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Le navigazioni portoghesi nell’Africa occidentale

Riassunto capitolo 11, paragrafi 1,2

La scoperta degli arcipelaghi atlantici e l’oro africano


Dopo l’apertura della rotta da Genova al mare del Nord, nel ‘200, lo stretto di Gibilterra aveva
smesso di essere un limite invalicabile. Dopo la metà del ‘300 questi viaggi si interruppero per
qualche decennio. L’iniziativa del nuovo assalto all’Atlantico venne nel XV secolo, da parte del
Portogallo, grazie alla decisione di Enrico, detto il Navigatore, secondogenito del re Giovanni I
d’Avis, che fu il grande organizzatore dei viaggi portoghesi nella costa occidentale dell’Africa. Il
primo atto della politica portoghese di esplorazione fu la guerra del 1415 per la conquista di Ceuta,
in Marocco, dopo questo vi fu la scoperta e conquista di Madera e delle Azzorre. Il primo movente
di questi viaggi era sicuramente l’oro africano, la cui fonte principale erano i territori dell’Africa al
sud del Sahara, dove veniva preso dai mercanti musulmani e berberi che poi la vendevano in
Europa, i Portoghesi avevano l’obbiettivo di entrare a contatto con le fonti dell’oro per superare la
mediazione con i Musulmani.

Zucchero e schiavi: un modello per le future economie coloniali


Dopo l’occupazione di Madera, Enrico il Navigatore promosse qui la coltivazione della vite e della
canna da zucchero. Nel XIII-XIV lo zucchero era considerato una spezia, gli venivano attribuite
capacità curative e era impiegato per molte pietanze, non solo dolci. La fonte principale dello
zucchero era Cipro, che coltivava le piantagioni sfruttando gli schiavi provenienti dal Mar Nero. A
partire dal 1450 così le spedizioni portoghesi ebbero una motivazione in più, trovare manodopera
schiavile. Cipro fu un esempio per Madera, così Madera lo fu per tutte le economie coloniali che si
svilupparono più avanti. Con questo metodo Madera, infatti, arrivò a produrre 70-80 t di zucchero,
cifra che sì decuplicò nei 10 anni successivi.

Gli alisei e il “capo di non ritorno”


Per la navigazione dell’Africa i Portoghesi si servirono di particolari navi: le Caravelle, queste
erano delle imbarcazioni piuttosto piccole e con equipaggi ridotti, con alberi con vele quadrate per
poter viaggiare velocemente col vento in poppa, e una triangolare per poter utilizzare anche i venti
variabili. Viaggiando da nord-est a sud-ovest, le navi dei portoghesi avanzavano spinte da dei venti
costanti, gli Alisei. Questo che era un vantaggio all’andata però diveniva un svantaggio al ritorno,
perché gli alisei divenivano contrari. Perciò un capo doppiato agevolmente verso sud ovest si
prospettava come un “capo di non ritorno”. Inoltre i portoghesi, più si spingevano a sud, più erano
spaventati dall’eventualità di uscire dall’ecumene (il mondo conosciuto e abitabile), convinzione
rafforzare dall’esistenza del Sahara occidentale. Dopo 14 tentativi i portoghesi riuscirono a superare
il capo, trovando la giusta tecnica per aggirare il soffio degli alisei: spingersi al largo nell’Atlantico
per poi cogliere, a quel punto, un vento da occidente verso oriente. Grazie alla conoscenza dei venti
atlantici i portoghesi proseguirono i loro viaggi raggiungendo via via punti sempre più meridionali e
trovandosi di fronte agli stessi problemi, che vennero superati con la stessa tecnica.

Le esplorazioni della costa africana fino al capo di Buona Speranza


Mantenendo la segretezza sulle scoperte riguardo rotte, venti e correnti, nel 1444 i portoghesi
raggiunsero Capo Verde. Venne creata in Mauritania la base fortificata di Arguim per il mercato
degli schiavi e vennero esplorate le coste di Senegal, Gambia, Guinea e Sierra Leone. In questo
periodo si aggiunse un ulteriore movente per completare la circumnavigazione africana, raggiungere
le fonti delle spezie (nell’oceano Indiano “dall’altra parte” dell’Africa) e annullare il monopolio
veneziano. Verso il 1480 superarono l’equatore, ma l’opera tardava a concludersi, così il nuovo re
Giovanni II cercò nuove soluzioni, dopo aver rifiutato la proposta di Cristoforo Colombo, tentò di
far raggiungere l’altra parte dell’Africa attraverso il fiume Senegal (che si credeva fosse un
affluente del Nilo), in seguito fece raggiungere l’oceano Indiano tramite il Mar Rosso, prendendo
contatti con l’imperatore di Etiopia, ma questo tentativo fu abbandonato quando Bartolomeo Diaz
aveva, proprio quell’anno, doppiato il Capo di Buona Speranza.

Il primo viaggio di Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo: il progetto di navigazione verso occidente


Fino al 1492, il genovese Colombo, si era procurato grande esperienza nelle navigazioni atlantiche
partecipando a varie spedizioni verso sud e nord, e nel 1484 aveva proposto al re portoghese il
progetto di raggiungere le terre orientali attraverso l’atlantico, ricevendo un rifiuto. Il presupposto
per la riuscita di questo progetto era la sfericità terrestre, a cui erano contrapposte le antiche
credenze che la terra fosse piatta e un orrore istintivo per l’oceano, considerato colmo di pericoli.
Gli studiosi, tuttavia, sapevano con certezza che la terra fosse sferica e che il progetto di Colombo
fosse, teoricamente, realizzabile. Esso venne rifiutato sia dal Portogallo e, in un primo momento
(1490), dalla Spagna, perché si credeva che, in ogni caso, fosse troppo lungo per esser fattibile.

L’impresa dell’agosto-ottobre 1492


Colombo cercò così di rendere credibile il suo progetto corredandolo con calcoli sulla distanza da
percorrere, sbagliati, egli infatti considerò il viaggio lungo come la lunghezza del Mediterraneo
dalla Siria fino alla Gibilterra più un quarto, mentre invece è quattro volte e mezzo superiore. Se
Colombo avesse portato queste misure corrette, l’oceano sarebbe apparso talmente mostruosamente
immenso da far giudicare assolutamente impossibile l’impresa, come avevano pensato i consiglieri
portoghesi nel 1484. In ogni caso Isabella di Castiglia scavalcò i suoi studiosi e autorizzò e finanziò
il viaggio. Colombo partì con due caravelle da 60 tonnellate l’una e una nave da poco più di 100,
con 90 uomini, dal porto di Palos nel 3 agosto 1492. La vera partenza avvenne però il 6 settembre,

quando la flotta salpò dalle Canarie per l’oceano. Dopo 36 giorni di viaggio, fra l’11 e il 12 ottobre,
fu avvistata terra, questa si trattava di un’isola delle Bahamas che venne ribattezzata San Salvador,
che venne raggiunta proprio appena prima che iniziasse la stagione degli uragani, dove vi erano solo
indigeni poveri e nudi, niente a che vedere con i ricchissimi imperi dell’estremo oriente.

Il Bilancio del primo viaggio


Nel giornale di bordo steso da Colombo troviamo le reazioni del navigatore nei confronti della
scoperta di una civiltà molto diversa rispetto a quella che si aspettava e dei tentativi alla cieca di
trovare nel mare caraibico una prova che aveva raggiunto l’oriente. Dall’isola di San Salvador nei
viaggi verso le altre Bahamas, Cuba e infine Haiti, i temi ricorrenti delle pagine del giornale di
bordo sono specialmente tre:
1) il dimostrare che aveva avuto ragione.
2) trovare l’oro delle civiltà orientali.
3) convertire le civiltà amerindie.
Alla fine comunque Colombo si rese conto che quegli indigeni “senza armi né leggi” non avevano
nulla a che fare con i giapponesi e i cinesi. Tutto questo comunque sembrò abbastanza per Colombo
che il 16 gennaio del 1493 risalpò verso la Spagna da Haiti lasciandovi una parte degli uomini per
portare la notizia delle scoperte in patria.