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DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON CAMEI IN ROCK GIORGIO LI
DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON CAMEI IN ROCK GIORGIO LI
DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON CAMEI IN ROCK GIORGIO LI

DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE

LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON

DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON CAMEI IN ROCK GIORGIO LI

CAMEI IN ROCK GIORGIO LI CALZI, INTERVISTA

DONNE SUD MAFIA CORDIO RICCI/FORTE MARTONE LORENZA MAZZETTI ALICE MILLIAT GRANJON CAMEI IN ROCK GIORGIO LI

RAFFAELE K. SALINARI LO SPECCHIO SCURO

SABATO 8 MARZO 2014 ANNO 17 N.10
SABATO 8 MARZO 2014 ANNO 17 N.10

SABATO 8 MARZO 2014 ANNO 17 N.10

A MOSCA NON RIUSCÌ PIÙ A FOTOGRAFARE, ANZI RIFIUTÒ DI FARLO, VIVEVA UNA VITA COMPLETAMENTE NUOVA.
A MOSCA NON RIUSCÌ PIÙ
A FOTOGRAFARE, ANZI RIFIUTÒ
DI FARLO, VIVEVA UNA VITA
COMPLETAMENTE NUOVA. GETTÒ
LA CAMERA NEL FIUME. EJZENSTEJN
DISSE DI LEI CHE SACRIFICÒ L’ARTE
PER LA POLITICA. I DOCUMENTI
INEDITI DEI SUOI INCARICHI

(2) ALIAS 8 MARZO 2014

UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA

«SONO UNA FOTOGRAFA

E NIENTE DI PIÙ»

(2) ALIAS 8 MARZO 2014 UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA «SONO UNA FOTOGRAFA E NIENTE DI PIÙ»
(2) ALIAS 8 MARZO 2014 UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA «SONO UNA FOTOGRAFA E NIENTE DI PIÙ»

REPORTAGE IN MOVIMENTO Trentaquattro migranti. Dodici fotografi. Sessantotto foto. Storie diverse di donne e uomini che raccontano cosa porterebbero con sé di Roma. «Rhome - Sguardi e memorie migranti» è la mostra

ospitata presso Palazzo Braschi a Roma (fino al 30 marzo). Il progetto - che ha portato alla presentazione di questa esposizione curata da Claudia Pecoraro – dà voce ai nuovi cittadini di Roma Capitale: i migranti provenienti dal mondo intero, che oggi fanno parte del tessuto strutturale della città. I 34 partecipanti appartengono sia alle 14 comunità straniere più numerose sia ad altri paesi e rappresentano 27 nazionalità: africani, americani, asiatici, europei. «Qual è un luogo

  • di Roma che non dimenticherai mai e che porterai con te anche se dovessi andare

a vivere altrove?». È intorno a questa domanda che ruota tutta la rassegna.

TINA MODOTT

  • Attrice per il cinema, reporter di fama internazionale, scrittrice di pamphlet, agitatrice politica e quindi agente segreto nei servizi dell’Unione Sovietica. Sono molti i misteri che avvolgono l’ultima parte della sua vita

Dal Messico a Hollywood, fino a Mosca

(2) ALIAS 8 MARZO 2014 UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA «SONO UNA FOTOGRAFA E NIENTE DI PIÙ»

di GIANCARLO BOCCHI

●●●Delle molte vite di Tina Modotti, operaia nelle filande, attrice a Hollywood, musa di artisti e fotografi come Diego Rivera ed Edward Weston, fotografa di fama internazionale, scrittrice di pamphlet, agitatrice politica, si sa molto. Ma c’è un’ultima vita, per molti aspetti ancora sconosciuta e gravida di segreti, che è tuttora avvolta nelle nebbie della Storia. Ebbe inizio nell’ottobre del 1930 in Unione Sovietica, quando la Modotti dopo l’espulsione per motivi politici dal Messico giunse a Mosca dopo un breve e infelice soggiorno a Berlino. Anche se Tina mascherava i suoi sentimenti citando spesso una frase di Nietzche - «Ciò che non mi uccide mi dà forza» - nell'animo era turbata e smarrita. L’anno prima il suo compagno, il rivoluzionario cubano Antonio Mella, era morto tra le sue braccia in una strada di Mexico City vittima di un agguato politico dai contorni rimasti oscuri. Giunta a Mosca, l'affascinante fotografa dai capelli corvini e dagli occhi di carbone, elegante, con le calze di seta e profumata con costose essenze francesi, scoprì che il suo amico e accompagnatore nel viaggio sul piroscafo Edam dal Messico in Europa, l'agente stalinista Vittorio Vidali, uomo dai mille volti, il 2 ottobre si era sposato usando il nome di copertura di Jorge Contreras con Paulina Hafkina, una giovanissima russa, che aspettava un figlio da lui. A Mosca Tina era alla ricerca di una nuova vita e di nuovi interessi. Era conosciuta come un’artista della fotografia, ma non era d’accordo se «le parole arte e artistico vengono applicate al mio lavoro… Mi considero una fotografa e niente di più». Invece di fotografare la complessa realtà della prima nazione del comunismo, Tina iniziò a lavorare per il Mopr

(Soccorso rosso internazionale). In

un documento autografo del 23

novembre 1930 dichiarò che Jorge

Contreras (alias Vittorio Vidali) gli

aveva consegnato i documenti dei

Dipartimenti latino-americano,

italiano, portoghese e spagnolo in

ordine e aggiornati. Insieme

risolse alcuni problemi delle sezioni

canadesi, statunitensi, irlandesi del

Soccorso rosso.

A Mosca Tina però non riuscì a

fotografare. Perché non fu più

capace di ritrovare nelle immagini

quella originale sintesi tra forma e

ideologia per quale era famosa? La

all'ambizioso e spietato, Tina scrisse anche diverse lettere e luce slavata e tetra di Mosca, le
all'ambizioso e spietato, Tina
scrisse anche diverse lettere e
luce slavata e tetra di Mosca, le
difficoltà nel trovare i materiali

Al centro una sua celebre foto, qui sopra certificato di matrimonio n.2799 del 2.10.1930

fra Jorge Contreras (Vittorio Vidali) con Alkina Polina. La risposta segretissima della Ogpu

(Polizia segreta sovietica) ad Elena Stassova di Mopr per autorizzare Tina Modotti

all’accesso a documenti coperti da segreto. Due foto di Majakowskij attribuite a Tina

Modotti, scattate nel ’26 nel giardino dell’Ambasciata sovietica a Mexico City. Prima pagina

dell’autobiografia di presentazione al Comintern scritta da lei stessa. A destra foto con

Vidali scattata da Angelo Masutti a cui Tina regalò la sua Leika e lettera di Edward Weston

(2) ALIAS 8 MARZO 2014 UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA «SONO UNA FOTOGRAFA E NIENTE DI PIÙ»

fotografici per la sua Granflex e

nell'ottenere i permessi per gli

scatti non sono motivi sufficienti a

giustificare una crisi artistica così

profonda. «Vivo una vita

completamente nuova, tanto che

mi sento diversa» scrisse a Edward

Weston, il grande fotografo

americano suo confidente che

l’aveva avviata alla fotografia.

Fino a qualche mese prima Tina

aveva pensato che le immagini

potessero produrre un

cambiamento del mondo. Da

quando era partita dal Messico con

Vidali questo convincimento era

stato rimpiazzato dall'idea

dell'azione diretta, dell'agire come

una vera rivoluzionaria. L’Ufficio

speciale della Ogpu (la polizia

segreta sovietica antesignana

dell’Nkvd) il 12 marzo 1931

ricevette una richiesta da Elena

Stassova, presidente di Soccorso

Rosso, dove si chiedeva di

autorizzare Tina a prendere visione

e occuparsi di documenti segreti.

La Quinta sezione speciale

dell’Ogpu rispose il 24 aprile 1931,

autorizzando la Modotti a svolgere

quel lavoro segreto.

Da tempo le sezioni segrete di

Soccorso rosso e del Comintern (la

sezione supersegreta denominata

Oss) agivano all’estero in stretta

collaborazione e in supporto con i

Servizi segreti sovietici, l’Ogpu (che

diventerà poi Nkvd) e il Gru

dell’Armata Rossa. Anche se Tina

era riuscita a vendere

l'ingombrante Granflex e a

sostituirla con una modernissima (e

introvabile in Urss) Leica mod. 1932

con esposimetro incorporato;

anche se poteva diventare la

fotografa ufficiale di qualche

importante istituzione dello Stato

sovietico, rifiutò ripetutamente le

offerte di scattare foto.

In quei mesi aveva anche chiarito

il rapporto con Vidali. In passato

non si era preoccupata di avere

avventure multiple, ma giunta a

Mosca pensava solo ai suoi doveri e

(2) ALIAS 8 MARZO 2014 UNA BIOGRAFIA FUORI SCHEMA «SONO UNA FOTOGRAFA E NIENTE DI PIÙ»

alla sua integrità di rivoluzionaria.

Per questo scrisse in una

autobiografia per presentarsi al

Comintern: «Il nome di mio marito

è Vittorio Vidali (Jorge Contrera). È

  • di origine italiana. È membro del

Partito Comunista ed è da anni

rivoluzionario professionista». La

sua autobiografia è un documento

interessante. Tralasciando il fatto

che Vidali avesse sposato qualche

tempo prima una giovane russa, nel

documento compaio significative

omissioni sul passato lavoro di

attrice nel cinema di Hollywood o

sulla sua storia d'amore con il

rivoluzionario Antonio Mella, amico

  • di Andreu Nin, e in odore di

trotskismo. Ma questa inconsueta

autobiografia dattiloscritta offre

anche un interessante spaccato

psicologico di Tina. «Quando avevo

nove anni mio padre emigrò negli

Stati Uniti in cerca di lavoro. Per

lunghi intervalli di molti mesi non

ricevemmo da lui nessuna notizia

né spedì soldi a casa per mancanza

  • di lavoro. Ciò significa che

ALIAS 8 MARZO 2014

(3)

ALIAS 8 MARZO 2014 (3) IL GRUPPO IRWIN La Galleria Civica di Modena ospita nella Palazzina

IL GRUPPO IRWIN La Galleria Civica di Modena ospita nella Palazzina dei

Giardini «Dreams and Conflicts», una mostra dedicata al gruppo sloveno IRWIN.

Curata da Julia Draganovic' e Claudia Löffelholz di LaRete Art Projects, la rassegna

vuole essere la prima tappa di un progetto espositivo che continuerà il suo tour

fino al 2015. La storia del collettivo artistico sloveno nasce nel 1983 dal sodalizio di

giovani artisti provenienti dai movimenti del punk e del graffitismo di Lubiana:

Dušan Mandic, Miran Mohar, Andrej Savski, Roman Uranjek e Borut Vogelnik che

si uniscono e fondano il gruppo Rrose Irwin Sélavy, in onore dello pseudonimo

femminile di Marcel Duchamp. La mostra alla Galleria Civica metterà il focus sulle

strategie di collaborazione del gruppo, sia all’interno dello stesso collettivo – che

permette linguaggi molto diversi a ogni singolo membro – sia alle collaborazioni

con altri che includono il progetto pluriennale NSK, ma anche cooperazioni con

artisti come Marina Abramovic', Andres Serrano o Joseph Beuys. Nell’ambito della

mostra, è stato aperto anche il Consolato di NSK State in Time, dove sarà

possibile richiedere il passaporto che dà diritto di aggiungere alla propria

cittadinanza quella della nazione utopica, fondata nel 1992. Come in altri

«uffici-passaporti» itineranti aperti in passato – tra cui il primo a Mosca nel ’92 e

quello al Moma di New York nel 2012 – viene offerta l’opportunità di riflettere

insieme sulla possibilità di un nuovo stato. Nel percorso ci saranno anche

fotografie, installazioni e video, risultato di oltre trent’anni di pratiche collaborative

che IRWIN ha esercitato insieme ad alcuni degli artisti e pensatori più significativi

del nostro tempo, ma anche con i cittadini.

I

ALIAS 8 MARZO 2014 (3) IL GRUPPO IRWIN La Galleria Civica di Modena ospita nella Palazzina

dovevamo vivere praticamente di

carità. All’età di 13 anni cominciai a

lavorare e da quel momento in poi

mi sono sempre guadagnata da

vivere lavorando».

Nell'autobiografia del 1932 Tina

si sentiva ancora una fotografa.

«Considero la fotografia la mia

professione perché è quella in cui

ho lavorato più tempo e conosco

tutte le fasi di questo lavoro». C'è

però una nota conclusiva che fa

pensare ad altre aspirazioni:

«Conosco le seguenti lingue:

italiano, spagnolo, inglese, nelle

quali so scrivere e leggere. Inoltre

conosco il tedesco e il francese, ma

non correttamente e senza saperle

scrivere».

Vittorio Vidali pensava da tempo

che Tina fosse la persona ideale per

il «lavoro segreto». Con il suo viso

dolce e pulito, la sua eleganza

naturale, la sua bella presenza

poteva superare ogni confine. E per

un agente segreto la fotografia era

sempre più un lusso. «Questa

L’«AMICA» FRIDA KAHLO

Un rapporto intenso, l’amore passionale e gli scatti.

Una mostra alle Scuderie sull’artista messicana

Frida Kahlo fu amica, amante e rivale della fotografa Tina Modotti. Fu un rapporto

importante il loro e la pittrice, insieme a Diego Rivera (venne incoraggiata ad una

relazione con lui proprio da Modotti), venne più volte ritratta. Alle Scuderie del

Quirinale di Roma, il 20 marzo aprirà una mostra sull’artista messicana (1907-1954).

Anche Genova presenterà - in un progetto congiunto e integrato - un percorso

espositivo a lei dedicato. La rassegna romana indagherà il suo rapporto con

movimenti come il Modernismo messicano e il Surrealismo internazionale, mentre

quella genovese, «Frida Kahlo e Diego Rivera», a Palazzo Ducale (dal 20 settembre

al 15 febbraio 2015), proseguirà il racconto analizzando l'universo privato di Frida.

Frida è stata un’icona indiscussa della cultura messicana novecentesca, una venerata

anticipatrice del movimento femminista, ma anche un marchio di culto del

merchandising universale e un seducente soggetto del cinema hollywoodiano. Si è

offerta alla cultura contemporanea attraverso un inestricabile legame arte-vita tra i

più affascinanti nella storia del XX secolo. Eppure i suoi dipinti, oltre la vicenda

biografica segnata dal terribile incidente in cui fu coinvolta all’età di 17 anni,

riflettono anche le trasformazioni sociali e culturali che portarono alla Rivoluzione

messicana e che ad essa seguirono. rivoluzionaria italiana, artista autoambulanze e negli ospedali con straordinaria con
messicana e che ad essa seguirono.
rivoluzionaria italiana, artista
autoambulanze e negli ospedali con
straordinaria con la sua macchina
il nome di battaglia di «Vera
fotografica, andò in Urss per
Martini» e successivamente con lo
fotografare la gente e i monumenti.
pseudonimo di «Maria» tornò al
Ma venne rapita dal ritmo
lavoro segreto sempre più triste e
incontenibile del socialismo in
spenta.
pieno fermento e gettò la
Non si sa se partecipò ai
macchina fotografica nel fiume di
complotti, alle trappole che
Mosca, promettendo di consacrare
portarono alle uccisioni degli
la propria vita al più umile lavoro
oppositori di Stalin, degli anarchici
del Partito comunista» scrisse nel
e dei comunisti antistalinisti di
1974 Pablo Neruda, amico della
Andreu Nin del Poum, delle quali fu
Modotti. In realtà Tina, prima di
accusato più volte «il marito»
entrare definitivamente nella
Vittorio Vidali. Al momento della
nuova vita delle ombre, degli
sconfitta delle forze repubblicane di
specchi, dei misteri e dei segreti
Spagna era una donna esausta,
non gettò «la macchina fotografica
sofferente, sconfitta. Era
nel fiume di Mosca».
invecchiata precocemente. Tornò
Il 13 giugno 1932 nella stanza
in Messico e visse ancora qualche
che occupava nello squallido e
anno sempre più stanca, sempre
polveroso Hotel Soyuznaya, dopo
più triste, dilaniata dagli incubi del
aver sistemato obiettivo ed
passato. Morì all'alba del 6 gennaio.
esposizione della sua Leica, la
Sola, su un taxi nelle vie di Mexico
porse ad Angelo Masutti un
city, dopo una lite con Vidali. Era
ragazzo sedicenne che aiutava
stata definitivamente fagocitata
Vidali a Soccorso Rosso
dalle persone per le quali aveva
dicendogli: «Prendila e fammi
...
abbandonato la sua arte.

una foto». Il giovane scattò con la

Leica una prima foto in controluce

e un'altra con Tina semigirata

verso la finestra. E poi una terza di

Tina con Vidali dall’aria

stranamente protettiva. Angelo

Masutti fece per restituirle la

macchina fotografica, ma Tina lo

fermò dicendogli: «Tienila». Era

ormai convinta che «Il partito

avesse sempre ragione». E come

disse il regista Sergej Eisenstein,

«aveva sacrificato l'arte per la

politica».

Tina iniziò a svolgere missioni

segrete in Spagna, Francia,

Germania, portando soldi,

documenti, ordini, direttive.

L'affascinante ed elegante signora

«bela y hermosa» arrivata dal

Messico qualche anno prima piena

di forza, era diventata una donna

silenziosa, triste, spesso depressa.

Allo scoppio della Guerra civile

spagnola i fotografi Robert Capa,

David Seymour e Gerda Taro la

incitarono a tornare a fotografare.

Ma Tina preferì il lavoro con le

GERENZA

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In copertina: foto di Tina

Modotti scattata da

Edward Weston

ALIAS 8 MARZO 2014 (3) IL GRUPPO IRWIN La Galleria Civica di Modena ospita nella Palazzina
(4) ALIAS 8 MARZO 2014
(4) ALIAS
8 MARZO 2014

«Donne sud mafia» scrigno prezioso

(4) ALIAS 8 MARZO 2014 «Donne sud mafia» scrigno prezioso LE AUTRICI Le autrici di Donne
LE AUTRICI
LE AUTRICI

Le autrici di Donne sud mafia hanno firmato insieme diversi

cortometraggi e lungometraggi, tra i quali Giusto … è la vita (2005),

Sara in rete (2006), Carpe diem e Silenzi e bugie (2007) vincitore del

Sottodiciotto film festival di Torino e della Targa CIAS (Centro

Italiano Audiovisivi), Correva l’anno (2008). Pina Mandolfo è anche

autrice del soggetto e cosceneggiatrice di Viola di Mare di Donatella

Maiorca, presentato al Festival del Cinema di Roma (2009) e

e relativo ridurre le donne a puro

oggetto di possesso.

Se il sud non è più solo

deprivata fissità geografica da

destino, ma dimensione dinamica

stratificata e complessa, allo

stesso modo possono

riposizionarsi i concetti di

«periferia» e «centro». E così che

Caltagirone incarna per Attanasio

un osservatorio privilegiato per

comprendere il mondo e «le sue

tante derive di voci e di suoni». Se

fosse andata a Milano – dove

peraltro si proietta con la

narrazione, immaginando

«Nordia», la città del suo ultimo

romanzo – «si sarebbe sentita

sommersa». Riaffiora così per un

attimo il dissidio sciasciano di cui

si diceva, mentre fiotti di lava si

impossessano dell’immagine, in

vincitore nello stesso anno del NICE Festival di New York, San

uno dei link più intriganti del

 

Francisco e Mosca e del Premio Capri. (m.g.)

montaggio … sommergere e

 
 

essere sommerse. Questo nucleo

di energia è stato più volte

  • di MARIA GROSSO

 

nostre madri, delle nostre nonne.

ci siciliane: pensiamo a Maria

legame tra donne, mito e Sicilia,

accettazione della diversità e

interpretato come matriarcato -

I loro silenzi, le loro parole, quasi

Messina, a Goliarda Sapienza

nonché sui favolosi racconti che

processi di disvelamento di figure

continua la scrittrice - ma lei lo

●●● Quelli di Donne, sud, mafia

  • li ho sentiti come segnali affidati

al mare, pietruzze lanciate

nell’acqua a disegnare traiettorie

  • di riflessione, movimenti,

correnti, turbinii. Così, date anche

le mie radici siciliane, mi sono

chiesta che cosa questo lavoro

produrrà e cosa voglia davvero

geneticamente si traducono in

(citata in apertura del doc), o a

le sono stati tramandati

a lungo rimaste storicamente in

vede anche come espressione di

consapevolezza …», dice, mentre

Silvana La Spina, Elvira Seminara,

unitamente alla preziosissima

ombra. Per questo, dall’intimo

forza immane, come potenziale

la camera si bea della vista dalla

Silvana Grasso o ancora a

tecnica per pulire il pesce …

della sua casa-monile catanese,

in ebollizione. Lo stesso che ha

sua terrazza, Caltagirone dall’alto

Marilena Monti - tra le presenze

A un Sud non solo delle donne,

istoriata di libri, quadri e

animato tante sue conterranee

e il bianco striato delle nuvole che

del film - che si sofferma sul

ma nelle donne, fa riferimento

locandine cinematografiche,

che hanno avuto il coraggio di

si specchia in quello della neve

Emma Baeri, femminista e

ricorda con gioia ciò che «la

forare l’ordine costituito: come

che lastrica le strade. Un

storica, come a una attitudine

campanella della ricreazione del

Concetta La Ferla,

precipitato antico delle

geograficamente trasversale

femminismo» ha rappresentato e

protofemminista e comunista, cui

origini che,

che implica capacità

continua a rappresentare –

ha dedicato un suo scritto, come

comunicare.

evidenzia

relazionale

mentre fa breccia nel discorso la

Grazia Giurato, coraggiosa ex

Il sottotitolo del documentario

realizzato da Maria Grazia Lo

Cicero e Pina Mandolfo recita

Videolettera dalla Sicilia e

vedendolo appare chiaro chi sono

le autrici di questa missiva per

immagini e voci: donne siciliane

che, dialogando con le registe,

cercano lampi di comprensione

  • di se stesse e del luogo delle loro

origini. Possibile distinguere gli

uni dagli altri? Possibile

«prescindere» dalla Sicilia?

«Nec tecum nec sine tecum

vivere possum» ricordava Sciascia

a proposito dell’isola dove era

nato e su cui si era interrogato

tutta la vita, alludendo a quella

lacerante ambivalenza tra

desiderio di vicinanza e voglia di

allontanamento, a quel dilemma

tra il restare e l’andar via, che

avvolge come un vischio soave e

pernicioso gli abitanti di quella

Attanasio,

di

forza deflagrante di Franca Viola

che osò mettere in

consigliera comunale a Catania, o

come Marinella Fiume, autrice ed

l’accomuna

a tante

discussione il secolare

ex prima cittadina di

Fiumefreddo, che intesse il filo

scrittri

concetto di «onore»

 

del doc sia rievocando il clima

post-Tangentopoli delle prime

elezioni a designazione diretta del

sindaco, che portarono 22 donne

alla guida di altrettanti comuni,

sia rivelando le minacce subite e

il suo aver rifiutato la scorta. Dalle

sue parole riemerge anche la

storia di Rita Spartà, donna di

Randazzo che conosce

piccolissima la morte del padre e

dei fratelli, l’eclissi totale

dell’elemento familiare maschile

per mano della mafia. Fiume la

immagina come Antigone

siciliana che non solo denuncia

gli assassini dei suoi, ma anche,

dopo vent’anni, lo Stato,

accusandolo di aver mancato

nelle indagini. E ancora si scorge

terra.

il volto e si ascolta la voce di

Ecco: innanzi a questa scissione

atavica, a questa logorante

dissintonia, il film prova a

sperimentare altre vie. E, pur non

volendo né potendo cancellarla,

la priva di centralità, lasciandola

testimone muta a latere,

fuoricampo dolente, provando

invece a dar spazio a un punto di

vista per così dire, post. Qui e ora,

infatti, nell’appena trascorso

2013, in cui il film è stato girato,

l’esperienza individuale e

collettiva di queste donne, la loro

maturità umana e professionale le

ha condotte non solo alla

decisione piena di restare, ma alla

consapevolezza che è possibile

trarre beneficio da questa scelta e

agire se stesse e la Sicilia come un

tutt’uno gravido di risorse. Donne,

sud, mafia muove da qui.

In questa direzione, dalle

conversazioni, affiorano due linee

  • di ricerca tra loro profondamente

intersecate: l’una, relativa alla

scrittura come cruciale strumento

della messa a fuoco e della

rappresentazione di sé, l’altra,

quella della partecipazione

politica come enorme chance di

rottura di costrizioni e stereotipi

atavici, di oscure connivenze e

complicità, come concreta

possibilità di rigenerazione del

tessuto storico-sociale.

Sulla prima riflette tra le altre la

scrittrice Maria Attanasio: per lei

narrazione e luogo sono

strutturalmente compenetrati

come impasto di storia e

memoria, come eco ineludibile

delle generazioni di donne che

l’hanno preceduta. «Oscuramente

ha risonanza il passato delle

 

Michela Buscemi, testimone di

giustizia dopo l’uccisione di due

dei suoi fratelli: racconta della sua

partecipazione al maxi processo

dell’84, le intimidazioni ricevute e

il suo lasciare solo dopo aver

spiegato in aula il perché. Oggi fa

parte di «Libera» e continua ad

agire, come l’«Associazione

Antimafia» Rita Atria, nata nel ‘94

in memoria di quella ragazza che

a soli 17 anni seppe dire il suo No,

divenendo collaboratrice di

giustizia e mettendosi contro la

sua stessa madre, una ragazza che

tutta la sua speranza aveva

fondato in Paolo Borsellino e che

dopo la morte di lui, non vide

motivi per restare in questo

mondo. E ancora Piera Aiello,

cognata di Rita, che per ribellarsi

ha dovuto privarsi del suo stesso

nome e della sua terra, o Carmela

Iaculano («I miei figli devono

capire che cosa è il bene e che

cosa è il male: io l’ho imparato

quando ho iniziato a collaborare»).

Sono loro le guide in una lotta che

vede centrale l’istruzione e il

nutrire le generazioni che

verranno con il latte della legalità.

«Andate dai ragazzi che vivono

nella mafia e dite loro che c’è un

altro mondo», era questo in

desiderio di Rita Atria. «Solo le

donne parlano contro l’ordine del

destino», ha scritto Maria Pia

Daniele ne Il mio giudice, testo

teatrale a lei dedicato.

E il documentario si apre alle

manifestazioni delle madri (quelle

che già lo sono e quelle che

vorrebbero diventarlo partorendo

figli sani), contro il Muos e contro

l’annientamento del loro

ALIAS 8 MARZO 2014

(5)

in pagina: Demetra dello scultore

Girolamo Ciulla

Affiorano due linee di ricerca:

la scrittura come cruciale strumento

della messa a fuoco e la rappresentazione

  • di sé. L’altra,

è quella della

partecipazione

politica

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

territorio a causa dell’arroganza

criminale degli interessi Usa.

Quale modo migliore per

combattere quel senso di morte

sempre presente nell’anima dei

siciliani, per infrangere quelle

catene spesse e arrugginite, su cui

la camera si sofferma a lungo,

indugiando in prossimità del

mare? Quindi le donne del

Comitato antimafia 22 luglio -

non più «isole nell’isola» - che la

scorsa estate innanzi al Tribunale

  • di Palermo hanno espresso tutto

il loro esserci a fianco del pm

Nino Di Matteo e della sua

osteggiata battaglia per la verità e

per una Sicilia altra …

Donne, sud, mafia, dunque. Un

titolo un po’ «elenco», un po’

scaletta mediatica, che adombra

un lavoro che è uno scrigno di

«ipertesti» con cui confrontarsi e

da dilatare ad libitum …. E le

destinatarie, i destinatari di questa

lettera? Sono le stesse mittenti,

sono le altre donne dei Sud, dei

Nord del pianeta, è il mondo?

Comunque sia. Dirsi può essere

un modo per restare, per non

pascersi nel lamento che

atrofizza, per aggirare le mille

disfunzioni, i terribili difetti dei

siciliani, per trasformare quel

famoso orgoglio, quell’egotismo

  • di rimando che sempre Sciascia

riconduceva alle violenze subite e

a una conseguente debolezza –

Sicilia chiangi, canta Rosa

Balistreri nel doc - in coscienza

della propria specificità di donne

siciliane. Creatrici di sé e del

futuro. Allora quel trenino del

finale, che viaggia sulle note

potenti di Giuni Russo, potrà

continuare ancora i suoi giri

interni, forse cercando, nei suoi

tempi biblici e surreali, chiavi interiori imprevedibili. E insieme puntando altrove, verso il mare. maria_grosso_dcl@yahoo.it
tempi biblici e surreali, chiavi
interiori imprevedibili. E insieme
puntando altrove, verso il mare.
maria_grosso_dcl@yahoo.it
ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

LA SCENA DELLE DONNE 2014 ●●●La nona edizione di «La scena delle donne» a cura della

Compagnia dio Arti & Mestieri e dell’associazione InScena di Pordenone si tiene fino al 28 marzo, un festival in Friuli

Venezia Giulia, curato dalla direttrice artistica Bruna Braidotti, dedicato alla creatività femminile in teatro e non solo

per creare un nuovo immaginario collettivo che comprenda anche la visione delle donne. Si tratat di proposte

drammaturgiche che percorre tutto il territorio in compagnia di Laura De Marchi, Grazia Scuccimarra, Irene Serini

con la riflessione su Moana Pozzi, Bruna Braidotti. Ci saranno anche la mostra «Femminile reale» a Pordenone cura

di Marisa Ulcigrai e la musica di compositrici con il concerto «Die frauen der Musik a cura di Luisa Sello. l’8 marzo

cena conviviale al «Cervo» di via delle Grazie con letture e intrattenimenti da parte delle attrici della Compagnia

per raccontarsi e raccontare a tavola il mondo femminile. Al teatro Vendramini a Pordenone lunedì 10 marzo «

Come diventare italiani in 40 minuti», produzione Spaesati regia di Sabrina Morena, autrice del testo l’indiana Lalia

Waida, interprete l’argentina Marcela Serli.

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di
ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

di NATASHA CECI

●●●Il documentario Lo Stato

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

della follia di Francesco Cordio,

INTERVISTA GLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI IN ITALIA

selezionato per la cinquina dei

David di Donatello, è un viaggio

necessario e sofferto nella realtà

degli Opg, gli Ospedali Psichiatrici

Giudiziari, nate in seguito ai

sopralluoghi realizzati in queste

stesse strutture dal regista per

conto della Commissione di

inchiesta sull’efficacia e

l’efficienza del Servizio Sanitario

Nazionale presieduta da Ignazio

Marino nel 2010. La stessa

commissione presentò un

emendamento che prevedeva la

chiusura di queste strutture entro

il Marzo 2013, sostituendoli con

strutture sanitarie. Ma il percorso

è lungo e tortuoso: in seguito

l’attuazione del decreto legge

viene prorogata all’Aprile 2014. La

Conferenza delle Regioni,

tuttavia, ha chiesto un’ulteriore

rinvio al 2017, poiché non

sarebbero ancora pronte le Rems

(Residenze per l’ Esecuzione delle

Misure di Sicurezza), quelli che

vengono chiamati «mini Opg»,

residenze su base regionale, in cui

eseguire le misure di sicurezza

detentive. Attualmente le norme

che consentono la reclusione

negli istituti, sei sul territorio

nazionale per un totale di circa

1500 persone e non coinvolti

nella riforma della psichiatria

avviata con la Legge Basaglia,

risalgono al Codice Penale

emanato nel 1930 dal regime

fascista.

Due sono i requisiti perché il

giudice disponga una misura di

sicurezza detentiva in sostituzione

o in aggiunta alla pena: la

commissione di un reato e la

pericolosità sociale. Chi viene

reputato socialmente pericoloso,

cioè si ritiene probabile che

commetta nuovamente reati, è

sottoposto ad una misura di

sicurezza calibrata in base al

grado di pericolosità. Le durate

delle misure di sicurezza sono di

due, cinque o dieci anni.

Prorogabili teoricamente

all’infinito. È su questo assunto

che Cordio muove i suoi passi nel

girone infernale dei corridoi degli

Opg, presenti ad Aversa,

Barcellona Pozzo di Gotto,

Montelupo Fiorentino, Napoli,

Reggio Emilia, Castiglione delle

Stiviere, documentando il degrado

umano e materiale, l’incuria

sanitaria, la sovra medicazione

con psicofarmaci e le storie di chi

vive da anni lì dentro

letteralmente e paradossalmente

dimenticato. Una delle eccezioni è

il caso dell’Opg di Castiglione

delle Stiviere (Mantova) l’unico in

cui sono presenti anche donne e

gestito da personale sanitario.

Nel percorso dantesco del

regista e dello spettatore il ruolo

metaforico di guida è affidato

all’attore Luigi Rigoni che

racconta la sua vita ad Aversa

come detenuto.

Follia, una discesa

verso l’inferno

mai raccontata prima

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

Il documentario di Francesco Cordio selezionato

ai David di Donatello. Interpretato dall’attore

Luigi Rigoni che narra nel teatro ottocentesco

meno nuovi invii in Opg. È

di Todi la sua vita ad Aversa come detenuto

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

Quella di un ragazzo che ho

incrociato per pochi minuti

nell’Opg di Reggio Emilia e che

con grande lucidità mi disse

«l’uomo è un animale che può

provare ad abituarsi, qua viene

messo a dura prova». Lui la prova

non l’ha superata e poche

settimane dopo si è tolto la vita, a

pochi giorni dall’invio in

comunità. Il film è dedicato

idealmente a lui e a tutti quelli

che non ce l’hanno fatta.

Qual è secondo lei un destino

possibile e sensato, senza

retorica, per queste strutture e

queste persone, considerando

che molto probabilmente ci sarà

una ulteriore proroga alla

chiusura degli OPG?

La proroga è stata richiesta dalla

Conferenza Stato-Regioni e quindi

sarà sicuramente accordata, ma

sarebbe giusto che parte dei

milioni di euro previsti per le

nuove strutture vengano intanto

investiti in percorsi alternativi nei

servizi territoriali e nel capitale

umano. Si eviterebbero quanto

fondamentale poi che chi non è

più pericoloso venga dimesso e

possa fare ritorno nel territorio

d’origine. Per il futuro è giusto che

le strutture dei sei attuali Ospedali

vengano convertite ad altre

destinazioni (come si fece con i

manicomi).

Perché lo Stato è così

impotente volutamente o meno e

cosa manca alla società civile

nel suo rapporto con questa

realtà spesso sconosciuta o

ritenuta «inevitabile»?

La risposta non è facile, lo Stato,

con il lavoro della Commissione

d'inchiesta, ha dimostrato di avere

ancora una coscienza, ma

purtroppo non tutti i mezzi per

agire. Così nonostante le migliori

intenzioni tutto va avanti con

grande lentezza. Alla società civile

invece credo manchi la

conoscenza dell'argomento. È una

questione che riguarda tutti,

ignorarla potrebbe significare un

giorno sbatterci la faccia

all'improvviso. Tuttavia, sono un

filmaker, non ho risposte né

soluzioni. Faccio politica con le

immagini, mi sono imbattuto in

questa storia e non potevo non

raccontarla.

Mi sono limitato a

raccontare, a mio modo, e a

denunciare.

Ma sta ad altri

risolvere l'orrore di Stato.

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

Il documentario sarà in proiezione a

Roma dal 23 al 26 Marzo presso il

Nuovo Cinema Aquila e il 29 presso

il Teatro delle Scuderie Villino

Corsini, a Perugia il 15, 16 e il 20 al

Cinematografo Sant’Angelo, a

Caserta il 21 al Cinema Duel, a

Palermo il 28 al Cinematocasa e il

31 al Beltrade di Milano.

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di

Cordio lei ha scelto un attore

che ha realmente vissuto in un

Opg come filo rosso del suo

racconto, come vi è entrato in

contatto e perché lo ha scelto?

Ho conosciuto Luigi Rigoni

attraverso sua moglie che un

giorno mi contattò per

raccontarmi la sua storia. Mi

convinsi subito che solo Luigi

poteva essere il giusto narratore di

quell’inferno. E ho deciso di fargli

raccontare la sua storia in uno

splendido teatro della fine

dell’Ottocento, quello di Todi. Per

lui credo sia stato importante farlo

in quel luogo, non aveva mai

raccontato a nessuno per filo e

per segno quello che aveva vissuto

e dopo quella narrazione, non l’ha

più raccontato a nessuno. Un

esperienza direi catartica.

Che storie avrebbe voluto

approfondire avendone avuto il

tempo e le possibilità pratiche?

Sono tante le storie che avrei

voluto approfondire e raccontare.

In particolare di una ho proprio il

rammarico di non averlo fatto.

INTERVISTA

La psichiatra

Maria Rosaria

Bianchi

su manicomi

criminali

e farmaci

ALIAS 8 MARZO 2014 (5) in pagina: Demetra dello scultore Girolamo Ciulla Affiorano due linee di
  • di N.C.

●●● Maria Rosaria Bianchi è

una psichiatra che ha lavorato

nell’Opg di Aversa ed è autrice

del libro Un consapevole impos-

sibile amore (Nulla Die Edizio-

ni, 2014) in cui raccoglie con la

semplicità e l’eleganza di un

diario, non solo professionale,

la sua esperienza dentro quello

che lei stessa definisce come un

«problema che investe noi tutti:

quello dell’intreccio tra Diritto

e Psichiatria».

È possibile superare l’idea stes-

sa di internamento?

Ho il timore che se si continua a

pensare solo ad avere nuovi edifi-

  • ci per chiudere i vecchi, il proble-

ma non si risolverà mai. Ci si tra-

sferirà negli edifici nuovi con il

pensiero vecchio e subito divente-

ranno vecchi pure i palazzi nuo-

vi. Deve cambiare il pensiero sul-

la malattia mentale che non è in-

curabile e non è propria di tutti

gli esseri umani. Purtroppo il pen-

siero della malattia mentale co-

me incurabile, innata, ha creato i

manicomi criminali e se rimarrà

in auge non li farà chiudere mai.

Il problema dunque è nella cultu-

ra. Si inizi a parlare di prevenzio-

ne e cura in psichiatria e le cose

potrebbero davvero cambiare. So-

lo dopo questo chiarimento fon-

damentale possiamo parlare di

edifici e pure qui naturalmente

non si capisce perché i pazienti

psichiatrici non debbano avere a

disposizione contesti dignitosi, in

osservanza delle regole della leg-

ge 626 sulla sicurezza.

Inoltre quando parliamo del-

la libertà della persona, di cosa,

  • di chi stiamo parlando? Non si

può essere liberi di ammazzare,

violentare, stuprare. Come psi-

chiatra ho sempre avvertito sullo

stesso piano l’importanza della

cura del paziente e della tutela

della società. E bisogna stare at-

tenti a questi argomenti, altrimen-

ti vuol dire che il malato non vie-

ne riconosciuto come tale e va a

finire in carcere perché deve scon-

tare una pena. Ma è questa la so-

luzione?

Quanto poi ad altre tipologie di

pazienti degli Opg, si tratta spes-

so di persone che per età o altro

non hanno più legami affettivi

sul territorio e non sono in grado

  • di badare a se stessi. Abbandonar-

  • li sarebbe grave e incivile. Così

non si libera nessuno.

Una delle critiche che si rivol-

gono a queste istituti sono la for-

te somministrazione di farma-

ci, a volte non necessaria e an-

che la carenza di personale sani-

tario competente, cosa ne pensa

da medico?

Per me la psichiatria è imprescin-

dibile dalla psicoterapia che ne

rappresenta il suo nucleo fonda-

mentale. Dunque lavoro come

psichiatra-psicoterapeuta e pure

alla Staccata di Aversa facevo i

gruppi di psicoterapia. Però i far-

maci non sono il demonio. È il lo-

ro uso sconsiderato e inadeguato

che non condivido. Non è possi-

bile usare il farmaco per togliersi

  • di torno il paziente. Bisognereb-

be investire molto sulla forma-

zione di personale altamente

qualificato che sappia risponde-

re alle complesse realtà dei pa-

zienti psichiatrici gravi. Penso

poi che si debba agire sulla cultu-

ra, per creare le condizioni di fa-

re prevenzione e cura della ma-

lattia mentale. Far cadere il pen-

siero che non c’è nulla da fare o

che si debba fare da soli. Non c’è

vergogna nell’andarsi a curare.

La vera soluzione per il supera-

mento degli Opg è questa.

(6) ALIAS 8 MARZO 2014

(6) ALIAS 8 MARZO 2014
(6) ALIAS 8 MARZO 2014 TEATRO In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. «Nei

TEATRO

(6) ALIAS 8 MARZO 2014 TEATRO In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. «Nei

In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. «Nei nostri spettacoli non c’è nulla di predeterminato»

Niente è predeterminato. Ciò vale

per tutti gli spettacoli successivi a

Troia's Discount. Il nostro primo

lavoro aveva già un testo scritto e

ordinato. Eravamo preparati al

debutto».

Ecco: una giustezza, né di

distanza né di senso, che però si

congegna a orologeria in un plot

che disgrega il suo raffinato piano

letterario in un saliscendi

labirintico, pur girando la chiave

Scena dallo spettacolo «Troya’s Discount» di FABIO FRANCIONE INTERVISTA ■ STEFANO RICCI, CO-AUTORE DI «TROIA’S DISCOUNT»
Scena dallo spettacolo
«Troya’s Discount»
di FABIO FRANCIONE
INTERVISTA ■ STEFANO RICCI, CO-AUTORE DI «TROIA’S DISCOUNT»
mette bocconi sulla scena fino
all'epilogo tellurico finale in cui il
●●●Non si guida né si è guidati,
frastuono del presente, che
una volta saliti, sulla giostra teatrale
richiama spesso l'incomunicabilità

di Ricci/Forte. Ci si può solo

scapicollare sul suo meraviglioso e

coloratissimo «calcio in culo» alla

ricerca di quei vuoti quotidiani e di

quelle mancanze esistenziali, che

sembrano sospendere e mettere tra

parentesi la vita. Ad ogni modo, e

può sembrare un paradosso, ma

non lo è, nelle produzioni di

Ricci/Forte aleggia una leggerezza

mozartiana pur rappresa dalla

densità di materiali sonori,

scenografici, fisici che

s'accumulano nella loro apparente,

disordinata, organizzazione

drammaturgica. Quando, al

contrario, tutte le loro pièce hanno

un meccanismo di funzionamento

in evoluzione e di estrema

precisione, recintate in una terra di

Sulla giostra a rotta

di collo. La leggerezza

classica di Ricci/Forte

(6) ALIAS 8 MARZO 2014 TEATRO In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. «Nei

televisiva e il suo dialogo muto,

esplode nel buio più pesto. Un

piccolo bistrot, affacciato su

Piazzetta Cuccia, picchiettato dalla

pioggia del sabato che precede la

ripresa di Troia's Discount al

Piccolo Teatro Studio Melato, è la

scena, tra una pausa e l'altra delle

prove, della conversazione con

Stefano Ricci.

Gianni Forte, invece, è a Parigi,

da dove governa i loro progetti in

giro per l'Europa e il mondo.

Dunque, è per l'appunto quella

di Ricci/Forte una drammaturgia

enigmistica, sottile come la

fredda lama che s'insinua al

vivano in dimensioni già spostate

nel futuro dei prossimi progetti:

una produzione cinematografica,

con Troilo vs Cressida) e i baluginii

contemporanei (Dennis Cooper

con Macadamia Nut Brittle, Harold

termine dell'esistenza (letterariamente, dunque teatralmente, di

finzione, raccontabile quindi ancor più irraccontabile) a sferzare ciò

che resta degli individui?

nessuno, astorica e atemporale.

Senza scomodare facili sociologie

del non-luogo, la loro geografia è

dettata dai materiali sbozzati

dall'esercizio di improvvisazione,

prima origine degli spettacoli. La

presa diretta, in prova e poi in

scena, di Troia's Discount, otto anni

dopo il folgorante debutto, è la

sostanziale verifica di come, in un

una video-performance con

Masbedo, e immediatamente dopo

l'estate Darling al Romaeuropa

Festival montato sui temi

dell'Orestea di Eschilo.

Infatti, e non a caso, le riscritture

classiche in bilico tra latinità,

rinascimento e teatro elisabettiano

(Ovidio con MetamorpHotel,

Marlowe con Wunderkammer

ritorno alla primogenitura del loro Soap, Virgilio con Troia's Discount, percorso intellettuale, i blocchi Ariosto con
ritorno alla primogenitura del loro
Soap, Virgilio con Troia's Discount,
percorso intellettuale, i blocchi
Ariosto con 100% furioso, Aristofane
creativi delle loro messe in scena
con Ploutos, William Shakespeare

Pinter con Pinter's Anatomy,

Palahniuk di Imitationofdeath, la

denuncia civile di Still Life)

sembrano convivere nella

discontinuità spaziale della loro

struttura. Ciò accade, a maggior

ragione, nell'ouverture del loro

lavoro, Troia's Discount, che spande

nella sua scomposizione cubista i

miasmi della nostra confusa

contemporaneità, in particolar

modo quella sovraccaricata dai

media e dagli organi di

informazioni, codici a chiave della

cifra stilistica e concettuale di

Ricci/Forte. Insomma, sprazzi

contigui alla realtà spaccano il mito,

di per sé già crudele - qui l'incendio

della città teucrina, la fuga di Enea,

che nella foga, con in braccio padre

e figlio, dimentica la moglie Creusa

(matrice - ombra di Lavinia e

Didone, le altre due donne

abbandonate dall'eroe), e la

«meglio gioventù» di Eurialo e Niso

profuga e destinata ad essere

sopraffatta dai rifiuti di un centro

commerciale - in un tragitto liquido

tortuoso e scosceso, dalle curve

imprevedibili che mischiano

frammenti pop, agli «ismi»

ottonovecenteschi bruciati in derive

locali che attendono solo di essere

gestite (i sorpassatissimi «anni zero»

hanno insegnato che l'universale è

anche nei dialetti, non solo verbali).

L'alto e il basso si fondono nella

fisicità pansessuale dei corpi degli

attori. La loro performance spesso li

«Non c'è nulla di determinato nella direzione che scegliamo di dare al

testo. Quando decidiamo di fare un testo partiamo dall'improvvisazione,

dagli attori, e nella loro visionarietà cerchiamo di imbastire lo spettacolo.

(6) ALIAS 8 MARZO 2014 TEATRO In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. «Nei

nelle biografie degli attori, alcuni

dei quali come Anna Gualdo e

Giuseppe Sartori da tempo militano

nella vostra «crew»: «Sì, lavoro

molto sulla loro biografia. Ci si

contamina a vicenda. Si costruisce

tutto dopo una settimana di prove.

Ci deve essere e si deve conquistare

fiducia e generosità. Da parte di tutti.

La fiducia poi deve essere totale per

questo mi circondo di persone con

cui si può instaurare un

cortocircuito di fiducia totale. Non

desidero avere a che fare con

burattini spaesati, questo non è per

me interessante. M'interessa, invece,

avere persone a cui poter dire

'raccontami di te'».

E nell'approcciarvi all'attore si

riscontra un'appropriazione fisica sia

degli spazi sia del testo: «La nostra è

la lenta costruzione di un percorso

in cui si sviluppano, attraverso

l'improvvisazione, quei materiali

emotivi che andranno a suggerire il

testo e la scrittura drammaturgica.

Insieme a Gianni allestiamo questo

percorso spesso indirizzato anche

dalle performance degli attori che

poi diventano i personaggi degli

spettacoli. Lavoriamo in prova. Non

abbiamo nessun testo scritto. Sulle

improvvisazioni lanciate durante la

giornata si intravedono quelle

architetture testuali che daranno vita

al testo e alla sua messa in scena».

Tali materiali paiono

squadernare la scena per

ricomporla tra ripetitivi riti

quotidiani e pulsioni spesso

clandestine dell'animo umano:

«Lavoriamo sulle differenze. Ad un

livello più profondo cerchiamo di

parlare di politica, di lavoro, di

erotismo, di ideali di civiltà, di

giustizia, di etica. Cerchiamo di

esplorare il valore della differenza

nelle possibilità umane del

performer. È un tirare la fune e

restare in equilibrio. Ogni

spettacolo è un fatto fisico ed

emotivo. Nella compagnia si creano

diverse dinamiche. Ci si trova a

dover gestire anche cinque

spettacoli contemporaneamente e

tutto ciò può anche fiaccarti».

Tornando al metodo di lavoro e

all'aver assistito ad una delle prove

si intravvede una tua dolcezza nel

porgere le indicazioni di scena agli

attori: «Ho un rapporto intenso con

gli attori, psicologico ed emotivo, di

estrema attenzione all'aspetto sia

emotivo sia del gesto, del corpo.

Anche se quando la creazione è

nuova, e Troia's Discount non lo è,

so essere anche violento. Ma,

comunque, ci sono molti modi

diversi per gridare».

Questo lavorare sulla differenza

vi fa sterzare verso la denuncia

consumistica di un mondo ormai

alla mercè degli oggetti, già fatto

detonare da Michelangelo

Antonioni, soltanto che i resti e

brandelli di quella lontana

esplosione sembrano aver superato

la barriera del tempo,

sopravvivendo a se stessi: «È

un'immagine potente. Quindi, non

possiamo non domandarci il

perché non si agisca su una vita

alternativa a quella che ci si pone di

fronte? E sappiamo di cosa stiamo

parlando. Chiunque l'ha provata

nell'assuefazione quotidiana alla

ripetizione dei comportamenti. La

risposta che diamo in ogni

momento degli spettacoli deve

essere capita dal pubblico».

Vi siete trasferiti a Parigi, com'è

oggi vivere lì?

«Ad un certo punto abbiamo

deciso di trasferirci a Parigi. Da lì è

molto facile spostarsi e

raggiungere le città che ospitano i

nostri spettacoli. Poi, noi siamo

molto curiosi. È la curiosità che ci

spinge continuamente a

rinnovarci. E Parigi accende in noi

quelle scintille che ci stimolano a

vivere. Roma da questo punto di

vista è come morta».

locandina dello spettacolo «Troya’s

discount»

ALIAS 8 MARZO 2014

(7)

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA
ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

LE PAGINE

Mario Martone, sguardi in viaggio

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA
ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA
  • di ALESSANDRO CAPPABIANCA

●●●Concentrarsi sul passato per

capire il presente e cambiarlo –

sembra questo l’ovvio presupposto

  • di una messa in scena teatrale

come le Operette morali

leopardiane o d’un film come Noi

credevamo, quale emerge dal

volume Mario Martone. La scena e

lo schermo, a cura di Roberto De

Gaetano e Bruno Roberti (editore

Donzelli – Roma, 2013)*. Sembra

abbastanza, eppure non è tutto qui.

De Gaetano coglie nel segno, mi

pare, tra gli Autoscatti martoniani e

i quattordici interventi critici

(Sguardi e Letture), quando

sottolinea, a proposito di Noi

credevamo: il punto non è che tutto

è finito, il problema è che tutto è da

cominciare. Si tratta cioè di riaprire

il tempo, in un’accezione che credo

vada assunta nel suo senso più

radicale. Che significa «riaprire il

tempo»? Se l’interrogazione sul

passato mi porta a modificare il

concetto di presente (e a progettare

  • di conseguenza un futuro diverso),

ciò vuol dire anche che alla luce

differente proiettata sul presente

corrisponderà un passato visto

sotto un’angolazione diversa: il

presente, cambiando, cambia il

passato, nel senso che mette in luce

le possibilità inespresse che pure, in

maniera virtuale, conteneva. Allora

diventa davvero fondamentale la

direttrice

Leopardi-Gramsci-Pasolini,

individuata da De Gaetano come

triade a partire dalla quale è

possibile rielaborare i concetti

filosofici, artistici e politici,

indispensabili al proseguimento e

al disperato/sperato compimento,

«Ho sempre

cercato di evitare

che la comunità si

fissasse. Il gruppo

è una grande

risorsa, ma può

anche rischiare

di diventare una

grande prigione»

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

d’una genealogia italiana. Senza

dimenticare Goffredo Parise, del

quale non a caso Martone ha

portato sullo schermo L’odore del

sangue. Mario Martone ha avuto e

ha il coraggio di compiere questa

traversata, rivolgendo al passato

uno sguardo che lo resuscita e lo

vivifica. All’Angelo di Klee si

presenta forse una seconda chance,

le sue ali potrebbero tornare a

battere. Benjamin forse non è

morto (invano) a Portbou, così

come i garibaldini non sono caduti

(invano) sull’Aspromonte,

inseguendo il sogno repubblicano.

E non a caso il teatro di Martone è

sempre teatro in metamorfosi (Rino

Mele), aperto a suggestioni

percettive inedite – teatro in (falso)

movimento, che già implica il

cinema – e il cinema ingloba il

teatro, perfino il melodramma: ne

ingloba i frammenti, li rielabora in

qualcosa che si avvicina al concetto

di opera d’arte totale (Massimo

Fusillo). Ma perché «falso»

movimento? Era questo il nome del

gruppo teatrale fondato da

Martone, che a un certo punto,

diventando «Teatri Riuniti», era

arrivato a comprendere attori come

Carlo Cecchi e Toni Servillo, attrici

come Anna Bonaiuto e Iaia Forte

(per nominarne solo alcuni). Ma

perché «falso»? – insisto. Perché

riallacciarsi al titolo del film di

Wenders? Forse perché, come

scopre Wilhelm Meister, partire in

viaggio per esplorare la propria

anima si rivela alla lunga impresa

illusoria, e l’impressione di

movimento si risolve in stasi. O

meglio: il movimento, come nel

cinema, si basa sulla stasi, lo

percepiamo solo se non

percepiamo gli intervalli tra un

fotogramma e l’altro. Abbaglio dello

sguardo. Noi credevamo, per

esempio, non è un film «in

costume» – è semmai un film di

fantasmi, di vite sacrificate sulle

ceneri di troppe illusioni tradite.

Così, credo che neppure Il giovane

favoloso, il film in lavorazione su

Leopardi, sarà un film «in

costume». Il passato parla di noi, e

può dirci cose molto importanti,

cominciando, tra l’altro, a mettere i

puntini sulle i di questo noi, la cui

genericità troppo facilmente si

presta alla retorica del consumo

celebrativo. Noi è senza dubbio una

«dolce parola», e Martone ha

sempre ricercato la comunità, il

lavoro di gruppo. Tuttavia ha scritto

una volta (sul n.18 della rivista Fata

Morgana): «Ho sempre cercato di

evitare che la comunità si fissasse,

si bloccasse. Il gruppo è una grande

risorsa, ma può anche rischiare di

diventare una grande prigione. In

questo è simile alla famiglia, ovvero

un qualcosa che ti dà origini, radici,

rapporti profondi, ma da cui poi, a

un certo punto, bisogna smarcarsi

per crescere». Non a caso il suo

«sguardo in viaggio» parte da

Napoli (città-avatar, la definisce

Bruno Roberti) per affrontare le

radici oscure della «questione

italiana». Napoli, allora, può anche

somigliare ad Alphaville, può essere

ugualmente (e diversamente)

criptica e misteriosa. È la città

notturna di Viviani, della Morante,

della Morte di un matematico

napoletano. La Napoli di Ranieri,

l’amico di Leopardi. È la Napoli non

nominata della Serata a Colono, lo

scenario tramite il quale, attraverso

Elsa Morante, Martone in fondo si

riallaccia a Pasolini. Edipo accecato

muore vaneggiando, tra il

mormorio degli altri pazzi ricoverati

alla Neurodeliri, ma il grido di sua

figlia Antigone, l’Antigone

ignorante, innocente e un po’

ritardata della Morante, è il grido

eterno e inestinguibile della pietà e

della rabbia – ossia, del fondamento

originario d’ogni rivolta.

*«Mario Martone, la scena e lo

schermo» a cura di Roberto De

Gaetano e Bruno Roberti (Donzelli,

euro 19) sarà presentato mercoledì

12 marzo alla Feltrinelli, Galleria

Alberto Sordi (piaza Colonna 31/35)

Mercoledì 12 Marzo - ore 18,00.

Antonio Gnoli ne discute con Mario

Martone e i curatori

Nella foto: Mario Martone

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

BIOGRAFIA

Nel «Diario

londinese»

di Lorenza

Mazzetti

esplode il Free

Cinema

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

di SILVANA SILVESTRI

●●●Un elfo, un folletto, una

magia: questa è Lorenza Mazzetti,

ancora oggi come ai tempi del

Free Cinema inglese. Se ci si

accosta alla sua storia se ne resta

frastornati, come se si potessero

ascoltare le mille e una notte.

Eppure su di lei a un certo punto

calò il silenzio e l’oscurità di un

processo creativo, lei stessa si

immerse in questa oscurità da

rielaborare a lungo per riemergere

poi nuovamente emergere con

forza in questi ultimi anni. Non

che sia stata mai ferma, lo

dimostra in Puppet Theatre che ha

continuato a dirigere. Sellerio ha

appena pubblicato il suo romanzo

Diario londinese che sarà

presentato giovedì 13 marzo alla

Casa del cinema di Roma (ore

18.30). Dedicammo un numero

speciale di Alias a Lorenza

Mazzetti lo scorso anno, per farne

conoscere il posto centrale che le

spetta nella storia del cinema e

nelle pagine di questo libro

ritroviamo amplificate e rese

fantasmagoriche i racconti che ci

faceva, a volte saltando i

particolari più dolorosi, come

abituata a strappare solo il succo

della vita. Ci raccontava con

sprazzi vividi dei tempi della

swinging London e noi ci

concentravamo più sulle storie di

cinema, per focalizzare il suo ruolo

centrale nella nascita del Free

cinema che infatti fondò con un

vero e proprio manifesto insieme a

Lindsay Anderson e Karel Reisz (a

cui si aggiunse poi Tony

Richardson). Quando arrivò a

Londra appena diciottenne aveva

già vissuto esperienze devastanti,

trucidata la zia adottiva e le due

cuginette dai nazisti, suicida per

dolore lo zio Robert Einstein,

cugino del celebre Albert che

talvolta andava a trovarli nella villa

in Toscana. Poi improvvisamente

priva di quel sostegno economico

a cui era abituata e che il tutore

aveva perso in una speculazione

sbagliata e a lungo separata dalla

gemella «Baby», sostegno

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

Qui accanto: Lorenza Mazzetti, in basso

Lorenza Mazzetti, Daniele Paris, John

Fletcher, Lindsay Anderson durante

la lavorazione di «Together» (Stirling

UniversityAnderson Collection)

spirituale della sua vita.

Nel libro i suoi racconti

esplodono di mille particolari

sconvolgenti, il dolore che non si

placa e riemerge nel sonno, la

solitudine. Ma quasi inscindibile

anche l’indomabile forza a

dispetto di tutto emerge da queste

pagine e fa restare senza fiato per

come Lorenza Mazzetti riuscì a

reinventare la sua vita a partire dal

suo talento nel disegno (e nel libro

  • ci sono alcune sue tavole, ritratti

dei suoi storici collaboratori oltre

che le fantastiche fotografie di

quegli anni), dalle frequentazioni

  • di alta cultura che aveva

accumulato nei suoi primi anni di

vita, dall’ansia di vivere a dispetto

della incomprensibile tragedia che

aveva colpito la sua famiglia. È

infatti una sensazione di energia e

allegria e speranza creativa che ti

prende leggendo queste pagine. E

anche di orgoglio, poiché lei

rappresenta una delle grandi

registe emblematiche in un

periodo in cui le donne restavano

nelel retrovie del cinema.

La sensazione oscura di smog e

nebbia, di musica jazz, riempie di

atmosfere e personaggi il suo

esordio «K» dedicato alle

Metamorfosi di Kafka, realizzato

grazie a un’assoluta libertà di

pensiero e azione, proprio come ci

hanno insegnato i più celebri ladri

  • di cinema, semplicemente

prendendo la cinepresa, portando

tutto a far sviluppare a cura del Bfi

presso cui si era imposta come

studentessa, montando il film

nella sua stanza. Free cinema,

libro, personale, libero dal chiuso

degli studi e dalla prigione delle

convenzioni, utilizzando frazioni

anomale di immagini e sonoro,

una tendenza inarrestabile che

sarà anche quella adotatta dalla

giovane generazione delle

nouvelle vagues europee degli

anni sessanta. In Toghether fa

planare nella zona portuale due

sordomuti perseguitati da un’orda

  • di ragazzini schiamazzanti che

loro non possono sentire, il sotto

proletariato messo in scena come

mai prima, ma soprattutto la

messa in scena della sensazione di

estraneità totale e solitudine.

Per conoscere almeno alcuni

film chiave del Free Cinema alla

Casa del Cinema dopo la

presentazione dle libro di Lorenza

Mazzetti con Irene Bignardi,

Giacomo Martini coordinati da

Antonio Gnoli ci sarà la proiezione

  • di K (del ’53) e Togheter (del ’56),

venerdì 14 Sabato sera domenica

mattina di Karel Reisz (’60),

Sapore di miele di Tony

Richardson (’61) interpretato da

Rita Tushingham che divenne con

Julie Christie il volto di tutta la

corrente. Domenica 16 If (’68) di

...

Lindsay Anderson, Palma d’oro a

Cannes ’69, manifesto di una

generazione di studenti non solo

inglesi.

ALIAS 8 MARZO 2014 (7) LE PAGINE Mario Martone , sguardi in viaggio di ALESSANDRO CAPPABIANCA

(8) ALIAS 8 MARZO 2014

(8) ALIAS 8 MARZO 2014 Nell’antichità fu Aristotele a descrivere la possibilità di proiettare l’immagine del
Nell’antichità fu Aristotele a descrivere la possibilità di proiettare l’immagine del sole in un luogo buio
Nell’antichità
fu Aristotele
a descrivere
la possibilità
di proiettare
l’immagine del
sole in un luogo
buio attraverso
un piccolo foro
di RAFFAELE K. SALINARI
●●●Nella chiesa di S. Luigi dei
Francesi, a Roma, c’è una tomba
che reca questo epitaffio:
«Rappresentò in modo
meraviglioso i raggi del sole
all’alba e al tramonto». È quello
per Claude Gellée, detto Lorrain
(Chamagne 1600 - Roma 1682),
pittore francese di nascita ma
italiano di adozione che, con
Nicolas Poussin, è considerato il
maestro del genere «pittoresco». I
suoi dipinti e la sua tecnica
divennero esemplificativi di quella
peculiare tipologia di immagini
pittoriche così definita da
Edmund Burk nel suo A
Philosophical Enquiry into the
Origin of Our Ideas of the Sublime
and Beautiful (1756) dove i
soggetti, spesso ruderi e rovine,
scene mitologiche grecizzanti, o
episodi edificanti della prima
cristianità, sono inseriti all’interno
di paesaggi in cui la natura si è
come reimpossessata dello spazio
che un tempo fu umano o divino
trasmettendo così, secondo Burk,
un senso di «bellezza ideale e
immaginaria che non è percepita
dal senso organico della vista, ma
dall’intelletto e dalla fantasia». I
resti di antiche architetture - la
torre diroccata, l’arco gotico, le
vestigia dei castelli, i vecchi porti
fluviali in disarmo - evocano
allora qualcosa di invisibile, quasi
trascendentale, che spesso si
identifica con una luminosità
CAMERA OSCURA ■ COME LA LUCE CATTURA I PAESAGGI E I VOLTI
lontana, incerta, allusiva: un’aura
mistica.
Dispositivo da Gran Tour
Questa capacità di rappresentare
meravigliosamente i raggi del sole
all’alba e al tramonto, come poi
reciterà il suo epitaffio, era in
realtà sostenuta da uno strumento
ottico che possiamo considerare
come un dispositivo di realtà
Lo specchio scuro
e la stella polare
virtuale: lo specchio nero. Si
trattava di uno specchio scuro e
convesso detto proprio «specchio
Claude», che veniva usato per
guardare l’immagine riflessa di un
paesaggio trasmutandola così nel
«pittoresco». Nella sua Guide to
the Lakes (1778), Thomas West ne
superficie convessa, se da una
spiega il funzionamento: «La
parte altera la saturazione del
persona che lo utilizza deve
colore comprimendo i valori
sempre voltare le spalle a ciò che
tonali con una perdita di
vuole osservare, tenendo lo
dettaglio, in particolare nelle
specchio leggermente alla sua
ombre, dall’altra consente un
sinistra o destra, con il volto
effetto di unificazione
schermato dal sole». Questo
complessiva della forma e della
dispositivo era molto utilizzato nei linea.
tour della Gran Bretagna: in aree
Lo «specchio Claude» era quindi
come la valle del fiume Wye, che
utile a gestire la dimensione di un
segna il confine tra Galles ed
grande scenario naturale
Inghilterra, ci sono ancora oggi
(panorama), rendendolo più
delle «stazioni di visualizzazione»
facilmente riproducibile e
cioè luoghi dai quali osservare il
disegnabile, ma anche a cogliere
panorama attraverso specchi neri
quelle sfumature di luminosità
appositamente collocati in
che Lorrain seppe poi tradurre nei
corrispondenza dei luoghi più…
suoi dipinti.
pittoreschi. Uno di questi, ad
Alcuni specchi del Settecento
esempio, si trova nel giardino
sono ancora esposti in vari musei
dell’Hotel Tintern Abbey e riflette
tra cui quello di Palazzo Poggi a
le rovine dell’abbazia di Tintern
Bologna; anche chi scrive ne ha
nel Monmouthshire (Galles).
elaborato uno sfruttando l’ottica
All’istallazione la Bbc ha dedicato
di una lavagna luminosa e
una pagina web che ne trasmette
apponendo una pittura a spruzzo
le immagini in tempo reale.
nera sulla parte concava.
Come funziona uno specchio
Ma lo specchio nero era solo
nero? La prospettiva, distorta dalla l’evoluzione di una tecnica ben

precedente, che consentiva di

captare l’immagine scaturita da

una sorgente di luce proiettata in

un luogo oscurato; uno strumento

che permise ad alcuni pittori del

Rinascimento di dipingere in

modo particolarmente realistico,

quasi fotografico, le loro tele: la

camera oscura.

Scatole ottiche

La camera oscura (o camera

ottica), è un dispositivo composto

da una scatola in cui è stato

praticato un foro stenopeico (dal

greco stenos, stretto, e opaios,

foro); in pratica un semplice foro

posizionato al centro di un lato

della scatola che funziona come

obiettivo. L’immagine captata dal

foro, o meglio la luce emanata

dall’immagine, la riproduce,

capovolta, all’interno della

scatola, o camera (da cui la parola

camera che ancora oggi in inglese

indica la macchina fotografica).

Fu Keplero ad usare per primo il

termine camera obscura nel 1604

nella sua opera Ad Vitellionem

Paralipomena, dove sono esposte

le basi dell’ottica seicentesca.

Il fenomeno essenziale, cioè la

luce che passando attraverso il

foro proietta le immagini, era già

noto in Cina: questo dispositivo

viene menzionato, con il poetico

nome di «luogo di raccolta» o

«stanza del tesoro sotto chiave»,

dal saggio e filosofo Mo-Ti nel V

secolo a.C Egli scrisse di

..

un’immagine capovolta formata

dai raggi del sole passanti

attraverso il foro di una stanza

buia.

Nell’antichità occidentale fu

Aristotele a descrivere la

possibilità di proiettare

A centro: San Petronio a Bologna, sotto:

Bacco e Maria Maddalena di Caravaggio,

a sinistra: Claude Lorrain: Port de la mer

avec la Villa Médicis (1638, Uffizi). In

alto a destra: camera oscura

l’immagine del sole in un luogo

buio attraverso un piccolo foro;

nei Problèmata (libro XV, 6)

afferma: «I raggi del sole che

passano per un’apertura quadrata

formano comunque un’immagine

circolare la cui grandezza

aumenta con l’aumentare della

che il sole in eclissi parziale

proiettava sul terreno attraverso i

fori di un setaccio e le aperture tra

il fogliame di un platano, era tanto

più nitida quanto minore il foro

attraverso cui si formava.

Ma è il dotto scienziato arabo

(secondo alcuni persiano) Abu Ali

al-Hasan ibn al-Hasan ibn

al-Haytham (Basra 956 - Il Cairo

1038), latinizzato in

Alhacen/Alhazen, il primo, nel suo

trattato di ottica (tradotto in latino

e in ebraico già nell’XI secolo), a

dare una descrizione esauriente

della camera oscura.

L’esperimento da lui ideato è

molto semplice: mise in fila tre

candele davanti ad una parete e

collocò nel mezzo uno schermo

con un piccolo foro, così

l’immagine delle candele veniva

proiettata rovesciata e invertita.

Anche lui, come Aristotele,

sperimentò la camera oscura per

osservare un’eclissi parziale di

sole.

La prima descrizione

sistematica della camera oscura si

deve però a Leonardo da Vinci

che ne parlò, chiamandola oculus

artificialis, nel Codice Atlantico,

ipotizzando anche la necessità di

una lente posizionata nel foro

stenopeico per raddrizzare

l’immagine.

Leonardo, oltre che scienziato,

pittore, fu anche il primo a

suggerirne in modo esplicito l’uso

per scopi artistici. Non sappiamo

se lo abbia fatto lui stesso, ma

come spesso nelle sue intuizioni,

è plausibile supporre una

sperimentazione effettiva. A

questo proposito le sue

indicazioni sono molto chiare:

«Dico che se una faccia d’uno

edifizio o altra piazza o campagna

che sia illuminata dal sole avrà al

suo opposto un’abitazione, e in

quella faccia (dell’abitazione) che

non vede il sole sia fatto uno

spiraculo retondo, che tutte le

alluminate cose manderanno la

loro similitudine per detto

spiraculo e appariranno dentro

all’abitazione nella contraria

faccia, la quale vol essere bianca, e

saranno lì appunto e sottosopra, e

se per molti lochi di detta faccia

facessi simili busi, simile effetto

sarebbe per ciascuno».

È Girolamo Cardano (1550) ad

applicare al foro una prima lente

convessa, proprio come suggerito

da Leonardo, mentre il

raddrizzamento dell’immagine

sopra-sotto sarà raggiunto da

Giovan Battista Della Porta con

l’uso di una lente biconvessa; il

ribaltamento destra-sinistra viene

infine ottenuto con una seconda

lente biconvessa da Keplero

mezzo secolo dopo.

Il Bacco mancino

È in questi anni, per molti versi

eccitanti per le sperimentazioni

ottiche, ma anche rischiosi per via

del fatto che la Chiesa riteneva le

lenti come devianti la giusta

traiettoria della luce verso l’occhio

- e dunque foriere di immagini

governate dal Maligno - che si

distanza dal foro». innesta l’ipotetico uso della Aristotele osservò inoltre che camera oscura da parte di
distanza dal foro».
innesta l’ipotetico uso della
Aristotele osservò inoltre che
camera oscura da parte di
l’immagine a forma di mezzaluna
Michelangelo Merisi, detto il

ALIAS 8 MARZO 2014

(9)

La padrona di casa di Caravaggio Caravaggio (1571-1610). Lo gli intentò causa luogo di culto, ma
La padrona di
casa di Caravaggio
Caravaggio (1571-1610). Lo
gli intentò causa
luogo di culto, ma anche la sua
scienziato che ispirò a Caravaggio
vastità ed orientamento, per
l’uso della camera oscura fu
per aver praticato
misurare sia il mezzogiorno vero -
probabilmente Giovan Battista
cioè la posizione che il sole al
Della Porta che, nel suo Magiae
un bel buco
mezzodì solare assume nella sua
Naturalis del 1589, scrive un
corsa est ovest dividendo così in
capitolo titolato: «Come alcuno
nel soffitto, la sua
due la durata del giorno - sia le
che non sappia depingere, possa
grandi scansioni astronomiche
disegnare l’effigie d’un huomo ò
«camera oscura»
come gli equinozi ed i solstizi;
d’altra cosa. Purché sappia
basti pensare alla festività
solamente assomigliare i colori».
pasquale: la regola stabilita nel
Qui il Della Porta insegna un
325 dal Concilio di Nicea ne
espediente ottico-meccanico che
sancisce la caduta la domenica
consente di riprodurre fedelmente
padrona di casa, che aveva citato
successiva alla prima luna piena
una figura mediante l’uso di uno
il Maestro in tribunale per un
dopo l’equinozio di primavera.
specchio concavo e di una lente
risarcimento di ottanta scudi,
Prima dell’avvento degli orologi
biconvessa.
comprensivo di debiti a danno del
il calcolo del mezzogiorno era
Secondo Roberta Lapucci,
«suffitto mio di detta casa che
dunque fondamentale per
specialista in restauro
esso ha rotto praticandovi un
scandire le parti della giornata e
all’Università di Firenze, che ha
foro».
della notte; non solo quelle
approfondito la relazione tra la
Nel celebre dipinto Santa Maria
dedicate alle varie funzioni
pittura di Caravaggio e l’uso della
e Santa Maddalena del 1598 si
religiose, inclusa la variabile
camera oscura: «Il Maestro,
vede chiaramente, riflesso nello
Pasqua, ma anche alle attività
quando proiettava dal modello
specchio convesso scuro, il foro in
secolari che a queste erano
vivente, probabilmente schizzava
oggetto, che risulta di forma
collegate.
velocemente le linee guida delle
quadrata, proprio come descritto
Le grandi meridiane a camera
sue composizioni mediante
nei Problèmata da Aristotele.
oscura sfruttano lo stesso
abbozzi o incisioni direttamente
principio dell’omonimo
sulla tela, oppure mediante
La meridiana
strumento ottico: all’interno della
tracciati (disegni?) di figure che
Ma la camera oscura serve anche
«camera», qui intesa come spazio
poi sembra avere in qualche
per misurare il tempo sacro e
della chiesa, viene tracciata una
modo riutilizzato per successive
profano trasformando l’apparente
linea di orientamento Nord Sud
proiezioni in altri dipinti, talvolta
movimento circolare del sole in
che riprende quella di un
eseguiti anche a distanza di
un moto lineare che oscilla tra i
meridiano terrestre. I meridiani,
diversi anni. In quest’ultimo caso
due solstizi del Cancro e del
com’è noto, sono linee
poteva però avvalersi anche solo
Capricorno. Se si entra nella
immaginarie che collegano i due
di specchi piani, proiettando non
chiesa di Santa Maria degli Angeli
poli, e sono tanti quanti i luoghi
più dal modello vivente ma dal
a Roma, o nella Basilica di San
che attraversano.
tracciato. Diversi esempi ci
Petronio a Bologna o nel Duomo
Il raggio solare entra nella
portano a ipotizzare che egli
di
Firenze, di Palermo o in quello
camera oscura attraverso una
utilizzasse un procedimento di tal
di
Milano, è possibile osservare, in
piccola apertura praticata sul
genere, perché talvolta queste
ognuna di queste grandi chiese,
soffitto, come in casa di
sagome ricompaiono intere o
una cosiddetta «meridiana a
Caravaggio, detta «foro
parziali, diritte o ribaltate
camera oscura»; tutte concepite in
gnomonico», la cui
destra-sinistra».
origine verso la fine del
perpendicolare disegna il cateto
Tra gli esempi: la posa del
Cinquecento, vennero poi
minore di un triangolo rettangolo
Ritratto del Wignacourt,
ulteriormente perfezionate nei
in cui il cateto maggiore è il
attualmente al Museo del Louvre,
secoli successivi sino al XVIII.
tracciato della linea meridiana e
è la stessa del carceriere nella
Si tratta di apparati che
l’ipotenusa, variabile, il raggio
Decollazione del Battista oggi alla
utilizzano la semioscurità del
inclinato formato dalla luce solare

Valletta (Malta) nella cattedrale di

A centro: San Petronio a Bologna, sotto: Bacco e Maria Maddalena di Caravaggio, a sinistra: Claude

nelle varie stagioni: il

mezzogiorno vero è esattamente il

momento in cui il raggio del sole

proiettato attraverso il foro

gnomonico forma un’ellisse il cui

asse si sovrappone alla linea

meridiana.

In queste grandi chiese, ma in

realtà in molte altre minori, le

meridiane a camera oscura sono

opere d’arte raffinatissime nelle

quali, al lato della linea

meridiana, è possibile vedere

splendidi marmi policromi

raffiguranti i segni zodiacali che

corrispondono alle varie stagioni

dell’anno, ed in alcuni casi, come

in quella concepita dal Cassini a

Bologna, una serie di declinazioni

che consentono complessi calcoli

astronomici.

Il nostro tempo è oramai

standardizzato, cioè viviamo

secondo fusi orari, ragione per cui

tranne che sui meridiani di

riferimento, nel nostro caso

Greenwich, il sole non transita

realmente al mezzogiorno

standard ma pochi minuti dopo o

prima, a seconda si sia ad Est o ad

Ovest di questo.

In concreto, chi volesse

osservare l’ellissi solare che si

sovrappone al centro della linea

meridiana deve attendere, a

seconda le stagioni, dai dieci ai

venti minuti dopo le dodici da

orologio, le tredici in ora legale,

per osservare il suggestivo

fenomeno.

Ovviamente, data l’inclinazione

dei raggi solari nelle varie parti

dell’anno, l’ellissi luminoso

apparirà più ovale nelle stagioni

invernali, sino all’estensione

massima in occasione del solstizio

di inverno, il 23 dicembre, e via

via come un disco in quelle

primaverili ed estive, sino a

palesarsi come un cerchio quasi

perfetto al mezzogiorno del 21

giugno, solstizio di estate.

La meridiana di Santa Maria

degli Angeli a Roma, forse la più

bella anche se non la più precisa

- che resta quella di Bologna - a

causa dei restauri di tipo estetico

ma non funzionale operati dal

Vanvitelli nel 1750, era

addirittura dotata di uno

«gnomone boreale», ora in

disuso, che consentiva di

misurare la data della Pasqua

attraverso l’osservazione della

stella polare; una buona ragione

per entrare in piena notte in

chiesa e farsi ispirare dalla

pallida luce dell’ellissi astrale a

ritrovare la propria stella

personale, l’Astrum in Homine di

cui parlava il grande astronomo

Giordano Bruno.

San Giovanni. Ancora, il grafico

utilizzato per l’Angelo del Riposo

della fuga in Egitto, ora a Roma

nella Galleria Doria Pamphilj,

riappare nel soldato - visibile solo

nelle radiografie eseguite negli

anni Cinquanta del secolo scorso -

del Martirio di San Matteo nella

chiesa, guarda caso, di San Luigi

dei Francesi. È opinione della

studiosa che la prima opera del

Maestro in cui è evidente l’uso di

lenti e specchi sia il Bacco

conservato agli Uffizi. Per quale

motivo? «Prima di tutto per il fatto

che il Bacco è mancino: tiene il

bicchiere con la mano sinistra.

Non vi sono precedenti in tal

senso. È chiaro che l’immagine è

frutto di una copia da una

proiezione. Se ribaltiamo

l’immagine a destra la figura

rappresentata appare assai più

naturale e a suo agio».

L’ipotesi di una vera e propria

camera oscura impiantata nello

studio romano di Caravaggio si

evince dall’inventario del 1605

della sua abitazione di vicolo San

Biagio in cui vengono citati «uno

specchio a scudo e undici pezzi di

vetro» (probabilmente delle lenti).

Tale inventario fu redatto in

occasione del processo intentato

all’artista da Prudenzia Bruni, sua

A centro: San Petronio a Bologna, sotto: Bacco e Maria Maddalena di Caravaggio, a sinistra: Claude

(10) ALIAS 8 MARZO 2014

SPORT POPOLARE Le sartine correvano per le strade di Parigi, in Italia tutte in bici e
SPORT POPOLARE
Le sartine
correvano
per le strade
di Parigi, in Italia
tutte in bici
e in tandem
della rivista ufficiale del

movimento internazionale

olimpico Révue Olympique,

perché le cose fossero chiare.

(10) ALIAS 8 MARZO 2014 SPORT POPOLARE Le sartine correvano per le strade di Parigi, in

Un affronto per la bretone

Milliat, alla guida delle società

sportive femminili francesi, che

  • di P.C.

sotto la sua spinta avevano deciso

di federarsi e costituire la Fsfs.

Sostenuta da un vasto

movimento sportivo femminile

●●● Furono le donne dei ceti

meno abbienti a buttarsi per

prima nella mischia dello sport e

non come si ritiene da più parti,

europeo, la francese Milliat,

chiese che le donne fossero

ammesse a gareggiare nell'atletica

leggera, ma l'opposizione di de

Coubertin fu ferma, sostenuto

che le prime donne a cimentarsi

nelle gare furono esponenti

dell'aristocrazia. A Parigi,

durante il periodo della Belle

Époque, furono le sartine ad

com'era da James Sullivan

rappresentante del comitato

olimpico degli Stati Uniti, e per

questo fu accusato di misoginia.

animare la corsa indetta dal

giornale Le monde sportif, gara

che si snodava lungo un

percorso che dalle Tuileries

«I GIOCHI OLIMPICI DEVONO ESSERE RISERVATI AGLI UOMINI», DE COUBERTIN

(10) ALIAS 8 MARZO 2014 SPORT POPOLARE Le sartine correvano per le strade di Parigi, in

SPORT

(10) ALIAS 8 MARZO 2014 SPORT POPOLARE Le sartine correvano per le strade di Parigi, in

UN CULTURALE MASSAGGIO

IN CAMPO PIONIERE DI INIZIO NOVECENTO

Olimpiadi delle donne

la battaglia vincente

dell’atleta Alice Milliat

(10) ALIAS 8 MARZO 2014 SPORT POPOLARE Le sartine correvano per le strade di Parigi, in

Achille Bonito Oliva è un uomo veloce,

anzi di più, scattante e sorprendente così

I primi Jeux Olympiques Féminins

Questi sport praticati dalle donne

costituirebbero uno spettacolo

Alice Milliat, attiva nel

movimento femminista

internazionale e sostenuta dalle

procedeva per l'Avénue Armée

fino all'Avénue de Nuilly, a

Nanterre. Correvano per

come la sua nuova e bella trasmissione Fuori

quadro (12 puntate tematiche sull’arte

contemporanea in onda tutte le domeniche

alle 13.25 su Rai 3) di cui mi parla con ritmo

supersonico, quasi inintelligibile, per

telefono: «voglio massaggiare il muscolo

della sensibilità collettiva con una

trasmissione di formazione e non di

informazione che attraverserà tutti i

linguaggi del contemporaneo, dalle arti

visive alla performance, dall’architettura al

cinema, al video, alla musica. L’arte puntata

sul mondo come diceva Picasso». Ogni

settimana, Bonito Oliva, ideatore e

conduttore della trasmissione, scritta con

Cecilia Casorati, Paola Marino e

Alessandro Buccini regia di Domenico De

Orsi, sviluppa un tema, analizzandolo

attraverso indagini e riflessioni storiche e

critiche, immagini inedite per la tv

generalista, interviste con personalità

italiane e straniere: artisti, direttori di

museo, critici, collezionisti, musicisti, registi.

Le puntate, della durata di 30 min. ognuna,

presentano inserti di video arte e focus su

opere di arte contemporanea

rappresentative del tema. Ciascuno degli

appuntamenti comprende: il critico che

spiega, l’artista che crea, il museo che

storicizza, il collezionista che tesaurizza, il

gallerista che espone, i media che

celebrano, il pubblico che contempla. Dopo

«In totale», «Siamo tutti nervosi» e «L’arte

serve» andati in onda nelle prime tre

puntate, domani l’argomento sarà: «Arte

pubblica»: come struttura interagente con

lo spazio della città, inciampo felice per lo

sguardo dei passanti, con esempi significativi

di arte pubblica degli ultimi 40 e alcune

incursioni nel passato, ospiti: Massimiliano

Fuksas, Cesare Pietroiusti, Fausto Delle

Chiaie; poi verranno: «Le Tribù dell’arte»

un fenomeno caratteristico degli anni 70,

nate nelle grandi città dominate

dall’anonimato e dalla standardizzazione

sociale (ospiti: Jimmie Durham, Miltos

Manetas, Clemens vonWedemeyer); «I

depositi del bello», l’evoluzione del

museo nella contemporaneità: da spazio

della celebrazione eterna a contenitore

temporaneo e lavanderia dell’arte,

capace di assorbire e dissolvere scandali

e sovversioni (ospiti: Jannis Kounellis,

Vicente Todoli, Guido Guerzoni); «Il

bello del quotidiano» arte come modus

vivendi, modalità alternativa di agire e di

pensare il mondo (Futurismo), capacità

di trasformare i luoghi del quotidiano

(Metropolitana di Napoli), (ospiti:

Alesssandro Mendini, Oliviero Toscani,

Arturo Scharwz); «Red Carpet» artisti

e «archistar» che assumono ruoli da

protagonisti mediatici mutuando questo

atteggiamento dai divi Hollywoodiani e