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I Savoia e La Sardegna

I Savoia e la Sardegna

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I Savoia e la Sardegna

La Sardegna agli Asburgo che la cedono ai Savoia ed inizia la lunga


dominazione sabauda

In questa pagina vedremo come nel 1713 con il trattato di Utrecht la Sardegna viene
assegnata agli Asburgo che nel 1720 con il trattato dell’Aia la cedono ai Savoia e con questo
inizia il lungo periodo della dominazione sabauda.

Il contrasto tra Filippo V e Carlo III di Spagna con la cessione della Sardegna agli Asburgo

Nel 1700 Carlo II di Spagna muore senza eredi e, per sua disposizione
testamentaria, viene proclamato re, in quanto nipote di Maria Teresa di Spagna sorella di
Carlo II, il figlio di Luigi di Borbone delfino di Francia, che è il diciassettenne Filippo di Borbone
duca d’Angiò, nato a Versailles il 19 dicembre 1683 e che morirà a Madrid il 9 luglio 1746. A lui
viene posta la condizione di rinunciare per sempre ai suoi diritti e quelli dei suoi discendenti
sulla Corona francese, ed egli viene proclamato re a Madrid il 18 febbraio 1701 con il nome
di Filippo V di Spagna. Temendo l’unione di Francia e Spagna, si forma una coalizione tra
Inghilterra, Olanda ed Austria, e nel 1703 il principe Carlo d’Asburgo, figlio secondogenito di
leopoldo I d’Asburgo e della sua terza moglie Eleonora del Palatinato-Neuburg, nato a Vienna
l’1 ottobre 1685 e che morirà a Vienna il 20 ottobre 1740, ricusa il testamento ed inizia la
guerra. Gli alleati si muovono subito e, dopo alcuni successi iniziali delle truppe franco
spagnole, il pretendente Carlo d’Asburgo arciduca d’Austria, ha la meglio sbarcando a
Barcellona dove si fa proclamare re il 7 novembre 1705 col nome di Carlo III di Spagna dai
Catalani, Aragonesi, e dagli altri che formano il nucleo continentale dell’antica Corona
d’Aragona. Da questa contrapposizione nasce la guerra di successione fra Spagna e Francia
da una parte, e dall’altra Austria, Prussia, Inghilterra, Olanda, Portogallo, il Ducato di Savoia e
il principato di Piemonte, ossia dagli alleati.
Durante la guerra di successione fra Spagna e Francia si sviluppano le due fazioni in
Sardegna
Nell’agosto del 1706 il Portogallo, entrato a sua volta nella coalizione, fa penetrare le sue
truppe in Spagna giungendo ad occupare Madrid, anche se per poco tempo. Nel 1707 si ha
una lieve ripresa delle truppe di Filippo V, ma la guerra continua volgendo invece in favore
della coalizione che sostiene Carlo III. Infatti nel 1708 gli alleati ottengono una grande vittoria a
Oudenarde che sembra decisiva per le sorti della guerra. La Sardegna si divide in due fazioni,
a favore dell’uno o dell’altro, e nel 1708 un contingente militare anglo olandese agli ordini degli
Asburgo, composta da quaranta vascelli, si presenta nel Golfo di Cagliari, che, dopo un furioso
bombardamento navale, si arrende il 13 agosto. Occupano il Castello di Cagliari a nome e per
conto di Carlo III, e l’Imperatore d’Austria vi insedia un suo vicerè, aprendo le porte alla
conquista dell’Isola. Il 16 agosto viene nominato vicerè il filoasburgico Fernando de Silva conte
di Cifuentes, che immediatamente chiede la consegna delle chiavi di tutte le città e paesi del
regno, e poi pretende nuove tasse dai sudditi ed ordina il sequestro dei patrimoni di chi si era
opposto alla conquista dell’Isola, mentre ai partigiani che avevano facilitato l’invasione
vengono profusi titoli e benefici. Il 7 ottobre dello stesso 1708 i maggiorenti del regno, in una
fastosa cerimonia nel duomo di Cagliari, giurano fedeltà al re Carlo III. Intanto Filippo V inizia
una controffensiva, ed in breve tempo la situazione in Spagna, dove il popolo è a lui
favorevole, viene ribaltata e le truppe di Carlo III vengono poste in difficoltà.
Il tentativo di sbarco dei legittimisti sardi a Terranova
La maggior parte degli esponenti del partito legittimista fuggono in
Spagna. Da Madrid gli esuli, guidati da Vicente Bacallar y Sanna noto come Vincenzo
Bacallar Sanna appartenente a una nobile famiglia sarda proveniente da Valencia nato a
Cagliari il 6 febbraio 1669, che era stato nominato governatore del capo di Cagliari e di Gallura
e governatore militare della Sardegna, e da Juan Francisco Pacheco Tchéllez-Gir n noto
anche come Duca di Uzeda nato a Madrid l’8 giugno 1649, tentano nel 1710 di organizzare
una controffensiva a favore di Filippo V. Il piano d’invasione doveva essere un’azione a
sorpresa, con lo Sbarco a Terranova da parte di un contingente di mille uomini, lo sbarco di
Duecento fanti sul litorale della rocca di Castel Aragonese, e lo sbarco della rimanente
soldatesca nel porto di Torres, per l’assedio alla piazzaforte di Alghero. Iniziate le operazioni il
10 giugno, la battaglia si protrae con esito incerto, quando alle spalle degli invasori
sopraggiungono mille soldati agli ordini dell’ammiraglio Norris, sbarcati alcune ore prima a
Terranova dalla flotta inglese che veleggia nelle acque della Sardegna per contrastare gli
Spagnoli. Gli invasori, stretti in una morsa, bloccati di fronte e assaliti alle spalle con ai lati una
barriera di montagne di difficile accesso, non rimane che la resa il 16 giugno 1710.
Il trattato di Utrecht del 1713 consegna il possesso della Sardegna agli Asburgo
Intanto in Spagna sempre nel 1710 Filippo V riconquista Madrid attestandovisi saldamente.
Nel 1711 muore Giuseppe I d’Asburgo che era divenuto imperatore dopo leopoldo I, e suo
fratello Carlo diviene Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo sesto.
L’Inghilterra domina in lungo e in largo nel Mediterraneo, arrivando fino ad occupare Gibilterra,
e riuscendo a sbarcare a Barcellona. Nel marzo e aprile del 1713, con il Trattato di Utrecht e
l’anno successivo con il Trattato di Rastadt a Filippo V viene concesso di rimanere sul trono
di Spagna, ma deve cedere il possesso di Minorca e Gibilterra alla Gran Bretagna; quello dei
Paesi Bassi, di Napoli, del Ducato di Milano e della Sardegna, agli Asburgo; e la Sicilia e una
parte del milanese alla casa Savoia. Il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, ottiene, quindi, il
regno di Sicilia con il relativo titolo regio. La Sardegna viene assegnata all’Austria e diviene,
comunque, una delle principali pedine di scambio, per il successivo riassetto degli equilibri
europei.

La cessione della Sardegna dagli Asburgo ai Savoia


Dopo il trattato di Rastadt proseguono i contrasti fra Spagna e Francia ed Inghilterra. A quella
data non vi è ancora una formale dichiarazione di guerra ma la tensione fra i paesi è piuttosto
alta.
La guerra ldella Quadruplice Alleanza contro la Spagna

Il 2 agosto 1718 viene costituita la Quadruplice alleanza fra il Sacro Romano


Impero, il regno di Francia, il regno della Gran Bretagna e la repubblica delle Sette Province
Unite, la quale richiede alla Spagna il ritiro delle sue truppe dalla Sicilia e dalla

Sardegna. Ma Filippo V non accetta e, sostenuto dal suo primo ministro,


il Cardinale Giulio Alberoni riprende le ostilità nel tentativo di riappropriarsi della Sicilia e
della Sardegna. Comandata dall’ammiraglio Stefano Mari, una flotta di centodieci navi
cannoneggia Cagliari, mentre ottomila soldati sbarcano sulla spiaggia del Poetto. ed, il 29
agosto 1717, la cillà si arrende. Un anno dopo gli Spagnoli riescono a prendere anche la
Sicilia. Il conflitto aveva visto fronteggiarsi le quattro potenze europee, Gran Bretagna,
Francia, Austria e Paesi Bassi, contro la Spagna di Filippo V e del cardinale Alberoni. La
Spagna uscirà sconfitta dalla guerra, principalmente grazie all’intervento della flotta inglese
che l’11 agosto 1718, nella battaglia di capo Passero al largo dell’estremità sud orientale
della Sicilia, distrugge gran parte di quella spagnola, rendendo difficile alla Spagna il sostegno
alle sue truppe sbarcate prima in Sardegna e poi in Sicilia.
Le trattative diplomatiche di londra del 1718 e dell’Aia del 1720 assegnano la Sardegna ai
duchi di Savoia
Segue un nuovo trattato di pace, il Trattato di londra del 1718, nel quale viene convenuto che
la casa Savoia cede la Sicilia all’Austria in cambio della Sardegna. In ottemperanza al trattato
di londra, viene sottoscritto l’Accordo dell’Aja dell’8 agosto 1720, che sancisce il passaggio
della Sardegna che viene assegnata ai Savoia. Dal 1720 tutti gli stati appartamenti a casa
Savoia, vanno a costituire il Regno di Sardegna, per il quale l’amministrazione statale
utilizzerà l’aggettivo Sardo in tutti gli atti del regno, e la cittadinanza dei sudditi sarà
quella Sarda, fino a quando non sarà sostituita, nel 1861, con il termine italiana. Cosi, i duca di
Savoia, all’eterna ricerca di un regno, riescono ad ottenerlo. Il titolo regio è, infatti, per l’antica
casata la realizzazione di un obiettivo antichissimo, perseguito con costanza e tenacia
attraverso i secoli. Quindi, solo con i Savoia, il Regnum Sardiniae et Corsicae, che era
uno Stato sovrano con un suo territorio, con un popolo ed un vincolo giuridico, diviene
uno Stato perfetto ossia dotato di somma potestà, ossia della facoltà di stipulare
autonomamente trattati internazionali. E viene, anche, ampliato territorialmente con gli stati
ereditari della casata. Ed i Savoia vengono, a pieno titolo, annoverati fra le grandi casate
d’Europa.
Breve storia del casato dei Savoia

Il capostipite della casa Savoia è stato Umberto


Biancamano detto altrimenti Dalle Bianche Mani o Dalle Mani Pulite, che nel 1032 ottiene
dall’Imperatore Corrado II di Franconia detto Il Salico o Il Vecchio, la concessione della conte
della Savoia, della valle francese della Moriana, e di Aosta. La capitale è situata a Chambery,
capoluogo della Savoia. Quindi, con varie successioni ereditarie, i Savoia ingrandiscono i loro
territori posti a cavallo tra le Alpi Occidentali. La conte di Savoia viene eretta in Ducato nel
1416, in seguito all’assegnazione del titolo ducale da parte dell’Imperatore Sigismondo di
Lussemburgo al conte Amedeo VIII di Savoia. Quindi, Amedeo VIII ed i suoi eredi, che
prendono il nome di Dinastia degli Amedei, assumono i titoli di Duchi di Savoia, Conti d’Aosta,
Moriana e Nizza, Conti di Asti e Principi di Piemonte. Nel 1416 ottengono anche il titolo
nominale, ma senza il territorio, di re di Gerusalemme, lasciato in eredità da Carlotta di
lusignano, che era stata regina di Cipro, regina titolare di Gerusalemme e d’Armenia, e
principessa d’Antiochia. Nel 1563, la capitale viene spostata, per meglio difendersi dagli
attacchi francesi, da Chambery a Torino da Emanuele Filiberto di Savoia detto Biòca 'd
fer ossia Testa di ferro, che ha anche promosso la costruzione di un complesso sistema di
fortificazione, detto Cittadella, che ancora oggi si può osservare. E nei secoli successivi,
riescono a difendere i loro territori dalle mire espansionistiche del regno di Francia, ed a
mantenere la propria autonomia.
La Sardegna nel periodo del Regno di Sardegna
La dinastia sabauda assume un’importanza fondamentale nella storia
piemontese, mantenendo il dominio sul Ducato prima, e poi sul Regno di Sardegna, dal 1720
fino all’unità d’Italia. Il Regno di Sardegna si allarga territorialmente, con l’apporto degli stati
ereditari della casata stessa, ed i re di Sardegna si fregiano dei titoli di: Duca di Savoia, di
Monferrato, Chablais, Aosta e Genova; Principe di Piemonte ed Oneglia; marchese d’Italia
Saluzzo, Susa, Ivrea, Ceva, Maro, Olistano, Sezana; conte di Moriana, Genova, Nice, Tenda,
Asti, Alessandria, Goceano; barone di Vaud e di Faucigny; Signore di Vercelli, Pinerolo,
Tarantasia, lumellino, Val di Sesia; Principe vicario perpetuo del Sacro Romano Imperio in
Italia; re di Cipro, di Gerusalemme, di Armenia. In questo periodo d’incertezza politica, tra il
1700 ed il 1720, quando la corona di Spagna lascia il regno ai sovrani sabaudi, le condizioni
economiche e sociali isolane sono però veramente deprimenti.

Vittorio Amedeo II di Savoia detto la Volpe Savoiarda che viene nominato re di Sardegna

In base all’accordo dell’Aja, nel 1720 Vittorio Amedeo II di Savoia detto La Volpe
Savoiarda, nato a Torino il 14 maggio 1666 e che regna fino alla morte a Moncalieri il 31
ottobre 1732, diviene, contando anche i sovrani catalani e spagnoli, il diciassettesimo re di
Sardegna. Egli il 10 aprile 1684 sposa Anna Maria di Orléans, figlia di Filippo di Francia duca
d’Orléans che era il fratello di Luigi undicesimoV di Borbone detto il re Sole. Dal matrimonio
nascono sei figli, Maria Adelaide, Maria luisa, Vittorio Amedeo, Carlo Emanuele, Vittoria
Francesca, e Vittorio Francesco Filippo. In seguito il 12 agosto 1730, dopo la morte di Anna
d’Orléans, sposa morganaticamente in seconde nozze Anna Canalis contessa di Cumiana,
dalla quale non nascono figli. Vittorio Amedeo viene considerato come un despota illuminato,
che amministra saggiamente tutti i territori del regno, e negli stati di terraferma attua una serie
di riforme, alcune delle quali molto avanzate per quei tempi, come l’istituzione del catasto.
La ricostruzione di Torino in stile barocco e la scoperta del Monte Bianco
Fa costruire a Torino, nel 1715, la Basilica di Superga, come ringraziamento alla Vergine
Maria, dopo aver sconfitto i Francesi che assediano Torino nel 1706. Fa, inoltre, ricostruire
l’antica capitale sabauda in stile barocco. Per questo, chiama a corte il grande architetto
messinese Filippo Juvara, uno dei principali esponenti del barocco che opererà per lunghi anni
a Torino come architetto di casa Savoia. E quindi Torino La città nella quale risiede la corte
del regno e nella quale si concentrano tutte le funzioni politiche, si abbellisce, divenendo una
città completamente barocca, con palazzi e Chiese molto belli, come quella di San Lorenzo, in
piazza Castello. Nel 1741, due giovani aristocratici inglesi, William Windham e Richard
Pocock, scoprono la bellezza dei ghiacciai di Chamonix, e le valli del Massiccio del Monte
Bianco diventano la destinazione preferita degli aristocratici inglesi. Poi, nel 1786, la guida
italiana Jacques Balmat effettua la prima scalata alla vetta del Monte Bianco, che sancisce la
nascita dell’alpinismo. Tutto questo porta una certa crescita economica nei territori dele vallate
alpine.
In Sardegna la repressione che alimenta l’appoggio della popolazione al banditismo
La Sardegna rimane senza controllo e la sua popolazione versa in un grave stato di miseria
diffusa. Nascono in questo periodo il banditismo e la criminalità rurale, dei quali la miseria
delle popolazioni è la causa prima, e che spingono il governo di Vittorio Amedeo II a tentare,
senza successo, di cederla in cambio di qualche altro possedimento. Non riuscendoci, deve
iniziare ad occuparsene. Pur passata sotto la dinastia dei Savoia, la Sardegna rimane un
regno autonomo, con tutte le sue istituzioni e i suoi privilegi.
Infatti il luogotenente di Vittorio Amedeo II, ossia Filippo Guglielmo Pallavicini barone di
Saint-remy, viene nominato il 2 settembre 1720 vicerè del Regno di Sardegna, al quale è
intestata una delle fortificazioni più importanti di Cagliari, edificata alla fine del diciannovesimo
secolo e chiamata appunto il Bastione di Saint-remy. Come vicerè egli giura agli Stamenti di
conservare le leggi e i privilegi concessi in epoca spagnola. Gli ordinamenti del periodo
spagnolo rimangono, quindi, in vigore, anche se il governo piemontese evita di convocare il
Parlamento, impedendo così alla nobiltà, al clero e alla borghesia di esprimere le esigenze
della popolazione. Durante il regno di Vittorio Amedeo II, la popolazione dell’isola vive in una
condizione di notevole arretratezza economica. Nei primi tempi, l’attenzione di Vittorio Amedeo
è diretta al controllo del territorio, per garantirne l’ordine interno. Il governo piemontese tenta di
risolvere la situazione del banditismo con Una forte azione repressiva come fa qualsiasi
governo di occupazione non gradito dalla popolazione. Invia, quindi, contingenti militari per
tentare di contrastare il banditismo, soprattutto nelle montagne del Logudoro e della Gallura.
Ma il banditismo continua a resistere, mentre gli interventi repressivi colpiscono la popolazione
dei villaggi, soggetta a perquisizioni ed arresti di massa. Aumenta quindi l’Appoggio della
popolazione al banditismo si tratta di una popolazione che ha subito secoli di dominazioni ed
oppressioni, e che vede i banditi come difensori del popolo in miseria. Le loro gesta vengono
cantate nelle poesie popolari, poiché rappresentano l’unica forma di ribellione alle prepotenze
delle classi dominanti e dello stato.

Carlo Emanuele III di Savoia detto il laborioso che viene nominato re di Saedegna

Dopo la morte di Vittorio Amedeo II nel 1732, il nuovo re è Carlo Emanuele III di
Savoia detto Il laborioso e soprannominato dai Piemontesi Carlin, nato a Torino il 27 aprile
1701 e che regna fino alla morte a Torino il 20 febbraio 1773. Egli sposa in prime nozze Anna
Cristina del Palatinato Sulzbach, dalla quale nasce il figlio Vittorio Amedeo Teodoro; in seguito
sposa in seconde nozze Polissena d’Assia Rheinfels Rotenburg, dalla quale nascono Vittorio
Amedeo che gli succederà sul trono, Eleonora Maria Teresa, Maria luisa Gabriella, Maria
Felicita, Emanuele Filiberto, e Carlo Francesco Romualdo; sposa infine Elisabetta Teresa di
lorena, dalla quale nascono Carlo Francesco Maria, Vittoria Margherita, e Benedetto Maria
Maurizio. Carlo Emanuele effettua opere di ammodernamento nel porto di Nizza, e nel vicino
porto di Villafranca.
Due sanguinose guerre che sconvolgono l’Europa
Il suo lungo regno viene coinvolto in due sanguinose guerre che sconvolgono l’Europa. La
prima è la Guerra di successione polacca iniziata nel 1733, dalla quale, dopo le vittorie in
località Crocetta presso Parma, ed a Guastalla, riesce ad ottenere alcuni vantaggi, dato che,
con il trattato di Vienna del 1738, gli viene imposto di abbandonare Milano, che aveva
conquistata, ma gli vengono lasciati alcuni territori a sua scelta, tra cui le langhe, il Tortonese e
Novara. Nella seconda, la Guerra di successione austriaca iniziata nel 1741, è decisamente
meno fortunato, e vede, ancora una volta, i suoi territori invasi dai Francesi. Perse alcune
battaglie, riesce però ad infliggere una pesantissima sconfitta ai Francesi, sulle alture
dell’Assietta, nel 1747, ottenendo nuovamente, con il trattato di Aquisgrana del 1748, la piena
sovranità sul Piemonte.
Carlo Emanuele affida ai tabarchini l’isola degli Sparvieri dove viene fondata la città
chiamata in suo onore Carloforte
Poco dopo l’inizio del suo regno, nel 1738 Carlo Emanuele organizza il trasferimento di un
centinaio di discendenti da un gruppo di pescatori liguri di Pegli che erano insediati nel paese
costiero di Tabarka nei pressi di Tunisi, e si erano stancati delle continue vessazioni. I suoi
abitanti, partiti nel 1542 da Pegli, oggi quartiere di Genova, al seguito dei lomellini, cospicuo
casato genovese dedito ai traffici che aveva avuto concessioni territoriali in quei luoghi, si
erano insediati sulla costa tunisina nell’isolotto di Tabarka presso il confine con l’Algeria, dove
pescavano corallo e si dedicavano a traffici e commercio, ed erano stati per questo
definiti Tabarchini. Negli ultimi anni a Tabarka era diminuito il corallo ed erano continue le loro
disavventure commerciali con i diversi rais governanti il territorio, la concessione dei lomellini
era diventata meno redditizia ed erano aumentati i dissidi con i rais che li rendevano liberi o
viceversa li facevano schiavi a seconda di chi regnava a Tunisi o ad Algeri in quel momento.
Per questo motivo, stanchi di queste vessazioni, nel 1738 alcuni tabarchini chiedono a Carlo
Emanuele un luogo per continuare in tranquillità i loro commerci, soprattutto di spezie e stoffe
pregiate, con il resto del Mediterraneo. L’intento del sovrano di Sardegna è quello di creare
centri fortificati allo scopo di allontanare dalla Sardegna i pirati che avevano trasformato alcuni
approdi sardi in loro covi, e l’Isola degli Sparvieri ossia la Accipitrum Insulla e che verrà in
seguito chiamata isola di San Pietro, era una delle terre da popolare. L’isola viene esplorata
nel 1737 da Agostino Tagliafico intraprendente mercante tabarchino che aveva ottenuto
l’incarico dal Viceré di Sardegna di elaborare un progetto di colonizzazione dell’isola di San

Pietro. Il 7 ottobre del 1737, i propositi di una nuova colonizzazione si


concludono con la stipulazione di un contratto di infeudazione tra il vicerché di Sardegna
marchese di Rivarolo, e don Bernardino Genoves conte di Cuglieri e Scano, uno dei più ricchi
feudatari del regno che si accolla le spese per l’insediamento della colonia, ottenendo in
cambio il titolo di duca di San Pietro. Al Tagliafico che aveva assunto l’incarico di Capitano di
Giustizia verrà dato il titolo di conte di San Pietro. Giunti nell’isola il 17 marzo 1738, i primi 462
coloni di cui 379 tabarkini e 83 provenienti direttamente dalla liguria, si mettono subito al
lavoro e viene fondata su progetto dell’ingegnere regio Augusto de la Vallée la città
chiamata Carloforte ossia il Forte di Carlo in onore di Carlo Emanuele.
La nuova politica di Carlo Emanuele che inizia a trattare la Sardegna come parte del regno

Carlo Emanuele rinuncia a considerare la Sardegna una terra di conquista e


comincia a trattarla come parte del regno, questo soprattutto dopo che, con la pace di
Aquisgrana, risulta chiaro che la Sardegna rimane al Piemonte. Dal 1759 il re affida al
conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino La direzione politica di tutti gli affari riguardanti la
Sardegna allo scopo di modificare le condizioni dell’Isola. Egli ottiene la limitazione dei poteri
del clero, razionalizza la magistratura e l’avvocatura, gli ospedali, il 19 settembre 1772
introduce il Servizio postale riordina l’amministrazione delle città e dei villaggi. Crea i Monti
granatici detti poi monti frumentari, cioè i magazzini comunali costituiti allo scopo di distribuire
ai contadini poveri con l’obbligo di restituzione, il grano e l’orzo di cui avevano bisogno per la
semina, che si rivolgevano a coloro che vivevano in condizioni di pura sussistenza quando,
per il bisogno, erano costretti a mangiare anche quanto doveva essere riservato alla semina,
oppure erano costretti a rivolgersi agli usurai. Il primo Monte Granatico di cui si ha notizia è
quello del villaggio di Terralba che risale al 1651, come risulta dal libro dell’amministrazione
parrocchiale conservato nell’Archivio Diocesano di Ales, diocesi che si distingue per la sua
funzione pionieristica. Nel 1760 stabilisce l’obbligo dell’uso della Lingua italiana in
sostituzione dello spagnolo nelle scuole e negli atti ufficiali. Nel Settore
dell’istruzione vengono riorganizzati gli studi universitari e le Scuole Medie, rimane però
irrisolto il problema del controllo della Chiesa sul settore dell’istruzione, e quello
dell’analfabetismo. Nel 1764 viene riaperta l’Università di Cagliari e l’anno successivo quella di
Sassari, entrambe create nel Seicento sotto Filippo III di Spagna, ma che erano state chiuse
dagli Spagnoli prima dell’abbandono dell’Isola. Architetti piemontesi realizzano il Palazzo
ducale di Sassari ed il nuovo palazzo dell’Università di Cagliari progettato dall’ingegnere
militare Saverio Belgrano di Famolasco per sistemare in un unico complesso il palazzo
dell’Università, il Seminario Tridentino ed il Teatro, quest ultimo mai realizzato. C’è anche una
ripresa dell’architettura ecclesiastica, con la realizzazione ad esempio della parrocchiale di
San Paolo Apostolo ad Olbia in stile gallurese.

Creazione di nuovi centri abitati


Lo spopolamento è favorito dal clima insalubre, ma soprattutto dal banditismo e
dall’insicurezza delle coste. Per risolvere il problema dello spopolamento, Vengono creati
nuovi centri abitati. Dopo Carloforte, nel 1771 viene fondata Calasetta e nel 1808 verrà
fondata Santa Teresa di Gallura. Altri tentativi di ripopolamento interessano le aree del salto
di Santa Sofia, di Montresta, dell’Asinara, del Salto di Quirra, ma non hanno successo,
mancando un progetto complessivo ed essendo i singoli interventi affidati a privati o feudatari.
Nonostante queste iniziative, non avviene però un sostanziale cambiamento della situazione
economica della popolazione, soprattutto per la opprimente presenza feudale, sulla quale non
si effettua alcun intervento. Ciò a dimostrare che il governo piemontese non ha una volontà
decisa di riformare la società isolana, e continua, invece, solo a Combattere il
banditismo nell’isola.

Vittorio Amedeo III di Savoia che viene nominato re di Sardegna

Nel 1773 sale al trono il primo tra i figli sopravvissuti di Carlo Emanuele III, nato
dalla sua seconda moglie Polissena d’Assia Rheinfels Rotenburg, che è Vittorio Amedeo III
di Savoia nato a Torino il 26 giugno 1726 e che regna fino alla morte a Moncalieri il 16 ottobre
1796. Egli sposa Maria Antonia di Borbone Spagna e da loro nascono dodici figli, ossia Carlo
Emanuele che gli succederà sul trono, Maria Elisabetta, Maria Giuseppina, Amedeo
Alessandro, Maria Teresa, Maria Anna, Vittorio Emanuele che succederà sul trono a Carlo
Emanuele, Maria Cristina, Maurizio Giuseppe, Maria Carolina, Carlo Felice che assumerà la
carica di vicerè di Sardegna sotto Carlo Emanuele e sotto Vittorio Emanuele, e Giuseppe
Benedetto. Subito dopo la Rivoluzione Francese La Francia repubblicana tenta di diffondere i
principi di Libertà, uguaglianza e fraternità in tutta l’Europa. Alleandosi con l’Austria, la
Spagna e la Prussia contro la Francia, Vittorio Amedeo III si espone alla vendetta dei
rivoluzionari francesi, che occupano la Savoia e Nizza. Il 15 maggio la pace di Parigi conferma
sostanzialmente i termini di un precedente armistizio, al Regno di Sardegna viene nuovamente
riconosciuta la sovranità sulla città di Alba, che si era costituita in autonoma repubblica
rivoluzionaria.
I moti antifeudali del 1783 in Sardegna
Durante il suo regno, in Sardegna aumenta, in modo spropositato, la pressione fiscale. In
questa situazione, la povertà non si riduce ed il malcontento accresce i movimenti di rivolta.
Per la prima volta, dopo secoli, la popolazione dell’isola decide di tornare a lottare per
conquistare condizioni di vita migliori. Iniziano continue ribellioni e sommosse, che
sconvolgono tutta la Sardegna, e si accentuano soprattutto con i primi grandi Moti antifeudali
e antipiemontesi del 1783. Nel 1789 numerosi villaggi rifiutano di pagare i tributi feudali,
provocando un nuovo intervento repressivo, in difesa degli interessi feudali, per riportare con
la forza l’ordine. Il movimento di protesta della popolazione comincia ad avere anche
l’appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l’effetto della

Rivoluzione Francese. Probabilmente a questo periodo risale, tra le altre


nuove tasse che vengono imposte, anche la Tassazione della produzione anche domestica
dei distillati che costringe la popolazione a nascondere nella campagna i barilotti
di Abbardente, acqua che arde, ossia di acquavite prodotta clandestinamente, segnando le
posizioni con un fil di ferro sporgente piegato a uncino a mò di segnale che permetteva di
individuarle e recuperarle agevolmente una volta cessato il pericolo. Da qui il nome Filu ’e
ferru che conserva ancora oggi l’acquavite sarda. Giuseppe Dessì in Paese d’Ombre La
definisce Fortissima acquavite che si usava per disinfettare le ferite, per prevenire la malaria e
specialmente le infreddature e vi si inzuppavano i succhiotti dei lattanti, che smettevano di
piangere e dormivano profondamente per ore, nelle loro Culle.
Le aggressioni dei pirati tunisini affrontati da Giò Agostino Millelire nel 1787

Iniziano, in questo periodo, anche le incursioni dei pirati tunisini. Il 15 aprile


1787 Giò Agostino Millelire nato a la Maddalena il 29 luglio 1758, piloto sulla regia mezza-
galera Beata Margherita, prende parte al violento scontro armato contro uno sciabecco
tunisino presso l’isola Spargi, nel quale egli si batte strenuamente, benché ferito, fino a
quando i barbareschi non sono piegati. Tanto che la relazione del comandante Matton de
Benevel riferisce di un combattimento fatto di assalti e speronamenti reciproci, e la fuga del
legno nemico nelle acque della Corsica per sottrarsi alla preda dei Sardi, abbandonando la
lancia di servizio. Per quel che riguarda l’apporto di Agostino nella circostanza, il comandante
relaziona che Del suo ferimento e dei segni più evidenti del suo valore, intrepidezza e sangue
freddo chiedo per lui un brevetto reale di Piloto degli armamenti leggeri. E quindi nel 1794,
oltre alla medaglia d’oro, viene promosso pilota di fregata. Nel 1816 ha l’onore di essere
nominato comandante dell’arcipelago di la Maddalena, col grado di Maggiore di Fanteria dato
che la Marina faceva allora parte di questo corpo. Nello stesso anno, Vittorio Amedeo III
permuta la sua medaglia d’oro in croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, il massimo
riconoscimento dell’epoca. Giò Agostino Millelire muore nella sua isola in quello stesso 1816.
Il primo tentativo di sbarco dei Francesi fino alla battaglia del Margine Rosso
Successivamente il 21 dicembre 1792, la flotta francese comandata dall’ammiraglio la Touche-
Trèville, si presenta nel golfo di Cagliari. L’8 gennaio 1793 le truppe francesi sbarcano
nell’isola di San Pietro, che ribattezzano Isola della Libertà, dove occupano Carloforte. Gli
abitanti decidono di nascondere la statua che era stata edificata in onore di Carlo Emanuele III
per proteggerla in caso di invasione, sotterrandola in un luogo sicuro, ed al suo posto viene
piantato il cosiddetto Albero della Libertà. A crisi rientrata la statua viene riesumata, ma
purtroppo un braccio si rompe, e da allora è rimasta così, monca. Il 14 gennaio 1793 i
Francesi occupano l’isola di Sant’Antioco. Il 13 febbraio c'è lo sbarco al Margine Rosso, sul
litorale di Quartu, di circa duemila Francesi, a cui si uniscono il giorno dopo altri duemila o
tremila uomini, ed in seguito c'è il tentativo non riuscito di un secondo sbarco all’altezza del
colle di Sant’Elia per effettuare l’attacco al porto di Cagliari. Sino alla notte
decisiva, tra il 13 e il 15 febbraio, nel corso della quale si svolge la cosiddetta battaglia del
Margine Rosso nel corso della quale si verifica la tumultuosa ritirata delle truppe francesi.
Secondo il piemontese ufficiale della marina sarda Vincenzo Balbiano nato a Chieri il 15
marzo 1729 come primogenito di Ludovico Alberico marchese di Colcavagno e governatore di
Susa, nominato vicerè di Sardegna nel 1790, i Francesi marciando lungo la spiaggia del
Poetto si erano portati a bandiere spiegate sino alle pendici del monte Urpino, distante poche
centinaia di metri dalle mura della città, dove erano stati affrontati da 500 miliziani. Le truppe
miliziane avevano vacillato, poi era arrivato in loro soccorso un contingente di mille uomini
sotto la guida di Girolamo Pitzolo e Vincenzo Sulis dei quali parleremo anche più avanti, ed
anche truppe regolari come un distaccamento di Dragoni ed altri reggimenti. Comunque fosse,
era bastato qualche colpo di un cannone di campagna per spingere i Francesi a una fuga
disordinata. Più articolata la versione del sacerdote Tommaso Napoli che aveva seguito gli
scontri dalle finestre del Collegio di San Giuseppe, il quale enfatizzando l’entità dello scontro
mette sopratutto in luce il valore dei Sardi. Una terza versione di parte francese sostiene si sia
verificato un ammutinamento nel campo degli occupanti, infatti il comandante francese
generale Casabianca afferma che Verso la metà della notte, questa brigata che la paura di
essere sorpresa ha tenuto sveglia, pensa di rientrare al campo senza por tempo in mezzo.
Cadesu una compagnia che, presa alla sprovvista, crede di avere a che fare con dei nemici e

spara un colpo di cannone per dare l’allarme. A questo punto si genera un


panico spaventoso. I soldati si gettano sulle loro armi e fanno fuoco. La terza brigata risponde;
tre ufficiali e numerosi soldati sono uccisi; tutti sono spaventati, e dei vili, come se ne trovano
sempre in casi simili, gridano al tradimento e si salvano di corsa verso il mare, dove qualcuno
di loro si getta. L’idea che, a sentire Vincenzo Balbiano, la rotta dei francesi fosse dovuta
al Favore del Cielo, prende comunque forma dando vita a una lunga tradizione poi confluita
nella celebrazione della Festa di Sant’Efisio, quando i Cagliaritani avrebbero sciolto un doppio
voto al Santo, quello originario risalente alla pestilenza del 1656, e quello del 1793, quando la
città aveva implorato il suo Santo di salvarla dalla peste rivoluzionaria.
Il nuovo tentativo di sbarco dei Francesi guidati da Napoleone Bonaparte

Comunque, mentre Cagliari subisce il bombardamento delle truppe francesi,


attacca il nord della Sardegna l’allora sconosciuto tenente di artiglieria Napoleone Bonaparte.
Il 22 febbraio 1793 una flotta di 23 unità salpa da Bonifacio in Corsica ed assalta l’isola la
Maddalena, difesa da Agostino Millelire. Nella prima giornata di assedio vengono sparate
cinquemila cannonate e cinquecento bombe di mortaio. Nella notte del 24 febbraio il
luogotenente di vascello Domenico Millelire fratello minore di Agostino nato a la Maddalena
nel 1761, sbarca con un lancione, sei uomini e due cannoni nei pressi di Palau ed inizia a
sparare sulla flotta francese. La flotta si sposta, e Millelire sposta, con l’aiuto dei pastori, i
cannoni continuando l’attacco, finche La flotta francese deve battere in ritirata. Si ricorda
ancora oggi la sua vittoriosa resistenza alla flotta napoleonica. Con un’abile campagna di
propaganda, aristocratici ed ecclesiastici convincono la popolazione della pericolosità dei
Francesi, che indicano come nemici della religione, violenti e schiavisti.

La propaganda ottiene l’effetto voluto, ed i volontari sardi respingono le


truppe francesi. La paura di essere rigettati in mare, spingono, il 28 febbraio, i Francesi a
reimbarcarsi frettolosamente, e ad abbandonare l’Isola, lasciando solo una guarnigione di 700
soldati nelle isole sulcitane. E mentre, nelle acque di Cagliari, secondo la tradizione protetta da
Sant’Efisio, le mire francesi naufragano, vengono liberate anche Carloforte e Sant’Antioco.
Questi episodi resistenza all’attacco francese, proprio mente le truppe piemontesi incontrano
serie difficoltà sulla terraferma, creano l’illusione che il governo piemontese possa concedere
alle classi dirigenti sarde una gestione più autonoma dell’Isola.
I delegati inviati a Torino dagli Stamenti con le cinque domande
Le classi dirigenti, in gran parte ancora di mentalità feudale e con costumi spagnoli, chiedono
garanzie di autonomia a Vittorio Amedeo III, ed in particolare, chiedono il riconoscimento dei
privilegi da sempre accordati alle istituzioni sarde, in particolare al Parlamento degli Stamenti,
ove sedono i rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città. Gli Stamenti decisero di
inviare le cinque domande non attraverso il vicerè in Sardegna ma direttamente al sovrano,
approntando una delegazione che parte il 17 agosto 1793. La delegazione è composta da sei
persone provenienti da tutti e tre gli Stamenti, per lo Stamento ecclesiastico monsignor
Aymerich ed il canonico Piero Maria Sisternes, per lo Stamento militare gli avvocati Girolamo
Pitzolo e Domenico Simon, e per lo Stamento reale gli avvocati Maria Ramasso e Antonio
Sircana. In particolare l’avvocato Girolamo Pitzolo, nato a Cagliari il 2 gennaio 1748, aveva
guidato l’esercito Sardo nella difesa di Cagliari al tempo della battaglia del Margine Rosso. La
delegazione si reca a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III richieste precise, sintetizzate
nelle cosiddette Cinque domande che costituivano una piattaforma di stampo autonomistico
che gli Stamenti sardi, autoconvocatisi dopo la vittoria contro i Francesi, avevano elaborato
mediando le rivendicazioni provenienti dalla nobiltà e dall’emergente borghesia professionale
sarda. In esse si richiedevano la concessione di un vero programma costituzionale, la
convocazione del Parlamento mai più convocato dall’arrivo dei Piemontesi, la riconferma degli
antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto la popolazione sarda, la nomina negli impieghi
civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di Sardi, l’istituzione a Torino di un
Ministero per la Sardegna ed a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I
delegati vengono tenuti a Torino in attesa per mesi, senza ottenere risposte, mentre in
Sardegna cresce la tensione. Al rifiuto di Vittorio Amedeo III di prendere in considerazione le
proposte del Parlamento sardo, scoppia una rivolta a Cagliari.
I tumulti popolari a seguito della sanguinosa repressione
La scintilla che fa esplodere la contestazione è l’arresto, ordinato dal vicere Vincenzo
Balbiano, di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio
Pintor. L’arresto di sembra l’inizio di un’azione repressiva su larga scala del governo
piemontese. Matura la decisione di cacciare i Piemontesi dalla Sardegna. Siamo al 28 aprile
del 1794 La popolazione insorge in quelli che verranno ricordati come i cosiddetti Vespri Sardi,
con l’insurrezione popolare nei quartieri di Stampace, Marina e Villanova. Questa data è
ricordata come Sa dì de S’acciappa, ossia il giorno della cattura. Gli insorti conquistano
Castello e il Palazzo viceregio. Il 7 maggio 1794 si verifica lo Scommiato, ossia la cacciata
dalla città da parte della popolazione inferocita tutti i 514 funzionari continentali, compreso il
viceré Vincenzo Balbiano, che nel mese di maggio di quell’anno vengono imbarcati con la
forza e cacciati via dall’Isola, ma esclusi l’arcivescovo di Cagliari e gli altri prelati. Nel mese di
luglio 1794 l’iniziativa della reazione passa ai Sardi. Vengono designati alle maggiori cariche
del regno quattro alti funzionari sardi, fedeli ai Savoia e decisi a restaurare l’ordine, e sono il
magistrato Gavino Cocco reggente la reale Cancelleria, l’avvocato Girolamo
Pitzolo intendente generale, Antioco Santuccio governatore del capo di Sassari e del
Logudoro, ed il marchese della Planargia Gavino Paliaccio generale delle armi.

Passato un paio di mesi, il 6 settembre, bene accolto dalla popolazione, giunge a


Cagliari il nuovo vicerché Filippo Vivalda. Nei primi mesi del 1795, in sintonia con il nuovo
incaricato degli affari di Sardegna, Girolamo Pitzolo e Gavino Paliaccio progettano una
sanguinosa repressione, inviano a Torino liste di proscrizione dei membri del partito patriottico,
adottano provvedimenti polizieschi e intimidatori nei confronti dei deputati agli Stamenti. Poco
dopo, nel mese di luglio, gli esponenti del partito patriottico iniziano una campagna di denuncia
contro il progettato colpo di stato dei realisti, a capo dei quali stanno Girolamo Pitzolo e
Gavino Paliaccio. Gli Stamenti, in seduta congiunta, chiedono senza esito al vicerché la loro
rimozione, ed in seguito, durante i tumulti popolari di reazione ai progetti di restaurazione,
Girolamo Pitzolo viene ucciso dalla folla davanti a Palazzo vicerègio il 6 luglio, e Gavino
Paliaccio il 22 luglio.
I moti antifeudali ed antipiemontesi guidati dal giudice Giovanni Maria Angioy

Con la rivolta urbana si intrecciano i moti antifeudali delle campagne. Ne nasce un


vero e proprio movimento rivoluzionario di stampo repubblicano. In questa situazione emerge
la personalità di Giovanni Maria Angioy nato a Bono il 21 ottobre 1751, giudice della reale
Udienza, il supremo organo giurisdizionale del regno. La sua azione in difesa della sua terra,
iniziata già nel 1793, durante le operazioni che hanno portato alla cacciata dall’isola delle
squadre navali francesi, emerge dopo la rivolta del 1794, quando diviene l’anima del Governo
Autonomo sardo. Tra il 1795 e il 1796 la nobiltà conservatrice di Sassari ed i feudatari del
Logudoro tentano di rendersi autonomi da Cagliari, per dipendere direttamente da Torino.
Allora Filippo Vivalda nominato nel 1794 nuovo vicerè dopo Vincenzo Balbiano, invia Giovanni
Maria Angioy a Sassari come suo vicario per riportare gli insorti all’obbedienza. Giovanni
Maria Angioy viene accolto dalle popolazioni ovunque come un liberatore e si trova presto in
contrasto con lo steso vicerè, quando invece di rappresentare gli interessi piemontesi fomenta

e dirige la Grande sollevazione popolare del 1796. Si tratta di un moto


giacobino e antifeudale che lo vede da Sassari guidare la marcia su Cagliari. La marcia, che
inizialmente sembra vittoriosa, viene fermata nel giugno del 1796 ad Oristano, dove viene
sconfitto e deve abbandonare l’isola rifugiandosi, l’anno successivo, a Parigi, dove morirà
esule nel 1808. Le rivolte, comunque, proseguono, seguite da una Sanguinosa
repressione che causa molti morti e moltissimi arresti. E ritornano, in Sardegna, il potere
feudale, le carestie e la forte pressione fiscale. Giovanni Maria Angioy rimane uno dei
principali personaggi della storia sarda, non c’è città in Sardegna che non abbia intestata a lui,
come a Eleonora d’Arborea, una strada o una piazza.
Francesco Ignazio Mannu scrive la Marsigliese Sarda

A seguito dei fatti del 28 aprile 1794, giorno in cui inizia la rivolta
che sarà poi guidata da Giovanni Maria Angioy, il poeta Francesco Ignazio Mannu nato a
Ozieri nel 1758, scriverà qualche anno dopo l’Innu de su Patriottu sardu a sos Feudatarios, più
noto con il suo primo verso Procurad ’e moderare, il principale e più appassionato canto contro
la prepotenza feudale dei proprietari terrieri, stampato clandestinamente in Corsica e diffuso
successivamente anche in Sardegna, che è diventato il canto di guerra degli oppositori sardi,
passando alla storia come la Marsigliese Sarda. A ricordo di questi eventi, il 28 aprile di ogni
anno si festeggia Sa die de Sa Sardigna, ossia Il giorno della Sardegna. Si tratta di una Festa
istituita dal Consiglio regionale il 14 settembre 1993 come Festa del popolo sardo, a ricordo
dell’insurrezione popolare del 28 aprile 1794, con il quale si allontanarono da Cagliari i
Piemontesi e il vicere Balbiano.
Gli ultimi anni di Vittorio Amedeo III
Nelle campagne piemontesi i contadini, protestando per le pessime condizioni delle campagne
soggette alle devastazioni della guerra ed alle tasse sempre maggiori, danno vita a vere e
proprie bande armate che saccheggiano a più riprese il territorio sabaudo, proclamando
effimere repubbliche e venendo respinti con ferocia dai soldati ormai incapace di gestire una
situazione del tutto sfuggita di mano. Vittorio Amedeo III, isolato e condannato da tutti, anche
dai suoi più fedeli sostenitori di un tempo, colpito da apoplessia, muore
settantenne lasciando un regno allo sfascio economico, con le casse completamente
svuotate, privato di due province fondamentali ossia la Savoia e Nizza, e devastato dalle
correnti rivoluzionarie.

Carlo Emanuele IV di Savoia detto l’Esiliato che viene nominato re di Sardegna

alla morte di Vittorio Amedeo III il 16 ottobre 1796 gli succede il figlio
primogenito Carlo Emanuele IV di Savoia detto L’Esiliato, nato a Torino il 24 maggio 1751 e
che regna fino all’abdicazione nel 1802, per poi morire nello Stato Pontificio a Roma il 6
ottobre 1819. Dopo due anni di negoziati con il regno di Francia, il 21 agosto 1775 Carlo
Emanuele sposa per procura Maria Clotilde sorella di re Luigi decimosesto, mentre il
matrimonio vero e proprio viene celebrato il 6 settembre 1775 a Chambèry. Avendo un fisico
malaticcio ed essendo epilettico e psicologicamente fragile, Carlo Emanuele viene
profondamente provato dagli effetti della Rivoluzione Francese. Nel 1793 viene condannato a
morte il cognato re Luigi decimosesto, nel 1793 subisce la stessa sorte la cognata la regina
Maria Antonietta, dopo di che le truppe della repubblica francese fanno irruzione nei domini
che erano stati di suo padre Vittorio Amedeo III.
Le aggressioni dei pirati tunisini
Durante il regno di Carlo Emanuele IV il sud della Sardegna deve affrontare le incursioni di
pirati tunisini e l’aggressione dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte. Nel settembre del
1798, circa cinquecento corsari, capeggiati dal Rais Mohamed Rumeli assaltano l’isola di San
Pietro mettendo a ferro e fuoco Carloforte e riducono in schiavitù 933 abitanti che vengono
portati a Tunisi, mentre a Cagliari non c’è neppure una nave piemontese da inviare in
soccorso, dato che la flotta staziona a la Maddalena. Solo nel 1803, dopo lunghe trattative in
cui intervengono grandi personalità politiche dell’epoca, con il pagamento di un cospicuo
riscatto i superstiti possono tornare nella loro terra. Con loro portano il simulacro
della Madonna dello Schiavo che il viceparroco Nicolò Segni, detto U previn cioè il piccolo
prete, anch’egli schiavo ma volontario per assistere la sua gente, vuole portare con sé, dopo
che è avvenuto il suo ritrovamento da parte di Nicola Moretto anch’egli schiavo.
Successivamente, l’anno successivo, un’altra spedizione tunisina assalta la Maddalena
mentre le navi sarde sono in missione, ma l’isola viene salvata dall’eroismo dei suoi abitanti
comandati da Agostino Millelire che è diventato capitano del porto, il quale organizza con
successo la difesa dell’abitato, guidando la popolazione civile e la piccola guarnigione contro
una flottiglia barbaresca, che aveva cercato di sbarcare nell’isola con il solito intento di
saccheggiare e catturare schiavi.
A seguito dell’invasione francese Carlo Emanuele IV lascia Torino e trasferisce a capitale
a Cagliari

Nel 1798, attaccato da Austria, Inghilterra e Russia, il generale del corpo


d’armata Napoleone Bonaparte propone la costituzione di un’alleanza con il Regno di
Sardegna, che Carlo Emanuele IV però rifiuta. Allora Napoleone, dopo aver conquistata la
Lombardia e creato le repubbliche Cispadana, Cisalpina, ligure e Romana, fa invadere il
Piemonte dal generale Joubert, e il 10 dicembre 1798 costituisce la repubblica Piemontese. A
seguito dell’invasione francese, Carlo Emanuele IV con la famiglia reale lascia Torino e parte
per Livorno, da dove, il 24 febbraio 1799 Salpa per Cagliari dove giunto il re pubblica una
protesta contro l’abdicazione strappatagli con la violenza e si installa nel palazzo regio, che
diventa a tutti gli effetti la capitale del regno. Ciò comporta un ulteriore aumento delle tasse per
sostenere economicamente la corte, la quale resterà nell’isola fino alla definitiva restituzione
degli stati di terraferma. Non mancarono tuttavia, durante il soggiorno della famiglia reale a
Cagliari e nel quadro di una più generale pacificazione, alcune sollevazioni popolari, isolati
strascichi della Sarda rivoluzione di Giovanni Maria Angioy. Nell’isola si verificano quindi timidi
tentativi di insurrezione, ad opera di fra Gerolamo Podda, Francesco Cilocco e del parroco di
Torralba Francesco Corda. Sono tentativi che tentano di proclamare la repubblica Sarda, ma
gli insorti vengono uccisi in conflitto, o condannati al carcere a vita o a morte.
Il tentativo di insurrezione di Vincenzo Sulis e la sua condanna

Significativo è il tentativo dello scrittore Vincenzo Sulis che


aveva guidato l’esercito Sardo nella difesa di Cagliari al tempo della battaglia del Margine
Rosso ed era divenuto uno dei più stretti collaboratori del re. Egli è un Tribuno popolare amato
e seguito da quello che egli avrebbe definito il Popolaccio indomito. Una tale somma di potere
nelle mani di un singolo che, in virtù del proprio ascendente, comanda armati, guida le folle,
prende decisioni politiche, stabilisce se e come i Savoia possano sbarcare in Sardegna,
indubbiamente non torna gradita ala corte sabauda. Nel giro di soli sei mesi un accorto lavorio
priva Vincenzo Sulis del sostegno fornitogli dai suoi seguaci. Il 9 settembre 1799 venne
accusato di avere organizzato una congiura antimonarchica. Carlo Emanuele IV si allontana
dall’isola il 18 settembre 1799, lasciando come vicerè il fratello Carlo Felice, il quale offre per
la cattura di Vincenzo Sulis una taglia di 500 scudi. L’arresto, con l’accusa di Voler uccidere i
principi reali in una progettata visita alla tonnara di Portoscuso, avviene il 14 settembre,
quando dopo aver tentato una rocambolesca fuga notturna via mare a bordo di una feluca
sulla quale egli sperava di allontanarsi da Cagliari per trovare la salvezza in Corsica, viene
tradito per danaro da un suo cognato. Viene quindi arrestato, rinchiuso a Cagliari nella Torre
dell’Aquila, e gli si organizza un processo farsa per il quale è prevista la pena capitale. Però
Sulis, anche se prigioniero, è pur sempre un capopopolo, e quindi, per paura delle eventuali
conseguenze di una pena capitale, alla fine gli viene inflitto il carcere perpetuo da scontarsi ad
Alghero, dentro la Torre dello Sperone, che per questo prenderà il nome di Torre di Sulis.
Dopo un viaggio per mare di due settimane, scortato da un mezzo esercito, arriva ad Alghero il
5 maggio del 1800. Sulis rimane rinchiuso li, in condizioni disumane, ma tenterà di scappare
due volte. La prima volta nel giugno del 1801 taglia le sbarre nel foro del soffitto, a otto metri di
altezza, ma viene tradito dalle guardie che hanno fatto finta di assecondarlo solo per
prendergli dei soldi, e gli viene applicata una ulteriore restrizione con la catena ai

piedi. La seconda volta, dimostrando una forza di volontà fuori dal comune,
nel gennaio del 1811 finge di essere paralizzato. Sopporta senza fiatare ogni tentativo dei
medici di verificare l’assenza di reazione con spilloni nelle carni e candele accese. E quando
viene trasferito a Sassari nel mese di marzo, complice un fratello, fugge verso la Corsica nella
notte tra il 26 e il 27 dicembre. Ma, dopo che hanno minacciato di arrestare e decapitare tutti i
suoi parenti, si riconsegna spontaneamente. Uscirà dalla Torre dello Sperone, in un tripudio di
folla algherese, il 24 luglio del 1820, giorno del compleanno del successivo re Vittorio
Emanuele I, che finalmente gli concede la grazia.
La fine della repubblica Piemontese e l’instaurazione della repubblica Subalpina
Mentre Napoleone è in Egitto, tra l’aprile e il settembre 1799 si era svolta la campagna italiana
del generale Aleksandr Vasil’evič Suvorov, che alla guida dell’esercito russo-austriaco aveva
l’obiettivo di liberare dai Francesi la Svizzera e l’Italia del nord. In pochi mesi, Suvorov arriva
alle porte di Torino, mentre parallelamente si verifica una insurrezione della popolazione delle
campagne piemontesi che passerà alla storia come l’Ordinata massa cristiana guidata da
Branda lucioni, maggiore dell’esercito imperiale austriaco, che partecipa alla presa di Torino
ponendo fine alla repubblica Piemontese ed ha un ruolo decisivo nella liberazione della città,
la quale il 26 maggio 1799 accoglie Suvorov con una vera Festa di popolo. Le vittorie del
Suvarov danno a Carlo Emanuele la speranza di ricuperare il regno. Ma, dopo essere rientrato
in Francia, nel 1800 Napoleone scende nuovamente nella pianura padana valicando le Alpi,
annette gli Stati di terraferma dei Savoia alla Francia, e pertanto il Regno di Sardegna si riduce
alla sola Isola. Lo scontro decisivo avviene a Marengo, il 14 giugno 1800, e in questa battaglia
le truppe francesi riescono a prevalere. Occupano nuovamente Torino, destituendo
nuovamente il re ed instaurando la repubblica Subalpina.
Gli ulrimi anni di Carlo Emanuele
Carlo Emanuele IV si era allontanato dall’isola già il 18 settembre 1799, lasciando come vicerè
il fratello Carlo Felice. Lascia Cagliari e ritorna a Firenze, quindi deluso si reca a Roma e poi a
Napoli, dove la moglie Maria Clotilde si ammala di febbre tifoidea e muore in odore di Santità il
7 marzo 1802. Carlo Emanuele è distrutto dal dolore e tornato a Roma, colpito da crisi mistica,
il 4 giugno 1802, a Palazzo Colonna Abdica a favore di suo fratello Vittorio Emanuele che
è privo di discendenza diretta in quanto il suo figlio maschio Carlo Emanuele era morto a
Cagliari l’8 agosto 1799, e si ritira a vita privata, pur conservando il titolo regio e un assegno

annuo. Il re Carlo Emanuele, tuttavia, dopo un soggiorno a Roma torna in


Sardegna solo nel 1806. Nel 1804 il vicerè Carlo Felice istituisce a Cagliari la reale società
agraria ed economica, che continua la tradizionale politica di sostegno all’agricoltura avviata
dai Savoia. Durante quegli anni viene fondata Santa Teresa di Gallura, viene creato un
esercito e una flotta, impiantate industrie cartiere e laniere, potenziato il servizio postale.
Durante tutta la sua vita, Carlo Emanuele IV si è interessato molto alla restaurazione della
Compagnia di Gesù, che era stata soppressa nel 1773. Nel 1814, l’Ordine viene ripristinato e
dopo sei mesi, l’11 febbraio del 1815, Carlo Emanuele IV intraprende il noviziato da Gesuita, a
Roma. Vive nel noviziato fino alla morte, il 6 ottobre 1819, pochi mesi dopo la visita di Carlo
Alberto che sarà il futuro re, e viene sepolto nella Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale.

Vittorio Emanuele I di Savoia detto il Tenacissimo che viene nominato re di Sardegna

Dopo l’abdicazione di Carlo Emanuele IV il 4 giugno 1802, sale sul trono il


fratello Vittorio Emanuele I di Savoia detto Il Tenacissimo, che è il terzo figlio maschio di
Vittorio Amedeo III di Savoia e Maria Antonietta di Spagna. Nato a Torino il 24 luglio 1759,
regna fino all’abdicazione nel 1821, per poi morire a Moncalieri il 10 gennaio 1824. Il 21 aprile
1789 l’allora duca Vittorio Emanuele aveva sposato nel duomo di Novara l’arciduchessa Maria
Teresa d’Asburgo-Este, figlia di Ferdinando d’Asburgo-Este duca di Bresgovia, dalla quale
nascono cinque figli che sono Maria Beatrice, Carlo Emanuele, Maria Teresa, Maria Anna,
Maria Cristina, di cui però solo le quattro femmine sopravvivono fino all’età adulta. alla sua
salita al trono, Vittorio Emanuele però non prende possesso dei domini in Sardegna e
preferisce affidarli al fratello Carlo Felice, in qualità di vicerè. Nello stesso anno della sua
ascesa al trono, l’11 settembre 1802 il Piemonte viene annesso alla Francia, ponendo fine alla
repubblica Subalpina. Durante l’occupazione francese, gravissimi sono i danni recati al
patrimonio artistico. Le truppe francesi, mal equipaggiate e mal nutrite, durante l’occupazione
si danno spesso al saccheggio delle campagne e dei villaggi, depredando chiede e città, da
dove rubano inestimabili opere d’arte, che vengono inviate a Parigi, e dove requisiscono
oggetti sacri d’oro e d’argento, che verranno, in seguito, fusi e utilizzati a finanziare la guerra
d’invasione. Dopo quasi ottant’anni, Il Regno di Sardegna è rientrato nuovamente nei
confini dell’Isola dato che il regno di Piemonte e Sardegna rimane formato solo dall’Isola, e
ne è la capitale Cagliari. Vittorio Emanuele si trasferisce a Cagliari nel 1806, ed il 4 maggio
1807, con regio Decreto, istituisce nell’isola quindici prefetture, che sono Sassari, Alghero,
Tempio, Ozieri, Bono, Nuoro, Bosa, Laconi, Oristano, Tortolì, Sorgono, Mandas, Villacidro,
Iglesias e Cagliari. L’attività di governo di Vittorio Emanuele durante la sua permanenza a
Cagliari è minima, e gli Stamenti non si oppogono a nessuna sua decisione accettando anche
l’imposizione di nuove imposte.
La congiura di Palabanda

Ma la presenza del sovrano nell’isola non calma il malcontento generale che


sfocia nel 1812, in un anno ricordato ancora oggi come Su Famini de S’Annu Doxi, ossia la
fame dell’anno dodici, quando Cagliari e la Sardegna sono colpiti da una grande siccità, che
provoca una carestia con una epidemia di vaiolo. Il popolo esasperato decide di ribellarsi, i
congiurati si riuniscono in un podere di proprietà dell’avvocato Salvatore Cadeddu segretario
dell’Università, situato nella località di Palabanda, nella zona in cui oggi sorge l’Orto

Botanico. L’insurrezione chiamata la Congiura di Palabanda fissata per il 30


ottobre, prevede l’assalto alla caserma della real Marina, per entrare in Castello occupando i
luoghi più strategici, arrestare Giacomo Pes di Villamarina comandante militare della città,
ed espellere i cortigiani e i funzionari pubblici proteggendo il re e la sua famiglia. Ma la notizia
della cospirazione arriva al re, ed il colonnello allerta i militari che arrestano quasi tutti i

congiurati. Una lapide commemorativa della congiura è conservata nella piazzetta


centrale dell’Orto Botanico, e ricorda che dei congiurati Raimondo Sorgia e Giovanni Putzolo
vengono arrestati e impiccati; Gaetano Cadeddu, Giuseppe Zedda, Francesco Garau e
Ignazio Fanni, Giudicati in contumacia, subiscono la stessa condanna; a Giovanni Cardeddu e
ad Antonio Massa viene comminato l’ergastolo; Giacomo Floris e Pasquale Fanni vengono
condannati al remo a vita; gli altri congiurati vengono banditi dall’isola o esiliati all’interno; ed
infine Salvatore Cadeddu, catturato nell’iglesiente, viene impiccato il 2 settembre 1813 nella
vicina Piazza d’Armi. A Cagliari è stato realizzato il Portico dei Patrioti sardi dedicato ai
martiri di Palabanda, dove nel 1992 è stata posta dal Rotary Club di Cagliari una lapide in
marmo in ricordo degli undici eroi sardi.
Il ritorno di Vittorio Emanuele a Torino
Frattanto, Napoleone, dopo le folgoranti vittorie in Europa, e dopo la disastrosa ritirata dalla
Russia, nel 1813 viene sconfitto dalla sesta coalizione ed esiliato, il 6 aprile 1814, all’isola
d’Elba. Il mese dopo, il 2 maggio 1814, Vittorio Emanuele I Lascia Cagliari e parte per
tornare a Torino dove il 19 maggio entra, accolto trionfalmente dalla popolazione. Il fratello
Carlo Felice lo segue a Torino per un breve periodo, per poi ritornare l’anno seguente in
Sardegna con la moglie, mantenendo formalmente la carica di vicerè sino al 1821, pur
facendo rientro alla corte di Torino dopo breve tempo. Con il trattato di Parigi il 30 maggio
viene ripristinato il potere dei Savoia, e con il congresso di Vienna, il 4 gennaio 1815, vengono
annesse al Regno di Sardegna la città di Genova e tutta la liguria, assumendo la funzione di
Stato cuscinetto nei confronti della Francia. A Torino, Vittorio Emanuele I cerca di riportare il
regno agli antichi principi della monarchia assoluta, senza tenere conto dei nuovi valori
affermati dalla Rivoluzione Francese. Durante il suo regno, crea, nel 1814, su modello della
Gendarmeria francese, l’Arma dei Carabinieri. Il 16 agosto 1815, anche la regina Maria Teresa
raggiunge Torino, e a Cagliari il fratello minore del re, Carlo Felice, assume la carica viceregia.
L’editto delle Chiudende, con il quale vengono scardinati gli ultimi valori culturali del
popolo sardo

I Piemontesi sono interessati al più completo controllo del territorio ed allo


sfruttamento delle sue ricchezze. A tale scopo, il 6 ottobre 1820 Vittorio Emanuele promulga
il regio editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona, e sopra i tabacchi, nel
Regno di Sardegna. Con questo editto egli autorizza la chiusura con siepi o muri delle terre
comuni, consentendo quindi per la prima volta nella storia della Sardegna la creazione della
proprietà privata, e viene del tutto cancellato il regime della Proprietà collettiva dei terrenI
che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell’economia sarda fino dal
periodo nuragico ed era stato successivamente sempre confermato nella legislazione
dell’Isola. A ciò si aggiunga che le operazioni di chiusura avvengono in modo spesso illegale,
da parte di latifondisti o degli stessi Piemontesi, a danno della popolazione locale che non ha i
mezzi per costruire siepi o muri di divisione e deve subire quindi gli abusi dei proprietari più
grossi. Anche i pastori vengono fortemente danneggiati venendo notevolmente limitati gli spazi
aperti e destinati al pascolo. Questa imposizione di valori culturali estranei alla cultura
dell’Isola, da parte di quelli che vengono considerati invasori, con le evidenti conseguenze
anche di tipo economico, Per una popolazione che faceva dell’agricoltura comune e della
pastorizia su terreni comuni la sua fonte di vita contribuisce in modo determinante a un
ulteriore aggravarsi del fenomeno della ribellione e di conseguenza del cosiddetto banditismo
sardo.
Per non concedere la costituzione Vittorio Emanuele viene costretto ad abdicare

Gli ultimi anni del regno di Vittorio Emanuele sono sconvolto dai Moti
rivoluzionari che segnano l’inizio della stagione risorgimentale italiana. I primi subbugli sono
difficili da controllare, anche perché le rivolte sono segretamente appoggiate da un lontano
cugino del re, Carlo Alberto principe di Carignano, che in futuro salirà sul trono. Il capo dei
ribelli, Santorre Annibale Derossi detto SanTorre di Santa Rosa, si incontra con il principe di
nascosto ottenendo il suo appoggio, ma l’aiuto promesso viene meno proprio quando la rivolta
sta per scoppiare. Nel marzo del 1821, esplode pienamente la rivoluzione liberale, in larga
parte opera dei Carbonari, che reclamano una costituzione che faccia del Regno di Sardegna
un regno liberale e moderno. Vittorio Emanuele, con il suo modo di regnare, ha creato
ovunque malcontento, non solo in Sardegna con l’editto delle Chiudende, ma anche in
Piemonte. Egli, da sempre molto lontano dalle richieste liberali, non è mai stato propenso ad
accondiscendere ad esse. Per non concedere la costituzione, il 13 marzo 1821 abdica, e non
avendo che figlie femmine lo fa in favore del fratello minore Carlo Felice. Ma, poiché Carlo
Felice si trova in quel momento a Modena, Vittorio Emanuele affida temporaneamente la
reggenza a Carlo Alberto, che si dimostra estremamente liberale e segretamente favorevole ai
moti che stanno cambiando il volto del vecchio Regno di Sardegna, e quindi Concede la
costituzione senza attendere l’approvazione del re, il quale comunque la revocherà subito
dopo. Come reggente, Carlo Alberto riduce le quindici prefetture della Sardegna a Undici
province ossia Cagliari, Oristano, Iglesias, Isili, Sassari, Alghero, Ozieri, Tempio, Nuoro,
Cuglieri e Lanusei.

Carlo Felice di Savoia detto Carlo Feroce che viene nominato re di Sardegna

Dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele I il 13 marzo 1821, sale sul trono il


fratello Carlo Felice di Savoia soprannominato dai torinesi Carlo Feroce, che è il quinto figlio
maschio di Vittorio Amedeo III di Savoia e Maria Antonietta di Spagna. Nato a Torino il 6 aprile
1765, regna fino alla morte a Torino il 27 aprile 1831. Quale fratello minore di Carlo Emanuele
e Vittorio Emanuele, non era destinato alla successione al trono, e trascorse la sua infanzia
nella residenza paterna di Moncalieri senza alcuna formale istruzione negli affari di Stato. A
questo fatto possono, in certa misura, essere ricollegati alcuni suoi atteggiamenti nel
concepire e nell’esercitare il potere: il dommatismo della sua fede nell’origine divina
dell’autorità regia, il carattere ossessivo del suo atteggiamento risolutamente e
indiscriminatamente avverso a qualsiasi innovazione, il moralismo di tipo paternalistico come
metro di giudizio dei fatti politici, la proterva intolleranza di divergenze e di opposizioni. Il 6
aprile 1807 sposa a Palermo Maria Cristina di Borbone-Napoli, ma dal loro matrimonio non
nascono figli. In seguito, invoca l’aiuto della Santa Alleanza, fondata nel 1815 da quasi tutte le
potenze europee per garantire gli assetti politici usciti dal congresso di Vienna. Le forze
costituzionali cercano egualmente di tenere testa a quelle austriache, alle quali si è alleato
Carlo Felice, ma vengono sconfitte a Novara.
Carlo Felice impone la monarchia assoluta
Possedendo una concezione quasi sacrale della monarchia, appena salito al trono come
prima iniziativa, da Modena dove si trova, ingiunge al reggente Carlo Alberto la revoca della
costituzione e lo destituisce. Carlo Felice soffoca l’insurrezione liberale, con l’aiuto
dell’esercito austriaco, fa incarcerare molti patrioti, e la rivolta, quindi, sembra placata.
Sgominati i costituzionalisti, governa attenendosi inflessibilmente ai Principi della monarchia
assoluta. Nei seguenti dieci anni di regno, porta lo stato a diventare una potenza marittima.
Nel 1827 fa pubblicare il nuovo Codice Civile e Penale degli stati sabaudi, che va a riformare
quello in vigore, a suo avviso troppo impregnato di valori rivoluzionari. Ed adorna Genova e
Torino di suntuosi palazzi.
I suoi incarichi in Sardegna
Dal 18 settembre 1799 Carlo Felice assume la carica di Vicerè di Sardegna per conto di re
Carlo Emanuele IV ma, privo non soltanto di esperienza politica ed amministrativa, ma anche
di vera attrazione per l’esercizio del governo, egli assume l’incarico come un dovere non
derogabile, ma decide di esercitarlo come un diritto non delegabile nè condizionabile.
Sostenuto dalla feudalità isolana, egli si oppene all’autonomia della burocrazia e perfino della
magistratura, che vuole docili strumenti della sua autorità, e di quella dei suoi collaboratori,
che vuoe umili esecutori della sua volontà. La burocrazia della quale frena però la
piemontesizzazione gli fornisce sostegno, la magistratura invece, gelosa della sua
indipendenza, si mostra incapace di affrancarsi dalla soggezione ai vincoli e alle pressioni

ambientali. Con due Sardi, Giacomo Pes di Villamarina che abbiamo già
incontrato come governatore della città al tempo della congiura di Palabanda, e
soprattutto Stefano Manca di Thiesi dei duchi dell’Asinara poi marchese di Villahermosa,
intransigenti difensori dello status quo e fervidi sostenitori di casa Savoia in Sardegna, crea un
rapporto non solo di collaborazione, ma di amicizia e di confidenza. Carlo Felice si reca in
Sardegna con la moglie dopo che il 16 agosto 1815 ha assuto la carica di Viceré per conto
del fratello Vittorio Emanuele I carica che mantiene formalmente sino al 1821, data della sua
salita al trono, pur facendo rientro alla corte di Torino dopo breve tempo. Il governo di quando
Carlo Felice assume la carica di re di Sardegna è ricordato nell’isola come alquanto rigido ed
autoritario, infatti la Sardegna, dopo i moti rivoluzionari sardi, aveva conosciuto un periodo di
disordine, acuito dalla forte povertà, che aveva generato come conseguenza un aumento della
delinquenza.
I processi politici e la repressione
Instaurando un vero e proprio regime militare, Carlo Felice crea una magistratura speciale,
la Vice-regia Delegazione per l’istruttoria dei processi politici, ed il primo ad essere celebrato è
nel 1799 quello a carico del capopolo Vincenzo Sulis. Nel perseguire i reati di stato, egli
legittima l’adozione di procedure militari ed ogni arbitrio di polizia, dallo spionaggio alla
censura epistolare e alle taglie sugli indiziati. Ossessionato dal pericolo dei giacobini, nel
biennnio 1800 e 1801 scopre e schiaccia alcune loro macchinazioni. La più grave prende il
nome dal frate minimo Gerolamo Podda che aveva fatto della sua cella la sede di una specie
di club giacobino, e che viene processato nel 1801, ma muore in carcere prima della

sentenza. Il 13 giugno 1802 vi è un tentativo rivoluzionario dei fuorusciti sardi in


Gallura, preparata alla rivolta dall’ex parroco di Terralba Francesco Sanna Corda e dal notaio
cagliaritano Francesco Cilocco, eroe nazionale sardo, martire e patriota. I ribelli proclamano
la repubblica sarda, catturano un bastimento postale e si impadroniscono delle torri di
longosardo, Vignola e Isola Rossa. Il tentativo di rivolta viene subito represso con l’uccisione
del prete Sanna Corda, sepolto ai piedi della Torre di longon Sardo. Il
Cilocco, l’altro capo della spedizione, riesce a fuggire. Braccato in tutta l’isola, il 25 luglio viene
catturato, sottoposto alla tortura della corda e poi decapitato all’età di 33 anni, il corpo di
Francesco Cillocco, riferisce Sebastiano Pola, Pendette, spettacolo macabro e nauseante, per
due giorni, dal patibolo, fuori le mura, viene poi bruciato vicino alle forche, salvo il capo che è
affisso a una trave del patibolo, e successivamente le sue cenerisono sparse al vento. La
repressione spietata accentua la feroce severità dell’immagine pubblica di Carlo Felice, ma fa
sorgere la convinzione che nell’isola Spirasse un’aura per nulla benigna alle avventure. La
repressione che caratterizza Carlo Felice, sia come vicerè che in seguito come sovrano, ha
fatto numerosissime altre vittime tra cui si possono ricordare anche i seguaci di Giovanni Maria
Angioy, oltre ai numerosi ecclesiastici democratici, preti e frati, che lottavano contro il
feudalesimo.
La realizzazione dell’arteria viaria più importante della Sardegna

Pur afflitto da difficoltà economiche e finanziarie


edessendo caratterizzato da un rigido protezionismo, il regno di Carlo Felice non è privo di
iniziative nel campo dei servizi e delle opere pubbliche. Egli aveva riservato un’attenzione
nuova al territorio, potenziando la rete delle infrastrutture facendo progettare nel 1820 l’Arteria
viaria più importante della Sardegna che unisce Cagliari a Porto Torres ed oggi è nota con il
nome di SS131 di Carlo Felice, la cui realizzazione è iniziata durante il suo regno, e che verrà
inaugurata nel 1829. Dai tempi dell’impero Romano non erano più state realizzate
infrastruttura viarie in Sardegna.
La conclusione della dinastia degli Amedei alla quale succede la dinastia dei Savoia-
Carignano
Vittorio Emanuele I ed il suo successore Carlo Felice, erano entrambi figli di Carlo Emanuele
IV duca di Savoia. Vittorio Emanuele I aveva avuto solo figlie femmine, per cui gli era
succeduto il fratello minore Carlo Felice, che muore senza figli. La successione al regno dei
Savoia, dunque, diviene un affare in cui l’Austria vede la possibilità di impone il proprio potere
anche su queste terre. Per questo, spinge affinche, alla morte di Carlo Felice, il fratello Vittorio
Emanuele I, che è ancora in vita, scelga come successore il principe Francesco IV d’Este,
imparentato con gli Asburgo. Ma non avviene così, egli infatti sceglie come successore Carlo
Alberto, appartenente a un ramo cadetto della famiglia. Con la morte di Carlo Felice, il 27
aprile 1831, si estingue la Dinastia degli Amedei, che prende il nome dal primo Duca d’Aosta
che era stato Amedeo VIII, e ad essa subentra la Dinastia dei Savoia-Carignano con la
successione di Carlo Alberto, settimo principe di Carignano.

Carlo Alberto di Savoia-Carignano detto il Magnanimo che viene nominato re di Sardegna

Nel 1831 gli succede Carlo Alberto di Savoia-Carignano detto Il Magnanimo,


nato nel Palazzo Carignano a Torino il 2 ottobre 1798, figlio di Carlo Emanuele di Savoia-
Carignano e di Maria Cristina Albertina di Sassonia, suoi padrini di battesimo sono Carlo
Emanuele IV di Savoia re di Sardegna e la sua consorte al regina Maria Clotilde di Borbone.
Egli regna fino all’abdicazione il 23 marzo 1849, e che morirà a Oporto il 28 luglio 1849. I
principi di Carignano sono lontani parenti dei Savoia, ed appartengono a un ramo cadetto che
si è staccato dal ramo principale, originato quando Carlo Emanuele I aveva sposato Caterina
Michela di Spagna il cui penultimo figlio era stato Tommaso Francesco, divenuto nel 1620 per
disposizione del padre principe di Carignano, e si sono riavvicinati nel 1714 con il matrimonio
fra Vittorio Amedeo e Vittoria Francesca figlia quintogenita di Vittorio Amedeo II di Savoia.
Nonostante la sua posizione antiaustriaca, il 30 settembre 1817 sposa Maria Teresa
d’Asburgo: lorena di Toscana, figlia di Ferdinando III di Asburgo: lorena. Dal matrimonio
nascernno tre figli, Vittorio Emanuele che gli succedrà sul trono, Ferdinando che sarà
capostipite del ramo cadetto dei Savoia-Genova, e Maria Cristina.
All’inizio le sue posizioni antirivoluzionarie e la condanna a morte di Efisio Tola
Il viaggio in Toscana per incontrare la futura moglie, porta Carlo Alberto fino a Roma, dove
conosce il vecchio sovrano Carlo Emanuele IV ancora in vita, seppure cieco, e rinchiuso in
Convento per prendere i voti. L’esperienza lo tocca al punto da farlo divenire un cattolico
devoto. Per cercare di riabilitarsi agli occhi di Carlo Felice egli partecipa alla spedizione
francese, effettuata in accordo con il cancelliere Metternich e con la Santa Alleanza, per
ripristinare l’ordine in Spagna, dove sono scoppiati moti rivoluzionari. In questa occasione,
combatte proprio contro quei liberali che solo qualche anno prima aveva favorito e aiutato,
durante i moti del 1821. Ciò gli dà una legittimazione alla successione sul trono, con il favore
austriaco, anche a seguito di un impegno firmato da Carlo Alberto nell’ambasciata del regno
sardo a Parigi, in cui promette a Carlo Felice di non modificare le istituzioni politiche vigenti
una volta salito al trono. Diviene un uomo di grande cultura soprattutto in campo economico, e
cerca di capire la situazione dei territori che avrebbe ereditato, compiendo, anche, un viaggio
in Sardegna nel 1829. Divenuto re di Sardegna alla morte di Carlo Felice, il 27 aprile 1831,
vengono vanificate le speranze di quanti auspicano un periodo di riforme, e si dimostra un
vero antirivoluzionario. Non appena salito al trono, forte di una solida tradizione di alleanze
dinastiche, firma un patto militare con gli Asburgo, chiedendo l’appoggio dell’impero austriaco
per difendere il trono dalla rivoluzione.
La condanna a morte di Efisio Tola

E per questo procede contro il patriota Efisio Tola nato a Sassari il 15 giugno
1803, luogotenente della Brigata Pinerolo, che in Savoia ha contatti con la Giovine Italia,
costituita nel luglio 1831 da Giuseppe Mazzini e diffusa inizialmente fra i militari del Regno di
Sardegna. I primi militari appartenenti alla società mazziniana vengono scoperti per caso a
Genova, e i componenti dell’intera struttura vengono identificati dopo le confessioni di un
aderente. Il primo processo si svolge a Chambchéry nel maggio 1833 e il comportamento di
Tola è esemplare, dato che negli interrogatori respinge qualsiasi addebito e si rifiuta di fare
qualsiasi rivelazione. Quindi il 10 giugno 1833 viene condannato alla Pena della morte
ignominiosa per aver letto la Giovane Italia di Giuseppe Mazzini, e la condanna viene eseguita
il giorno successivo quando, di fronte al plotone di esecuzione, egli si denuda sereno da solo il
petto dicendo Voi versate un sangue innocente, ma io vi insegnerò come si debba e come si
sappia morire.
L’abolizione del feudalesimo attraverso il riscatto dei diritti feudali

Le idee liberali, le speranze suscitate dall’illuminismo e le idee della Rivoluzione


francese, alimentano, comunque, nel regno diverse aspettative. Si va dalle idee repubblicane
professate da Giuseppe Mazzini, agli ideali laici e socialisti di Giuseppe Garibaldi, mentre
alcuni, come Camillo Benso conte di Cavour e Massimo D’Azeglio, hanno ideali monarchici
favorevoli ai Savoia, ed altri ancora, come Vincenzo Gioberti, pensano ad una confederazione
italiana presieduta dal papa. Durante il suo viaggio in Sardegna nel 1829, Carlo Alberto, dietro
suggerimento dell’amico Emanuele Pes di Villamarina nato a Cagliari il 15 novembre 1777,
aveva pensato all’abolizione del feudalesimo, considerato causa di molti se non proprio di tutti
i mali dell’isola. Il 30 marzo 1833 nomina Emanuele Pes di Villamarina come primo segretario
di Stato per gli affari di Sardegna, che in questa veste ottiene l’Abolizione del
feudalesimo introdotto in Sardegna nel 1323 durante l’occupazione catalano-aragonese, e,
successivamente con il trattato di londra del 1718 imposto ai Savoia, i quali con Vittorio
Amedeo II avevano giurato di non abrogarlo. Ma il sovrano non vuole troppo scontentare la
nobiltà feudale, e decide che i nobili vengano ripagati dalla perdita delle rendite feudali con
il Riscatto dei diritti feudali. Su come arrivare all’abolizione del feudalesimo si decide di
procedere, feudo per feudo, al riscatto attraverso un accordo con ogni singolo feudatario. Nel
1836 viene abolita la giurisdizione feudale, nel 1837 viene nominata una commissione per
accertare la situazione esistente in ogni singolo feudo e per valutare le prestazioni feudali, ed
infine nel 1838 viene deciso come determinare l’entità dei compensi. A decidere sull’entità del
riscatto è il Supremo Consiglio di Sardegna composto da sette membri, e le valutazioni sono
tutte estremamente favorevoli per i feudatari che accettano le somme proposte. Le forme con
cui viene attuato il riscatto sono però particolarmente inique, adto che in primo luogo la somma
del riscatto nel suo complesso è molto superiore alle prestazioni feudali corrisposte ai
feudatari, in secondo luogo la somma ripartita tra i comuni infeudati viene distribuita tra tutta la
popolazione compresi i nullatenenti, in terzo luogo l’esazione delle imposte non avviene più
per mezzo dei messi Baronali cui si poteva pagare in natura nel periodo del raccolto, ma
l’imposizione deve essere corrisposta in denaro a una struttura burocratica alla quale risulta
impossibile opporsi. Con l’abolizione del feudalesimo viene dato l’ultimo e decisivo colpo alle
basi materiali del regnum Sardiniae e come conseguenza collaterale si ha, da un punto di vista
pratico, anche il venir meno del Parlamento poichché lo Stamento militare cessa di esistere. Il
riscatto concesso ai feudatari è perciò un Compenso che viene addebitato alla
popolazione La quale deve quindi pagare a caro prezzo la sua Libertà.
La fusione perfetta della Sardegna col Piemonte

Negli anni quaranta del Trecento il giornalista e magistrato Giovanni Siotto


Pintor nato a Cagliari il 29 novembre 1805, aderisce pubblicamente alle idee e ai programmi
giobertiani, ed assume un ruolo importante di direzione nel movimento promosso dalle classi
dirigenti isolane da cui prendono impulso le manifestazioni che portano alla richiesta della
fusione del Regno di Sardegna con gli Stati di Terraferma. Si tratta di vicende che segnano la

fine di un regime vecchio che è ormai assolutamente fuori dal tempo. E


quindi il 29 novembre 1847 l’Autonomo Parlamento sardo rinuncia spontaneamente alla sua
autonomia statuale, e con un atto giuridico del 3 dicembre 1847 viene sancita la Fusione
perfetta con gli Stati di Terraferma e l’estensione anche all’isola della legislazione
piemontese. Carlo Alberto ricompensa i Sardi per la loro fedeltà al re e promette che, in
contropartita della rinuncia alla loro autonomia, potranno esportare senza pagare dogana olio
e vino in Piemonte. La fusione perfetta è un atto che viene visto dai Piemontesi come
l’ottenimento da parte della Sardegna di parità di diritti col Piemonte, mentre i diretti
interessati, ossia i Sardi, non possono che vederlo come La definitiva cancellazione dei loro
valori storici e culturali. Non mancano in merito voci contrarie seppure in netta
minoranza, quali quella di Federico Fenu e dello scrittore e politico Giovanni Battista
Tuveri che sostiene che dopo la fusione La Sardegna è diventata una fattoria del Piemonte,
misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello. Non tardano neanche a
presentarsi i pentiti di tale opera, fra cui lo stesso propositore Giovanni Siotto Pintor, che parla
in merito di Follia collettiva e dirà a posteriori Errammo tutti. Con la fusione, vengono aboliti il
Parlamento sardo, costituito dagli antichi Stamenti, e la carica viceregia. Ne deriva l’istituzione
del servizio di leva obbligatorio, che sottrae alle famiglie l’aiuto dei figli maschi, ed aumentano i
già pesanti tributi fiscali.
La concessioni di uno statuto costituzionale

Il 4 marzo 1848, a seguito dei moti scoppiati in tutta la


penisola con la concessione della costituzione a Napoli, Carlo Alberto, dal palazzo regio di
Torino, promulga lo Statuto fondamentale della Monarchia di Savoia, elaborato sulla base di
quelli belga e francese. É il cosiddetto Statuto Albertino, E rende il Regno di Sardegna prima
e l’Italia poi, una monarchia costituzionale. Attraverso esso, il potere legislativo viene
esercitato dal re e da due camere, quella del senato composta da persone nominate a vita dal
sovrano, e quella elettiva, formata da deputati eletti nei collegi elettorali. Con la concessione di
questo statuto costituzionale, viene abrogata la Carta de logu del Giudicato di Arborea,
rimasta sino a quel momento come legge generale del regno. Lo Statuto rimarrà, fino
all’adozione della Costituzione repubblicana, la legge fondamentale e fondativa dello stato
italiano.
La Prima Guerra d’Indipendenza e gli ultimi anni di Carlo Alberto

Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto, sollecitato dai liberali milanesi, dichiara


guerra all’Austria, dando inizio alla Prima Guerra d’Indipendenza combattuta dal Regno di
Sardegna e da volontari italiani contro l’Impero austriaco e altre nazioni conservatrici dal 23
marzo 1848 al 22 agosto 1849. La bandiera rivoluzionaria tricolore verde-bianco-rosso, nata a
reggio Emilia il 7 gennaio 1797, compare per la prima volta tra le truppe sarde, che con essa
combattono vittoriosamente a Pastrengo e a Goito. La fase iniziale del conflitto vede alcuni
importanti successi, soprattutto nella battaglia di Pastrengo, ed una colonna riesce ad entrare
a Milano. Carlo Alberto assedia peschiera, e l’attacco del maresciallo Radetsky si risolve con
la sua disfatta nella battaglia di Goito, il 30 maggio, e lo stesso giorno si arrende anche
peschiera. Ma, successivamente, il maresciallo Radetsky riesce a riconquistare le piazzeforti
venete, e la guerra volge favorevolmente agli Austriaci. Il 9 agosto 1848, l’esercito sardo viene
battuto a Custoza. Dopo l’armistizio di Salasco, riprendono le ostilità, e, sette mesi dopo, il 22
marzo 1849, Carlo Alberto giunge a Novara, il giorno dopo Radetzky attacca la città da sud in
superiorità numerica presso il borgo della Bicocca e, nonostante il valore dei piemontesi e
dello stesso Carlo Alberto che si batte in prima linea con il figlio Ferdinando, la sconfitta
nella battaglia di Novara è disastrosa. Alle 21,30 dello stesso 23 marzo,
Carlo Alberto riunisce l’ultimo consiglio di guerra, dichiara che non può che abdicare e, ai
tentativi di dissuasione, nella speranza che l’erede possa ottenere condizioni migliori, conclude
dicendo La mia decisione è frutto di matura riflessione; da questo momento io non sono più il
re; il re è Vittorio, mio figlio. Carlo Alberto si ritira in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove muore
di lì a poco, il 28 luglio 1849. Il suo corpo viene imbarcato, ed il 13 ottobre arriva a Torino,
dove si svolge il funerale. Oggi, riposa nella Cripta della Basilica di Superga, ultimo fra i
sovrani regnanti ad essere sepolto lì. I sovrani successivi diventeranno re d’Italia, e saranno
tumulati nel Pantheon di Roma.
I suoi interventi nell’aministrazione della Sardegna
Carlo Alberto ha proseguito l’intervento sulle Infrastrutture viarie della Sardegna, e, dal 1829
al 1849, anno in cui muore, la rete stradale sarda raddoppia come chilometraggio, tanto che
alla fine dell’ottocento la Sardegna potrà contare su cinquemila chilometri di strade.
Significativi gli interventi di Emanuele Pes di Villamarina presso il sovrano riguardo
allo Sviluppo delle ferrovie al commercio di Genova, agli affari ecclesiastici e alla pubblica

istruzione. Nel 1831, su proposta del generale Alessandro Ferrero della


Marmora che è l’ottavo nato e terzo dei figli maschi del marchese Celestino Ferrero della
Marmora, fratello di Alberto ed Alfonso, dà una maggiore flessibilità tattica all’armata
approvando la costituzione del corpo dei Bersaglieri. Ed infine il 12 agosto 1848, il
luogotenente del re Carlo Alberto, Eugenio di Savoia-Carignano, promulga un decreto che
abolisce le province e divide la Sardegna in Tre divisioni amministrative fissate nelle città di
Cagliari, nella quale convergono le province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Isili; in quella di
Sassari con le province di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio; ed in quella di Nuoro con le
Provincie di Nuoro, Cuglieri e Lanusei.

Vittorio Emanuele II detto il re Galantuomo nominato re di Sardegna dal 1849 e re d’Italia


dal 1861

Il 23 marzo 1848 a Carlo Alberto succede il figlio Vittorio Emanuele II di Savoia-


Carignano, nato a Torino il 14 marzo 1820. È stato l’ultimo re di Sardegna dal 1849 al 1861,
per poi diventare il primo re d’Italia dal 1861 fino alla morte a Roma il 9 gennaio 1878. Sposa a
Stupinigi il 12 aprile 1842 la cugina Maria Adelaide d’Austria e dal matrimonio nascono i figli
Maria Clotilde, Umberto che gli succedrà sul trono di re d’Italia, Amedeo, Oddone Eugenio
Maria, Maria Pia, Carlo Alberto e Vittorio Emanuele. In seguito sposa Rosa Vercellana, meglio
nota in piemontese come La Bela Rosin, che era stata dapprima la sua amante e in seguito
diviena la moglie morganatica, e dalla quale nascono i figli Vittoria ed Emanuele Alberto. Il
giovane re si dichiara inizialmente amico degli Austriaci, rimproverando al padre la debolezza
di non aver saputo opporsi ai democratici, tanto che, in una lettera inviata al nunzio apostolico
nel novembre del 1849, dichiara di Non vedere alcuna utilità nel governo costituzionale, anzi
di non attendere altro che il momento opportuno per disfarsene. Gli storici piemontesi hanno
poi cominciato a presentarlo come Il re Galantuomo, animato da sentimenti patriottici e per la
difesa delle Libertà costituzionali, che si oppone alle richieste di Radetzky di abolire lo Statuto
Albertino. Una giustificazione di questo comportamento ambiguo viene attribuita, da Massimo
d’Azeglio, al suo Liberalismo malcerto, che lo porta ad affermare che è Meglio essere re in
casa propria, sia pure con le limitazioni costituzionali, che essere un protetto di Vienna. Quindi
Vittorio Emanuele, pur di sentimenti assolutisti, mantiene le istituzioni liberali per lungimiranza
politica, riconoscendo la loro importanza nell’amministrazione dello stato. Il che è dimostrato
dalla lunga collaborazione instaurata fra il re e Camillo Benso conte di Cavour, pur essendo
fortemente divisi dalle diverse posizioni politiche, assolutiste quelle del sovrano, e liberali
quelle di Cavour.
L’approvazione da parte di Massimo d’Azeglio delle leggi Siccardi che aboliscono i privilegi
di cui il clero aveva sempre goduto

In seguito alla disfatta del 23 marzo 1849 nella battaglia di Novara, il Regno di
Sardegna cerca di riequilibrare la sua economia. Il 7 maggio 1849 viene nominato presidente
del Consiglio dei Ministri Massimo d’Azeglio il quale approva il 9 aprile ed il 5 giugno del
1850 le leggi Siccardi, in seguito alle quali vengono aboliti tre grandi privilegi di cui il clero
aveva sempre goduto, allineando la legislazione piemontese a quella di altri stati europei.
Vengono aboliti il foro ecclesiastico, un tribunale che sottraeva alla giustizia dello Stato gli
uomini di Chiesa oltre che per le cause civili anche per i reati comuni compresi quelli di
sangue; il diritto di asilo, ovvero l’impunità giuridica di chi si fosse macchiato di qualsiasi delitto
e fosse poi andato a chiedere rifugio nelle Chiese, nei conventi e nei monasteri; e la
manomorta, ovvero la non assoggettabilità a tassazione delle proprietà immobiliari degli enti
ecclesiastici. Sono leggi che attirano sul Gabinetto le pronte risposte della Chiesa, incarnatesi
nell’intransigenza dell’arcivescovo di Torino Luigi Fransoni, che arriva a negare in punto di
morte i sacramenti al ministro dell’agricoltura e commercio SanTorre di Santarosa, che aveva
votato le leggi lesive dei diritti della Chiesa. In sostituzione del Santarosa, d’Azeglio fa il nome
di Cavour, a cui è legato da amicizia.
Camillo Benso conte di Cavour che si allinea con la Francia nella guerra di Crimea

L’11 ottobre 1850, viene chiamato al governo come Ministro dell’agricoltura e


commercio Camillo Benso conte di Cavour il quale nel 1852 stipula un patto con la sinistra
di Urbano Rattazzi, che gli consente di diventare il 4 novembre 1852 presidente del Consiglio
dei Ministri. Egli inizia una serie di riforme, e, nel 1855, si allea con la Francia contro la Russia,
nella cosiddetta Guerra di Crimea ed invia un corpo di bersaglieri a combattere a fianco degli
alleati, partecipando, poi, al Congresso di Parigi tra le nazioni vincitrici. Il 20 luglio 1858, a
Plombières, stringe un accordo segreto con Napoleone III, che prevede, in caso di attacco
austriaco, l’intervento dei Francesi a fianco dei Sardi, per tentare la conquista della Lombardia,
e per proseguire eventualmente fino all’Adriatico.
Inizio dell’Seconda Guerra d’Indipendenza

E nel 1859 inizia la Seconda Guerra d’Indipendenza combattuta dalla


Francia e dal Regno di Sardegna contro l’Austria dal 27 aprile 1859 al 12 luglio 1859.
L’esercito francese e sardo invade la Lombardia, travolge quello austriaco a montebello,
palestro e Magenta, mentre sulle alture di Solferino e di San Martino si combatte la violenta
battaglia decisiva, che costa la vita a 22 mila soldati austriaci e 17 mila soldati alleati. Ma
Napoleone III non rispetta gli accordi Plombieres, e propone la pace agli Austriaci. Cavour,
sdegnato contro l’Imperatore e contro il re che ha firmato l’armistizio, si dimette da presidente
del Consiglio dei Ministri, e si ritira sfiduciato in Savoia. L’8 luglio 1859, a seguito dei trattati di
Villafranca e Zurigo, la Lombardia tranne Mantova venne ceduta dal regno lombardo Veneto al
Regno di Sardegna, ma il Veneto e Venezia rimangono completamente in mano austriaca.
Il primo governo della Marmora con Dabormida e Rattazzi

Dopo questi avvenimenti il 19 luglio 1859 viene formato un


nuovo governo, il primo con presidente Alfonso Ferrero della Marmora che è il penultimo di
tredici figli del marchese Celestino Ferrero della Marmora fratello di Alberto ed Alessandro,
Ministro degli affari esteri Giuseppe Dabormida e Ministro degli interni Urbano
Rattazzi mentre gli alleati che mantengono varie guarnigioni in Lombardia. Il decreto emesso il
23 ottobre 1859 dal Ministro dell’Interno Urbano Rattazzi, ridisegna radicalmente la geografia
amministrativa dell’intero stato sabaudo, grazie ai poteri concessi temporaneamente al
governo a causa dello stato di guerra, e, tra l’altro, suddivide l’isola in Due sole province La
Provincia di Cagliari, ove si trova anche un vicerè per la Sardegna, formata da Cagliari,
Iglesias, Isili, Lanusei, Nuoro e Busachi; e la Provincia di Sassari, formata da Sassari, Alghero,
Cuglieri, Ozieri e Tempio.
I plebisciti risorgimentali e l’annessione dell’Italia centrale
Nel gennaio 1860, Camillo Benso conte di Cavour viene richiamato a costituire il suo terzo
governo, ma Napoleone III rimane ancora con il suo esercito nell’Italia centrale e in Lombardia,
preoccupato dalle domande di annessione al Regno di Sardegna fatte dall’Italia centrale. Fa
sapere che può accettare questa annessione, ma solo in cambio di concessioni territoriali sulla
frontiera alpina. Cavour si rende conto che non può sfidare contemporaneamente i due
imperatori, ed il 12 marzo 1860 firma un nuovo trattato nel quale vengono riportate in vita le
clausole del 1859. Ma, prima che il documento venga firmato, l’Annessione dell’Italia

centrale è già un fatto compiuto. Il 5 marzo 1860 infatti, Parma, la Toscana,


Modena e la Romagna votano un referendum per l’unione al Regno di Sardegna, mentre le
cessioni territoriali nei confronti della Francia determinano la perdita della Savoia e di Nizza. E
nel dicembre 1860 il Regno di Sardegna conferisce al governo sabaudo la facoltà di accettare
per regi decreti l’annessione di quelle Province dell’Italia centrale e meridionale che hanno
espresso autonomamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni a far
parte del regno. Infatti nei diversi territori italiani si sono svolti tra il 1848 ed il 1870 i
cosiddetti Plebisciti risorgimentali. Comunque aspre critiche vengono mosse a questi
accordi da perte di Urbano Rattazzi, di Giuseppe Garibaldi, e di tutti i patrioti italiani.
La spedizione dei Mille che conclude la Seconda Guerra d’Indipendenza

Nello stesso anno, Giuseppe Garibaldi inizia la


spedizione per la conquista del regno delle Due Sicilie, arrivando nel giro di pochi mesi a
Napoli. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 da Quarto presso Genova, nel territorio del
Regno di Sardegna, un migliaio di volontari al comando di Giuseppe Garibaldi, parte
coordinato da Nino Bixio alla volta della Sicilia, controllata dal regno borbonico delle Due
Sicilie. Lo scopo della spedizione è quello di appoggiare le rivolte scoppiate nell’isola e
rovesciare il governo borbonico. I volontari sbarcano l’11 maggio presso Marsala e, grazie al
contributo di volontari meridionali, aumentano di numero creando il cosiddetto esercito
meridionale, il quale dopo gli scontri a Calatafimi, Palermo e Milazzo, si muove verso nord alla

volta di Napoli. Dopo una serie di battaglie vittoriose contro


l’esercito borbonico, i volontari garibaldini riescono a conquistare tutto il regno delle Due
Sicilie, permettendone l’annessione al nascente regno d’Italia. In seguito, dopo la battaglia del
Volturno tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860, i garibaldini vengono inseriti nell’esercito sardo,
che assedia Capua, la quale capitola dopo i bombardamenti iniziali. Il 26 ottobre del 1860 nelle
campagne vicino A Teano avviene l’incontro tra Giuseppe Garibaldi proveniente da sud con
i suoi volontari e Vittorio Emanuele II proveniente da nord con l’esercito sabaudo. Garibaldi
assiste al passaggio delle truppe piemontesi, quando ad un certo momento si sente suonare la
marcia reale e gridare le parole Il re! Viene il re!. Garibaldi ed il suo seguito montano a cavallo
avanzando sul fianco della strada, e alla loro vista Vittorio Emanuele II si slancia per
incontrarli, quindi Garibaldi si scopre la testa gridando Saluto il primo re d’Italia!. Il re allunga la
mano e Garibaldi fa altrettanto stringendola. Poi i due gruppi procedono assieme per un certo
tratto dialogando in fredda cortesia, quando Garibaldi ed i suoi svoltano a sinistra ritornando a
Calvi, mentre il re prosegue verso Teano. Formalmente le Due Sicilie vengono annesse a
larga maggioranza al Regno di Sardegna dopo l’esito dei due plebisciti d’annessione tenutisi
nelle province napoletane e nelle province siciliane il 21 ottobre 1860, i cui risultati sono

formalizzati con i regi decreti 17 dicembre 1860. La decisione di


annessione immediata è fortemente voluta dal primo ministro conte di Cavour, che, spaventato
dalla prospettiva di un’affermazione democratica e repubblicana nei territori meridionali
conquistati da Garibaldi, fa di tutto affinchché la spedizione di Garibaldi non possa scivolare
verso una soluzione di sinistra. Quattro mesi dura l’assedio di Gaeta, che viene presa il 17
febbraio 1861. La guerra contro le forze dei Borbone termina con la conclusione dell’assedio di
Gaeta e la resa del re Francesco II di Borbone La cittadella di Messina si arrende solo il 12
marzo e il 20 marzo la resa della fortezza di Civitella del Tronto che è l’ultima roccaforte
borbonica. Il 17 marzo 1861, con il compimento della prima unità d’Italia, alla quale mancano
ancora Roma e Venezia.
La creazione del regno d’Italia
Con una legge del 17 marzo 1861, il re Vittorio Emanuele II Proclama il regno
d’Italia assumendo per se e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. La capitale del regno
viene trasferita da Torino a Firenze. Secondo i costituzionalisti, non si tratta della costituzione
di una nuova entità politica statale, e l’appellativo di regno d’Italia diviene solo il nuovo nome
assunto dallo stato sardo, per adeguarsi alla nuova situazione creata con le annessioni del
1859 e del 1860. In altre parole, l’attuale stato italiano non è altro che l’antico Regno di
Sardegna. Il regno d’Italia verrà completato il 20 settembre 1870, con la breccia di porta Pia
che comporta la definitiva Presa di Roma.

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