, Washington 1998.
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del dopoguerra, per non parlare dellIraq, dove il dopoguerra (termine che pare assurdo) provoca pi vittime della guerra stessa, la prima impressione di qualcosa di davvero imparagonabile alla minima nozione di ordine. La domanda da porsi quindi piuttosto diretta: come saldare questa fenomenologia costante allidea di sicurezza, parola chiave delle guerre del presente? Gli elementi appena indicati, infatti, contribuiscono a delineare un quadro molto lontano dai proclami di law and order che hanno accompagnato le bombe su Belgrado, Kabul e Baghdad. A questo proposito, molte voci hanno denunciato la superficialit dellestablishment americano nel gestire la pianificazione delle operazioni militari e soprattutto il dopoguerra in Afghanistan e Iraq: la totale ignoranza della specifica realt politica, sociale, culturale e umana di quei paesi, dietro cui possibile cogliere uninequivocabile attitudine razzista.6 Errori analoghi, perlomeno nella sostanza, li si potrebbe imputare alla gestione militare e politica della guerra umanitaria del Kosovo (visibili in primo luogo nellaccidentalit seriale delle vittime, oltre che nella gestione dellemergenza profughi durante i bombardamenti e nelle attuali condizioni delle minoranze). E, in tutti i casi evocati (la Somalia non occorre neppure citarla), di razzismo davvero si tratta: un razzismo coloniale, orientalista, che informa ideologicamente lunilateralismo egemonico, statunitense e non solo, e si costruisce su categorie rozze, stilizzate, cumulative (gli arabi, lIslam, lOccidente), su confini netti, dicotomici, polarizzati, la Huntington. Ma non basta. Perch il razzismo, dal colonialismo in poi, non pensabile come semplice fatto culturale, ma come rapporto geopolitico che direttamente produce una cartografia e si sorregge su una trama di confini perentori. In altre parole, non credo si possa guardare agli esiti contraddittori e agli errori che hanno costellato tre conflitti diversi, accomunati per da un generico principio di ingerenza, come a semplici accidenti, liquidandoli con quella che Weber avrebbe definito una eterogenesi dei fini. Occorre invece ricondurli alla dimensione di confine cui immediatamente rispondono, per scoprire una sistematicit nella produzione di vittime e di disordine che trova proprio nellinvolontariet e nellindifferenza il proprio carattere politico di fondo. Tutto ci chiama direttamente in causa le politiche di sicurezza, concetto la cui assoluta centralit nella trama della modernit politica si pu far risalire genealogicamente alla costruzione hobbesiana dello stato. Parlare oggi di sicurezza, in ogni caso, significa soprattutto doversi misurare con il progressivo rovesciamento che il termine ha subito negli ultimi quattro decenni, passando da una declinazione essenzialmente rivolta verso linterno, tesa a fornire garanzie e un senso materiale alla parola inclusione, a una proiezione esclusivamente esterna, come insieme di dispositivi di law enforcement, a presidio di confini sempre pi esclusivi.7 Proprio questazione sui confini
6 Si vedano, per esempio, E. Said, Sogni e fissazioni. Democrazia, liberismo e terrorismo: parole nuove per un antico razzismo, in Internazionale, 508, 2003; A. Dal Lago, Polizia globale. Note sulla trasformazione della guerra in Occidente, cit. 7 Cfr. M. Dillon, Politics of Security. Towards a Political Philosophy of Continental Thought, Routledge, London-New York 1996.

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conferisce un rinnovato significato biopolitico alla nozione di sicurezza, insistendo su quel limite minacciato e in prospettiva sempre pi evanescente che separa unarea in cui si governa la vita della popolazione, dove si fa vivere, da unesterno di abbandono, in cui si lascia morire.8 Un limite, per inciso, che il gesto di Putin dimostra di avere decisamente oltrepassato. Per cogliere meglio il senso di questo confine e il ruolo decisivo che su di esso gioca la sicurezza utile riprendere Michel Foucault, e pi precisamente un suo corso del 1978 al Collge de France, dedicato a Scurit, territoire, population.9 Argomento centrale di quel corso era il progressivo investimento politico sulla sicurezza che accompagna la transizione moderna, processo che Foucault riconduce allintreccio e al progressivo avvicendamento di un potere disciplinare con una vera e propria scienza di governo, e che genealogicamente fa risalire alle innovazioni introdotte nella Francia del XVIII secolo dai fisiocratici. qui, infatti, che il concetto di sicurezza entra con forza nel regno della politica. Ma a differenza della disciplina, che lavora sul certo, su unidea di tempo e di spazio regolarmente (pre)costituiti (un calendario, unistituzione totale), la sicurezza statistica, indica possibilit ottimali, curve virtuali, probabilit. Se cio il potere disciplinare agisce attraverso una sorveglianza costante e una punizione latente, la sicurezza, pur prevedendo specifici fenomeni e determinate insorgenze sociali, non li inibisce e tende invece ad assecondarli, per governarne in un secondo tempo le conseguenze e assicurarne i possibili effetti. Anticipando di un ventennio i lavori di Ulrich Beck sulla societ del rischio e quelli di James Rosenau sulla turbolenza nelle relazioni internazionali, Foucault individuava nella gestione del disordine il dirompente carattere di rottura introdotto dalle politiche di sicurezza: insomma, dove la disciplina impone un ordine, la sicurezza permette di governare il disordine. Ma come? Non certo eliminandolo, e neppure riducendolo. Semplicemente spostandolo in l: controllando a distanza il caos che inevitabilmente si produce e gestendone poi in qualche modo gli esiti. Ora, proprio lallontanamento del disordine, la sua gestione territorializzata, riporta alla luce lazione dello specifico confine cui ricondurre la nuda vita delle popolazioni civili, delle vittime delle nuove guerre. Un confine essenzialmente politico, che appare ben pi determinato e determinante delle faglie di civilt preconizzate da Samuel Huntington. Un confine che le guerre del presente esasperano nel segno della prevenzione. Lipotesi che si vuole sviluppare, dunque, che al di l di questo confine esista lo spazio abitato dalle vittime, da soggetti rappresentabili solo nei termini astratti di un eccesso, la cui vita e la cui morte diventano irrilevanti: il caso dei civili somali seviziati dalle truppe umanitarie italiane, dei serbi e dei kosovari colpiti accidentalmente durante la guerra celeste del Kosovo, del numero oscuro di morti afgani e iracheni, rimossi da una contabilit quasi esclusivamente rivolta ai militari occidentali, fino ad arrivare ad Abu
Cfr. M. Foucault, Bisogna difendere la societ, Feltrinelli, Milano 2000. Oggi in M. Foucault, Scurit, territoire, population. Cours au Collge de France 1977-1978, Gallimard, Paris 2004.
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Ghraib e Guantanamo. Altrove ho tentato di dimostrare come questo spazio finisca per precipitare in un (non)luogo che ipostatizza il confine cui ricondurre leccedenza, e cio i campi di internamento che in forme diverse (campi profughi, campi per rifugiati temporanei, campi per asylum seeker e migranti irregolari) affollano il presente globale.10 Qui, come gi accennato, tenter di introdurre alcuni elementi di riflessione sul soggetto che abita un tale spazio incerto, sulla sua rappresentazione politica e discorsiva e sulle logiche di confinamento che presiedono alla sua esistenza. Dalla parte delle vittime In un libro apparso in Francia una decina di anni fa, Lo spettacolo del dolore, Luc Boltanski affrontava direttamente il nodo politico rappresentato dallo statuto delle vittime con lintenzione di fornire solide basi teoriche e politiche al principio-dovere di ingerenza.11 Ci significava dimostrare la politicit intrinseca di una morale, quella umanitaria, necessariamente inscritta in uno spazio metapolitico, che non aderisce ad alcuna rivendicazione di parte e si proclama anzi super partes, autenticamente universale. Va detto che quel libro risentiva di un dibattito (su democratizzazione globale e primato dei diritti umani) e di un soggetto (lidea predittiva di una societ civile globale) che appaiono oggi piuttosto lontani, travolti dalla logica unilaterale della guerra preventiva. Gi si accennato al carattere superficiale di tale rottura, agli elementi di continuit che non permettono di liquidare facilmente il dovere di ingerenza come espressione esclusiva della breve estate della socialdemocrazia globale. Del resto, le stesse guerre del presente si rappresentano in continuit con uno specifico principio di ingerenza, anche umanitaria, per quanto nel segno della farsa: la liberazione delle donne afghane dal burkha, quella dellIraq dalla dittatura di Saddam Hussein... Ma al di l di tutto ci, le tesi di Boltanski risultano ancora attuali nella misura in cui costituiscono un tentativo di aggirare il confine prodotto dalle politiche di sicurezza, intervenendo direttamente nello spazio caotico, nello stato di natura abitato dalle vittime. La presenza sempre pi marcata di attori non istituzionali e organizzazioni non governative sulla scena internazionale costituisce senza dubbio un tratto immediato e distintivo del presente globale: soggetti transnazionali attivi nel soccorso alle vittime di catastrofi umanitarie, nella ricostruzione di aree devastate da conflitti, nella cooperazione internazionale, che esprimono spesso la volont di non rassegnarsi alla forbice di disuguaglianza e allingiustizia che segna il presente. E che realizzano cos seguendo Boltanski un decisivo passaggio allazione, trasformando posizioni aporetiche (fondate cio su atteggiamenti spesso sovrapposti, originati per da presup10 F. Rahola, Zone definitivamente temporanee. I luoghi dellumanit in eccesso, ombre corte, Verona 2003. 11 L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica, Cortina, Milano 2000.

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posti eterogenei e per lo pi inconciliabili, a cui il sociologo francese si riferisce come topica della denuncia, topica del sentimento e topica estetica) in unimmediata forma di agency. Il sostegno a distanza, lattivismo volontario e lintervento diretto in loco permetterebbero quindi di colmare lo iato di esperienza, limpotenza cui condannato chi assiste a distanza allo spettacolo del dolore, e risponderebbero in modo immediato e pragmatico alla necessit di agire senza delegare, non limitando la propria azione a una denuncia a parole, a una piet indeterminata o a una semplice affermazione narcisistica (tutte esperienze che sconterebbero il limite implicito di ricadere sul soggetto stesso o di venire manipolate strumentalmente). Non si tratta qui di mettere in discussione gli effetti immediati e la necessit per lo pi indilazionabile dellazione svolta da molte agenzie umanitarie. La questione riguarda piuttosto la possibilit di affermare realmente una collocazione super partes (impolitica, apolitica) come presupposto essenziale di ogni discorso umanitario. E la risposta di Boltanski, articolata nelle ultime pagine del libro, non sembra lasciare spazio a dubbi: contro ogni critica politica dellumanitarismo, si rivendica la dimensione assoluta e universale del principio di ingerenza, che, proprio in quanto universale, pu sovrapporsi a particolari istanze politiche e di denuncia, senza per mai condividerle del tutto, e anzi eludendone la partigianeria, la logica comunitaria, strumentale e giacobina. Questa universalit insindacabile viene motivata in base a una posizione super partes che Boltanski ricava direttamente dalle parole di due tra i massimi teorici del devoir dingerence nel gesto semplice, allapparenza immediato, di stare dalla parte delle vittime.12 Le vittime, cio, in quanto figure ontologicamente universali e immediatamente riconoscibili, legittimano luniversalit del dovere di ingerenza. Ora, chiaro anche a Boltanski (lo si desume se non altro dal titolo del suo libro) il fatto che una tale universalit non possa in alcun modo considerarsi immediata, e dipenda necessariamente da forme mediate di rappresentazione: non pu cio presupporsi, ma deve sempre essere costruita.13 A partire da qui, si possono muovere perlomeno due obiezioni alla tesi di Boltanski, accanto a una critica pi generale, che chiama in causa la posizione e il particolare (s)oggetto su cui ricostruire una fenomenologia della morale umanitaria. La prima obiezione, in s piuttosto immediata, riguarda la collocazione super partes considerata dirimente nella rivendicazione universale del dovere di ingerenza; la seconda coinvolge invece la particolare universalit delle vittime o, meglio, gli effetti politici che la loro rappresentazione depoliticizzata pu provocare. Affermare limparzialit assoluta, e quindi limpoliticit, dellazione di molte organizzazioni non governative gesto che, oltre a sminuire le non rare rivendicazioni politiche delle stesse Ong, sembra sottovalutare (e implicitamente assolvere) la trama di sovrapposizioni complesse in cui questi nuovi atM. Bettati, B. Kouchner, Le Devoir dingerence. Peut-on les laissez mourir?, Denoel, Paris 1987. Motivo per cui, piuttosto che definire una tale universalit come apriori, sembra pi corretto assu iz merla come processo, come universalizzazione. Si veda a questo proposito S. Z ek, Il grande Altro, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 228 sgg.
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tori globali operano. In particolare, sembra eludere la progressiva simbiosi che caratterizza il rapporto tra organizzazioni non governative e istituzioni politiche, la reciproca implicazione di umanitario e politico e soprattutto di civile e militare che contraddistingue molte operazioni di assistenza quel fenomeno che Michael Dillon e Julian Reid definiscono di contemporanea politicizzazione/militarizzazione dellumanitario e umanitarizzazione del militare.14 Presso numerose Ong si impone infatti una vera e propria mimesi del politico si comportano come attori istituzionali, i loro membri parlano come speaker ufficiali, sono per lo pi dirette o presiedute da ex uomini di governo e diplomatici sintomo di una reale assunzione di potere che trova in Bernard Kouchner, ex presidente di Medecins sans Frontirs e successivamente incaricato di coordinare e dirigere la missione delle Nazioni unite in Kosovo, un esempio paradigmatico.15 Oggi, sostengono Dillon e Reid, molte organizzazioni umanitarie e non governative sono reclutate allinterno di quelle strutture e pratiche di potere, di quel progetto essenzialmente politico, contro il quale erano nate e si erano definite politicamente.16 Altrettanto immediato il parallelo processo di umanitarizzazione del militare. Al mito del buon soldato subentra oggi quello del soldato buono. Tutte le campagne di arruolamento negli eserciti nazionali si affidano a spot che riprendono militari intenti a prestare soccorso a vittime, a donare viveri e aiuti, a tenere in braccio bambini. E leticizzazione si traduce a sua volta in formule apparentemente anodine (peace-keeping, peace-enforcing, forze di interposizione e di mediazione internazionale) o in sigle decisamente pi astruse Peace Support Operations (Pso), Operations other than War (Ootw) occultando cos quello che il senso ultimo di questo slittamento, e cio il costante ricorso a eserciti nella gestione umanitaria delle popolazioni civili, su unescalation che dai caschi blu dellOnu, passando per le truppe della Nato, arriva ai contingenti americani, inglesi, italiani e polacchi stanziati in Iraq. Si pu citare lesempio del Kosovo (dove lemergenza umanitaria scatenata dalla guerra, con lesodo di oltre 800.000 profughi ricoverati in enormi campi in Macedonia e in Albania, stata delegata dallOnu alla Nato), ma i conflitti successivi, per i quali si pu parlare solo di occupazione militare, superano di gran lunga quella situazione specifica, portando al diapason un fenomeno le cui conseguenze appaiono ben pi complesse di quanto non preveda lintroduzione illuminista di norme internazionali che regolino linterazione tra militari e civili,17 e riguardano essenzialmente il ruolo e i li14 M. Dillon, J. Reid, Global Governance, Liberal Peace and Complex Emergencies, in Alternatives, 5, 1, 2000. 15 A tale obiezione politica, inoltre, se ne somma una pi prosaica, o meglio materiale, relativa al fatto che molte Ong oggi spendono pi risorse nelle campagne di sensibilizzazione mediatica e di fund raising che nelle operazioni di assistenza diretta. Si veda a questo proposito il numero speciale di Que choisir su Aide humanitaire, 46, 2000. 16 M. Dillon, J. Reid, Global Governance, Liberal Peace and Complex Emergencies, cit., p. 121. 17 Esiste una letteratura piuttosto ampia che tenta di definire e ottimizzare umanitariamente linterazione tra poteri militari e civili e soprattutto tra forze militari e popolazione civile nei territori teatro di interventi umanitari. Si veda per esempio P. Weiss, Military-Civilian Interaction. Interventing in Humanitarian Crisis, Rowman & Littlefield Publishers, Lanham-NewYork-Oxford 1999.

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miti del potere militare, il raggio dazione non definito, ambivalente e quindi virtualmente illimitato che gli conferiscono le politiche di sicurezza.18 Gli effetti perversi di questa simbiosi, in ogni caso, risultano a dir poco paradossali: frequente il ricorso a gruppi militari privati, cui vengono subappaltati specifici servizi umanitari valga per tutti il caso di una Ong attiva in Sierra Leone che ha reclutato milizie locali per la distribuzione di aiuti in un campo profughi.19 Pi in generale, questo rapporto stretto precipita nellindeterminazione assoluta di network internazionali dove ogni distinzione tra militare e civile, politico e umanitario, diventa impossibile: agenzie militari pubbliche e private che vendono contemporaneamente armi e misure di sicurezza per demilitarizzare paesi teatro di crisi politiche; analisti finanziari e consulenti di organizzazioni per lo sviluppo che si interessano di strategie di sicurezza e di tecniche di warfare...20 Lelenco sarebbe lungo, e finirebbe inesorabilmente per ricondurre allIraq di oggi, dove sedicenti bodyguard, militari e operatori umanitari convivono fianco a fianco, svolgendo spesso le stesse funzioni di controllo. Ci, tra le altre cose, contribuisce a restituire unimmagine decisamente meno lineare dellumanitarismo, lontana anni luce dai proclami di imparzialit e di universalismo cui fa riferimento Boltanski, e assai prossima, nella sua produttivit immediata, alle logiche di sicurezza e di controllo delleccedenza che definiscono le nuove guerre. Si tratta del resto di logiche quantomeno esplicite, se non proprio istituzionalizzate: gi ho accennato a come si possa negare il diritto di asilo a individui in fuga, anche da situazioni di persecuzione e di rischio oggettivo, se nei luoghi da cui provengono esiste gi un intervento di assistenza umanitaria. Succede oggi in Kosovo (dove la presenza di Unhcr e di numerose Ong impedisce di riconoscere come potenziali rifugiati gli appartenenti a minoranze non albanesi) e nel Sud dellAfghanistan (grazie ai corridoi umanitari allestiti al confine con il Pakistan che vincolano definitivamente la popolazione a quel territorio). Ma successo anche a Srebrenia, allapice del conflitto che ha polverizzato la (ex) Iugoslavia, o nel nord dellIraq, con le safe havens predisposte da una risoluzione Onu del 1991 e attive ancora oggi. Privatizzazione delle operazioni di assistenza, collusione tra militare e umanitario, funzioni dirette di controllo e di territorializzazione coatta: sembra questa la materializzazione distopica del sogno globalista di un soggetto sovranazionale super partes, sia esso istituzionale o ascritto a unindefinita societ civile globale, che oggi appare sempre pi come una delega in bianco
18 Oltre a Dal Lago, Polizia globale. Note sulla trasformazione della guerra in Occidente, cit., si veda D. Bigo, Sicurezza e immigrazione. Il governo della paura, in S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione, manifestolibri, Roma 2000. 19 Si veda a questo proposito il saggio di Barbara Hendrie, Knowledge and Power: a Critique of International Relief Operation, in Disasters, 21, 1, 1997, pp. 57-76, che offre un quadro critico decisamente lontano dallo scenario prefigurato da Boltanski, indicando, oltre alle frequenti collusioni tra attori militari e civili, politici e umanitari, locali e globali, le contraddizioni e limbarazzo con cui molti soggetti umanitari reagiscono a rivendicazioni dirette e direttamente politiche da parte delle vittime. 20 Si veda M. Duffield, Postmodern Conflict: Warlords, Post-adjustment States and Private Protection, in Civil Wars 1, 1, 1998, p. 66.

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di Onu e Unhcr a Ong e gruppi privati. In questa prospettiva, allora, lumanitarismo tradisce unimplicazione irriducibile, per certi versi strutturale, con le situazioni politiche su cui interviene, manifestando una presenza redentiva, e cio raramente oppositiva e quasi sempre funzionale alla legittimazione morale di interventi di ingerenza armata per lo pi illegittimi. Del resto, la logica missionaria cui risponde suona molto affine a quella che connota le guerre di ingerenza. In entrambi i casi si assiste a uno spostamento dalla politica alletica, in forza del quale non esistono pi nemici riconosciuti come tali, ma solo il bene (soldati buoni e buoni volontari) contro il male (rappresentato da nemici dellumanit o da sofferenze che si devono lenire ma non si potranno mai abolire). In altre parole, da un asse politico incentrato sulle opposizioni uguaglianza/differenza o amico/nemico, il discorso si sposta sul piano etico del giusto e dellingiusto, fino allimponderabile del bene contro il male, riproducendo in toto il clima teologico della guerra preventiva... Il ragionamento di Boltanski, in ogni caso, sembra eludere queste obiezioni. O meglio, d limpressione di poterne essere anche consapevole, ma di puntare ad altro, in quanto la cifra di fondo in base a cui possibile rappresentare le ragioni e il dovere morale di ingerenza come autenticamente super partes ritorna sempre e inevitabilmente sulla figura della vittima. Il principio di ingerenza nasce infatti sulla rivendicazione della necessit indilazionabile di intervenire in soccorso di quella figura che si suppone universale, su unetica dei principi che impone di abbandonare ogni considerazione politica e ogni atteggiamento di laissez faire e di prendere parte, di schierarsi universalmente. Si tratta di un movimento che presuppone indifferenza per le vittime e discorsivamente si legittima pi o meno in questi termini: Di fronte allo spettacolo del dolore non si pu restare indifferenti, n andare troppo per il sottile, e noi scegliamo di agire stando con chi soffre, con chi sta sotto le bombe.21 A tale assunto apparentemente insindacabile si pu obiettare lincongruenza che unetica dei principi cos formulata inevitabilmente incontra sul terreno delle responsabilit, a partire dallanalisi degli effetti immediati e pratici cui il dovere di ingerenza pu andare incontro. Lobiezione riguarda, in primo luogo, luniversalit aprioristica che una simile argomentazione attribuisce alle vittime, figure la cui neutralit-naturalit appare, invece, tuttaltro che immediata e rimanda a forme inevitabilmente mediate di costruzione sociale e di produzione discorsiva: in particolare, nel caso della rappresentazione di sofferenze a distanza, alla specifica performativit del linguaggio mediatico. infatti solo attraverso la continua produzione e defi21 sostanzialmente questo latteggiamento in base a cui, secondo Boltanski, possibile superare le contraddizioni cui necessariamente consegnata lazione passiva di uno spettatore a distanza: una morale umanitaria fondata sulla prassi (o meglio su una parola che comunque azione) che riscatta la parzialit e il carattere aporetico condiviso da quelle che Boltanski identifica come le tre topiche cui ricondurre la rappresentazione della sofferenza: quella giacobina della denuncia, quella cristiana del sentimento e quella estetica, sostanzialmente di derivazione nietzscheana. Cfr. L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica, cit.

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nizione di realt operata dai media che risulta possibile attribuire consistenza e significato globali alla figura locale della vittima, e, secondariamente (orientando atteggiamenti, voci e forme di agency nellopinione pubblica), mobilitare soggetti non direttamente coinvolti dallesperienza della sofferenza. Sia chiaro, ci non significa che ogni situazione in cui vengano rappresentate delle vittime sia falsa e manipolata. Analizzare i modi in cui tale visibilit costruita o negata, le procedure attraverso cui si possono strategicamente sovra o sottorappresentare le vittime, e pi in generale le oscillazioni e i codici discorsivi cui si ricorre per definirle e renderle leggibili, diventa per essenziale nella misura in cui ribadisce come e quanto una tale universalit sia costruita socialmente. Un caso evidente e relativamente noto di sovrarappresentazione delle vittime, per esempio, costituito dal cosiddetto massacro di Timisoara, evento decisivo sul corso della rivoluzione rumena del dicembre 1989, del quale si dimostr come televisione locale e network internazionali avessero montato pi volte le stesse immagini aggiungendone altre di repertorio per sovradimensionare lentit della repressione del dittatore Ceaucescu e la portata della rivolta contro il regime. Di segno opposto invece lassoluta invisibilit cui sono state relegate le vittime civili e militari irachene durante la prima Guerra del Golfo: un occultamento funzionale tanto ai vertici dellAlleanza occidentale, per non indebolire il consenso internazionale sulle ragioni del conflitto, quanto al regime di Saddam Hussein, per non rivelare la portata e gli effetti reali della guerra.22 Esempi di questo tipo, pur non riguardando direttamente attori umanitari, restituiscono in modo eloquente la sostanziale ambiguit e la profonda manipolabilit di una figura che si presume invece naturale, immediatamente comprensibile e per questo universalizzabile. Soprattutto, restituiscono la problematicit intrinseca di una figura che per noi esiste essenzialmente in quanto immagine. Susan Sontag ci ricorda come il contenuto etico delle immagini sia di per s fragile, e vada sempre riempito e rafforzato da testi che le rendano leggibili.23 Se luniversalit delle vittime appare spesso funzione diretta delle strategie attraverso cui le si rappresenta, di leg(g)ende che si sovrappongono a immagini, la possibilit stessa di assumere una tale universalit come presupposto per prendere parte, e come metro per rivendicare luniversalit del proprio schierarsi, sembra quindi meno scontata. Una simile affermazione potr risultare volgare, nella misura in cui
22 Per una ricostruzione delle diverse strategie di occultamento delle vittime e degli effetti del conflitto durante la Guerra del Golfo si veda D. Wolton, War game. Linformation et la guerre, Flammarion, Paris 1991. Per unanalisi sostanzialmente convergente, tesa a evidenziare le pratiche di neutralizzazione cognitiva e rimozione in un caso di politica interna, si veda invece il lavoro di Robin Wagner Pacifici sullo sterminio del movimento Move di Filadelfia da parte della polizia federale statunitense (R. Wagner Pacifici, Discourse and Distruction. The City of Philadelphia versus Move, Chicago University Press, Chicago 1994). Un riferimento pi generale, sulla funzione decisiva delloccultamento e della rimozione della morte dal campo semantico della guerra e sugli effetti di censura indotti dal linguaggio strategico e militare, offerto dal lavoro di Elayne Scarry sulle rappresentazioni e i significati politici del dolore (E. Scarry, La sofferenza del corpo. La distruzione e costruzione del mondo, il Mulino, Bologna 1989). 23 S. Sontag, Sulla fotografia. Realt e immagine nella nostra societ, Einaudi, Torino 1992.

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contrappone situazioni estreme, dove la sofferenza fuori discussione, a specifiche strategie di rappresentazione del dolore. In altre parole, nella misura in cui assume luniversalit delle vittime come semplice funzione della loro visibilit e della loro leggibilit. Alla base delle rivendicazioni del dovere di ingerenza, infatti, luniversalit che investe le vittime riguarda la loro condizione ontologica, il loro porsi come soggetti inermi, puniti per colpe che non gli appartengono ma di cui espiano ingiustamente la pena, e il cui sacrificio immotivato e intollerabile contrapposto spesso allimpunit dei veri responsabili. Una tale universalit, presumibilmente, perlomeno nelle intenzioni di chi intende fare qualcosa, va cio al di l e contro ogni tipo di rappresentazione. Occorre a questo proposito rilevare come con frequenza diverse Ong, in forza della partigianeria espressamente rivendicata, si spingano a denunciare pubblicamente le strategie di occultamento e linvisibilit cui sono sistematicamente relegate molte vittime globali, contrapponendosi alla logica selettiva che governa la rappresentazione ufficiale, mediatica e politica, delle vittime (il caso probabilmente pi eclatante in proposito ha riguardato gli oltre un milione di civili iracheni in eccesso, morti per le conseguenze devastanti di dieci anni di embargo internazionale). Pi in generale, letica del fare che spinge molti individui al coinvolgimento in iniziative umanitarie si oppone spesso a quella vuota delle parole, e si costruisce su una contrapposizione forte tra esperienza diretta e rappresentazione. Pi significative tuttavia, perlomeno in riferimento al nostro discorso, appaiono le conseguenze su un tale atteggiamento partigiano di situazioni peraltro sempre pi frequenti in cui le vittime sono di fatto rappresentate e addirittura sovrarappresentate. In altre parole, le circostanze in cui sistema dei media e morale umanitaria coincidono, e la denuncia nasce e cresce con il supporto di imponenti campagne mediatiche. Un esempio relativo alla guerra del Kosovo aiuta a comprendere la profonda ambiguit che in simili casi finiscono inevitabilmente per scontare proclami assoluti e universali. Molti ricorderanno le immagini drammatiche dellenorme massa di profughi kosovari in fuga dalla pulizia etnica serba. Si trattava senza ombra di dubbio di vittime, nel senso assoluto che la parola pu evocare. Su questa figura a grado zero si legittimata lazione internazionale di soccorso: una gara di solidariet, scandita da appelli e continui richiami mediatici, in cui si sono inserite tutte le principali agenzie umanitarie mondiali e che culminata con la paradossale delega alle forze militari della Nato delle operazioni di soccorso e assistenza. Tutto questo avveniva mentre le bombe della stessa Nato contribuivano in modo decisivo a determinare e alimentare quellesodo, innescando lorribile rappresaglia serba e quella che veniva rappresentata (e oggettivamente era) come una catastrofe umanitaria dalle proporzioni immani. Casi come questo, per quanto straordinari, sono in realt molto pi frequenti di quanto non affermino sostenitori e teorici del dovere dingerenza. Gli effetti di una tale coincidenza sono spesso quelli di una vera e propria eterogenesi. Valga per tutti lesempio dei campi profughi ai confini sud-occi92

dentali del Ruanda, dove trov rifugio la maggioranza dei miliziani dellhutu power direttamente responsabili del genocidio dei tutsi, che finivano per essere i collettori degli aiuti umanitari destinati dallOnu al Ruanda.24 Denunciare tali situazioni non significa ovviamente affermare che in quei casi il soccorso umanitario non fosse assolutamente necessario. Significa invece sostenere che quelle figure universali di vittime rappresentavano in realt il prodotto contingente di una situazione specifica, e soprattutto politicamente determinata. Cosa ancora pi importante, significa che aderire a quella rappresentazione voleva dire aderire alle condizioni che materialmente definivano-provocavano quella situazione e quella dimensione di vittime, per poi assumerle come universali, e cio tradurle al di fuori di ogni contesto storico e politico. In casi come questi laffermazione apparentemente anodina stare dalla parte delle vittime rivela tutta la sua insufficienza, parzialit e ambiguit. O meglio, rivela limpossibilit di affermare una partigianeria motivata su presupposti universali e come tali impolitici. In Kosovo, in Ruanda, era davvero possibile limitarsi a dire di stare dalla parte delle vittime? (S)oggetti Le obiezioni e gli interrogativi avanzati contribuiscono a incrinare lo scenario lineare in base a cui Boltanski legittima universalmente il dovere di ingerenza, ma non eliminano del tutto il presupposto di fondo della sua operazione politica, non ne scalfiscono cio lassunto decisivo: la dimensione universale di vittima evocata come giustificazione assoluta dellazione umanitaria. Si pu concedere senza esitazioni il punto centrale dellargomentazione di Boltanski: nellassoluta indeterminatezza che la caratterizza in quanto categoria etica, la vittima ontologicamente universale, non importa se innocente o complice: Nessuno tocchi Caino. Pi difficile, ma non impossibile (stando al livello di astrazione cui costringe il suo ragionamento), sorvolare su ci che il sociologo francese elude (la collusione di umanitario, politico e militare; il ruolo dellumanitario nelle nuove guerre, nelle politiche di sicurezza, nel controllo delleccedenza). Mettiamo tra parentesi anche le contraddizioni che letica dei principi umanitari incontra sul campo, le aporie che la rivendicazione di un universalismo a-politico inesorabilmente riproduce. Concedere tutto questo a Boltanski pi di quanto sembri teoricamente legittimo, se non altro per il fatto che dalluniversalit della vittima non detto che derivi automaticamente luniversalit dellazione umanitaria. Resta per un punto centrale che il suo lavoro non solo non chiarisce ma evita di porre, e che si pu riassumere in una domanda diretta: quale idea di soggetto sorregge la rappresentazione delle vittime? Si tratta di una domanda che conviene scomporre, chiedendosi in primo luogo che cosa si intenda per vittima quando se ne assume luniversalit, e in secondordine se davvero lecito parlare di un soggetto.
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G. Prunier, Rwanda. Before the genocide, Columbia University Press, New York 1994.

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La rappresentazione universale delle vittime presuppone infatti unassoluta impoliticit, e cio la totale assenza di voce e di agency. Una condizione per cos dire naturalizzata, in cui ogni possibile elemento di identificazione, ogni principio causale viene sospeso. Solo cos diventa possibile costruire una figura universale in base a cui motivare un intervento super partes. Sla iz voj Z ek, sia pure nel quadro di un discorso non del tutto convincente, ci restituisce un esempio efficace di questa condizione naturale, citando un reportage pubblicato sul New York Times, sempre relativo alla guerra del Kosovo, dal titolo assai sibillino: In One Kosovo Woman, an Emblem of Suffering. Larticolo si incentra su una donna kosovara testimone della persecuzione serba e coinvolta nel tragico destino di displacement cui stata condannata la maggioranza kosovaro-albanese. La sua una voce che dichiara solidariet a tutte le vittime dei bombardamenti, non rivendica nulla di politico (del tipo, un futuro albanese per il Kosovo) ed esprime quale unica aspirazione il desiderio di vedere cessare tutto ci a cui aveva assistito e stava assistendo. A qualsiasi condizione, rivendicando solo un futuro di pace in cui tutti possano continuare a vivere.25 Ora, essenzialmente su questo tipo di figure indeterminate (la cui sofferenza universale, e quindi immediatamente accessibile ma non collocabile) che si fonda luniversalit rivendicata da Boltanski, anche quando motivata dalla necessit di prendere parte. Figure che sono innanzitutto rappresentate, e che, nel caso specifico, prima e durante i bombardamenti su Pristina e Belgrado sono state ossessivamente sovrarappresentate dai circuiti internazionali dellinformazione. Figure, per, del tutto depoliticizzate, che non esprimono alcuna posizione se non rassegnazione: un atteggiamento di assoluta delega, in cui non si aspira ad avere diritti, ma a vivere; a cui non si riconosce il diritto di avere diritti, solo un indeclinato diritto a sopravvivere. Il fatto che proprio sulla rappresentazione di queste figure passive si fondato il processo di legittimazione dellintervento umanitario in Kosovo, ed esattamente questo tipo di figure che, in nome dei diritti umani, la guerra umanitaria ha riprodotto:
Incontriamo qui la costruzione ideologica del concetto di soggetto-vittima ideale, in difesa del quale interviene la Nato: non un soggetto politico con un chiaro programma, ma un soggetto inerme e sofferente, che simpatizza con tutte le parti che subiscono il conflitto, intrappolato nella follia di uno scontro locale che pu venir placato solo dallintervento di una benevola potenza straniera: un soggetto il cui pi profondo desiderio ridotto allistinto animale di sentirsi bene di nuovo.26

iz Da vittime ideali come quella di cui parla Z ek che per essere riconosciute in quanto tali debbono perdere ogni contenuto, rinunciare a ogni tipo
25 iz iz S. Z ek, Il godimento come fattore politico, Cortina, Milano 2001. Lanalisi di Z ek eccede a mio parere nel voler opporre a questa figura depoliticizzata, e per questo funzionale alle necessit universali dellintervento umanitario, quella invece sovversiva della vittima che rappresenta istanze politiche e di parte, arrivando a proporre una paradossale rivalutazione della radicalit dellUck, le milizie paramilitari kosovaro-albanesi, interlocutori privilegiati dellAlleanza occidentale prima della guerra. 26 Ivi, p. 142.

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di rivendicazione, venire bonificate siamo oggi continuamente interpellati: figure di cui si esibiscono anche elementi personali, ma che alla fine risultano totalmente spersonalizzate; immagini che si soffermano su volti, nomi, storie, e che individuano le vittime nella misura in cui le dequalificano. Cos ogni volto diventa intercambiabile, assolutamente seriale, collocandosi in un tempo vuoto, privo di spessore, profondit, memoria: in un tempo privo di storia o in cui la storia diventa qualcosa di naturale e il biografico si riduce al biologico (come nel caso della copertina del National Geographic costruita sullaccostamento di due immagini della stessa donna afgana ritrovata dal fotografo a ventanni di distanza). La vittima kosovara ha per qualcosa in pi rispetto al grado zero di unimmagine: possiede la voce, la parola. Ma di quale parola, di quale possibile testimonianza si tratta? Quella del testimone una figura problematica, su cui precipita un continuo lavoro di riattualizzazione, un cortocircuito temporale, un percorso di soggettivazione. Se solo si considera la dimensione critica della testimonianza che emerge da un testo come I sommersi e i salvati di Primo Levi, ci si accorge che le vittime iper-rappresentate, quelle onnipresenti in tutte le campagne di sottoscrizione delle agenzie umanitarie, costituiscono quasi il rovesciamento della figura del testimone. Nella testimonianza dei sopravvissuti dellOlocausto, per esempio, al prezzo altissimo di un presente ipotecato dal passato e di un passato che non riesce a riscattarsi nel presente, in gioco la possibilit di recuperare unindividualit da un evento e un contesto il cui senso era precisamente quello di ridurre ogni individuo a un corpo, a un numero, a una massa indistinta. Per rappresentare la dimensione di vittima veicolata dai media, al contrario, necessario smarrire ogni traccia di individualit e di memoria, cos da rendere quelle figure credibili, universalmente accessibili, infinitamente sostituibili. Per questo le vittime oggi si assomigliano drammaticamente tutte. E proprio in questa serialit risiede la loro universalit. Questo soggetto individuato ma totalmente decontestualizzato (poche frasi inarticolate, un viso, un profilo, un corpo) sembra aderire in toto alla figura indeterminata di vittima sulla quale possibile affermare luniversalit del dovere di ingerenza. E porta alla luce la contraddizione intrinseca di una logica umanitaria che si proclama dalla parte delle vittime e rivendica la politicit della propria posizione in base a una figura depoliticizzata, ridotta a pura icona, e per questo universale, iperrealistica, versatile, manipolabile, al limite pop (come nelle fotografie di Oliviero Toscani). Ci conferisce a quella religione laica che lumanitarismo un carattere paradossale, dove la politicit rivendicata nellidentificare una parte universale nella figura della vittima risulta alla fine del tutto depoliticizzata, per il fatto di depoliticizzare la dimensione storica e assolutamente politica di vittima che assume come fine ultimo della propria azione. In altre parole, limpotenza, la totale assenza di agency e lindetermina iz tezza della vittima citata da Z ek sembrano definire le qualit del soggetto che Boltanski assume come metro di universalit del principio di ingerenza. La domanda, lultima, allora immediata: davvero si pu parlare di un sog95

getto? Anzich rispondere direttamente conviene opporre a questo grado zero il soggetto umanitario: un soggetto indiscusso, implicito (e cio bianco, occidentale, maschio, cartesiano), di cui Boltanski delinea una vera e propria fenomenologia, finendo per perdere di vista ogni dimensione intersoggettiva, ragion per cui laltro non esiste se non come mero oggetto o astratta proiezione eidetica. Un altro per il quale si pu provare simpatia ma con cui impossibile, sostanzialmente fuori discussione, ogni interazione, il riconoscimento del fatto di insistere con gli stessi diritti sullo stesso mondo. Del resto, il titolo originale del libro di Boltanski era La souffrance distance, e, delle due parole, sembra proprio che la seconda rappresenti una chiave di lettura costante, un punto fermo che resta inalterato e indiscutibile nelle pagine del libro, producendo leffetto involontario di una distanza rassicurante: lo spettacolo del dolore soprattutto uno spettacolo. Il messaggio che la vera sofferenza comunque lontana, altrove (e deve restare l): che ci pu toccare emotivamente ma non necessario che ci tocchi da vicino, e cio politicamente. Ritroviamo qui, per vie tortuose, il senso del confine cui ricondurre le vittime, lumanit in eccesso continuamente prodotta dalle politiche di sicurezza e dalle guerre del presente. Un confine che risulta immediatamente tangibile nella contrapposizione astratta tra un soggetto chiaramente situato e una massa indifferenziata, tra chi assiste a distanza allo spettacolo del dolore e pu decidere di intervenire sul luogo, e chi invece vive il senso del luogo come una condanna. Un confine che separa chi (e il pronome ha qui un valore soprattutto interrogativo) soggetto di diritti da chi invece, nel migliore dei casi, diventa un semplice oggetto di assistenza. Il fatto che questo confine sia mobile, che si sovrapponga a quelli statuali, che penetri dentro alle citt e riguardi anche molti cittadini la cui appartenenza appare destinata a divenire una questione quasi esclusivamente formale, sembra altrettanto reale: non occorre guardare alla fantascienza estrema di Putin. Nella crisi che investe ogni forma di appartenenza, leccesso dappertutto. La Russia vicina. Quel che certo che solo aspirando ad abbattere questo confine lumanitario (e cio il discorso sulle vittime) potr riscattarsi dal sospetto di non essere altro che un dispositivo di controllo delleccedenza. Per farlo, per, dovrebbe riconoscere un soggetto in grado di esprimere istanze politiche di uguaglianza pi che suscitare la condanna morale di mali assoluti e irredimibili.27 Un soggetto nella cui concretezza materiale risiede la sola possibile garanzia di universalit. E che per questo mal si identifica con luniversalit astratta della vittima.

27 Per una critica politica dellumanitarismo che insiste sugli effetti di cancellazione di ogni tensione egualitaria, si veda P. Mesnard, Attualit della vittima. La rappresnetazione umanitaria della sofferenza, ombre corte, Verona 2004.

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GLOBALIZZAZIONE VIOLENTA, VIOLENZA GLOBALIZZATA E MERCATO DELLA VIOLENZA


di Trutz von Trotha

La globalizzazione si presenta come la costituzione e listituzionalizzazione di catene di interazione e network di segni e gerarchie simboliche a livello sociale transcontinentale, e comporta il trasferimento di istituzioni economiche, politiche, sociali e culturali da un continente allaltro. Se ci si interroga sulla violenza insita in tale processo, ci si trova davanti a una sorta di muto imbarazzo, come se un fattore ritenuto estraneo allo sviluppo della globalizzazione si fosse manifestato allimprovviso nei termini di una deformazione patologica, di unarma irrazionale in mano ai perdenti della modernizzazione e della globalizzazione. In questo saggio mi propongo in primo luogo di affrontare il versante violento della globalizzazione, prendendo le mosse dalla storia del colonialismo. La guerra atomica intercontinentale, inoltre, ci permetter di considerare una forma di minaccia globalizzata della violenza sorta ben prima della comparsa del nuovo terrorismo e che rappresenta uno dei fattori responsabili del suo sviluppo. Infine considerer il fallimento di un processo di globalizzazione strettamente connesso al colonialismo: la globalizzazione dellutopia dello stato e del monopolio statale dellesercizio della violenza a essa collegato. Un aspetto di tale fallimento costituito dalla progressiva affermazione dei mercati della violenza, i quali da un lato segnano alcuni confini dei processi di globalizzazione, ma dallaltro sono coinvolti in altri processi, fra cui la privatizzazione e la commercializzazione della guerra. Il presupposto delle mie riflessioni quindi che le nuove forme della violenza bellica devono essere situate in quel contesto storico pi ampio allinterno del quale si sono sviluppate pi generali modalit interdipendenti di violenza.

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Il colonialismo: la storia violenta della globalizzazione La storia della globalizzazione coincide con la vicenda dellespansionismo, del colonialismo e dellimperialismo europei.1 Parimenti, gli attuali processi si innestano su unesperienza storica del mondo extraoccidentale, in base alla quale la globalizzazione pu essere ricondotta a una rivendicazione europea di dominio e alla sua pretesa armata di sottomissione. Parlare di globalizzazione significa riferirsi a una storia di guerre e genocidi, allinterno della quale la tendenza occidentale al dominio non pu essere disgiunta dallimmagine di macerie fumanti disseminate di cadaveri. Ci troviamo dinanzi, dunque, a una storia di violenza inaudita. Il modello coloniale di globalizzazione della violenza pu essere colto in quattro ambiti: nella diffusione a livello planetario dellutopia legata alla pretesa di conseguire il monopolio statale sulla violenza, nella globalizzazione della tecnologia e dellorganizzazione militare occidentali, del dispotismo del dominio coloniale e infine del discorso ipocrita che legittima la violenza e la sua critica. Il colonialismo ha globalizzato lutopia dello stato territoriale moderno e conseguentemente anche quella del monopolio statale della violenza, che dellutopia dello stato territoriale parte integrante. La fondazione degli stati coloniali si quindi regolarmente combinata con guerre di pacificazione che in molti casi si veda lesempio dellintervento della Germania in Africa sud-occidentale hanno assunto i tratti del genocidio. La vittoria nelle guerre di pacificazione stata resa possibile grazie alla superiorit nella tecnologia militare e nelle modalit di conduzione della guerra. Lespansione coloniale si configura come un processo di globalizzazione dellesercito permanente, della tattica e della tecnologia militare occidentale. Le guerre coloniali hanno quindi rappresentato un significativo banco di prova per le armi di ultima generazione. Limpiego della mitragliatrice Maxim costituisce uno dei collaudi pi gravidi di conseguenze. Le cosiddette battaglie delle guerre coloniali furono, in realt, quasi sempre autentici massacri portati a termine con luso della mitragliatrice. A proposito di queste guerre di pacificazione opportuno rammentare tre circostanze. A differenza dei coevi scontri bellici europei, le guerre coloniali di pacificazione miravano alla sottomissione duratura delle popolazioni sconfitte. Nella maggior parte dei casi, inoltre, si trattava di small war, nelle quali le convenzioni di guerra contavano ben poco. Infine necessario ricordare che lo stesso concetto di small war (piccola guerra), fu coniato nel 1906 dal teorico militare, giornalista e scrittore inglese generale Charles Callwell riferendosi alle guerre coloniali a cui aveva partecipato in India e Afghanistan.2 La globalizzazione sempre legata a un processo di doppia localizzazione: le istituzioni economiche, politiche, sociali e culturali non vengono, infatti, localizzate solo dagli importatori, bens anche dagli esportatori. Nel
1 T. von Trotha, Was war Kolonialismus? Einige zusammenfassende Befunde zur Soziologie und Geschichte des Kolonialismus und der Kolonialherrschaft, in Saeculum. Jahrbuch fr Universalgeschichte, 55, 1, 2004, pp. 49-95. 2 C.E. Callwell, Small Wars. Their Principles and Practice, Harrison, London 1906.

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caso della globalizzazione del modello statuale occidentale, il tipo di localizzazione introdotto dagli esportatori nelle colonie consisteva nel privare tale modello di tutti gli aspetti costitutivi della democrazia e dello stato di diritto. Violenza e arbitrariet erano e sono ovunque fonti di menzogna e ipocrisia, giacch il potere e soprattutto la violenza necessitano di essere costantemente giustificati. Quindi, riprendendo lo studio di Ronald Daus, si pu affermare che la caratteristica principale delle relazioni coloniali sia da individuare nellipocrisia.3 La strumentazione che forniva una legittimazione alla violenza del colonialismo altro non era che un arsenale di menzogne a cui appartenevano le ideologie relative alla mission civilisatrice o al white mans burden di Rudyard Kipling.4 La guerra di pacificazione: dal colonialismo al postcolonialismo Ricostruendo lo sfondo storico degli aspetti pi oscuri della globalizzazione, potremmo riportare alla luce sia gli aspetti di continuit sia quelli di discontinuit che dalla fine della Guerra fredda delineano sempre pi spesso quegli interventi militari caratterizzabili come guerre di pacificazione postcoloniali, volti a fondare o ripristinare una o pi organizzazioni statali.5 La legittimazione di queste guerre poggia su quattro elementi, limportanza dei quali varia in funzione del tipo di conflitto. Il primo elemento rappresentato dai molteplici interessi politico-economici, egemonici e di sicurezza propri degli stati nazionali e segnatamente della superpotenza statunitense che, inaugurando la preemptive war, tornata a legittimare la guerra offensiva. Il secondo rimanda al diritto internazionale classico, che attribuisce alla potenza occupante la responsabilit della sicurezza e dellordine nel paese vinto e occupato militarmente. Il terzo la legittimazione garantita in virt del mandato delle Nazioni unite. Il quarto formato dal complesso di giustificazioni che ha permesso di definire democratizzatrici o umanitarie le guerre di pacificazione postcoloniali. I protagonisti di questi conflitti sono da una parte i conquistatori pacificatori, attori singoli o coalizioni funzionali a quel determinato evento bellico che a livello politico e militare risultano solitamente dominate dallegemonia globale degli Stati uniti; dallaltra le varie fazioni e i centri di potere della regione in cui lintervento militare avviene. I criteri di legittimazione, le combinazioni di attori e gli obiettivi dei cosiddetti conquistatori pacificatori rivelano differenze sostanziali rispetto alla guerra di pacificazione coloniale. A livello di legittimazione, la guerra di pacificazione postcoloniale costretta a iR. Daus, Die Erfindung des Kolonialismus, Hammer, Wuppertal 1983, p. 189. R. Kipling, The White Mans Burden (1899), in The Writings in Prose and Verse of Rudyard Kipling, 21, Scribner, New York 1908, pp. 78-80. 5 T. von Trotha, Forms of Martial Power, Total Wars, Wars of Pacification, and Raid. Some Observations on the Typology of Violence, in G. Elwert, S. Feuchtwang, D. Neubert (a cura di), The Dynamics of Violence. Processes of Escalation and De-Escalation in Violent Group Conflict, Zeitschrift Sociologus, 1, 1999, pp. 35-60.
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gnorare tutti i riferimenti storici che la legano alla dominazione coloniale. Di conseguenza, nel dibattito pubblico prevalgono argomenti incentrati sulle ragioni della sicurezza, della democratizzazione e dei diritti umani. La guerra di pacificazione postcoloniale non mira ad appropriarsi in via definitiva, sotto forma di colonia, dei territori e della relativa popolazione. Al contrario gli obiettivi principali sono quelli di restare nel paese conquistato per il minor tempo possibile, di restituire al pi presto la sovranit formale alle forze locali e, nel migliore dei casi, di assicurarsi il controllo sulla regione e sui suoi abitanti grazie alle tecniche di dominio improntate allimperialismo informale. A ci si aggiunge lo scopo dichiarato di instaurare tramite la guerra di pacificazione una sovranit locale conforme a quanto lo stato coloniale applica al suo interno, vale a dire la democrazia e lo stato di diritto. La proclamazione di simili finalit, inconciliabili con il colonialismo storico, rende possibile il fatto che i conquistatori pacificatori entrino in scena sotto forma di coalizioni di guerra, che si sono lasciate alle spalle la politica di reciproca concorrenza tipica delle potenze coloniali storiche. Questo tipo di guerra determinato dal conflitto finora irrisolto interno a una politica di orientamento globale che in molteplici varianti alla ricerca di un equilibrio fra i poli rappresentati da un lato dal multilateralismo, dallaltro da ununilaterale politica imperiale egemonica statunitense. Diversamente, rispetto a quanto emerge nelle argomentazioni di chi appoggia le guerre di pacificazione, gli osservatori in loco e le popolazioni conquistate individuano chiaramente gli aspetti di continuit tra le guerre di pacificazione contemporanee e le guerre di pacificazione coloniali. Prendiamo in considerazione alcuni di questi aspetti. Come ai tempi della dominazione coloniale, le guerre di pacificazione sono allorigine di una situazione che Georges Balandier, nel 1982, ha definito coloniale, perch caratterizzata da inconciliabili contraddizioni sociali, culturali e psicologiche tra conquistatori e conquistati.6 Il fatto che ad alcune unit militari venga politicamente assegnato il ruolo di cooperanti armati allo sviluppo non porta che a irrilevanti modifiche rispetto alla situazione coloniale prospettata da Balandier. Agli occhi dei conquistatori pacificatori tale processo rappresenta una mutazione del soldato in poliziotto, per coloro che cooperano allo sviluppo, si tratta di una militarizzazione della cooperazione stessa. Questultima si configura cos come la via diretta verso la cooperazione allo sviluppo della situazione coloniale. Come nella presa di potere coloniale, le guerre di pacificazione agiscono sullintreccio delle istanze contrapposte di gruppi e societ locali, nel quale la stessa cooperazione agisce come resistenza contro i conquistatori pacificatori. Anche i conquistatori postcoloniali perseguono la strategia del divide et impera. Lo stesso vale per i destinatari della guerra di pacificazione. Da sempre i colonizzati devono vedersela con la politica del divide et impera. In Iraq tale schema viene applicato con notevole rigore.
6 G. Balandier, La Notion de situation coloniale, in Id., Sociologie actuelle de lAfrique noire. Dynamique sociale en Afrique centrale, Puf, Paris 1982, pp. 3-38.

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Lesperienza coloniale, nonostante gli strenui tentativi di rimozione, riemerge inesorabilmente dalla realt violenta di ogni conquista bellica. Un sostenitore della terza guerra irachena ha successivamente riconosciuto che: gli iracheni considerano le baionette americane innanzi tutto per ci che sono: baionette.7 La forma della guerra di pacificazione postcoloniale la stessa della piccola guerra e, come nelle guerre coloniali, non raro che ci si serva del massacro come del pi normale dei metodi.8 I nomi di localit afghane come Mazar-i-Sharif, Sheberghan o Zadran riportano immediatamente alla mente altrettanti massacri. Due anni e mezzo dopo linizio delle azioni militari la vita di ampie regioni dellAfghanistan contraddistinta da insicurezza, resistenza sanguinosa e operazioni militari non meno cruente da parte delle unit americane. In Iraq si ripropone uno scenario analogo. Nel caso delle guerre di pacificazione postcoloniali, necessario sottolineare come esse siano direttamente collegate allaspetto pi disastroso della storia della globalizzazione, ovvero al colonialismo. Si tratta di conflitti che si svolgono nel solco storico di alcune importanti vittorie militari sugli invasori europei, di numerose sconfitte, nonch dellinesorabile fallimento della conquista coloniale. In tutti i casi questi conflitti pregressi possono sfociare nella resistenza e rafforzare il germe della vendetta. Si pensi alla terribile sconfitta inflitta ai britannici dai Pashtun nel 18429 o al ritiro delle truppe sovietiche nel febbraio 1989; oppure alla sconfitta assolutamente inattesa subita dallesercito italiano da parte delle truppe di Menelik II nel marzo 1896 e quasi cento anni dopo alla rapida fuga delle truppe americane dalla Somalia. Allo stesso modo, nellIraq occupato ancora vivo il ricordo della rivolta e della sanguinosa sconfitta inferta ai nazionalisti iracheni dai britannici nel 1920. La guerra una realt paradossale, poich la vita pur essendo dominata dallurgenza esistenziale del presente, rimane estremamente sensibile ai richiami della storia e dei suoi miti. Ma non possiamo perdere di vista il fatto che nella storia coloniale non sono stati i conquistati bens i conquistatori-pacificatori che alla fine hanno perso. Dalla minaccia atomica alla piccola guerra Nel tentativo di comprendere il processo di globalizzazione della violenza essenziale considerare quella minaccia globalizzata di esercizio della violenza che direttamente collegata allo sviluppo della piccola guerra e della guerriglia globale: parliamo di quel nuovo tipo di minaccia che nasce con la scoperta delle armi atomiche dotate di sistemi di lancio a gittata intercontinentale.
Th. Kleine-Brockhoff, Stellungskrieg im Korridor, in Die Zeit, 18, 22 aprile 2004, p. 3. T. von Trotha, Koloniale Herrschaft. Zur soziologischen Theorie der Staatsentstehung am Beispiel des Schutzgebietes Togo, Mohr, Tbingen 1994; Id., The Fellows Can Just Starve. On Wars of Pacification in the African Colonies of Imperial Germany and the Concept of Total War, in M.F. Boemeke, R. Chickering, S. Frster (a cura di), Anticipating Total War. The German and American Experiences, 1871-1914, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1999, pp. 415-435. 9 Sotto la guida di Akbar Khan furono massacrati nella gola Khurd-Kabul circa 4500 soldati britannici e altre 12.000 persone al seguito delle truppe, tra i quali un numero cospicuo di donne e bambini.
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Quando il 6 e il 9 agosto 1945 furono lanciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che uccisero 170.000 persone in un colpo solo, non si tratt esclusivamente dellutilizzo di una nuova arma di sterminio ma del dispiegamento della prima tipologia di violenza destinata ad assumere una valenza realmente globale. La catastrofe conseguente allincidente del reattore di Cernobyl nel 1986 ne ha suggerito una pallida immagine. In secondo luogo, i due lanci atomici dellagosto 1945 hanno inaugurato lo sviluppo drammatico della piccola guerra della seconda meta del secolo scorso, il cui esito pi recente rappresentato dalla guerriglia globale.10 Di seguito, mi limiter a considerare questo secondo aspetto. Per comprendere il nesso tra guerra di sterminio nucleare e guerriglia globale opportuno ricorrere a una sorta di teorema proposto dallantropologia del diritto che concerne linterdipendenza delle forme di risoluzione dei conflitti. Il teorema afferma che ogni societ prevede una serie di misure per affrontare le controversie. Tali procedure trovano un diverso grado di istituzionalizzazione e legittimazione, e presentano un doppio legame reciproco. Da un lato, ogni forma di risoluzione di un conflitto influenzata dalla sue alternative; dallaltro, linterdipendenza di queste forme viene determinata dal predominio della violenza legittima. Tradotto sul piano delle forme fenomenologiche della guerra, il teorema dellinterdipendenza ci spinge ad affermare che i diversi tipi di guerra devono essere considerati nel loro complesso e non singolarmente. Le forme di guerra sono interdipendenti. Le singole guerre sono parti integranti di un ordine di guerre, nel quale ogni forma di conflitto subisce linfluenza delle altre. In tale ordine prevale la forma di guerra che dispone del maggior potenziale di distruzione sul piano militare e tecnico. Il conflitto predominante ai nostri giorni la guerra di sterminio termonucleare, che ha modificato radicalmente le sue due opzioni alternative e cio la guerra convenzionale e la piccola guerra. Martin van Creveld ha avanzato la provocatoria tesi secondo cui la guerra convenzionale nella migliore delle ipotesi destinata a svolgere in futuro un ruolo marginale.11 Pur senza aderire integralmente a tale prospettiva, non si pu negare che la guerra convenzionale stia perdendo importanza rispetto alla minaccia di tipo nucleare. La guerra convenzionale si colloca allombra di quella nucleare e, inserita negli immediati ambiti di interesse delle potenze atomiche, ha finito per uscire dai confini di quella logica della guerra che secondo il detto di Clausewitz consiste nella prosecuzione della politica con altri mezzi. A proposito del teorema dellinterdipendenza necessario sottolineare che anche la guerra convenzionale ha sviluppato un potenziale di distruzione che non conosce paragoni nella storia e che quindi finisce per porre in ombra tutte le altre forme di guerra. Il potenziale di distruzione cos alto che una guerra convenzionale tra gli stati maggiormente industrializzati sem10 T. von Trotha, When Defeat is the Most likely Outcome. The Future of War in the Twenty-First Century, in M. Geyer (a cura di), War and Terror in Historical and Contemporary Perspective, American Institute for Contemporary German Studies-The John Hopkins University, Washington Dc, 2003, pp. 70-94 [www.aicgs.org/publications/pdf/warandterror.pdf]. 11 M.L. van Creveld, The Transformation of War, Free Press, New York 1991.

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bra annullare la nozione di interesse. Invece una guerra convenzionale tra due stati che presentano livelli assai differenti di industrializzazione e di organizzazione militare, si risolve con linevitabile disfatta del pi debole. La seconda e la terza Guerra del Golfo ne sono un esempio. Nellera della minaccia nucleare e del potenziale di distruzione totale della guerra convenzionale prevale una forma bellica che pu essere individuata con differenti definizioni in base alla molteplicit delle sue varianti e delle sue forme di legittimazione. Sulla scia di Charles Callwell, la definisco piccola guerra, per mettere in evidenza la rottura radicale che in atto rispetto alla forma della guerra convenzionale, ma non dimenticando che essa assume alcune caratteristiche tipiche della guerra di sterminio totale nonch del conflitto termonucleare. La guerriglia globale Linvenzione pi recente nella storia della piccola guerra la guerriglia globale, che associata a una data, l11 settembre 2001, ormai un ricordo pi vivo nella memoria collettiva e individuale rispetto alla stessa minaccia atomica.12 La guerriglia globale una specie di guerra che si regge su una combinazione inedita di diverse forme di violenza di tipo terroristico e militare. Essa procede attraverso attacchi pianificati che portano alle estreme conseguenze lo choc provocato dagli attentati. Gli atti di violenza mirano a suscitare sia una diffusa insicurezza generale sia la simpatia e il sostegno di coloro che riconoscono nei guerriglieri globali la loro avanguardia operativa. La guerriglia globale intende colpire le fondamenta sociali del suo obiettivo, prendendo di mira il mondo della quotidianit, attaccandola a tre livelli: mutando lo stato di emergenza in esperienza fondante della vita normale dei cittadini; rivolgendosi alle tecnologie della quotidianit e utilizzando gli stessi mezzi tecnologici che intende colpire; la forma di questo genere di attentati rappresenta, dunque, una sintesi tra lattacco bellico, il massacro contro persone inermi e il proposito di infliggere il maggior danno possibile a livello materiale. La guerriglia globale conduce a un conflitto in cui laggressore n vuole, n pu conquistare un territorio o impadronirsi del potere. Lo stesso principio vale naturalmente per gli aggrediti. Agli occhi dellaggressore la guerriglia globale un conflitto anonimo. La potenza attaccante resta pi o meno indeterminata. La decisione degli aggrediti in merito al nemico da colpire sottratta alle istituzioni politiche centrali e allopinione pubblica, e consegnata ai servizi segreti e alle agenzie di polizia investigativa. Il fatto che il nemico non disponga di alcuna organizzazione formale, n sia un insieme strutturato di organizzazioni rappresenta un fattore di rafforzamento di tali dinamiche. La guerriglia globale radicalizza e globalizza, infatti, il principio della rete e delle cellule.
12 H. Mnkler, ber den Krieg. Stationen der Kriegsgeschichte im Spiegel ihrer theoretischen Reflexion, Velbrck Wissenschaft, Weilerswist 2002; M.L. van Creveld, The Transformation of War, cit.

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Tra le principali innovazioni apportate dalla guerriglia globale si registra una rivoluzione nella tecnologia delle armi. Larma si presenta, infatti, come la tecnologia quotidiana dellavversario trasformata in trappola mortale per colpirlo. Larma principale della guerriglia globale tuttavia non deve essere cercata in unarma specifica o in qualche particolare strumento tecnico bens individuabile nellinedito rapporto di due disposizioni operative che costituiscono i presupposti fondamentali di ogni guerra: la disponibilit a uccidere e la disponibilit a essere uccisi. Con linvenzione dellattentato terroristico suicida, tuttavia, la guerriglia ha trasformato la disponibilit a essere uccisi nella principale disposizione bellica dei suoi combattenti. Altrettanto importante mettere in luce come la guerriglia globale recuperi e radicalizzi quellespressione esistenziale e religiosa della violenza che da decenni svolge un ruolo centrale in numerosi conflitti etnici anche in Europa come mostra lesempio della guerra nella ex Iugoslavia. Ma in quella parte di Europa che da secoli si lasciata alle spalle le guerre di religione tali dinamiche tendono a suscitare una generale incomprensione e a rafforzare la consapevolezza dellabisso che si spalanca dinanzi al tentativo di trovare una legittimazione religiosa alla violenza. Per la civilt europea contemporanea la religiosizzazione della violenza appare semplicemente come un fenomeno inaccettabile.13 Per il devoto spirito americano, invece, questo rapporto diretto tra violenza e religione non del tutto incomprensibile se si pensa che lattuale amministrazione federale continua a contribuire in modo essenziale alla politicizzazione del fondamentalismo protestante, che negli ultimi decenni arrivato a conoscere una rapida ascesa culturale e sociale, finendo con il costituire una parte integrante di un movimento di proselitismo particolarmente attivo ed efficace anche in America latina e in Africa.14 Come gi la guerra nucleare, il fenomeno della guerriglia globale abolisce la classica categoria di vittoria, essendo assorbita da una categoria pi ampia e ambigua composta dalla riuscita dellattentato terroristico e dalla necessaria serie di sconfitte che seguiranno. Una situazione analoga si verifica per la sconfitta degli aggrediti: conoscono solo la paura, che direttamente proporzionale a quella suscitata dalle dichiarazioni di guerra al terrorismo internazionale. Ma lillimitata lontananza della vittoria si traduce in un incontrollabile delirio di potere. La nostra lotta finir, ha dichiarato lattuale presidente degli Stati uniti, quando tutti i terroristi del mondo saranno stati individuati, catturati e sconfitti.15 Una definizione confusa di guerra e sconfitta comporta pesanti oneri per le democrazie impegnate a contrastare la guerriglia globale. Herfried Mnkler ha sottolineato come le democrazie odierne fatichino a condurre guerre simmetriche, mentre sono assoluta13 G. Davie, Europe: The Exceptional Case. Parameters of Faith in the Modern World, Darton, Longman,Todd, London 2002. 14 H.B. Hansen, M. Twaddle (a cura di), Christian Missionaries and the State in the Third World., James Currey-Ohio University Press, Oxford-Athens 2002; K. Armstrong, The Battle for God. Fundamentalism in Judaism, Christianity and Islam, HarperCollins, London 2000. 15 Dal discorso Freedom at War with Fear del presidente George W. Bush davanti al Congresso americano il 20 settembre, 2001 (cfr. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 22. settembre 2001, p. 8).

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mente disposte a sostenere il peso di conflitti asimmetrici, purch le perdite e i costi economici non diventino troppo gravosi.16 Ma allinterno di questo presupposto necessario alla conduzione delle guerre contemporanee si cela un importante cambiamento rispetto al passato, al punto che una piccola guerra globale pu portare agli stessi esiti disastrosi cui si verrebbe condotti nel corso di un classico conflitto simmetrico. In quanto terrorismo, la guerriglia globale innanzi tutto una tattica di guerra morale e psicologica che intende colpire la pace civile e i presupposti razionali degli oppositori democratici della guerra. Tuttavia, le conseguenze pi gravi della guerriglia globale sulle democrazie possono verificarsi quando queste ultime reagiscono militarmente alla sfida sviluppando un irrigidimento delle misure repressive a cui si accompagna necessariamente una pesante erosione dello stato di diritto classico.17 Ci che sembrava impensabile prima dell11 settembre 2001, tornato a essere legittimo quando non addirittura sancito dalla legge dello stato. Basti pensare al riaprirsi del dibattito sulla tortura, ai contenuti del Patriot Act, alla soppressione della distinzione tra guerra e criminalit e quindi allistituzionalizzazione della giurisdizione militare nellambito del diritto penale o alla strumentalizzazione fatale di innocenti cittadini prevista nel paragrafo 14 comma 3 della legge tedesca del 18 giugno 2004 sulla sicurezza dello spazio aereo. L11 settembre ha evidenziato in quale misura la violenza in generale, la piccola guerra in particolare e la guerriglia globale al livello pi estremo siano diventate realt simboliche nella sfera mediatica. Si pensi alla messa in scena della violenza che ha per oggetto sia i carnefici sia le vittime e al relativo mercato degli oggetti di devozione: la foto che ritrae il guerrigliero con il Kalashnikov alzato e la t-shirt raffigurante il volto di Osama bin Laden. Le forme organizzative e le tipologie espressive della violenza terroristica e della piccola guerra sono da decenni fatte su misura per i media: dal portavoce a viso coperto, fino al massacro delle vittime sotto lo sguardo vigile dalla telecamera. Con la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, ogni guerra produce le proprie battaglie mediatiche. Nel mondo della guerriglia globale il rapporto tra vittoria e sconfitta sul piano delle battaglie mediatiche diventato assolutamente decisivo: da qui la necessit di esercitare il massimo controllo sui mezzi di comunicazione di massa e la tendenza ad avvicinarsi a forme di controllo sui media tipiche della guerra totale. Peter Waldmann, muovendo dalla teoria del terrorismo come strategia provocatoria di comunicazione, arriva a ipotizzare che la sequenza cronologica delle collisioni aeree dell11 settembre sia stata concepita secondo la logica temporale del reportage televisivo.18
H. Mnkler, Die neuen Kriege, Rowohlt, Reinbek 2002, p. 219. J. Rsel, T. von Trotha (a cura di), Reorganisation or the End of Constitutional Liberties? Essays on Globalisation, the State and the Law, Kppe, Kln 2005; P. Hanser, T. von Trotha, Ordnungsformen der Gewalt. Reflexionen ber die Grenzen von Recht und Staat an einem einsamen Ort in Papua-Neuguinea, Siegener Beitrge zur Soziologie, Kppe, Kln 2002. 18 P. Waldmann, Das terroristische Kalkl und seine Erfolgsaussichten, in W. Schluchter (a cura di), Fundamentalismus, Terrorismus, Krieg, Velbrck Wissenschaft, Weilerswist 2003, p. 93.
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Dal mercato della violenza alla privatizzazione della guerra Lo sviluppo della piccola guerra strettamente connesso a quello dei mercati della violenza che possono essere visti come mercati in cui operano imprenditori e imprese che sfruttano i vantaggi della competizione di tipo commerciale della violenza per conseguire potere economico, sociale e politico.19 In tali contesti, la violenza rappresenta lelemento dominante di tutte le relazioni, rivelandosi uno degli strumenti pi efficaci per laffermazione politica, sociale ed economica. I signori della guerra e i mercati della violenza, tuttavia, non sono fenomeni storici nuovi. Il loro spazio da sempre costituito dai confini degli imperi e degli ordinamenti politici, luoghi in cui non ha affatto il monopolio statale della violenza, oppure dagli spazi aperti alla violenza che spesso si creano nelle fasi di formazione e declino degli stati. I mercati della violenza da un certo punto di vista impongono alla globalizzazione barriere precise. Essi infatti limitano lesportazione dei diritti umani e dello stato costituzionale progettata dalle agenzie occidentali di sviluppo sulla base di programmi volti a promuovere la democratizzazione e la decentralizzazione. Si creano cos luoghi di grande insicurezza sociale, caratterizzati dalla migrazione di masse di profughi e da una assoluta arretratezza economica. Sebbene occasionalmente possano attirare qualche imprenditore avventuriero, non offrono certo lambiente ideale per le piccole e medie imprese che in linea di massima garantiscono uno sviluppo costante a livello economico. Daltra parte queste limitazioni imposte alla globalizzazione dei mercati della violenza non escludono che esse funzionino efficacemente come elementi di potenziamento di alcuni precisi aspetti del processo di globalizzazione. il caso della privatizzazione e della commercializzazione della guerra. Nei suoi studi, Herfried Mnkler sottolinea con insistenza come il monopolio statale sulla violenza sia legato alla separazione tra commercio e violenza, nonch alla professionalizzazione e al disciplinamento degli uomini in armi.20 Solo tali processi hanno consentito di normare la guerra, in forza delle convenzioni dellAia e di Ginevra, promuovendo, per esempio, la distinzione fra combattenti e civili. La crescente affermazione dei mercati della violenza annuncia linversione di questa tendenza. I loro protagonisti sono signori della guerra refrattari a ogni disciplinamento, e per i quali gli ambiti del commercio e della violenza tornano a coincidere perfettamente. I mercati della violenza appaiono quindi come forme fenomeniche della guerra privatizzata e commercializzata. La privatizzazione e la commercializzazione della violenza raggiungono una dimensione globale combinandosi con la generale privatizzazione di prerogative sovrane che si sta diffondendo in tutte le societ occidentali e nel
19 M. Bollig, Afrikanische Kriegsherren. berlegungen zur Entstehung von Gewaltmrkten im prkolonialen und postkolonialen Afrika, in Aa.Vv., Afrika und die Globalisierung. Schriften der Vereinigung von Afrikanisten in Deutschland, Hans-Peter Hahn, Gerd Spittler, Mnster 1999, pp. 425-444; G. Elwert, Gewaltmrkte. Beobachtungen zur Zweckrationalitt der Gewalt, in T. von Trotha (a cura di), Soziologie der Gewalt, Westdeutscher Verlag, Opladen 1997, pp. 86-101. 20 H. Mnkler, Die neuen Kriege, cit., p. 238.

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mondo nel suo complesso. Tali processi non si fermano neppure di fronte alle forze armate che rappresentano il nucleo istituzionale della sovranit statale: al fine di ridurre i costi economici, politici e giuridici, il modo di conduzione delle guerre da parte degli stati occidentali prevede un ricorso sempre pi frequente e massiccio a imprese private e a mercenari al loro stabile servizio o arruolati per loccasione. La tendenza alla privatizzazione ha condotto a una proliferazione di societ operanti nel settore bellico e della sicurezza. Nella sola Gran Bretagna si registrano attualmente circa 100 imprese annoverabili tra le societ private militari.21 Tali imprese sono responsabili della sicurezza del presidente afghano nonch impegnati nella lotta ai narcos e ai guerriglieri colombiani. Quasi tutte specializzate nella ricerca di informazioni, le societ private militari offrono servizi nelle cosiddette operazioni psicologiche, agiscono da intermediari sui mercati internazionali degli armamenti o da istruttori, ricevono in subappalto dalle forze armate funzioni come la logistica, formano mercenari e altri specialisti militari, garantiscono la custodia di importanti risorse economiche o intervengono direttamente come unit armate in teatri di guerra quali la Krajina e la Sierra Leone. La loro offerta spazia dalladdestramento del personale a sofisticate tecniche di sicurezza alla vendita di aerei ed elicotteri. La Military Professional Ressources Incorporated (Mpri) oggi forse la societ pi importante del settore. Diretta da ex-militari statunitensi di alto grado, gi prima dell11 settembre proponeva sulla propria homepage servizi e consulenze riguardanti anche la conduzione di guerre atomiche, biologiche e chimiche. Solo nella guerra civile in Angola hanno operato circa 80 aziende di questo tipo, riportava Der Spiegel il 3 maggio 2004. Secondo le informazioni fornite dallo stesso settimanale, in Iraq gli alleati schierano circa 25.000 mercenari e altri prestatori dopera militari. Le imprese private militari offrono numerosi vantaggi ai loro clienti: risparmi significativi sui costi, elevate capacit tecniche e professionali, nonch flessibilit operativa, requisito imprescindibile per le numerosissime missioni di intervento determinate dal moltiplicarsi di piccole guerre di ogni tipo in molte regioni del mondo. Agli occhi delle democrazie occidentali, tuttavia, il vantaggio principale di tali servizi risiede nel fatto che queste imprese offrono una comoda soluzione al problema legato allaccettazione e alla motivazione della guerra nelle cosiddette societ posteroiche.22 A fronte delle piccole guerre, dei genocidi e della guerriglia globale in atto a livello mondiale, i contractor privati riducono la tensione suscitata da alcuni interrogativi pressanti: strettamente necessario difendere gli interessi legati alla sicurezza nazionale nellHindukush con i soldati degli eserciti nazionali o addirittura con quelli di leva, per dirla con il ministro della Difesa tedesco? Nelle iperindividualistiche societ posteroiche ancora possibile reclutare soldati facendo riferimento a motivazioni non legate alla gratificazione eco21 W. Ruf, Private Militrische Unternehmen (Pmu), in Id. (a cura di), Politische konomie der Gewalt. Staatszerfall und die Privatisierung von Gewalt und Krieg, Leske-Budrich, Opladen 2003, pp. 76-90. 22 H. Mnkler, Die neuen Kriege, cit., p. 238.

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nomica? A differenza dei propri soldati e soprattutto dei coscritti, i contractor caduti e feriti non fanno parte dellelettorato con il quale si devono confrontare i responsabili politici. Dietro questi morti e feriti non stanno valori eroici, bens pi prosaicamente questioni di paga e di interesse privato. La de-eroicizzazione e la privatizzazione dellimpegno bellico rimandano dunque a una prospettiva di progressiva commercializzazione della guerra. Nelle attuali procedure di conversione degli eserciti in unit altamente specializzate e flessibili composte da soldati di professione, Mnkler ravvisa un compromesso tra la tradizionale leva obbligatoria degli stati nazionali e la privatizzazione e commercializzazione della guerra.23 Egli interpreta tali misure come forse lultima possibilit per fermare la privatizzazione della violenza bellica, se non altro nei centri economico-politici, e per mantenere la guerra sotto il controllo degli stati. Alla luce del legame storico tra democrazia e leva obbligatoria, questi provvedimenti possono tuttavia essere considerati anche come il primo passo incerto verso una nuova privatizzazione e commercializzazione della condotta bellica. Solo il futuro ci far capire la portata effettiva di queste misure. Mnkler ha cercato di richiamare lattenzione sullabisso nel quale rischia di sprofondare la concezione moderna non solo della guerra, ma anche della politica, delleconomia e della societ: Se questa riforma fallisce, non vi saranno pi ostacoli a una nuova e diffusa privatizzazione della guerra con imprese di mercenari quotate in borsa. Ci si incamminerebbe infatti verso una violenza militare che non tollera alcun limite. Il ritorno allunione di violenza e commercio rappresenterebbe il rilancio di una violenza militare sconfinata ed estranea al diritto. Come lettore ho avuto limpressione di scorgere nelle affermazioni di Mnkler una forte inquietudine. Sarebbe opportuno che tutti provino sgomento di fronte a una tale prospettiva di destatalizzazione della guerra, sebbene la storia del monopolio statuale della violenza e della guerra non autorizzi un atteggiamento meno critico e pi sereno. (Traduzione Alessandra Armaroli)

23 H. Mnkler, ber den Krieg. Stationen der Kriegsgeschichte im Spiegel ihrer theoretischen Reflexion, cit., p. 234.

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spettri

UNA LETTERA DI MAX WEBER SU GUERRA E PACIFISMO


di Alessandro Dal Lago

Il testo di Max Weber di cui qui proponiamo una traduzione apparve nel febbraio 1916 nella rivista Die Frau.1 Si tratta di una lettera di sostegno a Gertrud Bumer, che era stata attaccata da una pacifista svizzera dopo avere pubblicato sulla stessa rivista un saggio, intitolato Zwischen zwei Gesetzen, in cui, pur ammettendo in linea di principio lincompatibilit di patriottismo e cristianesimo, prendeva posizione a favore della politica di potenza del Reich. Al di l della brevit e del carattere occasionale, lintervento veramente rivelatore dello stile intellettuale weberiano. La sua tendenza allintransigenza nelle scelte politiche e morali nei conflitti di questo mondo si pu stare sempre solo da una parte o dallaltra, senza mediazioni qui al servizio di una sostanziale adesione alla politica di potenza del Reich. La germanicit era assunta da Weber, che pure non ha mai sottoscritto alcun pangermanismo, come un dato di fatto indiscutibile e ineludibile. Si tratta di un esempio di quel radicamento dei valori personali in cui Weber ha visto il fardello di ogni intellettuale onesto. vero che uno scienziato deve lavorare indipendentemente da tali valori, in una complessa dialettica personale di conquista dellimparzialit, ma a essi non si sfugge, soprattutto quando si agisce nel mondo. Ed in loro nome che il nazionalista Weber assumer nel corso della guerra posizioni di dura critica nei confronti della strategia avventuristica del Kaiser e dei militari e si impegner, quando la sconfitta appariva imminente, nellimpossibile compito di colla1 M. Weber, Zwischen zwei Gesetzen, in Die Frau. Monatsschrift fr das gesamte Frauenleben unserer Zeit, 23, 5, febbraio 1916, pp. 277-279. Ora ripubblicato in Max-Weber-Gesamtausgabe, 15, Zur Politik im Weltkrieg. Schriften und Reden 1914-1918, a cura di W. J. Mommsen in collaborazione con G. Hbinger, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tbingen 1988, pp. 39-41. Tra le traduzioni pi recenti segnaliamo M. Weber, Scritti politici, a cura di A. Bolaffi, Donzelli, Roma pp. 39-42.

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borare a una soluzione del conflitto onorevole e non distruttiva per la Germania.2 Le poche pagine di Weber sono fitte delle espressioni ricorrenti nella sua ultima produzione come la nostra responsabilit di fronte alla storia, il politeismo o conflitto tra di inconciliabili, i doveri storici derivanti dallessere la Germania una grande potenza , delle sue idiosincrasie (come lavversione per la society inglese o la barbarie dei russi), e anche del sorprendente riconoscimento del pacifismo coerente di Tolstoj. A questo pacifismo assoluto, espresso nella rinuncia definitiva a ogni bene terreno, Weber contrappone il farisaismo svizzero o americano, cio la neutralit da commercianti o parassiti. il polemista liberale e patriottico che parla, ma anche il sociologo della religione e della cultura che, nello stesso periodo, approfondisce la diagnosi della modernit dispiegata come gabbia dacciaio, arido terreno di scontro tra di, demoni o valori inconciliabili (in sostanza, tra i nazionalismi europei). bene ribadire che questo Weber stato a lungo ignorato, se non censurato, dal mainstream sociologico e storico-critico che, non solo sulla scia di Talcott Parsons, ne ha fatto il fondatore della sociologia, oppure da chi, come Karl Lwith o Karl Jaspers, ha visto in Weber il grande saggio indipendente e ammantato di tragicit che sicuramente, se fosse vissuto abbastanza, si sarebbe opposto alla degenerazione della repubblica di Weimar.3 La verit, pi che in mezzo, sta altrove. Di fronte al retaggio, in cui si identificava totalmente, della potenza tedesca, Weber non ha dato segni di cedimento. Poteva come ha fatto criticare anche aspramente lannessionismo e lestremismo della corte e dei militari, ma in nome dei superiori interessi della Germania. Ed per lo stesso motivo, salvare il salvabile, che lo troveremo nel primo dopoguerra come collaboratore dei Consigli degli operai e dei soldati; non per qualche simpatia per il socialismo a cui in tempo di guerra aveva dedicato un grande saggio critico , ma perch vedeva nella seriet dei socialdemocratici (di cui peraltro non poteva accettare il dilettantismo) un residuo di quel senso del dovere terreno che, come si vede anche in questo testo, era per lui la sola stella polare nella catastrofe dei tempi. C da aggiungere che altri fondatori della sociologia (come Durkheim) non escono granch bene dalla prova della guerra, insieme a una folla di poeti e romanzieri nazionalisti. Sarebbe insensato osservare i dilemmi di un secolo fa con gli occhi di oggi. Eppure oltre alla posizione degli intellettuali marxisti, alcuni dei quali, come Lukcs, ruppero con Weber proprio sulla guerra (cos come Bloch con Simmel) esistevano altre possibilit. Non tanto nel campo del pacifismo assoluto di un Tolstoj (che per Weber rappresentava unalternativa religiosa, e quindi ammissibile ma impraticabile), bens del disincanto critico di chi sapeva vedere, dietro la retorica e la truculenza militariste, il collasso dellintera cultura borghese.
2 Cfr. i testi in appendice a W.J. Mommsen, Max Weber e la politica tedesca1890-1920, il Mulino, Bologna 1993, pp. 663 e sgg. 3 Mi permetto di rinviare, in tal senso, a A. Dal Lago, Lordine infranto. Max Weber e i limiti del razionalismo, Unicopli, Milano 1983. In anni recenti lappiattimento epistemologico e metodologico di Weber stato ampiamente discusso e variamente criticato.

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Nel periodo in cui Weber si lacerava tra il dmone nazionalista e quello della Wertfreiheit scientifica, Karl Kraus metteva mano al suo impossibile, irrapresentabile dramma anzi, tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo Gli ultimi giorni dellumanit, in cui, facendo impallidire la rverie di Jules Laforgue sulla morte della terra, il grande austriaco, fustigatore dei delitti linguistici e politici, ha riassunto il precipitare di innumerevoli tipi di stupidit, fellonia, crapula borghese e cecit militarista nel nichilismo della Prima guerra mondiale.4 In settecento pagine di irresistibili parodie dei monumenti della letteratura tedesca, vaudeville, operette, gergo giornalistico e chiacchere quotidiane, Kraus non solo decretava labietta fine del mondo di ieri tra caff viennesi e stati maggiori prussiani, demi-monde e trincee insanguinate, ubriacature patriottiche e scene di fucilazioni, stupri e carestie, ma portava a compimento la pi radicale distruzione dell idea di guerra. Nella scena finale del dramma, eserciti di fantaccini votati alla morte, guidati da generali ottusi e seguiti da inviati al fronte menzogneri, si scannano su una terra ormai desertificata. Nauseate dallo spettacolo di unumanit che storpia la creazione, le potenze celesti cercano di fermare il massacro. Poich i loro moniti, sotto forma di una pioggia di lapilli e di cenere, restano inascoltati, si decidono a farla finita con gli esseri umani e bombardano la terra di meteoriti. Mentre il globo va in pezzi, gli ultimi combattenti non desistono dalle armi. Anzi, cantando i loro inni patriottici, si felicitano per larrivo dei missili celesti, scambiati per lultimo ritrovato delle proprie artiglierie. Infine, un tuono scuote luniverso e la terra svanisce. Nel silenzio dei cieli sode la voce di Dio: Io non lho voluto. la frase che Francesco Giuseppe avrebbe pronunciato nel 1914, allo scoppio della guerra. Qui siamo ben al di l della critica e anche dellinvettiva, perch la stessa voce di Kraus, che interviene nella tragedia nei panni del Criticone, suona come poco pi di un patetico borbottio. Invece, si tratta delliscrizione funeraria su qualsiasi pretesa di sensatezza del progresso storico. Se Kraus fosse vissuto abbastanza per sapere di Auschwitz e Hiroshima, avrebbe probabilmente scelto il silenzio. Tutto era stato detto. Infatti, bench lumanit tra il 1939 e il 1945 abbia profuso i suoi talenti in materia di produzione della morte di massa, il dado era stato tratto irreversibilmente nel 1914. A novantanni di distanza, le posizioni di Weber hanno qualcosa di datato e di patetico. Invece, se qualcuno fosse oggi capace, non dico di attualizzare Kraus, ma di ispirarsi a lui nella dissacrazione del militarismo che oggi non rinvia alle caricature sanguinarie di Otto Dix, ma alla modesta malvagit di un Bush o di un Blair , questo s sarebbe un tributo allintelligenza. Ma, al di l della diffusa opposizione sociale alla guerra, tanti nostri intellettuali di grido hanno altro da fare come emettere giudizi snobistici sui film di Michael Moore. E forse lo stesso Weber avrebbe avuto parole di fuoco, non per i pacifisti tra cui non sembra che si annidino oggi molti profittatori di guerra ma per i loro critici sussiegosi, che probabilmente hanno accettato, senza saperlo, lineluttabilit delle catastrofi a venire.

4 K. Kraus, Gli ultimi giorni dellumanit. Tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo, Adelphi, Milano 1980.

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TRA DUE LEGGI

di Max Weber

La discussione sul senso della nostra guerra (in Die Frau) meriterebbe forse di essere ampliata accentuando pi decisamente un punto di vista che di sicuro apprezzerete: la nostra responsabilit di fronte alla storia, riesco solo a trovare questa espressione un po patetica. La stessa questione in gioco abbastanza semplice. Un popolo numericamente superiore, organizzato come potenza statale, si trova, per il solo fatto di essere tale, ad affrontare compiti completamente diversi da quelli che toccano a popoli come gli svizzeri, i danesi, gli olandesi e i norvegesi. Dovunque, naturalmente, si ritiene che un popolo piccolo, in termini quantitativi e di potenza, abbia per ci stesso meno valore o meno importanza davanti al giudizio della storia. Ma, solo per il fatto di essere tale, esso ha altri compiti e proprio per questo altre possibilit dal punto di vista della civilt [Kulturmglichkeiten]. Vi sono note le considerazioni spesso accolte con stupore di Jakob Burckhardt sul carattere diabolico della potenza. Ora, questa valutazione del tutto conseguente, dal punto di vista dei tesori della civilt custoditi da un popolo come quello svizzero, che non pu portare la corazza di un grande stato militare (e che non ha nemmeno storicamente il dovere di farlo). Anche noi abbiamo tutti i motivi per ringraziare la sorte che esista una cultura di lingua tedesca pi ampia dello stato di potenza nazionale. Non solo le semplici virt civiche e unautentica democrazia, non ancora realizzata in alcun grande stato di potenza, ma anche i valori pi intimi, e tuttavia eterni, possono sbocciare unicamente sul terreno di quelle societ che rinunciano alla potenza politica. Un tipo di artista genuinamente tedesco come Gottfried Keller non sarebbe diventato cos particolare e irripetibile in quella sorta di caserma che il nostro stato obbligato a essere. Al contrario, i compiti che spettano a un popolo organizzato in una po114

tenza statale sono ineludibili. Le generazioni future, e in particolare i nostri discendenti, non considereranno responsabili i danesi, gli svizzeri, gli olandesi e i norvegesi se il potere mondiale e ci significa, in ultima analisi, la capacit di influire sulla civilt futura fosse spartito pacificamente tra i regolamenti dei funzionari russi, da una parte, e le convenzioni della society anglosassone, magari con uniniezione di raison latina, dallaltra. Ma noi invece s. E giustamente, perch noi siamo uno stato di potenza e anche perch, diversamente da quei piccoli popoli, possiamo gettare sul piatto della bilancia il nostro peso in relazione a questo problema della storia e proprio per ci pesano su di noi, e non su quelli, il dannato dovere e il fardello morale davanti alla storia [Schuldigkeit vor der Geschichte], cio davanti alla posterit, di opporci alla sommersione del mondo intero da parte di quelle due potenze. Se sfuggissimo a questo dovere, il Reich tedesco non sarebbe che un lusso costoso, inutile e dannoso per la civilt, qualcosa che non avremmo dovuto concederci e a cui dovremmo rinunciare senza indugio, a favore di una svizzerizzazione della nostra struttura statale cio, a favore del suo scioglimento in piccoli cantoni politicamente impotenti, provvisti magari di piccole corti amanti delle arti. In questo caso attenderemmo a lungo che i nostri vicini ci permettano di dedicarci serenamente alla cura dei valori culturali da piccolo popolo, che cos rimarrebbero per sempre il senso della nostra esistenza. Sarebbe inoltre un errore ancora pi grave pensare che una compagine politica come il Reich tedesco possa adottare con una decisione spontanea una politica pacifista come quella, mettiamo, della Svizzera; che possa cio limitarsi a intervenire con la sua valorosa milizia solo in seguito alla violazione delle sue frontiere. Una compagine politica come la Svizzera che pure se noi dovessimo soccombere sarebbe presto soggetta agli appetiti annessionistici da parte dellItalia non d ostacolo, almeno in linea di principio, ai progetti delle altre potenze. E questo non solo per la sua impotenza, ma anche per la sua posizione geografica. Ma la semplice esistenza di una grande stato, quale noi siamo divenuti, un ostacolo sul cammino delle altre potenze: in primo luogo, della fame di terra, determinata dallassenza di civilt, dei contadini russi e della politica di potenza della chiesa di stato e della burocrazia russe. Tra le grandi potenze, lAustria era sicuramente quella pi immune da voglie espansionistiche, ma proprio per questo cosa che viene spesso dimenticata la pi minacciata. Avevamo solo la scelta, nellattimo precedente la sua distruzione, di impedire la catastrofe oppure di limitarci a stare a guardare, lasciando che dopo pochi anni travolgesse anche noi. Se non si riuscisse a deviare altrimenti la spinta espansionistica russa, le cose rimarranno le stesse in futuro. Questo un destino che nessun discorso pacifista pu cambiare. Ed parimenti chiaro che non potevamo e non possiamo pi sottrarci senza vergogna, anche se lo volessimo, alla scelta fatta quando abbiamo fondato il Reich e ai doveri che a noi ne derivano. Il pacifismo tipico delle dame americane (di entrambi i sessi!) davvero il cant [lipocrisia] pi pericoloso che del tutto in buona fede sia stato esibito e messo in mostra in modo salottiero, con il farisaismo del parassita, che realizza buoni profitti sulle forniture, nei confronti dei barbari delle trincee.
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Nella neutralit antimilitarista degli Svizzeri e nel loro rifiuto della potenza statale c anche, in questo momento, una buona parte di incomprensione farisaica circa la tragicit dei doveri storici che spettano a un popolo che si organizzato come grande potenza. Con tutto ci, rimaniamo abbastanza obiettivi per valutare come, dietro questo atteggiamento, rimanga un nocciolo genuino che tuttavia noi tedeschi, dato il destino che ci attende, non possiamo accettare. In queste discussioni si dovrebbe lasciare da parte il Vangelo oppure fare sul serio. E qui c solo la coerenza di un Tolstoj, e nientaltro. Per uno che riscuote solo un pfennig di rendita, altri devono direttamente o indirettamente pagare; possedere un bene duso o utilizzare un bene di consumo, che sa ancora del sudore del lavoro altrui, e non del proprio, significa alimentare la propria esistenza sfruttando il meccanismo di quella lotta economica per lesistenza, atroce e priva di compassione, che la fraseologia borghese designa come pacifico lavoro della civilt: unaltra forma di quella lotta delluomo con luomo, in cui non milioni, ma centinaia di milioni di uomini si atrofizzano nel corpo e nellanima, sprofondano o conducono unesistenza a cui qualsiasi riconoscibile senso in realt ancora pi estraneo del senso collettivo dellonore (anche delle donne, perch anche loro partecipano alla guerra se fanno il loro dovere), ci che significa soltanto: senso dei doveri storici del proprio popolo imposti dalla storia. Nei punti decisivi la posizione dei Vangeli a questo riguardo assolutamente univoca. Essi stanno in opposizione non esclusivamente alla guerra a cui non fanno particolare riferimento ma a tutte le istituzioni del mondo sociale in quanto mondo della civilt terrena e cio alla bellezza, alla dignit, allonore e alla grandezza della creatura. Chi non ne trae le conseguenze e questo lha fatto lo stesso Tolstoj, quando si avvicinava alla morte dovrebbe sapere di essere legato alle istituzioni [Gesetzlichkeiten] del mondo terreno, che per un tempo indefinibile contengono la possibilit e lineluttabilit delle guerre di potenza e che pu soddisfare le esigenze del momento solo allinterno di tali istituzioni. Ma questa esigenza aveva e ha per i tedeschi del Reich un significato del tutto diverso da quello che pu avere per i tedeschi della Svizzera. E sar sempre cos. Infatti, tutto ci che rientra tra i beni di una grande potenza irretito nelle regole pragmatiche della potenza [Gesetzlichkeit des MachtPragma] che dominano ogni storia politica. Il vecchio e lucido empirista John Stuart Mill ha detto una volta che dal nudo terreno dellesperienza non si perviene ad alcun dio; a me sembra che tantomeno si pervenga a un Dio di bont, quanto piuttosto al politeismo. Di fatto, chi vive in questo mondo (in senso cristiano) non pu fare altra esperienza di s che una lotta tra una pluralit di serie di valori ognuna delle quali, presa per s, appare vincolante. Egli deve scegliere quali di questi di o quale degli altri vuole e deve servire. Ma si trover sempre in lotta con qualcuno degli di di questo mondo e soprattutto sar lontano dal Dio del cristianesimo, e pi di tutti da quello che veniva annunciato nel Sermone della Montagna. (Traduzione Alessandro Dal Lago)

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LO SCONTRO DELLE DEFINIZIONI. SU SAMUEL HUNTINGTON*


di Edward Said

Pubblicato per la prima volta su Foreign Affairs nellestate del 1993, il saggio di Samuel Huntington The Clash of Civilization si apre con unaffermazione stentorea: La politica mondiale sta entrando in una nuova fase. Tali parole alludono alla transizione da un passato recente, in cui i conflitti internazionali erano riconducibili a schieramenti ideologici che facevano del primo, secondo e terzo mondo campi in permanente tensione, a un nuovo scenario politico, attraversato da conflitti tra diverse, e presumibilmente incompatibili, forme di civilt: Le maggiori divisioni che attraverseranno lintera umanit e le principali cause delle guerre del futuro, saranno culturali [...]. Lo scontro tra civilt dominer la scena politica globale. Nel corso dellarticolo Huntington definisce meglio il clash destinato a scatenarsi lungo la faglia che separerebbe lOccidente dalle altre civilt: gran parte del saggio, infatti, dedicato al tentativo di esaminare motivi potenziali o attuali del dissidio irrecuperabile tra ci che viene cumulativamente definito Occidente, da una parte, e la civilt islamica e quella confuciana dallaltra. In termini di analisi dettagliata, per, lattenzione si concentra quasi esclusivamente sullIslam ben pi che su altre civilt, Occidente incluso. A mio parere gran parte dellinteresse suscitato dallarticolo di Huntington, cos come dallimponente quanto inutile volume che lo ha seguito nel 1995, dovuto pi al momento specifico della sua pubblicazione che alle argomentazioni che in esso vengono sviluppate. Come riconosce lo stesso autore, gi si erano registrati diversi tentativi di mappare politicamente e teoricamente la situazione globale emersa dalle ceneri della Guerra fredda. La li* Il presente saggio comparir in E. Said, Dallesilio, Feltrinelli. La redazione ringrazia leditore per averne consentito la pubblicazione sulla nostra rivista come anticipazione.

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sta in questo caso risulterebbe piuttosto lunga, spaziando dalla tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia alla teoria sul nuovo ordine globale circolata negli ultimi giorni dellamministrazione di Bush senior. Pi di recente, Paul Kennedy, Conor Cruise OBrien ed Eric Hobsbawm tutti con lo sguardo puntato sul nuovo millennio si sono inseriti nel dibattito esaminando attentamente le possibili cause di futuri conflitti e ricavandone pi di una legittima ragione di allarme. Al centro della visione di Huntington che non appare affatto originale lidea di uno stato di guerra permanente che irrompe spontaneamente nello spazio politico rimasto orfano della totalizzante contrapposizione di idee e valori che ha scandito il corso della lunga, e di certo non rimpianta, Guerra fredda. Ritengo quindi che non sia affatto inopportuno sottolineare come il tentativo di Huntington soprattutto se contestualizzato in riferimento ai suoi interlocutori immediati, e cio agli opinionisti e ai politici Washington-based abbonati a Foreign Affairs, principale rivista americana di politica internazionale sia in primo luogo una versione riciclata della tesi forte della Guerra fredda, in base alla quale i conflitti di oggi e di domani pi che esplicitamente economici o sociali si presentano come sostanzialmente ideologici e, ammesso ci, che ununica ideologia quella occidentale sar ancora e sempre il nucleo centrale attorno a cui, a detta di Huntington, ogni altra necessariamente costretta a orbitare. In questa prospettiva la Guerra fredda sembra destinata a persistere, organizzandosi per su pi fronti, attraverso sistemi di valori e di idee ben pi numerosi e radicati Islam e confucianesimo in primis in grado di contendere legemonia e lo stesso predominio allOccidente. Non sorprende allora che Huntington chiuda il saggio con una sintetica valutazione di ci che lOccidente debba fare per conservare la propria leadership, ossia mantenere debole e diviso il fronte dei suoi presunti oppositori. Si tratter, cio, di sfruttare le differenze e i conflitti tra stati islamici e confuciani, [...] supportare direttamente gruppi che in altre civilt condividono i valori e gli interessi occidentali, consolidare quelle istituzioni internazionali e sovranazionali che riflettono e legittimano tali interessi e valori, [...] promuovere il coinvolgimento di paesi non occidentali in tali istituzioni.1 Il tono con cui Huntington sostiene che altre civilt entreranno in collisione con quella occidentale talmente assertivo e insindacabile, e le prescrizioni sul da farsi per mantenere legemonia aggressive e scioviniste, da far pensare che lautore sia molto pi interessato a perpetuare ed estendere la Guerra fredda con altri mezzi che ad avanzare ipotesi e congetture in grado di leggere il nuovo scenario internazionale o, a maggior ragione, di conciliare culture differenti. Ben poco di ci che afferma tradisce il minimo dubbio o il pi blando scetticismo. Non solo la guerra continuer come si sostiene dalla prima pagina dellarticolo ma il conflitto di civilt rappresenter lultimo capitolo dellevoluzione della guerra nel mondo moderno. Quel saggio, allora, in s decisamente schematico e nellarticolazione di fondo piuttosto rozzo, deve essere letto e interpretato come un manuale di arte della manu1

S. Huntington, The Clash of Civilization, in Foreign Affairs, estate 1993, p. 49.

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tenzione di uno stato di guerra permanente a uso e consumo della mentalit americana e globale. Potrei spingermi fino a sostenere che lautore abbia agito direttamente per conto di alcuni strateghi del Pentagono e di determinati gruppi di interesse legati allindustria militare, soggetti che, dopo il crollo del regime bipolare, hanno temporaneamente smarrito le loro funzioni e riscoprono ora una nuova vocazione bellicista grazie a cui rilanciarsi. A Huntington, da questo punto di vista, se non altro va riconosciuto il merito di avere sottolineato il ruolo decisivo della componente culturale nelle relazioni tra paesi, tradizioni e popolazioni diverse. Ma laspetto pi desolante dellintera questione dato dal fatto che lo scontro di civilit preconizzato da Huntington si rivela strumento utilissimo per drammatizzare e rendere quindi inaffrontabili tutta una serie di problemi politici ed economici reali. piuttosto facile, per esempio, fare notare come negli Stati uniti da tempo levocazione dellaggressione economica del Giappone si alimenti di continue sottolineature sui presunti aspetti minacciosi e sinistri della cultura nipponica; o, ancora, come la vecchia sindrome del pericolo giallo sia rispolverata e mobilitata di continuo nei dibattiti sullormai annoso problema rappresentato da Corea del Nord e Cina. Un discorso nella sostanza analogo, ma di segno opposto, si pu fare sugli argomenti riguardanti loccidentalismo che dilagano in Asia e in Africa, facendo dellOccidente una categoria monolitica supposta ostile a qualsiasi civilt che non sia bianca, europea e cristiana. Mostrandosi decisamente pi incline alla prescrizione di ricette politiche che alla ricostruzione storica e allanalisi circostanziata delle diverse formazioni culturali, la tesi di Huntington e le argomentazioni attraverso cui viene sviluppata suscitano almeno al sottoscritto una sensazione di ingannevolezza. Buona parte dei suoi assunti si fondano su opinioni di seconda o terza mano, che prescindono da tutti i considerevoli progressi compiuti nella comprensione pratica e teorica del modo in cui le culture lavorano, si trasformano e possono essere meglio conosciute e capite. Del resto, sufficiente un rapido sguardo agli autori e alle opinioni citate per constatare come le sole fonti cui lautore faccia riferimento, costituite da articoli di giornale e da una tipica demagogia di senso comune, di certo non siano supportate da uno studio rigoroso e da una teoria scientifica. Basarsi su pubblicisti tendenziosi, giornalisti o studiosi del calibro di Charles Krauthammer, Sergei Stankevich e Bernard Lewis significa pregiudicare ab origine il senso del proprio discorso, facendolo precipitare nel conflitto e nella peggiore vis polemica a scapito di ogni autentica comprensione del tipo di cooperazione di cui il pianeta avrebbe bisogno. Le fonti di Huntington, inoltre, non si riferiscono mai alle culture stesse, ma a una congerie di documenti raccolti in base alla necessit immediata di accentuare la bellicosit latente delle posizioni, a proposito di questa o quella cultura, espresse da sedicenti portavoce ufficiali. A rivelare un simile approccio addirittura il titolo dellarticolo The Clash of Civilizations che farina del sacco non di Huntington, ma di Bernard Lewis. Nelle ultime pagine del saggio The Roots of Muslim Rage, pubblicato nel settembre del 1990 su The Atlantic Monthly (rivista che non perde occasione per di119

vulgare testi volti a descrivere il carattere patologico, folle e alienato di arabi e musulmani), Lewis si sofferma su una serie di problemi attuali nei rapporti con il mondo islamico:
Dovrebbe sin dora essere chiaro che ci troviamo di fronte a un atteggiamento e un movimento che trascendono ogni tipo di discorso o di logica politica, e lo stesso vale anche per i governi in questione. Ci che ci si prospetta un vero e proprio scontro di civilt: la reazione, probabilmente irrazionale ma di certo storicamente fondata, di un vecchio antagonista quale lIslam contro il nostro patrimonio giudaico-cristiano, il nostro presente secolarizzato e lespansione globale di entrambi. quindi di cruciale importanza, da parte nostra, non lasciarci trascinare in unanaloga reazione, anchessa storicamente motivata ma altrettanto irrazionale, contro questo tipo di antagonista.

Non voglio qui perdere tempo a discutere gli aspetti deplorevoli del saggio di Lewis. Altrove mi sono soffermato sui discutibili metodi cui solito ricorrere tale autore: le generalizzazioni approssimative, la sistematica distorsione dei fatti storici, la grossolana stereotipizzazione di civilt complesse in categorie astratte come lirrazionale, il vendicativo e via dicendo.2 Oggi sono davvero poche le persone che, in qualsiasi regione e per qualsiasi ragione, si sentono inclini a aderire a caratterizzazioni indiscriminate come quelle proposte da Lewis: la pretesa di definire in modo univoco pi di un miliardo di musulmani disseminati come minimo in cinque continenti, che parlano decine di lingue differenti e appartengono a uninfinit di storie e tradizioni. La sola cosa certa che Lewis riesce a dire di loro che sarebbero tutti indistintamente dominati da una furia cieca contro la modernit occidentale: come se un miliardo di persone potesse essere riassunta in un sentimento individuale e la stessa civilt occidentale non fosse qualcosa di pi complesso di una semplice formula. Detto ci, non posso fare a meno di rilevare come Huntington abbia mutuato da Lewis sia lidea di parlare di intere civilt come di qualcosa di monolitico e assolutamente omogeneo sia il carattere statico e immutabile della dicotomia noi/loro. In altre parole, ritengo assolutamente necessario non perdere di vista il fatto che, tanto Bernard Lewis quanto soprattutto Samuel Huntington, non scrivano in una forma neutra, descrittiva, oggettiva, ma si presentino come dei veri e propri ideologi, la cui retorica non si limita a riciclare in modo massiccio vecchi argomenti e toni da guerra di tutti contro tutti ma nei fatti li perpetua e riproduce. Lungi dallessere un arbitro imparziale, allora, Huntington si dimostra un partigiano dello scontro di civilt, lavvocato della supremazia di una presunta civilt su tutte le altre. Al pari di Lewis, definisce lIslam in termini a dir poco riduttivi, come se il suo solo carattere distintivo, destinato a compendiarne ogni altro, fosse dato da un non meglio identificato sentimento antioccidentale. Se per Lewis tenta almeno di offrire una serie di argomenti a sostegno della propria tesi (il fatto che lIslam non sia mai riuscito a modernizzarsi, a distinguere tra chiesa e stato, a
2 E.W. Said, Orientalismo. Limmagine europea dellOriente, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 312-320, 339-344.

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comprendere altre forme di civilt), Huntington non sembra nemmeno porsi il problema. Ai suoi occhi, lIslam, il confucianesimo e le altre cinque o sei civilt che ancora sopravvivono (induista, giapponese/scintoista, slavo-ortodossa, latinoamericana e africana) sono indubitabilmente separate una dallaltra e quindi potenzialmente destinate a un conflitto che, nelle intenzioni dellautore, si pu esclusivamente gestire e non certo risolvere. La sua scrittura tipica di chi deve intervenire in una crisi: sicuramente non quella di chi studia determinate civilt, e tantomeno di chi tenta di conciliarle. Al centro del saggio ed questo il tratto che gli ha fatto toccare corde tanto sensibili tra i decisori politici post Guerra fredda lesplicita intenzione di farla finita con tutti i dettagli superflui, con schiere infinite di studiosi e specialisti, con lenorme esperienza accumulata in anni di studi, per condensare tutto in due o tre idee orecchiabili e a presa rapida, che vengono poi spacciate per pragmatiche, pronte alluso, efficaci e soprattutto chiare. Ma davvero questo il modo migliore per comprendere il mondo in cui viviamo? saggio, ed eticamente corretto, che un intellettuale o uno specialista proponga una mappa del mondo cos semplificata e la consegni nelle mani di legislatori civili e militari come ricetta ready made per comprendere la realt e quindi agire? O un tale modo di procedere non finisce invece per protrarre, esacerbare e approfondire i conflitti? In che senso pu operare, in concreto, per ridurre il rischio di guerre di civilt? C forse qualcuno fra noi che desidera uno scontro di civilt? Non si finisce cos per mobilitare i peggiori istinti nazionalisti che riportano alla memoria i pi orridi crimini del nazionalismo? Dovremmo allora chiederci per quale motivo sia possibile pensare e scrivere una cosa del genere: per capire o per agire, per ridurre la possibilit di conflitti o per farla precipitare? Vorrei iniziare indagando la situazione mondiale nei termini assoluti proposti da Huntington, spendendo qualche parola sulla tendenza, oggi dilagante, a parlare in nome di astrazioni ampie e a mio modo di vedere sciaguratamente vaghe, generiche e manipolabili come Occidente, cultura giapponese o slava, Islam o confucianesimo: si tratta di etichette che fanno precipitare religioni, razze ed etnie in discorsi ideologici che si rivelano ancora pi sgradevoli e provocatorii di quelli esposti da Arthur de Gobineau ed Ernest Renan un secolo e mezzo fa. Per quanto strano possa sembrare, simili esercizi di psicologia di gruppo non sono una novit, n, ovviamente, hanno mai portato a qualcosa di costruttivo. In particolare, essi si sviluppano in momenti di generale insicurezza, quando genti diverse sono violentemente avvicinate, come spinte una contro laltra, in seguito a unespansione, una guerra, limperialismo, limmigrazione, come effetto pi generale di un cambiamento improvviso e senza precedenti. Avanziamo un paio di esempi per illustrare meglio la questione. Il linguaggio dellidentit di gruppo irrompe in modo particolarmente violento a met dellOttocento e accompagna il corso di quel secolo sino alla fine, al culmine di decenni di competizione internazionale tra le grandi potenze europee e gli Stati uniti per i territori dellAsia e dellAfrica. Nelle guerre di conquista degli sterminati spazi vuoti del dark continent africano, Francia
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e Gran Bretagna, come del resto Belgio e Germania, non ricorrono solo alla forza per giustificare il saccheggio indiscriminato, ma evocano un intero arsenale di teorie e retoriche. Lesempio pi immediato di questo atteggiamento probabilmente rappresentato dal discusso concetto francese di mission civilisatrice, cui soggiace lidea che la storia conceda a certe razze e culture finalit pi elevate che ad altre. Ci conferisce al popolo pi potente, sviluppato e civilizzato il diritto di colonizzare gli altri, e in nome non della forza bruta di cui dispone o del volgare bottino che pu derivarne entrambi elementi distintivi e costanti nellesercizio di un tale diritto ma di un nobile ideale. Il pi famoso romanzo di Joseph Conrad, Cuore di tenebra, non che lironica e terrificante messa in scena di questa tesi. Nelle parole dello scrittore: La conquista della terra, che in generale vuol dire portarla via a chi ha una pelle diversa dalla nostra o un naso un po pi schiacciato, a pensarci bene non proprio una bella cosa. Ci che la riscatta soltanto lidea. Unidea che la sostenga; non una finzione sentimentale, ma unidea, e una fede disinteressata nellidea qualcosa che si possa innalzare, davanti a cui inchinarci, a cui offrire un sacrificio.3 Per rispondere a questo tipo di logica necessario chiamare in causa almeno due ulteriori elementi di analisi. Il primo, assai evidente, dato dal fatto che le potenze in competizione, per giustificare in qualche modo le loro imprese internazionali, hanno sempre avuto bisogno di inventarsi una specifica teoria sui destini delle culture e delle civilt. LInghilterra ne elabor una sua propria, la Germania ne propose una variante, il Belgio unaltra ancora e, come risulta evidente nellidea stessa di destino manifesto, anche gli Stati uniti lo hanno fatto e continuano a farlo. Tali potenti visioni redentive finiscono per attribuire dignit a forme di competizione e scontro i cui veri obiettivi, come gi intravedeva lucidamente Conrad, non sono che lespansione, il potere, la conquista, la razzia, un senso smisurato dellorgoglio nazionale. Ci si pu spingere fino a suggerire che quel fenomeno diffuso e oggi attualissimo che risponde al nome di retorica dellidentit il sentimento per cui ogni membro di un determinato gruppo etnico, religioso, nazionale o culturale fa del proprio gruppo il centro del mondo risalga genealogicamente proprio alle competizioni imperialistiche che imperversarono alla fine dellOttocento. Ci, a sua volta, innesca lidea che esistano mondi in conflitto, ipotesi che costituisce il presupposto implicito dellarticolo di Huntington e trova la pi agghiacciante trasfigurazione futuristica nel racconto di H.G. Wells La guerra dei mondi dove, per chi non lo ricordasse, il concetto si estende fino a includere un conflitto stellare contro la Terra. Nei campi contigui delleconomia politica, della geografia, dellantropologia e della storiografia, la teoria che interpreta ogni mondo come racchiuso in se stesso, delimitato da confini naturali e compreso in determinati territori, viene estesa allintera mappa mondiale, alla specifica geografia delle civilt, alla tesi per cui ogni razza possiede un destino, una psicologia e un ethos suoi particolari. Si tratta di idee che, senza eccezioni, di certo non si fondano su unidea di ar3

J. Conrad, Cuore di tenebra, Feltrinelli, Milano 2001, p. 51.

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monia e equilibrio, ma al contrario preconizzano il conflitto, vedono lo scontro tra i mondi. Per averne una dimostrazione evidente basta forse rispolverare vecchie opere come quelle di autori noti come Gustave Le Bon (La Rvolution franaise et la psychologie des rvolutions, 1912) o oggi pressoch dimenticati come Francis Sydney Marvin (Western Races and the World, 1922) o George Henry Lane e Fox Pitt Rivers (The Clash of Culture and the Contact of Races, 1927). Il secondo elemento di riflessione, ammesso dallo stesso Huntington, riguarda il fatto che i popoli inferiori, oggetto dello sguardo e delle cure imperiali, hanno risposto alla violenza e allimposizione coloniale resistendo tenacemente. Oggi sappiamo come il primo atto di insubordinazione alluomo bianco sia coinciso con il momento stesso del suo approdo in luoghi come lAlgeria, lAfrica orientale, lIndia. A quella prima e immediata forma di resistenza ne poi subentrata una seconda, pi articolata, che ha visto nascere e svilupparsi movimenti politici e culturali decisi a raggiungere lindipendenza, a liberarsi dal giogo imperiale. Esattamente nel momento in cui, tra le grandi potenze coloniali del XIX secolo, si impone una retorica redentiva che legittima la conquista in termini di civilt, i popoli colonizzati rispondono con una reazione uguale e contraria, parlando il linguaggio dellunit, dellindipendenza e dellautodeterminazione in nome dellintero continente africano, dellAsia, del mondo arabo. In India, per fare un esempio, il Partito del congresso, la cui fondazione risale al 1880, al giro di boa del secolo aveva gi definitivamente persuaso le lite indiane che la libert sarebbe potuta arrivare solo sostenendo direttamente la lingua, la produzione e il commercio indiani: perch sono nostri e solo nostri questa, ridotta allosso, larticolazione del discorso e solo opponendo il nostro mondo al loro potremo essere in grado di sostenerci da soli. Una logica simile, costruita sulla contrapposizione assoluta noi-loro, la si pu trovare allopera nel Giappone moderno del periodo Meiji. Ma qualcosa di analogo a questa forte retorica di appartenenza agisce come motore di tutte le forme di nazionalismo che innervano i movimenti indipendentisti, conducendo, dopo la Seconda guerra mondiale, allo smantellamento degli imperi moderni e allindipendenza di decine e decine di colonie: India, Indonesia, la maggior parte dei paesi arabi, Indocina, Algeria, Kenia (la lista sarebbe interminabile), tutti stati la cui irruzione sulla scena mondiale avvenuta pacificamente o come esito di un articolato processo interno (il Giappone), oppure in conseguenza di violenti conflitti coloniali e di guerre di liberazione nazionale. Nel periodo sia coloniale sia della transizione postcoloniale, quindi, i discorsi e le retoriche su una generica specificit culturale o di civilt agiscono in due direzioni potenzialmente opposte: la prima, utopica, che insiste su un modello complessivo di integrazione e di armonia fra i popoli, la seconda che suggerisce invece come ogni civilt sia tanto specifica e gelosa di s, tanto spontaneamente monoteista, da rifiutare tutte le altre e dichiarare loro guerra. Nella prima direzione, per fare un esempio, si collocano il linguaggio e le istituzioni di cui si sono dotate, dalla loro fondazione dopo labisso della seconda guerra mondiale, le Nazioni unite, come del resto i tentativi successivi,
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anche esterni al raggio dazione diretto dellOnu, di dare vita a forme di governo mondiale basate sul presupposto di una coesistenza pacifica, di una volontaria limitazione della sovranit e di unarmonica integrazione di popoli e culture. Al secondo orientamento, invece, aderiscono la teoria e la prassi che hanno accompagnato la Guerra fredda, sfociando nellidea pi recente secondo cui, in un mondo cos profondamente diviso, uno scontro di civilt si rivela se non logicamente necessario quantomeno inevitabile nei fatti. In questa prospettiva, ogni cultura e ogni presunta civilt si percepiscono come irrimediabilmente separate luna dallaltra. E, sia chiaro, ci vale a 360 gradi: lemergere nel mondo islamico di retoriche e movimenti che rivendicano unassoluta ostilit verso lOccidente corrisponde allatteggiamento diffuso, in Africa, in Europa e in Asia, di gruppi pi o meno organizzati che esprimono la stessa necessit di escludere chiunque venga definito come altro e in quanto tale risulti indesiderato. Ne sono prova lapartheid in Sud Africa, come del resto lattuale successo dellafrocentrismo, il sogno di una civilt totalmente indipendente dallOccidente che affiora perentorio tanto in Africa che negli Stati uniti. Questo breve excursus storico-culturale sullidea di scontro di civilt mostra come personaggi del tipo di Huntington non siano che il prodotto di questa tradizione, come la loro scrittura ne sia totalmente permeata. Inoltre il linguaggio utilizzato per descrivere il presunto clash funzionale allo sviluppo di strategie di potere: chi potente vi ricorre per proteggere ci che ha o che fa; chi si trova in posizioni pi o meno svantaggiate lo utilizza per pareggiare i conti, per aspirare allindipendenza o a un vantaggio relativo rispetto al potere dominante. Per questo, costruire un frame concettuale attorno alla retorica del noi-contro-di-loro significa in realt avallare la finzione in base alla quale lassunto principale di quel discorso risulterebbe epistemologicamente fondato e soprattutto naturale (la nostra civilt la riconosciamo e laccettiamo, la loro diversa, inconcepibile, anomala), mentre in realt la cornice di senso che interviene a separare noi da loro si fonda solo sulla guerra, ed qualcosa che occorre sempre costruire, qualcosa di storicamente e politicamente situato. Occorre infatti tenere a mente che allinterno di ogni forma culturale o di civilt esistono e agiscono rappresentanti ufficiali che assumono il ruolo di portavoce, autoinvestendosi del compito di articolare il senso di ci che verr definito e accettato come essenza esclusiva (e cio la nostra e alloccorrenza anche la loro). Si tratta di un esercizio che richiede sempre un considerevole sforzo di sintesi, di riduzione, di esagerazione. Per questo, come prima cosa, ogni affermazione su ci che la nostra cultura o civilt dovrebbe essere necessariamente vagliata alla luce dello specifico contesto in cui quel tipo di definizione prende forma. Ci ovviamente vale anche per Huntington, che scrive il suo saggio in un momento particolare della storia americana in cui lo stesso concetto di civilt occidentale si trova a essere messo radicalmente in discussione, travolto da unondata di critiche di vario genere. Non bisogna infatti dimenticare come durante gli ultimi due decenni numerosi campus universitari americani siano stati attraversati da un duro scontro sullo statuto della civilt occidentale, sui libri da inserire nei
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programmi, su quelli da leggere o da non leggere, da considerare legittimi o a cui prestare comunque attenzione. Tale dibattito, di cui luoghi come Stanford e la Columbia University sono divenuti lepicentro, ha suscitato grandi polemiche in quanto in gioco non erano solo questioni normali per il mondo accademico ma la definizione stessa di Occidente, e quindi le basi politiche della societ americana. Chiunque abbia una nozione anche minima del modo in cui le culture operano ed evolvono, sa perfettamente che definire una cultura, stabilire che cosa rappresenti per chi ne parte, si rivela sempre uno dei pi immediati e decisivi enjeu democratici, anche in societ che democratiche non sono. Esistono forme codificate di autorit che devono essere continuamente selezionate, rielaborate, dibattute, eventualmente riselezionate e nel caso accantonate. Ci sono idee sul bene e sul male, sullappartenenza e la non appartenenza, sulluguale e il diverso: intere gerarchie di valori che devono essere vagliate, discusse, ridiscusse e di volta in volta accettate o rifiutate. Ogni cultura definisce i propri nemici ufficiali, tutto ci che sta al di fuori di essa e la minaccia. Per i greci, fin dai tempi di Erodoto chiunque non parlasse la loro lingua era automaticamente un barbaro, un Altro la cui esteriorit era pensata come assoluta tanto che lo si poteva solo combattere. In un libro molto bello, Lo specchio di Erodoto, lo studioso del mondo classico Franois Hartog ha analizzato lo zelo ai limiti dellaccanimento con cui Erodoto si adoper per restituire unimmagine barbara e definitivamente Altra degli sciti, ricorrendo a termini ben pi perentori di quelli utilizzati per gli stessi persiani, e cio per i nemici riconosciuti.4 La cultura ufficiale quella dei sacerdoti, degli accademici, dello stato, che elaborano la cornice che permette di imprimere un senso e una direzione al patriottismo, alla lealt, ai confini, a ci che ho definito come sentimento di appartenenza. la forza che permette di parlare in nome dellintera societ, di esprimere la volont generale, lethos comune e le idee collettive: che stabilisce le versioni ufficiali sul passato, i padri fondatori e i testi fondativi, il pantheon degli eroi e dei nemici, ed esclude o relega nel passato chiunque sia straniero, diverso, indesiderabile. Da qui, in altre parole, provengono le definizioni di ci che pu o non pu essere detto, le prescrizioni e i veti cui ogni cultura ricorre per potere esercitare una certa autorit. Accanto alla cultura mainstream, ufficiale e codificata, esistono tuttavia forme culturali di dissenso, alternative, non ortodosse, eterodosse, per lo pi espressione di elementi anti-autoritari che competono e confliggono con le versioni ufficiali. Si potrebbero chiamare controculture, intendendo con ci un insieme di pratiche associate a diversi tipi di outsider: i poveri, i migranti, i movimenti operai, i bohemien, i ribelli, gli artisti. La controcultura produce sempre una critica dellautorit costituita, attacca tutto ci che codificato e ortodosso. Il grande poeta arabo Adonis, autore di un imponente lavoro sulle complesse relazioni tra ortodossia ed eterodossia nella cultura araba, ha dimostrato come le due polarit si siano sempre collocate in una specifica
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F. Hartog, Lo specchio di Erodoto, il Saggiatore, Milano 1992.

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tensione dialettica. Nessuna cultura pu davvero essere compresa senza tenere conto della continua e pervasiva sfida che il non ufficiale lancia allufficiale. Non riconoscere il ruolo decisivo di questo dissidio, e affermare quindi la pi assoluta omogeneit di cultura e identit, significa perdere di vista quanto nelle culture si manifesta come pi vitale e produttivo. Negli Stati uniti, il dibattito sul significato della parola americani passato attraverso una serie infinita di trasformazioni e slittamenti, spesso anche drammatici. Durante la mia adolescenza, per esempio, ricordo un intero filone di film western che restituiva unimmagine dei nativi americani come indemoniati da sterminare o sottomettere con ogni mezzo: li si chiamava indiani pellerossa, e se proprio si doveva attribuire loro una funzione allinterno della cultura americana e ci vale sia per i film sia per la storiografia ufficiale, accademica essa consisteva nellavere rappresentato un intralcio al processo di progressiva affermazione della civilt bianca. Oggi quellimmagine si totalmente invertita: i nativi sono visti come vittime, e nessuno ha pi il coraggio di considerarli apertamente come i malvagi oppositori delloccidentalizzazione del paese. Un capovolgimento analogo, ma di segno opposto, ha coinvolto anche la figura di Colombo. E rovesciamenti ancora pi potenti e radicali riguardano la rappresentazione degli african-american e delle donne. Toni Morrison ha mostrato con chiarezza quanto la letteratura classica americana sia stata attraversata da una vera e propria ossessione facilmente rintracciabile in opere come Moby Dick di Melville o Gordon Pym di Poe nei confronti della purezza razziale, della whiteness. Toni Morrison, per, non si limita a questo, e sottolinea come tutti i maggiori scrittori dellOttocento e del Novecento, quelli che hanno stabilito il canone di ci che conosciamo come letteratura americana, tutti rigorosamente maschi ed esclusivamente bianchi, abbiano costruito le loro opere utilizzando il fattore uomo bianco per negare, rimuovere e rendere del tutto invisibile la presenza africana allinterno della societ statunitense. Il fatto che Toni Morrison possa oggi scrivere romanzi e saggi il cui valore assoluto riconosciuto universalmente rivela la portata enorme del cambiamento che separa il mondo di Melville e di Hemingway da quello di DuBois, di Baldwin, di Langston Hughes, della Morrison stessa. Qual allora la vera immagine dellAmerica? Chi pu avanzare la pretesa di rappresentarla una volta per tutte? La questione complessa quanto affascinante, e di certo non pu essere risolta riducendola a una serie di clich. Il breve testo di Arthur Schlesinger The Disuniting of America ci offre una visione sintetica della problematicit di questo tipo di conflitti culturali, la cui posta in gioco non niente di meno che la definizione di una civilt. In quanto storico mainstream, Schlesinger si dimostra comprensibilmente preoccupato del fatto che la rappresentazione ufficiale e unitaria elaborata dalla storiografia classica, da autori come Bancroft, Henry Adams e, pi recentemente Richard Hofstadter, sia stata progressivamente messa in discussione e implicitamente offuscata dalla presenza e dalle rivendicazioni sempre pi pressanti dei gruppi etnici emergenti e dei migranti. A suscitare linquietudine del noto storico , pi precisamente, il loro desiderio di (ri)scrivere
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una storia che porti alla luce non solo lidea di unAmerica concepita e governata esclusivamente da ristrette lite di possidenti, ma la realt di un paese alla cui costruzione materiale schiavi, braccianti, lavoratori e immigrati hanno contribuito in modo tanto sostanziale quanto ufficialmente non riconosciuto e negato. Le narrazioni di questi soggetti, ridotti al silenzio in tutta una serie di grandiosi affreschi il cui unico soggetto risiedeva a Washington piuttosto che nelle grandi banche di investimento di New York, nelle universit del New England, nelle enormi fortune industriali del Middle West, infliggono un duro colpo allincedere inesorabile e trionfale della storia ufficiale: sollevano questioni di visibilit, intercettano esperienze di emarginazione sociale e fanno proprie le rivendicazioni di ogni tipo di minoranza: donne, asian, african-american e ogni altro gruppo etnico o di genere. Che si condivida o meno il grido di dolore di Schlesinger, la sua tesi di fondo e cio che la scrittura storica sia sempre la strada maestra nella definizione di un paese, che lidentit di una societ sia in primo luogo funzione di uninterpretazione storica che si carica di rivendicazioni e controrivendicazioni resta comunque nella sostanza inconfutabile. Gli Stati uniti di oggi si trovano esattamente a questo tipo di crocevia, confrontati a questo specifico dilemma. Dibattiti nella sostanza analoghi coinvolgono il mondo islamico, anche se spesso finiscono per essere totalmente sommersi dalle grida isteriche dei media occidentali sul pericolo rappresentato dal fondamentalismo e dal terrorismo. Al pari di ogni altra grande cultura mondiale, lIslam contiene in s una straordinaria proliferazione di correnti e sottocorrenti, la maggior parte delle quali misconosciute o semplicemente ignorate dalla parzialit di quegli orientalisti che lo considerano esclusivamente oggetto di paura e ostilit, o da giornalisti che senza la pi pallida idea dei linguaggi e delle storie che ne hanno segnato il corso si limitano a riprodurre stereotipi che in Occidente circolano come minimo dal X secolo. LIran di oggi bersaglio costante di attacchi politici tanto feroci quanto opportunistici da parte degli Stati uniti alle prese con un conflitto interno straordinariamente intenso e violento, che coinvolge concetti come il diritto, la libert, le responsabilit individuali, il senso della tradizione. E tutto questo avviene senza che la stampa occidentale si degni di riservargli la minima attenzione. Predicatori e intellettuali non necessariamente appartenenti al clero si fanno interpreti della tradizione del Shariati, sfidando i centri del potere e dellortodossia senza per questo venire puniti, beneficiando a quanto sembra di un ampio sostegno popolare. In Egitto, due inquietanti casi di ingerenza diretta delle autorit religiose nella sfera delle libert individuali, che hanno visto coinvolti un intellettuale e un cineasta di fama mondiale (rispettivamente Nasir Abu Zeid e Yousef Chaine) si sono risolti con laffermazione dei diritti di entrambi contro lortodossia. Io stesso, in un libro del 1994 (The Politics of Dispossession), ho sottolineato come il mondo arabo contemporaneo, lungi dal limitarsi a sancire lascesa del fondamentalismo islamico come invece sommariamente paventato dalla stragrande maggioranza dei media occidentali si caratterizzi soprattutto per unopposizione al fondamentalismo e allortodossia senza precedenti, che procede in forme diverse, tutte caratterizzate da un violento di127

battito sullinterpretazione della sunnah in materie come il diritto, il comportamento individuale, le decisioni politiche ecc. Del resto ed cosa che si finisce significativamente per perdere di vista anche movimenti estremi come Hamas e Jihad islamica si presentano in primo luogo come forme immediate di protesta contro le continue capitolazioni politiche dellOlp, come espressione della volont di opporsi alla prassi sistematica di occupazione ed espropriazione dei territori palestinesi messa in atto da Israele. Trovo a dir poco sorprendente e in s piuttosto inquietante che, nel corso di tutto larticolo, Huntington non degni della minima attenzione tale, ben pi complesso, livello di conflitti: che si riveli cos assolutamente inconsapevole del fatto che la natura e lidentit stessa di una civilt non appaiono mai come assiomi insindacabili agli occhi di chi ne fa parte. Se proprio si deve individuare un elemento in grado di sintetizzare il carattere politico di fondo degli ultimi decenni, anzich continuare a cercarlo nella Guerra fredda, credo occorra partire proprio dallatteggiamento diffuso di sfida e sfiducia nei confronti di ogni forma consolidata di autorit che attraversa lintero dopoguerra, a Est come a Ovest. Fenomeni come il nazionalismo e la decolonizzazione hanno forzato i termini del discorso, portando intere popolazioni a rimettere in discussione la questione della nazionalit nei termini in cui si affermata allindomani della ritirata dei colonizzatori bianchi. Prendiamo lesempio dellAlgeria di oggi, teatro di un atroce conflitto tra frange islamiche e forze governative sclerotizzate e ormai del tutto screditate, dove lo scontro, nonostante abbia preso una piega particolarmente violenta, resta pur sempre leffetto (tragico) di un dibattito reale e di una contestazione indomita. Dopo avere sconfitto i francesi nel 1962, il Fronte di liberazione nazionale si dichiarato portatore di una nuova, finalmente libera, identit algerina, araba, musulmana. Per la prima volta nella storia moderna di quellarea, larabo divenne lingua ufficiale nelle scuole, il socialismo di stato suo principio politico, il non allineamento la bussola in base a cui orientare le relazioni internazionali. Nel processo che ha portato a sintetizzare tutte queste aspirazioni in un solo partito, lFln ha finito per assumere la dimensione ipertrofica di unenorme macchina burocratica, leconomia si impoverita e la leadership politica degenerata in rigida oligarchia. Lopposizione, cresciuta non solo tra il clero e i leader islamici, ma anche fra le minoranze berbere, ha finito per sommergere il discorso ormai logoro e abusato sulla presunta unit/unicit dellidentit algerina. La crisi politica degli ultimi anni allora il precipitato di una contestazione che appartiene a pi voci e ambiti sociali, in lotta per il potere e per il diritto di stabilire le forme dellidentit algerina, di dire, cio, quanto in essa vi sia di islamico e a quale tipo di Islam si riferisca, e quanto invece di nazionale, di arabo o di berbero. Huntington, quando parla dellidentit di una civilt, si riferisce sempre a qualcosa di stabile, certo, indiscusso, come pu esserlo un ripostiglio per gli attrezzi sul retro di casa. Una tale visione si rivela totalmente fuorviante, in riferimento non solo al mondo islamico, ma allintera superficie del pianeta. Ribadire in questo modo le differenze tra culture e civilt e, detto per inciso, luso che Huntington fa di termini come cultura e civilt appare
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sciatto proprio per il fatto che essi sono riferiti a oggetti fissi e cristallizzati, anzich dinamici e costantemente in fermento significa ignorare linterminabile dibattito e le infinite lotte (alludendo al significato pi attivo e propositivo evocato dalle due parole) sul senso di una cultura e/o una civilt, che a partire da tutti i vari possibili occidenti attraversano ogni civilt. Dibattiti e lotte che minano alla radice ogni ipotesi identitaria fissata una volta per tutte e quindi ogni immagine delle relazioni tra identit aspetto che Huntington ritiene invece un tratto ontologico della loro esistenza politica che implichi uno scontro di civilt. Per rendersene conto non occorre essere specialisti della Cina piuttosto che del Giappone o della Corea. Basta riprendere lesempio gi avanzato riguardante la situazione americana, o il caso della Germania, dove a partire dal secondo dopoguerra si sviluppato un dibattito enorme e nella sostanza ancora aperto sulla natura della cultura tedesca, nel tentativo di stabilire quanto il nazismo sia stato derivazione logica dei suoi presupposti di fondo, o quanto invece ne abbia rappresentato unaberrazione. Le questioni sollevate dallidentit, per, non si esauriscono qui. Grazie agli sviluppi e agli approcci elaborati nel campo degli studi culturali e dei rethorical studies disponiamo oggi di una percezione molto pi articolata e chiara non solo della natura conflittuale e dinamica dellidentit culturale, ma anche del fatto che la stessa idea di identit sia sempre da associare a continue operazioni di manipolazione, invenzione, costruzione, fantasia. Sono passati quasi trentanni da quando Hayden White pubblic Metahistory, libro destinato a esercitare una decisiva influenza sulla storiografia.5 Oggetto dellopera era uno studio ravvicinato di numerosi storici e teorici dellOttocento tra gli altri, Marx, Michelet e Nietzsche e di quanto il ricorso costante a uno o pi tropi e specifiche figure discorsive abbia determinato la natura della loro particolare visione storica. Hayden White, per esempio, notava come Marx ricorresse nei suoi testi a una particolare poetica che gli consentiva di inquadrare la natura del progresso e delle forme di alienazione nel corso della storia in base a uno specifico modello narrativo, fondato sulla dicotomia di fondo tra forma e sostanza. E lelemento decisivo dellanalisi estremamente rigorosa che White conduce su Marx e molti altri autori consiste proprio nel riuscire a dimostrare come le loro ricostruzioni storiche possano essere meglio comprese se riferite non tanto a criteri fondati sul reale, quanto piuttosto al modo in cui le strategie retoriche e discorsive cui ricorrono lavorano dentro e sotto i testi. Sono queste strategie, ben pi della presenza di un qualche elemento esterno oggettivamente riscontrabile nel cosiddetto mondo reale, a far s che le prospettive di Tocqueville, Croce o Marx funzionino in realt come sistemi coerenti. Il principale contributo offerto dal libro di Hayden White, come del resto da molti studi di Michel Foucault, consiste nellinvito ad abbandonare la strada che conduce a cercare nel mondo naturale conferme oggettive a de5 H. White, Metahistory. The Historical Immagination in Nineteenth-Century Europe, Johns Hopkins University Press, Baltimore-London 1975.

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terminate idee, per fare convergere lattenzione sullo specifico linguaggio cui si fa ricorso, interpretato come una componente che informa gli elementi costitutivi della particolare prospettiva dellautore. Anzich assumere lidea di uno scontro di civilt derivandola da un conflitto reale nel mondo reale, dovremmo allora riuscire a vederla come qualcosa che origina dalla specifica strategia sottesa alla prosa di Huntington, che a sua volta si fonda su ci che si potrebbe chiamare una direttrice poetica, una logica cio, che permette di assumere lesistenza di entit stabili e metaforicamente definite, chiamate civilt, su cui lautore interviene manipolandole emotivamente, come si evince da frasi del tipo: Il blocco islamico che si estende a macchia dolio dal corno dAfrica al centro dellAsia, ha confini sanguinosi. Con ci non intendo semplicemente affermare che il linguaggio di Huntington si rivela connotato emotivamente mentre non dovrebbe esserlo ma piuttosto che il modo in cui lo , se si accetta il presupposto secondo cui ogni linguaggio opera secondo le strategie poetiche analizzate da Hayden White, diventa in s rivelatorio, per certi versi sintomatico. A emergere in modo evidente dalla prosa di Huntington il ricorso sistematico a determinate figure che accentuano la distanza tra il nostro mondo normale, accessibile, familiare, logico e, come esempio estremo, quello islamico, dai confini insanguinati e i contorni indefiniti e minacciosi. Ci non si limita a riprodurre analisi in sintonia con quella di Huntington, ma genera una serie di assunti che, come ho gi avuto modo di suggerire, producono direttamente quello stesso scontro che nel corso del saggio Huntington sembra progressivamente delineare e rivelare. Unattenzione eccessiva ai modi di gestire e risolvere lo scontro tra culture finisce sistematicamente per occultare la trama decisamente pi significativa di dialogo e scambio, tanto pi intensa, quanto discreta e silenziosa, che definisce le relazioni tra culture. Esiste oggi una cultura sia essa giapponese, araba, europea, coreana che possa affermare di non avere mai avuto rapporti prolungati, intimi e straordinariamente ricchi con le altre? Tale vorticoso regime di scambi non ammette eccezione alcuna. Potr sembrare unillusione, ma sarebbe davvero auspicabile e necessario che chi oggi chiamato a gestire conflitti tra culture ne fosse consapevole e tentasse di capire, per esempio, la straordinaria compenetrazione di diverse tradizioni musicali alla base dei lavori di Olivier Messiaen piuttosto che di Toru Takemitsu. Nonostante il richiamo potente e linfluenza diretta delle singole tradizioni nazionali, laspetto di gran lunga pi dirompente della musica contemporanea consiste proprio nellassoluta impossibilit di tirare una linea di demarcazione certa e univoca intorno a ogni specifica tradizione. Spesso le culture sono pi vicine alla loro natura quando entrano in contatto reciproco. il caso della musica, della sua straordinaria ricettivit nei confronti di ogni tipo di tradizione sviluppata in altre societ e in altri continenti. Ma un discorso analogo vale anche per la letteratura: i lettori di Garcia Marquez piuttosto che di Nagib Mahfuz o Kenzaburo Oe sono disseminati ben al di l dei confini imposti dalle lingue e dalle nazioni. Il mio stesso campo disciplinare, lo studio comparato delle letterature, si fonda sullassunto epistemologico dellesistenza di relazioni forti tra diverse tradizioni letterarie e scommette sulla pos130

sibilit di una conciliazione e una relazione armonica tra esse, al di l dellesistenza di confini nazionali e ideologici comunque potenti e significativi. Ora, in ogni rivendicazione di un permanente clash of civilization ci che si finisce per smarrire proprio questo spirito di cooperazione, questa aspirazione allimpresa collettiva, testimoniata dalla presenza costante, in tutte le societ moderne, di studiosi, artisti, musicisti, visionari e profeti che hanno dedicato la loro vita al tentativo di venire a patti e accettare lAltro, di comprendere culture e societ che appaiono diverse, straniere e lontane. Si pensi solo a Joseph Needham, alla sua esistenza dedicata in toto allo studio della Cina, o, per spostarsi in Francia, a Louis Massignon e al suo pellegrinaggio infinito nellIslam. Se non sapremo accentuare e rafforzare di continuo questo sentimento umanistico improntato alla cooperazione e allo scambio e per scambio non intendo certo una passione non informata e deformante per lesotico, ma al contrario un profondo impegno esistenziale e una costante attenzione reciproca credo proprio che saremo inesorabilmente destinati a rullare i tamburi facili e stridenti della nostra cultura contro tutte le altre. A tal fine due ricerche dedicate allanalisi della cultura, entrambe piuttosto recenti e decisamente importanti, possono esserci di aiuto. Nei saggi raccolti in Linvenzione della tradizione, Eric Hobsbawm e Terence Ranger suggeriscono come ogni forma tradizionale, lungi dal riflettere un ordine fisso e immutabile di conoscenze e pratiche ereditate verticalmente, sia per lo pi il precipitato di tutta una serie di rituali e credenze cui le moderne societ di massa ricorrono per produrre un qualche senso di identit, in unepoca in cui ogni forma di solidariet organica rappresentata dalla famiglia, dal villaggio o dal clan sembra andare in frantumi.6 In questa prospettiva, lenfasi sui valori della tradizione che ha percorso il XIX e il XX secolo si rivela soprattutto un espediente a cui chi governa pu ricorrere per ottenere una legittimit pi o meno artificiale. In India, per esempio, gli inglesi si sono dovuti inventare un impressionate dispiegamento di rituali per celebrare nel 1872 il conferimento del titolo di imperatrice alla regina Vittoria. Affermando che i ricevimenti secondo il rituale indiano e le imponenti processioni per commemorare levento gettassero profonde radici nella storia locale, il governo coloniale si attribu una legittimit che in realt non aveva mai posseduto, ma che poteva ora rivendicare come tradizione inventata. Un discorso analogo, sia pure riferito a un contesto ben pi generale, vale per rituali sportivi come il calcio, che viene percepito come culmine di una lunga tradizione di attivit sportive mentre in realt non che una forma molto recente di loisir collettivo. Tutto ci per sottolineare come un gran numero di fatti e di tradizioni che si suppongono geograficamente/territorialmente radicati si rivelino nei fatti uninvenzione costruita per un immediato e altrettanto situato consumo di massa. Ora, il sospetto di una tale possibilit non sfiora minimamente coloro che parlano esclusivamente il linguaggio dello scontro di civilt. Ai loro occhi, culture e civilt possono anche cambiare, evolvere, regredire, eventual6

E.J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), Linvenzione della tradizione, Einaudi, Torino 1987.

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mente sparire, ma resteranno sempre misteriosamente ancorate alla loro specifica identit, alla loro essenza scolpita nella roccia. Inoltre lecito chiedersi se esiste da qualche parte un consenso universale circa lesistenza delle sei civilt che Huntington assume quali altrettanti postulati fin dalla prima pagina del suo saggio. mia opinione che un tale consenso non abbia alcuna ragione di esistere e, se anche lavesse, difficilmente riuscirebbe a reggere limpatto di un esame critico sviluppato a partire dallapproccio proposto da Hobsbawm e Ranger. A partire da una simile prospettiva, nel leggere le parole che preconizzano un clash of civilization si decisamente meno propensi ad approvare lidea di uno scontro che non a domandarsi per quale motivo occorra avvolgere ogni civilt in un abbraccio tanto stretto e mortale: perch, in altre parole, sia necessario descrivere le loro relazioni solo ed esclusivamente in termini di conflitto, come se lo scambio ininterrotto e le continue sovrapposizioni tra culture non fossero argomento in s decisamente pi interessante e significativo. Un terzo e ultimo esempio, ricavato ancora una volta dallo studio delle culture, richiama la nostra attenzione sulla possibilit assolutamente reale di creare una civilt retrospettivamente, a posteriori, producendo poi una definizione congelata e impermeabile di quella creazione, a dispetto di ogni innegabile esperienza di ibridit e fusione. Il libro in questione Black Athena di Martin Bernal, nel quale sviluppata la tesi secondo cui limmagine oggi radicata e naturale della Grecia antica non corrisponda affatto alla realt vissuta e tramandata dagli autori classici.7 La rottura in questione risale agli albori del XIX secolo, quando europei e americani iniziarono a elaborare una dimensione idealizzata della societ attica quale regno di assoluta compostezza e di rarefatta levit. Atene diventava cos il luogo in cui illuminati filosofi occidentali del calibro di Platone o Aristotele potevano distillare la loro saggezza, la patria della democrazia, il luogo in cui, in ogni suo aspetto, un modo di vivere specificamente occidentale, e in quanto tale del tutto distinto da quello asiatico o africano, per la prima volta si affermava incontrastato. Eppure, sulla base della testimonianza di un considerevole numero di autori antichi, si scopre che la vita attica era costitutivamente segnata dalla presenza di specifici tratti di derivazione semitica e africana. Il passaggio successivo proposto da Bernal consiste quindi nel rivelare, attraverso il ricorso circostanziato a un numero considerevole di fonti testuali, come la Grecia fosse in origine una colonia africana, pi precisamente egizia, e quanto la presenza di commercianti, marinai e intellettuali fenici ed ebrei abbia pesato sulla nascita e lo sviluppo di ci che oggi conosciamo come la cultura greca classica, interpretata dallo storico come amalgama piuttosto coerente di specifici tratti africani, semitici e, solo in un secondo tempo, nordici. Nella parte pi suggestiva e interessante del libro, Bernal arriva a dimostrare come, con il montare del nazionalismo europeo e soprattutto tedesco, la consapevolezza della dimensione originariamente mista e ibrida della Grecia attica, che ancora persisteva durante il XVIII secolo, sia stata totalmente e7

M. Bernal, Atene nera. Le radici afroasiatiche della civilt classica, Pratiche, Parma 1997.

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spunta di ogni suo elemento non ariano, innescando quel processo che molti anni pi tardi avrebbe portato i nazisti a bruciare tutti i libri e a bandire ogni autore considerato non tedesco e quindi non ariano. Cos, da esito di uninvasione da sud, e cio dallAfrica, quale in realt fu, la Grecia classica si trasform progressivamente nel prodotto mitologico di uninvasione proveniente dal nord ariano. Una volta purificata da ogni problematico elemento non europeo, quellimmagine si sarebbe quindi installata quale esito di unevidente manipolazione al centro di ogni definizione di s della civilt occidentale, divenendone sua origine incontestabile, parametro assoluto di illuminata perfezione. Lelemento decisivo portato alla luce dal lavoro di Bernal, quindi, consiste proprio nello svelare la misura in cui intere genealogie, dinastie, lignaggi e individui del passato possano venire trasformati e manipolati in base alle esigenze politiche di periodi successivi. Sugli esiti sciagurati che un simile atteggiamento ha prodotto, sugli effetti a dir poco esiziali del mito di una civilt ariana e di unEuropa bianca, non credo sia necessario aggiungere ulteriori parole. Se possibile ancor pi inquietante mi sembra, nei proclami riguardanti lo scontro di civilt, la totale rimozione della consapevolezza, maturata dagli storici e da altri studiosi, di quanto le definizioni delle culture si rivelino a dir poco controverse. Anzich accettare lidea incredibilmente ingenua e deliberatamente riduttiva secondo cui ogni civilt sarebbe sempre perfettamente uguale a se stessa, e che sia tutta qui, dovremmo piuttosto chiederci a quale civilt si alluda, e da chi o per quale ragione sia stata prodotta e definita cos. La storia recente fin troppo ricca di casi in cui la difesa dei valori giudaicocristiani stata brandita come pretesto per soffocare ogni tipo di dissenso e di differenza affinch si possa assumere pacificamente il fatto che ognuno sappia esattamente che cosa tali valori implichino in s, come li si debba interpretare, come li si possa o meno affermare allinterno di ogni societ. Molti arabi possono riconoscere nellIslam la propria civilt, nella stessa misura in cui non pochi occidentali in Australia, in Canada, in parte negli stessi Stati uniti possono non desiderare affatto di essere inclusi in una categoria tanto vasta e generalizzata quale quella di Occidente. Quando Huntington parla di una serie di oggettivi elementi comuni che si suppone esistano allinterno di ogni cultura, sceglie deliberatamente di abbandonare ogni terreno analiticamente e storicamente fondato, preferendo cercare rifugio in categorie assolutamente indefinite e nella sostanza prive di senso. Come ho avuto modo di sostenere in diversi miei studi, nellEuropa e negli Stati uniti di oggi ci che si descrive come Islam appartiene a quel particolare ordine discorsivo che ho definito orientalismo: lo specifico costrutto ideologico elaborato per organizzare sentimenti di ostilit e di antipatia nei confronti di quella parte del mondo cui toccato in sorte il fatto di occupare un posto strategicamente essenziale per il petrolio, la minacciosa prossimit al mondo cristiano, la sua straordinaria storia di competizione con lOccidente. Ma limmagine prodotta dal discorso orientalista si rivela cosa ben diversa da ci che lIslam in realt rappresenta agli occhi di chi ci vive allinterno. Tra lIslam diffuso in Indonesia e quello praticato in Egitto le differen133

ze sono enormi. In proposito lEgitto, dove forme di potere secolarizzate sono in permanente conflitto con movimenti islamici riformatori e di protesta, costituisce un esempio evidente della forte articolazione delle lotte intorno al significato da attribuire allIslam. Di fronte a fenomeni di questa portata, la risposta in assoluto pi facile e meno adeguata consiste nel sostenere che il mondo dellIslam sia solo quello, vedendovi esclusivamente terroristi e fondamentalisti e ricavando di conseguenza la sensazione di una differenza siderale che ci allontana proprio da loro. Ma il punto in assoluto pi debole della tesi sullo scontro di civilt consiste proprio nellassumere una frattura rigida e indiscutibile tra civilt, negando il carattere di gran lunga pi evidente del mondo di oggi, fatto di commistioni e migrazioni, di incroci e attraversamenti. Una delle ragioni pi profonde della crisi che investe paesi come la Francia, lInghilterra, gli stessi Stati uniti, risiede nel fatto di dovere in qualche modo fare i conti con il dato di realt, oggi riscontrabile dappertutto, che nessuna cultura e societ pu considerarsi semplicemente una cosa sola. Minoranze sempre pi consistenti di nordafricani in Francia, di afro-caraibici e indo-pakistani in Inghilterra, di asiatici e africani negli Stati uniti contestano implicitamente lidea che ogni civilt possa vantare e perpetuare una qualche pretesa di omogeneit. Non esistono culture isolate, civilt insulari. Ogni tentativo di separarle e disporle in compartimenti stagni come quelli evocati da Huntington finisce sistematicamente per soffocarne e comprometterne la straordinaria variet, la differenza, la formidabile compresenza di elementi diversi e complessi, la radicale ibridit. Pi si insiste sullintrinseca separatezza di culture e civilt, pi si diventa insensibili e si tradisce ogni senso di s e degli altri: del resto, credo che lidea stessa di una civilt ermeticamente chiusa ed esclusiva risulti semplicemente insostenibile, priva di senso. La sola vera domanda da porsi, allora, se davvero vogliamo andare verso civilt che siano rigidamente separate o se invece non dovremmo intraprendere la strada probabilmente pi difficile, ma certamente pi gratificante, che conduce allintegrazione, il che significa tentare di vedere ogni forma culturale come parte di un insieme superiore e pi complesso, i cui esatti contorni si rivelano impossibili da delineare, ma la cui indubbia esistenza si pu certamente intuire. Che lo si voglia o meno, da un po di anni scienziati politici, economisti e studiosi della cultura hanno iniziato a parlare di un sistema mondiale caratterizzato da una progressiva integrazione, essenzialmente economica, certo, ma nondimeno destinata a travolgere molti dei presunti scontri e delle faglie di cui parla con allarmismo e imprudenza Samuel Huntington. Ci che Huntington finisce incredibilmente per perdere di vista proprio quellinsieme di fenomeni complessi, e nei loro caratteri di fondo prevalentemente iniqui, che una letteratura sempre pi consistente definisce come globalizzazione del capitale. Gi nel 1980, Willy Brandt pubblic insieme ad altri politici e studiosi un articolo, North-South: a Program for Survival, in cui si denunciava come il mondo si stesse dividendo in due macroregioni profondamente diseguali: un piccolo Nord industrializzato che comprendeva le principali economie europee, americane e asiatiche, e un enor134

me Sud che inglobava ci che un tempo si definiva Terzo mondo accanto a un ampio numero di nazioni nuove ed estremamente impoverite. La principale sfida che ci impone il futuro dovrebbe allora essere quella di immaginare nuove relazioni lungo questa linea di frattura, in cui il Nord diventa tendenzialmente pi ricco, il Sud pi povero e il mondo sempre pi interdipendente e interconnesso. Lasciatemi qui citare ampiamente un saggio dello scienziato politico della Duke University Arif Dirlik che ripercorre molte delle tematiche esplorate da Huntington, in modo per decisamente pi rigoroso e convincente:
La situazione creata dal capitalismo globalizzato permette di comprendere tutta una serie di fenomeni che sono divenuti via via pi evidenti nel corso degli ultimi due o tre decenni, subendo una particolare accelerazione durante gli anni Ottanta: il movimento globale di persone (e quindi di culture), lindebolimento dei confini (tra diverse societ e categorie sociali), la riproduzione allinterno di singole societ di ineguaglianze e squilibri in passato riconducibili a differenze coloniali, la simultanea omogeneizzazione e frammentazione allinterno e attraverso le societ, linterconnessione di globale e locale, la profonda alterazione della realt rispetto a una visione del mondo in termini di tre mondi o di relazioni fra stati-nazione. Alcuni di questi fenomeni hanno contribuito a un apparente riequilibrio delle differenze allinterno e allesterno delle societ, cos come a una certa democratizzazione interna e trasversale alle societ. Ma laspetto paradossale di tutto ci consiste essenzialmente nel fatto che proprio chi gestisce questa situazione mondiale attribuisce a s (o alle organizzazioni che rappresenta) il potere di mettere da parte tutto ci che locale in nome di ci che globale, di annettere culture diverse sussumendole al dominio del capitale (unicamente per poterle distruggere e poi ricostruire in sintonia con le nuove esigenze della produzione e del consumo), e pure di ricostituire soggettivit al di l di confini nazionali per creare produttori e consumatori pi ricettivi rispetto alle operazioni del capitale. Tutti coloro che non rispondono, i basket case, quelli che non hanno nulla da perdere e si rivelano non essenziali a questo tipo di operazioni i quattro quinti della popolazione mondiale, stando alle stime fornite dagli stessi manager globali non devono neppure essere colonizzati: basta marginalizzarli. La nuova produzione flessibile ha reso obsoleto il ricorso a forme esplicitamente coercitive e disciplinari nei confronti del lavoro vivo, tanto a casa quanto allestero, nelle colonie. Tutte le persone e i luoghi che non rispondono alle necessit (e alla specifica domanda) del capitale, o che sono ormai troppo lontani per poter rispondere efficacemente, finiscono semplicemente per trovarsi fuori dai suoi calcoli. Oggi poi, si rivela ancora pi facile, rispetto allapogeo del colonialismo o allapice del percorso di modernizzazione, affermare senza esitazione: colpa loro.8

Di fronte a uno scenario tanto deprimente quanto allarmante, appare davvero una politica da struzzi sostenere che lEuropa e gli Stati uniti per consolidare la loro egemonia debbano difendere la civilt occidentale tenendo a distanza tutte le altre culture e accentuandone le spaccature. questa, nei fatti, la tesi di fondo di Huntington. E risulta piuttosto facile comprendere il motivo per cui il suo saggio sia stato pubblicato su Foreign Affairs e un numero cos elevato di policy-maker statunitensi lo abbia immediatamente fatto suo, individuandovi la possibilit di estendere lo scenario mentale
8 A. Dirlik, The Postcolonial Aura. Third World Criticism in the Age of Global Capitalism, in Critical Inquiry, 20, autunno 1994, p. 351.

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della Guerra fredda a una congiuntura radicalmente diversa e a un pubblico del tutto nuovo. In opposizione a tutto ci, allora, decisamente pi produttiva e utile risulterebbe lo sviluppo di una nuova mentalit globale capace di affrontare i pericoli che ci si prospettano dinnanzi a partire dal presupposto della comune appartenenza alla razza umana. E si tratta di pericoli davvero ingenti, che comprendono limpoverimento della maggior parte della popolazione mondiale, lemergere di violenti sentimenti locali, nazionali, etnici e religiosi, gi forieri di enormi lutti in Bosnia, in Ruanda, in Libano, in Cecenia e in mille altri luoghi, la regressione indotta da una nuova forma di analfabetismo (culturale e politico) veicolato dalla comunicazione elettronica, dalla televisione, dalle autostrade informatiche, la frammentazione e la potenziale estinzione di tutte le grandi narrazioni illuministe di emancipazione che hanno attraversato il Novecento. La risorsa pi preziosa di cui disponiamo per fare fronte a queste trasformazioni dirompenti, che travolgono ogni tradizione e ogni storia, risiede proprio nella possibilit che si affermino nuovi sentimenti di reciprocit, di comprensione, di empatia e di speranza: lesatto opposto di quanto sollecitato da Huntington nel suo saggio. Mi si lasci allora citare alcune righe, cui gi ho fatto ricorso in Cultura e imperialismo, del grande poeta martinicano Aim Csaire:
Ma lopera delluomo solo agli inizi e resta ancora alluomo dominare tutta la violenza annidata nei recessi della sua passione, ch nessuna razza possiede il monopolio della bellezza, dellintelligenza, della forza, e c posto per tutti allappuntamento con la vittoria.

Nel loro significato pi profondo, questi sentimenti aprono la strada alla definitiva dissoluzione di ogni confine culturale e di qualsiasi tipo di orgoglio etnocentrico, preconizzando quella forma benigna di globalit gi contenuta, per esempio, nei nuovi movimenti sociali e ambientalisti, nella cooperazione scientifica, nella tensione verso il rispetto di diritti umani universali, in forme di pensiero globale che affermano esperienze di comunit e di condivisione contro ogni tipo di dominazione razziale, di genere o di classe. A mio parere, infatti, il tentativo di fare regredire ogni civilt allo stadio primitivo di un conflitto narcisistico non deve essere interpretato tanto come descrizione del modo in cui le civilt realmente si comportano e agiscono, quanto piuttosto come incitamento a guerre sempre pi rovinose e a uno sciovinismo distruttivo. Insomma, a tutto ci di cui davvero non abbiamo bisogno. (Traduzione Federico Rahola)

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materiali

SISTEMI DI OCCUPAZIONE E NUOVE GUERRE NELLEUROPA SUD-ORIENTALE


di Devi Sacchetto

Lultimo decennio del Novecento si caratterizzato per un intervento armato nei Balcani che per potenze statuali e organizzazioni internazionali interessate si qualificato come il pi vasto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. In particolare, dopo la dbcle del Patto di Varsavia, il lungo conflitto bellico iugoslavo emerge come momento propulsivo delle ristrutturazioni istituzionali volte a definire lorganizzazione politica della nuova Europa. Lallargamento dellUnione europea e della Nato riposano quindi sulle rovine iugoslave. In questo articolo non si cercher di ricostruire il dibattito in merito alle cause delle guerre iugoslave, quanto piuttosto di analizzare la situazione lavorativa postbellica nellarea kosovara e le trasformazioni indotte dalla presenza di un apparato militare e umanitario senza precedenti, addirittura esteso oltre i confini di tale area. Il Kosovo costituisce uno dei molti spazi di eccezione del mondo contemporaneo. Come vedremo, le recinzioni simboliche o materiali plasmano la mobilit, costringendo a una diversa organizzazione delle attivit quotidiane e lavorative. Se la loro funzione principale separare, quella secondaria gerarchizzare le relazioni tra chi sta dentro e chi sta fuori. E la recinzione prodotta dallesterno, secondo un movimento che stringe e risospinge gli individui verso linterno. Il protettorato, il lord protettore e i neoprotetti Nel protettorato kosovaro dellimmediato periodo postbellico, attraverso la costituzione di una specifica struttura (Unmik United Nations Interim Administration Mission in Kosovo) linsediamento Onu cerca di coprire il
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vuoto istituzionale contrattando le modalit di gestione politica complessiva dellarea con i rappresentanti albanesi e delle altre comunit.1 Al di l delleffettivo potere delle diverse minoranze, la definizione della forma organizzativa appropriata comporta un sistema di relazioni e responsabilit reciproche tra i confini dei due sistemi paralleli Onu e locale caratterizzati dalla compresenza di molteplici autorit. A tale sistema di relazioni si aggiunge la presenza di una forte istituzione militare (Kfor) sotto il formale controllo Onu. La partecipazione degli esperti locali allamministrazione del protettorato stata in alcuni casi poco pi che simbolica, ma proprio su tali immagini di facciata vengono costruiti i principali passaggi politici ed economici. Si tratta di una continua contrattazione basata sui rapporti di forza, veri o presunti, e sulla necessit del rispetto almeno formale dellOnu. In questo senso indicativo quanto recentemente affermato dal governatore del Kosovo, Michael Steiner: Hanno sempre bisogno di un boss. Pensare che siano gi pronti a gestire lintera amministrazione unillusione.2 Molte sono le organizzazioni che hanno tentato di orientare le scelte dellesperimento istituzionale-giuridico, economico e sociale di unarea a regime speciale gestita da forze internazionali, un vero e proprio stato di eccezione. Nel rimodellamento dei Balcani, accanto alle pi influenti e conosciute istituzioni internazionali Banca mondiale e Fondo monetario internazionale che hanno dispensato conoscenze e capitali, e alle varie agenzie dellOnu intervenute massicciamente nel primo dopoguerra, si allineano altre organizzazioni private e pubbliche. Le istituzioni italiane non sono state immuni da tali frenetiche attivit, partecipando alla ricostruzione con numerose iniziative, che si moltiplicano soprattutto dopo il conflitto bellico del 1999.3 Con le macerie ancora fumanti, le regioni nordorientali (Trentino, Friuli e Veneto) creano una task force interregionale con lo scopo di coordinare e sostenere gli interventi nei Balcani gi promossi dai vari enti e associazioni presenti sul territorio. Lobiettivo primario unaccelerazione dello sviluppo del sistema Nord-est attraverso lappoggio a iniziative imprenditoriali nei Balcani, sulla falsariga di un modello di liberismo che parta dal basso, ma con lappoggio degli strumenti finanziari e delle risorse messe a disposizione dalle maggiori istituzioni pubbliche.4 Un altro ente che partecipa alla riformulazione della cornice giuridica ed economica la Fondazione Nord-est, un istituto privato di ricerca soste1 Il protettorato, istituito di fatto con la risoluzione Onu n. 1244 del 19 giugno 1999, consiste nellamministrazione complessiva del territorio kosovaro da parte delle Nazioni unite. Nel tentativo di fornire unaura di democrazia e di abbassare il livello di violenza, le forze Onu nel dopoguerra hanno coinvolto la popolazione locale secondo uno schema che riproduce e approfondisce le divisioni presenti, affidandosi a referenti pi o meno legittimi delle cosiddette comunit. 2 Y. Trofimov, Kosovo Shows Difficulty in Rebuilding a Nation After Casualties of War, in Wsje, 3-5 gennaio 2003, pp. 1, A4. 3 Lacquisizione di Telekom serba nel 1997, sotto il governo Prodi, un primo passo in questa direzione e si inserisce nellambito dellattenzione verso la Serbia dimostrato, a pi riprese, da una parte dei governi italiani. 4 F. Degrassi, Le imprese alla sfida Balcani, in Il Sole 24 Ore-Nordest, 6 marzo 2000, p. 4.

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nuto dal padronato nordestino, mentre a livello nazionale sono le principali istituzioni di supporto economico alle imprese Simest, Finest, Uce e Informest ad avviare programmi di assistenza tecnica per la ricostruzione e la privatizzazione delle imprese.5 Daltra parte, alla fine degli anni Novanta gli scambi commerciali tra Serbia-Montenegro e Italia rappresentavano il 95% dellintero valore di scambio della Federazione iugoslava.6 A livello internazionale, linfluente International Crisis Group (Icg) fondato dal finanziere George Soros nel 1995 si poneva lobiettivo di fornire consulenza ai nuovi governi.7 LIcg non manca di offrire suggerimenti anche ai nuovi governanti del protettorato. Secondo limportante istituto, compito dellUnmik stabilire uneconomia di mercato poich il progresso economico pu avvenire solo grazie a privatizzazioni, investimenti e ristrutturazioni, limitazione della corruzione e del crimine, miglioramento dellistruzione e normalizzazione delle relazioni con i paesi confinanti. Le proposte dellIcg si appuntano poi sulla rimozione delle notevoli differenze salariali tra quanti lavorano direttamente per le organizzazioni internazionali e coloro che sono alle dipendenze delle amministrazioni locali.8 Questo assillo delleconomia di mercato e della necessit di privatizzazioni il leit motiv di tutti i principali organismi internazionali. Ma il ritardo con cui i kosovari sono giunti al processo di trasformazione permette loro una migliore lettura di quanto successo in altri paesi dellEuropa centrale e orientale. Ci li spinge a reclamare una partecipazione attiva nelle privatizzazioni. Nellarea circostante, gi il governo macedone aveva provato a resistere al processo di privatizzazione delle sue industrie del tessile e dellagroalimentare. Solo dopo la guerra del 1999, con lespansione nel suo territorio della guerriglia albanese, ha acconsentito a drastiche riduzioni nei servizi pubblici e alla chiusura di alcune aziende statali. In quello che rimane della ex Iugoslavia, oltre al cambiamento dei leader politici, la ristrutturazione forse pi evidente verso uneconomia di mercato legata allintroduzione della nuova legge sul lavoro, varata nel dicembre del 2001, che sancisce la fine dellautogestione e riduce la contrattazione collettiva e il potere del sindacato. Inoltre, la nuova legislazione prevede il lavoro a tempo determinato e intermittente, la possibilit di accordi territoriali, ma esclude un salario minimo di base.9 Uno dei nodi centrali nella questione kosovara la protezione dei diritti di propriet e lapprovazione di una legislazione allaltezza della nuova si5 Tale attivit si rivolge principalmente a quello che rimane della Federazione dell ex Iugoslavia dove la privatizzazione sostanzialmente decollata nel dopo-Milosevic. Nel 2002 gli investimenti stranieri hanno raggiunto i 400 milioni di dollari, mentre le aspettative per il 2003 sono di 500 milioni di dollari: Serbia, Italia partner per le privatizzazioni, in Il Sole 24 Ore-Mondo&Mercati, 18 ottobre 2001, p. VIII; Privatizzazioni in Serbia: aspettative e piani per il 2003, in Balcani Economia, 8, 24 dicembre 2002, p. 13. 6 F. Degrassi, Le imprese alla sfida Balcani, cit. 7 Dallestate del 2000 nel comitato direttivo dellIcg siedono Wesley Clark, gi comandante delle operazioni Nato in Europa, Louis Arbour ex procuratore alla Corte internazionale per i crimini della ex Iugoslavia, Zbigniew Brzezinski, gi consigliere del presidente Usa in tema di sicurezza, ed Emma Bonino, esponente del Partito radicale italiano. 8 Icg (International Crisis Group), Balkans Report No. 123, Pristina-Brussels 19 dicembre 2001, p. II. 9 Icftu, Serbia: Annual Survey of Violations of Trade Union Rights, London 2001.

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tuazione. Lappropriazione da parte di Unmik del diritto di amministrare tutte le propriet mobili e immobili della Federazione iugoslava, della Repubblica di Serbia e dei loro organi che si trovavano sul territorio del Kosovo non sembra avere contribuito a una rapida soluzione delle controversie. Lassenza di un catasto aggiornato, la distruzione o lasportazione da parte delle truppe serbe dei documenti e il caos seguito alla guerra provocano continui ricorsi alla Commissione sui diritti di propriet istituita dalle forze internazionali (Housing and Property Claims Commission, Hpcc).10 Nel periodo postbellico si inoltre diffusa la costruzione illegale di abitazioni, spesso su terreni altrui e senza alcuna autorizzazione. Infine, gli attacchi alle propriet delle minoranze consolida un clima di violenza e intimidazione, tanto che stata vietata per decreto la compravendita dei beni immobili fra albanesi e serbi. La questione principale forse il kombinat minerario di Trepca, il pi grande complesso industriale della Iugoslavia e uno dei maggiori dEuropa , gi sulla lista delle aziende da privatizzare stilata dal governo di Belgrado prima del conflitto kosovaro. Esso comprende una quarantina di miniere e stabilimenti di cui fanno parte Stari Trg e la fonderia di Zvecan situata a nord di Mitrovica e gestita fino allagosto del 2000 dai serbi. I bombardamenti Nato, rivolti prevalentemente verso obiettivi industriali di Serbia e Voivodjna, hanno risparmiato lindustria kosovara, compreso il kombinat di Trepca che non ha subto particolari danni strutturali. A impedirne il ripristino sono la mancanza di manutenzione, i bassi salari offerti che rendono scarsamente appetibili i posti di lavoro e la questione della propriet. Tra gli stessi albanesi la divisione palese: un gruppo rappresentato dallex direttore kosovaro albanese legato a Ibrahim Rugova ritiene che il complesso debba essere consegnato ai lavoratori espulsi dai serbi negli anni Ottanta in base a unidea di propriet sociale, mentre laltro, guidato dal leader dellex Uck Hasim Thaqi, sostiene invece che Trepca sia propriet dello stato del Kosovo.11 Di ben altro avviso sono i consulenti occidentali che ne prevedono la privatizzazione. Sulla definizione degli assetti proprietari lo scontro violento e interessa, oltre a Unmik, anche le principali organizzazioni internazionali, gli stati presenti militarmente nellarea, le comunit e quel che rimane della Federazione iugoslava.12 Il trapianto delle forme di democrazia occidentale in Kosovo comprende quindi anche le norme che regolano i rapporti di produzione. Lideologia u10 Alla fine del luglio 2002 vi erano quasi 20.000 ricorsi presentati, di cui il 95% rivendicavano propriet perse durante il conflitto del 1999: Osce, The Osce and Residential Property Rights, Prishtina, 22 dicembre 2002. 11 In Kosovo vi sarebbero anche alcune riserve petrolifere, situate ironicamente proprio dove le truppe statunitensi si sono installate. Le risorse minerarie presenti sono bauxite, bismuto, cadmio, cromo, lignite, manganese, nichel, piombo, zinco, argento e oro (L. Bozzo, C. Simon-Belli, La questione illirica, Franco Angeli, Milano 1997). Nel kombinat si producevano accumulatori, batterie, prodotti chimici, colori, munizioni, refrigeratori, parti meccaniche e gioielli. 12 In alcuni casi le divisioni sono palesi. I rappresentanti dellOnu (Unmik), per esempio, sono favorevoli alla ristrutturazione delle aziende pubbliche, mentre la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale propugnano il sostegno al settore privato e agli investimenti esteri.

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manitaria, dopo avere coperto lintervento armato e gestito il processo di pacificazione, anima anche la missione civilizzatrice volta alla costruzione della democrazia. Lincerta sovranit del Kosovo rappresenta forse uno degli esempi a livello mondiale in cui la sovranit concessa ai governanti a patto che trattino bene i governati.13 Ma la sovranit limitata e a tempo determinato produce una societ deferente e uno spazio istituzionale incerto che motivo di contrattazioni quotidiane sul campo. La riconversione postbellica come esperimento umanitario Nel periodo postbellico, con uno dei suoi primi provvedimenti, lOnu assicurava il pagamento dei salari in modo da permettere come nelle migliori strategie keynesiane il riavviarsi della catena produttiva e del consumo. Nellambito di tale progetto si instaurano regimi lavorativi e salariali differenziati, soprattutto in considerazione del fatto che lUnmik e le organizzazioni internazionali presenti costituiranno, almeno per i primi anni, i principali datori di lavoro. Nellimmediato dopoguerra occorreva fare fronte alla secca diminuzione del reddito a disposizione delle famiglie, passato da 494 a 298 marchi nellarco dei sei mesi. Il processo di desalarizzazione costringe cos tutti i kosovari a fare affidamento sulle rimesse e, in subordine, sugli aiuti umanitari. Anche la dissipazione del patrimonio provocata dal conflitto stata consistente: dopo la guerra solo un quinto delle famiglie poteva ancora contare su televisione e computer, poco pi di un quarto su lavatrice, frigorifero e cucina. Se nel periodo prebellico il valore dei beni domestici durevoli era pari a una media di 46.500 marchi per famiglia, la distruzione e i furti da parte dei paramilitari hanno ridotto tale valore a 7800.14 Lesigenza di garantire un livello di vita adeguato e le necessit della complessa macchina dellOnu e delle organizzazioni militari-umanitarie portarono ad aumentare il numero di assunti, anche se con contratti precari. Lopera di reclutamento del personale statale, come di quello operante per le Ong, non stata priva di ambiguit. Una parte dei kosovari albanesi ritornarono invece volontariamente ai posti di lavoro che occupavano nel decennio precedente, espellendo di fatto le altre minoranze; un atteggiamento, questo, reso sovente inutile dato il ridimensionamento complessivo del settore pubblico. Nei primi quattro anni di vita del protettorato, i principali datori di lavoro sono stati senza dubbio gli internazionali, mentre leconomia kosovara rimane fortemente sovvenzionata e il magro bilancio si basava nel 2001 per l85% sui dazi doganali.15 Oltre allUnmik, altre organizzazioni comprese circa 300 Ong si sono avvalse di personale locale in qualit di assistenti, interpreti, segretarie, autisti, portinai. Unaltra occasione di occupazione staD. Rieff, Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario, Carocci, Roma 2003. Riinvest, Post-War Reconstruction of Kosova, Riinvest, Prishtina 2001, pp. 168-169. Onu, Report of the Secretary-General on the United Nations Interim Administration Mission in Kosovo, Pristina 15 gennaio 2002, p. 10.
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ta offerta dai programmi di ricostruzione condotti da organizzazioni quali Undp, Unicef, Unifem, Iom o dalla Kfor.16 Si tratta quasi sempre di contratti di lavoro a tempo determinato, anche se, vista linesistenza di norme contro il licenziamento, si sarebbero potuti stilare anche con clausole che contemplano il tempo indeterminato. Le organizzazioni statali e non statali17 fungono da principali datori di lavoro provvedendo a garantire unoccupazione diretta o indiretta a una parte consistente della manodopera locale. Si tratta in alcuni casi di una posizione lavorativa privilegiata dal punto di vista monetario, e tale da fornire ulteriori occasioni di guadagno. Ancora alla fine del 2002, secondo alcune stime, vi sono in Kosovo circa 30.000 militari, oltre a 11.000 cooperanti internazionali nello staff di Unmik, cui devono essere aggiunti 5-10.000 espatriati che lavorano nelle organizzazioni e agenzie non statali.18 Pur essendo in via di diminuzione, tali presenze esercitano uninfluenza rilevante sulleconomia e sulla societ kosovara, favorendo un doppio sistema di prezzi e una conseguente spinta inflazionistica. Mentre una parte dei salari del personale internazionale non tocca il territorio kosovaro, essendo immediatamente depositato nelle banche dei paesi di origine, unaltra parte ha incentivato lo sviluppo dei servizi locali specie per il consumo immediato. I livelli salariali per i lavoratori locali stabiliti da Unmik subito dopo il suo insediamento si sono modificati rapidamente mostrando come la loro fissazione sia frutto anche di convenienze politiche. Il salario un indicatore dei rapporti di forza politici non sempre strettamente connesso con i valori economici prodotti. Daltra parte, i fondi per i salari dei dipendenti pubblici provengono, direttamente o indirettamente, dai bilanci statali dei paesi che fanno parte dellOnu. Per i kosovari, la scala salariale al momento favorevole a quanti sono occupati direttamente dallOnu, pagati dai 500 fino anche ai 1500 euro al mese, seguiti dai dipendenti delle Ong, dai 300 fino ai 1000 euro al mese. I dipendenti delle amministrazioni locali pagati dal bilancio del Kosovo quali insegnanti, giudici e poliziotti devono invece accontentarsi di salari pi leggeri; un aspetto questo che ha indotto molti docenti ad abbandonare il settore per lavorare come autisti o interpreti con gli organismi internaziona16 Undp, Unicef, Unifem sono agenzie dellOnu; la prima interviene per aiuti a favore dello sviluppo umano, lUnicef si dedica degli aiuti per linfanzia, lUnifem promuove e sostiene lassistenza per la partecipazione economica e politica delle donne. LIom viene creata nel 1989 e prende il posto dellIcm (gi Icem), unorganizzazione indipendente sorta agli inizi degli anni Cinquanta su iniziativa statunitense per gestire i rifugiati politici dellex blocco sovietico. La Kfor, la forza militare internazionale presente dal dopoguerra, occupava, ad esempio, pi di 9000 persone nella primavera del 2000; lUndp nellambito del programma Verp (Village Employment and Rehabilitation Program) dava lavoro a pi di 11 mila persone: L. Hthy, Employment and Workers Protection in Kosovo, Ilo, Gneva 2001, p. 3. 17 Adotto qui il termine statale, piuttosto che il pi consueto governativo poich la non government organization in anglo-americano si riferisce allo stato federale: M. DEramo, Mercato della sfiga e santi laici, in il manifesto, 1 luglio 2003, p. 18. 18 Per questi dati, si veda Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Institutions and Policies for Reconstruction and Growth, Imf, Washington 2002, p. 7; secondo Trofimov (Kosovo Shows Difficulty in Rebuilding a Nation After Casualties of War, cit.) vi sarebbero 30 mila soldati Nato, 6330 cooperanti internazionali che lavorano nello staff dellOnu e 4440 poliziotti dellOnu, popolarmente chiamati Coca-Cola per la loro divisa bianca e rossa.

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li.19 A un gradino ancora inferiore, si trovano i lavoratori dellindustria e delle costruzioni.20 Il Kosovo si sta quindi costituendo come un sistema fortemente stratificato la cui principale differenza tra esterni e locali rimanda alla divisione del lavoro a livello mondiale e al movimento migratorio: per certi aspetti ci troviamo qui di fronte a una scala rovesciata in cui agli stranieri sono garantite migliori condizioni di vita e salari superiori. Tuttavia, anche in questo caso, come nei paesi occidentali, fornita la possibilit per la manodopera di godere di una certa mobilit interna ed esterna al paese di residenza che garantisce livelli salariali e condizioni di lavoro migliori, nonch la possibilit di fare carriera nel sistema di eccezionalit temporanea. Le pressioni dei kosovari albanesi sono dirette a conquistarsi il diritto alla visibilit e alla residenza in uno spazio sociale limitrofo a quello europeo e nordamericano che viene qui messo in scena dagli internazionali. Per le minoranze si tratta invece di un lungo momento di attesa, quasi un purgatorio, di cui per si fatica a vedere la conclusione. Nonostante le evidenti disparit, dalla fine della guerra del 1999 al dicembre 2002 si stima che in Kosovo siano stati riversati 2,29 miliardi di euro di aiuti internazionali.21 Le rimesse dei migranti, pur in calo, rimangono fondamentali costituendo circa 600 milioni di euro, cio poco meno del 40% del prodotto nazionale.22 Nel 2000 sarebbero stati 200.000 i migranti kosovari che hanno inviato denaro a casa, con una media di 3000 euro a testa.23 Ma per molti kosovari la linea che separa la miseria pi profonda dalla normale povert generale molto tenue e le probabilit di scivolare in basso permangono elevate. La vastit dellintervento internazionale induce la popolazione locale ad adattarsi alle nuove opportunit, modificando i comportamenti e le abitudini. In particolare, il flusso di denaro giunto in Kosovo rende palese la vacuit dellideologia meritocratica e altera i valori sociali che promuovono le responsabilit comuni.24 Con la promessa di guadagnare fino a dieci volte pi del salario dei propri genitori, i giovani capaci di parlare linglese hanno spesso abbandonato gli studi, accettando occupazioni a termine e di breve periodo per conto delle agenzie internazionali. Ma tali impieghi nelle aree meno prospere possono giungere a dilaniare le comunit preesistenti:
La presenza degli internazionali ha in qualche modo modificato le dinamiche familiari: nel momento in cui una ragazzina di 17 anni ti porta era un lavoro part-time
19 G. Arcadu, B. Carrai, Il sistema sanitario, in F. Strazzari, L.R. Pinero Royo, G. Arcadu, B. Carrai (a cura di), La pace intrattabile, Asterios, Trieste 2000, p. 76. 20 L. Hthy, Employment and Workers Protection in Kosovo, cit.; Icg (International Crisis Group), Balkans Report No. 123, cit. 21 Y. Trofimov, Kosovo Shows Difficulty in Rebuilding a Nation After Casualties of War, cit. 22 Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Macroecnomic Issues and Fiscal Sustainability, Imf, Washington Dc 2001; Riinvest, Post-War Reconstruction of Kosova, cit. 23 Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Institutions and Policies for Reconstruction and Growth, cit., p. 24. 24 J. Mertus, The Impact of Intervention on Local Human Rights Culture: A Kosovo Case Study, in The Global Review of Ethnopolitics, 1, 2, 2001, p. 32.

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650 marchi al mese, laddove il fratello maggiore con il lavoro porta 200 marchi, insomma... e i genitori non portavano niente a casa... Per cui in qualche modo questo sicuramente influisce nelle dinamiche... Questo a livello familiare. A livello di comunit, cosa sera creato? Invidia di altre famiglie. Il fatto che cerano alcuni ragazzi che lavoravano per lagenzia internazionale come traduttori... queste persone venivano prese un po di mira, insomma. Non erano ben viste, sentivi del malcontento... In un paese dove prima tutti lavoravano erano impiegati nella fabbrica non lavorava pi nessuno, perch nessuno dei serbi lavorava pi... linternazionale arriva, sceglie alcuni come mediatori, e altri per rimangono esclusi, in una situazione dove nessuno lavora, e chiaramente fai di tutto per accaparrarti quello che c. (Intervista in Italia a R. S., operatrice umanitaria italiana, marzo 2002)

La principale capacit lavorativa richiesta ai locali per operare per conto delle organizzazioni internazionali la conoscenza pi o meno passabile dellinglese, una certa destrezza nel reperire informazioni e risolvere i problemi quotidiani e una comune abilit nelle mediazioni. Ma i kosovari-albanesi godono di un vantaggio incommensurabile rispetto a quanti sono riconosciuti come minoranze, poich in questarea per la prima volta linternazionale umanitaria si era, a tutti gli effetti, completamente identificata con una sola delle parti in lotta, quella albanese.25 Nella ristrutturazione in corso della societ, i salti nei processi di mobilit sociale possono essere rapidi, anche per la percezione di un ventaglio di chance superiore a quello reale; cos anche chi magari era solo un semplice manovale si improvvisato capomastro. Il processo di desalarizzazione continuato con forza anche negli anni successivi al conflitto, trasformando i salariati in percettori di sperequati redditi diversi. Tale condizione tipica di un protettorato che richiede la modifica delle capacit professionali e la messa in mora delle qualifiche e delle conoscenze precedenti a tutto vantaggio della classica arte dellarrangiarsi. Cos unaltra entrata considerevole per gli albanesi e assai minore per i serbi costituita dallaffitto a cifre elevate di abitazioni e dal contrabbando. Sebbene le differenze salariali esistessero anche nel periodo precedente, la forbice che si determinata dopo il conflitto si ampliata con le conseguenti tensioni provocate dallimprovviso aumento del costo del vivere quotidiano. Le proteste incentrate sul salario sono state costanti durante la fase postbellica, in particolare nel settore pubblico: sia nella sanit (134 euro) dove lavorano quasi 13.000 persone sia nellistruzione (140 euro) con circa 24.000 insegnanti e 6000 amministrativi permangono bassi livelli salariali. Alla fine di giugno 2002, la media salariale nel settore pubblico era compresa tra i 131 e i 191 euro mensili.26 Tra i pochi dipendenti kosovari che percepiscono uno stipendio pari circa a quello di quanti lavorano con gli internazionali vi sono i bancari. Nel periodo
D. Rieff, Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario, cit., p. 203. Riinvest, Undp, Usaid, Early Warning Report. Kosovo. Report # 1, (May-August), Riinvest, Pristina 2002, pp. 7-8. Per i dati relativi al numero di occupati, si veda Unmik, The New Kosovo Government 2002 Budget, Prishtina 2002, p. 7; unaltra fonte riporta dati parzialmente diversi: nella sanit gli occupati sarebbero circa 13.500 persone, mentre i soli insegnanti raggiungerebbero le 20 mila unit: World Bank, Kosovo, Fr Yugoslavia, Medium-Term Public Expenditure Priorities, Reports n. 24880-Kos, Washington 2002, pp. 59, 75.
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successivo alla guerra, le aperture di sportelli bancari sono state molte. Tuttavia il numero di banche molto limitato e perlopi concentrato a Pristina e in poche altre citt. Al momento vi sono sette banche e 15 istituzioni di microcredito che hanno ricevuto la licenza a operare in Kosovo.27 La scarsa fiducia popolare sia nelle banche sia nelle transazioni commerciali costringe a un uso esteso del contante che lunico mezzo di pagamento agevolmente accettato. Escludendo la macchina Unmik e le organizzazioni internazionali, il principale datore di lavoro privato probabilmente la Kellogg Brown & Root, unazienda statunitense che provvede a tutti i servizi per la base statunitense di Camp Bondsteel. Oltre ai 5000 dipendenti che prestano servizio alla base, altri quindicimila risultano nei libri paga dellazienda che ha selezionato personale esclusivamente di origine albanese. Il salario compreso tra luno e i tre dollari lora poich, come ha spiegato sarcasticamente il manager dei lavoratori locali, una retribuzione pi elevata provocherebbe inflazione.28 La Kellogg Brown & Root, a cui sono andati i primi dollari stanziati dal governo statunitense dopo la seconda spedizione nel Golfo, insieme ad altre aziende gestisce limmane impianto logistico nelle aree di conflitto dal Kosovo allIraq, garantendo il supporto necessario per i soldati al fronte.29 Pur con i suoi bassi salari, il settore pubblico rimane ancora centrale, nonostante sia gi stata creata unagenzia per le privatizzazioni. Le principali aziende pubbliche oltre alla Trepca sono lAzienda elettrica del Kosovo (Kek), la compagnia di poste e telecomunicazioni (la sola in attivo nel 2001 grazie al suo monopolio), laeroporto di Pristina, le ferrovie e alcune aziende idriche, dei rifiuti e del gas. Lespansione del settore privato stata rapida e focalizzata nel terziario tradizionale (pulizie, commercio, costruzioni) o di pi recente attivazione (agenzie immobiliari, assicurative, trasporto). Alla fine del 2002 sarebbero attive oltre 54.000 imprese (+25% rispetto al 2001), con una media di addetti in progressiva riduzione: 4,4% nel 2000, 3,9 nel 2001, 3,4 nel 2002.30 Ma se la macchina militare-umanitaria loccupazione del presente, una delle pi im27 Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Institutions and Policies for Reconstruction and Growth, cit. 28 P. Stuart, Camp Bondsteel and Americas Plans to Control Caspian Oil, 29 aprile 2002, http://www.wsws.org/articles/2002/apr2002/oil-a29.shtml. 29 La Kellogg Brown & Root salita alla ribalta per la prima volta nel 1992, quando Dick Cheney, lallora segretario alla Difesa dellamministrazione Bush senior, assegn alla societ il suo primo contratto per la fornitura dei servizi allesercito americano nelle sue operazioni globali. Cheney lasci poi la politica per entrare nella Halliburton (che controlla la Kellogg Brown & Rooot) come direttore generale nel periodo dal 1995 al 2000. La Kellogg Brown & Root ha ottenuto appalti per lesercito statunitense in Somalia e ad Haiti. Nel 1999 ha concluso un contratto della durata di 5 anni, del valore di 180 milioni di dollari allanno, per la costruzione di strutture militari in Ungheria, Croazia e Bosnia. In Kosovo essa rifornisce la base di 600.000 galloni dacqua al giorno e corrente elettrica, lava 1200 sacchi di panni sporchi al giorno, fornisce 18.000 pasti, controlla il 95% delle attrezzature ferroviarie e aeroportuali della base: P. Stuart, Camp Bondsteel and Americas Plans to Control Caspian Oil, 29 aprile 2002, http://www.wsws.org/articles/2002/apr2002/oil-a29.shtml. 2002; M. DEramo, Deregulation a mano armata, in il manifesto, 21 gennaio 2003, p. 20. 30 Unmik, The New Kosovo Government 2002 Budget, Prishtina 2002; Statistical Office of Kosovo, Business Directory, Europrint, Prishtina 2001; Id., Statistical Overview of Registered Businesses till December 31.2002, Prishtina 2003.

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portanti risorse economiche del futuro prossimo in Kosovo sar senza dubbio la Trepca su cui, come abbiamo visto, stanno concentrandosi gli appetiti delle principali imprese internazionali. Nei libri-paga della Trepca vi sono ancora 4000 persone, per la maggior parte in attesa di capire il proprio destino e il futuro del complesso minerario. I costi per la rimessa in opera delle miniere sono stimati, probabilmente per difetto, in 50 milioni di euro.31 Forse proprio in quellazienda avverranno le prime importanti verifiche della nuova regolamentazione del lavoro. La polivalenza lavorativa e lopacit del sistema di occupazione La scarsa formalizzazione di occupazione e disoccupazione coniugata con una carente regolazione delle attivit rende ostico delineare con precisione i tratti generali della situazione lavorativa odierna della popolazione kosovara. Il sistema di occupazione vischioso e larea grigia assorbe quote enormi delleconomia, dal sommerso al nero, ma anche il lavoro dipendente occasionale e stabile non sempre registrato. Daltra parte, la struttura degli aiuti in Kosovo ha incoraggiato un atteggiamento passivo e scarsamente solidaristico nella popolazione che si affida alle strutture delle Ong anche quando non strettamente necessario.32 A questo si aggiungono condizioni lavorative e salariali poco allettanti nelle imprese private per cui si preferisce spesso rimanere a casa e ricorrere alle Ong. Si tratta di comportamenti facilmente etichettabili come opportunistici, ma che celano una risposta a sistemi impersonali verso i quali la popolazione locale non avverte obblighi morali. La definizione della popolazione attiva resa difficile sia dalla ristrutturazione generale delle istituzioni sia dalla lenta ricostruzione dellUfficio di statistica: le stime pi attendibili sembrano comunque attestarne il livello tra il 55 e il 65 per cento.33 La proliferazione della situazione di disoccupazione il 49% nel novembre del 2002 connessa tra laltro alla contemporanea predisposizione di schemi legislativi che garantiscono una qualche forma di assistenza sociale per alleviare i disagi e favorire lattivazione individuale. Dopo la prima ondata di iscrizione ai registri contabili, il numero di disoccupati sembra essersi stabilizzato: nel marzo del 2003 il numero di disoccupati era pari a quasi 270.000 persone con una crescita prevista di circa 25.000 allanno. La disoccupazione formale si caratterizza per essere di lunga durata cio superiore allanno e coinvolge prevalentemente i giovani, le donne, quanti dispongono di uno scarso livello di qualificazione formale e coloro che risiedono in aree rurali. La formalizzazione dello stato di disoccupazione provoca una crescita del malcontento e della sfiducia nelle istituzioni kosovare. Uno studio del Centro per i servizi occupazionali in Kosovo descrive questo fenomeno come un mercato in cui vi un continuum che va dalla to31 Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Institutions and Policies for Reconstruction and Growth, cit., p. 11. 32 J. Mertus, The Impact of Intervention on Local Human Rights Culture: A Kosovo Case Study, cit., p. 31. 33 A. Simonyi, The Role of Social Security in an Employment Strategy for Kosovo, Ilo, Gneva 2001, p. 9.

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nalit grigia costituita dal lavoro famigliare a una parte pi chiara caratterizzata da un limitato settore privato formale e dal settore pubblico. La gamma dei possibili livelli di partecipazione al lavoro amplia: dalle attivit occasionali e marginali al doppio lavoro, fino a forme pi o meno regolari di prestazioni per lo stato o per le organizzazioni internazionali. Un numero elevato di persone impegnato nella caotica attivit edile, soprattutto nelle citt, dove la proliferazione dei cantieri ben superiore ai compiti della ricostruzione.34 La presenza degli internazionali ha infatti messo le ali ai prezzi degli immobili e della terra, favorendo lo sviluppo del settore.35 La febbrile attivit che ha coinvolto il Kosovo nel periodo postbellico rende per difficilmente reperibile personale qualificato quali elettricisti, idraulici, falegnami, mentre sono esplose le attivit informali, gi presenti nel periodo prebellico a causa del sistema parallelo;36 qui lorario di 8-10 ore per un guadagno giornaliero intorno ai 5-10 euro.37 Secondo alcune stime, nel 2001 vi erano circa 550.000 persone che disponevano di un lavoro. Di queste quasi un terzo operava in imprese private, il 15-6% nellagricoltura, il 13-4% nei servizi pubblici, poco meno del 10% nelle imprese in propriet sociale e altrettanti nel mercato informale, mentre i rimanenti erano annoverati nelle attivit legate alla diaspora e alle organizzazioni umanitarie.38 Nel dopoguerra, in una fase in cui la formalizzazione delle attivit produttive e commerciali procede con una certa precariet, la manodopera spesso preferisce cogliere le occasioni che le vengono offerte senza particolare attenzione al futuro. Per quanto riguarda le fabbriche serbe e montenegrine, loccupazione diminuita a causa delle possenti ristrutturazioni e di una temporanea riconversione. Come nella vicina Romania colpita da una profonda crisi economica,39 anche nella ex-Iugoslavia postbellica si innescato un rapido processo di migrazione interna che spinge gli abitanti delle citt verso le campagne, poich nelle prime le difficolt economiche si percepiscono con pi intensit. Nella Vojvodina, per esempio, la popolazione agricola aumentata dal 4% del 1992 a quasi il 10% nel 1999, con una modifica nella stessa struttura del prodotto sociale medio, dato che lincidenza della produzione agricola sul Pil iugoslavo in crescita.40
La sola Unione europea, ad esempio, ha finanziato la costruzione di 120.000 nuove case. Un appartamento di 50 mq costa almeno 45 mila euro, un prezzo inaccessibile per molti kosovari dato che lo stipendio medio si aggira sui 200 euro mensili. 36 A seguito dellabolizione dellautonomia del Kosovo nel 1990, i kosovari albanesi organizzarono una sorta di governo ombra che contribuir a istituire in modo autonomo alcune attivit, come per esempio listruzione, finanziandole grazie ai contributi provenienti prevalentemente dalla diaspora. 37 Unmik-Department of Labour and Employment, Information on the Situation of Persons that Operate and Work in the Black Labour Market, Central Service for Employment, Prishtina luglio 2001, pp. 2-3. 38 Il rapporto Undp che riporta i dati tratti da stime della Riinvest non definisce gli employed in the diaspora e non cita neppure il numero di persone occupate nelle organizzazioni internazionali: Undp Undp, Human Development Report. Kosovo 2002, Prishtina 2002, p. 69; per dati parzialmente diversi vedi Unmik, The New Kosovo Government 2002 Budget, Prishtina 2002, pp. 6, 34. 39 D. Sacchetto, Il Nordest e il suo Oriente. Migranti, capitali e azioni umanitarie, ombre corte, Verona 2004. 40 B. Deric, Regional Development Prospects In South-East Europe Yugoslav Case Challenge, Paper
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In Kosovo si invece assistito a un processo violento di urbanizzazione: la stessa Pristina che prima della guerra aveva poco pi di 200.000 abitanti, nel 2003 probabilmente vicina a una popolazione di mezzo milione di persone. Tra i kosovari albanesi diffusa la sensazione che nelle citt le risorse occupazionali, pur precarie, siano ben pi consistenti rispetto al periodo precedente, anche se le persone oltre i 45 anni faticano a reperire un lavoro salariato. Occorre sapere cogliere le opportunit nel momento in cui si manifestano, senza tralasciare nessuna rete comunicativa e relazionale che possa valorizzare ulteriormente le capacit, vere o presunte, di cui si dispone. In tale processo sembra essersi inserita prepotentemente lultima generazione di donne, impegnata in una forte attivit sia lavorativa sia formativa. Le giovani donne escono pi frequentemente di prima dalla famiglia, assimilando i modelli di vita occidentali, anche se la segregazione lavorativa non sembra venire meno.41 Levento bellico e il periodo successivo hanno contribuito al processo di emancipazione delle donne kosovaro-albanesi, solitamente segregate allinterno di reti familiari fortemente patriarcali. Si manifesta cos una evidente rottura delle forme tradizionali, di cui il boicottaggio del trasferimento nella casa dei genitori del marito il segnale pi evidente. Le donne che svolgono un lavoro esterno alla famiglia sono poco pi di un quarto e le loro chance di reperire unoccupazione sono connesse strettamente al luogo di abitazione: se nelle aree urbane quasi una su due disponibile al lavoro salariato, tale proporzione scende a una su sei nelle aree rurali.42 I settori economici in cui le donne sono occupate risultano listruzione, la sanit e le organizzazioni internazionali, mentre il settore privato offre loro minori opportunit.43 Lattiva, seppure ancora incerta, partecipazione femminile legata a vari fattori, non ultimo la presenza degli internazionali, oltre che allambivalente concetto di libert e al coinvolgimento di donne e bambini nei progetti delle Ong. Le donne serbe, che con pi frequenza disponevano di un lavoro salariato nel periodo precedente la guerra, sembrano oggi rispondere alle difficili condizioni di vita nelle enclave con maggiore energia, tenacia e fantasia rispetto ai maschi. Per il momento quindi i/le kosovari/e albanesi possono contare su un sistema occupazionale alquanto composito che permette, in particolare ai giovani delle aree urbane in possesso di capacit di rapido adeguamento, di contare su una qualche forma di reddito. Tuttavia, non detto che nel medio periodo, quando gli internazionali se ne andranno, non possano riprendere con pi forza i movimenti migratori. Come ha sottolineato Musa Limani, direttore dellIstituto economico di Pristina: Ora tutti sono interessati a rimanere a lavorare qui, ma se non saranno in grado di mantenere le loro famiglie se ne
presented at the 1st International Conference, Restructuring Stability and Development in Southeastern Europe, 1-3 giugno 2001, Volos (Greece), p. 7. 41 R. Surtees, Women at Work, Unifem e Dfid, Prishtina 2000. 42 Statistical Office of Kosovo, Kosovo. Demographic, Socio-economic and Reproductive Health Survey, Prishtina 2000; R. Surtees, Women at Work, cit. 43 Undp, Human Development Report. Kosovo 2002, cit.

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andranno, perch la migrazione considerata come un atto di avanzamento professionale e unopportunit per una vita migliore.44 per nelle enclave e nei campi profughi, cio nelle aree pi o meno vigilate in cui vivono le minoranze e i rifugiati del Kosovo e di altre aree della ex Iugoslavia, che i processi migratori di portata regionale e internazionale sono pi consistenti. La segregazione nelle enclave implica la perdita delle proprie competenze e determina una secca svalutazione del proprio status. I bassi tassi di attivit tra le minoranze si spiegano sia con la loro involontaria scarsa mobilit territoriale sia con limpossibilit di reperire unoccupazione nel settore privato che gestito esclusivamente dalla popolazione albanofona. Le minoranze languono cos in un ozio forzato, lavorano i campi secondo i ritmi stagionali, partecipano alle scarse iniziative delle Ong che operano in loco. Come avviene anche per i fenomeni economici, nei momenti di precariet il sentimento prevalente lattesa, perch non si investe di fronte a un futuro incerto e le minoranze, in particolare i giovani, percepiscono una chiusura definitiva degli spazi di agibilit. Si ricorre cos alleconomia informale: dallapertura di chioschi, bar e ristoranti alla vendita di sigarette e di altri articoli, compresi i biglietti dellinossidabile lotteria. La mobilit non costretta permette solitamente la scelta del padrone, ma nel caso di quanti vivono recintati non vi neppure la possibilit di trovare un padrone qualsiasi, come raccontano questi kosovari:
Nessuno di noi lavora pi, nessuno dei serbi lavora pi. Prima lavoravo in Comune prendevo 50 marchi, adesso non faccio niente. Mi piacerebbe lavorare dove lavoravo prima oppure qualsiasi cosa, da sei mesi che non prendo soldi invece mio marito da due mesi che non prende soldi. Lui insegnava in una scuola guida a Pristina; adesso lavorerebbe in qualsiasi cosa. (Intervista in Kosovo a G. M., kosovara ashkalija, 5 giugno 2001) Adesso non lavoriamo pi [in fabbrica], ma abbiamo la terra, i figli lavorano uno dottore, lavora per fare crescere le patate, la farina, lolio... ha un orto recintato e solo l possono lavorare, perch fuori degli altri. (Intervista in Kosovo a B.C., kosovara serba, 5 giugno 2001)

La degradazione pi acuta la si ritrova nei campi profughi dove la storia lavorativa e le competenze professionali sono violentemente azzerate. La gestione dei campi in cui sono presenti non solo rom precedentemente stanziali, ma anche gruppi di serbi affidata alle Ong, anche se la popolazione locale considera laiuto umanitario come una tra le opzioni, preferendo mantenere un certo controllo sulla propria vita.45 Il reperimento di un lavoro salariato raro, legato ad amicizie e parentele; esso rappresenta, comunque, il modo per uscire anche solo momentaneamente dalla routine soffocante dei campi e disporre di denaro contante. La richiesta di quanti sono
44 M. Scott, Un dopoguerra sia di boom che di degrado per gli albanesi del Kosovo, in Notizie Est, 27 ottobre 1999. 45 D. Sogge, Subalterns on the Aid Chain, in Id. (a cura di), Humanitarian Studies Unit. Reflections on Humanitarian Action, Pluto, London 2001, p. 130.

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presenti nei campi quindi una sorta di ritornello: La libert, quando cera libert potevo lavorare, la vita in campo non interessante, non Auschwitz ma come una prigione, ogni minuto che stiamo qua negativo (intervista in Kosovo a Z.G., kosovaro ashkalija, 6 giugno 2001). La nuova organizzazione societaria quindi fortemente stratificata sulla base innanzitutto dellappartenenza etnica.46 Si tratta di un processo di violenta coazione che esclude una parte della popolazione non solo dal lavoro salariato, ma anche dalla possibilit di svolgere altre attivit economiche. La produttivit della paura di cadere A quattro anni dalla fine della guerra, il Kosovo attraversa forse la sua prima vera crisi economica a seguito della progressiva fuoriuscita dal paese delle Ong, di unincertezza negli assetti proprietari e della strutturazione di un sistema di occupazione che si vorrebbe simile a quello dei paesi occidentali. Si tratta di una diversa messa al lavoro di tutta larea dellEuropa sudorientale che per si scontra quotidianamente con le resistenze espresse da una manodopera che aveva manifestato una discreta capacit di auto-organizzazione nei luoghi di lavoro. La definizione del nuovo ordine passa cos attraverso la frantumazione delle esperienze precedenti e la ricostruzione di una nuova razionalizzazione pi direttamente indirizzata alla creazione di valore. Legualitarismo salariale e il blando controllo sui ritmi di lavoro diventano qualit immediatamente obsolete e inadatte al nuovo ordine produttivo. Per quanti non vogliono sottostare alle nuove regole rimane la strada della migrazione o della costruzione autonoma di percorsi lavorativi: una parte consistente del personale pi qualificato abbandona il lavoro a causa dei bassi salari, per lo pi pagati irregolarmente, e si mette in proprio o emigra allestero.47 In particolare, Serbia, Montenegro e Vojvodina rappresentano oggi un serbatoio eccezionale di manodopera qualificata a bassi salari la cui vicinanza territoriale ai principali mercati europei ne riduce ulteriormente i costi. Per quanto riguarda il Kosovo, il ritmo dei cambiamenti impresso da Unmik deve confrontarsi non solo con i differenti gruppi politici degli albanofoni e delle minoranze istituzionalizzate, ma anche con un pronunciato individualismo manifestato da quella parte di popolazione quasi esclusivamente albanese che intende mettere a frutto il particolare momento storico vissuto da questarea. Il Kosovo, il paese in rosso,48 si regge su uneconomia di turismo militare-umanitario caratterizzata da temporaneit e precariet, ma in cui la possibilit di raggranellare cospicue somme di denaro pu risultare elevata. Come rileva Goffman, in situazioni tese e difficili avviene una celebrazione della autodeterminazione e la fatidicit pu trovare approvaD. Sacchetto, Il Nordest e il suo Oriente. Migranti, capitali e azioni umanitarie, cit. B. Deric, Regional Development Prospects In South-East Europe Yugoslav Case Challenge, cit., p. 7. Il paese in rosso unespressione legata alle numerose case in costruzione che colorano il paesaggio di rosso.
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zione.49 La spinta allindividualismo e alla concorrenza minimizza la percezione del pericolo e spinge verso lillusione di essere completamente artefici del proprio destino. Si tratta di una forma di compensazione a fronte della realt di un incerto avvenire agevolata in Kosovo dagli attuali protettori. Daltra parte, lo scambio quotidiano con la macchina militare-umanitaria e gli atteggiamenti degli internazionali contribuiscono ad acclimatizzare comportamenti pi adeguati ai nuovi rapporti sociali. In effetti, la costruzione del nuovo stato kosovaro ricorre pesantemente a narrazioni che fanno leva sulla mascolinit e sulla capacit degli individui di mostrare coraggio e costanza nelle varie attivit necessarie alla difficile impresa forse anche perch in una societ dinamica chi passivo si trova nei guai.50 Lattivismo implica anche la cancellazione delle vecchie abitudini e lemarginazione di quanti non concorrono volontariamente o per esclusione alledificazione di questa nuova organizzazione sociale. Un giovane albanese, fortemente permeato da questa ideologia, testimonia proprio tale approccio:
Intervistatore: che aziende ci sono oggi? Intervistato: posta e telecomunicazioni e hotel sono le migliori aziende, stanno facendo bei soldi. Poi ci sono le organizzazioni umanitarie, ma sono sicuro che quando se ne andranno il Kosovo collasser... perch ora danno impiego a 40.000 persone, quindi 40.000 famiglie, ovvero 500.000 persone circa, contano su quel lavoro, e quando se ne saranno andate non ci sar lavoro per nessuno. Intervistatore: pensi di sposarti? Intervistato: tra quattro anni, perch lorganizzazione per cui lavoro non ci sar pi e io non voglio vedere i miei figli aspettare per qualcosa che non posso dargli, come stato per me, perch i miei genitori non potevano, non che non volessero, accontentarmi; perci prima voglio sistemarmi economicamente. (Intervista in Kosovo ad A. D., kosovaro albanese, 4 giugno 2001)

Questa tendenza al movimento, alla partecipazione attiva e alla costruzione della propria esistenza si scontra per con la mancanza reale di opportunit lavorative formali. In genere, la quotidianit nelle aree urbane scandita da un forte movimento, una febbre dellazione diffusa in particolari tra i giovani maschi che sembrano perennemente occupati in qualche business. Grazie a questo attivismo migliaia di abitazioni sono state costruite e piccole imprese commerciali avviate. La popolazione, che precedentemente viveva grazie alle aziende statali, oggi sopravvive con piccoli lavori casuali. Il fervore di Pristina, la citt vetrina, non per diffuso in tutto il Kosovo e non coinvolge neppure tutte le aree albanesi. Come abbiamo visto precedentemente, nelle zone in cui sono presenti le minoranze le attivit formali scarseggiano piuttosto linerzia la principale compagna della quotidianit, data la mancanza di attivit e il sentimento di sconfitta.
49 E. Goffman, Il rituale dellinterazione, il Mulino, Bologna 1988, pp. 211-246. Mi discosto parzialmente da quanto sostiene Goffman, secondo il quale le basi di un carattere forte sono il coraggio, la capacit di stare al gioco, lintegrit e la compostezza (ivi, p. 262). In Kosovo accanto al coraggio e alla capacit di stare al gioco, le caratteristiche principali richieste sono altre quali il sapersela cavare nelle diverse situazioni e il cogliere le opportunit nel momento in cui si presentano. 50 R. Sennett, Luomo flessibile, Feltrinelli, Milano 1999, p. 87.

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Lapertura al libero mercato prescrive relazioni lavorative e sociali improntate a un certo laissez faire nel cui spazio la regolazione dei rapporti di lavoro scarsa o inesistente. La protezione legale e i diritti sindacali sono quindi fortemente limitati e i rapporti di lavoro si strutturano sul livello informale, senza alcuna contrattazione collettiva. In mancanza di una capacit di contrattazione forte, le difese messe in atto sul posto di lavoro sono limitate e spesso coincidono con una gestione individuale che consiste quasi sempre nellautolicenziamento. Il trascorrere del tempo, la povert, oltre alla cultura della diaspora, giocano a favore del dinamismo del privato bello, cos diffuso anche nellOccidente pi industrializzato. Le agevolazioni per la strutturazione di un sistema di imprese miniaturizzate non mancano, grazie a un sistema di tassazione sul fatturato poco incisivo e ancora basato sullincertezza contributiva. Solamente nel 2002 stata introdotta unimposta sui salari e profitti,51 mentre nei primi mesi del 2003 stata varata una tassazione pi capillare su tutti i redditi superiori ai 600 euro, secondo un sistema progressivo che per il momento non oltrepassa comunque il 20% del reddito. Al momento, il completamento del sistema produttivo delle piccole e medie imprese sostenuto principalmente dalle organizzazioni umanitarie internazionali che hanno sostituito di fatto le organizzazioni economiche, anche se queste ultime iniziano a compiere i primi passi.52 A differenza della legislazione sul commercio e lindustria, il progetto di legge sul lavoro, nonostante le pressioni sindacali locali e internazionali di Stati uniti, Giappone, Unione europea ha incontrato notevoli resistenze, mostrando come anche tra gli amministratori delle Nazioni unite la contrattazione collettiva sia considerato un lusso. Dopo un lungo travaglio, nellottobre del 2001 un regolamento di massima sul lavoro stato varato da Unmik.53 La preoccupazione generale sembra quella di inserire il Kosovo allinterno del quadro della legislazione europea e internazionale, assicurandogli per alcune importanti peculiarit e la non ingerenza delle autorit pubbliche nella contrattazione tra le parti. Accanto al diritto di organizzazione sindacale si pone il divieto di ogni tipo di discriminazione, un minimo salariale stabilito a livello statale, la possibilit di concludere contratti collettivi di durata non superiore ai tre anni, infine accordi definiti su tre livelli (area territoriale, settore e impresa). Come gi nel caso della Federazione iugoslava, il periodo di maternit limitato a 12 settimane, la settimana lavorativa viene fissata in 40 ore, esclusi gli straordinari, ponendo al contempo 12 ore come limite massimo della giornata lavorativa. Da tali limitazioni sono significativamente esenti gli assunti in qualit di dirigenti.54 soprattutto nella discrezionalit di licenziamento che il
51 Imf (International Monetary Fund), Kosovo. Institutions and Policies for Reconstruction and Growth, cit., p. 15. 52 M. Sadiku, Priorities on Revitalization of the Economic and Exports Activities, in Riinvest (a cura di), Post-war Reconstruction of Kosova, Riinvest, Prishtina 2001, p. 67. 53 Unmik, Regulation N. 2001/27 on Essential Labour Law in Kosovo, 8 ottobre 2001. 54 Limportanza delle miniere in questo caso evidente, dato che per il settore minerario viene esplicitamente fissata una giornata lavorativa massima della durata di 8 ore; chi occupato nei trasporti deve invece accontentarsi di un limite di 9 ore giornaliere.

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nuovo regolamento lascia margini di manovra al futuro padronato kosovaro: i contratti di lavoro infatti potranno terminare quando la condotta della manodopera venga giudicata, dallimprenditore, inappropriata o le prestazioni offerte risultino insoddisfacenti. Una convincente prova del significato della nuova legislazione stata fornita dalla stessa Unmik che, nel marzo del 2003, ha licenziato i macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di porre termine a uno sciopero.55 Siamo quindi in presenza di una legislazione che contiene importanti elementi di discontinuit rispetto al passato. Significativamente, il primo articolo esclude dallapplicazione della nuova normativa le relazioni lavorative di coloro che operano per Unmik, nelle forze militari della Kfor e nelle organizzazioni internazionali. La mancata subordinazione dei contratti di lavoro stipulati con le organizzazioni internazionali alla legislazione locale, secondo un sistema vigente anche nella vicina Macedonia,56 pone i cooperanti locali su un piano di sostanziale extraterritorialit. Cooperanti: dalla proliferazione di gruppo allo spaesamento del singolo La fine della Guerra fredda ha condotto a un incremento nel numero e nella complessit delle emergenze internazionali, finendo per aumentare e rendere maggiormente visibili le organizzazioni umanitarie che manifestano un potere crescente nel suscitare dinamiche di mutamento nelle aree oggetto di intervento. Il ruolo delle organizzazioni umanitarie in relazione ai conflitti armati visibile a partire dagli incrementi dei bilanci delle principali agenzie quali, per esempio, lAcnur. Dal punto di vista degli stanziamenti, gli interventi umanitari nella ex Iugoslavia sono stati senza precedenti, vista anche la necessit di chiudere i confini alla popolazione che scappava dal conflitto e di incoraggiare il contenimento dei profughi.57 Ma lassistenza umanitaria come pratica di intervento nei teatri bellici a essere cresciuta complessivamente per tutti gli anni Novanta, attraendo un esercito di organizzazioni profit, non profit, militari e altre agenzie di sicurezza.58 Nel 2002 in operazioni di peacekeeping erano impiegate circa 110.000 persone, un numero comunque risibile rispetto ai 400.000 soldati dispiegati allestero con compiti militari. Le sole Nazioni unite avrebbero speso circa 2,6 miliardi di dollari per operazioni di peace-keeping tra il luglio 2002 e il giugno 2003, mentre le spese militari mondiali nel 2001 erano pari a ben 839 miliardi di dollari.59 Alle spese dellOnu vanno ag55 56

LUnmik licenzia i ferrovieri in Kosovo, Balcani Economia, 17, 11 marzo 2003, p. 12. P. Dimitrov, Circa l80% degli aiuti esteri torna al mittente, in Notizie-Est Balcani, 3 ottobre

2003.
57 M. Barutciski, Guerra e migrazione forzata: la Jugoslavia, in M. Buttino (a cura di), In fuga. Guerre, carestie e migrazioni nel mondo contemporaneo, Lancora, Napoli 2001, pp. 202-204. 58 D. Sogge, Subalterns on the Aid Chain, cit., p. 124; M. Kaldor, Le nuove guerre, Carocci, Roma 2001, p. 148. 59 M. Renner, Peacekeeping Expenditures Down Slightly, in Vital Signs fact of the Week, 18 settembre 2003.

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giunti gli stanziamenti di istituzioni pubbliche e private che spesso finanziano direttamente le Ong. Una parte consistente di questi fondi rientra poi nei paesi di origine, sia sotto forma di costosi ingaggi per consulenti e tecnici, sia per lacquisto di apparecchiature.60 Le organizzazioni umanitarie attingono fondi sia dalle varie agenzie dellOnu, sia dai governi nazionali e finanziatori privati. Nonostante le modalit di intervento delle Ong siano spesso progettate autonomamente e in parte autofinanziate, le organizzazioni umanitarie si caratterizzano per la loro funzione di appaltatori e subappaltatori che offrono i propri servizi. Come in altri settori economici, il sistema umanitario dominato da un ristretto numero di organizzazioni che controllano le operazioni e si aggiudicano i progetti, delegandone poi la realizzazione a Ong meno strutturate: a met degli anni Novanta si stima che una ventina di Ong, prevalentemente europee e statunitensi, ricevessero il 75% di tutti i fondi pubblici per le operazioni di emergenza umanitaria.61 Sebbene le principali organizzazioni umanitarie intervengano in settori diversi, la tendenza alla specializzazione, secondo i dettami della divisione del lavoro: alcune si occupano prevalentemente della consegna del cibo, altre provvedono ai trattamenti sanitari primari o allinfanzia. Ma queste multinazionali del settore, quali Oxfam, Care, Mdicins sans frontires, Save the Children e World Vision, oltre a disporre di uffici e operare in decine di paesi, investono in borsa parte dei loro fondi.62 Accanto alle principali Ong, nel corso degli anni Novanta si assistito alla proliferazione di organizzazioni umanitarie meno strutturate che contribuiscono alla creazione di un enorme dispositivo privatistico fondato sul subappalto con una corsa indecente e precipitosa per acquisire quote di mercato del dolore, cio finanziamenti.63 Negli anni recenti, il coordinamento tra Ong aumentato e sono stati creati veri e propri consorzi che operano sulla base dei principi di mercato. La professionalizzazione del mondo umanitario procede insieme alla sua militarizzazione: la neutralit tipica delle Ong viene cos abbandonata in nome di un ideale superiore, quello dei diritti
60 Nella vicina Macedonia, alcuni contratti di Ong locali con le loro controparti estere mostrano come del budget complessivo il 30% venga impegnato per consulenti esteri, il 50% per le spese generali della sede della Ong nel paese di origine e solo il 20% rimanga nel paese. Oltre a compensi faranoici per i consulenti esteri, compresi tra i 700 e i 1500 dollari giornalieri, da rilevare come talvolta vengano acquistate apparecchiature, direttamente nel paese dei donatori, per la cui costosa manutenzione e riparazione occorre rivolgersi agli esperti stranieri. 61 T.G. Weiss, Reforming the International Humanitarian Delivery System for Wars, in A.R. Zolberg, P.M. Benda (a cura di), Global Migrants, Global Refugees, Berghahn Books, New York-Oxford 2001, p. 227. 62 Save the Children, per esempio opera in 121 paesi e dispone di 32 sedi nazionali affiliate fatturando 253 milioni di dollari nel 2001; Care invece dispone di 10 sedi nazionali affiliate, opera in 70 paesi e fattura 446 milioni di dollari. Save the Children e Care ricevono circa la met dei loro fondi attraverso il governo statunitense. Le Ong europee sembrano invece in grado di ricorrere pi frequentemente a fondi di privati: A. Stoddard , Humanitarian Ngos: Challenge and Trends, in J. Macrae, A. Harmer A. (a cura di), Hpg Report. Humanitarian Action and the Global War on Terror. A Review of Trends and Issues, Humanitarian Policy Group, London 2003, pp. 26-29. 63 Si calcola che vi siano circa 3-4000 Ong solo negli stati pi industrializzati di queste il 33% sarebbe negli Usa, il 57% in Europa e il 10% in altri paesi (ivi, p. 25).

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umani universali, di unetica modesta e precaria.64 Ma le Ong concedono tutela e beneficenza solo a quanti sono disponibili a redimersi e a impegnarsi nella direzione da loro imposta. Le Ong dipendono in larga misura dal lavoro a contratto a tempo determinato di giovani occidentali, per i quali lumanitarismo pu costituire anche una carriera. La maggior parte dei cooperanti, tuttavia, dopo alcuni mesi o qualche anno ritorna a casa, dove dovr darsi da fare per trovare un lavoro. Aggregarsi a unagenzia umanitaria costituisce spesso loccasione per sostenere una sorta di crociata adolescenziale tipica degli ideali giovanili. Le competenze di tale personale non sono sempre di grande rilievo, anche se si sono affinate notevolmente nel corso degli ultimi anni.65 Lattrattiva degli alti stipendi si combina con limmagine di una forte carica etica che sembra tuttavia limitata al normale orario di lavoro, dopo il quale ci si rifugia nelle stanze dalbergo o nei ritrovi per stranieri. Gli internazionali presenti in Kosovo nellesercito, come nelle organizzazioni Onu e nelle Ong si dispongono su un ampio ventaglio culturale e comportamentale che comprende anche una certa mentalit neocoloniale. Ci contribuisce a determinare la percezione di quelle che sarebbero le necessit della popolazione, interpretando le crisi in termini di prodotti o servizi, nella cui fornitura gli internazionali si sono specializzati, dato lo scetticismo diffuso sulle capacit dei locali di provvedere a tali bisogni. Le differenze di salario e di condizioni di lavoro, che abbiamo visto essere una delle caratteristiche del nuovo protettorato kosovaro, risultano rilevanti anche tra gli stessi internazionali, rendendo frequenti i cambi di datore di lavoro resi possibili dalle reti relazionali sviluppate allinterno della comunit daccoglienza. Nella forma istituzionale del protettorato, cio in un contesto di eccezionalit, si rivela appropriata lanalisi di Mark Granovetter, secondo il quale le probabilit di trovare lavoro legata sia allampiezza di relazioni di cui lindividuo dispone sia, in particolare, ai suoi legami deboli derivanti, per esempio, da esperienze di lavoro, piuttosto che ai legami forti della parentela. Gli operatori umanitari operano in un ambiente pregno di individualismo nel quale i legami deboli, attivati attraverso incontri pi o meno occasionali, possono garantire discrete opportunit per una rapida mobilit occupazionale ascendente. Se linterpretazione di Granovetter non pu spiegare le modalit generali del reperimento di unoccupazione, tuttavia interessante notare che, come nel caso del terziario ricco, anche in un ambiente artificial-umanitario la manodopera deve ricorrere allauto-attivazione di relazioni amicali.66 Daltra parte, tale regola non sembra valere per
64 D. Rieff, Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario, cit.; S. Visentin, Umani, troppo umani. I diritti delluomo e la sovranit dello stato, in Altreragioni, 6, pp. 63-76. 65 T. Cross, Comfortable with Chaos: Working with Unhcr and the Ngos. Reflections from the 1999 Kosovo Refugee Crisis, New Issues in Refugee Research (Unhcr) Working Paper, 42, 2001, p. 25; J. Mertus, The Impact of Intervention on Local Human Rights Culture: A Kosovo Case Study, cit. 66 M. Granovetter, La forza dei legami deboli e altri saggi, Liguori, Napoli 1998; R. Pahl, Polarizzazione sociale e crisi economica, in Inchiesta, 74, 1986, pp. 4-11; E. Morlicchio, Lirrilevanza dei legami deboli e limpotenza dei legami forti, in Sociologia del lavoro, 73, 1999, pp. 189-199.

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i kosovari, pure inseriti in uneconomia di servizi ma dove la lunga catena familiare garantisce migliori risultati. Nel caso degli internazionali si tratta di percorsi lavorativi centrati spesso sulle esigenze di carriera, non infrequenti nelle situazioni di intervento umanitario, secondo una logica particolarmente strumentale che lascia scarso spazio ai princpi morali. Come racconta questa operatrice umanitaria:
Conosci un po di persone, ti dai da fare, scrivi il curriculum, aspetti il momento giusto. Ho conosciuto due casi. Ho conosciuto una ragazza che venuta a Pristina con unassociazione, e dopo tre mesi che lavorava con loro, con cui aveva firmato un contratto di due anni, ha lasciato ed passata volontaria alle Nazioni unite. Lei era una che dallinizio voleva lavorare per le Nazioni unite, il suo obiettivo era quello, a lei interessava proprio la carriera internazionale... Tanto ha fatto e tanto ha detto, e alla fine riuscita. Anche unaltra ragazza, che lavorava per [una Ong], ha lasciato perch le stato offerto un posto come volontaria delle Nazioni unite. Lei si trasfer a Pristina per lavorare per Unmik. (Intervista in Italia a R. S., operatrice umanitaria italiana, marzo 2002)

La trasformazione degli individui suscitata dallo stato di eccezione proietta la sua ombra lunga oltre il periodo della missione. In particolare, la distonia tra la propria posizione nelle situazioni di eccezionalit e quella che si ritrova nel paese di origine provoca in molti soggetti una certa difficolt nel reinserimento in patria. Lautorit di cui si dispone viene meno e cos si ricade nella forzata inerzia provocata dalla sindrome del missionario di ritorno. Se gli internazionali sono spesso un corpo staccato rispetto ai locali, pur vero che in Kosovo le relazioni sociali quotidiane tra i due gruppi si dispiegano in luoghi pubblici. Il sovrapporsi degli stranieri a un ordine precedente e la loro diversit di usanze e pratiche generano attriti, inserendosi nelle spaccature tra la gi claudicante egemonia patriarcale e il comportamento dei giovani ammaliati dalle promesse occidentali. Si tratta di un cambiamento che tocca in profondit gli equilibri delle comunit locali ristrutturando gli spazi di potere interni sui quali agiscono con forza le presenze degli internazionali e la loro disponibilit di denaro. Anche il patriarcato subisce cos attacchi che ne sconvolgono le fondamenta. Conclusioni Per la popolazione di origine albanese il ritorno in Kosovo, intriso di gioia per la vittoria e di prospettive di liberazione nazionale, stato caratterizzato dalla presenza di migliaia di persone provenienti dai paesi pi diversi che ha trasformato il Kosovo in una zona multinazionale. Nei quattro anni seguiti alla guerra larea stata continuamente sottoposta allemergenza grazie a flussi di aiuti sproporzionati rispetto alla debole economia nazionale.67
67 La sola missione Onu in Kosovo costerebbe, per esempio, circa 300 milioni di dollari allanno: Renner, Peacekeeping Expenditures Down Slightly, cit.

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Il confronto con la molteplicit delle realt presenti ha significato, per i locali, uninterazione quotidiana con stili di vita occidentali che rimandano a dissonanti relazioni sociali e lavorative. In questo violento processo di sminamento delle tensioni tra gli individui e le diverse comunit, le organizzazioni non statali sostituiscono il welfare precedente contribuendo alla degradazione dei cittadini dotati di diritti lavorativi e sociali alla condizione di profugo, tuttal pi migrante. Gli aiuti umanitari e militari recano con s un nuovo ordine che viene innestato sulle vecchie abitudini con la giustificazione della presunta incapacit dei locali. I conflitti bellici nella ex Iugoslavia hanno assunto significati che travalicano i confini dellarea: essi rappresentano per la manodopera di tutta lEuropa centrale e orientale un momento di crisi e spoliazione sociale e politica. Lindebolimento della forza lavoro avvenuto in primo luogo attraverso il suo depauperamento relativo in termini di valore e di contenuto professionale. In secondo luogo, si assistito a una ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro e della regionalizzazione tra paesi, e porzioni di paesi, che si riallineano attraverso logiche produttive e di mercato piuttosto che su quella dei confini nazionali. Il nuovo ordine mondiale sempre pi caratterizzato dalla linea che separa chi sta dentro da chi sta fuori, ma la principale posta in gioco della crisi negli ex paesi socialisti consiste proprio nella lotta di ciascuno per il proprio posto di cui la ex Iugoslavia lesempio pi chiaro.68 La stabilit del protettorato kosovaro quindi strettamente connessa al suo essere uno stato di eccezione dove sperimentare nuove strutture sia produttive sia sociali, alle quali i kosovari dovrebbero adeguarsi. Ma dietro la retorica delleuropeizzazione che sostiene tale processo si celano fragili promesse, anche perch le potenze occidentali, negli ultimi anni, sembrano avere rivolto lo sguardo verso aree economicamente pi promettenti.

68

iz S. Z ek, Il Grande Altro, Feltrinelli, Milano 1999, p. 107.

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LETICA AMBIGUA DEGLI AIUTI


Il lavoro umanitario fra civile e militare dalle crisi iugoslave alla guerra in Iraq

di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Foglio

Sono diverse, e talvolta contrastanti, le immagini che gli operatori umanitari hanno fornito di s in questi ultimi anni: missionari di civilt, soggetti politici loro malgrado, oppure volontari con una forte carica etica. Negli anni Novanta, per esempio, lo spirito di servizio degli operatori era considerato non solo unetica civile, come ai tempi della fondazione di Mdecins sans frontires nel 1971, ma espressione di una forte politicizzazione. Erano i tempi in cui gli operatori umanitari erano considerati parti di un movimento internazionale che avrebbe agito, con le parole di Michael Ignatieff, una rivoluzione della partecipazione etica, al di l della creazione di nuove norme giuridiche e della continua affermazione dellidea che la cultura dei diritti umani potesse esercitare uninfluenza per sanare gli effetti, se non proprio prevenirli, delle guerre, delle carestie e degli stati al collasso. Quella rivoluzione postulava lesistenza di una comunit internazionale che sarebbe riuscita a giuridicizzare i rapporti tra gli stati come tra le persone e sanzionarli responsabilmente in nome dei diritti umani e di unautorit giuridica superiore. Questa impostura avrebbe trovato nellossimoro della guerra umanitaria la sua degna rappresentazione e contestualmente rivelato limpossibilit di una comunit mondiale del diritto, e dei diritti, proprio perch problematica rimaneva la definizione di unautorit mondiale super partes e allo stesso tempo sufficientemente potente da prevenire, o sanzionare, gli stati o le persone che avessero ripudiato uno dei principi fondamentali della legge morale: il rispetto dellumanit che si trova in ogni persona. Lautobiografia di Jean Slim Kanaan offre limmagine pi nitida e consapevole di tale convinzione.1 Spirito cosmopolita, Kanaan lavor per un de1

J. S. Kanaan, La mia guerra allindifferenza Marco Tropea, Milano 2004.

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cennio al servizio dellOnu, a partire dal programma di ricostruzione coordinato da Bernard Kouchner in Bosnia, e mor a Baghdad nellattentato dellagosto 2003 contro la sede Onu. Il suo libro descrive una fase di passaggio del volontariato professionale da testimonianza soggettiva nella lotta per i diritti umani, la dignit della persona e lumanit in generale a impegno professionale: Allinizio degli anni Novanta si pensava che le Ong avessero superato la fase in cui si basavano unicamente sulla militanza degli operatori. In un certo senso si erano democratizzate aprendosi a volontari con un buon livello di studi. Malgrado limprovvisazione delle reti costruite in quegli anni, alcune Ong compresero una cosa che i militari sanno da anni, sia nel campo della logistica sia delle risorse umane: se in missione non ti senti a tuo agio sei pericoloso per te e per gli altri. Il livello di integrazione e di cooperazione tra i civili e i militari raggiunto in quel decennio serv a combattere, a suo avviso, linerzia e lobbligo di neutralit delle grandi istituzioni umanitarie internazionali come le Nazioni unite, la Croce rossa e lAlto commissariato per i rifugiati. In quegli anni Novanta, il moltiplicarsi degli interventi umanitari annunciava per alcuni la nascita di un nuovo ordine mondiale fondato sui diritti umani. Non mancarono i premi Nobel assegnati a Mdecins sans Frontires nel 1999 e a Kofi Annan nel 2001 che consacrarono lidea di una pace garantita dalla comunit internazionale rappresentata dallOnu con il sostegno militante delle Ong. La formazione di agenzie internazionali per gli affari umanitari, come leuropea Echo (1992), diede vita a una rete internazionale nelle zone di crisi di concerto con le agenzie Onu per gli affari umanitari (Unhcr) e lo sviluppo (Undp). Era una rivoluzione del mercato umanitario. Dal 1988 al 1996 la spesa annua per gli aiuti umanitari crebbe da 410 a 3066 milioni di euro nei paesi Ocse. Solo in Italia, tra il 1979 e il 2002, le Ong aumentarono quasi del 300%, passando da 40 a 154.2 La crescita del mercato umanitario seguiva lespandersi dei nuovi conflitti. Negli anni Novanta la quasi totalit dei conflitti (94 su 111) era dovuta a cause di natura interna o internazionale. I profughi, i rifugiati e gli sfollati passarono nel frattempo da 4 a 22 milioni, mentre i caschi blu dellOnu inviati nelle zone di crisi crebbero da 10 a 38 mila. Erano guerre non statali e asimmetriche quelle che, soprattutto nel continente africano, colpivano i civili creando drammatiche crisi umanitarie e moltiplicando i conflitti tra le fazioni in lotta per la conquista dei mercati locali delle armi e delle risorse strategiche. Si diffondeva tra le Ong lidea che queste crisi dovessero essere affrontate solo con il dispiegamento di mezzi tecnici e logistici. Lintervento umanitario si poneva programmaticamente sul piano del servizio e non su quello, politico, del consenso. In questo contesto maturava unaltra immagine delloperatore umanitario, nettamente opposta alla prima, quella del missionario di civilt. Alla fine
2 Cfr. T. Pech, M.-O. Padis, Le multinazionali del cuore. Le organizzazioni non governative tra politica e mercato, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 20 e ss.; Giulio Marcon, Le ambiguit degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo settore, Feltrinelli, Milano 2002, p. 15 e ss.

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dello scorso decennio, gli eserciti Nato iniziarono una riconversione strategica delle attivit militari verso le attivit di peace-keeping in unottica di difesa proiettiva della pace, dei valori della democrazia e della stabilit geopolitica in diverse zone del pianeta: i Balcani, Timor Est, Ruanda, senza dimenticare la Somalia. Fu nel 1993, secondo il generale Bruno Loi, che matur una nuova consapevolezza della natura delle operazioni di peace-keeping.3 Lintento di portare la pace attraverso unoperazione armata non sottraeva i militari a una logica di guerra. Li spingeva, anzi, ad assumere un ruolo di supplenza rispetto alle strutture civili distrutte nei conflitti. Come scrive Loi si produce un continuo intersecarsi delle attivit di soccorso umanitario con attivit pi spiccatamente militari tendenti al conseguimento di un adeguato grado di controllo del territorio. Lottica dellintervento di polizia internazionale non mirava alla creazione del consenso tra le fazioni, operazione alquanto problematica nel contesto somalo mortificato dallo scontro tra bande, ma alla neutralizzazione del conflitto in atto. La teoria dellingerenza umanitaria non escludeva luso delle armi per debellare il nemico, ma anzi lo teorizzava come strumento per normalizzare il terreno e impostarne la ricostruzione civile. In questa prospettiva, nessuna forza di pace militare avrebbe potuto resistere a lungo sul teatro di intervento, a meno che non si fosse costituita una rete di Ong capaci di lavorare sul campo. Ma il problema rimane sempre lo stesso: chi protegge i missionari nel quotidiano esercizio di evangelizzazione civile? Le commistioni tra militari e civili, tra interessi strategici e umanitari, divennero pressoch indistinguibili nelloperazione Arcobaleno organizzata dal governo DAlema con lapporto della protezione civile italiana. Luso politico della cooperazione tendeva, durante il bombardamento della Serbia, a costruire un consenso umanitario dellopinione pubblica italiana.4 Quella missione rappresentava una chiara manifestazione dellumanitarismo militare che insidiava la diplomazia dal basso della cooperazione non governativa tramite massicci aiuti economici veicolati dai colossi del mercato umanitario globale e dai governi che intendevano proteggere i propri interessi nazionali nellarea. In quel 1999 i confini tra politica e umanitarismo scomparvero del tutto. Per Bernard Kouchner, il diritto dingerenza per la difesa dei diritti umani segnava la nascita del movimento pacifista del nuovo millennio. Il velleitarismo morale di Kouchner poneva la guerra al riparo da ogni contestazione.5 Se in Kosovo probabile che si sia persa la battaglia in favore di un umanitarismo indipendente, la guerra contro il terrorismo stata la sua disfatta.6 Mentre negli anni Novanta lumanitarismo diventava, per quanto inconsapevolmente, un principio totalitario,7 in Afghanistan, e poi in Iraq,
3 B. Loi, Peace-keeping. Pace o guerra? Una risposta italiana: loperazione Ibis in Somalia, Vallecchi, Firenze 2004. 4 G. Marcon, Le ambiguit degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo settore, cit. 5 D. Rieff, Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario, Carocci, Roma, 2003. 6 Ivi, p. 170. 7 Ivi, p. 195.

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il paradosso appare ormai parte integrante della realt al punto che lex segretario di Stato americano Colin Powell ha affermato nellottobre 2003: Le Ong sono per noi un enorme moltiplicatore di forza, una parte importantissima della nostra squadra di combattimento. In questo articolo si cercher di descrivere questa parabola attraverso alcune interviste a testimoni privilegiati realizzate negli ultimi tre anni Kosovo: Il punto di vista del Consorzio italiano di solidariet (Ics) Il 2 aprile 1999 iniziava in Italia la prima fase della cosiddetta missione Arcobaleno, il cui obiettivo era quello di fornire sostegno nella costituzione e nella gestione di centri di accoglienza, postazioni sanitarie e cucine, per un totale di circa 25.000 posti in favore dei profughi kosovari in Albania. La Protezione civile italiana partecip per la prima volta nella sua storia a una missione fuori dei confini nazionali. Secondo le testimonianze conosciute, linstallazione di questi campi sarebbe avvenuta di concerto con lesercito, che fra il 1991 e il 1997 aveva compiuto in territorio albanese le ricognizioni necessarie per selezionare i siti idonei a tale scopo. Si riconoscono soltanto due eventualit nelle quali consentito lingresso della Protezione civile in territorio straniero: in caso di eventi disastrosi, come per esempio il recente terremoto in Turchia, oppure di occupazione militare di un territorio. Loperazione Arcobaleno fu organizzata per assistere i profughi e gli sfollati del conflitto in Kosovo, convogliati in Albania per frenarne lafflusso verso lItalia e i paesi comunitari. Durante i primi mesi del 1999, si realizzava il mutamento strategico della politica umanitaria allinterno del paradigma del nuovo modello di difesa: sul mare continua il pattugliamento e il cordone sanitario per opera della Marina militare, mentre lintervento della Protezione civile si estende al territorio di partenza e non solo a quello di arrivo. Naturalmente, lo stato italiano organizz campi anche allinterno delle frontiere nazionali (a Comiso, 6000 profughi ospitati, ai quali fu concesso un permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari), dimostrando di aver perfezionato lorganizzazione sperimentata nel 1991, al momento dello sbarco degli albanesi in Puglia.8 Lemergenza umanitaria laltra faccia della guerra: le strutture un tempo adibite alla gestione delle emergenze fungono da retrovia alle operazioni belliche, sono dirette da personale militare e inquadrate in protocolli dintesa, come quello stipulato nel 1997, nel quale lo stato albanese autorizzava la presenza di contingenti militari italiani sul proprio territorio. Il processo di conversione del militare in poliziesco e del poliziesco nel militare,9 si dispiegava in quel momento non solo come chirurgia allinterno della gestione delle migrazioni sul territorio, ma anche nel rapporto tra lo
8 Per una descrizione dettagliata dellorganizzazione della missione Arcobaleno si rimanda al numero monografico di Dpc Informa. Periodico informativo del Dipartimento della protezione civile, 17, luglio-agosto 1999. 9 Cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano 2000.

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stato e il suo esterno. Lintreccio tra protezione civile e forze armate, in altre parole la cooperazione civile-militare, attiva nel campo della sicurezza-protezione-prevenzione nei confronti dei migranti, come nella risoluzione dellemergenza umanitaria prodottasi in Kosovo dopo la guerra, portava al dispiegamento della stessa logica organizzativa dallaccoglienza nei campi alla difesa delle coste, al controllo in acque internazionali, fino agli interventi umanitari nei Balcani e quindi alla cancellazione delle frontiere geografiche. Si assisteva alla progressiva esternalizzazione dei rischi interni e alla contemporanea trasformazione delle politiche di difesa civile in politiche di ordine pubblico. Alla luce di questo processo, in base alla propria esperienza di coordinatrice del Consorzio italiano di solidariet (Ics) dei campi in Albania dal 1997 al 1999, Anna Maria Gravina sostiene che lintervento umanitario non si misura sui tempi delle crisi o dei rovesci militari:
Lintervento che in quelloccasione fu elaborato, era s di carattere umanitario, ma aveva anche un certo respiro, andava a lavorare anche su aspetti di cooperazione legati non soltanto allemergenza, ma soprattutto allo sviluppo. E, diciamo, il programma del Tavolo di coordinamento agli aiuti sullAlbania in particolare aveva come target dintervento donne, minori e handicap, quindi andava ad agire su tre soggetti vulnerabili in una situazione di grande disordine sociale, quindi si pens che, in una situazione di eccessivo disordine sociale, questi erano i tre soggetti pi vulnerabili che avrebbero in qualche modo risentito maggiormente della crisi che cera in quel periodo.10

Lintervento umanitario progettato in Albania coinvolgeva lintero territorio nazionale. Il suo scopo era quello di coinvolgere realt locali gi esistenti, quindi Ong locali, albanesi, tant che una prerogativa per accedere al bando per poi ottenere i vari progetti era quella di dimostrare di avere un partneriato con Ong locali. Prima che scoppiasse la crisi umanitaria in Albania, lintervento era diversificato, procedeva dal basso, a partire dai soggetti interessati alla ricostruzione della societ civile devastata dalla crisi economica e politica degli ultimi anni:
Per noi lassociazionismo era qualcosa che partiva dal basso, dal coinvolgimento della popolazione, dal coinvolgimento diretto, forte, con i ragazzi del territorio, per loro era pi una struttura fatta di statuti, regolamenti, che poi forse poco si rapportava con i reali bisogni dei ragazzi a cui loro si rivolgevano.

Era un approccio contrario a quello che veicola massicci aiuti economici attraverso le Ong internazionali e i governi che intendono proteggere i loro interessi nazionali. Quello promosso dalle Ong indipendenti era un progetto di cooperazione che valorizzava un approccio multilaterale tra soggetti istituzionali e non, al fine di sganciare, nel periodo lungo, i paesi interessati dalla dipendenza assoluta nei confronti della comunit internazionale:
10

Intervista a Annamaria Gravina realizzata a Roma il 5 luglio 2002.

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Lo scopo di questa cosa era sia, appunto, responsabilizzare anche le amministrazioni locali e andare a creare un rapporto con la realt locale, come dire andare a creare un rapporto tra noi e le amministrazioni, in modo tale che i nostri progetti non fossero percepiti come qualcosa che si andava a sostituire, diciamo, al lavoro di unamministrazione locale o di un ministero per la Giovent ma quello che volevamo fare era, compatibilmente con la realt che trovavamo, andare a sostenere, lavorare in collaborazione e non sostituirci allo stato, soltanto perch avevamo dei soldi e la possibilit di gestire delle realt associative.

Lo strenghning institutional building vagheggiato andava per a confliggere con il sistema tradizionale della cooperazione internazionale. Sostiene Paolo Tamiazzo, del Consorzio italiano di solidariet:
Se leggiamo i dati rispetto alle partnership con lUnione europea, i criteri di presentazione dei progetti, sono criteri che implicano la necessit di essere strutturati in maniera molto forte, come Ong, e questo taglia tante piccole Ong a favore, diciamo, di queste Ong dei paesi del nord dellEuropa, o comunque anglosassoni, che sono Ong ormai quasi solo sulla carta, cio sono delle vere e proprie istituzioni, dei colossi, che una logica, se mi si permette il termine, dellipermercato, anche in questo campo, per cui quando tu dai, per esempio rispetto ai quantum della presentazione di un progetto, cifre cos alte, che poi la tua quota di finanziamento implica che o tu sei molto forte, oppure tu non puoi presentare un progetto.11

Il sistema della cooperazione internazionale impone una stabilizzazione delle partnership tra le pi potenti Ong multinazionali e lOnu o lUnione europea. Lo spazio di azione riservato alle Ong indipendenti risulta essere di conseguenza ristretto, dato che le operazioni umanitarie generalmente promosse rispondono a logiche economiche e politiche affini agli interessi dei paesi dominanti. In questo modo, lo sviluppo (economico e sociale) di un territorio soppiantato dalla gestione della crisi postbellica, la cui logica rientra pienamente tra gli obiettivi strategici di questi paesi. Commenta Paolo Tamiazzo:
Negli ultimi anni i fondi per la cooperazione e lo sviluppo sono complessivamente diminuiti e dallaltro tutti gli uffici umanitari hanno a disposizione strumenti e denaro per poter operare e andare a tamponare le varie crisi che ci sono in giro per il mondo. Questo secondo noi corrisponde a una visione non pi preventiva dellazione internazionale, per cui incomincia anche a usare strumenti di politica internazionale e di azione sul campo che sono propedeutici alla nascita dei conflitti, poi invece i conflitti nascono, e ce ne sono tanti, quelli pi vicini noi li sentiamo pi presenti, perch magari succedono a pochi chilometri di distanza dai nostri confini e il numero delle guerre regionali che ci sono anche attualmente altissimo. E questo la dice lunga anche sullincapacit di mettere in piedi strumenti che attraverso lo sviluppo, e non solo lo sviluppo economico, ma lo sviluppo sociale, lo sviluppo umano, come indicato dalle Nazioni unite. Si un po perso questo tipo dimpegno e ci si concentrati invece diciamo nella fase di ripristino per molto emergenziale dei traumi che ci sono gi.

Nel corso degli anni Novanta, la prospettiva dellingerenza umanitaria, elemento chiave della strategia della global security, si affermava nel contesto
11

Intervista a Paolo Tamiazzo, realizzata a Roma il 3 luglio 2002.

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della politica internazionale. Durante la guerra in Kosovo, la Nato ha rivendicato le ragioni etiche di un nuovo diritto internazionale umanitario a favore di un intervento militare contro uno stato che aveva violato i diritti delluomo. In questo nuovo diritto di guerra era previsto uno spazio non secondario per gli interventi umanitari a favore dei soggetti direttamente coinvolti in tale violazione. I profughi erano diventati nel frattempo oggetto di ritorsione militare della Repubblica iugoslava contro i paesi confinanti (tra cui lItalia). Si trattava allora di impedire che questa arma impropria sortisse leffetto di terrorizzare le opinioni pubbliche evocando il pericolo dellinvasione. Da parte degli stati neointerventisti nasceva lesigenza di intervenire direttamente sul campo della ricostruzione della societ civile, prima ancora che la guerra terminasse, rilevando le funzioni svolte dalle Ong. La missione Arcobaleno cos descritta da Paolo Tamiazzo:
Era un tentativo di ridurre la complessit degli interventi, che tipica di un mondo, quello delle Ong, che fatto da una marea di organizzazioni che poi lavorano anche su basi politico-culturali diverse. Era un tentativo di razionalizzare questi interventi e di comprimerle, invece, in una visione, diciamo, monocentrica dellintervento, dove poi lo stato che ne definisce i canoni e gli strumenti. Noi abbiamo fatto una discussione sul merito, per esempio rispetto agli sprechi, alle poche competenze, alla poca esperienza di lavoro in questo tipo di crisi, forti anche dei dati che lAlto commissariato aveva in quel periodo, bastava leggerli! Sono avvenuti un sacco di sprechi in Kosovo. C stata una gara, anche molto generosa, nel raccogliere i profughi in Albania, per con una serie di strumenti che avrebbero potuto, per dirla cos, sfamare tre persone al posto di una. I criteri non sono stati rispettati.

La differenza viene dunque posta tra un intervento di tipo monocentrico e un altro, presumibilmente, di tipo policentrico, affidato cio a una serie di Ong che lavorano a stretto contatto e a lungo termine con i rappresentanti pi attivi della societ civile locale. Lintervento umanitario monocentrico del governo italiano rispecchiava le scadenze dellazione di guerra. Lapparente scopo di democratizzazione del tessuto della societ civile iugoslava e kosovara risultava invece del tutto funzionale alla piena realizzazione della cooperazione tra militari e civili. Come afferma Paolo Tamiazzo:
Il punto proprio questa logica dellintervento a spot, dove c la notizia si va, si interviene e poi, nel momento in cui la notizia passa in sesta pagina, in settima pagina, oppure non c pi nei giornali, quel paese si dimentica. E paradossalmente, si dimentica nel momento in cui ci sarebbe bisogno maggiore, invece, di un intervento integrato con lidea di costruire una partnership con la societ civile che si va a ricostruire. Questo non successo in Bosnia, non successo in Kosovo e tutto finisce con lemergenza.

Lintervento monocentrico del governo italiano cre una divisione politica netta tra le Ong che lavoravano gi da qualche tempo sul campo e quelle che avevano accettato di realizzare gli scopi della guerra umanitaria. Afferma Anna Maria Gravina:
Ci sono stati dei soggetti con cui ci siamo rapportati, altri con cui non abbiamo avuto

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niente a che fare, come la Protezione civile. In tutto il periodo dellemergenza io mi ricordo per esempio di una sola riunione coordinata da Barberi, dopodich non me ne ricordo altre, comunque non abbiamo pi avuto nulla a che fare.

Nella sua testimonianza, Giulio Marcon contrappone lesperienza del Tavolo di Coordinamento a quella della missione Arcobaleno:
Sotto una finta veste di managerialit [...], la missione ha spaccato il mondo del volontariato tra le organizzazioni che vi hanno aderito e quelle che (come lIcs e la Caritas) hanno deciso di operare in autonomia. Inoltre, la missione ha emarginato quei settori dellamministrazione pubblica che avevano aiutato, senza strumentalizzazioni, il volontariato pacifista durante lemergenza in Bosnia Erzegovina: il Dipartimento affari sociali della Presidenza del consiglio, il ministero Affari esteri, lAlto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Grazie a un martellante battage mai concesso dai media alle organizzazioni del volontariato per le loro autonome iniziative sono stati raccolti, attraverso unimpropria sottoscrizione popolare dei fondi organizzata dallo stato, 132 miliardi, in gran parte male utilizzati, distribuiti in modo discrezionale e da persone prive di competenze specifiche nel campo dellemergenza umanitaria nei Balcani.12

Quello dellintervento umanitario di guerra un orientamento che matura in Italia fin dal 1998, anno in cui fu presentata la proposta di legge per la riforma della cooperazione allo sviluppo. Commenta Giulio Marcon:
Questa prevedeva che lintervento umanitario delle organizzazioni non governative nelle aree di conflitto fosse coordinato con le forze militari italiane presenti nel territorio. In questa prospettiva lintervento umanitario avrebbe perso ogni autonomia e sarebbe stato subordinato alle politiche dei governi e alle strategie militari sul campo.13

Al di l delle differenti visioni politiche, il lavoro sul campo, durante lemergenza provocata dallesodo dei profughi kosovari sub gravi ritardi e inefficienze, dovute alla non comunicazione tra la Protezione civile e il Tavolo di coordinamento delle Ong presenti in Albania. Ricorda Anna Maria Gravina:
Quando comunque scoppiata lemergenza eravamo pronti ad affrontare una serie di situazioni e ci siamo attivati immediatamente per affrontarle, anche perch i campi si sono riempiti dalloggi al domani. Prima erano vuoti, il giorno dopo ci siamo ritrovati con mille persone in un solo campo. Diciamo che noi con la Protezione civile non abbiamo avuto nulla a che fare. La Protezione civile in quel contesto si coordinata pochissimo con chi l gi da tempo lavorava concretamente con lAcnhur, che aveva un mandato istituzionale sulla gestione dei campi, ma che appunto, occupandosi da tempo di questo, era il soggetto istituzionale con cui loro avrebbero dovuto coordinarsi. In queste situazioni il rischio pi grosso quello della sovrapposizione degli interventi. Se non c un coordinamento forte tra le Ong che lavorano a vario titolo in questo ambito, si rischia di andare a lavorare tutti nella stessa zona, lasciandone altre scoperte, o di andare a lavorare tutti sugli stessi problemi o temi.

12 G. Marcon, Dopo il Kosovo. Le guerre nei Balcani e la costituzione della pace, Asterios, Trieste 2000, p. 197. 13 Ivi, p. 198.

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Lintervento umanitario della Protezione civile non intendeva costruire una partnership con la societ civile albanese, ma affrontare soltanto lemergenza dei profughi nei termini stabiliti dal governo italiano. Una volta terminata lemergenza, venivano meno anche le ragioni dellintervento umanitario. Sul campo rimanevano soltanto le forze militari con il compito di effettuare operazioni di peace-keeping. Lo stesso destino, a parere di Paolo Tamiazzo, stato riservato agli obiettivi del Patto di stabilit:
Il dato della diplomazia che non sa o non vuole mi sembra fondamentale per lanalisi di quello che successo anche dopo il conflitto. E dallaltro, lidea che poi, finita lemergenza che ha a che fare con la guerra, o con le guerre, questi paesi possono tranquillamente morire dinedia. Ci sono strade che sono state iniziate in pompa magna durante il periodo in cui queste sarebbero servite a eventuali sviluppi della guerra, poi sono state lasciate l, da un giorno allaltro. un paradosso che in Albania tu hai delle strade, che sembrano strade newyorkesi, sino a un certo punto... e poi c la terra. Risponde a unaltra logica, che non quella della pacificazione, ma la logica dellintervento continuo che risponde ad altre leggi, quella del mercato delle armi, a lotte geopolitiche, alla questione Nato o a quella nazionalista.

Da queste tre testimonianze dirette della guerra umanitaria in Iugoslavia e in Kosovo si possono trarre alcuni elementi a conferma della nostra ipotesi iniziale: gli interventi di polizia internazionale a difesa dei diritti umani, la volont di riavviare allinterno delle societ civili un processo di democratizzazione, rispondono alla logica di una rinnovata cooperazione tra militari e civili. Questa cooperazione non mira a incoraggiare lautosufficienza delle popolazioni che ricevono laiuto umanitario, ma a rinsaldare lobiettivo della prevenzione dei conflitti locali in chiave repressiva. Le strategie adottate dallUnhcr o dallEcho, nellambito della guerra umanitaria, hanno direttamente o indirettamente agevolato la cooperazione civile-militare, laddove non sono subentrate le strutture civili della Nato e dei singoli stati nellintervento umanitario. Ci che dunque definita come politica di aiuto umanitario che ha come obiettivo quello di encourager lautosuffisance des populations qui reoivent laide humanitaire afin dviter autre dpendance, come recita lo statuto dellEcho in verit qualcosa che fa a meno della sovranit degli stati interessati. La strategia della global security istituisce un direttorio tecnocratico-umanitario, a nome delle strutture militari implicate nel conflitto umanitario, che dirige linstitutional building senza il controllo delle societ locali. Iraq: il punto di vista di un Ponte per... Nel conflitto iracheno lintegrazione delle Ong nellumanitarismo militare giunta a una nuova svolta. Gli operatori umanitari vengono considerati, senza sfumature, guerrieri democratici. E ci comporta conseguenze piuttosto gravi. Rispetto al Kosovo, infatti, lesplicito carattere di guerra dellintervento che ha suscitato una fortissima reazione della societ locale
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coinvolge gli operatori umanitari nella dialettica amico-nemico. In quanto occidentali, gli operatori vengono identificati come nemici e perdono la loro naturale terziet. Dallaltra, in particolare in Italia, si verificata la progressiva estensione del codice militare di guerra a tutte le missioni di peace-keeping (Mozambico, Somalia, Bosnia, Kosovo e lIraq), prospettata dalla riforma delle leggi penali e della giurisdizione militare approvata in Senato il 18 novembre 2004, e ben avviata alla Camera. Il suo scopo quello di ridurre la differenza tra il personale militare e gli operatori umanitari, i quali non saranno pi considerati parti neutrali nel conflitto, ma addirittura membri delle forze belligeranti, con la possibilit di incorrere in pene del tipo reclusione non inferiore a 5 anni per somministrazione al nemico di provvigioni (larticolo il 248 del codice penale militare riformato).14 Rispetto a questa caratterizzazione, lesperienza degli operatori della Ong Un Ponte per... in Iraq pu risultare significativa in quanto si tratta di un intervento di pi antico insediamento (1991) e basato sulle relazioni con la societ locale piuttosto che sulla logica emergenzialistica degli interventi di soccorso. In merito alle trasformazioni del lavoro umanitario in zone di guerra dal Kosovo allIraq, Domenico Chirico, responsabile per gli interventi di cooperazione internazionale di Un Ponte per..., cos si esprime:
Per lo specifico dellumanitario, a mio parere, lIraq rappresenta un po il compimento del percorso cominciato in Kosovo nel 1999. Durante e dopo quel conflitto i governi di centro-sinistra a livello mondiale cooptarono le Ong e crearono un sistema in cui, con il coordinamento dellOnu, tutti armoniosamente collaboravano. Alcuni degli strumenti che erano gi stati utilizzati in Bosnia vennero perfezionati e tutti gli eserciti si dotarono di uffici ad hoc per rendere operativa la collaborazione: i Cimic (Civil Military Co-Operation). Il dialogo era necessario se non utile. Le Ong italiane operavano soprattutto nel settore italiano del Kosovo e se avevano bisogno di un mezzo pesante per un intervento non si facevano scrupolo di chiederlo ai militari. La missione Arcobaleno, in Italia, rappresenta un buon esempio di questo meccanismo di concertazione.15

Tale continuit deve comunque essere confrontata alla luce delle trasformazioni dellintervento militare, dei suoi obiettivi e dei suoi strumenti. Indubbiamente la progressiva incidenza della forma guerra negli interventi in Afghanistan e in Iraq ha prodotto trasformazioni notevoli. Domenico Chirico osserva:
La guerra in Afghanistan, invece, ben esemplifica liniziativa diretta di molte forze militari in campo umanitario [...]. In Iraq aumenta la confusione, la presenza massiccia di militari e imprese occidentali sottrae progressivamente spazio alle Ong. Lo spazio umanitario diventa appunto pi ampio e confuso. Tutti questi soggetti sono impegnati anche in mansioni simili: riparazione di edifici scolastici, di impianti per il trattamento delle acque anche se impiegando metodologie differenti. Un Ponte per..., per esempio, cerca di stimolare percorsi partecipativi nelle comunit, di auto-

14 cfr. C. De Fiores, La revisione dei codici militari: una riforma per la guerra, in http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=135. 15 Intervista a Domenico Chirico, rilasciata a Roma il 1 febbraio 2005.

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responsabilizzazione delle persone; le imprese operano, ovviamente, secondo il principio del profitto.

Sotto la spinta dellaziendalizzazione, come di quella di una sempre pi accentuata militarizzazione delle operazioni civili in teatri di guerra, le Ong non possono che confrontarsi a crescenti difficolt:
In realt il grosso del mondo delle Ong cerca prima di crearsi un coordinamento autonomo ma progressivamente diventa evidente che lo spazio umanitario eroso. Gli occidentali sono, nella percezione comune degli iracheni, i militari o le ditte. Del resto in molti luoghi del mondo arabo lidea di Ong sul modello occidentale non conosciuta e praticata. Il volontariato e laiuto si esprimono in altre forme legate alla solidariet familiare, al rispetto del quinto pilastro della fede, lo zakat, lelemosina, e quindi in ambito prettamente religioso.

Fin dal maggio 2004 Un ponte per... aveva aderito a un coordinamento alternativo a quello americano per portare avanti interventi in maniera indipendente, neutrale e imparziale, come vogliono i principi fondamentali del diritto umanitario.16 Non volevamo esportare o imporre niente, solo facilitare un processo che nasce dal basso ha aggiunto Simona Pari. La difficolt di unazione alternativa sul terreno inquinato dalla cooperazione tra i militari e le altre Ong era evidente: Quando vidi gli ulema racconta Simona Torretta mi accorsi che non avevano una percezione nitida di chi fossimo e cosa facessimo. Non noi in particolare, ma le associazioni umanitarie in generale. I tentativi di controllo da parte dei governi, come precisa Domenico Chirico, sono diventati sempre pi pressanti:
Il governo italiano si premura di affidare i fondi per gli aiuti direttamente allesercito e alla Croce rossa, che in Italia dipende dal ministero della Difesa, in modo da evitare fastidiose posizioni di Ong dissenzienti ed altrettanto presenti in Iraq. Alcune Ong, dichiaratamente legate al centro-destra, affermano con candore che la collaborazione con gli eserciti lunico modo per operare in Iraq.

In una situazione sempre pi tesa si registra dunque lo spostamento delle funzioni umanitarie nelle mani degli eserciti; un maggior controllo da parte dei governi sulloperato delle Ong che assume per sua natura un carattere strategico (la ricostruzione di una societ civile che rispecchia la prima esigenza del nation-building) e da ultimo trasforma la loro posizione costringendole alla scelta di schierarsi decisamente da una delle due parti violando cos la natura delle stesse organizzazioni. In uno scenario di guerra come quello iracheno, anche una Ong indipendente rischia di non comunicare la propria posizione e il proprio ruolo e di essere percepita come occidentale. Lambiguit di questa posizione ben rappresentata dalla rinnovata attenzione del governo statunitense, e dai neoconservatori, al rapporto tra militari e civili. A tal proposito, tuttavia, bisogna innanzitutto notare come le posizioni americane riguardo alle Ong siano varie e rappresentabili in due
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S. Torretta e S. Pari, Il nostro inferno a Bagdad, LEspresso, 4 novembre 2004, p. 35.

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tendenze: una delle quali, ben espressa dalle parole di Powell, tendente alla cooptazione. A Baghdad nel maggio 2003 Usaid, lagenzia di cooperazione americana, ha subito cercato di avvocare a s il coordinamento degli interventi umanitari. Un Ponte per... assieme ad alcune Ong francesi ha invece creato un coordinamento indipendente ed autonomo con laiuto dellOnu e successivamente della Commissione europea per evitare appunto ogni forma di confusione tra spazio militare e spazio umanitario. In realt, soprattutto in ambienti conservatori, da parte americana esiste anche una forte tendenza critica verso le Ong che vorrebbe marginalizzarle. Liniziativa Ngowatch (ngowatch.org), losservatorio sulle Ong ne un esempio. In questi ambienti, infatti, ci si resi conto che non essendo le Ong strumentalizzabili vanno tenute sottocchio, monitorate, eventualmente mettendogli i bastoni tra le ruote. Si tratta pur sempre di espressioni pacifiste e antimilitariste delle societ occidentali, che non sono embedded. La parabola delle Ong sembra cos in questi anni concludersi nel segno della sconfitta. una sconfitta perch chi porta avanti un discorso umanitario che vuole essere anche di relazione non ha spazio in postconflitti come quello iracheno. La diplomazia dal basso che la societ italiana ha espresso con forza e coraggio durante gli anni Novanta nella ex Iugoslavia non ha alcun posto in luoghi dove la violenza e le logiche militari hanno il sopravvento. Non c posto per espressioni non embedded, anche se il loro peso relativo tendenzialmente insignificante. La logica paradossale della nuova guerra globale, tuttavia, potrebbe anche sortire leffetto di ripoliticizzare il progetto della cooperazione civile internazionale, come si pu inferire dalle parole di Domenico Chirico:
Si pu ipotizzare la fine del percorso che ha visto molte Ong farsi cooptare da governi, eserciti e autorit varie, non comunicare la propria alterit ma rincorrere finanziamenti in giro per il mondo, alimentare il sospetto che molte strutture della cooperazione internazionale siano agenzie di mediazione tra soldi e bisogni, ben specializzate e affidabili per i donatori dellOnu e della Commissione europea. In realt questa una speranza, lautonomia, a mio parere, si conquista quando sono chiari e coerenti gli scopi del proprio lavoro e non quando lunico fine per una Ong il buon funzionamento aziendale. Infine gli eventi iracheni rappresentano unopportunit che generalizzabile. Luscita delle Ong internazionali dal paese ha reso protagoniste le organizzazione locali. Molte di queste naturalmente sono nate anche in funzione dei finanziamenti disponibili, ma molte altre stanno diventando le protagoniste del discorso politico e sociale iracheno, ed in ogni caso non sono mediate da altri nella rappresentazione delle loro esigenze. Penso sia giusto cos e chi sinceramente interessato a relazionarsi con quel paese si deve adoperare per stabilire saldi legami con le associazioni irachene.

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recensioni

Martin Shaw, La rivoluzione incompiuta. Democrazia e stato nellera della globalit, Universit Bocconi editore, Milano 2004. Michael Mann, Limpero impotente, Piemme, Casale Monferrato 2004. Nella mole pressoch infinita di letteratura sulla globalizzazione che si rovesciata sugli scaffali di librerie e biblioteche negli ultimi anni, lo stato un soggetto che non ha attirato particolari attenzioni. In genere, lanalisi tende a rivolgersi alle dinamiche economiche, finanziarie o comunicative, per stabilire il livello in cui i flussi planetari di merci, capitali e informazioni abbiano condotto a una perdita delle prerogative sovrane di quella forma di spazialit politica, lo stato, intorno a cui si strutturata la modernit. In tali prospettiva, i soggetti statuali appaiono come attori tutto sommato passivi, attraversati da dinamiche che si rivelano incapaci di governare e costretti a cedere il passo, pi o meno volontariamente, ad altri centri di potere. Altri autori, da parte

loro, si impegnano per sottolineare la significativit del ruolo ancora svolto da frontiere e contesti statuali, allo scopo di mettere in discussione gli assunti pi comunemente accettati riguardo alla globalizzazione. Entrambi gli approcci, tuttavia, al di l delle differenze di merito, tendono ad assumere una concezione statica dello stato, nella forma dello stato-nazione westfaliano, tralasciando di portare linterrogazione sulle mutazioni che hanno profondamente modificato la statualit negli ultimi decenni. Anche un concetto come quello di governance, parola magica a cui si ricorre assai spesso per invocare il nuovo orizzonte di formazione della decisione politica nello scenario globale spesso prescinde da ogni considerazione riguardo alla struttura dei soggetti legittimati, a differenti livelli, allesercizio della violenza e della coercizione. A rendere particolarmente interessante il volume dello studioso inglese Martin Shaw Theory of the Global State, recentemente tradotto in Italia con il titolo La rivoluzione incompiuta. Democrazia e stato nellera della globalit proprio

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lesplicito proposito di proporre una trattazione delle specificit assunte dalla statualit nel nostro tempo a partire dalla premessa secondo cui i processi di globalizzazione avrebbero condotto non a un logoramento ma a una ricostruzione e ad una ristrutturazione della forma stato. A parere dello studioso inglese, infatti, non affatto vero che siamo entrati in un ordine post-stato, o che la governance multicentrata abbia rimpiazzato o stia per rimpiazzare lo stato, la teoria globale ha fallito soprattutto nella sua incapacit di comprendere le mutazioni e il permanere del potere dello stato nel cambiamento globale. Nella prima parte del volume Martin Shaw sottolinea le sfide che la globalit lancia alle categorie e ai concetti che si sono forgiati nella cornice del mondo nazionale-internazionale, in cui lo spazio dello stato nazione appare come il contesto pi ovvio delle relazioni sociali, anche quando fuoriescono dai confini e acquisiscono lo statuto di inter-nazionali. La modernit appare segnata in proposito da una costante tensione fra universale e particolare, in cui i due termini si declinerebbero in termini di nazionalit e internazionalit. La dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino risulta in proposito paradigmatica: si enunciano diritti di carattere universale, spettanti alluomo in quanto tale, ma immediatamente si pone lappartenenza alla comunit nazionale, il cittadino, come necessario criterio al loro accesso. Le stesse scienze sociali appaiono percorse da unanaloga schizofrenia, il loro concetto chiave, quello di societ, infatti egualmente duplice: pu alludere a un significato universale oppure riferirsi alle relazioni perimetrate allinterno confini politici (la societ tedesca o francese). In tale contesto, si cos affermata la tendenza a fare coincidere le frontiere politiche con quelle sociali assumendo come oggetti analitici autoevidenti leconomia o la societ nazionale. Anche il marxismo, da questo punto di 176

vista, pur definendo il proprio orizzonte a partire da concetti risolutamente trasversali rispetto alle partizioni nazionali, capitale e classe, nelle sue espressioni concrete assume la dimensione particolarisitica in termini sia politicoorganizzativi sia analitici, affidando allinternazionalismo la realizzazione della dimensione universalistica. Il retaggio di simili tradizioni ovviamente assai forte, e inerzialmente spinge ad applicare vecchi schemi In proposito si potrebbe parlare di un vero e proprio nazionalismo metodologico, per il quale isolare i singoli contesti nazionali costituisce unoperazione scontata e ovvia. Tali limiti si possono cogliere ancora oggi, in particolare nella letteratura sulle relazioni internazionali, in cui concetti assai problematici come interesse nazionale vengono spesso utilizzati in maniera disinvolta, come si trattasse di realt autoevidenti, in uno scenario in cui gli interessi concorrenti che si fronteggiano allinterno delle frontiere magicamente si ricompongono nel momento in cui lo stato, agendo come una sorta di individuo, si presenta sul proscenio internazionale. Altro rilievo condivisibile che Martin Shaw muove alle scienze sociali e il loro spiccato disinteresse per la guerra, spesso considerata come un dato accidentale e catastrofico estraneo alla normalit delle relazioni sociali. Si tratta di unimpostazione che si potrebbe fare risalire addirittura al copywriter del termine sociologia Auguste Compte, per il quale la guerra costituendo un retaggio della societ dei guerrieri e dei sacerdoti destinato a lasciare il campo ad altre forme di regolazione del conflitto con la progressiva affermazione della societ degli industriali e degli scienziati non rappresentava certo un tema meritevole dellinteresse di una scienza positiva orientata al futuro. Successivamente, anche autori assai meno inclini allottimismo progressista come Max Weber ed mile Durkheim, nonostante

gli eventi bellici avessero profondamente segnato le loro biografie, non hanno riservato particolari attenzioni alla guerra. Nel volume di Martin Shaw, tuttavia, la condivisibile enunciazione dellesigenza di integrare a pieno titolo le dinamiche belliche nellanalisi sociologica e politologica non trova una compiuta realizzazione e resta spesso limitata alla dichiarazione di intenti o a qualche generico riferimento a Clausewitz. In La rivoluzione incompiuta vengono individuate tre fasi di organizzazione della statualit. La prima forma quella dello stato nazionale-internazionale, in cui i contenitori di potere confinato, sovrani allinterno delle proprie frontiere, si contrappongono e legittimano reciprocamente nello spazio anarchico delle relazioni internazionali. A tal proposito, Shaw sottolinea opportunamente come limmagine di un sistema internazionale centrato sullo stato nazione sia comunque per molti versi fuorviante in quanto i soggetti che lo strutturavano erano per la maggior parte imperi, dotati di propaggini coloniali pi o meno estese. Tale situazione viene profondamente modificata dagli esiti della Seconda guerra mondiale, che oltre a innestare i processi di decolonizzazione conducono allemergere dellordine bipolare. Intorno alle due superpotenze si strutturano due blocchi allinterno dei quali gli stati procedono a una ridefinizione delle loro prerogative. Shaw parla in proposito di stato blocco in quanto si ha a che fare non con semplici alleanze ma con livelli crescenti di integrazione, militari ma anche politici, economici e sociali. Nato e Seato sottraggano ai singoli stati le funzioni di difesa mentre istituzioni quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, lOcse, il Gatt, nominalmente mondiali, ma in realt espressione del blocco occidentale, procedono a fissare criteri e istanze di governo delle dinamiche economiche che eccedono le specifiche aree di sovranit. Nellanalisi dello stato

blocco emerge uno dei maggiori limiti dellapproccio di Shaw: la sottovalutazione del ruolo della potenza egemone, che si colloca in una posizione ambigua, allo stesso tempo allinterno e allesterno del complesso reticolo di istituzionalizzazione sovranazionale prima occidentale poi globale. Allinterno dello stato blocco, al di l dei diversi livelli di integrazione, si colloca infatti un soggetto, gli Stati uniti, che mantiene con risolutezza lintegrit delle proprie prerogative sovrane. La fine della Guerra fredda, secondo Shaw aprirebbe la strada allemergere dello stato globale attraverso la progressiva integrazione allo stato blocco occidentale, in forme diverse, di un crescente numero di stati e il crescente irraggiamento dellazione delle organizzazioni e agenzie internazionali. Ci non comporta una sparizione degli stati, che anzi negli ultimi anni sono proliferati. Diversamente lazione dello stato globale diviene fattore cruciale della riproduzione delle forme statali, che in riferimento a esso definiscono i propri livelli di intervento. Lo studioso inglese ovviamente consapevole di limiti e squilibri che caratterizzano i processi di integrazione dello stato globale. In proposito parla di rivoluzione incompiuta, individuando tuttavia nel conglomerato globale lunico orizzonte politico lungo il quale diviene possibile larticolazione del progetto di una democrazia cosmopolita. In tal senso, la prospettiva di Shaw, che presenta diverse analogie con le proposte teoriche di autori quali David Held e Anthony McGrew, appare come un interessante tentativo di tradurre in termini sociologici molti degli schemi che fanno capo a quello che Danilo Zolo definisce globalismo giuridico. Rispetto agli scenari evocati da La rivoluzione incompiuta, significativo risulta il contrasto con le tesi espresse di recente da Michael Mann, sociologo anglo-statunitense autore di unimportante sintesi sulle forme di esercizio del po177

tere nella modernit, The Sources of Social Power (di cui sono usciti i primi due volumi, mentre annunciata limminente uscita del terzo, dedicato alla globalizzazione) che senza dubbio rappresenta un riferimento teorico fondamentale per Martin Shaw, specie per quanto riguarda la sottolineatura della centralit della guerra e delle questioni militari nella definizione delle strutture politiche e delle preponderanze sociali e il tentativo di superamento, in chiave storico-sociologica, delle concettualizzazioni relative allo stato di impronta giuridico-filosofica. Mann, tuttavia, come mostra il suo pi recente volume Incoherent Empire, proposto in Italia con il titolo Limpero impotente, chiamato a esprimersi sulla contemporaneit non indulge in valutazioni ottimistiche circa il progressivo consolidamento di uno stato globale e di una democrazia cosmopolita ma parla di imperialismo americano. O meglio di militarismo, confrontando con le esperienze imperialiste del passato (Roma, Inghilterra e Francia) la politica di potenza statunitense conseguente alla fine della Guerra fredda. A emergere il fatto che la superpotenza non risulta in grado di esercitare un reale ruolo egemonico su scala planetaria. La preponderanza bellica a tal fine non risulta sufficiente Lincapacit politica di accompagnare la presenza militare a stabili forme di controllo del territorio conduce infatti alla diffusione di un reticolo di presidi quasi completamente isolati, fisicamente e politicamente, dai contesti territoriali in cui sono insediati. Impero incoerente, dunque, come recita il titolo originale dellopera, in quanto incapace di tradurre il proprio potenziale militare nella stabilizzazione di strutture di controllo del territorio o nella promozione di forme negoziali di risoluzione delle turbolenze regionali. A fronte di ci la condivisibile domanda che si pone Mann la seguente: Lo stato occidentale e globale di Shaw andr in fran178

tumi sotto la pressione dellunilateralismo americano?. Massimiliano Guareschi Anders Stephanson, Destino manifesto. Lespansionismo americano e limpero del Bene, Feltrinelli, Milano 2004. Mano destra sul cuore. Ogni mattina, nelle scuole degli Stati uniti, si canta la delicata tensione di America the beautiful, sintonano le cadenze stridenti di Hail to the Chief e di The Stars and Stripes forever. Una nuova giornata spuntata alle porte dellImpero e il presidente Bush ringrazia dio aprendo la sua bibbia su un versetto del libro dellApocalisse. Louverture mattutina, in tutta la sua complessa partitura simbolica, viene spiegata nota per nota in Destino manifesto. Lespansionismo americano e lImpero del Bene, un volume di Anders Stephanson, svedese di origine ma di formazione inglese che, come spesso accade negli ambienti cosmopoliti della ricerca, ha scelto di insegnare storia negli Stati uniti, alla Columbia University di New York. Ma c stato un giorno, un anno, una guerra in cui la celebrazione mattutina del destino manifesto, unespressione coniata a met degli anni quaranta del XIX secolo dallimprenditore John OSullivan per definire la missione degli Stati uniti di espandersi sul continente, cambi di senso. Non era pi soltanto il rito millenaristico per ringraziare la provvidenza per il ruolo mondiale assegnato alla nazione, un patriottismo che ha ispirato tanto Alexander Hamilton quanto Martin Luther King, ma annunciava il rombo dei cannoni. Era linizio del 1898 e il futuro presidente degli Stati uniti Teddy Roosevelt saliva a bordo di una lancia della marina diretta a Cuba per dare battaglia agli spagnoli. Il focoso neocolonnello dei Rough Riders, un reggimento di cavalleria costituito da cowboy e cac-

ciatori della costa occidentale e da atleti e studenti dei college di quella orientale, non solo trov appagante sparare a uno spagnolo ma, pochi anni dopo, avrebbe usato la stessa retorica patriottica evocando la missione civilizzatrice degli Stati uniti nei confronti dei popoli non civilizzati, abbandonati alla notte del dispotismo e della barbarie culturale, in nome del destino manifesto della propria nazione. Non era la prima volta che limperialismo americano si esprimeva nel teatro mondiale, lannessione delle isole Hawaii e quella mancata delle Filippine erano state le sue manifestazioni pi fragorose, ma solo allora diventava programma di governo allinterno di una politica di potenza che nulla aveva da invidiare a quella degli stati europei. Celebre era stata la battaglia del presidente Grover Cleveland per distinguere limperialismo europeo, tipicamente colonialista ed estraneo alla tempra e al genio di questo popolo libero e magnanimo e opposto al sentimento, al pensiero e allo scopo dellAmerica, destinato a diffondere la pace e la giustizia nel mondo. Ma ugualmente determinante fu la mediazione geopolitica di Teddy Roosevelt che trasport la volont egemonica dei suoi predecessori allinterno dello spazio geografico e, allo stesso tempo, la ridefin allinterno dellespansione dei mercati agricoli e manifatturieri mondiali nei quali gli Stati uniti erano diventati leader alla fine del XIX secolo. La crescita del paese dellaquila calva avrebbe ben presto travolto legemonia britannica che dominava allepoca il mercato mondiale. Intorno al 1850, infatti, al momento della nascita del mercato mondiale, gli Stati uniti diventavano leader sul mercato delle macchine per la produzione su grande scala di armi di piccolo calibro. Era il primo gradino che avrebbe portato il paese nei primi anni del secolo successivo alla costruzione di un warfare su scala mon-

diale. Dapprima potenza regionale, limitata dallegemonia britannica, il gigante americano conquist posizioni a cavallo della Prima guerra mondiale quando, nel 1910, giunse al controllo del 31% delle riserve auree mondiali mentre, dopo la guerra, ripag il debito con lInghilterra, diventandone a sua volta creditore. In meno di un decennio il vecchio sistema monetario mondiale fu schiacciato dalla spinta del capitale americano. Lespansione industriale e finanziaria del capitale americano si accompagnava alla definizione di unegemonia culturale ispirata a una doppia matrice: quella del messianesimo protestante e quella del determinismo positivistico. La prima matrice, precisa Stephanson, derivava dal tema biblico del popolo eletto che uno dei giganti della politica americana, Thomas Jefferson, con il consenso di John Adams e Benjamin Franklin, inser nellestate del 1776 nella Costituzione. Da allora, quello dellApocallisse probabilmente il libro della Bibbia pi letto dai presidenti americani: racconta dello scontro tra le forze del Bene e quelle del Male e si conclude con la vittoria finale del Bene e il ritorno del Messia. Ci rende la narrazione godibile per il grande pubblico, soprattutto quando interseca la storia americana come non pu che essere con lultima fase, quella determinante, prima dellavvento del nuovo millennio: il cielo scender sulla terra, gli uomini saranno giudicati secondo il loro merito e verr istituita lultima epoca pacifica prima della fine dei tempi, lo Shabbat perpetuo una metafora protestante per annunciare quello che Francis Fukuyama avrebbe molto pi tardi definito la fine della storia. Nel XIX secolo il messianesimo protestante dei coloni anglosassoni giunti sul nuovo continente tra il 1620 e il 1660 veniva innestato sulla pianta del sociobiologismo di Herbert Spencer, un ex ingegnere delle ferrovie che divenne 179

lintellettuale di lingua inglese pi influente della seconda met dellOttocento. Le teorie spenceriane affermavano la superiorit dei pi idonei nella lotta per la sopravvivenza dei popoli, una lotta che avrebbe portato lumanit a uscire dallo stato della barbarie e dellanarchia politica per giungere alla civilt. Spencer aggiungeva che solo il capitalismo laissez-faire, una deregolamentazione selvaggia delle strutture sociali a danno delle classi pi povere e in nome della razionalit dellimpresa, avrebbe dato la spinta per trasformare la lotta per la sopravvivenza in una pacifica competizione tra le nazioni. Allalba del nuovo secolo, quello che avrebbe sancito la realizzazione della profezia del destino manifesto, la supremazia economica statunitense si accingeva a diventare potere egemonico mondiale partendo dal connubio tra il socio-biologismo di Spencer, il capitalismo liberticida e il messianesimo protestante. Accanto alla nuova, e rivoluzionaria, organizzazione fordista del lavoro, infatti, lamericanismo diffondeva a livello mondiale anche i suoi contenuti sociali di cui Stephanson non manca di ricostruirne la genealogia intellettuale: filosofi come John Burgess, esperto della teoria dello Stato di Hegel e professore di legge di Theodore Roosevelt, storici militari come Alfred T. Mahan, tutti affermavano il carattere razziale e di classe del dominio dei bianchi sui popoli altri, non importa se entro i confini nazionali o sullo scenario mondiale. Fu poi la visione utopistica di Woodrow Wilson della Lega delle nazioni e soprattutto quella di Franklin D. Roosevelt a chiarire definitivamente la natura della nuova egemonia americana, fondandola su basi egemoniche ispirate a un contesto culturale meno imbarazzante: il liberalismo politico inglese che univa il tema della predisposizione cristiana della nazione americana con quello della sicurezza collettiva, fonda180

mentale per creare con Alfred Kahn, nel secondo dopoguerra, gli strumenti della Guerra fredda contro il comunismo, in primo luogo la politica del contenimento. Una volta sconfitta legemonia britannica, scriveva Karl Polanyi in La grande trasformazione, cadeva infatti il miraggio liberoscambista, secondo il quale il mercato poteva autoregolarsi portandosi dietro lautomatismo della base aurea e il libero scambio internazionale. Sconfitti poi i nazisti, il mercato capitalistico postbellico divenne un prodotto politico dellegemonia americana, costruito appositamente da una decisione politica consapevole. Ci consent di aggirare i problemi strutturali del mercato mondiale britannico, inseparabile dalla dipendenza del centro dominante dal commercio estero, dallinfluenza pervasiva delle sue istituzioni commerciali e finanziarie, dalla fondamentale dipendenza tra le politiche economiche nazionali e quelle utili allintegrazione economica mondiale. Lestensione del ruolo del governo americano nella politica mondiale inizi a incidere profondamente sul bilancio federale. Il Fair Deal, teorizzato sin dal settembre 1945 da Truman, andava nella stessa direzione del New Deal di Roosevelt: uno stato sociale dispendioso che ostacolava lo sviluppo dellegemonia americana, assorbendo una quota troppo alta di risorse finanziarie. Lidea di un governo federale forte, capace di una politica fiscale sufficientemente redistributiva, diventava incompatibile con una politica estera molto aggressiva in nome degli interessi egemonici americani. La sicurezza sociale andava cos a compromettere quella internazionale, rinnovando il classico scontro tra protezionisti e liberoscambisti. Truman cambi presto idea e si schier con questi ultimi, concedendo priorit agli interessi dellegemonia americana, finanziando il piano Marshall, oltre che la nascita della Nato nel

1949, avviandosi cos verso il conflitto pluridecennale con lUnione sovietica. In quel quinquennio fu necessario offrire al Congresso e allopinione pubblica una rappresentazione semplificata della nuova politica strategica. LUnione sovietica venne perci equiparata allespansionismo nazista per mezzo della categoria concettuale del totalitarismo. Questa visione deliberatamente allarmistica culminava nella consueta esortazione a scegliere il Bene, sfidando il destino della storia scrive Stephanson. La competizione per il potere globale basata sulla proliferazione delle armi atomiche, e sulle politiche di deterrenza tra le nuove potenze, non ultima la Cina, costitu la principale infrastruttura politica del tempo. Lidea imperiale della democrazia americana nasceva dunque da unesigenza strategica: quella di contenere lantagonista globale sovietico allindomani della fine della Seconda guerra mondiale. La democrazia americana intesa come fondamento e difesa della civilt occidentale, sostenuta dallideologia del libero scambio e del mercato mondiale, contro il totalitarismo comunista fondato sul socialismo di stato e leconomia pianificata. Era questo lo scenario politico dal quale scaturiva la politica del contenimento, una formula di George Kennan che ha avuto una considerevole fortuna nellambito della politica e dello studio delle relazioni internazionali durante la Guerra fredda. Testimone privilegiato del dibattito che si svolgeva, tra il 1947 e la fine del 1949, ai vertici del potere americano, al momento della creazione della cosiddetta dottrina Truman, Kennan deve la sua fama a un saggio apparso sulla rivista Foreign Affairs nel luglio 1947. Pur riaffermando i concetti sui quali si era a lungo soffermato nellanno precedente, Kennan assumeva la politica del contenimento come obiettivo della grand national strategy americana sin dai primi anni Quaranta, quando gli Stati uniti erano ancora al-

leati con lUrss nella guerra antinazi-fascista. Originariamente ideata e applicata alla politica di equilibrio in Europa, la formulazione basilare del contenimento veniva estesa fino a comprendere il perimetro della Cina e dellUnione sovietica. Lidea di Kennan era quella di difendersi dalla presenza sovietica in Europa e contrastava significativamente con la prospettiva espressa dalla Casa bianca. Il 28 aprile 1947, infatti, in una preoccupata dichiarazione alla radio, il segretario di Stato, generale Marshall, affermava: La ripresa dellEuropa stata molto pi lenta. Forze di disintegrazione stanno diventando evidenti, il paziente sta morendo mentre i dottori discutono. La dottrina Truman era la versione offensiva dellintuizione di Kennan e teorizzava una nuova guerra: quella ispirata dallo scontro tra popoli liberi e regimi totalitari. Gli Stati uniti avrebbero dovuto vincerla perch, sosteneva retoricamente Truman, i popoli liberi del mondo guardano a noi per mantenere le loro libert. Insoddisfatto della volgarizzazione della sua teoria, di cui si preferiva accentuare il lato militare nel contenimento della minaccia sovietica allinterno del quadrante euro-asiatico, Kennan ci teneva a precisare che tale risultato sarebbe stato ugualmente conseguito grazie alla creazione di un sistema politico ed economico stabile e prospero. Era lintuizione di una strategia complessa, centrata sul libero scambio e sul sistema capitalistico, che avrebbe creato nei mesi successivi istituzioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, ma anche il Piano Marshall. La svolta imperiale impressa dalla politica del contenimento e dalla dottrina Truman port gli Stati uniti ad abbandonare la tradizione secolare isolazionista e a pensare lEuropa come il teatro nel quale i sovietici avrebbero dovuto essere contenuti. Emergeva 181

in maniera netta il paradosso costitutivo dellamericanismo: quella americana una civilt nella quale la vita, la libert, la ricerca della felicit e la produzione di massa non sono distinguibili. Per difendere il proprio livello di benessere, la propria sicurezza sociale e il proprio stile di vita sul mercato mondiale, gli Stati uniti avrebbero dovuto assumere un profilo aggressivo in politica estera. Nel libro di Stephanson forte il senso della continuit nella costituzione dellegemonia imperiale. Se questa continuit indiscutibile, almeno nel secondo dopoguerra, crediamo sia anche soggetta a un certo numero di fratture e discontinuit: il Vietnam, la rivoluzione neoliberista di Reagan e la dottrina della global security inaugurata da George Bush padre dopo la prima Guerra del Golfo. Queste fratture di natura essenzialmente politica incidono sulla tenuta pi generale dellegemonia, al punto da condizionarne pesantemente lequilibrio. La guerra contro il terrorismo inaugurata da Bush figlio dopo l11 settembre non solo lesplicitazione di una linea autoritaria presente sin dalle origini della formazione dellegemonia, ma anche il suo punto di non ritorno. Il libro di Stephanson ha il merito, non certo trascurabile, di spiegare la svolta neoimperiale statunitense in termini di una crisi del suo consenso. Con lultima presidenza, infatti, i limiti dellegemonia americana sono sotto gli occhi di tutti: alla grande repressione del dissenso interno avvenuto negli anni intorno alla Prima e alla Seconda seconda guerra mondiale, con la guerra al terrorismo subentrato oggi il drammatico aumento della povert di massa. E il richiamo ideale a una democrazia mondiale governata da un nucleo normativo a livello internazionale per sua natura rigido e inapplicabile su una scala cos vasta da parte di unautorit, quella dellOnu, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che non 182

riescono pi a tenere saldo lordine politico mondiale. dal 1991, dal momento del suo massimo fulgore, che legemonia americana sconta paradossalmente la crisi pi generale del liberalismo politico. Essa, conclude Stephanson, non ha pi gli strumenti utili per garantirsi la legittimazione, troppo deboli e comunque non garantiste sono le sue risposte alle minoranze che chiedono il riconoscimento dei diritti, inesistenti sono quelle per i popoli che pretendono pace, libert e democrazia. Una crisi che non sar certo risolta ricorrendo alle chiacchiere sul match tra il Bene e il Male o camminando sulle ginocchia e invocando lavvento del Nuovo millennio della libert. Roberto Ciccarelli Samuel Huntington, La nuova America. Le sfide della societ multiculturale, Garzanti, Milano 2005. O lui o noi, ma soprattutto lAmerica, i suoi valori e la sua sicurezza. Nonostante la sconfitta elettorale alle presidenziali del novembre 2004, il ticket KerryEdwards ha centrato lobiettivo: lAmerica in guerra contro un nemico che non avevamo mai conosciuto prima e i democratici sono pronti a prendere il bastone del comando di una nazione in guerra contro il terrorismo. Unesibizione di patriottismo che ha prodotto un buon effetto politico nella competizione con Bush. Perch gli americani sono un popolo patriottico e nellultimo quarto di secolo hanno creduto che i democratici non lo fossero altrettanto, almeno nella stessa maniera schietta ed appassionata. Kerry e Edwards hanno cos dimostrato di non avere perduto la virt guerriera, anzi ne hanno profuso a volont, con richiami allidentit americana, fondata sui valori comuni. I valori, una parola molto popolare in politica, una stampella che sorregge i di-

scorsi elettorali e le parti eroiche delle biografie dei candidati. Ma una parola a dir poco vaga, buona per tutte le stagioni, lequivalente verbale del tofu: significa tutto quello che si vuole significhi. Per i repubblicani sinonimo di non essere squinternato come un hyppie, mentre per i democratici non si riferisce necessariamente alla trinit conservatrice (Dio, patria e pistole). Per tradizione, quello dei valori un tema molto caldo per i repubblicani, ma i democratici si sono sintonizzati sulla stessa lunghezza donda. Ricorrere allidentit di una nazione in guerra, ai suoi valori, per essere riconoscibili sul mercato politico, allora. Ma lidea che quella statunitense sia unidentit in qualche modo limitata ad alcuni salienti caratteri culturali tradizionali e ontologici va ben oltre le ragioni di una competizione elettorale e segue un dibattito ormai consolidato. Lultimo volume di Samuel Huntington La nuova America. Le sfide della societ multiculturale costituisce unoccasione considerevole per comprendere i risvolti, e le trappole, di una cultura di guerra che va sviluppandosi da molto tempo anche in ambiente accademico. Due sono i momenti della rinascita dellidentit americana, scrive Huntington: la fine della Guerra fredda ha privato gli Stati uniti di un nemico pericoloso, limpero del male contro il quale definire la propria identit. L11 settembre le ha invece fornito la certezza della direzione verso la quale procedere, consolidare cio lidentit nazionale contro tutte le altre, subnazionali, transnazionali, binazionali, che si sono affermate fin dalle battaglie per i diritti civili, linguistici e multiculturali delle minoranze negli anni Sessanta e Settanta corrompendo il suo nucleo originario, quello fondato sugli imperativi della supremazia anglosassone (wasp): razza bianca, cultura liberale (Locke e Adam Smith) e, cosa pi importante, religione protestante. questo il nu-

cleo del credo americano: etica protestante, culto del lavoro e della propriet, e infine capitalismo innestato sulle radici del rule of law britannico. Lingua ufficiale: linglese parlato a Yale e Harvard. Quella americana, avverte Huntington, non mai stata unidentit razziale, ma culturale, non ha mai fatto riferimento a una comunit originaria territoriale, sul modello sangue e suolo tipico del nazionalismo tedesco sconfitto nella Seconda guerra mondiale. Diversamente, essa si richiama a un nazionalismo civico e liberale, ispirato ai principi del liberalismo politico inglese importato con la prima ondata colonizzatrice proveniente dalle coste britanniche. questa la differenza tra la cultura wasp e tutte quelle giunte con le successive ondate migratorie. Ci ha permesso la maturazione presso gli americani bianchi e protestanti, aggiunge Huntington, del senso di superiorit che si ritiene connaturato a una nazione eccezionale e universale, destinata a essere egemone per i prossimi secoli. La missione imperiale degli Stati uniti prende in queste pagine le sembianze di unidentit culturale e religiosa in guerra non soltanto con i suoi due potenziali nemici, la Cina e il mondo arabo-islamico, ma anche con le numerose subculture presenti sul so territorio nazionale (nera, cinese, latina). Il nucleo fondante dellegemonia, quella che Huntington definisce la religione civile americana, infatti composto da quattro elementi: un protestantesimo senza dio, ma con un Essere supremo, il Bene, a capo dellintero edificio costituzionale; un ethos sociale improntato alla glorificazione del lavoro e della propriet privata; la religione patriottica e infine lidea, propagandata sin dai tempi di Lincoln, dellelezione divina degli Stati uniti. La coscienza imperiale americana, quindi, non si caratterizza per alcun particolare attaccamento, o identificazione, con un luogo, ma si ri183

volge al mondo, si sente nel mondo, e da ci trae il suo intrinseco universalismo e cosmopolitismo. In secondo luogo, questa coscienza necessita di un nemico, interno o esterno, per radicarsi. Laltro stato di volta in volta identificato nel vecchio impero coloniale inglese, nei nativi americani (anche se Huntington sembra non ricordarli affatto), nel comunismo, oggi negli stati canaglia. Laltro quindi un elemento costitutivo dellidentit e della vocazione imperiale americana. A differenza del precedente Lo scontro delle civilt, dove limpero era impegnato insieme allintera civilt occidentale (attraverso la preziosa protesi della Nato) in una lotta mortale contro i suoi antagonisti culturali e ideologici, in questo volume Huntington si sofferma sul conflitto che ha segnato dallinterno lidentit americana nel secondo dopoguerra. Fin dal Civil Rights Act del 1964 e dal Voting Rights Act del 1965, infatti, potenti movimenti di contestazione hanno sfidato legemonia wasp a favore di unestensione, e di una relativa snaturalizzazione, del concetto di America, a favore della maggioranza della popolazione composta per lo pi da neri e latinos che, pur essendo nati negli Stati uniti, erano esclusi dalla fruizione dei diritti civili. Scrive Huntington: LAmerica non era per loro una comunit nazionale di individui che condividono una cultura, una storia e un credo comuni, ma un conglomerato di razze, etnie e culture subnazionali differenti, nelle quali gli individui venivano definiti dalla loro appartenenza al gruppo, non a una comune nazionalit. La crescita di queste identit subnazionali ha preceduto la fine della Guerra fredda e ha trasformato loriginario nucleo monoculturale in un melting pot che ha favorito la crescita delle affermative actions, oltre che delleducazione bilingue, facendo dellinglese solo una delle lingue parlate negli Stati uniti, e non quella principale. 184

Per Huntington, dopo l11 settembre i movimenti per i diritti civili hanno esaurito la loro funzione. iniziata infatti lepoca in cui i popoli verranno definiti principalmente in base alla loro cultura e alla loro religione, e non a partire dalla rivendicazione di principi politici come la libert individuale o luguaglianza. Il ritorno a forme integraliste di cristianesimo, assai attive nella societ civile americana grazie ad associazioni di ispirazione religiosa impegnate ad affrontare i problemi legati alla droga, alla criminalit minorile, alle ragazze madri, nonch la pervasiva retorica pseudoreligiosa usata da Bush rappresenta il segnale che la componente religiosa dellidentit culturale sta tornando a galla in vista dello scontro con i militanti islamici e il nazionalismo cinese. A questo punto Huntington prende le distanze sia dal cosmopolitismo dei liberal sia dallimperialismo dei neo-conservative protetti sotto lala di Bush. I primi, infatti, spingono legemonia americana ad abbracciare il mondo, condividendo con esso la propria identit culturale, i principi politici ispirati al liberalismo politico. I secondi cercano al contrario di imporre al mondo la volont politica degli Stati uniti, al fine di affermarne i valori presso popoli che non hanno il minimo desiderio di diventare americani e di condividere il nucleo protestante e anglosassone della loro religiosit e cultura. Cosmopolitismo e imperialismo tentano in maniera differente, ma convergente, di ridurre o addirittura eliminare le differenze sociali, politiche e culturali tra legemonia americana e le altre societ. Quello di Huntington invece un approccio nazionalistico che tende a sottolineare ci che distingue gli Stati uniti dalle altre societ: la sua religiosit. Storicamente, aggiunge Huntington, religione e nazionalismo sono andati a braccetto: Parti significative delle lite americane sono favorevoli al fatto che lAmerica diventi una societ co-

smopolita. Altre invece desiderano che assuma un ruolo imperiale. La maggior parte del popolo americano si affida allalternativa nazionalistica per preservare e potenziare lidentit statunitense che ha resistito per secoli. A ben guardare, la soluzione proposta da Huntington non esclude per principio ladozione della strategia cosmopolita o imperialista. Si pu governare il mondo attraverso il ricorso a una democrazia di tipo multiculturale e a una governance economica senza per questo rinunciare alla prerogativa nazionalistica. In ogni caso, tutte e tre le opzioni mirano a difendere legemonia americana proponendo soluzioni ampiamente convergenti sulla base delladesione a unanaloga prospettiva apocalittica, e sostanzialmente falsa, che evoca scenari fatti di scontro tra le civilt e le identit culturali e religiose. Da ci risulta la condivisione, allinterno di un ampio spettro di posizioni, di un medesimo criterio metapolitico: la divisione del mondo in amici e nemici. stato tienne Balibar a segnalare la presenza pi che visibile nellargomentazione di Huntington della famosa teoria di Carl Schmitt. La guerra contro il fondamentalismo islamico (che Huntington potrebbe definire una guerra di frattura), rappresenterebbe quindi un nuovo modo di graduare lostilit e individuare i nuovi nemici in base a un criterio di tipo morale-religioso. Huntington pensa legemonia in unottica difensiva. Da qui il suo suggerimento di riconoscere le aspirazioni cinesi sullEstremo Oriente, a costo di rinunciare alla presenza americana nella regione, ricostruendo cos un equilibrio bipolare sul modello della Guerra fredda. E tuttavia Huntington, una volta registrata la crisi del cosmopolitismo e dellimperialismo, le due versioni estremizzate della classica alternativa della politica estera americana, non si accorge che la logica profondamente essenzialista che pervade la sua teoria della

guerra tra le civilt essa stessa produttrice di nuove conflittualit al punto che il suo preteso universalismo comunque sinonimo di imperialismo. Sia chiaro, Huntington pienamente consapevole del fatto che la teoria, rivendicata sia a destra sia a sinistra, dellimposizione dei valori occidentali alle altre civilt falsa, immorale e pericolosa, in quanto ogni tipo di universalismo risulta portatore di guerre. E tuttavia egli riconosce che quella occidentale, e a maggior ragione quella americana, sebbene sotto la forma di una falsa coscienza o di unillusione bella e buona, sia lunica civilt portatrice delluniversalismo. Questo senso comune hegeliano, che ha pervaso la politica delle grandi potenze, e in particolar modo di quella americana, durante il XIX e il XX secolo, venuto meno da quando la legittimit dellegemonia americana entrata in crisi, diciamo a partire dal 1989. Da allora la storia mondiale non pu pi essere interpretata come storia americana. Lunica ragione oggi per guardare agli Stati uniti rimane il valore politico avuto dalle rivendicazioni incrociate di diritti civili e sociali da parte dei lavoratori e delle minoranze che hanno caratterizzato il Novecento statunitense, cos come ne hanno parlato C.L.R. James in American Civilization e Eric Foner in Storia della libert americana. Ci detto, Huntington ha lanciato la propria sfida a questa lettura democratica e radicale della storia americana proponendo un credo mistico-religioso che fa degli Stati uniti la reincarnazione di un Frankestein crociato che si aggira tra le sabbie mediorientali alla caccia mortale dellinfedele, canaglia e terrorista. Quella di Huntington la parabola di uno studioso accusato di razzismo e fondamentalismo protestante, ma anche di un grande conservatore, di quelli in via di estinzione ormai. Professore alluniversit Albert J. Weatherhead e presidente dellHarvard Academy of In185

ternational and Area Studies, Samuel Huntington pu essere considerato politicamente un conservatore e, come studioso di relazioni internazionali, un realista. Nel corso della sua carriera, non ha trascurato di frequentare i piani alti del potere nelle vesti di coordinatore del National Security Council della Casa bianca nel biennio 1977-78 o di membro autorevole della Commissione trilaterale, fondata nel 1973 per sostenere la cooperazione tra quei paesi industrializzati che condividevano una posizione egemonica nel sistema delle relazioni internazionali. In un celebre rapporto scritto per la Trilaterale nel 1975, Huntington rivela la sua critica, ai confini con lostilit, nei confronti dei movimenti politici di base, auspicando nuovi limiti allesercizio dei diritti civili e politici: Lessenza delle rivolte democratiche degli anni Sessanta era una sfida generalizzata alle autorit esistenti, sia pubbliche sia private. La vitalit di queste proteste ha posto negli anni Settanta un problema di governabilit della democrazia. Dobbiamo riconoscere che esistono potenzialmente dei limiti allindefinita estensione della democrazia politica. Alla luce di queste considerazioni, non si pu dire che la sua ricerca abbia nel frattempo sofferto di contraddizioni. Anzi, sia in Lo scontro delle civilt , sia nellultimo volume pubblicato Huntington estende lidea di una democrazia limitata ad alcuni soggetti, (le civilt dominanti e le lite bianche) escludendo le minoranze che hanno animato negli ultimi trentanni la battaglia politica statunitense. Ma al cuore dellidea di questa democrazia wasp c il nemico. Prima erano i comunisti, il classico nemico interno che scaten la caccia alle streghe di McCarthy, oggi il pericolo marrone, dal colore della pelle dei latinos che affollano i sobborghi delle grandi metropoli americane. Come afferma lo scrittore e critico letterario Carlos 186

Fuentes in una recensione apparsa su New Perspectives Quarterly, per Huntington il pericolo marrone indispensabile per una nazione che esige, per esistere, una minaccia esterna identificabile. Moby Dick, il modello per tutti i nemici dellAmerica, oggi impersonificato dai messicani che lavorano e arricchiscono le nazioni del Nord del pianeta. Ma dietro questa crociata contro i latinos manca una seria ricerca demografica. Nel suo recente libro Huntington si limita a elencare aneddoti, articoli di giornale e sondaggi, i cui risultati sono spesso contraddittori scrive Jim Sleeper sul Los Angeles Times, stabilendo le differenze tra lidentit americana e quella del meltin pot multiculturale sulla base delle tradizioni culinarie (la seconda reprime le differenze, mentre la prima rimasta immutata nonostante le spezie e i crauti importati dalle ultime ondate migratorie). Nessuna mescolanza, nessuna assimilazione, dunque. Ma quello che Huntington teme di pi, aggiunge Sleeper, la denazionalizzazione delle lite statunitensi: la borghesia globale che viaggia per affari, compra casa a Parigi, parla le lingue del mondo e insegna nelle pi diverse universit costituisce un serio attacco allidentit americana. La loro forse intelligenza con il nemico? Anche Francis Fukuyama, americano di origini giapponesi, stigmatizza la sindrome da assedio degli otto milioni di latinos (il 27 per cento degli immigrati) di Huntington: Culturalmente gli immigrati messicani sono molto meno lontani dagli anglosassoni degli immigrati che provenivano dallItalia del Sud o dallEuropa dellEst. Alcuni, come il generale Ricardo Sanchez, servono il loro paese. Senza considerare che molti giovani ispanici sono assorbiti dalle sottoculture delle citt americane. Perch allora rifiutarli? Gli angloprotestanti non lavorano pi abbastanza, perch non hanno pi la religione del lavoro. Oggi sono i coreani, i mes-

sicani, i russi, gli indiani a farlo per loro. E poi, a ben guardare, chi pu dire che la supremazia bianca sia cos uniforme? Congregazionalisti, anglicani e presbiteriani sono diversi e, per di pi, nota Fukuyama, sono gruppi che lottano per una societ multiculturale. Potr mai accettarlo, questo, mister Huntington? Roberto Ciccarelli Emmanuel Todd, Dopo limpero. La dissoluzione del sistema americano, Marco Tropea Editore, Milano 2003. Gli Stati uniti hanno un problema urgente da risolvere, ovvero quello di mantenere i propri standard di vita, bench questi siano ben al di sopra delle loro reali possibilit economiche. Negli ultimi cinquantanni, da grandi produttori agricoli e soprattutto industriali e di servizi, gli americani si sono trasformati in grandi consumatori, con una bilancia commerciale costantemente e fortemente in passivo, e un deficit federale che esploso parallelamente al lancio dellattuale guerra permanente. In altre parole, gli Stati uniti sono diventati un paese predatore. Da qui lapparente ossessione per il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico. Ma in realt le compagnie petrolifere americane gi controllano la produzione e il commercio internazionale del petrolio, allora perch scatenare costosissime guerre per andare a prendere una materia prima che gi di fatto loro? Perch mai gli Stati uniti, da fonte di stabilit ed equilibrio internazionale, si stanno rapidamente trasformando in una costante fonte di tensione, adottando la strategia del pazzo che davanti allavversario, per intimidirlo, si mostra del tutto irresponsabile e capace di qualsiasi atto (linvasione di uno stato o un primo colpo nucleare, per esempio)? A giudizio di Emmanuel Todd, quello che la potenza americana sta rappresen-

tando sulla scena mondiale nel dopo 11 settembre con la guerra in Afghanistan, linvasione dellIraq (non ancora avvenuta al momento della stesura del libro, ma ampiamente prevista) e la conseguente politica di guerra contro il terrorismo un militarismo teatrale che si sceglie antagonisti infinitamente pi deboli (oltre ai paesi medio-orientali come Siria, Iraq e Iran, troviamo dittature personali come Cuba e la Corea del Nord) per nascondere la propria debolezza e la propria dipendenza economica: come se, per unoscura ragione, gli Stati uniti cercassero il mantenimento di un certo grado di tensione internazionale, una situazione di guerra limitata ma endemica. Potremmo cio interpretarla come una sorta di strategia della tensione (nel senso italiano dellespressione), estesa a livello globale. Questo stato di insicurezza internazionale serve a nascondere il fatto che lAmerica ha bisogno del resto del mondo, mentre il resto del mondo non avrebbe pi bisogno degli Stati uniti se questi ridivenissero una nazione come tutte le altre, e soprattutto il resto del mondo non avrebbe pi bisogno del dollaro. La vera posta in gioco nello scenario internazionale contemporaneo la valuta americana: senza lattuale centralit del dollaro nelleconomia globalizzata, gli Stati uniti sono destinati al declino economico e alla perdita della loro egemonia politica e culturale. Le guerre del petrolio servono in realt come arma di ricatto nei confronti di alleati fortemente dipendenti dallimportazione di energia, come Giappone ed Europa, e come diversivo dal vero pericolo per gli Stati uniti, ovvero che il dollaro perda il suo ruolo di moneta di riserva e principale mezzo di scambio internazionale. Non un caso che tutti i paesi che gli Stati uniti hanno collocato nel cosiddetto asse del male, contro il quale lesercito americano inscena le sue sanguinose iniziative militari, abbiano in unoccasione o in 187

unaltra minacciato di adottare leuro come mezzo di pagamento per il proprio petrolio o come valuta di riserva. solo grazie al ruolo del dollaro sui mercati finanziari mondiali, infatti, che gli Stati uniti possono permettersi di consumare molto di pi di quanto producano. Il problema degli Stati uniti che hanno bisogno dei prodotti industriali e delle risorse finanziarie del resto del mondo, mentre il resto del mondo non ha bisogno degli Stati uniti e, ora come ora, sarebbe ben contento che la superpotenza diventasse una democrazia liberale e fondamentalmente pacifica, invece che una costante minaccia per la pace nel mondo. Oggi il rischio non quello di un isolazionismo deciso dagli Stati uniti, bens quello di una marginalizzazione dellAmerica quale risultato dello sviluppo del continente euro-asiatico. Daltro canto, dopo il collasso dellUnione sovietica, gli Stati uniti sono rimasti lunica grande potenza mondiale, ma non dispongono dei mezzi materiali e morali per dominare il mondo, per creare un vero e proprio impero americano. Dal punto di vista militare, nonostante i forti aumenti nella spesa destinata a tale settore decisi dallamministrazione Bush dopo l11 settembre, gli Stati uniti non sembra potranno mai avere la possibilit di dominare un impero territoriale in senso classico: Lapparato militare americano sovradimensionato per garantire la sicurezza della nazione, ma sottodimensionato per controllare un impero. Ma i problemi pi gravi per la creazione di un impero americano sono di carattere culturale e derivano dalla mancanza di un universalismo capace di integrare le popolazioni sottomesse. Gli Stati uniti, durante la loro epoca autenticamente imperiale, erano curiosi e rispettosi del mondo esterno. Osservavano e analizzavano con simpatia le diversit delle societ del mondo usando la politologia, lantropologia, la letteratura e il ci188

nema. Il vero universalismo trattiene il meglio da tutti i mondi. [...] LAmerica indebolita e improduttiva del 2000 non pi tollerante. Il nuovo differenzialismo americano si esplica, per esempio, nel totale dispregio per la convenzione di Ginevra nel corso dellattuale guerra in Iraq; oppure con il conteggio dei propri soldati caduti, ma con lassoluta indifferenza per i 150.000 civili iracheni morti nel primo anno di guerra (secondo il calcolo compiuto dalla rivista medica Lancet), con la protezione del ministero del petrolio ma labbandono al saccheggio del museo archeologico. Per creare un impero bisogna invece cooptare le classi dirigenti dei paesi sottomessi e integrare progressivamente nella propria cittadinanza le popolazioni, come aveva fatto Roma a suo tempo. E il monopolio di fatto della violenza legittima a livello internazionale da parte degli Stati uniti, deve appunto trovare una legittimit, che attualmente solo le Nazioni unite potrebbero eventualmente fornirle, ma verso le quali gli Stati uniti almeno nel corso del primo mandato della presidenza di Bush jr hanno invece ostentato indifferenza se non disprezzo. Da questo punto di vista, bisogna notare che per spiegare lattuale unilateralismo e differenzialismo statunitense, Todd utilizza argomentazione di carattere storico, ma adotta anche un dubbio determinismo antropologico, per cui lattitudine di un popolo conquistatore a trattare in modo egualitario i gruppi vinti non nasce da fattori esterni, ma si trova inserita in una sorta di codice antropologico iniziale. Si tratta di un apriori culturale. I popoli che hanno una struttura familiare egualitaria in cui i fratelli vengono definiti come equivalenti fu il caso di Roma, della Cina, del mondo arabo, della Russia e della Francia della pianura parigina , tendono generalmente a considerare come uguali gli uomini e i popoli. E, tuttavia, dato che Todd an-

nuncia un suo nuovo lavoro sulla questione, vale forse la pena di sospendere il giudizio su questo punto, almeno per il momento. Per il resto, il libro di Emmanuel Todd molto originale e in gran parte convincente, offrendoci un quadro dellattuale situazione politica internazionale che deriva contemporaneamente da una puntuale analisi sociologica e da una pi ampia sintesi di carattere antropologico e demografico. Da questo punto di vista, tuttavia, lautore ogni tanto ci sembra ostentare uneccessiva fiducia nella forza dellalfabetizzazione e delleducazione in generale, quali fonti di democratizzazione e di pacificazione internazionale. La sua tesi di fondo che il processo di alfabetizzazione della societ in generale, e della popolazione femminile in particolare, conduca necessariamente a un rallentamento della crescita demografica che, dopo uninevitabile fase di tumulti sociali (Todd paragona lattuale jihad nel mondo islamico alla rivoluzione inglese del Seicento), condurr a sua volta a una fase di modernizzazione democratica. E, tuttavia, Todd riprende anche le teorie aristoteliche sulla trasformazione dei regimi politici, per cui non esclude che, mentre grazie allalfabetizzazione anche le societ islamiche pi retrive stiano evolvendo verso la democrazia, senza bisogno di sanguinari interventi esterni, gli stati industrialmente pi avanzati stiano muovendo verso regimi oligarchici. Daltro canto, anche la fede un po scientista dellautore nei dati demografici appare senza dubbio eccessiva, ma Todd pu vantare al suo attivo la previsione del crollo dellUnione sovietica, sulla base di statistiche economiche e demografiche, in unepoca nella quale tutti gli osservatori e gli analisti stimavano che il sistema sovietico fosse estremamente stabile e destinato a durare nel tempo (si veda, Emmanuel Todd, La chute finale. Essai sur la dcomposition de la sphre sovitique, Laffont, Pa-

ris, 1976). Come del resto, oggi, amici e avversari in egual misura celebrano o deprecano grandezza e potenza dellimpero americano... Luca Guzzetti James Gow, Defending the West, Polity Press, Cambridge-Boston 2005. A detta sia di Philip Bobbitt sia di Martin Shaw, autori di due fra i pi importanti lavori degli ultimi tempi sul rapporto fra stato, costituzionalismo e guerra rispettivamente The Shield of Achilles. War, Peace, and the Course of History (Knopf, New York 2002); La rivoluzione incompiuta. Democrazia e stato nellera della globalit (Universit Bocconi editore, Milano 2004) Defending the West di James Gow, professor di International Peace and Security al Kings College di Londra, un libro importante. Del testo viene sottolineato in particolare lintento di ricongiungere gli imperativi della politica di potenza bushista con le necessit regolative di un sistema internazionale in grado di garantire ordine e stabilit, assurti come significanti dellidea stessa di Occidente, almeno quella vissuta e abbracciata dai ceti medi di Casablanca e Bali, di Helsinki e Yokohama. James Gow incarna tutti i pregi e i difetti di una nuova generazione di scienziati sociali. Estrema competenza nellesaminare in dettaglio le scuole di pensiero della geopolitica contemporanea, ma forti limiti culturali e politici nellanalizzare la congiuntura storica e le forze che si contendono il campo. Come direbbe Weber, Gow un tecnico senzanima, e lOccidente che vuole difendere sembra coincidere con la piattezza apolide dei centri commerciali e delle produzioni hollywoodiane che alimentano il consumismo della classe media globale. Defending the West diviso in sette capitoli che delineano una strategia espo189

sitiva ben precisa di qualificazione e giustificazione della ricerca di egemonia globale del quadrumivrato Bush, Rice, Cheney, Rumsfeld. Dopo lintroduzione che apre con una trattazione della pre-emption e dei valori occidentali che da essa devono venire difesi, il testo si sviluppa con una successione quasi aristotelica delle questioni cruciali della geopolitica contemporanea: teoria, ordine, minacce, alleanze, partnership, azione preventiva. Dalla guerra del Vietnam fino allavvento di Bush il giovane (tralasciando i fremiti umanitari di Carter e Clinton), il realismo ha informato il pensiero dei circoli della politica estera americana. Henry Kissinger di sicuro appartiene a quella schiera, cos come James Baker, il pessimo architetto dellimmediato dopo Guerra fredda. Anche lamministrazione Reagan, malgrado la valenza ideologica delle esternazioni sullImpero del male, rimase saldamente ancorata nel cinico pragmatismo della balance of power. Con Samuel Huntington il realismo assume una torsione offensiva e si attrezza al prossimo scontro di civilt con stati e ideologie che ripudiano lamerican way of life. Al realismo si storicamente alternato linterventismo liberale di presidenti come Wilson e Franklin Roosevelt (e Kennedy), volto a espandere la sfera dei valori (e degli interessi) americani nel mondo. Altri approcci alla politica internazionale, che per non hanno avuto grande impatto negli Stati uniti al di fuori dellaccademia, sono il razionalismo progressista kantiano (vedi lultimo Habermas di LOccidente diviso) e il transnazionalismo dellinterdipendenza, approccio sociologico al problema della globalit in cui convivono moderati come Joseph Nye, liberalimperialisti come Michael Ignatieff e leftist come Michael Mann. James Gow manifesta una posizione per molti versi vicina a quella di Huntington. A suo parere la guerra preven190

tiva appare come una risposta giustificabile di fronte alle minacce asimmetriche che lOccidente deve affrontare. I rischi da fronteggiare, infatti, non provengono pi principalmente dallaggressione di altri stati sovrani, ma dallinstabilit di stati falliti o in procinto di esserlo, da sciagure finanziarie o epidemiologiche, da attacchi imprevedibili di sette fondamentaliste e/o apocalittiche. A livello di stati, le minacce fondamentali che richiedono se non lalleanza, perlomeno la partnership strategica fra attori occidentali sono essenzialmente rappresentati dai due sopravvissuti dellaxis of evil, Corea del Nord e Iran. La Cina invece vista come rivale militare certa nel medio periodo, sulla cui potenza Gow non esclude potrebbe incardinarsi un futuro bipolarismo simile a quello della Guerra fredda. Secondo il libro, sullIran gli Stati uniti lavoreranno di concerto con lEuropa e sulla Corea del Nord con il Giappone, anche se Gow, come il dipartimento di Stato statunitense, sembra fidarsi pi dello spirito occidentalista (e anticinese) di Koizumi che della determinazione di resistere agli ayatollah di Xavier Solana o di Francia, Germania e Gran Bretagna. Passando dallanalisi della contingenza politica a considerazioni di natura teorica, si pu notare come Gow si distanzi dal realismo propriamente detto in direzione di un approccio che denomina realismo costruttivo. Secondo lo schema proposto, i comportamenti e le decisioni di politica internazionale si ispirano al realismo, ma il loro ripetersi e accumularsi costruisce istituzioni e sistemi che condizionano lazione successiva delle forze dotate di qualche grado di autonomia decisionale. In una formula, might makes right, il che significa che la dottrina Bush starebbe costruendo le istituzioni destinate a sorreggerla e a riprodurla e che il vuoto di diritto internazionale in cui agisce sar presto colmato da un sistema alternativo (c

chi direbbe opposto) a quello eretto a Yalta e San Francisco. Dal punto di vista politico, la sintesi di Gow risponde alle nuove sfide concettuali poste dalla controrivoluzione neocon, che ricombina il militarismo ereditato dalla guerra fredda con lidealismo missionario tradizionalmente appannaggio del Partito democratico. Bush, infatti, per esportare con le armi e lintimidazione la libert americana in ogni angolo del globo arruola il vangelo democratico di Franklin Delano Roosevelt insieme al gingoismo di Reagan e della destra sudista repubblicana. allinterno di un simile sincretismo che Gow tenta di definire la propria prospettiva teorica. La fede occidentalista tuttavia gli gioca brutti scherzi, quando per esempio lo spinge a ritirare fuori la bufala delle armi di distruzioni di massa che avrebbero potuto cadere nelle mani di al Qaeda se gli Stati uniti non avessero invaso lIraq. Anche lottimismo che Gow nutre sul ruolo futuro della Nato sembra mal riposto, pur se la cicatrice atlantica mostra di rimarginarsi dopo la conferma di Bush e la nuova nomina di Condoleeza Rice a segretario di Stato. Ma il professore londinese pi pronto di altri a riconoscere la discontinuit storica degli anni Novanta, allorch il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite abiur dalla dottrina westfaliana della sovranit per postulare un diritto/dovere di intervento. Ci avvenne soprattutto nel caso del Kosovo, dove i bombardamenti di Wesley Clark vennero ratificati post festum dal Consiglio di sicurezza. Levoluzione balcanica della Nato e il ruolo junior dellUnione europea nello svolgere la funzione di forza pacificatrice dopo che calato il sipario sul teatro bellico, sono a opinione di Gow fatti consolidati e ne-

cessari alla mutua difesa dellalleanza euratlantica alla base dellOccidente e dei suoi interessi comuni in unepoca di minacce imprevedibili alla sua sicurezza. Nel recente incontro di Monaco fra diplomazia americana ed europea, Schroeder ha richiesto un profonda revisione del funzionamento della Nato, in quanto lalleanza non rappresenterebbe pi il luogo di incontro privilegiato fra le due sponde dellAtlantico, vista la nascita di una politica estera e di sicurezza unitaria dellUnione europea. Rumsfeld ha reagito con un misto di sprezzo e sorpresa (nella stessa assise dove due anni fa postul la famosa distinzione fra Old Europe francotedesca e New Europe filoamericana), ma un fatto che la Nato non avr un ruolo in Iraq e si fatica a vedere un futuro di interventi per lalleanza militare sopravvissuta alla Guerra fredda. Defending the West si chiude dove si era aperto: il bisogno e la necessit dellazione militare preventiva nel nuovo mondo del dopo 11 settembre. Secondo Gow, esiste una connessione diretta fra la riqualificazione delle dottrine strategiche portata avanti da Strobe Talbott sotto lamministrazione Clinton (dopo lo smacco a Mogadiscio e in vista degli interventi contro la Serbia) e la dottrina Bush. Agire preventivamente rischioso e potrebbe non rivelarsi giustificato ex post facto, ma non ci sono alternative nello scenario di insicurezza generalizzata del primo XXI secolo: Per quanto discutibile, e anche qualora le prove a suo sostegno non possano essere addotte o prima o dopo lazione preventiva, tale azione potrebbe rendersi necessaria, prima che le minacce siano troppo vicine o prima che sia troppo tardi. Auguri. Alex Foti

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