SABATO 4 GIUGNO 2011 SETTIMANALE DE «IL MANIFESTO» SUPPLEMENTO SABATO 9 LUGLIO 2011 ANNO 14 • N.

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SUPPLEMENTO SETTIMANALE DE «IL MANIFESTO»

ANNO 14 • N. 22

SULLE TRACCE DI UNA FORZA INARRESTABILE CHE DALLA TORINO DEGLI ANNI ’70 HA ATTRAVERSATO TUTTO IL PAESE ED È ARRIVATA IN SICILIA. «LA PEDATA DI DIO» RACCOGLIE UN VENTO CHE NON LASCIA RIPOSARE LA POLVERE ALZATA DA MAFIA E SOPRAFFAZIONE

Lasciare libero il passo

DON CIOTTI • ULTRAVISTA: LIBRI PER L’ESTATE • SANTARCANGELO 41 • CHIPS&SALSA• ULTRASUONI: DE GREGORI, LA CONTESTAZIONE DEL SECOLO • RAP & ROCK• TALPALIBRI: CERONETTI • DI STEFANO • BERGERO • LA BUR • LE ROVINE DI MILANO/5 • SEILER • BACHMANN • HANDKE

■ DOCUMENTARIO ■ LA PEDATA DI DIO ■

Questo è «il noi» che Libera tutti

Don Ciotti (foto Massimiliano Verdino); immagini dalla copertina del dvd «La pedata di Dio» (sopra) e momenti sul set durante le riprese del film (destra)

2) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

Il Manifesto
DIRETTORE RESPONSABILE

Norma Rangeri
VICEDIRETTORE

Angelo Mastrandrea Alias
A CURA DI

Roberto Silvestri Francesco Adinolfi (Ultrasuoni), Federico De Melis, Roberto Andreotti (Talpalibri) Con Massimo De Feo, Roberto Peciola, Silvana Silvestri
REDAZIONE

di Silvana Silvestri

a parola di don Ciotti ha messo in moto meccanismi di gigantesca portata, iniziative che partono da molto lontano, da una Torino che negli anni ’70 stava per iniziare un inarrestabile declino, le lotte operaie sotto tiro e una generazione che sarebbe presto sparita, sottoposta all’ingresso mirato dell’eroina. Così nasce il gruppo Abele. Ma oggi siamo in un altro secolo, la crisi è diventata la normalità e vedere La pedata di Dio, il documentario di Tommaso D’Elia, Silvia Bonanni e Daniela Preziosi, ci apre alla speranza. Si racconta tutta la rete che avvolge il nostro paese con migliaia di presenze organizzate ad arrestare tutti i veleni che ci circondano, con la stessa forza con cui tentano di distruggerlo, tessuta ormai in quarant’anni di lavoro. La mafia, le carceri, la droga, le violenze e le sopraffazioni hanno trovato in «Libera», nel gruppo Abele e Arcobaleno e molto altro la risposta che meritano. Attraversiamo tutta l’Italia da sud a nord in questo documentario (sarà proiettato in pubblico alla festa di Libera a metà luglio, ma si può vedere sul sito di Arcoiris che lo ha prodotto), dalla legalità che si materializza attraverso le terre strappate alla mafia e che Libera gestisce, alla grande riunione dei familiari delle vittime di mafia che pronunciano uno dopo l’altro i nomi dei familiari uccisi come a renderli presenti. Il cardinale Pellegrino disse un giorno a don Ciotti «Luigi, la sua parrocchia sarà la strada» e lui lo ha preso in parola trasformando le strade d’Italia in una grande assemblea di gente attiva che difende i poveri e gli ultimi, nei luoghi dalle sopraffazioni come il presidio di Libera all’Aquila che monitora il territorio, arriva fino a Bruxelles in pullman a dare una presenza collettiva nella giornata contro la corruzione, fa del gruppo Abele un luogo dove transitano 25 mila persone all’anno da riabilitare e difendere, in una Torino che sembra fatta di gente indifferente (lui dice «seriosa») ma capace di generosità, come i tanti volontari che nella fabbrica donata da Giovanni Agnelli praticano un’accoglienza impareggiabile. Il documentario si chiude con una sua citazione da don Albino Casati: «vorrei che le chiese fossero come gli alberi che danno ombra, cibo, riparo agli uccelli per poi lasciarli volare via» a sottolineare la sua idea della chiesa come luogo aperto. Com’è don Ciotti? «È un uomo come tutti, cioè non come tutti» di-

L

ce uno dei suoi e lo descrive perfettamente, attraversato da dubbi e contraddizioni. «Ci vuole molto coraggio, lui ci insegna coraggio» aggiunge. C’è voluto anche un bel po’ di coraggio, pensiamo, ad andare da lui e chiedere: possiamo fare un documentario su di te? Intanto perché sottolinea continuamente il lavoro collettivo: «Io faccio la mia parte, dice questa non è opera di navigatori solitari, questa è la forza, questo è il «noi». Bisogna che la gente sappia che la povertà non è un destino, ma frutto di scelte politiche». Tra le firme della regia un documentarista di lungo corso, Tommaso D’Elia autore di bellissimi lavori dal latinoamerica, dalla Giordania, dall’Afghanistan, poi in Cile con Daniela Preziosi per Calle Miguel Claro 1359, che prende il titolo dall’indirizzo dell’ambasciata italiana a Santiago che durante la dittatura accolse 600 rifugiati (ufficialmente). Inoltre ha realizzato tre documentari dal «Rototom Reggae Sunsplash Festival» di Osoppo, un luogo dove la tolleranza è strumento di trasmissione di saperi. La difficoltà di raccontare la guerra e gli stermini si affiancano a «La pedata di Dio, una pista difficile da seguire, per un personaggio che rifugge dal culto della personalità e dalla complessa mappa di iniziative da raccontare. Quali difficoltà avete incontrato? Già l’impresa di riuscire a incontrarlo ci ha impegnato più di un mese. Lo abbiamo incontrato nella sede nazionale di «Libera». Gli ho detto che ero stato convocato da Arcoiris che mi aveva chiesto di fare un documentario su di lui. Avevo giù lavorato agli inizi di Libera con alcuni progetti su Roma. Lui ha risposto: «No no, guarda su di me non se ne parla proprio». Però ha aggiunto «se riuscite a fare i mille volti ,le mille storie, le mille facce, quel «noi» che è così importante, io poi ve le lego». Lui è stato non solo oggetto, ma soggetto del documentario, l’ha un po’ comandato. Dovete andare là, dovete fare questo e quest’altro. L’altra cosa bella è stata quel rapporto distaccato ma anche intimo con lui che spero venga fuori. Emerge benissimo anche il mosaico di iniziative, dal sud verso il nord del paese. La prima cosa che abbiamo ripreso è stata quella pazzesca e faticosa per noi, come sempre quando ti trovi di fronte al dolore degli altri: Luigi ci ha portato nella bellissima struttura di Terrasini, albergo chiuso d’inverno e riaperto per accogliere delle giornate di studio e di lavoro insieme a trecento paren-

ti di vittime di mafia. Un impatto fortissimo. Eppure tu hai grande esperienza di situazioni al limite Quando lavori in maniera empatica in cui entri nelle storie perché ne fai parte, perché cerchi di abolire quel diaframma mostruoso che è la macchina da presa o il microfono, non è così semplice. Stai con loro, gli stai accanto. Gli abbiamo chiesto: tu stai con loro, con questo dolore continuo. Come fai? Ha risposto: «ma io sto in silenzio, ci guardiamo, ci tocchiamo le mani». La caratteristica del silenzio è meno conosciuta della sua trascinante eloquenza. La cosa più eclatante in lui è che è una persona pulita, una persona perbene. Poi siamo andati all’Aquila e abbiamo deciso di raccontare la storia con una troupe di giornalisti Rai, la nostra scelta è stata documentare questo modello di documentazione: loro facevano ’la televisione’ e noi riprendevamo loro mentre la facevano. Lo dice anche Daniela Preziosi: «per una volta ritornano nel cratere i giornalisti». Era il secondo anno. Come siete infine riusciti a farlo parlare così a lungo? Ci ha tenuto molto sotto controllo dall’inizio alla fine, sapeva quello che avevamo fatto a Torino. Torino è una situazione molto speciale, il Gruppo Abele ha 600 persone che ci lavorano tra volontari e addetti, 25 mila persone che l’attraversano, tra gruppi di contrasto, persone che transitano ogni anno. Stanno in questa fabbrica bellissima, regalata da Giovanni Agnelli, un fan di Luigi, con una delle biblioteche più importanti sulla lotta alle mafie, estremamente specializzata, la consulta chi lavora su questi argomenti. Fuori della «Fabbrica delle ’e’», così si chiama, fanno la raccolta della differenziata a Torino con centinaia di furgoni, tutti vengono da una cooperativa che ha esperienza di reinserimento di tossicodipendenti. Negli anni sono diventati i primi raccoglitori di differenziata di Italia.

Si parla di «un uomo come tutti, cioè non come tutti» e soprattutto del «noi», di come una moltitudine di addetti e volontari riescono a muovere i macigni in un paese immobilizzato dalla corruzione e dagli affari sporchi
LIBERO CINEMA
«Libero cinema in libera terra» è il festival itinerante sui beni confiscati alle mafie VI edizione che si tiene dal 1 al 23 luglio in undici regioni, dal Piemonte alla Sicilia nelle cooperative di Libera Terra. La manifestazione è organizzata dalla Fondazione Cinemovel, presieduta da Ettore Scola, in collaborazione con Libera, Associazione contro le mafie fondata da Don Luigi Ciotti. Ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia ogni estate scelgono di fare un'esperienza di volontariato e di formazione civile sui terreni confiscati, gestiti dalle cooperative sociali di Libera Terra. Oltre ad alcune tappe storiche come San Sebastiano da Po, Galbiate, Mesagne, Polistena, L’Aquila, Belpasso, Castel Volturno, quest’anno il festival nomade monterà lo schermo anche nel modenese e poi a Matera, a Pollica, Isola Capo Rizzuto, Castelvetrano, Favara, Roccamena, Lanuvio. Il tour si conclude il 23 luglio a Firenze, alla Festa nazionale di Libera. In programma i film di Roberta Torre, Ascanio Celestini, Pasquale Scimeca, Laura Halilovic, Andrea Segre, Calabria, Ruggiero, D'Ambrosio («Biutiful cauntri»), Pietro Marcello, Daniele Gaglianone, Marco Chiarini, Jafhar Panhai. Programma su www.cinemovel.tv, per sostenere l’iniziativa con piccoli fondi popolari www.produzionidal basso.com

Della Chiesa, ma anche tante vedove non raggiunte da nessun risarcimento. Infatti Libera lavora anche con gli avvocati per poter ottenere i risarcimenti per le persone semplici che non hanno accesso alle informazioni, altre che non possono averli perché non si trovano più i cadaveri. In quella riunione si faceva il punto sulle leggi, anche su quella che dia la possibilità di andare a parlare nelle scuole come lavoro riconosciuto di pubblica utilità. L’intervista che gli abbiamo fatto alla Casa del Jazz, un luogo importante ed emblematico perché tolto alla banda della Magliana, ha accettato di farla solo alla fine dopo aver visto che lo avevamo seguito per sei mesi, compreso l’avventuroso viaggio in pullman a Bruxelles arrivato con dieci ore di ritardo per problemi di neve (da quel viaggio abbiamo l’intervista con Francesco Forgione l’ex presidente della commissione antimafia («la presenza dei mafiosi in Europa è economia»). O nella fabbrica donata da Agnelli sede di altre associazioni torinesi. Un aspetto che non abbiamo potuto toccare, ma che è di grande importanza è che lui è referente per il ministero degli interni per le donne che denunciano la tratta e che risiedono in case protette». Avete toccato anche aspetti religiosi della sua attività? Abbiamo cercato di farlo emergere, lui tiene alto l’aspetto pastorale, più che l’aspetto teologico, secondo la citazione della lettera pastorale del cardinal Pellegrino vescovo di Torino indirizzata ai preti nel ’72 che dice che la chiesa deve camminare con gli ultimi. Apriamo il documentario con una citazione del Vangelo in cui, nel corso di una tempesta, agli apostoli spaventati dalle onde Gesù raccomanda di non aver paura». Torino è stata segnata dall’attività di don Bosco. Ci sono dei riferimenti a lui? No, piuttosto a don Milani e ai grandi del cattolicesimo umile come padre Turoldo, che lo aiutava per le iniziative in carcere, di cui ricorda la frase «lo spirito è il vento che non lascia riposare la polvere». Pur con tanti limiti è un personaggio carismatico, il gruppo Abele ha avuto non pochi problemi, lui vive blindato non si sa a che ora arriva, a che ora riparte, ma trova sempre il tempo per portare il suo appoggio alle persone che hanno bisogno. Come fai a sostenerli? chiediamo. Non faccio niente, li abbraccio. E sono povera gente, familiari di gente ammazzata. Con noi ha stabilito un rapporto. Ci vedeva. Fisicamente non si risparmia, non molla mai. Più che per quello che dice è importante quello che fa.. Con tutti i volontari ha un rapporto. Oltre all’incontro con i familiari delle vittime per mafia, quali sono stati i momenti più emozionanti del lavoro? Un altro momento è stato il Natale in fabbrica, si è riempito di volontari e beneficiati, tossici, puttane e zingari, Caselli ed altre autorità, tutti insieme, un vero presepe umano. Non produce soldi é lobby politiche. Quando capisce che c’è autenticità in quello che fa, la gente semplicemente si mette a disposizione.

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Torino è una città che a un certo punto sembrava senza speranza, oggi è rinata. Noi facevamo le riunioni tra Torino e Pinerolo negli anni ’70, poi è diventata una città buia ed ora è una città quasi colorata. Il gruppo Abele ha 45 anni di età. Noi abbiamo ripreso per puro caso il loro anniversario, ma per loro è stata una cosa molto importante. Nasce da un incontro su una panchina, come racconta, dalle parole di un barbone che un tempo era stato medico e ora è un insieme di attività produttive e non, perché è chiaro che la riduzione del danno non può essere produttiva, oppure l’accoglienza di donne sole che girano nel quartiere senza sapere dove andare a dormire, con bambini, spesso immigrate ma non solo. C’è un’attività furiosa del gruppo. Come lo avete convinto? (chiediamo alla coautrice Daniela Preziosi che lo intervista nel documentario) È stato difficile convincerlo, abbiamo dovuto fargli capire che eravamo seri. È molto attento a non farsi costruire l’aureola perché questo non lo renderebbe credibile. Lui dice: io non esisto, c’è solo il noi, le mille facce, le mille esperienze. Ogni volta che portavamo la camera su di lui, si allontanava, poi ha capito che andavamo nei posti a seguire le attività e non lui e alla riunione dei familiari delle vittime per mafia fatta a porte chiuse siamo stati l’unica telecamera ad avere il permesso di riprendere. Lì c’erano le persone più conosciute, i familiari di Falcone, Nando

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In copertina: Dzerina Dace: «Touring Dance Teacher»

ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (3

EUROPA
CULT

INSOSTENIBILE

LETALE

RIVOLTANTE

SOPORIFERO

COSI’ COSI’

BELLO

MAGICO

CLASSICO

ANCORA TU!
DI ANDY FICKMAN; CON KRISTEN BELL, SIGOURNEY WEAVER. USA 2010

Due libri, entrambi editi da Voland, in tema di aerei. Anzi: di incontri con sconosciuti all’aeroporto, o una volta a bordo. Cosmetica del nemico, firmato da Amélie Nothomb, è subito inquietante nella sua trama semplicissima: un uomo di affari viene agganciato da un tizio, il quale comincia a parlargli. Il businessman tenta di sganciarsi, ma invano. Il tizio dichiara che non lo lascerà mai in pace. Seguendo dialoghi fulminanti, la voglia di riempire di botte l’odioso chiacchierone, aumenta nel lettore pagina dopo pagina. Come andrà a finire? Ci mancherebbe altro, se ve lo svelassimo. Tatami si svolge nella pancia di un jet che vola da Madrid a Tokyo. Seduto accanto a Olga, c’è un passeggero che senza reticenze inizia a raccontarle della sua passione per il voyeurismo. Olga, a tutta prima, si scandalizza. Poi cede all’impulso di fare domande, accorcia le distanze nei confronti dell’ambiguo personaggio, lo ascolta con attenzione crescente. Le ragioni di questo cambiamento, forse, hanno radici anche in lei. Acquistateli per leggere durante il viaggio. In aereo, è ovvio. Amélie Nothomb, Cosmetica del nemico (pp. 84, Euro 7, Voland) Alberto Olmos, Tatami (pp. 101, Euro 12, Voland)

Quando Marni, giovane donna in carriera nel settore delle pubbliche relazioni, torna a casa perché suo fratello maggiore sta per sposarsi, scopre che la promessa sposa è Joanna, sua ex rivale ai tempi del liceo. Decide allora di fargliela pagare a sua volra. Le cose si complicano quando la madre di Marni, incontrando la zia di Joanna, si accorge che anche loro erano compagne di liceo e nemiche per la pelle.

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BIG MAMA: TALE PADRE TALE FIGLIO
DI JOHN WHITESELL; CON MARTIN LAWRENCE, BRANDON T. JACKSON. USA 2011

Dopo Big Mama ed Fbi Operazione tata torna l'agente speciale Malcolm Turner,abile nei travestimenti e con lui c'è suo figlio Trent diciassettenne. Insieme si travestono e cominciano ad investigare in una scuola femminile di arti dello spettacolo dopo che Trent è stato testimone di un omicidio. Spacciandosi per Big Mama e Chairmane, padre e figlio dovranno trovare l'assassino prima che lui trovi loro.

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ITALIA Due titoli, dove è solo la fotografia a parlare. Portano la firma di Attilio Cristini, che fin dagli esordi ha scelto di puntare l’obbiettivo sulle tematiche sociali. L’Aquila rinasce documenta il lavoro nei cantieri, negli uffici, nelle strade, per ricostruire, soccorrere, restaurare. Cronaca asciutta in bianco e nero di una fatica quotidiana, fuori dalla retorica politica e dagli appalti truffaldini. Le Marche di Cristini sono le chitarre e le fisarmoniche de Il mestiere dei suoni, reportage sugli artigiani che tra Castelfidardo e Recanati sfidano le tecnologie e i ritmi industriali per continuare a produrre strumenti dalla voce incantevole. Sfidano le cifre dell’audience e dello share ogni giorno, da 15 anni, i protagonisti di Un posto al sole, serie tv talmente unica da non poter venir classificata né come soap opera, né come telenovela. In onda dal lunedì al venerdì su Rai 3, conta un pubblico di tre milioni di adepti, tra cui numerosissimi sono gli appartenenti all’area della sinistra. Loro, ma non solo, si lascino condurre da Un posto al sole, il Libro, attraverso una Napoli di cui bisogna rifiutare l’omologazione a città della spazzatura. Dvd della prima puntata, in allegato. Bella, sorniona, amara e cialtrona, è la Napoli de Il paradiso può attendere. A volte, guida dentro l’anima della città con tutti i suoi enormi guai e l’inossidabile veracità dei suoi sorrisi popolari. Il libro si addentra tra i vicoli e respira lungo i corsi e le piazze, lasciandoci lettori irrisolti di fronte all’eterno Mistero Napoletano. E irrisolta, densa di verità nascoste, è la morte di Carlo Giuliani durante gli scontri a Genova del 2001. Becco Giallo, una certezza editoriale nel panorama della graphic novel, ricorda quei fatti attraverso Carlo Giuliani, il ribelle di Genova. Afferma l’editore: «... Per noi, pubblicare questo libro significa provare a superare lo schema ragazzo con estintore contro ragazzo con pistola... riscoprendo da una parte il Carlo Giuliani ragazzo, dall’altra tutti quegli elementi troppo spesso taciuti, che hanno portato alla sua morte e ai più maldestri tentativi di depistaggio». Nota a margine: fino al 24 luglio, Palazzo Ducale ospita la mostra «Cassandra. Genova 2001 – Genova 2011» per raccontare il decennio di un movimento che si radunò nel capoluogo ligure in pacifica contrapposizione al G8 e venne massacrato da polizia e carabinieri. Lei è la Duchessa del nulla che dà titolo a un’opera difficile da inscrivere con certezza in una precisa categoria letteraria. Lui è un bambino, il fratello di Edmund, che lo ha abbandonato insieme alla duchessa. Rimangono senza nome i

due protagonisti, creature fluttuanti in una Roma «vuota», fatta di topografie appena accennate, immensa e immobile. Dove sono, perché sono lì, a quali principi si ispira l’educazione che la Duchessa vuole (vorrebbe) trasmettere al bambino annientando con un disprezzo più triste che crudele il matrimonio, i poeti, la scuola, l’amore stesso? Forse, vivono e camminano nel nulla del tempo, dello spazio, della vita. Al termine del lungo monologo, la Duchessa scrive: «Vado verso nord, a Roma. O almeno credo sia il nord». Attilio Cristini, L’Aquila Rinasce (pp. 91, Euro 22), Il mestiere dei suoni (pp. 94, Euro 25), Edizioni Lavoro Marco Mele, Un posto al sole, il Libro, (pp. 254, Euro 18, Testepiene) Gaetano Amato, Il paradiso può attendere. A volte (pp. 174, Euro 12.90, Testepiene) F.Barilli/ M. De Carli, Carlo Giuliani, il ribelle di Genova, (pp. 144, Euro 15, Becco Giallo) Heather McGowan, Duchessa del nulla (pp. 173, Euro 16, Nutrimenti)
FRANCIA Cominciamo con Avanti, in cammino, sottotitolo «Vivere a quattro chilometri l’ora, pellegrini verso Santiago». Santiago è quella di Compostela, e non dite «che palle, l’ennesima guida sulla via mistica!». L’autrice, accanita tabagista e pigra fino all’eccesso, accetta l’avventura a piedi come pacifica sfida alle sue poco sane abitudini. Parte, e redige un diario di viaggio dove riversa ironia e leggerezza, ma anche domande e considerazioni. Quasi un romanzo, certo più di un semplice taccuino. Finalmente radunata in un solo volume, La trilogia di Fabio Montale, firmata da Jean Claude Izzo. Fabio, il poliziotto eternamente contro la propria vita, si trasforma, al fianco del viaggiatore attento e tra le pagine di Casino totale, Chourmo, Solea, nel cicerone ideale per chi intenda scoprire quei luoghi di Marsiglia lontani da giovani creativi e barman acrobatici. Il veleno della maldicenza ha i suoi migliori effetti nella vita di provincia. A Tulle, sud ovest della Francia, regione del Limosino, per 5 anni, dal 1917, viene iniettato attraverso migliaia di lettere firmate «L’occhio della Tigre». Vizi, segreti, malvagità, si annidano, stando all’Occhio, negli ambienti della Prefettura. L’opinione pubblica nazionale seguirà inquieta (chi non ha scheletri nell’armadio?) la vicenda, vera, finita in tribunale e ri-

costruita nel libro Le calligrafie del corvo, è degna di un noir di gran classe. Un russo racconta Parigi a bordo di un taxi, in Strade di notte. La Ville Lumière di Gazdanov sfavilla anche lungo i boulevard, ma ben più sovente contorce le sue viscere nel buio di personaggi dai destini desolanti e desolati. Puttane e ministri, nobiltà decaduta e preti, filosofi e operai, si raccontano buttando via ogni reticenza. Lo stile di Gazdanov, vicino al gotico, ma capace di alleggerirsi grazie a un’ironia mai fuori luogo, ha portato i critici ad accostarlo al Nabokov di Lolita. Giustamente. Alix de Saint André, Avanti, in cammino (pp. 270, Euro 18, Terre di Mezzo) Jean Claude Izzo, La trilogia di Fabio Montale (pp. 690, Euro 19.50, edizioni e/o) Francette Vigneron, Le calligrafie del corvo (pp. 423, Euro 19.50, Nutrimenti) Gajto Gazdanov, Strade di notte (pp. 201, Euro 20, Zandonai)
PORTOGALLO Uno ha fatto dell’immobilità lo spirito e la ragione della sua vita e della sua letteratura. L’altro mette al centro di un piccolo libro, il viaggio forzato e le illusioni di un migrante. Nel titolo delle due opere, il nome di una città: Lisbona. Mai scrittori sono stati così distanti come il Pessoa di Lisboa, quello che il turista deve sapere, e il Ruffato di Sono stato a Lisbona e ho pensato a te. Il viaggiatore immobile Fernando costruisce un’anomala guida; mentre Luis, di certo ben disposto ai cambiamenti, se non altro guardando alla sua vita, si limita a catapultare il protagonista del romanzo, Serginho, da una cittadina dello stato brasiliano del Minas Gerais nella capitale lusitana. Se le pagine di Pessoa trasudano spleen nella descrizione di strade e luoghi, Ruffato allestisce una scenografia popolare fatta di pensioni tristi come i bar e le trattorie, di panorami urbani che si spezzano contro i muri dei vicoli, di amicizie nate da una placida disperazione. Fernando ha sempre fumato, Serginho ricomincia a Lisbona. Fernando ha baciato una sola volta una donna, Serginho si innamora della prostituta Sheila. La vostra estate a Lisbona ha bisogno di tutti e due. Fernando Pessoa, Lisboa, quello che il

turista deve sapere (Voland, pp. 112, Euro 7) Luiz Ruffato, Sono stato a Lisbona e ho pensato a te (La Nuova Frontiera, pp. 94, Euro 12)
EUROPA DELL’EST E BALCANI La piccola (nel formato) e accurata (nei contenuti) collana Off the Road dell’editore Vallecchi, propone in Caduti dal Muro il racconto/dialogo tra due autori lontani per età, di una «caduta» che, con effetto domino, ha travolto il pianeta dopo aver riunificato l’Est e l’Ovest di Berlino. Diario da backpacker, il viaggio attraversa una buona porzione di mondo, appassiona, porta a riflettere, e arriva fino in Cina, dove un altro Muro racconta molte e assai diverse cose, soprattutto oggi. Lui è Michael Palin (ricordate i Monty Phyton?), scrittore della guida Viaggio nella Nuova Europa. Non stupitevi di questo insolito ruolo, e acquistate un manuale di viaggio all’insegna dello stile Monty, senza per questo scivolare mai nell’inattendibile. Dalla quarta di copertina: «Irudoterapia con le sanguisughe, sfilate ungheresi e treni a vapore di boscaioli ungheresi, Wrestiler in olio di oliva...». Benvenuti nella fantastica Nuova Europa. Nessuno come Michael saprà mai raccontarvela così. Ha qualche analogia narrativa con Neve di Orhan Pamuk, I fiumi del Sahara. Qui non siamo in un paese sperduto della Turchia, ma in un altrettanto sperduto villaggio della provincia albanese, ai tempi del socialismo, dove un giovane è nato e torna a far visita a parenti e amici. Una frana, seguita da una fitta nevicata, trasforma il breve soggiorno in prigionia. Nell’isolamento forzato, mutano, giorno dopo giorno, i tratti crudeli dello scenario umano. Nascosti prima di allora sotto una patina di noia e indifferenza. La narrazione è resa avvincente grazie a una perfetta miscela di sentimenti, passioni, conflitti, tensioni che sfiorano la follia. Schiavo inquieto di una vita che non gli appartiene, Rudi, il protagonista de La finestra russa, dopo essersi mal cimentato con gli studi e il mestiere di attore, abbandona la sua Belgrado per trovare una via di uscita prima a Budapest e poi in Germania. Ma è un Paese,

DREAMLAND - LA TERRA DEI SOGNI
DI SEBASTIANO SANDRO RAVAGNANI, CON FRANCO COLUMBU, TONI SPERANDEO. ITALIA 2010

La storia è ambientata nel 1951, dal Sud Italia al quartiere italiano di Milwaukee nel Wisconsin. Un ex pugile di origine italiana, vedovo e stimato da tutti ma spesso vittima di angherie da parte delle gang locali, riconosce nel capo di una di queste il proprio figlio adottivo e lo convertirà alla lotta per i diritti umani e per una vita senza violenza. Ravagnani è autore televisivo (Domenica In, Fantastico, Circo di Mosca, Sabato al circo 2) e ha scritto la biografia di Moira Orfei.

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IL VENTAGLIO SEGRETO
DI WAYNE WANG; CON BINGBING LI, GIANNA JUN. CINA USA 2011

Nella Cina del XIX secolo, due bambine si giurano amicizia eterna e diventate grandi comunicano tra loro inviandosi un ventaglio su cui scrivono con il linguaggio segreto delle donne, il «nu shu». Parallela a questa scorre una storia di amicizia nella Shangai contemporanea. Dal romanzo di Lisa See «Fiore di neve e il ventaglio segreto».

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4) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

ASIA
un posto reale, quello che davvero cerca Rudi? L’intrico di amori che accompagnano il suo cammino meritano davvero di chiamarsi tali? E la sua fuga è una corsa in avanti, o un cammino a ritroso nel tempo? Tito Barbini/Paolo Ciampi, Caduti dal Muro(Vallecchi, pp. 300, Euro 12) Michael Palin, Viaggio nella Nuova Europa (Sagoma, pp. 380, Euro 18) Ardian K. Kyçyku, I fiumi del Sahara (Zandonai, pp. 120, Euro 13) Dragan Velikic, La finestra russa (Zandonai, pp. 325, Euro 22.50)
SCANDINAVIA Siete tra coloro che aspirano a cambiar vita trovando un Buen Retiro fuori dal caos materiale e morale della nostra cosiddetta civiltà? Se il vostro orizzonte non guarda solo verso la Toscana o le isole esotiche, leggetevi L’allegra apocalisse, ambientato tra i boschi finlandesi del Kainuu. Asser Toropainen, comunista fino alla morte, finalizza la sua eredità alla costruzione di un tempio nascosto in mezzo alle fronde. Già l’edificio nulla aveva di sacro, ma ci penserà la comunità che pian piano intorno al tempio si raduna, a trasformarlo nel simbolo di una Cit-

tà Ideale e autarchica, dove gli eredi di Assler lavorano e se la spassano alla faccia di un mondo, vicino e lontano, sempre più sprofondato dentro il buio dei valori e dei falsi miti. La galleria dei personaggi, le descrizioni dei loro caratteri, il racconto delle vicende, sono resi mirabilmente accattivanti dalla penna di Arto Paasilinna. Restiamo nelle foreste, questa volta svedesi, e seguiamo, in L’uomo che morì come un salmone, le indagini della detective Therese Fossner, arrivata da Stoccolma nel paesino di Pajala per risolvere uno strano delitto. L’anziano Martin Udde è stato ritrovato nella sua villetta, trapassato da una fiocina per la pesca del salmone. Inutile dire che la trama «gialla», anzi noire, del libro, senza rinnegare l’origine narrativa, entra nelle pieghe della piccola comunità, lingua compresa. Gli abitanti di Pajala parlano da sempre il Meänkieli, e Therese è convinta che proprio in tale idioma si nasconda la causa dell’omicidio. Arto Paasilinna, L’allegra apocalisse (Iperborea, pp. 315, Euro 16) Mikael Niemi, L’uomo che morì come un salmone (Iperborea, pp. 322, Euro 16.50).

Mai così appropriato suona, in Assenze asiatiche, l’aggettivo «misterioso» che spesso accompagna con faciloneria di suggestioni la geografia culturale dell’Oriente. Consegnato al secolo dei jumbo e del turismo organizzato, l’Oriente non è uno solo; non ha la sua spina dorsale nell’esotismo, non si nasconde per aumentare il proprio fascino ad uso dello straniero in cerca di storie dal raccontare poi nel salotto di casa. L’Oriente vero è quello dei sei reportage che Büscher ha realizzato tra India, Nepal, Cina, Cambogia e Giappone. Se davvero amate l’Oriente perché ne siete stati, o ne siete, frequentatori per vacanza, fate vostro questo libro, senza dubbio spiazzante. Ibis è buon cacciatore di titoli che sembrano appartenere ad altri tempi e ad altri viaggi. Esempio viene dal monumentale e magnifico L’India, Una guida culturale per il viaggiatore: quasi 600 pagine e quasi un’enciclopedia, che consigliamo caldamente a chi nel Paese torna, o va per la prima volta. L’autore divide la sua opera in sei capitoli, di cui l’ultimo è dedicato proprio al viaggio. Come a dire: bene, adesso siete pronti. Mappe di itinerari e mappe interiori le disegna il bel romanzo La fortuna di perdere, dove si narra del viaggio di Ric alla ricerca dell’amico Francesco, fuggito 7 anni prima in seguito all’accusa di aver ucciso un politico, e improvvisamente avvistato a Delhi. Ric lascia Genova, e finisce a Roma, a Delhi, nel Kerala, nello Sri Lanka, a Parigi. Il finale «libera» lettori e protagonisti. La forza dell’insieme narrativo si deve alla bravura dell’autore

■ LIBRI PER L’ESTATE ■

Sul tappeto volante
di Luciano Del Sette
libri ci salvano, come sempre. Anche in questa estate, lo scrivevamo già lo scorso anno e purtroppo dobbiamo tornare a riscriverlo, che ha imposto a molti di noi di rinunciare a un viaggio. Ma abbiamo i libri, che con le loro storie, le loro geografie, i loro personaggi, diventano tappeti volanti su cui possiamo salire senza biglietto, senza che nulla e nessuno riesca a fermare il volo che ci porta in capo al mondo. I libri ci salvano, perché non conoscono le barriere dei confini. Arrivano nelle nostre mani, li apriamo, e siamo già partiti. Per dirla con Paolo Conte, i libri sono l’Africa (l’Europa, l’Asia, le Americhe) in un giardino dove l’oleandro divide il suo spazio con il baobab.

I

Libri per viaggiare meglio, magari senza neanche partire. Per dirla con Paolo Conte, i libri sono l’Africa in giardino, dove l’oleandro convive col baobab

nel sovrapporre le mappe dei luoghi e dell’anima cui si accennava più su. Spassosissimo e delicatamente irritante, Mama Tandoori racconta la vita dell’autore e della sua famiglia, metà olandese e metà indiana. Il mite padre, Theo, ha sposato Veena, arrivata nel Paese dei tulipani da Bombay, e con lei ha fatto tre figli (Ernest è il minore); la nonna Voorst ama mostrarsi nuda sul balcone di casa, lo zio Sharma, è un volto noto di Bollywood. Ma la vera, straripante, sfacciata protagonista è Veena, capace di accumulare una piccola fortuna, senza preoccuparsi di quelli che le stanno intorno. Da una tipa così, meglio stare alla larga! Ricordate il film Lost in Transaltion? La Hong Khong sullo sfondo della trama era già stata consegnata alla Cina Popolare, mentre la Hong Kong di L’uomo con il cappello di legno ha ancora architetture, atmosfere, voci, templi e incensi, di quando sull’isola regnava la corona britannica. Il libro continua a seguire, dopo Figlio dell’Impero Britannico, le vicende (questa volta coniugali) di Old Filth, al secolo Edward Feathers, nato in Malesia, cresciuto in un orfanotrofio, e divenuto un grande avvocato. Fanno da contorno non secondario alla vicenda, divisa tra Hong Kong e Londra, Malta e la campagna inglese, strampalate figure quali l’esperta di messaggi cifrati e il nano con le carte da gioco nel cappello. Le dieci righe iniziali del terzo capitolo sono impeccabile descrizione della baia della città al tramonto. Lo scorso anno, Il Mulino ha pubblicato un saggio sul Giappone, dal titolo Il paese più stupido del mondo. Nel 2011, terremoto, tsunami e Fukushima hanno imposto all’attenzione del «comune» cittadino occidentale, un Paese che se da un lato sa affrontare le catastrofi naturali, dall’altro appare fragile e ambiguo al cospetto di emergenze nate da ciò che ha scelto e voluto, il nucleare nello specifico. Tale contraddizione ben si addice allo spirito del lavoro di Claudio Giunta, che afferma: «Se parlate con un europeo che ha vissuto 20 anni in Giappone, vi dirà ‘20 anni non sono sufficienti. Avevo le idee più chiare, quando sono arrivato qua’. ... questo è un saggio sul Giappone nel quale non si dice niente di profondo o di originale... Il Giappone rende tutto più difficile, interessante e, inevitabilmente, superficiale. Ma la superficie conta». Per concludere un titolo da non perdere, nel labirinto delle librerie. È Suppliziario salagariano, viaggio tra la feccia e il trash dei personaggi di Emilio Salgari, non solo nei romanzi del ciclo delle Tigri. Torture, vessazioni, ingiurie, sacrilegi, esecuzioni capitali, botte da orbi, sono stati raccolti in un’antologia che, senza nulla togliere al bravo Emilio, ne mette in evidenza la vena vagamente sadica. Prefazione, ironica ed efficace, di Antonio Bozzo. Wofgang Büscher, Assenze asiatiche (pp. 138. Euro 13, Voland) Alvaro Enterría, L’India, Una guida culturale per il viaggiatore (pp. 576, Euro 26, Ibis) Piero Elia, La fortuna di perdere (pp. 246, Euro 17, e/o) Ernest Van Der Kwast, Mama Tandoori (pp. 280, Euro 16.90, Isbn) Jane Gardam, L’uomo con il cappello di legno (pp. 246, Euro 18, e/o) Claudio Giunta, Il paese più stupido del mondo (pp. 176, Euro 14, Il Mulino) Santi Urso (a cura di) Suppliziario salgariano (pp. 102, Euro 13, Zandonai).

AFRICHE
Piccole escursioni sparse sul tappeto di un continente che trascina e travolge, a cominciare dalle sue musiche. Di alcune di esse dà testimonianza La musica del deserto, con un sottotitolo allettante, «Da Timbuctu a Bamako alla scoperta dei suoni del Sahara». L’autrice, Anna Jannello, a lungo giornalista del settimanale Panorama, viaggia seguendo la formula del Turismo Responsabile, e dunque il suo sguardo è particolarmente sensibile. Tre settimane raccontano il Mali del Festival au desert, i concerti a Bamako, le sonorità raccolte scendendo le acque del Niger, o girando per Timbuctu. Jannello non scrive nei panni della specialista, ma indossa quelli di una viaggiatrice attratta da percussioni e pizzicar di corde che evocano storie antiche, da parole che emozionano pur non comprendendole. Nell’attesa, speranza forte, di poter tornare in una Libia senza Gheddafi, e guarita dalle profonde ferite dei bombardamenti «liberatori», leggetevi Da Tripoli al Messak, percorso, anche storico, nella Libia minore, fino a raggiungere le stupefacenti incisioni rupestri del Messak. L’autore, Luca Cosentino, si tiene ben lontano da narrazioni egotiste, dando vita a un racconto da cui traspaiono l’amore e l’ammirazione per un Paese magnifico. Era il 1939, quando Curzio Malaparte partì come inviato del Corriere della Sera verso l’Africa. Aveva poco meno di 40 anni, ma seppe indagare l’universo africano e farlo suo, inviando in Italia articoli di impressionante lucidità ed efficacia, oggi raccolti in Viaggio in Etiopia e altri scritti africani, raccomandato senza esitazione. Amara Lakhous, scrittore algerino che vive a Roma, ci aveva già sorpreso e divertito con i suoi due precedenti lavori, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e Divorzio all’islamica a viale Marconi. Con Un pirata piccolo piccolo, adotta un passo narrativo diverso, ugualmente destinato a lasciare un’impronta. Hassinu, impiegato alle poste di Algeri, nato il 29 febbraio, scopre all’improvviso di avere 4 anni in più rispetto ai 36 fino ad allora dichiarati. Quattro anni di vita in meno. Un furto, cui Hassinu si ribella. Scritto con largo anticipo rispetto alle recenti ribellioni che hanno trafitto le dittature di Maghreb ed Egitto, la vicenda è un’invocazione alla libertà, chiesta per prima proprio dall’Algeria. Muhammad viveva in una zona desertica e inospitale, non molto distante dalla Mecca, abitata da un popolo miserabile e intriso di paganesimo. Era analfabeta, ma lo spronavano la sete di giustizia, la speranza di un mondo migliore anche per le donne, la lotta all’idolatria, il desiderio di diffondere l’istruzione. Muhammad è Il messaggero, deriso fino alla notte in cui dio gli apparve e gli parlò. Kader Abdollah rivisita la figura di Maometto in forma letteraria, partendo dalla convinzione che l’approccio all’Islam sia possibile solo conoscendo il Profeta. Preceduto da un’introduzione di Isabella Camera d’Afflitto, Le stelle di Gerico intitola i suoi 10 capitoli ad altrettanti

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Una lettura argentina per grandi e piccoli: «L’estate che uno diventa grande», di Francesca Capelli, o il racconto di Jules Verne, «La giornata di un giornalista americano nel 2890»
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elementi naturali (lapislazzuli, cristalli, rame, l’oro nero...) tramite i quali Liana Badr, esule a Ramallah, descrive i luoghi della sua Palestina e il dolore di non poterci tornare. Badr popola le pagine di figure ed episodi che attraversano vicende personali, e accadimenti storici dimenticati. Forte l’accento sulla quotidianità di una patria mai abbastanza rimpianta. Un’altra donna, Monique Agénor, ci porta, con Figli della notte, in navigazione tra Comore, Madagascar, Syechelles. Lo fa scegliendo una rotta il cui fine è avvicinare il lettore, in 7 racconti, ai riti, alle leggende, alle figure, ai mondi onirici e reali, costruiti dalle diverse etnie di quelle terre. Parallelamente, Agénor lancia un forte messaggio contro le tante minacce che, di quelle terre, insidiano l’integrità culturale e ambientale. Anna Jannello, La musica del deserto (pp. 141, Euro 7, Terre di Mezzo) Luca Cosentino, Da Tripoli al Messak (pp. 205, Euro 7.50, Terre di Mezzo) Curzio Malaparte, Viaggio in Etiopia e altri scritti africani (pp. 240, Euro 9, Vallecchi) Amara Lakhous, Un pirata piccolo piccolo (pp. 182, Euro 17, e/o) Kader Abdallah, Il messaggero (pp. 297, Euro 17, Iperborea) Liana Badr, Le stelle di Gerico (pp. 231, Euro 15, Edizioni Lavoro) Monique Agénor, Figli della notte (pp. 108, Euro 12, edizioni Lavoro)

AMERICHE
West dei tempi che furono e dei nostri, in tre opere assai differenti tra loro. Esce il 14 luglio, Il grande libro del Western Americano: oltre 300 pagine, divise in Racconti e leggende, Scritti, Canzoni e ballate, Glossario del West. Tra gli autori degli Scritti, Theodore Roosvelt e Washington Irving; nei Racconti spiccano le firme di Mark Twain, Zane Grey e Jack London. Davvero imperdibile. Fa a pezzi il mito del West Percival Everett con Il paese di Dio. Sulla copertina, come in un film di Sergio Leone, la scritta «Menti, ruba, inganna e, se non funziona, prega». La storia, 1871, inizia con il protagonista, spregevole vigliacco, che assiste da lontano all’incendio della propria casa e al rapimento della moglie per mano di una banda di delinquenti. Dopo aver assoldato un cacciatore di taglie, parte con lui alla ricerca della consorte. Ed è proprio usando il filo del viaggio, che Everett tesse la trama di un West da B movie e tv, ricamando tutti ma proprio tutti gli stereotipi. A libro terminato, vengono in mente i fratelli Cohen, l’Eastwood «leonino» e, va da sé, John Wayne. West con jeep e tv in Notte di sangue a Coyote Crossing. Servendosi di una chiave che gira nella serratura del pulp e del noir, la trama ha schema classico: un paese dell’Oklahoma, tranquillo come il suo vice sceriffo, tre uomini che vi irrompono per vendicare la morte del fratello e minacciano fuoco e fiamme. Ma il cadavere è scomparso e il vice sceriffo deve ritrovarlo in una notte. Impresa complicata da sparatorie, incendi, inseguimenti, mentre il marcio della città viene a galla. E, tanto per rimanere nel classico, arriva la sfida finale. Era il 1889 quando la rivista The forum pubblicò un racconto di Jules Verne, La giornata di un giornalista americano nel 2890. Immaginando l’America di un secolo dopo, Verne mette al centro della vicenda l’imprenditore Francis Bennet, proprietario di un impero editoriale. Bennet muove immensi giri di affari, finanzia imprenditori e ricerche scientifiche. Ma, sopra ogni altra cosa, controlla l’informazione, e grazie a ciò naviga come un capitano di lungo corso nel mare della politica internazionale. Jules, seppure con qualche differenza, profetizzò la carriera di tale Silvio B? In anticipo sui tempi era anche la baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven di Sante gonne. Elsa passeggiava per il Greenwich Village indossando corpetti di lattine di pomodoro; si spogliava per Man Ray e recitava poesie nelle taverne dei marinai. Definirla eccentrica, sarebbe improprio. La baronessa era donna che rivolgeva la sua intelligenza a tutto ciò che poteva, per mille e validi motivi, uscire dalle regole. Lo faceva sui palcoscenici dei cabaret berlinesi, nei circoli dadaisti, nelle improbabili relazioni sentimentali. Ebbe grande coraggio, lottando a modo suo contro i ghetti dentro cui le donne erano chiuse. La data della Descubierta, in Nuovo Mondo, coincide con la verità storica: 12 ottobre 1492. Quando, però, l’ammiraglio sbarca, trova ad attenderlo una nave vichinga, che, senza tanti complimenti, affonda una caravella e uccide molti marinai. Cristoforo torna in Spagna, e viene accusato di tradimento. I Reali, tuttavia, gli concedono una seconda possibilità. La spedizione salpa. Al fianco di Colombo c’è Leonardo Da Vinci. Altra data importante, nelle moderne vicende del Caribe, è il 17 aprile 1961. Fu allora che John Kennedy tentò di invadere Cuba, sbarcando nella Baia dei porci un gruppo di anticastristi appoggiati dalla Cia. Radio Miami guarda a quella vicenda da tre diversi punti di vista: due uomini, un cubano e un americano, a bordo di un’imbarcazione ancorata al largo, cui è affidato il compito di decifrare i messaggi lanciati dall’emittente Swan; altri due, sull’isola, che organizzano lo sbarco; la maestra Cleopatra, che, per prima, sente i colpi delle armi da fuoco. L’argentino Rawson mescola invenzioni e realtà dei fatti, dando forma a una storia in cui entrano nomi celebri, ed episodi di raro divertimento. Pur definendosi, con bella modestia, «residente temporaneo» e non viaggiatore (titolo che molti faciloni si assegnano) Alessandro Agostinelli, nel suo Honolulu Baby, ha saputo scovare veramente di tutto dentro il paniere esotico delle Hawaii. Adottando un linguaggio cha sa di radio e di cinema, e mettendolo in forma di diario, l’autore racconta dei leghisti hawiani, di economia locale, di capodanno cinese, dell’ukulele, del surf, e incolla i lettori alle pagine con capitoli dal titolo «L’ubriaco invasore», «Vecchie foto delle Hawaii e papa Luciani», «Il Totti delle Hawaii». Racconti brevi messi giù con il pepe, l’intelligenza e l’autoironia di un toscano quale Agostinelli è. Una lettura argentina e consigliata per le estate di figli e nipoti piccoli: L’estate che uno diventa grande, recente uscita di Sinnos, editore specializzato nei libri per l’infanzia. Saverio segue il padre che va in Argentina per lavoro. Qui incontrerà le Abuelas (nonne) di Plaza de Mayo e Rosana, scoprendo una realtà fatta di drammi e di speranze, che gli spalancherà il cammino verso l’età adulta. A Tijuana, Messico, Vincent Calhoun aspetta il Dia de los muertos, la grande festa del Giorno dei Morti. Le scommesse sulle corse dei cani lo hanno ridotto sul lastrico, ma ora pensa di avere in tasca la dritta vincente. Perde, e il suo strozzino gli propone di saldare i debiti scortando oltre confine un ricercato. Mentre Vincent si trascina sotto il sole del deserto, riemerge dal passato la donna della sua vita. Il cammino infernale è l’ultima scommessa, solo Vincent può provare a vincerla. Meridiano Zero conferma grande intuito nello scegliere titoli e autori. Sui Gesuiti, armata religiosa che ebbe un ruolo fondamentale nel periodo della prima colonizzazione delle Americhe, esiste una letteratura sterminata. Venga il tuo regno, ponderosa ma affascinante opera, è ambientata nel Canada di inizio ’600. Spinti dalle voci che favoleggiano di immense riserve di diamanti e oro, alcuni commercianti francesi sbarcano a Port Royal. La sete di ricchezza li spinge a inoltrarsi nel territorio. Identico cammino compiono i Gesuiti, cacciatori senza scrupoli di anime, che stringono accordi con le tribù Irochesi e Uroni. La giovane irochese Kateri si converte, e la sua totale dedizione alla fede la pone in odore di una santità che farebbe assai comodo alle Vesti Nere. Ma è a questo punto che la storia prende un corso diverso. Sarà la Storia con la esse maiuscola a scrivere la parola fine. Scritto una ventina di anni fa, Dov’è finita Dulce Veiga? è il capolavoro di Abreu, intellettuale che, sotto la dittatura, dichiarò pubblicamente la propria omosessualità. Dulce, cantante popolarissima in Brasile, scompare nel nulla dopo un concerto. Un giornalista, anni dopo, accetta l’incarico di provare a ritrovarla. Le tracce di Dulce, lo sprofondano nella dimensione smisurata di San Paolo, e la ricerca assume i contorni netti di un’ossessione, di un pretesto dietro il quale si nascondono angosce personali. Meraviglioso. William Targ (a cura di) Il grande libro del Western americano (pp. 330, Euro 18.50, Cavallo di ferro) Percival Everett, Il paese di dio (pp. 200, Euro 16, Nutrimenti) Victor Gischler, Notte di sangue a Coyote Crossing (pp. 207, Euro 14, Meridiano Zero) Jules Verne, La giornata di un giornalista americano nel 2890 (pp. 75, Euro 8, Ibis) René Steinke, Sante gonne (pp. 400, Euro 18, Alet) Giampiero Stocco, Nuovo Mondo (pp. 375, Euro 20, Bietti) Eduardo B. Rawson, Radio Miami (pp. 315, Euro 18, La Nuova Frontiera) Alessandro Agostinelli, Honolulu Baby (pp. 172, Euro 9. 50, Vallecchi) Francesca Capelli, L’estate che uno diventa grande (pp. 128, Euro 11, Sinnos) Kent Harrington, Dia de los muertos (pp. 207, Euro 14, Meridiano Zero) William T. Volmann, Venga il tuo regno (pp. 840, Euro 22, Alet) Caio F. Abreu, Dov’è finita Dulce Veiga? (pp. 246, Euro 16.50, La Nuova Frontiera)

6) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

TEATRO
FINALMENTE ANCHE NEW YORK RICONOSCE I MATRIMONI GAY La notizia, e la festa più grande, è venuta da New York. Ma almeno in questo caso va detto che oggi la Grande Mela non è più così diversa, o distante, dal resto degli Stati uniti. Tanto per cominciare, New York è arrivata sesta, persino dopo il certo non così liberal Iowa, nella corsa verso il riconoscimento dei matrimony gay. E se è vero che, ora che per la prima volta il tabù è stato rotto in un luogo così importante, in uno degli Stati più popolosi, c'è chi suggerisce di andare all'attacco finale, sfidare la Corte suprema, in realtà tutto il Paese si sta già muovendo. Persino le corporation, grandi e piccole, sembrano infatti essersi convinte che essere gay o lesbiche non può più essere un motivo per essere trattati in modo differente sul posto di lavoro. Nemmeno quando si parla dei vantaggi che da sempre, non solo qui, accompagnano chi si sposa o diventa parte di un unione civile. A cominciare dal punto più dolente per chi vive negli Stati Uniti, ovvero l'iscrizione del partner alla propria assicurazione sanitaria. Cosa già possible, ma costosa, a meno che per l'appunto il tuo datore di lavoro non decida di pagare di tasca sua. Le prime a muoversi, e sborsare tra i 2000 e i 2500 dollari l'anno per i loro impiegati gay, sono state, già qualche anno fa, la Cisco, multinazionale dei servizi della rete, o gli hotel della Kimpton. Ma il vero boom è arrivato nel giugno 2010 quando anche Google, e a ruota Apple, Facebook, le aziende della Silicon Valley o gli studi legali di Wall street hanno deciso di adeguarsi al nuovo trend. Così oggi, dicono i dati della Human Rights Campaign, una delle colonne della comunità gay americana, ben il 58% delle 500 aziende della lista di Fortune, ha esteso alle coppie omosessuali i benefit sanitari. In realtà, se si guarda al di là della lista, le aziende «virtuose» sono ancora minoranza. Tra le grandi, chi ha più di 200 lavoratori (i dati sono della Kaiser Family Foundation), la percentuale scende a un più modesto 38%. Ma forse tra qualche anno non sarà così, visto che ora si è addirittura scatenata una piccola competizione nel mondo delle corporation, una corsa a chi è più aperto verso i lavoratori omosessuali. È l'ennesima prova della forza della lobby gay negli Usa, così estesa da provocare l'ammirazione, e un pizzico di invidia, degli altri movimenti, a partire da quello degli ambientalisti. Così quest'anno sono stati proprio loro gli ospiti d'onore del «Power Shift», la conferenza nazionale che riunisce i militanti di base dei mille gruppi «verdi» del paese. Dan Choi, ex sottotenente dell'esercito, e leader del movimento che ha imposto a Obama di cancellare il terribile «Don't ask, don't tell», la legge che discriminava soldati e soldatesse omosessuali, è stato ad esempio l'unico relatore a ricevere una standing ovation. Per poi essere subissato di domande su come si fa a convincere la Casa bianca, ma anche l'intera società, a dare ragione a chi si batte per il cambiamento.

di Elfi Reiter

■ FESTIVAL ■ SANTARCANGELO 41 ■

a quando ho iniziato a pensare al festival, la figura dell’attore è stata l’immagine-guida di ogni mia indagine», scrive Ermanna Montanari nell’introduzione al catalogo di Santarcangelo 41, aperto ieri per riempire fino a domenica 17 luglio, con spettacoli, performance e installazioni piazze e teatri della cittadina romagnola alle porte di Rimini. «L’attore come emblema concreto del fare-disfare-rifare, l’attore che chiama in causa lo spettatore, senza il quale non si dà teatro». Sì, perché la relazione tra attore e pubblico è fondamentale affinché possa crearsi quell’evento nel senso deleuziano, atto al presente che fonde passato e futuro in una visione comune. È la riprova che il terzo movimento di Santarcangelo 2009/2011 con la direzione artistica che riunisce Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio (2009), Enrico Casagrande dei Motus (2010) e Ermanna Montanari del Teatro delle Albe (2011), promette di indagare a fondo il presupposto dato all’andamento triennale suggerito da un’idea di Piergiorgio Giacchè, Sandro Pascucci e Fabio Biondi nel luglio 2008 per l’autogestione collettiva all’insegna del «potere senza potere». Ripartire dal basso, consegnando le scelte artistiche in mano a coloro che le fanno quotidianamente. L’attore dentro e fuori la realtà scenica, dunque, per interrogare (anche) la realtà politico-sociale, come dimostrano alcuni incontri al margine: «Poesia araba. La rivoluzione permanente», reading di poesie a cura di Tahar Lamri, scrittore e giornalista nato ad Algeri che vive in Italia da 25 anni e tra l’altro collabora a Internazionale, oppure la giornata dedicata a «Un’idea di rivoluzione» per riflettere su nuovi punti di partenza per
Dall’alto: «Mikado» di H.Rosestrom; «Everything is going to be all right n.5» di M. Pormale; «Singspiel» di U.Von Brandenburg

«D

Attori in scena e fuori
Da ieri e fino a domenica 17 luglio torna il Festival internazionale del teatro in piazza, con una miriade di spettacoli, performance e installazioni che occuperanno le strade e i teatri della cittadina romagnola alle porte di Rimini
lare evento in cui persone a caso sono chiamate ad abbracciarsi (qui nelle sere del primo e secondo weekend, all’interno di uno spazio segnato da una parete di vetro affinché il dentro e il fuori siano ben visibili per tutti). Nata come installazione ai margini di Das Eis di Alvis Hermanis, la scenografa e costumista lettone che lavora per lo più con l’acclamato regista di Riga, Everything... prende di fatto spunto e nome dalla gigantesca installazione fotografica commissionatale da Brigitte Fürle per la prima edizione di «spielzeit’europa» (la sezione teatro dei Berliner Festspiele) svoltasi nel 2006/07 sotto il motto «Alles wird gut» (tutto andrà per il meglio), come dice appunto il titolo inglese. A suo tempo gli abbracci tra passanti anonimi e coppie improvvisate erano stati inseriti come sculture viventi in diversi luoghi storici della ex Berlino Ovest, fotografati e poi esposti per i tre mesi del festival sulla facciata esterna e in alcuni spazi interni, per simboleggiare un nuovo inizio. Dentro e fuori, per simboleggiare anche le architetture del teatro, fatte di mattoni e di corpi, di materia e di immateriale. Sarà di buon auspicio anche per Santarcangelo? Chissà. Everything... fa parte di «Intersection/Intimacy and Spectacle», progetto della Quadriennale di Praga condiviso con 8 istituzioni culturali europee, tra cui Helsinki, Belgrado, Riga, Bergen e Nitra. Santarcangelo dei teatri accoglie nella sua sezione 5 artisti. Accanto alla citata Pormale, giunge dalla Lettonia Dace Dzerina portando una enorme pedana su cui sono disegnate le tracce dei passi utili per imparare a ballare il tango. Con questo suo Touring Dance Teacher l’artista visiva e scenografa, attiva dal 1998 oltreché nel suo paese, in Lituania, Olanda e Germania, esprime nel movimento della danza il concetto messo in scena dalla sua collega: usare lo spazio pubblico per incontrarsi, colloquiare, divertirsi. Insieme. Gli altri tre partecipanti a Intersection arrivano da Finlandia, Germania e Francia: Hans Rosenström, Harun Farocki e Ulla von Brandenburg. Il primo allestisce una stanza in cui gli spettatori sono pregati di entrare uno a uno, sedersi sulla sedia posta davanti a uno specchio, mettersi le cuffie e ascoltare ciò che sarà loro narrato: Mikado fa scaturire un mondo fatto di suggestioni sonore. Farocki e von Brandenburg invece lavorano entrambi con le immagini in movimento. Farocki è noto per i suoi lavori di documentazione con la tecnica del found footage e il rigore applicato nelle ricerche e analisi storico-politiche, e qui con Immersion mette a repentaglio la percezione: nel video di 20 minuti (proiettato in loop) si vedono sequenze registrate nel corso di un laboratorio a Fort Lewis vicino a Seattle che vedeva impegnati alcuni psicoterapeuti a istruire alcuni psichiatri dell’esercito Usa riguardo l’uso di Virtual Iraq, un software inventato per curare i soldati traumatizzati dalla guerra. Una carrellata verso un enorme sole al tramonto distoglie in un primo momento l’attenzione dal cannone che si erge dal basso per puntare sull’ambiente circostante, e subito si inserisce la voce accompagnata dall’immagine che scorre parallela sullo schermo e rappresenta un uomo (tra)vestito da soldato, ripreso frontalmente, nel raccontare le fasi salienti di un’imboscata fino a terminare enfaticamente con l’esclamazione: «era tutto talmente surreale!». Parole, queste, che danno il via alla scomparsa nel buio della figura umana per farci concentrare maggiormente sullo scenario (disegnato) di un luogo abitato, spettralmente vuoto, dopo essere passati in mezzo alle più terrificanti esplosioni con nuvole nere sull’orizzonte. L’aspetto interessante è che la colonna a sinistra, quella del «videogioco per la terapia immersiva», non si riconosce sempre come finta, per cui sorgono continuamente questioni del tipo: vero o finto? scena reale o costruita? Farocki come già in altri suoi lavori focalizza le peculiarità del linguaggio audio-visivo facendone emergere tutte le ambiguità, tra visione e percezione, apparenza e verità, costruzione e messinscena, realtà e finzione. Ulla von Brandenburg (nata a Karlsruhe, vive a Parigi) presenta il suo Singspiel concepito nel 2009 nella Villa Savoia di Le Corbusier: un’unica lunga inquadratura cattura ciò che gli abitanti non hanno mai vissuto, ossia «la macchina ideale del vivere» concepita dal suo ideatore. Indagando la macchinazione del teatro, la costruzione dei comportamenti, i significati dei gesti, l’artista si sofferma sull’aspetto formale di messinscena e l’enfasi psicologica utilizzando i canoni della drammaturgia musicale. Per svelare la realtà in una finzione storica, giocando sul doppio livello tra seduzione e memoria. Per informazioni visitare il sito: www.santarcangelofestival.com «agire» anziché «reagire» di fronte alle diverse crisi che ci hanno investito mettendo sotto sopra narrazioni, interpretazioni, codici di lettura del mondo e – last but not least – lo stesso nostro vivere. L’attore dentro e fuori lo spazio teatrale. A guardare il programma sono tanti gli eventi fuori dai classici canoni dello spettacolo dal vivo, e ciò fa parte delle caratteristiche di sempre del Festival internazionale del teatro in piazza dove spesso si mettono in scena le stesse componenti del fare spettacolo. Attori che marcano codici e convenzioni per sovvertirli, come Ivo Dimchev in Som Faves assume 10 topoi da una lista ipotetica di 100, li mette in connessione ricavandone intriganti modelli non modelli in cui forma e contenuto sono in assoluto contrasto inedito. In un continuo fabulare tra gestualità e verbosità si rincorrono luoghi comuni del vivere contemporaneo in una scena quasi nuda, in cui l’attore di origini bulgare si fa accompagnare unicamente da una tastiera, un gatto bianco in porcellana, una sedia e una parrucca. Attori fuori e dentro la scena saranno coloro che partecipano alla performance di Monika Pormale Everything is going to be alright n. 5, dove il numero 5 sta per la quinta volta che ha luogo questo singo-

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■ L'INTERNET DELLE COSE CAMBIA IL MONDO DEGLI UMANI ■

Se le macchine parlano tra loro

di Gabriele De Palma

l più grande essere vivente è la foresta, secondo il sapere dei nativi americani. Un modo di pensare olistico che è stato spesso trascurato dai bianchi che hanno colonizzato il continente. La foresta è un enorme sistema senziente, di cui i singoli alberi e arbusti sono parti che interagiscono tra loro: un organismo composto da microorganismi. Un po' come per la barriera corallina, in cui i polipetti che abitano i singoli coralli non sono che parti di un tutto. Oggi anche l'uomo «bianco» si è riappropriato di questa antica saggezza, e l'ha traslata in ambito tecnologico. Al prestigioso Mit di Boston c'è una divisione dedicata alle città intelligenti, le cosiddette smart cities, in cui gli aggregati di edifici, oggetti e abitanti vengono intesi in modo non meccanicistico ma come un solo organismo, un sistema di (sotto)sistemi. E dove il sistema nervoso centrale è costituito dalle reti di comunicazione che collegano i singoli elementi. E gli esseri umani in tutto questo non sono che una parte residuale del sistema. Quella preponderante sono le cose, le macchine o meglio i sensori inseriti negli oggetti. È quella che viene detta l'Internet delle cose, abilitata da diverse tecnologie che vengono spesso raccolte sotto la locuzione machine-to-machine (m2m). Le tecnologie in questione sono varie: quelle dei sensori, che vanno dalle etichette Radio Frequency Identification (Rfid) ai codici bidimensionali come i QRcode (quelli che si trovano sulle bollette della luce, in alcuni quotidiani e in certa cartellonistica pubblicitaria); quelle delle reti e dei protocolli di comunicazione (Gsm, Gprs, Hedge, 3G, 4G, Wi-Fi e Gps). Una rete connettiva, il network, che usa hardware (chips), software (salsa) e middleware (la su-

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perficie ruvida delle chips che permette alla salsa di aderirvi). L'internet delle cose non è una allucinazione premonitrice di quel che verrà, Ne abbiamo già in casa i prodromi, che non fanno ancora delle nostre città esseri senzienti, ma sono i primi esempi e le prime unità che domani diverranno parte di un tutto. Ad esempio i contatori della luce installati in moltissime abitazioni dall'Enel qualche anno fa già comunicano i consumi reali dei clienti. Lo fanno usando un tipo di rete di norma poco usata, quella elettrica, capace di trasmettere quantità di dati esigue su distanze notevoli. Il vantaggio è che si paga quel che si consuma, anziché – come accadeva prima con i contatori tradizionali – pagare una stima basata sui consumi dei mesi precedenti, quasi sempre poi da conguagliare in un senso o nell'altro. Gli ambiti a cui si adatta la comunicazione tra macchine sono potenzialmente infiniti, così come il numero di oggetti a cui i chip si possono adattare. In una giornata dedicata all'esposizione dei prototipi di Reply, un'azienda italiana, si è potuto provare ad esempio lo specchio magico dei nostri giorni: un enorme pannello che restituisce oltre all'immagine riflessa di chi ci si para dinnanzi anche gli appuntamenti della giornata, la temperatura corporea, l'ossigenazione del sangue, il peso e la dieta necessaria per mantenere quello ideale. Per ora è un pezzo unico, o quasi, ma l'ingresso nelle nostre vite quotidianeè lontano solo quanto l'intraprendenza di qualche partner industriale. Al momento tra i settori più interessati ci sono quello dei trasporti, con servizi di infomobilità in tempo reale, e diverse filiere produttive, dall'alimentare a qualsiasi altro bene che non sia una materia prima. Le etichette a identificazione radio vengono già messe su alcune merci deperibili per monitorarne lo stato di conservazione. Come accade per

la catena del freddo, che viene gestita meglio in automatico dai sensori che dall'uomo. Chi meglio di un sensore può verificare la temperatura a cui viene mantenuto il pesce surgelato? Quale controllore in carne ed ossa è in grado di garantire che la merce non è stata esposta e temperature non salubri per un guasto al sistema refrigerante delle celle frigorifere? Siamo ancora lontani dal giorno in cui le nostre abitazioni e le nostre città potranno considerarsi un unico organismo, ma ci arriveremo. Fino a qualche anno fa era più facile perdere il telefonino, oggi invece appropriarsi di uno smartphone altrui comporta un alto rischio di essere rintracciati grazie all'identificazione del dispositivo attraverso la triangolazione delle celle di rete mobile, o con ancor più precisione tramite il segnale Gps. Alcuni ladri di iPhone sono stati scovati in poche ore, e a denunciarli non è stato un cittadino, ma il telefono stesso. I bracciali elettronici con cui vengono costretti alcuni detenuti o alcuni indagati. Julian Assange, ideatore di Wikileaks, e Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo Monetario Internazionale, sono stati confinati agli arresti domiciliari con la garanzia che non fuggissero data da un sensore su una cavigliera. Vallanzasca non avrebbe potuto evadere passando da un oblò e irridendo la sorveglianza delle guardie, se non amputandosi un piede. Come ogni tecnologia nuova o ogni nuova applicazione di quelle esistenti anche l'internet delle cose porta con sé nuovi problemi, o problemi noti ma che assumono dimensioni completamente diverse in base alle nuove coordinate. La Commissione dei servizi pubblici californiana, su suggerimento della associazione dei difensori dei diritti in era digitale – la Electronic Frontier Foundation – ha recentemente proposto un rafforzamento delle regole sulla privacy dei dati dei conta-

tori energetici intelligenti. I dati sul consumo elettrico ad esempio possono indicare con un ottima percentuale di plausibilità la presenza o meno in casa dei residenti. Finora non c'era stata molta attenzione sui numeri dei nostri contatori, perché questi venivano registrati da esseri umani, spesso su carta e archiviati nei database. Ora l'intercettazione dei dati è una possibilità più concreta e allarmante. I kilowatt diventano così un dato sensibile e pericoloso se finisce nelle mani sbagliate, mentre prima l'unica preoccupazione che potevano destare era legata ai costi delle bollette per gli utenti e per i gestori. Neelie Kroes, commissaria europea per l'Agenda digitale, con ottima scelta di tempo si è già pronunciata in merito al nuovo mercato e alle nuove frontiere che si prospettano per la comunicazione tra macchine indicando nella privacy uno dei temi più delicati per i cittadini dell'Ue. In fondo le informazioni che gli utenti danno di sé su Facebook – giustamente considerato uno spauracchio per la propria riservatezza – possono essere false dato che non c'è nemmeno la necessità di registrare il proprio account fornendo i propri dati reali. Ma il chip inserito nell'automobile, manomissioni a parte, non mente. E dà informazioni degli spostamenti non contestabili nemmeno in tribunale. Provate a contestare una multa presa dall'Ecopass, o a sfondare un casello munito di Telepass sperando di farla franca. Si può discutere eventualmente su chi era al volante al momento dell'infrazione, non che il volante fosse di quella precisa automobile. Rischi e opportunità si mescolano forse in pari misura: i vantaggi in termini di conoscenza, sicurezza e efficienza comportano anche nuovi problemi, che vanno affrontati possibilmente senza inibire lo sviluppo che promettono. gabriele@effecinque.org

Le rete sta per assistere a un sostanziale cambiamento di popolazione, domani i dispositivi connessi saranno molto più numerosi delle persone e comunicheranno tra loro dati per migliorare la nostra vita, dalla mobilità all'ambiente, dalla sicurezza agli alimenti. Ma attenzione alle orecchie indiscrete

A sinistra un drone volante guidato via telefono cellulare e a destra lo «specchio magico» di Reply

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di Bruno Di Marino

CINEMA
Uk, 2011, 4’, musica: Benny Benassi con Gary Go, regia: autore ignoto, fonte: Virginradiotv

Tre uomini si recano in un laboratorio ipertecnologico con una «memoria» digitale. Il tecnico gli fa indossare un casco e inserisce l’hard disk in modo da fargli rivivere a livello neuronale i loro incontri in soggettiva con tre donne (sempre la stessa truccata in modo diverso: mora, bionda e rossa). Nel finale nello stesso luogo entra finalmente lei con un disco in mano, davanti ai tre attoniti maschietti che non sapranno mai (come del resto lo spettatore) l’incontro (o gli incontri) da lei registrati. Siamo dalle parti di Strange Days o di Se mi lasci ti cancello, dunque in linea con la rappresentazione delle immagini mnemoniche a cui il cinema degli ultimi anni ci ha abituato. Ma questo clip – il cui singolo vede la collaborazione tra il dj di origini italiane e il musicista inglese – oltre a essere ben girato, ha il pregio dell’ironia, il che non guasta.

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LE DONNE
Italia, 2011, 5’37”, musica: Fabri Fibra, regia: Cosimo Alemà, fonte: Mtv

INTERVISTA A CHICCO TESTA

Per un brano che vuole essere un tributo d’amore all’universo femminile, alle donne di ogni razza e taglia, non poteva che esserci un videoclip-galleria di corpi e volti «rubati» soprattutto per le strade (di Roma). Donne, insomma, più che belle autentiche, filmate nei luoghi di lavoro più diversi, al ralenti e in primo piano mentre rivolgono lo sguardo alla camera. Fabri Fibra inframezza questi portrait eseguendo il playback circondato da bianchi manichini. Le donne ha una struttura prevedibile anche se, tutto sommato, funziona, firmato come altri lavori del rapper dal solito Alemà. Questo terzo singolo è incluso nell’album Controcultura. La fotografia è di Edoardo Carlo Bolli.

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L'alba di un mercato in esplosione
di G.D.P.

ALAS DE TANGO
Argentina, 1997, 5’30”, musica: Leon Gieco, regia: Mario Sabato, fonte: Youtube.com

el mondo della comunicazione tra macchine l'Europa ha un ruolo trainante rispetto agli altri continenti, è infatti il mercato più sviluppato e da solo rappresenta quasi la metà di quello globale. Neelie Kroes, Commissario europeo dell'Agenda digitale, da un paio di anni sta cercando di governare il processo di sviluppo di questo settore destinato a crescere costantemente e a collegare più macchine che persone alla rete. Anche per questo si è recentemente passati dal vecchio sistema di indirizzi IP (ipv4) a quello nuovo (ipv6) molto più capiente. L'Italia annovera alcune realtà molto interessanti e tra queste uno dei pionieri delle tecnologie che abilitano l'internet delle cose, Telit, azienda fondata nel 1986 a Trieste – rilevata dagli israeliani della Polar Investment nel 2003 – e che conserva oltre alla sede italiana del capoluogo giuliano anche un altro centro di ricerca e sviluppo in Sardegna. Chicco Testa, presidente della divisione Communications Plc, racconta lo scenario in cui si muove il mercato. L'internet delle cose è in espansione costante, cosa ci riserva il futuro? Una crescita ancora più rapida. Siamo al punto in cui sono diminuiti i costi per unità di prodotto, che se per le aziende è uno svantaggio – visto che dovranno confrontarsi con una più agguerrita competitività sui prezzi – per il mercato è un'agevolazione, nel senso che l'm2m avrà maggiore penetrazione anche in settori che finora erano rimasti esclusi per i costi industriali. Un po' quello che è successo per i cellulari: venti anni fa costavano tantissimo e li avevano in pochi, oggi costano pochissimo e li hanno tutti. Quali settori saranno interessati maggiormente dall'adozione di moduli per la comunicazione wireless tra macchine? In base all'ultimo Beecham Report, il più autorevole in materia, è quello dei trasporti con la gestione delle flotte aziendali con la possibilità di effettuare il tracking dei mezzi sempre più monitorati attraverso l'm2m. Poi la cosiddetta building automation, con l'adozione di moduli, chip e lettori integrati negli

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edifici. Le applicazioni in campo energetico sono ormai una realtà così come il controllo delle macchine manifatturiere, e sta per esplodere, grazie al calo dei costi e alle soluzioni sempre più raffinate, anche il campo medicale con il monitoraggio di alcuni apparecchi sanitari e la telemedicina. Ad esempio? Ad esempio è possibile controllare automaticamente e da remoto che un paziente assuma i farmaci prescritti, cosa che soprattutto nel caso dei salvavita è fondamentale. Se la pillola non viene consumata, scatta un allarme che prima informa il paziente stesso, e poi in caso di mancata risposta, i parenti. Per quanto riguarda i trasporti c'è una best-practice che riguarda il porto di Trieste, con varchi in ingresso dotati di lettori di etichette elettroniche che registrano i movimenti dei container. L'idea è di trattare i container come flotte di oggetti in movimento. Ce ne sono più di 50 milioni in giro per il mondo, riuscire a sorvegliarne gli spostamenti è strategico per il trasporto merci. La commissione europea vigila anche sui problemi relativi al monitoraggio sempre più pervasivo che ci attende nei prossimi anni. Ci sono anche problemi di privacy sui dati trasmessi? Per quanto riguarda gli oggetti come i container non vi sono problemi di sorta. Le cose cambiano un po' quando si passa ad applicazioni consumer. Ad esempio in Olanda c'è una legge che prevede l'adozione di scatole nere nelle auto private, il che oltre a agevolare la mobilità permette enormi risparmi sull'assicurazione. Se le assicurazioni sono in grado di sapere dove, come e quando viaggia un’auto, possono far pagare solo per l'uso effettivo del mezzo. In Olanda presto verrà eliminato il bollo auto e la tassa di proprietà. I navigatori di domani anziché indicare il percorso più breve, indicheranno quello più rapido, evitando gli ingorghi. Questo permetterà di ridurre l'inquinamento e ottimizzare i consumi. Certo le informazioni in tempo reale possono comportare problemi di privacy ma con gli attuali algoritmi non è difficile garantire l'anonimato. In fondo anche quando si paga con carta di credito si stanno dando informazioni in tempo reale agli istituti di credito.

In una tangherìa deserta, avvolta nella penombra, una coppia danza. Ai tavoli – oltre allo stesso Gieco che canta – gli avventori sono sagome di cartone. Il volto di lei si trasforma nella morte. Nel bandoneon che suona vengono intarsiate una serie di immagini. Poi gli sfondi cambiano e i ballerini si ritrovano a danzare fin sulla luna. Molto riuscita l’atmosfera che Sabato riesce a creare a partire dalla musica struggente di Gieco, peccato che il clip non sia compatto e si disperda un po’ iconograficamente. Bellissime alcune inquadrature come i tanghèri (Cesar Coelho e Johana Copes Buenos) ripresi attraverso il vetro di due calici.

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I’M ON FIRE
Usa, 1984, 3’, musica: Bruce Springsteen e The E Street Band, regia: John Sayles, fonte: Youtube.com

Diretto da uno degli esponenti più importanti del cinema indipendente Usa, I’m on Fire non ha la rapidità classica dei video musicali ma, al contrario, una sorta di dilatazione narrativa che crea un suggestivo effetto di intensità. La classica femme fatale entra in una officina e, ammiccante, lascia le chiavi della sua decapottabile al meccanico Springsteen per la revisione. Sayles ne inquadra solo la gonna e le gambe, mentre lui, che sta riparando una vettura schiena a terra, la guarda dal basso. La sera il bel ragazzo scorrazza nella notte a bordo della decapottabile fino ad arrivare sotto casa della cliente. Sarebbe tentato di bussare al campanello e approfittare della situazione, ma – dopo averci riflettuto – decide di lasciare le chiavi nella buca delle lettere. Il messaggio è chiaro: il maccanico orgoglioso non accetta le profferte della ricca signora e rivendica la sua natura di uomo puro, sorprendendo così lo spettatore che si sarebbe aspettato un epilogo diverso. Non siamo dalle parti di Uptown Girl di Joel, dove l’incontro tra classi sociali finiva in musical. Ora il proletario ha maturato una coscienza di classe.

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ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (9

SEGUE DA PAG 4

SINTONIE
filippo brunamonti antonello catacchio mariuccia ciotta luciano del sette cristina piccino roberto silvestri silvana silvestri

IL FILM

MICHEL PETRUCCIANI. BODY AND SOUL
ITALIA 2011

DI MICHAEL RADFORD. DOCUFILM. FRANCIA

ENNIO & CO.
di Gabrielle Lucantonio

IN VIAGGIO CON UNA ROCK STAR
DI NICHOLAS STOLLER, CON BILLY GREEN BUSH, CHRISTINA AGUILERA. USA 2011

PASSANNANTE
DI SERGIO COLABONA; CON FABIO TROIANO, ULDERICO PESCE, ANDREA SATTA. ITALIA 2011

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2010

Il geniale e volubile rocker inglese Aldous Snow vive un momento di depressione e stasi creativa dopo il flop del suo disco African Child, oltre al fatto che la donna lo lascia e si porta via il figlio. Snow precipita nella droga ma nel frattempo dagli Usa un talent scout suggerisce il suo nome per una grande rentrée. Ora dovrà recarsi in Inghilterra per convincerlo a trasferirsi a Los Angeles

L'EREDE
DI MICHAEL ZAMPINO; CON ALESSANDRO ROJA, GUJA JELO. ITALIA 2011

dford e dello sceneggiatore James Salomon sta nel mostrare quanto sia difficile mantenere i nervi saldamente democratici di fronte a un attacco durissimo. In filigrana si legge quello che è avvenuto negli Usa dopo l’11 settembre e la lettura del film apre squarci inquietanti sui piani alti del potere. (a.ca.)

GIALLO/ARGENTO
DI DARIO ARGENTO; CON ADRIEN BRODY, EMMANUELLE SEIGNER. ITALIA 2011

Dopo la morte del padre, Bruno, medico milanese, prende possesso di una vecchia villa immersa nella natura selvaggia degli Appennini. Non sarà un’eredità facile. La conoscenza dei vicini lo farà precipitare in una spirale di sospetti che cambieranno per sempre la sua esistenza.

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L’ALBERO
DI JULIE BERTUCCELLI; CON ADEN YOUNG, CHARLOTTE GAINSBOURG. FRANCIA AUSTRALIA

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Film di chiusura di Cannes 2010, fuori concorso, produzione franco-australiana, opera dalle ambizioni poetiche, promessa di una cineasta legata ai set di Kieslowski, Tavernier, Ioseliani, e autrice di un titolo pluripremiato (Semaine de la Critique 2003 e César per il miglior esordio), Depuis qu'Otar est parti. Documentarista, la giovane Bertuccelli si avventura agli antipodi dietro il romanzo Our Father who art in the Tree di Judy Pascal, ambientato negli arsi territori del Queensland. A caccia della sospensione dell'incredulità, cercando l'equilibrio con il sovrannaturale e la magia di Peter Weir, L'albero ricade indietro, sradicato e non solo metaforicamente. L'albero è un enorme ficus, cattedrale aborigena conficcata nel terreno, sovrastante l'edificio abitato da Dawn (Gainsbourg) e dai suoi quattro figli. La sottile linea che divide la realtà dell'immaginazione qui si dissolve in segni premonitori inconcludenti, in visioni di paesaggi gialli, e in un estenuante menage familiare. (m.c.)

Dario Argento rimane immenso, elevando le pulsioni della sua estetica horror ad artigianato shock del subconscio, a cardiogramma feroce di cento succedanei. Nonostante le infinite difficoltà produttive, una trama sempliciotta e un cast (Adrien Brody, Emmanuelle Seigner, Elsa Pataky) alla sbando, Argento si conferma genio invisibile, un bambino che nella sua vita cinematografica migliora le coscienze interiori di ognuno di noi. Dario Argento è anche il motivo per cui psicologi e critici hanno ancora la sensazione di esistere (per tanti motivi, senza riuscirci). Non a caso, i personaggi di Giallo possiedono tutti qualcosa di freudianamente irrisolto nella loro infanzia, e un po’ come il grande demiurgo raramente tornano nei luoghi in cui sono stati da bambini, se non con la memoria. (f. bru.)

Nel novembre del 1878, Giovanni Passannante, cuoco anarchico lucano, attenta con un temperino alla vita del re Umberto I. L’augusto monarca riporta soltanto qualche graffio. Per Passannante si apre un processo, che si concluderà con la condanna a morte. La grazia precipita l’uomo in una cella sotto il livello del mare, e poi in un manicomio criminale dove morirà nel 1910. Il corpo, cui viene negata sepoltura, viene decapitato, e il cervello, insieme al cranio, entra a far parte dei reperti del museo di Criminologia di Roma. La vicenda, caduta nel dimenticatoio, è tornata alla luce in tempi recentissimi, quando un giornalista, un musicista e un attore decidono di dar battaglia affinché i resti di Passannante trovino sepoltura a Savoia di Lucania, suo paese natale. Dalla vicenda, il regista Sergio Colabona ha tratto un film, Passannante, in programmazione nel circuito nazionale, che ha tra i protagonisti l’attore lucano Ulderico Pesce, Bebo Storti e, nel ruolo di Passannante, Fabio Troiano (lds)

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Michael Radford (Il mercante di Venezia, Il postino) intreccia le testimonianze dirette e quelle del padre, delle molte donne della sua vita (dalla hippie Erlinda alla pianista classica Gilda Buttà, che lo sposò), jazzisti francesi ed americani (da Aldo Romano a Joe Lovano), produttori discografici, il figlio Alexandre ed altri personaggi che furono vicini al pianista. Biografia che appassiona e può sedurre anche chi non sia un amante del jazz. Emergono con straordinaria forza il carattere di Michel Petrucciani, la sua indomabile voglia di vivere e sperimentare, la capacità di vincere una malattia terribile e invalidante, creando musica di rara potenza e ispirazione. (l.o.)

PAUL
DI GREG MOTTOLA; CON SIMON PEGG, NICK FROST. USA 2011

IL FESTIVAL
MITTELFEST
CIVIDALE DEL FRIULI, GORIZIA 9-16 LUGLIO

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ISOLA 10
DI MIGUEL LITTIN; CON BENJAMÍN VICUÑA, BERTRAND DUARTE. CILE 2009

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La ventesima edizione di Mittelfest propone spettacoli di teatro, danza e musica con eventi internazionali e anteprime assolute, riflessione sui primi vent’anni in Europa, uno sguardo speciale verso l’est . Inaugura il 9 luglio Luca Ronconi con «La modestia» sul testo di Rafael Spregelburd. Isabella Ragonese il 16 sarà in scena con Lady Gray di Will Eno e in cartellone ancora autori polacchi, slovacchi, russi e l’anteprima nazionale «Goli Otok» produzione Teatro della Cooperativa di e con Renato Sarti e Paolo Bonacelli. Nel cartellone musicale uno dei concerti è il ritorno della No Smoking Orchestra del regista Emir Kusturica, nata a Sarajevo nel 1980 (il concerto si tiene l’11 luglio al teatro Verdi di Gorizia). Nove gli appuntamenti di danza e tra i numerosissimi appuntamenti musicali, Mario Brunello e Marco Paolini rileggono Arnold Schönberg e Lella Costa (il 14) in «Liszt e la Poesia» compie con Roberto Plano (al piano), un percorso nelle pagine meno frequentate di Liszt. (s.s.)

Due amici fanatici di sf, scrittori di avventure galattiche partono da Roswell, New Mexico dove, come si sa, atterrò un disco volante e salvano dalle macerie di un’auto maldestramente guidata un alien alto un metro di nome Paul che produce incanti come Elio (e le Storie Tese) che infatti lo doppia in italiano. Ne restano così affascinati che se lo portano, perennemente inseguiti, in giro in camper per gli States prima di consegnarlo all’astronave marziana di soccorso. L’ex filmaker indie Greg Mottola maneggia un budget serio ma non vacilla e interviene con l’arma invincibile dell’umorismo. (r.s.)

IL PRIMO INCARICO
DI GIORGIA CECERE; CON ISABELLA RAGONESE, FRANCESCO CHIARELLO. ITALIA 2010

5 (CINQUE)
DI FRANCESCO MARIA DOMINEDÒ; CON ROLANDO RAVELLO, STEFANO SAMMARCO. ITALIA 2011

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Francesco Maria Dominedò è un attore (Fatti della banda della Magliana, Cover Boy). Il film da regista sceglie questi stessi luoghi, anche perché gli permettono di muoversi con una certa libertà e di evitare un realismo un po’ facile e rumoroso. La storia è ambientata al Quarticciolo, si ispira alla cronaca, ha un segno tutto maschile: cinque ragazzi, adolescenti in riformatorio, cercano il colpo grosso, quello che li possa fare ricchi. Il punto di vista del regista è eccentrico, a cominciare dalla scelta degli attori presi dal Grande fratello o dall’Isola dei famosi, prova a raccontarci le relazioni tra maschi, il contesto in sé rimane fuori campo. La macchina da presa bracca i personaggi, il ritmo forte ammicca alla loro adrenalina. (c. pi.)

Un episodio poco conosciuto del golpe cileno. I ministri del governo Allende, il suo segretario personale e altri esponenti della pubblica amministrazione furono portati nel profondo sud del paese, sull'isola Dawson. Tra quei trenta prigionieri c'era anche il ministro delle miniere Sergio Bitar, che ha scritto un libro a cui Littin si è ispirato. Nel campo i detenuti perdono la loro identità e i contatti con il resto del paese, i loro nomi sono ridotti a numeri. Il tessuto del film si allarga un po' alla volta in un respiro profondo a comprendere non solo la loro vicenda personale fatta di dignità e forza morale, ma quella dell'intero paese in un momento fissato per sempre nella storia, l'assalto alla Moneda e la morte di Salvador Allende (e Littin non ammette la teoria del suicidio, ora infatti si è riaperta l’inchiesta).(s.s.)

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LO SCENEGGIATORE
PREMIO AMIDEI
GORIZIA, PALAZZO DEL CINEMA, PARCO CORONINI CRONBERG 14-23 LUGLIO

LIBERA USCITA
DI BOBBY FARRELLY, PETER FARRELLY; CON OWEN WILSON, JASON SUDEIKIS. USA 2011

Il Premio Amidei, dedicato a uno dei grandi sceneggiatori italiani, premio alla migliore sceneggiatura cinematografica tra i film europei della stagione (in giuria i registi Scola, Giraldi, Marco Risi, Piccioni, gli scrittori Bruni e Piccolo, con Giovanna Ralli e Silvia d’Amico) quest’anno propone la sensazionale rassegna completa organizzata in collaborazione con l’ambasciata francese, di tutti i film di François Truffaut come regista e sceneggiatore, accompagnata dal volume Vivément Truffaut di Ugo Casiraghi a cura di Lorenzo Pellizzari. Sarà presente Sylvain Chomet, il regista de L'illusionista per parlare di sceneggiatura dell’animazione (la sceneggiatura de L'illusionista è di Tati). Dedicata alla scrittura migrante ci saranno retrospettive di Mohsen Melliti, Mohamed Zineddaine, Fred Kuwornu, Dagmawi Yimer, Mefehnja Tatcheu, Laura Halivovic, Fatma Bucak. Inoltre: premio opera prima, spazio per i bambini, omaggi ai personaggi del cinema italiano. (s.s.)

Bell’esordio di Giorgia Cecere, già sceneggiatrice per Amelio e Edoardo Winspeare. Una maestra del sud negli anni cinquanta lascia il paese, assegnata a un villaggio ancora più sperduto. Quando il fidanzato la lascia per una ricca ragazza del suo stesso ambiente, lei si lascia andare a un rapporto con un giovane muratore e per non perdere il posto per lo scandalo causato, decide di sposarlo, scoprendo poi le sue vere qualità di uomo forte e maturo. (s.s.)

13 ASSASSINI
DI MIIKE TAKASHI; CON GORO INAGAKI, KOJI JASUKO. GIAPPONE 2010

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THE CONSPIRATOR
DI ROBERT REDFORD; CON ROBIN WRIGHT, JAMES MCAVOY. USA 2011

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La guerra di Secessione è terminata con la sconfitta dei sudisti, ma il conflitto ha lasciato strascichi: il 14 aprile il presidente Lincoln è ucciso da John Wilkes Booth. Tra gli arrestati c’è anche Mary Surratt, poiché le riunioni per organizzare gli omicidi venivano fatte nella sua pensione. L’abilità di Robert Re-

Quando all’orizzonte era apparso Tutti pazzy per Mary sembrava che due nuovi geni irriverenti si fossero affacciati nell’olimpo hollywoodiano. Negli anni successivi, pur firmando film anche curiosi, non riuscirono più a bissare quel successo così eccentrico. Ora, tredici anni dopo, la coppia sembra avere subito una mutazione genetica: nel loro mirino entrano infatti un paio di quarantenni in odore di imbecillità e a rischio strabismo per il loro vizio di seguire con lo sguardo la parte posteriore di qualsiasi ragazza. Anche quando sono in compagnia delle rispettive consorti. In loro soccorso viene una amica che dà loro un singolare suggerimento: concedere una libera uscita dal matrimonio. L’involuzione dei Farrelly non sta tanto nell’aver reso macchiette i due protagonisti maschili, quanto nel non aver saputo costruire situazioni che non fossero tutte ancorate alle convenzioni. (a.ca.)

LA MOSTRA
MARZIA MIGLIORA E SALLA TYKKÄ
EX3, FIRENZE FINO ALL’11 SETTEMBRE

Remake dal film di Eichi Kudo del ’63, il più grande del genere «wu xia», è un omaggio non solo al genere samurai e al gioco d’azzardo, ma anche al western all’italiana, dedicato a Sergio Corbucci, realizzato dall’attore e regista specialista di neo-horror, riuscita metafora del potere dispotico incarnato in Naritsugu, principe feudale del 1844 e della sua idea di popolo come «servitore del sovrano». Miike si diverte a fare un po’ di accademia ma resta quel giocoliere naturale dell’umorismo e della violenza che ha esibito nella sua lunga carriera. (m.c.)

TRANSFORMERS 3, 3D
DI MICHAEL BAY, CON SHIA LEBEOUF E ALAN TUDYK, USA 2011

Il Centro per l’arte contemporanea di Firenze ospita fino all’11 settembre prossimo una doppia personale con delle installazioni di due artiste internazionali: «Rada» è il progetto proposto dell’italiana Marzia Migliora, a cura di Arabella Natalini, e «White Depths» la prima personale in uno spazio istituzionale italiano della filmakers finlandese Salla Tykkä, a cura di Marinella Paderni. Migliora, classe 1972, per la sua opera si è ispirata a una bandiera, il cui segno grafico - nel Codice internazionale dei segnali marittimi - significa «sospendete quello che state facendo». Così se in mare quella «traccia» assume un valore univoco, per l’artista diventa un invito aperto a molteplici soluzioni. La stessa croce blu diventa un luogo percorribile e il bianco delle porzioni restanti, una distesa di materiali di scarto. L’autrice finlandese (Helsinski, 1973) si rivolge al pensiero di John Ruskin per reinventare un mondo di metamorfosi. (a di ge.)

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Per chi non fosse appassionato di mezzi di trasporto che cambiano forma trasformandosi in gigantesche creature d’acciaio per scambiarsi grandi mazzate l’inizio di questo nuovo episodio risulta piuttosto interessante. Siamo infatti in piena guerra fredda, Unione sovietica e Stati uniti si contendono il primato spaziale. Tutta la parte iniziale è brillante. Purtroppo poi tutto precipita. Autobot e Decepticon prendono il sopravvento, sono talmente giganteschi che gli esseri umani scompaiono in loro presenza e si fa fatica ad appassionarsi alla guerra tra i buoni Autobot e i cattivi Decepticon. (a.ca.)

Chi lo ha fatto fare a Fabio Frizzi?! Chi me lo ha fatto fare?! di Fabio Frizzi si è svolto il 10, 11 e 12 maggio al Teatro Centrale Preneste a Roma e un estratto dello spettacolo, con le musiche realizzate dal compositore per i film di Fulci, è stato presentato durante la serata d’inaugurazione del Fantafestival il 9 giugno scorso, all’auditorium della Conciliazione. «È un diario di vita aperto dopo anni di lavoro. La musica dei miei miti e la mia suonate insieme in una serata confessione divertente e un po’ intimo. Chi me lo ha fatto fare?» afferma Frizzi. Sulla locandina dello spettacolo, dietro al maestro sorridente, ci sono i suoi miti, quelli che lo hanno influenzato e/o aiutato nella suo crescita estetica, artistica e professionale: Johann Sebastian Bach, i Beatles, Pietro Germi, Lucio Fulci, Tomas Milian, Sidney Bechet e alcuni altri. «Sono molte le persone che me lo hanno fatto fare e a tutte loro va la mia stima e la mia riconoscenza. Riconoscenza per trentacinque anni di musica, di passione, di incontri e di esperienze. Tutto è cominciato ed è continuato grazie alla musica, che mi ha affascinato e mi ha portato con sé. Ed ai miei miti, i miei punti di riferimenti che mi hanno accompagnato e stimolato giorno dopo giorno». È il tipo di spettacolo che sempre di più i compositori di musica applicata al cinema decidono di realizzare ad un certo punto della loro carriera. Una specie di autobiografia musicale. Si pensa ovviamente al concerto Fotogramma di Nicola Piovani, che era un viaggio attraverso i momenti più importanti e toccanti della sua vita attraverso i film e uno spettacolo di teatro e di canzoni. O i concerti di Claudio Simonetti, dove con i Daemonia, oltre alle musiche che ha realizzato per Dario Argento, suona sempre Halloween di John Carpenter e la Toccata e fuga in re minore di Bach. «Siamo tutti stati influenzati da lui, noi compositori gli dobbiamo tutti qualcosa. Proprio per questo, suoniamo la 3˚ Brandenburghese di Bach durante questo spettacolo» spiega Frizzi. Oltre a questo bellissimo brano di Bach, gli altri che costituiscono una parte dello spettacolo sono: Eleanor Rigby dei Beatles, Il Ferroviere di Carlo Rustichelli, La canzone dell'amore perduto di Fabrizio de Andrè, Petite fleur di Sidney Bechet, un Medley di musica dei film di Fulci non scritte da Frizzi, Stare bene a metà di Pino Daniele, Otto e mezzo di Nino Rota e Il funerale di una marionetta (Tema di Hitchcock). Quelle di Frizzi invece sono Ibo Lelè (Mombasa), un Medley di Fulci, San Frediano, Fantozzi, When I fall in love with you, Concerto per Clarinetto e Archi - 3˚ mov. Allegro, Un ciclone in Famiglia, Medley Capitano, I fatti vostri (sigla), Butta la luna (Tema di Alyssa). «Unico imbarazzo di uno spettacolo come questo è il confronto: le mie musiche eseguite insieme a quelle che ho sempre amato» confida Frizzi. Forse è anche il modo per capire meglio l'estetica di un compositore. Solo attraverso quelli che si ammirano si può forse capire qual è stato il suo percorso creativo».

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Un centinaio di persone distribuiscono volantini «contro i padroni della musica». Bloccano il concerto. Urlano al cantautore: «Lascia qui l’incasso». Testimonianze su una serata-simbolo della canzone italiana

di Alberto Piccinini

assò alla storia come il «processo a De Gregori». Processo politico, s'intende. Venerdì 2 aprile 1976, al Palalido di Milano, un centinaio di persone fermò a metà il concerto sold out del cantautore romano di fronte a seimila spettatori. Rimmel, uscito l’anno prima, era stato in classifica 40 settimane, vendendo la cifra record di 500.000 copie. Proiettato in una nuova dimensione di popolarità, De Gregori aveva un album in uscita: Buffalo Bill. La tournèe la organizzava il Piccolo Teatro di Milano. Sullo sfondo c'è la Rca, la casa discografica del cantuautore. Il biglietto costa 1500 lire. Prima del concerto della sera, accanto al botteghino, vengono distribuiti volantini «contro i padroni della musica» firmati da Stampa Alternativa: «Decine di migliaia di incazzati hanno capito che i Palalido sono i loro Vietnam, i loro campi di battaglia». Soltanto due mesi prima, nello stesso Palalido, uno spettrale Lou Reed (2000 lire) è stato costretto a interrompere il concerto tra lanci di sassi e bottigliette. Per evitare altri attriti si aprono precauzionalmente le porte a tutti. E il concerto si svolge con le luci accese. «Vedevo la gente che applaudiva appena salivo sul palco, cosa mai successa prima. – è il ricordo De Gregori raccolto dal giornalista Claudio Bernieri – Poi c’erano quelle luci accese». Dopo una prima interruzione («gli strapparono la chitarra di mano», ricorda il batterista successiva della canzone italiana. con sè. Scendeva, parlava con le Carlo Marcovecchio), e la lettura Continuiamo a leggere: Prende la guardie, ripartiva». dal palco di un comunicato contro parola un uomo con la barba bian«Non ricordo molta violenza l’arresto di un compagno a Padova, ca, d'età indefinibile: «La rivoluzioquella sera. – riprende Baraghini – il concerto riprende. De Gregori e la ne non si fa con la musica. Prima si Esasperazione, sì. C’erano nel nosua band finiscono come possono, fa la rivoluzione, poi si potrà pensastro gruppo delle frange accese, aupoi tornano nei camerini. re alle arti o alla musica. Lo diceva tonomi, che però in genere riuscivaE’ qui che va in scena il processo anche Majakovski che era un vero rimo a calmare. Naturalmente una vero e proprio. I «verbali» li scoviavoluzionario e si è suicidato. Suicidaparte del pubblico si incazzò. Ricormo nella cronaca che il giorno dopo ti anche tu!». De Gregori ascolta paldo bene De Gregori, stizzito. Avrebuscì sul Corriere della Sera: «Quanto lido e silenzioso. Con scarsa convinbe potuto spiegarsi, ma non lo fehai preso stasera?» urla un giovane. zione mormora al microfono: «Forse ce». «Mancava solo l’olio di ricino», «Credo un milione e due... - sussurra sono una vittima dell'industria...». fu invece il commento del cantautocon un filo di voce De Gregori -, ma Di chi erano quelle voci? In un’interre riportato ancora dal Corriere. «La poi c'è la SIAE...». «Se sei un compavista televisiva recente De Gregori contestazione è quando tu prendi gno, non a parole ma a fatti, lascia chiedeva che almeno si facessero veuna persona e gli contesti delle cose qui l'incasso», ribattono. dere. A quasi 40 anni di distanza. (…) Un’aggressione è quando io ti Fu il critico Mario Luzzatto Fegiz E’ rimasto qualche nome. Gianni prendo a cazzotti e ti dico che sei a firmare il pezzo. Calcò la mano: Muciaccia, punk della prima ora, stronzo… Quella fu un’aggressione, «Al microfono si alternano volti lomchitarrista dei Kaos Rock, poi perso cioè non ci fu nessun dialogo». brosiani e giovani che sembrano nei gorghi del socialismo milanese. Quest’ultimo commento lo ha colti da raptus isterico...». Secondo i C’era sicuramente Marcello Bararaccolto un cronista/musicista che testimoni un vero e proprio procesghini, che dell’arcipelago di Stampa allora collaborava con L’Unità, Clauso neppure ci fu: il Palalido si stava Alternativa era il volto più noto. Acdio Bernieri. Ne fece un libro, Non svuotando, il diverbio tra i contestacetta di rovistare nei ricordi di un sparate sul cantautore - preziosa ractori e De Gregori si sarebbe svolto evento del quale sono rimasti, dice, colta di interviste a cantautori della tra il sottopalco e i camerini. D’altra solo pochi flash: «No, non ero io metà degli anni ’70, da tempo introparte la cronaca, pure romanzata, quello di Majakowskij. – sorride vabile, che il prossimo settembre coglie bene la centralità drammatiNon avevo la barba bianca. Penso verrà ripubblicato dalle edizioni Voca che quell’evento avrà nella storia fosse Gianluca, che adesso non c’è lolibero con allegati i nastri originali più. Gianluca faceva teatro, guidava delle conversazioni. «C’era queun furgone col quale abbiamo girast’area libertaria, moralista se vuoi – Fotoposter di Francesco to il mondo e la cosa più incredibile ricorda oggi Bernieri – Riteneva che De Gregori pubblicate sull’album è che non aveva mai documenti si dovesse suonare a un prezzo poli«Rimmel», 1975

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■ RICORDI ■ 2 APRILE 1976, FRANCESCO DE GREGORI CONTESTATO AL PALALIDO DI MILANO ■

Il processo di Alice
tico, saltare l’intermediazione di quelli che chiamavano i padroni della musica. Erano cani sciolti. Andavano a vedere con quale macchina arrivavano a suonare i musicisti, facevano i conti in tasca». Moralismo a parte, l'idea della «musica gratis» non godrà mai di grande considerazione, né allora e né mai. Sull'utopia, pericolosa o naif che fosse, vinse fin da subito una specie di necessario realismo mercantile. Per due anni in Italia non si fecero grandi concerti. Poi, negli anni '80, si ricominciò daccapo. Su quelle contestazioni Bernieri ha un'altra idea: «Per capirci, è come se oggi si riuscisse a impedire il download gratuito dalla Rete. Che succederebbe?». Ancora. Chi ce l'aveva con De Gregori, e perchè? Re Nudo e Andrea Valcarenghi avevano chiesto al cantautore di organizzare il concerto di Milano, ricevendo in cambio un garbato rifiuto (da qui la scelta di coivolgere il Piccolo Teatro). Con Lotta Continua, poi, c'era stato uno scontro a proposito del rimborso chiesto in occasione di un concerto militante. Il giornale sfotteva così: «E’ venuto compiendo un pericoloso viaggio da Roma centro alla periferia di Roma tale De Gregori, pare celebre, il quale ha chiesto 400.000 lire per esibirsi, e ha preso 400000 pernacchie». De Gregori, da parte sua, si difese con un lettera al giornale facendo notare ai compagni che «la musica è ancora in mano ai Tony Santagata, e non ai proletari». E c’era Muzak, il mensile di musica e politica diretto da Giaime Pintor. La stroncatura di Rimmel (e dell’ermetico «canto degregoriano») comparsa su quelle colonne a firma dello stesso Giaime è rimasta celebre: «Non è un caso da sottovalutare che la fortuna dell'ermetismo dati anni '30-'40, e cioè si collochi programmaticamente come isolamento dal fascismo, isolamento nell'attività pubblica e nella poesia come risposta "privatistica" alla retorica mussoliniana. (...) Una poetica ermetica, dell'intuizione lirica, è una poetica tendenzialmente idealista, dunque di destra, arretrata negli anni '70, dunque incapace di rispecchiare tensioni, di farsi portatrici di valori positivi e rivoluzionari». Più prosaica e velenosa risultò tuttavia una cronaca coeva di Enzo Caffarelli per Ciao 2001, Raccontava il De Gregori privato così: «Lo guardo sbigottito mentre gioca a poker e beve champagne all’Hotel Belle Vue di Rimini, categoria lusso, una stanza tutto escluso 38.000 lire a notte, mentre cala il sipario. Ma tutto questo Alice non lo sa». Fu quella che colpì nel segno, eccitando il moralismo dell'epoca? Per uno scherzo del destino la maniera dylaniana di De Gregori, nei testi e nello stile, si allargò in quegli anni fino a investire il volto pubblico del cantautore, il difficile rapporto con il tumultuoso «vogliamo tutto» di quegli anni. Sembrava la storia di quell'«immondiziologo» che nel 1965 si era messo a frugare nella spazzatura di Dylan per scoprire le prove del tradimento. Dylan era scappato a gambe levate verso il rock elettrico, nascosto giorno e notte dietro i Ray Ban scuri. «Dylan - attaccò una volta Giaime Pintor - è solo il ripiegarsi su se stesso dell'intellettuale giovane americano». Il paradosso lo spiegò una volta lo stesso De Gregori: «Dylan non è mai stato inquadrabile politicamente al contrario di me che invece quando mi chiedono per che partito voto non ho nessun problema a dirlo». Dopo quella brutta serata, il cantautore minacciò di smettere del tutto, di non cantare più. Per più di un anno non suonò in pubblico. Lo avvistarono a fare il commesso in una libreria di Trastevere.

ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (11

l crossover è una delle tendenze musicali che ha maggiormente segnato gli anni Novanta. La definizione di per sé è generica ma all’epoca era intesa come la fusione tra rap e rock - c’è anche chi dice tra funk e metal - operata da un gruppo o un solo artista, e in questo senso era una vera novità. Per la stessa fusione generata da una collaborazione tra rappresentanti dell’uno o dell’altro genere si faceva già più fatica a tirare in ballo il termine anche perché un singolo episodio non pareva né generare un fenomeno nuovo né snaturare lo stile degli autori. Per i cultori tutto ha inizio nel 1991 con l’uscita di Life 'n Perspectives of a Genuine Crossover, album fondamentale per farsi non solo un’idea del genere (per giunta fuori dai canoni poi affermatisi) ma anche per capire in fretta la concezione musicale di un decennio in cui è avvenuto lo sdoganamento collettivo e dunque definitivo delle contaminazioni tra ambiti musicali diversi. A firmarlo non sono né degli artisti statunitensi né inglesi ma gli olandesi Urban Dance Squad, al loro secondo lavoro, quello che ha ufficializzato la nascita del crossover. Ma la vera e propria esplosione popolare del binomio rock-rap arriva appena un anno dopo con l'uscita dell'eponimo esordio degli statunitensi Rage Against The Machine: un album che prende spunto dal concetto portato alla ribalta dagli Urban Dance Squad ma risulta più immediato e ha un grande impatto, specie sui ventenni di allora, anche per il messaggio antagonista dei testi. Gli spettatori del primo concerto italiano della band di Zack de la Rocha e Tom Morello, un sabato pomeriggio allo Zimba di Milano, hanno potuto assistere a una sintesi estetica più che mai efficace del fenomeno: il pubblico era diviso tra incappucciati vestiti oversize, pantaloni col cavallo basso e via così, e capelloni vestiti di nero o, meno numerosi, con una camicia di flanella a scacchi sbottonata. Rapper e rocker, gli stessi che spesso e volentieri si guardavano storti fino a disprezzarsi, per una volta erano uniti sotto lo stesso palco. Da qui in poi la sintesi tra rock e rap ha cominciato a essere così. Per giunta senza il featuring istituzionalizzata fino a far entrare di un gruppo rock. La storia di stabilmente le rime a tempo nelquesto flirt sta vivendo ormai da l'estetica pop, ultima e definitiva tempo e inevitabilmente uno dei conferma del successo di questo momenti più anonimi. Le star delsdoganamento della presunta «anle due sponde Jay-Z e Linkin timusica» rap. Park con Collision Course nel Ma non tutto inizia negli anni 2004 hanno provato di nuovo ad Novanta, anzi. La novità vera e attirare l’attenzione su questo conpropria dell’epoca era appunto il nubio ma la loro collaborazione processo di istituzionalizzazione. non ha eccelso per incisività e oriÈ quando i Run Dmc decidono di ginalità, anzi. È andata un po’ meincludere su Raising Hell anche la glio con Street Sweeper Social cover di un pezzo degli Aerosmith Club, gruppo messo in piedi da e di realizzarla con l’apporto dei Tom Morello (Rage Against the membri stessi del gruppo capitaMachine) e Boots Riley (The nato da Steven Tyler, che si scrive Coup) a Los Angeles nel 2006, ma però un pezzo di storia. E siamo nel loro eponimo album del 2009 appena nel 1986. Tutto esplode vince la nostalgia visto che si tratanche grazie a un video che rapta a tutti gli effetti di crossover anpresenta con ironia ed efficacia ni Novanta. In Blakroc, progetto questo incontro-scontro tra due e album del 2009 prodotto musiculture considerate agli antipodi: calmente dal duo rock Black Keys per questi e altri motivi Walk This che duetta, tra gli altri, con Mos Way è entrata a far parte a tutti gli Def, Q-Tip, Raekwon, Ludacris, effetti della cultura popolare. Ma RZA e Pharoahe Monch, invece si il 1986 è un anno clou in questo sfruttano i differenti stili dei rapsenso perché registra l’uscita di per chiamati a raccolta e il risultaun altro album fondamentale: in to sa meno di già sentito. Ma tocLicensed to Ill dei Beastie Boys, ca guardare più indietro per trovatrio proveniente dal punk ma più re le vere e proprie chicche. Partiache mai coinvolto nel rap, chitarmo dal 1991: i Public Enemy, alre e rime si incrociano a più riprel’epoca i rapper con i suoni più se a cominciare da (You Gotta) Firock in circolazione, danno alle ght for Your Right (to Party!), l’instampe una nuova versione di un no di una generazione che, in pieloro singolo uscito nel 1987, Bring na affermazione del decennio edothe Noise. Stavolta la musica non nistico, si stava ancora formando. arriva dai piatti ma è opera degli Questo brano di recente è stato ceAnthrax, metal band newyorkese lebrato nel video di Make Some che dà al brano una spinta in più Noise, il primo realizzato a partire rendendolo uno dei rap più potenda un singolo estratto da Hot Sauti della storia. Chuck D ne parla in ce Committee Part Two (2011), ultitermini eloquenti: «Quando ho inmo e ispirato album dei tre (ex) racontrato Percy Sledge gli ho chiegazzacci newyorkesi. Si tratta più sto quante volte ha cantato When di un mediometraggio di fiction a Man Loves a Woman e lui mi ha che di un videoclip musicale: un risposto ‘circa sei milioni di volte’. divertito e ironico omaggio dei BeAllora ho pensato ‘Se Percy Sledge astie Boys ai loro esordi che parte può cantare When a Man Loves a proprio da quella chitarra grezza Woman sei milioni di volte io posfusa alla perfezione con quel rap so fare Bring the Noise per altri urlato. Se il flirt tra rock e rap con vent’anni». la sua ricca storia stava rischiando In questa dichiarazione del di venire dimenticato, i Beastie 2008 il nostro non si riferisce Boys insomma hanno pensato di espressamente alla versione con evitare l’ingiustizia ricordandoci gli Anthrax ma è anche grazie a che loro per esempio sono esplosi quella che il brano è diventato a

Negli anni Novanta, il crossover di band come Urban Dance Squad e Rage Against The Machine istituzionalizza la fusione tra rap e rock. Già nel 1986 Run Dmc e Aerosmith avevano dato la linea. Ripensando a «Walk this Way»

di Luca Gricinella

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■ FENOMENI ■ L’IMPERDIBILE INCONTRO TRA DUE GENERI ■

Contaminazione di una scena
tutti gli effetti un classico per un pubblico trasversale. Passiamo all’incontro tra i Cypress Hill e i Sonic Youth: introdotta da alcuni «rumori» chitarristici I Love you Mary Jane (ogni doppio senso non è puramente casuale) prende quota con Kim Gordon che sussurra fino a quando la voce nasale di B-Real si fa avanti a ritmo ma dando la sensazione di provenire da una persona in uno stato alterato di coscienza. Considerando la distanza estetica tra i due gruppi il risultato è una combinazione sorprendente. Il brano fa parte della colonna sonora di Judgment Night (in italiano Cuba Libre - La notte del giudizio) film del 1993 di Stephen Hopkins diventato un vero e proprio culto per i rapper e i rocker meno puristi. Basta leggere la lista delle collaborazioni sul booklet della colonna sonora per capire i motivi di questo successo: gli Helmet sostengono gli House of Pain, i Dinosaur Jr. se la vedono con Del the Funky Homosapien, gli Slayer con Ice-T (già avvezzo al crossover visto che appena un anno prima aveva dato vita al progetto Body Count), i De La Soul con i Teenage Fanclub, i Faith No More affiancano i Boo-Ya Tribe e i Living Colour i Run Dmc - che tornano a coltivare il vizio dopo aver ricevuto varie soddisfazioni da quel primo esperimento. Ma il picco della colonna sonora resta proprio I Love You Mary Jane: un brano etereo, senza quel rap duro e quelle chitarre pestate che hanno presto reso scontato e statico il crossover. Successivamente solo la collaborazione tra i Black Lips e Gza (Wu-Tang Clan) del 2009 per il brano The Drop I Hold si è avvicinata a questi livelli di armonia anomala. Una versione ancora meno prevedibile è stata quella europea anche se da queste parti il genere non è stato frequentato tanto quanto oltreoceano. In prima linea ci sono proprio gli Urban Dance Squad, gruppo che si è formato in quel 1986 in cui sono usciti Walk This Way e Licensed to Ill ma che dopo i primi due folgoranti album ha perso un po’ di smalto uniformandosi in qualche modo allo stile statunitense. Subito dopo, perché no, ci sono gli Assalti Frontali di Conflitto (1996), più che mai ispirati e per l’occasione sostenuti dai Brutopop, band post-punk capitolina il cui groove irregolare si incastra alla perfezione col flow di Militant A. Ma la fusione più didascalica dei due generi è salita alla ribalta proprio a scapito di queste versioni meno allineate e questa stagione è presto finita. Se da qualche anno però il rap è entrato nel linguaggio rock e pop fino a non farsi più notare il merito è anche dei musicisti meno allineati dell’epoca che dunque si sono presi la loro rivincita. Questa fusione naturale, «nascosta», accade anche quando ci sono di mezzo collaborazioni tra esponenti dei due fronti come quella, emblematica in questo senso, tra Kid Cudi, Mgmt e Ratatat per Pursuit of Happiness (2009). Di certo l’ala radicale dei puristi hip hop che storceva il naso anche all’epoca della prima ribalta dei Roots perché non riteneva lecito parlare di hip hop per una band che non rappava su delle basi ma su un tappeto sonoro creato da strumenti (più) tradizionali, oggi ripenserà a quei tempi con imbarazzo. Stesso discorso per i rocker che in passato hanno biasimato Aerosmith, Anthrax e Sonic Youth per le collaborazioni citate. Chissà che i Beastie Boys non abbiano risvegliato le coscienze del crossover, genere che di certo rivivrà la sua gloria quando il gruppo giusto lo riprenderà nella maniera giusta e nel momento giusto. Mentre scriviamo Big Boi degli Outkast per esempio è in studio con i Modest Mouse per collaborare al nuovo ellepì di questi indie rocker trentenni. Non si tratta di nomi nuovi e sulla carta non sembrano poter approdare sulla scena musicale spiazzando un po’ tutti ma chissà…

12) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

■ STILI ■ JAMES BROWN TRA GLI ARTISTI PIÙ «CITATI» ■

I campioni dell’hip hop
Molte star della versificazione hanno saccheggiato le basi ritmiche di rocker e non solo. Da «Walk on the Wild Side» di Lou Reed, ripresa da A Tribe Called Quest, alla zeppeliniana «When the Levee Breaks», incastonata in una hit dei Beastie Boys, «Rhymin’ and Stealin’»
di L. Gr.
A sinistra il pezzo degli Anthrax con Chuck D, accanto la copertina della colonna sonora del film «Cuba Libre - La notte del giudizio»; al centro della pagina i tre Beastie Boys, qui sopra la copertina di «Walk this Way», l’originale dei Run Dmc

ncora prima di collaborazioni, incroci ed esperimenti sonori, l’hip hop è entrato in contatto con altri generi musicali tramite le selezioni discografiche dei dj più arguti e lungimiranti e i campionamenti di una miriade di produttori. Chiaramente il secondo caso è quello di cui ci sono più testimonianze: le incisioni su disco. Soul e funk sono (ancora oggi) senza dubbio le musiche predilette per questo «saccheggio» mirato alla produzione di basi utili per il rap. In poco più di tre decenni di produzioni, tra una rima a tempo e l’altra gli ascoltatori più attenti e/o ossessivi del ritmo urbano per eccellenza avranno riconosciuto porzioni ritmiche (break) di brani firmati da colossi come James Brown - su tutti Funky Drummer - ma anche di pezzi prodotti da veri e propri outsider come Melvin Bliss o gli Honey Drippers - si vedano gli incipit, rispettivamente, di Synthetic Substitution e Impeach the President, a detta di molti il pezzo più campionato in assoluto dal rap. Fama degli autori a parte, tra i brani più campionati nella storia dell’hip hop figura anche Hihache della Lafayette Afro Rock Band, pezzo senza dubbio ascrivibile alla black music ma con sonorità che aprono con decisione al rock. E non si tratta di un caso isolato. Per spostarsi sul rock classico va subito tirata in ballo When the Levee Breaks dei Led Zeppelin: la batteria di John Bonham è facilmente riconoscibile in Rhymin’ and Stealin’, brano di apertura del primo album dei Beastie Boys, Licensed to Ill (1986). Ma lo stesso break è finito, tra gli altri, in Kim di Eminem, Lyrical Gangbang di Dr. Dre e Midnight di Ice-T. Si tratta dunque di un campionamento rock classico in ambito hip hop, anche se manifesto più che altro ai rari cultori di entrambi i generi. Non mancano però esempi di campioni più riconoscibili: nel 1990 sull’album d’esordio di A Tribe Called Quest, People's Instinctive Travels and the Paths of Rhythm, l’ottava traccia, Can I Kick It?, è costruita principalmente sul loop di un segmento di Walk on the Wild Side di Lou Reed. I due brani hanno lo stesso attacco ma in quello dei rapper, a basso e chitarra si aggancia presto e a sorpresa un beat sporcato subito da uno scratch. Più recente invece, del 2005, What's Your Number: Dj Muggs dei Cypress Hill ha costruito l’hit sulla linea di basso di Guns of Brixton dei Clash, a conferma che la crew losangelina ha una predilezione per il rock - già dichiarata nel 2000 con l’album Skull & Bones. Wyclef Jean in questo ambito è andato oltre, senza neanche cambiare il titolo e senza troppo sforzo e fantasia infatti nel 1998 ha realizzato una via di mezzo tra un remix, un omaggio e una cover di uno dei brani più noti dei Queen: Another One Bites the Dust. Una versione rap che ha sbancato le classifiche di mezzo mondo. Tra i gruppi rock più campionati dai dj hip hop non vanno dimenticati i Black Sabbath e gli AC/DC e guarda caso una volta ancora i primi Beastie Boys sono i titolari di più canzoni che hanno attinto da queste storiche band: tocca citare di nuovo Rhymin’ and Stealin’, costruita sul riff di Sweet Leaf dei primi, come No Sleep Til Brooklyn che vive sul riff di T.N.T. dei secondi. Hanno sezionato la loro musica anche altre star dell’hip hop come Eminem, Busta Rhymes, Ice-T, Boogie Down Productions e Tone Loc. Senza dimenticare Dan the Automator che per Music to Be Murdered By, il suo micro-mix del 1989 in piena orbita «taglia e cuci», tra uno scratch e l’altro ha scomodato Hell’s Bells (1980). Senza guardare così indietro una delle ultime vere hit hip hop, Hip Hop is Dead di Nas, tratta dall’omonimo album uscito sul finire del 2006, prende vita dal riff di In-A-Gadda-Da-Vida (1968) degli Iron Butterfly. Per lo più non si tratta di brani campionati tanto quanto quelli di James Brown e soci ma i dj e produttori hip hop più affermati per forza di cose sono affamati di musica senza distinzioni di genere e il rock è un contenitore troppo ampio per essere evitato o ancora peggio snobbato a causa di quei pregiudizi generati da una storica ma più che mai anacronistica rivalità. I rocker, che allo stesso modo continuano a guardare all’hip hop con la puzza sotto il naso, dovrebbero fermarsi un attimo e ascoltare meglio la musica non più dei propri vicini di casa, ma dei propri coinquilini.

A

ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (13

Ray Manzarek & Robbie Krieger

Caparezza
Il rapper di Molfetta è tornato con un nuovo album dal titolo Sogno eretico.
SANT'AGATA BOLOGNESE (BO) DOMENICA 10 LUGLIO (SONICA FESTIVAL) BAGNOLI (NA GIOVEDI' 14 LUGLIO (ARENILE RELOAD) ROMA SABATO 16 LUGLIO (IPPODROMO DELLE CAPANNELLE-ROCK IN ROMA)

ON THE ROAD
Stan Ridgway
L’artista di culto americano, già leader dei Wall of Voodoo e autore di album storici come The Big Heat, di nuovo in tour in Italia.
ASTI LUNEDI' 11 LUGLIO (PIAZZA SAN SECONDO-ASTIMUSICA) BOLOGNA MARTEDI' 12 LUGLIO (BOTANIQUE) ROMA MERCOLEDI' 13 LUGLIO (PARCO DEGLI ACQUEDOTTI-ROCK CITY) LIVORNO GIOVEDI' 14 LUGLIO (VILLA CORRIDI) PONTINIA (LT) SABATO 16 LUGLIO (ANFITEATRO G. VERGA)

A quarant'anni dalla scomparsa di Jim Morrison tornano due degli artefici del suono dei Doors.
PISTOIA SABATO 9 LUGLIO (PIAZZA DUOMO-PISTOIA BLUES) GRADO (GO) DOMENICA 10 LUGLIO (DIGA NAZARIO SAURO)

ne, L. Oh e C. Penn (l'11, Sala Sinopoli), George Benson (il 12, Cavea), Brad Mehldau & Joshua Redman Duo (il 13, Sala Sinopoli), Elton John (il 13, Cavea).
ROMA DA SABATO 9 A MERCOLEDI' 13 LUGLIO (AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA)

Roma incontra il mondo
In programma concerti con Officina Zoè, Ana Carolina, Chiara Civello, Yann Tiersen, Jimmy Cliff, Alex Britti, Alborosie, Petra Magoni & Ferruccio Spinetti, Nando Citarella & I Tamburi del Vesuvio.
ROMA DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (LAGHETTO DI VILLA ADA)

BloomLive
Settima edizione per la rassegna di rock indipendente made in Italy che quest'anno si sposta a Sesto San Giovanni. Sul palco Club Dogo (oggi) e la reunion tra Almamegretta e Raiz (domani).
SESTO SAN GIOVANNI (MI) SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (CARROPONTE)

sion, The Joy Formidable, Kaiser Chiefs e Paolo Nutini (il 15), The Serge Gainsgbourg Experience, Lou Reed, Vivendo de Ócio e Verdena (il 16). E inoltre il 15 Elettrowave al Livello Undiciottavi di Trepuzzi con Andrea Mi, Tetrixx, Dario Lotti, Marcello Napoletano, Guido Nemola e Ralf.
LECCE DA MERCOLEDI' 14 A SABATO 16 LUGLIO (STADIO VIA DEL MARE E ALTRE SEDI)

Take That
La più famosa boyband si è riunita.
MILANO MARTEDI' 12 LUGLIO (STADIO MEAZZA)

One Dimensional Man
Nuovo interessante album per la indie rock band italiana.
PADERNO FRANCIACORTA (BS) SABATO 9 LUGLIO (CRAZY BEER FEST) VICENZA GIOVEDI' 14 LUGLIO (FERROCK) BUCINE (AR) VENERDI' 15 LUGLIO (NE PAS COUVRIR) SASSARI SABATO 16 LUGLIO (ANFITEATRO FERROVIARIO)

Astimusica
Il prestigioso festival ha in cartellone Graziella Lintas e Mau Mau (oggi), Daniele Ronda, Billy Bros. Jumping Orkestra & Minnie Minoprio (il 10), Ordem e Stan Ridgway (l'11), Eugenio Ripepi e Lou Dalfin (il 12), I Tre Tenorini (il 13), Jethro Tull (il 14), Chiara Canzian e Morgan (il 15), Luca Passarino, Beppe Giampà, Ribbon Ink e Brunori Sas (il 16).
ASTI DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (PIAZZA SAN SECONDO, PIAZZA CATTEDRALE, CORTILE DEL MICHELERIO)

Sherwood Festival
L'edizione 2011 del consolidato festival rock patavino prosegue con il concerto di Nouvelle Vague (oggi), Emir Kusturica (il 12), Calibro 35 (il 13), Paolo Benvegnù (il 15), Elio e le Storie Tese (il 16).
PADOVA SABATO 9, MARTEDI' 12, MERCOLEDI' 13, VENERDI' 15 E SABATO 16 LUGLIO (PARCHEGGIO NORD STADIO EUGANEO)

Burning Heads
Hardcore-punk dalla Francia.
BOLOGNA LUNEDI' 11 LUGLIO (XM 24) FIRENZE MARTEDI' 12 LUGLIO (CPA FIRENZE SUD) ACQUAVIVA DELLE FONTI (BA) MERCOLEDI' 13 LUGLIO (OASI SAN MARTINO) ROMA GIOVEDI' 14 LUGLIO (INIT) MONSERRATO (CA) VENERDI' 15 LUGLIO (CAMPO RUGBY UNION) BOVISIO MASCIAGO (MB) SABATO 16 LUGLIO (WIPE OU FESTIVAL)

Lustando
Prime due delle tre serate della rassegna nel Monferrato. In programma Rumatera, Marracash, Tre Allegri Ragazzi Morti, Mista Savona, Sud Sound System e Bria Sound System dj set (oggi) e, a chiudere, Lou Seriol, Orange Project e Baraonda Meridionale.
LU MONFERRATO (AT) SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (PIAZZA GHERZI)

Yo Yo Mundi
La band piemontese presenta dal vivo il nuovo album Munfrà.
GORGONZOLA (MI) SABATO 16 LUGLIO (AREA FESTE)

Milano Jazzin' Festival
Sono attesi: Chicago (il 10), George Benson (l'11), una serata a tutto rap con Cypress Hill, House of Pain e Public Enemy (il 12), Cyndi Lauper (il 13), Medeski, Martin & Wood (il 15) e Vinicio Capossela (il 16).
MILANO DA DOMENICA 10 A MERCOLEDI' 13 E SABATO 16 LUGLIO (ARENA CIVICA)

Spaziale Festival
La rassegna organizzata dal propositivo locale torinese ha in cartellone Mogwai (il 12), Anna Calvi, Paolo Spaccamonti (il 13), Paolo Benvegnù, Theoric Fund, Tomakin (il 14), Calibro 35, Ronny Taylor, Traffic Light Orchestra (il 15).
TORINO DA MARTEDI' 12 A VENERDI' 15 LUGLIO (SPAZIO 211)

Mogwai
In Italia la indie post rock band scozzese, tra le migliori espressioni della nuova scena europea, per presentare l'album Hardcore Will Never Die, but You Will.
BAGNOLI (NA) SABATO 9 LUGLIO (ACCIAIERIA SONORA-NEAPOLIS FESTIVAL) TORINO MARTEDI' 12 LUGLIO (SPAZIO 211-SPAZIALE FESTIVAL)

Neapolis Festival
Nelle due giornate la rassegna partenopea ha in cartellone Mogwai, Skunk Anansie, Marlene Kuntz, The Shak&Spears e l'unica data italiana di Architecture in Helsinki (oggi), Newyork Newyork, Crocodiles, Battles, Hercules and Love Affair e Underworld (domani).
BAGNOLI (NA) SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (ACCIAIERIA SONORA)

Jazzanova
Sia nei live che nei dj set, la band esprime un mix di suoni moderni e retrò.
PELLEZANO (SA) VENERDI' 15 LUGLIO (COMPLESSO MONUMENTALE SPIRITO SANTO) LOCOROTONDO (BA) SABATO 16 LUGLIO (LARGO MITRANO-LOCUS FESTIVAL)

I Suoni delle Dolomiti
Uno dei festival più attesi d'Italia, tra le splendide montagne del Trentino Alto Adige propone appuntamenti oggi con Mario Brunello e Nives Meroi in Val di Fassa (rifugi del Catinaccio e del Sassolungo) e alle ore 14 in Pian Frataces, ancora Brunello e Hortus Musicus (il 14, Malga Costa, Val di Sella), Horns Aloud & Martin Mayes (il 15, a Lagusei, Val di Fassa).
DOLOMITI TRENTINE SABATO 9, GIOVEDI' 14 E VENERDI' 15 LUGLIO (VARIE SEDI)

Ipm
L'International Promoters Meeting prevede Performance oggi con Karizma, Ricky Birickyno e Spellband (al Room 26), Tony Humphries, Timmy Regisford, Barbara Tucker, Dawn Tallman, Luis Radio, Sarah Favouritizm e Jacko (domani dalle ore 10 alle 21, Sheraton Golf Hotel & Resort) e Fatboy Slim, Kerri Chandler, Tania Vulcano e Kikko Messina (ancora domani dalle 18 alle 24 al Janga Beach di Fregene).
ROMA SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (VARIE SEDI)

Locus Festival
Sono attesi Cristina Donà (il 15, Jazzanova e Paul Randolph (il 16).
LOCOROTONDO (BA) GIOVEDI' 15 E SABATO 16 (LARGO MITRANO)

Lou Reed
Una icona del rock internazionale.
PISTOIA DOMENICA 10 LUGLIO (PIAZZA DUOMO-PISTOIA BLUES) LECCE SABATO 16 LUGLIO (STADIO VIA DEL MARE-ITALIA WAVE, MAIN STAGE)

Cyndi Lauper
Il ritorno della «ragazza che voleva divertirsi».
ROMA LUNEDI' 11 LUGLIO (CAVEA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICALUGLIO SUONA BENE)

Pistoia Blues Festival
Lo storico festival toscano ha in programma James Burton, Robben Ford, Robbie Krieger & Ray Manzarek, Willie Nile, Dave Peabody, Michele Beneforti & Hot Love Trio, General Stratocuster & The Marshals, Skapestrati (oggi) e chiude domani con Lou Reed, Hilary Travis e Gaia Groove.
PISTOIA SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (PIAZZA DEL DUOMO)

Flippaut
Un festival lungo una giornata con: Don Black, Chromeo, Elizabeth, Glasvegas, The Strokes e Verdena.
VIGEVANO (PV) MARTEDI' 12 LUGLIO (CORTILE DEL CASTELLO)

Arcade Fire
Una delle band indie più quotate del momento, arrivano da Montreal, Canada.
LUCCA SABATO 9 LUGLIO (PIAZZA NAPOLEONE-LUCCA SUMMER FESTIVAL)

Glasvegas
La band indie rock scozzese torna nel nostro paese.
VIGEVANO (PV) MARTEDI' 12 LUGLIO (CORTILE DEL CASTELLO-FLIPPAUT FESTIVAL) ROMA MERCOLEDI' 13 LUGLIO (ALPHEUS)

Festival delle Colline
Il festival della provincia toscana ha in programma due appuntamenti, Tre Allegri Ragazzi Morti e Tigran Hamasyan in A Fable.
PRATO MERCOLEDI' 13 LUGLIO (BIBLIOTECA LAZZERINI) CARMIGNANO (PO) GIOVEDI' 14 LUGLIO (ROCCA)

I Concerti nel Parco
Altra rassegna capitolina che prevede live di Girotto/Servillo/Mangalavite (oggi), Sergio Cammariere (il 10), Patrizio Trampetti e Peppe Barra (il 13), Adriana Calcanhotto (il 14), Sofya Gulyak (il 16).
ROMA SABATO 9, DOMENICA 10, MERCOLEDI' 13, GIOVEDI' 14 E SABATO 16 LUGLIO (VILLA DORIA PAMPHILJ)

Hjaltalin
una data per l'interessante band indie pop islandese.
ROMA DOMENICA 10 LUGLIO (CIRCOLO DEGLI ARTISTI)

Traffic Free Festival
La rassegna torinese rinnova l'appuntamento estivo con Pfm, Verdena, Stearica (oggi), Tiger & Woods (oggi al Museo Regionale di Scienza Naturali), Arti e Mestieri, Eugenio Finardi, Manuel Agnelli e Claudio Rocchi (domani).
TORINO SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (PIAZZA SAN CARLO)

DinamoFest
Un nuovo progetto autofinanziato che regala a Roma oltre settanta eventi culturali per quattro giorni. In ambito musicale si segnala un incontro nazionale di reggae sound (oggi), Adriano Bono & La Minima Orchestra e Sandro Joeux (domani).
ROMA SABATO 9 E DOMENICA 10 LUGLIO (CITTA' DELL'ALTRA ECONOMIA EX MATTATOIO)

I’m from Barcelona
Più che un gruppo è una big band, 29 membri per la formazione indie-pop svedese.
MARINA DI RAVENNA (RA) MARTEDI' 12 LUGLIO (HANA-BI)

GruVillage
All'interno della kermesse live Mario Biondi (oggi) e, unica data italiana, Peter Hook and Joy Division's Closer (il 15).
TORINO SABATO 9 E VENERDI' 15 LUGLIO (SHOPVILLE LE GRU)

Jethro Tull
Una delle band storiche del progressive rock inglese, capitanata come al solito dalla voce e dal flauto di Ian Anderson.
ASTI GIOVEDI' 14 LUGLIO (PIAZZA DELLA CATTEDRALE-ASTIMUSICA) BORETTO (RE) VENERDI' 15 LUGLIO (CANTIERI ARNI) BRESCIA SABATO 16 LUGLIO (PIAZZA DELLA LOGGIA)

Fiera della Musica
La cittadina friulana ospita la dodicesima edizione della rassegna, si chiude con Moby e A Certain Ratio.
AZZANO DECIMO (PN) SABATO 9 LUGLIO (AREA PALAVERDE)

Anthony B
Una leggenda del roots reggae, accompagnato dalla Born Fire Band.
BOSCO ALBERGATI (MO) MERCOLEDI' 13 LUGLIO (IL FIENILE CIRCUS

Lucca Summer Festival
La rassegna propone Arcade Fire e A Classic Education (oggi), Elton John (il 14), B.B. King e Joe Cocker (il 15).
LUCCA SABATO 9, GIOVEDI' 14 E VENERDI' 15 LUGLIO (PIAZZA NAPOLEONE)

Ferrara sotto le stelle
Sedicesima edizione per uno dei festival più importanti della penisola in ambito rock indipendente. In settimana previsti due concerti, quello degli Skunk Anansie e quello di Vinicio Capossela.
FERRARA DOMENICA 10 E VENERDI' 15 LUGLIO (PIAZZA CASTELLO)

Musica sull'acqua
Il festival sulle sponde del lago di Como propone Concerto Ateliers Il piccolo principe (oggi Abbazia di Piona, Colico), recital pianistico di Enrico Pace su musiche di Liszt (domani al chiostro di san Calocero a Civate), Trio d'Archi su opere di Bach (il 15 a Villa Monastero di Varenna) e Concerto Anniversari (il 16, Abbazia di Piona, Colico).
PROVINCIA DI LECCO SABATO 9, DOMENICA 10, VENERDI' 15 E SABATO 16 LUGLIO

!50!
La maratona sarda, organizzata da Paolo Fresu, prevede suoi concerti con Sheila Jordan Special 5tet, duo con Ralph Towner e con Ludovico Einaudi, performance del trombettista con Lella Costa e Flavio Soriga; altri appuntamenti con Tea44, Food Sound System, Bojan Z, Stefano Benni (Melodia. La sfida dei principi trombettieri), Devil Quartet.
ORISTANO, BARUMINI, POSADA, UTA, FLUMINIMAGGIORE, MANDAS, ARBUS, STINTINO, DORGALI DA SABATO 9 A SABATO 17 LUGLIO (VARIE SEDI)

Austra
Una sola data per la band indie electro pop canadese.
SANT'ARCANGELO IN ROMAGNA (RN) DOMENICA 10 LUGLIO (PIAZZA GANGANELLI)

Verdena
Tour estivo anche per la rock band bergamasca che presenta l'acclamato nuovo doppio cd Wow.
TORINO SABATO 9 LUGLIO (PIAZZA SAN CARLO-TRAFFIC FREE FESTIVAL) RHO (MI) MARTEDI' 13 LUGLIO (FLIPPAUT RELOADED) LECCE SABATO 16 LUGLIO (ITALIA WAVE)

Rock City
Settima edizione per il festival rock nella zona sud della capitale. Oltre a una serie di «tribute» (Ac/Dc, Battisti, Vasco Rossi, Santana e De André) in cartellone i concerti di Tower of Power (il 12) e Stan Ridgway (il 13).
ROMA DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (PARCO DEGLI ACQUEDOTTI)

Anna Calvi
Torna in Italia la cantante e autrice britannica, rivelazione del 2011 sulla scia di PJ Harvey.
TORINO MERCOLEDI' 13 LUGLIO (SPAZIO 211-SPAZIALE FESTIVAL)

Festival Internazionale di Villa Adriana
Per la parte musicale la rassegna tiburtina ospita per la prima volta in Italia il pianista Zhang Haochen, in programma musiche di Schumann, Beethoven, Chopin, Debussy e Prokof'ev (oggi) e Cassandra Wilson (il 16).
TIVOLI (RM) SABATO 9 E SABATO 16 LUGLIO (AREA ARCHEOLOGICA DI VILLA ADRIANA)

Marlene Kuntz
In tour la band piemontese per presentare il nuovo disco, Ricoveri virtuali e sexy solitudini.
BAGNOLI (NA) SABATO 9 LUGLIO (ACCIAIERIA SONORA-NEAPOLIS FESTIVAL) ROMA DOMENICA 10 LUGLIO (PARCO PORTA SAN SEBASTIANO) QUARTU SANT'ELENA (CA) VENERDI' 15 LUGLIO (SPIAGGIA DEL POETTO)

Hydrogen Live
Il Love Festival ha in programma il reggae di Alborosie e Elton John.
PIAZZOLA SUL BRENTA (PD) DOMENICA 10 E MARTEDI' 12 LUGLIO (ANFITEATRO CAMERINI)

Orientoccidente
Settima edizione del festival di culture e musiche migranti. In cartellone: il progetto Shemtov Slept Here (il 12 in Piazza del Comune a Pergine Valdarno, Ar), serata dedicata a Bob Marley, con Mellow Mood Yacouba Dembelé & Djeli-Kan (il 13 in Piazza Varchi a Montevarchi, Ar), Dhoad Gypsies of Rajasthan ospiti Nuove Tribù Zulu (il 14 in Piazza Masaccio a San Giovanni Valdarno, Ar).
PROVINCIA DI AREZZO DA MARTEDI' 12 A GIOVEDI' 14 LUGLIO

Combichrist
La band norvegese unisce il metal con la techno e l'electro.
PALESTRINA (RM) DOMENICA 10 LUGLIO (PARCO ARCHEOLOGICO BARBERINI)

Odio l’estate/Festival di Villa Carpegna
La manifestazione (fino al 5 agosto, dopo una serie di Cam Jazz Nights) prevede «Roma Tarantella Festival» (Battente Italiana, M. Cavallaro & Tarantaproject), la sezione «Jazz’s Cool»: Chihiro Yamanaka Trio, Gianluca Figliola 5tet, Sheila Jordan 4tet, carta bianca a Enrico Pieranunzi (E. Pieranunzi Latin Jazz 5tet, Pieranunzi/Danilo Perez Duo, Pieranunzi/John Patitucci/LaBarbera), Rosario Giuliani 4tet con Joe LaBarbera, Lage Lund 5tet, Jazz Age 4tet e una «Maratona Jazz» con allievi e maestri dei seminari.
ROMA DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (VILLA CARPEGNA)

Emilia Romagna Festival
Il festival itinerante prosegue con il violoncellista Ramon Jaffé (il 13, Aeroporto G. Marconi di Bologna), Orchestra Regionale Emilia Romagna in L'elmo di Scipio (il 14 alla Rocca Sforzesca di Imola, Bo), Figaro il barbiere con Elio voce recitante (il 14 e il 15 al Teatro Petrella di Longiano, Fc), Iva Bittová in Roots of Soul (il 15 all'Arena della Balle di Paglia di Cotignola, Ra), la Tallin Sinfonietta (il 16 al Tempio Malatestiano di Rimini).
COMUNI DELL'EMILIA ROMAGNA DA DOMENICA 13 A SABATO 16 LUGLIO

Rock in Roma
Il festival rock della capitale prosegue i suoi appuntamenti con i live di Fabri Fibra (oggi), Chemical Brothers (il 13), Franco Battiato (il 15), Caparezza (il 16).
ROMA SABATO 9, MERCOLEDI' 13, VENERDI' 15 E SABATO 16 LUGLIO (IPPODROMO DELLE CAPANNELLE)

Dudu Manhenga
Un lungo tour italiano per la interessante vocalista africana, con ospiti Raffaele Casarano e Max De Aloe.
TREIA (MC) MERCOLEDI' 13 LUGLIO (AFROROCKO) MANTOVA GIOVEDI' 14 LUGLIO (DA CONFERMARE)

Afterhours
Tour estivo per la formazione di Manuel Agnelli.
MILANO SABATO 9 LUGLIO (ARENA CIVICA)

Paolo Benvegnù
Il cantautore si conferma tra i più ispirati della scena italica con il nuovo lavoro Hermann.
TORINO GIOVEDI' 14 LUGLIO (SPAZIO 211-SPAZIALE FESTIVAL) PADOVA VENERDI' 15 LUGLIO (PARCHEGGIO NORD STADIO EUGANEOSHERWOOD FESTIVAL)

Genova Guitar Festival
L'edizione 2011, la seconda, del festival è dedicata a Gary Moore e ospita Warren Hayes Band (l'11, unica data), Robben Ford (il 13) e Alvin Lee Band (il 16, unica data).
GENOVA LUNEDI' 11, MERCOLEDI' 13 E SABATO 16 LUGLIO (PORTO ANTICO ARENA DEL MARE)

Italia Wave
Lo storico festival va in Salento. Sui vari palchi allestiti si alterneranno band e artisti noti e meno noti. Sul Wake Up Stage: band emergenti e La Fame di Camilla (il 14), Iosonouncane (il 15), Elizabeth e The Cyborgs (il 16). Sullo Psycho Stage: band emergenti e BoomDaBash, Krikka Reggae e Almamegretta (il 14), Ardecore e Perturbazione (il 15), Kalweit & The Spokes, Quintorigo e Ex-Otago (il 16). Sul Main Stage: Emel Mathlouthi, Oudaden, Zina, Sud Sound System e Jimmy Cliff (il 14), Bud Spencer Blues Explo-

Limp Bizkit
Torna una delle band di punta del cosiddetto nu metal.
CODROIPO (UD) MARTEDI' 12 LUGLIO (VILLA MANIN)

Casa del Jazz Festival
La ricca rassegna propone Luca Chiaraluce, Joe Lovano Us Five, Robben Ford, Michael Brecker Tribute Band, Eddie Calmieri Quartet, Gabriel Cohen Jewish Experience, finale concorso per cantanti di big-band jazz.
ROMA DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (CASA DELLA JAZZ)

Chicago
La superband è tornata.
ROMA SABATO 9 LUGLIO (CAVEA AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICALUGLIO SUONA BENE) MILANO DOMENICA 10 LUGLIO (ARENA CIVICA-MILANO JAZZIN' FESTIVAL)

Luglio Suona Bene
Il festival estivo al Parco della Musica. Il programma della settimana prevede: il ritorno dei Chicago (il 9 alla Cavea), Stefano Di Battista Quintet (il 9 in Sala Sinopoli), John Mellencamp (il 10, Cavea), Cyndi Lauper (l'11, Cavea), Tea for 3 con D. Douglas, E. Rava, A. Cohen, U. Cai-

Virginiana Miller
La band livornese è tra le migliori espressioni del pop rock italiano.
ROSELLE (GR) GIOVEDI' 14 LUGLIO (CAVA) ROMA SABATO 16 LUGLIO (PARCO PORTA SAN SEBASTIANO)

Villa Arconati Festival
In cartellone Vinicius Cantuaria e Adriana Calcanhotto (il 13) e Goran Bregovic (il 14).
CASTELLAZZO DI BOLLATE (MI) MERCOLEDI' 13 E GIOVEDI' 14 LUGLIO (VILLA ARCONATI)

14) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

Pozzuoli Jazz Festival
La rassegna si svolge in luoghi naturalistici e archeologici. Concerti di Mario Romano con Joe Amoroso, Luca Aquino, Slivovitz, Sarah Jane Morris, Matteo Ranieri, Antonello Salis, Virginia Sorrentino e Marco Di Tilla con Pietro Condorelli, Elisabetta Serio Trio con Annalisa Madonna, Bebo Ferra 4tet.
POZZUOLI (NA) SABATO 9, DOMENICA 10 E DA GIOVEDI' 14 A SABATO 16 LUGLIO (VARIE SEDI)

Villa Celimontana Festival «Circus»
Gli appuntamenti più a carattere musicale riguardano il Lino Patruno Jazz Show, Shake the Jazz. Cleopatra, Ciuri Ciuri Jazz. Musica e teatro dalla Sicilia, Jazz Circus.
ROMA LUNEDI' 11, MARTEDI 12, GIOVEDI' 14 E VENERDI' 15 LUGLIO (VILLA CELIMONTANA)

Vivere Jazz
In cartellone Gianluca Petrella I-Jazz Ensemble (omaggio a Nino Rota) e Raphael Gualazzi.
FIESOLE (FI) LUNEDI' 11 E GIOVEDI' 14 LUGLIO (TEATRO ROMANO)

Musicastelle in Blue
Il festival internazionale di musica e spettacolo offre i concerti di Joshua Redman/Brad Mehldau, The Manhattan Transfer, Return to Forever di Chick Corea e The Original Blues Brothers Band.
BARD (AO) MARTEDI' 12, MERCOLEDI' 13, VENERDI' 15 E SABATO 16 LUGLIO (FORTE DI BARD)

Iseo Jazz
Entra nel vivo la rassegna con l’omaggio a Sarah Vaughan (J. Yuille, S. Gibellini, M. Vaggi, T. Arco), Stefano «Cocco» Cantini 4tetto, Stefano Bollani solo, Mattia Cigalini 4tetto, trio Irrigo Cappelletti/Andrea Massaria/Mat Maneri, Umberto Petrin solo, Lucio Terzano 4tetto, Rita Marcotulli, Lydian Sound Orchestra diretta da Riccardo Brazzale.
PALAZZOLO SULL’OGLIO, ISEO (BS) DA MARTEDI' 12 A SABATO 16 LUGLIO (VARIE SEDI)

L’artista è stato ospite della rassegna di Sarzana, dove ha ritirato il premio assegnato alla memoria dei due grandi cantautori cileni, Victor Jara e la madre Violeta. «La dittatura pensava di averci zittiti, ma siamo più vivi che mai»

RITMI
re di incontri tra intellettuali nella Universidad de Concepción negli anni Cinquanta, e inoltre fu un grande amico di mia madre. Ho anche avuto modo di intervistarlo qualche mese fa». Lavorare sulla trasmissione della memoria ha un senso se vi è qualcuno a cui parlare e trasmettere un messaggio. Utilizzando anche gli attuali strumenti di comunicazione. Non stupisce quindi se Parra è presente sui principali social network della rete e al contempo rende disponibili in download libero i suoi dischi sul proprio sito web. C'è chiaramente volontà, oltre i fini commerciali, di parlare alla giovani generazioni: «In Cile il pubblico che segue i miei concerti è un uditorio misto di giovani e meno giovani. Agli ex esiliati e più in generale a coloro che hanno un passato e/o un presente più “politico” piacciono i brani più datati, rappresentativi del periodo Allende. I più giovani cercano di scandagliare la propria storia passata e poco conosciuta, perché la storia ufficiale la scrivono quelli che stanno al potere. Ed è per questo che è necessario scrivere, fare cinema e cantare. Il pubblico europeo ascolta con sentimento culturale e
Tre immagini di Angel Parra

Umbria Jazz
Nel megacartellone (dalle 12 a notte inoltrata) Dee Alexander’s Evolution Ensemble, Renato Sellani con Massimo Moriconi, Francesco Bearzatti, Tia Fuller, Henry Butler, Hiromi Trio, Ahmad Jamal, Stefano Mincone, Anat Cohen, Max Ionata, Funk Off, Simona Severini, Franco D’Andrea Three, Brandon Marsalis Duo & Quartet, European Jazz Ensemble, Stefano Di Battista, Mattia Cicalini, Claudio Fasoli, Santana, Gabriele Mirabassi con Aca Seca Trio, Perugia Jazz Orchestra diretta da Mario Raja, Nicola Mingo, Marco Tamburini, Liza Minnelli, Ciammarughi/Zeppetella/Sferra/Tavolazzi, Rosario Giuliani con Fabrizio Bosso, Gilberto Gil, Sergio Mendes, Roberto Cecchetto, Dado Moroni, Alvin Queen, Roberto Gatto, Danilo Rea/Flavio Boltro, Trombone Shorty & Orleans Avenue, B.B. King, Francesco Cafiso, Giornale di Bordo (Salis, Angeli, Murgia, Drake), Eddie Palmieri, Michel Camino, Chucho Valdes.
PERUGIA DA SABATO 9 A SABATO 16 LUGLIO (VARIE SEDI)

■ INCONTRI ■ ALL’ACOUSTIC GUITAR MEETING ■

di Gianluca Diana

Pescara Jazz
La veterana rassegna propone Cassandra Wilson, i Manhattan Transfer, la quarta edizione dei Return to Forever guidati da Chick Corea, il trio di Cyrus Chestnut, la Jazz at Lincoln Orchestra guidata da Wynton Marsalis con ospite Francesco Cafiso.
PESCARA VENERDI' 15 E SABATO 16 LUGLIO (TEATRO-MONUMENTO D’ANUNNZIO)

Merano Jazz
Nella cittadina suonano Joe Lovano, The Teachers, Franco D’Andrea in piano solo, Roswell Rudd Trio, John Scofield 4tet.
MERANO (BZ) DA MERCOLEDI' 13 A SABATO 16 LUGLIO (GIARDINO CASTEL KALLMÜNZ)

a cura di Roberto Peciola con Luigi Onori (jazz) (segnalazioni: rpeciola@ilmanifesto.it) Eventuali variazioni di date e luoghi sono indipendenti dalla nostra volontà.

n piedi dal 1998, l'Acoustic Guitar Meeting di Sarzana ha da poco mandato in scena la sua quattordicesima i presso la cornice della Fortezza Firmafede, come di consueto ha centralizzarendo ambiti letterari e cinematoto la propria attenzione sul mongrafici in qualità di scrittore e atdo della chitarra acustica e sui tore. Ma la figura principale di sé personaggi che attorno a questa è quella dello storyteller. Voce, si muovono. Dal 2009 inoltre è chitarra e mille storie da narrare. stato istituito il «Premio Città di In questa veste Parra si è fatto coSarzana-Regione Liguria. Corde e noscere, e cosi è stato presentato voci per Dialogo e Diritti», una sealla premiazione: «Come accoglie zione dedicata alla celebrazione questo premio? Cosa significa ogdella chitarra come strumento di gi portare avanti l'eredità politiimpegno sociale e di lotta. Per il ca, culturale e musicale che fu di 2011 il premio in questione è stasua madre e di Victor Jara?». to assegnato alla memoria dei «È una grande responsabilità. due grandi cantautori cileni VioleNoi, uomini e donne della generata Parra e Victor Jara. A ritirare il zione vicina a Salvador Allende, tutto il figlio di Violeta, Angel Pardobbiamo dare l'esempio. Partenra. Personaggio importante quedo con l'insegnare ai nostri figli e st'ultimo, a cui la storia ha conseai nostri nipoti. L'amore per il gnato il ruolo di testimone di prossimo inizia dalla propria caun'epoca. Dopo l'assassinio di Jasa. Nonostante passi il tempo, ra e la scomparsa della madre, gli non ci fermiamo. Il prossimo aneventi hanno giocoforza legato no si inaugurerà a Santiago il muad Angel il ruolo di voce rappreseo intitolato a Violeta Parra. Il cisentativa delle vicende della sua neasta cileno Andres Wood ha terra. Il figlio di Violeta nel corso concluso le riprese di un film reladegli anni dell'esilio che lo ha cotivo alla sua vita prendendo le stretto dapprima in Messico e poi mosse dal mio libro Violeta se fue in Europa, ha costruito ulteriora los cielos e inoltre, la fondazione mente la sua figura di cantautore, Victor Jara fa un gran lavoro di digià iniziata in terra natia negli anvulgazione e conservazione delni della gioventù con la madre e l'opera e dei valori che animarola sorella Isabel. Non solo, col trano la vita di Victor. La dittatura scorrere degli anni Parra ha intraera convinta di averci zittiti una preso anche altre strade, percorvolta per tutte, ma hanno sbaglia-

I

Angel Parra, il testimone
to. Siamo più vivi che mai». Le parole di Angel Parra sono ferme e decise, e il messaggio è chiaro. La voglia di non abbassare la guardia, di non fare cadere nel dimenticatoio gli anni di Pinochet, è viva e intensa, in molteplici segmenti della cultura cilena. Incluso quello cinematografico: oltre la pellicola dedicata a Violeta, è gia in produzione il film The Resurrection of Victor Jara, che sarà firmato dal regista di New Orleans John Travers, con un cast stellare che comprende tra l'altro lo stesso Angel Parra. Che ha ben chiaro cosa significa fare memoria: «Cosa significa continuare a suonare e raccontare questi eventi nel 2011? Significa continuare a lottare contro i mezzi che ci ignorano, significa tenere alti i valori e gli ideali utopici della nostra identità. La sinistra democratica ha bisogno di avere i suoi portavoce altrimenti rischia di scomparire». A proposito di recenti dipartite, lo scorso 25 aprile è venuto a mancare a Santiago del Cile Gonzalo Rojas Pizarro, considerato il maggior poeta latinoamericano esistente. Rojas, oltre il valore come intellettuale e uomo di cultura, era amico della famiglia Parra: «È stato un poeta di grande prestigio. Ma non solo, è stato molto di più: un educatore, un professore universitario, un uomo di sinistra. Un promoto-

storico, quello sudamericano con il cuore e lo stomaco». Il Vecchio Continente ha accolto Parra negli anni del suo esilio in terra francese, a Parigi, quando visse «straniero» in terra d'altri. Di quel periodo racconta e narra nelle sue canzoni, sottolineando che oltre la musica c'è poco da aggiungere: «Per comprendere l'esilio è necessario viverlo». Non dimentica la «sua» Europa l'uomo di Valparaiso, al cui sguardo attento alle cose del mondo, non sfugge il dramma delle genti che scappano dai conflitti in corso nelle terre maghrebine. Popolazioni in fuga, stranieri e il forte rischio di intolleranza: «In Europa è presente uno zoccolo duro di destra fascista, per cui in periodi di crisi si cercano "capri espiatori". Questi vengono trovati negli stranieri. A questi i governi della destra europea inputano le colpe della loro mala gestione dello stato (privatizzazioni, perdita dello spirito di unità nazionale e tendenza alla divisione, ecc.). Il diverso, l'altro, viene usato strumentalmente. Preoccupante è anche che molti degli stessi giovani maghrebini che giungono in Europa, aderiscano a questi valori del modello liberale. In quanto sono l'unico modello proposto, e ciò accade perchè manca un'ideologia di massa a sinistra». Oltre le opere di prosa scritte di pugno, le partecipazioni cinematografiche passate, presenti e future, Parra come già ricordato in precedenza, è cantante e chitarrista delicato e coinvolgente. Una discografia chilometrica - solo sul suo sito sono presenti ben trentadue titoli da scaricare - che ne testimonia l'inesauribile vena creativa. I pensieri conclusivi dell'intervista non potevano quindi che essere rivolti a chi cerca di intraprendere il mestiere di cantore. «A un giovane cantautore che oggi decidesse di affrontare un percorso di canto e di lotta con le sole armi di voce e chitarra direi di essere onesto e coerente. E apprendere la propria storia. Il popolo che non conosce la propria storia inciampa due volte sulla stessa pietra».

ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (15

ULTRASUONATI
AA. VV.
ERASED TAPES COLLECTION III (Erased Tapes/Self)

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BOOK NOTE ❙ ❙

MOMBU

Terzo capitolo della raccolta che Robert Raths, boss della label tedesca, mette in campo per far conoscere i suoi «beniamini». L’etichetta si sta facendo notare per alcune produzioni di rilievo in particolare in ambito «neoclassico». Ma non solo. E lo si capisce dagli artisti presenti in questa compilation che vede la presenza di un folle sperimentatore giapponese (World’s End Girlfriend), dell’inglese Rival Consoles, nuovo guru Idm, e dei seguaci post rock Codes in the Clouds, The British Expeditionary Force e Ólafur Arnalds. A rappresentare il genere principe della Erased Tapes Peter Broderick e Nils Frahm, qui in veste solista e in duo con Anne Müller. (r.pe.)

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Il senso delle parole sui muri. Un giorno con Beatles e Pink Floyd
Roberto Peciola
Troppo spesso - complice anche un gergo giovanile che non nega certo superlativi di ogni genere - si sente parlare di personaggi, cose o fatti in termini eccessivi, e così è facile ascoltare la parola «mito» a proposito, anzi a sproposito, di questo o quello. Ci sono però situazioni in cui nessun altro aggettivo può essere altrettanto efficace, come, ad esempio, quando si parla del gruppo che ha scritto più di ogni altro la storia del rock e del pop, i Beatles. Per celebrarne il suddetto «mito» sono stati utilizzati innumerevoli mezzi, e tra questi numerosi volumi che ne hanno ripercorso la storia, i fatti, le parole, le canzoni, gli errori. Un mito su cui non sembra, anche a distanza di mezzo secolo dalla nascita e più di quarant’anni dalla fine, calare l’interesse. Prova ne sono anche due libri pubblicati in questi mesi nel nostro paese. Il primo - a firma Massimo Padalino, giornalista e critico musicale per varie riviste specializzate - si intitola The Beatles. Yeh! Yeh! Yeh! (Arcana ed., 559 pag, 25 euro), ed è la raccolta dei testi - commentati - dei Fab Four nel periodo che va dal 1962, anno del loro primo album Please. Please Me, al 1966, quando Lennon e soci pubblicarono un disco, Revolver, che preannunciava l’epocale svolta che sarebbe avvenuta di lì a poco (è in programma anche una seconda parte con i testi dei successivi album del quartetto di Liverpool). Un lavoro certosino in cui Padalino, oltre a riprodurre le liriche con traduzione in italiano, è andato alla ricerca dei significati più reconditi e meno noti di canzoni che

MANTRA (Subsound-Narcotica/Goodefllas)

ANGELO ADAMO
MY FOOLISH HARP (Red)

Metti assieme due entità che si sfiorano da molto senza toccarsi. Cresciute musicalmente con fonti d'ispirazione e approccio simili: quello del jazz-core più slabbrato e sporco. Che fa ciondolare teste a ritmi inauditi, ed evoca rispettosamente storie di improvvisazione di matrice african-american. Che, forse perchè lontane nel tempo, assurgono - beffarda nemesi - a tradizione. È compito rischioso, con percentuali di errore alte. Non accade. Piuttosto si azzecca la strada, destando stupore e stimolando interesse. Questo la sintesi dell'incontro tra A. Zitarelli (batteria) e L.T. Mai (sax), rispettivamente provenienti da Neo e Zu. Qualche ospite a dar corpo ai suoni, ma il tutto c'è. È tangibile, in modo rilevante e vibrante. Che disco! (g.di.)

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MU

Relax à go-go in questo cd di classici del jazz più qualche originale che se ne vien fuori per automatismo linguistico, per fedele aderenza a stereotipi luoghi comuni. Tutto è come una jam session, nella quale ha il sapore dell’abituale anche quello che non s’è mai sentito. Il titolare della registrazione suona un’armonica a bocca cromatica; è col suo quartetto, ma qua e là fa comparire uno o più dei suoi ospiti. Tra questi Roberto Ottaviano (in Mizzy il gatto) e Fabrizio Bosso (in La mela di Carmela), ma quanti sono sembrano stare volentieri e bene insieme, divertendosi con una musica volutamente anonima. Poco be-bop, malgrado il lavoro esca da un’etichetta bop-dipendente. (g.ca.)

SENSILENTI (Abeat Records/Ird)

ANTIMUSICA
ANTIMUSICA TI VUOLE BENE (Autoproduzione)

hanno segnato un’epoca, da She Loves You a Help!, da Love Me Do a Yesterday, e in più ha aggiunto stralci di interviste, aneddoti, aforismi. Per entrare nel mondo Beatles nel profondo. UN ANNO DOPO, nel 1967, i quattro «baronetti» registravano un disco tra i più importanti dell’intera storiografia rock, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, lavoro che si concludeva con uno dei brani più belli incisi dalla band, A Day in the Life, composta da John Lennon e Paul McCartney. A questa canzone e ai cinque giorni che ci vollero per registarla è dedicato The Beatles 1967 (Casanova e Chianura ed., collana Auditorium, 13 euro) di Giampiero Orselli. L’autore racconta le azioni di Lennon, McCartney, Harrison e Starr, non lesinando idiosincrasie, vizi, manie e, ovviamente, il genio nascosto dietro ognuno di loro e dietro i

vari personaggi che fecero da contorno alle loro vite. ALTRI MITI. È uscito da poco, per la Rizzoli, uno splendido volume che di miti ne contempla ben due: i Pink Floyd e il loro discusso capolavoro The Wall. Pink Floyd. The Wall (256 pag., 45 euro) di Gerald Scarfe con introduzione di Roger Waters è un libro che traccia, attraverso i disegni e i bozzetti del grande artista inglese, vignettista politico del Sunday Times da ben quarantadue anni, ma anche attraverso i racconti dei tre floydiani superstiti (lo stesso Waters, Nick Mason e Dave Gilmour) e di Alan Parker (regista dell’omonimo film del 1982), la genesi di un disco - per certi versi anch’esso epocale -, il «making of» e i retroscena di uno degli spettacoli più ambiziosi che siano mai stati pensati e messi in atto da un gruppo rock.

Nel mare magnum delle uscite discografiche jazz italiane segnaliamo un progetto che si discosta con grazia e intelligenza da tanto mainstream. I Mu sono un quartetto dall’assetto ritmico piuttosto inconsueto: vibrafono e glockenspiel, chitarra, basso e batteria. Siamo dunque dalle parti dei Tortoise di Tnt, ma il gruppo sempre lavora per dare alla musica un che di quieto, di assorto che invece in tanti gruppi nu jazz e post rock è preludio ad accelerazioni drammatiche. Vivono vicino a un lago, i Mu: e si sente, nello sciabordio liquido delle loro composizioni. (g.fe.)

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SIMONA SEVERINI
LA BELLE VIE (My Favorite Records)

Antimusica, vero nome Michele Cosentino, è un cantautore torinese sopra le righe e - punto a favore - difficile da arginare. La sua verve popolare non ha troppi filtri, sia dal punto di vista sonoro sia da quello testuale. Telefonate da parte di dio, messaggi d'amore sulla «bamba», un'ossessione anti-Moccia (come dargli torto?), Kakà che diventa «il giocatore che a prostitute non va» e via di questo passo. Tutto a suon di - udite, udite - drum'n'bass, electro-pop dozzinale ma anche voce e chitarra, blues, rock e ska. Ironico e politicamente scorretto, schietto e scrupoloso nell'abbinamento di testo e musiche, Antimusica è un vero cane sciolto tra i musicisti italiani, uno che difficilmente troverete incluso in questa o quella scena. E meno male! (l.gr.)

La giovane interprete rende omaggio alla grande poesia francese cantando, in lingua originale, due liriche di Rimbaud musicate da Antonio Zambrini, pianista e arrangiatore dell'album, oppure i testi di Hugo, Prudhomme, DeLisle, Isle-Adam, sui quali Fauré, a inizio Novecento, ricama sonorità impressioniste. Ma c'è spazio anche per la chanson swingata (Distel, Gainsbourg, Legrand) mentre lo standard Emily (Mercer/Mandel) rovina la coerenza di un album che ha nella voce della leader, nella delicatezza del piano jazz trio e negli assolo di Gabriele Mirabassi al clarinetto i momenti di forza, espressione, originalità. (g.mic.)

SONIC YOUTH
SIMON WERNER AU DISPARU (Syr/Goodfellas)

PASQUALE BARDARO
MOVE ON (Itinera / Egea)

Pasquale Bardaro è un nome da tenere d'occhio, nella galassia composita di chi, in Italia, cerca di trovare nuove vie per il jazz. Percussionista al San Carlo di Napoli, quando «pensa» il suo jazz invece lavora con vibrafono, pianoforte, Fender Rhodes. Decisamente interessante, qui, la scelta timbrica: Bardaro ha messo assieme le voci sassofonistiche complementari di Gaetano Partipilo e Francesco Bearzatti, ha aggiunto una ritmica efficace, e poi spazio alle sue composizioni, ariose e memori di pressoché tutte le strade di ricerca tentate dal jazz contemporaneo: senza dimenticare il cammeo di una verdiana Amami Alfredo... (g.fe.)

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ALEXANDRE DESPLAT
THE TREE OF LIFE (Lakeshore Records)

VIJAY IVER/PRASANNA/NITIN MITTA
TIRTHA (Act/Egea)

LEGENDA

BEYONCE'
4 (SonyMusic)

Iperprofessionale, perfezionista, bellissima. Ottima cantante, produttrice, ora anche titolare di una linea di profumi. Vi sfidiamo a trovarle un difetto. Ah, sì: la musica... Finora l'ex Destiny's Child ha messo mano a canzoni iper-liftate scala hit parade, della serie: grande tecnica, poco cuore. Ora uno scatto, perché questo 4 non cambierà la storia della musica ma la riposiziona senz'altro del mondo dell'r'n'b contemporaneo con reminescenze soul anni Settanta. Molto percussivo - non a caso pare si sia ispirata all'afrobeat di Fela Kuti - e con un utilizzo della voce decisamente più sfrontato, in particolare nell'apripista 1+1, ballata acustica ricorda Prince. Funzionerà benissimo anche Party, grazie al contributo del rapper Andrè 2000. (s.cr.)

Il compositore francese Alexandre Desplat è ormai completamente inserito nel cinema americano, a tal punto che Terrence Malick lo ha chiamato per le musiche originali del suo meraviglioso The Tree of Life, sicuramente uno dei film più importanti della stagione cinematografica appena conclusa. La partitura (corde e pianoforte) di Desplat, registrata con la London Symphony Orchestra, è discreta. Si inserisce alla voce off e all’ ambiente sonoro in cui tutti i rumori quotidiani e quelli della natura hanno lo stesso peso. The Tree of Life è un film nel quale il sonoro è importante quanto l’immagine, entrambi sono interdipendenti l’uno dall’altro per formare un tutto omogeneo, perfetto. La musica è come un fiume che attraversa la vita, dalla nascita fino alla morte. Indispensabile e necessaria. (g.lu.)

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Un disco delicato, onirico e intriso di capacità evocative. Un incontro tra piano, tabla, voce e chitarra, senza tentativi di scrittura che mirino a una fusione, piuttosto a un dialogo costante tra i tre musicisti. Al fine di raggiungere un delicato, funzionale e riuscito equilibrio. Obiettivo raggiunto. Il combo gira alla grande, coordinato con maestria dal leader, lo statunitense di origine indiana Iver. Il pianista è in un periodo fertile. Ben venga quindi questa registrazione, che seppur datata 2008, affascina e avvince oltremodo. Sia nelle istanze più jazzate (Tribal Wisdom), sia in contesti più tradizionali (Entropy and Time). Davvero bello. (g.di.)

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Episodio cinematografico numero due per la gioventù sonica. Mondo del cinema sempre francese, con la pellicola diretta da F. Gobert. E un volo pindarico intriso di psichedelia dall'inizio alla fine dei tredici temi musicali sviluppati in questo disco. Con alle stelle anche le sonorità per cui si conosce la band, in un delicato e riuscito equilibrio. Con al centro in modo chiaro e netto la visualizzazione su grande schermo. A materializzare il tutto Moore, Ranaldo, Gordon, Shelley e O'Rourke. Tonici e concentrati, i nostri sono in uno stato di grazia. Capacità, esperienza e consapevolezza realizzativa. Che altro volere di più? (g.di.)

STEELA
UN PASSO UN DUBBIO (On the Road/Universal)

FRANCESCO LO CASCIO/ ALÍPIO C NETO/FEDERICO UGHI
AIR (Terresommerse)

FLOGGING MOLLY
SPEED OF DARKNESS (Borstal Beat Records/Audioglobe)

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EUGENIO COLOMBO/RAFFAELLA MISITI
OCTOBER SONGS (Rudi Records)

Dal progetto concertistico Il futuro non è più quello di una volta del polistrumentista e della cantante è generato l’album (sottotitolo Play the Songs of Leonard Cohen prodotto da una neonata etichetta, info: rudirecords.com). Il jazz da anni cerca di rinnovare il repertorio ma occuparsi oggi dello scrittore e cantautore canadese è operazione che nasce da esigenze artistiche legate alla percezione dell’attuale, e critico, momento storico. «Le sue canzoni - dicono gli autori -, spesso nella loro semplicità disarmante, ci mostrano una strada percorsa coerentemente molti anni fa, anche se il futuro a quel tempo ci sembrava migliore». Così la musica del duo sgorga in modo contemporaneo e non nostalgico, cerca di restituire nuova poesia a testi e suoni già ricchi di una calda umanità, di profonda suggestione, di un’asciutta etica dei sentimenti. I brani coheniani sono reinventati con originalità e se la Misiti ha parlato di «attraversare la canzone» è proprio questo il senso di un doppio viaggio, passato e presente. (l.o.)

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A volte recensire un disco può essere una sfida difficile da affrontare per non cadere nella banalità, altre invece può risultare un esercizio semplicissimo. E quest’ultimo è il caso di Speed of Darkness, quinto lavoro dei Flogging Molly, band tra le più note in ambito celtic-punk. Semplice perché il genere in sé non lascia spazio a sorprese di alcun genere: quello che pensi sarà, è. La questione quindi è facile facile, se vi piace lo stile e il sound, questo è l’ennesimo disco per voi, con anche, dal punto di vista delle liriche, i giusti riferimenti politici e, in particolare, alla crisi economica mondiale. (r.pe.)

RAY GELATO & KAI HOFFMAN
HEY BOY! HEY GIRL! (Double Scoop)

Si può fare improvvisazione d’assieme e non cadere nella routine? Si può, quindi, rendere omaggio sul serio al concetto di composizione istantanea? Si può. Lo dimostra questo trio di pensatori ispirati della musica «scritta nella testa». Parlano di aria nel titolo e fanno bene. Perché la loro è musica ariosa. Poi: è musica di rarefazione commossa. Poi: è musica di riflessione e sintesi creativa. Lo Cascio, vibrafonista, sa che i veri maestri dello strumento per l’attualità musicale sono Bobby Hutcherson e Teddy Charles, non gli ottimi Lionel Hampton e Milton Jackson o il meno ottimo Gary Burton. Se ne ricorda, si ricorda pure degli itinerari melodici (sissignori: melodici) di Anton Webern, ma poi fa benissimo di testa sua come coordinatore e solista. Neto, sax soprano e tenore, rilegge magnificamente, con delicatezza, la storia del jazz post-free. Il batterista Ughi è superbo per tecnica misura intuito. (m.ga.)

Un ascolto distratto di questo disco potrebbe richiamare alla mente vaghe reminiscenze dei Subsonica. Ma immergendovisi più attentamente ci si accorge che il parallelo si limita al fatto che a scolpire il sound di questo secondo album degli SteelA si aggiungono i contributi di Max Casacci, Samuel Romano e di Madaski vero idolo con la sua band Africa Unite di questi ragazzi di origine salentina. E già perché i sei tipi folgorati nel Salento (nota Giamaica d’Italia) dai ritmi sincopati giamaicani sono partiti alla volta di Torino per intercettare un proprio ipotetico sound, che si concretizza in una miscela di reggae, dubstep, elettronica, e ballad minimaliste. Età media ventiquattro anni, gli SteelA dimostrano a questo punto del loro percorso artistico, una maturità, sensibilità, professionalità, dedizione e impegno, alquanto rari in tempi di suoni precotti, cut and past dell’ultima ora, e ricette da fast food. Nei tuoi silenzi, voce e chitarra in bella evidenza, è solo una delle prove che quando il talento c’è, fa la differenza. (g.d.f.)

WHEN SAINTS GO MACHINE
KONKYLIE (!K7/Audioglobe)

Il merito indiscutibile di Gelato, cantante e sax tenore statunitense, trapiantato a Londra, consiste, da vent'anni in qua, nel continuare a proporre coerentemente tutte quelle musiche decisive per la nascita del rock (fuori dal country o dal blues): ecco quindi, dopo il boogie, il jump, l'honk-tonk, la jazz-song, che, come avverte la copertina: «The golden age of the vocal duet is back». È il trionfo del duo canoro d'impronta swing che da Louis Prima con Keely Smith ad Armstrong con la Fitzgerald, caratterizza un'epoca. Da provetti crooner, Ray e Kai si buttano in sedici classici anni QuarantaCinquanta, con il sestetto Giants a riarrangiare tutto (o quasi) in veloci r'n'b. (g.mic.)

SCOTT MATTHEW
GALLANTRY'S FAVORITE SON (Glitterhouse / Venus)

E tre: Scott Matthew, archiviata la pur notevole avventura sonora con l'ex sodale di Morrissey, Spencer Corbin, gli Elva Snow, sembra sempre più indirizzato a una sorta di raffinata forma cantautorale. Questo è il terzo lavoro solistico, e forse il migliore a oggi. Certo, Matthew non è esattamente quello che definireste uno spirito pacificato: astenersi quindi depressi e inclini alla malinconia. Ma il suo vocione spesso virato sul falsetto così vicino al timbro affascinante di un John Matyn, e la sua scrittura prossima alla classicità folk rock d'un Thomas Dybdhal lo aiutano assai. E la crescita è evidente di lavoro in lavoro. (g.fe.)

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giampiero cane stefano crippa gianluca diana grazia rita di florio guido festinese mario gamba luca gricinella gabrielle lucantonio guido michelone luigi onori roberto peciola

La Scandinavia ci ha abituati a band di livello internazionale ormai da anni: il pop svedese, l’alt rock norvegese, le sperimentazioni islandesi, il metal estremo finlandese. Per qualche tempo a rimanere indietro sembrava essere la Danimarca, ma pare che le cose anche da quelle parti stiano prendendo una piega interessante. Pop e elettronica sono i punti su cui sembrano focalizzarsi maggiormente le attenzioni di nuove formazioni in arrivo da Copenaghen e dintorni, tra queste buon ultima ecco quella dei When Saints Go Machine. Un quartetto nato come band elettrodance ma che per l’ep prima e per l’ellepì di debutto ora allarga gli orizzonti abbandonando le ritmiche in 4/4 da dancefloor in favore di strutture più complesse e decisamente intriganti che vanno a toccare anche territori meno «easy», con tocchi classicheggianti, echi di world music e tanta sana attitudine pop che ci ha fatto pensare ai Caribou di Swim, solo meno sperimentali... (r.pe.)

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16) ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011

Un’elaborazione che cita l’immaginario s.f. degli anni cinquanta, tratta dal sito web «StumbleUpon»

di Graziella Pulce

he Ceronetti sia gran lettore di romanzi non fa notizia. Ma non era per nulla prevedibile che dopo più di un cinquantennio di attività desse alle stampe un romanzo, come ha fatto con questo In un amore felice (Adelphi «Fabula», pp. 313, € 19,00). Come un Pollicino di fiaba il settantaquattrenne fotoreporter Aristide Boronovici, detto Aris, coglie minuti segni nel frastuono aggrovigliato di una grande città e trova il suo amore, una donna di trent’anni che dice di chiamarsi Ada, ma che in circostanze diverse altri chiamano Nada o anche Nanda, e sul cui passato gravano colpe oscure. Dare il nome o cambiare il nome esprime un atto di possesso o un’istanza di manipolazione e in questo romanzo i nomi e i profili sono entità piuttosto elastiche che si allungano e si accorciano, si fanno più leggeri o si caricano in spessore. Ada infatti è visitata da entità extraterrestri che l’assediano e che otterranno il suo sacrificio. Accanto a personaggi di fantasia, se ne affacciano altri ben altrimenti noti, come Tesla, von Braun o J. F. Kennedy. L’espediente di fare della protagonista una sensitiva consente al narratore di intrecciare i fili del passato del presente e del futuro e di rendere mobile l’occhio del teleobiettivo in modo da dare dei fatti narrati una versione il più possibile svincolata dalla prospettiva umana. Grottesco e surreale, In un amore felice si colloca sulla linea di scrittura che passa per Difesa della luna (1971) e Aquilegia (1973 e 1988), testi che sfondano il muro del reale realistico e mostrano un’altra tramatura del mondo, della quale di norma i più non hanno neppure sentore. Romanzo di difficile definizione, insieme fantascientifico, filosofico e profetico, in cui risulta marcato l’elemento elegiaco della compassione vicendevolmente nutrita dai protagonisti, unica loro difesa di fronte a un male di proporzioni cosmiche. Nel 2011 dunque una storia ambientata nel 1957 sull’amore incongruo e sugli UFO, su una sensitiva e un anziano fotoreporter, su abductions da parte degli alieni, su misteriosi contatti, sull’invasione dell’Ungheria, sulla Città degli Stracci, sugli effluvi graveolenti, sulla miseria delle carni consumate. In uno scenario grigio piombo si accendono lampi di vitalità autentica solo a contatto con i più derelitti e sempre netta resta la distinzione ceronettiana tra i molti e i veggenti, tra chi persegue il potere, il denaro e la fama, e chi schiva tutto questo e si tiene pago di una tazza di tè caldo e di una carezza. Dunque un’opera di natura evidentemente allegorica, nella quale ogni elemento è ancipite e sta a rappresentare oltre se stesso anche qualcosa che i più di norma non vedono e non colgono. Su tutti i temi qui trattati Ceronetti era intervenuto più volte, tuttavia in quest’occasione ha cucito i vari elementi in modo che le sue figurine potessero agire compiutamente. Ciò ha richiesto un impegno di scrittura diverso da quello abituale: lo scrittore si è tenuto lontano dalle forme consuete dell’aforisma, dell’articolo di giornale, dell’invettiva e del commento e ha accettato di intrecciare dialoghi e situazioni nell’intento di portare il lettore a sperimentare l’esposizione all’indicibile, a ustionarsi a contatto con le allegorie. Il Novecento di Ceronetti, inventariato in Ti saluto mio secolo crudele (vedi box) si ricompone in uno scenario di epifanie che occhi

C

CERONETTI, MISTERI
Ottimo per affrontare un incontro con il negativo, con il meschino reso impavido dal grado e dalla poltrona ragguardevole, efficacissimo contro la tentazione di abbandonare le armi di fronte alla stupidità, Ti saluto mio secolo crudele Misteri e sopravvivenze del XX secolo di Guido Ceronetti (con le illustrazioni a cura dell’autore e di Laura Fatini, Einaudi, pp. 128, € 17,50) è un piccolo ma efficace prontuario di salute mentale. Il bagliore che scintilla in questi trentacinque pezzi (alcuni estratti da testi di altri autori) consente di neutralizzare l’opaco indifferenziato e recuperare limpido il cristallino per guardare gli emblemi di un secolo trafitto. Tutto può essere nominato da un linguaggio che ha conosciuto il roveto ardente dell’indicibile ed è disceso a valle con le parole ancora calde del fuoco primigenio: il Titanic, Rudolf Hess, il napalm o Nikola Tesla. Filologo e filosofo, lettore di testi antichi e moderni, scrutatore di fotografie e disegnatore, quest’uomo magrissimo, vegetariano dal ’57, è capace di individuare l’assoluto acquattato nel dettaglio e di dimostrare che il mondo dell’occulto è quello in cui viviamo ogni giorno. La scrittura resta per lui esperienza dell’ignoto e del mistero, in grado di riattivare la potenza originaria del suono e dunque di rendere vivo e vitale anche ciò che ha subito l’aggressione più devastante. È così per le statue del Buddha distrutte a Bamiyan dagli integralisti islamici, o per l’immagine di Marilyn presente ovunque viva e bella, che ha avuto ragione della ragion di stato che l’ha condannata a morte. (g. pu.)

e orecchie capaci avrebbero potuto cogliere. La lettura della Guerra dei mondi da parte di Orson Welles, l’episodio di Roswell, le frequenti segnalazioni di avvistamenti: il fenomeno UFO diventava popolare. Nel ’58 Jung pubblicava Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo e, tanto per dire, qualche anno dopo Flaiano metteva in

scena Un marziano a Roma, Calvino pubblicava Le Cosmicomiche e Buzzati La signora ch’è stata sulla luna; poi verrà Manganelli con gli articoli sugli Oggetti volanti non identificati. «Il fantastico nel suo simulato arbitrio rivela sempre qualcosa di quel che è nascosto», scrive Ceronetti in La marionetta e l’anima (poi nella Vita apparente). La

letteratura del Novecento presenta un’area del fantastico, con testi che volitano intorno al grande enigma sulla natura di ciò che si vede e sul senso di ciò che è nascosto, con una consapevolezza tutta diversa rispetto alle epoche precedenti. Il narratore assume spesso la postura del testimone e il testo di fatto si presenta non di rado

■ «IN UN AMORE FELICE»: DOPO OLTRE CINQUANT’ANNI DI ATTIVITÀ, ARRIVA UN ROMANZO ■

Ustionarsi con Ceronetti
Libro di difficile definizione, fanta-scientifico, filosofico e profetico, si incentra sull’elegia della compassione reciproca come unica difesa, oggi, contro il male cosmico. Così Guido Ceronetti «ustiona» il lettore con le sue allegorie, che attingono al culto paranoico anni cinquanta per gli Ufo

quale testimonianza di immagini e per immagini, in netta controtendenza rispetto a un modello linguistico che è andato sempre più privilegiando l’individuazione per astrazione. L’autore si presenta come voce che dà corpo e sostanza verbale a qualcosa che è stato percepito come pura forma, chiusa in un suo nocciolo di dura e inspiegata visività. In questo senso la scrittura di Ceronetti, anche quella di questo «romanzo in lingua italiana», come recita il sottotitolo, è profetica, caduta nel tempo ma non appartenente a questo tempo. L’autore ha rinunciato al grido e si è fatto passare attraverso la cruna d’ago della narrazione purché fosse possibile consegnare intero il messaggio di allarme che scuota fino al profondo le coscienze intorpidite, alle quali riesce sempre più difficoltoso percepire il gemito di dolore delle terrestri creature viventi, umane e animali. Anche l’età avanzata e la debolezza di Aris, come pure la docilità di Ada a farsi prostituta sacra sono allegorie e sono continuamente rimarcate: lo scopo è di creare spazio sufficiente a personaggi nei quali l’aggressività del secolo risulti depotenziata e mostrare un modello alternativo a quello dell’uomo cieco, arrogante e portatore di morte. Così come Ada riplasmata ogni volta dal cambio dei nomi viene a presentarsi come un personaggio metamorfico, librata su un destino anomalo che attende di essere dispiegato. Personaggi che svelano la loro natura di marionette, carne deperibile e anima d’acciaio, e sostengono con altissima dignità e piena consapevolezza il loro ruolo di portatori di balsamo sulle piaghe dell’umana, inconsapevole creatura terrestre. La sconcertante ode oraziana dell’uomo puro e inerme che non teme gli artigli del Caos ha trovato una sua ulteriore e felice attualizzazione.

ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (17

Gianfranco Ferroni, «Le donne di Marcinelle», 1956-’57, Bergamo, Provincia

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La terrazza milanese di Silvia Bergero
di Gianni Manzella
Entra subito dentro la scena, insegnavano antichi maestri alla scuola dello sguardo. Senza preamboli, senza divagazioni personali; non è più il tempo delle cronachette teatrali di George Bernard Shaw che pure, col loro svagato parlar d’altro, avevano l’aria di mettere sull’avviso che tanto da guardare sui quei palcoscenici londinesi non c’era molto. Ha l’apparenza di una scena teatrale il luogo in cui viene precipitato il lettore nelle pagine iniziali di Galline, primo romanzo di Silvia Bergero (Rizzoli, pp. 251, € 17,90). Non a caso Bergero chiama a sostegno l’autorità di Anton Cechov, in esergo. Nella vita reale per lo più si mangia, si beve, si dicono sciocchezze – scriveva il grande russo. Ecco cosa bisogna far vedere in scena. Siamo avvertiti, sappiamo cosa ci aspetta. La scena, dunque. La festa che si svolge in una casa con vista sulle guglie del Duomo, abbastanza grande da contenere le chiacchiere di duecento persone. Ragazze che dondolano sui tacchi alti. Musica e drink. Siamo a Milano, non c’è bisogno di dirlo, non ci sarebbe nemmeno bisogno di quel cenno alla Madonnina che dalla terrazza sembra a portata di mano. Dove altrimenti tanta maniacale attenzione all’abito firmato, all’accessorio giusto? Dove altrimenti anche l’abbigliamento diventa una competizione? E si traduce infatti in un «mettersi giù da gara»... La Milano degli anni duemila, la Milano uscita dall’ubriacatura dei soldi facili. La Milano capace di riservare più di una sorpresa, che si colora di arancio e scuote via la patina di antipatia che l’accompagnava all’esterno, come avvertono le cronache di questi giorni. Vista dall’angolo di una fauna intellettuale che sta al crocevia fra editoria, spettacolo, redazioni di network televisivi, senza escludere le vecchie solide professioni borghesi. Qui, l’occasione per ritrovarsi è la presentazione di un libro. Ma del libro non si dice e non si sa niente. Piuttosto è sull’autore che si butta un occhio, metti mai. Quel che si dice sono le griffe, i vestitini delle collezioni e le palettes di stagione, i modelli delle scarpe e delle borse – ecco, ora si fa caso che la copertina del libro riproduce una di quelle borsette che si tengono in una mano, come si chiamano... E poi gli incontri, le storie, come è d’uso ormai definire quelle relazioni di incerta durata – e anche lì a competizione non si scherza. E pazienza, se non sai cos’è la Chanel 2.55 o lo shatush di Coppola, se hai qualche dubbio sulla clutch turchese Miu Miu o le sneakers di Yohji: fa parte del gioco. Anzi è proprio questo il gioco: buttarti dentro i gerghi, i tic, le minuzie che in un microcosmo possono gonfiarsi fino a diventare ossessioni, scovare i must prima che diventino must. Quei gerghi, quei tic, quell’ossessione per lo shopping e per quella sua variante ancor più ossessiva che sono i saldi, Silvia Bergero li conosce assai bene, ha lavorato per molti anni per un settimanale femminile. E li riversa sulle sue protagoniste. Quattro amiche diverse quel che basta, dalla pragmatica e ricca all’insicura e ipersensibile – più una quinta che appare e scompare, vive e lavora a Londra e anche nel nome, Andrea, porta un che di esotico. Le autoproclamate «galline» del titolo. Tutte cinquantenni, età cerniera fra una maturità che tarda ad arrivare e una giovinezza che ancora ieri sembrava lì, non fosse che la vita vissuta fa zavorra. Il dramma è in agguato dietro l’angolo, o meglio dentro quelle famiglie di così solida tradizione, apparentemente. Il destino dispettoso non risparmia neppure coloro che erano sicuri di vivere al riparo dai colpi della vita. Piccole crepe cui non si dà peso fino a che non si allargano pericolosamente. Un figlio incompatibile. Un padre che riemerge da un passato negato per rimescolare rapporti e sentimenti. Segreti e bugie. Un banale incidente stradale che però ha il torto di capitare nel posto sbagliato, un periferico quartiere di immigrazione cinese, quanto basta per innescare disordini di strada e reazioni incontrollabili – e certo, torna in mente la rivolta di via Sarpi o quella di via Padova, con tutto il corredo di commenti sociologici su triadi orientali e bande giovanili sudamericane. Ma intanto gli incontri, le storie si dipanano. Esili e un po’ fatue, nell’intreccio di conversazioni che prende il posto di una vera trama. Si mangia, si beve, si dicono sciocchezze. Disegnando la mappa di una città dall’eleganza discreta, più da brunch domenicale che da ritrovi notturni. Mica solo Brera e i Navigli. Lasciassero tutti l’auto a casa, scoprirebbero la bellezza di questa città – sbotta quella specie di voce collettiva che l’autrice lascia slittare dall’una all’altra delle sue protagoniste. E poi i weekend fuori Milano. La riviera ligure, fra Rapallo e Verezzi; la montagna di Sankt Moritz piuttosto che Courmayeur; la gita sul trenino dell’Engadina e le terme di Bagno Vignoni. Dovunque portandosi dietro i propri riti, l’aperitivo, lo champagnino, le cure del corpo. Le proprie chiacchiere un po’ intello. Sarà per questo che queste sorelle d’Italia del terzo millennio ci fanno un po’ venire in mente i cari Fratelli arbasiniani di quarant’anni prima. E se là c’era da correre per uno spettacolo di Visconti a Spoleto, qui non si può mancare il musical degli Abba, Mamma mia!. I conti tornano. Galline ti prende un po’ alla volta, con leggerezza. Gioca con la memoria generazionale, per una sorta di gusto mimetico, facendo reagire il lato debole (ma non era Camilla Cederna?) come entità biologica con i maschi che fan crocchio come le comari di un paesino (ma non era De Andrè?). Mescola gruppi apparentemente omogenei per meglio separarne le individualità – agendo più per centrifugazione che per decantazione, vien da dire. Leggerezza è forse la parola chiave del romanzo, ma un po’ perversa. Indica un modo di toccare le cose, un contatto che può lasciare un impalpabile disagio. Che siano proprio sempre simpatiche, le nostre, non si può dire. Ci mettono del loro per non esserlo. Ma è difficile sottrarsi a un moto di empatia per il sentimento che incarnano. Perché di questo in fondo si tratta. Il romanzo è il racconto di un sentimento di amicizia. Che finiscano per riconciliarsi con un party a sorpresa, una di quelle feste dove gli ospiti arrivano all’insaputa del festeggiato, è in fondo un atto dovuto. Come l’arrivo di un deus ex machina a teatro.

Uomini in cambio di carbone. Quest’accordo del governo italiano col Belgio è all’origine della tragedia del 1956, qui ricostruita con voci e archivi come monito alla politica d’oggi

di Giulio Ferroni

n questi ultimi tempi si affaccia insistentemente, insieme alla parola d’ordine dell’autofiction, quella parallela e spesso convergente della non fiction: categorie, queste che passano spesso per cruciali acquisizioni, di risolutiva pertinenza contemporanea, mentre è fin troppo evidente che designano qualcosa che si ritrova nella letteratura di ogni tempo e paese (ma capita che troppa concentrazione sul presente non fa vedere al di là del proprio naso). È difficile segnare i confini tra la cosiddetta non fiction e il reportage: e chi può negare che certi reportage novecenteschi, oltre a toccare in profondità eventi reali, diano poi eccezionali esiti di scrittura, superiori a quelli di tanta letteratura canonica? Singolare caso di inchiesta rivolta al passato è ora il libro di Paolo Di Stefano La catastròfa Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio «La Memoria», pp. 252, € 13,00), dedicato (A futura memoria, come indicano le pagine introduttive) al disastro della miniera di carbone belga in cui morirono 262 minatori, tra cui 136 immigrati italiani. Qui l’autore (che nell’invenzione narrativa ha toccato recenti fatti di cronaca, come in Nel cuore che ti cerca, 2008) si presenta soprattutto come un trascrittore, uno che costruisce un percorso in cui raccoglie direttamente le voci di alcuni dei sopravvissuti e di alcuni congiunti degli scomparsi e offre la traduzione di alcuni documenti ufficiali (atti processuali, interrogatori e testimonianze): compie un viaggio per registrare quelle voci, iniziando proprio da Marcinelle, dove incontra la figlia di una delle vittime, che abita ancora lì (e proprio in una rue des Mineurs, la via dei Minatori), toccando altre località della zona, dove risiedono varie persone rimaste in Belgio, e giungendo alla fine in Abruzzo, tra Pescara e Manoppello, il centro da cui più numerosi venivano i

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minatori italiani. Ma non tutte le voci trascritte provengono dal viaggio e da incontri diretti: l’autore ha utilizzato anche interviste e spezzoni di documentari, frutto, come tutto il materiale del libro, di accurata ricerca. La trascrizione tende a conservare la vivacità dello scatto orale, le particolarità di linguaggi in cui, per coloro che sono rimasti in Belgio, italiano standard e forme dialettali si mischiano col francese, mentre quasi per tutti la parlata dialettale tende a compromessi continui con la lingua, con anacoluti, forzature grammaticali e sintattiche di vario genere, idiotismi e scatti personali. Ne risulta una vera e propria polifonia che porta sulla pagina scritta non tanto l’immediatezza dell’oralità, quanto la concretezza di vite semplici e determinate, di sentimenti radicati nella durezza del vivere: amore, amicizia, lavoro, cibo, costruzione di sé entro la materialità dell’esistere; vite devastate dalla perdita, dal dolore, ossessionate dal ricordo di quell’evento, dal peso che il mondo ha su di esse caricato. Con queste voci umane la memoria della catastròfa (deformazione tra francese e dialettale) non si risolve solo in un atto di pietà per le vittime, in affermazione della necessità del ricordo, ma nel palpito di un’ultima persistenza di un mondo che non è più, di un’Italia popolare, quell’Italia del lavoro, che ha portato sulle proprie spalle il peso

delle trasformazioni che si sono succedute nel dopoguerra, subendo la violenza di quel vorticoso sviluppo italiano ed europeo. In un accordo col Belgio, del 1946, il governo italiano aveva ottenuto considerevoli quantità di carbone in cambio dell’invio di manodopera italiana per il lavoro nelle miniere: la catastròfa viene da là, in quello scambio di «uomini per carbone» che escludeva ogni considerazione della sicurezza (e la voce di Peppe, un «siciliano dai due cuori, che sembra raccogliere in sé» l’esperienza di tutti i minatori del mondo, ci dice che «La gioventù nostra è stata venduta dal governo»). Di Stefano con delicatezza sa far parlare queste voci nella loro evidenza, tanto lontana sia dall’esteriore retorica di alcuni politici di quel tempo (di cui viene riportato qualche campione) che dalla volgarità degli attuali talk show televisivi: esse toccano sempre dei fatti, pur se da punti di vista vari e diversi, muovendosi tra la semplice consistenza della vita privata, i più elementari affetti quotidiani, e la ricostruzione del terribile evento, le ipotesi e le denunce sulle responsabilità mai davvero chiarite, i risvolti oscuri della mancanza di sicurezza nella vecchia miniera, l’agitazione dei dirigenti e dei soccorsi, il recupero dei cadaveri e i riti funebri, la disperazione delle donne che con i loro bambini aspettavano ai cancelli. Attraverso questi fatti il libro ci fa

balenare davanti un dato storico essenziale, su cui, nell’orizzonte illusorio della virtualizzazione, del postmoderno e del postumano, siamo troppo poco abituati a riflettere: ci mostra che il grande sviluppo economico del dopoguerra e ogni sviluppo produttivo è passato e passa sopra le vite umane, che la radicale trasformazione del mondo a cui abbiamo assistito nella seconda metà del Novecento si è servita degli esseri umani, ha lacerato tante esistenze, ha agito violentemente sulla loro semplice identità. Certo, come dicono molti di coloro che qui hanno la parola, si trattava di sfuggire alla fame: e per molte delle vite che non sono state distrutte non sono poi mancati progressi, miglioramenti; molti in un modo o nell’altro sembra che ce l’abbiano fatta. Ma che dire del confronto, da molti suggerito, tra la situazione dei nostri emigranti d’allora e quella dei disperati migranti di oggi? Qui si tocca con mano l’abiezione del razzismo e del leghismo, e ci giunge una lezione di dignità, di umanità severa e resistente. Nella semplicità di tanti uomini e donne c’è davvero tanto di memorabile, come ad esempio in questa battuta di una figlia che vive a Pescara: «Io quando dico che mio padre è stato minatore in Belgio lo dico con orgoglio, e certi personaggi odierni della politica e delle istituzioni mi piacerebbe che avessero la stessa dignità».

■ «LA CATASTRÒFA», INCHIESTA DI PAOLO DI STEFANO ■

Dignità e orgoglio dei figli di Marcinelle

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Gianriccardo Piccoli, «Shining», 2006

CRITICA DEL GIARDINO

VÌRIDE

BORTOLOTTI, SAPER VEDERE NEL CEMENTO
di Andrea Di Salvo
Nelle nostre città pervase dal cemento, sigillate al suolo dall’asfalto, c’è ancora spazio per un uso del giardino e del verde che, almeno nell’approccio, non sia residuale. Ma necessita – nell’infinito frattempo di sempre rinviate politiche pubbliche volte a recuperare una qualche sostenibilità ambientale sul territorio urbano e con l’occhio attento invece al prodursi qui di variegate risposte dal basso – di un atteggiamento mentale che sia, prima di tutto, esito di un utile esercizio dello sguardo. Saper vedere, immaginare e quindi trovare il verde anche là dove non si è abituati a pensarlo, là dove non ci si aspetta di trovarlo. Oppure, inventarlo. Che è lo stesso. A questo ci invita Emanuele Bortolotti nel suo Il giardino inaspettato (Electa, pp. 215, € 49,00). Sottotitolo immediatamente operativo Trasformare angoli di cemento in spazi verdi. Sulla base soprattutto della sua esperienza professionale, viene proposta dall’autore una rassegna che illustra, oltre a temi più scontati, casi di un autoproclamato paesaggismo «estremo e di frontiera». E ciò sia perché indaga (tra l’altro) briciole disperse di spazi residuali dell’abitare urbano, suggerendone il ripensamento, il riuso anche straniante, quanto perché metodologicamente assume come una sfida i condizionamenti dell’onnipresente costruito. Situazioni limite dove tuttavia, complice la vitalità della vegetazione, il saper fare tecnico e la specializzazione delle soluzioni consentono, comportano invenzione, appunto, epifania di spazi nuovi perché immaginati e realizzati dove non erano. Cavedi che diventano scenografie di fogliami e acqua con inserti d’artista, pozzi di luce con cascate di piante, garage di abitazioni o centri servizi di imprese che si ricoprono di giardini, affacci di verde dagli open space degli uffici che riportano la vegetazione al centro degli edifici, patio che restituiscono ambientazioni a tema (importante il rapporto anche soltanto visivo con fondali verdi), terrazzi interni che si animano di colonnati d’edera, bocche di lupo trasformate in finestre sul cortile… E accanto ai giardini sui tetti, tetti giardino, facciate qualificate dal verde (come quelle immaginate da Stefano Boeri nel milanese Bosco verticale, dove terrazzi sfalsati consentono lo sviluppo di piante d’alto fusto tra i diversi piani dell’edificio), applicazioni di una serie di sistemi per il verde verticale mutuate dall’originale intuizione di Patrick Blanc. E ancora, episodi di «natura recuperata ai margini dell’abitare», cortili e corridoi e varchi tra i palazzi come occasioni di socializzazione, fino alle suggestioni del giardino condominiale promiscuo. Con la consapevolezza che il saper fare di questi molti inusuali episodi di valorizzazione, di invenzione molecolare del verde deve, per incidere, farsi sistema, abitudine, uso condiviso, rete di soluzioni, punto di vista guida, modo di intendere generalizzato e condizionante (le mode, e con ciò forse l’intervento pubblico, perlopiù temporizzato sulle scadenze elettorali). Sguardo capace appunto di trasformare in verde angoli di cemento ma, più in generale, innovativa feconda angolazione condivisa.

«Monaco pazzo», chiamava Pasolini Roberto Roversi: il quale oggi rivolge al Paese questo canzoniere d’amore incendiario, dove le memorie divengono politica immediatezza

di Roberto Galaverni

■ «TRENTA MISERIE D’ITALIA», QUARTA E ULTIMA PARTE DI UN POEMA CIVICO ■

Roversi? E Roversi?...». Quante volte, mentre mi trovavo lontano da Bologna per qualche impegno legato alla letteratura, è capitato che qualcuno mi abbia rivolto questa domanda, a metà tra una richiesta di corrispondenza e un’affermazione certa. Come a dire, anzitutto, che Roberto Roversi c’è. Del resto anch’io lo sapevo di questo esserci di Roversi, di questa sua indefessa costanza di opere e di scrittura. Il «monaco pazzo», così l’ha chiamato Pasolini in una poesia che Roversi ricorda a sua volta nella prima parte de L’Italia sepolta sotto la neve, il poema a cui lo scrittore bolognese sta lavorando dagli anni ottanta. E davvero il destino di quest’uomo sempre vigile e attivo sotto la crosta della sua città, come si fosse abbarbicato nella sua pancia, può essere paragonato a quello della sua poesia. Bologna, la città della nebbia e della pietra rossa, rosso comunista e rosso cardinalizia, retorica e istituzionale, accademica e massonica, la città di Catalano e Loderingo; Bologna che concede le sue cose più belle quando è come addormentata e dimentica di se stessa, al di sotto o al di fuori dei ranghi, dei diplomi e dei tanti paludamenti; Bologna amata nonostante tutto e oltre tutto; Bologna che compare come una volta per sempre, gravida di tutte le macerie, i colori e le speranze del dopoguerra, in Dopo Campoformio, il primo libro importante di Roversi. Non molto diversa la posizione della sua poesia, che a partire dalla fine degli anni sessanta, con il rifiuto della grande editoria e la stampa in proprio del primo ciclostile delle Descrizioni in atto, ha preso a diffondersi sotterraneamente, sem-

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Mia Italia al presente
pre brevi manu, in modo continuo, affidabile, radicato in profondità. Non un gran rifiuto, dunque, quello di Roversi, bensì una decisione in nome di qualcosa; e ancora: non la scelta di un non fare ma di un fare in modo diverso, in coerenza con una precisa strategia culturale e politica. Da allora per lui soltanto ciclostilati, auto-edizioni facenti capo alla sua stessa libreria Palmaverde, base operativa, garanzia minima di libertà, riparo contro il tracimare del veleno e del rancore; oppure pubblicazioni presso editori piccoli e piccolissimi. Proprio per la sua concezione naturaliter sociale e politica dell’esistenza dell’uomo, Roversi ha sempre saputo che in poesia conta la qualità dei gesti e dei rapporti, e che allora un lettore vero vale più di mille lettori contraffatti. E non solo l’ha saputo, ma da una certa altezza in avanti ha agito di conseguenza. Per una neonata casa editrice marchigiana, la Sigismundus di Ascoli Piceno, al prezzo da battaglia, diciamo così, di 11 euro, è uscita ora la quarta e ultima parte dell’Italia sepolta sotto la neve, con il titolo Trenta miserie d’Italia. Trenta come appunto il numero delle sequenze poetiche di lunghezza variabile che la compongono. «Un canzoniere d’amore incattivito da una rabbia rabbiosa per un tradimento che è in atto ma che deve passare», così l’ha definito Roversi. E la destinataria dei versi è sempre lei, l’Italia, a cui il poeta si rivolge in modi che stanno tra l’accusa, il rimprovero, l’invocazione, l’ammonimento, l’auspicio, l’esortazione, il canto. Ne esce una specie di lunga canzone all’Italia; una canzone incendiata e incendiaria, pur dentro alla neve e al freddo della nostra storia degli ultimi decenni, perché il tono dei versi è sempre carico d’energia, premuroso, deciso, acceso. È vero infatti che in tanta indignazione, che impone spesso i modi del semplice referto e della denotazione diretta, si tratta poi di un libro tutt’altro che arreso o ripiegato, ma di pazienza, di resistenza, perfino con alcune note forti di speranza. Si crea allora una miscela molto particolare, perché questo poeta di molta memoria, che è provvisto di un retaggio culturale e antropologico forte e chiaramente orientato, che anche per formazione ideologico-letteraria conosce bene il nesso tra memoria e utopia, finisce poi per scrivere – per necessità, emergenza, continuo stato d’eccezione – sempre e tutto al presente, quel presente che è per eccellenza il tempo della sua poesia. Scritti al presente nel presente sono infatti questi passaggi o sequenze poetiche, a cui si può estendere la stessa denominazione di descrizioni in atto che si è richiamata prima, e che rappresenta, credo, la vera configurazione formale ed espressiva di Roversi, quello che di più suo questo poeta ha posto sul piatto della nostra poesia. La descrizione in atto come sviluppo del ricco e pastoso poemetto della stagione di «Officina» (Pasolini, Roversi, Leonetti, Volponi, tutti con dietro Pascoli: sono quelli gli anni della reinvenzione della forma-poemetto), come accelerazione ed esasperazione – anche qui è visibile l’imprinting sperimentale di Roversi – delle componenti di significazione diretta, nel tentativo di far deflagrare il discorso poetico dall’interno, dalla situazione comunicativa immediata, quasi a voler compensare, non tanto per negarlo quanto per metterlo alla prova, il peso predeterminato e sovrastrutturale dell’ideologia. Proprio per inseguire una denuncia il più manifesta possibile, tra Descrizioni in atto e il successivo Il Libro Paradiso la poesia di Roversi per circa un ventennio si è stesa sempre più in orizzontale, in una specie di parossismo della visibilità dell’espressione. E in questa priorità del documento di per sé bastante, la parola della sua poesia ha assottigliato perfino all’eccesso il suo spessore problematico, producendo come uno schiacciamento della scrittura sulla pagina. Certo per farsi più lampante, più penetrante ed efficace. Il sacrosanto risentimento storico-politico si è incanalato talora in un discorso unilaterale o univoco, la priorità del fatto visibile in uno sguardo a prima vista. Come, soprattutto, se non si potesse far altro che vedere, e non anche ascoltare, «sentire». Proprio con L’Italia sepolta sotto la neve Roversi, senza peraltro rinnegare la propria linea di poesia critica (il che significa anche di critica della poesia), ha rilanciato la sua peculiare capacità di svolgimento poematico, inclusivo non solo di materiali espressivi diversi, ma anche di varietà di timbri e registri, d’aperture e dislivelli dello sguardo, d’incisività figurativa, con propensione alla rappresentazione visionaria e allegorica. In quest’ultima parte del poema, poi, accanto alla storia affiora con forza il sentimento del tempo, lo sguardo del poeta a se stesso e al proprio destino sull’isola-Palmaverde, un po’ naufrago scampato al pericolo, un po’ prigioniero della sua stessa vocazione. Uno sguardo non tanto introspettivo, però, ma di prospettiva, cioè volto, come sempre ma ora in modo anche diverso, attorno a sé, al di là di sé. Uno sguardo, ma anche più un ascolto. Il monaco pazzo, il camminatore inamovibile, il lettore di Goethe, Hölderlin e Brecht, degli eretici italiani, Campanella, Bruno o Campana, dalla sua cella stracittadina può sentire a questo punto il suono primo e ultimo della realtà, dentro a tutto, al di là di tutto. Quel suono che forse – dico soltanto forse – può giustificare l’impegno, le scelte, la lotta. «Resto lì e ascolto, l’Italia con la spada impolverata e / senza filo al fianco. / Mi fisso immobile ad ascoltare / imparo di nuovo il fascino del vento / la frastagliata ebbrezza delle onde dei mari». Forse questo poeta che in fondo sembrerebbe votato al tempo lungo della pazienza e al silenzio della contemplazione, avrebbe dovuto provare a scrivere un suo Divan, un libro di verità, giustizia, gioia e armonia. Ma la sua storia, la nostra storia – i versi che ho ricordato appartengono a una poesia sul ’77 –, almeno per ora glielo ha impedito.

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In grande, la «Pietà Rondanini» al Castello Sforzesco, nella sistemazione storica dei BBPR. In basso, a colori, l’«Innocenzo X» di Velázquez

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■ PROMEMORIA PER MILANO, 5˚ MOVIMENTO: DA ALBERTINI ALLA MORATTI ■
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Le epifanie di Violo direttore della Bur
di Niccolò Scaffai
Sembra quasi impossibile che la BUR – Biblioteca Universale Rizzoli – sia nata in Italia, uno dei paesi europei in cui il numero dei lettori è più basso e una percentuale sconfortante di cittadini dichiara di non leggere nemmeno un libro all’anno. Nata due volte, anzi, con la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e di rinnovarsi tanto come sede autorevole per le edizioni di testi canonici (penso per esempio alla collaborazione recentemente istituita con l’Associazione degli Italianisti per i commenti ai classici italiani), quanto come veicolo di proposte attuali e militanti, tra le quali, alla fine del 2009, l’almanacco dedicato alla Resistenza del classico. Un titolo che potrebbe essere scelto come insegna dell’intera storia della BUR: non solo perché le edizioni dei classici latini e greci sono uno dei punti di forza della collana (alzi la mano, almeno tra i letterati, chi non ha avuto a che fare con quei libri, a scuola e soprattutto all’università, da una parte o dall’altra della cattedra); ma anche perché la dignità del progetto e la solidità del catalogo hanno fatto della BUR vecchia e nuova una di quelle risorse che garantiscono la continuità di una cultura anche nei periodi meno favorevoli. Il primo libro pubblicato nella BUR (1949) fu I promessi sposi (300 lire, 50 ogni cento pagine), cui seguirono negli anni più di 900 titoli antichi e moderni. Quella prima serie, con la copertina grigia e un po’ austera per gli standard odierni, offrì a molti l’occasione di farsi una biblioteca privata di tutto rispetto (oggi si direbbe, con formula abusata e un po’ compromessa, che «entrò nelle case degli italiani»), prima che altre collane, tra tutte gli «Oscar» di Mondadori, ne riprendessero la formula con diversi mezzi. La «vecchia» BUR, adorata e rimpianta persino da chi verosimilmente non fece in tempo a comprarne nemmeno un volume, chiuse nel 1972. Ma appena un anno dopo fu inaugurata la nuova serie, meno pionieristica e più curata della precedente, sia sul piano scientifico che su quello grafico (grazie alle copertine di John Alcorn). Prima uscita, Le confessioni di Sant’Agostino. Il principale artefice della fortuna della nuova BUR è stato Evaldo Violo, sotto la cui trentennale direzione la collana si è (ri)affermata e ha prosperato. Nessuno meglio di lui, dunque, potrebbe raccontare la storia della sua gloriosa collana, affidata a una lunga intervista che Violo ha concesso al poeta e traduttore Marco Vitale: Ah, la vecchia Bur! Storie di libri e di editori (Edizioni Unicopli, pp. 186, € 14,00). Nato nel 1934, cresciuto tra Padova e Milano, dove ha studiato filosofia laureandosi con Enzo Paci, Evaldo Violo ha cominciato a lavorare nell’editoria già dal 1966, alla Rizzoli del vecchio Angelo. Da semplice lettore e correttore, gli toccano all’inizio i volumi meno eletti; ma i complimenti del caporedattore non tardano a raggiungere il giovane collaboratore, che sa come si scrivono termini allora evidentemente non ovvi in terra lombarda: «Hai ragione, pasta all’amatriciana si scrive con la a. Bravo, si vede che tu hai la stoffa del redattore. Continua così». Passato al Saggiatore di Alberto Mondadori, da poco emancipatosi dalla casa madre, e poi agli «Oscar», Violo ritorna in Rizzoli nel 1973, proprio alla guida della nuova BUR che diventerà con lui quasi una casa editrice autonoma, con un catalogo articolato in diverse sottocollane e un’attenzione al contemporaneo parallela a quella storica per i classici. Il mestiere Violo l’ha imparato anche grazie agli incontri con alcune figure cruciali dell’editoria italiana del Novecento: da Mario Spagnol a Vittorio Sereni, da Giampaolo Dossena a Enrico Filippini. Né sono mancate, nella sua carriera, quelle che lo stesso Violo definisce ‘epifanie’: «Un giorno vidi passare nel nostro corridoio un signore anziano avvolto in un ricco cappotto di cammello che camminava lentamente, molto lentamente: era Eugenio Montale». Oggi Violo è consulente editoriale di Nino Aragno, non a caso uno degli editori con un catalogo letterario tra i più vivaci. Sono molti gli aneddoti che l’intervista riporta e che restituiscono l’immagine di un uomo colto e ironico, giustamente orgoglioso dell’alto artigianato culturale realizzato insieme e talvolta nonostante gli intellettuali: penso per esempio al ricordo pungente su Oriana Fallaci, di cui Violo non nasconde le asperità caratteriali senza per questo sminuirne la consistenza professionale. Dal canto suo, Marco Vitale è bravo a sollecitare l’intervistato lasciandolo rispondere liberamente o anche divagare, per riprendere il filo se necessario; e lo è anche nel mantenere quasi sempre la giusta distanza, mostrandosi partecipe (Vitale è stato anche un collaboratore della BUR di Violo) senza le eccessive confidenze o complicità che avrebbero potuto escludere il lettore. Forse anche perché il dialogo non illustra solo gli ingredienti della ‘cucina’ editoriale (che sono comunque un aspetto notevole del libro), né si ferma solo sulla biografia dell’intervistato. La chiarezza, la volontà di spiegare che caratterizzano le risposte mettono spesso in luce la ragion d’essere dell’intervista, che consiste nella relazione profonda tra i libri letti, pensati, pubblicati e le circostanze storiche, politiche e socio-economiche che li motivano e li rendono perfino necessari. Anche come forma di reazione o, appunto, di resistenza a quelle circostanze. L’esempio migliore è un incontro che Evaldo Violo fece nel 1986, durante un viaggio in Unione Sovietica dove lo aveva condotto il progetto di pubblicazione delle opere teatrali di Bulgakov. A Mosca, Violo andò a trovare Cecilia Kin, grande conoscitrice della letteratura italiana, che gli raccontò di come avesse perso il marito nelle carceri staliniane e il figlio, cresciuto con il desiderio di emendare le ‘colpe’ del padre, nella seconda guerra mondiale. «Dopo il terribile racconto» ricorda Violo «ebbi la sensazione che il suo interesse smodato e pantagruelico per tutto ciò che riguardava la cultura italiana fosse una specie di nepente per dimenticare le tremende vicende di quella tragedia sia personale che collettiva».

Assessori, agenzie, galleristi: il sacco
di Giovanni Agosti
i dieci anni – 1997-2006 – della giunta milanese di destra, guidata da Gabriele Albertini, non corrisponde un unico assessore alla cultura: infatti nel 2005, quasi alla fine del mandato, Salvatore Carrubba lascia l’incarico a fronte di tagli del bilancio ma anche di una limitata messa in opera dei tanti progetti annunciati. Che fine ha fatto, per fare solo un esempio, la Biblioteca Europea, in cui si favoleggiava avrebbero preso posto circa un milione di volumi? E, cambiando di scala, che ne è stato del concorso per la nuova sistemazione, al Castello Sforzesco, della Pietà Rondanini di Michelangelo? Le pratiche furono espletate; ci fu persino un vincitore nel 1999: l’architetto portoghese Alvaro Siza, classe 1933. Non sono storie soltanto milanesi: nello stesso modo è andata a Firenze con il giapponese Arata Isozaki, classe 1931, che nel 1998 aveva vinto regolarmente il concorso per la costruzione di una nuova uscita per la Galleria degli Uffizi, una gigantesca pensilina affacciata su piazza Castellani. Sarà piuttosto da ragionare sulla Milano del 1952 che acquista – per 170 milioni di allora, raccolti anche tramite una sottoscrizione popolare – l’ultima scultura di Michelangelo, posseduta a Roma, prima, dai marchesi Rondinini e, poi, dai Sanseverino Vimercati, e la fa sistemare, bene o male, in tempi brevissimi, dai BBPR e sulla Milano del Duemila che bandisce concorsi e convegni per mettere a punto una nuova collocazione di quel capolavoro incompiuto, senza approdare a nulla. Se non a una pulitura dell’opera che oggi, bianchissima, stride con i marmi sporchi che le stanno vicini nelle sale buie al piano terreno del Castello Sforzesco e che – va detto una volta per tutte – non sono ormai che l’ombra di quelle allestite nel 1956 dallo studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers). Quel tipo di museografia, messa a punto alla lu-

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ce dell’idealismo crociano e di una decantazione formale dei valori figurativi, richiede una manutenzione costante e non sopporta intromissioni: basta l’eliminazione di una barriera architettonica o un cordone di troppo o un distanziatore oggi necessario o un corpo illuminante incongruo e l’equilibrio di una sala del genere va a farsi benedire. E così è successo a Milano. Un giro per la Genova incantata di Franco Albini, tra veneziane e tripoline, o la Verona cromatica di Carlo Scarpa, tra encausti colorati e giochi d’acqua giapponesi, indica la fragilità di questi manufatti museali che lasciarono stupefatto, per eleganza e qualità, non solo il mondo degli studi. La carica di Carrubba viene assunta, per l’ultimo segmento della seconda giunta di Albertini (2005-2006), da un professore universitario, insegnante di estetica, Stefano Zecchi, un allievo di Enzo Paci, noto al pubblico televisivo e autore di tanti saggi e di parecchi romanzi, da Estasi a Sensualità, da Incantesimo a Amata per caso. Dei frutti di quella fine stagione, già segnata da vistose difficoltà economiche, non riesco però a farmi venire in mente nulla di preciso, tranne la mostra sulla scultura lignea lombarda, dai Visconti agli Sforza, che si tenne al Castello Sforzesco: la manifestazione più seria che si fosse vista a Milano da molto tempo, curata da Gianni Romano e da Claudio Salsi, cioè dal massimo competente sull’argomento e dal direttore delle raccolte civiche. Di certo non è invece un risultato di cui andare fieri la riapertura della Galleria d’Arte Moderna alla Villa Reale, che – se non sbaglio – avvenne in quel frangente: già si è detto, in una delle puntate precedenti di questa cicalata, di come fosse ridicolo ribattezzare quell’edificio «Villa Belgiojoso Bonaparte»; quanto al fatto di rinominarla, come avvenne, «Museo dell’Ottocento», basta dire che tra quelle mura si conservano splendidi De Pisis e splendidi Morandi, oltre a qualche Picasso. E infatti entrambe le etichette, con carte intestate e loghi annessi e spese inevitabili, ebbero vita breve, visto che, pur da poco, si è ritornati alle dizioni precedenti. Ma il risultato museografico non si può che continuare a stigmatizzarlo, tranne plaudire al fatto civile che il museo continua a essere gratuito, come per decenni sono stati tutti i musei civici milanesi (non lo sono più dal 2004). Tende di fodera su bacchette d’ottone luccicante stonano con l’architettura neoclassica, mentre i colori delle pareti, scelti da chi ha poca confidenza con i pantoni, danno vita a una ridda di pugni negli occhi. Gli Scapigliati, da Cremona a Ranzoni, affogano in un mare rosso fuoco, ora che non hanno più una tappezzeria con cui ripararsi; idem dicasi per i giallo cromo e i blu notte, che – nei rivolgimenti conformisti della moda – sono stati impiegati al posto del prima onnipresente bianco. Nella Villa Reale sono assenti, quasi sempre, i cartellini sotto le opere, sostituiti da uno schema generale per le sale: neanche si trattasse di una casa museo, neanche si avesse a che fare con sequenze di dipinti da manuale, la cui conoscenza è data per scontata nel visitatore colto. Il risultato finale è, per gran parte delle sale, la trasformazione di un museo in una cava da cui attingere per i prestiti destinati alle infinite mostre sull’Ottocento italiano sparse ai quattro angoli del nostro paese. Ma chi ha avallato scelte del genere? L’inospitalità di Milano si misura bene, proprio per il decennio in questione, pensando alla vicenda del più grande regista teatrale italiano, Luca Ronconi, nato nel 1933, che dal 1999 diventa – nell’ordine – direttore, direttore artistico, semplicemente consulente del Piccolo Teatro. Nella lunga stagione milanese, nonostante la quantità di spettacoli prodotti, il lavoro di Ronconi non riesce a segnare la vita culturale della città, se non con Infinities tra i capannoni della Bovisa; niente a che vedere insomma con l’identità tra la propria carriera di artista e il senso dell’istitu-

A partire dal 1997 si fa sempre più pressante, intorno ai luoghi storici milanesi e alle opere d’arte, la presenza di agenti «estranei» che danno vita a iniziative improvvide senza alcun argine civile (le soprintendenze dormono). E così Velázquez finisce in un condominio di viale Sabotino...

zione che Strehler aveva messo in atto e che ha rappresentato, per decenni, un peculiar mark per Milano. La dolorosa solitudine di Ronconi, alla guida creativa di un teatro provvisto di tre sale e di tantissimo pubblico, è un segno dello scollamento tra la produzione culturale e la città. Non riescono a forare la cortina di indifferenza gli spettacoli di chi ha pur dato alla storia del teatro, e forse non a quella solo, l’Orlando Furioso o le Baccanti, la Torre o Ignorabimus, per attingere unicamente ai ricordi giovanili di chi scrive. Si arriva in queste condizioni alle elezioni del maggio 2006, dove ancora una volta le forze della destra vincono e il sindaco di Milano diventa Letizia Moratti, ex presidente della Rai ed ex ministro della pubblica istruzione durante uno dei governi Berlusconi; l’assessore alla cultura, ad apertura di mandato, è l’allora cinquantacinquenne Vittorio Sgarbi. Laureato in filosofia e specializzato in storia dell’arte, ha alle spalle una produzione editoriale torrenziale e una lunga carriera politica: è stato più volte deputato per il partito di Berlusconi e, per due anni, sottosegretario nel secondo governo gestito dallo stesso uomo politico. La fama televisiva di Sgarbi e il variopinto ambiente che lo circonda esercitano un fascino su amministratori pubblici di ogni colore; più volte la rossa Mantova lo aveva visto protagonista di esposizioni messe in atto tramite società di servizi che si sovrapponevano alle strutture pubbliche preposte all’organizzazione delle mostre. Idem dicasi a Siena. Così, a memoria: Tekne, Artematica, Arthemisia... A quest’ultima agenzia si deve l’involontaria antropologia dei gusti medi dei letterati italiani messa in atto nel padiglione Italia dell’attuale Biennale di Venezia. E forse da parte di intellettuali invitati così in massa qualche «no, grazie», «sarà per un’altra volta», «non mi intendo di arte contemporanea» anche qui non sarebbe stato male; inutile lamentarsi poi per il latte versato.
Quel ritratto e Francis Bacon A lungo la società a cui Sgarbi si appoggiava è stata la Tekne di Gilberto Algranti, un personaggio non trascurabile, dalle molte vite e dalla non scarsa incidenza sulla vita culturale, o almeno artistica, milanese. Il gallerista Algranti infatti è stato tra i responsabili dell’approdo nel cortile di un condominio in viale Sabotino, nel 1996, del ritratto di Innocenzo X di Velázquez della collezione Doria Pamphili: proprio quel portento della pittura, che Francis Bacon non ebbe mai il coraggio di studiare dal vero a Roma, pur essendone stato così terribilmente pitonato. Nessuno credeva che l’originale fosse esposto in quel luogo, a Milano. In viale Sabotino ho avuto netta la sensazione – in seguito più volte riprovata – che il mondo si fosse capovolto; di lì a poco infatti in quel cortile si sarebbero tenute, se la mia memoria non falla, una mostra su Asterix e una sulle copertine dei Gialli Mondadori. Tutto questo solo per evocare i poteri fuori del comune di Algranti. E del resto nello stesso luogo, complici le Soprintendenze, arrivava nel 2002 la Fornarina di Raffaello. Ma perché lì,

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no fece saltare l’accordo previsto da tempo perché per ragioni di conservazione la Flagellazione di Caravaggio del museo di Rouen non sarebbe potuta venire: e quindi non valeva la pena presentare la mostra; poco valevano Baciccio, Cagnacci, Cairo, Carracci, Cortona, Gentileschi, Guercino, Maratta, Reni, Saraceni.... I quotidiani locali per mesi, tra il 2006 e il 2007, hanno raccontato delle frizioni tra sindaco e assessore in merito a iniziative culturali rivolte soprattutto all’arte contemporanea: dalla rassegna dei graffitisti al PAC a una mostra sui rapporti tra l’arte e l’omosessualità nel disgraziato Palazzo della Ragione (dove ancora non si è vista un’iniziativa a livello di quel monumento del medioevo italiano, sulla cui facciata giace dimenticato l’antelamico Oldrado da Tresseno, mentre all’interno arredi in verde malachite stavano a testimoniare un restauro raccapricciante del passato recente). Le discussioni vertevano su questioni di principio, dimenticando le ragioni di qualità, in una confusione delle idee che vedeva parte dell’opposizione alleata con Sgarbi, alla difesa di una cinica esaltazione giovanilistica di chi dipinge i muri con gli spray o di un non meno cinico fiancheggiamento delle istanze omosessuali. Dietro entrambi i fronti si agitava la conquista di fasce di mercato, non la ricostruzione storica dei fenomeni: l’arrembaggio ai temi, non la riflessione critica. Sarà proprio con la mostra sull’omosessualità, dove accanto a Warhol o a Nan Goldin stavano vere porcherie, che nel 2007 si infransero i rapporti tra sindaco e assessore, pronti a riannodarsi però in vista di altre occasioni elettorali e di nuovo usando le mostre d’arte come merce di scambio. Come dimenticare l’esposizione al Museo Diocesano, chiusa da pochi giorni, dedicata alla formazione lombarda di Caravaggio nelle cui confuse sale – ma memorabile era quella dedicata ad Antonio Campi con grandi pale tutte notturne – Sgarbi e la Moratti facevano la pace sotto lo sguardo benevolo di Silvio Berlusconi?
Comparsate e couriership Di fronte a tutto questo da parte del Comune lo Stato, nella figura delle Soprintendenze, cioè degli organi preposti alla tutela delle opere d’arte, non è stato in grado di rappresentare a Milano una sponda adeguata di resistenza. Le ragioni sono molteplici, non ultima il progressivo logoramento dei funzionari, sempre più vecchi, sempre più privi di entusiasmo e di mezzi e inclini, in parecchi casi, alla ricerca del quieto vivere. O in grado di accontentarsi delle offe di visibilità rappresentate da comparsate in cataloghi e convegni: qualche scheda, qualche saggio, qualche couriership (cioè qualche soggiorno gratuito per scortare le opere d’arte di qua o di là per il mondo). E poi non mancavano le lezioni dall’alto, dai capiufficio. Proprio la soprintendente di Milano nel 2005 scriveva l’introduzione per il catalogo di un antiquario di Parigi che metteva in vendita una tavola cinquecentesca con il Compianto su Cristo morto riferita al Bramantino, cioè al più grande pittore lombardo del Rinascimento: un intero volume scritto da un ex funzionario di Soprintendenza passato da poco a insegnare all’Università. Non mi ricordo che fin lì si fossero visti comportamenti del genere. E, ai fini di questo discorso, poco importa che il quadro sia una copia antica e non un originale: serve solo ad aggiungere al danno la beffa. Resta che dimostrazioni di spregiudicatezza del genere a me, e spero non solo a me, non piacciono. E adesso, di là me la richiedono, viene la volta della Favola di Brera. 5-continua

in uno stabile qualunque, sulla circonvallazione, e non in una sala di Brera? Tanto più che il quadro di Raffaello, normalmente esposto in Palazzo Barberini a Roma, è di proprietà statale. Il punctum dolens della situazione è sempre lo stesso: qualcuno autorizza le imprese apparentemente più assurde, perché – ti ripete – sono il male minore e sono imposte dall’alto. E così, passo dopo passo, si è arrivati al punto in cui siamo. Solo un ricordo dal mio personale cahier des doléances: quando si trattò nel 2008 di allestire al Louvre la mostra di Mantegna pressoché tutti i prestiti richiesti ci furono concessi, con l’eccezione del San Giorgio delle Gallerie dell’Accade-

mia di Venezia, una tavola di cm 66 x 32 che tra il 2004 e il 2005 era stata spedita a Mosca, al Museo Puskin, e a Roma, alle Scuderie del Quirinale, per l’esposizione Da Giotto a Malevic. La reciproca meraviglia che sanciva gli accordi economici e diplomatici tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin: supposte ragioni di conservazione ne impedirono il prestito a Parigi, a una mostra monografica dedicata al pittore rinascimentale; eppure nel 2009 il quadro di Mantegna è stato prestato a Roma alla mostra Il Potere e la Grazia. I Santi Patroni d’Europa, il cui titolo è già tutto un programma. Quella parata di immagini sacre del passato nei saloni abbuiati di Palazzo Venezia, riu-

nite con il fine di mostrare le radici cristiane dell’Europa, era lo sfondo per una riunione tra Berlusconi e nugoli di autorità ecclesiastiche, a partire dal segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. Manifestazioni del genere si svolgono perché accanto a chi le pensa e ne ha bisogno per motivi che nulla hanno a che fare con gli studi c’è chi materialmente le mette in pratica e stila testi scientifici o considerati tali. Salvo poi vergognarsene e definirli, tra amici, «marchette». Lo sbarco a Milano di Sgarbi in veste di assessore avviene anche in seguito al ritiro della propria candidatura a sindaco della città; è frutto cioè di un baratto con la Moratti.

Già prima di assumere quella carica era stato proprio Sgarbi, nel 2005, a curare un’ampia rassegna su Caravaggio e sui caravaggeschi, italiani ed europei, in Palazzo Reale: a prescindere dalla portata scientifica della manifestazione, si può constatare che la mostra era prevista in due sedi, Milano e Vienna, dove sarebbe stata ospitata – dal 5 marzo al 9 luglio 2006 – nel palazzo del principe di Liechtenstein. Ma, che io sappia, nella seconda sede non approdò mai. Perché? Qualcosa evidentemente nella macchina, si fa per dire, organizzativa non funzionò a dovere. È stato uno dei tanti segni dell’incapacità di Milano di mettere a punto manifestazioni importanti condi-

vise con altre grandi istituzioni europee o americane; piuttosto vigono qui produzioni autarchiche, pensate in fretta e realizzate ancora più in fretta, sui tempi spiccioli della politica, o prodotti importati a pacchetto dalle società di servizio in combutta con gli editori. Il treno si era già perso da tempo, almeno fin da quando la mostra Seicento. Le siècle de Caravage dans les collections françaises non era arrivata a Milano, nonostante il frontespizio del catalogo registrasse, sotto «Galerie nationales du Grand Palais, Paris», un «Palazzo Reale, Milan»: era il 1989 e quella parata di capolavori, frutto di un benemerito censimento territoriale, non fu visibile in Italia; qualcuno a Mila-

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David Schnell, «Teich», 2007, Berlino, collezione privata

VAGABONDING
L I B R I E V I A G G I

■ «IL PESO DEL TEMPO», I RACCONTI DEL TEDESCO LUTZ SEILER ■

LA ROUTE 66 E LE ALTRE: GLI USA IN 99 ITINERARI
di Roberto Duiz
Colata dopo colata d’asfalto, tutta la lunga pista che dall’industriale Chicago scendeva arzigogolando incerta a sud fino a svoltare improvvisamente a ovest per puntare decisa in direzione del Pacifico e andare a morire sulla spiaggia di Santa Monica, fu ricoperta, celando le tracce lasciate dai carri dei pionieri dell’epopea. Fu battezzata Route 66 la prima grande passerella che doveva celebrare il trionfo dell’automobile, inaugurata con enfasi nel 1926. Bastò una manciata di anni perché quella «festa» finisse. Quando John Steinbeck ne percorse ampi tratti agli albori del decennio successivo era già cominciata un’altra epopea, quella degli Okies della Grande Depressione. La ribattezzò «Mother Road», non solo perché era la prima di tutte le grandi strade d’America, ma soprattutto perché nel suo grembo si rituffavano i reietti provenienti da nord e da est per resettare la loro vita e provare ad andare a rinascere con più fortuna nella Terra Promessa, che come da manuale mitologico stava sempre a ovest. Lo scrittore intitolò The Grapes of Wrath il frutto letterario di quel suo tampinamento di anime vagabonde, che nella traduzione italiana fu, più semplicemente, Furore e dal quale John Ford trasse un film che non sfigurò nei confronti del romanzo. Contemporaneamente, su quella stessa strada lungo la quale famiglie di migranti si spostavano come tribù in un esodo biblico c’era Woodie Guthrie, che le stesse storie raccoglieva per restituirle in forma di ballate. Letteratura, cinema e musica: su quell’infinito nastro d’asfalto in cui si incrociano operai e disoccupati, hobos e reduci di guerra, fuorilegge e sognatori prendono consistenza, fino a diventare indistruttibili, le radici della highway culture americana, sopravvivente anche alla decadenza della Route 66, caduta in stato d’abbandono negli anni sessanta e rimpiazzata da highway più scorrevoli fino a essere ufficialmente decertificata e cancellata dalle mappe stradali. Le percorrono tutte le altre importanti arterie che tagliano gli States in ogni direzione attraversando i più variegati scenari undici autori vagabondi reclutati dalla Lonely Planet. «99 itinerari tematici tra i più belli del paese» sono sezionati, indagati e svelati in ogni dettaglio, evocazioni comprese, in Stati Uniti on the road (Edt, pp. 704, € 28,00). East e West Coast, foreste, grandi fiumi, deserti, montagne, canyon, praterie, istruzioni per l’uso lungo ogni percorso e digressioni in luoghi limitrofi dove meglio prendono corpo le suggestioni raccolte strada facendo. Storia e società, indiani e cowboy, pionieri e guerra di secessione, motel e stazioni di servizio, arte e letteratura, cinema e musica, personaggi leggendari. Noblesse oblige, è la Route 66, la madre di tutte le strade, a inaugurare il viaggio, tornata percorribile dopo l’oblio, ridotata di segnaletica e ripopolata nelle cittadine che sembravano set cinematografici ed erano diventate ghost-town, imperdibile museo a cielo aperto dei simboli e dei miti americani.

Lo sfaldamento di un’infanzia Ddr

di Stefano Zangrando

i è un certo ardimento nel proporre, come ha fatto l’editore Del Vecchio, una collana dedicata alle short stories a un pubblico come quello italiano. Pure i buoni esiti continuano a non mancare un po’ ovunque, come dimostra il primo nato di questa «collana racconti», Il peso del tempo (trad. di Paola Del Zoppo, pp. 232, € 15,00) dello scrittore tedesco Lutz Seiler. Il titolo è un lieve, felice scostamento dall’originale: la Zeitwaage, alla lettera «bilancia del tempo», è il cronocomparatore, uno strumento che amplifica il ticchettio dell’orologio per rilevarne le aritmie. Si tratta dunque di misurare il tempo, di «pesarlo» appunto, di vagliare cioè, fuor di metafora, le irregolarità, le sfasature, le incongruenze esistenziali dovute in primo luogo al congedo storico dalla RDT, ma che nascono in realtà da un sostrato più personale, da una pena variamente incarnata. L’autore, nato nel 1963 a Gera, in Turingia, da una famiglia proletaria e con un passato da muratore e fale-

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gname, si era fatto conoscere soprattutto come poeta e saggista, finché nel 2007 aveva vinto il premio Ingeborg Bachmann con un racconto, Tuksib, poi confluito in questa prima raccolta. Vi si narra del viaggio in treno in Kazakistan – un viaggio ufficiale, con interprete al seguito – di una recluta dell’esercito tedesco-orientale, un giovane inseparabile dal contatore Geiger che nasconde nel taschino. Non è forse il testo più adatto a esemplificare l’estetica complessiva dell’opera, orientato com’è a una rappresentazione assai grottesca e claustrofobica, il cui culmine memorabile è nell’incontro finale con il fiero e marziale fuochista kazako tutto preso a intonare con il suo pesante accento i primi versi della Lorelei di Heine, la più celebre romanza tedesca. Con gli altri testi della raccolta questo racconto condivide del resto la vocazione memoriale, autobiografica e antispettacolare, per cui tutto è condotto da una narrazione lenta e precisa, «morosa» per dirla con il Goethe teorico del romanzo, capace di fondere azioni e descrizioni, forma e ricordo in un dettato di straordinaria densità, in una sorta di sospensione temporale che tuttavia

non pregiudica il ritmo narrativo e che, insomma, è tutt’altro che noiosa. Seiler ha infatti la capacità di avvolgere il lettore in questo nabokoviano «paradiso di dettagli», per creare il quale egli attinge senz’altro alle proprie qualità di poeta. Vi è poi un tratto comune ai vari protagonisti di queste storie, ed è un grumo insolubile di malinconia e senso di colpa, l’attitudine riflessiva e dolente di un personaggio cui il senso delle cose pare sfuggire o, nella migliore delle ipotesi, svelarsi in un tempo ormai trascorso. Di qui il disadattamento e l’inettitudine che contraddistinguono ad esempio il Färber dei primi due racconti, gli unici ambientati fuori dalla Germania. Frank vive l’inizio di una crisi coniugale – la stessa che pervade di un muto dolore altri suoi simili in alcuni racconti successivi – durante un viaggio negli Stati Uniti, visitati per la prima vol-

quel momento Färber vide se stesso: un riflesso grottesco, una striscia nell’oleoso specchio degli antenati, la cui essenza si era coperta, come impura o deteriorata, di macchie scure. Sulla pellicola di sapone Färber era completamente solo; era invecchiato e aveva i tratti della madre, e qualcosa non quadrava con la prospettiva: si restrinse, confluì, concavo-convesso, gli passò per la testa, ma le sue conoscenze scolastiche non lo raggiungevano più. Le sue mani, già simili a quelle di un folletto, si agitavano per aria, completamente impotenti e sperdute. Devo rompere la bolla azteca, era il suo unico pensiero; in preda al panico, con entrambe le braccia in avanti, Färber assalì lo specchio untuoso e sparì». I racconti centrali hanno come ambientazione ricorrente la provincia tedesca orientale nei decenni precedenti il crollo del Muro, e il mondo rievocato è quello dell’infanzia e della giovinezza. Il bacio sul cappuccio narra i turbamenti di uno scolaro «diverso», esplorandone la solitudine e gli affetti in un ambiente dalle tinte grigie, a tratti cupo e violento; Il merlo della colpa torna su questo sentimento dominante attraverso la vicenda di un merlo ferito e lasciato morire per sbaglio da un ragazzino segnato da un’innocente sbadataggine; Il balbuziente porta il tipo del giovane protagonista sulla soglia della pubertà, inscenando la sua scelta inconsapevole di un nuovo riferimento adulto, di un primo modello extra-parentale; e sempre la narrazione è accompagnata da una profonda cognizione letteraria, umana e ambientale, che calibra ogni singola parola e scava nei temi e nei paesaggi che tratta, fino a esaurirne, pur con un’allusività a tratti estrema, il potenziale poetico e di verità: come se più a fondo, in quell’anamnesi, non si potesse andare. L’espressione compiuta di questa poetica, dopo l’intermezzo poco meno che visionario de Le abluzioni serali, in cui assistiamo alla morte assurda di un aspirante scrittore atterrato da una botta in fronte, è nella «Trilogia degli scacchi». Se il primo dei tre racconti funge da raccordo con il tema della fine dell’infanzia, e il terzo tenta un ricongiungimento postumo lasciando che sia la voce del padre a ripercorrere la propria passione per il gioco, è però nel secondo, dedicato a un amore al tempo dell’università, che emerge l’imperativo profondo della prosa di Seiler. Ripartito su diversi decenni, il ricordo di Gavroche – così battezzata da un compagno di studi per una qualche somiglianza con l’omonimo personaggio dei Miserabili –, del suo daimon scacchistico e della sua incantevole vitalità, approda alla scoperta costernata della sua morte recente da parte dell’autore, ormai tutt’uno con la voce narrante. Seguiamo allora il racconto nel suo stesso farsi, e il narratore nel suo tentativo tardivo di salvare ciò che resta: «era solo importante non falsificare nulla, non inventare nulla, o comunque non far prendere il sopravento all’invenzione, che deve servire a rendere più esatto ciò che si vuole raccontare... dovevo trovare un modo per accomiatarmi, una pietra sepolcrale». Alla luce di quest’intenzione, il racconto che conclude la raccolta ta. L’uomo è prostrato dal senso di e dà il titolo al volume è anche, o un fallimento imminente e la narrasoprattutto, la narrazione definitizione ne segue a distanza ravvicinava di un destino: un destino «minota lo sfaldamento percettivo. Così, re», tuttavia, se la nascita dello se nel primo testo la trama si riduscrittore coincide con la morte delce all’attesa di entrare in un ristol’operaio berlinese che, ritratto corante lontano da casa, mentre a un me un eroe epico, pareva incarnagabbiano incastrato in un secchiore agli occhi dell’uomo spezzato ne tocca assolvere una triste funzioun’impossibile pienezza di vita, pane simbolica, nel secondo questa drona di sé e del proprio mondo: vena analogica si estende all’incon«avvertivo l’inoppugnabilità, la certro surreale con un improbabile tezza priva di dubbi del suo “essesciamano di strada, un «soffiatore re”... I suoi gesti mi apparivano pudi anime» che, grazie a un ingomri e compiuti». Ben diverso, e non brante macchinario, produce enorprivo di un ambiguo disprezzo di mi bolle di sapone contenenti, a sé, è l’appellativo di «sognatore» dir suo, gli spiriti di chissà quali che il narratore riserva a se stesso, avi. La poesia di Seiler raggiunge benché a conti fatti sia proprio quequi un apice quando, di fronte alla sto ad avergli permesso di rinascefiglioletta scelta come cavia del rire, trovando la strada che lo avrebto-show culminante e avvolta orbe portato, anni dopo, a pesare, a mai in una grande bolla che ne conmisurare quel tempo: a ripensarlo fonde l’immagine, l’apatico protaquindi, a «ponderarne» lo scorrere gonista asseconda maldestro un reineluttabile entro un processo di siduo impulso di ribellione: «in smarrimento storico e individuale.

Pesare il tempo significa, per questo poeta di Turingia classe 1963, vagliare le sfasature e le incongruenze esistenziali provocate dal congedo storico dalla Germania Est: una scrittura che fonde con lentezza e precisione azioni e descrizioni

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Lee Miller, la soprano Irmgard Seefried nel settembre 1945, in mezzo alle rovine del Teatro Lirico Statale di Vienna

■ IL «DIARIO DI GUERRA» 1944-’45 DA ADELPHI ■
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Il bambino perduto, l’assente: Peter Handke
di Stefano Gallerani
«Forse Handke è un narratore un po’ aberrante, un lirico che perlopiù scrive romanzi perché nella lirica la parola uscirebbe troppo allo scoperto e dovrebbe essere abbastanza violenta da esorcizzare il vuoto che circonda il verso, e Handke nella parola teme, si sa, tanto l’inoffensività che la violenza. O al contrario: scrive perlopiù romanzi perché gli stati lirici dell’ovvio, sporadici, improvvisi – come sono certe ore fatate della donna mancina, in casa, la notte, un bicchiere d’acqua in mano, il silenzio e fuori le stelle – risaltano meglio nel continuo pacato della prosa». Con queste parole Anna Maria Carpi accompagnava, nel 1979, la versione a sua cura de La donna mancina (1975), uno dei testi centrali del secondo decennio creativo dello scrittore di Griffen (quello che seguiva il cubismo de I calabroni e si chiudeva col cromatismo stifteriano de Nei colori del giorno); e lo faceva schierandosi, tra i lettori di Handke, nel novero dei perplessi, abbagliata e, allo stesso modo, irritata dal carattere precipuo di una scrittura tersa e tesa ai limiti del sopportabile: «quell’ineffabile che appare ora soltanto un’emozione ora l’unica verità». Pure, più di trent’anni dopo, e al di là della «polemica su Handke» (incomprensibile per l’attuale status quo della letteratura), questa appare ancora l’unica chiave d’accesso alla sua opera, col tempo rarefattasi nella densa fluidità dei procedimenti diaristici che già allora si modellavano (Il peso del mondo, del ’77) o nella fantastica enigmaticità di narrazioni sempre più solitarie e irrelate (Il cinese del dolore, del 1983, o Il mio anno nella baia di nessuno, del 1994). Come a voler sparire nella pagina e in una parola che rifiutano la solennità delle immagini memorabili ma non si sottraggono alla cristallizzazione del paesaggio, Handke è andato inesorabilmente dissacrando nuclei di senso e equivoci contenutistici, rifugiandosi in una maniera paradossale (fideistica e primitiva) che non ha mancato d’esser letta, psicoanaliticamente, come niente altro che la cattiva coscienza di ogni avanguardia. E però, il giovane zazzeruto che sul finire degli anni sessanta insultava il pubblico e s’augurava di vivere da scrittore piuttosto che esserlo, sembra sempre aver scartato qualsiasi attestazione critica, vigile e al contempo estraneo (o, meglio, straniato) rispetto agli esiti della sua indagine (che resta, per inciso, una delle più ricche di spunti degli ultimi decenni, quasi fosse la traccia d’una specie di artista in via di estinzione). Impegnatosi da par suo, ovvero ellitticamente, in forme impreviste di vivere civico (per quanto, cioè, si evince dai suoi «reportage» politici), l’autore di Infelicità senza desideri e Falso movimento non ha smesso di scrivere romanzi: il penultimo, Don Giovanni (raccontato da lui stesso) data 2004, l’ultimo, appena tradotto in italiano, La montagna di sale (a cura di Claudio Groff, Garzanti, «Narratori moderni», pp. 103, € 15,00), è di tre anni successivo. In entrambi, sebbene nella diversità di registro e riferimenti, a sorprendere è la presenza assente di una voce narrante che troppo banalmente potremmo identificare con quella del narratore in prima persona (una forma che lo stesso Handke sembra aver esautorato e depotenziato proprio dal momento che l’ha assunta come categoria dello spirito); non stupisce, invece, l’ambientazione fantastica, così pedissequamente oggettiva e reale da risultare più che artificiosa: simbolica, appunto. Ma allora, chi è davvero che parla ne La montagna di sale? E a cosa alludono i simboli che costellano ogni breve lassa di questa favola-romanzo? A volerne ricostruire la trama – con l’aiuto, anche, del risvolto di copertina – potremmo accettare per buone queste righe riguardo l’avventura notturna della protagonista di Kali – Eine Vorwintergeschichte (così in originale): «La donna è tornata solo per rivedere un’ultima volta sua madre, ma appena comincia ad aggirarsi per le strette viuzze di pietra si rende conto che quello non è più il luogo sereno e gioioso dei suoi ricordi. Perché tutti i bambini sono scomparsi, svaniti nel nulla inghiottiti dalla montagna di sale e dal triste destino che affligge coloro che vi si avvicinano». Per scrupolo di chiarezza, la donna è una famosa cantante lirica e le viuzze pietrose sono quelle del suo paese d’origine, ma come sempre in Handke (e a maggior ragione nei suoi titoli degli anni novanta) ci si accorge presto che un’interpretazione simbolica palese (la scomparsa dei bambini come perdita dell’innocenza e la loro ricerca come itinerario per gradi verso la riappropriazione di sé) non è se non incongrua, e deve gioco forza lasciare il passo a una metafisica più profonda e tangente, in ossequio al ritmo pacato e lento che il romanzo-racconto di Handke impone trattando di pochissimo e di tutto. Circonfuso di nebbia, popolato da personaggi fiabeschi e costellato di boschi, sentieri e declivi, l’ambiente de La montagna di sale non è meno realistico di quello borghese de La donna mancina e, come quello, di tale intensità e legatezza di realizzazione che ogni figura dismette infine i propri caratteri, come un attore che lavatosi il trucco diventi niente. Così il destino della cantante, che ha il dono di trovare ciò che si è perso meglio di chiunque altro, diventa il destino di nessuno e di ciascuno; e non bisogna aspettare molto perché si insinui il sospetto che la voce che narra la sua storia, come osservandola da una postazione riservata e prossima, sia proprio quella di colui che manca, l’assente, il bambino perduto – o quanto questo rappresenta – ma senza raggiri strutturali: così, semplicemente, perché dopotutto Peter Handke non parla che del nostro esistere circondati d’altri esistenti; perché «della sventura che arrechiamo con il nostro semplice essere qui non abbiamo colpa. Non sono più i tori cattivi, con intenzione, già nell’istinto, a calpestare, infilzare, squarciare, bensì i buoi odierni dallo sguardo fisso, irrisolti, inconsapevoli, peggio ancora: ignari».

La più bella delle primavere
«È la pace!». Queste fresche pagini giovanili, tradotte per la prima volta, ci restituiscono una Ingeborg Bachmann protesa alla letteratura e interiormente già del tutto indipendente
di Cecilia Bello Minciacchi
gno 1945 al termine del conflitto. Hamesh, di sei anni più grande, amante della lettura ma senza titolo di studi superiori, nel tono immediato delle sue lettere piene d’affetto per Ingeborg e per la sua famiglia, restituisce tutta la meraviglia dell’incontro, tratteggia il carattere e le inclinazioni della giovane, ancora non espressa scrittrice che appena finita la guerra riprenderà con passione gli studi letterari a Innsbruck e poi a Graz. È tutta orientata alla letteratura, Ingeborg Bachmann, che «riconosce» Hamesh, apparsogli «basso e bruttino» durante l’interrogatorio sostenuto per ottenere un documento, solo quando nominano insieme autori amati: «tutt’a un tratto abbiamo parlato di libri, di Thomas (Mann) e Stefen Zweig e Schnitzler e Hofmannsthal. Ero così felice, lui li conosce tutti e mi ha detto che non avrebbe mai pensato di trovare in Austria una ragazza così giovane con queste letture, nonostante l’educazione nazista. E di colpo tutto è stato completamente diverso, e gli ho raccontato dei libri». Ingeborg è protesa al lavoro e interiormente già del tutto indipendente: la «pace!» della sua esclamazione calda di entusiasmo prelude ai programmi desiderati e divenuti all’improvviso realizzabili. Sa vedere lontano con l’energia vitale che le è restituita inaspettatamente dalla storia prima così dura: «Dio mio, chi avrebbe pensato qualche mese fa anche soltanto che ne saremmo usciti vivi! Ho ripreso ad andare ogni giorno sulla mento», di spaesamento e solitudine: «Una sola cosa continua a farmi male! Tu non hai detto nemmeno una parola a proposito di rivedersi o non partire o rincontrarsi un giorno da qualche parte». Il Diario è diviso in due parti: la prima inizia nel settembre 1944, quando Ingeborg, ammessa all’Istituto Magistrale di Klagenfurt, scampa a un servizio di lavoro in Polonia, ma non si adegua agli «educatori» nazisti, agli Goria, da sola e per sognare, sognaadulti che «vogliono farci ammazzare sogni magnifici! Studierò, lavore» e mandano bambini a scavare rerò, scriverò! Perché sono viva, vitrincee: è quella che Hans Höller va. Oh Dio, essere libera e vivere, nella sua Postfazione definisce «la anche senza scarpe, senza pane e rottura con il mondo militaristico burro, senza calze, senza... macdei padri», chiamando persuasivaché, sono tempi magnifici!». mente in causa il cosiddetto, straorI libri, d’altro canto, erano subidinario, capitolo dei sogni del roto apparsi nel Diario come degli inmanzo Malina. La seconda parte, terlocutori e degli strumenti di salmaggio e giugno 1945, è piena di devezza personale all’interno della terminazione e di speranza. tragedia collettiva, la salvezza di Il testo del Diario di guerra, un morire da sola – ché in cuor suo dattiloscritto «in pulito» curato con aveva «già fatto testamento», lontafine scrupolo filologico, è in sé molna almeno dal buio umido e da to breve, ma la lettura risulta ricca quelle masse «torpide e mute» che e permette di ritrovare, al di là del si chiudono in rifugi dove è vietato documento umano e storico che parlare per risparmiare ossigeno. rappresenta, dettagli e chiavi nuoMeglio la luce e la letteratura: «Le ve per affinare l’interpretazione – o giornate sono così piene di sole. per interrogarsi sul rapporto biograHo portato una sedia in giardino e fia-letteratura – dell’incompiuto Lileggo. Mi sono fermamente riprobro Franza, là dove Lord Percival messa di continuare a leggere Glyde appare diversissimo da Jack quando cadranno le bombe». Hamesh o dove, per parlare della liIl pudore che si può avere nel berazione, Franza usa un’espressioleggere lettere o diari trova la sua ne tratta quasi di peso dal Diario: giustificazione: sicuro, ma privo di «la più bella di tutte le primavere». presunzione, c’è già un destino, in Verranno altri tempi di riflessioqueste pagine della Bachmann, un ne sulla violenza della Shoah, per destino naturale, scaturito da motiIngeborg figlia di un professore vazioni e predilezioni profonde, e iscritto al partito Nazionalsocialiun destino cercato con tenacia, fatsta, tempi di inchiesta sulle cause to di applicazione e dedizione alla di morte, sempre assassinii, sulscrittura, di libertà e di autonomia. l’elaborazione della colpa – e sulRiflesso nitido del suo bisogno di l’intrusione inesorabile della stoindipendenza ci viene da un rimria: «L’Io non è più nella storia, ma provero affettuoso, a distanza, di è la storia, oggi, a essere nell’Io», Jack Hamesh nelle lettere in cui le scriverà nelle Lezioni di Francoforscrive delle prime speranze degli te. E per noi è davvero «magnifiebrei tornati in Palestina, del rapco», oggi, poter leggere il punto, porto tra ebrei e arabi non ancora drammatico e urgente, in cui per compreso nei suoi tragici sviluppi, lei il ribaltamento ha inizio: «Mio e poi del senso di «totale sradicaamato diario, sono salva»!

ientôt nous plongerons dans le froides ténèbres; / Adieu, vive clarté...». A questi versi del Chant d’Automne di Baudelaire tornava Ingeborg Bachmann appena diciottenne quando gli alleati sferravano gli ultimi attacchi su Austria e Germania. Attendeva che i bombardamenti finissero rimanendo all’aria aperta a leggere Il libro d’ore di Rilke o il Baudelaire ormai imparato a memoria. Non sapeva ancora che il Canto d’autunno avrebbe invece avuto un esito favorevole: «è l’estate più bella della mia vita e, dovessi campare cent’anni, queste resteranno la primavera e l’estate più belle. Della pace non si avverte un gran che, dicono tutti, ma per me è pace, pace!». Le pagine giovanili che ora possiamo leggere, pagine rapide, esatte e piene d’emozione, appartengono al Diario di guerra di Ingeborg Bachmann appena pubblicato da Adelphi con prontezza rispetto all’edizione tedesca del 2010 (a cura di Hans Höller, traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, pp. 132, € 11,00) e addirittura con nuove informazioni in anticipo sulla ristampa. Del volume fanno parte sostanziale, non solo integrante, le lettere inviatele tra la Pasqua del ’46 e l’estate del ’47 da Jack Hamesh, l’ebreo viennese esule, arruolato nell’Armata Britannica, che Ingeborg conobbe nel giu-

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ALIAS N. 27 - 9 LUGLIO 2011 (23

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