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Don Carlo - Wikipedia

Il Don Carlo è un'opera di Giuseppe Verdi, composta nel 1867, basata sulla tragedia di Friedrich Schiller. La trama ruota attorno all'amore impossibile tra Don Carlo, infante di Spagna, e Elisabetta di Valois, costretta a sposare il padre di Carlo, Filippo II. L'opera affronta temi di politica, amore e conflitto, con una rappresentazione complessa dei personaggi e delle loro relazioni.
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Il Don Carlo è un'opera di Giuseppe Verdi, composta nel 1867, basata sulla tragedia di Friedrich Schiller. La trama ruota attorno all'amore impossibile tra Don Carlo, infante di Spagna, e Elisabetta di Valois, costretta a sposare il padre di Carlo, Filippo II. L'opera affronta temi di politica, amore e conflitto, con una rappresentazione complessa dei personaggi e delle loro relazioni.
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Don Carlo
opera di Giuseppe Verdi

Il Don Carlo (o, originariamente, Don Carlos) è


un'opera di Giuseppe Verdi, su libretto di Joseph
Méry e Camille du Locle, tratto dall'omonima
tragedia di Friedrich Schiller; alcune scene sono
ispirate al dramma Philippe II, Roi d'Espagne di
Eugène Cormon.

Don Carlo

Un antico libretto del Don Carlo

Lingua originale francese e italiano


(versione in cinque atti);
italiano (versione in
quattro atti)

Genere Grand Opéra

Musica Giuseppe Verdi

Libretto Joseph Méry e Camille du


Locle
(libretto in 5 atti nelle
versione italiana )
(libretto in 4 atti nelle
versione italiana 1884 )

Fonti letterarie Don Carlos di Friedrich


Schiller

Atti cinque

Epoca di composizione 1867

Pubblicazione 1867

Prima rappr. 11 marzo 1867

Teatro Opéra national de Paris

Prima rappr. italiana 27 ottobre 1867

Teatro Teatro Comunale di


Bologna

Personaggi

Filippo II di Spagna, re (basso)

Don Carlo, infante di Spagna (tenore)

Rodrigo, Marchese di Posa, grande di Spagna


(baritono)

Il Grande Inquisitore (basso profondo)

Un monaco (basso)

Elisabetta di Valois (soprano)

La Principessa Eboli (mezzosoprano)

Tebaldo, paggio d'Elisabetta (soprano)

Il Conte di Lerma (tenore)

Un araldo reale (tenore)

Una voce dal cielo (soprano)

Deputati fiamminghi (bassi)

Inquisitori (bassi)

coro di popolo, monaci, dame, cavalieri,


ambasciatori.

Nel 1864 a Verdi da Parigi venne la richiesta di


comporre un nuovo Grand-Opéra, e nell'estate del
1865 arrivò il libretto.

La prima rappresentazione, in cinque atti e in lingua


francese, ebbe luogo l'11 marzo 1867 alla Salle Le
Peletier del Théâtre de l'Académie Impériale de
Musique di Parigi (era la sede dell'Opéra national de
Paris).

In seguito l'opera fu tradotta in italiano da Achille De


Lauzières e rimaneggiata a più riprese; la prima in
italiano fu nel Regno Unito, al Royal Italian Opera
(oggi Royal Opera House, Covent Garden di Londra)
il 4 giugno dello stesso anno, diretta da Michele
Costa.

Prime rappresentazioni

Storia

Tematiche dell'opera

Trama

Questa trama si riferisce alla versione parigina del


1867, in cinque atti. Nella versione di Modena
(tuttora eseguita) l'intero primo atto venne tagliato.

Il primo atto si svolge in Francia, gli altri in Spagna,


verso il 1560.

Atto I

La foresta di Fontainebleau, in Francia, d'inverno.

Elisabetta di Valois, figlia del re di Francia Enrico II,


attraversa la scena col paggio Tebaldo e il resto del
suo seguito, e getta monete ad alcuni boscaioli che
si trovano nei pressi.

L'infante di Spagna, Don Carlo, è giunto


segretamente in Francia per conoscere Elisabetta,
sua promessa sposa: la loro unione suggellerà la
pace tra Francia e Spagna, dopo decenni di lotte
(Guerra d'Italia del 1551-1559) tra la Casa d'Asburgo
e i Valois. Carlo si trova nella foresta
(Fontainebleau!… Forêt immense et solitaire! /
Fontainebleau! Foresta immensa e solitaria!),
osserva Elisabetta non visto e se ne innamora (Je
l'ai vue, et dans son sourire / Io la vidi e al suo
sorriso). Quando Elisabetta ricompare, avendo
perduto la strada per tornare al castello, Carlo
inizialmente finge di essere un membro della
delegazione del conte di Lerma, ambasciatore
spagnolo in Francia. Poi, quando Tebaldo li lascia
soli per cercare la strada del ritorno, Carlo annuncia
a Elisabetta che le mostrerà il ritratto del futuro
sposo: Elisabetta alla vista del ritratto capisce chi ha
di fronte, e Carlo le rivela i suoi sentimenti, che lei
ricambia (De quels transports poignants et doux / Di
quale amor - di quanto ardor). Ma dopo che un
colpo di cannone ha annunciato che è stata
dichiarata la pace tra Spagna e Francia, il paggio
Tebaldo ritorna informando Elisabetta che le è stato
chiesto di concedere la propria mano non a Carlo,
ma al padre di lui, Filippo II. Giunge anche Lerma,
che conferma la decisione di Enrico, sollecitando
una risposta da Elisabetta. Elisabetta, pur amando
Carlo, si sente tenuta ad accettare, per consolidare
la pace. Elisabetta e il corteggio partono, mentre
Carlo rimane solo e disperato.

Atto II

Parte I

Il chiostro del convento di San Giusto (San Girolamo


di Yuste), in Estremadura, Spagna.

I frati ricordano l'imperatore Carlo V (Charles-Quint,


l'auguste Empereur / Carlo il sommo imperatore),
recentemente scomparso, la cui tomba si trova nel
convento; un frate invoca per lui la pace eterna
chiedendo che ne venga perdonato l'immenso
orgoglio. Compare Carlo, nipote dell'imperatore,
angosciato perché la donna che ama, sposandosi
con suo padre, è divenuta la sua matrigna. Il frate, in
cui Carlo crede di riconoscere le fattezze del nonno,
si è fermato ad ascoltarne le parole, e lo ammonisce
che solo in cielo potrà trovare pace.

Giunge al convento Rodrigo, marchese di Posa,


intimo amico di Carlo, che, appresa da quest'ultimo
la sua disperata situazione, gli chiede di farsi inviare
da Filippo nelle Fiandre, per difendere la
popolazione fiamminga oppressa dal duro regime
imposto da Filippo. Rodrigo e Carlo si rinnovano la
promessa di eterna amicizia (Dieu, tu semas dans
nos âmes / Dio, che nell'alma infondere). Poco dopo
giunge al convento Filippo, conducendo Elisabetta,
e alla loro vista si riaccende la disperazione di Carlo.

Parte II

Un sito ridente alle porte del chiostro di San Giusto.

La Principessa di Eboli è in compagnia di Tebaldo e


delle dame della regina, e canta la canzone del velo
(Au palais des fées des rois Grenadins / Nei giardin
del bello saracin ostello), che narra di un re moro
che corteggia una bellezza velata che poi si rivela
sua moglie.

Giungono anche Elisabetta e Rodrigo. Quest'ultimo,


col pretesto di darle una lettera proveniente dalla
Francia, riesce a consegnare a Elisabetta un
messaggio di Carlo, che la regina legge turbata.
Rodrigo implora Elisabetta di acconsentire a un
incontro con Carlo (L'Infant Carlos, notre espérance
/ Carlo, ch'è sol il nostro amore). Rodrigo e la
principessa si allontanano chiacchierando. Quando
Carlo giunge può restar solo con Elisabetta, e le
chiede d'intercedere presso Filippo affinché gli
conceda di recarsi nelle Fiandre. Elisabetta accetta,
ma Carlo non sa dominare i propri sentimenti e le
rinnova le proprie dichiarazioni d'amore, poi fugge
disperato. Arriva Filippo, che s'infuria quando vede
che Elisabetta è stata lasciata sola e ne caccia la
dama di compagnia, contessa di Aremberg,
imponendole di tornare in Francia; Elisabetta saluta
tristemente la donna (O ma chère compagne / Non
pianger, mia compagna).

Filippo resta solo con Rodrigo, di cui apprezza il


carattere e l'audacia, e questi lo implora di
concedere la libertà alle Fiandre (O Roi! j'arrive de
Flandre / O signor, di Fiandra arrivo). Filippo non
ascolta la supplica di Rodrigo, ma lo mette in
guardia dal Grande Inquisitore, per il quale le idee di
Rodrigo costituiscono una grave colpa. Poi Filippo
cerca di farsi Rodrigo alleato, confidandogli il
sospetto che Carlo stia cercando di strappargli
Elisabetta e chiedendogli di sorvegliarli.

Atto III

Parte I

I giardini della regina a Madrid.

Si sta svolgendo la festa della regina, ma Elisabetta


non se la sente di partecipare e preferisce ritirarsi in
preghiera, come ha fatto anche Filippo. Per fare in
modo che la sua assenza non venga notata,
Elisabetta scambia il proprio mantello e la maschera
con quelli della principessa di Eboli.

Si svolge poi il ballo della Peregrina, ambientato in


una grotta di madreperla, in cui si immagina che le
perle dell'oceano si spoglino delle loro bellezze per
fonderle nella Peregrina, il più bel gioiello della
corona di Spagna, personificata dalla Regina, che
appare al termine del ballo sopra un carro
sfolgorante.

Terminato il ballo, a mezzanotte Carlo giunge nei


giardini. Ha ricevuto un biglietto con l'invito a un
appuntamento, e si presenta credendo che l'invito
venga da Elisabetta, mentre in realtà è della Eboli,
falsamente convinta che Carlo sia innamorato di lei.
Giunge anche la principessa, velata, che si rende
conto che Carlo pensa di trovarsi di fronte alla
regina, di cui è innamorato. Prima di esser
riconosciuta, rivela a Carlo di avere udito Rodrigo e il
re parlar di lui in modo sinistro; poi giunge Rodrigo in
persona. La Eboli minaccia di rovinarli (Redoutez
tout de ma furie / Al mio furor sfuggite invano).
Rodrigo fa per pugnalarla, ma è fermato da Carlo; la
principessa esce furibonda.

Rodrigo chiede a Carlo di affidargli eventuali


documenti compromettenti; Carlo, che per qualche
istante aveva dubitato della fedeltà dell'amico, si
ricrede e acconsente.

Parte II

Una gran piazza innanzi Nostra Donna d’Atocha,


basilica a Madrid.

Nella piazza si eleva una catasta sulla quale saranno


messi al rogo i condannati del Santo Uffizio. Il
popolo festeggia (Ce jour est un jour d'allégresse /
Spuntato ecco il dì d'esultanza), mentre alcuni frati
attraversano la scena conducendo i condannati (Ce
jour est un jour de colère / Il dì spuntò, dì del
terrore). Segue il corteo reale, e per ultimo il re
stesso, che si rivolge al popolo ricordando di avere
indossato la corona giurando di dar la morte ai
ribelli. Ma subito giunge Carlo, conducendo con sé
sei deputati fiamminghi, che si prostrano e
implorano a Filippo la pace per il loro paese. Carlo
chiede invano a Filippo di divenire reggente del
Brabante e delle Fiandre. I popolani e i cortigiani
appoggiano le ragioni dei fiamminghi, ma Filippo,
spalleggiato dai frati, ordina che i deputati vengano
allontanati. Carlo perde il controllo e sguaina la
spada minacciando il re stesso, che chiede aiuto,
ma i grandi di Spagna indietreggiano davanti a
Carlo. Interviene però Rodrigo, che convince Carlo a
riporre la spada. Il re, riconoscente, promuove
Rodrigo a duca. Tutti s'incamminano per assistere
all'auto-da-fé, mentre dal cielo scende una voce a
consolare i condannati.

Atto IV

Parte I

Il gabinetto del re a Madrid. L'alba.

Filippo, come trasognato, medita sul fatto che


Elisabetta non lo ha mai amato, e pensa che solo
nella tomba che lo accoglierà all'Escoriale potrà
ritrovare il sonno e la pace (Elle ne m'aime pas! / Ella
giammai m'amò!). Il conte di Lerma annuncia il
Grande Inquisitore, cieco e novantenne: Filippo gli
dice che intende mettere a morte Carlo, colpevole di
tradimento, e gli chiede se si opporrà a questa
decisione. Il Grande Inquisitore lo appoggia,
ricordando che anche Dio ha fatto morire il proprio
figlio per riscattare l'umanità. Poi il Grande
Inquisitore chiede la morte anche di Rodrigo, le cui
idee mettono a repentaglio il potere della Chiesa
(Dans ce beau pays, pur d'hérétique levain /
Nell'ispano suol mai l'eresia dominò); Filippo tenta
inutilmente di opporsi.

Partito l'Inquisitore, entra Elisabetta, a cui è stato


sottratto uno scrigno che conteneva oggetti
preziosi. Filippo, con espressione terribile, estrae lo
scrigno da un cassetto e mostra a Elisabetta che
esso contiene un ritratto di Carlo, accusandola di
averlo tradito. Elisabetta proclama la propria
innocenza, poi, minacciata da Filippo, sviene. Filippo
chiede aiuto e accorrono Eboli e Rodrigo. Il re
capisce di avere ingiustamente offeso sua moglie;
Rodrigo si rende conto che la situazione sta
precipitando, ed è disposto a sacrificarsi per
assicurare un avvenire migliore alla Spagna.
Elisabetta rinviene.

Quando i due uomini escono, Eboli confessa di


essere stata lei a rubare lo scrigno e consegnarlo a
Filippo, accecata dalla rabbia per l'amore non
corrisposto da Carlo. Confessa inoltre di essere
stata sedotta dal re. Elisabetta la punisce
imponendole di scegliere tra l'esilio e la vita in
convento. Eboli, rimasta sola, maledice la bellezza
che il cielo le ha donato, che la rende altera e
dissennata (O don fatal et détesté / O don fatale),
poi decide che sceglierà il convento, ma prima
cercherà di salvare Carlo.

Parte II

La prigione di Carlo, in un oscuro sotterraneo.

Carlo, accusato di essere agitatore delle Fiandre, è


stato imprigionato. Giunge Rodrigo, accompagnato
da alcuni ufficiali che subito si allontanano. Rodrigo
spiega a Carlo di esser riuscito a salvarlo: ha fatto
trovare su di sé i documenti compromettenti che
Carlo gli aveva consegnato, attirando su sé stesso le
accuse rivolte all'amico; per questo Rodrigo sa che
presto dovrà morire (Oui, Carlos! c'est mon jour
suprême / Per me giunto è il dì supremo). Poco
dopo giungono due uomini, uno dei quali indossa le
vesti del Sant'Uffizio; essi indicano Carlo e Rodrigo,
e subito dopo uno di loro spara a Rodrigo con un
archibugio, ferendolo mortalmente. Rodrigo fa in
tempo a dire a Carlo che Elisabetta lo attende il
giorno seguente a San Giusto, poi muore. Carlo si
getta disperato sul suo corpo.

Giunge Filippo, per rendere al figlio la libertà. Carlo


lo respinge, accusandolo di essere colpevole della
morte di Rodrigo, di cui mostra il cadavere. Filippo,
commosso, si scopre il capo.

Giunge il conte di Lerma, annunciando una rivolta


popolare per la liberazione di Carlo. La principessa
di Eboli, accorsa mascherata, riesce a liberare Carlo,
che il popolo trascina fuori. Filippo affronta i ribelli,
che non sembrano temerlo. Soltanto l'intervento del
Grande Inquisitore, alla cui autorità la popolazione
non osa opporsi, mette fine alla sommossa.

Atto V

Il chiostro del convento di San Giusto come nell'Atto


II. Notte. Chiaro di luna.

Elisabetta entra, s'inginocchia presso la tomba di


Carlo V, prega l'anima del vecchio imperatore
d'intercedere per lei presso Dio e ricorda
tristemente le illusioni giovanili dei tempi di
Fontainebleau (Toi qui sus le néant des grandeurs
de ce monde / Tu che le vanità conoscesti del
mondo).

Giunge Carlo, per un ultimo saluto a Elisabetta prima


di separarsi per sempre. Elisabetta esorta Carlo a
recarsi nelle Fiandre a far vivere gli ideali di Rodrigo,
poi gli chiede di dimenticare ciò che c'è stato tra
loro. Mentre si stanno salutando augurandosi di
rivedersi nel cielo, vengono sorpresi da Filippo e dal
Grande Inquisitore. Il re afferma che ci dev'essere
un doppio sacrificio: proclama che farà il proprio
dovere e chiede che l'Inquisizione faccia altrettanto.
Filippo e il Grande Inquisitore, implacabili, accusano
Carlo di tradimento, e quest'ultimo indietreggia
verso la tomba di Carlo V.

Si apre il cancello della tomba e appare il frate del


secondo atto che in realtà è l'imperatore Carlo V,
creduto morto. Il frate copre Carlo, smarrito, col
proprio mantello, e lo trascina con sé, ripetendo che
solo in cielo si può trovare pace. Dalla cappella i
monaci pregano per l'anima dell'Imperatore,
chiedendo a Dio di risparmiargli la sua collera.

Confronto tra le versioni

Organico orchestrale

Brani celebri

Numeri musicali

Discografia (parziale)

DVD (parziale)

Note

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Ultima modifica 19 giorni fa di Pil56

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