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Da V. Ilari, P. Crociani e G. C.

Boeri, Storia militare del regno murattiano 1806-15,


Widerholdt Frères, Invorio, 2007, tomo I, pp. 408-424 (cap. 8, §. B).

B. Alloggio, casermaggio
e accampamento

Gli alloggi militari nella città di Napoli (17 marzo–26 ottobre 1806)
L’occupazione francese provocò un forte incremento della presenza
militare nella capitale, in parte per il rafforzamento della guarnigione
determinato dalla minaccia anglo-siciliana sul Golfo e dalla difficoltà di
alloggiare le truppe in provincia, in parte per l’espansione della
burocrazia militare, l’aumento di ufficiali e impiegati non residenti e la
prassi di postulare di persona incarichi e carriere presso i centri
decisionali. Resa insalubre dalle dune che bloccavano lo scolo delle
acque putride e lesionata dal terremoto del 1805, la moderna caserma dei
Granili, costruita nel 1779-92 dall’architetto Fuga, era in parte inagibile,
ma 4 castelli, 3 fortini e 22 quartieri vecchi e nuovi erano comunque
sufficienti per le truppe. Secondo il medico Savaresi, le caserme di
Napoli erano”generalmente ben situate sotto il profilo della salubrità.
Quella di fanteria di Pizzofalcone e(ra) la più sana, la più bella e la più
grande di Napoli. La caserma di cavalleria, situata presso il ponte della
Maddalena, riuni(va) molti vantaggi e comodità, ma e(ra) troppo vicina
al Sebeto e alle sue paludi e ad una quantità di prostitute, voisinage
ancor peggiore e che ben equivale(va) agli effetti di un’aria mefitica”.
Gli ufficiali, i funzionari militari e i privati arrivati al seguito
dell’Armée de Naples dovettero invece essere alloggiati “presso
l’abitante”. Gli alloggi erano in genere offerti spontaneamente dai
proprietari, allettati dai rimborsi e dall’opportunità di acquisire aderenze
presso i francesi, ma i rimborsi gravavano sull’intera città, la
coabitazione con i civili dava luogo a continui problemi e litigi (anche
per motivi di gelosia) e gli alloggi individuali attenuavano il controllo
sulla disciplina e l’impiego dei quadri. Secondo il diarista De Nicola, il
17 febbraio era stato vietato ai francesi di pretendere anche la “tavola”
dalle famiglie presso cui erano alloggiati, e il 27 gli alloggi furono
ridistribuiti in modo da tenere gli ufficiali il più vicino possibile ai loro
reparti.
I primi provvedimenti d’emergenza, presi con determinazioni N. 32,
45 e 55 del 17, 27 e 31 marzo 1806, riguardarono l’appalto di 6.500
forniture di casermaggio (3.000 posti letto doppi per la truppa, 500
singoli per ufficiali e impiegati militari e 3.000 per gli ospedali
sedentari), l’aumento delle risorse destinate ai rimborsi e regole meno
vaghe per la concessione degli alloggi individuali. In particolare fu
imposto un supplemento addizionale (da 8 a 200 ducati) alla decima
straordinaria sulle pigioni della capitale stabilita il 6 dicembre 1805 dal
governo borbonico per rimborsare gli alloggi concessi ai quadri del
corpo di spedizione anglo-russo, che era pagata per metà dal proprietario
e per metà dall’affittuario. Inoltre si prescrisse al senato civico di
rilasciare biglietti d’alloggio esclusivamente su domanda scritta con
l’indicazione del grado e dell’incarico del beneficiario, il quale decadeva
dal diritto all’alloggio col cessare dell’incarico che vi aveva dato luogo.
Il controllo era attribuito al ministro della polizia generale, sullo stato
degli aventi diritto e sugli stati giornalieri degli alloggi concessi, redatti
rispettivamente dal capo di SMG e dal senato civico.
Il decreto N. 191 del 2 ottobre limitò l’alloggio in case private ai soli
generali in servizio nella capitale (SMG dell’armata, gendarmeria e
comandanti in capo del genio e dell’artiglieria); gli altri ufficiali della
guarnigione dovevano essere alloggiati (col trattamento stabilito per il
loro grado dalle norme francesi) nei quartieri militari e di preferenza in
10 conventi da destinarsi a padiglioni ufficiali, riparati, mantenuti e
ammobiliati a cura e spese del corpo civico. De Nicola annotava il 6
novembre che agli ufficiali francesi era stata destinata la casa dei Pii
Operari di San Nicolò. Con decreto N. 219 del 25 ottobre da Portici
furono messi a disposizione del corpo di città, per alloggio dei militari
francesi, i quartieri di Ferrandina, delle case annesse a Pizzofalcone e del
ponte della Maddalena, il collegio Macedonio, l’ex-fabbrica di pietre
dure di San Carlo a Mortella e 10 monasteri soppressi [della Stella, S.
Maria del Parto della SS. Vergine a Mergellina, S. Maria in Portico, S.
Teresa a Chiaia, S. Carlo a Mortella, Montecalvario, S. Caterina a
Formello, S. Teresa degli Spagnoli, S. Pietro a Maiella e S. Domenico
Soriano: con decreto del 21 febbraio 1807 gli ultimi due furono sostituiti
da quelli del S. Severo e dell’Ascensione a Chiaia]. Con decreto N. 270
del 28 gennaio 1809 fu stabilita a Napoli, “nei granili del ponte della
Maddalena”, una caserma di mille letti destinata alle truppe in transito,
finanziata da un’una tantum dell’un per cento della rendita di tutte le
case della capitale, con franchigia per le pigioni inferiori ai 20 ducati.

Il regolamento sul fuoco e lume (25 giugno 1807)


Il regolamento sulle somministrazioni di fuoco e lume, emanato con
decreto N. 170 del 25 giugno 1807, comprendeva 6 titoli e 54 articoli.
Nei luoghi di guarnigione erano previsti magazzini di legna, carbone,
olio e candele, stabiliti, con l’approvazione del comandante della piazza
e l’intelligenza del partitario, a scelta degli ufficiali del genio e dei
sottointendenti militari, rispettivamente incaricati della manutenzione
degli edifici e dell’approvvigionamento, mantenimento e distribuzione
dei generi. All’inizio dell’autunno si faceva anche un
“approvvigionamento di precauzione” pari al fabbisogno medio di tre
mesi. Le razioni spettavano solo ai sottufficiali e soldati, ma gli ufficiali,
su ordine del generale e dell’intendente militare, potevano acquistare dal
partitario, a seconda del loro grado, da 5 a 15 razioni giornaliere (e il
doppio in inverno).
La razione di legna da cucina per i graduati e soldati in guarnigione
era di 30 once (806 grammi), e il doppio per i sottufficiali. Nei mesi
invernali [da dicembre a febbraio a Napoli, Terra di Lavoro e Puglia, da
dicembre a marzo nel Principato C. e in Basilicata e Calabrie e dal 15
novembre al 15 aprile negli Abruzzi e nel Molise e Principato U.] ne
spettava una seconda per il riscaldamento, aumentata a 42 once e
prolungata di due mesi se le truppe erano in campagna, computando
anche i soldati dei posti avanzati e delle guardie del campo. Alle truppe
in movimento o azione di guerra si provvedeva mediante taglio degli
alberi di bosco o, in mancanza, dei meno fruttiferi. I comuni
anticipavano le razioni alle truppe distaccate o in accantonamento
temporaneo a distanze superiori a 2 miglia dal magazzino più vicino, ed
erano poi rimborsati dal partitario. Costui somministrava le razioni ogni
5 giorni, in ragione e sullo stato dei presenti effettivi vistato dal
sottointendente, il quale verificava i consumi sugli stati trasmessi ogni
decade dai corpi, imputando a loro carico le razioni eccedenti il dovuto,
e formava lo stato mensile delle somme dovute al partitario.
Ai corpi di guardia erano distribuite solo le razioni di riscaldamento
invernale, in ragione della loro forza (I classe oltre 16 uomini, II da 8 a
16, III meno di 8) e con un mese aggiuntivo. La razione quotidiana era di
15, 12 e 8 rotola (kg 14:24, 10:68 e 7:12) di carbone ovvero di 54, 48 e
36 razioni di legna (kg 43:52, 38:69 e 29:01), diminuite di un terzo nel
primo e nell’ultimo mese del periodo. Una razione di III classe era
attribuita anche alla camera dell’ufficiale, restando costui arbitro di
scegliere tra il carbone e la legna. Ogni giorno la segreteria di piazza
distribuiva ad ogni corpo di guardia una tavoletta metallica col numero
della classe, usata come ricevuta delle razioni prelevate al magazzino dai
soldati di corvée.
L’illuminazione dei quartieri di guarnigione era calcolata in ragione di
una lampada con lucignolo per 25 uomini e per ogni locale di stalla, con
un consumo quotidiano di 2 once e mezza (66 grammi) da maggio ad
agosto, 3 (80 gr.) in marzo-aprile e settembre-ottobre e 4 (107 gr.) negli
altri mesi. La razione d’olio per i corpi di guardia di I e II classe era il
doppio, per quelli di III classe di 3 e mezzo, 4 e mezzo e 6 once, e
poteva essere sostituita da 2, 3 o 4 candele di sego del peso di 3 once.

Il regolamento sugli alloggi e il casermaggio (30 giugno 1807)


Il regolamento sugli alloggi delle truppe in guarnigione e in marcia,
emanato con decreto N. 175 del 30 giugno 1807, era composto da 14
titoli e 254 articoli. Rinviamo al capoverso seguente l’esame dei primi
due titoli, relativi alle competenze del genio. Il titolo III (art. 11-41)
regolava il materiale di casermaggio, infissi, mobili e letti. I letti da
ufficiale – che spettavano anche agli aiutanti sottufficiali, sergenti
maggiori, portastendardi e marescialli d’alloggio capi – erano composti
da una lettiera di legno rialzata, un saccone di paglia, un materasso di
lana (2 per gli ufficiali superiori), 2 cuscini con federa di lino, 2 lenzuola
di lino, una coperta di lana bianca e una di cotone. La camera da letto
individuale degli ufficiali era corredata da tavola, 4 sedie, comò,
guardaroba, vaso da notte, bacinella e 2 asciugamani. Le altre camere
spettanti a seconda del grado erano corredate di tavole, sedie, candelieri
e altri utensili, mentre la camera per i domestici aveva lo stesso corredo
della camera per soldati, ossia tavolo per il pane, tavolino, panche,
attaccapanni e rastrelliera per le armi. I letti da soldato erano a 2 piazze,
senza lenzuola e coperta di cotone, e un semplice guanciale invece dei
cuscini. Ai forieri, tamburi e trombette maggiori e capibanda spettava un
letto a una piazza. Le camere e prigioni di disciplina erano differenziate
per rango e con le stesse dotazioni, mentre le prigioni per militari di
qualunque grado deferiti al consiglio di guerra erano fornite solo di
paglia, un vaso da notte e una tinozza. Il corredo dei corpi di guardia
militari (tra i quali erano compresi anche quelli guarniti dalle guardie
provinciali) era differenziato a seconda delle tre classi di forza, mentre la
camera per l’ufficiale era la stessa spettante in quartiere. Gli utensili da
cucina erano provvisti a spese dei corpi o requisiti dai civili: solo i vasi
di creta erano acquistati (al prezzo di mercato), mentre rami, ferri e
stoviglie erano noleggiati a tariffa (1 grana e mezzo al giorno per una
marmitta da 16 porzioni di zuppa e 3 cavalli per le relative stoviglie). I
magazzinieri del casermaggio rimettevano lo stato mensile del materiale
al sottointendente, al quale i corpi indirizzavano i reclami. Il servizio era
assicurato mediante appalto, sotto un ispettore generale del ministero
(Cossé nel 1809-10).
Il titolo IV (artt. 42-94) regolava la distribuzione degli alloggi nelle
fabbriche militari. Il criterio generale era di dare priorità all’alloggio dei
militari di grado inferiore, a cominciare da comuni e graduati, alloggiati
insieme e per squadre. Ai sergenti della compagnia spettava una camera
separata, ai sottufficiali di grado superiore una camera singola e in quella
del foriere erano custoditi vestiti e armi dei degenti in ospedale. Ai
musicanti e alle maestranze (artista veterinario, sarto, calzolaio,
armaiolo, sellaro) spettavano 2 stanze, una per alloggio e una per studio,
laboratorio o fucina; alle lavandaie, alloggiate (per precauzione) al
pianterreno, spettavano 2 stanze per battaglione e 3 per reggimento di
cavalleria. Ai reggimenti spettavano inoltre camere speciali per gli
ammogliati, infermerie da 30 letti per la fanteria e 20 per la cavalleria,
sale d’armi e da ginnastica e locali per i magazzini d’armi, vestiario e
piccolo equipaggio. Le stalle dovevano essere possibilmente prossime
agli alloggi, con separazioni tra i cavalli (inclusi quelli degli ufficiali)
delle varie compagnie, un locale isolato per gli animali infermi, un
magazzino con foraggio per 4 giorni e uno di selle e briglie, con
abbeveratoi e corti per il deposito di letame nel recinto della caserma.
Norme particolari disciplinavano gli alloggi degli ufficiali di linea
(possibilmente in caserma o in edifici vicini), dei comandi di divisione
militare e di provincia, degli SM di piazza e stabilimenti militari, del
personale degli ospedali e magazzini e delle scuole militari (questi
ultimi, come gli allievi, sempre alloggiati nella scuola).
L’alloggio spettava esclusivamente ai militari ed impiegati presenti nel
luogo destinato all’esercizio delle funzioni: gli ufficiali del genio e
dell’artiglieria, i comandanti d’armi e loro aiutanti e gli intendenti e
sottointendenti militari lo conservavano anche in assenza. Gli ufficiali
scontenti dell’alloggio assegnato e che volevano provvedersi di un altro
a proprie spese, potevano ottenere un biglietto di alloggio temporaneo
per un massimo di 3 giorni. Le autorità locali dovevano impedire abusi
dei civili negli affitti richiesti agli ufficiali. Ai generali non comandanti
di divisione e agli ufficiali del genio e dell’artiglieria isolati competeva
in tempo di pace solo l’indennità d’alloggio. Le indennità agli ufficiali
cui non poteva essere assegnato l’alloggio in natura erano stabilite nel
titolo VI (artt. 115-124): agli ufficiali e impiegati residenti nella capitale
era accordato un aumento del 50 per cento. L’indennità per mancanza di
mobilio era pari alla metà di quella di alloggio per gli ufficiali inferiori e
ad 1/3 per i superiori (e pagata su certificato dell’appaltatore dei letti).
Il titolo V (artt. 95-114) regolava l’alloggio presso l’abitante. Si
dovevano destinare le case con abbondanza di camere non occupate in
rapporto al numero dei componenti della famiglia, escluse quelle abitate
da vedove o fanciulle, e comprese quelle di ufficiali e pubblici
funzionari. L’abitante doveva fornire lo stesso numero di camere e gli
stessi tipi di mobili, letti e stalle spettanti agli ufficiali e alle truppe, ma i
locali per i magazzini dovevano essere provveduti dal comune. Gli
alloggi per periodi inferiori a 15 giorni non davano luogo ad alcun
indennizzo. La tariffa giornaliera pro capite era di 1 grana e mezzo per
sergenti, graduati e comuni, il doppio per i sottufficiali superiori, di 2 e
mezzo per il letto da ufficiale e 1 per i cavalli. All’abitante che
alloggiava un ufficiale spettava l’affitto medio corrente nel luogo, fino al
totale dell’indennità d’alloggio spettante all’ufficiale, al quale toccava la
parte eccedente. L’indennizzo era anticipato dal comune, e rimborsato
sugli stati trimestrali trasmessi al sottointendente e sui fondi del
casermaggio.
Il titolo VII (artt. 125-144) disciplinava il servizio dei casermieri e
custodi temporanei del genio. I casermieri rispondevano della tenuta dei
locali e assicuravano il rispetto delle destinazioni d’uso stabilite
dall’ufficiale del genio, al quale rimettevano lo stato quindicinale dei
movimenti. I titoli VIII (artt. 145-161), IX (162-175) e X (176-193)
regolavano la consegna e riconsegna degli alloggi alle truppe e la
reintegrazione dei danni e dispersioni, i titoli XI (194-231) e XII (232-
243) la pulizia interna ed esterna degli alloggi militari, e gli ultimi due
(artt. 244-54) contenevano disposizioni generali e sulla pubblicazione
del decreto. La pulizia interna era attribuita a soldati di comandata
(“quartiglieri”), quella esterna ai detenuti, e al casermiere o custode
quando la caserma era vuota. Ai cambi di guarnigione e di guardia la
pulizia dei locali incombeva alle truppe in partenza e alla guardia
smontante. Tra le varie prescrizioni igieniche, c’erano il divieto di
mangiare o pulire le armi sul letto e di salirvi con le scarpe e di orinare e
defecare fuori dei cessi, l’obbligo di scoprire e disfare i letti e arrotolare i
materassi dopo la sveglia, di aerare le camerate e purificarle con fumi di
aceto e ginepro, pulire le fogne con getti d’acqua nel condotto principale
e in quello dell’orina, controllare la stagnatura dei vasi di rame,
spolverare e lavare le panche e battere abiti e coperte ogni sabato
all’aperto, lavare le finestre una volta al mese, cambiare lenzuola e
federe ogni 15 giorni e la paglia dei sacconi ogni sei mesi, lavare le tele
dei materassi e guanciali e battere la lana ogni anno a giugno, sterilizzare
gli effetti dei malati contagiosi, nettare gli zoccoli dei cavalli da letame
ed orina, tenere sempre aperte porte e finestre delle stalle, tranne nei
giorni di gran freddo o gran caldo ed evacuare il letame ogni tre giorni.

Le attribuzioni degli ufficiali del genio (D. 30.6.1807 e 22.6.1810)


Il titolo I del decreto 30 giugno 1807 ripartiva gli edifici militari in
“fabbriche militari addette all’alloggio” (caserme, prigioni, corpi di
guardia, stalle, ospedali e magazzini) e stabilimenti d’artiglieria
(arsenali, sale e manifatture d’armi, fonderie), posti rispettivamente sotto
la direzione degli ufficiali del genio e dell’artiglieria. I primi erano
inoltre incaricati – sotto la propria responsabilità e alle dirette
dipendenze del ministro – della costruzione e del mantenimento di tutti
gli edifici militari, inclusi gli stabilimenti d’artiglieria, con le stesse
regole e procedure stabilite dal regolamento del genio per le
fortificazioni; nonché del “notamento” delle fabbriche militari esistenti e
delle successive variazioni. La destinazione d’uso era determinata dal
ministro su progetto dell’ufficiale del genio corredato dall’estimo dei
costi e pareri conformi del direttore del genio e dell’intendente
divisionale. Analoghe disposizioni erano stabilite dal titolo II per le
proposte di costruzione e manutenzione, con facoltà d’impiegare
lavoratori civili militarizzati e retribuiti secondo gli usi locali.
Queste norme furono modificate con decreto N. 842 del 22 giugno
1810, per chiarire le incertezze circa le rispettive attribuzioni delle due
armi e le procedure per l’approvazione dei lavori proposti dagli ufficiali
del genio. Si precisava infatti che gli ufficiali d’artiglieria erano
incaricati della conservazione e tenuta degli edifici addetti agli
stabilimenti dell’arma, “e quindi di tutte le ordinarie rifazioni, oltre che
dei lavori che riguardano i forni di fusione, di forge e cose di simil
natura”. Tuttavia i progetti di nuova costruzione e i lavori che potessero
alternare la stabilità di tali edifici erano sotto la responsabilità di un
ingegnere militare. L’approvazione delle proposte di nuovi lavori o
prima costruzione di qualsiasi edificio militare era riservata al ministro.
La proposta doveva essere corredata dal progetto e da un verbale con le
motivazioni di utilità e vantaggio e il parere favorevole del capo del
genio e, per quelli relativi a caserme, ospedali, prigioni e magazzini
logistici, anche del commissario di guerra. Se i lavori erano proposti
come necessari, i pareri erano riservati al direttore del genio e
all’ordinatore, e, anche in caso di divergenza, trasmessi senza dilazione
al ministro col disegno dell’opera e il preventivo di spesa. In caso
d’urgenza, riconosciuta dal capo del genio e dal commissario di guerra
(e, in caso di divergenza, dal direttore del genio), i lavori potevano
essere cominciati senza attendere l’approvazione del ministro.

Alloggio e casermaggio nelle province (1806-1809)


Diversamente dall’esercito borbonico, concentrato in massima parte a
Napoli e nelle piazzeforti di Capua, Gaeta e Pescara, le armate francese e
napoletana dovettero mantenere robuste guarnigioni anche nelle
province minacciate dall’insurrezione interna e dagli sbarchi nemici, in
particolare al confine romano, in Abruzzo, nei Principati e in Calabria.
Durante le due occupazioni della Puglia (1801-02 e 1803-05) i francesi
vi avevano stabilito parecchie caserme, di cui sette solo a Taranto, ma
con l’occupazione francese delle Ionie le basi pugliesi avevano perso
molta della loro importanza, e il grosso delle forze era dislocato in
province quasi del tutto prive di infrastrutture. Secondo la prassi
dell’epoca, i comuni che non erano in grado di alloggiare le truppe in
transito erano tenuti a indennizzarle con una razione doppia di vino o
l’equivalente in denaro: il 24 settembre 1806, ad esempio, il colonnello
Soffietti, dei cacciatori a cavallo italiani, intimò a tal titolo al comune di
Sulmona un indennizzo di 2 grana a notte pro capite. La stessa Pescara,
divenuta punto di transito delle forze in arrivo o in partenza da o per
l’Alta Italia, non aveva caserme sufficienti: il 19 maggio 1807,
approfittando della prossima visita del re, i decurioni gli rivolsero la
supplica di esentare la città dalle prestazioni alle truppe in transito, e il 2
dicembre proposero di requisire i conventi di S. Francesco e S. Agostino,
destinati ad essere soppressi per l’età avanzata dei pochi frati rimasti, per
alloggiarvi gli ufficiali superiori di passaggio [la richiesta fu reiterata il 3
giugno 1811, aggiungendo ai due “conventini” anche quello delle
monache, destinato a caserma per le truppe di passaggio, e nel gennaio
1812 i comandanti della piazza e del genio dettero parere favorevole; ma
la pretesa dei pescaresi di distribuire le spese di restauro e riattamento –
22.000 lire – fra tutti i comuni limitrofi fece definitivamente archiviare il
progetto].
Il casermaggio borbonico, commisurato ad un esercito di 20.000
uomini, ed in parte distrutto o disperso al ritiro delle forze anglo-russe o
durante la breve campagna del febbraio-marzo 1806, era del tutto
insufficiente, e la maggior parte dei soldati era costretta a dormire per
terra o su paglia infettata dai rognosi [v. lettera di Frégéville del 10
marzo 1807, da Barletta, a Lamarque]. Gli appalti del casermaggio
furono aggiudicati all’impresa Davin, poi sostituita da Liberati, ma il
riattamento e mantenimento delle caserme restava a cura e spese dei
comuni. A Sulmona ad aggiustare il quartiere provvedeva un caporale
dei “frati giurati” con 5 compagni, con carreggio della paglia e altro
materiale fornito dal comune. Per la sola Armata napoletana occorrevano
15.000 letti (doppi), e il doppio per l’Armata francese (69.500 uomini).
Solo alla fine del 1807 l’Armata napoletana raggiunse una disponibilità
di 11.000 letti, pari al 73 per cento del fabbisogno. Una circolare
ministeriale del 12 dicembre ridistribuì le forze sul territorio in rapporto
alle risorse, e il 26 settembre 1808 Murat incaricò Saliceti di preparare
un progetto di decreto per cedere alle intendenze provinciali la gestione
dei letti e destinare edifici ad uso di caserma in tutti i luoghi di
guarnigione e transito, in modo da poter ridurre l’alloggio presso
l’abitante ai soli casi eccezionali. Ma il 27 dicembre il re trasmetteva al
ministro le proteste di Partouneaux per le pessime condizioni delle
caserme calabresi, dove nevicava sui letti, oltretutto privi di coperte. Il
23 marzo 1809 Murat chiedeva al ministro Reynier di controllare
l’appalto dei letti, pagato per 15.000 mentre erano in realtà molti di
meno. Con circolare del 26 agosto il ministro richiese alle intendenze
provinciali l’elenco dei danni provocati agli edifici pubblici dalle truppe
francesi; con altra del 28 novembre prescrisse di fornire di letti le
batterie costiere, se necessario a cura e spese dei comuni. Con dispaccio
del 15 novembre il ministro dell’interno chiarì alle intendenze che la
fornitura gratuita di letto, fuoco, cucina e biancheria da parte dei comuni
agli ufficiali in transito era limitata a 3 soli giorni.

I provvedimenti del 1810-12 sul casermaggio


Con decreto N. 737 del 22 settembre 1810 dal campo di Piale (che si
stava ormai smobilitando), i consigli reggimentali furono incaricati di
provvedere all’acquisto, mantenimento e rimpiazzo degli utensili e
ordigni di accampamento, a carico delle masse generale (acquisto) e di
vitto ordinario (mantenimento e rimpiazzo). Il primo acquisto doveva
essere autorizzato dal ministro. Il decreto N. 890 del 7 febbraio 1811
destinò alle compagnie provinciali tutti gli edifici militari disponibili
esistenti nei luoghi di residenza, e, in mancanza, le case demaniali più
idonee. La fornitura dei letti a tali compagnie era stata inizialmente
attribuita (art. 17 del decreto 4 maggio 1810) all’impresario del
casermaggio, senza considerare che l’appalto non prevedeva la fornitura,
ma solo il mantenimento: l’errore fu emendato con decreto N. 934 del 14
marzo 1811, che incaricava gl’intendenti di stipulare contratti provinciali
(con riserva di approvazione da parte del ministro della guerra) per il
mantenimento, la conservazione e il rimpiazzo dei letti, sui fondi della
massa d’alloggio di tali compagnie.
Con decreto N. 940 del 21 marzo fu abrogato l’art. 121 del decreto del
30 giugno 1807 che prevedeva la facoltà degli abitanti di esentarsi
dall’alloggio militare in natura dietro pagamento della corrispondente
indennità. Con circolare del 10 aprile alle intendenze il ministro
dell’interno comunicò la forza ordinaria delle guarnigioni (in Terra di
Lavoro, erano previsti 3.390 uomini a Capua, 3.300 a Gaeta, 440 ad
Aversa e 330 a Nola), dispose il censimento dei fornitori di mobilio e
delle case idonee per alloggio ufficiali e comunicò la creazione (con atto
che non abbiamo rintracciato) di una cassa d’alloggio, finanziata dai
proprietari di case idonee ad alloggio militare con un’imposta pari ad 1/3
della rendita o della pigione. La cassa era destinata a riattare e
ammobiliare le caserme addette all’eccedenza della guarnigione e alle
truppe di passaggio, a stabilire padiglioni demaniali per ufficiali ed a
soccorrere le famiglie bisognose gravate da alloggio militare.
Con decreto del 29 settembre 1808 fu soppresso l’ospedale militare
dei rognosi al III piano dei Granili e con decreto del 15 luglio 1809
furono determinate le parti del fabbricato da lasciarsi alla R. Marina per
il bagno dei forzati, il deposito legnami e la corderia (già situata al III
piano); il resto dell’edificio fu suddiviso tra il genio militare (per una
caserma di guarnigione) e il municipio di Napoli (per la caserma delle
truppe di passaggio).
Come abbiamo già accennato nel capitolo precedente, con decreto N.
1077 del 25 settembre 1811, a partire dal 1812 i servizi del casermaggio,
dell’illuminazione dei padiglioni e caserme e del fuoco e lume dei corpi
di guardia, furono trasferiti alla regia militare, mettendo a carico degli
appaltatori il rinnovo degli effetti dichiarati fuori uso o trovati mancanti
per colpa loro. Il conto presentato alla fine del 1811 dai commissari
liquidatori del casermaggio (consiglieri Luigi Savarese e Nicola Maria
Seniso) registrava un esito di 25.025 ducati a fronte di un introito di
24.062, con un deficit di 1.037. Il consiglio di regìa fu integrato da un
terzo amministratore (Guillaume) per il casermaggio e gli ospedali, da
cui dipendevano amministratori di piazza [Comte per Capua, Nola e S.
Maria di Capua: a Gaeta, nel maggio 1815, era conservatore del
casermaggio Antonio d’Auxonne, con 3 impiegati e 7 lavandaie].
Con decreto N. 1183 del 31 dicembre le tariffe in “antichi pesi” del
carbone e dell’olio furono ragguagliate ai “nuovi pesi” [arrotondando le
ultime a 66, 90, 120, 130, 160 e 200 grammi], ma con decreto N. 1312
del 9 aprile 1812 fu abrogato l’art. 8 del decreto del 25 giugno 1807,
disponendo la cessazione, a partire dal mese seguente, delle forniture di
lumi per le caserme.

Trasferimenti di edifici pubblici al demanio militare (1812-14)


Nel 1811-14 vari edifici demaniali o comunali da tempo destinati ad
uso militare furono definitivamente trasferiti all’amministrazione della
guerra. Così, con decreto N. 965 dell’11 maggio 1811, per quello di San
Lorenzo della Padula adibito a ospedale e caserma, e, con decreto N.
1412 del 16 luglio 1812, per gli otto ex-conventi di Taranto occupati dai
francesi nel 1801 e adibiti a comando presidio (Celestini), padiglione
ufficiali (Monteoliveto), ospedale militare (Teresiano), uffici del genio
(San Giovanni di Dio, di fronte all’Episcopio), arsenale d’artiglieria e
caserma dei cannonieri litorali (Carmine), magazzino d’artiglieria e
genio (chiesa attigua alla caserma S. Francesco) e caserme per 400 fanti
(S. Francesco) e 300 cavalieri (S. Domenico, con magazzino foraggio) e
della gendarmeria (S. Agostino, comunale). Furono inoltre trasferiti al
demanio militare anche 2 masserie (dei Carmelitani e dei Francescani),
una vigna con casino, il giardino sotto il castello e un terreno, affittati a
privati per una rendita complessiva di 768:50 ducati (= lire 3.381:40).
Con decreto della reggente N. 1498 del 17 settembre 1812 furono
soppressi 5 monasteri femminili di Capua; tre (S. Giovanni, Gesù grande
e S. Gabriello) furono messi a disposizione del ministero della guerra per
gli alloggi della guarnigione, mentre quelli di S. Girolamo e S. Maria
furono concessi alla città per l’alloggio delle truppe di passaggio e
l’accasermamento della compagnia scelta. Con decreto N. 1554 del 3
dicembre fu posto definitivamente a disposizione della guarnigione di
Napoli l’intero convento di S. M. degli Angeli alle croci (tranne la
chiesa). Il decreto N. 1605 del 27 gennaio 1813 dispose analogo
trasferimento per 4 edifici di Capri appartenenti al patrimonio della
corona e già in uso militare (la Certosa, la Torre di Matarita, l’ospizio coi
magazzini e l’oliveto siti nella marina, l’ex convento delle religiose di
Anacapri), compensati con beni dello stato a richiesta dell’intendente di
casa reale. Con decreto N. 1699 del 21 aprile 1813 la città di Lecce fu
dichiarata piazza di guarnigione fissa e gli ex-conventi degli Agostiniani
(S. Angelo e degli Alcantarini) furono trasferiti all’amministrazione
militare per essere destinati a caserme con capienza di 1.200 uomini.
Con altro del 28 aprile vari edifici demaniali furono ceduti a comuni
della Capitanata per le caserme di passaggio e di gendarmeria. Con
decreto N. 2205 del 28 luglio 1814 furono definitivamente trasferiti
all’amministrazione militare gli ex-conventi di S. Domenico e S.
Antonio di Foggia, già adibiti a caserme di cavalleria, e la parte dell’ex-
convento di Gesù e Maria già adibita a infermeria quadrupedi. Con
decreto del 6 maggio 1813 era stato destinato come sede della Scuola di
Marte il seminario di Nola, spostando l’istituto vescovile nell’ex-
collegio dei gesuiti adibito a caserma di cavalleria e truppe di passaggio:
lo scambio fu però revocato con decreto N. 2233 del 24 agosto 1814, a
seguito della decisione di impiantare la scuola di Marte a Napoli.

I padiglioni per gli Ufficiali e le indennità d’alloggio


Oltre agli ufficiali di guarnigione (che godevano di una addizionale
all’indennità d’alloggio in ragione degli affitti più alti), Napoli – come
Milano – pullulava di altri ufficiali che sotto vari pretesti si trattenevano
nella capitale anche per postulare promozioni e incarichi. Il 21 novembre
1809 Murat scriveva al ministro Daure di rispedire indietro, sotto
minaccia di destituzione, tutti gli ufficiali che venivano perfino dalla
Spagna a raccomandarsi. Con circolare del 31 marzo 1810 agl’ispettori
alle riviste, il ministro stigmatizzò che i militari dei vari corpi di stanza
vicino Napoli, e precisamente quelli con incarichi amministrativi, si
permettevano di soggiornare nella capitale sotto vani pretesti e con la
compiacenza dei loro superiori, inceppando l’amministrazione dei
reggimenti. Dispose pertanto la sospensione del pagamento del soldo
agli ufficiali che si fossero allontanati dal loro posto senza foglio di
congedo rilasciato dal ministro e vistato dal sottoispettore.
Nel 1810 c’erano a Napoli solo 313 alberghi e 32 maisons garnies: la
maggior parte degli ufficiali senza truppe alloggiava perciò presso
l’abitante. Con decreto N. 1361 del 26 aprile 1812 furono stabilite nuove
tariffe delle indennità d’alloggio e mobilio [le abbiamo già riportate
nella tab. 302, allegata al cap. 6].
Con decreto N. 2022 del 13 gennaio 1814 le caserme e i padiglioni
militari, tanto demaniali che comunali, furono posti sotto l’immediata
polizia dei commissari di guerra, limitando le competenze dei
comandanti di piazza alla vigilanza del servizio, al buon ordine e alla
notifica dei movimenti di truppe. Gli ufficiali del genio erano incaricati
di notificare al comandante e al commissario lo stato trimestrale degli
edifici destinati ad alloggio degli ufficiali, inclusi i padiglioni comunali,
disponendo le riparazioni necessarie di concerto con gl’ingegneri civili. I
commissari di guerra erano incaricati di ripartire gli alloggi, dandone
conto trimestrale all’ordinatore, che ne inviava al ministro il riassunto
generale. Gli ufficiali che accettavano volontariamente di occupare
alloggi di un grado inferiore al loro non avevano diritto ad alcuna
indennità.
Le indennità d’alloggio e mobilio erano liquidate dai sottoispettori sui
certificati di mancanza d’alloggio o mobilio rilasciati mensilmente dai
commissari di guerra, e pagata su ordine del ministro previo riscontro
sugli stati trimestrali dei certificati rilasciati dai commissari e degli
alloggi effettivamente occupati, rispettivamente trasmessi dagli
ordinatori e dai direttori delle fortificazioni, in modo da poter accertare e
far giudicare le eventuali frodi. La conservazione delle indennità anche
in caso di assenza temporanea dal luogo d’impiego era estesa anche
agl’ispettori generali d’arma e loro aiutanti di campo, agli ispettori alle
riviste e commissari di guerra e ai membri dei consigli di guerra.
L’indennità non competeva agli ufficiali di gendarmeria, i quali
dovevano provvedersi di alloggio mediante il soldo maggiore di cui
godevano, ma il decreto la concedeva per il tempo in cui fossero
impiegati fuori sede per servizi straordinari. In compenso stabiliva la
decadenza dal diritto all’indennità in caso di rifiuto dell’alloggio in
natura, e, fino a nuovo ordine, limitava le indennità alle sole piazze di
Napoli e Capri, mentre nelle altre l’alloggio in natura era posto a carico
dei comuni.
Con o. d. g. del 2 giugno 1814 il ministro della guerra notificava che il
re voleva essere informato dell’arrivo a Napoli di tutti gli ufficiali, i
quali dovevano immediatamente presentarsi di persona al comandante
della piazza: i soli tenenti generali potevano farsi rappresentare da un
aiutante di campo. Con circolare del 26 settembre si chiarì che l’alloggio
in natura competeva anche agli ufficiali delle compagnie provinciali.

Gli alloggi militari ad Ancona dal dicembre 1813 al maggio 1815


Il 3 dicembre 1813, in vista dell’arrivo delle truppe napoletane, il
podestà di Ancona invitò i commissari di polizia a vigilare sul buon
ordine e far tenere aperte fino a notte avanzata le bettole e botteghe di
alimentari. Alcuni parroci e il rettore del seminario furono avvisati di
tenere pronte le chiese per ospitare le truppe. La prima colonna, giunta la
stessa notte, fu alloggiata nella chiesa di S. Agostino. Il 4 (sabato) furono
requisite le due sinagoghe, ma la seconda colonna, arrivata il 5, fu
alloggiata in realtà nella sede della comunità ebraica e nelle case più
comode del ghetto. La terza colonna, giunta l’8, fu alloggiata nella
chiesa di S. Domenico e, dal 9, nel ginnasio. Sempre per contrappasso,
l’11 le truppe italiane furono accasermate nella scuola ebraica. Il 17 tutte
le coperte e i paglioni del conventino delle Esposte furono requisiti per
le truppe napoletane; il giorno seguente il generale d’Ambrosio e il
commissario Pepe intimarono l’alloggio per 3.800 uomini, o, in
mancanza, il raddoppio della razione di vino. Il 19 la commissione
municipale degli alloggi militari ordinò di predisporre stalle, paglioni e
coperte per l’arrivo della cavalleria e del treno e il 21 requisì le chiese
dell’Annunziata e del Carmine come deposito della paglia. Il 26 fu posto
a carico del comune un terzo del conto di lire 1.848:15 per i pranzi
offerti il 3 e l’8 agli ufficiali napoletani. Il 31 il municipio ed i locali
adiacenti furono adibiti ad ospedale militare. Intanto i napoletani
avevano insediato il loro comando piazza in casa Candelori, sulla strada
del Porto, e il 13 gennaio 1814 occuparono il forte dei Cappuccini. Il 20
gennaio il comando piazza napoletano ordinò l’evacuazione delle case
fuori Porta Esina, poste sotto il tiro della cittadella occupata dai franco-
italiani. Una commissione incaricata di accertare i danni del
bombardamento del 13 febbraio liquidò in luglio appena 1.000 lire. Il 1°
marzo i militari restituirono le chiese di S. Domenico e S. Ugo. Il 31 si
prescrisse ai cittadini che alloggiavano militari di comunicare al
comando militare lo stato di situazione. In maggio il municipio requisì
622 lenzuola e 29 paglioni (più l’equivalente in denaro di altri 2.224 e
168) per il 9° di linea destinato di guarnigione in città. Il 16 maggio il
comandante d’armi ribadì il divieto ai sottufficiali di alloggiare in case
private, e il 16 esentò dagli alloggi militari il palazzo Trionfi, per aver
ospitato il re nella visita del 30 gennaio. Il magazzino casermaggio dava
lavoro anche a 3 lavandaie anconetane. Nel marzo 1815 il sottotenente
De Marco del 7° di linea, che aveva maltrattato un delegato all’alloggio,
fu posto agli arresti con sentinella alla porta, e con obbligo di “marciare
giornalmente prigioniero con la guardia del campo”. Con manifesto del
22 aprile il municipio prescrisse ai padroni di casa di notificare
immediatamente al burò degli alloggi la partenza degli ufficiali ospitati.

Le modifiche del 1815-18


Alla restaurazione, a seguito della soppressione della regìa militare, il
servizio del casermaggio, dell’illuminazione degli edifici militari e del
riscaldamento dei corpi di guardia fu attribuito – con decreto dell’11
settembre 1815 e a partire dal nuovo anno – alla commissione del
vestiario, che vi provvedeva mediante appalti di gestione separati per
provincia o per piazza. Fu inoltre approvato, con o. d. g. dell’11
dicembre 1817, un modello di contratto. Con decreto del 18 dicembre
1818 l’acquisto e manutenzione dei generi di casermaggio e la fornitura
di paglia, fuoco e lume fu attribuita ad una autonoma commissione di
casermaggio, presieduta da un ufficiale superiore e composta da due
membri, ufficiali o impiegati, e da un segretario, la quale controllava il
servizio tramite i commissari di guerra. Il regolamento di servizio,
sostitutivo di quello del 30 giugno 1807, fu emanato soltanto il 16
ottobre 1821.
Ex-Conventi adibiti ad uso militare a Napoli e dintorni (1816)
Quartiere Convento Destinazione militare
Avvocata S. Domenico Soriano Polizia – Alloggio di un gen.
Sacramento Ospedale Militare
Montecalvario S. Nicola alla Carità – strada Toledo Direzione del Corpo del Genio
Montecalvario – Salita Porta Carrese Padiglione militare
Trinità accosto Chiesa Sette Dolori Ospedale Militare
S. Martino – Largo S. Martino Casa e Ospedale Invalidi
Chiaia S. Orsola – strada di Chiaia Archivio Ministero Guerra
S. Caterina fuori Porta Chiaia Alabardieri della Guardia R.
Ascensione – Ascensione a Chiaia Padiglione e cas. Gendarmeria
S. Maria in Portico – strada omonima Padiglione militare
Piedigrotta – strada omonima Commissariato di polizia
S. Maria del Parto – Str. Mergellina Padiglione Militare
S. Carlo alle Mortelle – Salita S. Car Padiglione Vedove Militari
S. Carlo Arena S. Carlo all’Arena Caserma
Pendino Crocifere ai Mannesi Orfanotrofio militare
S. Severo Maggiore Famiglie e Vedove militari
Vicaria SS. Apostoli (D. 7.8.1809) Caserma
S. Giovanni a Carbonara (1801) Ospedale Militare
S. Caterina a Formello Padiglione Militare
Avvocata (Borgo S. Antonio Abate) Vedove militari
S. Lorenzo S. Maria Maggiore (o Pietra Santa) I e II consiglio di guerra
S. Ferdinando S. Maria Angeli – Pizzofalcone Dir. Dazi – Regia dei viveri
S. Teresella e Trinità degli Spagnoli Vedove militari
Porto San Gerolamo Famiglie di militari defunti
Mercato S. Agostino Maggiore Caserma
S. Giuseppe Gesù Nuovo Padiglione Militare
San Francesco delle Monache Caserma
Stella Monastero della Stella Comm. di polizia e GIS
Santa Teresa degli Scalzi Amm. Polveri e Salnitri
Castellammare S. Maria di Pozzano (Paolotti) Caserma del Genio
S. Croce (Domenicani) Ospedale Militare e Caserma
Capri S. Giacomo, S. Salvatore, S. Michele Genio
Massa Lubrense Benedettini della Trappa Genio
T. Annunziata SS. Annunziata (Celestini) Caserma della Gendarmeria
S. Teresa (Olivetani) Caserma degli armieri
Pozzuoli Padri Domenicani (D. 29.12.1814) Padiglione Militare
Procida Padri Domenicani Genio
Fonte: ASN, Intendenza Borbonica – Serie Culti, F 807, f. 2955 inventario N. 500.
(Elaborazione di Cinzia Tempone).
Da V. Ilari, P. Crociani e G. C. Boeri, Storia militare del regno murattiano 1806-15,
Widerholdt Frères, Invorio, 2007, tomo I, pp. 513-514 (cap. 10, §. C).

Le guarnigioni a domicilio a carico delle famiglie dei refrattari (1811)


Con decreti N. 1131 e 1132 del 25 ottobre 1811 furono emanate le
norme e le istruzioni ministeriali (in 6 titoli e 43 articoli) sulle
“guarnigioni a domicilio a carico delle famiglie de’ coscritti refrattari”.
L’invio dei militari a domicilio era ordinato dall’intendente, che ne
stabiliva il numero (fino ad un massimo di 4), ma il ritiro poteva essere
ordinato anche dal sottointendente ed era riservato al direttore generale
della coscrizione autorizzare la permanenza oltre un mese. L’invio
doveva essere preceduto da misure di persuasione e dalla pubblicazione
nel comune interessato, con 8 giorni di anticipo, della lista dei morosi.
Era obbligatorio se il numero dei morosi del comune superava 1/8 del
contingente, oppure se il comune dava ricetto a refrattari o disertori, se
aveva avuto difficoltà a fornire la quota nelle leve precedenti o se si
fossero verificati tumulti durante le operazioni di leva. L’intendente
poteva invece dispensarne i comuni in regola con le leve precedenti e
con basso numero di refrattari e le famiglie che non avevano in alcun
modo favorito “la disubbidienza de’ loro figli”.
Le famiglie erano tenute a fornire l’alloggio militare in natura e pagare
il soldo commisurato al grado (soldato 34 grana, caporale 39,
sottufficiale 50, ufficiale 78) nonché, trattandosi di truppa montata (da
inviarsi “in casa di quegl’individui la di cui disubbidienza sarà più
manifesta”), un’indennità di 44 grani per il mantenimento del cavallo. Il
soldo includeva una ritenuta di 11 grana per un fondo comune a
disposizione del direttore generale della coscrizione, impiegabile per
coprire il deficit provocato da famiglie in tutto o in parte insolventi. I
piantoni non potevano, sotto pena di concussione, esigere nient’altro
dalle famiglie ospitanti. All’arrivo del distaccamento, e in seguito ogni 5
giorni, si doveva intimare alla famiglia di depositare entro tre ore nelle
mani del sindaco l’importo del soldo e indennità anticipato per 5 giorni.
In caso di rifiuto l’usciere delegato dall’intendente provvedeva al
sequestro e alla vendita dei mobili ed effetti, con spese a carico della
famiglia. Durante la permanenza il distaccamento (di gendarmeria, linea
o guardie civiche) era impiegato alla ricerca dei refrattari e disertori. I
reclami di privati dovevamo essere indirizzati al sindaco e da questi
trasmessi al comandante del distaccamento per la soppressione degli
abusi e le eventuali punizioni. Il sindaco aveva il diritto di rifiutare il
rilascio del certificato di buona condotta, senza obbligo di informare il
comandante dei motivi, rendendone conto al sottointendente.